Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo – Our Lord Jesus Christ, King of the Universe – Nuestro Señor Jesucristo, Rey del Universo

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

Italian, english, español 

 

NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO RE DELL’UNIVERSO

Il titolo di re riferito al Cristo emerge con forza e frequenza proprio nei vangeli della passione. Sarà il vangelo giovanneo che farà di questo tema teologico uno degli argomenti decisivi per comprendere in profondità il senso della morte salvifica di Gesù sulla croce e il suo valore universale.

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Papa Pio XI, l’11 Dicembre del 1925, con l’enciclica Quas primas istituiva la festa di Cristo Re. Uno degli scopi prefissi dall’istituzione della solennità era quello di contrastare il laicismo, definito da quel pontefice: «peste della nostra età». Egli scorgeva nell’esclusione di Dio dalla società la principale causa dei mali che affliggevano il mondo di allora:

«E perché più abbondanti siano i frutti e durino più stabilmente nella società umana, è necessaria che venga divulgata quanto più possibile la conoscenza della regale dignità di nostro Signore. A tale scopo Ci sembra che nessun’altra cosa possa maggiormente giovare quanto l’istituzione di una festa particolare e propria di Cristo re».

Tuttavia, come quasi sempre accade nella Chiesa, anche questo pronunciamento del magistero pontificio, per gli argomenti trattati, ha favorito sia l’approfondimento esegetico della Scrittura su quei temi, come pure la conseguente riflessione teologica. Così si sono aperti nuovi orizzonti, e utili ed approfondite riflessioni sono state offerte ai fedeli per la testimonianza cristiana e la spiritualità. Ma ecco il brano evangelico della Solennità:

Dal Vangelo secondo Luca — «In quel tempo, [dopo che ebbero crocifisso Gesù,] il popolo stava a vedere; i capi invece deridevano Gesù dicendo: “Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto”. Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: “Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso”. Sopra di lui c’era anche una scritta: “Costui è il re dei Giudei”. Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: “Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!”. L’altro invece lo rimproverava dicendo: “Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male”. E disse: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”. Gli rispose: “In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso” (Lc 23,35-43).

Per la Solennità di quest’anno viene proposto nella proclamazione liturgica un brano tratto dalla passione del Signore, secondo Luca, che precedentemente avevamo già incontrato durante la Settimana Santa. In effetti i compilatori del Lezionario avrebbero potuto attingere anche ad altri testi per porre in luce l’idea della regalità di Cristo. Per esempio, quello dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme, dove, secondo Luca, Egli viene proclamato re:

«Benedetto colui che viene, il re nel nome del Signore. Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli!» (Lc 19,38).

Ma è altrettanto vero che il titolo di re riferito al Cristo emerge con forza e frequenza proprio nei vangeli della passione. Sarà il vangelo giovanneo che farà di questo tema teologico uno degli argomenti decisivi per comprendere in profondità il senso della morte salvifica di Gesù sulla croce e il suo valore universale.

Qui, nella narrazione lucana della passione, siamo all’interno della sezione che descrive la fase culminante dell’esecuzione di Gesù, ovvero la sua crocifissione, che comprende i vv. 32-49, una porzione, dunque, più ampia di quella proposta dalla Liturgia della Parola. Il lezionario si concentra su due quadri: a) La derisione dei capi religiosi e dei soldati; b) Il dialogo dei due ladroni, dove compare ancora una derisione e la risposta di Gesù a uno dei due che solo Luca riporta fra gli evangelisti. Non solo, San Luca è anche l’unico a registrare ed offrire ai lettori le parole straordinarie di Gesù sul perdono:

«Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34).

Esse sono assenti in alcuni prestigiosi codici manoscritti, come il «B», Vaticanus, forse eliminate dai copisti per polemica antigiudaica o per sottolineare che la successiva caduta di Gerusalemme sarà opera del castigo divino, secondo le parole del Signore: 

«Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli […] Perché, se si tratta così il legno verde, che avverrà del legno secco?» (Lc 23,28).

Per chi non lo sa, nella Bibbia accade talvolta che le espressioni più belle siano anche quelle con maggiori problemi dal punto di vista dei testimoni del testo che le tramandano, tanto da diventare una «croce» per i critici testuali, gli studiosi, cioè, che dedicano il loro tempo e sapere per offrirci quel testo più vicino all’originale, che poi viene riportato nelle edizioni critiche che sono la base delle traduzioni della Sacra Scrittura nelle lingue moderne. Tornando al dialogo fra Gesù ed il ladrone, si diceva che non si trova né nel testo più antico dei vangeli, quello di Marco, né nelle due altre lezioni, quella di Matteo e di San Giovanni. Anzi, in Marco si dice chiaramente che tutti e due coloro che erano crocifissi con Gesù lo insultavano:

«E anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano» (Mc 15,32).

La questione storica ha intrigato anche i Padri della Chiesa, fra i quali Origene, San Giovanni Crisostomo, San Girolamo. Essi fornirono una soluzione semplificata immaginando che all’inizio tutti e due i criminali attaccassero Gesù, come appunto riporta Marco; ma che poi uno dei due comprese ed allora cambiò il suo parere, mentre l’altro invece continuò ad insultare. L’altra soluzione invece, forse più logica, è quella di ritenere che Luca attingesse la notizia da una fonte diversa e perciò si distanzia consapevolmente da Marco, sapendo del cambiamento di uno dei due ladroni.

Ma chi sono i «ladroni» di Luca? Questo evangelista non usa, come gli altri vangeli, il termine ladro, ma piuttosto quello di malfattore, alla lettera «chi ha arrecato un danno con la frode o l’inganno». In Marco e Matteo sono invece due briganti, lestés in greco, termine che era usato per indicare anche i ribelli, come è il caso di Barabba, nel vangelo di Giovanni. Ma come scrive un commentatore: «In ogni pagina del suo racconto, Luca evita ogni possibile confusione tra il movimento cristiano e i ribelli insorti contro Roma» (François Bovon). Un manoscritto latino dell’VIII sec. ci fornisce anche i nomi dei due malfattori: Joathas e Maggatras, mentre nell’apocrifo Atti di Pilato troviamo nomi diversi: Desmas e Gestas. Insomma, alla fine notiamo che Gesù si trova tra due malfattori; anzi, nel v. 32 Luca scrive che al patibolo erano condotti «anche altri due malfattori», facendo chiaramente intendere che Gesù era assimilato ai delinquenti.

Il dialogo, in sé bellissimo e commovente, prende avvio dal malfattore che si rivolge all’altro crocifisso, rimproverandolo e ammettendo il proprio peccato. Fa un vero e proprio atto di pentimento e asserendo di aver sbagliato dimostra la sua conversione. Poi si rivolge al Signore, ripetutamente. La CEI traduce «e disse», mentre nel testo greco abbiamo un imperfetto, come a indicare un’azione ripetuta nel passato: «E diceva», forse più volte. Chiamando il Signore col nome proprio, «Gesù», il malfattore crocifisso risulta essere l’unico nei vangeli che si rivolge a Lui in modo così diretto. È un segno di confidenza, forse perché sulla croce, mentre si muore, non ci sono più formalità. Il malfattore prosegue: «Ricordati di me», chiedendo quello che l’orante domanda a Dio nei Salmi, ma possiamo ricordare anche Sansone morente nel libro dei Giudici:

«Allora Sansone invocò il Signore dicendo: “Signore Dio, ricordati di me! Dammi forza ancora per questa volta soltanto, o Dio”» (Gdc 16,28).

Infine, ecco il riferimento al Regno, il malfattore dice: «nel tuo Regno»; dimostrando di capire di quale regno si tratti, di quello di Gesù e non di uno qualsiasi di questo mondo.

La risposta di Gesù mostra il tipico tratto lucano, grazie all’avverbio «oggi», che tante volte ricorre nel terzo vangelo. Dice che la salvezza è sin da ora, da adesso e non sarà solo dopo. Gesù poi esprime una relazione straordinaria se pensiamo chi era il suo interlocutore, usando il complemento di compagnia: «con me»; e infine parla di un «paradiso», un termine di origine persiana, che significa giardino e che richiama il libro della Genesi. Infatti in un’antica traduzione siriaca si legge che Gesù avrebbe promesso al malfattore di stare con lui «nel giardino dell’Eden».

Abbiamo accennato all’importanza del tema della regalità di Gesù nel quarto Vangelo, quello di San Giovanni. Ma cosa ci sta dicendo Luca su questo argomento? Bisogna considerare che pur raccontando una storia, l’evangelista Luca non ci offre una cronaca di quanto è avvenuto: «non descrive la procedura della fissazione del condannato sulla croce, piuttosto illustra la portata teologica e soteriologica di quanto avvenuto», che ha a che fare con Dio e con la salvezza. Infatti è nel momento estremo della debolezza che più si mostra quale regno e regalità ha scelto Gesù. Dio compie la sua volontà proprio nel momento di maggiore debolezza del Figlio suo. È con la sua morte che avviene la vera liberazione di cui Gesù ha parlato e per la quale è venuto, come dice Luca nel Benedictus:

«Per dare al suo popolo la conoscenza della salvezza nella remissione dei suoi peccati» (Lc 1,77).

Sulla croce si avvera anche la profezia sulla vita di Gesù, incisa nel nome stesso che porta; Gesù significa «Dio salva», come spiega bene l’angelo a Giuseppe in Mt 1,21: «Ella (la Vergine) darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati» Questa parola si realizza soprattutto dalla croce, sulla quale è inciso lo stesso nome, accompagnato dal suo titolo regale. Anche da lì, addirittura dalla croce del Figlio, Dio è capace di salvare. Anzi, è Gesù stesso che, col poco fiato che in quella circostanza gli rimane, annuncia la salvezza ad uno dei tanti peccatori che ha incontrato nel tempo del suo ministero: «Oggi sarai con me in paradiso» (Lc 23,43).

Di quale salvezza è capace Gesù? Naturalmente di una salvezza globale, che abbraccia l’intera vita del malfattore crocifisso con lui, la liberazione dai suoi peccati, ma anche la promessa di farlo entrare nel suo regno. Per fare questo anche Gesù esprime un potere, non però come lo esercitano i potenti del mondo, perché è disinteressato come lo può essere solo la grazia che salva integralmente l’uomo, perché il suo orizzonte è il bene ultimo. La festa di oggi ci aiuta così a rimettere le cose nel giusto ordine e ad avere una visione della vita e della storia tipicamente cristiana. Anche se tutto intorno a noi si agita, cambiano i governi e i potenti e quel che accade a volte ci spaventa, i cristiani sanno che a tenere le redini della storia è, misteriosamente, la Provvidenza di Dio. Anzi, proprio nei momenti in cui la realtà sembra negare la presenza di Dio, come sottolineava Pio XI nell’Enciclica su menzionata, i cristiani hanno un modello che spiega come funzionano le cose: attraverso la regalità esercitata da Gesù Cristo fra le pieghe della storia.

Dall’Eremo, 22 novembre 2025

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OUR LORD JESUS CHRIST, KING OF THE UNIVERSE

The title of King, applied to Christ, emerges with peculiar force and frequency precisely in the Passion narratives. The Johannine Gospel will make this theological theme one of the decisive keys for understanding in depth the meaning of Jesus’ salvific death upon the Cross and its universal significance.

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Pope Pius XI, on 11 December 1925, instituted the feast of Christ the King with the encyclical Quas primas. One of the purposes he intended in establishing this solemnity was to counteract secularism, which that pontiff described as “the plague of our age”. He perceived in the exclusion of God from society the principal cause of the ills that afflicted the world of his time:

“And that the fruits [of the Jubilee] may be more abundant, and may last the more securely in human society, it is necessary that the knowledge of the regal dignity of our Lord should be spread as widely as possible. To this end it seems to Us that nothing would be more efficacious than the institution of a special feast in honour of Christ the King”.

Yet, as so often happens within the Church, even this pronouncement of the pontifical Magisterium — given the themes it touches — fostered both a deeper exegetical study of Scripture on these subjects and the consequent theological reflection. Thus new horizons opened, and useful and penetrating insights were offered to the faithful for Christian witness and for the spiritual life. And here is the Gospel passage of the Solemnity:

From the Holy Gospel according to Luke — “At that time, [after they had crucified Jesus,] the people stood by watching; but the leaders scoffed at him, saying, ‘He saved others; let him save himself if he is the Christ of God, his chosen one.’ The soldiers also mocked him, coming up to offer him sour wine and saying, ‘If you are the King of the Jews, save yourself.’There was also an inscription over him: ‘This is the King of the Jews.’ One of the criminals who were hanging there reviled him, saying, ‘Are you not the Christ? Save yourself and us!’ But the other rebuked him, saying, ‘Have you no fear of God, you who are subject to the same condemnation? And we indeed justly, for we are receiving what our deeds deserve; but this man has done nothing wrong.’ And he said, ‘Jesus, remember me when you come into your kingdom.’ He replied, ‘Truly I tell you, today you will be with me in Paradise’” (Lk 23:35-43).

For this year’s Solemnity, the liturgical proclamation presents a passage taken from the Lord’s Passion according to Luke, a text we had already encountered during Holy Week. Indeed, the compilers of the Lectionary might have drawn upon other passages to highlight the theme of Christ’s kingship. For example, the account of Jesus’ entry into Jerusalem, where, according to Luke, He is acclaimed as King:

“Blessed is he who comes, the King, in the name of the Lord! Peace in heaven and glory in the highest heavens!” (Lk 19:38).

Yet it is equally true that the title of King, applied to Christ, emerges with peculiar force and frequency precisely in the Passion narratives. The Johannine Gospel will make this theological theme one of the decisive keys for understanding in depth the meaning of Jesus’ salvific death upon the Cross and its universal significance.

Here, in Luke’s Passion narrative, we find ourselves within the section that describes the culminating moment of Jesus’ execution — namely, His crucifixion — which spans verses 32–49, a portion therefore broader than that offered by the Liturgy of the Word. The lectionary focuses on two scenes: a) the mockery of the religious leaders and of the soldiers; b) the dialogue between the two criminals, in which mockery appears once more, together with the reply of Jesus to one of them — a detail recorded only by Luke among the evangelists. Not only so: Saint Luke is also the only one to preserve and offer to readers the extraordinary words of Jesus on forgiveness:

“Father, forgive them; for they do not know what they are doing” (Lk 23:34).

These words are absent from certain prestigious manuscript witnesses, such as Codex Vaticanus (“B”), perhaps removed by scribes either out of anti-Jewish polemic or in order to underscore that the subsequent fall of Jerusalem would be an act of divine punishment, according to the Lord’s own words:

“Daughters of Jerusalem, do not weep for me; weep rather for yourselves and for your children… For if this is what is done to the green wood, what will happen to the dry?” (Lk 23:28).

For those unfamiliar with the matter, it often happens in the Bible that the most beautiful expressions are precisely those that pose the greatest problems from the point of view of the textual witnesses that transmit them — to the point of becoming a cross for textual critics, that is, for those scholars who devote their time and expertise to offering us the text closest to the original, upon which the critical editions used for modern translations of Holy Scripture are based. Returning to the dialogue between Jesus and the criminal, it was noted that this episode is absent both from the oldest Gospel text — that of Mark — and from the other two traditions, those of Matthew and John. Indeed, Mark states explicitly that both of the men crucified with Jesus reviled him:

“And those who were crucified with him also reviled him” (Mk 15:32).

This historical problem intrigued the Fathers of the Church — among them Origen, Saint John Chrysostom, and Saint Jerome. They proposed a simplified solution: that at the beginning both criminals attacked Jesus, as Mark reports; but that one of the two, at a certain point, understood, and then changed his attitude, while the other continued to insult Him. The other solution, perhaps more plausible, is that Luke drew this account from a different source, and therefore deliberately diverges from Mark, being aware of the change in the disposition of one of the criminals.

But who, then, are the “thieves” of Luke? This evangelist does not employ, as the other Gospels do, the term thief, but rather malefactor — literally, “one who has caused harm through fraud or deceit.” In Mark and Matthew, instead, we find two bandits lestaí in Greek — a term also used to indicate insurgents, as in the case of Barabbas in the Gospel of John. But, as one commentator notes, “On every page of his narrative, Luke avoids any possible confusion between the Christian movement and the rebels who rose up against Rome” (François Bovon).

A Latin manuscript of the eighth century even supplies us with the names of the two malefactors: Joathas and Maggatras; while in the apocryphal Acts of Pilate we encounter the names Desmas and Gestas. In the end, however, wha t matters is that Jesus finds Himself between two malefactors; indeed, in verse 32 Luke writes that “two others also, who were criminals, were led away to be put to death with him,” thus making it clear that Jesus was classified among offenders.

The dialogue — beautiful and deeply moving in itself — begins with the malefactor who turns toward the other crucified man, reproaching him and acknowledging his own sin. He makes a true act of repentance and shows his conversion precisely by admitting his wrongdoing. Then he turns repeatedly to the Lord. The Italian Bible renders it “and he said,” but in the Greek text the verb is in the imperfect: “he was saying,” suggesting a repeated or continuous action in the past — perhaps he said it several times. Addressing the Lord by His proper name, “Jesus,” the crucified malefactor proves to be the only one in all the Gospels who speaks to Him in so direct a manner. It is a sign of familiarity — perhaps because, upon the cross, at the threshold of death, all formalities fall away. The malefactor continues: “Remember me,” echoing what the supplicant so often asks of God in the Psalms; and we may also recall Samson, dying in the Book of Judges:

“Then Samson called to the Lord and said, ‘Lord God, remember me! Strengthen me once more, just this once, O God’” (Jgs 16:28).

Finally comes the reference to the Kingdom: the malefactor says, “when you come into your kingdom,” showing that he understands what Kingdom this is — the Kingdom of Jesus, not one of the kingdoms of this world.

The response of Jesus bears the distinctive mark of Luke, especially through the adverb “today,” which recurs so frequently in the third Gospel. He declares that salvation is from now, from this very moment, and not merely something that awaits beyond death. Jesus then expresses a relationship of extraordinary intimacy — all the more astonishing when we consider who His interlocutor is — by using the expression “with me”; and He concludes by speaking of “paradise,” a word of Persian origin meaning “garden,” recalling the Book of Genesis. Indeed, in an ancient Syriac translation we read that Jesus promises the malefactor that he will be with Him “in the garden of Eden.”

We have already touched upon the importance of the theme of the kingship of Jesus in the fourth Gospel, that of Saint John. But what, then, is Luke telling us on this matter? It must be borne in mind that, although narrating an event, the evangelist Luke does not offer us a chronicle of what happened: he “does not describe the procedure by which the condemned man was fixed to the cross; rather, he illustrates the theological and soteriological significance of what took place” — that which pertains to God and to salvation. Indeed, it is at the very moment of extremest weakness that the nature of the kingdom and kingship chosen by Jesus is displayed most clearly. God accomplishes His will precisely at the moment of the greatest weakness of His Son. It is through His death that the true liberation takes place — the liberation of which Jesus had spoken and for which He had come, as Luke states in the Benedictus:

“to give his people knowledge of salvation through the forgiveness of their sins” (Lk 1:77).

Upon the cross, moreover, the prophecy concerning the life of Jesus — inscribed within His very name — is fulfilled. Jesus means “God saves,” as the angel explains to Joseph in Mt 1:21: “She (the Virgin) will bear a son, and you shall call his name Jesus, for he will save his people from their sins.” This word is fulfilled above all upon the cross, where the same name appears, accompanied by His royal title. Even there — even from the cross of the Son — God is able to save. Indeed, it is Jesus Himself who, with the little breath remaining to Him in that circumstance, announces salvation to one of the many sinners He encountered during His earthly ministry:

“Today you will be with me in paradise” (Lk 23:43).

Of what salvation is Jesus capable? A salvation that is truly complete — one that embraces the whole life of the malefactor crucified beside Him: the forgiveness of his sins, yet also the promise that he will enter His kingdom. To effect this, Jesus too exercises a power, though not as the rulers of this world exercise power. His is a power entirely free of self-interest, as only grace can be — grace that saves the human person in his entirety, for its horizon is the ultimate good. 

The feast we celebrate today helps us to set things once more in their proper order and to recover a vision of life and of history that is distinctively Christian. Even if all around us is in turmoil — governments change, powers rise and fall, and events at times frighten us — Christians know that it is, mysteriously, the Providence of God that holds the reins of history. Indeed, precisely in those moments when reality seems to deny the presence of God — as Pius XI emphasised in the encyclical mentioned above — Christians have a model that reveals how things truly work: the kingship exercised by Jesus Christ in the hidden folds of history.

From the Hermitage, 22 November 2025

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NUESTRO SEÑOR JESUCRISTO, REY DEL UNIVERSO

El título de rey aplicado a Cristo aparece con fuerza y frecuencia precisamente en los evangelios de la Pasión. Será el Evangelio de san Juan el que hará de este tema teológico uno de los puntos decisivos para comprender en profundidad el sentido de la muerte salvífica de Jesús en la cruz y su valor universal.

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El papa Pío XI, el 11 de diciembre de 1925, con la encíclica Quas primas, instituyó la fiesta de Cristo Rey. Uno de los fines previstos al establecer esta solemnidad era el de contrarrestar el laicismo, definido por aquel pontífice como «la peste de nuestra época». Él veía en la exclusión de Dios de la sociedad la causa principal de los males que afligían al mundo de entonces:

«Y para que los frutos sean más abundantes y permanezcan más firmemente en la sociedad humana, es necesario que se divulgue cuanto sea posible el conocimiento de la dignidad real de nuestro Señor. A tal fin Nos parece que ninguna otra cosa puede ser de mayor provecho que la institución de una fiesta particular y propia de Cristo Rey».

Sin embargo, como casi siempre sucede en la Iglesia, este pronunciamiento del magisterio pontificio —por los temas que aborda— ha favorecido tanto el desarrollo exegético de la Sagrada Escritura sobre tales cuestiones como la consiguiente reflexión teológica. Así se han abierto nuevos horizontes, y se han ofrecido a los fieles reflexiones útiles y profundas para el testimonio cristiano y la vida espiritual. Y he aquí el pasaje evangélico propio de la Solemnidad:

Del santo Evangelio según san Lucas — «En aquel tiempo, [después de que hubieron crucificado a Jesús,] el pueblo permanecía allí mirando; los jefes, por su parte, se burlaban de Jesús diciendo: “Ha salvado a otros; que se salve a sí mismo, si él es el Mesías de Dios, el Elegido”. También los soldados se burlaban de él, se acercaban para ofrecerle vinagre y decían: “Si tú eres el rey de los judíos, ¡sálvate a ti mismo!”. Encima de él había una inscripción: “Este es el rey de los judíos”. Uno de los malhechores crucificados lo insultaba: “¿No eres tú el Mesías? ¡Sálvate a ti mismo y a nosotros!”. Pero el otro lo reprendía diciendo: “¿Es que no temes a Dios, tú que estás bajo la misma condena? Nosotros, con justicia, porque recibimos lo que merecieron nuestras acciones; él, en cambio, no ha hecho nada malo”. Y añadió: “Jesús, acuérdate de mí cuando llegues a tu Reino”. Jesús le respondió: “En verdad te digo: hoy estarás conmigo en el paraíso”» (Lc 23,35-43).

Para la Solemnidad de este año se propone en la proclamación litúrgica un pasaje tomado de la Pasión del Señor según san Lucas, que ya habíamos encontrado anteriormente durante la Semana Santa. En efecto, los redactores del Leccionario podrían haber recurrido también a otros textos para poner de relieve la idea de la realeza de Cristo. Por ejemplo, el relato de la entrada de Jesús en Jerusalén, donde, según Lucas, es proclamado rey:

«¡Bendito el que viene, el rey, en nombre del Señor! Paz en el cielo y gloria en lo más alto del cielo» (Lc 19,38).

Pero es igualmente cierto que el título de rey aplicado a Cristo aparece con fuerza y frecuencia precisamente en los evangelios de la Pasión. Será el Evangelio de san Juan el que hará de este tema teológico uno de los puntos decisivos para comprender en profundidad el sentido de la muerte salvífica de Jesús en la cruz y su valor universal.

Aquí, en el relato lucano de la Pasión, nos encontramos dentro de la sección que describe la fase culminante de la ejecución de Jesús, es decir, su crucifixión, que comprende los versículos 32-49, un pasaje, por tanto, más amplio que el propuesto por la Liturgia de la Palabra. El Leccionario se concentra en dos cuadros: a) La burla de los jefes religiosos y de los soldados; b) El diálogo de los dos malhechores, donde aparece de nuevo una burla y la respuesta de Jesús a uno de ellos, que solo Lucas recoge entre los evangelistas.

Asimismo, san Lucas es el único que registra y ofrece a los lectores las extraordinarias palabras de Jesús sobre el perdón:

«Padre, perdónalos, porque no saben lo que hacen» (Lc 23,34).

Estas palabras están ausentes en algunos códices manuscritos prestigiosos, como el “B”, el Vaticanus, quizá suprimidas por los copistas a causa de la polémica antijudía, o para subrayar que la posterior caída de Jerusalén sería obra del castigo divino, según las palabras del Señor:

«Hijas de Jerusalén, no lloréis por mí; llorad más bien por vosotras y por vuestros hijos […] Porque si así tratan al leño verde, ¿qué sucederá con el seco?» (Lc 23,28).

Para quien no lo sepa, en la Biblia ocurre a veces que las expresiones más bellas son también las que presentan mayores problemas desde el punto de vista de los testigos del texto que las transmiten, hasta convertirse en una “cruz” para los críticos textuales, es decir, los estudiosos que dedican su tiempo y saber a ofrecernos el texto más cercano al original, que luego se reproduce en las ediciones críticas que sirven de base para las traducciones de la Sagrada Escritura a las lenguas modernas.

Volviendo al diálogo entre Jesús y el malhechor, decíamos que no se encuentra ni en el texto más antiguo de los evangelios, el de Marcos, ni en los otros dos relatos, los de Mateo y san Juan. Es más, en Marcos se afirma claramente que los dos que habían sido crucificados con Jesús lo insultaban:

«También los que habían sido crucificados con él lo insultaban» (Mc 15,32).

La cuestión histórica intrigó también a los Padres de la Iglesia, entre ellos Orígenes, san Juan Crisóstomo y san Jerónimo. Ofrecieron una solución simplificada imaginando que al principio ambos criminales atacaban a Jesús, como efectivamente refiere Marcos; pero que luego uno de los dos comprendió y entonces cambió su parecer, mientras que el otro continuó insultándolo.

La otra solución, quizá más lógica, consiste en suponer que Lucas obtuvo esta información de una fuente distinta y que por ello se distancia conscientemente de Marcos, sabiendo del cambio de actitud de uno de los dos malhechores.

¿Pero quiénes son los “ladrones” de Lucas? Este evangelista no emplea, como los otros evangelios, el término “ladrón”, sino más bien el de malhechor, literalmente “el que ha causado un daño mediante el fraude o el engaño”. En Marcos y Mateo son en cambio dos bandidos (lestés en griego), término que se utilizaba también para designar a los rebeldes, como es el caso de Barrabás en el evangelio de Juan. Pero, como escribe un comentarista:

«En cada página de su relato, Lucas evita cualquier posible confusión entre el movimiento cristiano y los rebeldes alzados contra Roma» (François Bovon).

Un manuscrito latino del siglo VIII nos proporciona incluso los nombres de los dos malhechores: Joathas y Maggatras, mientras que en el apócrifo Hechos de Pilato encontramos otros nombres: Desmas y Gestas.

En definitiva, constatamos que Jesús se encuentra entre dos malhechores; es más, en el v. 32, Lucas escribe que al suplicio eran conducidos «también otros dos malhechores», dando a entender claramente que Jesús era asimilado a los delincuentes.

El diálogo, en sí mismo bellísimo y conmovedor, comienza con el malhechor que se dirige al otro crucificado, reprendiéndole y admitiendo su propio pecado. Realiza un verdadero acto de arrepentimiento y, al afirmar que ha obrado mal, manifiesta su conversión.

Luego se dirige al Señor, repetidamente. La edición de la CEE traduce «y dijo», mientras que en el texto griego aparece un imperfecto, como indicando una acción repetida en el pasado: «Y decía», quizá varias veces.

Al llamar al Señor por su nombre propio, «Jesús», este malhechor crucificado resulta ser el único en los evangelios que se dirige a Él de modo tan directo. Es un signo de confianza, quizá porque en la cruz, cuando se muere, ya no hay lugar para formalidades.

El malhechor prosigue: «Acuérdate de mí», pidiendo lo que el orante pide a Dios en los Salmos; pero podemos recordar también a Sansón moribundo en el libro de los Jueces:

«Entonces Sansón invocó al Señor diciendo: “¡Señor Dios, acuérdate de mí! Concédeme fuerza solo por esta vez, oh Dios”» (Jue 16,28).

Finalmente llega la referencia al Reino: el malhechor dice «en tu Reino», demostrando comprender de qué Reino se trata — el de Jesús — y no uno cualquiera de este mundo.

La respuesta de Jesús muestra el rasgo típico lucano gracias al adverbio «hoy», que tantas veces aparece en el tercer evangelio. Afirma que la salvación es desde ahora, desde este mismo momento, y no solo después.

Jesús expresa además una relación extraordinaria si pensamos quién era su interlocutor, usando el complemento de compañía: «conmigo»; y finalmente habla de un «paraíso», término de origen persa que significa jardín y que evoca el libro del Génesis.

De hecho, en una antigua traducción siríaca se lee que Jesús habría prometido al malhechor que estaría con Él «en el jardín del Edén».

Habíamos mencionado la importancia del tema de la realeza de Jesús en el cuarto Evangelio, el de san Juan. Pero ¿qué nos dice Lucas al respecto? Es necesario considerar que, aun narrando una historia, el evangelista Lucas no nos ofrece una crónica de lo sucedido: «no describe el procedimiento de la fijación del condenado en la cruz, sino que ilustra el alcance teológico y soteriológico de lo ocurrido», es decir, aquello que tiene que ver con Dios y con la salvación.

En efecto, es en el momento extremo de la debilidad donde mejor se manifiesta qué Reino y qué realeza ha elegido Jesús. Dios cumple su voluntad precisamente en el momento de mayor debilidad de su Hijo. Es con su muerte que se realiza la verdadera liberación de la que Jesús ha hablado y para la cual ha venido, como dice Lucas en el Benedictus:

«Para dar a su pueblo el conocimiento de la salvación mediante la remisión de sus pecados» (Lc 1,77).

En la cruz se cumple también la profecía sobre la vida de Jesús, inscrita en el mismo nombre que lleva; Jesús significa «Dios salva», como explica claramente el ángel a José en Mt 1,21:

«Ella (la Virgen) dará a luz un hijo y tú lo llamarás Jesús, porque Él salvará a su pueblo de sus pecados».

Esta palabra se realiza sobre todo desde la cruz, donde está inscrito el mismo nombre, acompañado de su título real. Incluso desde allí, desde la cruz del Hijo, Dios es capaz de salvar. Más aún: es el propio Jesús quien, con el poco aliento que en tal circunstancia le queda, anuncia la salvación a uno de los tantos pecadores que ha encontrado a lo largo de su ministerio:

«Hoy estarás conmigo en el paraíso» (Lc 23,43).

¿De qué salvación es capaz Jesús? Naturalmente de una salvación global, que abarca toda la vida del malhechor crucificado con Él: la liberación de sus pecados y también la promesa de hacerlo entrar en su Reino. Para obrar esto, Jesús manifiesta un poder, pero no como lo ejercen los poderosos de este mundo, porque es desinteresado como solo puede serlo la gracia que salva íntegramente al ser humano, ya que su horizonte es el bien último.

La fiesta de hoy nos ayuda así a poner las cosas en su justo orden y a tener una visión de la vida y de la historia verdaderamente cristiana. Aunque todo a nuestro alrededor se agite, cambien los gobiernos y los poderosos, y lo que acontece a veces nos asuste, los cristianos saben que quien lleva las riendas de la historia es, misteriosamente, la Providencia de Dios.

Es más: precisamente en los momentos en que la realidad parece negar la presencia de Dios — como subrayaba Pío XI en la encíclica antes mencionada —, los cristianos tienen un modelo que explica cómo funcionan las cosas: mediante la realeza ejercida por Jesucristo en los pliegues de la historia.

Desde el Ermitage, 22 de noviembre de 2025

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Grotta Sant’Angelo in Ripe (Civitella del Tronto)

 

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«Credo per capire». Un viaggio dentro la Professione di Fede che restituisce al Credo la sua potenza originaria

«CREDO PER CAPIRE». UN VIAGGIO DENTRO LA PROFESSIONE DI FEDE CHE RESTITUISCE AL CREDO LA SUA POTENZA ORIGINARIA

L’autore, Ariel S. Levi di Gualdo, in questo suo libro dato alle stampe in occasione dei 1700 anni del Concilio celebrato a Nicea nel 325, restituisce al Simbolo di Fede la sua forza primigenia come parola da vivere. Il Credo cessa di essere il “riassunto” della fede e diventa ciò che nella tradizione è sempre stato: la grammatica spirituale dell’esistenza cristiana, il codice che introduce al mistero e che permette all’uomo di ritrovare se stesso nel volto del Dio incarnato.

— Libri e recensioni—

Autore:
Jorge Facio Lince
Presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos 

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Nel tempo in cui la fede si dissolve nei sentimenti emotivi e la verità nel consenso, Credo per capire si presenta come un’opera necessaria e coraggiosa: un ritorno alla roccia da cui si riconosce la Chiesa.

L’autore, Ariel S. Levi di Gualdo, in questo suo libro dato alle stampe in occasione dei 1700 anni del Concilio celebrato a Nicea nel 325, restituisce al Simbolo di Fede la sua forza primigenia come parola da vivere. Il Credo cessa di essere il “riassunto” della fede e diventa ciò che nella tradizione è sempre stato: la grammatica spirituale dell’esistenza cristiana, il codice che introduce al mistero e che permette all’uomo di ritrovare se stesso nel volto del Dio incarnato.

In un’epoca di linguaggi frammentati e di identità liquide, il testo riafferma — con rigore e respiro patristico — che la verità cristiana non è un sentimento vago né un’impressione personale, ma un atto di libertà che nasce dall’incontro con Cristo. La parola «credo» riacquista così il suo significato più alto: non l’opinione del credente, ma la comunione dell’uomo con la verità che salva.

L’Autore propone un viaggio teologico e spirituale alle radici della fede dentro la rivelazione che Dio fa di sé; dentro la storia del dogma che custodisce la verità; dentro il dramma dei Concili ecumenici, che difesero l’identità cristiana dal pericolo di essere ridotta a filosofia; dentro la vita dell’uomo credente, che ritrova nell’atto di fede l’unità della propria persona.

Il Lettore avverte immediatamente il respiro grande dei Padri della Chiesa, l’eco dei martiri che professavano il Credo prima di offrirsi al sacrificio, la forza luminosa della Tradizione che, lungi dal soffocare, libera.

Il testo è attraversato da un filo rosso: solo la verità rende liberi e solo una fede consapevole permette di comprendere ciò che si professa, ciò che si vive e ciò che si annuncia.

L’Autore mostra al tempo stesso come la perdita di un rigoroso linguaggio teologico abbia condotto alla perdita del senso stesso del mistero e come molte crisi contemporanee nascano dalla rimozione di ciò che la Chiesa ha sempre proclamato: che la verità non nasce dall’uomo, ma gli viene incontro come dono. In questo senso, Credo per capire appare anche come un libro pastorale, perché restituisce al popolo cristiano la possibilità di capire per credere e credere per capire, secondo il grande insegnamento di Sant’Agostino e di Sant’Anselmo d’Aosta.

Il volume si inserisce così nel percorso già avviato dall’Autore con altri lavori teologico-dottrinali che uniscono la dimensione della verità e quella della libertà con la radice della fede.

È un libro che si pone in continuità con tutto il cammino redazionale della rivista L’Isola di Patmos: fondata nel 2014 e da cui sono nate nel 2018 le omonime edizioni per rendere un servizio alla Chiesa, un atto di chiarificazione dottrinale e, al tempo stesso, una chiamata alla responsabilità personale del credente.

In un panorama editoriale spesso dominato da testi spirituali generici, questo volume restituisce al lettore il gusto dell’autenticità teologica e la gioia dell’intelligenza della fede. È un invito a riscoprire il Credo come gesto, come atto, come voce che attraversa i secoli e che continua a dire — oggi come ieri — chi è Dio e chi è l’uomo alla luce del suo volto.

Un libro destinato a restare, da meditare lentamente e a lungo, perché conduce non solo alla comprensione del Simbolo, ma al cuore stesso della vita cristiana. Un libro che costituisce anche un atto di gratitudine da parte dell’Autore che ha voluto dedicarlo alla memoria del teologo gesuita Peter Gumpel (Hannover 1923 – Roma †2022), «al quale devo», scrive nella dedica: «la mia formazione nella teologia dogmatica e nella storia del dogma».

dall’Isola di Patmos, 21 novembre 2025

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La sostituzione del peccato con il reato d’opinione nella società contemporanea – The replacement of sin with the crime of opinion in contemporary society – La sustitución del pecado por el delito de opinión en la sociedad contemporánea

Italian, english, español 

 

LA SOSTITUZIONE DEL PECCATO CON IL REATO D’OPINIONE NELLA SOCIETÀ CONTEMPORANEA

La morale pubblica, svincolata dal peccato ma ossessionata dalla colpa, finisce per produrre una nuova forma di puritanesimo, più crudele di quella che essa credeva di aver superato. Perché il puritanesimo moderno non nasce più da un eccesso di religione, ma da un difetto di fede; non mira alla santità, ma alla conformità. E in questa nuova ortodossia civile, il peccatore non può più convertirsi: può solo tacere.

— Theologica —

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Nel momento in cui il concetto di peccato viene espulso dal linguaggio e dal pensiero collettivo, la società — privata della sua dimensione teologica — non smette tuttavia di giudicare. Anzi, paradossalmente giudica più di prima.

Rifiutato il giudizio di Dio, l’uomo si pone come misura assoluta del bene e del male. E così, nel nome della libertà, si erigono nuovi tribunali morali che non ammettono appello. Oggi basta affermare che l’aborto non è una «grande conquista sociale» ma una vile strage degli innocenti, per essere accusati di odio; basta mettere in discussione la cultura omosessualista per essere dichiarati nemici della libertà e del progresso, o bollati come oscurantisti per avere osato difendere l’istituzione della famiglia naturale, o semplicemente esprimere la verità che la vita umana è dono di Dio per essere sospettati di fanatismo religioso.

In questo modo, alla teologia del peccato inteso come atto della volontà che separa l’uomo da Dio e da cui deriva la volontaria e libera privazione della grazia, la società sostituisce la sociologia della colpevolezza. Non è più il peccato a offendere Dio, ma l’opinione “eretica” ad offendere la sensibilità collettiva. Si crea così un sistema di sanzioni simboliche che, pur non avendo la forma del diritto, agisce con la medesima forza coercitiva: l’emarginazione, la censura, la perdita di parola. Un docente che osi discutere criticamente i “dogmi” del pensiero unico viene sospeso o isolato; un artista che rappresenti la fede cristiana fuori dai canoni dell’estetica laicista viene tacciato di provocazione; un sacerdote che ricordi la necessità del giudizio morale viene accusato di fomentare odio. Anche una semplice citazione evangelica — come «io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14,6) — può essere letta come un atto di presunzione o di offesa. I processi non si svolgono più nei tribunali, ma negli studi televisivi e nei social network, dove la colpa si misura in secondi e la condanna si pronuncia in massa.

I talk show televisivi sono ormai una vera piaga: in essi non si dibatte, neppure attraverso confronti, volendo anche polemici, ma articolati su domande e risposte. Tutt’altro: si sollevano temi — spesso anche molto delicati e complessi — per scatenare risse al termine delle quali non si giunge ad alcuna conclusione. Tutto ciò è studiato e voluto. Si invitano esperti e studiosi nei vari campi del sapere, ai quali i conduttori chiedono, senza pena d’umano ridicolo, di rispondere in mezzo minuto a questioni controverse che le scienze e la filosofia dibattono da secoli. Se lo studioso osa superare i trenta o quaranta secondi, giunge l’inderogabile stacco pubblicitario; terminato il quale inizia un nuovo blocco di programma e lo studioso invitato è scomparso frattanto dal parterre televisivo. In compenso, però, a inizio serata, il conduttore adesso pacato — in un atteggiamento di deferenza quasi genuflessa — lascia parlare senza alcun contraddittorio il politico in carica particolarmente gradito a quell’azienda, al quale è concesso un monologo di quaranta minuti ininterrotti, con cinque o sei quesiti posti in modo amabile e sommesso, palesemente concordati in anticipo onde evitare domande sgradite.  In queste circostanze non esistono impellenze pubblicitarie di alcun genere, le stesse giustificate sino a poco prima con la necessità di sostenere l’azienda televisiva che vive di proventi pubblicitari. Tutto è rinviato ai blocchi successivi, dove sono mandati in onda giornalisti particolarmente aggressivi che rincorrono privati o pubblici amministratori periferici con microfoni e telecamere intimando in severo tono perentorio: «Lei deve rispondere … lei deve rispondere!». Ignorando che la facoltà di non rispondere — e non a un giornalista, ma a un magistrato inquirente —, è uno dei fondamentali diritti costituzionali riconosciuto all’indagato e all’imputato. Segue poi il blocco successivo nel quale non si esita a chiedere a un filosofo di spiegare in quattro parole — per un massimo di trenta secondi — i principi della metafisica “in modo comprensibile a tutti”, o a un astrofisico di chiarire in pochi istanti le dinamiche dell’espansione dell’universo.

In un simile contesto, lo schermo televisivo diventa la nuova cattedra morale del mondo: da esso si pronunciano assoluzioni e condanne, si decide chi è degno di parola e chi deve essere ridotto al silenzio. Nella modernità non si cerca più il perdono, ma l’esposizione pubblica del colpevole. La penitenza non è più il frutto della conversione, ma la cancellazione sociale. Apparentemente sembra una forma di giustizia, ma in realtà è solo un nuovo rituale sacrificale senza redenzione. È il confessionale rovesciato della modernità, dove non si cerca il perdono ma l’esposizione pubblica del colpevole. E la penitenza non è più la conversione, ma la cancellazione. In apparenza, sembra una conquista di libertà: eliminato il peccato, l’uomo si crede sciolto da ogni giudizio morale. Ma in realtà, proprio negando il peccato, egli ha cancellato la possibilità stessa del perdono. Infatti, se non esiste più un Dio che giudica e redime, non esiste più nemmeno un atto di misericordia che possa perdonare e cancellare il peccato. Resta soltanto il senso di colpa come condizione permanente, un marchio sociale che non si cancella, perché nessuno ha più l’autorità né la volontà di perdonare.

Purtroppo, negli ultimi anni, anche all’interno della Chiesa si è talvolta ceduto alla medesima logica mondana, assumendo espressioni e criteri propri delle piazze mosse da emotività forcaiola. Dopo i gravi scandali che hanno coinvolto e spesso travolto vari membri del nostro clero — scandali che il diritto canonico definisce propriamente delicta graviora — si è cominciato a usare, persino ai più alti livelli, una formula che suona come un insulto alla fede cristiana: «tolleranza zero». Un simile linguaggio, mutuato dal lessico politico e mediatico, rivela una mentalità estranea al Vangelo e alla tradizione penitenziale della Chiesa. È ovvio che dinanzi a certi crimini — come gli abusi sessuali su minori — l’autore debba essere immediatamente neutralizzato e posto nella condizione di non nuocere più, quindi sottoposto a una pena giusta, proporzionata e, secondo la dottrina canonica, medicinale, ossia orientata al suo recupero e alla sua conversione. Per questo l’espressione «tolleranza zero» risulta aberrante sul piano dottrinale e pastorale, perché non appartiene al linguaggio della Chiesa, ma a quello delle campagne populiste che puntano e giocano sugli umori di pancia delle masse.

Dichiarando che ad avere bisogno del medico sono i malati e non i sani (cfr. Mt 9, 12), Gesù ci indica e affida una precisa missione, non ci invita alla «tolleranza zero».

Dinanzi a queste nuove tendenze emerge un paradossale corto circuito morale: le stesse coscienze che per anni hanno nascosto la sporcizia sotto i tappeti con rara e omertosa malizia clericale, oggi si mostrano zelanti nel proclamare pubblicamente la loro severità, quasi a purificarsi davanti al mondo. Si colpiscono talvolta gli innocenti o i semplicemente sospettati per dimostrare rigore, mentre i veri colpevoli — in altri tempi protetti — restano spesso impuniti e, talvolta, promossi ai più alti vertici ecclesiali ed ecclesiastici, perché è proprio lì che li troviamo tutti «per giudicare i vivi e i morti», quasi come se il loro regno ― quello della falsità e dell’ipocrisia ― «non avrà fine», in una sorta di Credo al contrario. Tutto questo viene presentato come prova di una «nuova Chiesa» che avrebbe finalmente abbracciato la politica della fermezza. E la tanto decantata misericordia, che fine ha fatto? Se andiamo a vedere scopriremo che per poter beneficiare della misericordia pare sia necessario essere neri che commettono violenze nelle zone più centrali delle città, comprese aggressioni alle stesse Forze dell’Ordine, pur malgrado prontamente giustificati che non commettono delitti perché violenti e propensi a delinquere, ma a causa della società rigorosamente colpevole di non averli adeguatamente accolti e integrati. Chiediamoci: quale credibilità può avere un annuncio evangelico che predica la misericordia solo per certe “categorie protette” e nello stesso tempo adotta la logica della cosiddetta «tolleranza zero» per chi, al proprio interno, ha gravemente sbagliato? È qui che si manifesta l’esito più drammatico della secolarizzazione interna: la Chiesa che per compiacere il mondo rinuncia al linguaggio della redenzione per assumere quello della vendetta forcaiola, mostrandosi misericordiosa solo con ciò che corrisponde alle tendenze sociali del politicamente corretto.

Nel Cristianesimo, il peccato era una ferita che poteva essere guarita; nell’antropologia secolarizzata, la colpa è una macchia indelebile. Il peccatore poteva convertirsi e rinascere, il colpevole contemporaneo può soltanto essere punito o rieducato. La misericordia, privata del suo fondamento teologico, diventa un gesto amministrativo, una concessione paternalista, un atto di clemenza pubblica che non rigenera ma umilia. Perché la vera misericordia non nasce da un moto d’animo o da un atto di indulgenza, ma dalla giustizia redentrice di Dio, che si manifesta nel sacrificio del Figlio e trova compimento nella Croce, dove la giustizia e la misericordia si abbracciano. Essa non è il contrario della giustizia, ma la sua pienezza, come afferma il Salmo: «Amore e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno» (Sal 85,11).

Quando questo fondamento viene smarrito, la misericordia si riduce a tolleranza, la giustizia a vendetta, il perdono perde la sua forza salvifica e la giustizia si fa spietata perché è priva di grazia e l’uomo, che credeva di liberarsi dal peccato, scopre di essere prigioniero della colpa.

È la logica rovesciata del Vangelo: dove Cristo diceva «Va’ e d’ora in poi non peccare più» (Gv 8,11), il mondo secolarizzato dice «Hai peccato, dunque non meriti più di parlare». Là dove la Chiesa annunciava la possibilità della redenzione, la nuova morale civile proclama l’irredimibilità del colpevole. È questo il vero dramma della modernità: non aver sostituito Dio con l’uomo, ma aver sostituito la misericordia con la vendetta. E la misericordia divina non è debolezza ma la forma più sublime della giustizia[1]. Senza la misericordia, la giustizia degenera in punizione e la verità si trasforma in strumento di condanna. San Tommaso d’Aquino aveva colto questa verità essenziale: misericordia veritatis — la misericordia della verità — è la sola che salva, perché non sopprime la giustizia, ma la compie nella carità. Quando la verità viene separata dalla misericordia, resta soltanto la crudeltà del giudizio umano.

Sant’Agostino ammoniva che eliminando Dio resta il peccato, ma senza perdono»[2]. Quando si rimuove questa verità, resta soltanto il potere di alcuni di dichiarare reato ciò che un tempo si chiamava peccato. È l’esito ultimo di quella “libertà senza verità” che costituisce la più pericolosa delle illusioni moderne[3].

Non si tratta, dunque, di un superamento del giudizio morale, bensì della sua secolarizzazione estrema. L’uomo moderno non ha smesso di distinguere tra ciò che ritiene giusto e ciò che reputa ingiusto; ha solo mutato il fondamento e la sanzione di tale distinzione. Là dove un tempo il peccato veniva confessato e redento, oggi l’errore di pensiero dev’essere denunciato e punito. La redenzione cristologica è sostituita dalla rieducazione sociale. E questo passaggio è stato graduale, ma inesorabile. La cultura della colpa senza Dio ha generato un sistema morale chiuso, che funziona con la stessa logica inquisitoria delle eresie antiche, ma con segni rovesciati. Il tribunale non è più quello della Chiesa che mirava a includere l’errante nel cammino di salvezza, ma quello dei media che condannano all’esclusione senza appello; la penitenza non è più la conversione del cuore, ma la pubblica abiura delle proprie idee; il perdono non è più grazia, ma reintegrazione condizionata nella comunità ideologicamente corretta. In tal modo, la società post-cristiana ha creato una nuova teologia civile, fatta di dogmi inviolabili e di liturgie collettive. Chi li contesta diviene apostata della nuova religione secolare, un deviante da espellere. È qui che il concetto di libertà subisce il suo rovesciamento: ciò che un tempo era libertà di coscienza diviene oggi libertà vigilata dell’opinione. Si può dire tutto, purché si dica nel linguaggio autorizzato.

La morale pubblica, svincolata dal peccato ma ossessionata dalla colpa, finisce per produrre una nuova forma di puritanesimo, più crudele di quella che essa credeva di aver superato. Perché il puritanesimo moderno non nasce più da un eccesso di religione, ma da un difetto di fede; non mira alla santità, ma alla conformità. E in questa nuova ortodossia civile, il peccatore non può più convertirsi: può solo tacere.

 

dall’Isola di Patmos, 16 novembre 2025

 

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Note

[1] Cfr. San Giovanni Paolo II, Dives Misericordia, n. 14.

[2] Cfr. Sant’Agostino, Confessiones, II, 4,9

[3] Cfr. San Giovanni Paolo II, Veritatis Splendor, 84.

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THE REPLACEMENT OF SIN WITH THE CRIME OF OPINION IN CONTEMPORARY SOCIETY

Public morality, detached from sin yet obsessed with guilt, ends by producing a new form of puritanism, more cruel than the one it believed it had overcome. For modern puritanism no longer arises from an excess of religion, but from a defect of faith; it no longer aims at holiness, but at conformity. And in this new civil orthodoxy, the sinner can no longer convert; he can only remain silent.

—Theologica—

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At the very moment when the concept of sin is expelled from language and from collective thought, society — stripped of its theological dimension — does not cease to judge. On the contrary, paradoxically, it judges more than before. Having rejected God’s judgement, man places himself as the absolute measure of good and evil. Thus, in the name of freedom, new moral tribunals are erected—tribunals that admit of no appeal. Today it is enough to affirm that abortion is not a “great social achievement” but a vile massacre of the innocent, to be accused of hatred; it is enough to question the homosexualist culture to be declared an enemy of freedom and progress; or to be branded as obscurantist for having dared to defend the institution of the natural family; or simply to express the truth that human life is a gift of God, to be suspected of religious fanaticism.

In this way, to the theology of sin understood as an act of the will that separates man from God and from which there follows the voluntary and freely chosen deprivation of grace, society substitutes a sociology of guilt. It is no longer sin that offends God, but the “heretical” opinion that offends collective sensitivity. Thus a system of symbolic sanctions is created which, although it does not have the form of law, acts with the same coercive force: marginalisation, censorship, and the loss of the right to speak. A lecturer who dares to discuss critically the “dogmas” of single thought is suspended or isolated; an artist who represents the Christian faith outside the canons of secularist aesthetics is accused of provocation; a priest who recalls the necessity of moral judgement is charged with fomenting hatred. Even a simple Gospel quotation — such as “I am the way, the truth, and the life” (Jn 14:6) — can be read as an act of presumption or of offence. Trials are no longer held in courts of law, but in television studios and on social networks, where guilt is measured in seconds and condemnation is pronounced by the crowd.

Television talk shows have by now become a veritable plague: in them there is no real debate, not even through exchanges that, even if polemical, are articulated in questions and answers. Quite the contrary: topics are raised — often very delicate and complex ones — in order to trigger brawls at the end of which no conclusion is ever reached. All this is studied and intended. Experts and scholars from various fields of knowledge are invited, and the presenters ask them, without the slightest sense of human absurdity, to respond in half a minute to controversial questions that the sciences and philosophy have been debating for centuries. If the scholar dares to exceed thirty or forty seconds, the unavoidable commercial break arrives; once it is over, a new segment of the programme begins and the invited scholar has in the meantime disappeared from the television panel.

By contrast, at the beginning of the evening, the now calm presenter — in an attitude of almost genuflecting deference — allows the politician in office particularly favoured by that network to speak without any contradiction, granting him a forty-minute uninterrupted monologue, with five or six questions posed in a pleasant and subdued manner, clearly agreed in advance so as to avoid unwelcome questions. In such circumstances there are no advertising emergencies of any sort, the very same that only a short while before were justified by the alleged necessity of supporting the television company that lives on advertising revenue. Everything is postponed to the subsequent segments, where particularly aggressive journalists are put on air, chasing private citizens or local public administrators with microphones and cameras, commanding them in a stern and peremptory tone: “You must answer… you must answer!” They ignore the fact that the faculty of not answering — and not to a journalist, but to an investigating magistrate — is one of the fundamental constitutional rights recognised to the person under investigation and to the defendant. Then there follows yet another segment in which one does not hesitate to ask a philosopher to explain in four words — for a maximum of thirty seconds — the principles of metaphysics “in a way that everyone can understand,” or to ask an astrophysicist to clarify, in a few moments, the dynamics of the expansion of the universe.

In such a context, the television screen becomes partly the chair of modern non-knowledge and partly the new moral chair of the world: from it are pronounced absolutions and condemnations, and it is decided who is worthy of speech and who must be reduced to silence. In modernity one no longer seeks forgiveness, but the public exposure of the guilty. Penance is no longer the fruit of conversion, but social erasure. In appearance, it seems a form of justice, but in reality it is only a new sacrificial ritual without redemption. It is the inverted confessional of modernity, where one does not seek forgiveness but the public exposure of the guilty. And penance is no longer conversion, but erasure. In appearance, it seems a victory for freedom: with sin eliminated, man believes himself freed from all moral judgement. Yet in reality, precisely by denying sin, he has erased the very possibility of forgiveness. For if there is no longer a God who judges and redeems, there is no longer any act of mercy that can forgive and wipe away sin. What remains is only guilt as a permanent condition, a social brand that cannot be erased, because no one any longer possesses either the authority or the will to forgive.

Unfortunately, in recent years, even within the Church there has at times been a yielding to this same worldly logic, adopting expressions and criteria proper to squares moved by a lynch-mob emotionality. After the grave scandals that have involved — and often overwhelmed various members of our clergy — scandals that canon law properly defines as delicta graviora, a formula has begun to be used, even at the highest levels, which sounds like an insult to the Christian faith: “zero tolerance.” Such language, borrowed from the political and media lexicon, reveals a mentality foreign to the Gospel and to the Church’s penitential tradition. It is obvious that in the face of certain crimes — such as sexual abuse of minors — the perpetrator must be immediately neutralised and placed in the condition of no longer being able to cause harm, and therefore subjected to a punishment that is just, proportionate and, according to canonical doctrine, medicinal, that is, directed to his recovery and conversion. For this reason, the expression “zero tolerance” is aberrant on the doctrinal and pastoral plane, because it does not belong to the language of the Church, but to that of populist campaigns that aim at and play upon the gut instincts of the masses.

By declaring that it is the sick and not the healthy who are in need of a physician (cf. Mt 9:12), Jesus indicates and entrusts to us a precise mission; He does not invite us to “zero tolerance.”

Before these new tendencies, a paradoxical moral short circuit emerges: the very same consciences that for years have hidden the filth under the carpets with rare and conspiratorial clerical malice now show themselves zealous in publicly proclaiming their severity, as though purifying themselves before the world. At times the innocent, or the merely suspected, are struck down in order to demonstrate rigour, while the true guilty — once protected — often remain unpunished and, at times, are promoted to the highest ecclesial and ecclesiastical positions, for it is precisely there that we find them all, “to judge the living and the dead,” almost as though their kingdom — the kingdom of falsehood and hypocrisy — “will have no end,” in a kind of inverted Creed. All this is presented as proof of a “new Church” that would at last have embraced the politics of firmness.

And what of the much-vaunted mercy, what has become of it? If we look closely, we shall discover that, in order to be able to benefit from mercy, it seems necessary to be black people who commit acts of violence in the most central areas of the cities, including assaults against the very Forces of Order, yet who are promptly justified, not because they do not commit crimes, but because, being violent and inclined to delinquency, it is said that they act on account of a society strictly guilty of not having adequately welcomed and integrated them.

Let us ask ourselves: what credibility can a Gospel proclamation have that preaches mercy only for certain “protected categories” and at the same time adopts the logic of so-called “zero tolerance” towards those who, within its own ranks, have gravely erred? It is here that the most dramatic outcome of internal secularisation is manifested: the Church which, in order to please the world, renounces the language of redemption to assume that of lynch-mob vengeance, showing herself merciful only with that which corresponds to the social tendencies of political correctness.

In Christianity, sin was a wound that could be healed; in secularised anthropology, guilt is an indelible stain. The sinner could convert and be reborn; the contemporary culprit can only be punished or re-educated. Mercy, deprived of its theological foundation, becomes an administrative gesture, a paternalistic concession, a public act of clemency that does not regenerate but humiliates. For true mercy is not born from an emotion or from an act of indulgence, but from the redemptive justice of God, which is manifested in the sacrifice of the Son and finds its fulfilment in the Cross, where justice and mercy embrace. It is not the opposite of justice, but its fullness, as the Psalm affirms: “Love and truth will meet, justice and peace will kiss” (Ps 85:11).

When this foundation is lost, mercy is reduced to tolerance, justice to vengeance; forgiveness loses its saving power and justice becomes pitiless because it is deprived of grace, and man, who believed he was freeing himself from sin, discovers that he is a prisoner of guilt.

It is the inverted logic of the Gospel: where Christ said, “Go, and from now on do not sin any more” (Jn 8:11), the secularised world says, “You have sinned, and therefore you no longer deserve to speak”. Where the Church once proclaimed the possibility of redemption, the new civil morality proclaims the irredeemability of the guilty. This is the true drama of modernity: not having replaced God with man, but having replaced mercy with vengeance. And divine mercy is not weakness, but the most sublime form of justice¹. Without mercy, justice degenerates into punishment and truth becomes an instrument of condemnation. Saint Thomas Aquinas had grasped this essential truth: misericordia veritatis — the mercy of truth — is the only mercy that saves, because it does not suppress justice but fulfils it in charity. When truth is separated from mercy, there remains only the cruelty of human judgement. Saint Augustine warned that, by eliminating God, sin remains — but without forgiveness². When this truth is removed, what remains is only the power of some to declare as a crime what was once called sin. This is the ultimate outcome of that “freedom without truth” which constitutes the most dangerous of modern illusions³.

It is not, therefore, a surpassing of moral judgement, but its extreme secularisation. Modern man has not ceased to distinguish between what he considers just and what he deems unjust; he has only changed the foundation and the sanction of that distinction. Where once sin was confessed and redeemed, today error of thought must be denounced and punished. Christological redemption is replaced by social re-education. And this passage has been gradual, but inexorable. The culture of guilt without God has generated a closed moral system, which functions with the same inquisitorial logic as the ancient heresies, but with reversed signs. The tribunal is no longer that of the Church, which aimed to include the erring within the path of salvation, but that of the media, which condemn to exclusion without appeal; penance is no longer the conversion of the heart, but the public recantation of one’s own ideas; forgiveness is no longer grace, but conditional reintegration into the ideologically correct community. In this way, post-Christian society has created a new civil theology, made up of inviolable dogmas and collective liturgies. Whoever contests them becomes an apostate of the new secular religion, a deviant to be expelled. It is here that the very concept of freedom is overturned: what was once freedom of conscience becomes today supervised freedom of opinion. One may say everything, provided it is said in the authorised language.

Public morality, detached from sin yet obsessed with guilt, ends by producing a new form of puritanism, more cruel than the one it believed it had overcome. For modern puritanism no longer arises from an excess of religion, but from a defect of faith; it no longer aims at holiness, but at conformity. And in this new civil orthodoxy, the sinner can no longer convert; he can only remain silent.

From the Island of Patmos, 13 November 2025

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Notes
¹ St John Paul II, Dives in Misericordia, n. 14.
² St Augustine, Confessiones, II, 4, 9.
³ St John Paul II, Veritatis Splendor, 84.

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LA SUSTITUCIÓN DEL PECADO POR EL DELITO DE OPINIÓN EN LA SOCIEDAD CONTEMPORÁNEA

La moral pública, desligada del pecado pero obsesionada con la culpa, termina produciendo una nueva forma de puritanismo, más cruel que aquella que creía haber superado. Porque el puritanismo moderno ya no nace de un exceso de religión, sino de un defecto de fe; no apunta a la santidad, sino a la conformidad. Y en esta nueva ortodoxia civil, el pecador ya no puede convertirse: solo puede callar

— Theologica—

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En el momento en que el concepto de pecado hacido expulsado del lenguaje y del pensamiento colectivo, la sociedad — privada de su dimensión teológica — no deja, sin embargo, de juzgar. Es más, paradójicamente, juzga más que antes. Rechazado el juicio de Dios, el hombre se pone a sí mismo como medida absoluta del bien y del mal. Y así, en nombre de la libertad, se erigen nuevos tribunales morales que no admiten apelación. Hoy basta afirmar que el aborto no es una «gran conquista social» sino una vil matanza de inocentes para ser acusado de odio; basta poner en cuestión la cultura homosexualista para ser declarado enemigo de la libertad y del progreso, ser tachado de scurantista por haber osado defender la institución de la familia natural, o simplemente expresar la verdad de que la vida humana es don de Dios para ser sospechoso de fanatismo religioso.

A la teología del pecado entendido como acto de la voluntad que separa al hombre de Dios y del cual deriva la privación voluntaria y libre de la gracia, la sociedad sustituye la sociología de la culpabilidad. Ya no es el pecado el que ofende a Dios, sino la opinión “herética” la que ofende la sensibilidad colectiva. Así se crea un sistema de sanciones simbólicas que, aun sin tener forma jurídica, actúan con la misma fuerza coercitiva: la marginación, la censura, la pérdida de la palabra. Un docente que ose discutir críticamente los “dogmas” del pensamiento único es suspendido o aislado; un artista que representa la fe cristiana fuera de los cánones de la estética laicista es acusado de provocación; un sacerdote que recuerda la necesidad del juicio moral es acusado de fomentar el odio. Incluso una simple cita evangélica — como «Yo soy el camino, la verdad y la vida» (Jn 14,6) — puede ser leída como un acto de presunción o de ofensa. Los procesos ya no se celebran en los tribunales, sino en los estudios televisivos y en las redes sociales, donde la culpa se mide en segundos y la condena se pronuncia en masa.

Los talk show televisivos se han convertido en una verdadera plaga: en ellos no se debate, ni siquiera mediante confrontaciones que, aun siendo polémicas, se articulan en preguntas y respuestas. Todo lo contrario: se plantean temas — a menudo muy delicados y complejos — para desencadenar riñas al término de las cuales no se llega a conclusión alguna. Todo ello está estudiado. Se invita a expertos y estudiosos de los diversos campos del saber, a los cuales los presentadores piden, sin el menor reparo de humano ridículo, que respondan en medio minuto a cuestiones controvertidas que las ciencias y la filosofía debaten desde hace siglos. Si el estudioso se atreve a superar los treinta o cuarenta segundos, llega el inaplazable corte publicitario; concluido este, comienza un nuevo bloque del programa y el estudioso invitado ha desaparecido entretanto del estudio televisivo.

En compensación, sin embargo, al inicio de la velada, el presentador, ahora sosegado — en una actitud de deferencia casi genuflexa — deja hablar sin ningún tipo de contradicción al político en ejercicio particularmente grato a aquella cadena, al cual se le concede un monólogo de cuarenta minutos ininterrumpidos, con cinco o seis preguntas formuladas de modo amable y en tono sumiso, evidentemente acordadas de antemano para evitar cuestiones incómodas. En estas circunstancias no existen urgencias publicitarias de ningún género, las mismas que poco antes se justificaban con la necesidad de sostener la empresa televisiva que vive de los ingresos publicitarios. Todo se remite a los bloques sucesivos, donde se emiten periodistas particularmente agresivos que persiguen a privados o a administradores públicos periféricos con micrófonos y cámaras, intimándoles en tono severo y perentorio: «¡Usted debe responder … usted debe responder!». Ignorando que la facultad de no responder — y no a un periodista, sino a un magistrado instructor — es uno de los derechos constitucionales fundamentales reconocidos al investigado y al imputado. Sigue luego el bloque sucesivo en el cual no se vacila en pedir a un filósofo que explique en cuatro palabras — por un máximo de treinta segundos — los principios de la metafísica «de modo comprensible para todos», o a un astrofísico que aclare en pocos instantes las dinámicas de la expansión del universo.

En un contexto semejante, la pantalla televisiva se convierte en parte en la cátedra del moderno no-saber y en parte en la nueva cátedra moral del mundo: desde ella se pronuncian absoluciones y condenas, y se decide quién es digno de palabra y quién debe ser reducido al silencio. En la modernidad ya no se busca el perdón, sino la exposición pública del culpable. La penitencia ya no es fruto de la conversión, sino la cancelación social. En apariencia parece una forma de justicia, pero en realidad no es más que un nuevo ritual sacrificial sin redención. Es el confesionario invertido de la modernidad, donde no se busca el perdón, sino la exposición pública del culpable. Y la penitencia ya no es la conversión, sino la cancelación. En apariencia, parece una conquista de libertad: eliminado el pecado, el hombre se cree liberado de todo juicio moral. Pero en realidad, precisamente al negar el pecado, ha borrado la posibilidad misma del perdón. En efecto, si ya no existe un Dios que juzga y redime, tampoco existe ya un acto de misericordia que pueda perdonar y borrar el pecado. Solo queda el sentimiento de culpa como condición permanente, una marca social que no se borra, porque nadie posee ya la autoridad ni la voluntad de perdonar.

Por desgracia, en los últimos años, también dentro de la Iglesia se ha cedido a veces a la misma lógica mundana, adoptando expresiones y criterios propios de las plazas movidas por la emotividad de linchamiento. Tras los graves escándalos que han implicado y a menudo arrasado a varios miembros de nuestro clero — escándalos que el derecho canónico define propiamente como delictis gravioribus —, se ha comenzado a usar, incluso en los más altos niveles, una fórmula que suena como un insulto a la fe cristiana: «tolerancia cero». Un lenguaje semejante, tomado del léxico político y mediático, revela una mentalidad ajena al Evangelio y a la tradición penitencial de la Iglesia. Es obvio que ante ciertos crímenes —como los abusos sexuales a menores — el autor debe ser inmediatamente neutralizado y puesto en la condición de no poder hacer más daño, y por tanto sometido a una pena justa, proporcionada y, según la doctrina canónica, medicinal, es decir, orientada a su recuperación y conversión. Por ello, la expresión «tolerancia cero» resulta aberrante en el plano doctrinal y pastoral, porque no pertenece al lenguaje de la Iglesia, sino al de las campañas populistas que apuntan y juegan con las vísceras de las masas.

Al declarar que quienes necesitan del médico son los enfermos y no los sanos (cf. Mt 9,12), Jesús nos indica y confía una misión precisa, no nos invita a la «tolerancia cero».

Ante estas nuevas tendencias surge un paradójico cortocircuito moral: las mismas conciencias que durante años han escondido la suciedad bajo las alfombras con rara y omertosa malicia clerical hoy se muestran celosas al proclamar públicamente su severidad, casi como para purificarse ante el mundo. A veces se golpea a los inocentes o a los simplemente sospechosos para demostrar rigor, mientras que los verdaderos culpables — en otros tiempos protegidos — suelen quedar impunes y, en ocasiones, son promovidos a los más altos vértices eclesiales y eclesiásticos, porque es precisamente allí donde los encontramos a todos, «para juzgar a vivos y muertos», casi como si su reino — el de la falsedad y de la hipocresía — «no tuviera fin», en una suerte de Credo al revés. Todo esto se presenta como prueba de una «nueva Iglesia» que habría abrazado por fin la política de la firmeza.

¿Y la tan decantada misericordia, qué hasido de ella? Si vamos a ver, descubriremos que para poder beneficiarse de la misericordia parece necesario ser negros que cometen violencias en las zonas más céntricas de las ciudades, incluidas agresiones a las mismas Fuerzas del Orden, y sin embargo prontamente justificados, no porque no cometan delitos, sino porque, siendo violentos y propensos a delinquir, se afirma que la culpa recae en una sociedad rigurosamente culpable de no haberlos acogidos e integrados adecuadamente. Preguntémonos: ¿qué credibilidad puede tener un anuncio evangélico que predica la misericordia solo para ciertas “categorías protegidas” y al mismo tiempo adopta la lógica de la llamada «tolerancia cero» para quienes, en su propio seno, han errado gravemente? Aquí se manifiesta el resultado más dramático de la secularización interna: la Iglesia que, para complacer al mundo, renuncia al lenguaje de la redención para asumir el de la venganza de los linchamientos, mostrándose misericordiosa solo con aquello que corresponde a las tendencias sociales de lo políticamente correcto.

En el cristianismo, el pecado era una herida que podía ser curada; en la antropología secularizada, la culpa es una mancha indeleble. El pecador podía convertirse y renacer; el culpable contemporáneo solo puede ser castigado o reeducado. La misericordia, privada de su fundamento teológico, se convierte en un gesto administrativo, una concesión paternalista, un acto de clemencia pública que no regenera, sino que humilla. Porque la verdadera misericordia no nace de un movimiento del ánimo ni de un acto de indulgencia, sino de la justicia redentora de Dios, que se manifiesta en el sacrificio del Hijo y encuentra cumplimiento en la Cruz, donde la justicia y la misericordia se abrazan. No es lo contrario de la justicia, sino su plenitud, como afirma el Salmo: «El amor y la verdad se encontrarán, la justicia y la paz se besarán» (Sal 85,11).

Cuando se pierde este fundamento, la misericordia se reduce a tolerancia, la justicia a venganza; el perdón pierde su fuerza salvífica y la justicia se vuelve despiadada porque carece de gracia, y el hombre, que creía haberse liberado del pecado, descubre que es prisionero de la culpa.

Es la lógica invertida del Evangelio: donde Cristo decía «Vete, y de ahora en adelante no peques más» (Jn 8,11), el mundo secularizado dice: «Has pecado, y por tanto ya no mereces hablar». Allí donde la Iglesia anunciaba la posibilidad de la redención, la nueva moral civil proclama la irredimibilidad del culpable. Este es el verdadero drama de la modernidad: no haber sustituido a Dios por el hombre, sino haber sustituido la misericordia por la venganza. Y la misericordia divina no es debilidad, sino la forma más sublime de la justicia. Sin misericordia, la justicia degenera en castigo y la verdad se transforma en instrumento de condena. Santo Tomás de Aquino había captado esta verdad esencial: misericordia veritatis — la misericordia de la verdad — es la única que salva, porque no suprime la justicia, sino que la cumple en la caridad. Cuando la verdad se separa de la misericordia, solo queda la crueldad del juicio humano¹.

San Agustín advertía que, eliminando a Dios, permanece el pecado, pero sin perdón. Cuando se elimina esta verdad, solo queda el poder de algunos para declarar delito lo que en otro tiempo se llamaba pecado². Es el resultado último de esta “libertad sin verdad” que constituye la más peligrosa de las ilusiones modernas³.

No se trata, pues, de una superación del juicio moral, sino de su secularización extrema. El hombre moderno no ha dejado de distinguir entre lo que considera justo y lo que reputa injusto; solo ha cambiado el fundamento y la sanción de tal distinción. Allí donde en otro tiempo el pecado se confesaba y se redimía, hoy el error de pensamiento debe ser denunciado y castigado. La redención cristológica es sustituida por la reeducación social. Y este paso ha sido gradual, pero inexorable. La cultura de la culpa sin Dios ha generado un sistema moral cerrado, que funciona con la misma lógica inquisitorial de las herejías antiguas, aunque con signos invertidos. El tribunal ya no es el de la Iglesia, que buscaba incluir al errante en el camino de la salvación, sino el de los medios de comunicación, que condenan a la exclusión sin apelación; la penitencia ya no es la conversión del corazón, sino la abjuración pública de las propias ideas; el perdón ya no es gracia, sino readmisión condicionada en la comunidad ideológicamente correcta. De este modo, la sociedad poscristiana ha creado una nueva teología civil, hecha de dogmas inviolables y de liturgias colectivas. Quien los cuestiona se convierte en apóstata de la nueva religión secular, un desviado que debe ser expulsado. Es aquí donde el concepto de libertad sufre su inversión: lo que en otro tiempo era libertad de conciencia se convierte hoy en libertad vigilada de opinión. Se puede decir todo, con tal de que se diga en el lenguaje autorizado.

La moral pública, desligada del pecado pero obsesionada con la culpa, termina produciendo una nueva forma de puritanismo, más cruel que aquella que creía haber superado. Porque el puritanismo moderno ya no nace de un exceso de religión, sino de un defecto de fe; no apunta a la santidad, sino a la conformidad. Y en esta nueva ortodoxia civil, el pecador ya no puede convertirse: solo puede callar.

Desde la Isla de Patmos, 13 de noviembre de 2025

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Notas
¹ San Juan Pablo II, Dives in Misericordia, n. 14.
² San Agustín, Confesiones, II, 4, 9.
³ San Juan Pablo II, Veritatis Splendor, 84.

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Andrea Cionci e l’epilogo della penosa mezogna dalla quale non sa più come uscire fuori

ANDREA CIONCI E L’EPILOGO DELLA PENOSA MENZOGNA DALLA QUALE NON SA PIÙ COME USCIRE FUORI

Ha vilipeso per anni il Sommo Pontefice Francesco definendolo «invalidamente eletto», «antipapa», «falso papa», «usurpatore del trono di Pietro», «eretico», «apostata», «malvagio Bergoglio» … proseguendo poi a sostenere che non sappiamo se l’attuale Pontefice regnante sia veramente valido. Pur malgrado si sente legittimato — senza umana pena di ridicolo — a presentare persino fantomatiche denunce presso gli uffici giudiziari di Sua Santità.

– Le brevi dei Padri de L’Isola di Patmos –

Autore
Redazione de L’Isola di Patmos 

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I Padri de L’Isola di Patmos prendono atto che in seguito a un articolo del nostro Monaco Eremita (cfr. QUI), il Signor Andrea Cionci, cantante lirico, ma oggi grande esperto di diritto canonico, in un suo video dell’11 novembre corrente ha accusato il direttore responsabile di questa rivista d’essere un sedicente-sacerdote e sedicente-teologo. A questi insulti, non propriamente lievi, aggiunge d’aver presentato una denuncia a suo carico presso l’ufficio del Promotore di Giustizia dello Stato della Città del Vaticano (cfr. QUI).

Merita ricordare che il Signor Cionci ha vilipeso per anni il Sommo Pontefice Francesco definendolo «invalidamente eletto», «antipapa», «falso papa», «usurpatore del trono di Pietro», «eretico», «apostata», «malvagio Bergoglio» … proseguendo poi a sostenere che non sappiamo se l’attuale Pontefice regnante sia veramente valido. Pur malgrado si sente legittimato — senza umana pena di ridicolo — a presentare persino fantomatiche denunce presso gli uffici giudiziari di Sua Santità; uffici preposti a emanare sentenze di assoluzione o di condanna in Nome del Romano Pontefice validamente eletto, nonché succeduto ad altrettanto valido Predecessore.

La domanda logica è quindi di rigore: non si tratta forse degli uffici giudiziari dello stesso Romano Pontefice a cui riguardo il Signor Cionci va dicendo in giro che non sappiamo se è valido, vista la invalidità del Predecessore, da lui pubblicamente vilipeso come «eretico» e «apostata»? Non è forse egli stesso a sostenere in articoli e conferenze che se un pontefice è invalido sono invalidi ipso facto e ipso jure tutti i suoi atti? 

Il Signor Cionci si è incartato in un castello di menzogne e assurdità attraverso il suo surreale pamphlet “Codice Ratzinger”, dal quale oggi non sa più come uscire fuori, salvo seguitare a esporsi alla pubblica derisione, come provano i fatti senza facile pena di smentita, compresa la patetica minaccia di essersi rivolto alla giustizia di quella istituzione che lui oltraggia da anni colpendo e delegittimando il papato mediante il pubblico vilipendio della figura del Romano Pontefice, seguitando imperterrito, tutt’oggi, a recare oltraggio alla memoria del Santo Padre Francesco.

Però dice di essersi rivolto alla giustizia vaticana contro un sedicente-prete e sedicente-teologo. E con questo è detto tutto riguardo la logica e la coerenza del Signor Cionci.

 

Dall’Isola di Patmos, 15 novembre 2025

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Il tempo perduto e il presente eterno: Sant’Agostino per l’uomo contemporaneo affamato di tempo – The lost time and the eternal present: Saint Augustine for the contemporary man starved of time – El tiempo perdido y el presente eterno: San Agustín para el hombre contemporáneo hambriento de tiempo

Italian, english, español

 

IL TEMPO PERDUTO E IL PRESENTE ETERNO: AGOSTINO PER L’UOMO CONTEMPORANEO AFFAMATO DI TEMPO

Il passato non è più, il futuro non è ancora. Sembrerebbe esistere solo il presente. Ma anche il presente è problematico. Se avesse una durata, sarebbe divisibile in un prima e un dopo, dunque i non sarebbe più presente. Il presente, per essere tale, deve essere un istante senza estensione, un punto di fuga tra ciò che non è più e ciò che non è ancora. Ma come può qualcosa che non ha durata costituire la realtà del tempo?

— Theologica —

Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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La società contemporanea vive una relazione schizofrenica con il tempo. Da un lato, esso è il bene più prezioso, una risorsa perennemente scarsa.

La nostra vita è scandita da agende fitte, scadenze incalzanti e dalla sensazione opprimente di «non avere mai tempo». L’efficienza, la velocità, l’ottimizzazione di ogni istante sono diventati i nuovi imperativi categorici di un’umanità che corre affannosamente, ansiosamente spesso senza conoscere la meta. L’uomo oggi è affamato di tempo, una fame che sembra oggi sempre di più prendere spazio nell’anima e nello spirito. Infatti, spesso proprio la fame di tempo colpisce visibilmente i più fragili, con le tante sindromi d’ansia generalizzate, gli attacchi di panico e altre patologie mentali. Paradossalmente, dall’altro lato, questo tempo così agognato e misurato ci sfugge, si dissolve in una sequela di impegni che lasciano un senso di vuoto, di incompiutezza. Nell’era della connessione istantanea, siamo sempre più disconnessi dal presente, proiettati verso un futuro che non arriva mai o ancorati a un passato che non si può cambiare. Siamo ricchi di istanti, ma poveri di tempo vissuto.

Questa esperienza di frammentazione e di angoscia è stata lucidamente analizzata dal filosofo Martin Heidegger, quasi un secolo fa. Per il filosofo tedesco, l’esistenza umana (il Dasein, l’esser-ci) è intrinsecamente temporale. L’uomo non «ha» il tempo, ma «è» tempo. La nostra esistenza è un «essere-per-la-morte», una continua proiezione verso il futuro, consapevoli di essere persone finite, limitate e non eterne. Il tempo autentico, per Heidegger, non è la sequenza omogenea di istanti misurata dall’orologio (chiamato il tempo «volgare»), ma l’apertura alle tre dimensioni dell’esistenza: il futuro (il progetto), il passato (l’essere-gettato) e il presente (la de-iezione nel mondo). L’angoscia di fronte alla morte e alle proprie limitazioni, quindi, non è un sentimento negativo da fuggire, ma la condizione che può rivelarci la possibilità di una vita autentica, in cui l’uomo si appropria della propria temporalità e del proprio destino finito[1].

Sebbene profonda, questa analisi rimane tuttavia orizzontale, confinata nell’immanenza di un’esistenza che termina con la morte. L’orizzonte è il nulla. È qui che la riflessione cristiana, e, in particolare, il genio di Sant’Agostino d’Ippona, apre una prospettiva radicalmente diversa: verticale, trascendente[2]. Agostino non si limita a descrivere l’esperienza del tempo, ma la interroga fino a farla diventare una via per interrogare Dio. In questa interrogazione, scopre che la soluzione all’enigma del tempo non si trova nel tempo stesso, ma al di fuori di esso, nell’Eternità che lo fonda e lo redime.

Nel Libro XI delle sue Confessioni, Agostino affronta con disarmante onestà una domanda apparentemente ingenua, ma teologicamente esplosiva: «Quid faciebat Deus, antequam faceret caelum et terram?» (Cosa faceva Dio prima di creare il cielo e la terra?)[3]. La domanda presuppone un «prima» della creazione, un tempo in cui Dio sarebbe esistito in una sorta di ozio, aspettando il momento giusto per agire. La risposta di Agostino è una rivoluzione concettuale che smantella alla radice questo presupposto. Egli non risponde eludendo la domanda con una battuta («Preparava l’inferno per chi indaga misteri troppo alti», come suggerivano alcuni), ma la demolisce dall’interno. Non esiste un «prima» della creazione, perché il tempo stesso è una creatura. Dio non ha creato il mondo nel tempo, ma con il tempo: «Tu sei l’artefice di tutti i tempi», scrive il dottore D’Ippona[4]. Prima della creazione, semplicemente, non c’era tempo.

Questa intuizione apre la via alla comprensione della natura dell’eternità divina. L’eternità non è un tempo infinitamente esteso, un «sempre» che si prolunga senza fine nel passato e nel futuro. Questa sarebbe una concezione ancora “temporale» dell’eternità. L’eternità di Dio è l’assenza totale di successione, la pienezza perfetta e simultanea di una vita senza fine. Per usare un’immagine classica della teologia, Dio è un Nunc stans, un «eterno presente»[5]. In Lui non c’è passato (memoria) né futuro (attesa), ma solo l’atto puro e immutabile del Suo Essere. «I tuoi anni sono un solo giorno», dice Agostino rivolgendosi a Dio, «e il tuo giorno non è ogni giorno, ma oggi, perché il tuo oggi non cede il passo al domani e non succede all’ieri. Il tuo oggi è l’eternità»[6].

La dottrina cattolica ha formalizzato questo concetto definendo l’eternità come uno degli attributi divini, uno degli elementi che compone il «dna» di Dio. Dio è immutabile, assolutamente perfetto e semplice. La successione temporale implica un cambiamento, un passaggio dalla potenza all’atto, che è inconcepibile in Colui che è «Atto Puro», come insegna San Tommaso d’Aquino[7]. Pertanto, ogni tentativo di applicare a Dio le nostre categorie temporali, che sono categorie di noi uomini che siamo nel tempo, è destinato a fallire. Egli è il Signore del tempo proprio perché non ne è prigioniero.

«Che cos’è dunque il tempo?». Una volta stabilita la «extraterritorialità» di Dio rispetto al tempo, Agostino si trova di fronte al secondo, e forse più arduo, problema: definire la natura del tempo stesso. È qui che emerge il celebre paradosso che ha affascinato generazioni di pensatori: «Quid est ergo tempus? Si nemo ex me quaerat, scio; si quaerenti explicare velim, nescio» (Che cos’è dunque il tempo? Se nessuno me lo chiede, lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so)[8] . Questa affermazione non è una dichiarazione di ignoranza ed agnosticismo, ma il punto di partenza di una profonda indagine spirituale e fenomenologica. Agostino sperimenta la realtà del tempo, la vive, la misura, eppure non riesce a racchiuderla in un concetto. Inizia allora un processo di smontaggio delle convinzioni comuni del proprio secolo. Il tempo è forse il movimento dei corpi celesti, del sole, della luna e delle stelle? No, risponde, perché anche se i cieli si fermassero, un vaso di vasaio continuerebbe a girare, e noi misureremmo il suo movimento nel tempo. Il tempo, quindi, non è il movimento in sé, ma la misura del movimento. Ma come possiamo misurare qualcosa di così inafferrabile?

Il passato non è più, il futuro non è ancora. Sembrerebbe esistere solo il presente. Ma anche il presente è problematico. Se avesse una durata, sarebbe divisibile in un prima e un dopo, dunque i non sarebbe più presente. Il presente, per essere tale, deve essere un istante senza estensione, un punto di fuga tra ciò che non è più e ciò che non è ancora. Ma come può qualcosa che non ha durata costituire la realtà del tempo?

La soluzione agostiniana è tanto geniale quanto introspettiva. Dopo aver cercato il tempo nel mondo esterno, nei cieli e negli oggetti, Agostino lo trova all’interno, nell’anima dell’uomo. Il tempo non ha una consistenza ontologica fuori di noi; la sua realtà è psicologica. È una distentio animi, una «distensione» o «dilatazione» dell’anima. Come funziona? Vediamo …

L’anima umana ha tre facoltà che corrispondono alle tre dimensioni del tempo:

  1. La memoria (memoria): Attraverso di essa, l’anima rende presente ciò che è passato. Il passato non esiste più in re, ma esiste nell’anima come ricordo attuale.
  2. L’attesa (expectatio): Attraverso di essa, l’anima anticipa e rende presente ciò che non è ancora. Il futuro non esiste ancora, ma esiste nell’anima come aspettativa presente.
  3. L’attenzione (attentio o contuitus): Attraverso di essa, l’anima si concentra sull’istante presente, che è il punto in cui l’attesa si trasforma in memoria.

Quando cantiamo una canzone, spiega Agostino con un esempio bellissimo, la nostra anima è «distesa». L’intera canzone è presente nell’attesa prima di iniziare; man mano che le parole vengono pronunciate, esse passano dall’attesa all’attenzione e infine si depositano nella memoria. L’azione si svolge nel presente, ma è resa possibile da questa continua «distensione” dell’anima tra il futuro (che si accorcia) e il passato (che si allunga)[9].Il tempo, dunque, è la misura di questa impressione che le cose lasciano nell’anima e che l’anima stessa produce.

La speculazione agostiniana, pur essendo di altissimo livello filosofico e teologico, non è un semplice esercizio intellettuale. Essa offre a tutti noi oggi una chiave per redimere la propria esperienza del tempo e per vivere in modo più autentico e spiritualmente fecondo. Offro tre riflessioni dunque che scaturiscono dalla prospettiva agostiniana.

La nostra vita quotidiana è dominata dal Chronos, il tempo quantitativo, sequenziale, misurato dall’orologio. È il tempo dell’efficienza, della produttività, dell’ansia, dicevamo all’inizio. La riflessione di Agostino ci invita a scoprire il Kairòs, il tempo qualitativo, il «momento favorevole», l’istante carico di significato in cui l’eternità interseca la nostra storia. Se Dio è un «eterno presente», allora ogni nostro presente, ogni «adesso», è il luogo privilegiato dell’incontro con Lui. L’insegnamento agostiniano ci esorta a santificare il presente, a viverlo con attentio, con piena consapevolezza. Invece di fuggire costantemente nel futuro dei nostri progetti o nel passato dei nostri rimpianti, siamo chiamati a trovare Dio nell’ordinarietà del momento presente: nella preghiera, nel lavoro, nelle relazioni, nel servizio. È l’invito a vivere la spiritualità dell’«attimo presente», cara a tanti maestri di vita interiore.

C’è un luogo e un tempo in cui il Kairos irrompe nel Chronos in modo supremo: la Sacra Liturgia, e in particolare la celebrazione dell’Eucaristia. Durante la Messa, il tempo della Chiesa si connette all’eterno presente di Dio. Il sacrificio di Cristo, avvenuto una volta per tutte nella storia (ephapax), non viene «ripetuto», ma «ri-presentato», reso sacramentalmente presente sull’altare[10] Passato, presente e futuro convergono: facciamo memoria della Passione, Morte e Risurrezione di Cristo (passato), celebriamo la Sua presenza reale in mezzo a noi (presente) e anticipiamo la gloria del Suo ritorno e il banchetto eterno (futuro)[11]. La Liturgia è la grande scuola che ci educa a vivere il tempo in modo nuovo, non più come una fuga inesorabile verso la morte, ma come un pellegrinaggio pieno di speranza verso la pienezza della vita nell’eternità di Dio.

Infine, la concezione del tempo come distentio animi ci offre una profonda consolazione. La «distensione»  dell’anima tra memoria e attesa, che per l’uomo senza fede può essere fonte di angoscia (il peso del passato, l’incertezza del futuro), per il cristiano diventa lo spazio della fede, della speranza e della carità. La memoria non è solo ricordo dei nostri fallimenti, ma è soprattutto memoria salutis, ricordo delle meraviglie che Dio ha operato nella storia della salvezza e nella nostra vita personale. È il fondamento della nostra fede. L’attesa non è l’ansia per un futuro ignoto, ma la speranza certa dell’incontro definitivo con Cristo, la beata visione promessa ai puri di cuore. E l’attenzione al presente diventa lo spazio della carità, dell’amore concreto a Dio e al prossimo, l’unico atto che «resta» per l’eternità (1 Cor 13,13).

La nostra vita si muove, come in un respiro spirituale, tra il ricordo grato della grazia ricevuta e l’attesa fiduciosa della gloria promessa. In questo modo, l’uomo agostiniano non è schiacciato dal tempo, ma lo abita come una tenda provvisoria, con il cuore già proiettato verso la patria celeste, dove Dio sarà «tutto in tutti» e dove il tempo si dissolverà nell’unico, eterno e beatificante oggi di Dio.

Santa Maria Novella, in Firenze, 12 novembre 2025

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NOTE

[1] M. Heidegger, Essere e Tempo,1927. In particolare, le sezioni dedicate all’analitica esistenziale della temporalità: Prima sezione § 27; Seconda Sezione. §§ 46-53; Seconda Sezione §§ 54-60 e §§ 65-69.

[2] Un tema così importante e sentito dalla cultura contemporanea che in questi giorni l’attore Alessandro Preziosi sta portando in giro per l’Italia uno spettacolo su Agostino e il tempo (QUI). 

[3]Agostino d’Ippona, Le Confessioni, XI, 12, 14. «Che cosa faceva Dio prima di creare il cielo e la terra?»

[4] Ibid., XI, 13, 15.

[5] La definizione classica dell’eternità si trova in Boezio, De consolatione philosophiae, V, 6: «Aeternitas est interminabilis vitae tota simul et perfecta possessio» («L’eternità è il possesso intero, simultaneo e perfetto di una vita interminabile»). Questa definizione è stata fatta propria da tutta la teologia scolastica.

[6]Le Confessioni, XI, 13, 16.

[7] S. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, Ia, q. 9 («L’immutabilità di Dio») e q. 10 («L’eternità di Dio»).

[8]Le Confessioni, XI, 14, 17.«Che cos’è dunque il tempo? Se nessuno me lo chiede, lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so»

[9] Le Confessioni, XI, 28, 38.

[10] Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 1085, 1362-1367.

[11] Il termine ephapax (ἐφάπαξ) è una parola greca che si trova nel Nuovo Testamento, cruciale per comprendere la natura unica e definitiva del sacrificio di Cristo. La fonte principale di questo termineè la Lettera agli Ebrei. Questo scritto del Nuovo Testamento costruisce un lungo e profondo parallelo tra il sacerdozio levitico dell’Antico Testamento e il sommo sacerdozio di Cristo. I passi più significativi sono i seguenti:

  • Ebrei 7, 27: Parlando di Cristo come sommo sacerdote, l’autore dice che Egli «non ha bisogno ogni giorno, come gli altri sommi sacerdoti, di offrire sacrifici prima per i propri peccati e poi per quelli del popolo: lo ha fatto infatti una volta per tutte (ephapax), offrendo se stesso». Qui si sottolinea che, a differenza dei sacerdoti ebraici che dovevano ripetere continuamente i sacrifici, il sacrificio di Cristo è unico e definitivo.
  • Ebrei 9, 12: «[Cristo] entrò una volta per sempre (ephapax) nel santuario, non mediante il sangue di capri e di vitelli, ma in virtù del proprio sangue, ottenendo così una redenzione eterna». Il versetto evidenzia che l’efficacia del sacrificio di Cristo non è temporanea, ma eterna.
  • Ebrei 10, 10: «Mediante quella volontà siamo stati santificati per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, una volta per sempre (ephapax)». Qui si collega direttamente la nostra santificazione a questo evento unico e irripetibile.

Il concetto si trova anche in altri passi del Nuovo Testamento, come nella Lettera ai Romani (6, 10), dove San Paolo, parlando della morte e risurrezione di Cristo, dice: «Per quanto riguarda la sua morte, egli morì al peccato una volta per sempre (ephapax)».

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THE LOST TIME AND THE ETERNAL PRESENT: AUGUSTINE FOR THE CONTEMPORARY MAN STARVED OF TIME

The past no longer exists; the future is not yet. It would seem, then, that only the present exists. But even the present is problematic. If it had duration, it would be divisible into a before and an after — and thus it would no longer be the present. The present, to be what it is, must be an instant without extension, a vanishing point between what is no more and what is not yet. But how can that which has no duration constitute the reality of time?

— Theologica —

Author:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Contemporary society lives in a schizophrenic relationship with time. On the one hand, time has become our most precious possession, an ever-scarce resource. Our lives are ruled by crowded schedules, relentless deadlines, and the oppressive sensation of “never having enough time.” Efficiency, speed, and the optimisation of every instant have become the new categorical imperatives of a humanity rushing breathlessly forward, often without even knowing its destination. Modern man is starved of time¹ — a hunger that increasingly devours the soul and the spirit. Indeed, this hunger for time visibly afflicts the most fragile among us, manifesting itself in the many forms of generalised anxiety, panic attacks, and other mental disorders.

Paradoxically, however, this time so longed for and so precisely measured constantly escapes us. It dissolves into a sequence of tasks and commitments that leave behind only a sense of emptiness and incompleteness. In the age of instant connection, we are increasingly disconnected from the present — projected towards a future that never seems to arrive, or chained to a past that cannot be changed. We are rich in moments, yet poor in lived time.

This experience of fragmentation and anguish was lucidly analysed almost a century ago by the philosopher Martin Heidegger². For the German thinker, human existence (Dasein, the “being-there”) is intrinsically temporal. Man does not “possess” time — he is time. Our existence is a “being-toward-death,” a continual projection towards the future, fully aware of our finitude, limitation, and non-eternity.

Authentic time, for Heidegger, is not the homogeneous sequence of instants measured by the clock — what he calls vulgar time — but rather the openness to the three dimensions of existence: the future (as project), the past (as thrownness), and the present (as being-in-the-world). The anxiety that arises before death and our own limitations is therefore not a negative feeling to be avoided, but the very condition that can reveal to us the possibility of an authentic life, in which man takes possession of his own temporality and his finite destiny.

Profound as it is, this analysis nevertheless remains horizontal — confined within the immanence of an existence that ends with death. Its horizon is the nothingness. It is precisely here that Christian thought, and above all the genius of Saint Augustine of Hippo, opens a radically different perspective: a vertical and transcendent one. Augustine does not merely describe the experience of time; he interrogates it until it becomes a path by which he interrogates God Himself. And in this questioning he discovers that the solution to the enigma of time is not to be found within time itself, but beyond it — in the Eternity that grounds and redeems it.

In Book XI of his Confessions, Augustine confronts with disarming honesty a question that seems naïve yet is theologically explosive: «Quid faciebat Deus, antequam faceret caelum et terram?» — “What was God doing before He created heaven and earth?”³. The question presupposes a before creation, a time in which God might have existed in a sort of divine idleness, waiting for the right moment to act. Augustine’s response is a conceptual revolution that dismantles this assumption at its very root. He does not evade the question with the witty remark attributed to some (“He was preparing hell for those who pry into mysteries too high for them”), but rather refutes it from within. There was no “before” creation, for time itself is a creature. God did not create the world in time but with time: “Thou art the maker of all times,” writes the Doctor of Hippo. Before creation, there simply was no time⁴.

This intuition opens the way to the understanding of the divine eternity. Eternity is not an infinitely extended duration — a “forever” stretching endlessly backward and forward. Such would still be a temporal notion of eternity. God’s eternity is the total absence of succession, the perfect and simultaneous fullness of life without end. To use a classical image of theology, God is a Nunc stans — an “eternal now”⁵. In Him there is neither past (memory) nor future (expectation), but only the pure and immutable act of His Being. “Thy years are one day,” says Augustine to God, “and Thy day is not every day, but today; for Thy today yields not to tomorrow, nor does it follow yesterday. Thy today is eternity”⁶.

Catholic doctrine has formalised this insight by defining eternity as one of the divine attributes — one of the essential elements that compose the very ‘DNA’ of God. God is immutable, absolutely perfect, and simple. Temporal succession implies change, a passage from potentiality to act, which is inconceivable in Him who is Pure Act, as taught by Saint Thomas Aquinas⁷.

Therefore, every attempt to apply our human temporal categories to God — categories that belong to us precisely because we are within time — is bound to fail. He is the Lord of time precisely because He is not its prisoner.

“What, then, is time?” Once Augustine has established God’s extraterritoriality in regard to time, he faces a second and perhaps even more arduous question: to define the nature of time itself. Here emerges the celebrated paradox that has fascinated generations of thinkers: «Quid est ergo tempus? Si nemo ex me quaerat, scio; si quaerenti explicare velim, nescio». — “What, then, is time? If no one asks me, I know; if I wish to explain it to one who asks, I do not know”⁸. This statement is not a confession of ignorance or agnosticism, but the point of departure for a profound spiritual and phenomenological inquiry.

Augustine experiences the reality of time — he lives it, he measures it — and yet he cannot enclose it within a concept. Thus begins a process of dismantling the common assumptions of his age. Is time perhaps the movement of the heavenly bodies, of the sun, the moon, and the stars? No, he answers, for even if the heavens were to stand still, the potter’s wheel would continue to turn, and we would still measure its motion in time. Time, therefore, is not movement itself but the measure of movement. Yet how can we measure something so elusive?

The past no longer exists; the future is not yet. It would seem, then, that only the present exists. But even the present is problematic. If it had duration, it would be divisible into a before and an after — and thus it would no longer be the present. The present, to be what it is, must be an instant without extension, a vanishing point between what is no more and what is not yet. But how can that which has no duration constitute the reality of time?

Augustine’s solution is as ingenious as it is introspective. After seeking time in the external world — in the heavens and in material things — he finds it within, in the depths of the human soul. Time has no ontological substance outside ourselves; its reality is psychological. It is a distentio animi, a “stretching” or “distension” of the soul. The human soul possesses three faculties corresponding to the three dimensions of time: memory (memoria), by which the soul makes the past present; expectation (expectatio), by which the soul anticipates and makes present what is not yet; and attention (attentio or contuitus), by which the soul focuses on the present instant, the point at which expectation is transformed into memory.

When we sing a hymn, Augustine explains in a beautiful example, our soul is “stretched.” The entire song is present in expectation before it begins; as the words are sung, they pass from expectation to attention, and finally they rest in memory. The action unfolds in the present, yet it is made possible by this continuous “stretching” of the soul between the future (which shortens) and the past (which lengthens). Time, therefore, is the measure of this impression that things leave upon the soul — and that the soul itself impresses upon them⁹.

Although Augustine’s speculation reaches the highest levels of philosophical and theological depth, it is far from being a mere intellectual exercise. It offers, rather, to each of us today a key by which to redeem our own experience of time and to live in a way that is more authentic and spiritually fruitful. Three reflections arise, therefore, from the Augustinian perspective.

Our daily life is dominated by Chronos — quantitative time, sequential, measured by the clock. It is the time of efficiency, productivity, and anxiety, as we noted at the beginning. Augustine’s reflection invites us to rediscover Kairos — qualitative time, the “favourable moment,” the instant filled with meaning in which eternity intersects our history. If God is an “eternal present,” then every present moment, every now, becomes the privileged place of encounter with Him. Augustine’s teaching urges us to sanctify the present, to live it with attentio, with full awareness. Instead of constantly fleeing into the future of our projects or the past of our regrets, we are called to find God in the ordinariness of the present moment: in prayer, in work, in relationships, in service. It is the invitation to live the spirituality of the “present moment,” so dear to many masters of the interior life.

There is a place and a time where Kairos breaks into Chronos in its most supreme form: the Sacred Liturgy, and in particular the celebration of the Eucharist. During the Holy Mass, the time of the Church is joined to the eternal present of God. The Sacrifice of Christ — accomplished once for all in history (ephapax)¹¹ — is not “repeated” but “re-presented,” made sacramentally present upon the altar. Past, present, and future converge: we recall the Passion, Death, and Resurrection of Christ (past); we celebrate His real presence in our midst (present); and we anticipate the glory of His return and the eternal banquet (future)¹⁰. The Liturgy is the great school that teaches us to live time in a new way — no longer as a relentless flight towards death, but as a hopeful pilgrimage towards the fullness of life in God’s eternity.

Finally, the conception of time as distentio animi offers profound consolation. The “stretching” of the soul between memory and expectation — which for the man without faith may be a source of anguish (the weight of the past, the uncertainty of the future) — becomes for the Christian the very space of faith, hope, and charity. Memory is not merely the recollection of our failures; it is above all memoria salutis — the remembrance of the wonders that God has wrought in the history of salvation and in our personal lives. It is the foundation of our faith. Expectation is not the anxiety of an unknown future, but the sure hope of the definitive encounter with Christ, the beatific vision promised to the pure of heart. And attention to the present becomes the space of charity — of concrete love of God and neighbour — the one act that “abides” for eternity (1 Cor 13:13).

Our life thus moves, as in a spiritual breath, between the grateful remembrance of grace received and the confident expectation of the glory promised. In this way, the Augustinian man is not crushed by time but dwells within it as within a provisional tent, his heart already turned towards the heavenly homeland where God shall be “all in all” — and where time itself shall dissolve into the single, eternal, and beatifying today of God.

 

Santa Maria Novella, Florence, on the 12th of November, 2025

NOTES

  1. M. Heidegger, Sein und Zeit (Being and Time), 1927, especially the sections devoted to the existential analysis of temporality: First Division § 27; Second Division §§ 46-53; Second Division §§ 54-60 and §§ 65-69.
  2. This theme is so present in contemporary culture that it is even the subject of recent Italian stage performances on Augustine and time.
  3. Augustine of Hippo, Confessiones, XI, 12, 14: «Quid faciebat Deus, antequam faceret caelum et terram
  4. Ibid., XI, 13, 15.
  5. Boethius, De consolatione philosophiae, V, 6: «Aeternitas est interminabilis vitae tota simul et perfecta possessio».
  6. Confessiones, XI, 13, 16.
  7. Thomas Aquinas, Summa Theologiae, I, q. 9 (“On the Immutability of God”) and q. 10 (“On the Eternity of God”).
  8. Confessiones, XI, 14, 17.
  9. Confessiones, XI, 28, 38.
  10. Catechism of the Catholic Church, nn. 1085, 1362-1367.
  11. On the term ephapax (ἐφάπαξ), see Hebrews 7:27; 9:12; 10:10; Romans 6:10 — indicating the definitive and unrepeatable character of Christ’s sacrifice, “once for all.”

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EL TIEMPO PERDIDO Y EL PRESENTE ETERNO: SAN AGUSTÍN PARA EL HOMBRE CONTEMPORÁNEO HAMBRIENTO DE TIEMPO

El pasado ya no es, el futuro todavía no es. Parecería existir sólo el presente. Pero incluso el presente es problemático. Si tuviera duración, sería divisible en un antes y un después, y dejaría de ser presente. El presente, para serlo, debe ser un instante sin extensión, un punto de fuga entre lo que ya no es y lo que aún no es. Pero ¿cómo puede algo sin duración constituir la realidad del tiempo?

— Theologica —

Autor:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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La sociedad contemporánea vive una relación esquizofrénica con el tiempo. Por un lado, este se ha convertido en el bien más preciado, un recurso perpetuamente escaso. Nuestra vida está marcada por agendas saturadas, plazos apremiantes y la sensación opresiva de «no tener nunca tiempo». La eficiencia, la velocidad y la optimización de cada instante se han transformado en los nuevos imperativos categóricos de una humanidad que corre afanosamente, muchas veces sin conocer su meta. El hombre moderno está hambriento de tiempo², un hambre que cada vez más devora el alma y el espíritu. De hecho, esta hambre de tiempo golpea visiblemente a los más frágiles, manifestándose en las múltiples formas de ansiedad generalizada, ataques de pánico y otros trastornos mentales.

Paradójicamente, sin embargo, ese tiempo tan anhelado y tan minuciosamente medido se nos escapa. Se disuelve en una secuencia de compromisos que dejan tras de sí un sentimiento de vacío e incompletitud. En la era de la conexión instantánea, estamos cada vez más desconectados del presente: proyectados hacia un futuro que nunca llega o anclados en un pasado que no puede cambiarse. Somos ricos en instantes, pero pobres en tiempo vivido.

Esta experiencia de fragmentación y de angustia fue analizada con lucidez hace casi un siglo por el filósofo Martin Heidegger¹. Para el pensador alemán, la existencia humana (Dasein, el «ser-ahí») es intrínsecamente temporal. El hombre no «posee» el tiempo: él es tiempo. Nuestra existencia es un «ser-para-la-muerte», una continua proyección hacia el futuro, plenamente consciente de nuestra finitud, limitación y no eternidad.

El tiempo auténtico, para Heidegger, no es la secuencia homogénea de instantes medida por el reloj — lo que él llama el tiempo «vulgar» —, sino la apertura a las tres dimensiones de la existencia: el futuro (como proyecto), el pasado (como haber sido arrojado) y el presente (como estar-en-el-mundo). La angustia ante la muerte y las propias limitaciones no es, por tanto, un sentimiento negativo del que huir, sino la condición que puede revelarnos la posibilidad de una vida auténtica, en la que el hombre se apropia de su propia temporalidad y de su destino finito.

Por profunda que sea, esta reflexión permanece, sin embargo, en el plano horizontal, confinada en la inmanencia de una existencia que termina con la muerte. Su horizonte es la nada. Es precisamente aquí donde el pensamiento cristiano, y especialmente el genio de san Agustín de Hipona, abre una perspectiva radicalmente distinta: vertical y trascendente. Agustín no se limita a describir la experiencia del tiempo, sino que la interroga hasta convertirla en un camino para interrogar a Dios mismo. Y en esta búsqueda descubre que la solución al enigma del tiempo no se halla en el tiempo mismo, sino fuera de él: en la Eternidad que lo fundamenta y lo redime.

En el Libro XI de sus Confesiones, Agustín aborda con desarmante sinceridad una pregunta que parece ingenua, pero que es teológicamente explosiva: «Quid faciebat Deus, antequam faceret caelum et terram?» — «¿Qué hacía Dios antes de crear el cielo y la tierra?»³. La pregunta presupone un “antes” de la creación, un tiempo en el que Dios habría existido en una especie de ocio divino, esperando el momento oportuno para actuar. La respuesta de Agustín es una revolución conceptual que desmantela de raíz esa suposición. No evade la cuestión con la respuesta ingeniosa atribuida a algunos («Preparaba el infierno para quienes indagan en misterios demasiado altos»), sino que la refuta desde dentro. No existe un “antes” de la creación, porque el tiempo mismo es criatura. Dios no creó el mundo en el tiempo, sino con el tiempo: «Tú eres el artífice de todos los tiempos», escribe el Doctor de Hipona. Antes de la creación, simplemente, no había tiempo⁴.

Esta intuición abre el camino hacia la comprensión de la eternidad divina. La eternidad no es una duración infinitamente extendida — un «siempre» que se prolonga sin fin hacia el pasado y el futuro —. Tal sería todavía una concepción temporal de la eternidad. La eternidad de Dios es la ausencia total de sucesión, la plenitud perfecta y simultánea de una vida sin fin. Para usar una imagen clásica de la teología, Dios es un Nunc stans, un «presente eterno»⁵. En Él no hay pasado (memoria) ni futuro (expectativa), sino sólo el acto puro e inmutable de su Ser.

«Tus años son un solo día», dice Agustín a Dios, «y tu día no es cada día, sino el hoy; porque tu hoy no cede el paso al mañana ni sigue al ayer. Tu hoy es la eternidad»⁶. La doctrina católica ha formalizado esta intuición definiendo la eternidad como uno de los atributos divinos, uno de los elementos que componen el “ADN” de Dios. Dios es inmutable, absolutamente perfecto y simple. La sucesión temporal implica cambio, un paso de la potencia al acto, lo cual es inconcebible en Aquel que es Acto Puro, como enseña santo Tomás de Aquino⁷.

Por tanto, todo intento de aplicar a Dios nuestras categorías temporales — categorías propias de nosotros, que estamos en el tiempo — está destinado al fracaso. Él es el Señor del tiempo precisamente porque no es su prisionero.

«¿Qué es, pues, el tiempo?» Una vez establecida la extraterritorialidad de Dios respecto del tiempo, Agustín se enfrenta al segundo, y quizá más arduo, problema: definir la naturaleza del tiempo mismo. Aquí surge la célebre paradoja que ha fascinado a generaciones de pensadores: «Quid est ergo tempus? Si nemo ex me quaerat, scio; si quaerenti explicare velim, nescio» — «¿Qué es, pues, el tiempo? Si nadie me lo pregunta, lo sé; si quiero explicárselo al que me lo pregunta, no lo sé»⁸. Esta afirmación no es una confesión de ignorancia o agnosticismo, sino el punto de partida de una profunda indagación espiritual y fenomenológica.

Agustín experimenta la realidad del tiempo: la vive, la mide, y sin embargo no logra encerrarla en un concepto. Así comienza un proceso de desmontaje de las convicciones comunes de su siglo. ¿Es el tiempo acaso el movimiento de los cuerpos celestes, del sol, la luna y las estrellas? No, responde, porque aun si los cielos se detuvieran, la rueda del alfarero seguiría girando, y mediríamos su movimiento en el tiempo. El tiempo, por tanto, no es el movimiento en sí, sino la medida del movimiento. Pero ¿cómo medir algo tan inasible?

El pasado ya no es, el futuro todavía no es. Parecería existir sólo el presente. Pero incluso el presente es problemático. Si tuviera duración, sería divisible en un antes y un después, y dejaría de ser presente. El presente, para serlo, debe ser un instante sin extensión, un punto de fuga entre lo que ya no es y lo que aún no es. Pero ¿cómo puede algo sin duración constituir la realidad del tiempo?

La solución agustiniana es tan genial como introspectiva. Después de buscar el tiempo en el mundo exterior, en los cielos y en los objetos, Agustín lo encuentra dentro, en el alma del hombre. El tiempo no tiene consistencia ontológica fuera de nosotros; su realidad es psicológica. Es una distentio animi, una «distensión» o «dilatación» del alma. El alma humana posee tres facultades que corresponden a las tres dimensiones del tiempo: la memoria (memoria), por la cual el alma hace presente lo pasado; la expectativa (expectatio), por la cual el alma anticipa y hace presente lo que aún no es; y la atención (attentio o contuitus), por la cual el alma se concentra en el instante presente, el punto en que la expectativa se transforma en memoria.

Cuando cantamos un himno, explica Agustín con un ejemplo bellísimo, nuestra alma está «extendida». Todo el canto está presente en la expectativa antes de comenzar; a medida que las palabras se pronuncian, pasan de la expectativa a la atención, y finalmente se depositan en la memoria. La acción se desarrolla en el presente, pero es posible gracias a esta continua «distensión» del alma entre el futuro (que se acorta) y el pasado (que se alarga). El tiempo, por tanto, es la medida de esta impresión que las cosas dejan en el alma y que el alma misma produce⁹.

Aunque la especulación agustiniana alcanza el más alto nivel filosófico y teológico, está lejos de ser un mero ejercicio intelectual. Ofrece, más bien, a cada uno de nosotros una clave para redimir la propia experiencia del tiempo y vivir de un modo más auténtico y espiritualmente fecundo. De la perspectiva agustiniana surgen, pues, tres reflexiones.

Nuestra vida cotidiana está dominada por el Chronos: el tiempo cuantitativo, secuencial, medido por el reloj. Es el tiempo de la eficiencia, la productividad y la ansiedad, como decíamos al comienzo. La reflexión agustiniana nos invita a descubrir el Kairós: el tiempo cualitativo, el «momento oportuno», el instante cargado de significado en el que la eternidad se cruza con nuestra historia. Si Dios es un «presente eterno», entonces cada presente, cada «ahora», se convierte en el lugar privilegiado del encuentro con Él. La enseñanza de Agustín nos exhorta a santificar el presente, a vivirlo con attentio, con plena conciencia. En lugar de huir constantemente hacia el futuro de nuestros proyectos o hacia el pasado de nuestros remordimientos, estamos llamados a encontrar a Dios en la cotidianidad del momento presente: en la oración, en el trabajo, en las relaciones, en el servicio. Es la invitación a vivir la espiritualidad del «instante presente», tan querida por muchos maestros de vida interior.

Hay un lugar y un tiempo en los que el Kairós irrumpe en el Chronos de modo supremo: la Sagrada Liturgia, y en particular la celebración de la Eucaristía. Durante la Santa Misa, el tiempo de la Iglesia se une al presente eterno de Dios. El Sacrificio de Cristo, cumplido una vez para siempre en la historia (ephapax)¹¹, no se «repite», sino que se «re-presenta», haciéndose sacramentalmente presente en el altar. Pasado, presente y futuro convergen: hacemos memoria de la Pasión, Muerte y Resurrección de Cristo (pasado); celebramos su presencia real en medio de nosotros (presente); y anticipamos la gloria de su retorno y el banquete eterno (futuro)¹⁰. La Liturgia es la gran escuela que nos enseña a vivir el tiempo de un modo nuevo: ya no como una huida inexorable hacia la muerte, sino como una peregrinación esperanzada hacia la plenitud de la vida en la eternidad de Dios.

Finalmente, la concepción del tiempo como distentio animi ofrece una profunda consolación. La «distensión» del alma entre la memoria y la expectativa — que para el hombre sin fe puede ser fuente de angustia (el peso del pasado, la incertidumbre del futuro)— se convierte para el cristiano en el espacio mismo de la fe, la esperanza y la caridad. La memoria no es sólo el recuerdo de nuestros fracasos, sino ante todo la memoria salutis: el recuerdo de las maravillas que Dios ha obrado en la historia de la salvación y en nuestra vida personal. Es el fundamento de nuestra fe. La expectativa no es la ansiedad por un futuro incierto, sino la esperanza segura del encuentro definitivo con Cristo, la visión beatífica prometida a los puros de corazón. Y la atención al presente se convierte en el espacio de la caridad, del amor concreto a Dios y al prójimo, el único acto que «permanece» para la eternidad (1 Cor 13,13).

Nuestra vida se mueve así, como en una respiración espiritual, entre el recuerdo agradecido de la gracia recibida y la espera confiada de la gloria prometida. De este modo, el hombre agustiniano no es aplastado por el tiempo, sino que lo habita como una tienda provisional, con el corazón ya orientado hacia la patria celestial, donde Dios será «todo en todos» y donde el tiempo se disolverá en el único, eterno y beatificante hoy de Dios.

Santa Maria Novella, Florencia, a 12 de noviembre de 2025

Notas

  1. M. Heidegger, Ser y tiempo, 1927, especialmente las secciones dedicadas al análisis existencial de la temporalidad: Primera sección § 27; Segunda sección §§ 46-53; Segunda sección §§ 54-60 y §§ 65-69.
  2. Tema tan presente en la cultura contemporánea que incluso ha sido objeto de representaciones teatrales en Italia sobre Agustín y el tiempo.
  3. San Agustín de Hipona, Confesiones, XI, 12, 14: «Quid faciebat Deus, antequam faceret caelum et terram?»
  4. Ibid., XI, 13, 15.
  5. Boecio, De consolatione philosophiae, V, 6: «Aeternitas est interminabilis vitae tota simul et perfecta possessio».
  6. Confesiones, XI, 13, 16.
  7. Santo Tomás de Aquino, Summa Theologiae, I, q. 9 («Sobre la inmutabilidad de Dios») y q. 10 («Sobre la eternidad de Dios»).
  8. Confesiones, XI, 14, 17.
  9. Confesiones, XI, 28, 38.
  10. Catecismo de la Iglesia Católica, nn. 1085, 1362-1367.
  11. Sobre el término ephapax (ἐφάπαξ), véanse Hebreos 7,27; 9,12; 10,10; Romanos 6,10: indica el carácter único y definitivo del sacrificio de Cristo, «una vez para siempre».

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La nuova Cionci’s story: dal Seraphicum romano al Nimby britannico

LA NUOVA CIONCI’S STORY: DAL SERAPHICUM ROMANO AL NIMBY BRITANNICO

Egregio Cavalier Cionci ― perché per inciso è pure Cavaliere della Repubblica Italiana ― lei è liberissimo di pensare quel che crede, di scriverlo, naturalmente, di avere un suo seguito. Ma non prenda per scema la Chiesa Cattolica o chi gestisce le sue strutture, con mezzucci di tal genere.

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Molti conoscono l’espressione inglese «Not In My Back Yard» (non nel mio giardino), abbreviata spesso con l’acronimo: «Nimby». Un detto che serve a designare l’opposizione di qualcuno a ospitare realizzazioni sul proprio territorio.

Ma esiste anche un proverbio, stavolta italiano, che tutti conosciamo e che inizia così: «Fra i due litiganti …»; che vorrei concludere modificando un po’ la forma classica con «… il terzo ride».

I due litiganti in questione sono Alessandro Minutella, sacerdote palermitano scomunicato e dimesso dallo stato clericale, ed il giornalista Andrea Cionci autore del libro «Codice Ratzinger» nel quale propugna la tesi che Papa Benedetto XVI non avrebbe mai rinunciato al papato, ricoverandosi in una fantomatica sede impedita, con la conseguenza che Papa Francesco sarebbe stato un antipapa. Per l’attuale Pontefice il giudizio è sospeso. Un tempo i due andavano d’amore e d’accordo, condividendo idee e proventi. Ma come succede nelle coppie anche le più affiatate che prima si amano e poi si detestano, così è avvenuto fra i nostri due. Non passa giorno che sui social si becchettino, rinfacciandosi cose e non nominandosi più. Minutella indica Cionci come «il giornalista romano», mentre per il Cionci il palermitano viene apostrofato con: «il grande prelato». In verità ambedue hanno una voglia matta di notorietà, ma soprattutto di essere presi in considerazione e sul serio. E dove se non nella Chiesa Cattolica e in una delle sue strutture per esempio?

Accade così che Cionci venga invitato a parlare in un incontro promosso da un’associazione su tematiche apocalittiche, nientedimeno che presso una sala appartenente alla Pontifica Università San Bonaventura, che fa parte del complesso del Seraphicum in Roma. Naturalmente in sordina: «avevo tenuto un profilo basso», dirà Cionci. Per poi promulgare ai quattro venti, cosa che i suoi commentatori sui social avevano capito benissimo, basta leggere i commenti, che aveva potuto parlare di quel che crede addirittura in un Ateneo Pontificio. Apriti cielo. Minutella subito alza i toni: «A lui si, a me no?». E per tutta la durata del consueto appuntamento mattutino coi suoi seguaci ci ritorna sopra, facendo vedere la locandina dell’evento, cerchiata per bene ad evidenziare il nome di Cionci e il costo di partecipazione.

Accade che l’evento venga annullato. L’università ci ripensa e non dà la disponibilità dei suoi spazi. Naturalmente, Cionci, si affretta a darne notizia in un video su Youtube incolpando Minutella, accusandolo di aver arrecato un danno non tanto a lui, ma a quella straordinaria possibilità di poter parlare delle sue tesi in una Pontificia università.

Caro Cionci, noi conosciamo Minutella, ma stavolta colpe non ne ha: è innocente. Il colpevole sono io, lo ammetto: venuto a conoscenza della cosa e prevedendo l’uso che poi se ne sarebbe fatto, ho preso carta e penna, anzi il computer, perché anche nel mio sperduto eremo abbiamo connessione, e ho scritto una mail al segretario generale della facoltà Teologica San Bonaventura, chiedendo se ritenessero opportuno ospitare un evento nel quale si sarebbero presentate idee così bislacche che ancora offendono la persona di Papa Francesco, di venerata memoria, e quella di Papa Benedetto, fatto passare per una sorta di carbonaro che mette in scacco la Chiesa tutta. La risposta non si è fatta attendere: «è stato immediatamente disdetto l’affitto dell’aula e annullato l’evento presso la nostra sede».

Forse ha pesato anche la seconda mail, stavolta inviata con toni più forbiti e consoni dalla nostra redazione de L’Isola di Patmos al Prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione, il Cardinale José Tolentino de Mendonça? Non lo so, ma tant’è.

Egregio Cavalier Cionci ― perché per inciso è pure Cavaliere della Repubblica Italiana ― lei è liberissimo di pensare quel che crede, di scriverlo, naturalmente, di avere un suo seguito. Ma non prenda per scema la Chiesa Cattolica o chi gestisce le sue strutture, con mezzucci di tal genere. Sa cosa le consiglio? Affitti un aereo, ecco, mi pare una buona idea. L’ha già provata? Oppure, come fa Minutella, andar per alberghi. Sarà costoso si, ma non credo che lei arriverà a comprare una ex palestra col tetto in eternit in una frazione della provincia di Padova, come il bi-dottore in teologia palermitano. Non ce la vedo.

Per rasserenarla concludo con le parole del professor Keating ad un suo studente, alias Robin Williams, nel celeberrimo film L’attimo fuggente: «Non ridiamo di lei, ridiamo con lei».  

Con stima.

Il Monaco Eremita de L’Isola di Patmos

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Grotta Sant’Angelo in Ripe (Civitella del Tronto)

 

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Le tifoserie di Maria co-redentrice, una grossolana contraddizione in termini teologici

LE TIFOSERIE DI MARIA CO-REDENTRICE, UNA GROSSOLANA CONTRADDIZIONE IN TERMINI TEOLOGICI

Qualcuno è disposto veramente a credere che la Beata Vergine, colei che si è definita «umile serva», la donna dell’amore donato, del silenzio e della riservatezza, colei che come finalità ha quella di guidare a Cristo, possa veramente domandare a dei veggenti o a dei visionari svalvolati di essere proclamata co-redentrice e messa quasi al pari del Divino Redentore? Verrebbe ragionevolmente da chiedersi: da quando, la «umile serva» del Magnificat, sarebbe diventata così pretenziosa e vanitosa da chiedere e rivendicare il titolo di co-redentrice?

— Le pagine di Theologica —

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PDF  articolo formato stampa

 

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Autore
Redazione de L’Isola di Patmos

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In occasione dell’uscita della nota dottrinale Mater Populi Fidelis, riproponiamo l’ultimo articolo sul tema scritto da Padre Ariel S. Levi di Gualdo  il 3 febbraio 2024 su “Maria corredentrice”, all’interno del quale si rimanda ai seguenti articoli pubblicati in precedenza:

«Articolo del 3 aprile 2020 — Difendiamo il Sommo Pontefice Francesco dai lanciafiamme dei mariolatri assetati di nuovi dogmi mariani: “Maria non è corredentrice”»;

«Articolo del 14 agosto 2022 – Proclamare nuovi dogmi è più grave che de-costruire i dogmi di fede. Maria corredentrice? Una idiozia teologica sostenuta da chi ignora le basi della cristologia»;

«Articolo del 11 maggio 2023 – Bergoglio, eretico e apostata, bestemmia la Madonna». Parola di un eretico solare con l’ossessione di Maria corredentrice che chiederebbe la proclamazione del quinto dogma mariano»

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Articolo dedicato alla memoria del Gesuita Peter Gumpel (Hannover 1923 – Roma 2023) che fu mio formatore e prezioso maestro nell’ambito della storia del dogma

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Frequentando abbastanza i social media, leggendo e ascoltando sacerdoti e laici, su argomenti biblici e teologici, a volte si ha l’impressione che non sia intervenuto alcun progresso su certi temi. Accade così che su questioni che riguardano argomenti di fede sono messe in circolazione molte imprecisioni, oppure si continua su registri vecchi, devozionali ed emozionali.

Salvador Dalí, La Madonna di Port Lligat, 1949, Haggerty Museum of Art, Milwaukee, WI, USA. Dettaglio.

Il desiderio, forse un po’ utopico, sarebbe che i Lettori si rendano conto, con un minimo impegno, che potrebbero beneficiare di approfondimenti seri e precisi. Perlomeno è nella speranza mia e dei Padri di questa nostra Isola di Patmos, essere di aiuto a coloro che riescono ad andare oltre le quattro o cinque righe lette sui social media, dove oggi pontificano improbabili teologi e mariologi, con le conseguenze che spesso ben sappiamo: la deviazione dalla vera fede. E questo dispiace molto, perché i Social Media potrebbero essere per noi strumento straordinario per la diffusione della sana e solida dottrina cattolica.

Negli anni successivi al Concilio Vaticano II la scienza biblica ha compiuto passi importanti, offrendo contributi che ormai sono imprescindibili per la teologia nelle sue diverse branche e per la vita cristiana. Questo da quando, fin dall’epoca del Venerabile Pontefice Pio XII, nella Chiesa Cattolica è stato favorito lo studio della Bibbia dando la possibilità di utilizzare tutti quei metodi che di norma si applicano a un testo scritto. Per citare solo alcuni esempi: l’analisi retorica, la strutturale, la letteraria e la semantica hanno prodotto risultati che forse qualche volta saranno apparsi insoddisfacenti, ma hanno anche permesso di scandagliare in modo nuovo il testo della Sacra Scrittura e ciò ha portato a tutta una serie di studi che ci hanno fatto conoscere meglio e più approfonditamente la Parola di Dio. Oppure di riconsiderare acquisizioni antiche, della tradizione, dei Santi Padri della Chiesa, che pur risultando vere e profonde, nonché opere di alta teologia, tuttavia non avevano il supporto di uno studio moderno dei testi sacri, proprio perché ancóra, certi strumenti, all’epoca delle loro speculazioni mancavano.

Prima di proseguire è necessario un inciso: i “teologi” da social media hanno bisogno della lite, per scatenare la quale è necessario scegliersi e fabbricarsi un nemico. Per certi gruppi il nemico più gettonano è il Modernismo, definito a giusta ragione dal Santo Pontefice Pio X come sintesi di tutte le eresie» (cfr. Pascendi Dominici Gregis). Ciò non vuol dire, però, che l’agire di questo Santo Pontefice, prima ancóra quello del suo Sommo Predecessore Leone XIII, abbia sempre prodotto effetti benefici nei decenni a seguire. Ovviamente, per fare una analisi critica obbiettiva, è di rigore contestualizzare la condanna del Modernismo e i severi provvedimenti canonici che ne seguirono in quel preciso momento storico, non certo esprimere giudizi usando criteri legati al nostro presente, perché ne uscirebbero fuori solo sentenze fuorvianti e falsanti. Per sintetizzare in breve questo complesso problema al quale mi sono riservato di dedicare un mio prossimo libro, basti dire che la Chiesa di quegli anni, dopo la caduta dello Stato Pontificio avvenuta il 20 settembre 1870, era soggetta a violenti attacchi politici e sociali. Il Romano Pontefice si era ritirato come “volontario prigioniero” tra le mura vaticane dalle quali uscirà fuori solo sei decenni dopo. L’anticlericalismo di matrice massonica era elevato alla massima potenza e la Chiesa doveva fare seriamente i conti con la propria sopravvivenza e con quella della istituzione del papato. Non poteva certo permettersi lo sviluppo di correnti di pensiero che l’avrebbero attaccata e corrosa direttamente dal proprio interno. È in questo delicato contesto che si colloca la lotta del Santo Pontefice Pio X al Modernismo. Con tutte le conseguenze anche negative del caso: la speculazione teologica fu di fatto congelata tra mille paure e la formazione dei preti ridotta a quattro formulette della neo-scolastica decadente, che della scolastica classica di Sant’Anselmo d’Aosta e di San Tommaso d’Aquino non era neppure lontana parente. Ciò produsse nel clero cattolico una impreparazione e una tale ignoranza che per averne chiara prova basterebbe leggere l’Enciclica Ad Catholici Sacerdotii scritta nel 1935 del Sommo Pontefice Pio XI.

Le conseguenze della lotta al Modernismo furono per certi versi disastrose, basti dire che quando alle soglie degli anni Quaranta del Novecento, all’inizio del pontificato di Pio XII, i teologi e i biblisti cattolici cominciarono a mettere mano su certi materiali e a fare esegesi nell’ambito vetero e novo testamentario, furono costretti, in modo discreto e lavorando prudentemente sottobanco, a rifarsi ad autori protestanti, che su certe tematiche speculavano e portavano avanti già da decenni studi approfonditi, specie nell’ambito delle scienze bibliche. E così oggi, se vogliamo fare uno studio e una analisi del testo della Lettera ai Romani dobbiamo di necessità rifarci al commento del teologo protestante Carl Barth, che rimane fondamentale e soprattutto insuperato. Anche questi furono i frutti della lotta contro il Modernismo, di cui certo non parlano i “teologi” da social media che per esistere hanno bisogno di un nemico da combattere. Come però già detto, questo tema sarà oggetto di un mio prossimo libro, ma era necessario questo inciso per meglio introdurre il nostro tema.

Quello che tutt’oggi seguita a mancare è che questi risultati ottenuti attraverso la moderna esegesi o lo studio dei testi vetero e novo testamentari diventino appannaggio della maggioranza dei credenti. E qui torno a ribadire la straordinaria importanza che potrebbero avere i social media, per diffondere e rendere accessibili certi materiali. Troppo spesso rimangono invece confinati nei testi specialistici e non passano, se non sporadicamente, nella predicazione e nella catechesi, favorendo una consapevolezza nuova dei termini in gioco e quindi una fede cristiana più solida e motivata, non basata soltanto su dati acquisiti spesso fragili e confusi, sul devozionale, sul sentimentale, o peggio: su rivelazioni, su apparizioni vere o presunte, o sui pruriginosi “segreti” tremebondi della logorroica Gospa di Medjugorje (cfr. mia video conferenza, QUI)… e via dicendo a seguire.

Se certe tifoserie madonnolatriche avessero l’umiltà, forse anche la decenza di leggere libri e articoli di autorevoli studiosi, forse potrebbero comprendere che non solo, non hanno compreso, ma che della Maria dei Santi Vangeli non hanno capito proprio niente. Basterebbe prendere ― ne cito uno solo tra i tanti ― l’articolo scritto da Padre Ignace de la Potterie: «La Madre di Gesù e il mistero di Cana» (La Civiltà Cattolica, 1979, IV, pp. 425-440, testo integrale QUI), per comprendere così quale abissale differenza possa correre tra la mariologia e la mariolatria.  

Quando ancora oggi si parla della Vergine Maria, purtroppo anche fra certi presbiteri — e a maggior ragione tra certi devoti fedeli — assistiamo alla trita ripetizione dei soliti discorsi devozionali ed emozionali, sino a giungere con il passo degli elefanti dentro una cristalleria al tema molto delicato e discusso di Maria co-redentrice, che come risaputo — e come più volte hanno puntualizzato anche gli ultimi Pontefici —, è un termine che di per sé crea enormi problemi teologici con la cristologia e il mistero stesso della redenzione. Affermare infatti che Maria, creatura perfetta nata senza peccato, ma pur sempre creatura creata, ha cooperato alla redenzione dell’umanità, non è propriamente come affermare che ha co-redento l’umanità. A operare la redenzione è stato Cristo, che non era una creatura creata ma il Verbo di Dio fatto uomo, generato non creato della stessa sostanza di Dio Padre, come recitiamo nel Simbolo di Fede, il Credo, dove professiamo «[…] e per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria». Nel Simbolo di Fede, la redenzione è tutta quanta incentrata sul Cristo. Ecco perché dire che la Beata Vergine “ha cooperato” e dire “ha co-redento” ha una valenza teologica sostanzialmente e radicalmente diversa. Uno solo è infatti il redentore: Gesù Cristo Dio fatto uomo «generato non creato della stessa sostanza del Padre», che come tale non ha bisogno di alcuna creatura creata che lo supporti o lo sostenga come co-redentore o co-redentrice, compresa la Beata Vergine Maria» (cfr. Ariel S. Levi di Gualdo, in L’Isola di Patmos, vedere QUI, QUI, QUI). Domanda: alle tifoserie della co-redentrice, come mai non basta che Maria sia colei che di fatto ha cooperato più di qualsiasi creatura affinché si realizzasse il mistero della redenzione? Per quale motivo, ma soprattutto per quale ostinazione, non contenti della sua figura di cooperatrice, vogliono a tutti i costi che sia proclamata co-redentrice con una solenne definizione dogmatica?

Dal punto di vista teologico e dogmatico, il concetto stesso di Maria co-redentrice crea anzitutto grossi problemi alla cristologia, col rischio di dare vita a una sorta di “quatrinità” e di elevare la Madonna, che è creatura perfetta nata senza macchia di peccato originale, a ruolo di vera e propria divinità. Cristo ci ha redenti col suo ipostatico sangue prezioso umano e divino, con il suo corpo glorioso risorto che porta tutt’oggi impressi su di sé i segni della passione. Maria invece, pur ricoprendo un ruolo straordinario nella storia della economia della salvezza, ha cooperato alla nostra redenzione. Dire co-redentrice equivale a dire che siamo stati redenti da Cristo e da Maria. E qui è bene chiarire: Cristo salva, Maria intercede per la nostra salvezza. Non è una differenza di poco conto “salvare” e “intercedere”, salvo creare in caso contrario una religione diversa da quella nata sul mistero dell’incarnazione del Verbo di Dio (cfr. mio precedente articolo QUI).

La mariologia non è qualche cosa di a sé stante, quasi come se vivesse di vita autonoma. La mariologia non è altro che una appendice della cristologia ed è inserita in una precisa dimensione teologica di cristocentrismo. Se la mariologia è in qualche modo distaccata da questa centralità cristocentrica, si può correre il serio rischio di cadere nel peggiore e più deleterio mariocentrismo. Per non parlare della palese arroganza degli esponenti di qualche giovane e problematica Congregazione di impronta francescana-mariana, che non si sono limitati a fare ipotesi o studi teologici per supportare l’idea peregrina della cosiddetta co-redentrice, ma di fatto ne istituirono il culto e la venerazione.

Chi proclama dogmi che non esistono compie un delitto maggiore rispetto a coloro che i dogmi li negano, perché agisce ponendosi al di sopra dell’autorità stessa della Santa Chiesa mater et magistra, detentrice di un’autorità che le deriva da Cristo in persona. E quest’ultimo sì, che è un dogma della Fede Cattolica, al quale non si è giunti per logica deduzione dopo secoli di studi e speculazioni ― come nel caso del dogma della immacolata concezione e dell’assunzione al cielo di Maria ―, ma sulla base di chiare e precise parole pronunciate dal Verbo di Dio fatto Uomo (cfr. Mt 13, 16-20). E quando si proclamano dogmi che non esistono, in quel caso entra in scena la superbia nella sua manifestazione peggiore. L’ho scritto e spiegato in diversi miei precedenti articoli ma merita ripeterlo nuovamente: nella cosiddetta scala dei peccati capitali il Catechismo della Chiesa Cattolica indica la superbia al primo posto, con penosa pace di quanti si ostinano a concentrare nella lussuria l’intero mistero del male ― che ricordiamo non figura affatto al primo posto, ma neppure al secondo, al terzo e al quarto [Cfr. Catechismo n. 1866] ―, incuranti del fatto che i peggiori peccati vanno tutti quanti e di rigore dalla cintura a salire, non invece dalla cintura a scendere, come in tono ironico ma teologicamente molto serio scrissi anni fa nel mio libro E Satana si fece trino, spiegando in un mio libro del 2011 in qual modo si sia spesso esagerato oltre misura sul sesto comandamento, spesso dimenticando tutti i peggiori e più gravi peccati contro la carità.

Se poi tutto questo è filtrato attraverso emotività di stampo fideistico ― come se un tema così delicato incentrato nelle sfere più complesse della dogmatica fosse una sorta di tifoserie opposte composte da tifosi laziali e tifosi romanisti ―, in quel caso si può cadere nella vera e propria idolatria mariana o nella cosiddetta mariolatria, che equivale a dire: paganesimo allo stato puro. A quel punto Maria potrebbe assumere tranquillamente il nome di qualsiasi dea dell’Olimpo greco o del Pantheon romano.

Le tifoserie da social media della co-redenzione della Beata Vergine affermano come una sorta di prova incontrovertibile che sarebbe stata Maria stessa a chiedere la proclamazione di questo quinto dogma mariano (cfr. tra i tanti articoli, QUI). Cosa sulla quale a loro dire non si discute, lo avrebbe chiesto la Beata Vergine stessa apparendo ad Amsterdam a Ida Peerdeman. Premesso che nessuna apparizione mariana, incluse quelle riconosciute come autentiche dalla Chiesa, Fatima inclusa, può essere oggetto e materia vincolante di fede; premesso altresì che meno ancora lo sono le locuzioni di certi veggenti, possiamo solo sorridere su certe amenità da teologi dilettanti che rendono taluni soggetti difficilmente gestibili per noi preti e soprattutto per noi teologi, proprio perché la loro arroganza va di pari passo con quella loro ignoranza che li porta a trattare un simile tema come se davvero fosse uno scambio acceso tra tifosi della Lazio e tifosi della Roma che si urlano dalle opposte curve dello stadio. Anche in questo caso la risposta è semplice: qualcuno è disposto veramente a credere che la Beata Vergine, colei che si è definita «umile serva», la donna dell’amore donato, del silenzio e della riservatezza, colei che come finalità ha quella di guidare a Cristo, possa veramente domandare a dei veggenti o a dei visionari svalvolati di essere proclamata co-redentrice e messa quasi al pari del Divino Redentore? Verrebbe ragionevolmente da chiedersi: da quando, la «umile serva» del Magnificat, sarebbe diventata così pretenziosa e vanitosa da chiedere e rivendicare il titolo di co-redentrice?

Ecco infine la “prova delle prove”: «diversi Sommi Pontefici hanno fatto uso del termine co-redentrice», detto questo segue l’elenco dei loro vari discorsi, benché il tutto dimostri però l’esatto contrario di ciò che le tifoserie della co-redenzione vorrebbero provare. È sì vero che il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, in un suo discorso dell’8 settembre 1982, affermò:

«Maria, pur concepita e nata senza macchia di peccato, ha partecipato in maniera mirabile alle sofferenze del suo divin Figlio, per essere co-redentrice dell’umanità».

Questa espressione dimostra però l’esatto contrario sul piano teologico e mariologico. Chiariamo perché: da allora a seguire Giovanni Paolo II ― che era indubitabilmente un Pontefice di profonda devozione mariana ―, dinanzi a sé ebbe altri 23 anni di pontificato. Come mai, in questo lungo lasso di tempo, oltre a non proclamare il quinto dogma mariano della co-redenzione di Maria, respinse in modo deciso la richiesta, quando per due volte gli fu presentata? La respinse perché tra il 1962 e il 1965, l’allora giovane Vescovo Karol Woytila fu una figura partecipe e attiva al Concilio Vaticano II che in una delle sue costituzioni dogmatiche chiarì come Maria avesse «cooperato in modo unico all’opera del Salvatore» (Lumen gentium, 61). Affermazione introdotta dal precedente articolo dove si precisa che L’unica mediazione del Redentore «non esclude, ma suscita nelle creature una varia cooperazione partecipata dall’unica fonte» (Lumen gentium 60; CCC 970). E la cooperazione più alta e straordinaria è stata quella della Vergine Maria. Ciò dovrebbe bastare per comprendere che i Sommi Pontefici, quando alcune volte hanno fatto ricorso al termine co-redentrice in loro discorsi, mai in encicliche o atti solenni del sommo magistero, intendevano esprimere con esso il concetto di cooperazione di Maria al mistero della salvezza e della redenzione.

Il termine stesso di co-redentrice è in sé e di per sé una assurdità teologica che crea enormi conflitti con la cristologia e il mistero della redenzione operata unicamente da Dio Verbo incarnato, che non necessita di co-redentori e co-redentrici, lo ha ripetuto per tre volte, nel 2019, 2020 e 2021 anche il Sommo Pontefice Francesco:

«[…] Fedele al suo Maestro, che è suo Figlio, l’unico Redentore, non ha mai voluto prendere per sé qualcosa di suo Figlio. Non si è mai presentata come co-redentrice. No, discepola. E c’è un Santo Padre che dice in giro che è più degno il discepolato della maternità. Questioni di teologi, ma discepola. Non ha mai rubato per sé nulla di suo Figlio, lo ha servito perché è madre, dà la vita nella pienezza dei tempi a questo Figlio nato da una donna (cfr. Omelia del 12 dicembre 2019, testo integrale QUI) […] la Madonna non ha voluto togliere a Gesù alcun titolo; ha ricevuto il dono di essere Madre di Lui e il dovere di accompagnare noi come Madre, di essere nostra Madre. Non ha chiesto per sé di essere una quasi-redentrice o una co-redentrice: no. Il Redentore è uno solo e questo titolo non si raddoppia. Soltanto discepola e Madre (cfr. Omelia del 3 aprile 2020, testo integrale QUI) […] la Madonna che, come Madre alla quale Gesù ci ha affidati, avvolge tutti noi; ma come Madre, non come dea, non come corredentrice: come Madre. È vero che la pietà cristiana sempre le dà dei titoli belli, come un figlio alla mamma: quante cose belle dice un figlio alla mamma alla quale vuole bene! Ma stiamo attenti: le cose belle che la Chiesa e i Santi dicono di Maria nulla tolgono all’unicità redentrice di Cristo. Lui è l’unico Redentore. Sono espressioni d’amore come un figlio alla mamma, alcune volte esagerate. Ma l’amore, noi sappiamo, sempre ci fa fare cose esagerate, ma con amore» (cfr. Udienza del 24 marzo 2021, testo integrale QUI).

Il mistero della redenzione è un tutt’uno con il mistero della croce, sulla quale è morto come agnello immolato Dio fatto uomo. Sulla croce non è morta inchiodata come agnello immolato la Beata Vergine Maria, che alla fine della sua vita si è addormentata ed è stata assunta in cielo, non è morta e risorta il terzo giorno sconfiggendo la morte. La Beata Vergine, prima creatura dell’intero creato al di sopra di tutti i Santi per sua immacolata purezza, non perdona i nostri peccati e non ci redime, intercede per la remissione dei nostri peccati e per la nostra redenzione. Se quindi non ci redime, perché si insiste affinché sia dogmatizzato un titolo mirato a definire solennemente che ci co-redime?

È probabile che molti tifosi della co-redenzione non abbiano mai prestato attenzione alle invocazioni delle Litanie Lauretane, che non furono certo opera di qualche recente pontefice in odore di modernismo, come direbbero alcuni, furono aggiunte alla recita del Santo Rosario dal Santo Pontefice Pio V dopo la vittoria della Lega Santa a Lepanto nel 1571, sebbene già in uso da diversi decenni nel Santuario della Casa di Loreto, dalla quale traggono nome. Eppure basterebbe porsi questa domanda: come mai, quando all’inizio di queste litanie si invocano Dio Padre, Dio Figlio e Dio Spirito Santo, diciamo «miserere nobis» (abbi pietà/msericordia di noi)? Mentre appena s’inizia, con l’invocazione Sancta Maria, a enunciare tutti i titoli della Beata Vergine, da quel momento in poi diciamo «Ora pro nobis» (prega per noi)? Semplice: perché Dio Padre che ci ha creati e che ha donato all’umanità sé stesso mediante l’incarnazione del Verbo di Dio fatto uomo, Gesù Cristo, i quali hanno fatto poi giungere lo Spirito Santo che «procede dal Padre e dal Figlio», con pietosa misericordia donano la grazia del perdono dai peccati mediante una azione trinitaria del Dio uno e trino, la Vergine Maria no, i peccati non ce li rimette e non ce li perdona, perché nella economia della salvezza il suo ruolo è quello di intercedere. Questo il motivo per il quale, quando ci rivolgiamo a lei attraverso la preghiera, sia nella Ave Maria che nel Salve Regina, da sempre, nell’intera storia e tradizione della Chiesa la invochiamo dicendo «prega per noi peccatori», non le chiediamo di rimettere i nostri peccati né di salvarci (cfr. mio precedente articolo, QUI). Solo questo dovrebbe di per sé bastare e avanzare per comprendere che il termine stesso co-redentrice è una grossolana contraddizione a livello teologico, quanto basta purtroppo a rendere grossolani quei teologi che insistono nel richiedere la proclamazione di questo quinto dogma mariano, caricando e usando come tifoseria frange di fedeli gran parte dei quali hanno profonde e serie lacune sui fondamenti del Catechismo della Chiesa Cattolica.

La persona della Vergine Maria, la Madre di Gesù, viene guardata e indicata con una profondità teologica che la colloca in stretto rapporto con la missione del suo Figlio e unita a noi discepoli, perché questo è il suo ruolo che i Vangeli ci hanno voluto comunicare e ricordare, il tutto con buona pace di quanti pretendono, a volte persino in modo arrogante, di relegare la Donna del Magnificat in un microcosmo di devozionismi emotivi che spesso lasciano persino percepire il fumus del neo-paganesimo. Ha quindi ragione il Sommo Pontefice Francesco, che con il suo stile molto semplice e diretto, a volte persino volutamente provocatorio e per taluni persino indisponente, ma proprio per questo capace a farsi intendere da tutti, ha precisato che Maria «[…] non ha mai voluto prendere per sé qualcosa di suo Figlio. Non si è mai presentata come co-redentrice». E non si è presentata come tale perché Maria è la Donna del Magnificat: «Ha guardato l’umiltà della sua serva, d’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata»; beata perché mi sono fatta serva, non certo perché ho chiesto, a qualche veggente svalvolato, di essere proclamata co-redentrice.

 

dall’Isola di Patmos, 3 febbraio 2024

 

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Fatece largo che passamo noi farisei perfetti campioni di purezza – Stand aside, for we pharisees, champions of purity, are coming through – ¡Apartaos, que pasamos, los fariseos, perfectos campeones de pureza!

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

Italian, english, español 

 

FATECE LARGO CHE PASSAMO NOI FARISEI PERFETTI CAMPIONI DI PUREZZA 

«O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo».

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Come il Vangelo di domenica scorsa, anche questo della XXX domenica del tempo Ordinario contiene un insegnamento sulla preghiera. È affidato alla parabola del fariseo e del pubblicano al tempio, un testo presente soltanto nel terzo vangelo.

Se Luca aveva specificato il fine per cui Gesù aveva raccontato la parabola della vedova insistente e del giudice iniquo, ovvero la necessità della preghiera perseverante (Lc 18,1); questa invece viene narrata avendo di mira dei destinatari precisi: «Disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri» (Lc 18,9). Alla luce di Lc 16,15 dove Gesù qualifica i farisei come coloro che «si ritengono giusti davanti agli uomini», si può pensare che il bersaglio del racconto siano appunto solo loro, ma l’atteggiamento preso di mira nella parabola è una stortura religiosa che si verifica ovunque e abita anche le comunità cristiane, ed è certamente a questi destinatari che pensa Luca scrivendo il suo vangelo. È importante precisare questo per evitare letture caricaturali dei farisei, che purtroppo non sono mancate nel cristianesimo proprio partendo dalla lettura di questa parabola. Ed ecco il testo evangelico:

«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: «O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo». Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: «O Dio, abbi pietà di me peccatore». Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato» (Lc 18,9-14).

Il brano si lascia facilmente suddividere in tre parti: Una introduzione, di un versetto; una parabola di quattro versetti (vv. 10-13); e la conclusione, di Gesù: «Io vi dico». I protagonisti della parabola sono due uomini, che salgono al luogo più santo di Israele, il tempio. Il verbo salire non solo dice che il tempio si trovava in alto, su un monte, ma anche che per andare a Gerusalemme si ascende, quasi a indicare il modo, anche fisico, di come ci si avvicina a Dio. Possiamo ricordare a tal proposito i «Salmi delle ascensioni», a partire dal Sal 120, ma anche, nel Vangelo, il buon Samaritano che si preoccupò dell’uomo incappato nei briganti mentre «scendeva da Gerusalemme a Gerico» (Lc 10,30). San Luca descrive qui due polarità opposte nel giudaismo del I secolo, mostrando così che i personaggi non sono scelti a caso. I farisei erano le persone più pie e devote, mentre gli esattori delle tasse erano spesso considerati ladri, una categoria di professionisti al soldo di Roma, come poteva essere stato Zaccheo di Gerico (Lc 19,1). Emerge anche che la preghiera al tempio poteva essere privata, mentre quella pubblica si teneva di mattino e alla sera, ed era regolata dalla liturgia templare.

Quindi abbiamo due uomini che si recano al tempio per pregare. Identico è il loro movimento, uguale il loro fine e medesimo è il luogo in cui si recano, eppure una grande distanza li separa. Essi sono vicini e al tempo stesso lontani, tanto che questa loro compresenza nel luogo di preghiera pone la domanda anche oggi, ai cristiani, di cosa significhi pregare insieme, fianco a fianco, l’uno accanto all’altro in uno stesso luogo. È infatti possibile pregare accanto ed essere separati dal confronto, dal paragone e perfino dal disprezzo: «non sono come questo pubblicano» (v. 11). Le differenze tra i due personaggi sono rilevanti anche per la gestualità e le posture dei loro corpi e nel loro situarsi nello spazio sacro. Il pubblicano resta sul fondo, «si ferma a distanza» (v. 13), non osa avanzare, è abitato dal timore di chi non è abituato al luogo liturgico, china il capo a terra e si batte il petto pronunciando pochissime parole. Il fariseo, invece, esprime la sua sicurezza, il suo essere un habitué del luogo sacro e prega stando in piedi a fronte alta, pronunciando molte e ricercate parole nel suo articolato ringraziamento. Questa coscienza di sé non ha nulla a che vedere con la giusta autostima, ma, sposandosi con il disprezzo per gli altri, si rivela essere un’arroganza ostentata, da parte di colui che forse così sicuro di sé non è, tanto che non fa albergare in sé dubbio alcuno. E la presenza degli altri serve a corroborare la sua coscienza di superiorità. Il verbo usato da Luca, exoutheneîn, tradotto con «disprezzare», significa letteralmente «ritenere niente», e sarà l’atteggiamento di Erode nei confronti di Gesù nel racconto della passione (Lc 23,11). La sicurezza nel condannare gli altri nel fariseo è necessaria per sostenere la sicurezza del proprio essere migliore e nel giusto.

Nelle parole del fariseo emerge anche quale immagine di Dio egli abbia. Egli prega «tra sé», cioè «rivolto a se stesso» (cfr. pròs eautòn di Lc 18,11) e la sua preghiera sembra dominata dall’ego. Formalmente compie un ringraziamento, ma in verità ringrazia Dio non per ciò che ha fatto per lui, bensì per ciò che lui fa per Dio. Il senso del ringraziamento viene così snaturato poiché il suo io si sostituisce a Dio e la sua preghiera finisce per essere un elenco di prestazioni pie e un compiacimento del suo non essere «come gli altri uomini» (v. 11). L’immagine alta di sé offusca quella di Dio tanto da impedirgli di vedere come un fratello colui che prega nel medesimo luogo e si sente così a posto che Dio non deve far altro che confermare ciò che egli è e fa: non necessita di conversione o cambiamento. Così Gesù rivela che lo sguardo di Dio non gradisce la sua preghiera: «il pubblicano tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro» (v. 14). Svelando al lettore la preghiera sommessa dei due personaggi della parabola, Luca compie un’incursione nella loro interiorità e nell’animo di chi prega, mostrando quel sottofondo dell’orazione che può fare tutt’uno con essa, oppure confliggere con essa. Si apre così, in questo brano, uno squarcio di luce sul cuore e sul profondo di chi prega, sui pensieri che lo abitano mentre è raccolto in preghiera. Si tratta di un’operazione audace ma importante, perché dietro alle parole che si pronunciano nella preghiera liturgica o personale spesso vi sono immagini, pensieri, sentimenti che possono essere anche in clamorosa contraddizione con le parole che si pronunciano e con il significato dei gesti che si compiono.

È il rapporto fra preghiera e autenticità. La preghiera del fariseo è sincera, ma non veritiera. Lo è quella del pubblicano, mentre quella del fariseo permane solo sincera, in quanto esprime quel che quest’uomo crede e sente, portando alla luce però la patologia nascosta nelle sue parole. Egli, cioè,  credendo veramente a ciò che dice, mostra al contempo che quel che lo muove alla preghiera è l’intima convinzione che ciò che compie basti a giustificarlo. Perciò la sua convinzione è granitica e incrollabile. La sua personale sincerità è coerente con l’immagine di Dio che lo muove.

Sottolineiamo ancora il versetto 13, e cioè la postura e la preghiera del pubblicano che fa da contraltare a quella del fariseo. Rimane indietro, forse nello spazio più remoto rispetto all’edificio del tempio, non alza gli occhi al cielo, ma si riconosce peccatore battendosi il petto, al modo in cui Davide diceva: «Ho peccato contro il Signore» (2Sam 12,13); come il «figliol prodigo» che dice: «Ho peccato contro il cielo e contro di te» (Lc 15,21). La preghiera del pubblicano non è centrata su di sé, ma chiede una sola cosa — misericordia — con l’espressione: «Abbi pietà», ilaskomai, che significa: propiziarsi, rendere benevolo, espiare i peccati. Il pubblicano non fa alcun confronto, si considera l’unico peccatore, un vero peccatore. Infine, al v.14, incontriamo il commento di Gesù, il quale mette in rilievo chi è giustificato e chi no. La risposta inizia con l’espressione: «Io vi dico» (lego hymin), come a segnalare una conclusione significativa, una richiesta di attenzione solenne. Poi Gesù dice che dei due che erano saliti al tempio, solo il pubblicano ne discese  giustificato. Il verbo usato da Gesù significa discendere a casa (la CEI: «tornò a casa»). La preghiera del peccatore è accolta da Dio, quella del fariseo invece no perché questi non aveva nulla da chiedere. Dio invece accoglie sempre le richieste di perdono quando sono autentiche e questa parabola risulta essere dunque un ulteriore insegnamento sulla preghiera, come quella appena sopra, del giudice e della vedova.

Il lettore cristiano attraverso questa parabola comprende che l’autenticità della preghiera passa attraverso la qualità buona delle relazioni con gli altri che pregano con me e che con me formano il corpo di Cristo. E nello spazio cristiano, in cui Gesù Cristo è «l’immagine del Dio invisibile» (Col 1,15), la preghiera è un processo di continua purificazione delle immagini di Dio a partire dall’immagine rivelata in Cristo e questi crocifisso (cfr. 1Cor 2,2), immagine che contesta tutte quelle contraffatte di Dio. Possiamo dire che l’atteggiamento del fariseo è emblematico di un tipo religioso che sostituisce la relazione con il Signore con prestazioni quantificabili, egli digiuna due volte alla settimana e paga la decima di tutto quanto acquista, compiendo anche opere supererogatorie. Alla relazione con il Signore sotto il segno dello Spirito e della gratuità dell’amore, si sostituisce una forma di ricerca di santificazione mediante il controllo, che richiede il distacco dagli altri. La preghiera, invece, suggerisce Luca, richiede umiltà. E umiltà è adesione alla realtà, alla povertà e piccolezza della condizione umana, all’humus di cui siamo fatti. Essa è coraggiosa conoscenza di sé di fronte al Dio che ha manifestato se stesso nell’umiltà e nell’abbassamento del Figlio. Dove c’è umiltà, c’è apertura alla grazia e c’è carità e si trova misericordia.

Dall’Eremo, 26 ottobre 2025

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STAND ASIDE, FOR WE PHARISEES, CHAMPIONS OF PURITY, ARE COMING THROUGH

«O God, I thank Thee that I am not like other men — thieves, unjust, adulterers — nor even like this publican. I fast twice a week, and I pay tithes on all I possess».

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As in last Sunday’s Gospel, so too in that of this Thirtieth Sunday in Ordinary Time we find a teaching on prayer. It is conveyed through the parable of the Pharisee and the publican in the temple — a text found only in the third Gospel. If Saint Luke had specified the purpose for which Jesus told the parable of the persistent widow and the unjust judge, namely the necessity of persevering prayer (Lk 18:1), this one, on the other hand, is told with certain hearers clearly in mind: “He also told this parable to some who were convinced of their own righteousness and despised others” (Lk 18:9). In the light of Luke 16:15, where Jesus describes the Pharisees as those “who justify themselves in the sight of men”, one might suppose that they alone are the intended target of the narrative. Yet the attitude denounced in the parable is a religious distortion that can arise anywhere — it inhabits even Christian communities — and it is surely to such as these that Luke directs his Gospel. It is important to make this clarification so as to avoid caricatured readings of the Pharisees, which unfortunately have not been lacking within Christianity, often beginning precisely from this parable. And here is the Gospel text itself:

“Two people went up to the temple area to pray; one was a Pharisee and the other was a tax collector. The Pharisee took up his position and spoke this prayer to himself, ‘O God, I thank you that I am not like the rest of humanity — greedy, dishonest, adulterous — or even like this tax collector. I fast twice a week, and I pay tithes on all I possess.’ But the tax collector stood off at a distance and would not even raise his eyes to heaven but beat his breast and prayed, ‘O God, be merciful to me a sinner ’. I tell you, the latter went home justified, not the former; for whoever exalts himself will be humbled, and the one who humbles himself will be exalted”. (Lk 18:9–14).

The passage can easily be divided into three parts: an introduction of one verse; a parable of four verses (vv. 10–13); and the conclusion spoken by Jesus: “I tell you.”The protagonists of the parable are two men who go up to the holiest place in Israel, the Temple. The verb to go up indicates not only that the Temple stood on high, upon a mountain, but also that one ascends when going to Jerusalem — almost as though to suggest, even in bodily movement, the manner in which one draws near to God. In this regard we may recall the Psalms of Ascent, beginning with Psalm 120, and likewise, in the Gospel, the Good Samaritan who took care of the man fallen among robbers while “going down from Jerusalem to Jericho” (Lk 10:30). Saint Luke here depicts two opposing poles within first-century Judaism, showing that the characters were not chosen at random. The Pharisees were regarded as the most pious and devout, while the tax collectors were often seen as thieves — a class of professionals in the service of Rome, as Zacchaeus of Jericho may have been (Lk 19:1). It also becomes clear that prayer in the Temple could be private, while public prayer was held in the morning and in the evening and was governed by the Temple liturgy.

We thus have two men who go to the Temple to pray. Their movement is identical, their purpose the same, and the place to which they go is one and the same; yet a great distance separates them. They are close to each other and yet far apart, so that their being together in the place of prayer raises, even for us Christians today, the question of what it truly means to pray together — side by side, one beside another, in the same sacred space. It is indeed possible to pray next to someone and yet be separated by comparison, by rivalry, or even by contempt: “I am not like this tax collector” (v. 11). The differences between the two characters are also evident in their gestures, in the posture of their bodies, and in the way they situate themselves within the sacred space. The tax collector remains at the back, “standing at a distance” (v. 13); he does not dare to come forward, he is filled with the awe of one unaccustomed to the liturgical place; he bows his head to the ground and beats his breast, uttering but a few words. The Pharisee, on the other hand, displays his assurance, his familiarity with the holy place; he prays standing upright, head held high, pronouncing many carefully chosen words in his elaborate thanksgiving. This self-awareness has nothing to do with proper self-respect; joined with contempt for others, it becomes a form of ostentatious arrogance — perhaps the posture of one who, in truth, is not so sure of himself, and who harbours no doubt within. The presence of others serves only to confirm his sense of superiority. The verb used by Luke, exoutheneîn, translated as “to despise”, literally means “to regard as nothing”, and it will describe the attitude of Herod toward Jesus in the Passion narrative (Lk 23:11). The Pharisee’s certainty in condemning others is the very means by which he sustains the illusion of his own righteousness and superiority.

In the words of the Pharisee there also emerges the image of God that he bears within himself. He prays “to himself” — that is, “turned toward himself” (pros heautón, Lk 18:11) — and his prayer appears to be ruled entirely by the ego. Formally, he performs an act of thanksgiving, yet in truth he thanks God not for what God has done for him, but for what he does for God. The very meaning of thanksgiving is thus distorted, for his self takes the place of God, and his prayer becomes a catalogue of pious achievements and a self-satisfaction at not being “like other men” (v. 11). His exalted image of himself obscures that of God, to the point of preventing him from seeing as a brother the man who prays in the same holy place. He feels himself so perfectly righteous that God has nothing left to do but to confirm what he already is and does: he has no need of conversion, no need of change. Thus Jesus reveals that God’s gaze does not look with favour upon his prayer: “the tax collector went home justified, rather than the other” (v. 14). By unveiling for the reader the subdued prayer of the two figures in the parable, Luke ventures into their inner world — into the soul of the one who prays — showing that hidden background of prayer which may either be one with it or at odds with it. This passage thus opens a window of light upon the heart and the depths of the one who prays, upon the thoughts that dwell within him even as he stands in prayer. It is a bold but essential insight, for behind the words uttered in prayer — whether liturgical or personal — there often lie images, thoughts, and feelings that may stand in striking contradiction to the very words we speak and to the gestures we perform.

It is the relationship between prayer and authenticity. The prayer of the Pharisee is sincere, but not truthful. That of the tax collector is truthful, whereas the Pharisee’s remains merely sincere — in that it expresses what this man believes and feels, yet at the same time reveals the hidden pathology within his words. Believing truly what he says, he also shows that what moves him to pray is the inner conviction that what he does is sufficient to justify him. Hence his conviction is granite-like and unshakable. His personal sincerity is wholly consistent with the image of God that animates him.

Let us pause once more upon verse 13 — upon the posture and the prayer of the tax collector, which stands in direct contrast to that of the Pharisee. He remains at the back, perhaps in the most distant space of the Temple precincts; he does not lift his eyes to heaven but acknowledges himself as a sinner, beating his breast as David once said, “I have sinned against the Lord” (2 Sam 12:13); and as the prodigal son confessed, “I have sinned against heaven and against you” (Lk 15:21). The prayer of the tax collector is not centred upon himself; he asks only one thing — mercy — with the expression “Be merciful” (hilaskomai), which means to propitiate, to make favourable, to atone for sins. The tax collector makes no comparison; he considers himself the only sinner, a true sinner. Finally, in verse 14, we find the comment of Jesus, who indicates who is justified and who is not. His response begins with the expression “I tell you” (lego hymin), signalling a solemn conclusion, a call for attentive listening. Then Jesus declares that of the two who went up to the Temple, only the tax collector went down to his house justified. The verb used by Jesus means to go down to one’s house. The sinner’s prayer is received by God; the Pharisee’s is not, for he had nothing to ask. God, however, always welcomes the plea for forgiveness when it is sincere. This parable thus becomes yet another teaching on prayer — like the one just above, of the judge and the widow.

Through this parable, the Christian reader understands that the authenticity of prayer passes through the goodness and integrity of one’s relationships with others who pray alongside us and who, together with us, form the Body of Christ. In the Christian sphere, where Jesus Christ is “the image of the invisible God” (Col 1:15), prayer becomes a process of continual purification of our images of God, beginning from the image revealed in Christ — and in Him crucified (cf. 1 Cor 2:2) — the image that contests and unmasks all false and distorted representations of God. The attitude of the Pharisee may be seen as emblematic of a religious type that replaces relationship with the Lord by measurable performance. He fasts twice a week and pays tithes on all he acquires, even undertaking works of supererogation. In place of a relationship with the Lord marked by the Spirit and by the gratuity of love, there arises a pursuit of sanctification through control — a striving that demands separation from others. Prayer, on the contrary, as Luke suggests, requires humility. And humility is an adhesion to reality — to the poverty and smallness of the human condition, to the humus from which we are made. It is the courageous knowledge of oneself before the God who has revealed Himself in the humility and self-emptying of the Son. Where there is humility, there is openness to grace, and there is charity, and mercy is found.

From the Hermitage October 26, 2025

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¡APARTAOS, QUE PASAMOS, LOS FARISEOS, PERFECTOS CAMPEONES DE PUREZA!

«Oh Dios, te doy gracias porque no soy como los demás hombres, ladrones, injustos, adúlteros, ni tampoco como este publicano. Ayuno dos veces por semana y pago el diezmo de todo cuanto poseo».

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Al igual que en el Evangelio del domingo pasado, también en el de este trigésimo domingo del Tiempo Ordinario encontramos una enseñanza sobre la oración. Se expresa a través de la parábola del fariseo y del publicano en el templo, un texto presente únicamente en el tercer Evangelio. Si san Lucas había precisado el propósito por el cual Jesús contó la parábola de la viuda perseverante y del juez inicuo — a saber, la necesidad de orar siempre sin desfallecer (Lc 18,1) —, en esta otra, en cambio, es narrada teniendo en mente unos destinatarios concretos: «Dijo también esta parábola para algunos que confiaban en sí mismos por considerarse justos y despreciaban a los demás» (Lc 18,9). A la luz de Lc 16,15, donde Jesús describe a los fariseos como aquellos «que se tienen por justos ante los hombres», podría pensarse que ellos son los únicos destinatarios del relato. Sin embargo, la actitud que se denuncia en la parábola es una distorsión religiosa que puede manifestarse en cualquier lugar; habita también en las comunidades cristianas, y es seguramente a estos destinatarios a quienes Lucas dirige su Evangelio. Es importante precisar esto para evitar lecturas caricaturescas de los fariseos, que, por desgracia, no han faltado en el cristianismo, nacidas precisamente a partir de la interpretación de esta parábola. Y he aquí el texto evangélico: 

«Dos hombres subieron al templo a orar; uno era fariseo y el otro publicano. El fariseo, erguido, oraba en su interior diciendo: “Oh Dios, te doy gracias porque no soy como los demás hombres, ladrones, injustos, adúlteros, ni tampoco como este publicano. Ayuno dos veces por semana y pago el diezmo de todo cuanto poseo”. Pero el publicano, manteniéndose a distancia, no se atrevía ni a alzar los ojos al cielo, sino que se golpeaba el pecho diciendo: “Oh Dios, ten compasión de mí, que soy un pecador”. Os digo que éste bajó a su casa justificado y aquél no; porque todo el que se ensalza será humillado, y el que se humilla será ensalzado» (Lc 18,9-14).

El pasaje puede dividirse fácilmente en tres partes: una introducción de un versículo; una parábola de cuatro versículos (vv. 10-13); y la conclusión pronunciada por Jesús: «Os digo». Los protagonistas de la parábola son dos hombres que suben al lugar más santo de Israel, el templo. El verbo subir indica no sólo que el templo se hallaba en lo alto, sobre un monte, sino también que para ir a Jerusalén se asciende, casi como para sugerir —incluso en el movimiento físico — el modo en que uno se aproxima a Dios. A este propósito podemos recordar los Salmos de las subidas, comenzando por el Salmo 120, y también, en el Evangelio, la figura del buen samaritano que se apiadó del hombre que cayó en manos de los bandidos mientras «bajaba de Jerusalén a Jericó» (Lc 10,30). San Lucas presenta aquí dos polos opuestos dentro del judaísmo del siglo I, mostrando así que los personajes no fueron elegidos al azar. Los fariseos eran considerados las personas más piadosas y devotas, mientras que los recaudadores de impuestos eran con frecuencia vistos como ladrones: una clase de profesionales al servicio de Roma, como podía haber sido Zaqueo de Jericó (Lc 19,1). En este pasaje se hace también presente que la oración en el templo podía ser privada, mientras que la oración pública se celebraba por la mañana y por la tarde, y estaba regulada por la liturgia del templo.

Tenemos, pues, a dos hombres que suben al templo para orar. Idéntico es su movimiento, igual su propósito y el mismo el lugar al que se dirigen; sin embargo, una gran distancia los separa. Están próximos y al mismo tiempo distantes, de modo que su presencia conjunta en el lugar de oración plantea también hoy, a los cristianos, la pregunta de qué significa verdaderamente orar juntos, uno al lado del otro, en un mismo espacio sagrado. En efecto, es posible orar junto a otro y, sin embargo, estar separados por la comparación, la rivalidad o incluso el desprecio: «No soy como este publicano» (v. 11).

Las diferencias entre los dos personajes son notables también en los gestos, en la postura de sus cuerpos y en la manera en que se sitúan dentro del espacio sagrado. El publicano permanece al fondo, «manteniéndose a distancia» (v. 13); no se atreve a avanzar, está habitado por el temor de quien no está acostumbrado al lugar litúrgico; inclina la cabeza hacia la tierra y se golpea el pecho pronunciando apenas unas pocas palabras. El fariseo, en cambio, manifiesta su seguridad, su condición de habituado al lugar santo; ora erguido, con la frente en alto, pronunciando muchas palabras cuidadosamente escogidas en su elaborado agradecimiento. Esta conciencia de sí mismo no tiene nada que ver con una justa autoestima; unida al desprecio por los demás, se revela en una forma de arrogancia ostentosa quizás por parte de alquien que en realidad, no está tan seguro de sí mismo, hasta el punto que no alberga duda alguna en su interior. La presencia de los otros le sirve sólo para reforzar su conciencia de superioridad. El verbo empleado por Lucas, exoutheneín, traducido como «despreciar», significa literalmente «considerar como nada», y describe la actitud de Herodes hacia Jesús en el relato de la Pasión (Lc 23,11). La seguridad del fariseo al condenar a los demás es el medio por el cual sostiene la ilusión de su propia rectitud y superioridad.

En las palabras del fariseo se revela también la imagen de Dios que lleva dentro de sí. Ora «consigo mismo», es decir, «dirigido hacia sí mismo» (pròs heautón, Lc 18,11), y su oración parece dominada por el ego. Formalmente realiza una acción de gracias, pero en realidad da gracias a Dios no por lo que Dios ha hecho por él, sino por lo que él hace por Dios. El sentido del agradecimiento queda así desnaturalizado, pues su propio yo ocupa el lugar de Dios, y su oración se convierte en un catálogo de prácticas piadosas y en una autocomplacencia por no ser «como los demás hombres» (v. 11). La imagen engrandecida de sí mismo oscurece la de Dios hasta el punto de impedirle ver como hermano al que ora en el mismo lugar santo. Se siente tan justo que Dios no tiene otra cosa que hacer sino confirmar lo que él ya es y hace: no necesita conversión ni cambio alguno. Así, Jesús revela que la mirada de Dios no se complace en su oración: «El publicano bajó a su casa justificado, y el otro no» (v. 14). Al desvelar al lector la oración silenciosa de los dos personajes de la parábola, Lucas penetra en su mundo interior — en el alma de quien ora — mostrando ese trasfondo de la oración que puede coincidir con ella o estar en conflicto con ella. Este pasaje abre, por tanto, una rendija de luz sobre el corazón y las profundidades de quien ora, sobre los pensamientos que lo habitan incluso mientras está recogido en oración.
Se trata de una observación audaz, pero necesaria, porque detrás de las palabras pronunciadas en la oración — sea litúrgica o personal — suelen esconderse imágenes, pensamientos y sentimientos que pueden estar en flagrante contradicción con las propias palabras que se dicen y con el significado de los gestos que se realizan.

Se trata de la relación entre la oración y la autenticidad. La oración del fariseo es sincera, pero no veraz. La del publicano en cambio, es veraz, mientras que la del fariseo permanece meramente sincera, en la medida en que expresa lo que este hombre cree y siente, pero al mismo tiempo pone al descubierto la patología oculta en sus palabras. Creyendo verdaderamente en lo que dice, muestra también que lo que le impulsa a orar es la íntima convicción de que cuanto realiza basta para justificarlo. Por eso su convicción es granítica e inquebrantable. Su sinceridad personal es plenamente coherente con la imagen de Dios que lo mueve.

Detengámonos una vez más en el versículo 13, en la postura y en la oración del publicano, que sirven de contrapeso a las del fariseo. Permanece atrás, quizá en el espacio más alejado del recinto del templo; no alza los ojos al cielo, sino que se reconoce pecador golpeándose el pecho, al modo en que David decía: «He pecado contra el Señor» (2 Sam 12,13); y como el hijo pródigo confesaba: «He pecado contra el cielo y contra ti» (Lc 15,21). La oración del publicano no está centrada en sí mismo; pide una sola cosa —misericordia— con la expresión «Ten compasión» (hilaskomai), que significa propiciar, hacerse favorable, expiar los pecados. El publicano no establece comparaciones; se considera el único pecador, un verdadero pecador. Finalmente, en el versículo 14, encontramos el comentario de Jesús, que destaca quién queda justificado y quién no. Su respuesta comienza con la expresión «Os digo» (lego hymin), como para señalar una conclusión significativa, una invitación a la escucha atenta. Después, Jesús declara que de los dos que subieron al templo, sólo el publicano bajó a su casa justificado. El verbo empleado por Jesús significa descender a casa. La oración del pecador es acogida por Dios; la del fariseo, en cambio, no, porque éste no tenía nada que pedir. Dios, sin embargo, acoge siempre las súplicas de perdón cuando son auténticas. Esta parábola se convierte así en una nueva enseñanza sobre la oración, al igual que la anterior, la del juez y la viuda.

A través de esta parábola, el lector cristiano comprende que la autenticidad de la oración pasa por la calidad y la bondad de las relaciones con los demás que oran conmigo y que, junto conmigo, forman el Cuerpo de Cristo. En el ámbito cristiano, donde Jesucristo es «la imagen del Dios invisible» (Col 1,15), la oración se convierte en un proceso de continua purificación de nuestras imágenes de Dios, a partir de la imagen revelada en Cristo — y en Él crucificado (cf. 1 Cor 2,2) —, imagen que cuestiona y desenmascara todas las representaciones falsas y distorsionadas de Dios. La actitud del fariseo puede considerarse emblemática de un tipo religioso que sustituye la relación con el Señor por rendimientos cuantificables. Ayuna dos veces por semana y paga el diezmo de todo lo que adquiere, realizando incluso obras supererogatorias. En lugar de una relación con el Señor bajo el signo del Espíritu y de la gratuidad del amor, aparece una forma de búsqueda de santificación mediante el control, que exige el distanciamiento de los demás. La oración, en cambio — como sugiere Lucas —, requiere humildad. Y la humildad es adhesión a la realidad, a la pobreza y pequeñez de la condición humana, al humus del que estamos hechos. Es el valiente conocimiento de uno mismo ante el Dios que se ha manifestado en la humildad y el anonadamiento del Hijo. Donde hay humildad, hay apertura a la gracia, hay caridad y se encuentra la misericordia.

Desde el Ermitorio, 26 de octubre de 2025

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Grotta Sant’Angelo in Ripe (Civitella del Tronto)

 

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I Padri dell’Isola di Patmos

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La fede come resistenza nella notte di Dio. «Quando il figlio dell’uomo verrà, troverà la fede sulla terra?» – Faith as resistance in the night of God. “When the Son of man comes, will he find faith on earth?” – La fe en cuanto resistencia en la noche de Dios. «Cuando venga el hijo del hombre, ¿encontrará fe sobre la tierra?»

Omiletica dei Padri deL'Isola di Patmos

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

(Italian, English, Español)

 

LA FEDE COME RESISTENZA NELLA NOTTE DI DIO. «QUANDO IL FIGLIO DELL’UOMO VERRÀ, TROVERÀ LA FEDE SULLA TERRA?» 

Quando il Figlio dell’uomo verrà, forse non troverà molte opere, né molte istituzioni rimaste salde; ma se troverà un piccolo resto che ancora crede, spera e ama, allora la sua domanda avrà già trovato risposta. Perché anche una sola fede viva, anche un solo cuore che continua a pregare nella notte, è sufficiente a tenere accesa la lampada della Chiesa.

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La frase conclusiva di questo passo lucano suscita nel mio animo cristiano e sacerdotale timore e tremore. La parabola del giudice e della vedova non termina con una consolazione, ma con una domanda.

Gesù non promette tempi migliori, né garantisce che la giustizia di Dio si manifesterà secondo le nostre attese; lascia invece un interrogativo sospeso, che attraversa i secoli e si posa su ogni generazione: «Quando il Figlio dell’uomo verrà, troverà la fede sulla terra?».

Dal Vangelo secondo Luca (18, 1-8) — «In quel tempo, Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai: “In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: ‘Fammi giustizia contro il mio avversario’. Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”. E il Signore soggiunse: “Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?”».

Questa domanda è il sigillo drammatico del Vangelo del beato evangelista Luca, perché rivela il paradosso della fede cristiana: Dio è fedele, ma spesso non lo è l’uomo. Il rischio non è che Dio si dimentichi dell’uomo, bensì che l’uomo si stanchi di Dio. Per questo Gesù parla della necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai: non perché Dio sia sordo, ma perché la preghiera custodisce viva la fede in un tempo che la consuma sino a svuotarla, specie in questa nostra Europa senza memoria, che rinnega le proprie radici cristiane in modo talora violento e distruttivo.

La vedova di questa parabola rappresenta l’anima sofferente della Chiesa corpo mistico di Cristo: fragile, ma ostinata. Nel silenzio continua a bussare alla porta del giudice, anche quando tutto sembra inutile. È la fede che non cede alla tentazione dell’indifferenza; è la fede che resiste nella notte dell’apparente assenza di Dio. E Dio non è come il giudice disonesto, ma a volte mette alla prova la fede proprio nel momento in cui sembra comportarsi come tale: tace, non risponde, ritarda la giustizia. È qui che la preghiera perseverante diventa atto di fiducia pura, una ribellione silenziosa contro la disperazione.

Quando Gesù domanda se, al suo ritorno, troverà la fede sulla terra, non parla di una credenza vaga o di un sentimento religioso; parla della fede che resiste, quella che rimane salda anche quando ogni apparenza di religione sembra dissolversi, quella fede che è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono» (cfr. Eb 11,1); quella fede che ci renderà beati perché pur non avendo visto abbiamo creduto (cfr. Gv 20,29). È la fede di Abramo, che crede contro ogni speranza (cfr. Rm 4,18); la fede della vedova che continua a chiedere giustizia (cfr. Lc 18,3); la fede della Chiesa che non smette di pregare anche quando il mondo si fa beffe di lei.

La vera minaccia non è l’ateismo diffuso nel mondo, ma quello sempre più diffuso all’interno della Chiesa visibile: l’ateismo ecclesiastico, conseguenza estrema dell’apatia spirituale che erode il cuore e trasforma la fede in abitudine e la speranza in cinismo. Eppure, è proprio in questo deserto che si rivela la fedeltà di Dio: quando tutto sembra morto il seme della fede sopravvive nascosto nella terra, come un germe silenzioso che attende la primavera di Dio.

Nel rito penitenziale confessiamo di aver peccato in pensieri, parole, opere e omissioni. Tra questi peccati l’omissione è forse il più grave, perché racchiude la radice di tutti gli altri, un po’ come la superbia, che è regina e sintesi di tutti i peccati capitali. E della frase drammatica che chiude questo passo evangelico — insieme ermetica ed enigmatica — il peccato di omissione n’è, a suo modo, paradigma. Basti pensare solo a quanti, davanti al disordine e alla decadenza che da decenni affliggono la Chiesa, si lavano le mani come Pilato nel pretorio, dicendo: «La Chiesa è di Cristo, ed è governata dallo Spirito Santo». Come se bastasse questa formula per giustificare l’inerzia e la mancata assunzione di ogni resposabilità. La casa arde, ma ci rassicuriamo dicendo: «È sua, ci penserà Lui. Non ha forse promesso che le porte degli inferi non prevarranno?».

Siamo di fronte alla santificazione dell’impotenza, alla “teologia” del “mi faccio i fatti miei” travestita da fiducia nella Provvidenza. Quando poi i problemi non possono essere in alcun modo negati ed elusi, si è persino capaci ad affermare: «Ci penseranno quelli che verranno dopo di noi», un vero e proprio trionfo dello spirito irresponsabile più nefasto. 

Se la domanda di Cristo — «Quando il Figlio dell’uomo verrà, troverà la fede sulla terra?» — la inserissimo in questo contesto realistico, ne emergerebbe un’eco inquietante. Sì, il Signore ha promesso «non praevalebunt» e certamente, al suo ritorno, troverà ancora la Chiesa. Ma quale Chiesa? Perché potrebbe trovare anche una Chiesa visibile svuotata di Cristo — di cui talvolta sembriamo quasi vergognarci — e riempita di altro: di umanitarismo senza grazia, di giustizia senza verità e diritto, di spiritualità senza Spirito … Una Chiesa che esiste ancora nella sua forma esteriore, ma che rischia di non avere più fede.

E questa, forse, è la più terribile tra le profezie implicite di quella domanda: che la fede possa scomparire non dal mondo, ma proprio dalla Chiesa. Anche di fronte a questa possibilità inquietante — che il Figlio dell’uomo possa trovare una fede affievolita, quasi spenta — il Vangelo non ci abbandona alla paura, ma ci richiama alla speranza che non delude. La fede autentica non è un possesso stabile, è una grazia da custodire e rinnovare ogni giorno. Come il respiro, essa vive solo nella continuità: se si interrompe, muore. Per questo la preghiera diventa l’atto più alto di resistenza spirituale: pregare non significa ricordare a Dio la nostra esistenza, ma ricordare a noi stessi che Dio esiste e che la sua fedeltà precede ogni nostra infedeltà.

Quando la fede sembra venir meno nella Chiesa, Dio non cessa di suscitarla nei piccoli, negli umili, nei poveri che gridano giorno e notte verso di Lui. È questa la logica del Regno: mentre le strutture si irrigidiscono e gli uomini si distraggono, lo Spirito continua a soffiare nei cuori silenziosi che credono anche senza vedere. Dove l’istituzione appare stanca e decadente, Dio resta vivo nel suo popolo. Dove la parola tace, la fede continua a sussurrare.

La domanda di Cristo — «Troverò la fede sulla terra?» — non è una condanna, ma un invito e al tempo stesso una sfida: “Conserverai la fede quando tutto intorno sembrerà perduto?” È un appello a rimanere desti nella notte, a non delegare ad altri la responsabilità di credere. Il Figlio dell’uomo non chiede una Chiesa trionfante nel senso mondano o politico del termine, ma una Chiesa che veglia, che non smette di bussare, che persevera nella preghiera come la vedova della parabola. E quella vedova, simbolo della Chiesa povera e fedele, ci insegna che il miracolo della fede non consiste nel cambiare Dio, ma nel lasciarci cambiare da Lui, fino a diventare noi stessi preghiera vivente.

Quando il Figlio dell’uomo verrà, forse non troverà molte opere né molte istituzioni rimaste salde; ma se troverà un piccolo resto che ancora crede, spera e ama, allora la sua domanda avrà già trovato risposta. Perché anche una sola fede viva, anche un solo cuore che continua a pregare nella notte, è sufficiente a tenere accesa la lampada della Chiesa.

Sia lodato Gesù Cristo!

Dall’Isola di Patmos, 20 ottobre 2025

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FAITH AS RESISTANCE IN THE NIGHT OF GOD. “WHEN THE SON OF MAN COMES, WILL HE FIND FAITH ON EARTH?”

When the Son of Man comes, He may perhaps find few works and few institutions still standing firm; yet if He finds a small remnant that still believes, hopes, and loves, then His question will already have found its answer. For even a single living faith, even a single heart that continues to pray in the night, is enough to keep the lamp of the Church burning.

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The concluding sentence of this Lucan passage awakens within my Christian and priestly soul a sense of awe and trembling. The parable of the judge and the widow does not end with consolation, but with a question. Our Lord does not promise brighter days, nor does He assure us that the justice of God will manifest itself according to our expectations; rather, He leaves a question suspended in the air — one that travels through the centuries and settles upon every generation: When the Son of Man comes, will He find faith upon the earth?

From the Gospel according to Luke (18:1-8) — At that time Jesus told His disciples a parable about the necessity of praying always without becoming weary. “In a certain city there was a judge who neither feared God nor respected any human being. And there was a widow in that city who kept coming to him and saying, ‘Render a just decision for me against my adversary.’ For a long time he was unwilling, but eventually he thought, ‘Even though I neither fear God nor respect any human being, because this widow keeps bothering me I shall deliver a just decision for her lest she finally come and strike me.’” And the Lord said, “Pay attention to what the dishonest judge says. Will not God then secure the rights of His chosen ones who call out to Him day and night? Will He be slow to answer them? I tell you, He will see to it that justice is done for them speedily. But when the Son of Man comes, will He find faith on earth?”

This question stands as the dramatic seal of the Gospel according to the blessed Evangelist Luke, for it discloses the paradox at the heart of Christian faith: God remains faithful, yet man so often does not. The danger is not that God should forget man, but that man should grow weary of God. Hence our Lord speaks of the need to pray always and never lose heart — not because God is deaf, but because prayer keeps faith alive in an age that exhausts and empties it, especially in this Europe of ours, grown amnesiac and intent on denying its Christian roots.

The widow in this parable represents the suffering soul of the Church, the Mystical Body of Christ: fragile, yet unyielding. In silence she keeps knocking at the judge’s door, even when all seems futile. Hers is the faith that does not yield to indifference; the faith that endures through the night of God’s apparent absence. And God, though unlike the unjust judge, at times tests faith precisely in the moment when He seems to act as one: He keeps silence, He withholds His answer, He delays justice. It is there that persevering prayer becomes an act of pure trust — a silent rebellion against despair.

When Jesus asks whether, at His return, He will find faith upon the earth, He is not speaking of a vague belief or a mere religious sentiment; He is speaking of the faith that endures — the faith that remains steadfast even when every outward form of religion seems to dissolve. It is that faith which is “the assurance of things hoped for, the conviction of things not seen” (cf. Heb 11:1); the faith that will make us blessed, “for having not seen, we have yet believed” (cf. Jn 20:29). It is the faith of Abraham, who “hoped against hope” (cf. Rom 4:18); the faith of the widow who continues to plead for justice (cf. Lk 18:3); the faith of the Church that does not cease to pray even when the world mocks her.

The true menace is not the atheism that pervades the world, but the one that spreads ever more within the visible Church — an ecclesiastical atheism, the ultimate consequence of spiritual apathy that corrodes the heart, turning faith into habit and hope into cynicism. Yet it is precisely in this desert that the faithfulness of God is revealed: when all seems dead, the seed of faith survives hidden within the soil, like a silent germ awaiting the springtime of God.

In the penitential rite we confess that we have sinned in thought, word, deed, and omission. Among these sins, omission is perhaps the most grievous, for it encloses within itself the root of all the others — much as pride, queen and synthesis of the capital sins, contains them all. The dramatic phrase that closes this Gospel passage — at once hermetic and enigmatic — finds in the sin of omission its fitting paradigm.

Consider, for example, how many, faced with the disorder and decay that for decades have afflicted the Church, wash their hands like Pilate in the praetorium, saying: “The Church belongs to Christ, and it is governed by the Holy Spirit.” As though that formula were sufficient to justify their inertia. The house is ablaze, yet we console ourselves by saying: “It is His; He will see to it. Did He not promise that the gates of hell shall not prevail?” 

We are witnessing the sanctification of impotence — a theology of minding one’s own business disguised as trust in Providence. It is an evasion of responsibility that masquerades as faith. When problems cannot be denied or avoided in any way, we are even capable of saying: “Those who come after us will take care of it”, a true triumph of the most nefarious irresponsible spirit.

If we were to set Christ’s question — “When the Son of Man comes, will He find faith upon the earth?” — within this realistic context, an unsettling echo would emerge. Yes, the Lord has promised non praevalebunt, and assuredly, at His return, He will find the Church still standing. But which Church? For He may find, rather, a visible Church emptied of Christ — of whom at times we seem almost ashamed — and filled instead with something else: humanism without grace, diplomacy without truth, spirituality without the Spirit. A Church that yet exists in its outward form, but one that risks no longer possessing faith.

And this, perhaps, is the most terrible of all the prophecies implicit in that question: that faith might vanish not from the world, but from the very house of God. Even in the face of this disquieting possibility — that the Son of Man might find a faith grown dim, almost extinguished — the Gospel does not abandon us to fear; it recalls us instead to the hope that does not disappoint.

True faith is not a stable possession; it is a grace to be guarded and renewed each day. Like breath, it lives only in its continuity: if it ceases, it dies. This is why prayer becomes the highest act of spiritual resistance: to pray does not mean to remind God of our existence, but to remind ourselves that God exists, and that His faithfulness precedes every one of our infidelities.

When faith seems to falter within the Church, God does not cease to awaken it in the little ones, in the humble, in the poor who cry to Him day and night. This is the logic of the Kingdom: while structures grow rigid and men grow distracted, the Spirit continues to breathe within silent hearts that believe without seeing. Where the institution appears weary, God remains alive in His people. Where the word falls silent, faith continues to whisper.

The question of ChristWill I find faith upon the earth? — is not a condemnation but an invitation: Will you keep the faith when all around you seems lost?. It is a summons to remain awake in the night, not to delegate to others the responsibility of believing. The Son of Man does not ask for a triumphant Church in the worldly or political sense of the term, but for a Church that keeps vigil, that does not cease to knock, that perseveres in prayer like the widow of the parable. And that widow, symbol of the poor and faithful Church, teaches us that the miracle of faith does not consist in changing God, but in allowing ourselves to be changed by Him — until we ourselves become living prayer.

When the Son of Man comes, He may perhaps find few works and few institutions still standing firm; yet if He finds a small remnant that still believes, hopes, and loves, then His question will already have found its answer. For even a single living faith, even a single heart that continues to pray in the night, is enough to keep the lamp of the Church burning.

Praised be Jesus Christ!

From The Island of Patmos, 20 October 2025

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LA FE EN CUANTO RESISTENCIA EN LA NOCHE DE DIOS. «CUANDO VENGA EL HIJO DEL HOMBRE, ¿ENCONTRARÁ FE SOBRE LA TIERRA?»

Cuando venga el Hijo del hombre, quizá no encuentre muchas obras ni muchas instituciones que permanezcan firmes; pero si halla un pequeño resto que aún cree, espera y ama, su pregunta habrá encontrado ya la respuesta. Porque incluso una sola fe viva, incluso un solo corazón que continúa orando en la noche, basta para mantener encendida la lámpara de la Iglesia.

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La frase conclusiva de este pasaje lucano suscita en mi ánimo cristiano y sacerdotal temor y temblor. La parábola del juez y de la viuda no termina con una consolación, sino con una pregunta. Jesús no promete tiempos mejores ni garantiza que la justicia de Dios se manifestará según nuestras expectativas; deja, más bien, un interrogante suspendido que atraviesa los siglos y se posa sobre cada generación: «Cuando venga el Hijo del hombre, ¿encontrará fe sobre la tierra?».

Del Santo Evangelio según san Lucas (18, 1-8) — En aquel tiempo, Jesús les decía a sus discípulos una parábola sobre la necesidad de orar siempre sin desfallecer: «Había en una ciudad un juez que ni temía a Dios ni respetaba a los hombres. En aquella misma ciudad había una viuda que acudía a él diciendo: “Hazme justicia contra mi adversario”. Por algún tiempo se negó, pero después se dijo a sí mismo: “Aunque no temo a Dios ni respeto a los hombres, como esta viuda me está fastidiando, le haré justicia para que no venga continuamente a importunarme”» Y el Señor añadió: «Fijaos en lo que dice el juez injusto; pues Dios, ¿no hará justicia a sus elegidos que claman a él día y noche? ¿Les hará esperar? Os digo que les hará justicia pronto. Pero cuando venga el Hijo del hombre, ¿encontrará esta fe en la tierra?».

Esta pregunta es el sello dramático del Evangelio del beato evangelista Lucas, porque revela el paradigma de la fe cristiana: Dios permanece fiel, pero con frecuencia el hombre no lo es. El riesgo no consiste en que Dios olvide al hombre, sino en que el hombre se canse de Dios.

Por eso Jesús habla de la necesidad de orar siempre, sin desfallecer: no porque Dios sea sordo, sino porque la oración mantiene viva la fe en un tiempo que la desgasta hasta vaciarla, especialmente en esta Europa nuestra, sin memoria, que reniega de sus raíces cristianas y pretende construir un mundo donde Dios ya no tenga lugar.

La viuda de esta parábola representa el alma sufriente de la Iglesia, Cuerpo Místico de Cristo: frágil, pero obstinada. En silencio continúa llamando a la puerta del juez, aun cuando todo parece inútil. Es la fe que no cede a la tentación de la indiferencia; la fe que resiste en la noche de la aparente ausencia de Dios. Y Dios no es como el juez injusto, pero a veces pone a prueba la fe precisamente en el momento en que parece comportarse como tal: calla, no responde, retrasa la justicia. Es entonces cuando la oración perseverante se convierte en un acto de confianza pura, una rebelión silenciosa contra la desesperación.

Cuando Jesús pregunta si, a su regreso, encontrará la fe sobre la tierra, no habla de una creencia vaga ni de un sentimiento religioso; habla de la fe que resiste, aquella que permanece firme incluso cuando toda apariencia de religión parece disolverse; esa fe que es “fundamento de lo que se espera y garantía de lo que no se ve” (cf. Heb 11,1); esa fe que nos hará bienaventurados porque, “sin haber visto, hemos creído” (cf. Jn 20,29). Es la fe de Abraham, que “creyó esperando contra toda esperanza” (cf. Rom 4,18); la fe de la viuda que sigue pidiendo justicia (cf. Lc 18,3); la fe de la Iglesia que no deja de orar incluso cuando el mundo se burla de ella.

La verdadera amenaza no es el ateísmo extendido en el mundo, sino aquel que se difunde cada vez más dentro de la Iglesia visible: el ateísmo eclesiástico, consecuencia extrema de la apatía espiritual que erosiona el corazón y transforma la fe en costumbre y la esperanza en cinismo. Y, sin embargo, es precisamente en este desierto donde se revela la fidelidad de Dios: cuando todo parece muerto, la semilla de la fe sobrevive oculta en la tierra, como un germen silencioso que espera la primavera de Dios.

En el rito penitencial confesamos haber pecado de pensamiento, palabra, obra y omisión. Entre estos pecados, la omisión es quizá el más grave, porque encierra en sí la raíz de todos los demás, del mismo modo que la soberbia, reina y síntesis de todos los pecados capitales, los contiene a todos. Y la frase dramática que cierra este pasaje evangélico — a la vez hermética y enigmática — tiene en el pecado de omisión, a su modo, su paradigma.

Basta pensar en cuantos, ante el desorden y la decadencia que desde hace décadas afligen a la Iglesia, se lavan las manos como Pilato en el pretorio diciendo: «La Iglesia es de Cristo y está gobernada por el Espíritu Santo». Como si bastara esa fórmula para justificar la inercia. La casa está en llamas, pero nos tranquilizamos diciendo: «Es suya, Él se ocupará. ¿Acaso no prometió que las puertas del infierno no prevalecerán?».

Estamos ante la santificación de la impotencia, ante una teología del “yo me ocupo de lo mío” disfrazada de confianza en la Providencia. Es una huida de la responsabilidad que pretende presentarse como fe. Cuando los problemas no se pueden negar ni evitar de ninguna manera, somos capaces incluso de decir: “Los que vengan después de nosotros se encargarán de ello”, verdadero triunfo del más nefasto espíritu irresponsable.

Si insertáramos la pregunta de Cristo — «Cuando venga el Hijo del hombre, ¿encontrará fe sobre la tierra?» — en este contexto realista, resonaría en ella un eco inquietante. Sí, el Señor ha prometido non praevalebunt y, ciertamente, a su regreso encontrará todavía a la Iglesia. Pero ¿qué Iglesia? Porque podría encontrar también una Iglesia visible vaciada de Cristo — de quien a veces parecemos casi avergonzarnos — y llena de otra cosa: de humanitarismo sin gracia, de diplomacia sin verdad, de espiritualidad sin Espíritu. Una Iglesia que sigue existiendo en su forma exterior, pero que corre el riesgo de no tener ya fe.

Y ésta es quizá la más terrible de las profecías implícitas en aquella pregunta: que la fe pueda desaparecer no del mundo, sino precisamente de la casa de Dios. Aun ante esta posibilidad inquietante — que el Hijo del hombre pueda hallar una fe debilitada, casi extinguida —, el Evangelio no nos abandona al temor, sino que nos llama a la esperanza que no defrauda.

La fe auténtica no es una posesión estable; es una gracia que debe custodiarse y renovarse cada día. Como el aliento, sólo vive en la continuidad: si se interrumpe, muere. Por eso la oración se convierte en el acto más alto de resistencia espiritual: orar no significa recordarle a Dios nuestra existencia, sino recordarnos a nosotros mismos que Dios existe, y que su fidelidad precede a todas nuestras infidelidades.

Cuando la fe parece desfallecer en la Iglesia, Dios no deja de suscitarla en los pequeños, en los humildes, en los pobres que claman a Él día y noche. Ésta es la lógica del Reino: mientras las estructuras se endurecen y los hombres se distraen, el Espíritu continúa soplando en los corazones silenciosos que creen sin haber visto. Donde la institución parece cansada, Dios sigue vivo en su pueblo. Donde la palabra calla, la fe sigue susurrando.

La pregunta de Cristo — «¿Encontraré fe sobre la tierra?» — no es una condena, sino una invitación: «¿Conservarás la fe cuando todo a tu alrededor parezca perdido?» Es un llamado a permanecer despiertos en la noche, a no delegar en otros la responsabilidad de creer. El Hijo del hombre no pide una Iglesia triunfante en el sentido mundano o político del término, sino una Iglesia que vela, que no deja de llamar a la puerta, que persevera en la oración como la viuda de la parábola. Y esa viuda, símbolo de la Iglesia pobre y fiel, nos enseña que el milagro de la fe no consiste en cambiar a Dios, sino en dejarnos cambiar por Él, hasta convertirnos nosotros mismos en oración viviente.

Cuando venga el Hijo del hombre, tal vez no encuentre muchas obras ni muchas instituciones que permanezcan firmes; pero si halla un pequeño resto que todavía cree, espera y ama, su pregunta habrá encontrado ya la respuesta. Porque incluso una sola fe viva, incluso un solo corazón que continúa orando en la noche, basta para mantener encendida la lámpara de la Iglesia.

¡Alabado sea Jesucristo!

Desde La Isla de Patmos, 20 de octubre de 2025

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Il peccato di Sodoma e quel desiderio inespresso di gaizzare la Sacra Scrittura e sdoganare l’omosessualità all’interno della chiesa e del clero — The sin of Sodom and that unexpressed desire to “gay-ize” Sacred Scripture and legitimize homosexuality within the church and the clergy — El pecado de Sodoma y ese deseo inexpresado de hacer gay la Sagrada Escritura y legalizar la homosexualidad dentro de la iglesia y del clero

(Italian, English, Español)

 

IL PECCATO DI SODOMA E QUEL DESIDERIO INESPRESSO DI GAIZZARE LA SACRA SCRITTURA E SDOGANARE L’OMOSESSUALITÀ ALL’INTERNO DELLA CHIESA E DEL CLERO

Se ci è rimasto ancora abbastanza pelo sullo stomaco, veniamo a scoprire che pure la Sacra Scrittura è ossessionata dall’omosessualità e dagli omosessuali. Scopriamo, ad esempio, che Davide e Gionata sono stati forse un po’ più che semplici amici; che Sodoma e Gomorra sono le capitali dell’amore LGBT+, e che anche Gesù con i suoi apostoli e con Lazzaro di Betania aveva qualche cosa da nascondere, insomma non si salva proprio più nessuno.

— Attualità ecclesiale —

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Cap.

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Ivano Liguori – PDF articolo formato stampa – PDF article print forma – PDF artículo en formato impreso

 

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Un sacerdote italiano, Giovanni Berti, celebre vignettista, pubblicò giorni fa sul suo sito una vignetta in cui il buon Dio minaccia di incenerire i preti che ancora insegnano che il peccato di Sodoma consiste nell’omosessualità.

In tempi schizofrenici come i nostri dobbiamo assistere a questi teatrini in cui ci sono più preti che parlano e si preoccupano di omosessualità, al disperato scopo di sdoganarla all’interno della Chiesa e del suo clero, più di quanto non ne parlino gli attivisti del più famoso Circolo di cultura omosessuale di Roma, che sono molto più coerenti e quindi rispettabili, nelle loro libere e insindacabili scelte. Gli omosessuali da sempre migliori, sul piano umano e sociale, sono quelli che per loro insindacabile scelta di vita vivono la propria omosessualità alla luce del sole, in libertà e coerenza, senza preoccuparsi della Chiesa cattolica e della sua morale, perché la cosa non li riguarda. Invece, i peggiori in assoluto sono le cocorite clericali, detti anche «omosessuali da sacrestia», che vorrebbero piegare i principi della morale cattolica ai loro capricci, nel disperato tentativo di introdurre le rivendicazioni LGBT+ dentro la Chiesa e il clero come un vero e proprio cavallo di Troia.

Questi soggetti andrebbero mandati a lezione da Tomaso Cerno, che fu presidente nazionale dell’Arcigay (associazione gay della sinistra italiana), in seguito eletto al Senato della Repubblica Italiana, splendida figura di intellettuale omosessuale libero e intellettualmente onesto, autore di frasi intelligenti ed esilaranti del tipo:

«Essendo io un omosessuale serio, certi froci repressi e certe checche impazzite non le ho mai sopportate».

Verrebbe da ribattergli: vallo a dire ai nostri acidi gay isterici da sacrestia! E, con una ironia e una libertà senza pari, a quei vari programmi televisivi e radio dove è consentito un linguaggio più colorito — che, per quanto all’apparenza triviale, in certi contesti può essere anche efficace e persino utile sul piano sociocomunicativo — esordisce facendo continuo riferimento ai «froci» e riferendosi a se stesso dicendo «io sono felicemente finocchio sin da quando ero bambino» (vedere QUI, QUI, QUI, QUI, QUI, ecc..).

Così, se ci è rimasto ancora abbastanza pelo sullo stomaco, veniamo a scoprire che pure la Sacra Scrittura è ossessionata dall’omosessualità e dagli omosessuali. Scopriamo, ad esempio, che Davide e Gionata sono stati forse un po’ più che semplici amici; che Sodoma e Gomorra sono le capitali dell’amore LGBT+, e che anche Gesù con i suoi apostoli e con Lazzaro di Betania aveva qualche cosa da nascondere, insomma non si salva proprio più nessuno.

Ma torniamo alla vignetta di questo sacerdote italiano. Qual è veramente il peccato di Sodoma che fa scandalizzare certi preti à la page? Il testo di Genesi dice così:

«Non si erano ancora coricati, quand’ecco gli uomini della città, cioè gli abitanti di Sòdoma, si affollarono attorno alla casa, giovani e vecchi, tutto il popolo al completo. Chiamarono Lot e gli dissero: “Dove sono quegli uomini che sono entrati da te questa notte? Falli uscire da noi, perché possiamo abusarne!”» (cfr. Gen 19,4-5).

La traduzione italiana usa il verbo «abusare», che già dice qualcosa di un po’ più preciso per una giusta esegesi (ab-uti: andare oltre l’uso consentito). Il testo originale ebraico usa invece l’espressione «affinché potessero conoscerli». Il termine ebraico è yādáʿ (יָדַע) e significa «avere una conoscenza completa» — non sempre di tipo sessuale — ma in molti casi indica una conoscenza carnale, specifica dell’atto unitivo tra l’uomo e la donna. Se così fosse, ed è così, più che di un atto omosessuale, il racconto biblico testimonierebbe il tentativo di una violenza di gruppo, usato come segno di subordinazione e sottomissione per quegli stranieri considerati ostili e pericolosi.

Del resto, in molte popolazioni — e la storia lo testimonia — l’atto supremo di maggior disprezzo verso un individuo o un’etnia è spesso coinciso non con l’omicidio ma con la violazione del corpo attraverso un atto di abuso sessuale. E quando ad essere abusate sono state le donne, la conseguente gravidanza scaturita dall’atto di violenza riaffermava una volontà di sottomissione e di dominio anche nel figlio che ne sarebbe nato.

Per procedere con maggiori informazioni, riporto quanto la Pontificia Commissione Biblica dice in riferimento a questo passo di Gen 19,4 nel documento «Che cosa è l’uomo?» (Sal 8,5). Un itinerario di antropologia biblica: «Va subito rilevato che la Bibbia non parla dell’inclinazione erotica verso una persona dello stesso sesso, ma solo degli atti omosessuali. E di questi tratta in pochi testi, diversi fra loro per genere letterario e importanza. Per quanto riguarda l’Antico Testamento abbiamo due racconti (Gen 19 e Gdc 19) che evocano impropriamente questo aspetto, e poi delle norme in un Codice legislativo (Lv 18,22 e 20,13) che condannano le relazioni omosessuali» (PCB 2019, n. 185).

Il passo è molto chiaro e la preoccupazione della Bibbia si riferisce al solo atto omosessuale e non alle relazioni e implicazioni omoaffettive, così come noi oggi le conosciamo e teorizziamo. Il che significa introdurre una riflessione sostanzialmente diversa, quanto l’analisi di un caso di teologia morale alla luce della sola antropologia. La Bibbia vede e legge l’atto omosessuale all’interno di una sessualità ben definita e di una relazionalità stabilita da Dio tra uomo e donna, tra maschio e femmina, che stabilisce un ordine e un piano di salvezza (sebbene anche queste categorie, da alcuni biblisti di matrice protestante, siano state scardinate). In questo senso anche la sessualità umana, per Dio, è stata pensata come strumento di salvezza e va esercitata anche in tal senso.

L’uomo biblico, che è un uomo sostanzialmente dell’antichità, considera gli atti omosessuali così come nell’antichità venivano considerati e conosciuti. Così come Paolo di Tarso considerava gli atti omosessuali in quelle persone che, avendo aderito a Cristo, riscoprivano come novità salvifica anche la sessualità (cfr. Rm 1,26-27; 1Cor 6,9-11; 1Tm 1,10).

Ma che cosa erano gli atti omosessuali per gli antichi? Sostanzialmente il capovolgimento dell’ordine naturale di unione e di procreazione, che assegnava all’uomo una parte attiva-donativa e alla donna quella passiva-ricettiva. Una visione forse arcaica, ma mutuata dall’osservazione del mondo naturale, per cui: «Si riteneva che il rapporto sessuale richiedesse un partner attivo e l’altro passivo, che la natura avesse assegnato questi ruoli rispettivamente al maschio e alla femmina, e che gli atti omoerotici inevitabilmente ingenerassero confusione in questi ruoli, confondendo così ciò che è naturale. Nel caso di rapporti tra due maschi, si riteneva che uno venisse degradato dall’assumere il ruolo passivo, considerato naturalmente riservato alla donna. Nel caso di due donne, si riteneva che una delle due usurpasse il ruolo dominante, attivo, considerato naturalmente riservato all’uomo» (B. J. Brooten, Paul’s Views on the Nature of Women and Male Homoeroticism, in AA. VV., Bibbia e omosessualità, Claudiana, Torino 2011, p. 25).

Quindi, per tali ragioni di natura, tra due uomini o tra due donne non erano contemplate relazioni sessuali di questo tipo. Tuttavia ciò non implicava un giudizio di merito esteso alle persone: il discorso verteva sull’atto, non sulle relazioni affettive come oggi le intendiamo, pena ipotizzare un’omofobia storica generalizzata.

Gli storici e gli studiosi del mondo antico sono concordi nell’indicare anche l’esistenza di divieti e pene per disciplinare le pratiche omoerotiche in alcune civiltà e circostanze, ma non si ha certezza della loro effettiva applicazione, salvo determinati casi che qui non trattiamo e che potranno essere oggetto di un successivo articolo.

Tornando al documento della Pontificia Commissione Biblica, si può precisare ancor meglio:

«Ma qual è stato in realtà il peccato di Sodoma, meritevole di una così esemplare punizione? …» (PCB 2019, n. 186).

Il peccato di Sodoma è un peccato derivante dal sostanziale disprezzo di Dio che genera orgoglioso rifiuto e condotta oppositiva verso gli uomini estranei a Sodoma — non solo gli ospiti di Lot, ma anche Lot stesso e la sua famiglia. Sodoma è la città malvagia in cui lo straniero non è tutelato e non si rispetta il sacro dovere dell’accoglienza, perché già da tempo si è smesso di accogliere Dio. Qualcosa di simile si deduce da alcuni passi evangelici (cfr. Mt 10,14-15; Lc 10,10-12), dove si parla della punizione per il rifiuto degli inviati dal Signore: un rifiuto che avrà conseguenze più gravi di quelle abbattutesi su Sodoma. Nella cultura classica questo atteggiamento è la hýbris (ὕβρις): violazione del diritto divino e naturale che sfocia in conseguenze infauste, atti dissacranti e disumani.

Sì, ma l’omosessualità dov’è finita? A partire dal secondo secolo dell’era cristiana, si è affermata una lettura abituale del racconto di Gen 19,4 alla luce di 2Pt 2,6-10 e Gd 7. Il racconto non intende presentare l’immagine di un’intera città dominata da brame omosessuali: denuncia piuttosto la condotta di una entità sociale e politica che non vuole accogliere lo straniero e pretende di umiliarlo, costringendolo con la forza a subire un trattamento infamante di sottomissione (cfr. PCB 2019, n. 187). Se volessimo essere più precisi, potremmo circoscrivere il tentativo di violenza come stuprum, che nel diritto romano definiva un rapporto sessuale illegittimo, anche senza violenza carnale: stuprum cum virgine vel vidua o stuprum cum masculis (cfr. Eva Cantarella, Secondo natura, Feltrinelli, Milano, edizione consultata, pp. 138-141).

Ma allora gli abitanti di Sodoma erano omosessuali sì o no? La Bibbia non lo dice, e questo invita a riflettere su come il testo sacro metta l’accento su tematiche più importanti rispetto a una singola condotta. Analizzando la storia del mondo antico e i costumi morali del tempo, possiamo presumere che a Sodoma come in Persia, in Egitto, a Gerusalemme, ad Atene e a Roma esistessero persone che praticavano in egual misura atti di natura omosessuale e atti di natura eterosessuale. Persone consapevoli del proprio sesso biologico — sapevano di essere maschi e femmine — e che vivevano queste pratiche con una libertà e leggerezza maggiori di quanto immaginiamo. Forse il secolo della liberalizzazione sessuale andrebbe cercato nell’antichità, non (solo) dopo il 1968.

Tali tematiche ci permettono di parlare di atti più che di relazioni omosessuali. In Grecia avevano una funzione politico-civile definita; a Roma altri significati e scopi. Molti di coloro che praticavano atti omosessuali, a una certa età e per fini simili, tornavano ad atti eterosessuali e convolavano a nozze con una donna.

Per il mondo antico e per la filosofia dei Greci, il matrimonio era il solo istituto che garantisse la prosecuzione della famiglia e della società civile, cosa che una comunità di soli uomini o di sole donne non avrebbe potuto sostenere, come attestano i poemi classici, nei quali comunità femminili, per non estinguersi, cercano uomini.

Il mondo antico conosce un’antropologia della sessualità ancora primitiva, basata sugli istinti naturali, e non riusciva a definire pienamente la grandezza della sessualità umana così come il Cristianesimo l’ha proposta nei secoli — talora con toni discutibili — giungendo tuttavia a una teologia della corporeità in vista di una salvezza che include, non mortifica, la sessualità.

Forse siamo noi moderni ad aver categorizzato e definito la sessualità in modo così preciso — grazie alle scienze umane e alle neuroscienze. Il concetto di orientamento omosessuale è moderno. Secondo gli studiosi, l’attività sessuale nell’antichità poteva somigliare a una bisessualità consapevole esercitata in contesti e con scopi diversi. Anche perché il concetto di natura/contro natura era inteso diversamente da come lo intenderà la morale cristiana.

Adesso che sappiamo l’identità del peccato di Sodoma, comprendiamo che nelle tradizioni narrative della Bibbia non ci sono indicazioni puntuali — almeno come vorremmo — sulle pratiche omosessuali, né come comportamento da biasimare, né come atteggiamento da tollerare o favorire (cfr. PCB 2019, n. 188). Semplicemente, la Bibbia parla della salvezza che Dio opera nella storia dell’uomo: una salvezza pedagogica che tiene insieme opposti e apparenti contraddizioni. In Cristo la salvezza si rivela e si affina, immettendo nel cuore dell’uomo un cambiamento non solo interiore, ma anche strutturale, che tocca le relazioni umane, e quindi anche la sessualità. Più fondamentale di un atto considerato peccaminoso è la persona umana, più grande del suo atto o del suo orientamento. Una fede vissuta e accolta con gioia comporta un cammino educativo liberante che ristabilisce e ridefinisce le relazioni in modo nuovo, così da percepire la bellezza di ciò che ci è stato dato — compresa la sessualità e il suo esercizio — affinché sia per me e per altri strumento di salvezza.

Sanluri, 18 ottobre 2025

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THE SIN OF SODOM AND THAT UNEXPRESSED DESIRE TO “GAY-IZE” SACRED SCRIPTURE AND LEGITIMIZE HOMOSEXUALITY WITHIN THE CHURCH AND THE CLERGY

So then, if we still have enough stomach hair left, we come to discover that even Sacred Scripture seems to be obsessed with homosexuality and homosexuals. We learn, for instance, that David and Jonathan may have been somewhat more than simple friends; that Sodom and Gomorrah were the capitals of LGBT+ love; and that even Jesus, with his apostles and with Lazarus of Bethany, had something to hide — in short, it would seem that no one is left innocent anymore.

— Ecclesial actuality —

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Author
Ivano Liguori, Ofm. Cap.

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An Italian priest, Giovanni Berti, well-known as a cartoonist, recently published on his website a cartoon in which the good Lord threatens to incinerate those priests who still teach that the sin of Sodom consists in homosexuality.
In these schizophrenic times of ours, we are forced to witness such little shows, where there are more priests speaking about and worrying over homosexuality — desperately trying to normalize it within the Church and her clergy — than there are activists at Rome’s most famous Homosexual Cultural Circle, who are far more consistent and therefore more respectable in their free and unquestionable choices.

The best homosexuals, humanly and socially speaking, have always been those who, by their own unquestionable life choice, live their homosexuality openly, in freedom and coherence, without worrying about the Catholic Church and her moral teaching — because it simply does not concern them.

The worst, instead, are the clerical parakeets, also known as the camp priests of the sacristy who would like to bend the principles of Catholic morality to their whims, in the desperate attempt to introduce LGBT+ claims into the Church and the clergy as a true Trojan horse.

These individuals should be sent to take lessons from Tommaso Cerno, former national president of Arcigay (Italy’s major left-wing gay association) and later elected to the Italian Senate — a brilliant figure of a free and intellectually honest homosexual, author of witty and sharp remarks such as: Since I am a serious homosexual, I have never been able to stand certain hysterical queens”. One would be tempted to reply: go tell that to our acidic sacristy queens! And, with his unmatched irony and freedom of spirit, in various television and radio programs where a more colorful language is allowed — which, although apparently coarse, can in some contexts be effective and even socially useful — he often opens his remarks by repeatedly referring to faggots and by saying of himself: I have been a happily queer man ever since I was a child (see QUI, QUI, QUI, QUI, QUI, etc..)

So then, if we still have enough stomach hair left, we come to discover that even Sacred Scripture seems to be obsessed with homosexuality and homosexuals. We learn, for instance, that David and Jonathan may have been somewhat more than simple friends; that Sodom and Gomorrah were the capitals of LGBT+ love; and that even Jesus, with his apostles and with Lazarus of Bethany, had something to hide — in short, it would seem that no one is left innocent anymore.

But let us return to the cartoon by this Italian priest. What, in truth, is the sin of Sodom that so scandalizes certain à la page priests? The text of Genesis says:

“They had not yet gone to bed when the townsmen, the men of Sodom, both young and old, all the people to the last man, surrounded the house. They called to Lot and said, ‘Where are the men who came to your house tonight? Bring them out to us that we may abuse them’” (cf. Gen 19:4-5).

The Italian translation uses the verb “to abuse”, which already says something a bit more precise for a proper exegesis (ab-uti: to go beyond the permitted use). The original Hebrew text, however, uses the expression “so that they might know them”. The Hebrew term is yādáʿ (יָדַע) and means “to have complete knowledge” — not always of a sexual kind — but in many cases it indicates a carnal knowledge, specific to the unitive act between a man and a woman. If this is so, and it is so, more than describing a homosexual act, the biblical account would bear witness to an attempted act of group violence, used as a sign of subordination and humiliation toward those foreigners considered hostile and dangerous.

Indeed, in many peoples — and history bears witness to this — the supreme act of contempt toward an individual or an ethnic group has often consisted not in murder but in the violation of the body through an act of sexual abuse. And when the victims of such abuse were women, the consequent pregnancy resulting from the act of violence reaffirmed a will of subjugation and domination even in the child who would be born of it.

To proceed with greater precision, I shall report what the Pontifical Biblical Commission says in reference to this passage of Gen 19:4 in the document What is man? (Ps 8:5), A Journey of Biblical Anthropology: “It must immediately be noted that the Bible does not speak of an erotic inclination toward a person of the same sex, but only of homosexual acts. And these are mentioned in only a few texts, which differ from one another in literary genre and importance. With regard to the Old Testament, we have two accounts (Gen 19 and Judg 19) that improperly evoke this aspect, and then certain norms in a legislative code (Lev 18:22 and 20:13) that condemn homosexual relations” (PBC 2019, n. 185).

The passage is very clear, and the concern of Scripture refers solely to the homosexual act, not to the relationships and affective implications between persons of the same sex as we know and conceptualize them today. This means introducing a substantially different reflection, namely the analysis of a case in moral theology in the light of anthropology alone. The Bible perceives and interprets the homosexual act within a sexuality clearly defined and within a relationality established by God between man and woman, male and female, which determines an order and a salvific plan (although even these categories, according to some Protestant biblical scholars, have been dismantled). In this sense, human sexuality itself, in God’s design, was conceived as an instrument of salvation and must be lived accordingly.

The biblical man, who is essentially a man of antiquity, viewed homosexual acts as they were understood and regarded in ancient times. In the same way, Paul of Tarsus considered homosexual acts in those persons who, having embraced Christ, rediscovered even their sexuality as a new dimension of salvation (cf. Rom 1:26–27; 1 Cor 6:9–11; 1 Tim 1:10).

But what were homosexual acts for the ancients? Essentially, they were seen as the overturning of the natural order of union and procreation, which assigned to the man an active-donative role and to the woman a passive-receptive one. A vision perhaps archaic, yet derived from the observation of the natural world, according to which: “It was believed that the sexual act required one active and one passive partner, that nature had assigned these roles respectively to male and female, and that homoerotic acts inevitably produced confusion in these roles, thereby confusing what is natural. In the case of relations between two males, it was thought that one of them was degraded by assuming the passive role, considered naturally reserved to the woman. In the case of two women, it was thought that one of them usurped the dominant, active role, considered naturally reserved to the man” (B. J. Brooten, Paul’s Views on the Nature of Women and Male Homoeroticism, in Bibbia e omosessualità, Claudiana, Turin 2011, p. 25).

Therefore, for such reasons of nature, sexual relations of this kind were not contemplated between two men or between two women. However, this did not imply a moral judgment extended to the persons themselves: the discourse concerned the act, not the affective relationships as we understand them today, otherwise we would have to hypothesize a generalized historical homophobia.

Historians and scholars of the ancient world agree in noting the existence of prohibitions and penalties intended to regulate homoerotic practices in certain civilizations and circumstances, but there is no certainty as to their actual application, except for specific cases that will not be treated here and may be the subject of a future article.

Returning to the document of the Pontifical Biblical Commission, the matter can be clarified even further: “But what was in fact the sin of Sodom, deserving of so exemplary a punishment? …” (PBC 2019, n. 186).

The sin of Sodom is a sin arising from a fundamental contempt for God that generates a proud rejection and an oppositional attitude toward those who are strangers to Sodom — not only Lot’s guests, but also Lot himself and his family. Sodom is the wicked city in which the stranger is not protected and the sacred duty of hospitality is no longer respected, because long ago its people ceased to welcome God. Something similar can be deduced from certain Gospel passages (cf. Mt 10:14–15; Lk 10:10–12), where reference is made to the punishment for rejecting those sent by the Lord — a rejection that will have consequences more severe than those that befell Sodom. In classical culture, this attitude corresponds to hybris (ὕβρις): the violation of divine and natural law, leading to disastrous consequences, sacrilegious and inhuman acts.

Yes, but where did homosexuality go? Starting from the second century of the Christian era, a customary reading of the account in Gen 19:4 took shape in the light of 2 Pt 2:6–10 and Jude 7. The narrative does not intend to present the image of an entire city dominated by homosexual desires; rather, it denounces the behavior of a social and political entity that refuses to welcome the stranger and seeks to humiliate him, forcing him by violence to undergo a degrading treatment of subjugation (cf. PBC 2019, n. 187). If we wished to be more precise, we could describe the attempted violence as stuprum, which in Roman law defined an illicit sexual act, even without physical violence: stuprum cum virgine vel vidua or stuprum cum masculis (cf. Eva Cantarella, Secondo natura, Feltrinelli, Milan, consulted edition, pp. 138–141).

But then, were the inhabitants of Sodom homosexual or not? Scripture does not say so, and this invites us to reflect on how the sacred text places the emphasis on themes far more important than a single behavior. By analyzing the history of the ancient world and the moral customs of the time, we may presume that in Sodom, as in Persia, Egypt, Jerusalem, Athens, and Rome, there were people who practiced both homosexual and heterosexual acts in equal measure. They were persons conscious of their biological sex — they knew themselves to be male or female — and who lived these practices with a freedom and lightness greater than we might imagine. Perhaps the true century of sexual liberalization should be sought in antiquity, not (only) after 1968.

Such themes allow us to speak of homosexual acts rather than homosexual relationships. In Greece, these acts had a specific political and civic function; in Rome, they bore other meanings and purposes. Many of those who engaged in homosexual acts, at a certain age and for similar reasons, returned to heterosexual acts and contracted marriage with a woman.

For the ancient world and for Greek philosophy, marriage was the only institution that guaranteed the continuation of the family and of civil society, something that a community made up solely of men or solely of women could not sustain, as attested by the classical poems in which female communities, in order not to die out, seek men.

The ancient world possessed an anthropology of sexuality that was still primitive, based on natural instincts, and it was unable fully to define the greatness of human sexuality as Christianity has proposed it throughout the centuries — at times with debatable tones — yet ultimately arriving at a theology of corporeality aimed at a salvation that includes rather than mortifies sexuality.

Perhaps it is we moderns who have categorized and defined sexuality so precisely — thanks to the human sciences and to neuroscience. The concept of homosexual orientation is modern. According to scholars, sexual activity in antiquity could resemble a conscious bisexuality practiced in different contexts and for different purposes. This was also because the concept of nature and against nature was understood differently from the way it would later be interpreted by Christian morality.

Now that we know the true identity of the sin of Sodom, we understand that in the narrative traditions of the Bible there are no precise indications — at least not as we would wish — concerning homosexual practices, neither as behaviors to be condemned nor as attitudes to be tolerated or favored (cf. PBC 2019, n. 188). Quite simply, Scripture speaks of the salvation that God works in the history of humanity: a pedagogical salvation that holds together opposites and apparent contradictions. In Christ, salvation is revealed and refined, implanting in the human heart a change not only interior but also structural, which touches human relationships and therefore also sexuality. More fundamental than an act considered sinful is the human person, who is greater than his or her act or orientation. A faith lived and received with joy entails a liberating educational journey that restores and redefines relationships in a new way, so as to perceive the beauty of what has been given to us — including sexuality and its exercise — that it may be, for me and for others, an instrument of salvation.

Sanluri, 18th October 2025

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EL PECADO DE SODOMA Y ESE DESEO INEXPRESADO DE HACER GAY LA SAGRADA ESCRITURA Y LEGALIZAR LA HOMOSEXUALIDAD DENTRO DE LA IGLESIA Y DEL CLERO

Y si todavía nos queda algo de pelo en el estómago, llegaríamos a descubrir que incluso la Sagrada Escritura parece estar obsesionada con la homosexualidad y los homosexuales. Descubrimos, por ejemplo, que David y Jonatán tal vez fueron algo más que simples amigos; que Sodoma y Gomorra son las capitales del amor LGBT+, y que incluso Jesús, con sus apóstoles y con Lázaro de Betania, tenía algo que ocultar; en resumen, ya no se salva absolutamente nadie.

— Actualidad eclesial —

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Author
Ivano Liguori, Ofm. Cap.

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Un sacerdote italiano, Giovanni Berti, célebre dibujante, publicó hace unos días en su sitio web una viñeta en la que el buen Dios amenaza con incinerar a los sacerdotes que aún enseñan que el pecado de Sodoma consiste en la homosexualidad.

En tiempos esquizofrénicos como los nuestros debemos asistir a estos teatrillos en los que hay más sacerdotes que hablan y se preocupan por la homosexualidad — con el desesperado propósito de normalizarla dentro de la Iglesia y de su clero — que los activistas del más famoso Círculo de Cultura Homosexual de Roma, quienes son mucho más coherentes y, por ello, más respetables en sus libres e incuestionables decisiones. Los mejores homosexuales, desde el punto de vista humano y social, han sido siempre aquellos que, por su libre e incuestionable elección de vida, viven su homosexualidad a la luz del sol, con libertad y coherencia, sin preocuparse por la Iglesia católica ni por su moral, porque el asunto no les concierne. En cambio, los peores en absoluto son las locas histéricas de sacristía, que quisieran doblegar los principios de la moral católica a sus caprichos, en el desesperado intento de introducir las reivindicaciones LGBT+ dentro de la Iglesia y del clero por medio de un verdadero caballo de Troya.

Estos sujetos deberían ser enviados a tomar lecciones de Tommaso Cerno, quien fue presidente nacional de Arcigay (asociación homosexual de la izquierda italiana) y posteriormente elegido senador de la República, una espléndida figura de intelectual homosexual libre y honesto, autor de frases inteligentes y divertidísimas como: “Siendo yo un homosexual serio, nunca he soportado a ciertas locas histéricas”. A uno le darían ganas de responderle: díselo a nuestros ácidos gays histéricos de sacristía!

Y, con una ironía y una libertad sin igual, en varios programas de televisión y radio donde se permite un lenguaje más colorido — que, aunque aparentemente vulgar, en ciertos contextos puede resultar más eficaz e incluso útil en plano sociocomunicativo — suele comenzar refiriéndose constantemente a los “maricones” y diciendo de sí mismo: “Yo soy felizmente un maricón desde que era niño” (véase AQUÍ, AQUÍ, AQUÍ, AQUÍ, AQUÍ, etc..).

Y si todavía nos queda algo de pelo en el estómago, llegaríamos a descubrir que incluso la Sagrada Escritura parece estar obsesionada con la homosexualidad y los homosexuales. Descubrimos, por ejemplo, que David y Jonatán tal vez fueron algo más que simples amigos; que Sodoma y Gomorra son las capitales del amor LGBT+, y que incluso Jesús, con sus apóstoles y con Lázaro de Betania, tenía algo que ocultar; en resumen, ya no se salva absolutamente nadie.

Pero volvamos a la viñeta de este sacerdote italiano. ¿Cuál es realmente el pecado de Sodoma que escandaliza a ciertos curas à la page? El texto del Génesis dice así:

“No se habían acostado todavía cuando los hombres de la ciudad, los habitantes de Sodoma, se apiñaron alrededor de la casa, jóvenes y viejos, todo el pueblo en pleno. Llamaron a Lot y le dijeron: ‘¿Dónde están los hombres que entraron en tu casa esta noche? Sácalos para que podamos abusar de ellos’” (cf. Gen 19,4-5).

La traducción italiana utiliza el verbo “abusar”, que expresa algo un poco más preciso para una correcta exégesis (ab-uti: ir más allá del uso permitido). El texto hebreo original, en cambio, usa la expresión “para que pudieran conocerlos”. El término hebreo es yādáʿ (יָדַע) y significa “tener un conocimiento completo”, no siempre de tipo sexual, aunque en muchos casos indica un conocimiento carnal, propio del acto unitivo entre el hombre y la mujer. Si así fuera — y así es —, más que de un acto homosexual, el relato bíblico daría testimonio de un intento de violencia colectiva, utilizada como signo de subordinación y humillación hacia aquellos extranjeros considerados hostiles y peligrosos.

De hecho, en muchos pueblos — y la historia lo demuestra —, el acto supremo de desprecio hacia un individuo o un grupo étnico no ha coincidido con el homicidio, sino con la violación del cuerpo mediante un acto de abuso sexual. Y cuando las víctimas de tales abusos han sido mujeres, el embarazo resultante del acto de violencia reafirmaba una voluntad de sometimiento y de dominio incluso sobre el hijo que habría de nacer.

Para proceder con mayor precisión, cito lo que dice la Comisión Bíblica Pontificia en referencia a este pasaje de Gén 19,4 en el documento ¿Qué es el hombre? (Sal 8,5). Un itinerario de antropología bíblica: “Debe señalarse de inmediato que la Biblia no habla de la inclinación erótica hacia una persona del mismo sexo, sino únicamente de los actos homosexuales. Y de éstos trata en pocos textos, distintos entre sí por género literario e importancia. En lo que respecta al Antiguo Testamento, tenemos dos relatos (Gén 19 y Jue 19) que evocan de manera impropia este aspecto, y luego unas normas en un código legislativo (Lv 18,22 y 20,13) que condenan las relaciones homosexuales” (CBP 2019, n. 185).

El pasaje es muy claro, y la preocupación de la Biblia se refiere únicamente al acto homosexual y no a las relaciones ni a las implicaciones afectivas entre personas del mismo sexo, tal como hoy las conocemos y teorizamos. Esto significa introducir una reflexión sustancialmente distinta, como el análisis de un caso de teología moral a la luz exclusiva de la antropología. La Biblia percibe y lee el acto homosexual dentro de una sexualidad bien definida y de una relacionalidad establecida por Dios entre el hombre y la mujer, entre el varón y la hembra, que establece un orden y un plan de salvación (aunque estas categorías, según algunos biblistas de origen protestante, han sido desmanteladas). En este sentido, también la sexualidad humana, para Dios, fue pensada como instrumento de salvación y debe ejercerse de ese modo.

El hombre bíblico, que es esencialmente un hombre de la antigüedad, considera los actos homosexuales tal como en la antigüedad eran conocidos y comprendidos. Así también Pablo de Tarso consideraba los actos homosexuales en aquellas personas que, habiéndose adherido a Cristo, redescubrían como novedad salvífica incluso la sexualidad (cf. Rom 1,26-27; 1 Cor 6,9-11; 1 Tim 1,10).

Pero ¿qué eran los actos homosexuales para los antiguos? En esencia, la inversión del orden natural de unión y de procreación, que asignaba al hombre una parte activa-donativa y a la mujer una parte pasiva-receptiva. Una visión quizás arcaica, pero derivada de la observación del mundo natural, según la cual: “Se creía que el acto sexual requería un compañero activo y otro pasivo, que la naturaleza había asignado esos roles respectivamente al varón y a la mujer, y que los actos homoeróticos inevitablemente generaban confusión en esos roles, confundiendo así lo que es natural. En el caso de las relaciones entre dos varones, se pensaba que uno de ellos se degradaba al asumir el papel pasivo, considerado naturalmente reservado a la mujer. En el caso de dos mujeres, se pensaba que una de ellas usurpaba el papel dominante, activo, considerado naturalmente reservado al hombre” (B. J. Brooten, Paul’s Views on the Nature of Women and Male Homoeroticism, en Bibbia e omosessualità, Claudiana, Turín 2011, p. 25).

Por tales razones de naturaleza, entre dos hombres o entre dos mujeres no se contemplaban relaciones sexuales de este tipo. Sin embargo, esto no implicaba un juicio moral extendido a las personas: el discurso se centraba en el acto, no en las relaciones afectivas tal como hoy las entendemos, bajo pena de imaginar una homofobia histórica generalizada.

Los historiadores y estudiosos del mundo antiguo coinciden también en señalar la existencia de prohibiciones y sanciones destinadas a regular las prácticas homoeróticas en ciertas civilizaciones y circunstancias, aunque no se tiene certeza de su aplicación efectiva, salvo en algunos casos específicos que aquí no tratamos y que podrán ser objeto de un artículo posterior.

Volviendo al documento de la Comisión Bíblica Pontificia, puede precisarse aún mejor: “¿Pero cuál fue en realidad el pecado de Sodoma, merecedor de un castigo tan ejemplar?…” (CBP 2019, n. 186).

El pecado de Sodoma es un pecado derivado del desprecio fundamental hacia Dios, que genera un rechazo orgulloso y una conducta de oposición hacia quienes son extranjeros en Sodoma: no sólo los huéspedes de Lot, sino también el propio Lot y su familia. Sodoma es la ciudad malvada en la que el extranjero no está protegido y no se respeta el sagrado deber de la hospitalidad, porque desde hacía tiempo se había dejado de acoger a Dios. Algo similar se deduce de algunos pasajes evangélicos (cf. Mt 10,14-15; Lc 10,10-12), donde se habla del castigo por el rechazo a los enviados del Señor, un rechazo que tendrá consecuencias más graves que las que cayeron sobre Sodoma. En la cultura clásica, esta actitud corresponde a la hýbris (ὕβρις): violación del derecho divino y natural que desemboca en consecuencias nefastas, actos sacrílegos e inhumanos.

Sí, pero ¿dónde ha quedado la homosexualidad? A partir del siglo II de la era cristiana se consolidó una lectura habitual del relato de Gén 19,4 a la luz de 2 Pe 2,6-10 y Jud 7. El relato no pretende presentar la imagen de una ciudad entera dominada por deseos homosexuales; más bien denuncia la conducta de una entidad social y política que no quiere acoger al extranjero y pretende humillarlo, obligándolo por la fuerza a sufrir un trato infamante de sometimiento (cf. CBP 2019, n. 187). Si quisiéramos ser más precisos, podríamos circunscribir el intento de violencia como stuprum, que en el derecho romano definía una relación sexual ilícita, incluso sin violencia carnal: stuprum cum virgine vel vidua o stuprum cum masculis (cf. Eva Cantarella, Según naturaleza, Feltrinelli, Milán, edición consultada, pp. 138-141).

Entonces, ¿eran homosexuales los habitantes de Sodoma, sí o no? La Biblia no lo dice, y esto invita a reflexionar sobre cómo el texto sagrado pone el acento en temas mucho más importantes que una sola conducta. Analizando la historia del mundo antiguo y las costumbres morales de la época, podemos suponer que en Sodoma, como en Persia, en Egipto, en Jerusalén, en Atenas y en Roma, existían personas que practicaban en igual medida actos de naturaleza homosexual y actos de naturaleza heterosexual. Personas conscientes de su propio sexo biológico — sabían que eran varones y mujeres — y que vivían esas prácticas con una libertad y una ligereza mayores de lo que imaginamos. Tal vez el verdadero siglo de la liberalización sexual habría que buscarlo en la antigüedad, no (solo) después de 1968.

Estos temas nos permiten hablar de actos más que de relaciones homosexuales. En Grecia tenían una función político-cívica definida; en Roma, otros significados y fines. Muchos de los que practicaban actos homosexuales, a cierta edad y por motivos semejantes, regresaban a actos heterosexuales y contraían matrimonio con una mujer.

Para el mundo antiguo y para la filosofía de los griegos, el matrimonio era la única institución que garantizaba la continuidad de la familia y de la sociedad civil, algo que una comunidad compuesta solo por hombres o solo por mujeres no habría podido sostener, como atestiguan los poemas clásicos en los que comunidades femeninas, para no extinguirse, buscan varones.

El mundo antiguo poseía una antropología de la sexualidad todavía primitiva, basada en los instintos naturales, y no lograba definir plenamente la grandeza de la sexualidad humana tal como el cristianismo la ha propuesto a lo largo de los siglos —a veces con tonos discutibles—, llegando sin embargo a una teología de la corporeidad orientada hacia una salvación que incluye, no que mortifica, la sexualidad.

Tal vez seamos nosotros, los modernos, quienes hemos categorizado y definido la sexualidad de un modo tan preciso, gracias a las ciencias humanas y a las neurociencias. El concepto de orientación homosexual es moderno. Según los estudiosos, la actividad sexual en la antigüedad podía asemejarse a una bisexualidad consciente ejercida en contextos y con fines diversos. También porque el concepto de naturaleza/contra naturaleza se entendía de manera diferente de como lo interpretará la moral cristiana.

Ahora que conocemos la identidad del pecado de Sodoma, comprendemos que en las tradiciones narrativas de la Biblia no hay indicaciones precisas — al menos no como quisiéramos — sobre las prácticas homosexuales, ni como comportamiento que deba ser censurado, ni como actitud que deba ser tolerada o favorecida (cf. CBP 2019, n. 188). Simplemente, la Biblia habla de la salvación que Dios realiza en la historia del hombre: una salvación pedagógica que mantiene unidos los opuestos y las aparentes contradicciones. En Cristo, la salvación se revela y se perfecciona, infundiendo en el corazón humano un cambio no solo interior, sino también estructural, que toca las relaciones humanas y, por tanto, también la sexualidad. Más fundamental que un acto considerado pecaminoso es la persona humana, más grande que su acto o su orientación. Una fe vivida y acogida con alegría comporta un camino educativo liberador que restablece y redefine las relaciones de un modo nuevo, permitiendo percibir la belleza de lo que nos ha sido dado —incluida la sexualidad y su ejercicio— para que sea, para mí y para los demás, instrumento de salvación.

Sanluri, 18 de octubre de 2025

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