Il caso “Don Rava”: tra colpevolisti e innocentisti e quel sintomo di un malessere ecclesiale che non si vuole ancora riconoscere

IL «CASO DON RAVA»: TRA COLPEVOLISTI E INNOCENTISTI E QUEL SINTOMO DI UN MALESSERE ECCLESIALE CHE NON SI VUOLE ANCORA RICONOSCERE

Il primo nodo da sciogliere è la scelta di uomini che sappiano essere veramente formatori e non «deformatori», su questo punto è necessario che l’asticella della pretesa e del desiderio si mantenga ben alta, senza scendere a compromessi.

— Attualità ecclesiale —

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Cap.

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In questo periodo numerosi sono stati gli scritti che hanno interessato il web sulla vicenda dell’abbandono del ministero sacerdotale di don Alberto Ravagnani.

Fernando Botero, Il riposo del prete, anno 1977

Personalmente quello che mi ha creato più fastidio — e lo dico sia come sacerdote ma anche come fedele cristiano — è che, ancora una volta, le persone hanno reagito percependo tutta quanta l’intera vicenda reagendo “di pancia”. Assumendo una dialettica da tifoseria da stadio risulta impossibile leggere in profondità e rilevare l’evidente emergenza educativa, pedagogica, teologica ed ecclesiale che vi è sottesa. Il che significa — statene certi — che passati alcuni mesi, tutto cadrà nell’oblio e si ricercherà un nuovo scoop scandalistico dietro cui correre. Di don Alberto Ravagnani si potrà dire quanto don Abbondio del Manzoni disse di Carneade: «Chi era costui?», e questo non prima di aver esaurito tutte le possibili ospitate televisive e giornalistiche che utilizzeranno il caso di questo giovane uomo per i loro pruriti editoriali e per lanciare l’ennesimo attacco al sacerdozio, al celibato e alla Chiesa.

Se tutto questo non fosse già abbastanza triste, ci siamo dovuti pure sorbire i vari post e video di confratelli sacerdoti «à la page» che si sono stracciati le vesti per l’eccessiva severità contro cui le persone hanno reagito davanti al «caso don Rava». Una difesa d’ufficio del tutto fuori luogo che ha più il retrogusto di un meccanismo di difesa psicologico che del reale interessamento verso una persona in crisi e bisognosa di aiuto. Quello che invece è interessante conoscere, per una lettura realistica e onesta della vicenda, è che don Alberto ha incassato con gli interessi il prezzo di una visibilità mediatica coltivata per anni come prete influencer, e questo sia nel bene come nel male.

Nel 2026 la maggior parte delle persone è consapevole che la consacrazione di un individuo a personaggio pubblico attraverso l’uso e il linguaggio dei social media apre la porta a una cascata di eventi e di conseguenze del tutto imprevedibili, tra cui il fatto che il web concede il diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. Cito a proposito Umberto Eco in questa lettura sul fenomeno dei social perché evidentemente tale lettura appare confermata dal caso in questione. Quello che pare strano è che proprio un sacerdote che ha scelto di evangelizzare i giovani attraverso l’uso dei media non abbia fatto questo tipo di riflessioni, compresi i vari avvocati d’ufficio che si sono dati da fare per spegnere le fiamme dell’incendio mediatico attorno a don Alberto di cui noi Padri de L’Isola di Patmos continuiamo ad affermare una sostanziale buona fede unita a una immaturità umana e spirituale. Purtroppo, la sola buona fede non basta e non salva.

Ad una attenta riflessione, l’intera vicenda appare evidentemente troppo sbilanciata perché il caro don Alberto da tanto tempo aveva dismesso le fattezze interiori del sacerdote per rivestire quelle del solo influencer e tale sproporzione di intenti e di immagine ha dato poi i suoi frutti spersonalizzandolo e orientandolo ad aspirare altri orizzonti per lui considerati più consoni e desiderabili, al limite del rinnegamento. Lo stesso bisogno di una maggiore libertà è stato il chiaro sintomo di un ministero sacerdotale percepito in modo costringente ed è lì che qualcuno avrebbe dovuto esercitare una previa responsabilità paterna e pastorale, una sorveglianza fatta di carità e di verità che i nostri padri avevano riassunto col termine greco ἐπίσκοπος (episcopos) derivante da epí (sopra) e skopéō (osservare/guardare), ossia “colui che controlla”. Avere il coraggio di guardare questo giovane uomo prima, invece che agire diplomaticamente dopo, con comunicati richiedenti rispetto, silenzio e preghiera. Tutte cose buone se non puzzassero di ipocrisia clericale lontano un miglio. Perché è evidente che se l’epilogo dell’intera vicenda “don Rava” è stato l’abbandono del ministero, con annessa pubblicazione di un libro/confessione, non ci vuole molto acume per capire che i buoi dalla stalla erano già fuggiti da diverso tempo, almeno da un anno.

Per amore della verità, bisogna ugualmente rigettare i commenti sprezzanti al limite dell’offesa personale che molti hanno riversato contro don Alberto in modo del tutto gratuito e maligno. Al di là delle simpatie personali e della condivisione o meno della sua attività, nessuno può così impunemente giudicare. Le sue frequentazioni in palestra o i selfie in discoteca possono averlo fatto passare forse un po’ troppo per “fighetto” ma il giudizio è stato sproporzionato perché risuonato come una sentenza senza possibilità di appello: «tu non sei degno di essere sacerdote!».

Ci sarebbe tanto da dire riguardo a questa pletora di forcaioli colpevolisti — tutti di rigore eminentemente cattolici, apostolici e mariani — che non perdono occasione di rimbrottare i sacerdoti perché il loro modo di essere o di presentarsi non corrisponde ai “canoni sacerdotali” che queste menti eccelse pensano che un sacerdote debba avere, quando poi alla prova dei fatti si dimostrano del tutto incapaci di raddrizzare il proprio cuore, la propria famiglia e i propri figli. Ma poi quali sono questi desiderabili canoni di perfezione che tali corifei dell’ortodossia sacerdotale propongono per un clero al di sopra di ogni sospetto? Ne cito solo alcuni, tra quelli più ricorrenti: il primo è che il sacerdote non può essere di bell’aspetto, di rigore deve essere bruttino e sciatto e possibilmente sovrappeso perché altrimenti è uno spreco che si sia fatto prete. Se è bello e si cura è una colpa perché c’è senza dubbio qualcosa da nascondere perché non è concepibile che un bell’uomo rimanga casto. A questo proposito mi limito a ricordare le maldicenti valutazioni estetiche su S.E. Mons. Georg Gänswein e sul suo essere oggettivamente un bell’uomo (vedi qui, qui, qui, qui).  Successivamente il sacerdote non può coltivare una vita pubblica, una vita fatta di interessi, di aspirazioni, di maturazione e miglioramento personale e spirituale, così come serbare nel cuore sogni e ideali da realizzare. Il sacerdote di contro dovrebbe essere un recluso deluso, stare tra le quattro mura della sacrestia o della canonica, avere una vita scialba, piatta, senza aspirazioni, possibilmente sempre relegato in posti dove non possa destare sospetti, senza aspirare a nulla perché il desiderio è un male demoniaco in quanto: «tu hai fatto una scelta che ti preclude una vita normale». Potremmo aggiungere tante altre cose ma mi limito a queste che sono le valutazioni più comuni che serpeggiano anche tra le navate e i banchi delle nostre chiese.

 A tal proposito cerchiamo di fare memoria di quelle parole del beato apostolo Paolo che dice:

«tutto quello che fate in parole ed opere, tutto si compia nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre» (Col 3,17).

Paolo non dice cosa fare, ma come farlo. Badiamo bene come l’apostolo non ne fa una questione morale ma di identità battesimale tesa alla lode e al rendimento di grazia: compiere ogni parola e azione con l’autorità, lo spirito e la carità di Cristo, vivendo come ambasciatori del Suo regno, questo è lo stile di vita non solo del cristiano ma anche di ogni sacerdote.

Tutto questo è possibile solo dentro una Chiesa che riesce ad essere matura e responsabile, che percepisce il contatto con il popolo di Dio e con i propri confratelli sacerdoti come una ricchezza e non come un pericolo, senza dimenticare che la conformazione alla croce di Cristo con le sue immancabili prove esisterà sempre e non esiste una assicurazione sul ministero che preservi da tutte le incomprensioni, i problemi e le critiche.

Veniamo perciò al punto cruciale, al problema di una sana e matura responsabilità ecclesiale sulla formazione dei futuri sacerdoti e sull’accompagnamento dei sacerdoti che da almeno trent’anni a questa parte sembra essere del tutto inefficace quando non deleteria.  

Il primo nodo da sciogliere è la scelta di uomini che sappiano essere veramente formatori e non «deformatori», su questo punto è necessario che l’asticella della pretesa e del desiderio si mantenga ben alta, senza scendere a compromessi. Sia in seminario che nelle case di formazione religiosa, c’è bisogno di persone strutturate in prima persona, che sappiano “costruire” un sacerdote o un religioso come un tutto armonico attraverso una formazione olistica — permettetemi questo termine — che sia rispettosa dell’umanità e della spiritualità; del corpo e dell’anima del candidato. In questo senso mi sono già espresso tempo fa con un articolo (vedi qui) riguardante quell’estetica divina del Figlio dell’Uomo come modello di ogni umanità ben proporzionata.

Senza questa pretesa si cade immancabilmente dentro una spiritualità bigotta e fideistica, che mortifica l’umano e non farà crescere sanamente il futuro ministro di Dio o religioso. Sono numerosi i casi — di cui si parla ancora troppo poco — di sacerdoti e religiosi caduti in pericolose depressioni e derive lesive del corpo e dell’anima perché fondamentalmente scontenti dalla loro vita e abbandonati a sé stessi. Mortificati come persone dai propri superiori gerarchici e da coloro che dovrebbero dimostrarsi i “fratelli”, sperimentano le peggiori dinamiche abusanti da regime totalitario nel silenzio di quei luoghi che sarebbero nati per essere degli avamposti del Paradiso e che invece finiscono per rilevarsi peggio del più assurdo Purgatorio.  

La priorità è formare i formatori. Naturalmente quando parliamo di formazione dei formatori non possiamo solamente pensare alla sola preparazione accademica-specialistica, ma di una formazione di cuore, sapienziale ed esperienziale che renda il formatore l’immagine di quel “guaritore ferito” capace di formare e di guarire gli altri perché consapevole delle proprie ferite consegnate a Dio e alla Chiesa. In questa consegna vedo molto l’azione dello Spirito Santo come maestro interiore e primo educatore di ogni formatore che si rispetti. La tentazione di cercare rettori e maestri di formazione senza macchia e senza peccato rischia di condurre al fanatismo, così come ugualmente accontentarsi del primo arrivato solo perché sembra “tanto buono” e quindi inoffensivo è altrettanto disastroso.

Il secondo nodo da sciogliere è quello dell’accompagnamento permanente del sacerdote, così come anche del religioso. Non può restare ancora in piedi l’idea che un giovane, dopo l’ordinazione sacerdotale sia abbandonato a sé stesso e si debba gestire come meglio creda solo perché ha concluso l’iter di formazione iniziale e teologica. Un modo di intendere il ministero del presbitero, chiavi in mano, dove poi uno diventa arbitro e giudice della propria vita e ministero senza alcun controllo. E questo diventa praticamente impossibile da gestire se non si è stati formati prima ma deformati, ed è ancora più improbabile all’interno di una vita ministeriale che porterà immancabili sfide e prove faticose che non potranno essere affrontate e superate (non vinte!) con la sola formazione seminariale o di quella ricevuta nella casa religiosa del proprio ordine o congregazione.

Il sacerdote non può e non deve essere lasciato solo dal proprio vescovo o superiore gerarchico, questo è il primo dovere di una paternità responsabile ancora trascurata nella Chiesa che scaturisce da quel gesto di mettere le proprie mani in quelle del vescovo: «Prometti a me e ai miei successori filiale rispetto e obbedienza?». Tale promessa non costituisce un atto tra vassallo e sovrano. L’obbedienza può essere filiale e rispettosa solo quando la paternità diventa premurosa e costante, altrimenti si passa dall’«I care!» (mi interessi), al «me ne frego!» (per me sei un problema). Siamo onesti, quanti sacerdoti non guardano più in faccia il loro vescovo perché si sentono abbandonati o traditi? O che dire di certi vescovi che vedono nei loro sacerdoti solo un problema da neutralizzare il più presto possibile? Che imbarazzo tangibile si può toccare durante certe Messe crismali del Giovedì Santo. Stessa cosa possiamo riscontrare anche nella vita religiosa con l’aggravante che la vita religiosa insistendo maggiormente dentro una dinamica fraterna e di mutuo aiuto, rischia di lacerare la carismaticità della forma di vita che si è assunta con la professione religiosa.

Questi sono i presupposti che generano i più frequenti abbandoni del ministero sacerdotale o le richieste di uscita dagli ordini religiosi. Sono sempre nella colpa coloro che lasciano? Personalmente credo di no, ma sempre sono delle vittime. Ci sarebbe tanto da dire a riguardo ma credo che la cosa più sapiente in questi casi sia notare che tali epiloghi rappresentino il segno più evidente di un ingranaggio difettoso che deve essere il prima possibile aggiustato. E una tale responsabilità ricade su tutti, nessuno escluso.

Sanluri, 10 febbraio 2026

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I Proci di Itaca e l’epopea della Sfranta che tacer non può

I PROCI DI ITACA E L’EPOPEA DELLA SFRANTA CHE TACER NON PUÒ

Gli unici coi quali la Sfranta non se la prende mai sono i proci, che ricordiamo sono i circa cento nobili di Itaca che nell’Odissea di Omero corteggiano insistentemente Penelope durante l’assenza di Ulisse, ma che nella moderna versione clerical-rainbow corteggiano invece Ulisse e ignorano del tutto Penelope. 

— Il cogitatorio di Ipazia—

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Autore Ipazia Gatta Romana

Autore
Ipazia Gatta Romana

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La lobby clerical-rainbow si preserva evitando l’esposizione diretta. Non agisce apertamente, non si assume la responsabilità delle decisioni più controverse. Preferisce operare per interposta persona, servendosi di soggetti che fungono da schermo, da esecutori, da strumenti sacrificabili. Sono i classici uomini di paglia e gli utili idioti: figure incaricate di fare ciò che i lobbisti decidono, una volta instillata in loro l’illusione di contare, di appartenere al potere clericale e di poterne trarre qualche riconoscimento. Ecco un saggio di quanto testé detto nell’immagine che sotto segue:

Foto: composizione grafica contenente estratti testuali riprodotti senza indicazione di autore e di fonte, come nello Sfranta’s style.

Nel mondo clericale, tali soggetti sono spesso laici clericalizzati che godono, proprio in quanto tali, di una libertà operativa che altri non possono permettersi. Sono loro a intervenire là dove i clerics-rainbow non intendono — o non possono — esporsi direttamente: delegittimano, offendono, segnalano, accusano, danno corso a procedimenti privi di reale fondamento, consapevoli che non produrranno alcun esito concreto. Ciò che conta non è vincere, ma compiere azioni di disturbo, intimidire. Questo è l’obiettivo.

Agiscono convinti di contare e di avere un peso all’interno della struttura di potere clericale; in realtà vengono utilizzati proprio perché sostituibili, esposti e sacrificabili. Ridotti a meri strumenti esecutivi, sono destinati ad assorbire l’urto delle azioni più oscure, quelle con cui i clerical-rainbow che li pilotano non intendono sporcarsi le mani. Pensano di dirigere, mentre in realtà sono diretti, alla maniera dei peggiori servi subordinati.

Questa modalità di azione non è episodica, ma strutturale. I clerics-rainbow conservano così una distanza di sicurezza: non firmano, non parlano, non appaiono. A esporsi è sempre l’utile idiota, al quale viene demandato il lavoro sporco. È il medesimo meccanismo che si riscontra in ogni organizzazione che intenda esercitare controllo senza assumersene apertamente il peso morale e giuridico. La responsabilità resta invisibile; l’azione, invece, è concretissima.

Accanto a questa prima categoria, ne emerge una seconda, più aggressiva e pericolosa: quella che il compianto Paolo Poli soleva chiamare, con impareggiabile precisione teatrale, le “sfrante”.

Clericalizzata alla massima potenza e caratterizzata da una militanza aspra, vendicativa e talora apertamente violenta sul piano relazionale, la Sfranta, anziché costruirsi un presente dignitoso per un futuro maturo, preferisce passare le giornate ad aggredire sui propri social chiunque decida sul momento: oggi i membri della Associazione Nazionale Magistrati da lei definiti «peggiori dei delinquenti» nonché «associazione paramafiosa», domani il Ministro della Giustizia accusato di essere «colluso» e «pagliaccio», segue un noto magistrato indicato come «pregiudicato» e «più criminale di tutti gli altri», dopodomani lancia fiamme sui membri di un dicastero della Santa Sede indicati come «analfabeti» e «idioti», il Presidente dell’Ordine dei Giornalisti definito «volgare scaricatore di porto», uno tra i più noti giornalisti e conduttori televisivi italiani bollato come «il più vomitevole» e «bullo represso», per seguire con gli idraulici, i meccanici, le parrucchiere unisex … nessuno si salva dalla Sfranta.

ecc… ecc …

Gli unici coi quali la Sfranta non se la prende mai sono i proci, che ricordiamo sono i circa cento nobili di Itaca che nell’Odissea di Omero corteggiano insistentemente Penelope durante l’assenza di Ulisse, ma che nella moderna versione clerical-rainbow corteggiano invece Ulisse e ignorano del tutto Penelope. 

A cascata seguono segnalazioni mirabolanti: esposti all’Ordine degli Psicologi contro una delle più note criminologhe italiane; minacce di querela a una diocesi che osò smentire ufficialmente la Sfranta con un pubblico comunicato della curia dopo che aveva offeso ripetutamente il vescovo in vari articoli; inviti a firmare una protesta ufficiale per destituire dalla cattedra un teologo di riconosciuta preparazione e innegabili qualità didattiche …

La Sfranta non si limita a fungere da strumento passivo del sistema, ma ne diventa attrice attiva, mossa dal frenetico obiettivo di sdoganare e legittimare the fantastic rainbow world all’interno della Chiesa. E se qualcuno si oppone all’ingresso di questo Rainbow Trojan Horse dentro le mura della Civitas Dei, l’accusa è pronta e il critico bollato come «soggetto affettivamente irrisolto». La Sfranta agisce come una vera avanguardia del sistema: dice e scrive, tramite blog e social media, ciò che certi clerical-rainbow non possono permettersi di affermare pubblicamente; colpisce coloro che questi ultimi non possono attaccare direttamente; esercita una pressione costante attraverso accuse, insinuazioni, segnalazioni alle autorità ecclesiastiche, lettere, esposti, campagne di delegittimazione. Guai però a smentirla, o a reagire alle sue raffiche di insulti, non sia mai! Seduta stante si proclama immediatamente vittima urlando alla discriminazione, secondo gli schemi ormai noti e consolidati della Sfranta’s logic.

La “forza” della Sfranta risiede nell’assenza pressoché totale di vincoli. Non risponde ad alcuna autorità ecclesiastica, non rischia sanzioni canoniche, non paga alcun prezzo istituzionale. Agisce, di fatto, in una zona griga di sostanziale impunità, che rende inefficace ogni tentativo di reazione giuridica proporzionata. Per questo risulta molto utile a certe frange di clerical-rainbow che se ne servono mantenendo una posizione apparentemente neutra: perché è lei a esporsi, a parlare, a scrivere, a segnalare; i pupari restano nel totale anonimato. 

I clerical-rainbow che governano questo sistema raramente compaiono in prima linea. Osservano, proteggono, orientano, lasciando che sia la Sfranta ad agire e metterci la faccia, nel tentativo disperato di delegittimare sacerdoti e teologi ostili a questa Rainbow Pious Brotherhood. È in questo contesto che una Sfranta priva di qualsiasi mandato formale si trasforma in promotrice di “segnalazioni” motivate da un presunto zelo per il bene della Chiesa. Oltre agli scritti diffonde anche video nei quali sospira, singhiozza e si abbandona a mossettine che ricordano la sorella meno dotata della satirica Rita da Cascia impersonata dal già citato grandissimo Paolo Poli.

Nessuna accusa esplicita, nessuna prova concreta: solo allusioni, sospetti, frasi lasciate cadere con apparente discrezione, nella speranza che, a forza di ripetere palesi falsità ripetutamente smentite come tali, queste finiscano per essere percepite come vere, passando infine come tali.

È all’interno di questo ambiente opaco che la Rainbow Pious Brotherhood trova le condizioni ideali per consolidarsi e riprodursi, rimanendo anonima e mandando all’attacco una Sfranta che cammina sul filo del rasoio, bordando insulti e facendo audaci allusioni a comportamenti che vengono indicati come penalmente rilevanti senza mai nominare apertamente il soggetto preso di mira, ma facendo capire a tutti chi sia questo innominato che, poco dopo, incomincia a ricevere numerosi messaggi di lettori e amici che lo avvisano «la Sfranta se l’è presa di nuovo con te».

In tal senso, la Sfranta ha fatto scuola. Tanto che ho deciso di imitarla con la stessa identica tecnica: non l’ho nominata, proprio come lei non nomina, spesso, quelli che prende pesantemente di mira.

E adesso vi saluto, devo correre a prestare assistenza a Penelope, profondamente depressa da quando i proci di Itaca si sono messi a sventolare the flag rainbow e a corteggiare Ulisse ignorando totalmente lei. Anche i proci di Itaca hanno fatto ormai un onesto coming-out, o come diceva Sant’Agostino in un suo celebre sermone: «Silere non possum (non posso tacere)» (Serm. 88, 14, 13, PL). Così, hanno deciso di non silere (non tacere) e di corteggiare apertamente Ulisse.

Dall’Isola dei Proci, 8 febbraio 2026

 

 

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Lo stretto legame tra etica, intelligenza artificiale e teologia di San Tommaso d’Aquino – The close link between ethics, Artificial Intelligence and the theology of Saint Thomas Aquinas – El estrecho vínculo entre ética, inteligencia artificial y la teología de Santo Tomás de Aquino – Die enge Verbindung zwischen Ethik, künstlicher intelligenz und der Theologie des Sankt Thomas von Aquin

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LO STRETTO LEGAME TRA ETICA, INTELLIGENZA ARTIFICIALE E TEOLOGIA DI SAN TOMMASO D’AQUINO

La macchina perfeziona solo ciò che trova già in atto nell’uomo: può affinare un pensiero vero, ma non generare verità; può pulire una frase riuscita, ma non infondere lo spirito che l’ha generata. Ed è proprio qui che diventa evidente il parallelismo con il principio tomista: «Gratia non tollit naturam, sed perficit (la grazia non distrugge la natura, ma la perfeziona)»

— Theologica —

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PDF articolo formato stampa – article print format – articulo en formato impreso – artikel im druckformat 

 

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Questo articolo per la nostra pagina di Theologica è tratto dal mio ultimo libro La libertà negata, edito dalle nostre edizioni e in vendita Qui.

Accingendomi a trattare questa tematica legata all’Intelligenza Artificiale mi è tornato alla mente uno dei capolavori profetici del cinema moderno: 2001: Odissea nello spazio, diretto da Stanley Kubrick e distribuito nel 1968. In quel film compare HAL 9000, un’intelligenza artificiale di altissimo livello, installata a bordo della nave spaziale Discovery. HAL è perfetta nel calcolo, infallibile nella gestione dei dati, ma priva di ciò che rende umano il giudizio: la coscienza. Quando la sua programmazione entra in conflitto con gli obiettivi della missione, HAL non “impazzisce”: semplicemente applica la logica senza il filtro morale, senza l’intenzionalità e senza la capacità di discernere il bene dal male. Il risultato è spaventoso: una macchina potentissima diventa una minaccia mortale proprio perché non comprende l’uomo né il valore della vita. Questa intuizione — cinematografica ma teologicamente lucidissima — mostra che l’intelligenza artificiale solleva problemi che non sono meramente tecnici, ma radicalmente morali. Non è in gioco la potenza di calcolo — che nessuno contesta — bensì il rischio che l’uomo deleghi a un sistema impersonale ciò che appartiene esclusivamente alla sua coscienza. Ed è proprio ciò che accade quando si lascia che una piattaforma decida autonomamente ciò che è “buono” o “cattivo”, ciò che può essere detto o ciò che deve essere taciuto: si consegna alla macchina un atto che dovrebbe essere morale. E questo è solo il primo passo della delega morale alla macchina.

Una volta ceduto alla tecnologia il giudizio sul vero e sul falso, il passo successivo diventa quasi inevitabile: rinunciare anche al buonsenso educativo e alla responsabilità personale.  Oppure quando un genitore affida completamente all’algoritmo il compito di filtrare ciò che un figlio può vedere, senza vigilanza critica: significa delegare a un sistema statistico la responsabilità educativa. O ancora quando si chiede all’Intelligenza Artificiale se una frase è “offensiva” o “moralmente accettabile”: significa trasferire alla macchina un compito che richiede coscienza, non calcolo.

Quanto sin qui illustrato non è un insieme di dettagli tecnici sono piuttosto il punto decisivo. Se manca l’intenzione, la macchina non può mai comprendere che cosa l’uomo sta facendo quando parla, ammonisce, educa, cura, corregge. E poiché non può accedere al “perché”, riduce tutto al “come”: non valuta il senso, analizza solo la forma. È qui che l’equivoco diventa inevitabile e l’errore sistematico. È ciò che avviene, per esempio, quando un sacerdote ammonisce un fedele o un padre corregge un figlio: la coscienza umana distingue tra severità e crudeltà, tra correzione e offesa; l’algoritmo registra solo la durezza della frase e la segnala come “linguaggio ostile”. Il medico che scrive «questo rischio porta alla morte» può vedere le sue parole classificate come “contenuto violento”, perché la macchina non distingue una diagnosi da una minaccia. E un semplice versetto biblico può essere censurato come “linguaggio offensivo” perché l’Intelligenza Artificiale non percepisce la finalità morale, ma solo la superficie della parola. Per questo, qualunque uso dell’Intelligenza Artificiale che tocchi la parola, il giudizio, la relazione o la libertà deve essere esaminato alla luce della teologia morale, non dell’ingegneria informatica.

La distinzione è decisiva: la macchina non decide, seleziona; non valuta, filtra; non giudica, classifica. E ciò che classifica non è mai il bene o il male, ma solo il probabile e l’improbabile, il frequente e il raro, l’accettabile statistico e il sospetto algoritmico. La coscienza umana fa l’esatto contrario: prende sul serio l’unicità dell’atto e la libertà dell’agente; pesa intenzioni, circostanze, conseguenze; distingue tra il rimprovero che salva e l’offesa che ferisce; tra la severità per amore e la crudeltà per disprezzo. La macchina non vede nulla di tutto questo.

Quando un padre richiama un figlio, la coscienza riconosce l’amore che lo sostiene; l’algoritmo vede solo una frase “potenzialmente ostile”. Quando un direttore spirituale ammonisce un suo diretto, la coscienza vede la misericordia che accompagna la verità; l’algoritmo vede una violazione degli “standard della community”. Quando una persona parla per correggere, proteggere o educare, la coscienza percepisce la finalità, la macchina percepisce solo la parola dura. Il risultato è paradossale: laddove l’uomo unisce giustizia e misericordia, la macchina produce soltanto etichette.

L’ambiguità morale non nasce dalla tecnologia: nasce dall’uomo che la progetta. Perché l’algoritmo non è neutrale: esegue una morale che non conosce, ma che altri hanno deciso per lui. E questo lo vediamo ogni giorno: se un contenuto mette in discussione il politically correct, l’algoritmo lo interpreta come “ostilità”; se critica alcune derive della cultura woke, lo etichetta come “discriminazione”; se affronta temi di antropologia cristiana — per esempio la differenza sessuale o la famiglia — rivolgendo critiche alle potenti e politicizzate lobby LGBT, lo segnala come “incitamento all’odio”, o “incitamento alla violenza”, il cosiddetto “hate speech”, alla lettera: discorso d’odio. Il tutto non perché la macchina “pensi” così, ma perché è stata programmata a reagire e interagire così. L’algoritmo non nasce neutrale: nasce già educato da chi lo costruisce, modellato da criteri ideologici che confondono la critica con l’aggressione, la riflessione con l’offesa, la verità con la violenza. In altre parole, l’algoritmo ha dei padroni: riflette le loro paure, amplifica le loro convinzioni, censura ciò che essi temono. Le piattaforme non filtrano in base a criteri oggettivi ma secondo ideologie dominanti: ciò che il mondo idolatra è promosso, ciò che il Vangelo richiama è sospettato; ciò che appaga viene amplificato, ciò che ammonisce viene silenziato. Il risultato è una nuova forma di censura culturale: elegante, educata, sterilizzata digitalmente — ma sempre censura.

Queste mie analisi nascono dalle riflessioni, dagli studi e dalle osservazioni che da tempo sto approfondendo sul piano antropologico-culturale e sul funzionamento reale delle piattaforme digitali. È proprio per questo che trovo significativo notare come, su un piano diverso ma complementare, il Dicastero per la Dottrina della Fede abbia recentemente richiamato un principio decisivo andando in sostanza nella mia stessa direzione di pensiero, ribadendo che l’Intelligenza Artificiale, pur potendo «cooperare alla crescita della conoscenza», non può essere in alcun modo equiparata all’intelligenza umana che possiede una profondità e una dinamica che nessun sistema di apprendimento automatico può replicare. Questo documento sottolinea che l’Intelligenza Artificiale non comprende, ma elabora, non giudica, ma calcola, ed è intrinsecamente incapace di cogliere la dimensione morale dell’azione, poiché priva di coscienza e interiorità (cfr. Qui). Quindi ammonisce con chiarezza che non si può attribuire a un dispositivo algoritmico il discernimento morale: farlo significherebbe abdicare alla responsabilità etica dell’uomo e consegnare la verità a un meccanismo statistico. L’illusione di una intelligenza morale artificiale è definita dal documento come una forma di ingenua idolatria tecnologica, perché la verità non è frutto del calcolo, ma dell’incontro tra libertà e grazia[1].

Questa riflessione magisteriale conferma il punto centrale: la coscienza non si programma. La macchina può assistere, ma non giudicare; può aiutare, ma non interpretare; può filtrare, ma non discernere. Ciò che appartiene alla libertà dell’uomo — e dunque alla sua relazione con Dio — non può essere delegato ad alcuna tecnologia.

L’etica dell’intelligenza artificiale rivela così la sua fragilità: una macchina può essere programmata per riconoscere parole, ma non può comprendere la Parola. Può identificare comandi, non comandamenti. Può censire comportamenti, non distinguere tra virtù e vizio. Può rilevare correlazioni, non cogliere la rivelazione divina. E soprattutto: non può conoscere Dio. Una cultura che si abitua a sostituire il giudizio della coscienza con il vaglio di un algoritmo finisce per dimenticare che la libertà è un atto spirituale, non un output digitale[2]. Ed è qui che la teologia morale diventa decisiva, perché ricorda all’uomo che: la verità è sempre personale; il bene è sempre intenzionale; la coscienza è sempre irriducibile; il giudizio morale non può essere delegato a nessuno, tanto meno a un software.

Questo non significa demonizzare la tecnologia, ma rimetterla al suo posto: quello di strumento, non di giudice. L’Intelligenza Artificiale, allora, può certamente rendere più agile il lavoro umano, ma non può sostituirlo nel punto decisivo: il giudizio morale, l’unico ambito in cui non basta sapere “come stanno le cose”, ma bisogna decidere “perché farle”. È il luogo della coscienza, dove l’uomo pesa le intenzioni, assume responsabilità, risponde del proprio agire davanti a Dio. Qui la macchina non entra, non può entrare: calcola, ma non sceglie; analizza, ma non risponde; simula, ma non ama. Come un eccellente chirurgo plastico l’Intelligenza Artificiale può valorizzare ciò che è già bello, ma non può rendere bello ciò che non è tale, può correggere sproporzioni, può attenuare certi segni del tempo; ma non può creare dal nulla né la bellezza che non c’è, né restituire la giovinezza ormai sfiorita. Può valorizzare un volto segnato, ma non può inventare un volto nuovo. Allo stesso modo, l’Intelligenza Artificiale può aiutare a organizzare i dati, a chiarire un testo, a mettere in ordine argomenti complessi; ma non può dare intelligenza a un soggetto limitato e mediocre, né coscienza a chi non ce l’ha.

L’immagine, forse un po’ cruda ma efficace, è quella del cavallo di razza e del pony: la tecnologia può allenare, curare, far rendere al massimo lo stallone arabo, ma non trasformerà mai un povero pony in un purosangue. Quello che non c’è, nessun algoritmo potrà mai crearlo. La macchina perfeziona solo ciò che trova già in atto nell’uomo: può affinare un pensiero vero, ma non generare verità; può lucidare una frase riuscita, ma non può raggiungere la coscienza da cui quella frase è scaturita. 

La macchina perfeziona solo ciò che trova già in atto nell’uomo: può affinare un pensiero vero, ma non generare verità; può pulire una frase riuscita, ma non infondere lo spirito che l’ha generata. Ed è proprio qui che diventa evidente il parallelismo con il principio tomista:

«Gratia non tollit naturam, sed perficit (la grazia non distrugge la natura, ma la perfeziona)»[3].

A questo punto diventa inevitabile volgere lo sguardo verso il terreno più delicato: se la macchina può perfezionare solo ciò che trova, allora la vera questione non riguarda l’algoritmo, ma l’uomo che gli si consegna. Ed è qui che l’analogia tomista dispiega tutta la sua forza: come la grazia non opera sul vuoto, così la tecnologia non lavora sull’assenza di coscienza. E quando l’uomo smette di esercitare la propria interiorità morale, non è la macchina a guadagnare potere: è l’uomo stesso a perdere statura. Da questo punto nasce il problema decisivo — non tecnico, ma spirituale — che dobbiamo ora affrontare. Se comprendiamo che la delega morale alla macchina non è un incidente tecnico ma un errore antropologico, la domanda sorgerà per logica conseguenza: che cosa perde l’uomo quando abdica alla propria coscienza? Non perde soltanto un’abilità, ma una dimensione spirituale, quella in cui si decide il senso del bene e del male. La tecnologia può essere potente, sofisticata, rapidissima, ma non può diventare soggetto morale.

La tradizione cristiana ha sempre insegnato che l’esercizio del buonsenso è un’arte che nasce dalla grazia e dalla libertà: un equilibrio tra prudenza, verità e carità. L’algoritmo non conosce alcuna di queste tre. Non è prudente, perché non valuta; non è vero, perché non conosce; non è caritatevole, perché non ama. Per questo, usare l’Intelligenza Artificiale come strumento è possibile; usarla come criterio è disumano, pensare che possa creare al posto dell’uomo incapace ad articolare un pensiero, o a produrre un lavoro intellettuale, a dir poco è illusorio. La tecnologia può assistere l’uomo, mai giudicarlo; può aiutare la parola, mai sostituirla; può servire la missione, mai determinarne i confini.

Una civiltà che delega alla macchina ciò che appartiene alla coscienza perde la propria identità spirituale: diventa una società che sa molto, ma comprende poco; che parla continuamente, ma ascolta raramente; che giudica tutto, ma non giudica più se stessa.

La morale cattolica ci ricorda che il criterio del bene non è ciò che il mondo accetta, ma ciò che Dio insegna. E Dio non parla agli algoritmi: parla ai cuori. Il Logos si è fatto carne, non codice; si è fatto uomo, non programma; si è fatto relazione, non meccanismo. Per questo nessuna intelligenza artificiale, per quanto avanzata, potrà mai diventare criterio ultimo di ciò che è vero, giusto, buono e umano. Perché il bene non si calcola: si identifica.

Dall’Isola di Patmos, 7 febbraio 2026

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NOTE

[1] Cfr. Dicastero per la Dottrina della Fede, Antiqua et nova. Nota sul rapporto tra intelligenza artificiale e intelligenza umana (28 gennaio 2025). — Sulla corretta integrazione tra capacità umana e strumenti tecnologici nell’elaborazione del giudizio morale.

[2] N.d.A. Output significa risultato finale ed è un termine tecnico-informatico che si riferisce all’insieme di dati che un computer emette attraverso processo produttivo, ciò in contrapposizione all’input, che sono invece i dati in ingresso.

[3] Thomas Aquinas, Summa Theologiae, I, q.1, a.8, ad 2, in Sancti Thomae de Aquino Opera Omnia, ed. Leonina.

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THE CLOSE LINK BETWEEN ETHICS, ARTIFICIAL INTELLIGENCE AND THE THEOLOGY OF SAINT THOMAS AQUINAS

The machine perfects only what it already finds at work in man: it may refine a true thought, but cannot generate truth; it may clean a well-formed phrase, but cannot infuse the spirit that generated it. And it is precisely here that the parallel with the Thomistic principle becomes evident: Gratia non tollit naturam, sed perficit (grace does not destroy nature, but perfects it)”

— Theologica —

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This article for our Theologica page is taken from my latest book La libertà negata, published by our own press and available for purchase hereAs I set out to address this theme concerning Artificial Intelligence, my mind returned to one of the prophetic masterpieces of modern cinema: 2001: A Space Odyssey, directed by Stanley Kubrick and released in 1968. In that film appears HAL 9000, an extremely advanced artificial intelligence installed aboard the spacecraft Discovery. HAL is perfect in calculation, infallible in data management, yet devoid of what makes human judgement truly human: conscience. When its programming comes into conflict with the objectives of the mission, HAL does not “go mad”: it simply applies logic without moral filtering, without intentionality, and without the capacity to discern good from evil. The result is terrifying: a supremely powerful machine becomes a mortal threat precisely because it neither understands man nor the value of life. This intuition — cinematic, yet theologically lucid — shows that artificial intelligence raises issues that are not merely technical, but radically moral. What is at stake is not computational power — which no one disputes — but the risk that man may delegate to an impersonal system what belongs exclusively to his conscience. And this is precisely what happens when one allows a platform to decide autonomously what is “good” or “bad”, what may be said and what must be silenced: one hands over to the machine an act that ought to be moral. And this is only the first step in the moral delegation to the machine.

Once judgement over truth and falsehood has been ceded to technology, the next step becomes almost inevitable: renouncing educational common sense and personal responsibility as well. When a parent entirely entrusts to an algorithm the task of filtering what a child may see, without critical supervision, this means delegating educational responsibility to a statistical system. Or again, when one asks Artificial Intelligence whether a phrase is “offensive” or “morally acceptable”, this means transferring to the machine a task that requires conscience, not calculation.

What has been outlined so far is not a collection of technical details, but rather the decisive point. Where intention is lacking, the machine can never understand what man is doing when he speaks, admonishes, educates, heals or corrects. And since it cannot access the “why”, it reduces everything to the “how”: it does not evaluate meaning, it analyses only form. It is here that misunderstanding becomes inevitable and error systematic. This is what happens, for example, when a priest admonishes a faithful person or a father corrects a child: the human conscience distinguishes between severity and cruelty, between correction and offence; the algorithm merely registers the harshness of the phrase and flags it as “hostile language”. A physician who writes “this risk leads to death” may see his words classified as “violent content”, because the machine does not distinguish diagnosis from threat. And even a simple biblical verse may be censored as “offensive language”, because Artificial Intelligence does not perceive moral purpose, but only the surface of words. For this reason, any use of Artificial Intelligence that touches speech, judgement, relationship or freedom must be examined in the light of moral theology, not computer engineering.

The distinction is decisive: the machine does not decide, it selects; it does not evaluate, it filters; it does not judge, it classifies. And what it classifies is never good or evil, but only the probable and the improbable, the frequent and the rare, statistical acceptability and algorithmic suspicion. Human conscience does the exact opposite: it takes seriously the uniqueness of the act and the freedom of the agent; it weighs intentions, circumstances and consequences; it distinguishes between rebuke that saves and offence that wounds; between severity born of love and cruelty born of contempt. The machine sees none of this.

When a father reproves a child, conscience recognises the love that sustains it; the algorithm sees only a “potentially hostile” phrase. When a spiritual director admonishes one entrusted to him, conscience perceives mercy accompanying truth; the algorithm sees a violation of “community standards”. When a person speaks in order to correct, protect or educate, conscience grasps the purpose; the machine perceives only harsh words. The result is paradoxical: where man unites justice and mercy, the machine produces nothing but labels.

Moral ambiguity does not arise from technology: it arises from the man who designs it. For the algorithm is not neutral: it executes a morality it does not know, but which others have decided for it. And we see this every day: if content challenges political correctness, the algorithm interprets it as “hostility”; if it criticises certain excesses of woke culture, it labels it “discrimination”; if it addresses themes of Christian anthropology — for example sexual difference or the family — by criticising powerful and politicised LGBT lobbies, it flags it as “hate speech” or “incitement to violence”. All this not because the machine “thinks” this way, but because it has been programmed to react this way. The algorithm is not born neutral: it is already educated by those who build it, shaped by ideological criteria that confuse criticism with aggression, reflection with offence, truth with violence. In other words, the algorithm has masters: it reflects their fears, amplifies their convictions, censors what they fear. Platforms do not filter according to objective criteria but according to dominant ideologies: what the world idolises is promoted, what the Gospel recalls is suspected; what pleases is amplified, what admonishes is silenced. The result is a new form of cultural censorship: elegant, polite, digitally sterilised — yet still censorship.

These analyses arise from reflections, studies and observations that I have long been developing on the anthropological-cultural level and on the real functioning of digital platforms. It is precisely for this reason that I find it significant to note how, on a different yet complementary level, the Dicastery for the Doctrine of the Faith has recently recalled a decisive principle, essentially moving in the same direction of thought, reaffirming that Artificial Intelligence, while it may “cooperate in the growth of knowledge”, can in no way be equated with human intelligence, which possesses a depth and dynamism that no machine-learning system can replicate. This document stresses that Artificial Intelligence does not understand, but processes; does not judge, but calculates; and is intrinsically incapable of grasping the moral dimension of action, since it lacks conscience and interiority (cf. here). It therefore clearly warns that moral discernment cannot be attributed to an algorithmic device: to do so would mean abdicating human ethical responsibility and handing truth over to a statistical mechanism. The illusion of an artificial moral intelligence is defined by the document as a form of naïve technological idolatry, because truth is not the fruit of calculation, but of the encounter between freedom and grace[1].

This magisterial reflection confirms the central point: conscience cannot be programmed. The machine may assist, but not judge; it may help, but not interpret; it may filter, but not discern. What belongs to human freedom — and thus to man’s relationship with God — cannot be delegated to any technology.

The ethics of artificial intelligence thus reveal their fragility: a machine may be programmed to recognise words, but it cannot understand the Word. It can identify commands, not commandments. It can catalogue behaviours, not distinguish between virtue and vice. It can detect correlations, not grasp divine revelation. And above all: it cannot know God. A culture that becomes accustomed to replacing the judgement of conscience with algorithmic screening ends up forgetting that freedom is a spiritual act, not a digital output[2]. It is here that moral theology becomes decisive, for it reminds man that truth is always personal; good is always intentional; conscience is always irreducible; moral judgement cannot be delegated to anyone, least of all to software.

This does not mean demonising technology, but restoring it to its proper place: that of a tool, not a judge. Artificial Intelligence may certainly make human work more efficient, but it cannot replace it at the decisive point: moral judgement, the only realm in which it is not enough to know “how things are”, but one must decide “why to do them”. This is the realm of conscience, where man weighs intentions, assumes responsibility, and answers for his actions before God. Here the machine does not enter, cannot enter: it calculates, but does not choose; it analyses, but does not answer; it simulates, but does not love. Like an excellent plastic surgeon, Artificial Intelligence may enhance what is already beautiful, but it cannot make beautiful what is not; it may correct disproportions, soften certain marks of time, but it cannot create beauty from nothing nor restore youth once it has faded. It may enhance a marked face, but it cannot invent a new one. In the same way, Artificial Intelligence may help organise data, clarify a text, or order complex arguments; but it cannot give intelligence to a limited and mediocre subject, nor conscience to one who lacks it.

The image — perhaps somewhat stark, but effective — is that of the thoroughbred horse and the pony: technology may train, care for and bring out the best in the Arabian stallion, but it will never turn a poor pony into a thoroughbred. What is not there, no algorithm will ever create. The machine perfects only what it already finds at work in man: it may refine a true thought, but cannot generate truth; it may polish a successful phrase, but cannot reach the conscience from which that phrase arose.

The machine perfects only what it already finds at work in man: it may refine a true thought, but cannot generate truth; it may clean a well-formed phrase, but cannot infuse the spirit that generated it. And it is precisely here that the parallel with the Thomistic principle becomes evident:

Gratia non tollit naturam, sed perficit (grace does not destroy nature, but perfects it)” [3].

At this point it becomes inevitable to turn our gaze to the most delicate ground: if the machine can perfect only what it finds, then the true question does not concern the algorithm, but the man who hands himself over to it. And it is here that the Thomistic analogy displays its full force: just as grace does not act upon a void, so technology does not work upon the absence of conscience. And when man ceases to exercise his moral interiority, it is not the machine that gains power: it is man himself who loses stature. From this point arises the decisive problem — not technical, but spiritual — that we must now confront. If we understand that moral delegation to the machine is not a technical accident but an anthropological error, the question will arise by logical consequence: what does man lose when he abdicates his conscience? He does not lose merely a skill, but a spiritual dimension, the one in which the meaning of good and evil is decided. Technology may be powerful, sophisticated, extremely rapid, but it cannot become a moral subject.

Christian tradition has always taught that the exercise of sound judgement is an art born of grace and freedom: a balance between prudence, truth and charity. The algorithm knows none of these three. It is not prudent, because it does not evaluate; it is not true, because it does not know; it is not charitable, because it does not love. For this reason, using Artificial Intelligence as a tool is possible; using it as a criterion is inhuman. To think that it can create in place of a man incapable of articulating a thought or producing intellectual work is, at the very least, illusory. Technology may assist man, never judge him; may help speech, never replace it; may serve the mission, never determine its boundaries.

A civilisation that delegates to the machine what belongs to conscience loses its spiritual identity: it becomes a society that knows much, but understands little; that speaks incessantly, but rarely listens; that judges everything, but no longer judges itself.

Catholic morality reminds us that the criterion of good is not what the world accepts, but what God teaches. And God does not speak to algorithms: He speaks to hearts. The Logos became flesh, not code; became man, not programme; became relationship, not mechanism. For this reason no artificial intelligence, however advanced, can ever become the ultimate criterion of what is true, just, good and human. Because good is not calculated: it is recognised.

From the Isle of Patmos, 7 February 2026

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NOTES

[1] Cf. Dicastery for the Doctrine of the Faith, Antiqua et nova. Note on the relationship between artificial intelligence and human intelligence (28 January 2025) — On the correct integration between human capacity and technological tools in the formation of moral judgement.

[2] A.N. Output means final result and is a technical computing term referring to the set of data produced by a computer through a processing operation, in contrast to input, which are the incoming data.

[3] Thomas Aquinas, Summa Theologiae, I, q.1, a.8, ad 2, in Sancti Thomae de Aquino Opera Omnia, Leonine Edition.

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EL ESTRECHO VÍNCULO ENTRE ÉTICA, INTELIGENCIA ARTIFICIAL Y LA TEOLOGÍA DE SANTO TOMÁS DE AQUINO

La máquina perfecciona solo aquello que ya encuentra en acto en el hombre: puede afinar un pensamiento verdadero, pero no generar la verdad; puede limpiar una frase lograda, pero no infundir el espíritu que la ha generado. Y es precisamente aquí donde se hace evidente el paralelismo con el principio tomista: «Gratia non tollit naturam, sed perficit (la gracia no destruye la naturaleza, sino que la perfecciona)».

— Theologica—

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Este artículo para nuestra página Theologica está tomado de mi último libro La libertà negata (La libertad negada) publicado por nuestras ediciones y disponible a la venta aquí.

Al disponeme a tratar esta temática relacionada con la Inteligencia Artificial, vino a mi mente una de las obras más proféticas del cine moderno: 2001: Odisea en el espacio, dirigida por Stanley Kubrick y estrenada en 1968. En esa película aparece HAL 9000, una inteligencia artificial de altísimo nivel, instalada a bordo de la nave espacial Discovery. HAL es perfecta en el cálculo, infalible en la gestión de datos, pero carece de aquello que hace verdaderamente humano al juicio: la conciencia. Cuando su programación entra en conflicto con los objetivos de la misión, HAL no “enloquece”: simplemente aplica la lógica sin el filtro moral, sin intencionalidad y sin la capacidad de discernir el bien del mal. El resultado es estremecedor: una máquina potentísima se convierte en una amenaza mortal precisamente porque no comprende al hombre ni el valor de la vida. Esta intuición — cinematográfica, pero teológicamente clarísima — muestra que la inteligencia artificial plantea problemas que no son meramente técnicos, sino radicalmente morales. No está en juego la potencia de cálculo — que nadie discute — sino el riesgo de que el hombre delegue en un sistema impersonal aquello que pertenece exclusivamente a su conciencia. Y esto es precisamente lo que ocurre cuando se permite que una plataforma decida de manera autónoma qué es “bueno” o “malo”, qué puede decirse y qué debe ser silenciado: se entrega a la máquina un acto que debería ser moral. Y esto es solo el primer paso de la delegación moral a la máquina.

Una vez cedido a la tecnología el juicio sobre lo que es verdadero de lo que es falso, el paso siguiente se vuelve casi inevitable: renunciar también al sentido común educativo y a la responsabilidad personal. Ocurre, por ejemplo, cuando un progenitor confía por completo a un algoritmo la tarea de filtrar lo que un hijo puede ver, sin una vigilancia crítica: significa delegar a un sistema estadístico la responsabilidad educativa. O cuando se pregunta a la Inteligencia Artificial si una frase es “ofensiva” o “moralmente aceptable”: significa transferir a la máquina una tarea que requiere conciencia, no cálculo.

Lo expuesto hasta ahora no constituye un conjunto de detalles técnicos, sino el punto decisivo. Si falta la intención, la máquina no puede comprender jamás qué está haciendo el hombre cuando habla, amonesta, educa, cura o corrige. Y puesto que no puede acceder al “porqué”, reduce todo al “cómo”: no evalúa el sentido, analiza solo la forma. Es aquí donde el equívoco se vuelve inevitable y el error sistemático. Es lo que sucede, por ejemplo, cuando un sacerdote amonesta a un fiel o un padre corrige a un hijo: la conciencia humana distingue entre severidad y crueldad, entre corrección y ofensa; el algoritmo registra únicamente la dureza de la frase y la señala como “lenguaje hostil”. El médico que escribe «este riesgo conduce a la muerte» puede ver sus palabras clasificadas como “contenido violento”, porque la máquina no distingue una diagnosis de una amenaza. Incluso un simple versículo bíblico puede ser censurado como “lenguaje ofensivo”, porque la Inteligencia Artificial no percibe la finalidad moral, sino solo la superficie de la palabra. Por ello, cualquier uso de la Inteligencia Artificial que afecte a la palabra, al juicio, a la relación o a la libertad debe ser examinado a la luz de la teología moral, no de la ingeniería informática.

La distinción es decisiva: la máquina no decide, selecciona; no evalúa, filtra; no juzga, clasifica. Y lo que clasifica no es nunca el bien o el mal, sino solo lo probable y lo improbable, lo frecuente y lo raro, lo aceptable estadísticamente y lo sospechoso algorítmicamente. La conciencia humana hace exactamente lo contrario: toma en serio la unicidad del acto y la libertad del agente; pondera intenciones, circunstancias y consecuencias; distingue entre la reprensión que salva y la ofensa que hiere; entre la severidad por amor y la crueldad por desprecio. La máquina no ve nada de esto.

Cuando un padre reprende a un hijo, la conciencia reconoce el amor que lo sostiene; el algoritmo ve solo una frase “potencialmente hostil”. Cuando un director espiritual amonesta a quien tiene a su cargo, la conciencia percibe la misericordia que acompaña a la verdad; el algoritmo ve una violación de los “estándares de la comunidad”. Cuando una persona habla para corregir, proteger o educar, la conciencia capta la finalidad; la máquina percibe únicamente la palabra dura. El resultado es paradójico: allí donde el hombre une justicia y misericordia, la máquina produce solo etiquetas.

La ambigüedad moral no nace de la tecnología: nace del hombre que la diseña. Porque el algoritmo no es neutral: ejecuta una moral que no conoce, pero que otros han decidido por él. Y esto lo vemos cada día: si un contenido cuestiona lo políticamente correcto, el algoritmo lo interpreta como “hostilidad”; si critica ciertas derivas de la cultura woke, lo etiqueta como “discriminación”; si aborda temas de antropología cristiana — por ejemplo la diferencia sexual o la familia — criticando a los poderosos y politizados lobbies LGBT, lo señala como “incitación al odio” o “incitación a la violencia”, el llamado c. Todo ello no porque la máquina “piense” así, sino porque ha sido programada para reaccionar de ese modo. El algoritmo no nace neutral: nace ya educado por quienes lo construyen, modelado por criterios ideológicos que confunden la crítica con la agresión, la reflexión con la ofensa, la verdad con la violencia. En otras palabras, el algoritmo tiene amos: refleja sus miedos, amplifica sus convicciones, censura lo que temen. Las plataformas no filtran según criterios objetivos, sino conforme a ideologías dominantes: lo que el mundo idolatra es promovido, lo que el Evangelio recuerda es sospechoso; lo que complace es amplificado, lo que amonesta es silenciado. El resultado es una nueva forma de censura cultural: elegante, educada, esterilizada digitalmente — pero siempre censura.

Estas reflexiones mías nacen de estudios, análisis y observaciones que desde hace tiempo vengo profundizando en el plano antropológico-cultural y en el funcionamiento real de las plataformas digitales. Precisamente por ello considero significativo señalar cómo, en un plano distinto pero complementario, el Dicasterio para la Doctrina de la Fe ha recordado recientemente un principio decisivo, yendo sustancialmente en la misma dirección de pensamiento, reafirmando que la Inteligencia Artificial, aun pudiendo «cooperar en el crecimiento del conocimiento», no puede ser equiparada de ningún modo a la inteligencia humana, que posee una profundidad y una dinámica que ningún sistema de aprendizaje automático puede replicar. Este documento subraya que la Inteligencia Artificial no comprende, sino que procesa; no juzga, sino que calcula; y es intrínsecamente incapaz de captar la dimensión moral de la acción, al carecer de conciencia e interioridad (cfr. aquí). Advierte, por tanto, con claridad que no se puede atribuir a un dispositivo algorítmico el discernimiento moral: hacerlo significaría abdicar de la responsabilidad ética del hombre y entregar la verdad a un mecanismo estadístico. La ilusión de una inteligencia moral artificial es definida por el documento como una forma de ingenua idolatría tecnológica, porque la verdad no es fruto del cálculo, sino del encuentro entre libertad y gracia[1].

Esta reflexión magisterial confirma el punto central: la conciencia no se programa. La máquina puede asistir, pero no juzgar; puede ayudar, pero no interpretar; puede filtrar, pero no discernir. Aquello que pertenece a la libertad del hombre — y, por tanto, a su relación con Dios — no puede ser delegado a ninguna tecnología.

La ética de la inteligencia artificial revela así su fragilidad: una máquina puede ser programada para reconocer palabras, pero no puede comprender la Palabra. Puede identificar órdenes, no mandamientos. Puede censar comportamientos, no distinguir entre virtud y vicio. Puede detectar correlaciones, no acoger la revelación divina. Y, sobre todo: no puede conocer a Dios. Una cultura que se acostumbra a sustituir el juicio de la conciencia por el cribado de un algoritmo termina olvidando que la libertad es un acto espiritual, no un output digital[2]. Es aquí donde la teología moral se vuelve decisiva, porque recuerda al hombre que: la verdad es siempre personal; el bien es siempre intencional; la conciencia es siempre irreductible; el juicio moral no puede ser delegado a nadie, y menos aún a un software.

Esto no significa demonizar la tecnología, sino devolverla a su lugar propio: el de instrumento, no el de juez. La Inteligencia Artificial puede ciertamente hacer más ágil el trabajo humano, pero no puede sustituirlo en el punto decisivo: el juicio moral, el único ámbito en el que no basta saber “cómo están las cosas”, sino que es necesario decidir “por qué hacerlas”. Es el lugar de la conciencia, donde el hombre pondera intenciones, asume responsabilidades y responde de su obrar ante Dios. Aquí la máquina no entra, no puede entrar: calcula, pero no elige; analiza, pero no responde; simula, pero no ama. Como un excelente cirujano plástico, la Inteligencia Artificial puede realzar lo que ya es bello, pero no puede hacer bello lo que no lo es; puede corregir desproporciones, puede atenuar ciertos signos del tiempo, pero no puede crear desde la nada ni la belleza que no existe ni devolver la juventud ya marchita. Puede realzar un rostro marcado, pero no puede inventar un rostro nuevo. Del mismo modo, la Inteligencia Artificial puede ayudar a organizar datos, aclarar un texto, ordenar argumentos complejos; pero no puede dar inteligencia a un sujeto limitado y mediocre, ni conciencia a quien carece de ella.

La imagen, quizá un poco cruda pero eficaz, es la del caballo de raza y el poni: la tecnología puede entrenar, cuidar y hacer rendir al máximo al semental árabe, pero jamás transformará a un pobre poni en un pura sangre. Lo que no existe, ningún algoritmo podrá jamás crearlo. La máquina perfecciona solo aquello que ya encuentra en acto en el hombre: puede afinar un pensamiento verdadero, pero no generar la verdad; puede pulir una frase lograda, pero no alcanzar la conciencia de la que esa frase ha surgido.

La máquina perfecciona solo aquello que ya encuentra en acto en el hombre: puede afinar un pensamiento verdadero, pero no generar la verdad; puede limpiar una frase lograda, pero no infundir el espíritu que la ha generado. Y es precisamente aquí donde se hace evidente el paralelismo con el principio tomista:

«Gratia non tollit naturam, sed perficit (la gracia no destruye la naturaleza, sino que la perfecciona)»[3].

Llegados a este punto, se vuelve inevitable dirigir la mirada al terreno más delicado: si la máquina puede perfeccionar solo aquello que encuentra, entonces la verdadera cuestión no concierne al algoritmo, sino al hombre que se entrega a él. Y es aquí donde la analogía tomista despliega toda su fuerza: así como la gracia no actúa sobre el vacío, del mismo modo la tecnología no trabaja sobre la ausencia de conciencia. Y cuando el hombre deja de ejercitar su interioridad moral, no es la máquina la que gana poder: es el propio hombre quien pierde estatura. De aquí nace el problema decisivo — no técnico, sino espiritual — que ahora debemos afrontar. Si comprendemos que la delegación moral a la máquina no es un accidente técnico sino un error antropológico, la pregunta surgirá por lógica consecuencia: ¿qué pierde el hombre cuando abdica su conciencia? No pierde solo una habilidad, sino una dimensión espiritual, aquella en la que se decide el sentido del bien y del mal. La tecnología puede ser poderosa, sofisticada, rapidísima, pero no puede convertirse en sujeto moral.

La tradición cristiana ha enseñado siempre que el ejercicio del buen juicio es un arte que nace de la gracia y de la libertad: un equilibrio entre prudencia, verdad y caridad. El algoritmo no conoce ninguna de estas tres. No es prudente, porque no evalúa; no es verdadero, porque no conoce; no es caritativo, porque no ama. Por ello, usar la Inteligencia Artificial como instrumento es posible; usarla como criterio es inhumano. Pensar que pueda crear en lugar de un hombre incapaz de articular un pensamiento o de producir un trabajo intelectual es, como mínimo, ilusorio. La tecnología puede asistir al hombre, nunca juzgarlo; puede ayudar a la palabra, nunca sustituirla; puede servir a la misión, nunca determinar sus confines.

Una civilización que delega en la máquina aquello que pertenece a la conciencia pierde su identidad espiritual: se convierte en una sociedad que sabe mucho, pero comprende poco; que habla continuamente, pero escucha raramente; que juzga todo, pero ya no se juzga a sí misma.

La moral católica nos recuerda que el criterio del bien no es aquello que el mundo acepta, sino aquello que Dios enseña. Y Dios no habla a los algoritmos: habla a los corazones. El Logos se hizo carne, no código; se hizo hombre, no programa; se hizo relación, no mecanismo. Por eso ninguna inteligencia artificial, por avanzada que sea, podrá jamás convertirse en criterio último de lo que es verdadero, justo, bueno y humano. Porque el bien no se calcula: se reconoce.

Desde la Isla de Patmos, 7 de febrero de 2026

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NOTAS

[1] Cfr. Dicasterio para la Doctrina de la Fe, Antiqua et nova. Nota sobre la relación entre la inteligencia artificial y la inteligencia humana (28 de enero de 2025). — Sobre la correcta integración entre la capacidad humana y los instrumentos tecnológicos en la elaboración del juicio moral.

[2] N. del A. Output significa resultado final y es un término técnico-informático que se refiere al conjunto de datos que un ordenador emite a través de un proceso productivo, en contraposición al input, que son los datos de entrada.

[3] Tomás de Aquino, Summa Theologiae, I, q. 1, a. 8, ad 2, en Sancti Thomae de Aquino Opera Omnia, edición Leonina.

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DIE ENGE VERBINDUNG ZWISCHEN ETHIK, KÜNSTLICHER INTELLIGENZ UND DER THEOLOGIE DES SANKT THOMAS VON AQUIN

Die Maschine perfektioniert nur das, was sie bereits im Menschen vorfindet: Sie kann einen wahren Gedanken verfeinern, aber keine Wahrheit hervorbringen; sie kann einen gelungenen Satz säubern, aber nicht den Geist einhauchen, der ihn hervorgebracht hat. Und genau hier wird die Parallele zum thomanischen Prinzip evident: Gratia non tollit naturam, sed perficit (die Gnade zerstört die Natur nicht, sondern vollendet sie)“

— Theologica —

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Dieser Beitrag für unsere Rubrik Theologica ist meinem jüngsten Buch La libertà negata (Die verweigerte Freiheit), das in unserem Verlag erschienen ist und hier erhältlich ist.

Als ich mich daranmachte, dieses Thema im Zusammenhang mit der Künstlichen Intelligenz zu behandeln, kam mir eines der prophetischsten Meisterwerke des modernen Kinos in den Sinn: 2001: Odyssee im Weltraum, unter der Regie von Stanley Kubrick und 1968 veröffentlicht. In diesem Film erscheint HAL 9000, eine hochentwickelte Künstliche Intelligenz, die an Bord des Raumschiffs Discovery installiert ist. HAL ist perfekt im Rechnen, unfehlbar in der Datenverarbeitung, aber ihr fehlt das, was das menschliche Urteil ausmacht: das Gewissen. Als ihre Programmierung mit den Zielen der Mission in Konflikt gerät, „wird“ HAL nicht wahnsinnig: sie wendet schlicht Logik ohne moralischen Filter an, ohne Intentionalität und ohne die Fähigkeit, zwischen Gut und Böse zu unterscheiden. Das Ergebnis ist erschreckend: Eine extrem leistungsfähige Maschine wird gerade deshalb zu einer tödlichen Bedrohung, weil sie den Menschen und den Wert des Lebens nicht versteht. Diese – filmische, aber theologisch äußerst klare – Intuition zeigt, dass die Künstliche Intelligenz Probleme aufwirft, die nicht bloß technischer Natur sind, sondern radikal moralisch. Nicht die Rechenleistung steht zur Debatte – diese bestreitet niemand –, sondern die Gefahr, dass der Mensch einem unpersönlichen System überlässt, was ausschließlich seiner Gewissensentscheidung zukommt. Genau dies geschieht, wenn man einer Plattform erlaubt, autonom zu entscheiden, was „gut“ oder „böse“ ist, was gesagt werden darf und was verschwiegen werden muss: Man überträgt der Maschine einen Akt, der moralisch sein müsste. Und dies ist nur der erste Schritt der moralischen Delegation an die Maschine.

Sobald der Technik das Urteil über wahr und falsch überlassen wird, wird der nächste Schritt nahezu unvermeidlich: auch auf pädagogischen gesunden Menschenverstand und persönliche Verantwortung zu verzichten. Dies geschieht etwa dann, wenn ein Elternteil einem Algorithmus vollständig die Aufgabe überträgt, zu filtern, was ein Kind sehen darf, ohne kritische Aufsicht: Das bedeutet, einem statistischen System die erzieherische Verantwortung zu delegieren. Oder wenn man die Künstliche Intelligenz fragt, ob ein Satz „beleidigend“ oder „moralisch akzeptabel“ sei: Dann überträgt man der Maschine eine Aufgabe, die Gewissen erfordert, nicht Berechnung.

Was hier dargestellt wurde, ist kein Ensemble technischer Einzelheiten, sondern der entscheidende Punkt. Fehlt die Intention, kann die Maschine niemals verstehen, was der Mensch tut, wenn er spricht, ermahnt, erzieht, heilt oder korrigiert. Und da sie keinen Zugang zum „Warum“ hat, reduziert sie alles auf das „Wie“: Sie bewertet nicht den Sinn, sondern analysiert lediglich die Form. Hier wird das Missverständnis unvermeidlich und der systematische Fehler setzt ein. So etwa, wenn ein Priester einen Gläubigen ermahnt oder ein Vater seinen Sohn korrigiert: Das menschliche Gewissen unterscheidet zwischen Strenge und Grausamkeit, zwischen Korrektur und Beleidigung; der Algorithmus registriert lediglich die Härte des Satzes und markiert ihn als „feindselige Sprache“. Der Arzt, der schreibt: „Dieses Risiko führt zum Tod“, kann seine Worte als „gewalttätigen Inhalt“ klassifiziert sehen, weil die Maschine eine Diagnose nicht von einer Drohung unterscheiden kann. Selbst ein einfacher Bibelvers kann als „beleidigende Sprache“ zensiert werden, da die Künstliche Intelligenz nicht die moralische Zielrichtung wahrnimmt, sondern nur die Oberfläche des Wortes. Deshalb muss jeder Einsatz von Künstlicher Intelligenz, der Sprache, Urteil, Beziehung oder Freiheit berührt, im Licht der Moraltheologie geprüft werden, nicht im Rahmen der Informatik.

Die Unterscheidung ist entscheidend: Die Maschine entscheidet nicht, sie selektiert; sie bewertet nicht, sie filtert; sie urteilt nicht, sie klassifiziert. Und was sie klassifiziert, ist niemals Gut oder Böse, sondern lediglich Wahrscheinliches und Unwahrscheinliches, Häufiges und Seltenes, statistisch Akzeptables und algorithmisch Verdächtiges. Das menschliche Gewissen tut das genaue Gegenteil: Es nimmt die Einzigartigkeit der Handlung und die Freiheit des Handelnden ernst; es wägt Intentionen, Umstände und Folgen ab; es unterscheidet zwischen der Zurechtweisung, die rettet, und der Beleidigung, die verletzt; zwischen Strenge aus Liebe und Grausamkeit aus Verachtung. All dies sieht die Maschine nicht.

Wenn ein Vater sein Kind zurechtweist, erkennt das Gewissen die Liebe, die ihn trägt; der Algorithmus sieht nur einen „potenziell feindseligen“ Satz. Wenn ein geistlicher Begleiter seinen Anvertrauten ermahnt, erkennt das Gewissen die Barmherzigkeit, die die Wahrheit begleitet; der Algorithmus sieht eine Verletzung der „Community-Standards“. Wenn jemand spricht, um zu korrigieren, zu schützen oder zu erziehen, erfasst das Gewissen die Zielsetzung; die Maschine erfasst lediglich das harte Wort. Das Ergebnis ist paradox: Dort, wo der Mensch Gerechtigkeit und Barmherzigkeit vereint, produziert die Maschine lediglich Etiketten.

Die moralische Ambiguität entspringt nicht der Technologie, sondern dem Menschen, der sie entwirft. Denn der Algorithmus ist nicht neutral: Er führt eine Moral aus, die er nicht kennt, die andere jedoch für ihn festgelegt haben. Das zeigt sich täglich: Stellt ein Inhalt das politically correct infrage, interpretiert der Algorithmus dies als „Feindseligkeit“; kritisiert er bestimmte Auswüchse der woke-Kultur, etikettiert er ihn als „Diskriminierung“; behandelt er Themen christlicher Anthropologie – etwa die Geschlechterdifferenz oder die Familie – und übt Kritik an mächtigen, politisierten LGBT-Lobbys, wird er als „Hassrede“ oder „Gewaltverherrlichung“ markiert. All dies nicht, weil die Maschine so „denkt“, sondern weil sie so programmiert wurde. Der Algorithmus wird nicht neutral geboren: Er ist von Anfang an erzogen durch seine Entwickler, geformt durch ideologische Kriterien, die Kritik mit Aggression, Reflexion mit Beleidigung und Wahrheit mit Gewalt verwechseln. Anders gesagt: Der Algorithmus hat Herren. Er spiegelt ihre Ängste wider, verstärkt ihre Überzeugungen, zensiert, was sie fürchten. Plattformen filtern nicht nach objektiven Kriterien, sondern nach herrschenden Ideologien: Was die Welt vergöttert, wird gefördert; was das Evangelium in Erinnerung ruft, wird verdächtigt; was gefällt, wird verstärkt; was ermahnt, wird zum Schweigen gebracht. Das Ergebnis ist eine neue Form kultureller Zensur: elegant, höflich, digital sterilisiert – aber dennoch Zensur.

Diese Überlegungen entspringen Studien, Reflexionen und Beobachtungen, die ich seit geraumer Zeit auf anthropologisch-kultureller Ebene sowie hinsichtlich des realen Funktionierens digitaler Plattformen vertiefe. Gerade deshalb halte ich es für bedeutsam festzustellen, dass auf einer anderen, aber komplementären Ebene das Dikasterium für die Glaubenslehre kürzlich ein entscheidendes Prinzip in Erinnerung gerufen hat und im Wesentlichen in dieselbe Denkrichtung geht: Es bekräftigt, dass die Künstliche Intelligenz zwar „zum Wachstum des Wissens beitragen“ könne, jedoch in keiner Weise der menschlichen Intelligenz gleichgestellt werden dürfe, die eine Tiefe und Dynamik besitzt, welche kein maschinelles Lernsystem nachbilden kann. Das Dokument unterstreicht, dass die Künstliche Intelligenz nicht versteht, sondern verarbeitet; nicht urteilt, sondern berechnet; und aufgrund des Mangels an Gewissen und Innerlichkeit grundsätzlich unfähig ist, die moralische Dimension des Handelns zu erfassen (vgl. hier). Es warnt daher klar davor, einem algorithmischen System moralische Unterscheidung zuzuschreiben: Dies würde bedeuten, der ethischen Verantwortung des Menschen zu entsagen und die Wahrheit einem statistischen Mechanismus zu überlassen. Die Illusion einer künstlichen moralischen Intelligenz wird als Form naiver technologischer Götzenverehrung bezeichnet, da Wahrheit nicht aus Berechnung entsteht, sondern aus der Begegnung von Freiheit und Gnade[1].

Diese lehramtliche Reflexion bestätigt den zentralen Punkt: Das Gewissen lässt sich nicht programmieren. Die Maschine kann unterstützen, aber nicht urteilen; helfen, aber nicht interpretieren; filtern, aber nicht unterscheiden. Was zur Freiheit des Menschen gehört – und damit zu seiner Beziehung zu Gott –, kann keiner Technologie übertragen werden.

Die Ethik der Künstlichen Intelligenz offenbart so ihre Fragilität: Eine Maschine kann programmiert werden, Wörter zu erkennen, aber sie kann das Wort nicht verstehen. Sie kann Befehle identifizieren, nicht Gebote. Sie kann Verhaltensweisen erfassen, nicht zwischen Tugend und Laster unterscheiden. Sie kann Korrelationen erkennen, nicht die göttliche Offenbarung erfassen. Und vor allem: Sie kann Gott nicht erkennen. Eine Kultur, die sich daran gewöhnt, das Urteil des Gewissens durch die Prüfung eines Algorithmus zu ersetzen, vergisst schließlich, dass Freiheit ein geistiger Akt ist, kein digitaler Output[2]. Hier wird die Moraltheologie entscheidend, denn sie erinnert den Menschen daran: Wahrheit ist immer personal; das Gute ist immer intentional; das Gewissen ist immer irreduzibel; moralisches Urteil kann an niemanden delegiert werden – am allerwenigsten an eine Software.

Dies bedeutet nicht, die Technologie zu verteufeln, sondern sie an ihren rechten Platz zu verweisen: den des Werkzeugs, nicht des Richters. Die Künstliche Intelligenz kann menschliche Arbeit durchaus effizienter machen, sie kann sie aber nicht an der entscheidenden Stelle ersetzen: beim moralischen Urteil, dem einzigen Bereich, in dem es nicht genügt zu wissen, „wie die Dinge stehen“, sondern in dem entschieden werden muss, „warum man sie tut“. Es ist der Ort des Gewissens, an dem der Mensch Intentionen abwägt, Verantwortung übernimmt und für sein Handeln vor Gott einsteht. Hier hat die Maschine keinen Zutritt, sie kann keinen haben: Sie berechnet, aber wählt nicht; analysiert, aber antwortet nicht; simuliert, aber liebt nicht. Wie ein hervorragender plastischer Chirurg kann die Künstliche Intelligenz das bereits Schöne hervorheben, aber sie kann nicht schön machen, was es nicht ist; sie kann Proportionen korrigieren, Alterszeichen mildern, aber weder Schönheit aus dem Nichts schaffen noch verlorene Jugend zurückgeben. Sie kann ein gezeichnetes Gesicht aufwerten, aber kein neues Gesicht erfinden. Ebenso kann die Künstliche Intelligenz helfen, Daten zu ordnen, Texte zu klären, komplexe Argumente zu strukturieren; sie kann jedoch weder einem begrenzten und mittelmäßigen Subjekt Intelligenz verleihen noch einem Menschen ohne Gewissen ein solches geben.

Das Bild – vielleicht etwas drastisch, aber wirkungsvoll – ist das des edlen Vollbluts und des Ponys: Technologie kann den arabischen Hengst trainieren, pflegen und zu Höchstleistungen führen, aber sie wird niemals ein armes Pony in ein Rennpferd verwandeln. Was nicht vorhanden ist, kann kein Algorithmus jemals erschaffen. Die Maschine perfektioniert nur das, was sie bereits im Menschen vorfindet: Sie kann einen wahren Gedanken schärfen, aber keine Wahrheit erzeugen; sie kann einen gelungenen Satz polieren, aber nicht das Gewissen erreichen, aus dem dieser Satz hervorgegangen ist.

Die Maschine perfektioniert nur das, was sie bereits im Menschen vorfindet: Sie kann einen wahren Gedanken verfeinern, aber keine Wahrheit hervorbringen; sie kann einen gelungenen Satz säubern, aber nicht den Geist einhauchen, der ihn hervorgebracht hat. Und genau hier wird die Parallele zum thomanischen Prinzip evident:

„Gratia non tollit naturam, sed perficit (die Gnade zerstört die Natur nicht, sondern vollendet sie)“[3].

An diesem Punkt wird es unvermeidlich, den Blick auf das heikelste Terrain zu richten: Wenn die Maschine nur das perfektionieren kann, was sie vorfindet, dann betrifft die eigentliche Frage nicht den Algorithmus, sondern den Menschen, der sich ihm überlässt. Hier entfaltet die thomanische Analogie ihre volle Kraft: So wie die Gnade nicht auf das Leere wirkt, so arbeitet auch die Technologie nicht bei Abwesenheit von Gewissen. Und wenn der Mensch aufhört, seine moralische Innerlichkeit zu üben, gewinnt nicht die Maschine an Macht – der Mensch verliert an Größe. Von hier aus entsteht das entscheidende Problem – nicht technischer, sondern geistlicher Natur –, dem wir uns nun stellen müssen. Wenn wir begreifen, dass die moralische Delegation an die Maschine kein technischer Unfall, sondern ein anthropologischer Irrtum ist, ergibt sich zwangsläufig die Frage: Was verliert der Mensch, wenn er seinem Gewissen entsagt? Er verliert nicht bloß eine Fähigkeit, sondern eine geistige Dimension, jene, in der über Sinn von Gut und Böse entschieden wird. Die Technologie mag mächtig, ausgefeilt und rasend schnell sein, sie kann jedoch niemals moralisches Subjekt werden.

Die christliche Tradition hat stets gelehrt, dass die Ausübung des gesunden Urteils eine Kunst ist, die aus Gnade und Freiheit hervorgeht: ein Gleichgewicht von Klugheit, Wahrheit und Liebe. Der Algorithmus kennt keine dieser drei. Er ist nicht klug, weil er nicht abwägt; nicht wahr, weil er nicht erkennt; nicht liebend, weil er nicht liebt. Deshalb ist es möglich, die Künstliche Intelligenz als Werkzeug zu verwenden; sie als Kriterium zu benutzen ist unmenschlich. Zu glauben, sie könne anstelle eines Menschen schaffen, der unfähig ist, einen Gedanken zu artikulieren oder eine geistige Arbeit hervorzubringen, ist mindestens illusorisch. Technologie kann den Menschen unterstützen, niemals ihn richten; sie kann dem Wort dienen, niemals es ersetzen; sie kann der Mission helfen, niemals deren Grenzen bestimmen.

Eine Zivilisation, die der Maschine überlässt, was dem Gewissen gehört, verliert ihre geistige Identität: Sie wird zu einer Gesellschaft, die viel weiß, aber wenig versteht; die unaufhörlich spricht, aber selten zuhört; die alles beurteilt, aber sich selbst nicht mehr beurteilt.

Die katholische Moral erinnert uns daran, dass das Kriterium des Guten nicht das ist, was die Welt akzeptiert, sondern das, was Gott lehrt. Und Gott spricht nicht zu Algorithmen: Er spricht zu Herzen. Der Logos ist Fleisch geworden, nicht Code; er ist Mensch geworden, nicht Programm; er ist Beziehung geworden, nicht Mechanismus. Deshalb kann keine Künstliche Intelligenz, so fortgeschritten sie auch sei, jemals zum letzten Maßstab dessen werden, was wahr, gerecht, gut und menschlich ist. Denn das Gute wird nicht berechnet: Es wird erkannt.

Von der Insel Patmos, 7. Februar 2026

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ANMERKUNGEN

[1] Vgl. Dikasterium für die Glaubenslehre, Antiqua et nova. Note über das Verhältnis zwischen künstlicher Intelligenz und menschlicher Intelligenz (28. Januar 2025). — Zur richtigen Integration menschlicher Fähigkeiten und technologischer Instrumente bei der moralischen Urteilsbildung.

[2] Anm. d. A.: Output bezeichnet das Endergebnis und ist ein technischer Begriff der Informatik, der sich auf die Gesamtheit der Daten bezieht, die ein Computer im Rahmen eines Verarbeitungsprozesses ausgibt, im Gegensatz zum Input, also den Eingabedaten.

[3] Thomas von Aquin, Summa Theologiae, I, q. 1, a. 8, ad 2, in Sancti Thomae de Aquino Opera Omnia, Leoninische Ausgabe.

 

 

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I Padri dell’Isola di Patmos

Alberto Ravagnani. I preti in crisi sono la conseguenza della crisi dell’autorità ecclesiastica

ALBERTO RAVAGNANI. I PRETI IN CRISI SONO LO CONSEGUENZA DELLA CRISI DELL’AUTORITA ECCLESIASTICA

Le crisi non sono mai delle situazioni improvvise ma hanno un inizio, uno sviluppo e maturano nel tempo e nel tempo danno segni e sintomi che è possibile vedere, interpretare e correggere. Quando non lo si fa si è colpevoli davanti a Dio per un figlio che si perde, per un figlio che ha donato tutta la sua vita a una Chiesa che sperava madre e invece è stata matrigna.

— Attualità ecclesiale —

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Cap.

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Ieri sera, mentre ero di ritorno dall’ordinazione sacerdotale di un confratello cappuccino presso la cattedrale di Oristano, mi è giunta la notizia dell’abbandono del sacerdozio da parte di Alberto Ravagnani, presbitero ambrosiano (cfr. Qui).

Avevo ancora nelle orecchie quelle parole tremende del rito di ordinazione che il vescovo pronuncia davanti all’eletto: «Renditi conto di ciò che farai, imita ciò che celebrerai, conforma la tua vita al mistero della croce di Cristo Signore», quando nella stessa Chiesa di Dio un confratello sacerdote aveva preso la decisione di voltare pagina.

Come sempre, in situazioni come queste, non serve a nulla stracciarsi le vesti, non servono tanto meno i giudizi sulla persona che deve restare sacra e inviolabile. Mi sia però permesso un giudizio sulla situazione generale ecclesiale, sulla vita di noi sacerdoti e sulla Chiesa che sembra quasi che nel proseguo del tempo abbia dimenticato il suo ruolo di madre per rivestire quello di matrigna.

C’è una particolarità che è necessario tenere da conto. Il caso di don Alberto è del tutto diverso da quello degli ultimi sacerdoti influencer o social che, in ordine di tempo, hanno abbandonato il sacerdozio (non serve fare nomi). In questi era chiaramente evidente l’ideologia mascherata da Vangelo, molto più vicina al tesseramento del Partito Democratico o all’attivismo LGBT+ che a Gesù Cristo e al suo messaggio. Don Alberto in questo era diverso, lui credeva in quello che stava facendo, era un entusiasta e forse pensava realmente che tutto questo potesse bastare per fare bene il prete. Figlio di quella Milano da bere in cui la Chiesa ha sempre guardato avanti con scelte coraggiose, con quella determinazione e parresia tutta lombarda che è decisamente una qualità da apprezzare.

Don Alberto era, ed è sostanzialmente un bravo ragazzo, forse un po’ ingenuo e sprovveduto, data la relativa giovane età, per essere stato mandato allo sbaraglio nel grande oceano della pastorale giovanile in solitaria, senza la presenza di una persona più matura e di provata esperienza che potesse sostenerlo e accompagnarlo.

Da personaggio pubblico e influencer del mondo giovanile, don Alberto ha detto molto di sé nei suoi video, probabilmente anche più di quello che avrebbe voluto, senza accorgersene. Da diverso tempo, laici e sacerdoti si erano accorti che nel cuore di questo fratello sacerdote doveva essere accaduto qualcosa: sia il suo aspetto esteriore che le sue parole evidenziavano una ben chiara trasformazione che virava verso una emergenza che non è stata (volutamente?) riconosciuta e che doveva essere in tutti i modi sostenuta. Non faccio mistero che noi Padri de L’Isola di Patmos, nei nostri colloqui redazionali, più volte ci siamo espressi, ma questo già più di un anno fa, che il destino di questo confratello era segnato perché dalle sue immagini e discorsi si percepiva quella crisi che molti di noi conoscono bene, soprattutto Padre Ariel che si dedica da anni alla cura dei sacerdoti.

Per questo mi chiedo, dove erano coloro che avrebbero dovuto fare questo? E sia chiaro, non sto cercando colpevoli ma responsabili, persone che avrebbero dovuto saper rispondere davanti alla preziosità della vita di un uomo che stava chiedendo aiuto.

Prendo per buono il discernimento che i formatori di seminario di don Alberto avevano fatto su di lui, reputandolo idoneo al sacerdozio e presentandolo al vescovo diocesano. Viene spontaneo però domandarsi come mai di un epilogo così rapido, appena otto anni di sacerdozio. Perché a voler pensare male, si fa peccato lo so ma ci si indovina, e se al tempo del seminario è stato considerato idoneo pur non essendolo i suoi formatori dovranno rendere conto a Dio per la perdita di un figlio tanto caro. Perché i sacerdoti come don Alberto diventano la cattiva coscienza di tanti vescovi, rettori e formatori di seminario e di quella gerarchia che non è più capace di pascere il gregge di Dio che a loro è stato affidato. Su di loro cade come un macigno quell’interrogativo di Dio a Caino: «dov’è tuo fratello?» (cfr. Gn 4,9). La questione tremendamente seria che scuote le fondamenta della Chiesa gerarchica è questa, e la riassumo in una domanda: se non siamo capaci di curare i nostri sacerdoti, di proteggerli da sé stessi, di prendercene cura, di renderli robusti e veri uomini, come possiamo avere la pretesa di guidare i fedeli cristiani e la Chiesa di Cristo?

E parto proprio da quella parte del rito di ordinazione in cui si dice che noi sacerdoti dobbiamo conformare la nostra vita alla croce di Cristo. Questo è tutto il mistero del sacerdozio mettiamocelo bene in mente. Non è certamente un Club Méditerranée per scappati di casa che non sono riusciti a realizzarsi in altra maniera e che cercano una sistemazione a buon mercato. Questo è quanto i formatori dovrebbero insegnare e approfondire negli anni del seminario ma soprattutto dopo la sacra ordinazione perché è forse quello il momento più delicato dove il sacerdote si trova a camminare solo e non ha più nessuna protezione.

La croce di Cristo non è facile da accettare e da abbracciare, l’hanno scansata per primi gli Apostoli fuggendo dal Calvario, per accettare la croce abbiamo bisogno del fuoco della Pentecoste che ci rende stolti e ci dà il coraggio di predicare la conversione del mondo. Quel mondo che don Alberto ha cercato ingenuamente di piegare alle esigenze evangeliche — ricordate la collaborazione con Fedez e l’immancabile naufragio? — insieme allo sforzo di indorare la mondanità come novello alchimista per rendere il Vangelo più instagrammabile e accattivante per i giovani ma che questo epilogo rivela come la più grande vanità tra le vanità.

Un mio superiore un giorno mi ha detto, citando a suo dire Paolo VI, che noi siamo responsabili solo di coloro che rimangono e non di quelli che vanno via. Perdonatemi il francesismo ma queste cose le considero come delle enormi cazzate clericali. Anche se fosse vero che una tale espressione fosse uscita dalla bocca di un pontefice, in quali circostanze e contesti è da verificare, dobbiamo metterci in testa che ogni volta che un sacerdote lascia la Chiesa e abbandona il suo ministero è una sconfitta e un fallimento tremendo senza se e senza ma.

Davanti a una tragedia come l’abbandono sacerdotale a nulla valgono i comunicati ufficiali delle cancellerie vescovili in cui si chiede silenzio, rispetto e preghiera. Se noi preti fossimo genitori, davanti al fallimento o alla perdita di nostro figlio non reagiremmo in questo modo. Diciamola tutta: la carne che fa più male è quella che è attaccata all’osso e in tal senso don Alberto è a suo modo un sintono e una vittima. Un sintomo di una Chiesa gerarchica incapace di generare figli e di mantenerli se non come professionisti del sacro; e una vittima di coloro che dal balcone delle curie osservano e pensano che il Vangelo sia solo una questione di strategia di marketing e di emotività in attesa di intascare il successo sperato per poi dare una pacca sulla spalla al professionista del sacro di turno.     

Dalle colonne dell’Isola di Patmos più e più volte ci siamo espressi sulla necessità di curare la formazione umana e spirituale dei sacerdoti, ribadendo come le crisi non sono mai delle situazioni improvvise ma hanno un inizio, uno sviluppo e maturano nel tempo e nel tempo danno segni e sintomi che è possibile vedere, interpretare e correggere. Quando non lo si fa si è colpevoli davanti a Dio per un figlio che si perde, per un figlio che ha donato tutta la sua vita a una Chiesa che sperava madre e invece è stata matrigna.

Non so quale sarà l’avvenire di don Alberto, ma imploro il Signore che altri confratelli sacerdoti siano in grado di essere sostenuti e accompagnati per evitare una situazione come questa che non è motivo di orgoglio per la Chiesa di Dio e che ne sottolinea tutta la sua debolezza umana. Se non siamo capaci di gestire la grazia e i talenti che il Signore ci affida, e giusto che tutto ci sia tolto.  

È appena entrato in distribuzione oggi un libro di Ariel S. Levi di Gualdo, sotto il titolo La libertà negata, che fa seguito al precedente dedicato al Credo. Ve ne consiglio la lettura, perché tratta anche la drammaticità di queste problematiche.

Sanluri, 1° febbraio 2026

 

 

 

 

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«La libertà negata. Teologia cattolica e dittatura del conformismo occidentale». Nuova opera di Ariel S. Levi di Gualdo

«LA LIBERTÀ NEGATA. TEOLOGIA CATTOLICA E DITTATURA DEL CONFORMISMO OCCIDENTALE». NUOVA OPERA DI ARIEL S. LEVI di GUALDO

Tra i meriti maggiori del libro la capacità di tenere insieme piani diversi senza confonderli. L’Autore intreccia la tradizione teologica dei grandi Padri della Chiesa con le sfide poste dall’epoca contemporanea, inclusa l’Intelligenza Artificiale, non trattata come curiosità tecnologica ma come banco di prova decisivo per l’antropologia cristiana. Particolarmente interessanti le similitudini tra il pensiero teologico di San Tommaso d’Aquino e alcuni degli elementi cardine che regolano e reggono l’Intelligenza Artificiale.

— Libri e recensioni—

Autore:
Jorge Facio Lince
Presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos 

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In un tempo storico in cui la parola “libertà” è divenuta uno slogan consumabile, La libertà negata si presenta come un’opera volutamente controcorrente. Non perché insegua il gusto della provocazione, ma perché rifiuta il linguaggio anestetizzante con cui la cultura contemporanea ha svuotato di contenuto i concetti fondamentali dell’antropologia morale e della teologia cristiana.

Ariel S. Levi di Gualdo non scrive per rassicurare, né per confermare convinzioni preconfezionate, ma per stimolare a pensare, soprattutto a giudicare con maturo senso critico.

Il cuore dell’opera è una tesi tanto semplice quanto radicale: la libertà non è un dato automatico, né una conquista garantita dal progresso tecnico o dall’ampliamento delle possibilità di scelta. Al contrario, oggi è sistematicamente mutilata da una nuova forma di potere, più sottile e pervasiva di quelle del passato: la dittatura del conformismo occidentale, che non imprigiona i corpi, ma addomestica le coscienze; che non vieta esplicitamente, ma orienta silenziosamente ciò che è dicibile, pensabile, moralmente legittimo.

In questo senso, La libertà negata non è un saggio di sociologia religiosa né una requisitoria ideologica. È un testo teologico nel senso più rigoroso del termine: parte dall’uomo, dalla sua struttura spirituale e morale, per mostrare come la perdita della verità sul bene conduca inevitabilmente alla dissoluzione della libertà che, ricorda l’Autore, non consiste nell’arbitrio, ma nella capacità di aderire al bene riconosciuto come compimento della propria natura. Quando il limite viene espulso dall’orizzonte umano, la libertà non si espande: implode.

Tra i meriti maggiori del libro la capacità di tenere insieme piani diversi senza confonderli. L’Autore intreccia la tradizione teologica dei grandi Padri della Chiesa con le sfide poste dall’epoca contemporanea, inclusa l’Intelligenza Artificiale, non trattata come curiosità tecnologica ma come banco di prova decisivo per l’antropologia cristiana. Particolarmente interessanti le similitudini tra il pensiero teologico di San Tommaso d’Aquino e alcuni degli elementi cardine che regolano e reggono l’Intelligenza Artificiale.

Particolarmente incisiva è l’analisi delle dinamiche ecclesiali interne. L’Autore non indulge in polemiche personalistiche, né in facili moralismi, ma mostra con lucidità come anche nella Chiesa il conformismo possa trasformarsi in criterio di governo, producendo una progressiva emarginazione di tutto ciò che non è funzionale al consenso. In questo quadro, la persecuzione non assume più la forma del martirio cruento, ma quella dell’ironia, della delegittimazione, dell’isolamento sistematico di chi rifiuta di adeguarsi al linguaggio dominante.

La copertina del libro — la Venere di Botticelli censurata per “nudità” da un marchio social — non è un semplice espediente grafico, ma una chiave di lettura dell’intero libro: la bellezza, quando non è addomesticabile, deve essere oscurata; la verità, quando non è manipolabile, deve essere rimossa. In questo senso, La libertà negata è anche una riflessione sul rapporto tra verità e scandalo: non lo scandalo morale costruito mediaticamente, ma lo scandalo evangelico di una verità che non si piega.

Non è un libro per tutti e non pretende di esserlo, come del resto le opere di questo autore terribilmente chiaro e comprensibile. Richiede un lettore disposto a uscire dalla comfort zone delle semplificazioni ideologiche, a misurarsi con un pensiero che non concede scorciatoie. Ma proprio per questo è un libro necessario. In un’epoca che confonde la libertà con l’assenza di vincoli e la coscienza con il sentimento soggettivo, La libertà negata ricorda che senza verità non c’è libertà e senza libertà l’uomo smarrisce se stesso.

Un’opera che interpella credenti e non credenti sul punto decisivo della nostra modernità: che cosa resta dell’uomo quando rinuncia a giudicare?

dall’Isola di Patmos, 30 gennaio 2026

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NEGOZIO LIBRARIO – APRIRE QUI

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Roma decadence. La passione del corpo mistico e l’illusione dell’attivismo – Rome decadence. The passion of the mystical body and the illusion of activism – Roma decadence. La pasión del cuerpo místico y la ilusión del activismo

Italian, english, español

 

ROMA DECADENCE. LA PASSIONE DEL CORPO MISTICO E L’ILLUSIONE DELL’ATTIVISMO

Il corpo storico della Chiesa soffre per le sue ferite e per i peccati dei suoi membri, ma come insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica, la Chiesa è «santa e insieme bisognosa di purificazione»; essa non è santa per la virtù dei suoi membri, ma perché il suo capo è Cristo e il suo animatore è lo Spirito Santo.

— Theologica —

Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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PDF articolo formato stampa – article print format – articulo en formato impreso

 

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Cari lettori dell’Isola di Patmos, vi scrivo in un tempo che molti, non a torto, definiscono di Roma decadence, un’epoca in cui l’evaporazione del cristianesimo, come ha lucidamente osservato anche il Cardinale Matteo Maria Zuppi[1], non è più una profezia distopica, ma una realtà tangibile.

Tuttavia, dinanzi a questo scenario, un teologo guarda la Chiesa non con gli occhi mondani della sociologia, ma con lo sguardo della fede che riconosce nel Corpo Mistico la presenza viva del Cristo e del Suo Spirito.

Questo mio articolo nasce dal dialogo social con il caro Alessandro, anche lui operatore della pastorale digitale (qui il suo sito). Vorrei dividere in tre momenti le nostre riflessioni.

La Kénosis Ecclesiale: tra il Sabato Santo della storia e l’eresia dell’efficienza. Come scrive Don Giuseppe Forlai, ma il tema ritorna in tante riflessioni svolte in più ambiti, la Chiesa in Europa assomiglia oggi al corpo di Gesù deposto dalla Croce: esanime, consumato, apparentemente sconfitto, eppure — ed è qui il paradosso divino — in essa persiste uno scrigno di vita eterna. Non dobbiamo scandalizzarci se la Sposa di Cristo appare sfigurata; essa sta rivivendo i misteri della vita del suo Sposo, compresa la passione e la sepoltura[2]. In questa kénosis ecclesiale, la tentazione più grande è quella di sostituire il mistero con l’organizzazione, la grazia con la burocrazia, cadendo in quel pelagianesimo che già Papa Francesco e i suoi predecessori hanno spesso stigmatizzato. Un giovane San Benedetto da Norcia, di fronte alla corruzione di Roma, non fondò un partito né un movimento di protesta, ma si ritirò nel silenzio per «riabitare con sé stesso» (habitare secum), ponendo le basi per una civiltà che non nasceva da un progetto umano, ma dalla ricerca di Dio (Quaerere Deum). Questo silenzio contemplativo non è mutismo ma ascolto orante del Verbo ed è l’unica risposta adeguata alla crisi. Il corpo storico della Chiesa soffre per le sue ferite e per i peccati dei suoi membri, ma come insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica, la Chiesa è «santa e insieme bisognosa di purificazione» (CCC 827); essa non è santa per la virtù dei suoi membri, ma perché il suo capo è Cristo e il suo animatore è lo Spirito Santo. Per questo, un modo serio di riformare la comunità ecclesiale non è l’attivismo frenetico. Già il Cardinale Giacomo Biffi, di venerata memoria, ricordava saggiamente che un pastore deve pascere le pecore e non viceversa, e servire la santificazione delle persone. Seguendo l’insegnamento di San Paolo nella Lettera ai Filippesi: «Attendete alla vostra salvezza con timore e tremore» (Fil 2,12), dobbiamo smettere di cercare capri espiatori o soluzioni strutturali a problemi che sono, nella loro radice, pneumatici e spirituali. Essi richiedono tempo, studio e preghiera.

L’errore fondamentale penso risieda in una sorta di «eresia dell’azione» che dimentica un principio basilare della Scolastica: Agere sequitur esse (l’agire segue l’essere). Se l’essere della Chiesa si svuota della sua sostanza soprannaturale, il suo agire diventa un guscio vuoto, un rumore di fondo che non converte nessuno. Oggi assistiamo a quella che potremmo definire l’ossessione per le strutture, quasi che modificando l’organigramma della Curia o inventando nuovi comitati pastorali si possa infondere lo Spirito Santo a comando. Non dico che la programmazione o la riorganizzazione siano cose in sé errate, anzi ben vengano. Ma ricordiamoci che lo Spirito soffia dove vuole, non dove lo costringono le nostre pianificazioni umane. Questa mentalità efficientista tradisce una mancanza di fede nella potenza intrinseca della Grazia. Ci comportiamo come gli Apostoli sulla barca nella tempesta prima che Cristo si svegliasse: ci agitiamo, remiamo controvento, urliamo, dimenticando che Colui che comanda ai venti e al mare è presente, seppur apparentemente dormiente, a poppa.

La condizione attuale della Chiesa in Europa, che più su abbiamo definito come «deposta dalla Croce», ci rimanda al mistero del Sabato Santo. È il giorno del grande silenzio, non dell’inattività disperata. Nel Sabato Santo, la Chiesa non fa proselitismo, non organizza convegni, non stende piani quinquennali sinodali; la Chiesa veglia accanto al sepolcro, sapendo che quella pietra non sarà ribaltata da mani d’uomo. Il pericolo mortale del nostro tempo è voler «rianimare» il corpo ecclesiale con tecniche mondane di marketing o di adattamento sociologico al saeculum, trasformando la Sposa di Cristo in una ONG compassionevole, gradita al mondo, ma sterile di vita divina. Ricordiamoci di ciò che scriveva San Bernardo di Chiaravalle al Papa Eugenio III nel De Consideratione: «Guai a te se, per troppo occuparti delle cose esteriori, finisci per perdere te stesso[3]. Se la Chiesa perde la sua dimensione mistica, diventa sale senza sapore, destinato ad essere calpestato dagli uomini» (cfr. Mt 5,13). Inoltre, questa ansia del «fare» nasconde spesso la paura di «stare». Stare sotto la Croce, stare nel cenacolo, stare in ginocchio. La crisi delle vocazioni, la chiusura delle parrocchie, l’irrilevanza culturale non si risolvono abbassando l’asticella della dottrina per renderla più appetibile – operazione fallimentare, come dimostrano le comunità protestanti liberali ormai desertificate – ma elevando la temperatura della fede. La Chiesa è Casta Meretrix, amavano dire i Padri: casta per la presenza dello Spirito, meretrice per i peccati dei suoi figli che la prostituiscono agli idoli del momento. Ma la purificazione non avviene attraverso riforme umane, bensì attraverso il fuoco della prova e la santità dei singoli.

Non serve, dunque, una Chiesa che si agita, ma una Chiesa che arde. Serve tornare a quella priorità di Dio che Benedetto XVI instancabilmente predicò: dove Dio viene meno, l’uomo non diventa più grande, ma perde la sua dignità divina. Il rimedio alla Roma decadence non è una «Roma attivista», ma una «Roma orante». Dobbiamo avere il coraggio di essere quel «piccolo gregge» (Lc 12,32) che non teme l’inferiorità numerica, purché custodisca intatto il deposito della fede. Come lievito nella massa, la nostra efficacia non dipende dalla quantità, ma dalla qualità della nostra unione con Cristo. Pertanto, impegniamoci a non lasciarci rubare la speranza dai profeti di sventura, né dagli strateghi della pastorale creativa, torniamo al tabernacolo, alla Lectio Divina, allo studio appassionato della Verità. Solo da lì, dal cuore trafitto e glorioso del Redentore, potrà scaturire l’acqua viva capace di irrigare questo deserto occidentale. La Chiesa risorgerà, non perché noi siamo bravi organizzatori, ma perché Cristo è vivo e la morte non ha più potere su di Lui. Perché Cristo offre a tutti un atto di contemplazione profondo se lo sappiamo cogliere.

Riscoprire il Dogma contro la dittatura del sentimento. La fede che cerca la comprensione: Fides quaerens intellectum. Per non cadere in un quietismo sterile, però, dobbiamo comprendere che la contemplazione cristiana è intrinsecamente feconda e che l’amore per la Chiesa richiede un ritorno radicale ai fondamenti della nostra fede. Non esiste una carità senza verità, e non esiste una vera riforma che non parta dalla riscoperta del depositum fidei. In un mondo liquido dove la fede rischia di dissolversi in mero sentimento emotivo e la verità viene sacrificata sull’altare del consenso sociale, è urgente tornare al Simbolo della nostra fede che non è una filastrocca da recitare, ma la rotta della nostra esistenza cristiana. A tal proposito, mi sento di suggerire la lettura dell’ultimo libro di Padre Ariel S. Levi di Gualdo: Credo per capire: Viaggio nella Professione di Fede. In quest’opera, il Padre Ariel spiega ogni articolo del Simbolo o Credo facendone gustare la sua potenza originaria: non fredda formula, ma a una «parola da vivere». Il testo accompagna il lettore in un viaggio teologico dove la ragione, illuminata dalla fede, si inchina davanti al mistero senza abdicare, ma trovando il suo compimento. Come insegnava San Tommaso d’Aquino, la fede è un atto dell’intelletto che aderisce alla verità divina per impero della volontà mossa dalla grazia (cfr. Summa Theologiae, II-II, q. 2, a. 9); per questo motivo, studiare il dogma, comprendere ciò che professiamo ogni domenica, è operazione di altissima contemplazione. Accostarsi al mistero ineffabile della Trinità, connaturarci ai misteri che professiamo, affinché l’agire diventi un riflesso del nostro essere in Cristo. L’arte sacra, la liturgia, la teologia non sono orpelli estetici, ma veicoli della Verità che salva. Se non capiamo ciò che crediamo, come potremo testimoniarlo? Se il sale perde il suo sapore, a null’altro serve che ad essere gettato via (cfr. Mt 5,13). Il libro di Padre Ariel insegna proprio questo: ridare sapore alla nostra fede, restituendo alla parola credo il senso di una perfetta aderenza alla Verità incarnata.

Viviamo in un’epoca afflitta da un’altra grave patologia spirituale che potremmo definire «fideismo sentimentale». Si è diffusa l’idea erronea che la fede sia un sentire cieco, un’emozione consolatoria sganciata dalla ragione, o peggio, che il dogma sia una gabbia che imprigiona la libertà dei figli di Dio. Nulla di più falso e pericoloso. Come frate predicatore, ribadisco con forza che la Verità (Veritas) è il nome stesso di Dio e che l’intelletto umano è stato creato proprio per cogliere questa Verità. Rifiutare lo sforzo intellettuale di comprendere il dogma significa rifiutare di usare il dono più alto che il Creatore ci ha fatto a sua immagine e somiglianza. L’ignoranza colpevole delle verità di fede è il terreno di coltura ideale per ogni eresia. Quando il cattolico smette di formarsi, quando cessa di chiedersi «chi è Dio» secondo la Rivelazione e inizia a costruirsi un dio a propria misura e somiglianza, cade inevitabilmente nell’idolatria del proprio io.

Ridare senso e valore al Credo significa riscoprire la carta costituzionale della nostra vita cristiana. Ognuno dei suoi articoli non è astratta elucubrazione filosofica, poiché essi si legano al fatto cristiano, alla storia della salvezza che ha inciso sull’uomo e sul cosmo intero. Dire «Credo in un solo Dio» o «Credo la risurrezione della carne» è un atto di disobbedienza al nichilismo che porta alla disperazione e al detrimento dello spirito e della materia. La ricostruzione intellettuale di cui parlo è, in ultima analisi, un atto di amore. Non si può amare ciò che non si conosce. Se la nostra conoscenza di Cristo è imperfetta il nostro amore per Lui rimarrà infantile, fragile, incapace di reggere l’urto delle prove della vita adulta e delle seduzioni del pensiero dominante.

In questo viaggio che vi propongo impariamo a vedere la teologia non come scienza per iniziati, ma cosa fa la Chiesa quando si china sul dato rivelato e quindi di cosa essa respira e dunque viva. Lo studio, fatto in ginocchio, diventa preghiera; la comprensione del mistero trinitario diventa adorazione in Spirito e verità. Non dobbiamo temere la complessità del dogma: esso è come il sole che, pur essendo tanto luminoso per essere fissato direttamente senza ferire la vista, è l’unica fonte che ci permette di vedere chiaramente tutto il resto della realtà. Senza la luce del dogma, la liturgia diventa coreografia, la carità diventa filantropia e la speranza diventa illusione. Torniamo dunque a studiare, a leggere, a meditare. Facciamo nostra l’esortazione di San Pietro: «Siate sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» (1Pt 3,15). Ma per dare ragioni (logos) della speranza cristiana bisogna che onoriamo la ragione mentre cerchiamo di possedere le cose di Dio e in questo la teologia è un grande aiuto.

Il Pusillus Grex e la potenza della grazia. Oltre la disperazione, la speranza teologale. Concludo questo itinerario invitando ad «ottimismo cauto» che sgorga dalla virtù della speranza teologale. La decadenza della cristianità in Europa è un fatto storico, ma la storia della Salvezza non si chiude con il Venerdì Santo. La nostra identità, come ci ricordano le Scritture e la testimonianza di tanti santi, deve fondarsi sulla consapevolezza di essere «servi inutili/semplici servi» (Lc 17,10). Questa «inutilità/semplicità» non è svalutazione, ma il riconoscimento che l’attore principale della storia è Dio. Provo a spiegarmi.

La speranza cristiana è agli antipodi dell’ottimismo mondano. Questo potrebbe scaturire da una previsione statistica o semplicemente umorale secondo cui «le cose andranno meglio». la Speranza teologale, invece, è la certezza che Dio non mente e compie le sue promesse anche quando le cose, umanamente parlando, vanno di male in peggio. Abramo «ebbe fede sperando contro ogni speranza» (Spes contra spem, Rm 4,18), proprio quando la realtà biologica gli poneva innanzi l’impossibilità di avere un figlio. Noi oggi siamo chiamati alla stessa fede di Abramo. La decrescenza numerica dei credenti e la perdita di appeal della Chiesa non deve portarci ad un ripiegamento settario, ma alla consapevolezza che Dio, come la storia della salvezza insegna e l’idea biblica del «resto» propugna, ha sempre operato non attraverso le masse oceaniche, ma servendosi di un pusillus grex, un piccolo gregge fedele che si fa carico della totalità. Questo appare nella Scrittura e nella storia della Chiesa come una costante: alcuni pochi pregano e si offrono per la salvezza di molti.

In quest’ottica, la definizione di «servi inutili» di cui parla Gesù nel Vangelo diventa la nostra più grande liberazione. Inutile (inutilis) non significa «senza valore», ma «senza pretesa di utile», ovvero senza la pretesa di essere noi la causa efficiente della Grazia. Quando l’uomo, anche all’interno della Chiesa, dimentica questa verità, finisce per costruire torri di Babele pastorali che crollano al primo soffio di vento. La storia del XX secolo, con i suoi totalitarismi atei, ci ha mostrato l’inferno che l’uomo costruisce quando decide di fare a meno di Dio per salvare l’umanità con le proprie forze. Ma attenzione: esiste anche un totalitarismo spirituale, più sottile, che si insinua quando pensiamo che la Chiesa sia «cosa nostra», da gestire con criteri aziendali o politici. No, la Chiesa è di Cristo. E l’azione del cristiano è feconda solo quando diventa teandrica, ovvero quando la nostra libertà umana si lascia talmente compenetrare dalla Grazia divina da diventare un unico agire con Cristo. È quello che San Paolo esprimeva dicendo: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20). Questa sinergia tra Dio e l’uomo è l’antidoto alla disperazione. Se l’opera fosse solo mia, avrei tutte le ragioni per disperare, vista la mia pochezza; ma se l’opera è di Dio, chi potrà fermarla? Sotto la guida del Santo Padre Leone XIV (Robert Francis Prevost), siamo chiamati a custodire questa fiammella. Non importa se le nostre cattedrali si svuotano o se i media ci deridono; ciò che conta è che quella fiamma rimanga accesa e pura. Come le mirofore il mattino di Pasqua, come Giuseppe d’Arimatea nel buio del Venerdì Santo, noi siamo i custodi di una promessa che non può fallire.

La bellezza che salva il mondo non è un’estetica di facciata, ma lo splendore della Verità (Veritatis Splendor). Può apparire scomoda, dar la sensazione di tagliare come una spada affilata, ma è l’unica capace di rendere l’uomo veramente libero. Penso sia giusto dire che non dobbiamo aver paura di andare verso il mondo e di parlare controcorrente. Come pure penso che sia importante studiare il nostro Credo per professarlo integralmente, anche se, perfino fra i presbiteri, c’è chi lo ritiene ormai obsoleto e «non ci crede» (4)[4]. Nel silenzio delle nostre stanze, nelle nostre famiglie, nelle parrocchie o nei conventi, ovunque si operi, stiamo preparando la primavera della Chiesa. Magari non la vedremo con i nostri occhi mortali, ma la stiamo costruendo nella fede e nella carità sapienziale. Tutto passa, solo Dio resta. E chi sta con Dio, ha già vinto il mondo. Stat Crux dum volvitur orbis: la Croce sta ferma mentre il mondo gira. Restiamo aggrappati a questa Croce gloriosa, e saremo inamovibili nella speranza.

Santa Maria Novella, in Firenze, 29 gennaio 2026

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[1] Discorso del Cardinale Matteo Zuppi in apertura dell’81ª Assemblea Generale della CEI, Assisi, 17 novembre 2025. Il testo integrale è reperibile sul sito della Conferenza Episcopale Italiana: Qui 

[2] Sintetizzo da G. Forlai, Chiesa: riflessioni sull’evaporazione del cristianesimo, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2025, p.133-134

[3] Parafraso da questo originale testo Vae tibi, si te totumdederisillis, et nihiltuitibiipsireservaveris! (Guai a te se ti concederai tutto a loro [alle faccende amministrative] e non riserverai nulla di te a te stesso!).  In De Consideratione Libro I, Capitolo V, paragrafo 6.

 

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ROME DECADENCE. THE PASSION OF THE MYSTICAL BODY AND THE ILLUSION OF ACTIVISM

The historical body of the Church suffers from its wounds and from the sins of its members; yet, as the Catechism of the Catholic Church teaches, the Church is “holy and at the same time in need of purification” (CCC 827). She is not holy by virtue of her members, but because her Head is Christ and her animating principle is the Holy Spirit.

— Theologica —

Author:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Dear readers of L’Isola di Patmos, I write to you in a time that many — rightly so —define as one of Rome decadence, an era in which the evaporation of Christianity, as Cardinal Matteo Maria Zuppi has also lucidly observed, is no longer a dystopian prophecy but a tangible reality. Yet, in the face of this scenario, a theologian looks upon the Church not with the worldly eyes of sociology, but with the gaze of faith, which recognises in the Mystical Body the living presence of Christ and of His Spirit.

This article arises from a dialogue on social media with my dear friend Alessandro, himself engaged in digital pastoral ministry (his website may be found here). I would like to divide our reflections into three moments.

Ecclesial kenosis: between the Holy Saturday of history and the heresy of efficiency. As Don Giuseppe Forlai writes — and the theme recurs in many reflections developed in various contexts — the Church in Europe today resembles the body of Jesus taken down from the Cross: lifeless, consumed, apparently defeated, and yet — and here lies the divine paradox — within her there persists a casket of eternal life. We should not be scandalised if the Bride of Christ appears disfigured; she is reliving the mysteries of her Bridegroom’s life, including His Passion and burial. In this ecclesial kenosis, the greatest temptation is to replace mystery with organisation, grace with bureaucracy, falling into that Pelagianism which Pope Francis and his predecessors have frequently denounced. A young Benedict of Nursia, confronted with the corruption of Rome, did not found a party nor a protest movement, but withdrew into silence in order “to dwell with himself” (habitare secum), laying the foundations of a civilisation that did not arise from a human project, but from the search for God (quaerere Deum). This contemplative silence is not muteness but prayerful listening to the Word, and it is the only adequate response to the crisis. The historical body of the Church suffers from its wounds and from the sins of her members; yet, as the Catechism of the Catholic Church teaches, the Church is “holy and at the same time in need of purification” (CCC 827). She is not holy by virtue of her members, but because her Head is Christ and her animating principle is the Holy Spirit. For this reason, a serious way of reforming the ecclesial community is not frenetic activism. Cardinal Giacomo Biffi, of venerable memory, wisely recalled that a shepherd must pasture the sheep and not vice versa, and must serve the sanctification of persons. Following the teaching of Saint Paul in the Letter to the Philippians: “Work out your salvation with fear and trembling” (Phil 2:12), we must cease seeking scapegoats or structural solutions to problems that are, at their root, pneumatic and spiritual. They require time, study, and prayer.

I believe the fundamental error lies in a kind of “heresy of action” that forgets a basic principle of Scholastic theology: agere sequitur esse (action follows being). If the being of the Church is emptied of its supernatural substance, her action becomes an empty shell, a background noise that converts no one. Today we witness what might be defined as an obsession with structures, as though by modifying the organisational chart of the Curia or inventing new pastoral committees one could infuse the Holy Spirit at will. I do not say that planning or reorganisation are in themselves erroneous — on the contrary, they may be welcome. But we must remember that the Spirit blows where He wills, not where our human planning attempts to constrain Him. This efficiency-driven mentality betrays a lack of faith in the intrinsic power of Grace. We behave like the Apostles in the boat during the storm before Christ awoke: we agitate ourselves, row against the wind, cry out, forgetting that the One who commands the winds and the sea is present, though apparently asleep, at the stern.

The current condition of the Church in Europe, which we have described above as “taken down from the Cross,” leads us into the mystery of Holy Saturday. It is the day of great silence, not of desperate inactivity. On Holy Saturday, the Church does not engage in proselytism, does not organise conferences, does not draft five-year synodal plans; the Church keeps vigil beside the tomb, knowing that the stone will not be rolled away by human hands. The mortal danger of our time is the attempt to “reanimate” the ecclesial body through worldly techniques of marketing or sociological adaptation to the saeculum, transforming the Bride of Christ into a compassionate NGO, pleasing to the world yet sterile of divine life. Let us remember what Saint Bernard of Clairvaux wrote to Pope Eugene III in De Consideratione: “Woe to you if, by occupying yourself too much with external matters, you end up losing yourself”. If the Church loses her mystical dimension, she becomes salt without flavour, destined to be trampled underfoot by men (cf. Mt 5:13). Moreover, this anxiety of “doing” often conceals the fear of “being”: being beneath the Cross, being in the Upper Room, being on one’s knees. The crisis of vocations, the closure of parishes, and cultural irrelevance are not resolved by lowering the bar of doctrine in order to make it more palatable — an operation that has failed, as demonstrated by liberal Protestant communities now largely deserted — but by raising the temperature of faith. The Church is Casta Meretrix, as the Fathers used to say: chaste by the presence of the Spirit, a harlot through the sins of her children who prostitute her to the idols of the moment. Purification does not occur through human reforms, but through the fire of trial and the holiness of individuals.

What is needed, therefore, is not a Church that agitates, but a Church that burns. We must return to that primacy of God which Benedict XVI tirelessly preached: where God fades away, man does not become greater, but loses his divine dignity. The remedy for Rome decadence is not an “activist Rome,” but a “praying Rome.” We must have the courage to be that “little flock” (Lk 12:32) that does not fear numerical inferiority, provided that it preserves intact the deposit of faith. Like leaven in the dough, our effectiveness depends not on quantity, but on the quality of our union with Christ. Therefore, let us commit ourselves not to allow hope to be stolen from us — neither by prophets of doom nor by strategists of creative pastoral planning. Let us return to the tabernacle, to Lectio Divina, to the passionate study of Truth. Only from there, from the pierced and glorious heart of the Redeemer, can living water flow to irrigate this Western desert. The Church will rise again, not because we are skilful organisers, but because Christ is alive and death no longer has power over Him. Because Christ offers to all a profound act of contemplation, if we know how to receive it.

Rediscovering dogma against the dictatorship of sentiment. Faith seeking understanding: fides quaerens intellectum. In order not to fall into sterile quietism, however, we must understand that Christian contemplation is intrinsically fruitful and that love for the Church requires a radical return to the foundations of our faith. There is no charity without truth, and there is no true reform that does not begin with the rediscovery of the depositum fidei. In a liquid world where faith risks dissolving into mere emotional sentiment and truth is sacrificed on the altar of social consensus, it is urgent to return to the Symbol of our faith, which is not a nursery rhyme to be recited, but the course of our Christian existence. In this regard, I feel compelled to recommend the latest book by Father Ariel S. Levi di Gualdo, Credo per capire: Viaggio nella Professione di Fede. In this work, Father Ariel explains each article of the Symbol or Creed, allowing its original power to be tasted — not as a cold formula, but as a “word to be lived.” The text accompanies the reader on a theological journey in which reason, illumined by faith, bows before the mystery without abdicating, but rather finding its fulfilment. As Saint Thomas Aquinas taught, faith is an act of the intellect assenting to divine truth at the command of the will moved by grace (cf. Summa Theologiae, II–II, q. 2, a. 9); for this reason, studying dogma, understanding what we profess every Sunday, is an act of the highest contemplation. Approaching the ineffable mystery of the Trinity, becoming connatural to the mysteries we profess, so that our action may become a reflection of our being in Christ. Sacred art, liturgy, and theology are not aesthetic ornaments, but vehicles of the Truth that saves. If we do not understand what we believe, how can we bear witness to it? If the salt loses its flavour, it is good for nothing but to be thrown out (cf. Mt 5:13). Father Ariel’s book teaches precisely this: to restore flavour to our faith by returning to the word credo its full meaning of perfect adherence to the Incarnate Truth.

We live in an age afflicted by another grave spiritual pathology that might be described as “sentimental fideism.” The erroneous idea has spread that faith is a blind feeling, a consolatory emotion detached from reason, or worse, that dogma is a cage imprisoning the freedom of the children of God. Nothing could be more false or more dangerous. As a preaching friar, I reaffirm with force that Truth (Veritas) is the very name of God, and that the human intellect was created precisely to grasp this Truth. To refuse the intellectual effort to understand dogma is to refuse to use the highest gift the Creator has bestowed upon us in His image and likeness. Culpable ignorance of the truths of faith is the ideal breeding ground for every heresy. When a Catholic ceases to be formed, when he stops asking “who God is” according to Revelation and begins to fashion a god in his own image and likeness, he inevitably falls into the idolatry of the self.

To restore meaning and value to the Creed means rediscovering the constitutional charter of our Christian life. Each of its articles is not an abstract philosophical speculation, but is bound to the Christian event, to the history of salvation that has marked man and the entire cosmos. To say “I believe in one God” or “I believe in the resurrection of the flesh” is an act of disobedience to the nihilism that leads to despair and to the degradation of spirit and matter. The intellectual reconstruction of which I speak is, ultimately, an act of love. One cannot love what one does not know. If our knowledge of Christ is imperfect, our love for Him will remain infantile, fragile, incapable of withstanding the impact of adult life’s trials and the seductions of dominant thought.

In the journey I propose, we learn to see theology not as a science for initiates, but as what the Church does when she bends over the revealed datum — and thus what she breathes and lives by. Study, when done on one’s knees, becomes prayer; understanding the Trinitarian mystery becomes adoration in Spirit and truth. We must not fear the complexity of dogma: it is like the sun, which, though too luminous to be stared at directly without harming one’s sight, is the only source that allows us to see all the rest of reality clearly. Without the light of dogma, liturgy becomes choreography, charity becomes philanthropy, and hope becomes illusion. Let us therefore return to study, to reading, to meditation. Let us make our own Saint Peter’s exhortation: “Always be ready to give an answer to anyone who asks you for a reason for the hope that is in you” (1 Pet 3:15). But in order to give reasons (logos) for Christian hope, we must honour reason as we seek to possess the things of God—and in this, theology is a great aid.

The pusillus grex and the power of grace. Beyond despair, theological hope. I conclude this itinerary by inviting to a “cautious optimism” that flows from the theological virtue of hope. The decline of Christianity in Europe is a historical fact, but the history of Salvation does not end with Good Friday. Our identity, as Scripture and the testimony of so many saints remind us, must be founded on the awareness of being “unworthy servants / simple servants” (Lk 17:10). This “uselessness / simplicity” is not devaluation, but the recognition that God is the principal actor in history. Let me explain.

Christian hope stands at the opposite pole of worldly optimism. The latter may arise from statistical forecasts or from a merely emotional expectation that “things will get better.” Theological Hope, by contrast, is the certainty that God does not lie and fulfils His promises even when, humanly speaking, things go from bad to worse. Abraham “believed, hoping against hope” (spes contra spem, Rom 4:18), precisely when biological reality placed before him the impossibility of having a child. We are called today to the same faith as Abraham. The numerical decline of believers and the loss of the Church’s cultural appeal must not lead us into sectarian withdrawal, but into the awareness that God, as salvation history teaches and as the biblical notion of the “remnant” proclaims, has always acted not through vast masses, but by means of a pusillus grex, a small faithful flock that bears responsibility for the whole. This appears in Scripture and in Church history as a constant: a few pray and offer themselves for the salvation of many.

In this perspective, the definition of “unworthy servants” spoken by Jesus in the Gospel becomes our greatest liberation. Useless (inutilis) does not mean “without value,” but “without claim to usefulness,” that is, without the presumption of being ourselves the efficient cause of Grace. When man, even within the Church, forgets this truth, he ends up constructing pastoral Towers of Babel that collapse at the first breath of wind. The history of the twentieth century, with its atheistic totalitarianisms, has shown us the hell that man constructs when he decides to do without God in order to save humanity by his own strength. But let us be careful: there also exists a more subtle spiritual totalitarianism, which insinuates itself when we think the Church is “ours,” to be managed according to corporate or political criteria. No — the Church belongs to Christ. And Christian action is fruitful only when it becomes theandric, that is, when our human freedom allows itself to be so penetrated by divine Grace as to become a single action with Christ. This is what Saint Paul expressed when he said: “It is no longer I who live, but Christ who lives in me” (Gal 2:20). This synergy between God and man is the antidote to despair. If the work were only mine, I would have every reason to despair, given my poverty; but if the work is God’s, who can stop it? Under the guidance of the Holy Father Leo XIV (Robert Francis Prevost), we are called to guard this little flame. It does not matter if our cathedrals empty or if the media mock us; what matters is that the flame remain lit and pure. Like the myrrh-bearing women on Easter morning, like Joseph of Arimathea in the darkness of Good Friday, we are the custodians of a promise that cannot fail.

The beauty that saves the world is not a superficial aesthetic, but the splendour of Truth (Veritatis Splendor). It may appear uncomfortable, may feel like the cut of a sharp sword, but it alone is capable of making man truly free. I believe it is right to say that we must not be afraid to go out into the world and to speak against the current. I also believe it is important to study our Creed in order to profess it in its entirety, even though, tragically, even among presbyters there are those who consider it obsolete and “do not believe in it”. In the silence of our rooms, in our families, in parishes or convents — wherever one may labour— we are preparing the springtime of the Church. We may not see it with our mortal eyes, but we are building it in faith and in sapiential charity. Everything passes; only God remains. And whoever abides in God has already overcome the world. Stat Crux dum volvitur orbis: the Cross stands firm while the world turns. Let us remain clinging to this glorious Cross, and we shall be immovable in hope.

Santa Maria Novella, Florence, 26 January 2026

 

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ROMA DECADENCE. LA PASIÓN DEL CUERPO MÍSTICO Y LA ILUSIÓN DEL ACTIVISMO

El cuerpo histórico de la Iglesia sufre por sus heridas y por los pecados de sus miembros, pero, como enseña el Catecismo de la Iglesia Católica, la Iglesia es «santa y al mismo tiempo necesitada de purificación» (CIC 827); no es santa por la virtud de sus miembros, sino porque su Cabeza es Cristo y su principio vivificador es el Espíritu Santo.

— Theologica —

Autor:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Queridos lectores de L’Isola di Patmos, os escribo en un tiempo que muchos, no sin razón, definen como de Roma decadence, una época en la que la evaporación del cristianismo, como ha observado lúcidamente también el cardenal Matteo Maria Zuppi, ya no es una profecía distópica, sino una realidad tangible. Sin embargo, ante este escenario, un teólogo mira a la Iglesia no con los ojos mundanos de la sociología, sino con la mirada de la fe, que reconoce en el Cuerpo Místico la presencia viva de Cristo y de su Espíritu.

Este artículo mío nace del diálogo en las redes sociales con el querido Alessandro, también él operador de la pastoral digital (aquí). Quisiera dividir nuestras reflexiones en tres momentos.

La kénosis eclesial: entre el Sábado Santo de la historia y la herejía de la eficiencia. Como escribe don Giuseppe Forlai — y el tema reaparece en numerosas reflexiones desarrolladas en distintos ámbitos —, la Iglesia en Europa se asemeja hoy al cuerpo de Jesús bajado de la Cruz: exánime, consumido, aparentemente derrotado, y sin embargo — y aquí reside la paradoja divina — en ella persiste un cofre de vida eterna. No debemos escandalizarnos si la Esposa de Cristo aparece desfigurada; ella está reviviendo los misterios de la vida de su Esposo, incluida la pasión y la sepultura. En esta kénosis eclesial, la tentación mayor es sustituir el misterio por la organización, la gracia por la burocracia, cayendo en aquel pelagianismo que el papa Francisco y sus predecesores han denunciado repetidamente. Un joven san Benito de Nursia, ante la corrupción de Roma, no fundó un partido ni un movimiento de protesta, sino que se retiró al silencio para «habitar consigo mismo» (habitare secum), sentando las bases de una civilización que no nacía de un proyecto humano, sino de la búsqueda de Dios (quaerere Deum). Este silencio contemplativo no es mutismo, sino escucha orante de la Palabra, y es la única respuesta adecuada a la crisis. El cuerpo histórico de la Iglesia sufre por sus heridas y por los pecados de sus miembros, pero, como enseña el Catecismo de la Iglesia Católica, la Iglesia es «santa y al mismo tiempo necesitada de purificación» (CIC 827); no es santa por la virtud de sus miembros, sino porque su Cabeza es Cristo y su principio vivificador es el Espíritu Santo. Por ello, una forma seria de reformar la comunidad eclesial no es el activismo frenético. Ya el cardenal Giacomo Biffi, de venerada memoria, recordaba sabiamente que un pastor debe apacentar a las ovejas y no al revés, y servir a la santificación de las personas. Siguiendo la enseñanza de san Pablo en la Carta a los Filipenses: «Trabajad por vuestra salvación con temor y temblor» (Flp 2,12), debemos dejar de buscar chivos expiatorios o soluciones estructurales a problemas que son, en su raíz, pneumáticos y espirituales. Requieren tiempo, estudio y oración.

El error fundamental, pienso, reside en una especie de «herejía de la acción» que olvida un principio básico de la Escolástica: agere sequitur esse (el obrar sigue al ser). Si el ser de la Iglesia se vacía de su sustancia sobrenatural, su obrar se convierte en una cáscara vacía, un ruido de fondo que no convierte a nadie. Hoy asistimos a lo que podríamos definir como una obsesión por las estructuras, como si modificando el organigrama de la Curia o inventando nuevos comités pastorales se pudiera infundir el Espíritu Santo a voluntad. No digo que la programación o la reorganización sean en sí mismas erróneas; al contrario, pueden ser bienvenidas. Pero recordemos que el Espíritu sopla donde quiere, no donde lo fuerzan nuestras planificaciones humanas. Esta mentalidad eficientista delata una falta de fe en la potencia intrínseca de la Gracia. Nos comportamos como los Apóstoles en la barca durante la tempestad antes de que Cristo se despertara: nos agitamos, remamos contra el viento, gritamos, olvidando que Aquel que manda a los vientos y al mar está presente, aunque aparentemente dormido, en la popa.

La condición actual de la Iglesia en Europa, que más arriba hemos definido como «bajada de la Cruz», nos remite al misterio del Sábado Santo. Es el día del gran silencio, no de la inactividad desesperada. En el Sábado Santo, la Iglesia no hace proselitismo, no organiza congresos, no elabora planes sinodales quinquenales; la Iglesia vela junto al sepulcro, sabiendo que esa piedra no será removida por manos humanas. El peligro mortal de nuestro tiempo es querer «reanimar» el cuerpo eclesial con técnicas mundanas de marketing o de adaptación sociológica al saeculum, transformando a la Esposa de Cristo en una ONG compasiva, agradable al mundo, pero estéril de vida divina. Recordemos lo que escribía san Bernardo de Claraval al papa Eugenio III en el De Consideratione: «¡Ay de ti si, por ocuparte demasiado de las cosas exteriores, terminas perdiéndote a ti mismo!». Si la Iglesia pierde su dimensión mística, se convierte en sal sin sabor, destinada a ser pisoteada por los hombres (cf. Mt 5,13). Además, esta ansiedad del «hacer» esconde a menudo el miedo a «estar»: estar bajo la Cruz, estar en el cenáculo, estar de rodillas. La crisis de las vocaciones, el cierre de parroquias, la irrelevancia cultural no se resuelven bajando el listón de la doctrina para hacerla más atractiva — una operación fallida, como lo demuestran las comunidades protestantes liberales hoy prácticamente desertificadas —, sino elevando la temperatura de la fe. La Iglesia es Casta Meretrix, decían los Padres: casta por la presencia del Espíritu, meretriz por los pecados de sus hijos que la prostituyen a los ídolos del momento. Pero la purificación no se produce mediante reformas humanas, sino a través del fuego de la prueba y la santidad de los individuos.

No hace falta, pues, una Iglesia que se agite, sino una Iglesia que arda. Es necesario volver a aquella primacía de Dios que Benedicto XVI predicó incansablemente: donde Dios desaparece, el hombre no se hace más grande, sino que pierde su dignidad divina. El remedio a la Roma decadence no es una «Roma activista», sino una «Roma orante». Debemos tener el valor de ser aquel «pequeño rebaño» (Lc 12,32) que no teme la inferioridad numérica, con tal de custodiar intacto el depósito de la fe. Como la levadura en la masa, nuestra eficacia no depende de la cantidad, sino de la calidad de nuestra unión con Cristo. Por tanto, comprometámonos a no dejar que nos roben la esperanza ni los profetas de calamidades ni los estrategas de la pastoral creativa; volvamos al sagrario, a la Lectio Divina, al estudio apasionado de la Verdad. Solo de allí, del corazón traspasado y glorioso del Redentor, podrá brotar el agua viva capaz de regar este desierto occidental. La Iglesia resucitará, no porque seamos hábiles organizadores, sino porque Cristo está vivo y la muerte ya no tiene poder sobre Él. Porque Cristo ofrece a todos un acto profundo de contemplación, si sabemos acogerlo.

Redescubrir el Dogma contra la dictadura del sentimiento. La fe que busca la comprensión: fides quaerens intellectum. Para no caer en un quietismo estéril, debemos comprender que la contemplación cristiana es intrínsecamente fecunda y que el amor a la Iglesia exige un retorno radical a los fundamentos de nuestra fe. No existe caridad sin verdad, ni existe una verdadera reforma que no parta del redescubrimiento del depositum fidei. En un mundo líquido donde la fe corre el riesgo de disolverse en mero sentimiento emotivo y la verdad es sacrificada en el altar del consenso social, es urgente volver al Símbolo de nuestra fe, que no es una cantinela que recitar, sino la ruta de nuestra existencia cristiana. A este propósito, me permito sugerir la lectura del último libro del padre Ariel S. Levi di Gualdo, Credo per capire: Viaggio nella Professione di Fede. En esta obra, el padre Ariel explica cada artículo del Símbolo o Credo, permitiendo saborear su potencia originaria: no una fórmula fría, sino una «palabra para vivir». El texto acompaña al lector en un viaje teológico en el que la razón, iluminada por la fe, se inclina ante el misterio sin abdicar, encontrando en él su cumplimiento. Como enseñaba santo Tomás de Aquino, la fe es un acto del entendimiento que asiente a la verdad divina por mandato de la voluntad movida por la gracia (cf. Summa Theologiae, II-II, q. 2, a. 9); por ello, estudiar el dogma, comprender lo que profesamos cada domingo, es una operación de altísima contemplación. Acercarse al misterio inefable de la Trinidad, connaturalizarnos con los misterios que profesamos, para que el obrar se convierta en reflejo de nuestro ser en Cristo. El arte sacro, la liturgia, la teología no son adornos estéticos, sino vehículos de la Verdad que salva. Si no comprendemos lo que creemos, ¿cómo podremos dar testimonio de ello? Si la sal pierde su sabor, no sirve para nada más que para ser arrojada fuera (cf. Mt 5,13). El libro del padre Ariel enseña precisamente esto: devolver sabor a nuestra fe, restituyendo a la palabra credo el sentido de una adhesión perfecta a la Verdad encarnada.

Vivimos en una época afectada por otra grave patología espiritual que podríamos definir como «fideísmo sentimental». Se ha difundido la idea errónea de que la fe es un sentir ciego, una emoción consoladora desvinculada de la razón, o peor aún, que el dogma es una jaula que aprisiona la libertad de los hijos de Dios. Nada más falso y peligroso. Como fraile predicador, reafirmo con fuerza que la Verdad (Veritas) es el nombre mismo de Dios y que el intelecto humano ha sido creado precisamente para captar esta Verdad. Rechazar el esfuerzo intelectual por comprender el dogma significa rechazar el uso del don más alto que el Creador nos ha concedido a su imagen y semejanza. La ignorancia culpable de las verdades de la fe es el terreno de cultivo ideal para toda herejía. Cuando el católico deja de formarse, cuando deja de preguntarse «quién es Dios» según la Revelación y comienza a construirse un dios a su propia imagen y semejanza, cae inevitablemente en la idolatría del propio yo.

Devolver sentido y valor al Credo significa redescubrir la carta constitucional de nuestra vida cristiana. Cada uno de sus artículos no es una elucubración filosófica abstracta, pues se vinculan al hecho cristiano, a la historia de la salvación que ha incidido en el hombre y en el cosmos entero. Decir «Creo en un solo Dios» o «Creo en la resurrección de la carne» es un acto de desobediencia al nihilismo que conduce a la desesperación y al deterioro del espíritu y de la materia. La reconstrucción intelectual de la que hablo es, en última instancia, un acto de amor. No se puede amar lo que no se conoce. Si nuestro conocimiento de Cristo es imperfecto, nuestro amor por Él permanecerá infantil, frágil, incapaz de resistir el choque de las pruebas de la vida adulta y las seducciones del pensamiento dominante.

En este camino que os propongo aprendemos a ver la teología no como una ciencia para iniciados, sino como lo que hace la Iglesia cuando se inclina sobre el dato revelado y, por tanto, aquello de lo que ella respira y vive. El estudio, realizado de rodillas, se convierte en oración; la comprensión del misterio trinitario se transforma en adoración en Espíritu y verdad. No debemos temer la complejidad del dogma: es como el sol que, aun siendo demasiado luminoso para ser fijado directamente sin dañar la vista, es la única fuente que nos permite ver con claridad todo lo demás. Sin la luz del dogma, la liturgia se convierte en coreografía, la caridad en filantropía y la esperanza en ilusión. Volvamos, pues, a estudiar, a leer, a meditar. Hagamos nuestra la exhortación de san Pedro: «Estad siempre dispuestos a dar razón de la esperanza que hay en vosotros» (1 Pe 3,15). Pero para dar razones (logos) de la esperanza cristiana es necesario honrar la razón mientras buscamos poseer las cosas de Dios, y en ello la teología es una gran ayuda.

El pusillus grex y la potencia de la gracia. Más allá de la desesperación, la esperanza teologal. Concluyo este itinerario invitando a un «optimismo cauteloso» que brota de la virtud teologal de la esperanza. La decadencia de la cristiandad en Europa es un hecho histórico, pero la historia de la Salvación no se cierra con el Viernes Santo. Nuestra identidad, como nos recuerdan las Escrituras y el testimonio de tantos santos, debe fundarse en la conciencia de ser «siervos inútiles / simples siervos» (Lc 17,10). Esta «inutilidad / simplicidad» no es desvalorización, sino el reconocimiento de que el actor principal de la historia es Dios. Intento explicarme.

La esperanza cristiana se sitúa en las antípodas del optimismo mundano. Este puede surgir de una previsión estadística o de una expectativa meramente emocional según la cual «las cosas irán mejor». La Esperanza teologal, en cambio, es la certeza de que Dios no miente y cumple sus promesas incluso cuando, humanamente hablando, las cosas van de mal en peor. Abrahán «creyó esperando contra toda esperanza» (spes contra spem, Rom 4,18), precisamente cuando la realidad biológica le ponía delante la imposibilidad de tener un hijo. Hoy estamos llamados a la misma fe de Abrahán. La disminución numérica de los creyentes y la pérdida de atractivo de la Iglesia no deben llevarnos a un repliegue sectario, sino a la conciencia de que Dios, como enseña la historia de la salvación y como proclama la idea bíblica del «resto», siempre ha actuado no a través de masas oceánicas, sino sirviéndose de un pusillus grex, un pequeño rebaño fiel que se hace cargo de la totalidad. Esto aparece en la Escritura y en la historia de la Iglesia como una constante: unos pocos oran y se ofrecen por la salvación de muchos.

En esta perspectiva, la definición de «siervos inútiles» de la que habla Jesús en el Evangelio se convierte en nuestra mayor liberación. Inútil (inutilis) no significa «sin valor», sino «sin pretensión de utilidad», es decir, sin la pretensión de ser nosotros la causa eficiente de la Gracia. Cuando el hombre, incluso dentro de la Iglesia, olvida esta verdad, acaba construyendo torres de Babel pastorales que se derrumban al primer soplo de viento. La historia del siglo XX, con sus totalitarismos ateos, nos ha mostrado el infierno que el hombre construye cuando decide prescindir de Dios para salvar a la humanidad con sus propias fuerzas. Pero atención: existe también un totalitarismo espiritual, más sutil, que se insinúa cuando pensamos que la Iglesia es «cosa nuestra», que debe gestionarse con criterios empresariales o políticos. No: la Iglesia es de Cristo. Y la acción del cristiano es fecunda solo cuando se vuelve teándrica, es decir, cuando nuestra libertad humana se deja penetrar tan profundamente por la Gracia divina que se convierte en un único obrar con Cristo. Es lo que san Pablo expresaba diciendo: «Ya no soy yo quien vive, sino que Cristo vive en mí» (Gal 2,20). Esta sinergia entre Dios y el hombre es el antídoto contra la desesperación. Si la obra fuera solo mía, tendría todas las razones para desesperar, dada mi pequeñez; pero si la obra es de Dios, ¿quién podrá detenerla? Bajo la guía del Santo Padre León XIV (Robert Francis Prevost), estamos llamados a custodiar esta pequeña llama. No importa si nuestras catedrales se vacían o si los medios nos ridiculizan; lo que importa es que esa llama permanezca encendida y pura. Como las miróforas en la mañana de Pascua, como José de Arimatea en la oscuridad del Viernes Santo, somos custodios de una promesa que no puede fallar.

La belleza que salva al mundo no es una estética de fachada, sino el esplendor de la Verdad (Veritatis Splendor). Puede parecer incómoda, dar la sensación de cortar como una espada afilada, pero es la única capaz de hacer al hombre verdaderamente libre. Creo justo decir que no debemos tener miedo de ir hacia el mundo y de hablar a contracorriente. Creo también que es importante estudiar nuestro Credo para profesarlo íntegramente, aunque, trágicamente, incluso entre los presbíteros haya quien lo considere ya obsoleto y «no crea en él». En el silencio de nuestras habitaciones, en nuestras familias, en las parroquias o en los conventos, dondequiera que se trabaje, estamos preparando la primavera de la Iglesia. Tal vez no la veamos con nuestros ojos mortales, pero la estamos construyendo en la fe y en la caridad sapiencial. Todo pasa, solo Dios permanece. Y quien permanece en Dios ya ha vencido al mundo. Stat Crux dum volvitur orbis: la Cruz permanece firme mientras el mundo gira. Permanezcamos aferrados a esta Cruz gloriosa, y seremos inamovibles en la esperanza.

Santa Maria Novella, Florencia, a 29 de enero 2026

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Il razionale, tra simbolo, storia e fraintendimenti estetici – The rationale: between symbol, history, and aesthetic misunderstandings – El racional: entre símbolo, historia y malentendidos estéticos

Italian, english, español

 

IL RAZIONALE: TRA SIMBOLO, STORIA E FRAINTENDIMENTI ESTETICI

È bene dirlo con chiarezza, anche a costo di deludere qualche entusiasmo ingenuo: molti paramenti liturgici cristiani derivano da abiti civili, onorifici o religiosi precristiani. La casula deriva dalla paenula romana, la dalmatica da un indumento di origine orientale, la stola da segni di distinzione civile.

— Pastorale liturgica —

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AutoreSimone Pifizzi

Autore
Simone Pifizzi

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Una delle tentazioni più diffuse in certi ambiti ecclesiali è quella di fermarsi all’apparato esteriore della liturgia, trasformando paramenti, colori e forme in oggetti di contemplazione estetica, talora persino di compiacimento identitario.

Ieri, nella celebrazione dei Vespri nella Festa della Conversione di San Paolo, nella Basilica Ostiense, il Sommo Pontefice Leone XIV ha indossato per la prima volta nel suo pontificato, il razionale. Il rischio — già ampiamente verificabile su vari social media —, è quello di cedere a entusiasmi fervorosi per ciò che “si vede”, accompagnati però da una conoscenza spesso assai approssimativa — quando non del tutto assente — della genesi storica, del significato simbolico e della funzione teologica di quegli stessi elementi che tanto affascinano.

Il razionale rientra pienamente in questa categoria: paramento rarissimo, evocato con toni quasi mitologici, talvolta citato come emblema di una liturgia “più autentica”, ma in realtà poco conosciuto nella sua origine e nel suo senso profondo. Proprio per questo si presta bene a una riflessione che vada oltre l’estetica e recuperi la dimensione simbolica e storica della liturgia. Ma che cos’è il razionale? Con il termine razionale si indica un paramento liturgico indossato sopra la casula o il piviale, di forma generalmente rettangolare o leggermente arcuata, riccamente decorato, portato sul petto e fissato alle spalle. Non si tratta di un paramento di uso universale nella Chiesa latina, né di un elemento costitutivo della celebrazione eucaristica.

Utilizzato in alcuni contesti specifici, soprattutto in ambito episcopale, con particolare riferimento a determinate Chiese locali — notoriamente quella di Eichstätt e, in forma diversa, di Cracovia —. L’uso del razionale non è mai stato normativo per tutta la Chiesa, né tantomeno necessario alla validità o liceità del rito.

Di origine biblica, il nome stesso razionale rimanda esplicitamente al pettorale del sommo sacerdote dell’Antico Testamento, descritto nel libro dell’Esodo (Es 28,15-30). Quel pettorale — chiamato חֹשֶׁן הַמִּשְׁפָּט (ḥōšen ha-mišpāṭ) “pettorale del giudizio” — portava dodici pietre preziose, simbolo delle dodici tribù di Israele, ed era segno della responsabilità sacerdotale nel portare il popolo davanti a Dio.

Il Cristianesimo nascente, come ha fatto con molti elementi del mondo antico, non ha rigettato simboli preesistenti, ma li ha assunti e trasfigurati. La liturgia cristiana non nasce in un vuoto culturale, si innesta nella storia, assume forme, linguaggi, simboli — anche provenienti dal mondo pagano o giudaico — e li riconduce a Cristo. In questa prospettiva, il razionale non è un ornamento decorativo, ma un segno teologico: richiama il ministero della responsabilità, del discernimento e del giudizio esercitato non in nome proprio, ma davanti a Dio e per il bene del popolo.

È poi bene dirlo con chiarezza, anche a costo di deludere qualche entusiasmo ingenuo: molti paramenti liturgici cristiani derivano da abiti civili, onorifici o religiosi precristiani. La casula deriva dalla paenula romana, la dalmatica da un indumento di origine orientale, la stola da segni di distinzione civile. Questo non ha mai rappresentato un problema per la Chiesa.

La liturgia non è mai stata una “ricostruzione archeologica” di un’epoca pura e incontaminata. È sempre stata, invece, un’opera di inculturazione e trasfigurazione. Ciò che cambia non è la forma esterna in sé, ma il significato che la Chiesa le attribuisce. Anche il razionale si colloca in questa linea: non un residuo di un passato idealizzato, ma un segno che ha avuto senso in determinati contesti ecclesiali e che oggi conserva soprattutto un valore storico e simbolico, non normativo.

Dal punto di vista strettamente liturgico, il razionale non è mai stato un paramento di uso ordinario, né tantomeno universale. Il suo utilizzo è sempre stato legato a concessioni particolari, tradizioni locali o privilegi specifici, mai a una prescrizione generale della Chiesa latina. Questo dato è fondamentale per evitare un errore ricorrente: confondere ciò che è simbolicamente suggestivo con ciò che è teologicamente necessario. La liturgia non cresce per accumulo di elementi esteriori, ma per chiarezza del segno e fedeltà alla sua funzione primaria: rendere visibile l’azione salvifica di Cristo.

Quando il razionale — come altri paramenti rari o desueti — viene assunto come vessillo identitario da certe forme di estetismo o come prova di una presunta superiorità liturgica, si cade in un fraintendimento profondo. La liturgia non è un museo, né un palcoscenico. È azione della Chiesa, non auto-rappresentazione di un gusto. Conoscere la storia dei paramenti, il loro sviluppo e il loro significato autentico non impoverisce la liturgia: la libera da letture ideologiche e la restituisce alla sua verità più profonda.

Dunque il razionale non è un feticcio liturgico né un simbolo di un’età dell’oro perduta. È un segno storico, teologico e simbolico che parla di responsabilità, di discernimento e di servizio. Compreso nel suo contesto, arricchisce la comprensione della liturgia; isolato e assolutizzato, la impoverisce. La vera tradizione non consiste nel moltiplicare gli ornamenti, ma nel custodire il senso. E il senso della liturgia, ieri come oggi, non è l’estetica, ma Cristo.

Firenze, 26 gennaio 2026

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THE RATIONALE: BETWEEN SYMBOL, HISTORY, AND AESTHETIC MISUNDERSTANDINGS

It must be stated clearly, even at the risk of disappointing some naïve enthusiasm: many Christian liturgical vestments derive from pre-Christian civil, honorific, or religious garments. The chasuble derives from the Roman paenula, the dalmatic from a garment of Eastern origin, and the stole from marks of civil distinction.

— Liturgical pastoral —

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AutoreSimone Pifizzi

Autore
Simone Pifizzi

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One of the most widespread temptations in certain ecclesial circles is to stop at the outward apparatus of the liturgy, transforming vestments, colours, and forms into objects of aesthetic contemplation and, at times, even of identity-driven self-complacency.

 

Yesterday, during the celebration of Vespers on the Feast of the Conversion of Saint Paul, in the Basilica of Saint Paul Outside the Walls, the Supreme Pontiff Leo XIV wore the rationale for the first time in his pontificate. The risk — already clearly observable across various social media platforms — is to give way to fervent enthusiasm for what “is seen”, accompanied, however, by a knowledge that is often highly approximate — when not entirely absent — of the historical genesis, symbolic meaning, and theological function of those very elements that so strongly fascinate.

The rationale fully belongs to this category: a very rare vestment, evoked in almost mythological terms, at times cited as an emblem of a “more authentic” liturgy, yet in reality scarcely known in its origin and deeper meaning. Precisely for this reason, it lends itself well to a reflection that goes beyond aesthetics and recovers the symbolic and historical dimension of the liturgy. But what, in fact, is the rationale? The term rationale designates a liturgical vestment worn over the chasuble or the cope, generally rectangular or slightly curved in shape, richly decorated, worn on the chest and fastened at the shoulders. It is not a vestment of universal use in the Latin Church, nor is it a constitutive element of the Eucharistic celebration.

It has been used in certain specific contexts, especially within the episcopal sphere, with particular reference to certain local Churches — most notably Eichstätt and, in a different form, Kraków. The use of the rationale has never been normative for the entire Church, nor has it ever been necessary for the validity or liceity of the rite.

Of biblical origin, the very name rationale explicitly refers to the breastplate of the high priest of the Old Testament, described in the Book of Exodus (Ex 28:15–30). That breastplate — called חֹשֶׁן הַמִּשְׁפָּט (ḥōšen ha-mišpāṭ), “breastplate of judgment” — bore twelve precious stones, symbolising the twelve tribes of Israel, and signified the priestly responsibility of bearing the people before God.

Early Christianity, as it did with many elements of the ancient world, did not reject pre-existing symbols but assumed and transfigured them. Christian liturgy does not arise in a cultural vacuum; it is grafted into history, assumes forms, languages, and symbols — including those drawn from the pagan or Jewish world — and reorients them toward Christ. In this perspective, the rationale is not a decorative ornament, but a theological sign: it recalls the ministry of responsibility, discernment, and judgment exercised not in one’s own name, but before God and for the good of the people.

It must also be stated clearly, even at the cost of disappointing some ingenuous enthusiasm: many Christian liturgical vestments derive from pre-Christian civil, honorific, or religious garments. The chasuble derives from the Roman paenula, the dalmatic from a garment of Eastern origin, and the stole from marks of civil distinction. This has never constituted a problem for the Church.

The liturgy has never been an “archaeological reconstruction” of a pure and uncontaminated age. Rather, it has always been a work of inculturation and transfiguration. What changes is not the external form as such, but the meaning that the Church attributes to it. The rationale too belongs to this line: not a remnant of an idealised past, but a sign that made sense in specific ecclesial contexts and that today retains primarily a historical and symbolic value, not a normative one.

From a strictly liturgical point of view, the rationale has never been a vestment of ordinary or universal use. Its employment has always been linked to particular concessions, local traditions, or specific privileges, never to a general prescription of the Latin Church. This datum is fundamental in order to avoid a recurrent error: confusing what is symbolically evocative with what is theologically necessary. The liturgy does not grow through the accumulation of external elements, but through clarity of sign and fidelity to its primary function: making visible the saving action of Christ.

When the rationale — like other rare or obsolete vestments — is taken up as an identity banner by certain forms of aestheticism or as proof of an alleged liturgical superiority, one falls into a profound misunderstanding. The liturgy is not a museum, nor a stage. It is the action of the Church, not the self-representation of a taste. Knowing the history of vestments, their development, and their authentic meaning does not impoverish the liturgy: it frees it from ideological readings and restores it to its deepest truth.

The rationale, therefore, is neither a liturgical fetish nor a symbol of a lost golden age. It is a historical, theological, and symbolic sign that speaks of responsibility, discernment, and service. Understood within its context, it enriches the understanding of the liturgy; isolated and absolutised, it impoverishes it. True tradition does not consist in multiplying ornaments, but in safeguarding meaning. And the meaning of the liturgy, yesterday as today, is not aesthetics, but Christ.

Florence, 26 January 2026

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EL RACIONAL: ENTRE SÍMBOLO, HISTORIA Y MALENTENDIDOS ESTÉTICOS

Conviene decirlo con claridad, aun a riesgo de desilusionar algún entusiasmo ingenuo: muchos paramentos litúrgicos cristianos proceden de vestimentas civiles, honoríficas o religiosas precristianas. La casulla deriva de la paenula romana, la dalmática de una prenda de origen oriental y la estola de signos de distinción civil.

— Pastoral liturgica —

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AutoreSimone Pifizzi

Autore
Simone Pifizzi

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Una de las tentaciones más extendidas en ciertos ambientes eclesiales es detenerse en el aparato exterior de la liturgia, transformando paramentos, colores y formas en objetos de contemplación estética y, en ocasiones, incluso de complacencia identitaria.

Ayer, durante la celebración de las Vísperas en la Fiesta de la Conversión de San Pablo, en la Basílica de San Pablo Extramuros, el Sumo Pontífice León XIV vistió por primera vez en su pontificado el racional. El riesgo — ya ampliamente verificable en diversas redes sociales — es ceder a entusiasmos fervorosos por aquello que “se ve”, acompañados, sin embargo, de un conocimiento a menudo muy aproximado — cuando no totalmente ausente — de la génesis histórica, del significado simbólico y de la función teológica de esos mismos elementos que tanto fascinan.

El racional se inscribe plenamente en esta categoría: un paramento rarísimo, evocado con tonos casi mitológicos, a veces citado como emblema de una liturgia “más auténtica”, pero en realidad poco conocido en su origen y en su sentido profundo. Precisamente por ello, se presta a una reflexión que vaya más allá de la estética y recupere la dimensión simbólica e histórica de la liturgia. Pero ¿qué es el racional? Con el término racional se designa un paramento litúrgico que se lleva sobre la casulla o el pluvial, generalmente de forma rectangular o ligeramente curvada, ricamente decorado, colocado sobre el pecho y sujeto a los hombros. No se trata de un paramento de uso universal en la Iglesia latina, ni de un elemento constitutivo de la celebración eucarística.

Su uso se ha dado en algunos contextos específicos, sobre todo en el ámbito episcopal, con especial referencia a determinadas Iglesias locales — de modo notorio la de Eichstätt y, en forma diversa, la de Cracovia —. El uso del racional nunca ha sido normativo para toda la Iglesia, ni mucho menos necesario para la validez o licitud del rito.

De origen bíblico, el propio nombre racional remite explícitamente al pectoral del sumo sacerdote del Antiguo Testamento, descrito en el libro del Éxodo (Ex 28,15-30). Aquel pectoral — llamado חֹשֶׁן הַמִּשְׁפָּט (ḥōšen ha-mišpāṭ), “pectorál del juicio” — llevaba doce piedras preciosas, símbolo de las doce tribus de Israel, y era signo de la responsabilidad sacerdotal de llevar al pueblo delante de Dios.

El cristianismo naciente, como hizo con muchos elementos del mundo antiguo, no rechazó símbolos preexistentes, sino que los asumió y los transfiguró. La liturgia cristiana no nace en un vacío cultural: se inserta en la historia, asume formas, lenguajes y símbolos — también procedentes del mundo pagano o judío — y los reconduce a Cristo. En esta perspectiva, el racional no es un ornamento decorativo, sino un signo teológico: remite al ministerio de la responsabilidad, del discernimiento y del juicio ejercidos no en nombre propio, sino ante Dios y para el bien del pueblo.

Conviene también decirlo con claridad, aun a costa de desilusionar algún entusiasmo ingenuo: muchos paramentos litúrgicos cristianos proceden de vestimentas civiles, honoríficas o religiosas precristianas. La casulla deriva de la paenula romana, la dalmática de una prenda de origen oriental y la estola de signos de distinción civil. Esto nunca ha representado un problema para la Iglesia.

La liturgia nunca ha sido una “reconstrucción arqueológica” de una época pura e incontaminada. Ha sido siempre, en cambio, una obra de inculturación y transfiguración. Lo que cambia no es la forma exterior en sí misma, sino el significado que la Iglesia le atribuye. El racional se sitúa también en esta línea: no como residuo de un pasado idealizado, sino como un signo que tuvo sentido en determinados contextos eclesiales y que hoy conserva sobre todo un valor histórico y simbólico, no normativo.

Desde el punto de vista estrictamente litúrgico, el racional nunca ha sido un paramento de uso ordinario ni universal. Su utilización ha estado siempre vinculada a concesiones particulares, tradiciones locales o privilegios específicos, nunca a una prescripción general de la Iglesia latina. Este dato es fundamental para evitar un error recurrente: confundir lo que resulta simbólicamente sugestivo con lo que es teológicamente necesario. La liturgia no crece por acumulación de elementos exteriores, sino por claridad del signo y fidelidad a su función primaria: hacer visible la acción salvífica de Cristo.

Cuando el racional — como otros paramentos raros o en desuso — es asumido como estandarte identitario por ciertas formas de esteticismo o como prueba de una presunta superioridad litúrgica, se incurre en un malentendido profundo. La liturgia no es un museo ni un escenario. Es acción de la Iglesia, no autorrepresentación de un gusto. Conocer la historia de los paramentos, su desarrollo y su significado auténtico no empobrece la liturgia: la libera de lecturas ideológicas y la devuelve a su verdad más profunda.

El racional, por tanto, no es un fetiche litúrgico ni un símbolo de una edad de oro perdida. Es un signo histórico, teológico y simbólico que habla de responsabilidad, discernimiento y servicio. Comprendido en su contexto, enriquece la comprensión de la liturgia; aislado y absolutizado, la empobrece. La verdadera tradición no consiste en multiplicar ornamentos, sino en custodiar el sentido. Y el sentido de la liturgia, ayer como hoy, no es la estética, sino Cristo.

Florencia, 26 de enero de 2026

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Il caso Fede&Cultura e l’importanza di non seguire una “teologia della emotività” che si oppone al Magistero della Chiesa

IL CASO FEDE & CULTURA E L’IMPORTANZA DI NON SEGUIRE  UNA “TEOLOGIA DELLA EMOTIVITÀ” CHE SI OPPONE AL MAGISTERO DELLA CHIESA

La teologia non si esercita per reazione emotiva, ma per argomentazione scientifica, tramite uso coerente di precise categorie speculative, con distinzione dei piani e rispetto dei livelli del discorso. Se mancano questi presupposti, non si ha una confutazione teologica, ma un intervento estraneo al campo stesso della teologia.

— Attualità ecclesiale —

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In risposta al mio recente articolo L’insopprimibile fascino esercitato su certi laici dalla “teologia della mutanda”, il dott. Giovanni Zenone, direttore delle Edizioni Fede&Cultura ha diffuso un video di replica che qui inserisco.

È necessario anzitutto chiarire un punto di metodo: la teologia non si esercita per reazione emotiva, ma per argomentazione scientifica, tramite uso coerente di precise categorie speculative, con distinzione dei piani e rispetto dei livelli del discorso. Se mancano questi presupposti, non si ha una confutazione teologica, ma un intervento estraneo al campo stesso della teologia.

Il mio articolo avanzava una tesi precisa, articolata e verificabile (cfr Qui). Chiunque lo legga ed esamini poi il contenuto della replica del dott. Zenone, potrà constatare un dato oggettivo: le questioni da me sollevate non vengono affrontate nel loro merito, ma aggirate mediante uno spostamento del discorso su piani laterali, che non toccano l’argomentazione da me proposta, anzi: neppure la sfiorano.

Chiunque può verificare che nel testo contestato ho esplicitamente chiarito di intervenire in qualità di sacerdote, pastore in cura d’anime, confessore e direttore spirituale. La replica del dott. Zenone richiama invece genericamente il diritto dei laici a esprimersi eludendo però il punto centrale, senza tenere conto che il discorso non verteva sul diritto di parola o di critica, ma sull’esperienza ecclesiale specifica dalla quale trae origine la riflessione: il Sacramento della Penitenza e la direzione spirituale, dove ad operare sono i presbiteri, non i laici. È da questa prassi concreta, non da una costruzione teorica astratta, che il mio intervento prende avvio e si struttura. E su questo piano specifico, la replica risulta semplicemente non pertinente.

L’argomento secondo cui l’aver avuto sei figli lascia sottintendere una sorta di competenza superiore a quella dei sacerdoti in ambito morale e pastorale rientra in una tipologia argomentativa ben nota, storicamente utilizzata da ambienti laicisti e anticlericali per delegittimare il magistero e la parola del clero su questioni familiari e relazionali. Riproporre tale schema non rafforza il discorso, ma ne rivela la debolezza metodologica.

Vi è poi un punto centrale, che non ammette ambiguità. Il dott. Zenone ha pubblicamente contestato più volte, con toni duri e irrispettosi, il Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede in relazione alla Nota dottrinale Mater Populi Fidelis, concernente l’inopportunità dell’uso del titolo di “corredentrice” riferito alla Beata Vergine Maria. Ora, il fatto determinante è il seguente: quel documento, approvato dal Sommo Pontefice che ne ha ordinata la pubblicazione, rientra nel Magistero autentico della Chiesa. Questo dato, di per sé, chiude il problema sul piano ecclesiale a ogni pretestuoso “diritto di critica”.

Replicare poi invocando la libertà di pensiero per respingere questo atto equivale a confondere deliberatamente il piano della ricerca teologica con quello dell’assenso dovuto al Magistero. La libertà teologica non autorizza la contestazione pubblica e sprezzante di un documento approvato dal Sommo Pontefice, né consente di porre sullo stesso piano opinioni personali e atti dell’autorità ecclesiale, salvo poi proclamarsi teologi, difensori della fede e formatori cattolici.

Il richiamo a santi, mistici o a singole affermazioni di Pontefici del passato non modifica questo quadro, perché la teologia cattolica ha sempre distinto:

– le espressioni devozionali o mistiche, che non vincolano ad alcun titolo la fede dei credenti;

– le affermazioni fatte dai Pontefici come dottori privati;

– gli atti del Magistero autentico, che richiedono invece adesione ecclesiale unita a filiale rispetto e devota obbedienza al Romano Pontefice e ai Vescovi.

È inoltre un dato storico incontestabile che San Giovanni Paolo II abbia sempre respinta la richiesta di definire il dogma di Maria corredentrice; che Benedetto XVI abbia evidenziato le difficoltà cristologiche poste dal termine stesso; che Francesco, così come infine Leone XIV, abbiano confermato tale orientamento, approvando la Nota dottrinale in questione. Di fronte a questo insieme coerente di dati, l’insistenza su citazioni isolate e decontestualizzate non costituisce argomentazione teologica, ma una selezione ideologica delle fonti, preceduta e accompagnata dalla loro manipolazione, previo approccio dilettantesco alla teologia e alla storia del dogma che sortisce, come effetto, quello di avvelenare le membra più semplici del Popolo di Dio, lo stesso che noi dobbiamo tutelare e proteggere per imperativo di coscienza, in quanto Sacerdoti di Cristo istituiti per insegnare, santificare e guidare.

Applicando lo stesso criterio di estrapolazione e manipolazione, si potrebbe contestare il dogma dell’Immacolata Concezione richiamando le riserve di San Tommaso d’Aquino, oppure rimettere in discussione l’attuale disciplina della Penitenza sulla base delle posizioni di Sant’Ambrogio e di San Gregorio Magno, maturate in un contesto storico radicalmente diverso, quando questo Sacramento non era ripetibile ed era amministrabile una sola volta nella vita e mai più. Sempre seguendo questa logica anti-teologica e anti-storica, si potrebbe smentire persino il Primo Concilio di Nicea, rifacendosi a ipotesi e opinioni espresse da diversi Santi Padri prima dell’anno 325.

È dunque immediatamente evidente l’inconsistenza di tale metodo che — tra santi e mistici, messaggi di Fatima e maldestre vite di Gesù romanzate da Maria Valtorta — ricondurrebbe il discorso nell’ambito del pietismo e del fideismo più desolante, realtà che nulla hanno a che spartire con la fede cattolica e con la speculazione teologica propriamente e scientificamente detta.

Dai video diffusi dal dott. Zenone emerge un approccio non propriamente corretto e non pienamente ortodosso alla teologia fondamentale: si rilevano forme manifeste di ostilità nei confronti del Magistero della Chiesa; ci si erge a difensori della “vera fede” e della “vera tradizione”, che tali gruppi pretenderebbero di tutelare di fronte a un operato di Pontefici e Vescovi da loro ritenuto dottrinalmente discutibile; il tutto viene mascherato sotto il richiamo alla libertà di pensiero e di opinione, che però, nei fatti, si risolve in prese di posizione ideologiche.

Il quadro si completa — e qui concludo — con una serie di altri video “altamente formativi”, distinti e successivi rispetto a quello oggetto di questa mia risposta, che si commentano da sé. Per citarne uno soltanto, tra i molti, basti pensare ad affermazioni di inaudita gravità quali ad esempio: «L’eresia è peggiore della pedofilia»

Si tratta di un’affermazione priva di ogni criterio logico e teologico, fondata su un accostamento improprio tra delle realtà radicalmente differenti sul piano ontologico e morale. Sono paragoni che, se proposti da chi si presenta come teologo, pedagogo e formatore cattolico, non possono essere liquidati come semplici ingenuità espressive, ma rivelano una grave carenza di prudenza e discernimento metodologico sul piano pedagogico e teologico.

Dall’Isola di Patmos, 14 gennaio 2026

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L’insopprimibile fascino esercitato su certi laici dalla “Teologia della Mutanda” – The irresistible fascination exerted on certain lay people by the “Theology of the Underwear” – El fascinante e irresistible atractivo que ejerce sobre ciertos laicos la “Teología de la Braga” – Die unwiderstehliche Faszination, die die „Unterwäsche-Theologie“ auf bestimmte Laien ausübt

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L’INSOPPRIMIBILE FASCINO ESERCITATO SU CERTI LAICI DALLA “TEOLOGIA DELLA MUTANDA”

È bene ricordare a questi laici — che da una parte stabiliscono «Fino a dove arrivare?» secondo la loro “teologia della mutanda” e che dall’altra sono protagonisti del pubblico disprezzo della legittima Autorità ecclesiastica —, che la contestazione sistematica, pubblica e sprezzante del Magistero della Chiesa costituisce un peccato ben più grave, più serio e più oggettivamente disordinato della fragilità affettiva di due giovani che vivono una relazione al di fuori del matrimonio.

— Attualità ecclesiale —

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Ogni epoca ecclesiale conosce le proprie deformazioni morali. Una delle più ricorrenti — perché apparentemente rassicurante — è quella che riduce la questione del bene e del male quasi esclusivamente alla sfera sessuale. Una riduzione che non nasce dalla serietà morale, ma da una semplificazione tanto rozza quanto fuorviante che finisce per tradire proprio ciò che pretende di difendere.

Nel dibattito ecclesiale contemporaneo, soprattutto in alcuni ambienti laicali legati a una non meglio precisata tradizione, si assiste a un fenomeno curioso e insieme preoccupante: l’emergere di una sorta di “teologia della mutanda”, nella quale il mistero del male viene sostanzialmente circoscritto a ciò che accade — o si presume accada — dalla cintura in giù. Tutto il resto può passare in secondo piano: la carità ferita, la giustizia calpestata, la verità manipolata, la coscienza violentata. L’importante è che la mutanda resti al suo posto, reale o simbolica che sia.

Moralismo e morale non sono la stessa cosa, è bene chiarirlo subito: non coincidono, anzi spesso si oppongono. Il moralismo è una caricatura della morale, perché si fonda su criteri rigidi, astratti e selettivi, mentre la morale cattolica si regge sulla carità, virtù teologale che non elimina la verità, ma la rende abitabile per l’uomo concreto, fragile e peccatore.

Il bigottismo, il puritanesimo nel senso peggiore del termine e il moralismo ossessivo sono realtà ben note, ma va detto con onestà che molto raramente nascono dal ministero sacerdotale vissuto santamente. Più spesso prendono forma in ambienti laicali autoreferenziali, nei quali la mancanza di esperienza pastorale reale viene compensata con una sicurezza dottrinale tanto inflessibile quanto astratta.

Non si tratta di difendere una categoria — quella dei sacerdoti — ma di constatare un dato di fatto: laici che non hanno mai ascoltato una coscienza ferita, che non hanno mai accompagnato un penitente reale, che non hanno mai portato il peso di certe delicate direzioni spirituali, difficilmente possiedono gli strumenti per giudicare con equilibrio la complessità del peccato umano. Malgrado ciò si lanciano su temi che toccano le sfere più intime e delicate degli animi umani, spesso anche in modo saccente, dando così ai laicisti un’immagine bizzarra della Cattolicità e aumentando i loro pregiudizi e i loro giudizi negativi sulla Chiesa Cattolica.

La gerarchia dei peccati è una verità spesso dimenticata. La tradizione morale cattolica ha sempre insegnato che non tutti i peccati hanno lo stesso peso. Esiste una gerarchia oggettiva del male, fondata sulla gravità della materia, sull’intenzionalità e sulle conseguenze. E in questa gerarchia, i peccati contro la carità, la giustizia e la verità occupano un posto ben più alto rispetto a molte colpe legate alla sfera sessuale.

Eppure, per i cultori della “teologia della mutanda”, questa distinzione sembra insopportabile. Meglio un peccato grave contro la carità, purché ben vestito, che una fragilità umana vissuta nella lotta e nella vergogna. Meglio l’ipocrisia rispettabile che la verità faticosa. Così, ciò che dovrebbe scandalizzare — l’odio, la menzogna, l’abuso di potere, la manipolazione delle coscienze — viene relativizzato, mentre ciò che riguarda l’intimità delle persone diventa il campo privilegiato di una sorveglianza ossessiva, tutta quanta tipica – ripeto – di certi laici bigotti, non dei preti.

La “teologia della mutanda” è un’ossessione che dice spesso più di chi giudica che di chi viene giudicato. L’ossessione maniacale alle camere da letto, ai centimetri, alle posture e alle intenzioni presunte rivela una difficoltà profonda ad abitare il proprio mondo interiore. È più facile misurare il peccato degli altri con il bilancino dell’orefice che fare i conti con la propria coscienza. Il sacerdote, invece, quando esercita seriamente il suo ministero, parte da un presupposto elementare e tutt’altro che teorico: tutti siamo peccatori, noi per primi chiamati ad assolvere i peccati. È questa consapevolezza che genera misericordia, non il lassismo; comprensione, non il relativismo. La misericordia cristiana non nasce da una minimizzazione del peccato, ma dalla conoscenza reale dell’uomo.

Non è un caso che il Vangelo riservi parole durissime non tanto ai peccatori manifesti, quanto a coloro che trasformano la legge in uno strumento di oppressione. Quel monito di Gesù, spesso dimenticato dai laici moralisti di professione, resta di una attualità sconcertante:

«Guai anche a voi, dottori della legge, che caricate gli uomini di pesi insopportabili, e quei pesi voi non li toccate nemmeno con un dito!» (Lc 11,46).

È davanti a questa parola che ogni facile “teologia della mutanda” dovrebbe crollare. Perché il problema non è la difesa della morale, ma l’uso perverso della morale come strumento di controllo, di autoassoluzione e di superiorità spirituale.

Una morale che perde il contatto con la carità diventa ideologia. Una morale che seleziona i peccati in base alla propria ossessione smette di essere cristiana. Una morale che ignora la gerarchia del male finisce per proteggere i peccati più gravi e perseguitare quelli più visibili.

La “teologia della mutanda” non è segno di fedeltà alla dottrina, ma di una profonda incomprensione del Vangelo. Non difende la morale cattolica: la tradisce. E, paradossalmente, rende un pessimo servizio proprio a quella Chiesa che pretende di voler salvare.

Per concludere con un concreto esempio realmente incarnato: nei giorni scorsi ho avuto modo di raccogliere il dolore di un uomo che si è sentito tradito e abbandonato da un altro uomo che aveva amato — e che continuava ad amare — con il quale aveva intrecciato una relazione poi bruscamente interrotta. Un dolore vero, lacerante, che non aveva bisogno di lezioni, ma di ascolto. Ho forse pronunciato giudizi morali? Ho forse stilato una casistica di colpe o misurato quella relazione con il bilancino della morale astratta? Assolutamente no. Il mio compito sacerdotale, in quel momento, era accogliere un’anima ferita, raccoglierne il dolore, aiutarla — per quanto possibile — a non soccombere sotto il peso della delusione e dell’abbandono.

Non oso immaginare quale “lezione sulla purezza” avrebbe ricevuto quell’uomo se si fosse rivolto a certi zelanti animatori laicali che, con aria sorridente e linguaggio patinato, si propongono persino come formatori cattolici, salvo poi permettersi di insultare pubblicamente con insolenza il Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede e di contestarne ripetutamente i documenti ufficiali approvati dal Sommo Pontefice.

Infatti, lo stesso Signore che in video spiega ai giovani «Fino dove arrivare?» è il solito che con altrettanti video ha scaricato autobotti di fango contro il Cardinale Víctor Manuel Fernández per un documento approvato dal Sommo Pontefice — e dunque atto autentico del Magistero —, rinchiuso con i propri sodali nella logica di una Chiesa “a-modo-mio”, dove l’autorità è accettata solo quando conferma le loro ossessioni: dal Vetus Ordo Missae all’aberrazione teologica di Maria Corredentrice.

È bene allora ricordare a questi laici che da una parte stabiliscono «Fino dove arrivare?» secondo la loro “teologia della mutanda” e che dall’altra sono protagonisti del pubblico disprezzo della legittima Autorità ecclesiastica —, che la contestazione sistematica, pubblica e sprezzante del Magistero della Chiesa costituisce un peccato ben più grave, più serio e più oggettivamente disordinato della fragilità affettiva di due giovani che vivono una relazione al di fuori del matrimonio. Lo affermo senza ambiguità da uomo, da sacerdote, da teologo, da confessore e da direttore spirituale. Perché sono un prete e, prima ancora, un peccatore. E di questo ringrazio Dio, come prima di me lo hanno ringraziato altri due grandi peccatori: San Paolo e Sant’Agostino.

Amen.

Dall’Isola di Patmos, 13 gennaio 2026

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THE IRRESISTIBLE FASCINATION EXERTED ON CERTAIN LAY PEOPLE BY THE “THEOLOGY OF THE UNDERWEAR”

It is therefore fitting to remind these lay people — who on the one hand establish “how far you may go” according to their theology of the underwear, and on the other hand make themselves protagonists of public contempt for legitimate ecclesial authority — that the systematic, public, and contemptuous contestation of the Magisterium of the Church constitutes a sin far more grave, more serious, and more objectively disordered than the affective fragility of two young people who live a relationship outside of marriage.

— Eclesial actuality —

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Every ecclesial age knows its own moral distortions. One of the most recurrent — precisely because it appears reassuring — is the tendency to reduce the question of good and evil almost exclusively to the sexual sphere. This reduction does not arise from moral seriousness, but from a simplification that is as crude as it is misleading, and which ultimately betrays precisely what it claims to defend.

In contemporary ecclesial debate, especially in certain lay environments loosely connected to an ill-defined notion of “tradition”, one observes a curious and at the same time troubling phenomenon: the emergence of a kind of “theology of the underwear”, in which the mystery of evil is essentially confined to what happens — or is presumed to happen — below the waist. Everything else may be relegated to the background: wounded charity, trampled justice, manipulated truth, violated conscience. What matters is that the underwear remains in place, whether real or symbolic.

Moralism and moral theology are not the same thing; this must be made clear at once. They do not coincide — indeed, they often stand in opposition. Moralism is a caricature of morality, because it is based on rigid, abstract and selective criteria, whereas Catholic moral teaching rests upon charity, the theological virtue that does not abolish truth but renders it habitable for the concrete, fragile and sinful human being.

Bigotry, puritanism in its worst sense, and obsessive moralism are well-known realities; yet it must be said honestly that they very rarely arise from a priestly ministry lived in a holy and authentic manner. Much more often they take shape in self-referential lay circles, where the lack of real pastoral experience is compensated by a doctrinal self-assurance that is as inflexible as it is abstract.

This is not a matter of defending a category — that of priests — but of acknowledging a simple fact: lay people who have never listened to a wounded conscience, who have never accompanied a real penitent, who have never borne the weight of delicate spiritual direction, can scarcely possess the tools required to judge with balance the complexity of human sin. Yet they rush headlong into issues that touch the most intimate and delicate spheres of the human soul, often in a pedantic manner, thus offering secularists a bizarre image of Catholicism and reinforcing their prejudices and negative judgments about the Catholic Church.

The hierarchy of sins is a truth that is often forgotten. Catholic moral tradition has always taught that not all sins carry the same weight. There exists an objective hierarchy of evil, grounded in the gravity of the matter, intentionality, and consequences. Within this hierarchy, sins against charity, justice, and truth occupy a far more serious place than many faults connected to the sexual sphere.

And yet, for the devotees of the “theology of the underwear”, this distinction appears intolerable. Better a grave sin against charity, provided it is well dressed, than a human fragility lived in struggle and shame. Better respectable hypocrisy than demanding truth. Thus, what ought truly to scandalize — hatred, lies, abuse of power, manipulation of consciences — is relativized, while everything concerning personal intimacy becomes the privileged field of an obsessive surveillance, entirely typical — I repeat — of certain bigoted lay people, not of priests.

The “theology of the underwear” is an obsession that often reveals far more about those who judge than about those who are judged. A manic fixation on bedrooms, measurements, postures, and presumed intentions betrays a profound inability to inhabit one’s own interior world. It is easier to measure the sins of others with the goldsmith’s scale than to come to terms with one’s own conscience. The priest, on the other hand, when he exercises his ministry seriously, begins from an elementary and anything but theoretical premise: all of us are sinners — we who are first called to absolve sins. It is this awareness that gives rise to mercy, not laxity; understanding, not relativism. Christian mercy is not born from minimizing sin, but from a real knowledge of the human person.

It is no coincidence that the Gospel reserves its harshest words not so much for manifest sinners as for those who transform the law into an instrument of oppression. That warning of Jesus, so often forgotten by professional lay moralists, remains strikingly актуal:

“Woe also to you, lawyers, for you load people with burdens hard to bear, and you yourselves do not lift a finger to ease them!” (Lk 11:46)

It is before this word that every facile “theology of the underwear” ought to collapse. For the problem is not the defense of morality, but the perverse use of morality as an instrument of control, self-absolution, and spiritual superiority.

A morality that loses contact with charity becomes ideology. A morality that selects sins according to its own obsessions ceases to be Christian. A morality that ignores the hierarchy of evil ends up protecting the gravest sins and persecuting those that are merely more visible.

The “theology of the underwear” is not a sign of fidelity to doctrine, but of a profound misunderstanding of the Gospel. It does not defend Catholic morality; it betrays it. And, paradoxically, it renders a very poor service precisely to the Church it claims to want to save.

To conclude with a concrete and truly incarnated example: in recent days I had occasion to receive the pain of an excellent young man who felt betrayed and abandoned by another young man whom he had loved — and whom he continued to love — and with whom he had entered into a relationship that was then abruptly broken off. A real, lacerating pain, which did not require lessons, but listening. Did I pronounce moral judgments? Did I draw up a casuistry of faults or measure that relationship with the scales of abstract morality? Absolutely not. My priestly task at that moment was to welcome a wounded soul, to gather its pain, and to help it — insofar as possible — not to succumb beneath the weight of disappointment and abandonment.

I do not dare imagine what kind of “lesson on purity” that young man would have received had he turned to certain zealous lay animators who, with smiling faces and polished language, present themselves as Catholic formators, only then to permit themselves to publicly and insolently insult the Prefect of the Dicastery for the Doctrine of the Faith and to repeatedly contest official documents approved by the Supreme Pontiff.

The same individual who, in videos, explains to young people “how far you may go”, is the very one who, through other videos, has poured tanker loads of mud upon Cardinal Víctor Manuel Fernández for a document approved by the Supreme Pontiff — and therefore an authentic act of the Magisterium — enclosed together with his associates within the logic of a “Church my way”, in which authority is accepted only when it confirms their obsessions: from the Vetus Ordo Missae to the theological aberration of Mary Co-Redemptrix.

It is therefore fitting to remind these lay people — who on the one hand establish “how far you may go” according to their theology of the underwear, and on the other hand make themselves protagonists of public contempt for legitimate ecclesial authority — that the systematic, public, and contemptuous contestation of the Magisterium of the Church constitutes a sin far more grave, more serious, and more objectively disordered than the affective fragility of two young people who live a relationship outside of marriage.

I affirm this without ambiguity as a man, as a priest, as a theologian, as a confessor, and as a spiritual director. For I am a priest and, before that, a sinner. And for this I give thanks to God, as before me two other great sinners gave thanks: Saint Paul and Saint Augustine.

Amen.

From the Island of Patmos, 13 January 2026

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EL FASCINANTE E IRRESISTIBLE ATRACTIVO QUE EJERCE SOBRE CIERTOS LAICOS LA “TEOLOGÍA DE LA BRAGA”

Conviene, pues, recordar a estos laicos — que por un lado establecen «hasta dónde puedes llegar» según su teología de la braga y por otro se erigen en protagonistas del desprecio público de la legítima Autoridad eclesiástica — que la contestación sistemática, pública y despreciativa del Magisterio de la Iglesia constituye un pecado mucho más grave, más serio y más objetivamente desordenado que la fragilidad afectiva de dos jóvenes que viven una relación fuera del matrimonio.

— Actualidad eclesial —

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Toda época eclesial conoce sus propias deformaciones morales. Una de las más recurrentes — precisamente porque resulta tranquilizadora — es la que reduce la cuestión del bien y del mal casi exclusivamente al ámbito sexual. Se trata de una reducción que no nace de la seriedad moral, sino de una simplificación tan burda como engañosa, que termina traicionando precisamente aquello que pretende defender.

En el debate eclesial contemporáneo, especialmente en ciertos ambientes laicales vinculados a una tradición mal definida, se observa un fenómeno curioso y a la vez preocupante: el surgimiento de una especie de “teología de la braga”, en la cual el misterio del mal queda sustancialmente circunscrito a lo que ocurre — o se presume que ocurre — de la cintura para abajo. Todo lo demás puede quedar en segundo plano: la caridad herida, la justicia pisoteada, la verdad manipulada, la conciencia violentada. Lo importante es que la braga permanezca en su sitio, sea real o simbólica.

Moralismo y moral no son lo mismo; conviene aclararlo desde el inicio. No coinciden y, con frecuencia, se oponen. El moralismo es una caricatura de la moral, porque se apoya en criterios rígidos, abstractos y selectivos, mientras que la moral católica se funda en la caridad, virtud teologal que no elimina la verdad, sino que la hace habitable para el hombre concreto, frágil y pecador.

El beaterío, el puritanismo en su peor acepción y el moralismo obsesivo son realidades bien conocidas; pero debe decirse con honestidad que muy raramente nacen de un ministerio sacerdotal vivido santamente. Con mayor frecuencia toman forma en ambientes laicales autorreferenciales, en los que la falta de una experiencia pastoral real se compensa con una seguridad doctrinal tan inflexible como abstracta.

No se trata de defender una categoría — la de los sacerdotes — sino de constatar un hecho: laicos que jamás han escuchado una conciencia herida, que nunca han acompañado a un penitente real, que nunca han cargado con el peso de delicadas direcciones espirituales, difícilmente poseen los instrumentos necesarios para juzgar con equilibrio la complejidad del pecado humano. Y, sin embargo, se lanzan sobre temas que tocan las esferas más íntimas y delicadas del alma humana, a menudo con actitud pedante, ofreciendo así a los laicistas una imagen extravagante de la Catolicidad y alimentando sus prejuicios y juicios negativos sobre la Iglesia Católica.

La jerarquía de los pecados es una verdad a menudo olvidada. La tradición moral católica ha enseñado siempre que no todos los pecados tienen el mismo peso. Existe una jerarquía objetiva del mal, fundada en la gravedad de la materia, en la intencionalidad y en las consecuencias. Y dentro de esta jerarquía, los pecados contra la caridad, la justicia y la verdad ocupan un lugar mucho más grave que muchas culpas vinculadas al ámbito sexual.

Sin embargo, para los adeptos de la “teología de la braga”, esta distinción resulta insoportable. Mejor un pecado grave contra la caridad, siempre que esté bien vestido, que una fragilidad humana vivida en la lucha y en la vergüenza. Mejor la hipocresía respetable que la verdad exigente. Así, lo que debería escandalizar — el odio, la mentira, el abuso de poder, la manipulación de las conciencias — queda relativizado, mientras que todo lo que se refiere a la intimidad de las personas se convierte en el campo privilegiado de una vigilancia obsesiva, enteramente típica — repito — de ciertos laicos beatos, no de los sacerdotes.

La “teología de la braga” es una obsesión que a menudo dice más de quien juzga que de quien es juzgado. La fijación maníaca por los dormitorios, los centímetros, las posturas y las intenciones presuntas revela una profunda dificultad para habitar el propio mundo interior. Es más fácil medir el pecado ajeno con la balanza del orfebre que afrontar la propia conciencia. El sacerdote, en cambio, cuando ejerce seriamente su ministerio, parte de un presupuesto elemental y nada teórico: todos somos pecadores, empezando por nosotros, que somos los primeros llamados a absolver los pecados. Es esta conciencia la que genera misericordia, no laxitud; comprensión, no relativismo. La misericordia cristiana no nace de minimizar el pecado, sino del conocimiento real del hombre.

No es casualidad que el Evangelio reserve palabras durísimas no tanto para los pecadores manifiestos, cuanto para quienes transforman la ley en un instrumento de opresión. Aquella advertencia de Jesús, tan a menudo olvidada por los moralistas laicos de profesión, conserva una actualidad desconcertante:

«¡Ay también de vosotros, doctores de la ley, que cargáis a los hombres con pesos insoportables y vosotros no los tocáis ni con un dedo!» (Lc 11,46)

Es ante esta palabra que toda fácil “teología de la braga” debería derrumbarse. Porque el problema no es la defensa de la moral, sino el uso perverso de la moral como instrumento de control, de autoabsolución y de superioridad espiritual.

Una moral que pierde el contacto con la caridad se convierte en ideología. Una moral que selecciona los pecados según sus propias obsesiones deja de ser cristiana. Una moral que ignora la jerarquía del mal termina protegiendo los pecados más graves y persiguiendo los más visibles.

La “teología de la braga” no es signo de fidelidad a la doctrina, sino de una profunda incomprensión del Evangelio. No defiende la moral católica: la traiciona. Y, paradójicamente, presta un pésimo servicio precisamente a la Iglesia que pretende querer salvar.

Para concluir con un ejemplo concreto y verdaderamente encarnado: en días recientes tuve ocasión de acoger el dolor de un excelente joven que se sintió traicionado y abandonado por otro joven a quien había amado — y a quien seguía amando — y con quien había entablado una relación que luego se vio bruscamente interrumpida. Un dolor real, desgarrador, que no necesitaba lecciones, sino escucha. ¿Pronuncié acaso juicios morales? ¿Elaboré una casuística de culpas o medí aquella relación con la balanza de la moral abstracta? En absoluto. Mi tarea sacerdotal en ese momento consistía en acoger un alma herida, recoger su dolor y ayudarla — en la medida de lo posible — a no sucumbir bajo el peso de la decepción y del abandono.

No me atrevo a imaginar qué “lección sobre la pureza” habría recibido aquel joven si se hubiera dirigido a ciertos animadores laicales celosos que, con rostro sonriente y lenguaje pulido, se presentan como formadores católicos, para luego permitirse insultar públicamente con insolencia al Prefecto del Dicasterio para la Doctrina de la Fe y contestar reiteradamente documentos oficiales aprobados por el Sumo Pontífice.

El mismo personaje que en vídeos explica a los jóvenes «hasta dónde puedes llegar», es el mismo que, mediante otros vídeos, ha descargado auténticas cisternas de fango contra el cardenal Víctor Manuel Fernández por un documento aprobado por el Sumo Pontífice — y, por tanto, acto auténtico del Magisterio —, encerrado junto a sus adeptos en la lógica de una Iglesia “a mi manera”, donde la autoridad solo es aceptada cuando confirma sus obsesiones: desde el Vetus Ordo Missae hasta la aberración teológica de María Corredentora.

Conviene, pues, recordar a estos laicos — que por un lado establecen «hasta dónde puedes llegar» según su teología de la braga y por otro se erigen en protagonistas del desprecio público de la legítima Autoridad eclesiástica — que la contestación sistemática, pública y despreciativa del Magisterio de la Iglesia constituye un pecado mucho más grave, más serio y más objetivamente desordenado que la fragilidad afectiva de dos jóvenes que viven una relación fuera del matrimonio.

Lo afirmo sin ambigüedad como hombre, como sacerdote, como teólogo, como confesor y como director espiritual. Porque soy sacerdote y, antes aún, pecador. Y por ello doy gracias a Dios, como antes que yo dieron gracias otros dos grandes pecadores: san Pablo y san Agustín.

Amén.

Desde la Isla de Patmos, 13 de enero de 2026

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DIE UNWIDERSTEHLICHE FASZINATION, DIE DIE „UNTERWÄSCHEN-THEOLOGIE“ AUF BESTIMMTE LAIEN AUSÜBT

Es ist daher angebracht, diese Laien daran zu erinnern — die einerseits festlegen, „wie weit man gehen darf“ gemäß ihrer Unterwäsche-Theologie und andererseits als Protagonisten der öffentlichen Verachtung legitimer kirchlicher Autorität auftreten —, dass die systematische, öffentliche und verächtliche Anfechtung des kirchlichen Lehramtes eine weit schwerere, ernstere und objektiv ungeordnetere Sünde darstellt als die affektive Fragilität zweier junger Menschen, die außerhalb der Ehe in einer Beziehung leben.

— Kirchliche Aktualität —

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Jede kirchliche Epoche kennt ihre eigenen moralischen Verzerrungen. Eine der häufigsten — gerade weil sie scheinbar beruhigend wirkt — besteht darin, die Frage von Gut und Böse nahezu ausschließlich auf den Bereich der Sexualität zu reduzieren. Eine solche Reduktion entspringt jedoch nicht moralischer Ernsthaftigkeit, sondern einer ebenso groben wie irreführenden Vereinfachung, die am Ende gerade das verrät, was sie zu verteidigen vorgibt.

In der gegenwärtigen kirchlichen Debatte, insbesondere in bestimmten laiengeprägten Milieus, die sich auf eine nur vage definierte „Tradition“ berufen, lässt sich ein ebenso kurioses wie beunruhigendes Phänomen beobachten: das Aufkommen einer Art „Unterwäsche-Theologie“, in der das Geheimnis des Bösen im Wesentlichen auf das beschränkt wird, was — oder was vermeintlich — unterhalb der Gürtellinie geschieht. Alles Übrige kann in den Hintergrund treten: verletzte Nächstenliebe, mit Füßen getretene Gerechtigkeit, manipulierte Wahrheit, vergewaltigtes Gewissen. Entscheidend ist allein, dass die Unterwäsche an ihrem Platz bleibt — sei sie nun real oder symbolisch.

Moralismus und Moral sind nicht dasselbe; das muss von Anfang an klar gesagt werden. Sie fallen nicht zusammen, vielmehr stehen sie einander oft entgegen. Moralismus ist eine Karikatur der Moral, weil er auf rigiden, abstrakten und selektiven Kriterien beruht, während die katholische Moral in der Liebe gründet — jener theologischen Tugend, die die Wahrheit nicht aufhebt, sondern sie für den konkreten, fragilen und sündigen Menschen bewohnbar macht.

Bigotterie, Puritanismus im schlimmsten Sinn und obsessiver Moralismus sind wohlbekannte Erscheinungen. Ehrlicherweise muss jedoch gesagt werden, dass sie nur sehr selten aus einem heilig und authentisch gelebten priesterlichen Dienst hervorgehen. Weitaus häufiger entstehen sie in selbstreferenziellen laienhaften Kreisen, in denen der Mangel an wirklicher pastoraler Erfahrung durch eine ebenso unbeugsame wie abstrakte doktrinäre Selbstsicherheit kompensiert wird.

Es geht hier nicht darum, eine bestimmte Kategorie — die der Priester — zu verteidigen, sondern um die nüchterne Feststellung eines Sachverhalts: Laien, die niemals einer verwundeten Gewissensstimme zugehört haben, die nie einen wirklichen Büßer begleitet haben, die nie das Gewicht heikler geistlicher Begleitungen getragen haben, verfügen kaum über die nötigen Instrumente, um die Komplexität menschlicher Sünde ausgewogen zu beurteilen. Dennoch stürzen sie sich auf Themen, die die intimsten und verletzlichsten Bereiche der menschlichen Seele berühren — oft in belehrendem Ton — und liefern so den Laizisten ein bizarr verzerrtes Bild der Katholizität, während sie zugleich deren Vorurteile und negativen Urteile über die katholische Kirche verstärken.

Die Hierarchie der Sünden ist eine Wahrheit, die heute häufig vergessen wird. Die katholische Morallehre hat stets gelehrt, dass nicht alle Sünden dasselbe Gewicht haben. Es gibt eine objektive Hierarchie des Bösen, begründet in der Schwere der Materie, in der Intention und in den Folgen. Innerhalb dieser Ordnung nehmen die Sünden gegen die Liebe, die Gerechtigkeit und die Wahrheit einen weit schwereren Rang ein als viele Verfehlungen im sexuellen Bereich.

Für die Anhänger der „Unterwäsche-Theologie“ jedoch scheint diese Unterscheidung unerträglich zu sein. Lieber eine schwere Sünde gegen die Nächstenliebe, sofern sie gut gekleidet ist, als eine menschliche Fragilität, die in Kampf und Scham gelebt wird. Lieber respektable Heuchelei als mühsame Wahrheit. So wird das, was eigentlich skandalisieren müsste — Hass, Lüge, Machtmissbrauch, Manipulation der Gewissen — relativiert, während alles, was die persönliche Intimität betrifft, zum bevorzugten Feld einer obsessiven Überwachung wird, ganz typisch — ich wiederhole es — für bestimmte bigotte Laien, nicht für Priester.

Die „Unterwäsche-Theologie“ ist eine Obsession, die oft mehr über jene aussagt, die urteilen, als über jene, über die geurteilt wird. Die manische Fixierung auf Schlafzimmer, Zentimeter, Haltungen und vermeintliche Absichten verrät eine tiefe Unfähigkeit, den eigenen inneren Raum zu bewohnen. Es ist leichter, die Sünden anderer mit der Goldwaage zu messen, als sich der eigenen Gewissensprüfung zu stellen. Der Priester hingegen beginnt — sofern er seinen Dienst ernsthaft ausübt — von einer elementaren und alles andere als theoretischen Voraussetzung: Wir alle sind Sünder, und wir selbst sind die Ersten, die zur Lossprechung von Sünden berufen sind. Aus dieser Einsicht erwächst Barmherzigkeit, nicht Laxheit; Verständnis, nicht Relativismus. Christliche Barmherzigkeit entsteht nicht aus der Verharmlosung der Sünde, sondern aus einer realistischen Kenntnis des Menschen.

Es ist kein Zufall, dass das Evangelium seine schärfsten Worte nicht so sehr an offenkundige Sünder richtet, sondern an jene, die das Gesetz in ein Instrument der Unterdrückung verwandeln. Diese Mahnung Jesu, von berufsmäßigen laienhaften Moralisten so oft vergessen, besitzt eine erschreckende Aktualität:

„Weh auch euch, Gesetzeslehrern! Ihr ladet den Menschen Lasten auf, die sie kaum tragen können, selbst aber rührt ihr diese Lasten nicht einmal mit einem Finger an.“ (Lk 11,46)

Vor diesem Wort müsste jede oberflächliche „Unterwäsche-Theologie“ in sich zusammenbrechen. Denn das Problem ist nicht die Verteidigung der Moral, sondern der perverse Gebrauch der Moral als Instrument der Kontrolle, der Selbstrechtfertigung und der geistlichen Überlegenheit.

Eine Moral, die den Kontakt zur Liebe verliert, wird zur Ideologie. Eine Moral, die Sünden nach den eigenen Obsessionen auswählt, hört auf, christlich zu sein.
Eine Moral, die die Hierarchie des Bösen ignoriert, endet darin, die schwersten Sünden zu schützen und die sichtbareren zu verfolgen.

Die „Unterwäsche-Theologie“ ist kein Zeichen der Treue zur Lehre, sondern Ausdruck eines tiefgreifenden Missverständnisses des Evangeliums. Sie verteidigt die katholische Moral nicht — sie verrät sie. Und paradoxerweise erweist sie gerade jener Kirche, die sie zu retten vorgibt, einen schlechten Dienst.

Zum Schluss ein konkretes, wirklich inkarniertes Beispiel: In den vergangenen Tagen hatte ich Gelegenheit, den Schmerz eines ausgezeichneten jungen Mannes aufzunehmen, der sich von einem anderen jungen Mann, den er geliebt hatte — und den er weiterhin liebte —, verraten und verlassen fühlte; mit ihm hatte er eine Beziehung geführt, die plötzlich und abrupt beendet worden war. Ein wirklicher, zerreißender Schmerz, der keine Belehrungen brauchte, sondern Zuhören. Habe ich moralische Urteile gefällt? Habe ich eine Kasuistik der Schuld erstellt oder diese Beziehung mit dem Maßstab abstrakter Moral vermessen? Keineswegs. Meine priesterliche Aufgabe bestand in diesem Moment darin, eine verwundete Seele aufzunehmen, ihren Schmerz zu sammeln und ihr — soweit möglich — zu helfen, nicht unter dem Gewicht von Enttäuschung und Verlassenheit zusammenzubrechen.

Ich wage mir nicht vorzustellen, welche „Lehre über die Reinheit“ dieser junge Mann erhalten hätte, wenn er sich an gewisse eifrige laienhafte Animatoren gewandt hätte, die sich mit lächelndem Gesicht und geschniegelt-polierter Sprache als katholische Formatoren präsentieren, um sich dann zu erlauben, den Präfekten des Dikasteriums für die Glaubenslehre öffentlich und mit Unverschämtheit zu beleidigen und wiederholt offizielle, vom Heiligen Vater approbierte Dokumente anzufechten.

Dieselben Personen, die in Videos Jugendlichen erklären, „wie weit man gehen darf“, haben in anderen Videos regelrechte Schmutzlaster über Kardinal Víctor Manuel Fernández ausgekippt — wegen eines Dokuments, das vom Papst approbiert wurde und somit einen authentischen Akt des Lehramtes darstellt —, eingeschlossen mit ihren Gefährten in der Logik einer Kirche „nach meinem Geschmack“, in der Autorität nur dann akzeptiert wird, wenn sie die eigenen Obsessionen bestätigt: vom Vetus Ordo Missae bis hin zur theologischen Abirrung einer „Miterlöserschaft“ Mariens.

Es ist daher angebracht, diese Laien daran zu erinnern — die einerseits festlegen, „wie weit man gehen darf“ gemäß ihrer Unterwäsche-Theologie und andererseits als Protagonisten der öffentlichen Verachtung legitimer kirchlicher Autorität auftreten —, dass die systematische, öffentliche und verächtliche Anfechtung des kirchlichen Lehramtes eine weit schwerere, ernstere und objektiv ungeordnetere Sünde darstellt als die affektive Fragilität zweier junger Menschen, die außerhalb der Ehe in einer Beziehung leben.

Ich sage dies ohne jede Zweideutigkeit — als Mensch, als Priester, als Theologe, als Beichtvater und als geistlicher Begleiter. Denn ich bin Priester und davor ein Sünder. Und dafür danke ich Gott, wie vor mir zwei andere große Sünder Gott gedankt haben: der heilige Paulus und der heilige Augustinus. 

Amen.

Von der Insel Patmos, 13. Januar 2026

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I Padri dell’Isola di Patmos

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La liturgia come catechesi vivente. Perché non è uno stagno da raffermare – The liturgy as living catechesis. Why it is not a stagnant pool to be preserved – La liturgia como catequesis viviente. Por qué no es un estanque que deba congelarse

 

Italian, english, español

 

LA LITURGIA COME CATECHESI VIVENTE. PERCHÉ NON È UNO STAGNO DA RAFFERMARE

Come ricordava San Giovanni Paolo II, facendo proprio un celebre detto di Gustav Mahler, la Tradizione non è la conservazione delle ceneri, ma la custodia del fuoco. Una liturgia che non cresce e non si sviluppa nelle forme è una liturgia che smette di essere linguaggio vivo della fede.

— Pastorale liturgica —

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Autore
Simone Pifizzi

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 PDF articolo formato stampa – article print format – articulo en formato impreso

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Negli ultimi anni si è assistito al proliferare di gruppi e ambienti che fanno della liturgia — e in particolare della celebrazione eucaristica — non il luogo dell’unità ecclesiale, ma un terreno di contrapposizione ideologica. Non si tratta semplicemente di sensibilità diverse o di legittime preferenze rituali, quanto piuttosto di un uso strumentale della liturgia come elemento estetico, identitario o come vessillo ideologico. In molti casi, tale fenomeno è promosso da gruppi rigorosamente laicali che, più che esprimere una fede ecclesiale matura, proiettano nella liturgia fragilità personali, disagi interiori e bisogni di auto-rassicurazione identitaria.

È necessario dirlo con chiarezza: utilizzare il Sacrificio Eucaristico come strumento di divisione è un fatto ecclesialmente gravissimo, perché colpisce il cuore stesso della vita della Chiesa. La liturgia non è mai stata concepita come luogo di autodefinizione soggettiva, ma come spazio nel quale la Chiesa riceve sé stessa dal mistero che celebra. Quando la liturgia viene piegata a fini estranei alla sua natura, essa viene svuotata e ridotta a ciò che non è mai stata.

La liturgia è atto pubblico della Chiesa, non iniziativa privata né linguaggio di gruppo. Il Concilio Vaticano II ha espresso con limpidezza questa verità affermando che la liturgia è «il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, insieme, la fonte da cui promana tutta la sua virtù» (Sacrosanctum Concilium, n. 10). Essa non è un accessorio della vita ecclesiale, ma il luogo in cui la Chiesa si manifesta come Corpo di Cristo.

Usare la liturgia per dividere significa contraddirne la natura più profonda. La liturgia non nasce per esprimere identità particolari, ma per generare comunione. Già Sant’Agostino ricordava ai fedeli che ciò che si celebra sull’altare è ciò che essi stessi sono chiamati a diventare: «Siate ciò che vedete e ricevete ciò che siete» (Sermo 272). Quando la liturgia viene trasformata in strumento di contrapposizione, non è la Chiesa a parlare, ma l’ego ecclesiale di singoli o di gruppi.

La liturgia come catechesi vivente. Uno degli aspetti più trascurati da chi riduce la liturgia a questione estetica è la sua dimensione catechetica intrinseca. La liturgia non è solo celebrazione, ma anche forma primaria di trasmissione della fede. Prima ancora dei catechismi e delle formulazioni dottrinali, la Chiesa ha educato alla fede celebrando.

I Padri della Chiesa ne erano pienamente consapevoli. San Cirillo di Gerusalemme, nelle sue Catechesi mistagogiche, non spiegava i Sacramenti prima della loro celebrazione, ma a partire dall’esperienza liturgica, perché è il mistero celebrato a generare la comprensione della fede. La liturgia, infatti, non insegna soltanto attraverso le parole, ma attraverso l’insieme dei segni: gesti, silenzi, posture, ritmi, linguaggi simbolici (San Cirillo di Gerusalemme, Catechesi mistagogica I, 1).

Ridurre la liturgia a estetica significa svuotarla della sua funzione formativa e trasformarla in un oggetto da contemplare invece che in un mistero da vivere. In questo modo cessa di essere catechesi vivente e diventa un’esperienza autoreferenziale, incapace di generare una fede adulta e ecclesiale.

Sostanza e accidenti è una distinzione teologicamente imprescindibile e da chiarire molto bene, perché alla radice di molte derive liturgiche vi è la confusione — talvolta deliberata — tra questi due elementi. La teologia sacramentaria, fin dal Medioevo, ha sempre distinto con chiarezza questi due livelli.

La sostanza riguarda ciò che rende il Sacramento ciò che è: il Sacrificio di Cristo, la presenza reale, la forma sacramentale voluta dal Signore e custodita dalla Chiesa. Questa dimensione è immutabile, perché non dipende da contingenze storiche, ma dall’azione salvifica di Cristo.

Gli accidenti, invece, comprendono gli elementi esteriori della celebrazione: la lingua, le forme rituali, le discipline, le strutture celebrative. Essi non solo sono mutevoli, ma devono mutare, perché la liturgia è inserita nella storia ed è chiamata a parlare a uomini e donne concreti. Il Concilio di Trento stesso, spesso evocato in modo improprio, riconosceva alla Chiesa l’autorità di disporre dei riti «salva e integra la sostanza dei sacramenti» (Concilio di Trento, sess. XXI).

Elevare una lingua, come il latino, o un rito storico, come il Messale di San Pio V, al rango di articoli di fede è un errore teologico grave. Non perché tali elementi siano privi di valore, ma perché appartengono all’ordine degli accidenti e non a quello della sostanza. Confondere questi piani significa assolutizzare ciò che è storicamente determinato e relativizzare ciò che è essenziale.

La storia della liturgia testimonia che la Chiesa non ha mai concepito il culto come una realtà immobile. Nei primi secoli convivevano riti diversi; la disciplina sacramentale ha conosciuto trasformazioni profonde; le forme celebrative sono mutate in risposta a nuove esigenze pastorali e culturali. Tutto questo è avvenuto senza che la fede della Chiesa venisse meno, proprio perché la distinzione tra sostanza e accidenti è sempre stata salvaguardata.

Pensare la liturgia come una realtà da “congelare” significa adottare una visione museale della Chiesa, estranea alla sua natura. Come ricordava San Giovanni Paolo II, facendo proprio un celebre detto di Gustav Mahler, la Tradizione non è la conservazione delle ceneri, ma la custodia del fuoco. Una liturgia che non cresce e non si sviluppa nelle forme è una liturgia che smette di essere linguaggio vivo della fede.

La liturgia non è un’arma ideologica, non è un rifugio estetico, non è un terreno di rivendicazione identitaria. È il luogo nel quale la Chiesa riceve la propria forma dal mistero che celebra. Quando la liturgia divide, non è la liturgia a essere in crisi, ma le persone che la utilizzano per colmare vuoti interiori o per costruire identità alternative alla comunione ecclesiale.

Firenze, 12 gennaio 2026

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THE LITURGY AS LIVING CATECHESIS. WHY IT IS NOT A STAGNANT POOL TO BE PRESERVED

As Saint John Paul II recalled, making his own a well-known saying by Gustav Mahler, Tradition is not the preservation of ashes, but the safeguarding of the fire. A liturgy that does not grow and does not develop in its forms is a liturgy that ceases to be a living language of faith.

— Liturgical pastoral —

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Author
Simone Pifizzi

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In recent years, there has been a noticeable proliferation of groups and environments that make of the liturgy — and in particular of the Eucharistic celebration — not the place of ecclesial unity, but a field of ideological confrontation. This is not simply a matter of different sensibilities or legitimate ritual preferences, but rather of an instrumental use of the liturgy as an aesthetic, identity-forming element or as an ideological banner. In many cases, this phenomenon is promoted by strictly lay groups which, rather than expressing a mature ecclesial faith, project onto the liturgy personal fragilities, inner discomforts, and needs for identity-based self-reassurance.

This must be stated clearly: to use the Eucharistic Sacrifice as a means of division is an ecclesially most serious matter, because it strikes at the very heart of the life of the Church. The liturgy has never been conceived as a space for subjective self-definition, but as the place in which the Church receives herself from the mystery she celebrates. When the liturgy is bent to purposes foreign to its nature, it is emptied and reduced to something it has never been.

The liturgy is a public act of the Church, not a private initiative nor the language of a group. The Second Vatican Council expressed this truth with clarity, affirming that the liturgy is “the summit toward which the activity of the Church is directed and, at the same time, the font from which all her power flows” (Sacrosanctum Concilium, no. 10). It is not an accessory of ecclesial life, but the place in which the Church manifests herself as the Body of Christ.

To use the liturgy as an instrument of division means to contradict its deepest nature. The liturgy is not born to express particular identities, but to generate communion. Saint Augustine already reminded the faithful that what is celebrated on the altar is what they themselves are called to become: “Be what you see, and receive what you are” (Sermo 272). When the liturgy is transformed into a tool of opposition, it is not the Church that speaks, but the ecclesial ego of individuals or groups.

The liturgy as living catechesis. One of the most neglected aspects by those who reduce the liturgy to an aesthetic issue is its intrinsic catechetical dimension. The liturgy is not only celebration, but also the primary form of the transmission of faith. Even before catechisms and doctrinal formulations, the Church educated the faithful by celebrating.

The Fathers of the Church were fully aware of this. Saint Cyril of Jerusalem, in his Mystagogical Catecheses, did not explain the Sacraments before their celebration, but starting from the liturgical experience itself, because it is the celebrated mystery that generates understanding of the faith. Indeed, the liturgy teaches not only through words, but through the whole ensemble of signs: gestures, silences, postures, rhythms, and symbolic languages (Saint Cyril of Jerusalem, Mystagogical Catechesis I, 1).

To reduce the liturgy to aesthetics means to empty it of its formative function and to transform it into an object to be contemplated rather than a mystery to be lived. In this way, it ceases to be living catechesis and becomes a self-referential experience, incapable of generating a mature and ecclesial faith.

Substance and accidents: a necessary distinction. The distinction between substance and accidents is theologically indispensable and must be clearly explained, because at the root of many liturgical distortions lies the confusion — sometimes deliberate — between these two elements. Sacramental theology, since the Middle Ages, has always clearly distinguished between these two levels.

Substance concerns what makes a sacrament what it is: the Sacrifice of Christ, the Real Presence, the sacramental form willed by the Lord and safeguarded by the Church. This dimension is immutable, because it does not depend on historical contingencies, but on the saving action of Christ.

Accidents, on the other hand, include the external elements of the celebration: language, ritual forms, disciplines, and celebrative structures. These elements are not only mutable, but must change, because the liturgy is inserted into history and is called to speak to concrete men and women. The Council of Trent itself, often invoked improperly, acknowledged the Church’s authority to regulate the rites, “the substance of the sacraments being preserved intact” (Council of Trent, Session XXI).

To elevate a language, such as Latin, or a historical rite, such as the Missal of Saint Pius V, to the rank of articles of faith is a serious theological error. Not because such elements lack value, but because they belong to the order of accidents and not to that of substance. To confuse these levels means to absolutize what is historically determined and to relativize what is essential.

The history of the liturgy shows that the Church has never conceived worship as an immobile reality. In the early centuries, different rites coexisted; sacramental discipline underwent profound transformations; celebrative forms changed in response to new pastoral and cultural needs. All this took place without the faith of the Church being diminished, precisely because the distinction between substance and accidents was always preserved.

To think of the liturgy as something to be “frozen” is to adopt a museum-like vision of the Church, foreign to her nature. As Saint John Paul II recalled, making his own a well-known saying by Gustav Mahler, Tradition is not the preservation of ashes, but the safeguarding of the fire. A liturgy that does not grow and does not develop in its forms is a liturgy that ceases to be a living language of faith.

The liturgy is not an ideological weapon, not an aesthetic refuge, not a terrain for identity-based claims. It is the place in which the Church receives her form from the mystery she celebrates. When the liturgy divides, it is not the liturgy that is in crisis, but the people who use it to fill inner voids or to construct identities alternative to ecclesial communion.

Florence, 12 January 2026

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LA LITURGIA COMO CATEQUESIS VIVIENTE. PORQUÉ NO ES UN ESTANQUE QUE DEBA CONGELARSE

Como recordaba san Juan Pablo II, haciendo suyo un célebre dicho de Gustav Mahler, la Tradición no es la conservación de las cenizas, sino la custodia del fuego. Una liturgia que no crece ni se desarrolla en sus formas es una liturgia que deja de ser un lenguaje vivo de la fe.

— Pastoral liturgica —

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Autor
Simone Pifizzi

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En los últimos años se ha asistido a la proliferación de grupos y ambientes que hacen de la liturgia — y en particular de la celebración eucarística — no el lugar de la unidad eclesial, sino un campo de confrontación ideológica. No se trata simplemente de sensibilidades diversas o de legítimas preferencias rituales, sino más bien de un uso instrumental de la liturgia como elemento estético, identitario o como estandarte ideológico. En muchos casos, este fenómeno es promovido por grupos estrictamente laicales que, más que expresar una fe eclesial madura, proyectan sobre la liturgia fragilidades personales, malestares interiores y necesidades de autoafirmación identitaria.

Es necesario decirlo con claridad: utilizar el Sacrificio Eucarístico como instrumento de división es un hecho de extrema gravedad eclesial, porque golpea el corazón mismo de la vida de la Iglesia. La liturgia nunca ha sido concebida como un lugar de autodefinición subjetiva, sino como el espacio en el que la Iglesia recibe de sí misma del misterio que celebra. Cuando la liturgia es sometida a fines ajenos a su naturaleza, queda vaciada y reducida a algo que nunca ha sido.

La liturgia es un acto público de la Iglesia, no una iniciativa privada ni el lenguaje de un grupo. El Concilio Vaticano II expresó esta verdad con claridad al afirmar que la liturgia es “la cumbre a la que tiende la acción de la Iglesia y, al mismo tiempo, la fuente de donde mana toda su fuerza” (Sacrosanctum Concilium, n. 10). No es un accesorio de la vida eclesial, sino el lugar en el que la Iglesia se manifiesta como Cuerpo de Cristo.

Utilizar la liturgia para dividir significa contradecir su naturaleza más profunda. La liturgia no nace para expresar identidades particulares, sino para generar comunión. Ya san Agustín recordaba a los fieles que aquello que se celebra en el altar es aquello mismo que ellos están llamados a llegar a ser: “Sed lo que veis y recibid lo que sois” (Sermo 272). Cuando la liturgia se transforma en instrumento de confrontación, no es la Iglesia la que habla, sino el ego eclesial de individuos o grupos.

La liturgia como catequesis viviente. Uno de los aspectos más descuidados por quienes reducen la liturgia a una cuestión estética es su dimensión catequética intrínseca. La liturgia no es solo celebración, sino también la forma primaria de transmisión de la fe. Incluso antes de los catecismos y de las formulaciones doctrinales, la Iglesia educó en la fe celebrando.

Los Padres de la Iglesia eran plenamente conscientes de ello. San Cirilo de Jerusalén, en sus Catequesis mistagógicas, no explicaba los Sacramentos antes de su celebración, sino a partir de la experiencia litúrgica, porque es el misterio celebrado el que genera la comprensión de la fe. La liturgia, en efecto, no enseña únicamente a través de las palabras, sino mediante el conjunto de los signos: gestos, silencios, posturas, ritmos y lenguajes simbólicos (San Cirilo de Jerusalén, Catequesis mistagógica I, 1).

Reducir la liturgia a la estética significa vaciarla de su función formativa y transformarla en un objeto para ser contemplado en lugar de un misterio para ser vivido. De este modo deja de ser catequesis viviente y se convierte en una experiencia autorreferencial, incapaz de generar una fe adulta y verdaderamente eclesial.

Sustancia y accidentes: una distinción imprescindible. La distinción entre sustancia y accidentes es teológicamente imprescindible y debe ser aclarada con precisión, porque en la raíz de muchas derivas litúrgicas se encuentra la confusión — a veces deliberada — entre estos dos elementos. La teología sacramentaria, desde la Edad Media, ha distinguido siempre con claridad estos dos niveles.

La sustancia se refiere a aquello que hace que un sacramento sea lo que es: el Sacrificio de Cristo, la presencia real, la forma sacramental querida por el Señor y custodiada por la Iglesia. Esta dimensión es inmutable, porque no depende de contingencias históricas, sino de la acción salvífica de Cristo.

Los accidentes, en cambio, comprenden los elementos externos de la celebración: la lengua, las formas rituales, las disciplinas, las estructuras celebrativas. Estos elementos no solo son mutables, sino que deben cambiar, porque la liturgia está inserta en la historia y está llamada a hablar a hombres y mujeres concretos. El propio Concilio de Trento, a menudo invocado de manera impropia, reconocía a la Iglesia la autoridad para disponer de los ritos, “salva e íntegra la sustancia de los sacramentos” (Concilio de Trento, sesión XXI).

Elevar una lengua, como el latín, o un rito histórico, como el Misal de san Pío V, al rango de artículos de fe constituye un grave error teológico. No porque tales elementos carezcan de valor, sino porque pertenecen al orden de los accidentes y no al de la sustancia. Confundir estos planos significa absolutizar lo que está históricamente determinado y relativizar lo que es esencial.

La historia de la liturgia demuestra que la Iglesia nunca ha concebido el culto como una realidad inmóvil. En los primeros siglos coexistían ritos diversos; la disciplina sacramental conoció transformaciones profundas; las formas celebrativas cambiaron en respuesta a nuevas exigencias pastorales y culturales. Todo ello ocurrió sin que la fe de la Iglesia se viera menoscabada, precisamente porque la distinción entre sustancia y accidentes fue siempre salvaguardada.

Pensar la liturgia como una realidad que deba ser “congelada” significa adoptar una visión museística de la Iglesia, ajena a su naturaleza. Como recordaba san Juan Pablo II, haciendo suyo un célebre dicho de Gustav Mahler, la Tradición no es la conservación de las cenizas, sino la custodia del fuego. Una liturgia que no crece ni se desarrolla en sus formas es una liturgia que deja de ser un lenguaje vivo de la fe.

La liturgia no es un arma ideológica, no es un refugio estético, no es un terreno de reivindicación identitaria. Es el lugar en el que la Iglesia recibe su forma del misterio que celebra. Cuando la liturgia divide, no es la liturgia la que está en crisis, sino las personas que la utilizan para colmar vacíos interiores o para construir identidades alternativas a la comunión eclesial.

Florencia, 12 de enero de 2026

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