Basta la cultura per salvare i preti spaesati? forse no, se manca il senso di paternità dei vescovi e una riscoperta della propria identità sacerdotale

BASTA LA CULTURA PER SALVARE I PRETI SPAESATI?  FORSE NO, SE MANCA IL SENSO DI PATERNITÀ DEI VESCOVI E UNA RISCOPERTA DELLA PROPRIA IDENTITÀ SACERDOTALE

La maggior parte delle volte che mi trovo ad incontrare dei sacerdoti, le più comuni sofferenze che si sentono di condividere sono date dall’abbandono e dalla solitudine che sperimentano da parte dei propri pastori, per non parlare poi di alcuni che sperimentano delle vere e proprie derisioni. Questa modalità anaffettiva di relazione tra vescovo e sacerdote dovrebbe farci riflettere molto, perché davanti a un prete incapace di amore pastorale verso i fedeli, a volte, si nasconde un vescovo incapace di amore verso il proprio prete.

— Attualità ecclesiale —

                   Autore
        Ivano Liguori, Ofm. Capp..

 

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Quando ero un giovane chierico del biennio di filosofia, ho avuto la grazia di conoscere e di essere allievo di un santo gesuita il Padre Giuseppe Pirola, uno dei pochi gesuiti che ho conosciuto in vita mia e di cui si può dire con franchezza evangelica che non c’è falsità, così come Cristo disse del Beato Apostolo Natanaele [cfr. Gv 1, 47-51].

 

 

Il buon Padre teneva il corso di fenomenologia della religione e di metafisica ogni giovedì presso il nostro studentato. Già dal mercoledì sera si stabiliva presso il nostro convento di Cremona e normalmente presiedeva la celebrazione della messa vespertina per poi prestarsi ad ascoltare le confessioni di noi giovani frati studenti.

Mi ricordo, durante una di quelle celebrazioni, forse nella memoria liturgica di Sant’Alberto Magno o di qualche altro Dottore della Chiesa, che la sua omelia toccò profondamente il cuore e le menti di noi giovani chierici con queste parole:

«ragazzi lo sapete perché Sant’Alberto, San Tommaso e gli altri che noi oggi riconosciamo come Dottori della Chiesa sono santi? Non pensate che siano santi solo per la loro cultura accademica, perché hanno tanto studiato. Queste persone sono sante perché anzitutto con la loro fede hanno cercato Gesù e hanno desiderato stare con lui. Da questo desiderio è poi scaturito l’approfondimento teologico illuminato dallo Spirito Santo che li ha resi quelli che sono»

e poi concludeva:

«voi non state studiando per la sola cultura, voi state studiando per proseguire un cammino di fede che vi porterà a stare con Gesù e a conoscerlo intimamente».

Ancora oggi queste parole per me rappresentano la bussola del mio ministero sacerdotale, affinché io rammenti che la cultura teologica può divenire facilmente vanità o vuota erudizione se non è accompagnata dal servizio reso alla verità e la carità di Cristo. Ma del resto per che cosa siamo diventati sacerdoti?

Il Beato evangelista Marco è chiaro in proposito quando riporta l’istituzione dei Dodici, egli dice: «Li scelse perché stessero con lui» [Cfr. Mc 3,13-19]. Gesù ci chiama a stare con lui, chiede ai suoi sacerdoti un legame esclusivo di vita, non un rapporto clientelare o meramente intellettuale tra docente e discente, tra rabbi e discepolo.

Stiamo conoscendo tempi in cui un dottorato alla Pontificia Università Gregoriana o alla Lateranense non si nega più a nessuno. Anzi tali traguardi sono finalizzati all’unico scopo del curriculum in vista della scalata carrieristica. Non sono così rari coloro che già dal seminario sono identificati come episcopabili e che durante il loro perfezionamento accademico a Roma sono soliti frequentare gli ambienti giusti come l’Almo Collegio Capranica e altri cerchi magici dove poter conoscere qualche buon diavolo che li porti così da promuovere la caduta di qualche mitria che indegnamente e con sofferenza ricevono sulla testa con tutta l’umiltà del caso.

Siamo di fronte a quel fenomeno dei pretini trendy di cui scrissi tempo addietro [vedi qui] le cui ben note attitudini da arrampicatori si protendono verso l’infinito e oltre, salvo poi cadere rovinosamente da un momento all’altro e concludere il loro successo con un disorientamento che è l’anticamera della crisi. Con tutta onestà, pur riconoscendo in talune menti indubbie qualità, spesso si sperimenta una certa fragilità di fede unita a quella difficoltà a stare con il Signore che è la sola prerogativa essenziale per ogni discepolo ma soprattutto per ogni teologo.

E tutto questo sia detto senza giudizio alcuno ma basandosi esclusivamente su uno stile sacerdotale ampiamente documentato ed esibito via social da coloro che si evidenziano sempre di più come dei veri e propri professionisti del sacro. Se ci soffermiamo poi sulle loro pubblicazioni, che fanno la gioia di una certa editoria cattolica, possiamo notare che la travagliata gestazione editoriale a null’altro serve che a fare bella mostra sugli scaffali delle più rinomate librerie romane di Via della Conciliazione e di Borgo Pio, piazzandosi come sicure opere avanguardiste del pensiero progressista cattolico. Ma quanto di queste opere è espressione di conoscenza intima del Signore Risorto e di quella fatica di permanere con il Maestro? Dobbiamo dirlo con franchezza che anche la cultura religiosa e teologica «deve essere preceduta da un’intensa vita di preghiera, di contemplazione, di ricerca e di ascolto della volontà di Dio» [Cfr. R. Sarah, La forza del silenzio. Contro la dittatura del rumore, Siena, 2017, ed. Cantagalli, p. 35].

Non è esagerato considerare certi lavori intellettuali opera di eretici formali e sostanziali se non proprio di atei dichiarati. Spesso leggendo questi libri notiamo una similitudine di pensiero e di intenti presente già in alcuni esponenti della sociologia, dell’antropologia e della psicologia laica che parlano del mondo religioso dal loro osservatorio privilegiato e pretendono di suggerire alla Chiesa il cammino da perseguire per un rinnovamento religioso da una fede considerata obsoleta e che si deve svecchiare scendendo a compromesso con il mondo e le sue logiche.

Tra i tanti dotti di oggi si sente l’esigenza di avere nella Chiesa e nelle fila del clero degli uomini che abbiano una fede forte, che si intrattengano con Dio e che desiderino imparare quella sapientia crucis che non può essere appresa solamente sui libri.

Questa lettura della situazione del clero non è mia, già il Cardinal Robert Sarah esprime questo concetto nel suo ultimo libro quando dice che: «abbiamo già fin troppi eminenti specialisti e dottori in scienze religiose. Ciò che manca oggi alla Chiesa sono uomini di Dio, uomini di fede e sacerdoti che siano adoratori in spirito e verità» [Cfr. R. Sarah, Catechismo della vita spirituale, Siena, 2022, ed. Cantagalli, p. 12]. Affermare questo non significa certamente essere contro la cultura ma collocarla nella giusta prospettiva.

Oggi lo status di adoratore di Dio è una merce rara tra i sacerdoti, già fin dai primi anni del seminario. Esso implica quell’esigenza spirituale a lasciarsi leggere dentro dal Signore così come vediamo fare nel rapporto con la Samaritana [Cfr. Gv 4,1-30], la cui relazione con i diversi mariti non è ascrivibile a una condizione di disordine coniugale o sessuale ma da un rapporto di fedeltà con Dio che è venuto meno a favore della convenienza e che purtroppo costituisce anche la causa di quella sete che non è possibile soddisfare se non tornando al vero Dio. Ecco, cari lettori, quando noi sacerdoti soddisfiamo la nostra sete ad altre fontane che non derivano da Dio e a lui conducono, cadiamo spesso nel rischio di essere spaesati e di essere facili prede di una crisi di senso e di identità.

Perché dico questo? Perché mi è capitato tra le mani un interessante articolo a firma di Ida Bozzi sull’inserto domenicale La Lettura de Il Corriere della Sera dal titolo «Una Rivista esplora il mondo nel tempo dei preti spaesati». In questo articolo leggiamo il punto di vista del direttore della “Rivista del Clero Italiano” il teologo Giuliano Zanchi che affronta il tema della condizione di confusione e di spaesamento dei preti nell’attuale situazione ecclesiale.      

Sono particolarmente sensibile a questo argomento perché più di una volta nel mio ministero di confessore ho toccato con mano il disagio dei confratelli sacerdoti e lo spaesamento intimo che in essi si dibatte. Il disagio oggi è tangibile e si accompagna alle immancabili fragilità umane che conducono alla secolarizzazione e dell’ibridazione del sacerdozio cattolico in quella che sempre più è diventata una libera professione, dove il prete diventa l’assistente sociale di quartiere o il presidente di una ONG [vedi un esempio qui e qui].

Se facciamo attenzione ai casi di sacerdoti in crisi o che abbandonano il sacerdozio, spesso ci troviamo di fronte a soggetti di provata cultura che dovrebbero in qualche modo essere preservati da questo tipo di derive. Eppure, non sempre accade questo e ci rendiamo conto che la sola cultura spesso non basta, se questa cultura non viene subordinata e indirizzata alla familiarità con Cristo. Se il libro non mi conduce al tabernacolo e il tabernacolo al libro avrò sprecato il mio tempo.

Giuliano Zanchi, presbitero e teologo, nella sua analisi, riferisce che oggi il clero subisce un certo disconoscimento sociale del proprio status e una demolizione della propria autorevolezza. Resto perplesso quando si parla solo di autorevolezza e non di autorità perché presentare al clero il modello di autorità sacerdotale di Gesù sulla scorta della pericope di Mc 1,21-28 potrebbe sembrare oggi un po’ troppo di destra, allora bisogna essere prudenti e da bravi accademici differenziare l’autorevolezza dall’autorità.

Così, prosegue l’articolo, a fronte di un comune senso del sacro che non è certo scomparso ma che sicuramente si è degradato, si assiste a una transizione della barca della Chiesa verso altri lidi, verso differenti indirizzi teologici ed ecclesiali rispetto a quelle forme tradizionali e istituzionali che siamo abituati a conoscere.  

La soluzione proposta dal direttore della Rivista del Clero Italiano – che mi sento di condividere fino a un certo punto – consiste nell’investire in cultura, strumento privilegiato con cui il clero può rispondere alle sfide teologiche che i tempi nuovi richiedono e antidoto alla confusione dilagante tra i sacerdoti. Questa proposta culturale si presenta anche portando illustri modelli come i teologi Tomáš Halík e Pierangelo Sequeri.

Sarò franco, parlare di cultura in senso generale serve a poco se poi non si delimitano bene i confini e gli ambiti di intervento e le finalità. Di quale cultura abbiamo bisogno? Quella cultura suggerita dalla sapienza umana o quella insegnata dallo Spirito Santo? [Cfr. Cor 2, 1-16] Che al clero oggi serva una buona formazione è indubbio, per accorgersene basta vedere lo scempio liturgico e canonico che quasi giornalmente si compie a detrimento dei sacramenti della Chiesa [vedi qui, qui, qui, qui, qui, qui, qui, qui]. Per questo mi chiedo, a una buona cultura corrisponde sempre e automaticamente una buona formazione? Avrei qualche dubbio. I percorsi di formazione teologica per i futuri sacerdoti si sono moltiplicati con l’integrazione di infiniti esami accademici ma mai come in questi tempi la qualità della formazione del clero appare imbarazzante.

Da sacerdote un po’ ingenuo e vintage sono persuaso che la cultura da sola non basti a dare una formazione e una conoscenza di Dio, anzi spesso si corre il rischio di cadere nel compiacimento personale e nel convincersi di essere il solo detentore della verità e di una visione corretta del mondo (la propria!).

Il sacerdote si forma non solo con la mera cultura accademica ma restando in compagnia costante del Maestro che insegna dalla cattedra della croce, è un apprendimento mistico faticoso, che consta di ore davanti al tabernacolo, di ginocchia sbucciate e di martirio. Così è stato per gli Apostoli e così sarà per l’avvenire.

L’articolo prosegue poi dando una punzecchiatura a un certo tipo di stile sacerdotale rigido, verso quella devozione bigotta unita a quella tendenza apologetica intransigente e oscurantista che secondo Giuliano Zanchi è «oggi molto forte». Insomma, tanto per capirci, se il prete insegna ai fedeli a recitare il rosario e a meditarne i misteri con quella stessa purità di intenzione di Santa Bernardetta a Lourdes o dei pastorelli a Fatima si deve considerare forse un bigotto? O quando vuole mantenere la barra diritta con una certa fermezza paterna su posizioni apologetiche in difesa della fede, della dottrina o della morale davanti alle sfide aperturistiche della modernità a cui alcune frange della Chiesa strizzano l’occhio, si deve considerare un rigido oscurantista? Mi piacerebbe conoscere la risposta, ma soprattutto vorrei conoscere i modelli di riferimento che non siano i soliti Maggi, Bianchi, Mancuso e Melloni o coloro che sebbene pastori in cura d’anime sono pressoché introvabili perché troppo impegnati a tenere conferenze e a consumare le predelle della facoltà teologiche.

È quindi la cultura la sola e unica panacea possibile per i mali dei sacerdoti spaesati?  Non sempre. Se per cultura si intende quella che dialoga e fraternizza con l’uomo d’oggi senza pretendere obiettivi audaci e faticosi, senza chiedere la conversione, sicuramente no. Ci chiediamo allora ― prendendo in prestito un pensiero di Benedetto XVI ―, se il dialogo unito alla fraternizzazione culturale possa sostituire veramente la missione, con il reale rischio di oscurarne la verità e corrompere la fede. Perché questo è il punto focale su cui è doveroso insistere, è la fede dei sacerdoti che deve essere tutelata affinché le Verità che essi trasmettono a nome della Chiesa dirigano il dialogo con il mondo e non viceversa. Uomini di Dio che, attraverso una fede illuminata e vissuta, sappiano rendere Dio credibile in questo mondo. Anzitutto uomini di Dio, e solo in seguito dotti cultori di una disciplina teologica.

Il Beato Apostolo Paolo munito della sola sapientia crucis presso l’Areòpago di Atene, tempio della cultura e del dialogo del mondo antico, non ha lesinato ad affermare la verità della Resurrezione a costo di essere compatito e deriso da coloro che detenevano le chiavi della cultura greca. La rinuncia alla Verità oggi sembra quanto mai realistica e forse opportuna, anche davanti a un possibile dialogo pacificatore con la cultura moderna o con le altre fedi religiose ma può essere letale per la fede che rischia di perdere il suo carattere vincolante e la sua serietà [Cfr. Benedetto XVI, Che cosa è il cristianesimo, Milano, 2023, ed. Mondadori, pp. 9-11].

Per questo motivo davanti ai sacerdoti spaesati è importante riproporre una terapia spirituale di ritorno a Cristo, a quello spirito di orazione e di devozione che il Serafico Padre Francesco raccomandò al sapiente dottore Antonio di Padova in una sua lettera:

«A frate Antonio, mio vescovo, frate Francesco augura salute. Ho piacere che tu insegni la sacra teologia ai frati, purché in questa occupazione, non estingua lo spirito dell’orazione e della devozione, come sta scritto nella Regola» [Cfr. Fonti Francescane nn. 251-252].

Perciò insieme alla cultura è necessario ripartire dall’orazione e dalla devozione, elementi che favoriscono l’adorazione di Dio in Spirito e Verità e che a mio modesto parere formano gli anticorpi per una sana e sapiente cultura. La vita reale ci pone innanzi un’evidenza: quando un sacerdote entra in crisi o è spaesato le motivazioni sono quasi sempre da ricercare nel fatto che si sente solo e che ha smarrito i punti di riferimento che un tempo aveva chiari. La crisi negli uomini di Dio non è mai primariamente culturale ma di senso e di identità. Fondamentale, in questi casi, è saper contare sul cuore paterno del proprio vescovo o del proprio Ordinario il cui primo dovere è l’accompagnamento e la tutela del proprio sacerdote. Nella Presbiterorum Ordinis di Paolo VI, il Pontefice spiega che un sacerdote è intimamente e inscindibilmente legato al proprio vescovo e alla sua Chiesa particolare in comunione con la Chiesa universale. Questo legame non è soltanto un carattere giuridico ma anzitutto spirituale e umano. Il vescovo è colui che possiede la pienezza del sacerdozio di Cristo, e come tale esprime Cristo nel suo stesso essere e operare. Egli, come Cristo, è chiamato a esprimere quella premura verso i Dodici e i discepoli non facendo mai mancare loro la sua presenza nei momenti di prova e di smarrimento.  La maggior parte delle volte che mi trovo ad incontrare dei sacerdoti, le più comuni sofferenze che si sentono di condividere sono date dall’abbandono e dalla solitudine che sperimentano da parte dei propri pastori, per non parlare poi di alcuni che sperimentano delle vere e proprie derisioni. Questa modalità anaffettiva di relazione tra vescovo e sacerdote dovrebbe farci riflettere molto, perché davanti a un prete incapace di amore pastorale verso i fedeli, a volte, si nasconde un vescovo incapace di amore verso il proprio prete. Ma non era l’amore il segno che avrebbe dovuto contraddistinguere la vita degli Apostoli e dei discepoli di Cristo? [Cfr. Gv 13,1-15; 13, 34-35].  

Tutti conosciamo vescovi ligi nell’organizzare puntualmente i ritiri e la formazione permanente del proprio clero, anche con invidiabili profili culturali ma che poi sono terribilmente distanti da coloro su cui dovrebbero esercitare quella custodia paterna da cui deriva il termine episkopos che anticamente faceva riferimento a un patronato divino di custodia.

Vescovi che non trovano il tempo da dedicare ai propri sacerdoti anziani, ammalati o in difficoltà e che attingono informazioni da altre fonti: «Mi hanno detto che…», anziché esporsi in prima persona con una telefonata e dire: «Sono preoccupato per te, come stai? Posso fare qualche cosa? Voglio venire a pranzo da te». Se il prete va in crisi, e ne ha ben donde, è perché sperimenta tutto questo e molto altro ancora, non solo perché è carente culturalmente.

La solitudine del clero oggi sta diventando sempre di più la prima emergenza patologica da risanare che si unisce alla seconda emergenza patologica più marcatamente spirituale che è data dalla mancata familiarità con Cristo. Mi chiedo, che cosa è possibile fare davanti a queste emergenze? Può bastare il suggerimento ad ampliare la propria cultura? Ironia della sorte, i sacerdoti che vanno più spesso in crisi sono quelli più titolati e culturalmente più preparati, che sembrano bastare a sé stessi. Dove risiede l’identità di questi fratelli sacerdoti? Non certo nella sola cultura, ma in un rapporto mistico con Cristo che è venuto meno. Il proprium sacerdotale, spiega Benedetto XVI, non consiste in altro se non nell’essere sacerdos nel senso definito da Gesù Cristo sulla croce. Questo significa che la crisi sacerdotale non è essenzialmente una crisi culturale ma l’incapacità a stare ― nel senso di prendere dimora ― insieme con il Signore sulla croce.

Questo discorso ci porta a constatare impietosamente che stiamo assistendo, molto più oggi che nel passato, a una crisi che riguarda l’identità sacerdotale che non viene più radicata e compresa in coloro che scelgono di rispondere alla vocazione. Allora cerchiamo di capire anzitutto che il sacerdote non vive di luce propria e che il suo essere sacerdote è vero solo in relazione all’unico ed eterno sacerdozio di Cristo che chiama l’uomo a essere unito con lui nel ministero di mediatore.

In questa dinamica di unione mistica e sacramentale all’unico ed eterno sacerdozio di Cristo l’uomo è chiamato a una progressiva spogliazione di sé ― non solo dai beni ma anzitutto dal proprio io ― che richiama quella necessaria ricerca di perfezione che è stata proposta al Giovane Ricco e che gli Apostoli hanno intrapreso nella sequela del Maestro, abbandonando ogni cosa [Cfr. Mc 10,17-22; 28-31]. Per i sacerdoti questa spogliazione rappresenta l’unico fondamento valido che informa la «necessità del celibato, come anche della preghiera liturgica, della meditazione della Parola di Dio e della rinuncia ai beni materiali» [Cfr. R. Sarah con Benedetto XVI, Dal profondo del nostro cuore, Siena, 2020, ed. Cantagalli, p.26]. Più sappiamo spogliarci e decentrarci e più Cristo, la sua Parola, la sua preghiera e la sua essenzialità di vita andranno a rivestire la nostra identità sacerdotale e umana.  

Questi elementi essenziali ci aiutano a comprendere in che cosa consista la crisi dell’identità sacerdotale e dove è necessario intervenire per un risanamento. Un sacerdote spaesato è quello che non considera più il suo ministero come opera esclusiva di Cristo ma anzitutto opera personale. Questa sostituzione del proprium sacerdotale è molto subdola e si rivela nella smania dell’attivismo e del narcisismo. Nel momento in cui il sacerdote presume di essere indispensabile, assecondando la smania di apparire sempre e in ogni circostanza, rifuggendo quel salutare nascondimento che permette a Cristo di agire in lui, si cade in quella tentazione diabolica che elimina l’opera di Dio privilegiando l’opera dell’uomo così come vediamo accadere in coloro che desiderarono farsi un nome durante la costruzione della Torre di Babele [Cfr. Gn 11,4].  

Allo stesso modo l’attivismo manageriale, diventa la nuova Liturgia delle Ore che è necessario celebrare, rifuggendo la staticità della contemplazione ai piedi del Maestro ― considerata ormai una perdita di tempo ― per preferire l’impegno in diversi ambiti, anche in quelli che propriamente non attengono al ministero sacerdotale. Oggi non è raro vedere sacerdoti nei panni di politici, di influencer, di TikToker, di assistenti sociali, di psicologi, di opinionisti televisivi, di manager di imprese commerciali o assistenziali, di insegnanti e via dicendo a seguire. Con la presunzione che l’operare bene e per il bene equivalga ad essere ugualmente un buon sacerdote, finendo per eliminare lo specifico della vocazione sacerdotale così come Cristo l’ha pensata e intesa per la Chiesa.

Nella smania di farsi un nome ed esercitare un potere con il fare, il sacerdote si spersonalizza, la sua giornata non è più scandita dalla preghiera, diventa sempre più difficile assolvere a tutte le ore del breviario, e la Santa Messa è solo una parentesi da celebrarsi in fretta, preferendo il II Canone del messale e in non più di quindici minuti. La sosta al confessionale è sempre più rara perché una non meglio definita teologia della misericordia ha portato a intendere ― sia nei laici che nel clero ― che non esiste più la realtà del peccato e se esiste c’è il perdono d’ufficio senza bisogno di pentimento e di conversione di vita.

La visita ai malati e la comunione nel primo venerdì del mese sono cose sempre più rare, così come la pastorale dei sofferenti che è lasciata a pochi specialisti del settore così come quella delle famiglie e dei fidanzati.

Altri esempi si potrebbero fare ma già questi sono più che sufficienti a tracciare un profilo aggiornato di quello che il sacerdote oggi sperimenta. Vogliamo investire in cultura? Una posizione lodevole ma primariamente cerchiamo di rafforzarne l’identità sacerdotale. Richiamiamo il sacerdote alla preghiera fervorosa e costante, alla valorizzazione e al risanamento di quella fraternità con il proprio vescovo e con i propri confratelli, aiutiamolo a non scendere dalla croce di Cristo. Soprattutto, instilliamo nel cuore dei giovani chierici il dovere di carità unito a quell’amore vicendevole che arriva al perdono e che non rivaleggia e non si dibatte nel narcisismo egocentrico del freddo carrierista del sacro.  

Voler bene ai sacerdoti è un compito grande e impegnativo, una responsabilità di tutta la Chiesa che non è più possibile procrastinare senza indebolire la santificazione del popolo di Dio e tradire quell’istituzione del sacro ministero che il Signore ha voluto nel suo Giovedì Santo.

Laconi, 24 febbraio 2023

 

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Il naufragato “Polo Mariano” di Verona. È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che Alessandro Minutella dica la verità

IL NAUFRAGATO POLO MARIANO DI VERONA. È PIÙ FACILE CHE UN CAMMELLO PASSI PER LA CRUNA DI UN AGO CHE ALESSANDRO MINUTELLA DICA LA VERITÀ  

Le nostre sono domande nello stretto merito, basate sui fatti e sulle somme di danaro offerte e transitate su precisi conti correnti. Attendiamo risposta da parte del Sig. Minutella, non interpretazioni o manipolazioni della realtà come in altri numerosi casi ha fatto. Sappiamo che ciò gli riesce particolarmente difficile e faticoso, ma per una volta speriamo provi a dire le cose come realmente sono andate, ossia: che per una volta provi a dire la verità.

— Attualità ecclesiale —

Autore
Redazione de L’Isola di Patmos

 

 

 

 

 

 

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Cari Padri,

laudetur Jesus Christus!

Desideriamo ringraziarVi per la disponibilità e per lo spazio che avete accettato di riservarci nella Vostra rivista L’Isola di Patmos.

Siamo una coppia veneta che abita sulle colline veronesi, sposati da 27 anni. Abbiamo ricevuto la grande grazia della ri-conversione recandoci nel marzo 2011 in un centro europeo di spiritualità mariana. Da allora il nostro unico desiderio è stato quello di consacrare la nostra vita e il nostro matrimonio a Gesù e a Maria. Desiderio che andato sempre più rafforzandosi e consolidandosi, anche se in seguito cademmo, in totale buona fede, nelle spirali del “Piccolo Resto” del presbitero scomunicato e dimesso dallo stato clericale Alessandro Minutella.

La mattina del 23 febbraio il Sig. Minutella, nella diretta della rubrica Santi e Caffè sul canale Radio Domina Nostra, al minuto 07:10 si è lanciato in una dichiarazione menzognera, a cui riguardo vorremmo dare la nostra versione dei fatti affinché le anime che seguono questo personaggio inizino seriamente a considerare quale infausta e funesta via stanno percorrendo. Questo è quanto il Sig. Minutella ha dichiarato:

«[…] vorrei dire una cosa che non ho mai detta per una questione di pudore, chiamiamola così, di rispetto delle situazioni. Ad ogni modo, siccome mi è stato chiesto da più parti che fine ha fatto il Polo Mariano. Il Polo Mariano non è strutturalmente legato a un luogo, per cui, se si è spostato dai Colli Veronesi a Trebaseleghe (Padova) non cambia nulla. Ci sono stati dei problemi gestionali, in ragione anche della mia prolungata assenza che non mi sono piaciuti. E fino a prova contraria sono io che devo prendere le decisioni. Ci ho pregato, ci ho riflettuto e ho capito che non era più possibile proseguire da quelle parti li. Ma così, serenamente, avevo dato delle indicazioni che non sono state evidentemente rispettate, poi ognuno dica quel che vuole, abbiamo la coscienza personale e questo era quanto, l’opera prosegue altrove […]» [vedere video QUI].  

Questa dichiarazione basata totalmente sulla alterazione e la manipolazione ci obbliga a porre in evidenza alcuni dati di fatto, spiegando perché abbiamo deciso di dare pubblica testimonianza, mossi da quella carità che come cardine principale ha la salvezza delle anime, ovvero di tutte quelle persone che è necessario conoscano il vero svolgersi dei fatti per trarre poi le proprie conclusioni. Scelta, questa nostra, conseguente a un periodo privato di ampio confronto con una delle persone interessate nella vicenda, secondo il dettame evangelico della correzione fraterna «Se il tuo fratello commette una colpa, va e ammoniscilo fra te e lui solo» (Mt 18,15).

Passiamo adesso ai fatti: la nostra conoscenza del sacerdote palermitano Alessandro Minutella risale al Giugno 2018, inizialmente tramite il social network Facebook. Dopo tre mesi decidemmo di andarlo a conoscere di persona in Sicilia presso il Centro di spiritualità mariana “Piccola Nazaret” da lui fondato a Carini. In quell’occasione fummo invitati a cena e rimanemmo con loro per un po’ di giorni. Impossibile negare e rinnegare i sentimenti di stima e di simpatia che ci mossero nel conoscere questa realtà, infatti decidemmo sempre di più col passare del tempo di collaborare all’opera e alla “missione” di questo sacerdote. Successivamente, poiché si iniziava a cercare uno spazio disponibile per fondare un altro centro di spiritualità nel Nord Italia, precisamente nella zona di Verona, essendo noi della zona ci siamo messi a disposizione per aiutare nella ricerca di un luogo idoneo. Dopo varie ricerche proponemmo al Minutella un luogo in collina con casale di oltre 400mq e terreni adiacenti per oltre 35.000 mq, dov’era nato un nostro parente.

Di ritorno da un suo tour in Spagna, il Minutella venne a visitare il posto e ne rimase entusiasta, tanto da voler subito chiamare “Polo Mariano” e fondare quel giorno stesso un’Associazione che decise di chiamare “San Michele Arcangelo”. Fu a quel punto che noi acquistammo il posto e lo donammo all’Associazione. Il Minutella chiese a noi di divenire i Presidenti, ma noi fidandoci ciecamente facemmo un passo indietro, essendo anche incompetenti in materia. Fu così decisa un’altra persona, lì presente, come Presidente di questa neonata Associazione. Dopo alcune problematiche legate a certi ostacoli frapposti da persone terze, noi e la Presidente in questione decidemmo di continuare a portare avanti l’Associazione, sul conto bancario della quale cominciarono ad arrivare anche offerte cospicue per i lavori di realizzazione del Polo Mariano. Tutto questo con il benestare del Minutella e delle persone a lui vicine.

Verso la fine dell’anno 2021 la Presidente ci comunica l’intenzione di voler lasciare la Presidenza dell’Associazione, salvo però rimanere in carica in accordo con lo Staff del Minutella. Si continuò così ad andare avanti, malgrado i momenti di prova, finché arrivò la comunicazione, giustificata a nostro avviso da sterili motivazioni, secondo cui le offerte dei fedeli destinate alla realizzazione del Polo Mariano non dovevano più arrivare sul conto IBAN dell’Associazione “San Michele Arcangelo”, come fino a quel momento era avvenuto, bensì sull’unico conto IBAN della “Piccola Nazaret” di Carini. A quel punto ci fu chiaro che qualche cosa non andava e ci domandammo il perché di quella decisione.

A questo e a altri interrogativi simili, incoraggiati dalle tante persone che ci invitavano a non mollare, pro bono pacis e per “non disobbedire al padre” ― classico leitmotiv che purtroppo continua ancora oggi a condizionare le menti di tanti poveri fedeli ―, decidemmo di non dare risposte, ma di fidarci e di accettare questa decisione.

Questi furono gli esiti: dal 1° gennaio 2022 al 16 dicembre 2022 (giorno in cui la Presidente dette le sue dimissioni dall’Associazione “San Michele Arcangelo”), non sono più arrivate le offerte mensili dei fedeli per il Polo Mariano. I poveri fedeli offerenti che hanno creduto in quest’opera e per la quale versarono i propri contributi, iniziarono a chiedersi e informarsi su come mai il Polo non andasse avanti. Riferimmo tutto ciò al Minutella che ci rispose: «Dite per problemi tecnici oppure del Comune» (!?). Stufi di mentire iniziammo a dire alle persone di chiamare giù in Sicilia e di informarsi direttamente con le persone interessate.

Da lì in poi fu tutto un susseguirsi di registrazioni nascoste, che a quanto pare è per loro una cosa abbastanza usuale, di sospetti e umiliazioni davanti ad altre persone, senza alcuna possibilità di difendersi da accuse infondate, ma anche questo sembra essere molto usuale in quell’ambiente. Il tutto da parte dello staff del Minutella e del Minutella stesso.

Dato che è stato più volte fatto presente in privata sede senza alcun risultato, ci teniamo a sottolineare che sarebbe doveroso da parte del Presidente dell’Associazione “San Michele Arcangelo” di far sapere ai fedeli che generosamente hanno dato i propri contributi in danaro dove sono andate a finire le loro offerte, posto che furono raccolte per uno scopo preciso e dietro precisi progetti. Ci auguriamo che adesso, dopo questa testimonianza pubblica, i fedeli vengano informati su tutto ciò proprio in virtù di quella parresia evangelica, da loro tanto decantata.

Desideriamo soprattutto ringraziare Iddio per averci portati via da questa realtà settaria in cui eravamo finiti soprattutto per ignoranza e approssimazione in materia di dottrina e di fede, riaccolti oggi in seno alla Sua Santa e unica Chiesa Cattolica. Dopo esserci dissociati totalmente e definitivamente da questa pericolosa setta, desideriamo ringraziarVi per aver permesso alle nostre anime ― adesso consapevoli dell’errore commesso e di aver gravemente ferito Nostro Signore ―, di ritornare con più slancio, ardore e zelo tra le braccia di quella Madre, la Chiesa, che malgrado ferita e umiliata dai Suoi nemici, è Madre e Madre rimane, continuando ad allattare i suoi figli col puro latte spirituale dei Santi Sacramenti.

In conclusione desideriamo far giungere al Sig. Minutella questo messaggio da parte di un esteso gruppo di veronesi, invitandolo a rispondere “sui contenuti” e non lanciando anatemi a destra e a manca, o creando le sue solite fanta-storie e presentandosi infine come vittima contro la quale tutti si accaniscono. Queste le domande nel merito:

 

  1. A Verona molte persone, dopo aver fatto scelte di vita in cui ci si è staccati dalle proprie case e in cui ci si è adoperati nel lavoro con le risorse possibili nella costruzione del Polo Mariano, si chiedono che fine abbia fatto questo progetto e il danaro offerto per la realizzazione dello stesso. Vuole fornire risposta?
  1. A fronte delle molte offerte devolute, ritiene serio liquidare il tutto in meno di un minuto durante una diretta sul Canale Domina Nostra di YouTube?
  1. È possibile avere chiarimenti precisi riguardo il silenzio fin qui esteso sul Polo Mariano e che solo stamani abbiamo appreso non «essere strutturalmente legato a un luogo», ma un qualcosa che si «sposta» da una parte all’altra del Veneto secondo le sue personali e indiscutibili decisioni?
  1. Come può una persona seria e matura liquidare in 40 secondi un’opera in cui tanta gente ha investito, creduto e dato fiducia, lasciando chiaramente intendere che quando una cosa non gli va più bene o quando le sue indicazioni «non vengono più rispettate» è pronto a sostituirla senza avere nemmeno l’onestà intellettuale di dire cosa realmente è accaduto?
  1. A Verona, a suo dire almeno fino a qualche tempo fa unico posto che “la Madonna” aveva scelto prima di cambiare idea e di volersi traferire a Padova, iniziano a sorgere dubbi molto seri a riguardo di questo progetto in generale, intende chiarire il tutto sia sul piano spirituale che su quello materiale e finanziario?

Le nostre sono domande nello stretto merito, basate sui fatti e sulle somme di danaro offerte e transitate su precisi conti correnti. Attendiamo risposta da parte del Sig. Minutella, non interpretazioni o manipolazioni della realtà come in altri numerosi casi ha fatto. Sappiamo che ciò gli riesce particolarmente difficile e faticoso, ma per una volta speriamo provi a dire le cose come realmente sono andate, ossia: che per una volta provi a dire la verità.

Grazie ancora cari Padri de L’Isola di Patmos, ci raccomandiamo alle Vostre preghiere con un augurio sincero per il Vostro apostolato.

Giannantonio e Barbara (Verona)

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Il libro del Cardinale Gerhard Ludwig Müller contiene realtà e verità, però ci fa rimpiangere tutti gli uomini della vecchia scuola come il Cardinale Angelo Sodano

—  Attualità ecclesiale —

IL LIBRO DEL CARDINALE GERHARD LUDWIG MÜLLER CONTIENE REALTÀ E VERITÀ, PERÒ CI FA RIMPIANGERE TUTTI GLI UOMINI DELLA VECCHIA SCUOLA COME IL CARDINALE ANGELO SODANO

bisogna baciare la mano che ci schiaffeggia, se quella mano è la mano del Sommo Pontefice o del nostro Vescovo. Peccato che questa lezione l’abbia imparata un povero prete come me, ma non l’abbia imparata un grande teologo come il Cardinale Gerhard Ludwig Müller, che ha persino intitolato il proprio libro: In buona fede.

Autore Ipazia Gatta Romana

Autore
Ipazia Gatta Romana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La sinistra radicale di Micromega fa resistenza alla “violenza” del Battesimo. Ovvero: il ridicolo paradosso degli atei ossessionati da Dio

LA SINISTRA RADICALE DI MICROMEGA FA RESISTENZA ALLA “VIOLENZA” DEL BATTESIMO. OVVERO: IL RIDICOLO PARADOSSO DEGLI ATEI OSSESSIONATI DA DIO 

I circoli di atei anticlericali potrebbero correre il serio rischio di sentirsi porgere una domanda ben più drammatica e realistica: se un padre e una madre che portano un neonato a battezzare commetterebbero a loro dire una violenza mediante il battesimo, quei padri e quelle madri che decidono invece di impedire ai figli di venire al mondo mediante la pratica dell’aborto, quale genere di violenza commettono, sui figli?

— Attualità ecclesiale —

                   Autore
        Ivano Liguori, Ofm. Capp..

 

PDF  articolo formato stampa

 

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“Perché bisognerebbe vietare il battesimo ai minori” è un articolo comparso su Micromega a firma di Alessandro Giacomoni, nel quale l’editorialista arriva a sostenere che la Chiesa Cattolica in modo subdolo costringerebbe a battezzare i propri figli per evitare di essere discriminati nel contesto della propria comunità sociale [vedere articolo: QUI]. Secondo questo pensiero, i genitori sarebbero perciò ricattati a portare i propri figli al fonte battesimale, pena l’essere visti come “animali rari” da evitare, compatire e quindi discriminare.

Queste affermazioni del giornalista denotano solo una visibile ignoranza arricchita di luoghi comuni sulle realtà sacramentali e pastorali della Chiesa. Oltretutto, al giorno d’oggi, tra la maggioranza di coloro che si definiscono “cristiani non praticanti” questo problema non è minimamente contemplato, men che meno si pongono il problema di venire rimproverati dal proprio sacerdote. Come i confratelli parroci sanno bene, è più facile che avvenga il contrario e che un “cristiano non praticante” si metta a biasimare il prete e dire quello che è giusto fare, alle volte anche sfiorando l’offesa personale o l’atteggiamento verbale aggressivo.

Ci chiediamo: non sarà, forse, che questo editorialista di Micromega si stia riferendo ai soliti volti noti dell’anticlericalismo? L’elenco è presto fatto: iniziamo dagli sparuti circoletti italiani dell’associazione UAAR (Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti), per passare poi ad alcuni nostalgici del Comunismo e del Socialismo più becero, terminando con quelle figure mitologiche degli attivisti che nel fine settimana montano un gazebo in Piazza del Popolo reputando possibile decretare democraticamente la fine della Chiesa Cattolica e del messaggio cristiano attraverso una raccolta di firme.

Se questo è il livello della contestazione, allora siamo davvero alla farsa tragicomica. Sicché, giusto per sdrammatizzare un po’, si potrebbe parafrasare quella espressione del simpatico Obelix ― l’amico di Asterix ― che reinventò l’acrostico S.P.Q.R. dal noto significato «il senato e il popolo romano» traducendolo in «sono pazzi questi romani». Proprio così: «sono pazzi questi atei» che parlano di Dio e delle cose di Dio più di quanto ne parlino gli stessi preti. I loro “dogmatismi laicisti” sono spassosissimi ma puzzano di naftalina come i vecchi pizzi di nonna Abelarda, per citare un’altra mitica figura dei fumetti classici. Urgono perciò robusti infermieri per accompagnare le ossessioni compulsive dell’ateismo che ha la pretesa di confutare un’entità, quella divina, che non dovrebbe esistere e che quindi non dovrebbe neanche creare alcun problema alle persone sane di mente: «sono pazzi questi atei».

Ma andiamo avanti, il buon editorialista inizia con lo spulciare il Catechismo della Chiesa Cattolica e il Codice di Diritto Canonico con la stessa attenzione e consapevolezza con cui si sfogliano i giornali sul tavolino del barbiere per poi estrapolare alcune definizioni operando un mash-up di esegesi laica che si conclude con questa rara perla di “saggezza”:

«Ne consegue che anche ad oggi, ogni prelato può tranquillamente permettersi esternazioni denigratorie nei confronti dei battezzati».

La domanda sorge spontanea: ma quale film di fantascienza ha visto il buon editorialista? In quante chiese è entrato, a quante Messe o omelie ha assistito, quanti battesimi ha visto per poter dire queste cose con tanta sicumera? Non ci è dato di saperlo, ma presumiamo nessuna di tutte queste cose, quello però che sappiamo è che davanti a una certa spocchiosa superiorità morale non è possibile fare nulla, se non riconoscere che in alcuni individui il pensiero critico è clinicamente morto.

L’apice dell’articolo, come non aspettarcelo, arriva a chiedere l’abolizione del battesimo e l’inserimento del battesimo laico in quanto quello confessionale violerebbe la «convenzione sui diritti dei bambini, ratificata dall’Italia nel 1991», e ancora «ogni decisione, azione legislativa, provvedimento giuridico, iniziativa pubblica o privata deve salvaguardare l’interesse superiore del bambino» cosa che evidentemente per il nostro, il battesimo non fa. Quindi il battesimo per un bambino sarebbe un’occasione per subire un danno? Di quale entità? Quali lesioni aggravanti devono essere impedite? Sarebbe interessante e avremmo gioco facile nell’invitare il giornalista a fare altrettanto con altre fedi religiose, ad esempio quelle abramitiche, che prevedono la pratica della circoncisione come segno nella carne, cosa decisamente più invasiva rispetto al gesto di versare un po’ d’acqua tiepida sul capo di un neonato, non vi pare? E se per caso, una volta divenuto adulto, il giovane ebreo o il giovane musulmano rivolesse il prepuzio, che cosa pensa di dirgli, il sapiente editorialista di Micromega così sconvolto per un po’ d’acqua tiepida versata sulla testa di un neonato? Perché qualche goccia di acqua tiepida non lascia alcun segno visibile, mentre l’asportazione di un prepuzio dall’organo genitale maschile ti lascia un segno indelebile per tutta la vita. Non a caso, gli ebrei, definiscono la circoncisione con una bellissima espressione densa di significati spirituali: בְּרִית מִילָה (Brit milah), che significa alla lettera “patto dell’alleanza”.  Ma sappiamo già che a determinati indirizzi è meglio non bussare, perché si trova pane per i propri denti e alle volte anche altro. Quindi meglio attaccare i cristiani, in modo particolare i cattolici, perché tanto non dicono nulla e non si difendono, per prendersi poi il plauso e i likes del pensiero dominante moderno con le sue icone pop che spadroneggiano in tv, sul web e nel parterre del festival sanremese.

La teoria che da sempre va per la maggiore è che dovrà decidere il bambino una volta diventato adulto, se essere battezzato o no. Teoria che vorrebbe essere presentata come logica, ma che di fatto non lo è, come non lo sono tutte quelle affermazioni basate sul puro e malcelato pregiudizio. Presto detto: applicando questa pseudo-logica i genitori non dovrebbero prendere alcuna iniziativa mirata alla crescita, alla formazione e persino alle cure fisiche del figlio, che una volta divenuto adulto potrebbe reputare opportuno tutt’altro, rispetto a ciò che i genitori hanno scelto per lui. Cosa questa che vale per tutto, dalla scelta della scuola sino alla ortodonzia attraverso la quale il dentista applica un apposito apparecchio per correggere i denti storti, o per allargare una apertura dentale stretta. E se una volta divenuto adulto il figlio dicesse che avrebbe preferito andare a un’altra scuola, o avere i denti storti e un’arcata dentale stretta, piuttosto che portare un apparecchio ortodontico per diversi anni? Come può, un genitore, scegliere e decidere di sottoporre un bambino a un intervento di chirurgia ortopedica per correggere il piede piatto, o fargli portare per alcuni anni un busto nella fase della crescita per correggere una forma di scoliosi? Come possono osare, i genitori, scegliere per lui ciò che loro reputano opportuno, migliore e più salutare? Non è forse una violenza? E se una volta giunto alla maggiore età il figlio avesse preferito il piede piatto e la scoliosi, anziché essere operato da un ortopedico o anziché portare per anni un busto? Perché, questi atei-agnostici-razionalisti non provano a lasciare i loro bambini liberi di scegliere ciò che istintivamente reputano opportuno fare? Sarebbe molto interessante vedere cosa sceglierebbe di fare un bambino di pochi anni che non ha ancora acquistato il senso del pericolo.

Desidero ricordare ai nostri Lettori che le obiezioni al battesimo dei bambini non sono una scoperta recente, ma già nei primi secoli del cristianesimo si era posto questo problema e le argomentazioni dei contrari non erano molto diverse da quelle di oggi. Mi sembra utile, quindi, ricordare e illuminare i fedeli sull’argomento facendo parlare i Padri della Chiesa che hanno scritto pagine meravigliose sul battesimo, sia per difenderlo dalle opposizioni e sia per illuminare le menti con quel pensiero della Chiesa Apostolica che ha sempre creduto e vissuto il battesimo come la conformazione a Cristo e l’inizio di un cammino serio di conversione al Vangelo e di rinuncia al peccato. Risponde a tal proposito il santo vescovo Agostino da Ippona nella sua Lettera a Bonifacio [Cfr. Lettera 98 di Sant’Agostino a Bonifacio 7-10,11]:

«A causa della solita tua vivissima avversione per la minima bugia, nell’ultimo tuo quesito ti è parso d’aver proposto una questione difficilissima. «Se ― dici ― ti presentassi un bambino e ti domandassi se, da adulto, sarà casto e non sarà un ladro, senza dubbio mi risponderesti: “Non lo so”. Così pure se ti domandassi se il bimbo essendo ancora nella medesima tenera età, pensi qualcosa di bene o di male, diresti: “Non lo so”. Se perciò non osi garantire nulla di sicuro riguardo alla sua condotta futura e al suo pensiero attuale, perché mai quando vengono presentati al battesimo, i genitori rispondono invece di essi come garanti e affermano ch’essi fanno ciò che quell’età non può pensare o, se lo può, rimane a noi ignoto? In realtà, ai padrini che ci offrono un bambino da battezzare, noi domandiamo se crede in Dio e in nome del piccino, che non sa neppure se Dio esiste, essi rispondono: “Crede”. Con la stessa sicurezza si risponde a tutte le altre singole domande loro rivolte. Mi stupisco quindi che i genitori rispondano al posto dei bambini con assoluta sicurezza trattandosi di cose tanto serie e impegnative, affermando che il bambino compie azioni sì importanti su cui vertono le domande rivolte dal ministro del battesimo nel momento che quello è battezzato; mentre nello stesso momento se facessi loro quest’altra domanda: “Questo bimbo, che ora viene battezzato, sarà casto o non sarà piuttosto un ladro?”, non so se alcuno oserebbe affermare: “Sarà o non sarà tale”, come senz’ombra di dubbio mi viene risposto che crede in Dio”. Alla fine, concludi il tuo ragionamento dicendo: ” Usa la cortesia di rispondere brevemente a queste mie domande, non allegando la norma della consuetudine ma adducendone il motivo e la spiegazione».  

In questa risposta si intravede perfettamente il ruolo che il Vescovo di Ippona attribuisce alla fede dei genitori e dei padrini che liberamente e volontariamente accompagnano al battesimo i propri figli. Il bambino battezzato viene reso fedele non da un atto simile a quello dei fedeli adulti, ma dal Sacramento della stessa fede che viene trasmesso come cosa buona da chi ha già fatto esperienza di Cristo e desidera trasmetterla. Allo stesso modo, per Sant’Agostino, sia i genitori che i padrini rispondono al battesimo dei propri figli affermando il proprio credo, volontà libera e non coercitiva, in tempi dove definirsi cristiani era molto più scomodo e pericoloso di oggi. Capiamo che il bambino battezzato si chiama fedele ― nel senso di unito a Cristo ― non semplicemente col dare l’assenso personale della sua intelligenza, ma col ricevere il Sacramento della stessa fede che è stato trasmesso nella propria famiglia. Quando poi il bambino, crescendo, comincerà a capire, non avrà più bisogno di un nuovo battesimo, ma comprenderà il Sacramento ricevuto e si conformerà, col consenso della sua volontà, dalla realtà spirituale rappresentata dal battesimo.

Dopo questa descrizione così chiara, possiamo comprendere che tutte le cose reputate buone vengono trasmesse dai genitori ai figli e che spesso le passioni dei padri diventano quelle dei figli, ma mai nessuno si sognerebbe di dire che il bambino è fatto vittima di violenza.

Nel Rito del Battesimo il sacerdote domanda: «che cosa chiedete alla Chiesa di Dio?» è una domanda semplice che definisce una volontà ben libera di procedere in un cammino di fede attraverso il battesimo. Ma questo non basta, il sacerdote avverte i genitori del battezzando della responsabilità di questa richiesta: «chiedendo il Battesimo per vostro figlio, voi vi impegnate a educarlo nella fede, perché, nell’osservanza dei comandamenti, impari ad amare Dio e il prossimo, come Cristo ci ha insegnato. Siete consapevoli di questa responsabilità?». Se questa consapevolezza c’è, bene, altrimenti si aspetta, non c’è fretta nelle cose di Dio, è inutile battezzare il proprio figlio per altre ragioni se non perché lo si vuole far vivere della stessa vita di Cristo. Il battesimo è l’inizio di ogni discepolato e di quel cambiamento evangelico ― μετάνοια (metànoia) ― che coinvolge tutta la famiglia, Chiesa domestica, a costituire il fulcro del primo annunzio della fede.

San Fulgenzio di Ruspe nella Regola della vera fede [Cfr. 30,14] afferma:

«[…] nessun uomo può ricevere la salvezza eterna, se non si è convertito quaggiù dai suoi peccati con la penitenza e la fede, e che per mezzo del Sacramento della fede e della penitenza, cioè per mezzo del battesimo, non se n’è liberato»

La “Chiesa istituzionale”, chiamiamola così per i meno scafati in queste faccende, subentra successivamente a questa consapevolezza e accompagna il cammino di fede della famiglia potenziandolo e dirigendolo al meglio con la grazia che viene dallo Spirito Santo. Ma del resto non avviene lo stesso con l’apprendimento? Il bambino di sei anni quando entra in prima elementare non conosce già tante cose ed è capace di parlare. Da chi ha attinto queste informazioni se non dalla casa? La frequenza a scuola e il percorrere l’itinerario di apprendimento è solo il proseguo di quello che la famiglia ha già fatto, strutturandolo in modo robusto e aprendo al piacere e al desiderio della conoscenza le giovani menti che un domani saranno in grado di governarsi nel mondo da persone mature.

Per finire invitiamo fraternamente i giornalisti di Micromega ad esimersi per il futuro da queste esternazioni imbarazzanti che avrebbero fatto impallidire uomini di grande talento e intelletto del calibro di Enrico Berlinguer e Marco Pannella, o che indurrebbero un autentico liberale come Daniele Capezzone a dar loro sbrigativamente degli ignoranti senza alcuna esitazione. Sia infatti chiaro: gli esponenti del vecchio Partito Comunista Italiano, o i Radicali cresciuti alla scuola politica di quella mente brillante di Marco Pannella ― di cui poco o forse niente condividiamo, ma che riconosciamo però dotato di indubbie qualità politiche ―, con certi beceri soggetti non hanno nulla da spartire sia sul piano della idealità che su quello della esposizione delle critiche formulate alla Chiesa Cattolica.

La proposta del battesimo laico? È sicuramente la miglior trovata del “dogmatismo” ateo, dopo quella che li indusse a proporre la figura del … “cappellano ospedaliero laico”. Tutto fatto per inseguire il disperato desiderio di diventare i nuovi preti del laicismo con tutto quel bagaglio liberal-clericale che ne deriva. Il poeta romanesco Giuseppe Gioachino Belli, che in fatto di critica alla Chiesa non è stato secondo a nessuno, riprendendo l’acrostico S.P.Q.R. lo traduceva in «Solo Preti Qua Regnano». Sì, voi inseguite questo sogno essere il nuovo clero laico regnante della mondanità, ma ricordatevi una cosa, se dopo duemila anni la Chiesa è ancora presente e battezza per mandato di Cristo è perché c’è quel qualche cosa di più ― lo chiediamo agli atei, è forse Dio? ― che la sostiene e la difende. Forse sarebbe meglio da parte vostra un minimo di attenzione in più, almeno un po’ più di prudenza. Anche perché i circoli di atei anticlericali potrebbero correre il serio rischio di sentirsi porgere una domanda ben più drammatica e realistica: se un padre e una madre che portano un neonato a battezzare commetterebbero a loro dire una violenza mediante il battesimo, quei padri e quelle madri che decidono invece di impedire ai figli di venire al mondo mediante la pratica dell’aborto, quale genere di violenza commettono, sui figli?

Laconi, 6 febbraio 2023

 

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Nel corso dei secoli la confessione sacramentale ha subìto dei mutamenti radicali che i grandi “dottori teologi” di Facebook e Twitter ignorano

—  Attualità ecclesiale —

 NEL CORSO DEI SECOLI LA CONFESSIONE SACRAMENTALE HA SUBÌTO DEI MUTAMENTI RADICALI CHE I GRANDI “DOTTORI TEOLOGI” DI FACEBOOK  E TWITTER IGNORANO

Grazie ai Social Media molti, raggruppati in fitte legioni di stolti sempre più agguerrite, oltre che peggiori della biblica invasione delle cavallette, si auto-formano di regola a questo modo: prima spiluccano da un blog all’altro, poi si cimentano nell’uso di parole di cui non conoscono neppure il significato etimologico ― ma soprattutto il significato che hanno nel linguaggio filosofico, metafisico e teologico-dogmatico ―, infine salgono sulla cattedra di Facebook o di Twitter per dare lezioni di corretta dottrina a noi teologi, sparando una dietro l’altra assurdità a raffica, spesso anche in modo violento e aggressivo.

 

 

PDF  articolo formato stampa

 

 

Ponendo una domanda un Lettore mi ha ispirato questo articolo che potrebbe risultare utile a molte persone:

 

«Vero che Cristo condanna il peccato e non il peccatore. Vero che il peccatore va perdonato settanta volte sette, quindi sempre. Ma alla centesima volta che una persona viene da lei a confessare lo stesso peccato non pensa mai che forse ci sta “ciucciando” un pochino? Le prime comunità cristiane se ben ricordo non è che andavano poi così leggere nel giudizio sul peccatore e, dopo il peccato, non bastava la contrizione del cuore e prima di essere riammesso nella comunità doveva passare sotto le forche caudine pubbliche. Probabilmente i miei sensi di colpa nascono da qui … masochismo? Ma mi pare che anche nei canoni apostolici si parli di questo percorso».

 

Frate Cappuccino confessore (foto by Aldo Lancioni)

 

Sono domande che offrono l’opportunità di fare un po’ di dogmatica sacramentaria, materia alla quale mi sono molto dedicato assieme alla storia del dogma.

Nei tempi tristi e confusi che stiamo vivendo, noi sacerdoti e teologi dobbiamo fare i conti con la realtà di “cattolici” che spaziano tra il magico-estetico e il fideismo più becero. Grazie ai Social Media molti, raggruppati in fitte legioni di stolti sempre più agguerrite, oltre che peggiori della biblica invasione delle cavallette, si auto-formano di regola a questo modo: prima spiluccano da un blog all’altro, poi si cimentano nell’uso di parole di cui non conoscono neppure il significato etimologico ― ma soprattutto il significato che hanno nel linguaggio filosofico, metafisico e teologico-dogmatico ―, infine salgono sulla cattedra di Facebook o di Twitter per dare lezioni di corretta dottrina a noi teologi, sparando assurdità a raffica, spesso anche in modo violento e aggressivo. E non sempre, purtroppo, si riesce a ridere sulle scempiaggini di questi teologi internetici. Alcune volte sì, altre invece no.

Ecco un tipico esempio di bieco e becero fideismo basato sul magico-estetico, della serie … abracadabra la magia è fatta! Una tale ha scritto sulla mia pagina social che «le preghiere recitate in latino sono potentissime e il Demonio proprio non le sopporta», perché ne è terrorizzato.

Per pedagogia, soprattutto per autentica carità cristiana, persone simili non possono essere prese sul serio, vanno prese solo in giro. Cos’altro si potrebbe fare con soggetti che dalle loro cattedre erette sui social media pensano di poter parlare del mistero della grazia divina, della sacramentaria ― che peraltro è il ramo più complesso della teologia dogmatica ― e della disciplina dei Sacramenti, con la leggera disinvoltura con cui si può discutere con la sciampista nella sala del parrucchiere sull’ultimo articolo  pubblicato su un magazine di gossip?

Ecco allora che la presa di giro rivolta a queste persone diviene un atto opportuno e pedagogico della più autentica carità cristiana. Infatti, ciò che non è serio e che si palesa così grottesco e anti-scientifico, anti-dottrinale e anti-teologico, va destituito di valore. Per fare questo l’arma più efficace è costituita dall’ironia e dalla sapiente e caritatevole presa di giro.

E così, a quella Signora che quasi sicuramente non riuscirebbe a tradurre dal latino all’italiano neppure le prime semplicissime righe del De bello gallico ma che invoca la “lingua magica” del latino per terrorizzare il Demonio, risposi che quando noi celebriamo il Sacrificio Eucaristico in lingua italiana, o quando anziché dire Dominus vobiscum diciamo Il Signore sia con voi, sicuramente il Demonio si scompiscia dalle risate, non sentendosi colpito attraverso il magico latino che lo stende invece a terra all’istante spaventato e tramortito.

Questa articolata premessa per dire che quando mi sono posti quesiti intelligenti come quello inviato da questo nostro Lettore, è come se mi fosse giunto in omaggio un regalo:

«Alla centesima volta che una persona viene da lei a confessare lo stesso peccato non pensa mai che forse ci sta “ciucciando” un pochino?».

Quesito pertinente, perché proprio in questi casi si può vedere quanto uno sia un confessore sapiente e illuminato dalla grazia di Dio. Anzitutto va tenuto conto che Cristo, divina pietra angolare, scelse Pietro per la edificazione e il governo della sua Chiesa (cfr. Mt 13, 16-20). E tra tutti gli Apostoli Pietro era il più fragile e spocchioso, come più volte dimostrò, al tempo stesso si mostrò pure il più codardo. All’occorrenza si mostrò confuso, indeciso e ambiguo in materia di dottrina. Era un pescatore galileo ingenuo, passionale e buono che tale rimase per tutta la vita. Non brillava per intelligenza, meno che mai per cultura. Basti ricordare come fu fatto nero ad Antiochia dal Beato Apostolo Paolo, pur con tutto il rispetto per il suo primato di Capo del Collegio degli Apostoli. Adesso ripercorriamo quella vicenda molto interessante di Antiochia narrata dallo stesso Apostolo Paolo:

«Ma quando Cefa venne ad Antiòchia, mi opposi a lui a viso aperto perché aveva torto. Infatti, prima che giungessero alcuni da parte di Giacomo, egli prendeva cibo insieme ai pagani; ma, dopo la loro venuta, cominciò a evitarli e a tenersi in disparte, per timore dei circoncisi. E anche gli altri Giudei lo imitarono nella simulazione, tanto che pure Bàrnaba si lasciò attirare nella loro ipocrisia. Ma quando vidi che non si comportavano rettamente secondo la verità del Vangelo, dissi a Cefa in presenza di tutti: “Se tu, che sei Giudeo, vivi come i pagani e non alla maniera dei Giudei, come puoi costringere i pagani a vivere alla maniera dei Giudei?”. Noi, che per nascita siamo Giudei e non pagani peccatori, sapendo tuttavia che l’uomo non è giustificato per le opere della Legge ma soltanto per mezzo della fede in Gesù Cristo, abbiamo creduto anche noi in Cristo Gesù per essere giustificati per la fede in Cristo e non per le opere della Legge; poiché per le opere della Legge non verrà mai giustificato nessuno. Se pertanto noi che cerchiamo la giustificazione in Cristo siamo trovati peccatori come gli altri, Cristo è forse ministro del peccato? Impossibile! Infatti se torno a costruire quello che ho distrutto, mi denuncio come trasgressore. In realtà mediante la Legge io sono morto alla Legge, affinché io viva per Dio. Sono stato crocifisso con Cristo, e non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me. Dunque non rendo vana la grazia di Dio; infatti, se la giustificazione viene dalla Legge, Cristo è morto invano”» (Gal 2, 11-21).

In questo dibattito avvenuto ad Antiochia, il Beato Apostolo Paolo enuncia la teologia e la dottrina della grazia e della giustificazione. Esattamente quella che fraintese un frate agostiniano tedesco notoriamente asino, mi pare si chiamasse Martin Lutero, fucina di immani danni prodotti nella Chiesa attorno al XVI secolo, con buona pace di certa piaggeria cattolica che oggi lo indica come “riformatore” e che chiama la sua eresia scismatica “riforma”. Tra l’altro proveniva da uno storico Ordine che prende nome proprio da Sant’Agostino che fu autore del De natura et gratia.

Sempre restando nell’ordine degli esempi iperbolici: se dopo la morte di Gesù Cristo si fosse tenuto un conclave, quanti avrebbero votato Pietro e quanti Paolo? Quale profonda differenza correva tra Pietro, Giacomo il Maggiore e suo fratello Giovanni, indicati da Cristo Dio col nome aramaico di “figli del tuono” ― boanèrghes ―, riportato poi in caratteri greci come βοανηργες (cfr. Mc 3, 16-18). Se mettiamo a confronto Pietro con figure di apostoli come Giovanni o Paolo, la differenza apparirà all’incirca come quella che potrebbe correre tra Roberto Benigni e Marcello Mastroianni, tra Jerry Lewis e Gregory Peck. Eppure Cristo scelse lui che incarnava tutte le nostre fragilità umane, dando ad esso le chiavi del regno e il potere di legare e di sciogliere (cfr. Mt 16, 13-19), il tutto pur avendo avuto elementi di gran lunga migliori tra i quali scegliere il Capo del Collegio degli Apostoli. Allora proviamo a domandarci: perché scelse Pietro e non altri?

Ad assolvere dai peccati non è un Angelo di Dio, così come a guidare la Chiesa di Cristo non è una schiera di Cherubini e Serafini, ma di sacerdoti, di alteri Christi che agiscono in Persona Christi e che spesso possono essere peccatori peggiori di colui al quale concedono la grazia e il divino perdono attraverso l’assoluzione sacramentale: «A chi rimetterete i peccati saranno rimessi …» (Gv 20, 22-23).

La teologia, la dogmatica sacramentaria in particolare, non può essere scissa dalla storia del dogma, perché nel corso di duemila anni la disciplina dei Sacramenti ha avuto delle mutazioni a volte radicali, frutto di una lunga gestazione intesa come acquisizione della percezione del Sacramento e dei Sacramenti in sé. O forse qualcuno pensa che i primi cristiani avessero della Santissima Eucaristia la percezione che oggi ne abbiamo noi? O che esponessero dentro l’ostensorio il Santissimo Sacramento per l’adorazione eucaristica, pratica di sacra devozione al Santissimo Corpo di Cristo che prenderà vita solamente circa 1300 anni dopo la morte e risurrezione del Verbo di Dio? Quali libri di preghiere usavano i primi cristiani in epoca apostolica e con quale Messale celebravano la Santa Messa, forse con quello che certi ridicoli contemporanei chiamano … il messale della Messa di sempre? I primi cristiani recitavano forse preghiere alla Beata Vergine Maria? I Dodici Apostoli radunati assieme cantavano Salve Regina in gregoriano alla presenza della Mater Dei per renderle onore mentre soggiornava a Efeso o a Gerusalemme? Veneravano le reliquie dei Santi? Andavano in pellegrinaggio per i santuari nei quali si poteva lucrare l’indulgenza, o forse affollavano la collina di Medjugorje dove nel pacchetto viaggio completo si garantisce anche la conversione, oltre — s’intende — all’apparizione assicurata della Madonna? Oppure, dopo l’Editto di Milano del febbraio 313, i cristiani strillavano, stile neocatecumenali invasati: … «siamo stati riconosciuti e approvati … approvati! Non potete quindi dirci e farci niente: siamo stati approvati! Chi è contro di noi è contro gli augusti imperatori Costantino e Licinio che ci hanno approvati … approvati!»? E sempre dopo questo editto, ai cristiani furono forse date le antiche basiliche della romanitas con un posto d’onore nell’antico Senato riservato al Vescovo di Roma? Sinceramente vorrei sapere certa gente che film di fantascienza ha visto, sarebbe interessante conoscerne perlomeno il titolo.

È presto detto: un peccatore potrebbe commettere quel particolare peccato anche una volta ogni 48 ore, andando poi a chiedere la grazia e il perdono di Dio. Ovviamente purché sia pentito e “vittima” di fragilità e debolezze che non riesce sul momento a gestire e superare. Tutt’altro discorso se il peccatore commette in continuazione lo stesso peccato perché per indolenza, pigrizia o egoismo vuole essere debole e fragile e non intende in alcun modo reagire a quelle sue debolezze e fragilità alle quali potrebbe invece reagire, o peggio perché convinto “…. vabbè, tanto poi vado a confessarmi”. In quel caso, per il bene del penitente si può giungere persino a negare l’assoluzione. Posso però garantire che soggetti di questo genere è difficile ― mi verrebbe da dire quasi impossibile ― che vadano avanti e indietro dal confessionale a chiedere perdono per lo stesso peccato.

Il Lettore seguita a chiedere:

«Le prime comunità cristiane se ben ricordo non è che andavano poi così leggere nel giudizio sul peccatore e, dopo il peccato, non bastava la contrizione del cuore e prima di essere riammesso nella comunità doveva passare sotto le forche caudine pubbliche».

È vero, ma siamo ai primordi dell’esperienza cristiana, in un’epoca nella quale a molti non era ancora chiaro che cosa fosse realmente accaduto di grandioso per l’intera umanità dal Calvario al sepolcro vuoto di Cristo risorto e poi asceso al cielo. Diverse erano le correnti dei primi cristiani, due le principali: i giudeo-gesuani, ossia gli ebrei che avevano scelto di seguire il messaggio del Cristo e che risentivano molto della cultura ebraica e della legge rabbinica, in particolare di quella farisaica, dal cui ceppo provenivano lo stesso Apostolo Paolo (cfr. At 23, 6) e i pagani convertiti appartenenti alle popolazioni greche e latine.

Come prova “l’incidente” di Antiochia tra gli Apostoli Pietro e Paolo, molto accesi erano gli scambi tra circoncisi e non circoncisi. E con tutta la confusione che spesso ne seguiva si discuteva se i cristiani dovessero seguitare con la pratica rituale della circoncisione. Molti intendevano l’Eucaristia come una celebrazione di Pesach (la Pasqua ebraica) che anziché una volta all’anno era celebrata una volta alla settimana. Basterebbe poi ricordare che da lì a seguire occorreranno quasi quattro secoli e due grandi concili dogmatici per definire prima a Nicea nel 325, poi a Costantinopoli nel 381, il mistero della Persona e della natura di Cristo. E siccome non esistevano neppure termini lessicali per poterla definire, i Padri della Chiesa furono costretti a prendere a prestito terminologie dal lessico filosofico greco e a modularle per dare una definizione a questo ineffabile mistero.

All’inizio ho fatto richiamo ai “dottori in teologia sacramentaria” specializzati all’accademia di Facebook e di Twitter, quelli da prendere in giro per imperativo di coscienza e soprattutto per carità cristiana, pronti a lanciarsi in temi per i quali spesso, se non quasi di prassi, presbiteri sessantenni con trent’anni di ministero sacerdotale alle spalle domandano spiegazioni a qualche confratello teologo o storico del dogma, semmai di vent’anni più giovane di loro, prima di addentrarsi in certe disquisizioni molto complesse sul piano teologico, che di riflesso comportano tematiche altrettanto complesse sul piano storico. È infatti impossibile comprendere la disciplina dei Sacramenti se non si conosce bene e a fondo la storia.

È vero, le prime comunità cristiane avevano altra concezione del perdono dei peccati, basti dire che il Sacramento della penitenza poteva essere ricevuto una sola volta nella vita, dopo un percorso penitenziale fatto sotto la guida del Vescovo. Una volta ricevuto questo Sacramento il fedele non poteva peccare più, se non a suo rischio e pericolo, perché non avrebbe potuto mai più riceverlo. Per sette secoli l’assoluzione dai peccati fu considerato un Sacramento “non ripetibile”. Per questo i cristiani cercavano di ricevere l’assoluzione prima di morire, o comunque in età elevata. E molti morivano senza riceverla.

In questi primi secoli si crea anche il complesso problema dei lapsi. Termine latino che alla lettera significa “scivolati”, usato per indicare i cristiani che durante le persecuzioni del III e IV secolo bruciarono incensi agli dei pagani facendo atto di adorazione verso di essi. Ciò non per convinzione ma perché minacciati di morte, quindi solo per paura di morire. Anche dinanzi al caso dei lapsi fu tenuta ferma la disciplina della irripetibilità della penitenza. Sulla riammissione dei lapsi alla Comunità dei credenti la Chiesa delle origini si trovò divisa tra la corrente di Cornelio, eletto Vescovo di Roma nel 251, propenso al perdono e al loro accoglimento, ed i seguaci del presbitero Novaziano che negava loro qualsiasi forma di accoglienza e che finì poi scomunicato dal sinodo romano. Da lui nacque quella corrente conosciuta oggi come eresia novaziana, che per alcuni secoli seguitò a trovare adepti. Memorabile la battaglia teologica condotta contro i novaziani da Ambrogio vescovo di Mediolanum, che sul finire del IV secolo compose il De poenitentia, opera suddivisa in due libri in cui è sono confutate: nel primo le tesi dei seguaci di Novaziano che consideravano non perdonabili i peccati mortali e la necessità che si procedesse con un nuovo battesimo per i seguaci della loro setta eretica; nel secondo offre una dotta dissertazione sul concetto di penitenza e del modo in cui deve essere amministrata. Il Vescovo Ambrogio confuta i novaziani ricordando loro che la misericordia di Dio offre a tutti i peccatori pentiti la sua grazia. Ribadisce il fondamento analogico tra battesimo e penitenza e infine riafferma anch’esso l’irripetibilità di entrambi questi sacramenti che generano una sostanziale trasformazione di vita in chiunque si penta per i peccati commessi e il male che con essi è stato arrecato ad altri. I novaziani pretendevano di invitare da una parte alla penitenza e al pentimento, dall’altra negavano però il perdono, convinti di rendere lode all’Onnipotente col loro rigore, ma di fatto disprezzando la grazia e il perdono di Dio attraverso la loro cieca durezza di cuore. Lascio adesso valutare, a chiunque abbia letto solo alcuni sproloqui di certi sedicenti teologi internetici fai-da-te, se quella novaziana non è per caso una delle diverse eresie di ritorno della nostra attualità.

Con la discesa dei barbari dal Nord dell’Europa ― che poco dopo si convertirono in massa al Cristianesimo affascinati dalle grandi e virili figure di certi Vescovi e Padri della Chiesa ―, si incominciò a ventilare l’ipotesi di rendere questo Sacramento ripetibile per far sì che il percorso di conversione e di vita cristiana fosse meno impossibile per questi popoli. Ipotesi dinanzi alla quale molti Padri della Chiesa e teologi dell’epoca gridarono all’eresia! Presumibilmente, uno di questi, sarebbe stato lo stesso Ambrogio, poc’anzi citato, che tre secoli prima ribadì la irripetibilità della penitenza in una sua celebre opera teologica.

Perché con i barbari convertiti nasce la necessità pastorale di rendere ripetibile il Sacramento? Perché al di là della loro buona volontà, le loro abitudini e costumi di vita erano quelli che erano … insomma, dobbiamo essere grati ai barbari se questo Sacramento divenne ripetibile. Solo nel VII secolo fu introdotta la pratica privata della Penitenza, cosa che dobbiamo ai monaci irlandesi vissuti ai tempi di San Colombano che fondò il monastero di Bobbio agli inizi del VII secolo e che concorse a ridare vita alla pratica di questo Sacramento mediante una dimensione privata improntata sulla espiazione dei peccati. Così, questi monaci, scendendo dalle regioni del nord Europa in Italia portarono l’abitudine sacramentale del “confessare” a un presbitero i propri peccati in modo tale da ricevere una penitenza, detta penitenza tariffata. E qui bisogna spiegare che per penitenza tariffata si intende la classificazione delle colpe cui corrispondevano le penitenze da imporre. Questo sistema introdotto nel VII secolo cominciò a essere praticato prima in ambito monastico, poi tra il popolo con successiva gran diffusione. Dobbiamo quindi all’irlandese San Colombano e ai suoi monaci la ripetibilità di questo Sacramento, anziché la possibilità di riceverlo una sola volta nella vita. Sempre a lui dobbiamo anche la segretezza del percorso penitenziale al posto della dimensione pubblica.

Nei duecento anni che seguirono tra l’VIII e il IX secolo, i Libri Penitenziali ebbero una gran diffusione e applicazione. Le tariffe racchiuse al loro interno consistevano principalmente in digiuni imposti, che secondo la gravità della colpa commessa potevano durare talora giorni, altre volte anni. Disgrazia volle ― perché tale di fatto fu ―, che i Libri Penitenziali contenessero al loro interno delle commutazioni che permettevano al peccatore di commutare il proprio digiuno in opere espiatorie compiute da lui stesso o effettuate persino da terzi, il tutto in cambio di denaro, celebrazioni di Sante Messe, donazioni di terre, costruzione di chiese e monasteri nei casi di peccatori particolarmente ricchi. Si giunse poi a sfiorare il ridicolo, questo giusto per ricordare con un inciso che a un certo punto della storia, in quel di Certaldo, Giovanni Boccaccio nacque tutt’altro che per caso nel XIV secolo e che certe sue novelle sono tutto fuorché fantasiose invenzioni. Lascio allora intuire a chi legge, senza scendere in particolari inutili e vergognosi, quali abusi originarono certe commutazioni e quanti “santi” monaci ottennero la edificazione di grandi monasteri vendendo nei concreti fatti la espiazione dei peccati, mentre certi sovrani e potenti feudatari sottoposti a dura penitenza giunsero a pagare un proprio fedele servitore affinché facesse penitenza al posto loro (!?). Ci sarà pure un motivo, se diversi concili della Chiesa condannarono duramente il turpe peccato di simonia, il cui etimo nasce dalla vicenda di Simon Mago che cercò di offrire del danaro agli Apostoli per ricevere i doni dello Spirito Santo mediante l’imposizione delle loro mani (cfr. At 8, 18-19).

Successivamente il Sacramento della penitenza conoscerà nuove evoluzioni e innovazioni tra il IX e il X secolo con i teologi carolingi che incominciano a incentrare l’attenzione dall’espiazione dei peccati all’accusa dei peccati, ritenendola il vero cuore dell’intero processo penitenziale. Senza il sincero pentimento non può esservi perdono e la penitenza espiativa può rischiare di essere fine a sé stessa. Sino a giungere al Concilio di Trento che nel 1563 fissa le norme della Confessione con un apposito decreto, strutturando la disciplina sacramentale e canonica di questo Sacramento come la conosciamo oggi. In epoca post-tridentina nacquero anche spazi e luoghi idonei per amministrare questo Sacramento, per esempio le penitenzierie all’interno delle grandi cattedrali e basiliche, quindi l’uso dei confessionali creati tra la fine del XVI e gli inizi del XVII secolo per garantire la riservatezza e la separazione tra il confessore e il penitente e favorire la confessione stessa. A nessuno rimarrebbe agevole, agli uomini e forse più ancora alle donne, accusare i propri peccati a un uomo che ti siede di fronte e che mentre parli ti guarda in faccia. Merita ricordare che i confessionali furono inventati dai Gesuiti, proprio gli stessi che tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta del Novecento furono i primi a toglierli da molte delle loro chiese per metterli negli scantinati, oppure vendendoli agli antiquari, semmai per dare i soldi ai poveri, intendiamoci! Infatti, la ragione casuistica del Gesuita, o è sempre nobile in sé e di per sé, o in ogni caso lo diventa attraverso la manipolazione.

Non è vero che il peccatore «prima di essere riammesso nella comunità doveva passare sotto le forche caudine pubbliche». Però alcuni storici lo scrivono, molti lo leggono in giro e prendono simili asserzioni per vere diffondendole poi come tali. A essere pubblica non era la confessione dei peccati, ma lo stato dei penitenti, quello sì che era reso pubblico. I penitenti, quasi sempre raccolti in gruppi, dovevano fare un preciso percorso penitenziale sotto la guida del Vescovo, non potevano certo essere tenuti nascosti, ma i loro peccati sì, tanto che il Santo Pontefice Leone Magno, il lungo pontificato del quale durò dal 440 al 461, proibì la confessione pubblica e la dichiarò illegittima e contraria alle norme apostoliche:

«Noi proibiamo che in questa occasione venga letto pubblicamente uno scritto nel quale sono elencati nei particolari i loro peccati. È sufficiente infatti che le colpe vengano manifestate al solo Vescovo, in un colloquio privato» (Lettera 168).

Da tutte queste note storiche si dovrebbe comprendere che il Sacramento della penitenza, come altri Sacramenti, ha subito nel corso del tempo grandi mutazioni, a tratti veramente radicali. Sempre con buona pace di chi parla di Messa di sempre o di dottrine, regole e discipline sempre e assolutamente immutabili, con tanto di indiscutibile suggello «si è sempre fatto così nel corso dei secoli!». Espressione tipica dell’imbecille che le mutazioni e gli eventi avvenuti nei secoli le ignora di prassi tutte quante, perché si è creato un passato che non è mai esistito, allo scopo di rendere irreale il presente.

Concludo con un tocco di ironia narrando di quando una mega-catechista de La setta Neocatecumenale fece uno sproloquio kikian-carmeniano sulla necessità del ritorno alla Chiesa delle prime origini apostoliche. E qui è necessario precisare che la mega-catechista faceva i cosiddetti scrutini — vale a dire che indagava le coscienze — non solo dei laici, ma persino dei sacerdoti e, quando si tenevano le loro assemblee nelle chiuse salette, lei parlava e sproloquiava eresie a tutto spiano, mentre il sacerdote presente sedeva in silenzio vicino a lei tacendo, a vergogna di sé stesso e della dignità sacerdotale. A quel punto le citai alcuni passi della Sacra Scrittura in cui il Beato Apostolo Paolo non si limita a esortare, ma rivolge delle vere e proprie severe intimazioni: 

«Non concedo a nessuna donna di insegnare, né di dettare legge all’uomo; piuttosto se ne stia in atteggiamento tranquillo» (I Tm 2, 12) «Come in tutte le comunità dei fedeli, le donne nelle assemblee tacciano perché non è loro permesso parlare; stiano invece sottomesse, come dice anche la legge. Se vogliono imparare qualche cosa, interroghino a casa i loro mariti, perché è sconveniente per una donna parlare in assemblea» (I Cor 14, 34-35).

Dinanzi a quei passi così chiari, le dissi che il suo compito era di tacere e basta. E detto questo le domandai se intendeva tornare alla Chiesa delle origini e applicare alla lettera certi comandi e precetti, mostrando così di anelare per davvero e fino in fondo all’auspicato ritorno alle origini. Non sapendo cosa rispondere, la povera ignorante, paradigma di ciò che di fatto sono i mega-catechisti neokatekiki, sbroccò letteralmente affermando: «Beh, si sa da sempre, che San Paolo era un misogino». Ebbene, anche se non è questa la sede, penso sia opportuno chiarire in breve che il Beato Apostolo, lungi dall’essere un misogino, rivolgeva queste parole agli abitanti di Corinto, società tendenzialmente matriarcale nella quale le donne erano solite condizionare gli uomini con forti influenze e pressioni. Quando però cercarono di fare altrettanto nella Comunità Cristiana, tentando di mettere i piedi sulla testa a vescovi e presbiteri, l’Apostolo le richiamò all’ordine. Pertanto, l’ammonimento «Se vogliono imparare qualche cosa, interroghino a casa i loro mariti», molto probabilmente era rivolto proprio alle mogli dei primi vescovi e presbiteri di quell’area geografica, lo si evince da quest’altro passo dell’Epistola indirizzata al discepolo Timoteo:

«[…] bisogna che il vescovo sia irreprensibile, non sposato che una sola volta, sobrio, prudente, dignitoso, ospitale, capace di insegnare, non dedito al vino, non violento ma benevolo, non litigioso, non attaccato al denaro. Sappia dirigere bene la propria famiglia e abbia figli sottomessi con ogni dignità, perché se uno non sa dirigere la propria famiglia, come potrà aver cura della Chiesa di Dio?» (I Tm 3, 2-5).

Il problema è che da una parte abbiamo pseudo cattolici più o meno settaristi che invocano il ritorno a origini che non conoscono e che costituiscono invece solo un nucleo evolutivo di partenza al quale non è certo auspicabile tornare, perché sarebbe come scendere dall’automobile e retrocedere al tempo antecedente l’invenzione della ruota. Dall’altra parte abbiamo pseudo-cattolici di non meglio precisata tradizione che si sono costruiti un passato che non è mai esistito, convinti che il Beato Apostolo Pietro celebrasse la Messa di sempre rivestito di solenni paramenti con assistenti presbiteri rivestiti di piviali e diaconi rivestiti di dalmatiche barocche damascate. Ovviamente celebrando ― va da sé, manco a dirsi! ― in un perfetto e magico latino, quello che spaventa e allontana il Demonio, come scriveva quella certa scienziata sulla mia pagina Social. E di certo a Simone figlio di Giona detto Pietro lo chiamavano anche “Santità” o “Beatissimo Padre”. Quando infatti i soldati romani lo arrestarono sulla Via Appia per portarlo sul Colle Vaticano dove fu crocifisso, gli intimarono: «Altolà, Sommo Pontefice della Chiesa Cattolica Apostolica Romana, Vostra Santità è in arresto!». E fu trascinato verso il supplizio, dando alla fine della vita la prova della eroicità delle sue virtù e morendo per grazia di Dio martire.

Per morire martire Pietro ci impiegò una vita intera, dopo essersela data a gambe più volte, l’ultima in ordine di serie poco prima di morire, durante le persecuzioni di Nerone, sotto il regno del quale finì catturato assieme ad altri cristiani in fuga e finendo sulla croce in quello che nella prima epoca romana fu un luogo paludoso umido e insalubre al di fuori del nucleo urbano metropolitano: il Colle Vaticano. Nome che alcuni fanno derivare da Vagitano, una divinità pagana che proteggeva i neonati che emettevano il loro primo vagito. Altri lo fanno derivare da vaticinor, che in latino significa “predire”, quindi collegandolo al fatto che in quella zona esercitavano il loro mestiere degli indovini già in antica epoca etrusca. Qualunque sia il vero significato della parola, resta certo che il Vaticano è un luogo dove per l’amore e il rispetto della fede si finisce messi in croce, nell’antichità come nella contemporaneità.

dall’Isola di Patmos, 4 febbraio 2023

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Il tema trattato in questo articolo si trova approfondito nel mio libro Amoris Tristitia – Cliccare sull’immagine per aprire la pagina 

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La necessaria cura pastorale delle esequie cristiane apre alla speranza della risurrezione non all’estemporanea bizzarria del sacerdote celebrante anche quando a presiedere è un vescovo

LA NECESSARIA CURA PASTORALE DELLE ESEQUIE CRISTIANE APRE ALLA SPERANZA DELLE RISURREZIONE NON ALL’ESTERMPORANEA BIZZARRIA DEL SACERDOTE CELEBRANTE ANCHE QUANDO A PRESIEDERE È UN VESCOVO

[…] nella stessa Roma fummo costretti ad assistere nel 2012 al funerale del più celebre regista di film porno, durante il quale celebri porno-attori e porno-attrici tutt’altro che pentiti, dopo avere ricevuto in modo sacrilego la Santissima Eucaristia, non contenti salirono all’ambone durante l’azione liturgica per fare un vero e proprio elogio orgoglioso alla pornografia prima del termine della Santa Messa.

— Attualità ecclesiale —

                   Autore
        Ivano Liguori, Ofm. Capp..

 

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Chi come me è parroco ― ancor prima sono stato cappellano di un grande polo ospedaliero cittadino ― saprà comprendermi quando dico che una delle difficoltà maggiori per un sacerdote è quella di far comprendere ai fedeli ― ma anche a quelli che lo sono un po’ meno ― che con i Sacramenti non è proprio il caso di scherzare. I Sacramenti non sono assimilabili a una duttile pasta da modellismo, utile da plasmare a seconda dei tempi e delle circostanze, favolosa quando si tratta di sopperire alle esigenze artistiche, tanto da esprimere l’estro del creatore, ma senza pretendere di più di quanto realmente questo umile materiale possa dare al di fuori di quello per cui è stato creato dalla mente dell’uomo.

 

Con i Sacramenti alcuni pensano invece di poter fare di tutto, ma proprio tutto. E se qualcosa non si può fare la si inventa di sana pianta: trovare l’anima gemella, risollevare l’economia, rinsaldare legami spezzati o stringerne di nuovi, accorpare ritardi cronici e rimettere il termometro della fede in pari. Oppure utilizzare il Sacramento come podio politico o musicale dove veicolare determinati messaggi o amarcord, organizzare kermesse di potentati vari in cui immancabilmente ci scappa la profanazione, fino alla richiesta tardiva di perdono con tanto di lacrima finta davanti al feretro di quello che fino a poco tempo fa non si degnava minimamente di uno sguardo. Per questo ripeto: con i Sacramenti non si può e non si deve scherzare perché attraverso la giusta comprensione e celebrazione di questi segni sacri noi riveliamo pubblicamente la nostra fede e così facendo esprimiamo il nostro credo e la grandezza della nostra dignità di cristiani all’interno della Chiesa Cattolica che ne è la custode fedele per conto del Cristo Signore.  

Sia la teologia liturgica che quella sacramentale partono da un assioma fondamentale che dice che la Lex orandi è Lex credendi (la legge della preghiera è la legge del credere). Ciò significa che il mio modo di pregare o di celebrare rende manifesta la mia fede. Ovviamente questo assioma è vero anche se formulato al contrario, la Lex credendi è Lex orandi e la mia fede mi rende possibile il pregare e il celebrare bene. Lascio però questo tipo di approfondimento al nostro confratello liturgista Simone Pifizzi che meglio di me sarà in grado di spiegare la questione. A me interessa chiarire anzitutto l’aspetto dogmatico e successivamente pastorale. Perché è da quello in cui crediamo e che difendiamo all’interno della Tradizione della Chiesa che nasce una buona pastorale che i più perfettini chiamerebbero Teologia Pratica.

L’aspetto pratico della nostra pastorale riflette l’aspetto più intimo della relazione con Dio, quello che il Catechismo della Chiesa Cattolica [cfr. nn. 2095-ss] chiama virtù di religione e che ci dispone al riconoscimento adorante del Signore, prima realtà e comandamento sancito dal Decalogo e verità messianica che Gesù rigetta fortemente davanti al demonio nel deserto quando dice: «Sta scritto: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”» [Mt 4,10]. Perciò, se nella mia fede pratica non è presente il riconoscimento di dover rendere culto e adorare il Signore vivente, in Spirito e Verità [cfr. Gv 4,24], farò anche delle cose bellissime ma resteranno sempre limitate alla glorificazione dell’uomo e delle realtà transeunte che non salvano e non giovano per la vita eterna.  

È con il Signore dentro la sua Chiesa che noi intendiamo compromettere la nostra vita, fino alla morte, evento in cui la maggior parte dei paraventi dei mortali si sfaldano per lasciare scoperto il vero nervo dolente della nostra creaturalità malata dal peccato: abbiamo paura di morire perché non crediamo in un Dio vivo e risorto!  

Nell’ipotetica graduatoria dei Sacramenti più strapazzati, non c’è neanche da chiederselo, al primo posto spicca quello dell’Eucaristia, intendendo sia il sacrificio della Santa Messa, la Comunione Eucaristica, il Santo Viatico e l’Adorazione Eucaristica. Complice il fatto che se la maggior parte dei fedeli e dei sacerdoti non crede più nella presenza viva e reale del Signore presente nel suo vero corpo, sangue, anima e divinità di quel pane azzimo consacrato, tutto il resto viene poi di conseguenza. E dico questo non perché voglio lanciare delle accuse infamanti sul Popolo di Dio o su qualche confratello ― cosa che mi farebbe attirare subito le ire di quelle belle anime devote e dai verginali cuori scandalizzati il cui solo peccato dei preti consiste nella parolaccia o in quella zona geografica al di sotto della cintura dei pantaloni ― ma dico questo perché oggi con gli smartphone e i social network tutto viene ripreso, tutto registrato e documentato e riproposto in tempo reale così come è accaduto per la Messa ciclistica Coppa Kobram, la Messa sul materassino in mare e altre ancora di cui si può facilmente ritrovare traccia nello sconfinato archivio del web.  

A questo punto si tratta solo di vedere i documenti video e di fare le debite conclusioni … a questo proposito qualcuno avrebbe a dire «contra factum non valet argumentum». Ma noi, qui da L’Isola di Patmos, vogliamo aggiungere ai fatti anche gli argomenti, non tanto per difendere tali desolate macellerie messicane di indecorosità liturgica e sacramentale ma quei Christi fideles che hanno il diritto di avere dei buoni anticorpi per resistere nella fede a queste stranezze che sembrano ormai costituire la normalità oggettiva in tante comunità.

Prima di passare a esporre i fatti vorrei ricordare che nella stessa Roma fummo costretti ad assistere nel 2012 al funerale del più celebre regista di film porno, durante il quale celebri porno-attori e porno-attrici tutt’altro che pentiti, dopo avere ricevuto in modo sacrilego la Santissima Eucaristia, non contenti salirono all’ambone durante l’azione liturgica per fare un vero e proprio elogio orgoglioso alla pornografia prima del termine della Santa Messa. Episodio riportato in modo dettagliato dal nostro Padre Ariel in un articolo del 2017 al quale vi rimando [vedere articolo QUI].

La Santa Messa è il cuore della Chiesa e spesso capita che alcune celebrazioni eucaristiche divengano la cornice per esprimere altro o tutto il contrario di quello che dovrebbe essere una Santa Messa cattolica. Spesso questo capita in circostanze delicate, come ad esempio alle esequie religiose in cui la norma oramai in voga sembra essere solo quella della ricerca del rispetto umano che si pensa superiore e più urgente di quell’atteggiamento di latria che è dovuto e spetta solo al Signore realmente presente nelle Sacre Specie. E per inciso è bene ricordare che nella fede cattolica siamo soliti indicare con latria il culto riservato a Dio e alle Persone della Santissima Trinità, che è un culto di adorazione; con iperdulia quello dedicato alla Beata Vergina Maria che non è culto di adorazione ma di venerazione, altrettanto quello degli Angeli e dei Santi indicato con il termine di dulia.

Il fatto che si utilizzi la celebrazione eucaristica per “dire o fare altro” è sbagliato già in sé, proprio perché si utilizza la celebrazione della Santa Messa. È evidente il vizio di inappropriatezza di una fede deformata, perché già la Santa Messa con il suo mistero redentivo dice qualcosa di infinitamente più potente e definitivo: «annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua resurrezione nell’attesa della tua venuta!» (acclamazione dell’assemblea dopo la Preghiera Eucaristica). Cosa che possiamo esprimere anche così: «Morte e vita si sono affrontate in un prodigioso duello: il Signore della vita era morto; ma ora, vivo, trionfa!» [dall’inno di lode Victimae Paschalis].

Cosa potremmo mai aggiungere di più e di migliore davanti a questo annuncio che caratterizza la beata speranza a cui tutti gli uomini sono chiamati da Cristo risorto? Eppure, il caso delle messe esequiali rivisitate è molto comune e i confratelli parroci mi capiranno molto bene, alcuni dei quali si saranno ormai già rassegnati a far passare il tempo del funerale vivendolo come un momento penitenziale per evitare di trovarsi i parenti del caro estinto che elencano tutte le litanie più offensive e velenose sui preti e sulla “Chiesa rigida”.

Altri ancora resistono stoicamente e cercano di far comprendere che una celebrazione eucaristica esequiale, come quella celebrata recentemente nella chiesa di Santa Maria Ausiliatrice alla presenza del presule venezuelano S.E. Monsignor Riccardo Lamba vescovo ausiliario di Roma [vedi QUI], può essere tutt’altra cosa, annuncio profetico di speranza e di consolazione davanti alla nullificazione della morte.

Dobbiamo affermare decisamente che il concetto di morte cristiana è diverso da quello di morte pagana. Qui non desideriamo prendere in esame la tragedia gravissima del caso di cronaca di Martina Scialdone uccisa a Roma dall’ex compagno. A noi interessa maggiormente portare dentro questo evento di morte assurda una risposta cristiana di fede che esula dal sentimento messo in risalto da tutta la stampa nazionale e a cui il Vescovo celebrante sembra aver implicitamente acconsentito permettendo che si eseguisse un brano del cantante Irama: «Ovunque sarai: l’addio a Martina Scialdone e quelle parole che spezzano il silenzio della chiesa al funerale» [cfr. QUI].

Siamo o no consapevoli di che cosa significa proporre una canzone del genere in memoria di un defunto che facendo palese richiamo alla reincarnazione dice testualmente: «Ovunque sarai / se tornerai qui / se mai / lo sai che io ti aspetterò»? [cfr. QUI]. Un cristiano non dovrebbe già sapere a quale destino escatologico sono destinati i fratelli defunti? Dice il Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 1013:

«La morte è la fine del pellegrinaggio terreno dell’uomo, è la fine del tempo della grazia e della misericordia che Dio gli offre per realizzare la sua vita terrena secondo il disegno divino e per decidere il suo destino ultimo. Quando è “finito l’unico corso della nostra vita terrena”, noi non ritorneremo più a vivere altre vite terrene. “È stabilito per gli uomini che muoiano una sola volta” [Eb 9,27]. Non c’è “reincarnazione” dopo la morte».

Capendo anzitutto questo siamo accompagnati anche a vedere la condizione definitiva in cui i nostri morti sono destinati a stare, la visione cristiana della morte è espressa in modo impareggiabile nella liturgia della Chiesa che dice:

«Ai tuoi fedeli, Signore, la vita non è tolta, ma trasformata; e mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno, viene preparata un’abitazione eterna nel cielo» [Cfr. Prefazio dei defunti I: Messale Romano].

Questa nuova abitazione in cui la vita viene trasformata dopo la morte immette direttamente nella gloria del Paradiso con Dio, in quel mistero chiamato Comunione dei Santi che ci costituisce come Chiesa trionfante, purgante e militante. Non è perciò sensato e utile chiederci, nell’ottica di una fede matura, il «luogo fisico abitato» dai defunti: piuttosto i defunti vanno ritrovati viventi in Dio nell’attesa della resurrezione finale e in quella comunione di amore che noi mortali dobbiamo ricercare con Dio e che ci permette di essere a loro vicini ogni qual volta che preghiamo, partecipiamo alla Santa Messa, compiamo opere di misericordia in loro memoria, ci sforziamo di vivere una vita di conversione e di unione con il Signore in attesa di essere anche noi uniti al loro in Paradiso.

In conclusione, mi soffermo a commentare brevemente le indicazioni liturgiche del rituale delle esequie in uso presso la Chiesa Cattolica che un sacerdote in cura d’anime, e molto di più un vescovo, dovrebbe conoscere e applicare non per senso di freddo formalismo ma per custodire la forza della fede nella Chiesa e alimentare la speranza che non delude nel popolo di Dio.

Dalle precisazioni alle Premesse Generali del Rituale delle Esequie [cfr. pp. 29-30] leggiamo al paragrafo 6:

«dopo la monizione introduttiva all’ultima raccomandazione e commiato, secondo le consuetudini locali approvate dal vescovo diocesano, possono essere aggiunte brevi parole di cristiano ricordo nei riguardi del defunto. Il testo sia precedentemente concordato e non sia pronunciato dall’ambone. Si eviti il ricorso a testi o immagini registrati, come pure l’esecuzione di canti o musiche estranei alla liturgia».

Anzitutto al termine della Santa Messa esequiale, dopo aver celebrato il sacrificio della passione, morte e risurrezione di Cristo che si innalza vittorioso davanti alla morte e al feretro in chiesa, poco ci sarebbe da aggiungere, se non un solenne: io credo. Ma la Chiesa, nella sua sollecitudine materna, desidera ancora essere balsamo di tenerezza e raccomandare a Dio il defunto e accomiatarsi da lui nella speranza di un nuovo incontro nel Paradiso. Per questo permette che ci sia un congedo affettuoso e familiare purché in spirito cristiano riverberando quel mistero appena concluso nell’eucaristia celebrata.

Questo saluto sia concordato con il sacerdote che ne verifica l’idoneità e l’opportunità di una indebita spettacolarizzazione, affinché non si esprimano valori che stridono con la fede cristiana, così come va abbondantemente di moda oggi l’espressione pagana: «che la terra ti sia lieve». Tutto questo sia fatto non dall’ambone, che è il luogo dove deve risuonare la sola Parola di Dio, ma da un luogo consono.

Esplicita quanto necessaria è la puntualizzazione di evitare canti, musiche o altro che sia estraneo alla liturgia e che possa creare confusione anche se in qualche modo si possa trovare un nesso con la storia del defunto o della sua famiglia. Ripetiamo che i sacramenti non sono pasta da modellismo che posso adattarsi o modificarsi a seconda delle voglie.

Se proprio dobbiamo ricercare parole o canti adatti che possono avere la forza di spezzare il silenzio di un funerale in chiesa, serviamoci di quanto il tesoro della Chiesa già mette nelle nostre mani, in quell’inno pasquale dell’Exultet

«Questa è la notte in cui Cristo, spezzando i vincoli della morte, risorge vincitore dal sepolcro. Nessun vantaggio per noi essere nati, se lui non ci avesse redenti».

Dimentichiamo troppo spesso che siamo stati chiamati all’esistenza per essere redenti e riscattati da Cristo ed è questo che ci permette di vedere la morte come passaggio e non una fine. In ogni funerale Cristo è lì a ricordarci di avere spezzato la morte e con essa l’assurdo dolore di una vita che può essere violata o insulsa agli occhi dei più, basta solo crederci. E i primi a crederci dovrebbero essere i sacri pastori come celebratori e zelanti custodi dei sacri misteri.  

Laconi, 27 gennaio 2023

 

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I colori liturgici non sono giochi di arcobaleni ideologici, ma segni visibili dei sacri misteri che celebriamo

I COLORI LITURGICI NON SONO GIOCHI DI ARCOBALENI IDEOLOGICI, MA SEGNI VISIBILI DEI SACRI MISTERI CHE CELEBRIAMO

La sciatteria, come la vanità, sono entrambe malattie che distruggono il segno liturgico, che per sua natura ― per essere veramente “bello” ― necessita di verità e di semplicità. Non è certo eliminando i segni che si arriva a una liturgia più “bella” e coinvolgente o a una non meglio precisata “liturgia delle origini”, ma spiegandone il loro profondo significato.

— Pastorale liturgica —

Autore
Simone Pifizzi

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Quando i presbiteri sono consacrati sacerdoti il Vescovo rivolge un monito che dovrebbe segnare la nostra intera esistenza: «Renditi conto di ciò che farai, imita ciò che celebrerai, conforma la tua vita al mistero della croce di Cristo Signore» [Cfr. Liturgia della sacra ordinazione dei presbiteri, n. 150].

Il sacerdozio è legato a una dimensione di eternità, perché sacerdoti lo saremo in eterno. Il carattere indelebile dell’Ordine Sacro conferisce una dignità che ci rende superiori persino agli Angeli di Dio, che dinanzi ai sacerdoti si pongono di lato. A illustrarlo in modo magistrale è il nostro confratello Marcello Stanzione, considerato uno dei massimi esperti europei di Angeli e al cui articolo vi rimando [vedere QUI].

La sacra liturgia è fatta di segni e simboli che non sono certo fini a sé stessi, perché costituiscono quegli “accidenti esterni” o “segni esteriori” attraverso i quali si concreta e prende forma la sostanza. Un esempio, anzi direi l’esempio più eclatante: la Santissima Eucaristia, mistero del Corpo e Sangue di Cristo e sua presenza reale tra di noi, si realizza attraverso la materia e il segno esterno del pane e del vino che divengono realmente e sostanzialmente Cristo vivo e vero.

Nella sacra liturgia ogni segno e gesto, persino i silenzi hanno un loro significato teologico e mistagogico. Di “silenzi liturgici” ne sono previsti tre dal rito della Santa Messa: durante l’atto penitenziale, dopo che il celebrante ha detto: «Prima di celebrare degnamente questi santi misteri riconosciamo i nostri peccati». Poi dopo la proclamazione del Santo Vangelo, se non c’è l’omelia, oppure dopo l’omelia. Infine, dopo la Santa Comunione. Momenti di silenzio che sarebbe bene rispettare e non omettere, cosa che per inciso i Vescovi farebbero bene a ricordare a quei loro preti che in 15 minuti scarsi celebrano la Santa Messa feriale, forse dimenticando di avere recitato sin dall’inizio la frase «…prima di celebrare degnamente…». Parola, quella di “dignità”, che dovrebbe avere un grande peso, specie nella celebrazione dei «sacri misteri».

Tra questi segni vi sono anche le vesti liturgiche che ― come ogni segno ― talvolta rischiano di oscurare anziché rivelare la realtà a cui sono riferite. Non possiamo infatti nascondere il rischio che nel nostro contesto culturale alcune vesti liturgiche, per la loro leziosità e ricercatezza, possano offuscare la gloria di Dio ed essere semplicemente considerate come l’esibizione di una umana vanità. Ma è deprecabile altresì quella inqualificabile sciatteria ― oggi considerata povertà e semplicità, ma che invece andrebbe chiamata col suo nome: sciatteria! ― che non solo stravolge il segno liturgico (pensiamo alle varie casule e stole arcobaleno) ma addirittura, talvolta, lo rimuove del tutto con un arbitrio che a nessun ministro di Dio è consentito.

La sciatteria, come la vanità, sono entrambe malattie che distruggono il segno liturgico, che per sua natura ― per essere veramente “bello” ― necessita di verità e di semplicità. Non è certo eliminando i segni che si arriva a una liturgia più “bella” e coinvolgente o a una non meglio precisata “liturgia delle origini”, ma spiegandone il loro profondo significato.

La veste liturgica, rispetto ad altri segni, ha un’importanza molto relativa. N’è prova che per almeno i primi quattro secoli della vita della Chiesa le fonti non riportano che i ministri ordinati indossassero vesti particolari durante le celebrazioni, convinti che era essenzialmente importante essere “rivestiti di Cristo” [cfr. Gal 3, 26]. Il Papa Celestino I, nel V secolo, si lamentava con alcuni vescovi della Gallia del Sud perché alcuni preti avevano cominciato a usare vistosi abiti per la liturgia, e così concludeva:

«Dobbiamo distinguerci dagli altri per la dottrina, non per il vestito; per la condotta, non per l’abito; per la purezza della mente, non per l’ornamento esteriore» (cfr. Celestino I, Lettera, PL 50, 431).

Meriterebbe anche spiegare come e perché, durante i primi secoli, simboli e vesti dell’antica paganitas romana confluirono nella primitiva liturgia cristiana a partire dagli inizi del IV secolo. Si tratta di segni esteriori ai quali fu data una profonda valenza cristiana. La struttura di certi riti è più antica ancora, per esempio quelli d’offertorio della Santa Messa affondano le loro radici nelle antiche liturgie offertoriali fatte dai sacerdoti nel Tempio di Gerusalemme. Si tratta però di argomenti complessi legati alla storia della liturgia che tratteremo specificamente in altro articolo.

Pur nella consapevolezza ben espressa dall’antico detto popolare “l’abito non fa il monaco”, che la veste liturgica, come tutti i segni esteriori, abbia un’importanza secondaria nel culto cristiano, questo non può certo indurre a ignorare che essa appartiene a quel complesso di segni convenzionali di cui l’umanità fin dal principio ha fatto uso per esprimere il pensiero, lo stile di vita, le idee e il ruolo di una persona. L’abito, che lo si voglia o no, lancia sempre un messaggio ed esprime qualcosa del ruolo, dell’identità e della missione di una persona. E proprio partendo da quest’ultimo concetto possiamo individuare uno dei principali significati delle vesti liturgiche intese come segno di un mandato e di una missione non certo accaparrata, bensì ricevuta dal Signore. E se rimane profondamente vero per ogni battezzato che il Signore Gesù ci invita a un culto in spirito e verità [cfr. Gv 4, 24], lo è altrettanto il fatto che noi ― che viviamo nel regime dei segni e vediamo le realtà invisibili “come in uno specchio” [cfr. ICor 13,12] ― abbiamo bisogno di questi segni per poter esprimere un culto che non sia teorico, disincantato, ma che sappia raccogliere tutto quanto è profondamente umano per esprimere al massimo ciò che intende comunicare.

La veste liturgica, come tutte le espressioni umane non esenti da quella corruzione che affonda le sue radici nel cuore dell’uomo, dovrà sempre “fare i conti” tra il significato “alto” che vuole esprimere e quelle deviazioni rappresentate dalla sciatteria, dalla vanità e dal potere. I paramenti dei ministri ordinati, come tutti gli abiti rituali dei ministeri istituiti e dei laici (e in questo ci metterei anche alcuni abiti per i matrimoni e per le prime Comunioni) hanno il compito simbolico di esprimere una realtà interiore e un servizio ecclesiale in modo semplice e chiaro, e non per questo in contrasto con la bellezza e il decoro, perché la bellezza e la dignità difficilmente non portano anche al vero. Il tutto sempre evitando che si trasformino in elementi che ostacolano la comprensione corretta del messaggio di cui la liturgia è portatrice, o che stravolgano addirittura l’essenza stessa della sacra liturgia.

Nel complesso dei segni e dei simboli di cui la liturgia vive e si nutre, le vesti liturgiche abbiamo detto hanno un valore secondario. A maggior ragione questo discorso vale per i colori che sono entrati nell’uso liturgico sia per le vesti che per gli altri addobbi. Tuttavia essi sono presenti nella liturgia e non di rado suscitano nei fedeli delle curiosità e degli interrogativi a cui occorre dare una risposta seria e precisa, ricordando che nel culto cristiano ― in modo particolare a partire dalla riforma del Concilio Vaticano II ― niente deve risultare semplicemente decorativo o superfluo o peggio ancora relegato a pura forma esteriore, al contrario: tutto deve avere un significato teologico e mistagogico.

Tralasciando i complessi dettagli storici, perlomeno in questo nostro contesto, voglio ricordare che nella liturgia i colori, in quanto simboli, sono entrati piuttosto tardivamente. Per ben sette secoli i colori non hanno avuto una particolare importanza nel culto cristiano. Sicuramente ― e sono le fonti sia scritte che iconografiche che ce lo confermano ― vi era un uso predominante del bianco, considerato sempre nella cultura mediterranea il colore della festa e delle grandi occasioni. Parlando della veste bianca battesimale il Santo dottore della Chiesa Ambrogio da Milano ricordava ai neo battezzati:

«Hai quindi ricevuto delle bianche vesti per dimostrare che tu hai abbandonato l’involucro del peccato e ti sei rivestito dei puri abiti dell’innocenza come ha detto il profeta: purificami con issopo e sarò mondato: lavami e sarò più bianco della neve» [Sant’Ambrogio, Sui misteri, VII, 34].

Nel corso dei secoli si codifica pian piano ciò che riguarda la foggia e la preziosità delle vesti liturgiche, soprattutto nella liturgia bizantina. Ma per trovare un’accentuazione della sensibilità al linguaggio dei colori dobbiamo aspettare il Medioevo, in un contesto in cui, ciò che non viene più compreso dal popolo attraverso la lingua latina e il significato dei riti, è reso attraverso il linguaggio visivo. Non a caso, il Medioevo, ha rappresentato quel felice periodo in cui segni, simboli, gesti o silenzi parlavano in modo eloquente, ma soprattutto erano carichi del tutto di profondi significati teologici e spirituali. Con Papa Innocenzo III [†1216] si hanno ― a proposito dei colori ― le prime direttive comuni che pian piano si impongono ovunque, venendo infine codificate con il Messale di San Pio V nel 1570, dove sono stabilite le vesti bianche, verdi, rosse, viola e nere a seconda delle celebrazioni: appare anche l’uso del colore rosa nella III domenica d’Avvento e nella IV domenica di Quaresima, anche detta Dominica Laetare, quando si interrompeva il rigido digiuno.

La riforma attuata dal Concilio Vaticano II non ha soppresso la normativa riguardo ai colori liturgici, considerandola però nel più vasto contesto di quei segni che devono essere «chiari, adatti alla capacità di comprensione dei fedeli e non abbiano bisogno di molte spiegazioni» [cfr. Sacrosanctum Concilium, 34]. In base a questo principio è data alle varie conferenze episcopali nazionali la libertà di determinare e usare liberamente i colori liturgici secondo la cultura dei singoli popoli [cfr. Ordinamento Generale del Messale Romano, 346].

Le norme attuali prevedono per il rito romano e la nostra area occidentale l’uso di questi colori:

BIANCO: è il colore della luce, della purezza e della gioia. Si usa in tutte le Solennità e feste del Signore (eccetto quelle della Passione), per le feste della Vergine Maria, degli Angeli, dei Santi non martiri. È usato anche per amministrare i Sacramenti del Battesimo e del Matrimonio.

ROSSO: colore del fuoco e del sangue, simbolo dell’Amore/ Carità, del dono, del sacrificio, del martirio. È usato la Settimana Santa per la Domenica delle Palme e per il Venerdì Santo, il giorno di Pentecoste, per le feste degli Apostoli, dei Santi Martiri, per la festa dell’Esaltazione della Santa Croce, così come nelle Messe votive al Preziosissimo Sangue di Gesù. Può essere usato anche per la Messa del Sacramento della Cresima.

VERDE: nella nostra cultura è un colore riposante che esprime la normalità, cammino tenace e permanente della speranza. È usato nelle celebrazioni feriali e domenicali del Tempo Ordinario.

VIOLA: Inizialmente usato come variante del nero, nel corso del tempo è diventato colore a sé stante. Colore solenne e grave, esprime contemporaneamente la fatica e la speranza. È usato nei tempi di Avvento e Quaresima ed esprime penitenza e preparazione alla venuta di Cristo. Viene usato anche nelle celebrazioni dei defunti al posto del colore nero, il cui uso rimane opzionale, poiché nella nostra cultura esprime meglio la speranza cristiana che pure è presente di fronte al mistero della morte.

ROSACEO: Concepito come una variazione del viola, segna due pause che la Chiesa fa durante i tempi di penitenza. È usato due volte l’anno, la terza domenica di Avvento, detta Dominica Gaudete e la quarta domenica di Quaresima detta Dominica Laetare.

Oltre a questi, nelle diverse “famiglie” liturgiche esistono e vengono usati nelle sacre celebrazioni anche altri colori:

ORO: Simboleggiando la luce divina l’oro o il giallo possono essere utilizzati per sostituire qualsiasi colore tranne il viola.

NERO: Generalmente considerato in rapporto alle celebrazioni dei defunti, nel Medioevo era usato per indicare i tempi penitenziali. Dal Concilio di Trento fu usato anche per il Venerdì Santo.

AZZURRO: è associato al dogma mariano e può quindi essere usato solo durante le celebrazioni legate alla Beata Vergine Maria, come l’Assunzione o l’Immacolata Concezione. Unico colore che rappresenta un vero privilegio liturgico, il suo uso fu autorizzato dal Concilio di Trento solo in Portogallo, in Spagna, negli ex territori di questi due Paesi, nell’ex regno di Baviera, in certe chiese di Napoli e infine nell’Ordine Francescano considerato storicamente e teologicamente meritevole di avere difeso il dogma mariano. Questo privilegio vale ancora oggi.

I colori liturgici, al di là del loro uso e significato, servono a comunicare il messaggio che, secondo le diverse celebrazioni, può essere di festa, di speranza, di conversione, di solidarietà nel dolore… Tutto questo certamente non è sufficiente come elemento fine a sé stesso, se non è accompagnato dallo scopo fondamentale di ogni cristiano ― specialmente se ministro ordinato ― e di ogni comunità di discepoli del Signore, ovvero: vivere il Vangelo!

Per non rendere paramenti, colori o altri simboli e segni liturgici niente più che espressioni di folclore, stranezza o semplice vanità, occorre che essi diventino “epifania” del mistero di salvezza che trova la sua radice unica e profonda nell’incontro vitale e vivificante con Gesù, Verbo incarnato, Eterno Sacerdote della Nuova Alleanza. Perché tutto, nella sacra liturgia, manifesta ed esprime il mistero del Verbo di Dio incarnato, morto, risorto e asceso al cielo. Per questo l’assemblea liturgica acclama sul vivo corpo e sangue di Cristo: «Annunciamo la tua morte Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta». Questo è il cuore della sacra liturgia.

 

Firenze, 26 gennaio 2023

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Esistenze parallele: Lady Diana e Georg Gänswein, come avere tutto dalla vita e passare poi il tempo a lamentarsene?

ESISTENZE PARALLELE: LADY DIANA E GEORG GÄNSWEIN, COME AVERE TUTTO DALLA VITA E PASSARE POI IL TEMPO A LAMENTARSENE?

Il libello dell’Arcivescovo Georg Gänswein scritto con l’ausilio del sacrestano Saverio Gaeta è la negazione della storia e della cultura, soprattutto della prudenza e della sapienza che per secoli hanno retto e che tutt’oggi dovrebbero reggere l’intero paradigma della Curia Romana.

Autore
Ipazia gatta romana

 

 

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«Ecce Agnus Dei». Riconoscendo Gesù il Battista apre le porte sul mistero di Dio e il mistero di noi stessi

«ECCE AGNUS DEI». RICONOSCENDO GESÙ IL BATTISTA APRE LE PORTE SUL MISTERO DI DIO E IL MISTERO DI NOI STESSI

Riconoscendo Gesù con questa affermazione, Giovanni il Battista spalanca il mistero di Dio e il mistero di noi stessi e ci guida a scoprire Dio per scoprire gradualmente il mistero dell’uomo racchiuso in noi stessi.

— Le video-dirette de L’Isola di Patmos —

Autore:
Jorge Facio Lince
Presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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il teologo domenicano Gabriele Giordano M. Scardocci, padre redattore de L’Isola di Patmos

Un passo fondamentale del Vangelo del Beato Evangelista Giovanni narra:

«Il giorno dopo, Giovanni vedendo Gesù venire verso di lui disse: “Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo! Ecco colui del quale io dissi: Dopo di me viene un uomo che mi è passato avanti, perché era prima di me. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare con acqua perché egli fosse fatto conoscere a Israele”. Giovanni rese testimonianza dicendo: “Ho visto lo Spirito scendere come una colomba dal cielo e posarsi su di lui. Io non lo conoscevo, ma chi mi ha inviato a battezzare con acqua mi aveva detto: L’uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza in Spirito Santo. E io ho visto e ho reso testimonianza che questi è il Figlio di Dio”» [Gv 1, 29-34].

Riconoscendo Gesù con questa affermazione il Battista spalanca il mistero di Dio e il mistero di noi stessi, guidandoci a scoprire Dio per scoprire gradualmente il mistero dell’uomo racchiuso in noi stessi.

Padre Gabriele e Suor Angelika vi attendono per una catechesi interamente dedicata all’Agnello di Dio in onda nella prima live del 2023 il 12 gennaio 2023 alle ore ore 21.00.

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Per seguire:

Diretta su Amici del Club Theologicum: clicca QUI

Diretta su Canale Jordanus: clicca QUI

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Dal volo del calabrone al volo dello sciacallo: Gianluigi Nuzzi, che con il suo”Quarto Grado svolge funzione di becchino di Rete4, a Papa morto si è già lanciato su Emanuela Orlandi

DAL VOLO DEL CALABRONE AL VOLO DELLO SCIACALLO: GIANLUIGI NUZZI, CHE CON IL SUO QUARTO GRADO SVOLGE FUNZIONE DI BECCHINO DI RETE4, A PAPA MORTO SI È GIÀ LANCIATO SU EMANUELA ORLANDI

Si tratta, in verità, di un caso penoso e pietoso, anzitutto per la scomparsa temporibus illis di questa adolescente, a seguire per tutte le speculazioni più assurde e fantastiche che sopra di esso sono state fatte, ma quel che è peggio: che continuano a essere fatte.

Autore
Ipazia gatta romana

 

 

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Cari gattolici e gattoliche

Laudetur Jesus Christus!

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Il giornalista Gianluigi Nuzzi autore di diversi libri scandalistici su cose vaticane

Era da molto tempo che non tornavo sulle colonne di questa nostra Isola di Patmos, presto spiegato il motivo: come tutte le donne di potere preferisco vivere e operare nell’ombra, dietro le quinte. Non a caso, quando fui raccolta neonata presso le Catacombe di Priscilla quell’eccentrico del Padre Ariel, sulle prime, voleva chiamarmi Marozia, poi optò subito per chiamarmi Ipazia.

Sul caso di Emanuela Orlandi scrissi nel 2019. Si tratta, in verità, di un caso penoso e pietoso, anzitutto per la scomparsa temporibus illis di questa adolescente, a seguire per tutte le speculazioni più assurde e fantastiche che sopra di esso sono state fatte, ma quel che è peggio: che continuano a essere fatte.

Ho detto già tutto quello che c’era da dire, pertanto oggi, all’uscita dell’articolo su La Stampa di Gianluigi Nuzzi che anticipa la sua nuova e sensazionale opera di sciacallaggio, posso solo limitarmi a riproporre questo mio vecchio articolo.

 

dall’Isola di Patmos, 11 gennaio 2023

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— il cogitatorio di Ipazia —

ESCLUSIVA MONDIALE!

EMANUELA ORLANDI È STATA SEPOLTA IN VATICANO NELLE GROTTE DI SAN PIETRO DENTRO IL SARCOFAGO DEL SOMMO PONTEFICE BONIFACIO VIII

La Santa Sede, a qualsiasi richiesta avanzata da Pietro Orlandi, anche e solo in base a un messaggio anonimo ricevuto, non esiterebbe ad acconsentire l’apertura e l’ispezione della qualunque. Sicché, per porre fine al tutto, il Santo Gatto Pio mi ha rivelato che la giovane è stata sepolta nelle grotte sottostanti la Pontificia Arcibasilica di San Pietro, dentro il sarcofago contenente le auguste spoglie del Sommo Pontefice Bonifacio VIII.

Autore
Ipazia gatta romana

 

 

 

 

 

 

 

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Cari gattolici e gattoliche

Laudetur Jesus Christus!

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lo storico e triste manifesto che la povera famiglia Orlandi fece affiggere per Roma dopo la scomparsa della giovane Emanuela

Negli ultimi due giorni di questo torrido mese di luglio il caldo a Roma è un po’ diminuito, ma sabato, quando sono andata al convento dei Padri Domenicani a Santa Maria Sopra Minerva, me pareva d’esse dentro a ‘n forno. Tanto che mi son detta: mo’ me vado ‘n po’ a rinfrescà dentro ar Pantheon, prima de raggiunge l’inquisigatto domenicano Torque ner chiostro.

Nella chiesa del Pantheon facevano entrar di tutto …’nbé: nun m’hanno forse bloccata quelli da ‘a guardia d’onore sabbauda?

Proprio così, mi hanno detto:

«Qua, li gatti, nun ponno entrà».

Poiché ero già sconvolta dal caldo, a quel punto non ci ho visto più ed ho risposto:

«Ma stamo a scherzà? Avete fatto appena entrà ‘na squadretta de mignotte co’ le zinne de fòra, poi ampresso ‘na coppietta de froci manina na ‘a manina co’ li pantaloncini corti attillati ’n mezzo ar culo, e nun fate entrà me che so’ ‘na gattolica apostolica romana? Ma de che c’avete paura, che li gatti ve se magnino dalle tombe le ossa de quelle quattro carogne de li Savoia?».

Detto questo

ueh, ma sapete che si nun m’allontano m’ammollava ‘n carcio, quer gran fijo de ‘na mignotta vestito come ‘n pupazzo dell’ottocento? E s’é messo pure a strillamme:

«Questo è vilipendio ai Padri della Patria!».

Al ché, prima mi sono allontanata ― perché quello altrimenti mi prendeva a calci sul serio ― poi gli ho strillato:

«… seh, li Padri della Patria? Erano solo quattro mercenari massoni, vedi d’emparatte ‘n po’ de storia: a’ stronzo!».

Appena varcato il portone del Convento Domenicano di Santa Maria Sopra Minerva, il caro Torque, inquisigatto maggiore, è venuto ad accogliermi, amabile come sempre. È veramente un gran gatto di fede, solidissimo nella dottrina. Ci siamo scambiati i saluti, poi mi ha aggiornato sulle ultime del tribunale felino della Santa Inquisizione.

«Ipazia cara, che te devo da dì? Ormai nun potemo lavorà più. Appena du’ settimane fa avemo messo sotto processo tre pantegane che bazzicaveno la chiesa de’ Canadesi, accusate tutte e tre de diffonne pensieri ereticali sulla cristologgia e la pneumatologgia. Embé, sai cos’è successo

Volgo gli occhi al cielo e domando lumi a tal proposito, risponde Torque:

«Avemo rischiato noi, de finì sotto processo! E sai perché? Ma perché le tre pantegane eretiche erano tre catechiste der Cammino Neocatecumenale, capito? E te dico che c’è annata de lusso perché, un gatto gay, che margrado li vizzi sua ce vo’ b’bene, ha messo tutto a tacè presso er Tribbunale Supremo da a’ Segnatura Apostolica. Figurete, Ipazia mia, ormai semo ar caos giuridico. Pensa solo che tra le varie b’botte de genio de ‘sti tempi, nun hanno trovato de meijo da fa che abolì er tribbunale diocesano d’appello da ‘a Diocesi de Roma, essenno er Presidente n’omo santo tutto d’un pezzo che jie riggettava le sentenze de primo grado sulle nullità matrimoniali, fatte e date ‘n quattro e quattr’otto, manco fosse stato istituito pe’ davero er divorzio cattolico».  

A quel punto ho esposto al caro Torque il problema, quindi il motivo della mia visita. Il giorno 11 luglio, su richiesta del fratello Pietro Orlandi, sono state aperte due tombe in Vaticano presso il cimitero teutonico, per verificare se al loro interno si fossero trovati i resti mortali della giovane Emanuela Orlandi, scomparsa nel 1983 all’età di sedici anni [cf. QUI, QUI].

Il giorno prima ero stata raggiunta dalla nostra amata sorella gattolica Tac, che come forse i Lettori ricordano vive a Cagliari, presso la cappellania dell’Ospedale Brotzu, dov’è dedita al volontariato. Una vera e propria Madre Teresa di Calcutta in dimensione gatta. La cara Tac è una mistica con particolari doni taumaturgici. L’unico problema è che parla e comunica solo nella lingua della Barbagia, che non è un dialetto, ma una vera e propria lingua. Ciò mi obbliga a rivolgermi a Torque, perché è uno specialista in filologia delle antiche lingue italiche. Letto il testo, il buon Torque mi ha fatta la fedele traduzione, che è la seguente:

«Durante un momento di estasi, mi è apparso in visione il Santo Gatto Pio, il quale mi ha detto: bisogna porre fine, una volta per tutte, alla penosa vicenda della giovane Emanuela Orlandi. Anche perché, in caso contrario, suo fratello Pietro, finché vivrà, non si darà pace. Affinché questa pace giunga è bene sia rivelato una volta per tutte il luogo della sepoltura delle spoglie della povera giovane. In caso contrario si continuerà periodicamente a fare scavi, buchi, ispezioni di tombe e via dicendo. La Santa Sede, a qualsiasi richiesta avanzata da Pietro Orlandi, anche e solo in base a un messaggio anonimo ricevuto, non esiterebbe ad acconsentire l’apertura e l’ispezione della qualunque. Sicché, per porre fine al tutto, il Santo Gatto Pio mi ha rivelato che la giovane è stata sepolta nelle grotte sottostanti la Pontificia Arcibasilica di San Pietro, dentro il sarcofago contenente le auguste spoglie del Sommo Pontefice Bonifacio VIII» [Cf. Trascrizione tradotta in italiano della visione di gatta Tac, mistica della Barbagia Sarda].

Fatta la traduzione Torque e io ci siamo guardati sbalorditi. Finché, ripreso fiato, l’insigne Inquisigatto Maggiore mi ha domandato:

Sentime b’bene Ipazia, tu sai che io so’ ‘n gatto de fede, però, con tutto er rispetto pe’ ‘sta nostra stimata mistica, nun è che na’ ‘a Sardegna, de questi tempi, c’è sta uno de quei càrdi afosi che farebbe sbarellà cor cervello pure li santi?

Mentre valutavamo questa ipotesi ci siamo scambiati varie opinioni sulla dolorosa storia della giovane Emanuela Orlandi, il caso della quale è stato da tempo chiuso dalla magistratura romana. Ma soprattutto c’è una domanda di rigore da farsi: durante le lunghe e accurate indagini portate avanti per anni e anni, è emersa forse la figura di una adolescente sul modello di Sant’Agnese vergine e martire? Non è che forse, nei verbali delle indagini e degli interrogatori, risulta agli atti che questa giovane frequentava soggetti, semmai anche più grandi di lei, che non erano propriamente né il giovane San Luigi Gonzaga né quel grande pedagogo di San Filippo Neri? [cf. QUI, QUI …]. E in quegli anni Ottanta e non solo, quante furono le ragazze in fascia d’età compresa tra i 15 e i 18 anni, sparite e mai più ritrovate? I vari inquirenti, nel corso di quegli anni, quante volte si sono messi sulle tracce della cosiddetta tratta delle bianche?

Presso la Procura della Repubblica di Roma, esistono fascicoli e fascicoli di inchieste aperte, infine chiuse dopo anni senza esito, riguardanti adolescenti e giovanissime sparite e mai più ritrovate. Si vada presso gli archivi storici della Procura della Repubblica di Roma, per averne conferma, ma soprattutto ampia prova. La prima che forse dovrebbe andarci sarebbe la avvocato che assiste il fratello, che pur non avendo il talento giuridico della avvocato Giulia Bongiorno, ha avuto comunque a più riprese il proprio bagnetto di telecamere sulla triste vicenda di Emanuela Orlandi, nonché sulla pelle della Santa Sede esposta ciclicamente alla gogna mediatica.

Perché nessuna di queste ragazze sparite e mai più ritrovate ha fatto la notizia che a distanza di oltre tre decenni seguita a fare invece il caso di Emanuela Orlandi? Ma per il semplice fatto che la giovane faceva parte della ristrettissima cerchia di quei pochissimi laici che risultano cittadini dello Stato della Città del Vaticano, ovvero poche decine di persone, su circa mille che per l’ottanta per cento sono tutti ecclesiastici. O qualcuno pensa che se la giovane fosse stata una cittadina svizzera, francese, tedesca o italiana, il suo caso sarebbe stato portato avanti per tre decenni e tirato fuori ogni volta che in qualche angolo d’Italia viene rinvenuto un cadavere sepolto da qualche parte al di fuori di un cimitero?

È questo che scatena da sempre morbosi pruriti ai quali purtroppo rischia di dare adito e fiato il fratello stesso, sul cui sensus fidei cattolico ci sarebbe molto da discutere, visto il modo in cui, alla prima soffiata anonima, egli pretende e ottiene scoperchiamenti di tombe e analisi di resti di cadaveri, come avvenuto nel recente caso dei ritrovamenti presso il palazzo della Nunziatura Apostolica in Italia [cf. QUI]. E dinanzi a ciascuna di queste situazioni, il buon fratello Pietro ― che come già detto non è obbligato affatto a essere un devoto cattolico ―, favorisce la esposizione della Chiesa a forme di ripetute gogne mediatiche.

Si pensi solo, a livello di letteratura giornalistica e di bieco gossip editoriale, cos’è stato pubblicato nel corso di tre decenni, non di rado con accuse davvero infamanti rivolte agli stessi Sommi Pontefici, seguiti da un considerevole numero di prelati defunti che non si sono mai potuti difendere, ma delle cui memorie si è fatto scempio in nome di una non meglio precisata “verità su Emanuela Orlandi”. Proprio come se la “verità su Emanuela Orlandi” giustificasse qualsiasi illazione e qualsiasi palata di fango gettata sulle memorie di altre persone. Un nome a caso tra i tanti? Si pensi solo a che cosa è stato scritto nel corso del tempo sul Cardinale Ugo Poletti [1914-1997], Vicario generale di Sua Santità per la Diocesi di Roma [1973-1991], che si è giunti persino ad accusare di avere tramato con i criminali della Banda della Magliana e il suo capo Robertino De Pedis, per non parlare delle illazioni fantascientifiche sull’allora Segretario di Stato, Cardinale Agostino Casaroli [1914-1998] [cf. QUI]. Pertanto, se Pietro Orlandi, come battezzato e come persona nata, cresciuta e vissuta dentro lo Stato della Città del Vaticano, non intende avere rispetto verso la Chiesa Cattolica e la Santa Sede, abbia perlomeno rispetto per sé stesso e per la memoria della sorella, esposta da decenni al gossip morboso dei giornalisti, soprattutto per causa sua che non manca mai di fornire ad essi generose cascate d’acqua per i loro mulini.

Se nessuno ha avuto mai il coraggio di dirlo al diretto interessato, sarà bene che qualcuno informi il buon fratello che a giornalisti, tele-giornalisti e autori di libri scandalistici che mirano a vendere il maggior numero di copie possibile, di sua sorella Emanuela Orlandi non interessa proprio niente. Possibile che tutti lo sappiamo all’infuori di lui, che a questo genere di persone senza cuore e con dieci centimetri di pelo di cinghiale sullo stomaco seguita imperterrito a dare lavoro e guadagni editoriali?

Ormai la Santa Sede, dinanzi a qualsiasi irragionevole e irrazionale richiesta che giunge da Pietro Orlandi, non esita a far correre la polizia scientifica, a far analizzare resti di cadaveri, a procedere allo svellimento di pavimenti, all’apertura di tombe e via dicendo a seguire, nel disperato tentativo di dimostrare all’opinione pubblica che il Vaticano non ha nulla da nascondere sulla vicenda di questa adolescente, già avvezza a frequentare a sedici anni delle compagnie non molto consigliabili, come emerge dagli atti e dalle lunghe e approfondite inchieste investigative, o no? Una giovane che è stata rapita per le strade della Capitale d’Italia, non nei giardini vaticani o mentre passeggiava per il cortile di San Damaso sotto le finestre della Segreteria di Stato suonando il suo flauto.

Darle vinte a Pietro Orlandi, qualunque cosa egli chieda e pretenda, non è né giusto né pedagogico. Pertanto, a questo Gentile Signore che sta proprio superando tutti i limiti, andrebbe anzitutto detto qualche no, poi adeguatamente consigliato a rivolgersi a un bravo psicologo clinico, nel caso in cui non fosse riuscito, nell’arco di questi decenni, ad elaborare il dolore o il trauma del lutto.

Il gatto Torque e io ci siamo infine detti che su certe cose non si scherza, né mai si deve scherzare. Però … perché non taroccare il messaggio scritto dalla nostra mistica della Barbagia dopo la sua visione? In fondo, alcuni dicono e sostengono che abbiano taroccato persino il terzo segreto di Fatima.

«Torque, te lancio ‘n’idea. Se poi fosse molto sbajiata, chiederò perdono a Dio con tutto er core mio».

«Dimme, Ipazia cara, qual è ‘st’idea».

«Ecco … potremmo taroccà er messaggio da’ ‘a mistica Tac, facenno giunge un messaggio simile ma diverso. Per esempio potèmo dì che ‘sta pora creatura è stata messa a riposà sotto l’Altare da ‘a Confessione a San Pietro, dentro ‘a tomba der Beato Apostolo Pietro …».

«Ipazia, to ‘o dico con tutto er core: tojiete st’idea de mente. Perché se a Pietro Orlandi giunge un messaggio der genere, entro quarantott’ore ar massimo, mannerebbero li operai sotto le telecamere da ‘a televisione ad aprì er seporcro der Principe delli Apostoli. Nun ce penzà, Ipazia mia, ma nun ce penzà proprio».

Possa l’anima di questa amata creatura godere della pace divina tra gli Angeli e i Santi, ovunque sia sepolto il suo corpo mortale, ma possa soprattutto conceder Dio pace a chi proprio non vuole darsi pace, sino a togliere la pace anche agli altri, a partire dalla pace ripetutamente tolta alla Santa Sede, che di difetti ne ha molti e gravissimi, ma che non merita tutto questo. Giunti infatti al punto in cui siamo, se un anonimo facesse una segnalazione a Pietro Orlandi, rischieremo sul serio di veder aprire anche la tomba del Beato Apostolo Pietro.

dall’Isola di Patmos, 15 luglio 2019

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