DI CHI ERA INCINTA MARIA? IL SOGNO DI GIUSEPPE. APPUNTAMENTO DA NON PERDERE CON IL CLUB THELOGICUM
Giuseppe voleva lasciare Maria perché si accorse della sua gravidanza e pensava che l’avesse tradito con qualcun altro. Mentre stava rimuginando sulla situazione e quindi di lasciarla segretamente, un angelo del Signore gli apparve in sogno
— Le video-dirette de L’Isola di Patmos —
Autore: Jorge Facio Lince Presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos
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il teologo domenicano Gabriele Giordano M. Scardocci, padre redattore de L’Isola di Patmos
Cosa fare con Maria?Di chi è incinta? Come evitare lo scandalo? Nel bel mezzo della notte, un Angelo irrompe nel suo sogno, affinché Giuseppe entri nel Sogno di Dio:
«Mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un Angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati […]» [Mt 1, 20-23]
Su questo tema riflettono insieme questa sera, 15 dicembre, il nostro teologo domenicano Gabriele Giordano M. Scardocci assieme a Suor Angelika.
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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/12/Jorge-Isola-piccola2.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Jorge Facio Lincehttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngJorge Facio Lince2022-12-15 13:38:222022-12-15 13:38:22Di chi era incinta Maria? Il sogno di Giuseppe. Appuntamento da non perdere con il Club Theologicum
COMUNICATO DEL VESCOVO DI PADOVA CIRCA LA PRESENZA DEL SIG. ALESSANDRO MINUTELLA NEL TERRITORIO DELLA SUA DIOCESI
Questa mattina l’eretico scismatico ha vomitato veleno contro il Vescovo di Padova [cfr. QUI] che adempiendo ai propri doveri di pastore ha messo in guardia il clero e i fedeli dal partecipare ai suoi “riti sciamanico-madonnolatrici”
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Autore Redazione de L’Isola di Patmos
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Più volteabbiamo dimostrato attraverso suoi video e discorsi [cfr. QUI, QUI, QUI] che il Sig. Minutella è un narcisista aggressivo-violento, affetto da esaltazioni pseudo-mistiche, nonché dissociato dal reale, che crea nelle persone fragili rapporti di profonda dipendenza e altrettanta dissociazione dal reale. Non sono opinioni azzardate nostre, ma analisi fatte da più psichiatri che hanno esaminato i suoi materiali video. Soprattutto il Sig. Minutella istiga le persone all’odio mutandole in macchine che diffondono a loro volta odio in modo aggressivo e violento contro «La falsa chiesa del falso papa emissario dell’Anticristo».
Fenomeni di questo generenon andrebbero mai presi sotto gamba, perché prima o poi c’è il serio rischio che qualche esaltato possa compiere un atto di violenza fisica a danno di qualche vescovo. Tentativo peraltro già fatto in passato, quando S.E. Mons. Michele Pennisi Arcivescovo di Monreale sconfessò le attività pseudo-mistiche dell’allora Reverendo Alessandro Minutella [vederedocumento QUI]. Con il risultato che un gruppo di suoi invasati tentarono di aggredirlo all’uscita dal palazzo arcivescovile [cfr. QUI]. Precedenti in tal senso, anche recenti, purtroppo non mancano, basti ricordare il caso dell’attentatoal Cardinale Giuseppe Betori Arcivescovo metropolita di Firenze.
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COMUNICATO DI S.E. MONS. CLAUDIO CIPOLLA VESCOVO DI PADOVA
Dicembre, 2022
Il Vescovo di Padova, Mons. Claudio Cipolla, alla luce di alcune informazioni giunte attraverso i canali social utilizzati dal signor Alessandro Minutella, ha appreso della sua imminente presenza nel Padovano – e quindi presumibilmente nel territorio della Diocesi di Padova – nel periodo 15 dicembre 2022 ― 15 gennaio 2023, accompagnato anche da fra Celestino della Croce, al secolo Pietro Follador, attualmente incardinato nella diocesi di Patti (Messina).
A tal proposito il Vescovo, Mons. Claudio Cipolla, segnala a presbiteri, diaconi, consacrati e consacrate e fedeli tutti che il signor Alessandro Minutella, già presbitero dell’Arcidiocesi di Palermo, è stato scomunicato il 18 agosto 2018 (con Decreto del 15 agosto 2018) per aver commesso il delitto contro la fede e l’unità della Chiesa, in quanto scismatico; ed è stato dimesso dallo stato clericale (ex officio et pro bono ecclesiae) in data 13 gennaio 2022 (con Decreto emesso dalla Congregazione per la Dottrina della Fede).
Inoltre per quanto riguarda fra Celestino della Croce comunica che ha ricevuto dal suo vescovo la proibizione di svolgere il ministero presbiterale in pubblico per le sue posizioni apertamente in linea con quelle del sig. A. Minutella.
Il Vescovo Claudio per quanto di sua pertinenza nel territorio della Diocesi conferma i provvedimenti presi nei confronti di fra Celestino da parte dell’Ordinario di Patti, a cui aggiunge la revoca della facoltà di udire le Confessioni e impartire l’Assoluzione Sacramentale ai fedeli, nell’ambito del territorio della Diocesi di Padova. Proibisce inoltre ai parroci, ai rettori di chiese, agli amministratori parrocchiali e ai superiori di Istituti religiosi, di concedere ai sopradetti Alessandro Minutella e fra Celestino della Croce luoghi di culto e spazi sia interni che esterni di proprietà di enti ecclesiastici.
Proibizione che assume il valore di accorato invito per qualsiasi fedele cattolico che abbia a cuore la Comunione ecclesiale.
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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2019/02/faviconbianco150.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Redazionehttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngRedazione2022-12-14 11:56:562022-12-14 14:44:48Comunicato del Vescovo di Padova circa la presenza del Sig. Alessandro Minutella nel territorio della sua Diocesi
L’AUTORE DEL “CODICE KATZINGER” E LA RIDICOLA SAGA DEL «NESSUNO RISPONDE NEL MERITO DELLE MIE QUESTIONI»
Essere seriamente preoccupati per tutte le anime dei fragili e dei confusi che costoro si trascinano dietro nel grave errore, recando gravi danni a singoli e nuclei familiari interi, trasformandoli in macchine di odio contro «la falsa chiesa satanica del falso papa usurpatore e apostata Bergoglio», è un dovere al quale nessun pastore in cura d’anime può sottrarsi.
Per entrare nel negozio-librario cliccare sulla copertina
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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2019/01/padre-Aiel-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Padre Arielhttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngPadre Ariel2022-12-12 17:53:182023-04-19 20:10:00Nota circa l’Autore del “Codice Katzinger” e la ridicola saga del «nessuno risponde nel merito delle mie questioni»
QUEL PREZIOSO DUBBIO UMANO CHE CI TRASFORMA IN LUCI DEL DIO VIVENTE
Il dubbio assale Giovanni il Battista durante la sua carcerazione, quando deve sperimentare la solitudine della notte dell’anima e della fede comincia a nutrire dubbi e a pensare che l’annuncio dato su Gesù non sia del tutto vero…
nella nostra vita può capitare di vedere cose così tal belle da non credere che siano reali. Forse abbiamo dimenticato come ci si stupisce. Su questo i bambini sono dei veri maestri. Per ciò, quando accade qualcosa di gioioso e bello, facilmente ci chiediamo: «… è successo davvero? O forse è solo tutto un sogno?». In quel momento siamo tutti un po’ come il filosofo Cartesio che in un celebre passo delle Meditazioni Metafisiche scrive:
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«Riflettendoci con più attenzione, tanto chiaramente mi rendo conto che non è mai dato di distinguere la veglia dal sogno con criteri certi, da rimanere attonito; e proprio questo stupore mi riporta quasi a credere di star sognando anche ora».
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Ma ecco allora Gesùche viene a darci una bella sveglia invitandoci in questo cammino di Avvento a fugare i dubbi perché quanto sta accadendo non è un sogno. Dio prende la natura umana, si fa uomo, per essere vicino a tutti noi. È tutto vero. Così quello che è impensabile e che sembra appunto un sogno irrealizzabile invece è realtà.
«In quel tempo, Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò a dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?».
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Il dubbio assale Giovanni il Battistadurante la sua carcerazione, quando deve sperimentare la solitudine della notte dell’anima e della fede comincia a nutrire dubbi e a pensare che l’annuncio dato su Gesù non sia del tutto vero. Nell’ora dell’abbandono è facile pensare che sia tutto troppo bello per essere vero, esattamente come accade anche a noi. Non perché siamo stati tutti davvero carcerati, ma perché possiamo aver trascorso dei periodi di isolamento, di solitudine, di abbandono. Ci sentivamo soli e pensavamo che Gesù non fosse venuto davvero anche per noi, che in quel momento non fosse davvero presente, nella nostra sofferenza. In questo Avvento proviamo a far memoria di questi momenti per rileggerli alla luce del Natale: Gesù c’era in quella notte esistenziale.
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Gesù nel Vangelo infatti rassicura il Battista che è veramente lui il Figlio di Dio, colui che nascendo è venuto illuminare la tenebra del mondo e dell’uomo e a farlo splendere. Per farci brillare come lui nella notte di Natale è la luce del mondo. E far splendere la luce della nostra vita.
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L’Avvento sia così anche il cammino di comprensione e di rilettura con lo sguardo di quella fede che alla luce della grotta di Betlemme ci trasforma tutti in piccole luci del Signore. Tutti possiamo diventare i testimoni del messaggio che quel piccolo bambino è il figlio di Dio, che è vero Dio e vero uomo.
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Dio ci guidi e ci accompagniin questo tempo di Avvento, perché con la sua grazia e i suoi doni, diventiamo nel Signore il suo Dono di Natale per il mondo sofferente.
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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2021/09/padre-Gabriele-piccola.png?fit=150%2C150&ssl=1150150Padre Gabrielehttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngPadre Gabriele2022-12-11 15:02:162022-12-11 15:02:16Quel prezioso dubbio umano che ci trasforma in luci del Dio vivente
L’ISTRUZIONE REDEMPTIONIS SACRAMENTUM E GLI ABUSI LITURGICI: DITELO AI VESCOVI, NON DITELO A MARK ZUCKERBERG ED ELON MUSK
In fondo, a pensarci bene, ogni comunità di fedeli finisce sempre per avere il prete che si merita, esattamente come noi preti, che spesso finiamo “condannati” a giusta e meritata pena ad avere i vescovi che ci meritiamo.
Suggerimento al suo Vescovo per risolvere il problema alla radice: chiuderlo dentro una stanza di due metri per due metri con i Padri de L’Isola di Patmos (cliccare sull’immagine per aprire il video)
Il nostro confratelloIvano Liguori si è occupato del problema degli abusi liturgici, anche se nel caso specifico l’abuso aveva i connotati del sacrilegio perpetrato durante la celebrazione della Santa Messa [cfr. QUI, QUI, QUI, QUI].
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Nel linguaggio liturgico si è soliti parlare di Canone della Santa Messa. La parola cànon actiònisè la precisa norma da seguire per celebrare il culto divino. Il canone è per sua natura fisso e rigido. Purtroppo, quando si usano certi termini, oggi non pochi tendono a storcere il naso perché non conoscono il vero significato delle parole e finiscono col confondere “fisso” con fissismo e “rigido” con rigidismo. Nulla di più errato. Della sacra liturgia il celebrante è fedele e scrupoloso strumento, non padrone o arbitrario padrone, peggio che mai: libero creatore. La sacra liturgia investe la vita dell’intera Chiesa universale, di cui è espressione e comune preghiera di lode a Dio. Abusare creativamente della sacra liturgia vuol dire renderla instabile e toglierle quella dimensione univoca, comune e universale di preghiera. Ecco perché l’abuso liturgico, piccolo o grande che sia, origina una duplice frattura: con la comunione della Chiesa e con la sua dimensione di universalità. Ricordiamo che l’etimo della parola “cattolica”, dal greco κατά όλον, significa universale e indica in tal modo la sua universalità.
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Il 25 marzo 2004,Solennità dell’Annunciazione del Signore, “per disposizione del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, redatta dalla Congregazione del Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, d’intesa con la Congregazione per la Dottrina della Fede” era emanata l’Istruzione Redemptionis Sacramentum. Sottotitolo: «Su alcune cose che si devono osservare ed evitare circa la Santissima Eucaristia».
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La chiusa finale di questo Documento,con i soggetti chiamati in causa, subito ci fa capire che non siamo davanti a una serie di pie raccomandazioni ma a un testo che ha carattere vincolante sia per la coscienza che per la prassi, e chi non vi si attiene commette un vero e proprio abuso, la gravità del quale può giungere sino al vero e proprio sacrilegio, come purtroppo abbiamo visto anche di recente.
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Qualcuno obbietteràche a questo modo si tarpano le ali all’iniziativa e alla creatività. Generalmente questi tipi di obbiezioni escono dalla bocca di chi ha fatto del relativismo ― vera grande malattia corrosiva della Chiesa contemporanea ― una sorta di norma normans non normata, dimenticando che la Chiesa, di un tesoro che è sì assoluto, perché lasciato in dono dal Divino Redentore, è custode, non padrona. Nella liturgia Eucaristica la Chiesa celebra la perenne attualizzazione dell’azione salvifica del Signore Gesù nella sua vita, nella sua passione, nella sua crocifissione, nella sua morte e resurrezione [cfr. n. 40], per questo dopo la consacrazione delle sacre specie, il Popolo di Dio acclama sul vivo corpo e in sangue di Cristo presente in anima, spirito e divinità:
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«Annunciamo la tua morte Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta».
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C’è una domanda di fondo che percorre tutta l’Istruzione: è proprio necessario prestare attenzione agli abusi liturgici? Non è sufficiente riaffermare l’importanza e la necessità di seguire le norme liturgiche secondo lo spirito del Concilio Vaticano II che afferma:
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«il culto pubblico integrale viene esercitato dal Corpo Mistico di Gesù Cristo, cioè dal Capo e dalle sue membra. Di conseguenza, ogni celebrazione liturgica, in quanto opera di Cristo sacerdote e del suo Corpo che è la Chiesa, è azione sacra per eccellenza» [Sacrosanctum Concilium, n. 7].
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Sulle colonne di questa rivistapiù volte è stato spiegato nel corso degli anni che se decorsi ormai sei decenni dalla chiusura di un grande concilio ecumenico la Chiesa si è trovata costretta a pubblicare due documenti correttivi molto particolari ― tali sono la Dominus Jesus che ribadisce la unicità salvifica di Cristo e della sua Chiesa, per seguire con la Redemptionis Sacramentum in cui si richiama ai fondamenti basilari della ars celebrandi ― qualche cosa non ha funzionato. Detto ciò è bene chiarire che a funzionare male non è stato il Concilio, elemento di necessario rinnovamento pastorale di cui la Chiesa necessitava, esattamente come lo fu quattro secoli fa un altro grande Concilio, quello di Trento. A funzionare male, anzi a volte malissimo, è stato il post-concilio degli interpreti del cosiddetto spirito del Concilio che spesso hanno finito col generare una idea di Concilio tutta loro. è questo che non ha funzionato e generato i problemi con i quali oggi dobbiamo fare tristemente i conti. Chi approfitta di certi dati oggettivi, dallo smarrimento dottrinale agli abusi liturgici spesso quasi istituzionalizzati, per imputarne colpa all’ultimo Concilio della Chiesa, delle due l’una: o pecca di profonda ignoranza, oppure, per pura ideologia, mente sapendo di mentire.
«sono un’espressione concreta dell’autentica ecclesialità dell’Eucaristia; questo è il loro senso più profondo. La liturgia non è mai proprietà privata di qualcuno, né del celebrante, né della comunità nella quale si celebrano i Misteri. Il sacerdote che celebra fedelmente la Messa secondo le norme liturgiche e la comunità che a questa si conforma dimostrano, in un modo silenzioso ma eloquente, il loro amore per la Chiesa» [cfr. n. 52].
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Evidentemente non basta una sola partecipazione esterna, perché celebrare l’Eucaristia esige fede, speranza e carità. A tal proposito afferma l’Istruzione Redemptionis Sacramentum:
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«Una osservanza puramente esteriore delle norme, come è evidente, contrasterebbe con l’essenza della sacra Liturgia, nella quale Cristo Signore vuole radunare la sua Chiesa, perché sia, con Lui, “un solo corpo e un solo spirito”. L’atto esterno deve essere, pertanto, illuminato dalla fede e dalla carità che ci uniscono a Cristo e gli uni agli altri e generano l’amore per i poveri e gli afflitti».
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Gli abusi sono sempre esistiti, anche nella cosiddetta “Messa di sempre”, neologismo inventato dalla mente di chi, giocando con il latino, ignora non soltanto la storia della liturgia, ma la stessa storia della Chiesa. Tuttavia è bene ricordare che per quanto riguarda la celebrazione Eucaristica non tutti gli abusi hanno lo stesso peso. Se infatti può capitare di sbagliare inavvertitamente il colore di un paramento sacro, di usare per errore un prefazio ordinario quando la liturgia ne prevede uno proprio, oppure di usare canti poco adatti, in questo caso siamo nell’ambito dell’errore umano. Altri abusi minacciano invece: o di rendere invalido ciò che si celebra, o di manifestare una assoluta mancanza di fede eucaristica, producendo effetti devastanti sul Popolo di Dio, in uno scadimento sempre più alto e inquietante del culto eucaristico e della percezione di quella sua sacralità che regge l’impianto stesso della Chiesa, che è di per sé mistero eucaristico, perché fondata sul corpo e sangue del Verbo di Dio fatto uomo. Altri abusi rischiano invece di generare confusione nel popolo di Dio, o addirittura di dissacrare la celebrazione stessa. Ecco perché gli abusi non possono essere presi a cuor leggero, come se fossero degli … eccessi di creatività.
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Una cosa è certa: tutti i membri della Chiesa hanno bisogno di una formazione liturgica, cosa che oggi purtroppo manca. Il Concilio Vaticano II precisa che è assolutamente necessario dare il primo posto alla formazione liturgica del clero [cfr. Sacrosanctum Concilium, n. 14]. Ma è anche vero che ci sono nell’uno o nell’altro contesto ecclesiale, abusi che contribuiscono a oscurare la retta fede e la dottrina cattolica su questo mirabile Sacramento [cfr. Ecclesia de Eucharistia, n. 10]. La Redemptionis Sacramentum precisa che «Gli abusi non di rado si radicano in un falso concetto di libertà» [cfr. n. 7]. «Atti arbitrari, infatti, non giovano a un effettivo rinnovamento» [cfr. n. 11]. È bene chiarire ciò che in più atti e documenti del magistero è stato ribadito: «Tali abusi non hanno nulla a che vedere con l’autentico spirito del Concilio e vanno corretti dai Pastori con un atteggiamento di prudente fermezza» [cfr. Giovanni Paolo II, 40 anniversario della Costituzione conciliare sulla Liturgia, Lettera apostolica Spiritus et sponsa, n. 15]. Altrettanto chiarisce l’Istruzione Redemptionis Sacramentum:
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«A quelli che modificano i testi liturgici di propria autorità, è importante far notare che la sacra Liturgia è intimamente collegata con i principi della dottrina, e l’uso di testi e riti non approvati comporta di conseguenza che si affievolisca, o che si perda del tutto, il nesso necessario tra la lex orandi e la lex credendi» [cfr. n. 10], (nota espressione latina che nel linguaggio della sacra liturgia significa: la legge della preghiera è la legge del credere).
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Per i credenti cattolicileggere questa Istruzione sarebbe davvero molto istruttivo, non a caso si chiama Istruzione. Sicuramente sarà molto più istruttiva del cercare improbabili risposte sui social media, se non peggio improvvisarsi liturgisti e dare risposte che spesso non si è proprio in grado di dare, concorrendo a questo modo solo a generare confusioni e sterili polemiche, ma soprattutto a incrementare la mancanza di conoscenza dei molti che, in numero sempre maggiore, presumono però di sapere. Se infatti la Chiesa mette certi testi e documenti a disposizione dei fedeli, è proprio per istruirli anche su come è bene e doveroso reagire dinanzi agli abusi liturgici di certi celebranti. Pertanto a poco vale prendersela con il prete fucina di abusi liturgici su una pagina Facebook. La Chiesa indica con precisione quali sono gli errori e gli abusi che nessun celebrante deve commettere, dopodiché indica ai fedeli come agire e a chi rivolgersi. Non li esorta ad andare a cercare improbabili risposte dove è impossibile trovarle, o peggio a polemizzare dove la polemica finirà col risultare qualche cosa di unicamente fine a sé stessa.
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Molti sarebbero gli esempi, prendiamone uno a caso: più volte è capitato a noi preti di raccogliere il disagio di fedeli che lamentavano l’impiego ingiustificato dei ministri straordinari della Comunione, semmai mentre il celebrante stava seduto alla sede e un paio di laici distribuivano la Santissima Eucaristia. Siamo indubbiamente dinanzi a un grave abuso, lo precisa l’Istruzione stessa chiarendo:
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«È riprovevole la prassi di quei Sacerdoti che, benché presenti alla celebrazione, si astengono comunque dal distribuire la Comunione, incaricando di tale compito i laici» [cfr. n. 157].
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Questa norma è a sua volta preceduta vent’anni prima da un responsumdella Congregazione per il culto divino e la disciplina dei Sacramenti [11 luglio 1984: AAS 76 (1984) p. 746]. Questo delicato compito affidato ai laici è di per sé un ministero del tutto straordinario, spetta infatti ai ministri ordinati, al presbitero e al diacono, distribuire la Santa Comunione ai fedeli. Solamente in casi nei quali i ministri ordinati non sono sufficienti per l’elevato numero di persone, può essere fatto ricorso ai ministri della Comunione, che esercitano un ministero del tutto straordinario.
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Dinanzi ad abusi di questo genere e ai numerosi altri descritti in questa Istruzione, sui quali non sarebbe possibile soffermarci, i fedeli cattolici sono tenuti a rivolgersi al loro vescovo, non certo a Facebooke Twitter, perché le nostre diocesi non sono governate né da Mark Zuckerberg né da Elon Musk, che tra l’altro non possono esercitare alcun potere sui preti né ammonirli ad alcun titolo.
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Dinanzi alle oggettive responsabilità del nostro clero,difettoso e peccatore, noi non ci tiriamo indietro, anzi siamo i primi ad ammettere gli evidenti errori dei pochi o dei tanti nostri confratelli che purtroppo sembrano celebrare a volte quasi con i piedi. Non meno gravi sono però le responsabilità di quei fedeli, o presunti tali, che anziché informare il vescovo, come sarebbe loro dovere fare, pensano di potersi lamentare con lo straccio delle loro vesti sui social media, meglio ancora se dietro a un nome di fantasia, perché in quel caso diverranno oltre modo aggressivi e severi, anziché agire come Dio comanda e assumersi tutte le loro responsabilità di credenti cattolici, semplicemente informando il vescovo.
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In fondo, a pensarci bene, ogni comunità di fedeli finisce sempre per avere il prete che si merita, esattamente come noi preti, che spesso finiamo “condannati” a giusta e meritata pena ad avere i vescovi che ci meritiamo.
Firenze, 10 dicembre 2022
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CON LA FIGURA DI GIOVANNI BATTISTA RISCOPRIAMO L’UMILTÀ NEL PREZIOSO DESERTO DELL’AVVENTO
Il precursore, il Battista, è colui che parla nel deserto. Porta un vestiario molto scarno, si nutriva di piante e locuste. Questa è la tipica condizione di colui che è in una fase di purificazione della propria vita.
chiunque abbia praticato uno sport, per esempio il calcio, il nuoto, l’equitazione … si ricorda di un istruttore, un educatore, o qualcuno che l’ha istruito e accompagnato fino a diventare un bravo calciatore, nuotatore o fantino …
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Nel Vangelo di oggi entra in scena la figura di Giovanni il Battista. Colui che fa da ponte fra Antico e Nuovo Testamento e che similmente all’allenatore che abbiamo conosciuto sul campo da calcio, in piscina o al maneggio, ci prepara alla via. In questo caso alla via di Dio. Ci viene presentato subito ad inizio della pericope:
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«In quei giorni comparve Giovanni il Battista a predicare nel deserto della Giudea, dicendo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!». Egli è colui che fu annunziato dal profeta Isaia quando disse: Voce di uno che grida nel deserto:/ Preparate la via del Signore, / raddrizzate i suoi sentieri!».
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Il Battista ci dice molte cose,incluso che l’antico patto ebraico sarà modificato per un cambiamento epocale e definitivo. Qui, lo stesso Matteo, riporta le parole del Battista che annuncia una conversione per la venuta del regno dei cieli, che è vicino. Cosa intende per regno dei cieli? Non c’è dubbio che per noi e il tempo che viviamo il Battista annuncia la presenza di Dio e la venuta di Cristo nella storia. Ma prima di questo c’è un dettaglio importante: lo stesso Isaia citato nel testo evangelico annuncia l’arrivo di un annunciatore, di un precursore nel deserto che accompagnerà la consapevolezza della venuta di Dio nella nostra vita. Ecco allora che Gesù è preannunciato nel deserto da qualcuno che prepara la sua via affinché tutti i membri del popolo possano accoglierlo.
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Anche per noi c’è il grande annuncio della comunità dei credenti. Qui Battista è in persona ecclesiae, diremo noi teologi rappresenta tutta la Chiesa che, nonostante le sue defezioni e quelle nostre, che la componiamo e che siamo tutti peccatori nati col peccato originale, è colei che ci aiuta ad arrivare a Gesù. Dio per mezzo di tutta la Chiesa ci aiuta a raddrizzare i nostri sentieri storti per riprendere la corretta via verso Dio.
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Ora il precursore, il Battista,è colui che parla nel deserto. Porta un vestiario molto trasandato, si nutriva di piante e locuste. Questa è la tipica condizione di colui che è in una fase di purificazione della propria vita. Probabilmente il Battista viveva una forma di vita simile a quella degli Esseni che avevano la loro comunità a Qumran una setta giudaica, diremmo oggi, di stretta osservanza. Egli prepara la via in quel deserto che può essere un luogo fisico ma anche un atteggiamento interiore. Nel deserto si possono percorrere tragitti nella sabbia che non conoscevamo. Basta avere una guida saggia ed attenta che conosca lei per prima il deserto. Esperto come lo era appunto Giovanni per coloro che voleva aiutare a convertirsi e lo faceva tramite il battesimo di conversione che amministrava. Non era certo il battesimo sacramentale che conosciamo noi oggi, ma un rito di purificazione che avveniva attraverso l’immersione nelle acque del Giordano di coloro che avevano deciso di confessare e riconoscere i propri peccati. Una pratica penitenziale che lavava dai peccati, dalle colpe e dalle imperfezioni.
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Dopo essere passati nella sabbia del deserto,serve proprio l’acqua rinfrescante. Anche nella vita di fede che viviamo ora in questo Avvento. Riscopriamo quello che è per noi il sacramento del lavaggio e pulizia della nostra anima, cioè la confessione. In cui dopo aver vagliato le desertificazioni di tutti i peccati mortali, possiamo ricevere l’effusione e il lavacro della riconciliazione.
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Chiediamo al Signoredi riscoprire l’umiltà quale base per la conversione quotidiana, per percorrere i nostri deserti esistenziali e abbeverarci dell’acqua sempre dissetante dell’amore di Dio.
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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2021/09/padre-Gabriele-piccola.png?fit=150%2C150&ssl=1150150Padre Gabrielehttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngPadre Gabriele2022-12-03 22:26:472022-12-04 15:42:53Con la figura di Giovanni Battista riscopriamo l’umiltà nel prezioso deserto dell’Avvento
L’AUTORE DEL CODICE KATZINGER SI È SCELTO UN BERSAGLIO CHE NON DIMENTICA E CONTRO IL QUALE NELLA STORIA NESSUNO HA MAI VINTO
Con la Chiesa, istituzione divina e umana, con la quale non l’hanno avuta vinta certi personaggi della storia, pensa davvero di farcela l’Autore del Codice Katzinger? In tal caso non resta che porgergli tutti i più sinceri auguri.
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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2019/01/padre-Aiel-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Padre Arielhttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngPadre Ariel2022-12-02 00:31:122023-04-19 20:13:03L’Autore del Codice Katzinger si è scelto un bersaglio che non dimentica e contro il quale nella storia nessuno ha mai vinto
DALLE “BALLE SPAZIALI” SUL CODICE DI DIRITTO CANONICO A BENEDETTO XVI INDICATO COME UN GRANDE LATINISTA CHE NON PUÒ COMMETTERE ERRORI
Se fossero vere le teorie di certi circoli complottardi, noi saremo di fronte a un vile bugiardo di tal portata che dopo la sua morte il feretro di Benedetto XVI meriterebbe di essere gettato nel Tevere anziché sepolto nelle Grotte Vaticane vicino a gran parte dei suoi Sommi Predecessori.
Benedetto XVI annuncia il sua atto di rinuncia. Video con traduzione in italiano (cliccare sull’immagine per aprire il video)
Mai userei questa rivista che alla fine del corrente anno 2022 sta per giungere a oltre venti milioni di visite totalizzate in 11 mesi ― e ancora manca il mese di dicembre ― per dare visibilità a soggetti che sbraitano «… questi nostri sono numeri che fanno tremare!», il tutto dinanzi a poche migliaia di persone che ascoltano un video delirante su YouTube per fare quattro risate con le insulsaggini enunciate da qualche squinternato. Se lo facessi, oltre a ledere la serietà del lavoro che portiamo avanti dal 2014 mancherei di rispetto ai miei confratelli teologi e redattori, che considero preziosi come le pupille dei miei occhi.
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Come risaputo per i social media impazzano soggetti che si sono costruiti il proprio “ghetto telematico” affermando a gruppi di svalvolati ― o peggio dimostrando inconfutabilmente, a loro dire ― che l’atto di rinuncia del Sommo Pontefice Benedetto XVI è invalido per difetto di forma e che quindi non avrebbe fatto formale e valido atto di rinuncia, non avendo rispettato il dettato del Codice di Diritto Canonico che recita:
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«Nel caso che il Romano Pontefice rinunci al suo ufficio, si richiede per la validità che la rinuncia sia fatta liberamente e che venga debitamente manifestata, non si richiede invece che qualcuno la accetti» [cfr. canone 332 §2].
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Gli esotici personaggi in questione evitano sempre di leggere l’intero testo di questo canone che si inserisce integralmente e inscindibilmente nei canoni 330-367 dedicati a «La Suprema Autorità della Chiesa». Non solo, fanno peggio: citano esclusivamente due parole: «debitamente manifestata». Poi, per colpire l’esercito di analfabeti funzionali e di analfabeti digitali che credono alle loro idiozie come i bifolchi del contado credevano alle mirabolanti reliquie esibite dal boccaccesco Frate Cipolla [cfr. QUI], pronunciano come un abracadabrale due stesse parole in latino per produrre effetto misterico: «rite manifestetur». Seguono tutte le loro teorie equiparabili al film comico-fantascientifico Balle spaziali in cui confondono con crassa ignoranza i concetti di munuse ministerium sul piano giuridico e teologico, tirando in ballo codici da decifrare con i quali Benedetto XVI parlerebbe in modo criptico attraverso … anfibologie (!?). Il nostro confratello fiorentino Simone Pifizzi tirerebbe in ballo la toscanissima saga Amici miei: «La supercazzola prematurata con scappellamento a destra». Supercazzola alla quale il nostro teologo domenicano Gabriele Giordano M. Scardocci ha dedicato più articoli per spiegare che questo termine è stato assunto dal corrente linguaggio filosofico per definire una affermazione totalmente priva di razionalità e senso logico [cfr. QUI].
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La crassa ignoranza dei manipolatoridelle leggi ecclesiastiche gioca da sempre sul concetto di munuseministerium: «… e perché Benedetto XVI ha rinunciato al ministeriume non al munus?». Ergo, «… ciò rende invalido il suo atto di rinuncia». E così, un esercito di fragili analfabeti funzionali e digitali, calandosi nel ruolo dei pappagalli parlanti si mettono a sproloquiare sui social media: «Benedetto XVI non ha rinunciato al munus», salvo non sapere cosa siano, significhino e comportino munuse ministerium. Dopodiché si mutano a loro volta in seminatori di confusione e soprattutto di odio verso la «falsa chiesa anticristica dell’antipapa usurpatore Bergoglio emissario di Satana». Cerchiamo di spiegare il tutto in modo quanto più semplice possibile: il munusè un “dono ricevuto” derivante da Sacramento, il ministeriumè invece l’esercizio di questo ministero legato al munus, ossia al Sacramento. Esempio: con il Sacramento dell’Ordine io ho ricevuto il “munus“, o meglio i tria munera (tre “doni”) che consistono in: insegnare, santificare e guidare/governare il Popolo di Dio. Questi tria munera si concretizzano poi attraverso il ministerium, che è l’esercizio del sacro ministero sacerdotale. Adesso prestate attenzione: per varie ragioni e motivi legati a gravi problemi di salute o a problemi personali altrettanto gravi, potrei chiedere di rinunciare all’esercizio del ministerium. Potrei anche chiedere di essere dispensato da tutti i doveri e dagli obblighi che il ministero sacerdotale comporta e che la Chiesa mi potrebbe concedere sino alla dispensa canonica dagli obblighi del celibato consentendomi di contrarre matrimonio e di avere una famiglia. Però non potrei mai chiedere di rinunciare al munus, perché sarebbe come chiedere di annullare il Sacramento dell’Ordine, cosa impossibile, perché il Sacramento è indelebile e incancellabile. Non solo, il Sacramento mi ha conferito un nuovo carattere che mi ha ontologicamente trasformato, il quale seguirebbe a permanere anche se fossi dispensato da tutti i doveri e gli obblighi derivanti dal ministerium.
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Altra cosa invece il Papato, che non è né l’ottavo Sacramento né il massimo grado del Sacramento dell’Ordine diviso al suo interno in tre gradi: diaconato, presbiterato, episcopato. L’ufficio del Successore di Pietro non è conferito per via sacramentale ma per via puramente giuridica. Non a caso il Romano Pontefice non riceve una consacrazione sacramentale, viene “intronizzato”, o come si dice oggi “inizia il ministero petrino”. Se all’atto della sua elezione l’eletto non fosse rivestito del carattere episcopale, in tal caso si deve procedere a consacrarlo vescovo:
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«Il Romano Pontefice ottiene la potestà piena e suprema sulla Chiesa con l’elezione legittima, da lui accettata, insieme con la consacrazione episcopale» [cfr. Canone 332 – §1].
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La trasmissione della successione petrina è pertanto unicamente giuridica e conferisce quindi sul piano giuridico, non sacramentale, il ministeriumdella pienezza della suprema giurisdizione sulla Chiesa universale. Il Vescovo di Roma è il Successore di Pietro e solo il Successore di Pietro può essere Vescovo di Roma. Pertanto, se il Romano Pontefice fa atto di rinuncia, in tal caso rinuncerà al ministerium ricevuto per via giuridica, ma in lui seguiterà a permanere il munusepiscopale ricevuto per via sacramentale. La rinuncia all’ufficio petrino, ossia al ministerium, comporta la perdita della giurisdizione pontificia che per via giuridica è stata conferita e alla quale per via giuridica si può rinunciare. Anche per questo sarebbe molto problematico definire un pontefice rinunciatario come “Vescovo emerito di Roma”, non potendo applicare alla sede petrina, proprio per la sua particolarità, i principi dell’emeritato dei vescovi diocesani, perché come già detto in precedenza: il Vescovo di Roma è il Successore di Pietro e solo il Successore di Pietro può essere Vescovo di Roma. Ma questo sarebbe un ulteriore discorso che non può essere trattato adesso in questa sede.
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Chiariamo ulteriormente come certi soggetti facciano immane confusione affermando in modo assurdo e ottuso che Benedetto XVI avrebbe rinunciato all’ufficio di Romano Pontefice (ministerium) ma non a essere Romano Pontefice (munus). Tra i vari documenti citati a sproposito per supportare le loro assurde tesi c’è LumenGentium. Anche in questo caso è bene chiarire: all’interno di questo documento del Concilio Vaticano II [cfr. Capitolo III] è operata sì una distinzione tra munused esercizio della potestas, ma riferito all’esercizio del ministero episcopale basato sulla duplice trasmissione del potere, che è sacramentale per quanto riguarda l’ordine sacro e la consacrazione episcopale sorretta sul munus, di tipo giuridico per quanto riguarda invece la missione canonica conferita all’episcopo, ossia il ministeriuminteso come potestas. È su questa distinzione tra potestasordinis e potestasiurisdictionische è stata istituita dal Santo Pontefice Paolo VI la figura del vescovo emerito che giunto a 75 anni rinuncia al governo della diocesi a lui affidata, perdendo quindi la potestasiurisdictionis, ma conservando sempre il munusepiscopale a lui trasmesso per via sacramentale mediante il conferimento della pienezza del sacerdozio apostolico. Il tutto a riprova di come certi personaggi manipolano i documenti della Chiesa e ne tirano fuori ciò che in essi non è scritto. La novità introdotta da Benedetto XVI consiste nel titolo e nello statusdi “papa emerito” da lui creato in modo felice o infelice, con risultati che solo la storia potrà valutare, assumendo questo titolo allo stesso modo in cui è assunto dai vescovi diocesani che rinunciano al ministeriumacquisito per via giuridica ma mantenendo il munus acquisito per via sacramentale. Come già spiegato in precedenza, se Benedetto XVI avesse assunto il titolo di “Vescovo emerito di Roma” sarebbe stato non poco problematico sul piano giuridico e teologico.
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Chiarito il tutto,spero che almeno alcune persone, tra i vari analfabeti funzionali e digitali che in modo superficiale e totalmente a-critico si sono messi al seguito di certi ciarlatani, possano capire in che modo e a quali livelli questi pericolosi manipolatori e falsari li stanno trascinando nel mondo dell’irrazionale per scopi tutt’altro che puliti, perché siamo dinanzi a persone che mentono sapendo di mentire, non dinanzi a soggetti affetti da semplice ignoranza inevitabile o invincibile. Siamo dinanzi a pericolosi soggetti che si sono imprigionati in menzogne che devono sostenere e tenere in piedi in ogni modo, anche negando la più logica e palese realtà dei fatti.
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Prima di commentare con rigore scientificocerti canoni usati e abusati per ciò che al loro interno non contengono, è necessario chiarire che quelle ecclesiastiche sono leggi umane basate sì sulla Rivelazione, ovvio che sia così. Ma sono e restano leggi umane create dagli uomini per dare un ordinamento giuridico e amministrativo alla Chiesa intesa come societas. Il Diritto Canonico non è un dogma di fede e non sta a fondamento del deposito della fede cattolica. Insistere quindi che Benedetto XVI non ha fatto un atto valido perché la sua rinuncia non sarebbe stata «debitamente manifestata» (rite manifestetur), è una oggettiva e clamorosa idiozia. Basterebbe leggere bene il canone 332 che recita:
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«Il Vescovo della Chiesa di Roma, in cui permane l’ufficio concesso dal Signore singolarmente a Pietro, primo degli Apostoli, e che deve essere trasmesso ai suoi successori, è capo del Collegio dei Vescovi, Vicario di Cristo e Pastore qui in terra della Chiesa universale; egli perciò, in forza del suo ufficio, ha potestà ordinaria suprema, piena, immediata e universale sulla Chiesa, potestà che può sempre esercitare liberamente».
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A seguire andrebbe letto il Canone 333 §3 che è la prosecuzione logico-giuridica del precedente e che recita:
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«Contro la sentenza o il decreto del Romano Pontefice non si dà appello né ricorso».
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Questo canone chiarisce che il Romano Pontefice non è soggetto alla legge umana perché è al di sopra di qualsiasi legge umana, ciò per un semplice fatto: perché egli è il supremo legislatore [cfr. Canone 331]. Presupposto logico-giuridico, questo, che precede il Canone 332 manipolato e poi mutato in cavallo di battaglia da certi squinternati, al quale fa poi seguito, con altrettanto criterio logico-giuridico, il già citato canone 333. Un impianto giuridico segue nella sua totalità un ordine logico e coerente basato su principi di logica e di non-contraddizione, solo delle menti meschine possono estrapolare e manipolare un frammento per far dire alle leggi canoniche un qualche cosa che contraddice la loro stessa struttura portante.
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Le menti confuse che portano avanti simili teorie seminando confusione e sconcerto nei semplici e nei fragili, stanno scambiando il Romano Pontefice per il Presidente di una repubblica democratica o per il Sovrano di una monarchia costituzionale, che oltre a essere custodi e garanti della Legge sono i primi ad esservi assoggettati. Non è però propriamente così per il Romano Pontefice, che con l’uso di un termine politico improprio potremmo definire il più grande monarca assoluto del mondo, perché la potestà e il potere che ha ricevuto attraverso il ministeriumgli perviene da Dio e da Dio solo può essere giudicato, non esistendo al mondo autorità umana superiore a lui che possa farlo. Il Romano Pontefice non è giudicabile neppure dalle stesse leggi canoniche perché è al di sopra di esse, essendo lui il supremo legislatore, né il Codice di Diritto Canonico prevede e regolamenta l’esercizio di quell’istituto che nei sistemi giuridici retti dalla Common law è definito come impeachment, mentre il nostro ordinamento giuridico italiano prevede all’art. 90 della Costituzione della Repubblica Italiana la messa in stato d’accusa del Capo di Stato per alto tradimento o attentato alla Costituzione. Un Capo di Stato, che delle leggi è garante e custode, ed alle quali è sottoposto per primo avanti a tutti, non può abrogarle o modificarle di propria iniziativa, perché è al Parlamento che spetta farlo, il Romano Pontefice nell’esercizio delle sue potestà può invece farlo:
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«[…] egli ha il diritto di determinare, secondo le necessità della Chiesa, il modo, sia personale sia collegiale, di esercitare tale ufficio» [cfr. Canone 333 §2].
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Se il Romano Pontefice volesse domani mattina potrebbe alzarsi e sostituire di motu proprio tutti i canoni che vuole con altri, senza dover rendere conto a nessuno né essere ad alcun titolo tenuto a fornire spiegazioni, meno che mai giustificazioni. Nessun Capo di Stato potrebbe mai dire a un tribunale di sospendere il giudizio su un accusato e disporre la chiusura immediata del processo, il Romano Pontefice sì, potrebbe farlo con qualsiasi tribunale ecclesiastico, senza dover neppure dare spiegazioni a nessuno. Che poi questo non lo faccia, è un altro discorso, però potrebbe farlo in modo del tutto legittimo e soprattutto indiscutibile e insindacabile. Basterebbe solo aggiungere che egli potrebbe respingere persino una proposta avanzata da un concilio ecumenico unanime, perché lo stesso concilio, espressione massima dell’autorità e della collegialità dei Vescovi della Chiesa, non ha una autorità superiore a quella del Romano Pontefice. Ciò malgrado dobbiamo assistere alla semina di confusione da parte di soggetti tragici e ridicoli che insistono a confondere i semplici ponendo in discussione il suo valido atto di rinuncia, perché a loro dire Benedetto XVI non avrebbe recitato una formuletta perfetta, o perché ha fatto qualche errore di grammatica latina nella sua declaratio. Ebbene si sappia che di per sé basterebbe che la rinuncia fosse fatta almeno davanti a due testimoni, per iscritto o oralmente, secondo quanto previsto dal Canone189, § 1. Per quanto riguarda quella di Benedetto XVI la rinuncia è stata fatta pubblicamente nel Concistoro dei Cardinali da lui convocato l’11 febbraio 2013. Vogliamo continuare veramente a giocare e a tentare di spacciare per credibili le stratosferiche idiozie sulla formuletta, o peggio sul fatto che «avesse anche fatto libero atto di rinuncia non sarebbe in ogni caso valido»? È davvero umiliante e degradante dover spiegare delle cose così ovvie a chi non vuole capire a priori, ma per la salvezza delle anime ben venga l’umiliazione intellettuale che di per sé comporta replicare alle idiozie di emeriti idioti che come tali non meriterebbero replica da parte di qualsiasi persona colta e dotata di cultura giuridica e teologica.
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Sui social media impazzano però questi soggetti che attaccandosi alla parolina della «libera rinuncia» scissa dal loro pluri-citato Canone 332, affermano con inquietante leggerezza che «Benedetto XVI non era libero» ma che «è stato costretto con la coercizione a rinunciare» (!?) Chiariamo: per poter dichiarare e dimostrare una cosa del genere bisognerebbe che gli estensori di cotanto asserto demenziale avessero il potere di leggere la più intima e profonda coscienza del Pontefice rinunciatario. E qui passiamo dal diritto canonico alla teologia dogmatica. Solo Dio può scrutare e leggere le più intime sfere profonde della coscienza umana:
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«La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli si trova solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità propria» [cfr. Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 16: AAS 58 (1966) 1037].
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Anche in questo caso la risposta è presto data,perché uno di questi soggetti non esita ad affermare che a svelargli quanto racchiuso nella coscienza di Benedetto XVI è stata la Madonna che gli avrebbe affidata la missione di lottare contro «la falsa chiesa e il falso papa usurpatore» (!?).
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È noto però quanto l’idiozia si compiaccia di sé stessa: «… siccome Benedetto XVI non può dichiarare di essere stato costretto a rinunciare, allora trasmette messaggi in codice criptico dopo essersi auto-esiliato in sede impedita».
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Come già detto in precedenza: non immaginate neppure quanto sia umiliante per un presbitero e un teologo dover scrivere su certi temi per rispondere a simili idiozie. Ma ripeto: dinanzi alle anime a noi affidate spinte da altri in grave errore, il buon pastore in cura d’anime accetta anche l’umiliazione intellettuale, che tra tutte potrebbe essere anche una delle peggiori. Se quindi andiamo a leggere i canoni 412-415 in cui si enunciano casi e situazioni che determinano la sede impedita episcopale, chiunque dovrebbe capire all’istante che non possono ricorrere nel caso di Benedetto XVI, salvo totale stravolgimento e grottesche manipolazioni di quanto racchiuso all’interno di questi canoni. Ricordo infatti che la legge si interpreta, non si manipola. La manipolazione e lo stravolgimento dei testi non ha niente a che fare con l’interpretazione, anche con quella cosiddetta estensiva. Ricordiamo per inciso che la Legge può essere interpretata o applicata in modo restrittivo o estensivo.
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Altro punto in cui si insisteè che «nella declaratiodi rinuncia ci sono errori formali che la rendono in ogni caso invalida a prescindere che Benedetto XVI abbia anche fatto un atto libero di rinuncia». E con questa asserzione si dichiara e si ripete pubblicamente ― come fa da tempo un oscuro personaggio ― che la forma è superiore all’intenzione sostanziale. In questo modo la mera forma viene elevata al di sopra della volontà e del deliberato consenso. Una idiozia clamorosa! Qualsiasi persona che avesse un solo barlume di ragione dovrebbe comprendere all’istante che siamo dinanzi a espressioni che spaziano tra follia e magia, dove ciò che solo conta non è la volontà sostanziale, ma la corretta pronuncia formale di una “formula magica”. Perché a questo certi soggetti giungono: alla magia delle formule.
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Passiamo all’ultimo punto: gli errori latini.Questi soggetti affermano che a rendere invalida la rinuncia in modo inconfutabile sarebbe «la presenza di numerosi errori di sintassi latina, perché la declaratiodeve essere “debitamente manifestata”» (rite manifestetur) ai sensi del pluri-citato Canone 332. Dopo avere affermato questo proseguono dicendo che «Benedetto XVI è sempre stato un fine e grande latinista e che come tale e in quanto tale non poteva fare questi errori, alcuni persino grossolani. Se però li ha fatti è stato per rendere volutamente invalida la rinuncia e ritirarsi in sede impedita». Riflettiamo: se Benedetto XVI avesse fatto una cosa del genere saremmo di fronte al Sommo Pontefice più vigliacco e bugiardo dell’intera storia del Papato.
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Il latino è una lingua insidiosa,sotto vari aspetti più del greco antico. Anzitutto è una lingua morta non più parlata da secoli. Poi bisognerebbe tener presente che esistono vari latini: il latino di Marco Tullio Cicerone o di Tito Lucrezio Caro, quello di Seneca o di Catullo non è quello in cui scriveva e si esprimeva tra il IV e il V secolo Sant’Agostino vescovo di Ippona, né quello in cui scriveva e si esprimeva tra l’XI e il XII secolo Sant’Anselmo d’Aosta. Altro ancora quello in cui si esprimeva e scriveva San Tommaso d’Aquino nel XIII secolo, a sua volta del tutto diverso da quello del XVI secolo, un latino ormai relegato a precisi ambiti di persone colte, essendosi sviluppata e diffusa a cavallo tra XIII e XIV secolo, tra la Scuola di Federico II di Svevia a Palermo e di Dante Alighieri a Firenze la cosiddetta lingua volgare, che aveva non poco imbastardito lo stesso latino per i secoli a seguire, facendo confluire al suo interno neologismi che nulla avevano da spartire con l’antico latino classico. Il latino di fine Settecento inizi Ottocento era un latino ormai molto “imbastardito”. Infine quello usato in ambito scientifico, giuridico ed ecclesiastico tra fine Ottocento inizi Novecento, più che un latino era un latinetto. Non a caso esiste il preciso termine di “latino ecclesiastico”.
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Taluni ricordano che la lingua usata per tenere le lezioni nelle università ecclesiastiche sino a inizi anni Settanta era il latino. Permettetemi di sorridere e narrare che ex studenti, divenuti poi a seguire teologi di fama della Scuola Romana e professori ordinari in quelle stesse università ecclesiastiche, ultimi in ordine di serie Brunero Gherardini e Antonio Livi, mi hanno narrato in modo divertito molti gustosi aneddoti, spiegando che si trattava, più che di latino, di un latino maccheronico. O come mi disse Antonio Livi, che del latino era un cultore: «Tanto valeva usare l’italiano, o altre eventuali lingue nazionali moderne, smettendola con la pagliacciata di quello pseudo-latino che faceva fuoriuscire asinate grammaticali dalle bocche dei docenti e inducendo gli studenti a capire meno ancora di ciò che avrebbero potuto capire». Ricordo che Antonio Livi fu decano di filosofia alla Pontificia Università Lateranense, dopo avere concorso in precedenza alla istituzione della Pontificia Università della Santa Croce.
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Un conto è leggere, capire e tradurrequesta lingua morta, un conto scriverla o peggio parlarla. Affermare che il giovane Joseph Ratzinger perito al concilio «parlava in latino, lui come gli altri partecipanti» è una colossale bufala, una pura leggenda metropolitana messa in circolazione da chi, non conoscendo la storia della Chiesa, non trova di meglio da fare che inventare a posteriori storie e fatti che nel passato recente, antico e remoto non sono mai esistite. Sono stato allievo di due maestri che furono entrambi periti al concilio, uno dei quali morto alle soglie dei 100 anni poche settimane fa. Durante le varie fasi del concilio, uno dei suoi compiti fu anche quello di riassumere in lingua inglese, spagnola e francese ― le tre lingue che meglio conosceva oltre alla sua madrelingua tedesca ― le varie relazioni redatte nella lingua ufficiale della Chiesa: il latino. Perché a inizi anni Sessanta molti vescovi non erano in grado di comprendere e tradurre il latino, specie quelli provenienti dai cosiddetti Paesi del Terzo Mondo e dalle varie terre di missione del continente latino americano.
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Benedetto XVI non è mai stato e non è un «raffinato latinista»ma solo un buon conoscitore del latino come lo sono molti di noi, ed è per questo più che comprensibile che abbia fatto errori nel redigere la sua declaratiodi rinuncia. Qualsiasi buon conoscitore del latino li avrebbe fatti. Cercherò di chiarire meglio con un esempio personale: una volta tradussi dall’italiano al latino una mia lettera di una pagina. Dopodiché la inviai non a uno e neppure a due, ma a cinque esperti latinisti, due dei quali addetti alla traduzione dei testi ufficiali latini presso la Santa Sede. Tutti e cinque mi dissero che il testo andava quasi bene, facendomi varie correzioni grammaticali. Ebbene, ciascuno mi apportò correzioni diverse, tutte rigorosamente giuste, ma una dissimile dall’altra. Perché questo è il latino: una lingua morta dove oltre alla grammatica giocano molto sia l’interpretazione che la costruzione della struttura del testo, che può essere corretta per un latinista ma non corretta per un altro, pur avendo entrambi ragione.
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La declaratio di rinuncia di Benedetto XVI è un testo molto intimo e personale che il diretto interessato ha redatto da sé stesso dopo lunga riflessione e preghiera, facendo i conti con la propria coscienza, con la propria anima e anche con la futura storia della Chiesa alla quale l’avrebbe consegnata per i secoli avvenire come evento del tutto straordinario. Non ha sottoposto il testo della sua declaratioa quei bravi ed esperti latinisti di cui la Santa Sede dispone proprio per la delicata e intima natura di quell’atto personalissimo che è tale e che tale rimane e deve rimanere. Atto nel quale Benedetto XVI ha fatto diversi errori grammaticali, sbagliando nella forma lessicale come avrebbe fatto qualsiasi buon conoscitore che il latino è in grado di leggerlo, tradurlo e usarlo in forma privata, ma comporre in lingua latina è cosa che solo i latinisti più esperti possono fare, talvolta commettendo qualche errore anche loro. Benedetto XVI non è affatto «un fine e grande latinista», come possono esserlo quegli studiosi che allo studio di questa non facile lingua morta hanno dedicato la propria intera vita. E sono proprio i più bravi latinisti ad affermare che fare errori in una redazione latina è cosa facile per tutti coloro che il latino lo conoscono bene, senza nulla togliere alla loro conoscenza del latino. Pertanto, con buona pace delle follie e delle leggende metropolitane messe in giro da certi complottardi, ribadisco che scrivere e comporre in latino è difficile persino per gli esperti latinisti, mentre parlarlo correttamente rasenta quasi l’impossibile. A meno che non si voglia confondere il latino con il latinetto dei chierici d’inizi Novecento o con i brocardi giuridici latini, che ricordiamo sono delle brevi massime ricavate dalle leggi e per questo indicati anche come principia generalia.
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Lascio valutare a tutte le persone ragionevolise degli errori di grammatica latina possano invalidare — in nome del «rite manifestetur» estrapolato da un canone 332 e citato in modo ossessivo-compulsivo — un libero e personalissimo atto di rinuncia come quello espresso da Benedetto XVI dinanzi al Collegio dei Cardinali, che a seguire ha ribadito in tutti i discorsi pronunciati pubblicamente prima della convocazione del nuovo conclave quanto quella sua decisione sia stata ponderata e libera.
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Dall’Isola di Patmos, 30 novembre 2022
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I Padri dell’Isola di Patmos
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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2019/01/padre-Aiel-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Padre Arielhttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngPadre Ariel2022-11-30 15:16:152022-12-02 02:02:13Dalle “balle spaziali” sul Codice di Diritto Canonico a Benedetto XVI indicato come un grande latinista che non può commettere errori
SIGNORA CAPALBIO, NEGRO NON È SINONIMO DI BUONO E DI VITTIMA SENZA MACCHIA E PECCATO, MA SEMPLICEMENTE SINONIMO DI ESSERE UMANO
La vicenda dell’Onorevole Aboubakar Soumahoro, che oggi si trova coinvolto in vicende legate a cooperative in cui sono implicate sua moglie e sua suocera, non è legata al negro, ma a qualche cosa strettamente connessa a l’homo, a prescindere dal niger o dall’albus.
L’Onorevole Aboubakar Soumahoro, deputato eletto nelle liste del Partito Democratico
In estate o primavera, quando soggiorno nella Ortigia di Siracusa, dove prima di diventare prete comprai una casa nel cuore dell’antica Città Greca, vado a fare la spesa al mercato e con l’occasione dispenso i miei show, ovviamente gratis, intrisi di invereconde prese di giro sulle quali le persone del luogo ridono divertite, perché sfottere i siciliani è un dovere civico. Poi ci sono le mie “teorie scientifiche” sulle possessive e protettive mamme dei maschi, a cui riguardo sostengo che se una madre siciliana partorisce una femmina, non c’è problema. Però, se partorisce un maschio, in quel caso va soppressa appena terminato l’allattamento, evitando in tal modo che rovini il figlio per tutta la vita seguitando a trattarlo da tenera creatura anche da cinquantenne. E quando dopo qualche mese o settimana ritorno in loco mi dicono persino che gli sono mancati i miei sfottò.
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Una volta un tale aveva sulla bancarella una cesta piena di lumache che cominciai a guardare con ostentata attenzione, finché giunse la domanda che attendevo: «Padre, le piacciono?». Risposi: «Mai mangiate in vita mia. Però sono certo che queste lumache saranno di grande consolazione per i siciliani, perché finalmente avete trovato qualcuno che sulla testa ha più corna di voi». Mi fu poi raccontato che aveva fatto il giro di tutto il mercato a ridere e raccontare la sparata del prete a tutti i venditori delle altre bancarelle. Un’altra volta stavo camminando in mezzo al mercato col sole di mezzogiorno sparato sul viso, a poco servono in quel caso anche gli occhiali scuri. Non vidi una cassetta della frutta e ci inciampai cadendo a terra, tra l’altro avevo la talare bianca addosso, che grazie a Dio non danneggiai. A due metri da me un pescivendolo saltò in avanti facendo il gentile gesto di aiutarmi a rialzarmi dicendo: «Padre, si tiri su che distesi a terra si sta male». Ribatto: «Ha ragione, distesi su sua moglie si starebbe molto meglio». E appena rientrò a casa la prima persona alla quale narrò il fatto fu sua moglie.
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Infine il mio negro di fiducia dove compro le verdure: «Padre, è tornato da Roma?». Lo saluto: «Sono tanto contento di rivedere il mio negro splendido». E splendido lo è per davvero, ha una risata così acuta e divertente che se fossi uno psichiatra lo prescriverei come terapia al posto degli anti-depressivi. Disgrazia vuole che si trovava alla bancarella la classica fighetta― come ormai si dice nel nostro gergo italico parlato ― stile Signora Capalbio targata sinistra radical chic, col capello bianco corto in gran voga negli attici dei Parioli e nelle ville dell’Olgiata. Fa una smorfia e sbotta: «Mi stupisco di lei che dovrebbe essere una persona colta, si dice … uomo di colore». La ignoro totalmente e mi rivolgo al mio negretto: «Senti un po’, Ousman, spiegami una cosa: tu sei negro o di colore? Perché a me nei paesi africani i tuoi connazionali mi chiamavano “bianco”, non “uomo senza colore”». E lui, con una risata assordante con i suoi acuti risponde: «Io sono negrissimo!».
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Passando per il politicamente corretto siamo giunti così al negro, tale in quanto negro e non certo perché “uomo di colore”. Almeno per me che sono un cultore della mia madre lingua di derivazione latina: homo nigervuol dire uomo nero. Mentre homo albus vuol dire uomo bianco, ossia il sottoscritto. Il termine “negro” deriva dal latino nigrum, che vuol dire nero. Noi preti, a eccezione del bianco usato alle alte temperature, ordinariamente vestiamo in nigris, di nero, non vestiamo … “di colore”. Da sempre ai confratelli africani coi quali ho vissuto a Roma sin dalla formazione al sacerdozio, poi da presbitero, li ho sempre indicati e chiamati negri. Esempio: «Siamo in ritardo, date una voce ai nostri confratelli negri che si sbrighino, altrimenti arriviamo tardi a San Paolo Fuori le Mura». Mi sarei sentito quantomeno ridicolo a esordire: « … i nostri confratelli di colore». Loro ci chiamano bianchi, non ci chiamano “uomini scoloriti” o “senza colore”. E tutt’oggi in molti Paesi di quel Continente ricordano con gratitudine la meritoria opera di evangelizzazione portata avanti dai cosiddetti Padri Bianchi, non certo dai Padri senza colore.
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Il politicamente corretto non è solo linguistico, ma è sociale e ormai ideologico. Tanto che molti nutrono verso il negro non solo sensi di colpa, ma peggio: si sono formati la convinzione che negro equivale a buono, a candida vittima, a perseguitato. Perlomeno finché non si ritrovano ad avere a che fare con qualche banda di nigeriani, la violenza dei quali farebbe impallidire gli esecutori al soldo della ‘ndrangheta, che tra le mafie presenti nel nostro Paese è la più violenta. Nonostante ciò, dinanzi alla crudeltà di un nigeriano, i killersdella ‘ndrangheta farebbero la figura della pietosa dama di carità della San Vincenzo de’ Paoli. Altrettanto i camerunensi, Paese dove la criminalità è diffusa a livelli incontrollabili e dove per uno straniero essere sequestrato da una delle loro bande non è come essere rapiti da quelli che furono i rapitori dell’Anonima Sarda Sequestri, perché questi secondi, se proprio non sono dei cherubini, a loro confronto possono figurare come dei cuori teneri.
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Partiamo quindi da un principio basilareche sfugge alle “candide anime belle”: si tratti di un homo niger o di un homo albus, ciò che connota l’uno e l’altro, a prescindere dalla colorazione, è l’essere homo. E questo homonon è buono o cattivo, vittima o carnefice sulla base della sua particolarità di nigero albus, ma in quanto uomo.
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Il caso dell’Onorevole Aboubakar Soumahoro,che oggi si trova coinvolto in vicende legate a cooperative in cui sono implicate sua moglie e sua suocera, non è legata al negro, ma a qualche cosa strettamente connessa a l’homo, a prescindere dal nigero dall’albus. Vicenda nel merito della quale non entro. Ciò non solo perché non voglio, ma proprio perché non posso. La competenza è della magistratura italiana alla quale spetta indagare, giudicare e se necessario infine condannare, mentre alla politica compete valutare e decidere nel merito della questione, trattandosi di un parlamentare della Repubblica Italiana.
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Alle “candide anime belle”vorrei ribadire che negro è lungi dall’essere sinonimo di buono in quanto negro e solo perché negro, tutt’altra è la realtà: la corruzione che vige nei vari Paesi del Continente Africano è tanta e tale, ma soprattutto a livelli talmente gravi e incancreniti, che a confronto quei Paesi europei solitamente indicati come particolarmente corrotti sono abitati da una schiera di San Luigi Gonzaga e di Santa Maria Goretti. Tra i Paesi indicati come particolarmente corrotti c’è l’Italia, ossia noi italiani, detti anche “maestri della truffa”. Cosa che può essere espressa e sostenuta senza problemi di sorta, in particolare dalle caste e candide bocche di francesi e tedeschi, capaci però ad auto-censurare il loro senso critico e a calarsi le brache col buco del culo al vento solo quando si trovano dinanzi al negro, i francesi in modo del tutto particolare, visti i servizi che hanno fatto nel corso degli ultimi due secoli a vari Paesi del Continente Nero. Gli italiani sono invece bianchi, quindi possono essere accusati come tali di essere dei corrotti e dei notori truffatori sulle prime pagine dei loro giornali.
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A Roma,sul finire della formazione sacerdotale e a seguire per un po’ come presbitero, ho abitato in una casa internazionale per sacerdoti che si trova all’Aventino. A poca distanza sul Viale Aventino, all’angolo con il Viale delle Terme di Caracalla c’è la grande sede della FAO, che ricordiamo è la Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura. Per mesi, transitando in quelle zone, mi è capitato di vedere negri e negre provenienti dai vari Paesi del Continente Africano, semmai dai più poveri e disastrati in assoluto, salire su Mercedes che fanno servizio di noleggio con conducente per essere portati a fare shoppingin Via Condotti e in Via Vittorio Veneto. È cosa altresì nota e risaputa, nonché confermabile dai titolari dei negozi extra lusso, che a spendere di più, senza misura e ritegno, erano i negri e le negre, noti per la ricerca dei beni superflui più costosi in assoluto e per il loro bivaccare negli hotel più lussuosi della Capitale. I funzionari africani della FAO.
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Lascio quindi la Signora Capalbioinorridire dinanzi alla parola “negro” e con lei tutte le altre “candide anime belle” che si gongolano in surreali fantasie sul povero negro buono e vittima del bianco variamente sporco e spregiudicato colonizzatore. Per me esiste invece l’uomo nato con la corruzione del peccato originale, che non ha risparmiato né i bianchi né i negri. E contrariamente alle anime belle so, come lo sanno politici, storici, sociologi e anche ecclesiastici che, uno dei peggiori mali endemici dell’Africa è una corruzione senza eguali al mondo, per non parlare della delinquenza senza scrupoli e limiti che imperversa in certe loro città. Anche per questo la nostra Congregazione de Propaganda Fide si guarda bene dal mandare soldi a occhi chiusi, persino alle nostre stesse istituzioni ecclesiastiche locali gestite dai negri. Preferiscono gestire con attenzione certi flussi di danaro affinché finiscano realmente in opere religiose, caritative e sanitarie. Evitando in tal modo, come più volte accaduto in passato, che dei soldi partiti per la costruzione di un ospedale finissero incamerati da politici corrotti e investiti nel mercato delle armi per le peggiori guerre tribali, dove le persone sono capaci a scannare senza pietà donne e bambini a colpi di machete fabbricati in Cina.
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Però, per la Signora Capalbio, negro equivale a buono e vittima. Soprattutto non si deve dire negro, ma uomo di colore. Ebbene sappia la Signora Capalbio che il mio illuminato venditore di verdura, negro ghanese scuro come un tizzone di carbone, non la pensa come lei, sa perfettamente di essere negro, ne è contento e all’occorrenza se ne vanta, togliendo persino la depressione con una risata a tutte le depresse Signore Capalbio della sinistra radical chic, oggi più che mai depresse dopo avere favorito in ogni modo, con tutti i loro snobismi alto borghesi, un Primo Ministro donna della destra, che è figlia del popolo e che proviene dai quartieri ultra popolari di Roma. Quelli dove una volta, il vecchio e anche glorioso Partito Comunista Italiano, raggiungeva maggioranze elettorali da fare invidia alle elezioni della Bulgaria. Forse per questo, ritrovandosi nei ristoranti gourmetdi Capalbio, il gothadella sinistra radical chic cerca di annegare la depressione politica dentro costosi calici di Sassicaia e di Brunello di Montalcino d’annata.
Dall’Isola di Patmos, 27 novembre 2022
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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2019/01/padre-Aiel-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Padre Arielhttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngPadre Ariel2022-11-27 17:20:102022-11-27 17:56:15Signora Capalbio, negro non è sinonimo di buono e di vittima senza macchia e peccato, ma semplicemente sinonimo di essere umano
IL CASO DI “SUOR CRISTINA”. RICORDATI CARA CRISTINA, QUANDO CANTERAI, METTI CRISTO NELLE NOTE ALTRIMENTI LA TUA RINUNCIA NON TI AVRÀ INSEGNATO NULLA
Adesso le sue ex consorelle, le care Orsoline della Sacra Famiglia, hanno ancora una possibilità di aiutare Cristina, le mostrino vicinanza e provvedano anche a un suo doveroso aiuto materiale. Senza lesinare qualche salutare scappellotto, le siano accanto, così come Cristo ha fatto con quel giovane ricco che non ha voluto seguirlo.
La audio lettura sarà disponibile la mattina del 26 novembre
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Intervista di Suor Cristina
Suor Cristina Scuccia, la suora cantante della Congregazione delle Orsoline della Sacra Famiglia, ha lasciato la vita consacrata per seguire forse la sua (vera?) vocazione nel mondo canoro [vedere: qui, qui, qui e qui]. È una notizia di pochi giorni fa.
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A questa recente notizia, Padre Ariel ha già dedicato un breve articolo che condivido in pieno quanto al realismo e all’equilibrio [vedere: qui]. Tuttavia, da presbitero religioso dell’Ordine Cappuccino desidero fare anch’io delle considerazioni in merito, che per certi versi risuoneranno come delle vere e proprie provocazioni scontentando forse qualcuno, ma che avranno il merito di evidenziare alcune delle più comuni ipocrisie della vita consacrata mascherate da sentimenti di pietà.
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Anzitutto c’è da mettere al correntele tante anime belle ― quelle che in queste ore inreal lifeo sui socialstanno giocando al tiro al piccione con la povera ex Orsolina ― che ogni anno dalla Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica sono gestite moltissime richieste di religiosi che chiedono di lasciare il proprio ordine, il proprio istituto o la propria congregazione di appartenenza. Di chi è la colpa? Perché avviene questo? Io non sempre riesco a darmi una risposta convincente, secondo il parere illuminato di alcune anime belle la colpa è senza dubbio del Papa gesuita o forse di quei religiosi che hanno fatto piangere Lama Donna con i peccati contro il sesto comandamento o forse di coloro che non si rassegnano a vivere secondo uno stile religioso grottesco tipico dei monaci del film Il Nome della Rosa di Jean-Jacques Annaud o delle improbabili suore del film Sister Act. Perché per certe anime belle ed esperti catto-blogghettari, tutta tradizione e latinorum, il religioso è una maschera grottesca tra lo psichiatrico e il farsesco, un misto di mortificazione e di cilicio, disturbi d’umore e pruriginosi desideri da romanzo alla Uccelli di Rovo, insomma un autentico pazzo.
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Perciò, quando si verificache qualche consacrato appenda l’abito al chiodo, subito si parte alla ricerca delle motivazioni – vere o presunte – e si procede con la delicatezza e il tatto di uno schiacciasassi dentro un negozio di cristalli Swarovski. Ma noi qui, dall’amena Isola di Patmosnon vogliamo essere degli schiacciasassi, sappiamo bene infatti che alcuni abbandoni sono senz’altro giusti perché privi di quella minima consapevolezza e libertà necessaria per vivere da consacrati e costituirsi nel mondo come fiaccole di luce, segni profetici per la Chiesa. Altri abbandoni, invece, costituiscono delle vere e proprie ingiustizie lasciate correre con troppa leggerezza e scaturite il più delle volte dalla disperazione, dalla solitudine, dalla miseria umana e dalla insulsa paraculagginedi alcuni superiori che scambiano il munusdel governo con il privilegio dell’impeccabilità propria in cui l’errore personale non esiste mai e se c’è è di norma sempre e solo del “religioso problematico” che decide di lasciare.
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Onestamente, dopo più di vent’anni di vita religiosa― sono entrato tra i Frati Minori Cappuccini a 21 anni di età durante gli studi universitari in farmacia ― non sono nella condizione di scandalizzarmi più per queste defezioni, come si chiamano in freddo linguaggio tecnico le uscite o abbandoni. Anzi, dico la verità, davanti a un confratello che lascia non solo sospendo ogni giudizio ma scelgo volutamente di spendere poche parole, sapendo che è urgente dimostrare quell’amore di una nonna che davanti al nipote più scapestrato e ribelle ha comunque la premura di domandare: «Come stai? Hai mangiato?». E Dio solo sa quanto sanno essere espressivi gli occhi e lo sguardo di un religioso che ha preso la sofferta decisione di lasciare. Chiedere come stai, significa condividere molto di più che un’onda sentimentale. A mio modesto avviso significa riversare come balsamo l’ultimo atto di misericordia verso un uomo in crisi. E non è forse questo il modo di interpretare la vecchia parabola lucana del Padre Misericordioso che tutti vantano di apprezzare ma che in pochissimi praticano soprattutto se religiosi, sacerdoti o cattoliconi doc?
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Forse la piccola (suor) Cristina,catapultata all’interno di quello sciagurato mondo dello spettacolo, divorante e divoratore, avrebbe solo avuto il bisogno di sentirsi rivolgere più spesso la domanda della nonna: «Come stai? Hai mangiato?», che poi si traduce in «Sei felice? Gesù e la Chiesa stanno riempiendo veramente la tua vita? Ti stai dissipando, sei turbata? Stai pregando? Il tuo cuore, la tua anima, il tuo desiderio sono forse cagionevoli in qualche cosa?». Perché sono queste le domande utili a prevenire le crisi personali, le malattie spirituali, le sentine di vizi che il demonio scatena per sviare il religioso dalla sua strada di perfezione come ebbe a dire il Vescovo San Macario.
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Nella mia vita religiosa ho conosciuto più volte superiori e direttori di studentato che erano più preoccupati della presenza in coro dei loro frati che della loro reale felicità. Scrupolosi nel vigilare se i frati recitassero integralmente il breviario ma non altrettanto solerti nel notare se i loro frati si aprissero al sorriso e alla gioia all’interno del convento. Preoccupati della regolare osservanza, dell’uso del denaro ma per nulla interessati se il frate fosse riuscito a dormire bene o meno, forse angosciato da qualche fantasma dell’anima. Ho conosciuto altrettanti superiori e direttori di studentato che hanno fatto diventare la vita religiosa una riproposizione di Instagrame Tick Tock. Un realitydove il religioso canta, balla, fa lo show man, fa tutto e il suo contrario, e dove la sola via di perfezione consiste nell’osservanza del motto sessantottino “vietato vietare” perché Gesù è l’asso pigliatutto che sta bene sopra ogni cosa, dal Palco di Sanremo alla Grande Chartreuse.
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Ma ormai a 45 anni di etàcomincio a diventare vintage, ricordando che un tempo per lasciare il convento, bisognava bussare alla porta del padre guardiano (il superiore locale) e chiedere il permesso: «Benedìcite padre, posso andare a…» e dopo aver fatto le commissioni fuori dal convento, ritornare dal guardiano e nuovamente dire: «Benedìcite padre sono rientrato». Queste cose oggi non si usano più, spesso i giovani novizi e studenti hanno molte libertà fin dal noviziato (io ho avuto il primo cellulare da diacono all’età di 33 anni) e quelle che vent’anni fa potevano essere considerate come formalità oggi capisco che erano modi per vivere la figliolanza e la paternità spirituale, insieme a quella fraternità evangelica che unisce e protegge tutti i religiosi.
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Il caso di (suor) Cristinaè emblematico di quella verità che ci dice che anche i religiosi escono di scena. Assieme alle coppie che scoppiano (vedi Albano e Romina, Totti e Ilary), i preti che si spretano, i frati che si sfratanoe le suore che si… beh avete capito. Questa è la nuda verità della nostra «Chiesa in uscita», una verità non certamente recente, queste cose sono sempre capitate e capiteranno ancora, basta ricordare alcuni precedenti illustri come Suor Sorriso o Fra Giuseppe Cionfoli. Verità forse scomode a cui è necessario trovare una risposta ma soprattutto un modo per prevenirle. Perché sono sicuro che sia suor Sorriso, così come fra Giuseppe Cionfoli e ora suor Cristina erano stati sicuramenti scelti e amati da Dio nella loro scelta di vita religiosa, ma non hanno avuto la grazia di incontrare maestri capaci di accettarli così come erano, accompagnando le loro doti verso una purificazione matura che limita le tentazioni e le nostalgie. Tali defezioni nella vita religiosa non sono mai facili e occorre avere uno sguardo molto più compassionevole e complesso di tutte le varie dietrologie che le persone normalmente seguono in questi casi.
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La dimensione di fragilità della Chiesaimplica anche l’eventualità di un abbandono dello stato di vita consacrata, ma sono pochi coloro che vogliono riconoscerlo e in pochissimi coloro che desiderano amare e sostenere questi fratelli nel bisogno in modo gratuito e disinteressato. Perché l’essenza della vita battesimale, di cui la vita religiosa è la piena maturazione, non è nient’altro se non l’amore fino alla fine. È lì, nell’amore come martirio-testimonianza che risiede la credibilità e la santità della Chiesa e di noi cristiani: «Da come vi amerete riconosceranno che siete miei discepoli» [cfr. Gv 13,35]. E invece non si leggono che commenti di vergini vilipese che si sgomentano che Cristina Scuccia non è più suora, gridando al tradimento di Giuda e alla codardia. Davanti a queste esternazioni mi taccio perché altrimenti finirei per dire cose poco caritatevoli.
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Cerchiamo di capire una buona volta che l’amore cristiano è quello che è disdegnato dai più, un amore che ama quello che è disgregato, che crea scandalo, un amore che cammina su strade storte e affossate di una umanità decadente. Del resto, non è questo che ha fatto il Signore Gesù con ciascuno di noi? «Quando eravamo ancora deboli, nel tempo stabilito Cristo morì per gli empi» [cfr. Rm 5,6]. Questo risulta vero ancora oggi, Cristo continua a morire ogni giorno per noi, gente raccogliticcia, che lega a sé con il vincolo di una speciale consacrazione, battesimale, religiosa o sacerdotale, e che necessariamente chiede una conversione che ci faccia passare dall’abbandono delle tenebre allo splendore della luce.
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Cristo ama noi, battezzati, religiosi e sacerdoti,non perché siamo perfetti ma proprio perché imperfetti, anzi empi, non ancora entrati in quella pietas del giorno di Pasqua che non è certamente ottenibile con uno sforzo di volontà ma come gratia gratis data da chiedere ogni giorno allo Spirito Santo con lacrime. La vita religiosa è una strada di perfezione che si realizza solo quando l’immagine di Cristo, uomo nuovo, nasce in noi. E questo parto ha bisogno certamente di tempo, di paternità e di maternità spirituale, di accompagnamento affettuoso e sofferto, merce molto rara tra i superiori religiosi di una «Chiesa in uscita», sempre più manager così come è per molti vescovi.
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Considero il caso di (suor) Cristina Scuccianon un’eccezionalità ma l’espressione di una tendenza ben conosciuta da chi vive e lavora nel mondo reale della vita consacrata. Se andiamo a esaminare poi i casi di abbandono, constatiamo che a lasciare non sono i religiosi o le religiose con dei limiti umani e spirituali ma esattamente il contrario. Spesso ci troviamo davanti a personalità veramente talentuose, dotate di carisma, viva intelligenza e che hanno un bagaglio culturale di tutto rispetto, tanto da fargli conseguire titoli accademici importanti. Essi sono come delle auto di grossa cilindrata che sono state affidate a gente senza esperienza di guida. E (suor) Cristina ha delle qualità che indubbiamente sono state canalizzate male. Qualità che potevano sostenerla e aiutarla nella vocazione e che invece sono state usate per sovrapporsi alla vocazione religiosa creando un’alternativa che sarebbe venuta incontro alle necessità temporali di una congregazione religiosa giovane, che dall’opera canora della consorella avrebbe forse usufruito anche di belle somme di denaro? Questo non deve scandalizzare perché anche le suore devono mangiare e mantenere le loro strutture, ma forse c’è bisogno di un’attenta riflessione che tenga conto di qualche priorità da riconsiderare.
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I casi di abbandononella stragrande maggioranza delle volte non riguardano neanche il celibato – così come si aspetterebbero le tante anime belle tutte Cuore di Gesù e di Maria – e questo significa che non si esce perché ci si vuole sposare o perché non si riesce più a rispettare il voto di castità. La motivazione del fallimento risiede in tutt’altro: di molto più profondo, di molto più articolato, di molto più concreto. Per questo, ogni abbandono resta misterioso, conosciuto solo per alcuni risvolti ma sempre ingiudicabili dagli uomini così pronti a giudicare e a incasellare tutto dentro a rassicuranti categorie. Solo Dio che è Padre può conoscere in profondità il cuore dell’uomo, anche di quello che decide nella sua libertà di abbandonare la vocazione che gli è stata offerta ma che non potrà sottrarsi alla vocazione comune di ogni battezzato che è quella alla comune chiamata alla santità che travalica lo stato di vita (poco importa se consacrato, sposato o single).
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Per questo motivo,smettiamola di fare il tiro al piccione con la ex (suor) Cristina, con lei così come con gli altri ex religiosi. Questo non è un caso mediatico da sbandierare su rotocalchi scandalistici o blog cattolici. In questo momento di fragilità, benché l’apparenza e il maquillagedicano il contrario, questa ragazza ha bisogno di sincero aiuto per ricostituirsi una vita ma soprattutto ha bisogno di imparare a non assecondare i miraggi dello spietato mondo dello spettacolo che vedono il religioso o l’ex religioso come un animale da esibire per fare audience. Ricordate il caso di don Alberto Ravagnani prima utilizzato da Fedez e poi bullizzato e preso a parolacce? Bene, queste sono le reali prospettive.
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Prima c’era suor Cristina, adesso c’è Cristina Scucciacameriera in terra di Spagna, domani forse sarà un’anonima donna con un matrimonio fallito alle spalle e figli a carico che canta nei locali spagnoli per riuscire a sbarcare il lunario. Sic transit gloria mundi, la gloria degli uomini, così come la gloria del palcoscenico.
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Adesso le sue ex consorelle,le care Orsoline della Sacra Famiglia, hanno ancora una possibilità di aiutare Cristina, le mostrino vicinanza e provvedano anche a un suo doveroso aiuto materiale. Senza lesinare qualche salutare scappellotto, le siano accanto, così come Cristo ha fatto con quel giovane ricco che non ha voluto seguirlo. Siamone certi, la proposta passa, l’amore di Cristo resta, benché velato di quella triste nostalgia che solo gli occhi sanno esprimere, come quel giovane ricco che se ne andò perché aveva molti beni, ma tra i tanti beni che aveva abbisognava dell’unico necessario che avrebbe dato valore al tutto il resto.
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Cristina, ricordati quando canterai,metti Cristo nelle note altrimenti la tua rinuncia non ti avrà insegnato nulla.
Laconi, 25 novembre 2022
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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2019/01/Padre-Ivano-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Padre Ivanohttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngPadre Ivano2022-11-25 12:10:552022-11-25 13:24:43Il caso di “Suor Cristina”. Ricordati cara Cristina, quando canterai, metti Cristo nelle note altrimenti la tua rinuncia non ti avrà insegnato nulla
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