Tempo di Quaresima e riflessione sulla morte per aprirci alla gioia della risurrezione e della vita senza fine

TEMPO DI QUARESIMA E RIFLESSIONE SULLA MORTE PER APRIRCI ALLA GIOIA DELLA RISURREZIONE E DELLA VITA SENZA FINE

La Quaresima dovrebbe essere un momento di riflessione anche sulla morte. Una riflessione serena, non gravata da turbamenti o paure, peggio dal rifiuto della stessa idea di morte. Meditare sulla morte, per noi cristiani, vuol dire pensare e riflettere, con serenità e fiducia, a ciò che ci attende dopo questo passaggio: la risurrezione alla vita. Perché con Cristo Signore tutti siamo morti e con Lui tutti risorgeremo.

— Pastorale liturgica —

Autore
Simone Pifizzi

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Le norme generali per l’ordinamento dell’anno liturgico sanciscono e spiegano:

«Scopo del tempo di Quaresima è quello di preparare alla celebrazione della Pasqua. La liturgia quaresimale infatti prepara alla celebrazione del mistero pasquale tanto i catecumeni … quanto i fedeli, per mezzo del ricordo del battesimo che della pratica della penitenza» [cfr. n. 27].

 

 

A nessuno può sfuggire la forza di attrazione attuale della Quaresima che ogni anno si presenta immutata nella sostanza profonda, anche se notevolmente mitigata. La Quaresima rimane il periodo liturgico spiritualmente più ricco e apostolicamente più fecondo di tutto l’anno liturgico: «Ecco il momento favorevole, ecco il giorno della salvezza» [II Cor 5,2].

Nel discorso del 3 marzo 1965, Papa Paolo VI riassumeva le ragioni di interesse della Quaresima:

«È incalcolabile il progresso morale e civile a cui questo ricorrente e potente esercizio ascetico e spirituale ha dato impulso e sviluppo. Un riferimento a ciò che avviene ai nostri giorni si presenta alla mente; possiamo infatti ricordare come, proprio in questi ultimi anni, in ossequio ed in virtù della disciplina quaresimale, sono state promosse queste collette, rese possibili da qualche sacrificio penitenziale, le quali vanno ad alleviare la fame nel mondo: un’astinenza suggerita dallo spirito della quaresima, si traduce in valori economici, e questo diventa “pane per la fame nel mondo”, per una moltitudine cioè di poveri, lontani e sconosciuti, che godono così della carità sgorgante dalla osservanza quaresimale … E del senso liturgico della quaresima che cosa diremo? Essa è il grande tirocinio alla grazia del battesimo e della penitenza, è la grande pioggia fecondatrice della Parola di Dio, è la grande mediazione preparatoria alla Pasqua. In nessun altro momento dell’anno la spiritualità della Chiesa è più ricca, più commossa, più lirica, più attraente, più benefica: chi la studia la scopre stupenda; chi la sperimenta la sente umana; chi la vive, si, la gode divina».

La Quaresima ha un carattere duplice che troviamo descritto in Sacrosanctum Concilium in cui si parla dei questo tempo indicando:

«Il duplice carattere del tempo quaresimale che, soprattutto mediante il ricordo o la preparazione del battesimo e mediante la penitenza, dispone i fedeli alla celebrazione del mistero pasquale con l’ascolto più frequente della parola di Dio e con la dedizione alla preghiera, sia posto in maggiore evidenza tanto nella liturgia quanto nella catechesi liturgica. Perciò a) si utilizzino più abbondantemente gli elementi battesimali propri della liturgia quaresimale e, se opportuno, se ne riprendano alcuni dalla tradizione precedente; b) lo stesso si dica degli elementi penitenziali. Quanto alla catechesi poi, si inculchi nell’animo dei fedeli, insieme con le conseguenze sociali del peccato, quel carattere proprio della penitenza che detesta il peccato in quanto è offesa di Dio; né si dimentichi la parte della chiesa nell’azione penitenziale e si solleciti la preghiera per i peccatori» [cfr. n.  109].

Per il battesimo, il mistero pasquale del Cristo è diventato il mistero pasquale del cristiano. Per mezzo del battesimo infatti siamo stati inseriti, innestati e incorporati vitalmente in Cristo e nella Chiesa, diventando così protagonisti responsabili della storia della salvezza che ora si compie nel mondo. Per risvegliare in noi la coscienza battesimale la Chiesa, durante la Quaresima, seguendo il Vangelo di Giovanni ci presenta il mistero pasquale attraverso la simbologia dell’acqua, della luce e della vita, quale risulta dai tre importanti episodi evangelici della Samaritana, del cieco nato e della resurrezione di Lazzaro. Si tratta di temi specificatamente adatti per farci riscoprire la gradualità del movimento di adesione a Cristo. Infatti la Samaritana riconobbe il Messia appena dimentica la sete fisica e ne ammette un’altra, più vera e più profonda [cfr. Gv 4, 1-42]. Il cieco nato, dalla visione della luce naturale passa a quella soprannaturale che salva [cfr. Gv 9, 1-40]. Lazzaro è richiamato in vita dopo che Gesù ha affermato solennemente la necessità della fede: «Chi crede in me, anche se morto vivrà» [cfr. Gv 11, 1-53]. Questi tre elementi fondamentali ci aiutano a capire la storia della salvezza eminentemente legata a questi tre segni: acqua, luce e vita.

Elemento dell’Acqua. È facile cogliere una teologia dell’acqua nella Scrittura. Data la necessità di dissetarsi per un popolo nomade come Israele, l’acqua diventa il segno della provvidenza di Dio verso il suo popolo, mentre la sua privazione, un castigo. L’acqua è usata dai profeti come segno dei tempi messianici e la salvezza che da questi tempi verrà. Ma del tutto singolare è il rapporto dell’acqua con il battesimo: lo Spirito che si libra sulle acque primordiali, il diluvio [cfr. Gn 1, 1-2], il Mar Rosso [cfr. Es 14,15-15,1] sono, secondo i Padri della Chiesa, tutte prefigurazioni del Battesimo.

Elemento della Luce. In antico il Battesimo era chiamato “illuminazione” e i battezzati “illuminati”. Il rapporto luce e battesimo viene messo in evidenza, oltre che dal brano del cieco nato, anche dalla celebrazione della veglia pasquale. La simbologia del cero è fin troppo evidente: Cristo vince le tenebre. Per il battesimo siamo diventati figli della luce: dobbiamo camminare come riflettori della luce del Signore.

Elemento della Vita. È l’aspetto culminante di questa catechesi battesimale. La vita nuova è l’elemento primo nel battesimo perché lo è nella persona stessa di Cristo. Per capire ciò, occorre avere una conoscenza viva della morte spirituale, della impotenza a risorgere da soli e della necessità dell’intervento divino: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!» [cfr. Gv 11, 1-57]. Finché non riusciamo a suscitare in noi il senso del bisogno di essere salvati, cioè “risuscitati”, dovremo amaramente abituarci a vivere un cristianesimo che, senza il suo fondamento battesimale, non avrà niente di pasquale. Tutta la liturgia battesimale consiste in un mistero di morte e resurrezione: l’uomo, per ritrovare il proprio autentico significato, deve necessariamente passare attraverso una lotta in cui qualcuno deve morire. La forza mortifera del peccato viene a poco a poco smorzata, vinta dalla volontaria mortificazione, che ci fa produrre il mistero della morte di Cristo in noi. Colui che così riesce a morire, attraverso la stessa morte conoscerà e avrà la vita. La Quaresima comincia appunto col presentarci Cristo in lotta con Satana [cfr. Mt 4, 1-11]; lotta che va crescendo fino a toccare la morte di croce. Ma è proprio nell’accettazione volontaria e obbediente della morte che Cristo realizza la vittoria sulla stessa morte e ci introduce alla novità di vita.

Analizziamo adesso il carattere penitenziale. In passato la disciplina penitenziale della Quaresima, con le sue pratiche severe, serviva al cristiano come momento di espiazione dei peccati. Il rito delle ceneri ne è chiara allusione. I pubblici peccatori per lunghi giorni vivevano in dura penitenza. Il rigore del digiuno toccava limiti per noi inconcepibili! Oggi, pur con la mitigazione delle pratiche esteriori, rimane sempre urgente il bisogno, il dovere della penitenza, come ci ricorda la liturgia quaresimale:

«sia parca e frugale la mensa / sia sobria la lingua e il cuore / fratelli è tempo di ascoltare / la voce dello Spirito» [Cfr. Inno delle lodi].

Il vero digiuno è rinuncia a ciò che ingombra il nostro cammino verso Dio e rende meno generoso il nostro servizio a Dio e ai fratelli. La Quaresima deve manifestare la tensione di un popolo penitente che attua in sé l’aspetto mortificante del mistero pasquale. La nostra penitenza trae motivo e significato dal battesimo che ci fa morire con Cristo prima di risorgere con lui, e ci rapporta alla confessione, dove muore la morte e risorge la vita, preparandoci all’Eucaristia. La penitenza ci aiuta a vedere la vita cristiana in una concezione più unitaria e a renderci conto che ogni atto da noi compiuto è sempre manifestazione e attuazione del mistero pasquale.

Il Concilio Ecumenico Vaticano II, nel decreto sull’Apostolato dei laici, ci ricorda che con la penitenza e la spontanea accettazione delle fatiche e delle pene della vita, con cui ci conformiamo a Cristo sofferente, possiamo raggiungere tutti gli uomini e contribuire alla loro salvezza [Apostolicam actuositatem, 16].

La Quaresima dovrebbe essere un momento di riflessione anche sulla morte. Una riflessione serena, non gravata da turbamenti o paure, peggio dal rifiuto della stessa idea di morte. Meditare sulla morte, per noi cristiani, vuol dire pensare e riflettere, con serenità e fiducia, a ciò che ci attende dopo questo passaggio: la risurrezione alla vita. Perché con Cristo Signore tutti siamo morti e con Lui tutti risorgeremo. Questo è il cuore del mistero pasquale incontro al quale andiamo attraverso il prezioso periodo della Quaresima.

Firenze, 18 marzo 2023

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Gesù e il cieco nato, dalla tenebra alla luce verso un cammino di conversione

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

GESÙ E IL CIECO NATO, DALLA TENEBRA ALLA LUCE VERSO UN CAMMINO DI CONVERSIONE

Il cieco nato gli disse: «Io credo, Signore!». E gli si prostrò innanzi. Gesù allora disse: «Io sono venuto in questo mondo per giudicare, perché coloro che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi».

 

Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

 

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Cari Lettori de L’Isola di Patmos,

alcuni dipinti rinascimentali sono nati dalla colorazione che facevano scurire del nero fino a produrre le diverse tonalità di bianco e giallo. È il passaggio della tenebra alla luce. Questo avviene anche nella nostra vita e il Vangelo di oggi ci porta a riflettere sul peccato e la nostra conversione.

 

per aprire la lectio cliccare sull’immagine

 

Il primo momento narrativo si concentra sul peccato. Seguendo la tradizione ebraica della retribuzione classica, i discepoli, vedendo il cieco nato, domandano qual è la causa della cecità. Per la teoria classica della retribuzione, l’handicap proviene da un peccato precedente, commesso dalla stessa persona o dai genitori. Ma Gesù rompe e contraddice questa teoria:

«Rispose Gesù: “Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio. Dobbiamo compiere le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può più operare.  Finché sono nel mondo, sono la luce del mondo”».

Un cieco nato è così perché si manifestino le opere di Dio. È dunque, in un certo senso, segno e manifestazione che Dio è in mezzo agli uomini e agisce. Dunque, una persona, in sé stessa non è peccato, ma compie dei peccati. Ora il peccato, secondo la definizione classica, è «una parola, un atto o un desiderio contrari alla Legge eterna».

Il tempo di Quaresima è tempo propizio anche per la riscoperta del concetto e dell’idea stessa di peccato, che è qualcosa che difficilmente attribuiamo a noi stessi. Più facilmente diciamo che abbiamo commesso uno sbaglio, una sciocchezza, un errore umano. Proviamo a riflettere su questo in un tempo forte di revisione della nostra vita, tale dovrebbe essere questo periodo quaresimale. Siamo tutti figli di Dio peccatori e ringraziamo il Signore che ci ama così come siamo. Con il Sacramento della confessione purifichiamo i nostri peccati e torniamo tutti con la grazia con cui ci mettiamo all’opera con Dio. Ecco perché Gesù ci dice che questo cieco è nato così, senza aver commesso un vero peccato che lo ha portato alla cecità; è così perché si manifestino in lui le opere di Dio. Gesù invita a compiere poi le opere di chi lo manda, cioè l’Eterno Padre. Innanzitutto, diremo che il cieco nato è colui che fisicamente passa dalle tenebre alla luce. Simbolicamente, il cieco, è colui che passa dalla cecità spirituale alla fede. Questo avviene proprio tramite Gesù. Gesù invita e trasmette a chi ascolta – plausibilmente discepoli ed apostoli – l’invito a compiere le opere della luce con Lui e con il Padre. Manda tutti noi ad essere candele che ardono fuoco di verità dalla sua fiamma e dalla sua luce. Quello che accade dopo la guarigione miracolosa è un complesso numero di azioni, di interrogatori e domande. Domande che i farisei si pongono e che pongono al cieco, ai suoi genitori, perché nulla li convince, non accettando che qualcuno riconosca Gesù come fonte di verità e di luce.  Nel buio freddo delle convinzioni rigide, di idoli e di ombre ideali della verità di Cristo. Per questo cacciano via l’oramai ex cieco che ha riacquistata miracolosamente la vista. Non vogliono vedere chi può metterli in discussione, perché in verità, i veri ciechi, sono loro.

Il cieco nato gli disse: «Io credo, Signore!». E gli si prostrò innanzi. Gesù allora disse: «Io sono venuto in questo mondo per giudicare, perché coloro che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi».

Gesù va incontro di nuovo al cieco guarito. I farisei, nonostante che lo avevano cacciato via, seguono il dialogo fra i due. Il cieco guarito emette la sua professione di fede: «Si Signore credo in te». E così si prostra, secondo il gesto tradizionale ebraico: la prostrazione per mostrare la presenza di Dio, come faceva il Sommo Sacerdote nel Sancta Sanctorum del Tempio di Gerusalemme. Gesù allora gli dice:

«Sono venuto per giudicare, perché coloro che vedono non vedano e chi vede diventi cieco».

A questo modo rimprovera anche i farisei, aggirando il loro tranello. Ma la frase forte di Gesù, sul giudizio è importante anche per noi. Gesù viene infatti a giudicare non nel senso di condannare le persone e i peccatori, ma perché la sua luce non sia solo un rivelamento della fede in Dio. Anche perché sotto il suo giudizio amorevole e sapiente, ciascuno di noi giunga a schiudere uno sguardo di verità anche su sé stesso, tornando a riconoscere tutti i doni lucenti che Dio gli ha donato.

Chiediamo al Signore la grazia di porre un atto di umiltà e riconoscerci peccatori, per riscoprire al contempo anche che noi siamo capolavori-doni, con talenti e peculiarità che possiamo offrire a Lui, al prossimo e alla Chiesa in un atto d’amore.

 

Santa Maria Novella in Firenze, 19 marzo 2023

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Una società sempre più aggressiva popolata di giovani smarriti e disorientati

Scuola, società, politica

UNA SOCIETÀ SEMPRE PIÙ AGGRESSIVA POPOLATA DI GIOVANI SMARRITI E DISORIENTATI

I giovani hanno oggi bisogno di adulti responsabili, soprattutto se questi ultimi sono personaggi pubblici. Lo sfregio al Presidente del PD, Elly Schlein, a Viterbo con una svastica, le immagini a testa in giù del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e del Ministro Giuseppe Valditara, sono episodi molto gravi che non possono e non devono lasciare indifferenti.

Autore
Anna Monia Alfieri, I.M. 
Cavaliere della Repubblica Italiana

             

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Una rinnovata preoccupazione, un altro episodio, l’ennesimo, di offesa, questa volta ai danni della segretaria del PD, Elly Schlein, a Viterbo. Certamente positiva la solidarietà giunta da parte di tutte le forze politiche. Anch’io esprimo la mia solidarietà a questa giovane donna che oggi rappresenta i tanti che hanno visto in lei la persona cui dare fiducia. Da tempo vivo con una certa preoccupazione i toni violenti della contesa politica che sfociano nei tanti episodi di violenza ai danni delle diverse personalità della politica. Episodi, quelli ai quali mi riferisco, che sembrano riportare alla ribalta le nefaste ideologie che hanno seminato morte e distruzione per tutto l’arco del Novecento. E non solo. Come non poter pensare ai campi di concentramento e al loro orrore: gli ebrei sopravvissuti ci hanno aiutato a comprendere gli orrori del nazismo e del fascismo. Come dimenticare, sull’altro fronte, il periodo buio delle foibe, gli italiani uccisi dai soldati titini per il solo fatto di essere italiani e quindi, agli occhi di Tito, fascisti. O come non pensare ai gulag della Siberia. Pagine aberranti della storia dell’uomo, forse le peggiori. E ancora l’anarchia con la violenza con la quale si è manifestata. Si tratta di ideologie dalle quali tutte le nostre forze politiche, in modo chiaro e determinato, hanno preso le distanze.

 

 

Dobbiamo, allora, tutti, oggi, fare un passo in avanti nella responsabilità. Conosco i giovani e i nostri giovani sono quelli del post covid che hanno vissuto un periodo difficile che ha seminato in loro paura, smarrimento, con il conseguente abuso di psicofarmaci diffuso per gestire l’ansia, per non pensare, per dormire, per estraniarsi dalla realtà, abuso di psicofarmaci e alcool che fanno perdere la vita ai nostri ragazzi. Proprio pochi giorni fa è morta una ragazza a Monza. Ugualmente preoccupante è il fenomeno di quei giovani che premono il piede sull’acceleratore e perdono la vita schiantandosi contro un albero: non sono solo bravate ma un bisogno disperato di superare i limiti per sentirsi vivi. Dove sono gli adulti in tutto questo? Dov’erano prima del covid? Dove sono adesso?

Ecco questi giovani hanno oggi bisogno di adulti responsabili, soprattutto se questi ultimi sono personaggi pubblici. Gli eventi di Firenze, di Bologna, di Torino sono campanelli di allarme che i politici tutti, come chi si occupa di comunicazione, non possono ignorare. Allo stesso modo lo sfregio al Presidente del PD, Elly Schlein, a Viterbo con una svastica, il fantoccio del Presidente del Consiglio, le immagini a testa in giù del Presidente Giorgia Meloni e del Ministro Giuseppe Valditara, con la croce sugli occhi, a Milano, sono episodi molto gravi che non possono e non devono lasciare indifferenti.

Mi appello, dunque, nuovamente e in modo accorato alla classe politica: proteggiamo i nostri giovani dalle piazze, non trascuriamo queste manifestazioni, il rischio di perdere il controllo di questi fenomeni è veramente alto. Ricordiamo che la politica è «la più alta forma della carità», come la definiva San Paolo VI, l’altro è un avversario, non un nemico. I politici devono e sanno confrontarsi sulle idee e le idee non hanno bisogno della violenza per affermarsi. Da anni ho l’onore di conoscere molti politici, appartenenti a tutte le forze politiche, e ne ho sempre apprezzato la capacità di dialogo e di confronto costruttivo in Parlamento. Quasi mai ho assistito a discussioni violente, anzi ne ho apprezzato il confronto franco e leale. Abbiamo tutti sofferto, in un recente passato, per le piazze del “vaffa” che hanno usato e abusato del malessere di molti cittadini, cavalcando ed esasperando il malcontento. Oggi il rischio delle piazze fisiche e virtuali, con il richiamo continuo e lacerante ai fantasmi del passato, può produrre danni ben peggiori. Fermiamoci prima.

Nonostante questi segnali preoccupanti, nutro una grandissima fiducia che la situazione possa evolvere con un deciso cambiamento verso il senso di responsabilità e della lealtà istituzionale. Abbiamo ancora tanti, giovani e meno giovani, uomini della politica, delle associazioni, della cultura che fanno sentire la loro voce pacata, rispettosa e responsabile. Abbiamo bisogno di loro, oggi più che mai, abbiamo bisogno della mitezza, quella virtù che sa difendere le proprie idee in modo fermo ma rispettoso. Invito allora i miti ad emergere, a fare la differenza, a proseguire a fare la storia bella del nostro Paese. «Beati i miti, perché erediteranno la terra» [Mt 5, 5].

 

Milano, 12 marzo 2023

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L’uomo della società liquida al pozzo d’acqua viva con la samaritana

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

L’UOMO DELLA SOCIETÀ LIQUIDA AL POZZO D’ACQUA VIVA CON LA SAMARITANA

«L’acqua è condiscendente, mobile, trasparente, insapore. Si ha facilmente l’impressione che, a paragone col resto della realtà, essa sia in qualche modo ultraterrena».

 

Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

 

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Cari Lettori de L’Isola di Patmos,

chi pratica sport come il calcio, il basket o la corsa, specialmente d’estate, sa quanto sia rinfrescante un bicchiere d’acqua alla fine dell’attività sportiva. Ha quasi un senso profondo che supera l’aspetto somatico. Come scrive lo scienziato Philip Ball:

«L’acqua è condiscendente, mobile, trasparente, insapore. Si ha facilmente l’impressione che, a paragone col resto della realtà, essa sia in qualche modo ultraterrena».

 

 

Il lungo brano del vangelo di oggi è un invito. È un tornare alle fonti, all’acqua delle nostre origini: dunque a riscoprire la nostra vocazione battesimale, perché da quel momento abbiamo iniziato a camminare nel percorso di santità e accogliere la nostra vocazione. Tornare dunque a fare memoria del battesimo è tornare alle fonti della nostra fede e dissetarci dell’acqua della grazia e dello Spirito Santo.

Nell’inizio del dialogo fra Gesù e la samaritana, è il Signore che fa una domanda ben precisa: “Dammi da bere.” Gesù ha sete perché è in una zona desertica e brulla. Fa molto caldo ed è vicino ad un pozzo. Quindi cerca di entrare in amicizia con la samaritana, chiedendole un aiuto pratico. In effetti offrire dell’acqua, per la cultura del tempo, era davvero un gesto di vicinanza e anche che permetteva di generare una certa compagnia.

Questo gesto supera la samaritana: Gesù è vicino anche a noi. Il Signore chiede a tutti noi di offrirgli dell’acqua, anche oggi, specialmente ogni volta che ci mettiamo in preghiera ed entriamo in Comunione con Lui nell’Eucarestia. Ha sete della nostra presenza, della nostra amicizia e della nostra fede. Dice a noi dammi da bere, per indicare che vuole relazionarsi ed avere una intimità con noi.

Tornando alla lettera del testo, vediamo che inizia lo scambio di battute fra i due. Qualche frase dopo è Lui ad offrire l’acqua alla donna:

«Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna».

La samaritana non deve aver compreso bene questa frase. Sono parole forti e molti intense. Gesù in fondo le sta dicendo di non attingere solo ad un’acqua tratta dal pozzo che disseta il corpo e la gola secca, ma di abbeverarsi da una fonte che disseta anche l’anima e lo spirito. Questa è l’acqua della fede e della grazia.

Anche noi siamo stati dissetati da questa acqua. In effetti, se ci pensiamo, la nostra vita di fede è cominciata con un po’ d’acqua, una veste bianca e una candela di luce. Il giorno del nostro battesimo l’elemento materiale usato perché si amministri il Sacramento dell’inizio della vita di fede è proprio l’acqua. Quest’acqua accompagna le parole del sacerdote «Io ti battezzo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo». L’acqua battesimale è segno anche di un grande evento: ricevuto la grazia divina ricevuta che è entrata in noi unendosi alla nostra vita e alla nostra persona. E insieme a Dio, da quel momento a seguire, possiamo fare grandi opere di carità e amore.

Gesù ci offre nel battesimo la fede e la grazia perché possiamo scoprire che tutti noi siamo un grande dono per Dio stesso e per il mondo. Perché il nostro personale e unico amore diventi azione concreta di tenerezza e compassione verso chi soffre.  

Chiediamo al Signore di sentire ancora quella novità battesimale nella nostra vita, di riscoprirci bambini nell’anima e nello spirito, per dissetare il nostro tempo con la presenza di Dio e irrigare con pozzi di speranza il deserto di un mondo contemporaneo afflitto da una cultura sempre più liquida.

Così sia.

Santa Maria Novella in Firenze, 12 marzo 2023

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I Padri dell’Isola di Patmos

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È in distribuzione il libro dei «Gattoloqui satirici» di Ipazia Gatta Romana

È IN DISTRIBUZIONE IL LIBRO DEI «GATTOLOQUI SATIRICI» DI IPAZIA GATTA ROMANA 

La nostra fede personale è a rischio, ma proprio questa è la sfida che dobbiamo superare e che tra tutte le sfide è da sempre la più difficile: la grande prova della fede che, come ammonisce l’Autore della Lettera agli Ebrei: «[…] è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono».

— Novità editoriali —

Autore:
Jorge Facio Lince
Presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Per i tipi delle Edizioni L’Isola di Patmos è in distribuzione il libro della nostra autrice Ipazia Gatta Romana. Un libro molto felino e graffiante, equiparabile a quello che fu lo stile della comicità di Alberto Sordi, dietro la quale spesso, o forse quasi sempre, si nascondeva la tragedia, rappresentata non piangendo ma ridendo, sebbene quel riso lasciasse sempre un retrogusto amaro.

L’opera di Ipazia Gatta Romana è presentata da Padre Ariel S. Levi di Gualdo che ne ha scritta la prefazione.

 

per accedere al negozio librario cliccare su questa immagine di copertina

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PREFAZIONE A CURA DI 

Ariel S. Levi di Gualdo

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Molte persone non sanno che i gatti sono particolarmente amati dai presbiteri del clero secolare. Non lo sanno perché non frequentano i preti e i loro spazi, o perché dei preti conoscono solamente ciò che si lega alle surreali leggende nere in circolazione a livello planetario, soprattutto dal periodo successivo la Rivoluzione Francese, nel quale se ne ebbe un fiorire e una diffusione davvero straordinaria. Numerose sono le case religiose, i monasteri e i conventi maschili e femminili dove da sempre c’è presenza di gatti, pressoché quasi di rigore. In nessuna di queste case i gatti sono stati voluti e presi, sono loro a essere arrivati. Anche perché il gatto è capace a presentarsi alle porte di monasteri e conventi con straordinaria aria da ruffiano, capace di recitare a meraviglia la parte della povera creatura tremolante, abbandonata e affamata, dinanzi alla quale monaci, monache e frati difficilmente hanno il coraggio di sbatterlo fuori.

Con i religiosi i felini hanno un altro rapporto, trattandosi di persone che vivono in comunità. Pertanto, il gatto, con gli abitanti di quelle sacre mura instaura un rapporto comunitario, finendo per divenire un animale con un carattere tutto quanto religioso, monastico o conventuale. Si tratta dei cosiddetti “gatti di vita contemplativa”. Del tutto diverso il rapporto che instaurano con i presbiteri del clero secolare, che quasi sempre vivono singolarmente presso le loro case canoniche o abitazioni private.

Il gatto è quello splendido animale indipendente, ma profondamente affettuoso e fedele, capace a spezzare la solitudine del prete, divenendone compagno e amico.

Mentre non pochi vescovi, incuranti, lasciavano i loro preti, giovani e anziani, in stato di abbandono e solitudine, semmai col potenziale rischio di cadere in modo reattivo nelle sindromi depressive o nella dipendenza dall’alcol, per non dire di peggio, ecco che la presenza di un gatto è riuscita a fare ciò che molti di questi vescovi non facevano: stare vicini ai loro preti.

Talvolta, per un prete, può fare molto più un gatto che il suo vescovo impegnato a struggersi il cuore come attore melodrammatico per poveri, migranti e profughi …

Omelia per il Santo Natale? Poveri, migranti e profughi. Anzi, direttamente nuova versione e lettura del Santo Vangelo: «Gesù era povero … Gesù era un migrante … Gesù era un profugo …».

Sancta Missa in Coena DominiPoveri, migranti e profughi. Come infatti risaputo ― l’ho detto e scritto ma non mi stanco di ripeterlo ― durante l’Ultima Cena Gesù Cristo prese un povero, o se preferiamo un migrante o un profugo, lo esibì agli Apostoli e disse loro: “Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue”. Il tutto dopo averli istituiti assistenti sociali, non Sacerdoti della Nuova Alleanza, dando loro un preciso comando: “Andate per il mondo e fondate ONG”.

Pasqua di Risurrezione? Manco a dirsi. Per chi è risorto Gesù Cristo, se non per i poveri, i migranti e i profughi, resi ennesimo oggetto dell’episcopal omelia sul mistero del Sepolcro vuoto del Risorto che sconfigge la morte?

Molti di noi sono forse infastiditi da poveri, migranti e profughi? Certo che no! Lo siamo solo dal conformismo del momento di certi ecclesiastici che al primo cambio di vento non esiteranno a mutare atteggiamento e bandiera all’istante. È questo che reca comprensibile fastidio.

In simile situazione di deriva ecclesiale e dottrinale, capite bene la straordinaria importanza per un prete di quegli animali eccezionali che sono i gatti, autentici maestri nell’insegnare l’arte del … ma ignorali!

Ipazia Gatta Romana, arguta e ironica felina senza peli sulla lingua, è un’autentica maestra in quest’arte sintetizzata a suo modo nella frase: «Nun pijateli sur serio, li dovete da pija solo perculo!».

Alcuni anni fa morì un anziano sacerdote, con alle spalle una vita dedicata alla cura dei Christi fideles senza alcun risparmio di sé. Divenuto infine vecchio e malato fu lasciato a sé stesso, con tutti gli inconvenienti e i disagi che la vecchiaia e la malattia può trascinarsi dietro.

Volevano metterlo in Città in una casa di riposo per preti, ma lui che aveva vissuto tutta la vita in un ambito rurale montano rispose che in quella struttura sarebbe morto entro un mese.

Nella casa canonica del paese ricavata da un ex convento francescano del XVI secolo il posto non mancava, ma il nuovo parroco non gradì che il suo predecessore, ormai parzialmente inabile, rimanesse nella struttura parrocchiale. Un parrocchiano gli mise così a disposizione un vecchio appartamentino di sua proprietà, due stanzette al primo piano affacciate su una piazza del paese, dove il nuovo parroco si recava in tutta fretta a fargli un saluto per Natale e per Pasqua, pur vivendo a 100 metri di distanza. In una di queste due occasioni, alla sua uscita fece una battuta molto ironica e infelice a dei parrocchiani che si trovavano per strada, dicendo loro con rara sensibilità: «… e anche questa è fatta, arrivederci a Pasqua!».

L’anziano prete semi-infermo poteva però contare su alcune preziose risorse: diversi parrocchiani grati e riconoscenti per l’apostolato da lui svolto che a rotazione lo visitavano per fargli compagnia e pregare con lui, alcune donne anziane che quotidianamente lo accudivano nei lavori domestici e il suo amato e inseparabile gatto, di nome Tobia. Inoltre un vecchio confratello più volte al mese, a semplice chiamata, gli prestava assistenza spirituale.

Infine il vecchio prete morì. Il suo funerale fu celebrato dal vescovo nella chiesa parrocchiale di cui era stato parroco per ben cinquant’anni. Vescovo insediato da circa un anno e che mai, le due volte che si era recato in quella parrocchia, una per la festa del Patrono, una per le Sante Cresime, aveva trovato tempo per andarlo a visitare. Cosa più che comprensibile in questi tempi nei quali vescovi new generation rispettano altre, nuove priorità; hanno poveri, migranti e profughi che li attendono in ogni angolo. A volte vanno a salutarli persino dentro le moschee, perché se proprio non li incontrano per strada li vanno a cercare loro, al lungimirante scopo di dare ai maomettani le corde con le quali a breve sarà impiccata l’Europa.

Durante l’omelia il vescovo ebbe un “vuoto di memoria”, se così vogliamo chiamarlo: non ricordava il nome del prete morto, che gli fu suggerito a bassa voce dal parroco seduto poco distante. Che sia stato un segno del cielo questo non si sa, ma proprio mentre al misero episcopo tutto poveri, migranti e profughi veniva sussurrato il nome, nello stesso istante entrò in chiesa Tobia, il gatto del prete defunto, con passo felpato e solenne percorse tutta la navata e andò ad accovacciarsi sotto la bara del suo padrone, dove rimase per tutta la Santa Messa attento e sornione senza mai muoversi, tanto lo conosceva bene e lo aveva amato.

Il felino aveva visto gli addetti delle pompe funebri deporlo prima nella bara e poi sigillare la stessa, in seguito portarla via. Lasciato solo in casa era sgattaiolato da una finestra socchiusa del primo piano, era poi saltato in strada e si era diretto verso la chiesa.

Che dire: certi vescovi dovrebbero imparare dalla sapienza e dalla fedele amorevolezza di certi gatti che non parlano affatto di poveri, migranti e profughi. Anzi, se qualche topo cercasse di emigrare clandestinamente nella loro casa per danneggiarla, forse gli farebbero persino la festa, sicuramente non toglierebbero il crocifisso dal muro per non disturbare il roditore, casomai fosse un sorcio musulmano che prima di addentare il formaggio urla: الله أَكْبَر Allah akbar! (Allah è il più grande!).

I gatti non hanno alcuno spirito di carità pelosa, però sono capaci a seguire il loro padrone fin sotto la bara, mentre il pio vescovo new generation tutto poveri, migranti e profughi, manco conosceva il nome di quel suo prete che per cinquant’anni aveva servito la Chiesa e il Popolo di Dio.

Detto questo: potrebbe mai, la mordace Ipazia Gatta Romana, non prendere certi soggetti per il culo? Come vedrete leggendo i capitoli di questa raccolta sistematica, sono ormai diversi anni che Ipazia, filosofa paziente e sagace, ha saputo osservare con occhio attento e ha saputo cogliere, fotografare e commentare con linguaggio spesso bonario, ma arguto, qualche volta anche caustico, momenti, episodi, fatti e situazioni che hanno caratterizzato in negativo la partecipazione alla vita della Chiesa nell’ultimo decennio, a partire dai suoi esponenti più titolati fino all’ultimo piccolo e umile fedele. Una crisi progressiva che viene da lontano e sembra non aver fine, un degrado generale della istituzione ecclesiastica e delle sue strutture, una mancanza di chiarezza e un gioco continuo all’ambiguità da parte della gerarchia, una pericolosa perdita di autorevolezza da parte delle Autorità preposte a guidare i dicasteri vaticani, le diocesi e giù a seguire fino alle parrocchie. Sono sempre meno le eccezioni al declino della pratica religiosa e sempre più preziosi e difficili da individuare gli esempi virtuosi. La nostra fede personale è a rischio, ma proprio questa è la sfida che dobbiamo superare e che tra tutte le sfide è da sempre la più difficile: la grande prova della fede che, come ammonisce l’Autore della Lettera agli Ebrei:

«[…] è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono» (Eb 11, 1).

Tra un’ironia e l’altra Ipazia ci ricorda sempre un principio fondamentale al quale nessun cattolico, chierico o laico, deve venire mai meno:

«[…] bisogna baciare la mano che ci schiaffeggia, se quella mano è la mano del Sommo Pontefice o del nostro Vescovo».

Chi la pensa a questo modo e di conseguenza agisce nella vita di fede, può fare anche ironia, perché è un lusso che gli è concesso e che si può permettere a pieno diritto.

 

Roma, 20 gennaio 2023

San Sebastiano martire

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Marcello Stanzione, prete degli Angeli, mercoledì 8 marzo a Firenze in compagnia di Santa Ildegarda di Bingen

MARCELLO STANZIONE, PRETE DEGLI ANGELI, MERCOLEDÌ 8 MARZO A FIRENZE ASSIEME A SANTA ILDEGARDA DI BINGEN

Tutto può accadere a Firenze, compreso che il nostro stimato confratello Marcello Stanzione, esperto angelologo di fama europea, giunga da noi assieme a Santa Ildegarda di Bingen.

— Eventi —

Autore
Simone Pifizzi

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Dai fiorentini aspettatevi di tutto e in tutti i sensi, lo prova il fatto che ogni nativo nel Capoluogo della Toscana riceve il Santo Battesimo tre volte, perché come noto siamo nati con tre peccati originali. Motivo questo per il quale è applicata una teologia sacramentaria del tutto specifica e particolare rispetto a quella in uso nell’intera Chiesa universale. Dunque tutto può accadere a Firenze, compreso che il nostro stimato confratello Marcello Stanzione, esperto angelologo di fama europea, giunga da noi assieme a Santa Ildegarda di Bingen.

 

 

Quella di Santa Ildegarda è una figura femminile straordinaria, personalità poliedrica dotata di molteplici qualità, dalle doti taumaturgiche alla scoperta di tecniche mediche e farmacologiche, dalla mistica al dono della profezia. Celebre per le sue profezie, di cui oggi molto si discute, non di rado purtroppo anche a sproposito, motivo questo per il quale il nostro studioso avrà modo di chiarire anche certi aspetti. 

Si rivolsero a lei per chiedere consiglio le personalità più diverse, da Federico Barbarossa a Filippo d’Alsazia, dal Sommo Pontefice Eugenio III a San Bernardo di Chiaravalle. Fu canonizzata dal Sommo Pontefice Benedetto XVI nel 2012 e dallo stesso proclamata poco dopo dottore della Chiesa. 

Invitiamo i nostri Lettori che si trovano tra Firenze e dintorni a partecipare presso la Parrocchia del Sacro Cuore in via Capo di Mondo 60 alle ore 19.00 l’8 marzo. Saremo presenti anche io e il nostro redattore domenicano Gabriele Giordano M. Scardocci per fare gli onori di casa al Padre Marcello Stanzione e ai partecipanti.

Firenze, 5 marzo 2023

 

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Anche noi siamo chiamati a trasfigurarci per Cristo, con Cristo e in Cristo

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

ANCHE NOI SIAMO CHIAMATI A TRASFIGURARCI PER CRISTO, CON CRISTO E IN CRISTO

Sin dal battesimo l’Eterno Padre ha posto il suo compiacimento anche su di noi, perché nel Battesimo siamo diventati figli di Dio per adozione. Riscopriamo quindi il nostro Battesimo come via di Trasfigurazione. Perché diventare santi vuol dire diventare sempre più lucenti, di una bellezza più alta e più grande. Una bellezza che è richiamo alla stessa vita della Trinità.

 

Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

 

PDF  articolo formato stampa

 

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Cari Lettori de L’Isola di Patmos,

ricordo qualche anno fa un lungo viaggio in montagna, sulle alture bolzanine. Una lunga salita, fra freddo e caldo, fra equipaggiamento e una borraccia, per arrivare in alto e contemplare tutta la bellezza della creazione. Un lungo percorso a tappe, per trovare la contemplazione e la bellezza.

Trasfigurazione del Cristo, Raffaello Sanzio, Pinacoteca dei Musei Vaticani

Il Vangelo di oggi è simile a questo percorso e si può distinguere in due grandi tappe. Innanzitutto, il viaggio fino al Monte Tabor. Pietro, Giacomo e Giovanni sono condotti con Gesù. Immediatamente appaiono Mosè ed Elia. Perché sono presenti proprio questi personaggi e non tutti i Apostoli? Vediamo. Plausibilmente Gesù porta con sé tre figure importanti: il suo futuro vicario, Pietro; il grande contemplativo dei suoi divini misteri, Giovanni; l’attento apostolo della Carità, Giacomo. Al contempo, Mosè, è colui che rappresenta i Dieci Comandamenti e con essi la validità e l’importanza della Legge. Infine, Elia, il profeta per eccellenza. Dunque, la profezia va percepita come elemento fondante per comprendere Gesù.

In questa Quaresima Gesù porta anche noi sul monte, ricordando queste cose: l’identità dei cattolici che camminano con Pietro nella autorevolezza della fede, con Giovanni nella meditazione e nelle riflessioni del Vangelo e della Bibbia, con Giacomo nell’amore più concreto di Carità che rende la fede e la meditazione seme di ogni azione, di tenerezza e misericordia verso il prossimo. Questo ci renderà veri profeti e annunciatori di Gesù, senza perdere nulla della Legge che il Signore non ha voluto cambiare [cfr. Mt 5, 17]

A quel punto Gesù si trasfigura, il suo volto brilla come il sole e le sue vesti divengono lucenti. Indossa il colore del bianco, che biblicamente indica la presenza divina. Questo candore scintillante è segno che Gesù vuole confermare la presenza di Dio fra loro. Il tutto è definitivamente confermato dalla seconda parte del testo. Improvvisamente una nube li avvolge, e il Padre conferma «si è lui, mio figlio, il mio compiacimento, amatelo». Di nuovo un altro elemento che vuole mostrare l’invisibile: la nube, per gli ebrei segno della presenza di Dio nel deserto, la sua voce. Gesù è il Figlio di Dio. Questa esperienza tremenda e affascinante è l’esperienza dell’intimità nella preghiera con Dio. Quell’intimità forte che avviene nella preghiera di contemplazione, quando possiamo davvero gustare e interiorizzare tutto ciò che crediamo.

La Quaresima si offre come tempo riscoperta di questa preghiera così forte e così intensa: uno stare a tu per tu con Dio, per imparare a crescere nell’amore. Un camminare nella preghiera quotidiana, costruita su piccoli e grandi momenti, alternata con i Sacramenti, in cui possiamo anche noi scoprire il volto di Gesù Trasfigurato, che si prepara ai giorni della Passione. Per diventare tutti trasfigurati in Lui, per Lui, con Lui.

Sin dal battesimo l’Eterno Padre ha posto il suo compiacimento anche su di noi, perché nel Battesimo siamo diventati figli di Dio per adozione. Riscopriamo quindi il nostro Battesimo come via di Trasfigurazione. Perché diventare santi vuol dire diventare sempre più lucenti, di una bellezza più alta e più grande. Una bellezza che è richiamo alla stessa vita della Trinità.

Chiediamo al Signore la grazia e la forza di salire sul nostro Monte Tabor esistenziale e spirituale, inerpicandoci fra i dislivelli e le difficoltà del cammino e stringendo sempre la mano di Gesù, perché la sua bellezza splenda nel volto di tutti noi e tutti brilleremo come il sole.

Così sia!

 

Santa Maria Novella in Firenze, 5 marzo 2023

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ESCLUSIVA MONDIALE! EMANUELA ORLANDI È STATA SEPOLTA IN VATICANO NELLE GROTTE DI SAN PIETRO DENTRO IL SARCOFAGO DEL SOMMO PONTEFICE BONIFACIO VIII

— il cogitatorio di Ipazia —

ESCLUSIVA MONDIALE!

EMANUELA ORLANDI È STATA SEPOLTA IN VATICANO NELLE GROTTE DI SAN PIETRO DENTRO IL SARCOFAGO DEL SOMMO PONTEFICE BONIFACIO VIII

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La Santa Sede, a qualsiasi richiesta avanzata da Pietro Orlandi, anche e solo in base a un messaggio anonimo ricevuto, non esiterebbe ad acconsentire l’apertura e l’ispezione della qualunque. Sicché, per porre fine al tutto, il Santo Gatto Pio mi ha rivelato che la giovane è stata sepolta nelle grotte sottostanti la Pontificia Arcibasilica di San Pietro, dentro il sarcofago contenente le auguste spoglie del Sommo Pontefice Bonifacio VIII.

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Autore
Ipazia gatta romana

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PDF  articolo formato stampa

 

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Cari gattolici e gattoliche

Laudetur Jesus Christus!

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lo storico e triste manifesto che la povera famiglia Orlandi fece affiggere per Roma dopo la scomparsa della giovane Emanuela

Negli ultimi due giorni di questo torrido mese di luglio il caldo a Roma è un po’ diminuito, ma sabato, quando sono andata al convento dei Padri Domenicani a Santa Maria Sopra Minerva, me pareva d’esse dentro a ‘n forno. Tanto che mi son detta: mo’ me vado ‘n po’ a rinfrescà dentro ar Pantheon, prima de raggiunge l’inquisigatto domenicano Torque ner chiostro.

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Nella chiesa del Pantheon facevano entrar di tutto …’nbé: nun m’hanno forse bloccata quelli da ‘a guardia d’onore sabbauda? Proprio così, mi hanno detto:

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«Qua, li gatti, nun ponno entrà».

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Poiché ero già sconvolta dal caldo, a quel punto non ci ho visto più ed ho risposto:

 

«Ma stamo a scherzà? Avete fatto appena entrà ‘na squadretta de mignotte co’ le zinne de fòra, poi ampresso ‘na coppietta de froci manina na ‘a manina co’ li pantaloncini corti attillati ’n mezzo ar culo, e nun fate entrà me che so’ ‘na gattolica apostolica romana? Ma de che c’avete paura, che li gatti ve se magnino dalle tombe le ossa de quelle quattro carogne de li Savoia?».

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Detto questo ueh, ma sapete che si nun m’allontano m’ammollava ‘n carcio, quer gran fijo de ‘na mignotta vestito come ‘n pupazzo dell’ottocento? E s’é messo pure a strillamme:

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«Questo è vilipendio ai Padri della Patria!».

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Al ché, prima mi sono allontanata ― perché quello altrimenti mi prendeva a calci sul serio ― poi gli ho strillato:

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«… seh, li Padri della Patria? Erano solo quattro mercenari massoni, vedi d’emparatte ‘n po’ de storia: a’ stronzo!».

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Appena varcato il portone del Convento Domenicano di Santa Maria Sopra Minerva, il caro Torque, inquisigatto maggiore, è venuto ad accogliermi, amabile come sempre. È veramente un gran gatto di fede, solidissimo nella dottrina. Ci siamo scambiati i saluti, poi mi ha aggiornato sulle ultime del tribunale felino della Santa Inquisizione.

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«Ipazia cara, che te devo da dì? Ormai nun potemo lavorà più. Appena du’ settimane fa avemo messo sotto processo tre pantegane che bazzicaveno la chiesa de’ Canadesi, accusate tutte e tre de diffonne pensieri ereticali sulla cristologgia e la pneumatologgia. Embé, sai cos’è successo

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Volgo gli occhi al cielo e domando lumi a tal proposito, risponde Torque:

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«Avemo rischiato noi, de finì sotto processo! E sai perché? Ma perché le tre pantegane eretiche erano tre catechiste der Cammino Neocatecumenale, capito? E te dico che c’è annata de lusso perché, un gatto gay, che margrado li vizzi sua ce vo’ b’bene, ha messo tutto a tacè presso er Tribbunale Supremo da a’ Segnatura Apostolica. Figurete, Ipazia mia, ormai semo ar caos giuridico. Pensa solo che tra le varie b’botte de genio de ‘sti tempi, nun hanno trovato de meijo da fa che abolì er tribbunale diocesano d’appello da ‘a Diocesi de Roma, essenno er Presidente n’omo santo tutto d’un pezzo che jie riggettava le sentenze de primo grado sulle nullità matrimoniali, fatte e date ‘n quattro e quattr’otto, manco fosse stato istituito pe’ davero er divorzio cattolico».  

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A quel punto ho esposto al caro Torque il problema, quindi il motivo della mia visita. Il giorno 11 luglio, su richiesta del fratello Pietro Orlandi, sono state aperte due tombe in Vaticano presso il cimitero teutonico, per verificare se al loro interno si fossero trovati i resti mortali della giovane Emanuela Orlandi, scomparsa nel 1983 all’età di sedici anni [cf. QUI, QUI].

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Il giorno prima ero stata raggiunta dalla nostra amata sorella gattolica Tac, che come forse i Lettori ricordano vive a Cagliari, presso la cappellania dell’Ospedale Brotzu, dov’è dedita al volontariato. Una vera e propria Madre Teresa di Calcutta in dimensione gatta. La cara Tac è una mistica con particolari doni taumaturgici. L’unico problema è che parla e comunica solo nella lingua della Barbagia, che non è un dialetto, ma una vera e propria lingua. Ciò mi obbliga a rivolgermi a Torque, perché è uno specialista in filologia delle antiche lingue italiche. Letto il testo, il buon Torque mi ha fatta la fedele traduzione, che è la seguente:

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«Durante un momento di estasi, mi è apparso in visione il Santo Gatto Pio, il quale mi ha detto: bisogna porre fine, una volta per tutte, alla penosa vicenda della giovane Emanuela Orlandi. Anche perché, in caso contrario, suo fratello Pietro, finché vivrà, non si darà pace. Affinché questa pace giunga è bene sia rivelato una volta per tutte il luogo della sepoltura delle spoglie della povera giovane. In caso contrario si continuerà periodicamente a fare scavi, buchi, ispezioni di tombe e via dicendo. La Santa Sede, a qualsiasi richiesta avanzata da Pietro Orlandi, anche e solo in base a un messaggio anonimo ricevuto, non esiterebbe ad acconsentire l’apertura e l’ispezione della qualunque. Sicché, per porre fine al tutto, il Santo Gatto Pio mi ha rivelato che la giovane è stata sepolta nelle grotte sottostanti la Pontificia Arcibasilica di San Pietro, dentro il sarcofago contenente le auguste spoglie del Sommo Pontefice Bonifacio VIII» [Cf. Trascrizione tradotta in italiano della visione di gatta Tac, mistica della Barbagia Sarda].

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Fatta la traduzione Torque e io ci siamo guardati sbalorditi. Finché, ripreso fiato, l’insigne Inquisigatto Maggiore mi ha domandato:

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Sentime b’bene Ipazia, tu sai che io so’ ‘n gatto de fede, però, con tutto er rispetto pe’ ‘sta nostra stimata mistica, nun è che na’ ‘a Sardegna, de questi tempi, c’è sta uno de quei càrdi afosi che farebbe sbarellà cor cervello pure li santi?

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Mentre valutavamo questa ipotesi ci siamo scambiati varie opinioni sulla dolorosa storia della giovane Emanuela Orlandi, il caso della quale è stato da tempo chiuso dalla magistratura romana. Ma soprattutto c’è una domanda di rigore da farsi: durante le lunghe e accurate indagini portate avanti per anni e anni, è emersa forse la figura di una adolescente sul modello di Sant’Agnese vergine e martire? Non è che forse, nei verbali delle indagini e degli interrogatori, risulta agli atti che questa giovane frequentava soggetti, semmai anche più grandi di lei, che non erano propriamente né il giovane San Luigi Gonzaga né quel grande pedagogo di San Filippo Neri? [cf. QUI, QUI …]. E in quegli anni Ottanta e non solo, quante furono le ragazze in fascia d’età compresa tra i 15 ed i 18 anni, sparite e mai più ritrovate? I vari inquirenti, nel corso di quegli anni, quante volte si sono messi sulle tracce della cosiddetta tratta delle bianche?

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Presso la Procura della Repubblica di Roma, esistono fascicoli e fascicoli di inchieste aperte, infine chiuse dopo anni senza esito, riguardanti adolescenti e giovanissime sparite e mai più ritrovate. Si vada presso gli archivi storici della Procura della Repubblica di Roma, per averne conferma, ma soprattutto ampia prova. La prima che forse dovrebbe andarci sarebbe la avvocato che assiste il fratello, che pur non avendo il talento giuridico della avvocato Giulia Bongiorno, ha avuto comunque a più riprese il proprio bagnetto di telecamere sulla triste vicenda di Emanuela Orlandi, nonché sulla pelle della Santa Sede esposta ciclicamente alla gogna mediatica.

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Perché nessuna di queste ragazze sparite e mai più ritrovate ha fatto la notizia che a distanza di oltre tre decenni seguita a fare invece il caso di Emanuela Orlandi? Ma per il semplice fatto che la giovane faceva parte della ristrettissima cerchia di quei pochissimi laici che risultano cittadini dello Stato della Città del Vaticano, ovvero poche decine di persone, su circa mille che per l’ottanta per cento sono tutti ecclesiastici. O qualcuno pensa che se la giovane fosse stata una cittadina svizzera, francese, tedesca o italiana, il suo caso sarebbe stato portato avanti per tre decenni e tirato fuori ogni volta che in qualche angolo d’Italia viene rinvenuto un cadavere sepolto da qualche parte al di fuori di un cimitero?

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È questo che scatena da sempre morbosi pruriti ai quali purtroppo rischia di dare adito e fiato il fratello stesso, sul cui sensus fidei cattolico ci sarebbe molto da discutere, visto il modo in cui, alla prima soffiata anonima, egli pretende e ottiene scoperchiamenti di tombe e analisi di resti di cadaveri, come avvenuto nel recente caso dei ritrovamenti presso il palazzo della Nunziatura Apostolica in Italia [cf. QUI]. E dinanzi a ciascuna di queste situazioni, il buon fratello Pietro ― che come già detto non è obbligato affatto a essere un devoto cattolico ―, favorisce la esposizione della Chiesa a forme di ripetute gogne mediatiche.

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Si pensi solo, a livello di letteratura giornalistica e di bieco gossip editoriale, cos’è stato pubblicato nel corso di tre decenni, non di rado con accuse davvero infamanti rivolte agli stessi Sommi Pontefici, seguiti da un considerevole numero di prelati defunti che non si sono mai potuti difendere, ma delle cui memorie si è fatto scempio in nome di una non meglio precisata “verità su Emanuela Orlandi”. Proprio come se la “verità su Emanuela Orlandi” giustificasse qualsiasi illazione e qualsiasi palata di fango gettata sulle memorie di altre persone. Un nome a caso tra i tanti? Si pensi solo a che cosa è stato scritto nel corso del tempo sul Cardinale Ugo Poletti [1914-1997], Vicario generale di Sua Santità per la Diocesi di Roma [1973-1991], che si è giunti persino ad accusare di avere tramato con i criminali della Banda della Magliana ed il suo capo Robertino De Pedis, per non parlare delle illazioni fantascientifiche sull’allora Segretario di Stato, Cardinale Agostino Casaroli [1914-1998] [cf. QUI]. Pertanto, se Pietro Orlandi, come battezzato e come persona nata, cresciuta e vissuta dentro lo Stato della Città del Vaticano, non intende avere rispetto verso la Chiesa Cattolica e la Santa Sede, abbia perlomeno rispetto per sé stesso e per la memoria della sorella, esposta da decenni al gossip morboso dei giornalisti, soprattutto per causa sua che non manca mai di fornire ad essi generose cascate d’acqua per i loro mulini.

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Se nessuno ha avuto mai il coraggio di dirlo al diretto interessato, sarà bene che qualcuno informi il buon fratello che a giornalisti, tele-giornalisti e autori di libri scandalistici che mirano a vendere il maggior numero di copie possibile, di sua sorella Emanuela Orlandi non interessa proprio niente. Possibile che tutti lo sappiamo all’infuori di lui, che a questo genere di persone senza cuore e con dieci centimetri di pelo di cinghiale sullo stomaco seguita imperterrito a dare lavoro e guadagni editoriali?

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Ormai la Santa Sede, dinanzi a qualsiasi irragionevole e irrazionale richiesta che giunge da Pietro Orlandi, non esita a far correre la polizia scientifica, a far analizzare resti di cadaveri, a procedere allo svellimento di pavimenti, all’apertura di tombe e via dicendo a seguire, nel disperato tentativo di dimostrare all’opinione pubblica che il Vaticano non ha nulla da nascondere sulla vicenda di questa adolescente, già avvezza a frequentare a sedici anni delle compagnie non molto consigliabili, come emerge dagli atti e dalle lunghe e approfondite inchieste investigative, o no? Una giovane che è stata rapita per le strade della Capitale d’Italia, non nei giardini vaticani o mentre passeggiava per il cortile di San Damaso sotto le finestre della Segreteria di Stato suonando il suo flauto.

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Darle vinte a Pietro Orlandi, qualunque cosa egli chieda e pretenda, non è né giusto né pedagogico. Pertanto, a questo Gentile Signore che sta proprio superando tutti i limiti, andrebbe anzitutto detto qualche no, poi adeguatamente consigliato a rivolgersi a un bravo psicologo clinico, nel caso in cui non fosse riuscito, nell’arco di questi decenni, ad elaborare il dolore o il trauma del lutto.

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Il gatto Torque e io ci siamo infine detti che su certe cose non si scherza, né mai si deve scherzare. Però … perché non taroccare il messaggio scritto dalla nostra mistica della Barbagia dopo la sua visione? In fondo, pare che abbiano taroccato persino il terzo segreto di Fatima.

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«Torque, te lancio ‘n’idea. Se poi fosse molto sbajiata, chiederò perdono a Dio con tutto er core mio».

«Dimme, Ipazia cara, qual è ‘st’idea».

«Ecco … potremmo taroccà er messaggio da’ ‘a mistica Tac, facenno giunge un messaggio simile ma diverso. Per esempio potèmo dì che ‘sta pora creatura è stata messa a riposà sotto l’Altare da ‘a Confessione a San Pietro, dentro ‘a tomba der Beato Apostolo Pietro …».

«Ipazia, to ‘o dico con tutto er core: tojiete st’idea de mente. Perché se a Pietro Orlandi giunge un messaggio der genere, entro quarantott’ore ar massimo, mannerebbero li operai sotto le telecamere da ‘a televisione ad aprì er seporcro der Principe delli Apostoli. Nun ce penzà, Ipazia mia, ma nun ce penzà proprio».

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Possa l’anima di questa amata creatura godere della pace divina tra gli Angeli e i Santi, ovunque sia sepolto il suo corpo mortale, ma possa soprattutto conceder Dio pace a chi proprio non vuole darsi pace, sino a togliere la pace anche agli altri, a partire dalla pace ripetutamente tolta alla Santa Sede, che di difetti ne ha molti e gravissimi, ma che non merita tutto questo. Giunti infatti al punto in cui siamo, se un anonimo facesse una segnalazione a Pietro Orlandi, rischieremo sul serio di veder aprire anche la tomba del Beato Apostolo Pietro.

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dall’Isola di Patmos, 15 luglio 2019

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Sono un teologo custode della tradizione in linea con il pensiero del teologo Andrea Grillo, me lo impone l’onestà intellettuale

—  Pastorale liturgica —

SONO UN TEOLOGO CUSTODE DELLA TRADIZIONE IN LINEA CON IL PENSIERO DEL TEOLOGO ANDREA GRILLO, ME LO IMPONE L’ONESTÀ INTELLETTUALE

I tradizionalisti onirico-estetici sono di fondo malati patologici dinanzi ai quali si potrebbe prendere un neonato e sgozzarlo nel fonte battesimale durante il santo rito della iniziazione alla vita cristiana, però, se il Santo Battesimo è celebrato in lingua latina con l’antico rito, potete stare certi che ci passeranno sopra, o comunque troveranno in ogni caso sempre delle giustificazioni, per quanto assurde e irrazionali, sempre.  

 

 

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Un anno e mezzo fa ha creato malumore e sconcerto la Lettera Apostolica Traditionis custodes data in forma di motu proprio dal Sommo Pontefice Francesco il 16 luglio 2021 circa l’uso della liturgia romana anteriore alla riforma del 1970, che di fatto crea delle comprensibili e opportune restrizioni al Motu Proprio dato il 7 luglio 2007 dal Sommo Pontefice Benedetto XVI sull’uso del Messale Romano di San Pio V prima della riforma delineata dalla Sacrosanctum Concilium il 4 dicembre 1963.

Su questo tema è intervenuto il teologo sacramentario Andrea Grillo con un suo articolo del 24 febbraio 2022 nel quale si domanda: È legittimo creare stabili riserve indiane dell’anti-concilio? Articolo che per quanto mi riguarda ho accolto e giudicato equilibrato e anche lungimirante.

 

il teologo sacramentario Andrea Grillo

 

Sui cosiddetti e impropriamente detti tradizionalisti preferirei sorvolare, è però necessario rendere l’idea del loro status psicologico con alcuni esempi mirati a chiarire di che cosa si parla, ma soprattutto quanto irrazionale ed emotivo sia il loro approccio con la sacra liturgia. Proviamo quindi a formulare delle precise domande: i membri dei Francescani dell’Immacolata non avevano forse generato, all’interno di quella loro giovane e confusa congregazione religiosa, delle forme di vero e proprio caos giuridico? Non sono forse risultati tutt’altro che sporadici, bensì purtroppo numerosi, i casi registrati di giovani religiosi che dai loro austeri conventi sono usciti per finire sotto cure psichiatriche, dopo essere stati non tanto mal formati, ma proprio deformati sul piano umano e spirituale? Alla prova dei fatti, non hanno forse dimostrato, con inaudita arroganza, di essere una congregazione nata ieri, riconosciuta dalla Santa Sede appena nel 1990, che pur non avendo fatto in tempo a formare nemmeno una generazione di teologi, per non dire una scuola teologica, si sono messi a promuovere convegni internazionali contro i massimi esponenti della Nouvelle Théologie, che possono essere sì criticati, ma dai Domenicani o dai Francescani, che nel corso di otto secoli hanno dato vita a importanti correnti di pensiero teologico e donato alla Chiesa scuole teologiche e diversi grandi Santi e dottori della Chiesa? Con il loro alquanto confuso Padre Serafino Lanzetta, all’epoca poco più che un ragazzino, non si misero forse a battere il chiodo del Vaticano II concilio solo pastorale, quindi di fatto un concilio non dogmatico e come tale una sorta di concilietto di seconda classe? Con il loro arrogantissimo mariologo Padre Alessandro Apollonio, non si misero forse a dare per già dichiarato il dogma mariano di Maria corredentrice, chiamando la Beata Vergine con questo titolo e istituendone persino il culto e la devozione, ignari di quanto il concetto stesso di “corredentrice” crei da sempre problemi enormi nell’ambito della dogmatica e soprattutto della cristologia? Non hanno forse avuto, dulcis in fundo, problemi legati a gestioni finanziarie e patrimoniali? Come non detto, perché potremmo prendere a uno a uno questi dati di fatto e altri ancora a seguire, tutti provati e documentati, senza però riuscire a smuovere minimamente i tradizionalisti onirico-estetici convinti che i poveri Francescani dell’Immacolata siano stati perseguitati perché celebravano la Messa con il vetus ordo e perché muovevano critiche al teologo tedesco Karl Rahner.

I tradizionalisti onirico-estetici sono di fondo malati patologici dinanzi ai quali si potrebbe prendere un neonato e sgozzarlo nel fonte battesimale durante il santo rito della iniziazione alla vita cristiana, però, se il Santo Battesimo è celebrato in lingua latina con l’antico rito, potete stare certi che ci passeranno sopra, o comunque troveranno in ogni caso sempre delle giustificazioni, per quanto assurde e irrazionali, sempre. 

Andrea Grillo appartiene a quella che taluni sono soliti definire “area progressista” o “molto progressista”. Si tratta di definizioni che non mi sono mai piaciute, perché per me esistono solo teologi che discutono e che come unica e sola “etichetta” hanno quella di cattolici. Ho conosciuto Andrea Grillo in anni passati, è un uomo di profonda cultura giuridica, teologica e sacramentaria. Alla domanda se condivido certe sue tesi e posizioni risponderei di no, ma che sia uno studioso di altissimo livello, questo è indubitabile. A questo si aggiunga che è anche amabile come persona e molto talentato come didatta, sempre disponibile e premuroso con gli studenti delle scuole di specializzazione. Se certi tradizionalisti onirico-estetici la cui arroganza è da sempre pari alla loro ignoranza, si mettessero a discutere sulla struttura teologica e pastorale del Messale di San Pio V, per non parlare della sua storia ed evoluzione attraverso i secoli, con un liturgista del genere ― di cui ripeto bisogna riconoscere anzitutto la levatura e la cultura enciclopedica ― penso che dopo tre minuti scarsi non rimarrebbe di loro neppure una piuma.

Ho cercato sempre di essere uno studioso intellettualmente onesto, pertanto non ho mai avuto alcuna difficoltà ad affermare che Hans Küng aveva doti naturali e capacità speculative di gran lunga superiori a quelle di Joseph Ratzinger, perché lo provano i fatti storici e la originalità dei suoi scritti. Diversamente, quelli di Joseph Ratzinger, sono scritti di un teologo molto colto nonché eccellente didatta in grado di esporre in modo magistrale, ma l’originalità del pensiero è però tutt’altra cosa. Il mio confratello e amico Brunero Gherardini (1925-2017), che era la quintessenza dell’ortodossia più ligia e anche rigorosa, non aveva alcuna difficoltà ad ammettere in toni di stima che Leonard Boff era uno tra i più dotati e talentati ecclesiologi degli ultimi 50 anni, o che il commento e l’esegesi più bella alla Lettera ai Romani rimane quella del protestante Karl Barth, al momento insuperabile. Ma c’è di più: forse, se noi possedessimo le opere e gli scritti ― che purtroppo non ci sono invece pervenuti ― potremmo persino scoprire che l’eresiarca Pelagio era più dotato, a livello teologico e speculativo, di quanto lo fosse Agostino vescovo d’Ippona, in seguito Santo e dottore della Chiesa. Purtroppo di Pelagio non abbiamo le opere e di lui conosciamo solo le risposte e le confutazioni di Agostino. Ma se contro Pelagio si mosse un titano come Agostino, già questo dimostra che dall’altra parte, eretico quanto vogliamo, c’era un altro titano e un osso a dir poco duro contro il quale combattere. E vogliamo parlare dell’eresiarca Ario, che con le sue teorie sulla Incarnazione del Verbo riuscì a convincere quasi tutta la cattolicità che il Cristo era una creatura divina creata da Dio? Le sue teorie, molto ben strutturate e avvincenti, costrinsero i Padri della Chiesa a radunarsi nel Concilio Ecumenico di Nicea, nell’anno 325, per definire dogmaticamente che il Cristo non era una creatura bensì «generato non creato della stessa sostanza del Padre» (γεννηθέντα οὐ ποιηθέντα ὁμοούσιον τῷ Πατρί). Lungi dall’essere debellata, l’eresia ariana proseguì a diffondersi per i secoli successivi in intere regioni dell’Europa. I popoli germanici e non solo, furono evangelizzati da vescovi e presbiteri ariani agli inizi del IV secolo. Solo nel VI secolo i popoli germanici furono ri-convertiti dai missionari, dopo due secoli di arianesimo, che seguitò a lasciare comunque il proprio segno.

Questo genere di teologia e di storia della teologia certi poveri tradizionalisti onirico-estetici rinchiusi in quattro formule rancide della neo-scolastica decadente ― che della scolastica classica non è manco lontana parente ― non sanno neppure dove abita, perché come tutti i mediocri devono inventarsi nemici, sguazzare tra millenarismi e profezie catastrofiche, imminenti trionfi magici del Cuore Immacolato di Maria, dando a credere di saperla più lunga di tutti, ma soprattutto tentando di distruggere coloro che decidono di elevare a rango di supremi nemici, perché l’immagine del nemico è un presupposto fondante del loro stesso essere ed esistere. Tipica caratteristica di queste persone è quella di non combattere le idee ma le persone nel tentativo di distruggerle in ogni modo e con qualsiasi mezzo, secondo lo stile consolidato dei peggiori integralismi di matrice pseudo-religiosa.

Sulle colonne di questa nostra rivista il Padre Ivano Liguori e io siamo stati più e più volte severi con certi preti showman, ma non solo: sempre e di prassi abbiamo richiamato alla responsabilità i loro vescovi accusandoli senza mezzi termini di scarsa vigilanza. Non possiamo però dire che la Chiesa sia stata indifferente e silente da questo punto di vista, perché contro gli abusi liturgici hanno parlato e scritto sia Giovanni Paolo II che Benedetto XVI, nel 2004 fu promulgata l’istruzione Redemptionis Sacramentum che è un documento molto chiaro e preciso del quale molti si sono bellamente fregati, in testa a tutti Neocatecumenali e vari gruppi Carismatici.

Ben prima di Traditionis custodes invocai in modo provocatorio che sarebbe stato bene revocare quel motu proprio di Benedetto XVI sulla Missa vetus ordo [vedere mia video-conferenza] visti certi esiti tutt’altro che minoritari o isolati. E per anni, non per giorni o mesi, ma per anni ho ripetuto inutilmente a certi gruppi e fedeli di smetterla con le loro amenità del tipo: «Ah, questa sì che è la sola Messa, la Messa valida, la Messa di sempre, mica quella Messa protestantica di Paolo VI inventata da quel massone di Annibale Bugnini!». E quante volte gli ho ripetuto che non potevano né dovevano usare il Missale vetus ordo per attaccare un intero concilio della Chiesa, o una necessaria riforma liturgica avviata già prima del concilio dal Sommo Pontefice Pio XII e via dicendo a seguire. Altrettanto inutilmente ho ripetuto per anni che se avessero continuato a quel modo, prima o poi quel motu proprio sarebbe stato revocato. Come non detto, questa la risposta: «No, non è possibile, perché la Messa di sempre è irrevocabile, intoccabile!». E ancora, inutilmente, per anni e anni ho ripetuto loro che quel motu proprio non era una definizione dogmatica irrevocabile e che da sempre a Roma si dice che «un Papa bolla e un Papa sbolla».

Tempo perso, parole sprecate, teste ottuse che si sono sempre rifiutate di capire, andando avanti per anni, in modo ostinato e pertinace, a fare uso di un messale per creare due partiti all’interno della Chiesa, usando come elemento di divisione ciò che costituisce il cuore dell’unità: l’Eucaristia.

A mio modesto parere, con tutto il dispiacere per quelli che invece non hanno avuto questi atteggiamenti, ritengo che il Sommo Pontefice abbia fatto bene a promulgare quel motu proprio restrittivo che di fatto è Traditionis custodes, a cui riguardo possiamo dire in legittimo tono critico, ma soprattutto alla luce dei principi di prudenza, equilibrio e soprattutto aequitas, che il suo è stato un agire indubbiamente giusto, ma altrettanto indubbiamente parziale. Per quanto mi riguarda può starmi bene che si stringa la cinghia sull’uso del Messale di San Pio V, visto il modo in cui non alcuni, ma molti lo hanno usato, visti certi esiti infelici e conclamati, però, essendo intellettualmente onesto, non posso omettere di chiedermi e di chiedere: e i gruppi Neocatecumenali che hanno invaso e che hanno in mano quasi la metà delle parrocchie della Diocesi di Roma, che in modo impudente, insolente e arrogante affittano saloni negli alberghi della Capitale o nelle case religiose dell’Urbe, per fare della sacra liturgia ciò che vogliono e come vogliono direttamente sotto le finestre del Santo Padre, qualcuno gli ha forse detto qualche cosa, o intende semmai a breve dirgli qualche cosa? È stato per caso emanato un documento nel quale si proibisce di celebrare le Messe senza autorizzazione dell’Autorità Ecclesiastica fuori dagli spazi consacrati, che né a Roma né in tutto il resto dell’Italia mancano, permettendogli di seguitare a radunarsi in saloni di hotel o di compiacenti case religiose, con il prete “preso a noleggio” che esegue gli ordini dei laici genuflessi alle peggiori direttive bizzarre di Kiko Argüello? Il Sommo Pontefice, che di recente ha messo mano alla propria Diocesi con una riforma radicale, si è mai accorto che il Vicariato è da alcuni decenni in mano ai Neocatecumenali, grazie all’infausta protezione a loro accordata prima dal Cardinale Camillo Ruini e a seguire dal Cardinale Agostino Vallini? Il Sommo Pontefice, è al corrente di che cosa i Neocatecumenali hanno fatto in ostracismi e cattiverie, a quei preti da loro reputati ostili alle loro eccentricità dottrinali e liturgiche, usando il braccio armato dei loro fedeli sodali come l’inamovibile cancelliere del Vicariato di Roma Giuseppe Tonello, in grado di fare il bello e cattivo tempo, o di decidere come e in che modo tagliare le teste di certi preti ostili alla “Chiesa” del Signor Kiko Argüello? Siccome nulla di questo per adesso è stato fatto, ciò mi induce a leggere Traditionis custodes come un provvedimento reso necessario dalla situazione che si è creata, ma che al tempo stesso manifesta ancora una volta la parzialità e gli squilibri di questo Augusto Pontificato, nel quale ci si cura a giusta ragione di coloro che hanno avuto l’aperta indecenza di usare il Missale vetus ordo per attaccare un intero Concilio della Chiesa e una riforma liturgica, senza però curarsi minimamente di coloro che in modo non meno insolente e arrogante fanno della liturgia ciò che vogliono e come vogliono direttamente nella Diocesi di Roma sotto le finestre del Sommo Pontefice.

Ribadisco: le analisi del Prof. Andrea Grillo, insigne, colto e qualificato teologo sacramentario, sul piano della dottrina, della liturgia, della ecclesiologia e della pastorale non fanno assolutamente una piega. Tesi che per quanto mi riguarda approvo e condivido, mosso da quella onestà intellettuale che anima e sorregge la fede, al contrario di chi cerca di mutare la fede, vuoi col Messale di San Pio V vuoi con le stravaganze liturgiche dei Neocatecumenali e di certe frange dei Carismatici, nel mondo delle soggettive emozioni. E un Sommo Pontefice, per essere veramente giusto quando fa cose giuste, deve essere anzitutto al di sopra delle emozioni e dei partiti in lotta tra di loro. E se il caso gli impone la necessità di bastonare, in quel caso sarebbe bene bastonare in modo equo sia a destra che a sinistra.

Non credo di dovermi giustificare di alcunché, in ogni caso è bene precisare che sono un grande estimatore del Venerabile Messale di San Pio V, di cui credo di conoscere a fondo quella struttura teologica e quell’impianto pastorale del tutto sconosciuto a quegli esotici pretini trentenni che si sono alzati una mattina e improvvisati cosiddetti “tridentini”, ignari anzitutto che un “rito tridentino” non è proprio mai esistito, è solo un modo di dire del tutto improprio. Soprattutto ignari che in quel Messale persino gesti e silenzi hanno un profondo significato mistagogico e spirituale, da loro completamente ignorato per lasciare spazio a forme di estetismi esotici quasi sempre tragicamente fini a se stessi. I tradizionalisti onirico-estetici che citano a sproposito la bolla Quo primum tempore con la quale il Santo Pontefice Pio V promulgò nel 1570 quel Messale definendolo irriformabile con tanto di anathema sit, dimostrano di non conoscere lo stile col quale erano usualmente composti certi documenti pontifici che avevano un loro preciso stile retorico, ma soprattutto ignorano che quel Messale fu revisionano e riformato per un totale di diciotto volte a partire dal 1614, quanto il Sommo Pontefice Urbano VIII ne pubblicò una prima edizione aggiornata e migliorata ad appena 44 anni dalla sua promulgazione, con sostanziali e radicali correzioni. Le ultime importanti riforme furono fatte nel Novecento dal Santo Pontefice Pio X, dal Venerabile Pontefice Pio XII e dal Santo Pontefice Giovanni XXIII nello spazio di neppure cinquant’anni. Aborro gli abusi liturgici, ma proprio per questo, in mia modesta qualità di povero teologo dogmatico e storico del dogma, sono perfettamente consapevole che con quel Venerabile Messale avvenivano abusi liturgici molto peggiori di quelli ai quali assistiamo oggi con il Messale promulgato nel 1969 ed entrato in vigore nel 1970. Sono un cultore della lingua latina e quando posso uso sempre la editio typica latina del Messale di Paolo VI, quello in lingua italiana sempre e di rigore quando celebro per le assemblee dei fedeli. Mal tollero certi ciechi e ottusi anacronismi tipici delle persone che invocano di fatto la riesumazione di un cadavere, per quanto santo, vale a dire il Messale di San Pio V, non più proponibile oggi sia a livello pastorale che a livello di evangelizzazione. Il problema di fondo di queste persone è che prendendo come oggetto di disputa e lotta un Messale tendono a sfogare i disagi di una cristianità immatura o mal vissuta, rigettando l’elemento teologico ed escatologico che la Chiesa inizia il proprio incessante cammino con i discepoli lungo la Via di Emmaus assieme al Signore [cfr. Lc 24, 13-35], mentre alcuni avrebbero voluto paralizzarla, come Pietro, in modo statico sul Monte Tabor, dinanzi alla trasfigurazione del Cristo [cfr. Mc 9, 2-10]. La Chiesa è per propria natura costitutiva Popolorum progressio, chiunque tenti di mutarla in Populorum regressio rivendica il diritto insolito, ma soprattutto inaccettabile, a tradire la missione che il Cristo le ha affidato, in un cammino incessante, sempre proteso in avanti, sino al suo ritorno alla fine dei tempi.

dall’Isola di Patmos, 27 febbraio 2023

 

Il problema della aequitas e l’antico gioco dei punibili e degli impunibili, dei bastonabili e degli accarezzabili …

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Una Suora Cavaliere della Repubblica Italiana al merito dell’istruzione scrive alla Preside del Liceo Scientifico Leonardo da Vinci di Firenze

Scuola, società, politica

UNA SUORA CAVALIERE DELLA REPUBBLICA ITALIANA AL MERITO DELL’ISTRUZIONE SCRIVE ALLA PRESIDE DEL LICEO SCIENTIFICO LEONARDO DA VINCI DI FIRENZE 

Quando lei ha deciso di scrivere ai suoi studenti, immagino e spero che intendesse rivolgersi loro senza muovere alcun attacco allo Stato Italiano, al Governo legittimamente eletto, alle persone dei Ministri. Probabilmente il suo scritto è stato frainteso sia da chi si è sentito dare del fascista sia da chi si è sentito assolto in quanto comunista.

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Autore
Anna Monia Alfieri, I.M.
Cavaliere della Repubblica Italiana

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 Il riassunto della vicenda potete trovarlo in questo servizio offerto da   La Nazione di Firenze  

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Carissima Preside,

innanzitutto un saluto cordiale, sperando che questa mia la trovi bene. Mi permetto di scriverle, perché sono preoccupata da quanto sta accadendo ultimamente in Italia. Sono una religiosa, appartengo ad una Congregazione il cui Fondatore, circa a metà Ottocento, ha pensato di rinnovare la società attraverso l’educazione della donna. Intuizione straordinaria che si concretizza ancora oggi, attraverso scuole e altre realtà educative presenti su tutto il territorio nazionale e non solo.  La mia scelta di vita consacrata mi ha portato, conseguentemente, a dedicarmi ai giovani, agli studenti, ai loro genitori, ai docenti, alla scuola. Ecco perché ho deciso di scriverle, con umiltà e con garbo, proprio come avrei scritto ad uno dei Presidi delle scuole gestite dall’Ente di cui sono la Legale Rappresentante.

 

Come dicevo, scrivo perché mossa da una preoccupazione: le polemiche, la violenza fisica, i tafferugli suscitano in me echi tristi e drammatici di un passato nel quale tanti giovani hanno perso la vita in nome dell’ideologia, anarchica, comunista o fascista.

Quando lei ha deciso di scrivere ai suoi studenti, immagino e spero che intendesse rivolgersi loro senza muovere alcun attacco allo Stato Italiano, al Governo legittimamente eletto, alle persone dei Ministri. Probabilmente il suo scritto è stato frainteso sia da chi si è sentito dare del fascista sia da chi si è sentito assolto in quanto comunista.

Non ho intravisto nel suo scritto una lettura ideologica né tanto meno un invito ai ragazzi che hanno picchiato i loro compagni dei collettivi di destra a fare peggio per scongiurare il pericolo fascista che nessuno di noi intravede. Lei, da Preside esperta, credo intendesse sedare gli animi degli studenti, tutti, insegnando che le idee non si affermano con la violenza, tutt’altro. Ogni forma di ideologia ha procurato morte, distruzione materiale e spirituale. Superfluo ricordare che tutti i nostri politici di destra hanno preso le distanze dal fascismo, come i nostri politici di sinistra hanno preso le distanze dal comunismo. Stesse colpe, stessi torti che occorre riconoscere, deprecare, denunciare. Sono certa che l’intenzione del suo scritto fosse proprio questa, anche se devo riconoscere che non è stato facile comprenderla pienamente e non leggere la lettera come un’accusa al Governo di essere fascista. Non sarebbe un comportamento degno di un Dirigente Scolastico, peraltro un Pubblico ufficiale.

Carissima Preside, davanti a certe immagini di violenza, si radica sempre più in me il sogno di una scuola che sia davvero libera e liberata dalla politica partitica, dall’imposizione di un’ideologia, dai docenti che presentano visioni parziali ai loro allievi. La politica, diceva San Paolo VI, figlio di un deputato antifascista, è la più alta forma della carità: quanto sarebbe bello se i nostri giovani fossero portati a conoscere quei fulgidi esempi di uomini e di donne che si sono dati alla politica per voler dare libertà ai loro concittadini: Aldo Moro, Enrico Berlinguer, Giuseppe Dossetti, Tina Anselmi, Nilde Iotti. Spesso, Preside carissima, converrà con me che a scuola si parla di politica come contrapposizione, destra e sinistra allo scontro, si compiono azioni di proselitismo, indottrinamento e, chissà, forse si discriminano gli studenti che la pensano in modo diverso. Viene, cosi, svilita la figura del docente che si fa forza del proprio ruolo.

Invito lei e tutti i suoi colleghi Presidi a verificare che la libertà di espressione dei docenti non si tramuti in indirizzi di pensiero imposti agli studenti bensì sia strumento dato loro per aiutarli ad orientarsi. Non so se nella scuola italiana tutto ciò avviene. Mi auguro di sì. Forse i tempi sono cambiati rispetto a quando ero una studentessa. Ricordo le lezioni meravigliose del docente di Lettere, tanto che portai Italiano alla Maturità (allora si chiamava così) ma ricordo anche le sue considerazioni politiche personali di sinistra. E purtroppo, se nei temi, esprimevo considerazioni personali lontane dalla sua visione, ahimè, il voto era gravemente insufficiente. Decisi allora di scegliere tracce meno pericolose: una bella analisi del testo poetico era certamente la via più sicura. Sull’onda di tutto questo, si è radicata in me la convinzione che la scuola italiana deve essere libera, che non può esserci solo la scuola pubblica statale ma anche la scuola pubblica paritaria. Non a caso la Legge 62/2000 che ha istituito il sistema pubblico dell’Istruzione, fatto dalla scuola pubblica statale e dalla scuola pubblica paritaria, porta la firma di Berlinguer, Luigi, non Enrico, certo, ma sempre un comunista, un comunista vero, aggiungo. Il rischio è, infatti, il monopolio educativo anticamera sempre del regime. Mi sono sempre chiesta come possa un docente imporre la propria idea su giovani studenti, ricorrendo ad un vero abuso del proprio potere. Sicuramente Lei, Preside, non avrà mai compiuto simili atti e li avrà prevenuti nel suo corpo docenti. Allo stesso modo curerà che nelle programmazioni di Letteratura italiana autori come Dante, Tasso e Manzoni godano del posto che meritano e non siano considerati dei reietti per far posto a visioni più moderne, al passo con i tempi.

Sono convinta che i fatti accaduti nella sua città possono essere un’occasione d’oro per liberare le nostre Scuole, le nostre Università da letture distorte, ideologiche e del tutto personali. Le chiedo: possiamo noi educatori avvallare l’ideologia, avvallare la visione parziale e non veritiera? Possiamo avallare la violenza e giustificarla? Possiamo fomentarla? La risposta è “no”: non debemus, non possumus, non volumus. Sogno un Paese libero, cittadini capaci di rispettare le Istituzioni, di non servirsi del proprio ruolo, della realtà che dovrebbero servire per alimentare le guerriglie a suono di like o di firme raccolte.

Carissima Preside, abbiamo bisogno di educatori, abbiamo bisogno di docenti in possesso di cultura, quella vera, quella che presenta un periodo storico, il pensiero di un filosofo, un argomento di etica in modo obiettivo, avendo il coraggio di dire la propria opinione senza imporla, senza discriminare, senza dileggiare. Questa è la scuola di cui l’Italia ha bisogno. Diversamente continuerà l’imposizione che genera desiderio di rivalsa, odio, sopraffazione.

Collaboriamo perché la scuola torni ad essere laboratorio e fucina di idee, nel rispetto delle visioni di ciascuno. Questo è il compito della scuola, da sempre. Chi l’ha fatta diventare mezzo di diffusione dell’idea dominante l’ha corrotta e resa meschinamente supina. Evitiamo di ricadere negli stessi errori del passato.

 

Milano, 26 febbraio 2023

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