È morto il Cardinale Godfried Danneels, una perdita incolmabile. La beata gatta del Cardinale Carlo Maria Martini è apparsa alla gatta mistica della Barbagia Sarda facendole una rivelazione: «L’Eminente Defunto è già nella gloria degli Angeli e dei Santi»

— il cogitatorio di Ipazia  —

È MORTO IL CARDINALE GODFRIED DANNEELS, UNA PERDITA INCOLMABILE. LA  BEATA GATTA DEL CARDINALE CARLO MARIA MARTINI È APPARSA ALLA GATTA MISTICA DELLA BARBAGIA SARDA FACENDOLE UNA RIVELAZIONE: «L’EMINENTE DEFUNTO È GIÀ NELLA GLORIA DEGLI ANGELI E DEI SANTI»

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… questo Porporato amava così tanto la Santa Chiesa di Cristo che cercò di dissuadere un giovane dal denunciare il responsabile degli abusi sessuali compiuti per anni in suo danno. Infatti, l’autore e abusatore era S.E. Mons. Roger Vangheluwe, vescovo di Bruges, di cui l’abusato era nipote. Animato da profondo spirito compassionevole, il Cardinale Gotfried Danneels chiese alla vittima di attendere a denunciare le violenze, visto che lo zio vescovo si sarebbe dimesso dall’incarico l’anno successivo per sopraggiunti limiti di età …

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Autore
Ipazia gatta romana

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I tumori più terribili e difficili da guarire sono le malattie che ci impediscono di essere testimoni di Cristo [IIIª riflessione: «La mancanza di perdono»]

visita il blog personale di Padre Ivano

— Pastorale sanitaria —

I TUMORI PIÙ TERRIBILI E DIFFICILI DA GUARIRE SONO LE MALATTIE CHE CI IMPEDISCONO DI ESSERE TESTIMONI DI CRISTO 

IIIª RIFLESSIONE: La mancanza di perdono ]

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Partiamo da una constatazione banale: perché proviamo il rancore e non riusciamo a perdonare? Semplicemente perché riviviamo interiormente il male che ci è stato fatto, rimuginandolo nel nostro cuore. La memoria dell’offesa arrecata — in questo caso — non lavora più affinché si giunga a una risoluzione ma lavora per reiterare l’offesa, che nel tempo cronicizza e resta calcificata come ossessione nel nostro animo.

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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le vignette di Gioba [Giovanni Berti, presbìtero veronese] originale in gioba.it  QUI

La terza patologia spirituale che tratterò è legata alla tendenza a non concedere il perdono facilmente, ed è assai diffusa. Essa non risparmia i fedeli laici come i consacrati. Così, da sacerdote dedito al ministero di confessore,spesso mi trovo a sondare questo aspetto all’interno della vita dei penitenti che s’accostano al prezioso Sacramento della riconciliazione.

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Assisto così il più delle volte ad una sorta di schizofrenia spirituale, infatti, se da un lato si vuole ottenere il perdono di Dio a qualunque costo — dato il proliferare delle tendenze misericordiste — questo desiderio non corrisponde però ad una concessione di perdono altrettanto voluta verso gli altri. La ricerca del perdono e la rigidità nel concederlo costituisce certamente un paradosso nella vita di molti uomini e donne che vivono la fede.

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Da confessore, devo ammettere che la realtà più dolorosa consiste nel prendere atto di come la mancanza di perdono difficilmente viene percepita come peccato da confessare, e a volte non viene neanche recepita come conditio sine qua non che rende conformi all’immagine di Cristo [cf. 1Pt 2,23]. Ogni giorno recitando la preghiera del Padre Nostro, siamo messi davanti a una clausola di perfezione ascetica che chiede a Dio di rimettere le nostre mancanze, nella misura in cui noi ci facciamo portatori di perdono verso coloro che ci hanno offeso. Dunque cerchiamo di stare attenti a ciò che chiediamo in preghiera, difatti Dio prende sul serio queste parole che non sono dell’uomo ma di Cristo, cosa questa che c’insegna la versione del Padre Nostro nel Vangelo di San Matteo che dice così: «Rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori» [cf. Mt 6,12], quella del Vangelo di San Luca invece: «Perdona a noi i nostri peccati, anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore» [cf Lc 11,4]. Le differenze sono minime, ma la sostanza non cambia: il cristiano si riconosce da come perdona, cioè dal modo in cui esercita la propria giustizia non secondo la logica del mondo ma secondo la logica del Vangelo [cf. Catechismo della Chiesa Cattolica n. 2838; Compendio n. 594].

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Il Padre Nostro è da sempre una preghiera problematica — è stato così per Sant’Agostino — ma tale problematicità non è sinonimo di impossibilità a realizzare ciò che chiede, semmai di resistenza alla grazia, ovvero indice di un cuore umano ammalato.

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Ci sono tante persone che dicono: «Io non perdono» oppure «Io perdono ma non dimentico». Sono frasi estrapolate dal loro contesto e dalla carica emozionale con cui vengono pronunciate, ma che racchiudono realmente una profonda verità. E con questa mia riflessione voglio cercare di rispondere proprio a queste due obiezioni.

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I. DIO PERDONA, IO NO: UN TRAGUARDO CHE SUPERA L’UOMO.

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Che l’uomo fosse un disastro nel perdonare lo aveva ben capito il Beato apostolo Pietro [cf. Mt 18,21-22], quando rivolgendosi a Gesù domanda fino a quante volte è lecito perdonare il proprio offensore. Pietro interroga Gesù sulla liceità di un atto morale previsto dalla legge, ma il maestro risponde capovolgendo in positivo la cifra della vendetta di Lamec [cf. Gn 4,23-24]: «Non ti dico fino a sette volte, ma a settanta volte sette». Con questa risposta spiazzante Gesù — tenendo presente tutta la valenza simbolica dei numeri sette e settanta — vuol far capire a Pietro che il perdono non è un atto morale che tocca l’obbligatorietà giuridica ma la grazia. La parabola successiva del servo spietato, illustra molto bene la vexata quaestio e la corretta ermeneutica del pensiero di Gesù espresso a Pietro [cf. Mt 18,23-35].

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Il perdono insegnato da Cristo ai discepoli raggiunge il suo vertice sul Calvario e vive della mistica dell’incontro col Padre autore della grazia e quindi del per-dono [cf. Lc 23,34]. Perdonare significa ritornare a Dio, permettere che lui ci renda nuovi. Il santo re Davide, consapevole di questa necessità di conversione e di rinnovamento nello spirito che indirizza verso il perdono, nel Miserere si fa portatore di una richiesta precisa «Crea in me, o Dio, un cuore puro rinnova in me uno spirito saldo» [cf. Sal 51,12].

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Il ricorso alla conversione, necessario per essere docili alla grazia e ammorbidire il cuore, ci permette di essere perdonati e di perdonare a nostra volta. Colui che perdona, infatti, è un graziato ed è consapevole di dover vivere in un perenne desiderio di conversione. Non basta una generosa volontà di sapore pelagiano per attuare pienamente il perdono. L’esperienza quotidiana insegna che, nella maggioranza dei casi, posso tentare di isolare l’offesa e l’offensore, forse anche tentare di dimenticare, ma questo non significa ancora perdonare.

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Sono solito dire ai penitenti che perdonare vuol dire avere, verso coloro che ci hanno offeso, il medesimo sguardo che Dio Padre ha verso di noi quando ci inginocchiamo davanti al sacerdote confessore. Significa fare l’esperienza autentica del Padre Misericordioso di Luca [cf. Lc 15,11-32], che concede il perdono, visto quasi come impossibile dal figlio minore, senza indugiare sulle motivazioni del ritorno e senza la costrizione di un ritorno stabile nella casa paterna. È proprio questo il modo corretto di esercitare il perdono cristiano, tanto da rafforzare la credibilità della nostra fede e della proposta che Gesù fa ad ogni discepolo [cf. C. Theobald, Il cristianesimo come stile. Un modo di fare teologia nella postmodernità, I-II, Bologna, EDB, 2009]. Non posso che condividere, a questo punto, l’ottimo pensiero di Alessio  Rocchi, quando afferma che:

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«Avere viscere di misericordia non significa essere smidollati, ma piuttosto disporre di un supplemento di forza (o di grazia, ndr). In questo senso il perdono è redenzione, non negazione o riduzione del male ma sua revisione. Non è miracolo non azione priva di fatica compiuta da un potente mago o da un onnipotente dio, ma dura prova di esistenza terrena, attraverso sguardi che (re)inseriscono in una relazione, mediante parole che (re)integrano in una storia» [cf. A. Rocchi, Il tempo del perdono, Aporie del perdonare tra filosofia e teologia, p. 97, IUSTO – Studi e ricerche, 2015].

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Proprio perché il perdono è un momento redentivo che riconduce a una relazione intima e nuova, esso si colloca come luogo teologico in cui è possibile vivere la novità promessa da Dio per bocca del profeta Isaia [cf. Is 43,19]; cioè vedere nascere una strada nel deserto in cui è possibile percorrere nuove situazioni, e in cui l’uomo può muoversi in piena comunione con il Padre senza la paura di sentirsi vulnerabile o nudo [cf. Gn 3,11].

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Perdonare significa costruire vie nuove, perciò il rapporto che si crea tra offeso e offensore non ha nulla a che fare con la relazione precedente il torto, ma è un rapporto trasfigurato in cui Dio si rivela. Studiando la dinamica del perdono a cui Dio invita l’uomo, siamo così ricondotti alla riflessione sulla dinamica escatologica della vita oltre la vita.

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Nel mio ministero di cappellano ospedaliero è prassi comune assistere i morenti e le loro famiglie. Il nodo più doloroso che il malato morente deve recidere prima del congedo definitivo è quello di concedere il perdono o di accettare il perdono. Una prova simile deve essere affrontata anche dalla famiglia del malato. Tralasciando in questa sede, le motivazioni e le cause scatenanti i debiti da condonare prima della morte, è necessario soffermarsi sul bisogno che il morente ha di morire riconciliato. Riconciliato con Dio e quindi riconciliato con i fratelli che ha offeso o che sono stati per lui motivo di sofferenza.

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L’episodio del Buon Ladrone detta il nostro approfondimento. I vangeli testimoniano come Gesù sia stato crocifisso tra due ladroni [cf. Mc 15,27]: sappiamo come il termine greco λήστοι [lèstoi] individui un criminale politico — oggi diremo un terrorista — piuttosto che un ladro o un delinquente generico. La situazione che si presenta sul Calvario agli occhi dei romani è chiara: l’esecuzione di due prigionieri politici insieme a Gesù visto come un sobillatore e un sovvertitore del popolo d’Israele. Ma ecco che nel pieno dell’agonia, uno di questi nemici di Roma, ormai prossimo alla fine, si rivolge a Gesù e — riconoscendo in lui il Signore e insieme bisognoso di conversione e rappacificazione per una vita di delitti, odi e rancori — esclama: «Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno» [cf. Lc 23,42].

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Queste parole che ci permettono di capire come

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«Il perdono venga – ancora una volta – insieme richiesto e offerto. A leggerle e rileggerle suonano come tre grazie. Grazie, ti chiedo grazie, ti chiedo perdono perché la mia vita non è stata un granché. Grazie, ti faccio grazie, ti perdono per la tua impotenza, per il tuo non scendere dalla croce, per il tuo non farmi scendere insieme a te. Ti grazio e ti accetto per quello che sei, mettendo da parte la mia delusione nei tuoi confronti. Ti faccio la grazia di non chiederti un miracolo, di non imprecare – e ne avrei molti motivi – sulla mia e sulla tua sorte. Questo malfattore crocifisso chiede di essere perdonato attraverso la domanda di un ricordo, sembra perdonarsi attraverso il riconoscimento della propria pena, decide di perdonare tacendo le proprie legittime maledizioni e zittendo le rivendicazioni miracolistiche del compagno condannato» [cf. A. Rocchi, Il tempo del perdono, Aporie del perdonare tra filosofia e teologia, p. 95, IUSTO – Studi e ricerche, 2015].

Il dialogo del ladrone pentito con Gesù si colloca nell’orizzonte della vita che non tramonta, di una speranza escatologica molto netta, di cui tutti abbiamo bisogno. È evidentissimo il desiderio che questo condannato ha di vivere, ed è altrettanto evidente in lui la consapevolezza che il morire senza chiedere e concedere il perdono, pregiudica la vita futura con l’aggravante della conclusione di una vita terrena dentro una tragicità non necessaria. L’unica speranza per non morire eternamente — nell’oblio, tra i fantasmi di una storia personale che dice violenza, distruzione e odio — è la benedizione che giunge con il perdono. Sebbene la morte si atteggi a signora — così come ricorda il cantautore Branduardi in una sua famosa ballata [cf. video QUI] — il perdono prima dell’addio vince sulla morte, e può essere già caparra di eternità, riscatto di un’esistenza rovinata, garanzia di guarigione verso se stessi e verso il prossimo. Del resto sarebbe paradossale che il cristiano iniziasse la nuova vita in Paradiso con diverse pendenze a suo seguito. Una vita piena [cf. Gv 10,10] è il sinonimo di una vita pienamente riconciliata, una vita a metà è al contrario l’espressione di un rallentamento che ci priva della comunione con Dio e con i fratelli, una frizione che dovrà essere ricomposta o espiata in altro modo.

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II.  BUONA MEMORIA PER PERDONARE

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Siamo sinceri, dopo aver ricevuto un’offesa è difficile metterci una pietra sopra. Molti desidererebbero mettere una pietra sopra l’offensore, ma questo non è civilmente e cristianamente accettabile. Esistono poi le persone che ci invitano a dimenticare e a far finta di niente. Costoro finiscono per essere consolatori inopportuni come i tre amici del saggio Giobbe [cf. Gb 3,ss], e non ci arrecano nessun buon servizio. Per questo motivo — come detto in precedenza — abbiamo bisogno della grazia di Dio insieme a una richiesta di preghiera costante ed esplicita, affinché il Signore guarisca la nostra ferita e ci doni il tempo necessario per giungere convertiti al perdono. Ma il raggiungimento del perdono include la capacità di una buona memoria, infatti dimenticare completamente l’offesa — opzione improbabile — ci priverebbe della possibilità di concedere il perdono e quindi di raggiungere la pace e quella benedizione che è garanzia per un nuovo inizio di vita.

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Partiamo da una constatazione banale: perché proviamo il rancore e non riusciamo a perdonare? Semplicemente perché riviviamo interiormente il male che ci è stato fatto, rimuginandolo nel nostro cuore. La memoria dell’offesa arrecata — in questo caso — non lavora più affinché si giunga a una risoluzione ma lavora per reiterare l’offesa, che nel tempo cronicizza e resta calcificata come ossessione nel nostro animo.

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Uno dei sintomi di coloro che non vivono il perdono è la sensazione di avere un peso nel cuore, e tale sensazione spesso viene trascinata per anni. Il filosofo Paul Ricoeur diceva:

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«l’autentico perdono non implica l’oblio degli eventi stessi, ma un modo diverso di significare un debito […] che paralizza la memoria e di conseguenza la capacità di ricreare noi stessi in un nuovo futuro» [cf. R. Kearney M. Dooley, Questioni di etica: dibattiti contemporanei in filosofi, Armando Editori, 2005, p. 40;  a completamento del pensiero cf. anche P. Ricœur, Ricordare, dimenticare, perdonare. L’enigma del passato, Il Mulino, Bologna 2004].

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Questa fissazione della memoria sull’offesa è deleteria, quando la memoria deve concentrasi sull’offesa è solo per avviare un processo di liberazione che condoni, pezzo per pezzo, il torto subito.

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Alcune volte, per vincere l’ossessione insieme all’ansia del perdono non concesso, si ha la tendenza a sostituire il rancore con l’indifferenza, ma ciò è un falso rimedio. La medicina de «l’occhio non vede, cuore non duole», non solo non è cristiana ma diventa una modalità sottile e tremenda per condurre a morte il fratello esiliandolo dalla propria esistenza.

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L’insieme dei processi appena descritti ci aiutano a capire nell’insieme la frase: «non riesco a perdonare!». Realmente la persona è impossibilitata a perdonare, perché tale offesa si è indurita, sclerotizzata, non bastano più le medicine tradizionali ma urge l’intervento chirurgico. L’intervento d’urgenza consiste nell’associare la memoria alla presenza di Dio. Una parola che ricorre molto nell’Antico Testamento è «ricorda», il verbo che si collega direttamente alla memoria delle persone, delle cose e degli eventi. Ma per l’agiografo biblico, il ricordare si traduce in memoriale. Detto semplicemente il memoriale è il ricordare insieme a Dio.

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Fare memoria di quelle situazioni e di quegli eventi in cui Dio si è rivelato — e ancora si rivela — nella sua potenza, tanto da operare meraviglie a beneficio dell’uomo. Il memoriale perciò è più che far memoria, è ricordare attraverso la fede, ripristinare una ben definita identità teologica, che vede in Dio il riscattatore e nell’uomo una creatura da riscattare e redimere.

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Per perdonare da cristiano devo fare memoriale, cioè ricordare insieme a Dio, vedere con nitidezza le offese e le ferite, affinché si formi uno sguardo provvidenziale all’interno del quale lo Spirito di Dio — memoria viva della Chiesa [cf. Gv 15,26] — lavori affinché ogni offesa e ferita si traduca in occasione di lode. Facendo memoriale vedo nella persona che mi ha ferito, i lati positivi, le buone intenzioni realizzate, i propositi di bene naufragati, le immancabili contraddizioni e incoerenze. Riesco a vedere nell’offensore non più un nemico da combattere ma una persona bisognosa di aiuto perché anch’essa ferita e assetata di redenzione. Nel memoriale percepisco bene anche le mie responsabilità, mi assumo la consapevolezza di aver forse agevolato determinati comportamenti nell’altro e ridimensiono la tendenza a vedermi come capro espiatorio.

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Il memoriale è l’esame di coscienza con cui, come per Abramo, Dio mi permette di diventare intercessore verso chi si è reso ostile [cf. Gn 18,20-32], senza chiudere gli occhi davanti al male inferto e ricevuto e con la tendenza a far trionfare la giustizia misericordiosa di Dio.

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[fine della IIIª meditazione]

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Cagliari, 10 marzo 2019

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Se il Demonio che osò tentare persino Cristo Signore riesce a prenderci nell’ambizione, può fare di noi ciò che vuole

L’Angolo di Girolamo Savonarola: omiletica cattolica in tempi di vacche magre

SE IL DEMONIO CHE OSÒ TENTARE PERSINO CRISTO SIGNORE RIESCE A PRENDERCI NELL’AMBIZIONE E NELLA VANITÀ, PUÒ FARE DI NOI CIÒ CHE VUOLE 

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Se il Demonio riesce a prenderci nel punto debole dell’ambizione e della vanità può fare di noi ciò che vuole e ottenere quel che brama sin dalla notte dei tempi: che ci prostriamo dinanzi a lui e che adorandolo lo chiamiamo Signore, semmai dopo avere detto, dinanzi al male che a volte pare quasi soffocare la Chiesa stessa: «… ma chi me lo fa fare di mettermi contro i potenti e prepotenti accoliti del Demonio? A che serve farsi la vita amara, quando per vivere tranquilli, dentro la Chiesa di oggi, basta solo non vedere, non parlare e soprattutto farsi sempre e di rigore gli affari propri?».

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo.

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Laudetur Jesus Christus !

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Gerico, il Monte della Quarantena o Monte della Tentazione di Gesù Cristo

Nella pagina del Vangelo di questa Iª Domenica di Quaresima [vedere testo della Liturgia della Parola, QUI] siamo di fronte a un paradosso: è veramente accaduto che il Demonio abbia tentato Dio Incarnato, il Verbum caro factum est? Può essere che il Demonio ha tentato di colpire Dio nella sua umanità, fingendosi ignaro di quanto Gesù fosse divino nella sua umanità e umano nella sua divinità?

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Gli accecati dalla superbia e dal delirio di onnipotenza partono sempre sopravvalutando al massimo se stessi e sottovalutando gli altri, per questo sono destinati alla sconfitta. Può essere che non cadano nell’immediato, ma cadranno inevitabilmente al primo cambio di stagione, con l’appassire dei fiori di campo.

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Nel Vangelo delle tentazioni, verrebbe da pensare che il Demonio sopravvaluti se stesso e sottovaluti Dio. Nei primi secoli della Chiesa, con la ragione siamo riusciti a cogliere e definire il mistero rivelato della Persona di Cristo: due nature in una persona, quella umana e quella divina. Grazie alle menti e alla sapientia cordis dei grandi Padri della Chiesa nei primo otto secoli di storia del Cristianesimo si giunse a definire il mistero della Persona di Cristo, che anzitutto richiedeva la creazione di appropriate terminologie, assunte attraverso lemmi attinti dalla filosofia e dal lessico greco, modulate e applicate alla nostra prima grande speculazione teologica: riuscire prima a percepire e poi a definire cosa anzitutto s’intendeva, con le parole «In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio … » [Gv 1,1]. Introdotti per mezzo dell’intelletto al mistero del Cristo vero Dio e vero Uomo, la ragione deve cedere il passo alla fede [Cf. S.S. Giovanni Paolo II, Enciclica Fides et Ratio], perché il problema non è più né lessicale né filosofico. Quando si apre il portale della fede che va oltre l’umana logica, la ragione deve cedere il passo ad altre categorie, per esempio al dono della percezione deposto in ogni uomo dai doni di grazia dello Spirito Santo. Con la ragione umana dobbiamo leggere le righe di questo Vangelo, con la fede, frutto della nostra libertà benedetta dalla grazia di Dio, dobbiamo penetrarle, perché parola dietro parola siamo prima introdotti e poi portati ad avvertire quanto reale e perfetta fosse la natura umana di Gesù.

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Parte di questo ineffabile mistero è racchiuso anche in un’altra realtà: quanto in Gesù — vero Dio e vero Uomo — la perfezione divina potesse coesistere con la fragilità umana; perché è del tutto evidente che il Demonio non tenta il Cristo-Dio, ma il Gesù-Uomo, cercando di colpire le fragilità della sua umanità perfetta. Il Demonio tenta di corrompere la perfezione divina di questa umanità come in passato corruppe la nostra umanità originariamente creata come perfetta da Dio.

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Dunque il Demonio punta a quelle tenere e umane fragilità che lo stesso Gesù mostrerà a una a una nel corso della sua intera esistenza, durante la quale piange [cf. Gv 11, 35] e si commuove profondamente [cf. Gv 11, 33], è emotivamente turbato [cf. Gv11, 33], soffre e avverte paura per la morte: «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice. Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà» [Lc 22, 41-42]. Gesù sceglie di non rispondere all’autorità quando è interrogato [cf. Mt 27, 12] e mentre è accusato, anziché replicare si mette a scrivere con un dito per terra [cf. Gv 8,6], in modo a dir poco provocatorio. Si ribella ripetutamente all’ingiustizia perpetrata in nome di Dio dai potentati religiosi del tempo e lo fa anche con parole dure, a tratti volutamente offensive, per esempio chiamando «razza di vipere» degli zelanti religiosi osservanti [cf. Mt 12, 34], devoti più alla tradizione che al Verbo di Dio; e li apostrofa ripetutamente «ipocriti» [Mt 23, 13-29]. Non págo di questo, posto che nella lingua di Gesù chiamare ”razza” o “stirpe” di vipere era offensivo non solo per l’interessato ma anche per il suo intero albero genealogico, reputa opportuno rincarare la dose chiamandoli anche «serpenti» [Mt 23, 33], ben sapendo che nella cultura ebraica dell’epoca — e non solo in quella ebraica — il serpente era il simbolo del male. Si infiamma di passione e in tono grave afferma e accusa che sulla cattedra di Mosè sono seduti ipocriti che non fanno quel che predicano [Mt 23, 1-3], equipara molti zelanti ecclesiastici dell’epoca ai «Sepolcri imbiancati», premurandosi di precisare quanto queste tombe siano belle fuori ma piene di putrido marciume dentro [cf. Mt 23, 27]. Non esita ad arrabbiarsi e a menare le mani, o per l’esattezza le funi [cf. Mt 21, 12-13. Mc: 11, 11-15. Lc 19, 45-46]. Gesù è pervaso di dolore e forse di intima delusione quando si volge a un suo apostolo con un drammatico quesito: «Giuda, con un bacio tradisci il figlio dell’uomo?» [Lc 22, 48]. Riguardo a quest’ultima frase due sarebbero le cose alle quali dovremmo prestare attenzione, anzitutto la domanda posta in forma interrogativa che troviamo anche nella versione greca originale, tanto per dire quanto non sia una formulazione né una traduzione casuale: Gesù rivolge una domanda al traditore rimanendo in attesa di una risposta, che però non giungerà mai, perché di prassi i traditori non rispondono, perché sono per loro diabolica natura codardi; perché la forza procede da Dio, la debolezza dal Demonio. Ecco perché l’uomo di Dio è intelligente, mentre l’uomo del Demonio è solo furbo. E mentre oggi seguitiamo a commentare l’episodio e la figura di Giuda, non sempre ci poniamo il vero quesito drammatico: quanto ha sofferto l’uomo Gesù dinanzi al tradimento di Giuda? O forse, più ancora che per il tradimento, per la mancata risposta da parte sua? Ecco, proviamo solo a pensare quanti oggi, anche nelle più alte gerarchie della Santa Chiesa, si rifiutano di rispondere a Cristo Signore che seguita a interpellarli attraverso la voce, spesso di profondo dolore, dei devoti Christi fideles e dei fedeli Sacerdoti.

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In queste gesta, azioni e parole è racchiusa e manifesta l’umanità di Gesù, che prosegue all’occorrenza a chiamare tutti noi, suoi moderni sacerdoti, dottori della legge e zelanti religiosi ripiegati nell’idolatria delle forme e delle tradizioni umane, coi titoli di nostra legittima spettanza: razza di vipere … ipocriti … serpenti … sepolcri imbiancati … Parole attuali ieri, ma forse ancóra di più oggi. Per questo, quando la Liturgia della Parola ci obbliga a predicare alcuni di questi brani evangelici, lo facciamo sempre parlando al passato, come se la razza di vipere, gli ipocriti, i serpenti e i sepolcri imbiancati non fossimo noi, ma solo i membri di alcune correnti religiose del Giudaismo dell’epoca gesuana, ormai morte e sepolte nella storia.

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Queste parole accese di passione, talvolta anche pedagogicamente aggressive, riassumono il mistero storico della concreta umanità e del virile πατος gesuano, che se non raccolto e penetrato renderà impossibile giungere alla perfetta comunione col Cristo della fede: il Dio incarnato, morto e risorto.

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L’uomo Gesù non può essere mutato in un ibrido santino de-virilizzato coi piedi sollevati da terra e gli occhi stravolti al cielo, perché ciò reca offesa, anzi: ciò è una bestemmia contro la sua umanità e la sua divinità. Per leggere questo brano sulle tentazioni bisogno quindi partire dal dato di fede che il tutto è realmente accaduto, che non si tratta di una parabola o di una allegoria; quindi concentrarsi sulla concreta umanità storica, fisica e palpabile del Verbo Divino: l’uomo Gesù. 

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La prima tentazione che il Demonio rivolge è l’invito a mutare le pietre in pane, alla quale Gesù risponde con una frase tratta dal libro del Deuteronomio: «Non di solo pane vivrà l’uomo» la cui prosecuzione è «… ma da ogni parola che esce dalla bocca di Dio» [Dt 8,3]. Siamo dinanzi alla tentazione dell’immediato, del tutto e subito in modo concreto e superficiale, mentre invece la nostra concretezza è ciò che esce dalla bocca di Dio, perché quello solo è un pane di vita che porta frutto e nutrimento eterno, costasse anche soffrire una vita intera, posto che dinanzi alla beatitudine eterna la vita umana è soltanto un soffio, ed in questo soffio merita vivere anche il dolore salvifico [cf. S.S. Giovanni Paolo II, Salvifici doloris], per pagare così il prezzo della nostra redenzione.

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La seconda tentazione è forse la più terribile: «Ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi regni». È la tentazione che racchiude in se l’ambizione e il desiderio di dominio sugli altri. È la brama del comando, del governo inteso non come servizio ai fratelli e alle membra del Popolo di Dio, ma come potere per il potere che conduce al perfetto capovolgimento diabolico: servirsi della Chiesa per scopi malvagi nella brama di essere qualcuno, o di «diventare un personaggio importante attraverso il sacerdozio» [Omelia del Sommo Pontefice Benedetto XVI per l’ordinazione di 15 diaconi, Basilica Vaticana IV Domenica di Pasqua, 7 maggio 2006], meglio attraverso l’episcopato, meglio ancóra attraverso il cardinalato; anziché servire la Chiesa con amore e vedendo sempre in essa il Corpo palpitante di Cristo, la nostra sposa mistica verso la quale noi corriamo incontro con la passione degli sposi innamorati nel giorno delle nozze, come raffigura l’Evangelista Giovanni attraverso la poetica delle sue pagine.

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Se il Demonio riesce a prenderci nel punto debole dell’ambizione e della vanità può fare di noi ciò che vuole e ottenere quel che brama sin dalla notte dei tempi: che ci prostriamo dinanzi a lui e che adorandolo lo chiamiamo Signore, semmai dopo avere detto, dinanzi al male che a volte pare quasi soffocare la Chiesa stessa: «… ma chi me lo fa fare di mettermi contro i potenti e prepotenti accoliti del Demonio? A che serve farsi la vita amara, quando per vivere tranquilli, dentro la Chiesa di oggi, basta solo non vedere, non parlare e soprattutto farsi sempre e di rigore gli affari propri?».

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Per rivolgere all’uomo Gesù l’ultima disperata tentazione Satana si fa teologo, forse anche ecumenista, forse anche progressista politicamente corretto, semmai parlando in tedesco e in olandese anziché in aramaico. Satana principia a parlare con padronanza biblica come se fosse appena uscito dottorato in sacra teologia dalle nostre università pontificie: «Se tu sei Figlio di Dio, buttati giù; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordine per te, perché essi ti custodiscano”» [Lc 4, 9-10].Il Demonio, come diceva San Girolamo: «Scimmiotta Dio e vuole creare un’altra realtà» [L’esatta locuzione poi ripresa anche da Sant’Agostino è: Diabolus est simia Dei, il Demonio è la scimmia di Dio], perché egli è il maestro del capovolgimento; anche del capovolgimento della Parola di Dio usata in modo deviante per compiere azioni malvagie. L’uomo Gesù, che grazie a Dio non aveva mai studiato nelle nostre università pontificie e che per indole era politicamente scorretto, la Torah la conosceva meglio del Demonio, quindi replica senza esitare con un’altra citazione biblica: «Non metterai alla prova il Signore Dio tuo» [Dt 6,16]. E da questa frase emerge in modo chiaro un monito: l’uomo Gesù ricorda al Demonio che egli è sì vero uomo, ma anche vero Dio.

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Infine «Il diavolo si allontanò da lui …» leggiamo sul finire di questa pagina del Vangelo, che si conclude con la frase: «… per ritornare al tempo fissato», ossia per tornare da noi e tra di noi.

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Satana esiste oggi più di ieri. Non è un’immagine simbolica, non è — come lo definirono alcuni teologi degli anni Settanta, le cui teorie sono purtroppo tutt’oggi usate per formare i nostri futuri preti — «una raffigurazione mitica e allegorica delle antiche paure ancestrali dell’uomo». Satana esiste, è reale e vuole rubarci più che mai la nostra immagine e somiglianza con Dio; vuole rubarci il nostro stupore e il nostro amore di fronte a Dio incarnato morto e risorto, che nella sua unica persona racchiude la perfetta natura umana e la perfetta natura divina, insegnandoci a essere veri uomini per essere veri figli di Dio nel modo in cui Dio ci ha pensati, creati e amati prima ancora dell’inizio dei tempi.

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Dall’Isola di Patmos, 10 marzo 2019

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E disponibile il Libro delle Sante Messe per i defunti de L’Isola di Patmos [vedere QUI]

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Dal Sodoma allo Spinello sino agli esercizi spirituali alla Curia Romana, mentre nel mondo dell’irreale nessuno si rende conto che la vita monastica è morta e ciò che ne resta è una parodia: «Tu chiamale se vuoi, emozioni»

— attualità ecclesiale —

DAL SODOMA ALLO SPINELLO SINO AGLI ESERCIZI SPIRITUALI ALLA CURIA ROMANA, MENTRE NEL MONDO DELL’IRREALE NESSUNO SI RENDE CONTO CHE LA VITA MONASTICA È MORTA E CIÒ CHE NE RESTA È UNA PARODIA: «TU CHIAMALE SE VUOI, EMOZIONI»

L’Abate predicatore parlerà alla Curia Romana del sognatore Giorgio La Pira e del poeta Mario Luzi, come se la spiritualità fosse un sogno e la teologia poesia, come se il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, proclamato a gran voce santo non avesse mai scritta l’Enciclica Fides et Ratio, alla base della quale c’è il pensiero di un grande Abate Benedettino, poi Arcivescovo di Canterbury, Sant’Anselmo d’Aosta, che non viveva il rapporto con la fede tra sogni e poesia, ma spiegando che fides quaerens intellectum [la fede richiede la ragione] e precisando: «credo ut intelligam, intelligo ut credam» [credo per comprendere, comprendo per credere]. Purtroppo il famoso cantante italiano Lucio Battisti è morto da anni, altrimenti, per i prossimi esercizi spirituali, forse il Cardinale Gianfranco Ravasi avrebbe proposto i testi meditati della sua celebre canzone Emozioni …

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Avanti il Concilio di Trento che tentò di porre freno alle derive del clero, molte abbazie versavano in condizioni morali disastrose. Di recente se n’è parlato in un saggio dedicato alla vita religiosa [cf. QUI]. Lo stato delle abbazie maschili, sul finir del XV secolo non era dissimile da quello desolante di molti monasteri femminili, specie in quelle dotate di ricchi patrimoni.

L’Abbazia di Monte Oliveto Maggiore, XIV secolo, eretta nella zona delle crete senesi

Un esempio tra i tanti: nell’architettura di molte storiche abbazie possiamo osservare delle costruzioni indipendenti, distaccate dal complesso monastico perlomeno di un centinaio di metri. Se domandiamo ai monaci che seguitano a vivere in quelle abbazie e monasteri — perché molte di queste strutture oggi non sono più abbazie e monasteri, altre non sono più abitate da monaci —, le risposte che ne riceveremo saranno disparate, ed in modo altrettanto disparato non sarà risposto il vero, perché spesso la verità brucia, soprattutto può risultare davvero poco edificante.

l’antica garçonnière degli abati più o meno rinascimentali

Giacché parleremo degli affreschi del chiostro dell’Abbazia di Monte Oliveto Maggiore, eretta nel XIV secolo nelle campagne delle crete senesi, come esempio prenderemo uno di questi stabili distaccati dal monastero e oggi indicato come porta d’ingresso. Nulla da dire che gli stili architettonici mutino nel corso dei secoli, ma che funzione aveva una torre distaccata dall’abbazia e non visibile dal complesso abbaziale, che si sviluppa su quattro livelli ed incorpora una struttura che partendo dal piano terra è sovrastata da due livelli superiori, il tutto su una superficie di oltre mille metri quadrati? Dobbiamo proprio credere che questo architettonico ben di Dio sia stato veramente creato solo come porta d’ingresso all’abbazia, oppure forse come fortilizio? Ma un fortilizio sarebbe tale se vi fossero delle solide ed alte mura di cinta, che in quella struttura non sono però mai esistite, dunque?

Dunque quella struttura era la residenza di certi gaudenti abati, divenuti tali per i buoni uffici di potenti famiglie o per questioni legate a precisi assetti politici, che essendo avvezzi condurre stili di vita affatto monastici, in quei locali avevano le proprie piccole corti, erano dediti alle battute di caccia, alle feste e via dicendo. Poi ogni tanto scendevano nel monastero, per adempiere all’occorrenza i loro uffici.

l’antica garçonnière degli abati più o meno rinascimentali

L’epoca di fine Quattrocento segnò una crisi dottrinale, morale e dei costumi preceduta circa tre secoli prima da altrettanta infausta epoca, quando nel XIII secolo il Sommo Pontefice Eugenio III indisse il IV Concilio Lateranense che sancì severi canoni contro i malcostumi del clero e dei religiosi. E fu in questa gaudente epoca rinascimentale che giunge da Vercelli presso la ricca e potente Abbazia di Monte Oliveto Maggiore un gaio personaggio: Giovanni Antonio Bazzi detto Il Sodoma [1477-1549].

Riguardo Il Sodoma, le successive storiografie vergate da pii religiosi tenteranno di precisare quanto fosse malizioso collegare il soprannome col quale il celebre artista è passato alla storia dell’arte con quelli che sarebbero stati i suoi gusti omosessuali. Si tentò persino di ricorrere ad un sofisma patetico affermando che il soprannome de Il Sodoma non aveva a che fare con la pratica della sodomia bensì fosse legato ad un’espressione dell’artista che nel suo dialetto piemontese era solito dire «su, ‘nduma», che significava «su andiamo». Diversamente da ciò che in seguito tentarono di affermare i pii critici per salvare l’onore non del Bazzi, ma quello delle strutture monastiche che questo sodomita se lo contendevano tra di loro, il celebre pittore e architetto aretino Giorgio Vasari [1511-1574], che fu suo coevo e conoscitore delle sue gesta, afferma che l’origine di siffatto soprannome derivava proprio dalla sua omosessualità. Il Vasari precisa che quella del Sodoma era anche una omosessualità per nulla celata, tutt’altro: era esibita in modo ostentato e sfacciato.

Chiostro dell’Abbazia di Monte Oliveto Maggiore, Giovanni Antonio Bazzi detto Il Sodoma: Cristo legato alla colonna per la flagellazione

Giovanni Antonio Bazzi detto Il Sodoma si sposò in gioventù, ma molto presto si separò dalla moglie. Chissà se pur a tal proposito qualche pio critico d’arte — convinto che nessuno conosca il diritto canonico e la disciplina dei Sacramenti —, possa affermare che questa separazione era dovuta a pura incompatibilità caratteriale. Come se sul finire del Quattrocento separarsi dalla moglie e darsela a gambe fosse quanto di più ovvio potesse accadere?

La gaia ricerca del bello che in questo artista trascende nell’omoerotico, è una caratteristica della pittura del Sodoma, basti analizzare la figura davvero eclatante del Cristo legato alla colonna ubicata in un angolo del chiostro centrale dell’Abbazia di Monte Oliveto Maggiore prima della porta d’ingresso interna alla cattedrale abbaziale. Immagine questa sufficiente per valutare se Cristo legato alla colonna può avere quell’aria sensuale da maschietto ammiccante. Ma per la carità divina, si guardi con attenzione l’aria e la posizione sfacciata di quel Cristo alla colonna ritratto dal Sodoma: non vi ricorda forse certe immagini del celebre film Un uomo da marciapiede, con l’allora giovane Jon Voight nei panni del provinciale texano che giunto a New York pieno di sogni finisce poi appoggiato ad un palo della strada a fare marchette?

 la storica locandina del celebre film Un uomo da marciapiede, con il giovane Jon Voight appoggiato al palo nel ruolo del marchettaro

Il Sodoma, in quel luogo di apparente quiete, nonché di religiosità ancor più apparente, forse il segno lo ha lasciato non solo negli affreschi, ma anche nell’aria, ed attraverso i secoli! Infatti, la splendida natura che circonda quell’abbazia altrettanto splendida con tutte le opere d’arte architettoniche e pittoriche, incluse le pitture omoerotiche, suppliscono da secoli alla carente mancanza di religiosità; cosa questa che non affermo io, perché a provarlo è la storia. Basterebbe porsi solo questa domanda: dal 1313 ad oggi, quanti sono i monaci della Congregazione Benedettina Olivetana che nei successivi settecento anni di vita sono stati beatificati e canonizzati? Si tenga presente che questa Congregazione, seppur giunta tra la fine del XV e la fine del XVII secolo a contare sino a 1200 monaci distribuiti in diverse decine di monasteri italiani, in sette secoli di vita ha dato alla Chiesa un unico beato, il proprio fondatore Bernardo Maria Tolomei [Siena 1272 — †Siena 1348], beatificato a tre secoli di distanza dalla sua morte. Poi, decorsi 661 anni, il Beato Bernardo Maria Tolomei fu infine canonizzato il 20 agosto 2009.

Chiostro dell’Abbazia di Monte Oliveto Maggiore: autoritratto di Giovanni Antonio Bazzi detto

Riguardo la canonizzazione di Bernardo Maria Tolomei sarebbe interessante verificare in che modo l’illustre agiografo benedettino belga Dom Réginald Grégoire [1935 — †2013], postulatore della causa, abbia infine reperito i documenti per portare avanti questa causa storica presso la Congregazione delle cause dei Santi, a ben considerare che per diversi secoli è stata lamentata proprio la oggettiva impossibilità di procedere con un processo di canonizzazione per la mancanza di necessaria documentazione storica, alla quale pare abbia infine supplito la agiografia (!?). Essendo però questa Congregazione dotata di un ricco patrimonio ed essendo annoverata tra le grandi aziende toscane che posseggono i più grandi appezzamenti terrieri, può essere che abbia avuto i mezzi per reperire infine le storiografie che per secoli non sono esistite?

 particolare dell’affresco grande

Di Bernardo Maria Tolomei ci sono stati forse tramandati memorabili sermoni e mirabili lezioni di spiritualità tenute ai propri monaci o altrettanti suoi testi di alta levatura teologica? A dire il vero, la raccolta delle sue lettere [cf. QUI] più che dello spirituale hanno il sapore degli scritti di un amministratore che organizza, dirige, impartisce direttive e che richiede a legati pontifici e vescovi concessioni e privilegi per i propri monasteri. Per quanto riguarda i testi sulla sua vita, a partire da uno dei più antichi [cf. QUI], essi sono una evidente accozzaglia di ordinarie leggende auree con le quali erano infiorettate alla metà del Seicento le vite dei Santi o dei candidati alla canonizzazione, il tutto attraverso stili precisi e ripetitivi, grazie agli agiografi che spesso riunivano assieme episodi, visioni e prove di virtù che emergevano tali e quali nelle vite di altre decine di santi o di candidati alla canonizzazione. E lavorando neppure di agiografia in agiografia ma di apografia in apografia, l’insigne agiografo benedettino belga ha infine mutato apografie stratificate nei secoli in una Positio super vitavirtutibus et fama sanctitatis. Dunque oggi, narrare le sante gesta di Bernardo Maria Tolomei, di cui non esistono scritti ed opere originali ma solo biografie postume, è come narrare la lotta di San Giorgio con il drago, canonizzando infine biografi e agiografi. Detto questo è bene chiarire, a coloro ai quali non fosse eventualmente chiaro, che i discorsi testé fatti non si basano su opinioni più o meno severe o addirittura ingenerose, ma su dati rigorosamente scientifici e non facili da smentire. 

Chiostro dell’Abbazia di Monte Oliveto Maggiore: autoritratto di Giovanni Antonio Bazzi detto Il Sodoma

A puro titolo di indagine storica, vogliamo verificare quanti beati e santi sono stati invece donati, compresi anche alcuni Dottori della Chiesa, da altre Congregazioni religiose, in un lasso di vita molto inferiore alla Congregazione dei Monaci Benedettini Olivetani? Può una Congregazione monastica non donare alla Chiesa Beati e Santi in settecento anni? Sì, è possibile, quanto un gaio personaggio come Giovanni Antonio Bazzi detto Il Sodoma non si limita a lasciar la propria impronta solo negli affreschi del passato, ma anche nell’aria che impregna quelle mura, dal palazzotto d’ingresso che fu la garçonnière dei gaudenti abati rinascimentali sino allo stabile monastico popolato di svariati altri monaci non meno gaudenti. Se è vero il detto che «la bótte dà il vino che ha», la carenza di beati, santi, mistici e padri della spiritualità, è stata però compensata con altri talenti, a partire da quello di Dom Francesco Ringhieri [1721-1787], dedito in epoca barocca alle opere teatrali e definito dai critici come «Più eretico d’ogni altro frate tragediante in quel secolo» [si può consultare QUI, QUI, QUI].

Sempre parlando sul piano patrimoniale: nessun Abate di Monte Oliveto Maggiore ha mai avuto problema ad accogliere tra quelle mura ricche di uno spirituale estetico ma spesso vuote di Anima Christi, un nutrito esercito di figli del Sodoma simili all’incirca al povero Cristo sensuale e ammiccante legato alla colonna. Quando però l’Abate Dom Maurizio Maria Contorni [1986-1992], in precedenza già economo generale della Congregazione, fu coinvolto nell’avallo di operazioni finanziarie che comportarono la perdita di svariati miliardi delle vecchie lire, i figli del Sodoma non esitarono a destituirlo, perché sulla morale dei monaci sfarfallanti legati alla colonna si può soprassedere, ma sui soldi depositati presso la Banca del Monte dei Paschi di Siena non si può invece transige. Il tutto sebbene un Abate rimanga in carica fino a 75 anni d’età, quantunque rieletto dal capitolo generale ogni sei anni. A documentare il tutto è la cronotassi degli abati del Novecento, che fino al 1970 rimanevano in carica a vita, solo a partire dal successore di Dom Romualdo Maria Zilianti [1928-1946], con il suo successore Dom Angelo Maria Sabatini [1970-1986] subentra la prassi della rinuncia alla cattedra abbaziale al compimento del 75° anno di età.

Chiostro dell’Abbazia di Monte Oliveto maggiore: autoritratto di Giovanni Antonio Bazzi detto Il Sodoma, tra sacro, profano e scene da baccanali … alla destra sono raffigurati i familiari dell’Abate dell’epoca

Se oggi possiamo dirci cristiani lo dobbiamo ai figli di San Benedetto da Norcia che attraverso il monachesimo hanno prima salvato, poi diffuso la Cristianità nell’Occidente. Lo stesso lemma Europa, di cui San Benedetto è patrono, nasce come idea e concetto nel grande circuito delle abbazie benedettine, perché sono stati i figli di San Benedetto a creare l’Europa. E se oggi possiamo leggere e studiare la filosofia greca, la letteratura classica latina o conoscere le opere dei grandi Padri della Chiesa, se possediamo tante opere profane dai contenuti tutt’altro che cristiani, ivi incluso Valerio Gaio Catullo, lo dobbiamo proprio ai Monaci Benedettini, nati figli di San Benedetto, per poi essere ridotti secoli dopo ai figli del Sodoma.

A chi ha sempre nutrita grande venerazione storica e teologica verso l’Ordine Benedettino, strazia il cuore vedere oggi il monachesimo ridotto in simile decadenza. Purtroppo in questo mondo nel quale anche le notizie più scandalose nascono oggi per morire domani e lasciare spazio ad altri scandali, temo che in pochi si siano resi conto che a Montecassino, madre di tutte le abbazie dell’Occidente, un omosessuale incancrenito nei propri vizi sfrenati ha decretata la morte del monachesimo; ed oggi, ciò che ne resta, è un guscio vuoto, fatto di storiche abbazie — quelle che oggi sono sopravvissute — ricche di opere d’arte e di bellezze paesaggistiche, ma vuote della sostanza della fede e di quel glorioso monachesimo che a partire dal VI secolo la fede l’ha salvata e poi diffusa. Insomma: attenzione a lasciarsi sedurre dalle storiche cornici di quel bello e di quell’estetico che cela però il vuoto dello spirito e delle cristiane virtù, perché il Demonio, oltre ad avere straordinario senso estetico, canta meravigliosamente in gregoriano e “celebra i pontificali abbaziali” con grande eleganza esteriore, dopo essersi formato alla vita monastica saltando da una “amicizia particolare all’altra”. E oggi, tutti gli “amici particolari” di ieri, sono abati nelle varie abbazie, per non parlare dei monaci che le “amicizie particolari” le hanno suggellate col loro voto nei capitoli monastici e nel capitolo generale, vale a dire quanto basterebbe a pregare la misericordia di Dio per tutta la loro vita affinché possa preservarli dalle fiamme dell’Inferno.

Chiostro dell’Abbazia di Monte Oliveto Maggiore: autoritratto di Giovanni Antonio Bazzi detto Il Sodoma.

La marcia funebre sul monachesimo, dopo tanti scandali avvenuti nelle abbazie e nei monasteri d’Europa l’ha infine suonata Dom Pietro Vittorelli, 191° successore di San Benedetto da Norcia, che si dilettava a condurre una vita di lusso in giro per l’Europa, a soggiornare in hotel costosi ed pagare ad elevato prezzo la compagnia di giovani gay con i soldi dell’Abbazia [cf. QUI, QUI, QUI, ecc …]. A questo va poi aggiunto pure l’uso delle droghe, per le quali ha avuto conseguenti problemi di salute costati all’Abbazia di Montecassino somme molto elevate quando per un periodo di tempo l’Abate si ricoverò in una clinica svizzera per disintossicarsi e per cercare di curare la propria dipendenza dalla cocaina. La cosa però più tragica è che costui non sia stato sottoposto a sanzioni canoniche e che non sia stato dimesso dallo stato clericale, tanto da risultare tutt’oggi nella cronotassi degli Arciabati di Montecassino e negli annuari della Conferenza Episcopale Italiana come «Abate Ordinario emerito» [cf. QUI] anziché come «destituito».

 le figure omoerotiche per nulla celate nella pittura “sacra” di Giovanni Bazzi detto il Sodoma

Con l’Abate di Montecassino la marcia funebre del monachesimo è giunta solo al finale, perché l’esecuzione è avvenuta in precedenza con scandali morali disseminati per le abbazie sparse per l’Europa. Certo, altri casi s’è riusciti a trattarli con riservatezza, dall’Abbazia di San Paolo fuori le mura, privata infine dello status di prelatura territoriale, per seguire con l’Abbazia di Grottaferrata, dove fu destituito l’Abate Dom Emiliano Fabbricatore, anche in quel caso ciò avvenne specie pel viavai notturno degli immancabili giovanotti a pagamento che andavano a sollazzare alcuni monaci viziosi, tanto che la Santa Sede — cosa invero rara — procedette a dichiarare invalide alcune ordinazioni sacerdotali di giovani monaci. Potremmo seguire col Pontificio Ateneo Sant’Anselmo, struttura accademica della Confederazione Benedettina, alla quale più volte il Cardinale Zenon Grocholewski, Prefetto della Congregazione per l’Educazione Cattolica [1999-2015], tra il 2007 ed il 2008 intimò che se non ripulivano il loro collegio interno dalle varie gaiezze e dalle numerose coppiette di fatto, la Santa Sede glielo avrebbero chiuso. Per limitarci sempre e solo all’ambito romano: che cosa accadde all’Abbazia cistercense di Santa Croce in Gerusalemme, dove fu eletto abate un ex stilista milanese, anch’esso molto gaio, passato dal mondo della moda al monachesimo e divenuto in pochi anni monaco, sacerdote e infine abate estetico? Eppure, sul vicino Colle Aventino, si trova la Curia Generalizia dei Monaci Cistercensi, dove un decennio fa, all’epoca di certi fatti, risiedeva l’Abate Generale Dom Mauro Esteva i Alsina [1933 — †2014], la preoccupazione del quale era di impartire ossessive lezioni di galateo ai giovani monaci e di verificare che il refettorio fosse apparecchiato con le forchette ed i coltelli posizionati a giusta distanza alla destra ed alla sinistra del piatto, o che gli inchini fossero fatti secondo l’angolazione giusta, quasi che da essi fosse dipesa la sopravvivenza e lo storico onore dell’Ordine Cistercense. Possa oggi quest’uomo riposare in pace nella cripta dell’Abbazia catalana di Poblet e possa la misericordia di Dio perdonargli con un mite purgatorio tutti i gravi ed irreparabili danni da lui recati all’intero Ordine Cistercense durante il suo mandato di Generale svolto tra il 1995 ed il 2010.

particolare: efebo ammiccante

Per gli esercizi spirituali alla Curia Romana quest’anno è stato scelto dal Cardinale Gianfranco Ravasi e presentato al Pontefice un membro della Congregazione dei Monaci Benedettini Olivetani, Dom Bernardo Gianni, Abate dell’Abbazia di San Miniato al Monte in Firenze. Se nell’Archicenobio di Monte Oliveto Maggiore primeggia Il Sodoma, a San Miniato gli affreschi più pregevoli sono quelli di Spinello Aretino. La sostanza resta però la stessa, pur spaziando dall’arte del Sodoma a quella dello Spinello. E quest’ultimo — lo Spinello —, sarebbe stato particolarmente apprezzato dall’Arciabate di Montecassino Dom Pietro Vittorelli, che delle droghe era un gran cultore e consumatore.

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L’Abate dell’Abbazia di San Miniato in Firenze è uno che sa parlare a questo mondo. Egli parla al mondo il linguaggio che piace al mondo. Infatti, gli esercizi spirituali, saranno improntati su sogno e poesia: il sogno del politico Giorgio La Pira e la poesia di Mario Luzi, la cui poesia, cristianamente parlando, non è certo quella dello scrittore e

le figure omoerotiche per nulla celate nella pittura “sacra” di Giovanni Bazzi detto il Sodoma

L’Abate predicatore, figlio del nobile Ordine di San Benedetto cui dobbiamo la sopravvivenza della Cristianità e la salvaguardia del patrimonio storico, filosofico e letterario, parlerà alla Curia Romana di un sognatore e di un poeta, come se la spiritualità fosse un sogno e la teologia poesia, come se il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, proclamato a gran voce santo, non avesse mai scritta l’Enciclica Fides et Ratio, alla base della quale c’è il pensiero di un grande Abate Benedettino, poi Arcivescovo di Canterbury, Sant’Anselmo d’Aosta, che non viveva il rapporto con la fede tra sogni e poesia, ma spiegando che fides quaerens intellectum [la fede richiede la ragione] e precisando: «credo ut intelligam, intelligo ut credam» [credo per comprendere, comprendo per credere]. Purtroppo il famoso cantante italiano Lucio Battisti è morto da anni, altrimenti, per i prossimi esercizi spirituali, forse il Cardinale Gianfranco Ravasi avrebbe proposto i testi meditati della sua celebre canzone Emozioni :

 particolare: efebo ammiccante che mostra il posteriore

«E chiudere gli occhi per fermare 
qualcosa che è dentro me 
ma nella mente tua non c’è 
Capire tu non puoi 
tu chiamale se vuoi 
emozioni » [Mogol-Battisti, 1970]

Sappiamo che dopo la tragedia giunge sempre la farsa grottesca che spazia appunto tra Il Sodoma e lo Spinello. Ragione in più per pregare e per purificarci durante questa Santa Quaresima, nel corso della quale, la più grande delle mortificazioni, resta la consapevolezza di non essere più credibili al mondo, ma di essere invece derisi dal mondo, specie quando per compiacere il mondo cerchiamo di parlare il linguaggio del mondo, dopo esserci svuotati di Cristo e del mistero della Croce, per riempirci di sogni e poesie … «tu chiamale se vuoi emozioni».

Chiostro dell’Abbazia di Monte Oliveto Maggiore: la insistente ossessione del Sodoma a raffigurare il posteriore maschile che “si offre” e nel quale potremmo leggere la profezia sul postumo monachesimo decadente …

Una cosa è certa: l’arte non lascia il segno semplicemente sui muri, specie se certe immagini pittoriche sono la più realistica rappresentazione di chi certe mura le abita. Ovviamente, il quesito sul perché in settecento anni di vita i Monaci della Congregazione Benedettina Olivetana non hanno dato alla Chiesa beati, santi, mistici, teologi, dottori e padri della spiritualità, è una domanda puramente retorica, la risposta è infatti tutta contenuta nelle immagini omoerotiche che campeggiano negli affreschi realizzati dal Sodoma nel chiostro; ed al chiostro si giunge dopo essere entrati nel territorio abbaziale passando dal palazzotto usato un tempo come garçonnière dagli abati rinascimentali gaudenti. Nel Paradiso, invece, si giunge solo dopo essersi convertiti, pentiti e mondati dai peccati, non ci si giunge né coi sogni di Giorgio La Pira, né con le poesie di Mario Luzi. La Quaresima inizia con l’imposizione delle ceneri seguita dal monito «convertiti e credi al Vangelo», non comincia con l’invito a credere nei sogni e vivere le poesie 

 

dall’Isola di Patmos, 08 marzo 2019

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Dom Bernardo Maria Gianni, OSB.Oliv. Abate di San Miniato al Monte in Firenze

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Dalla maschera teatrale dell’ipocrita greco alla trave ed alla pagliuzza nell’occhio narrata dal Santo Vangelo

L’angolo dell’omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

DALLA MASCHERA TEATRALE DELL’IPOCRITA GRECO ALLA TRAVE ED ALLA PAGLIUZZA NELL’OCCHIO NARRATA DAL SANTO VANGELO

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Al contrario della Grecia, l’ipocrita non è più l’attore che interpreta un ruolo nell’antico teatro, ma diviene colui che non ha sincerità di cuore e nei confronti di Dio ha un rapporto solamente formale e costruito su meccaniche abitudini. Al tempo di Gesù, i farisei tendevano ad essere ipocriti in questo senso: non avevano davvero conosciuto Dio, semplicemente eseguivano mnemonicamente i precetti della Legge rabbinica senza averli davvero compresi e senza che essi potessero aiutarli a vivere meglio la fede.

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Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Cari fratelli e sorelle.

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aforismi

In questa VIIIª Domenica del tempo ordinario ci è donato un brano evangelico reso celebre dall’immagine della trave e della pagliuzza nell’occhio [cf. testo della Liturgia della Parola, QUI]. Nella Grecia antica molti uomini si prestavano nel ruolo di ὑποκριτής [ypocrités] cioè di attori che, portando una maschera, fingevano e mettevano in scena una tragedia o una commedia. Per gli antichi greci era importante parlare e raccontare storie che aiutassero gli spettatori a vivere un rapporto profondo e intimo con i loro dei. Nelle letture di oggi il Signore ci offre spunti per avere un rapporto profondo e sincero, una fede che sia vera e al tempo stesso sincera.

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Innanzitutto in Siracide leggiamo: «Il frutto dimostra come è coltivato l’albero, così la parola rivela i pensieri del cuore» [27, 5]. In questo proverbio dell’autore, il saggio ebreo Ben Sirach, si vuole richiamare l’attenzione alla coerenza delle parole. Esse sorgono innanzitutto dai pensieri del cuore: nella cultura ebraica il cuore è il luogo dell’incontro intimo con Dio. Se dunque ognuno di noi coltiva questa esperienza di incontro personale e intimo col Signore, mediante la preghiera, certamente avremo parole di gioia e di speranza. Aiuteremo anche altri ad avere un incontro fecondo e molto intenso con Dio.

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aforismi

In questa ricerca di una coerenza di base fra pensieri e parole, il Signore ci aiuta sempre. San Paolo scrive:

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«Fratelli miei carissimi, rimanete saldi e irremovibili, progredendo sempre più nell’opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore» [1 Cor 5,58].

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L’apostolo richiama ogni cristiano alla perseveranza, ad avere pazienza anche nei momenti di difficoltà e di crisi e dunque quando occorre avere più stabilità. L’opera del Signore è la continua vittoria sulla morte: in questo ambito, questo va inteso oggi come replicare a tutte le mode mortifere come per esempio le droghe, la prostituzione, la promozione dell’aborto, dell’eutanasia, del “matrimonio” tra coppie delle stesso sesso e la possibilità ad esse data di adottare bambini … Al tempo stesso siamo chiamati anche a vincere insieme al Signore le proprie morti, ossia le paure, le ferite e i drammi esistenziali. Infatti, la coerenza e la perseveranza, hanno questi splendidi frutti in ognuno di noi.

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In questo cammino, la via tracciata dal Signore è molto forte e chiara: Gesù, nel Vangelo lucano tuona: «Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello» [Luca 6,42b]. Qui, al contrario della Grecia, l’ipocrita non è più l’attore che interpreta un ruolo nell’antico teatro, ma diviene colui che non ha sincerità di cuore e nei confronti di Dio ha un rapporto solamente formale e costruito su meccaniche abitudini. Al tempo di Gesù, i farisei tendevano ad essere ipocriti in questo senso: non avevano davvero conosciuto Dio, semplicemente eseguivano mnemonicamente i precetti della Legge rabbinica senza averli davvero compresi e senza che essi potessero aiutarli a vivere meglio la fede. Dunque, nel cammino di fede e di lotta alla morte, il Signore bandisce l’ipocrisia. Al tempo stesso, Dio ci chiede un continuo esercizio di umiltà, di mettersi in discussione sempre aperti alle sollecitazioni che Lui stesso ci pone davanti, soprattutto nelle circostanze concrete nella vita. Quando sapremo essere umili, saremo un po’ come humus, pronti ad essere concimati e dare frutto secondo la parola di Dio. Solo allora saremo pronti alla correzione fraterna.

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Come ha scritto John Donne:

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«Nessun uomo è un’isola, completo in se stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto». 

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aforismi

Ognuno di noi vivrà quel tutto come una grande fratellanza, pronti ad essere tutti fratelli nel Battesimo. Dunque in grado di accettare anche quella correzione che può infastidirci. Allora sarà la fine dell’orgoglio e l’inizio della inabitazione di tutta la Trinità nel nostro cuore, il Signore ci renda forti e perseveranti per uscire dall’isola dei nostri egoismi, guardando verso ben altre isole, compresa non ultima L’Isola di Patmos, nell’arcipelago greco, isola nota anche come Il luogo dell’ultima rivelazione, nella quale San Giovanni Apostolo, durante il suo esilio, scrisse quel grande messaggio di speranza che è l’Apocalisse, in cui narra della Donna vestita di sole e della vittoria di Cristo sul Princìpe del Male.

Così sia.

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Roma, 3 marzo 2019

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Cari Lettori,

in questa pagina potete trovare il Libro delle Sante Messe, se in esso consultate il Calendario Agenda potrete verificare la disponibilità per la celebrazione delle Sante Messe di suffragio per i vostri Defunti 

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I blog personali dei Padri de L’Isola di Patmos

Club Theologicum

il blog di Padre Gabriele

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«Siate misericordiosi, come misericordioso è il Padre vostro, che è nei cieli», non come piace al mondo, ma come piace a Dio

L’Angolo di Girolamo Savonarola: omiletica cattolica in tempi di vacche magre

«SIATE MISERICORDIOSI, COME MISERICORDIOSO È IL PADRE VOSTRO, CHE È NEI CIELI», NON COME PIACE AL MONDO, MA COME PIACE A DIO

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Per il mondo è misericordia, quindi cosa altamente misericordiosa concedere attraverso l’eutanasia la morte ad una persona gravemente ammalata, o ad un anziano che è semplicemente stanco di vivere, semmai perché solo ed abbandonato. Ma ciò non è misericordia bensì immane abominio, esattamente come lo è abortire, ossia uccidere un povero innocente, dopo che dalla ecografia o dalla amniocentesi è stato appurato che il nascituro è affetto da sindrome di Down e quindi non è perfetto secondo i canoni di un mondo sempre più immondo

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo.

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Laudetur Jesus Christus !

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«siate misericordiosi come il Padre vostro che è nei cieli»

Il brano lucano di questa VII domenica del tempo ordinario [cf. Lc 6,27-38, vedere testo della liturgia, QUI] potrebbe suggerirci che ci sono momenti nei quali si finisce col temere che non solo dal Santo Vangelo si tenda a prendere ciò che si vuole nel modo come si vuole, perché avendo fatto un ulteriore salto avanti, è ragionevole temere che ci si trovi dinanzi a delle autentiche falsificazioni della Parola di Dio, facendo dire ad essa ciò che Cristo Dio non ha mai detto. Molti sarebbero gli esempi, prendiamone uno solo tra i molti: «Non giudicate per non essere giudicati» [Mt 7, 1]. Vediamo in che modo è stato spesso letteralmente falsificato questo monito, basterebbe ascoltare certe omelie costruite sui sociologismi improntanti sul desiderio di piacere al mondo, per udire poi da certi pulpiti sproloqui di questo genere:

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«La Chiesa ha infine capito che non poteva continuare a giudicare e condannare come a lungo ha fatto, ma che era necessario comprendere, capire, accogliere, essere misericordiosi …».

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Commenti di questo genere sono autentiche bestemmie proferite nella Casa del Padre dal luogo in cui si annuncia la Parola di Dio. Infatti, ammonendo «Non giudicate per non essere giudicati», Cristo Signore si riferisce forse ai suoi Apostoli ed alla futura Chiesa? Chi sono, i soggetti e gli oggetti di questo ammonimento? Sono coloro — come si spiega poco avanti in questo brano evangelico —, che hanno l’abitudine di osservare «la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio» [Mt 7, 3]. Il monito è dunque rivolto agli ipocriti ed all’umana ipocrisia esercitata nelle sue varie forme, cosa questa spiegata con divina magistralità da Cristo Signore in tutto il discorso che segue [cf. Mt 7, 1-29]. Per quanto invece riguarda la Santa Chiesa di Cristo, si sappia e sia chiaro che indicare cosa è giusto e cosa sbagliato, cosa è lecito e cosa illecito, cosa è santo e cosa invece diabolico, è un dovere ed un obbligo al quale la Chiesa non può e non deve sottrarsi. O per dirla con la Parola di Dio: la Chiesa, salvo tradire in caso contrario la propria missione, ha l’obbligo di dire e di insegnare in che modo i Christi fideles debbano entrare «per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa» [Mt 7, 13]. La Chiesa non può dunque omettere di giudicare e di condannare il male in modo all’occorrenza  severo, posto che il peccato non è affatto un modo diverso di intendere o di vivere la vita, ma la negazione del dono della vita in Cristo e la conseguente e probabile possibilità di essere dannati in eterno.

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La Chiesa non può derogare quell’obbligo che ad essa deriva dal suo Divino Fondatore che l’ha voluta come mezzo e strumento di salvezza, o come sarà definita dal Concilio Vaticano II e poi dal Catechismo: «La Chiesa sacramento universale di salvezza» [Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 774]. E qui è bene fa notare che il concetto di universalità, assieme alla totalità implica la esclusività. Dio non ha mai contemplato molteplici strumenti di salvezza, come non ha mai contemplato le più disparate chiese o religioni, la Sua Chiesa è una ed una soltanto, quella affidata a Pietro ed al Collegio degli Apostoli, il tutto entro un criterio di unicità che non contempla le molteplicità. Diverso è invece il discorso legato ai mezzi ordinari di salvezza, che sono la Chiesa di Cristo ed i Sacramenti di grazia di cui essa è dispensatrice, ed i mezzi straordinari di salvezza, che sono racchiusi nel mistero del cuore di Dio che nei modi più diversi, attraverso i più disparati mezzi cosiddetti straordinari, può portare i singoli uomini alla salvezza. Mezzi straordinari che però appartengono solo a Dio e dei quali nessun uomo può avvalersi, per esempio sostenendo che la Chiesa di Cristo è solo uno dei tanti mezzi è strumenti di salvezza. No, la Chiesa ed i Sacramenti di grazia di cui essa è dispensatrice non sono uno dei tanti mezzi, ma l’unico mezzo che Cristo Signore ha fornito all’uomo ed all’umanità per essere redenta attraverso il sangue della sua croce.

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La frase sulla quale si struttura il passo del Vangelo lucano: «Siate misericordiosi, come misericordioso è il Padre vostro, che è nei cieli», si armonizza con un’altra frase dell’Antico Testamento che ci ammonisce e che ci esorta a essere «santi perché io, il Signore Dio vostro, sono Santo» [Lv 19, 2]. Il presupposto della misericordia è dunque la santità, non la mondanità. Non si è misericordiosi o caritatevoli quando si piace al mondo, bensì proprio quando non si piace al mondo. Il Santo Vangelo e le Lettere apostoliche ci insegnano infatti che la misura attraverso la quale si può misurare la nostra vera carità e la nostra vera misericordia, è quando noi non siamo affatto graditi ai figli di questo mondo:

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«Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia» [Gv 15, 18-19].

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E per questo nostro mondo carità e amore vuol dire concedere a due uomini di poter coronare il proprio “sogno” con un matrimonio e di acquistare poi un bambino da un utero in affitto, mentre all’esatto opposto, per la carità e per l’amore che ci rende degni figli del Padre Nostro che è nei Cieli, chi compie simili mostruosità e compromette in tal modo la vita di queste creature innocenti, forse «sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare» [Mt 18, 6].

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Per il mondo è misericordia, quindi cosa altamente caritatevole concedere attraverso l’eutanasia la morte ad una persona gravemente ammalata, o ad un anziano che è semplicemente stanco di vivere, semmai perché solo ed abbandonato. Ma ciò non è misericordia bensì immane abominio, esattamente come lo è abortire, ossia uccidere un povero innocente, dopo che dalla ecografia o dalla amniocentesi è stato appurato che il nascituro è affetto da sindrome di Down e quindi non è perfetto secondo i canoni di un mondo sempre più immondo.

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Pensate a quante cose il mondo fa e seguita a fare in nome di un concetto di misericordia ormai completamente sovvertito dal grande invertitore del bene e del male, da colui che trasforma il male in bene ed il bene in male, ossia Satana. Pensateci bene: l’era moderna prende vita sotto i palchi delle ghigliottine dove al grido di libertà, uguaglianza e fraternità le persone venivano date in pasto al boia senza processo, o con dei processi sommari che erano delle farse, o perché denunciati per gelosia ed invidia sociale. Eppure, la libertà, è un alto principio cristiano, posto che essa è un presupposto della creazione stessa dell’uomo, che fu creato da Dio libero e dotato di libero arbitrio [Genesi, capp. 2-3]. Per non parlare dell’uguaglianza e della fraternità, la cui dimora naturale si trova all’interno del messaggio evangelico dove queste verità sono spiegate e trasmesse molto meglio di quanto non le abbia trasmesse Robespierre durante il regime del terrore a suon di teste decapitate in nome di una uguaglianza e di una fraternità svuotate di Cristo e riempite di neo-paganesimo.

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Anche il mondo con il suo temibile Prìncipe, da tempo si è appropriato di parole che sono termini fondanti il messaggio cristiano, svuotandole prima del loro significato e trasformandole poi in altro. A maggior ragione, oggi più che mai, bisogna capire anzitutto che cosa sia la vera misericordia, dopodiché essere «misericordiosi, come misericordioso è il Padre vostro, che è nei cieli», non come i figli del Prìncipe di questo mondo.

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Dall’Isola di Patmos, 24 febbraio 2019

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Il prete scomunicato Alessandro Minutella non è in comunione con Benedetto XVI che ha fatto libero atto di rinuncia bensì è un soggetto che confonde il Popolo di Dio già fin troppo smarrito e confuso

— attualità ecclesiale —

IL PRETE SCOMUNICATO ALESSANDRO MINUTELLA NON È IN COMUNIONE CON  BENEDETTO XVI CHE HA FATTO LIBERO ATTO DI RINUNCIA BENSÌ È UN SOGGETTO CHE CONFONDE IL POPOLO DI DIO GIÀ FIN TROPPO SMARRITO E CONFUSO

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A molti Lettori che ci chiedono lumi su questo prete scomunicato è nostro dovere sacerdotale rispondere che chiunque partecipa alle sue sacre celebrazioni e riceve da lui i Sacramenti cade in stato di peccato mortale, ed è tenuto a chiedere l’assoluzione al confessore, dopo avere riconosciuta la propria colpa ed avere fatto proposito di non ripetere più lo stesso peccato. Ma soprattutto, al di là delle menzogne di questo eretico scismatico, sappiate che il primo a tributare «incondizionata obbedienza» al proprio Successore è stato proprio Benedetto XVI.

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Autore
I Padri de L’Isola di Patmos

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PDF  articolo formato stampa 

 

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remake filmico de L’Esorcista, con prete scomunicato nel ruolo dell’indemoniato [per aprire il video cliccare sull’immagine]

Molti Lettori chiedono lumi su Alessandro Minutella, un presbitero palermitano che sbraita sui social network sulla illegittimità del Sommo Pontefice Francesco, al quale riconosce solo il titolo di Cardinale e di Arcivescovo emerito di Buenos Aires, ma soprattutto rivolgendo alla sacra persona della Santità di Nostro Signore insulti inaccettabili. A questo presbìtero, dopo ripetuti e inutili richiami l’Autorità Ecclesiastica ha comminata la scomunica, anche se sarebbe più corretto dire che gli ha semplicemente notificato che in seguito alle sue posizioni ereticali e scismatiche, ed al suo rifiuto a correggersi, egli è incorso automaticamente nella cosiddetta scomunica latae sententiae.

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Anche se sino ad oggi il Reverendo Alessandro Minutella non è stato dimesso dallo stato clericale, dopo essere stato prima sospeso a divinis, poi in seguito incorso in scomunica, non può esercitare in modo legittimo il sacro ministero. Sappiano pertanto i fedeli che le sacre celebrazioni da lui officiate ed i Sacramenti da lui amministrati sono validi ma illeciti e che nessun fedele cattolico può e deve prendervi parte.

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Dinanzi a molte richieste giunte alla nostra redazione, specie dopo che negli ultimi tempi questo soggetto ha esasperato molto di più i suoi toni aggressivi, è nostro dovere sacerdotale informare il numeroso pubblico di Lettori che ci segue che chiunque partecipa alle sacre celebrazioni  e riceve i Sacramenti da questo prete scomunicato, cade in stato di peccato mortale, ed è tenuto a chiedere l’assoluzione al confessore, dopo avere riconosciuta la propria colpa ed avere fatto proposito di non ripetere più lo stesso peccato.

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Dobbiamo chiarire che come ogni prete scomunicato costui non cessa d’esser sacerdote, perché nessuno può revocargli il Sacramento dell’Ordine. E per quanto eretico e scismatico rimarrà sempre sacerdote, senza però poter esercitare alcun ministero finché non si sarà pubblicamente pentito e reintegrato dall’Autorità Ecclesiastica nell’esercizio del sacro ministero.

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remake filmico de L’Esorcista, con prete scomunicato nel ruolo dell’indemoniato [per aprire il video cliccare sull’immagine]

Il Sacramento dell’Ordine inserisce chi lo riceve in una stato sacramentale trasformandolo ontologicamente in modo soprannaturale nel suo stesso essere costituendolo «ministro sacro» e qualificandolo ad agire in persona Christi [can. 1009 §3], quindi inserendolo nel cosiddetto stato clericale dal quale deriva una condizione giuridica conseguente la sacra ordinazione; condizione che comporta per il chierico diritti e obblighi stabiliti e dettati dall’ordinamento ecclesiastico. E siccome quello dell’Ordine è un Sacramento che imprime un carattere “indelebile ed eterno”, ne deriva che nessuno può essere privato della potestà d’ordine [can. 1338 §2]. Lo stato clericale è una conseguenza del Sacramento dell’Ordine, sebbene i due elementi — il Sacramento e lo stato clericale che ne deriva — siano distinti, anche se tra di loro sono connessi. Un chierico può infatti decadere dallo stato clericale, od essere privato dello stato clericale, ma non potrà mai decadere dall’ordine sacro ed essere privato dell’ordine sacro, perché il Sacramento che ha ricevuto è appunto “indelebile ed eterno”.

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La legge ecclesiastica contempla tre casi nei quali il chierico può perdere lo stato clericale: la invalidità della sacra ordinazione dichiarata per sentenza o per decreto amministrativo [can. 290 n. 1]; la dimissione legittimamente imposta a causa di un delitto che prevede una specifica sanzione [can. 290 n. 2]; il rescritto della Sede Apostolica con cui viene concessa la dispensa al presbitero per cause gravissime [can. 290 n. 3]. In certi casi la pena massima prevista per il chierico è la dimissione dallo stato clericale [can. 1336 §1 n. 5], dinanzi alla quale dobbiamo però precisare che essa non potrà mai implicare la privazione della potestà di ordine, perché questa potestà è strettamente connessa al carattere sacramentale, ad un carattere incancellabile.

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remake filmico de L’Esorcista, con prete scomunicato nel ruolo dell’indemoniato [per aprire il video cliccare sull’immagine]

Ai presbìteri dimessi dallo stato clericale è proibito esercitare in modo legittimo e lecito la potestà d’ordine [can. 1338 §2], perché nella decadenza dallo stato clericale, oltre alla perdita dei diritti, dei doveri e dello stato stesso, è insita la tassativa proibizione di esercizio della potestà di ordine [can. 292]. Da ciò ne consegue che i presbìteri dimessi dallo stato clericale per loro richiesta o per provvedimento dell’Autorità Ecclesiastica, non possono esercitare in modo legittimo alcuna potestà di ordine sacramentale [can. 1336 §1, n. 3].

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Il presbìtero Alessandro Minutella non è stato ancóra dimesso dallo stato clericale, ma è stato prima sospeso a divinis e poi scomunicato. La sospensione prima, la scomunica in seguito, comportano per il presbìtero sospeso dalle sue funzioni e soprattutto per il presbìtero scomunicato la assoluta proibizione di celebrare il Sacrificio Eucaristico e di amministrare i Sacramenti. Se i sottoposti a ciò esercitassero ugualmente il sacro ministero, la celebrazione della Santa Messa ed i Sacramenti amministrati sarebbero validi ma illeciti, con la conseguenza che chi celebra la Santa Messa e chi vi partecipa, chi amministra i Sacramenti e chi li riceve, cadono in stato di peccato mortale. A meno che, da parte del fedele, non subentri la mancanza di conoscenza o la cosiddetta ignoranza inevitabile. Solo in un caso un presbìtero scomunicato può amministrare lecitamente un Sacramento  — anzi, in questo specifico caso è tenuto a farlo — egli può concedere l’assoluzione ad un penitente in reale caso di pericolo di morte [can. 976].

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Visionando l’ultimo suo video inserito in questo articolo [vedere video, QUI], chiunque può udire ed appurare in che termini e con quale carica aggressiva ed insultante questo presbìtero tratta il Romano Pontefice, i membri del Collegio Cardinalizio ed i membri del Collegio Episcopale, oltre a tacciare apertamente di vigliaccheria tutti noi suoi Confratelli presbìteri, colpevoli a suo dire di non esserci ribellati al «Cardinale Jorge Mario Bergoglio usurpatore della Cattedra di Pietro» e per ostinarci a celebrare la Santa Messa in comunione con lui [cf. video, minuto 19,50 QUI]. Infatti, a suo empio dire, la Santa Messa celebrata in comunione con «l’usurpatore Bergoglio», da egli definito «falso Pontefice», non sarebbe valida, mancando in essa — prosegue a sproloquiare – «l’azione di grazia santificante dello Spirito Santo», quindi coloro che vanno alla Messa una cum [N.d.r. celebrata in comunione col Pontefice regnante] vanno a Messa col Diavolo» [cf. video, minuto 5,02 QUI] perché «in tutto ciò che è in unione con Bergoglio non c’è Gesù Cristo, non c’è lo Spirito Santo, c’è Satana» [cf. video, minuto 6,38 QUI].

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remake filmico de L’Esorcista, con prete scomunicato nel ruolo dell’indemoniato [per aprire il video cliccare sull’immagine]

Le figure attaccate da questo scomunicato, dal Romano Pontefice ai vescovi, per seguire con noi presbìteri, costituiscono un corpo ecclesiale di persone imperfette, come imperfetti e peccatori sono da sempre coloro che per mistero di grazia vengono chiamati a ricoprire certi ruoli e svolgere certe funzioni sacramentali. Chiunque può discutere circa le capacità pastorali del Romano Pontefice, dei singoli vescovi e di tutti i presbiteri; chiunque può indicare i loro difetti e le loro carenze morali per le quali saranno poi chiamati a rispondere dinanzi al giudizio di Dio, che con tutti noi pastori in cura d’anime sarà particolarmente severo. Chiunque metta però in discussione la legittima autorità del Romano Pontefice e dei Vescovi, attenta gravemente e pericolosamente a quella che è la struttura gerarchica portante della Santa Chiesa di Cristo e commette un delitto gravissimo contro la Santa Fede.

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Dalle video-catechesi di Alessandro Minutella emergono florilegi e gravi contraddizioni dottrinarie, strafalcioni e inesattezze teologiche d’ogni genere, a partire da una mariologia decisamente imbarazzante. Siccome gli esempi sarebbero davvero molti, ciò rende impossibile fare un discorso teologico rigorosamente scientifico per indicare e smontare certe assurdità ad una ad una, perché per farlo occorrerebbe un libro. Sicché ci limitiamo solo ad alcuni chiari esempi, sapendo anzitutto di avere a che fare con un presbìtero che ha conseguito ben due dottorati, com’egli ama ripetere con frequenza, pur manifestando crassa ignoranza non tanto sulla teologia sacramentaria, ma proprio sui fondamenti del Catechismo della Chiesa Cattolica. E siccome diversi Lettori ci hanno scritto ricordando che questo presbitero è due volte dottore in teologia e che come tale non può dire cose inesatte come quelle proferite dai membri della cosiddetta «falsa Chiesa» da lui condannati, è bene anzitutto chiarire che i dottorati teologici non costituiscono alcuna garanzia di sapienza, posto che nessuno riceve attraverso un dottorato i doni di grazia dello Spirito Santo che segnerà l’esimio dottore con un carattere indelebile ed eterno. Infatti, il carattere sacerdotale, non si conferisce coi dottorati, ma attraverso la consacrazione del presbìtero col Sacramento dell’Ordine. Se i dottorati costituissero garanzia di sicura, solida ed ortodossa dottrina infusa assieme alla sapienza dallo Spirito Santo, noi non dovremmo porre in minima discussione ciò che hanno affermato e scritto Hans Küng, Giovanni Franzoni, Leonardo Boff e via dicendo a seguire. E ricordiamo per inciso che i primi due citati, oltre ad essere dei pluri titolati, sono stati rispettivamente perito e membro all’assise del Concilio Vaticano II. Il pluri titolato Giovanni Franzoni, al Concilio, partecipò con la equipollente dignità episcopale, essendo all’epoca Abate Ordinario di San Paolo fuori le mura, che sino ad un decennio fa era una prelatura territoriale dell’antica Urbe.

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In questo momento di confusione molti fedeli sono smarriti, ma cercare guida sicura in un eretico che afferma che la Santa Messa celebrata in comunione col Pontefice regnante non è valida, è da evitare; e su di noi grava l’obbligo morale di scongiurare i fedeli dal seguire questo pastore empio, avvelenante e teologicamente confuso, sebbene egli offra come garanzia di essere doppiamente dottorato.

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remake filmico de L’Esorcista, con prete scomunicato nel ruolo dell’indemoniato [per aprire il video cliccare sull’immagine]

Chiarire alle persone la figura di questo presbìtero, tutto sommato è più facile di quanto possa sembrare, basterebbe solo che le persone ci prestassero ascolto e poi chiedessero al diretto interessato: con quale vescovo lei è in comunione? Quale vescovo le ha dato mandato di esercitare il sacro ministero, oltre agli speciali poteri ch’ella afferma di avere ricevuto dalla Beata Vergine Maria in persona? O forse non sa, o uomo reso sapiente da un duplice dottorato, che nessuno di noi può esercitare il sacro ministero in comunione con sé stesso, perché la validità dell’Eucaristia da noi celebrata dipende dalla validità di quella celebrata dal Vescovo in piena comunione col Vescovo di Roma? A quel punto, il diretto interessato, replicherà ciò che da tempo va dicendo e quanto ha ribadito nel video qui richiamato, vale a dire:

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«Io celebro in comunione con il Sommo Pontefice Benedetto XVI che è il legittimo pontefice, mentre il Cardinale Jorge Mario Bergoglio è un usurpatore piazzato sulla Cattedra di Pietro dalle potenze sataniche e dalla Massoneria internazionale».

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I dubbiosi e quanti credono a ciò che questi afferma, si pongano questa domanda: si può ignorare che Benedetto XVI, prima di spostarsi a Castel Gandolfo per tenersi distante dalla Città del Vaticano durante il conclave, dichiarò «obbedienza incondizionata» al proprio successore già prima che questi fosse scelto ed eletto? Con quella affermazione, egli non disse forse che avrebbe obbedito al Successore che a breve sarebbe stato eletto, a prescindere da chi fosse stato? E come può, siffatto empio che sparge veleni tra il Popolo di Dio, ignorare che la sera dopo l’elezione, quando il nuovo eletto chiamò il proprio vivente Predecessore, questi così lo salutò: «Santità, fin d’ora io vi prometto la mia totale obbedienza e la mia preghiera»? Ciò non vuol forse dire che Benedetto XVI ha affermato prima del conclave che avrebbe obbedito a chiunque fosse stato eletto e ad elezione avvenuta offrì la propria obbedienza al suo legittimo Successore?

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remake filmico de L’Esorcista, con prete scomunicato nel ruolo dell’indemoniato [per aprire il video cliccare sull’immagine]

Di recente, sulle colonne di questa nostra rivista è stato scritto che mentre tutti si interrogano su questioni più o meno fantasiose, avanzando ipotesi perlopiù surreali, nessuno coglie la solenne lezione a noi tutti data dal Sommo Pontefice Benedetto XVI, che è questa: egli si è allontanato dalla Città del Vaticano prima del Conclave, affermando già prima della sua elezione la propria «incondizionata obbedienza» al proprio successore. Poco dopo, al suo Successore eletto che lo ha chiamato per annunciargli lui di persona la propria elezione, ha detto: «Santità, fin d’ora io vi prometto la mia totale obbedienza e la mia preghiera». E se il Venerabile Pontefice Benedetto XVI, il cui ministero, eccezionalmente, anziché cessare con la sua morte è cessato con un suo libero atto di rinuncia, ha professato con simile fede e totalità la propria obbedienza al suo Successore, noi, non dovremmo forse seguire il suo esempio e fare altrettanto? [vedere paragrafo V «Non esiste altra strada se non l’obbedienza a Pietro», QUI]

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I seguaci di questo scomunicato si chiedano: se a riconoscere il Successore al sacro soglio è stato per primo Benedetto XVI, il presbìtero in questione che si dice incaricato nella «santa battaglia» dalla Beata Vergine Maria in persona, con chi è in comunione? Perché qualora egli non l’avesse capito, il primo Vescovo che si è dichiarato in comunione col Pontefice regnante è stato Benedetto XVI, che ha liberamente fatto atto di rinuncia al ministero petrino, ribadendo più volte quanto libera sia stata la sua rinuncia, ribadendo prima dell’elezione e dopo l’elezione la propria «obbedienza incondizionata» al suo Successore.

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Gli improvvidi seguaci di questo presbìtero fuori da ogni teologico equilibrio, si domandino e poi domandino: ma questo prete inviperito, con chi è in comunione? A nome di chi ci parla? Forse com’egli afferma parla «per l’autorità che la Madonna mi conferisce» [cf. video, minuto 10,50 QUI], quindi a nome della Beata Vergine Maria che gli avrebbe suggerito di ribellarsi al Romano Pontefice «al quale lei ha già dichiarata guerra» [cf. video, minuto 23,00 QUI]? E da quando Maria, nostra venerata Mater Ecclesiae, istiga a disobbedire a Pietro ed al Collegio degli Apostoli, ponendo a tal fine sotto la propria protezione un prete indiavolato che afferma in continuazione «la Madonna mi ha detto», «la Madonna mi ha rivelato»? Sino ad annunciare infine che «la Madonna ha [già] consacrato il Pastore con gli attributi» (!?) [cf. video, minuto 30,38 QUI].

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La risposta ai quesiti rivolti dai Lettori ai Padri de L’isola di Patmos è pertanto la seguente: chi segue questo eretico scomunicato e chi partecipa alle sue celebrazioni, a meno che non sia a conoscenza del suo oggettivo status di scomunicato, od a meno che non sia gravato da autentica ignoranza inevitabile che gli impedisce di esercitare anche il più elementare senso critico, deve ritenersi in tutto e per tutto in stato di peccato mortale.

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dall’Isola di Patmos, 20 febbraio 2019

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Di fatto, il Reverendo Alessandro Minutella non è l’esorcista bensì proprio l’indemoniato …

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Torna su L’Isola di Patmos Carlo Magno con un quesito di Cristo Signore: «Chi dicono gli uomini, le folle che io sia? E voi, chi dite che io sia?»

La penna d’oca di Carlo Magno

TORNA SU L’ISOLA DI PATMOS CARLO MAGNO CON UN QUESITO DI CRISTO SIGNORE: «CHI DICONO GLI UOMINI, LE FOLLE CHE IO SIA? E VOI, CHI DITE CHE IO SIA?»

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La Speranza cristiana non è un immaginifico e obnubilante «Sol dell’ Avvenire» né il «glorioso futuro» predicato da tutti gli aspiranti dittatori di ogni tempo. Non è neppure un mondo nuovo forgiato dalla cultura di un dialogo fra falsi e imbonitori. Non è neppure, infine, il regno misericordiante che profeti di menzogna invocano, a piacimento e sempre più spesso a sproposito, sulle immani tragedie della Storia e l’immutabile lordura del mondo. La Speranza cristiana ha invece — come insegna Sant’Agostino d’Ippona — ancora un solo nome ha e un solo certo avvenire annuncia: Cristo!

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Autore
Carlo Magno

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Io Karl der Große, noto come Carolus Magnus, conosciuto universalmente come Carlo Magno, battezzato nella fede in Cristo Gesù nella Santa Madre Chiesa Cattolica nella Città di Aquisgrana, in un giorno di non pochi anni fa, correndo all’epoca l’Anno del Signore 742; io che dunque a buon e legittimo titolo scrivo in quanto parte di quel Corpo Mistico e Storico che solo è di Cristo, e del quale mi reputo con convinzione «la meno onorevole delle sue membra» ma che proprio per questo umilmente credo che, come scrive l’Apostolo «Dio ha composto il corpo, conferendo maggior onore a ciò che ne mancava, perché non vi fosse disunione nel corpo, ma anzi le varie membra avessero cura le une delle altre» [I Corinzi 12, 24-25].

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Chi dicono gli uomini, le folle che io sia? E voi, voi chi dite che io sia?

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I Vangeli non ci riferiscono gli esiti di un sondaggio Gallup né un estemporaneo focus group di Gesù di Nazareth con i suoi discepoli, prima, e con gli Apostoli, poi.

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Gesù, al contrario, sfida gli uomini [οι άνθρωποι, Marco 8, 27 e Matteo 16, 13] e le folle [οι όχλοι, Luca 9, 18] con il messaggio stesso, essenziale, radicale e, non da ultimo, inquietante e drammatico del Logos cristiano.

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Scriveva Romano Guardini:

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«Il cristianesimo infatti non è una teoria della Verità, o una interpretazione della vita. Esso è anche questo, ma non in questo consiste il suo nucleo essenziale. Questo è costituito da Gesù di Nazareth, dalla sua concreta esistenza, dalla sua opera, dal suo destino, cioè da una personalità storica. […] Non lUmanità o l’umano divengono in tal caso importanti, ma questa Persona. Essa determina tutto il resto, e tanto più profondamente e universalmente quanto più intensa è la relazione» [L’essenza del Cristianesimo, 1984, p. 23].

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L’essenza della Fede cristiana risiede, in verità, nella risposta che l’uomo individualmente e collettivamente offre a questa essenziale domanda con cui Gesù di Nazareth sfida heri, hodie et semper [cfr. Lettera agli Ebrei 13, 8] l’individuo e le società.

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Chi dicono gli uomini, le folle che io sia? E voi, voi chi dite che io sia?

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La Fede, la Speranza e la Carità cristiane non hanno né il loro fondamento né la loro prima e ultima ragione in neutrali valori di tolleranza, convivenza, solidarietà, accoglienza e universale armonia degli uomini e dei popoli.

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La Fede cristiana non è un cangiante contenuto, secondo le mode e i bisogni del tempo, ma un unico, immutabile, vitale e salvifico incontro.

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«Sei andato, ti sei lavato, sei venuto all’altare, hai cominciato a vedere ciò che prima non eri riuscito a vedere. Cioè, mediante il fonte del Signore e l’annuncio della sua passione, i tuoi occhi si sono aperti in quel momento. Tu, che prima sembravi acce­cato nel cuore, hai cominciato a vedere la luce dei sacramenti» [Sant’Ambrogio, De Sacramentis I, 3,15].

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La Speranza cristiana, poi, non è un immaginifico e obnubilante «Sol dell’ Avvenire» né il «glorioso futuro» predicato da tutti gli aspiranti dittatori di ogni tempo. Non è neppure un mondo nuovo forgiato dalla cultura di un dialogo fra falsi e imbonitori. Non è neppure, infine, il regno misericordiante che profeti di menzogna invocano, a piacimento e sempre più spesso a sproposito, sulle immani tragedie della Storia e l’immutabile lordura del mondo. La Speranza cristiana ha invece — come insegna Sant’Agostino d’Ippona — ancora un solo nome ha e un solo certo avvenire annuncia: Cristo!

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«E come è diventato la nostra speranza? Perché è stato tentato, ha patito ed è risorto. Così è diventato la nostra speranza. In lui puoi vedere la tua fatica e la tua ricompensa: la tua fatica nella passione, la tua ricompensa nella resurrezione. È così che è diventato la nostra speranza. Perché noi abbiamo due vite: una è quella in cui siamo, l’altra è quella in cui speriamo. Quella in cui siamo ci è nota, quella in cui speriamo ci è sconosciuta […]. Con le sue fatiche, le tentazioni, i patimenti, la morte, Cristo ti ha fatto vedere la vita in cui sei; con la resurrezione ti ha fatto vedere la vita in cui sarai. Noi sapevamo solo che l’uomo nasce e muore, ma non sapevamo che risorge e vive in eterno. Per questo Cristo è diventato la nostra speranza nelle tribolazioni e nelle tentazioni, ed ora siamo in cammino verso la speranza» [Enarrationes in Psalmos, 60, IV]. 

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La Carità cristiana, poi, non è un vacuo amalgama di buone intenzioni né il contenuto indifferenziato di una illusoria fraternità cosmica e, neppure, il precetto fondante di un mondano ordine globale, piacevolmente amoreggiante e lietamente intriso d’opere presunte come buone.

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Ancora, una volta, è sempre e solo il riconoscimento della Persona di Cristo che fonda e radica nell’umana vicenda l’unico ed essenziale Amore possibile: «Se non credi, infatti, non ami. Così, cominciando dalla fine e risalendo al principio, disse perciò l’Apostolo: Pace e carità, unita alla fede. Diciamo noi: Fede, carità e pace. Credi, ama, regna. Se infatti credi e non ami, non hai ancora diversificato la tua fede dalla fede di quelli che tremavano e dicevano: Sappiamo chi sei, il Figlio di Dio. Tu, perciò, ama; perché la carità unita alla fede stessa ti conduce alla pace. Quale pace? La pace vera, la pace piena, la pace reale, la pace sicura; dove non esiste sciagura, nemico alcuno. Questa pace è il fine di ogni buon desiderio. Carità unita alla fede; e sei vuoi dire così, dici bene. Fede unita alla carità» [Sant’Agostino, Sermones 168, II, 2, 9].

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Fede, Speranza e Carità, dunque, sole e solo in Cristo aprono all’umanità e alla Storia l’unico possibile orizzonte di Salvezza: «Se confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore, e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo» [Romani 10, 9].

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Chi dicono gli uomini, le folle che io sia? E voi, voi chi dite che io sia?

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La questione posta da Gesù di Nazareth non è solo essenziale ma altresì radicale e, per la sua stessa natura, oltremodo divisiva. Non è né una domanda aperta né un quesito a multiple choices. Al contrario, esige un’opzione radicale!

«Il cristianesimo afferma che per l’incarnazione del Figlio di Dio, per la sua morte e la sua risurrezione, per il mistero della fede e della grazia, a tutta la creazione è richiesto di rinunciare alla sua — apparente — autonomia e di mettersi sotto la signoria di una Persona concreta, cioè di Gesù Cristo, e di fare di ciò la propria norma decisiva» [Romano Guardini, Ibidem, p. 26].

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L’unica radice e fonte dell’annuncio cristiano non risiede in un ostentato pietismo e in una grottesca e ben pubblicizzata accozzaglia di buoni propositi per l’Umanità e l’umano.

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La Persona di Cristo — ebbene sì, diciamolo una volta e per tutte e con sano rigore intellettuale, ancor prima che cristiano! — è divisiva nella sua radicale verità su Dio e sull’uomo!

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«Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli. Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada. Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera: e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa» [Matteo 10, 32-36].

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L’originale radice e l’esclusiva fonte del Logos cristiano è, infatti, il Verbo stesso fatto carne e fatto sangue per la vita eterna e per la resurrezione finale.

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Chi dicono gli uomini, le folle che io sia? E voi, voi chi dite che io sia?

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Nei Vangeli in Marco e Matteo, la domanda segue il racconto della moltiplicazione dei pani, che è direttamente evocato agli ascoltatori: «Non ricordate? Quando spezzai i cinque pani per i cinquemila, quante ceste piene di frammenti portaste via?» [Marco 8, 19]; «Non capite ancora? Vi siete dimenticati dei cinque pani che bastarono per i cinquemila uomini e delle sporte che raccoglieste?» [Matteo 16, 9].

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In Luca, il racconto del medesimo evento precede immediatamente l’interrogativo di Gesù: «Allora Gesù, presi i cinque pani e i due pesci e levati gli occhi al cielo, li benedisse, li spezzò e li diede ai discepoli perché li distribuissero alla folla. Tutti mangiarono a sazietà e dei pezzi loro avanzati portarono via dodici ceste” [Luca 9, 16-17].

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In Giovanni, infine, non c’è l’esplicita domanda di Gesù, ma è messa in evidenza la reazione di “molti dei discepoli” all’annuncio  che: «chi si ciba della mia carne e beve il mio sangue, ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. La mia carne è infatti vero cibo e il mio sangue è vera bevanda» [Giovanni 6, 54-55]. «Da quel momento», infatti, «molti dei discepoli si ritrassero indietro e non camminavano più con lui» [Giovanni 6, 66]. Diviene, pure, una sfida aperta ai restanti: «Volete pure voi andarvene?» [Giovanni 6, 67].

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Chi dicono gli uomini, le folle che io sia? E voi, voi chi dite che io sia?

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La risposta a questa domanda risolve il conturbante dramma di ogni tempo umano, travagliato dal Male Assoluto e dal male individuale.

La risposta a questa domanda risolve le sconvolgenti tragedie che in ogni tempo e luogo sgorgano e sempre sgorgheranno dai limiti stessi dell’umana natura, decaduta e decadente, sempre esposta alle lusinghe della corruzione intellettuale e morale, e perennemente in balia «dell’omicida fin dal principio», «del menzognero e padre della menzogna» [Giovanni 8, 44] e del “principe di questo mondo” [Giovanni 14, 30].

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Gesù il Cristo pone se stesso e realmente nel suo Corpo donato e nel suo Sangue effuso — Corpo, Sangue, Anima e Divinità — ben al di là e al di sopra di ogni fisica legge, l’unico alimento di reale sussistenza per l’uomo e l’umanità e l’unica vera bevanda di liberazione e salvezza.

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Questo vero e solo Nutrimento, Gesù stesso invita i discepoli a invocare: «τὸν ἄρτον ἡμῶν τὸν ἐπιούσιον», il pane di noi ultra-sostanziale, «δὸς ἡμῖν σήμερον», tu da a noi quotidiano.

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«Dunque tutto abbiamo in Cristo […]» — scrive ancora Sant’Ambrogio — «e Cristo è tutto per noi. Se vuoi curare una ferita, egli è medico; se sei riarso dalla febbre, egli è la fonte; se sei oppresso dall’iniquità, egli è giustizia; se hai bisogno di aiuto, egli è la forza; se temi la morte, egli è la vita; se desideri il cielo, egli è la via; se fuggi le tenebre, egli è la luce; se cerchi cibo, egli è l’alimento» [De Virginitate, 99].

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Chi dicono gli uomini, le folle che io sia? E voi, voi chi dite che io sia?

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L’interrogativo di Gesù si colloca, poi, nel momento più drammatico della Rivelazione Divina. È l’interrogativo del vero Uomo e Unico Dio che «mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, rende duro il suo volto incamminandosi verso Gerusalemme» [Luca 9, 51].

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La risposta alla sua domanda, infatti, diventa sulla bocca del sommo Sacerdote lo stesso drammatico e tremendo atto d’accusa che conduce alla condanna a morte e alla spietata esecuzione sul patibolo della Croce: «Sei tu il Cristo, il Figlio di Dio? Rispose Gesù: Sono io! Allora il sommo sacerdote, stracciandosi le vesti, disse: Avete sentito la bestemmia, che ve ne pare? Tutti lo giudicarono reo di morte»[Marco 14, 61-64].

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Nel Mistero della Passione, Croce e Morte della Persona di Cristo, che si annichilisce «cum esset Deus» [Filippesi 2, 6] — non benché fosse ma mentre è Dio — infatti, «il soggetto che si annienta prendendo forma di servo non è il Cristo già incarnato, ma colui che è al di sopra del mondo, che si  trova nella forma di Dio» [Hans Urs Von Bathasar, Theologie der drei Tage, 1969, p. 37].

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«Gesù il Cristo», spiegava Sant’Atanasio, «ha assunto, essendo Dio, forma di servo e in forza di questa assunzione non sì innalzò, ma si abbassò. L’uomo, al contrario, aveva bisogno di essere innalzato a motivo della bassezza della carne e della morte. Egli patì come uomo nella sua carne la morte per noi, per presentarsi così al Padre nella morte in vece nostra e innalzarci assieme a lui all’altezza che gli compete dall’eternità» [Adversus Arium I, 40-41].

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Chi dicono gli uomini, le folle che io sia? E voi, voi chi dite che io sia?

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questa domanda con la sua risposta costituisce il cuore stesso del Vangelo, nella sua drammatica attualità: “Il tempo è compiuto, il regno di Dio è vicino. Convertitevi e credete al Vangelo” [Marco 1,15]. È questa domanda con la sua risposta l’unica e lecita esegesi di lettura di un «mistero che non è stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni come al presente è stato rivelato ai suoi santi apostoli e profeti per mezzo dello Spirito: che i Gentili cioè sono chiamati, in Cristo Gesù, a partecipare alla stessa eredità, a formare lo stesso corpo, e ad essere partecipi della promessa per mezzo del vangelo» [Efesini, 3, 5-6]. È questa domanda con la sua risposta l’atto fondante del Mistero Cristiano e anche il suo drammatico discrimine: «Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me, disperde» [Matteo 12, 30]. È questa domanda con la sua risposta la sola via di possibile Salvezza: «Se Cristo non è risorto, è vana la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati. E anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti. Se poi noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini. Ora, invece, Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti. Poiché se a causa di un uomo venne la morte, a causa di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti; e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo» [I Corinzi 15, 17-22].

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Chi dicono gli uomini, le folle che io sia? E voi, voi chi dite che io sia?

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La risposta a questo interrogativo esistenziale non lascia scampo! Heri, hodie et semperIl cristiano non crede per absurdum quia est absurdumIl cristiano crede rispondendo «Tu sei il Cristo, il Messia» [Marco 8, 29] perché in Gesù il Cristo ha incontrato, conosciuto e per questo creduto che in Lui e in Lui solo può trovare l’infinita e inesauribile dignità del suo essere-in ed essere-di Cristo.

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«Riconosci, o cristiano, la tua dignità, e, reso consorte della natura divina, non voler tornare all’antica bassezza con una vita indegna. Ricorda a quale Capo appartieni e di quale corpo sei membro. Ripensa che, liberato dal potere delle tenebre, sei stato trasferito nella luce e nel regno di Dio» [San Leone Magno, Sermo 21, 3].

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Chi dicono gli uomini, le folle che io sia? E voi, voi chi dite che io sia?

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Il cristiano non professa un vago teismo intellettuale, la cui divinità è un imprecisato essere supremo o un etereo valore trascendente.

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Il cristiano «crede fermamente e confessa apertamente che uno solo è il vero Dio, eterno e immenso, onnipotente, immutabile, incomprensibile e ineffabile, Padre, Figlio e Spirito Santo: tre Persone, ma una sola essenza, sostanza, cioè natura assolutamente semplice» [Concilio Lateranense IV, De fide catholica, 1].

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Il cristiano riconosce in Colui che si è rivelato a Israele come «Io sono colui che sono!» [Esodo 3, 14], il solo vero Dio, che è Dio dei Padri e, insieme, stringe un’alleanza di generazione in generazione, che stabilisce un «trono su amore e fedeltà» e fa «camminare un popolo alla luce del suo volto» [Salmo 89].

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Professando «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente!» [Matteo 16, 16] il cristiano riconosce «una verità fondamentale: “Abbiamo un Maestro. Più che un Maestro, un Emmanuele, cioè un Dio con noi; abbiamo Gesù Cristo! È impossibile, infatti, prescindere da Lui, se vogliamo sapere qualche cosa di sicuro, di pieno, di rivelato su Dio; o meglio, se vogliamo avere qualche relazione viva, diretta e autentica con Dio» [Paolo VI, Udienza Generale, 18 dicembre 1968].  

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Chi dicono gli uomini, le folle che io sia? E voi, voi chi dite che io sia?

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Il cristiano non aderisce a una imprecisata dottrina creazionistica che confonde l’immagine e somiglianza con Dio Creatore e Padre con una eguaglianza universalistica. Professa, invece, che solo il Figlio-Logos è immagine perfetta del Padre e la nostra

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«è una rassomiglianza imperfetta, quella per la quale l’uomo è detto a immagine e si aggiunge nostra perché l’uomo fosse immagine della Trinità; non uguale alla Trinità, come il Figlio al Padre, ma accostandosene per una certa rassomiglianza nel modo in cui degli esseri lontani sono vicini non per contatto spaziale, ma per imitazione. È questo che intendono significare le parole seguenti: “Trasformatevi rinnovando il vostro spirito ed ai suoi destinatari l’Apostolo dice anche: “Siate dunque imitatori di Dio, come figli dilettissimi. È all’uomo nuovo infatti che è detto: “Si va rinnovando in proporzione della conoscenza di Dio, conformandosi all’immagine di colui che l’ha creato”» [Sant’Agostino, De Trinitate, VII, 6.12].

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Chi dicono gli uomini, le folle che io sia? E voi, voi chi dite che io sia?

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Il cristiano non è tale perché aderisce a un imprecisato e cangiante codice di pii propositi e onesti comportamenti: «Abbiamo creduto all’amore di Dio, così il cristiano può esprimere la scelta fondamentale della sua vita. All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva» [Benedetto XVI, Deus Caritas Est, 1].

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Chi dicono gli uomini, le folle che io sia? E voi, voi chi dite che io sia?

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Il cristiano non fonda la sua Fede, la sua Speranza e la sua Carità su di un’ipotetica grande e universale fraternità, capace di generare tolleranza, verità e pace in un’indistinta melassa di religioni e culti dove non si tratta di abbandonare la propria fede  — come professano i teorici della Nuova Religione Universale — per esser parte di questa nuova e universale istituzione e dove si crede senza appartenere [cfr. Grace Davie, Believing without Belonging, in: Social Compass 37(4), 1990, 455-469].

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Il cristiano  tale è proprio perché confessa «Tu sei il Santo di Dio» [Giovanni 6, 69] riconoscendo di appartenere intimamente ed essenzialmente  al Corpo stesso di  Cristo «non soltanto perché ci ha fatti diventare cristiani, ma perché ci ha fatto diventare Cristo stesso. Di quale grazia ci ha fatto Dio, donandoci Cristo come Capo? Esultate, gioite, siamo divenuti Cristo. Se egli è il Capo, noi siamo le membra: siamo un uomo completo, egli e noi. […] Pienezza di Cristo: il Capo e le membra. Qual è la Testa, e quali sono le membra? Cristo e la Chiesa» (Sant’Agostino, In Iohannis evangelium tractatus, 21, 8].

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Chi dicono gli uomini, le folle che io sia? E voi, voi chi dite che io sia?

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La risposta a questa domanda rende essenziale e radicale l’inquietante dramma dell’essere cristiano, cioè essere di Cristo! Cioè della Sua Chiesa, della Chiesa di Cristo! E non la Chiesa di qualcun altro!

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Di fronte alle esecrabili malefatte di tanti e troppi dei suoi, persino più insigni e onorati figli, allo spergiuro orrendo di tanti e troppi di coloro che se ne proclamano servi, al complice silenzio e alle falsità abominevoli di tanti e troppi degli acclamati profeti e maestri del nuovo tempo, chi è di Cristo e della Chiesa trova ancora la Grazia di esclamare in cuor suo: «Che stupendo mistero! Vi è un solo Padre, un solo Logos dell’universo e anche un solo Spirito Santo, ovunque identico; vi è anche una sola Vergine divenuta Madre, e io amo chiamarla Chiesa» [Clemente d’Alessandria, Paedagogus, 1, 6, 42].

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Chi dicono gli uomini, le folle che io sia? E voi, voi chi dite che io sia?

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Fede, Speranza e Carità, sono per il cristiano l’esistenziale sua risposta alla Divina Rivelazione della Persona e del Nome per il quale «non vi è altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati» [Atti 4, 12] e alla quale  — come scrive dogmaticamente il Sacrosanto Concilio Vaticano II — «è dovuta l’obbedienza della fede, con la quale l’uomo gli si abbandona tutt’intero e liberamente prestandogli il pieno ossequio dell’intelletto e della volontà e assentendo volontariamente alla Rivelazione che egli fa» [Dei Verbum, 5].

Chi dicono gli uomini, le folle che io sia? E voi, voi chi dite che io sia?

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La risposta a questa domanda rivela l’essenziale, radicale, inquietante e drammatica scelta fra il credere e il non credere, fra il professare o il non professare, fra la fede in Cristo e il rinnegamento di Cristo.

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Da essa dipende, infatti, quel διχάζω — dividere in due, separare, e disunire — αφορίζω — distinguere, espellere, bandire — che sono verbi frequentemente utilizzati da Gesù nel suo quotidiano ammaestrare gli uomini e le folle, sopratutto nelle Parabole del Regno, per indicare il tragico destino dell’esigente, e per nulla a buon prezzo, risposta che questa domanda esige.

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Dividere in due, separare, disunire, distinguere, espellere, bandire: i verbi del giudizio definitivo su chi nega di rispondere alla domanda di Cristo.

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Verbi che i Vangeli mettono sulle labbra dello Sposo non atteso dalle vergini stolte [Matteo 25, 1-13]; dello Sposo di cui si rifiuta l’invito [Luca 14, 16-24] o che gli invitati deludono per la negligenza dell’abbigliamento  [Matteo  22, 1-14]; dell’Uomo disilluso dalle capacità dei suoi servi di far fruttare i suoi beni [Matteo 25, 14-30] ; del Proprietario del campo che attende pazientemente che il buon grano cresca insieme alla zizzania, prima che questa sia gettata nel fuoco che divora [Matteo 13, 24-30]; del Pescatore nella cui rete s’impigliano pesci cattivi che saranno divisi dai buoni «per essere gettati nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti» [Matteo 13, 47-50]; e del Giudice Eterno il cui implacabile giudizio si conclude con due separati e separanti verdetti: «E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna» [Matteo 25, 46].

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Chi dicono gli uomini, le folle che io sia? E voi, voi chi dite che io sia?

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La risposta a questa domanda non suscita né fatuo gaudium né un’ammorbante laetitia! L’incontro con il Cristo di Dio è sempre e solo una grazia a caro prezzo! Il caro prezzo della sola santificante Verità!

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La risposta a questa domanda esige una risposta a caro prezzo per una grazia che, come scriveva il teologo luterano Dietrich Bonhoefer, «non è mai una Grazia a buon prezzo».

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Chi dicono gli uomini, le folle che io sia? E voi, voi chi dite che io sia?

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Nell’apostasia sempre più diffusa che afferra come un morbo pestifero la Chiesa Cattolica dal suo vertice gerarchico come fra sempre più numerosi dei suoi ministri, dimentichi di essere  stati costituiti solo quali cooperatores Veritatis e non come novatores Veritatis questa domanda del Figlio di Dio, del Gesù di Nazareth della Storia e dei Vangeli esige, oggi più che mai, una risposta sola e univoca, senza esitazioni e tentennamenti davanti al sempre più tragico «conformarsi alla mentalità di questo mondo» che rende urgente per la Chiesa intera la necessità di «rinnovare la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto» [Romani 12, 2]. Si tratta, in verità, di affrontare una grazia a caro prezzo, che sola, tuttavia, può essere liberante e salvifica.

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Chi dicono gli uomini, le folle che io sia? E voi, voi chi dite che io sia?

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Risuonino a Roma in questi giorni – speriamo e preghiamo – le profetiche parole di Bonhoefer quando inutilmente avvertiva la sua Chiesa luterana, ma con essa l’intera cristianità, dal rischio esiziale di silenziare questa esistenziale, radicale, inquietante e drammatica Verità di «Cristo, Figlio del Dio vivente» [Matteo 16, 16].

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L’intero e fedele Corpo di cui Cristo il Vivente è solo Capo ne sia ammonito: senza una coraggiosa e risolutiva risposta — a caro prezzo — all’interrogativo di Gesù svanisce lo stesso Logos della nostra Fede, della nostra Speranza, della nostra Carità.

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«Un popolo era divenuto cristiano, luterano, ma sacrificando il desiderio di seguire Gesù; lo era divenuto a poco prezzo. La grazia a buon prezzo aveva vinto. Ma lo sappiamo che questa grazia a buon prezzo è stata estremamente spietata verso di noi? Il prezzo che oggi dobbiamo pagare con la rovina delle chiese istituzionali non è forse la conseguenza necessaria della grazia acquistata troppo a buon prezzo? Predicazione e sacramenti venivano concessi ad un prezzo troppo basso; si battezzava, si cresimava, si dava l’assoluzione a tutto un popolo senza porre domande e senza mettere condizioni; per amore umano le cose sacre venivano dispensate a uomini sprezzanti e increduli; si distribuivano fiumi di grazia senza fine, mentre si udiva assai raramente l’invito a seguire Gesù con impegno. […] Quando mai il mondo fu cristianizzato in maniera più orrenda e funesta? Che cosa sono le tre migliaia di Sassoni uccisi da Carlo Magno fisicamente di fronte ai milioni di anime uccise oggi? Si è realizzato sopra di noi l’ammonimento che i peccati dei padri saranno puniti sopra i figli fino alla terza e quarta generazione. La grazia a buon prezzo si è mostrata alquanto spietata verso la nostra chiesa evangelica. E spietata la grazia a buon prezzo lo è stata pure verso la maggior parte di noi personalmente. Non ci ha aperta la via verso Cristo, ma anzi l’ha bloccata. Non ci ha invitati a seguirlo, ma ci ha induriti nella disobbedienza. O non era forse spietato e duro se, dopo aver sentito l’invito a seguire Gesù come invito della grazia, dopo aver, forse, osato una volta fare i primi passi sulla via che ci portava a seguirlo nella disciplina dell’obbedienza al suo comandamento, fummo colti dalla parola della grazia a buon prezzo? […] Il lucignolo fumante fu spento in maniera spietata. Era spietato parlare in questo modo ad un uomo, perché egli, turbato da un’offerta così a buon prezzo, necessariamente lasciava la via alla quale era chiamato da Gesù, perché ora voleva afferrare la grazia a buon prezzo che gli precludeva per sempre la possibilità di riconoscere la grazia a caro prezzo. Non poteva essere diversamente; l’uomo debole, ingannato, possedendo la grazia a buon prezzo doveva sentirsi improvvisamente forte, mentre, in realtà, aveva perduto la forza di obbedire, di seguire Gesù. La parola della grazia a buon prezzo ha rovinato più uomini che non qualunque comandamento di buone opere» [Dietrich Bonhoefer, Nachfolge, 2007, p. 51-55].

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 da Aquisgrana all’Isola di Patmos, 20 febbraio 2019

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* Sotto lo pseudonimo di Carlo Magno si cela un battezzato cattolico, giurista, politologo, filosofo, esperto di relazioni internazionali e diplomatiche che per lunghi anni ha ricoperto numerosi alti uffici in importanti organizzazioni internazionali inter-governative.  

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Decadenza&Dintorni: «Siamo l’esercito (clericale) del selfie» tra migranti e spilline

visita il blog personale di Padre Ivano

— Attualità ecclesiale —

DECADENZA&DINTORNI: «SIAMO L’ESERCITO (CLERICALE) DEL SELFIE» TRA MIGRANTI E SPILLINE … 

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Il 16 febbraio sul sito di Avvenire compare la seguente notizia: «Migranti. Il selfie del Papa con la spilla “Apriamo i porti!”». Dinanzi a quell’annuncio ed a quelle immagini qualcuno ha fatto giustamente notare che oggi, tra tante cose da aprire, il Vangelo ha la priorità, specialmente in certe curie, conventi, monasteri o seminari …

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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L’esercito del selfie –  un palcoscenico sul quale i preti non dovrebbero trovarsi a loro agio [per aprire cliccare sull’immagine]

Come sacerdote trovo sempre difficile da applicare un passo del Vangelo di Matteo:

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«State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli. Dunque, quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà» [Mt 6,1-3].

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Si sa: l’uomo è vanaglorioso e come tale trova sempre grande difficoltà ad operare gratuitamente. E il sacerdote resta, fino a non facile prova contraria, un uomo con tutti i suoi difetti. Praticando il bene c’è sempre la tentazione di un tornaconto personale, anche quando non c’è una ricompensa monetaria, il guadagno si può sempre lucrare in fama, in prestigio, in visibilità e, naturalmente, in like.

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Possiamo forse sprecare tanto ben di Dio? Certo che no. Così oggi, noi preti, non cerchiamo più anime da salvare ma like da collezionare. Presto detto: abbiamo compiuta un’azione di carità? Ecco pronta la foto su Instagram! Un politico che detesto ha espresso un parere? Non indugio a castigarlo andando giù duro di Twitter! Individuo la foto di un prete in pianeta e manipolo? Ecco già pronto il commento sprezzante e sarcastico su Facebook o sul blog di turno!

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Roma, 25 gennaio 2019: Ivano Liguori e Ariel S. Levi di Gualdo, le immagini dove i sacerdoti si sentono a proprio naturale agio …

Gli esempi si potrebbero moltiplicare, ma la sostanza di fondo rimane sempre la stessa: siamo felici di aver praticato la nostra giustizia, quella che piace tanto al mondo. E per quanto mi dolga a dirlo, agendo a questo modo noi preti non siamo più pescatori di uomini, come il beato apostolo Pietro [cf. Mt 4, 19], ma pescatori di followers. Siamo davvero saturi di preti internettiani che ricercano visibilità: James Martin — noto apostolo del mondo arcobaleno e della Chiesa in uscita — Alex Zanotelli, Giorgio De Capitani, Mauro Leonardi e altri ancora che si arrampicano sulla scalata della notorietà, semmai per raggiungere la fama di vere e proprie star: Antonio Mazzi e Luigi Ciotti.

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Lungi il provare invidia o risentimento per questi confratelli, che in me suscitano solo sconforto, avendo scelto di percorrere uno stile sacerdotale non conforme ma molto comune al giorno d’oggi; uno stile che Gesù non condivide assolutamente, perché la platealità non rientra tra le caratteristiche del discepolo. Infatti, il far parlare di sé, non costituisce mai una scelta saggia [cf. Lc 6,26]. Il sacerdote, deve esercitarsi in una trasparenza dietro la quale deve manifestarsi Cristo; e questo genere di cammino di perfezione, richiede tutta una vita.

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I vecchi Florilegi di santità che venivano letti nei conventi durante i pasti del tempo quaresimale, custodivano una bella espressione: «Egualmente insensibile alle lodi e ai disprezzi». Perché questo è l’uomo illuminato da Dio, che si dimostra trasparente e insensibile a ciò che può costituire un merito o un demerito. Ciò non vuol dire disprezzare i doni o i carismi personali, anzi è più che mai  doveroso riconoscere che quanto posseggo non mi appartiene ma è grazia di Dio, quindi non posso vantarmene; il tutto è scritto e spiegato nella celebre parabola dei talenti [cf. Mt 25, 14-30]. Le stesse critiche non sono la parola definitiva di Dio sulla mia esistenza, quindi sono ininfluenti.

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Condivido il pensiero del Card. Robert Sarah quando dice:

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«Più siamo rivestiti di gloria e di onore, più siamo elevati in dignità, più siamo investiti di responsabilità pubbliche, di prestigio e di incarichi nel mondo, come laici, sacerdoti o vescovi, e più dobbiamo progredire nell’umiltà e coltivare con cura la dimensione sacra della nostra vita interiore cercando costantemente di vedere il volto di Dio nella preghiera, nell’orazione, nella contemplazione e nell’ascesi. Può succedere che un sacerdote buono e pio, una volta elevato alla dignità episcopale, cada rapidamente nella mediocrità e nella preoccupazione di avere successo negli affari del mondo. […] Manifesta nel suo essere e nelle sue opere una volontà di promozione, un desiderio di prestigio e una degradazione spirituale. Finisce per nuocere a se stesso e al gregge di cui lo Spirito Santo lo ha stabilito custode per pascere la Chiesa di Dio, che si è acquistata col sangue del proprio Figlio. Corriamo tutti il pericolo di essere monopolizzati dagli affari e dalle preoccupazioni del mondo se trascuriamo la vita interiore, la preghiera, l’orazione, lo stare ogni giorno faccia a faccia con Dio, l’ascesi necessaria a ogni contemplativo e a ogni persona che vuole vedere l’Eterno e vivere con Lui» [cf. Robert Sarah, La forza del silenzio, Cantagalli, 2017, pp. 35-36].

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Roma, 25 gennaio 2019: Ivano Liguori e Ariel S. Levi di Gualdo, le immagini dove i sacerdoti si sentono a proprio naturale agio …

Il 16 febbraio sul sito di Avvenire compare questa notizia: «Migranti. Il selfie del Papa con la spilla “Apriamo i porti!”» [vedere QUI]. Annuncio e immagini dinanzi alle quali qualcuno ha fatto giustamente notare che oggi, tra tante cose da aprire, il Vangelo ha la priorità, specialmente in certe curie, conventi, monasteri o seminari …

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La notizia è però un clickbait molto ben riuscito, il web impazzisce per certe cose ed il chef executive officer la fa da padrone, insomma: bel colpo Avvenire! Tralasciando il titolo a grande effetto, la notizia che segue riporta che don Nandino Capovilla si è avvicinato al Sommo Pontefice durante l’incontro sulle Migrazioni a Sacrofano e, tra saluti e baci, il Santo Padre ha notato la spilletta «Apriamo i porti!» in mano al sacerdote e, gradendo la cosa, si è prestato per fare un selfie con lui [cf. QUI, QUI, QUI, QUI].

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Chiedo scusa a tutti: temo di avere sicuramente bisogno di molta conversione, forse anche di un buon collirio per gli occhi, perché io non riesco proprio a cogliere un messaggio evangelico in tutto ciò. O meglio: il messaggio c’è, ed è evidente che c’è, però è politico e sociale. L’inizio di una giustizia umana che si vuole realizzare attraverso le logiche del mondo.

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Il sacerdote così commenta il selfie sul suo profilo Facebook:

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Saliamo sui tetti! Coraggiosamente papa Francesco non perde occasione, taglia corto con le esortazioni scontate. Si concede una foto che rilancia quell’apriamo i porti che sta unendo cittadini dal nord al sud del Paese e che per i cristiani è obbligo evangelico per essere liberi dalla paura. Da questo titolo del meeting nazionale della Chiesa italiana Francesco è partito per denunciare e rilanciare: “La paura è l’origine di ogni schiavitù e di ogni dittatura. Sulla paura del popolo cresce la violenza dei dittatori. Noi rinunciamo all’incontro con l’altro per erigere barriere: questo non è umano. Chi ha avuto la forza di vincere la paura oggi è invitato a salire sui tetti e invitare gli altri a fare altrettanto”.

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È vero: bisogna salire sui tetti, sono con te don Nandino, ma sui tetti io ci salgo per annunciare il Vangelo, la Parola di Dio. E detto questo posso informarti che non ho visto molte spilline nell’ospedale dove sono cappellano con su scritto «no aborto!», «viva l’obiezione di coscienza!». Neppure ho visto nelle parrocchie spille inneggianti la famiglia tradizionale, la fedeltà coniugale, la fedeltà al celibato sacerdotale, la difesa delle donne di strada, la tutela dei malati terminali e degli anziani allettati e via dicendo … ma l’elenco potrebbe ancora continuare. E quando eventi di questo genere accadono, sono sempre per mano di laici che vengono subito tacciati di tradizionalismo, di fascismo e di bigottismo. Forse, a differenza di noi preti, loro hanno ancora qualcosa di aperto … il cuore.

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Roma, 25 gennaio 2019: Ivano Liguori e Ariel S. Levi di Gualdo, le immagini dove i sacerdoti si sentono a proprio naturale agio

Noi preti abbiamo sempre più bisogno dei selfie per agire e trovare il coraggio, perché ormai il Vangelo non ci pungola più ed è lettera morta. Se per sbaglio lo citiamo, spesso accade che si tratta solo dell’edizione riveduta secondo l’interpretazione de Il Manifesto di Marx ed Engels o del sunto delle Tesi di Martin Lutero.

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Caro don Nandino, sono certo che nella tua comunità svolgi un servizio encomiabile, ma la prossima volta evita i selfie e la pubblicità, perché non sono necessari. Il tuo sacerdozio è già convincente così, senza queste cose, perché si basa sulla exousia [autorità, autorevolezza] di Cristo. È poi bene ricordare che quando San Giuseppe Cafasso passava tra i muratori, carcerati, condannati a morte e povera gente del suo tempo, dubito che ricercasse visibilità, tanto meno si lasciava inebriare dal sacro fuoco dell’entusiasmo che può scottare malamente.

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Il tuo servizio sacerdotale è prezioso, svolgilo pertanto annunciando Cristo, se lo farai scoprirai che le persone ti cercheranno non perché sei un giusto secondo il pensiero del mondo, ma perché hanno incontrato un ministro di Dio che accoglie, riconcilia, sfama con l’Eucaristia, insegna a pregare e a piegare le ginocchia davanti a una maestà superiore a quella dei social network: il Santissimo Sacramento.

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Cagliari, 18 febbraio 2019

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L’ESERCITO DEL SELFIE
[ Tagagi & Ketra ]
Hai presente la luna il sabato sera 
Intendo quella vera, intendo quella vera
Hai presente le stelle, le torri gemelle 
Quelle che non esistono più ,quelle che non esistono più
E se ti parlo di calcio 
E se ti suono un po’ il banjo 
Dici che sono depresso, che non sto nel contesto, che profumo di marcio 
Ma se ti porto nel bosco 
Mi dici portami in centro 
Perché lì non c’è campo, poi vai fuori di testa come l’ultima volta
Siamo l’esercito del selfie 
Di chi si abbronza con l’iPhone 
Ma non abbiamo più contatti 
Soltanto like a un altro post 
Ma tu mi manchi 
Mi manchi 
Mi manchi 
Mi manchi in carne ed ossa 
Mi manchi nella lista 
Delle cose che non ho, che non ho, che non ho
Hai presente la notte del sabato sera 
Intendo quella nera, intendo quella nera
Hai presente la gente che corre in mutande 
Dici che non esistono più, dici che non esistono più 
E se ti parlo di sesso 
Carta forbice o sasso 
Dici che sono depresso, che non sto nel contesto, che profumo di marcio 
Ma se ti porto nel parco 
Mi dici portami in centro 
Perché lì non c’è campo, poi vai fuori di testa come l’ultima volta
Siamo l’esercito del selfie 
Di chi si abbronza con l’iPhone 
Ma non abbiamo più contatti 
Soltanto like a un altro post 
Ma tu mi manchi 
Mi manchi 
Mi manchi 
Mi manchi in carne ed ossa (mi manchi in carne ed ossa) 
Mi manchi nella lista (mi manchi nella lista) 
Delle cose che non ho, che non ho, che non ho (che non ho)
Siamo l’esercito del selfie 
Di chi si abbronza con l’iPhone 
Ma non abbiamo più contatti 
Soltanto like a un altro post 
Ma tu mi manchi 
Mi manchi 
Mi manchi 
Mi manchi in carne ed ossa (mi manchi in carne ed ossa) 
Mi manchi nella lista (mi manchi nella lista) 
Delle cose che non ho, che non ho, che non ho (che non ho)
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[Compositori: Alessandro Merli / Fabio Clemente / Tommaso Paradiso]

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L’invito di Cristo ad accogliere il dono di quella felicità che diviene beatitudine eterna

L’angolo dell’omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

L’INVITO DI CRISTO AD ACCOGLIERE IL DONO DI QUELLA FELICITÀ CHE DIVIENE BEATITUDINE ETERNA

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Le parole del filosofo francese Blaise Pascal sembrano adatte al nostro essere testimoni di beatitudine: «La felicità non è né noi, né fuori di noi: è in Dio, ossia fuori e dentro di noi».

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Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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PDF  articolo formato stampa
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Cari fratelli e sorelle,

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Salvador Dalì, L’annuncio, opera realizzata in occasione dell’apertura del Concilio Vaticano II

in questa VIª domenica del tempo ordinario la Liturgia della Parola ci offre il testo lucano del Vangelo delle Beatitudini [vedere testo della Liturgia della Parola, QUI].

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Ci sono pagine evangeliche che sono eterne e che per questo conosciamo a memoria, eppure, ogni volta che le ascoltiamo, ci emozionano e ci donano sempre qualcosa di nuovo e spesso di inaspettato. Dio vede la nostra realtà secondo una visione di eterno presente simultaneo: per ciò, ogni volta che ci parla nella Sua Parola ispirata, nel nostro adesso quotidiano, nel nostro istante che sembra insignificante lo riempie del suo amore tenero ed eternamente vero e presente.

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Il brano delle beatitudini lucane ci ricorda innanzitutto in che cosa consiste una delle più grandi ricerche dell’uomo: la ricerca della felicità.

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Salvador Dalì, Le tentazioni di Sant’Antonio

Nella dichiarazione degli Stati Uniti d’America i padri fondatori, insieme a Thomas Jefferson, il 15 settembre 1787 dichiararono che la ricerca della felicità è una verità per sé stessa evidente. Con il linguaggio filosofico diremmo che la ricerca della felicità è un assioma, qualcosa di talmente evidente da non poter essere confutato. Questo testo ha ispirato anche un bellissimo film, che consiglio a tutti di vedere, proprio intitolato La Ricerca della Felicità, di Gabriele Muccino con Will Smith e il piccolo Jaden Smith. Il film rappresenta la storia del broker statunitense Chris Gardner, che ridotto sul lastrico a causa di una serie di imprevisti esistenziali e lavorativi, trova la forza insieme al suo piccolo figlio Christopher di rimboccarsi le maniche e ricostruire tutto. Insieme i due Gardner iniziano il loro cammino verso la felicità. Una delle frasi più belle del film è quella che papà Chris dice al piccolo Christopher:

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«Non permettere mai a nessuno di dirti che non sai fare qualcosa. Neanche a me. Ok? Se hai un sogno tu lo devi proteggere. Quando le persone non sanno fare qualcosa lo dicono a te che non la sai fare. Se vuoi qualcosa, vai e inseguila. Punto».

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Con queste beatitudini il Signore ci vuole mostrare qual è il cammino che ha preparato per noi, affinché possiamo raggiungere la felicità non semplicemente con un posto di lavoro, come accadeva a Gardner in questo film. La felicità non è il denaro: non è solo materialità ma al tempo stesso non è nemmeno astrattezza. Il Signore ci insegna infatti che la felicità è beatitudine.

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Salvador Dalì, la visione dell’Inferno concessa dalla Vergine Maria ai pastorelli di Fatima

L’invito di Gesù alla beatitudine ha un fondamento spirituale e umano al tempo stesso: innanzitutto perché è sempre il Signore che aiuta ogni uomo a vivere le singole beatitudini. In secondo luogo perché, ogni beatitudine, consiste in una condizione reale di precarietà da cui sgorga un atto d’amore concreto donato da Dio al suo credente.

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Dalla povertà materiale e spirituale, per grazia si ottiene il regno di Dio, cioè l’essere a contatto intimo con Lui in ogni momento in quanto battezzati e figli di Dio. Dalla fame dell’Amore Trinitario, il Signore ci dona la sazietà dello Spirito Santo quando siamo cresimati. Dal pianto disperato di chi ha peccato, il Signore dona il Sorriso di chi è stato perdonato nella confessione sacramentale. E infine, Gesù, si ricorda anche di coloro che sono nella lacerazione, divisione e persecuzione più profonda a causa del Suo Santo Nome. Qui Gesù si rivolge ai martiri: sia coloro che oggi perdono ancora la vita perché uccisi in odium fidei, come avvenuto di recente in Francia con l’assassinio sull’altare del padre Jacques Hamel, sia per coloro che vivono un martirio bianco perché isolati dai parenti, amici e confratelli, fino a quasi alla rimozione del legame di parentela sempre per causa del Vangelo di Gesù Cristo e per amore della Chiesa.

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Ai martiri è preparata una grande ricompensa: la visione immediata in Paradiso dell’Amore di Dio, senza doversi purificare ulteriormente, per i martiri nel Sangue. La capacità di avere uno sguardo autentico sull’amore di Dio che si fa Pane Eucaristico, per i martiri bianchi.

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Al contrario, i tre «guai» che Gesù rivolge a ricchi, sazi e color che ridono riflettono come una falsa felicità può radicarsi nell’uomo: una felicità che non viene da Dio, ma dal denaro, dalla sazietà sessuale smodata e disordinata o dall’esercizio di un potere che irride l’autorità di Dio e i suoi precetti. Quei guai mettono in guardia ancora oggi. È bene educarsi a stare lontani da questi atteggiamenti e comportamenti che ci riempiono di effimero svuotandoci dell’unico tesoro vero: la presenza di Dio.

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Salvador Dalì, L’ultima cena

La ricerca della felicità nelle beatitudini descritte da Gesù è una meta raggiungibile tutti i giorni. Nei Sacramenti, come ho già detto. Ma anche perché sappiamo essere noi coloro che annunciano la fede che non è stasi passiva, ma cammino continuo verso ciò che ci dona senso di una felicità profonda.

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Le parole del filosofo francese Blaise Pascal sembrano davvero adatte al nostro essere testimoni di beatitudine: «La felicità non è né noi, né fuori di noi: è in Dio, ossia fuori e dentro di noi».

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Quindi insieme, cari fratelli e sorelle, chiediamo al Signore di assimilare sempre di più queste parole eterne. Tutti i giorni possiamo essere alla scuola della beatitudine. Con uno sguardo contemplativo, chiediamo di trovare nel raggio di sole che illumina la nostra finestra, il segno del Signore che vuole renderci eternamente felici perché beati.

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Così sia!

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Roma, 16 febbraio 2019

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I blog personali dei Padri de L’Isola di Patmos

Club Theologicum

il blog di Padre Gabriele

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