«Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date». XXVII giornata mondiale del malato

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— Pastorale sanitaria —

«GRATUITAMENTE AVETE RICEVUTO, GRATUITAMENTE DATE». XXVII GIORNATA MONDIALE DEL MALATO

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Guardando all’esempio della Santa Madre Teresa di Calcutta, motivo ispiratore della Giornata Mondiale del Malato in quest’anno che si celebrerà solennemente a Calcutta, l’assistenza all’infermo può essere efficace solo se prima pieghiamo le ginocchia e impariamo a dialogare adoranti davanti al Santissimo Sacramento. 

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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Santa Teresa di Calcutta

Il tema della XXVIIª Giornata del Malato di quest’anno è incentrato sulla gratuità e sulla logica del dono, seguendo il riferimento evangelico del Vangelo di San Matteo [cf. 10, 8]. Nel suo messaggio di saluto il Santo Padre sottolinea come il dono della vita implichi il riconoscimento della gratuità e che la stessa cura e tutela della vita umana nel tempo della malattia si può svolgere solo nella donazione totalizzante della propria persona a somiglianza del Buon Samaritano [testo ufficiale, QUI]. Tale suggerimento del Pontefice ci permette di poter ampliare il discorso attraverso alcune riflessioni molto importanti.

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I

IL PRIMATO DEL DIO DELLA VITA

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Santa Teresa di Calcutta

Anzitutto, riconoscere la vita come dono significa riconoscerne il vero donatore che è Dio. San Giacomo, nella sua lettera, ci dice che «ogni buon regalo e ogni dono perfetto vengono dall’alto e discendono dal Padre» [cf. Gc 1,17], questo primo riferimento ci mostra bene come Dio, in quanto vero padre, è anche vero autore del dono della vita. Infatti, l’atto creativo di Dio, è legato intimamente alla sua paternità e tale atto non può essere compreso senza questa categoria. Il Dio di Gesù Cristo non assomiglia per nulla al freddo demiurgo presentato da Platone nel Timeo; non è neanche l’artefice dell’universo dei culti gnostici o il distaccato grande orologiaio tanto caro all’Illuminismo. L’atto creatore di Dio è un atto paterno ed egli crea comunicando se stesso, la sua paternità [cf. At 17,28].

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Da queste prime considerazione, è facile affermare come la vita implichi, per essere generata, di una figura paterna e materna — sebbene oggi quest’evidenza stia attraversando una crisi profonda —. La Sacra Scrittura, molto saggiamente, insegna che Dio si rende conoscibile all’uomo sia come padre che come madre [cf. Ef 3,14; Is 49,14-15].

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Il primato paterno di Dio su ogni vita, interpella l’uomo a diventarne il custode [cf. Gn 2,15; 4,9] e a tutelarla di fronte alla cultura dello scarto, della violenza e dell’indifferenza che è frutto dell’individualismo e della frammentazione sociale contemporanea.

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Santa Teresa di Calcutta

Il dialogo che il Santo Padre sottolinea esser necessario come presupposto del dono, non deve ridursi solo alla dimensione orizzontale della fraternità tra gli uomini, ma anzitutto deve raggiungere il verticalismo dell’incontro con Dio. È quindi necessario sollevare la testa verso il Signore per poter essere sicuri di vedere l’uomo per ciò che è, e così condurlo a salvezza.

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Il mistero dell’incarnazione è proprio l’esempio di come la relazione verticale divina si umilia per raggiungere l’orizzontalità della natura umana bisognosa di guarigione e risurrezione [cf. Fil 2,7]. Sicché il dialogo è fecondo, solo se accettiamo la sfida del dialogo con Dio e l’accoglienza del Verbo di Dio fatto uomo, che ci rivela la definitiva paternità di Dio datore di una vita in abbondanza [cf Gv 10,10]. Senza il dialogo con il Signore, il confronto tra gli uomini rischia di fermarsi all’utopia, all’ideologia politica, alla demagogia, alla logica dell’utilitarismo e del mercato, alla strategia aziendale, alle nuove dottrine etiche spersonalizzanti; e oggi purtroppo l’ambito della sanità paga lo scotto di questa tipologia di “pacati” e “fraterni confronti”.

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II

LA CHIESA, GREMBO MATERNO DEL DIALOGO E DELLA CURA

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Santa Teresa di Calcutta

È nella Chiesa che si attua il riconoscimento di quella fraternità che ci viene concessa nell’essere figli attraverso il Figlio. Se Cristo non si fosse fatto solidale con l’uomo fino al dono totale di sé, la condizione umana sarebbe stata caratterizzata da tante individualità smarrite e frammentate [cf. Mc 6,34]. È nella Chiesa che lo Spirito Santo — che è Signore e dà la vita — educa i figli di Dio all’unità e alla reciproca assistenza [cf At 4,32] e gli abilità a partecipare del dono della vita come rapporto fecondo con Dio e come collaborazione alla sua paternità. È ancora nella Chiesa che troviamo il grembo materno che ha nel fonte battesimale il luogo liturgico in cui gustiamo una nuova fraternità che risplende della dignità dei figli beneamati dal Padre [cf. Mc 1,11].

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La Chiesa, davanti al mondo, diventa perciò il vessillo di quell’amore prioritario e misericordioso che si rende concreto solo nell’obbedienza al comando del Figlio di Dio e nostro fratello Gesù Cristo: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» [Mt 28,18-20].

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Il mandato di Cristo, alla fine del primo Vangelo, lungi dall’essere propaganda al proselitismo, è garanzia di una continua assistenza fraterna alla Chiesa, è dono di grazia che dispone il cristiano a lasciarsi salvare e guarire imparando la docilità alla volontà di Dio che in Maria — Salus Infirmorum — ha il suo esempio più fulgido e sicuro.

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Cagliari, 11 febbraio 2019

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«Non sia turbato il vostro cuore» [Gv 14,1]. Dai proclami sulla “Chiesa in uscita” al proclama del manifesto della fede del Cardinale Gerhard Ludwig Müller

— gli ospiti illustri de L’Isola di Patmos —

«NON SIA TURBATO IL VOSTRO CUORE» [GV 14,1]. DAI PROCLAMI SULLA “CHIESA IN USCITA” AL PROCLAMA DEL MANIFESTO DELLA FEDE DEL CARDINALE GERHARD LUDWIG MÜLLER

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Molti si chiedono oggi per quale motivo la Chiesa esista ancora se gli stessi vescovi preferiscono agire da politici piuttosto che da maestri della fede proclamare il Vangelo. Lo sguardo non deve soffermarsi su questioni secondarie, ma è più che mai necessario che la Chiesa si assuma il suo compito proprio. Ogni essere umano ha un’anima immortale, che alla sua morte si separa dal corpo, però con la speranza della risurrezione dei morti. La morte rende definitiva la decisione dell’uomo a favore o contro Dio. Tutti devono affrontare il giudizio personale subito dopo la morte.

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Autore
Redazione dell’Isola di Patmos

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… un futuro lontano o molto vicino?

Più che una «Chiesa in uscita», a volte la nostra Santa Madre pare una «Chiesa in liquidazione» a saldi di fine stagione.

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I Padri de L’Isola di Patmos, accomunati dalla profonda stima che tutti nutrono verso il Cardinale Gerhard Ludwig Müller, sono rimasti anzitutto colpiti da un’espressione che per loro è un lamento scambiato da tempo e con sempre maggior frequenza tra confratelli che svolgono il sacro ministero sacerdotale, nell’adempimento del quale si sono più volte rammaricati scambiandosi proprio quella frase che spicca sin dalle prime righe del testo scritto dal Prefetto emerito della Congregazione per la dottrina della fede: «Oggi molti cristiani non conoscono più nemmeno i fondamenti della fede».

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Coloro che nella cosiddetta «Chiesa ospedale da campo» ci vivono, svolgendo spesso servizio d’emergenza al pronto soccorso dove giungono i casi più disparati e spesso anche più gravi, devono fronteggiarsi tutti i giorni con un numero sempre più elevato di fedeli che non conoscono più i fondamenti della fede cattolica, che non hanno alcuna giusta percezione dei Sacramenti di grazia, che da anni non si confessano e che non sanno confessarsi, che non conoscono le preghiere. Ma soprattutto, ogni giorno, si devono confrontare con fedeli che in numero terribilmente elevato parlano e vivono il peggiore linguaggio di questo mondo con totale disinvoltura. Aborto: «Beh, una ragazzina di sedici anni che ha un incidente di percorso, può forse diventare mamma a quell’età?». Vita e malattia: «Perché non dare una dolce e dignitosa morte ad una persona che soffre per una malattia incurabile, serve forse a qualche cosa farla soffrire inutilmente?». Vita affettiva: «Siamo stati noi genitori, i primi a raccomandare ai nostri figli, prima di sposarsi, di andare a convivere per qualche anno, affinché sperimentassero se veramente stanno bene assieme, o forse il matrimonio deve essere un salto nel buio?».

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Questi, come tanti fedeli che ragionano così sui diversi aspetti morali e spirituali, sono persone che in genere non si confessano, perché affermano anzitutto di non avere peccati da confessare, però vanno a ricevere la Santa Comunione, senza avere la conoscenza e la chiara percezione di che cosa veramente e realmente sia la Santissima Eucaristia.

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Solo queste poche parole introduttive sono sufficienti per chiarire quanto i Padri de L’Isola di Patmos abbiano accolto e tanto apprezzato questo scritto contenente le parole che da tempo si vanno ripetendo tra di loro con grande pena e rammarico: oggi è necessario ripartire da una parte con le missioni per una nuova evangelizzazione delle nostre popolazioni, dall’altra con i fondamenti del Catechismo della Chiesa Cattolica.

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il Cardinale Gerhard Ludwig Müller

Dinanzi a una sempre più diffusa confusione nell’insegnamento della fede, molti vescovi, sacerdoti, religiosi e laici della Chiesa cattolica mi hanno invitato a dare pubblica testimonianza verso la Verità della rivelazione. È compito proprio dei pastori guidare gli uomini loro affidati sulla via della salvezza, e ciò può avvenire solamente se tale via è conosciuta e se loro per primi la percorrono. A proposito ammoniva l’Apostolo:

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«A voi infatti ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto» (1 Cor 15,3).

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Oggi molti cristiani non conoscono più nemmeno i fondamenti della fede, con un pericolo crescente di non trovare più il cammino che porta alla vita eterna. Tuttavia, compito proprio della Chiesa rimane quello di condurre gli uomini verso Gesù Cristo, luce delle genti [vedi LG 1]. In questa situazione, ci si chiede come trovare il giusto orientamento. Secondo Giovanni Paolo II, il Catechismo della Chiesa Cattolica rappresenta una «norma sicura per l’insegnamento della fede» [Fidei Depositum IV]. Esso è stato scritto allo scopo di rafforzare i fratelli e le sorelle nella fede, una fede messa duramente alla prova dalla «dittatura del relativismo».

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I

DIO UNO E TRINO, RIVELATO IN GESÙ CRISTO

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L’epitome della fede di tutti i cristiani risiede nella confessione della Santissima Trinità. Siamo diventati discepoli di Gesù, figli e amici di Dio, attraverso il battesimo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. La differenza delle tre persone nell’unità divina [254] segna una differenza fondamentale nella fede in Dio e nell’immagine dell’uomo rispetto alle altre religioni. Riconosciuto Gesù Cristo, i fantasmi scompaiono. Egli è vero Dio e vero uomo, incarnato nel seno della Vergine Maria per opera dello Spirito Santo. Il Verbo fatto carne, il Figlio di Dio è l’unico Salvatore del mondo [679] e l’unico mediatore tra Dio e gli uomini [846]. Per questo, la prima lettera di Giovanni si riferisce a colui che nega la sua divinità come all’anticristo [1 Gv 2, 22], poiché Gesù Cristo, Figlio di Dio, dall’eternità è un unico essere con Dio, suo Padre [663]. È con chiara determinazione che occorre affrontare la ricomparsa di antiche eresie che in Gesù Cristo vedevano solo una brava persona, un fratello e un amico, un profeta e un esempio di vita morale. Egli è prima di tutto la Parola che era con Dio ed è Dio, il Figlio del Padre, che ha preso la nostra natura umana per redimerci e che verrà a giudicare i vivi e i morti. Lui solo adoriamo in unità con il Padre e lo Spirito Santo come unico e vero Dio [691].

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II

LA CHIESA

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Gesù Cristo ha fondato la Chiesa come segno visibile e strumento di salvezza, che sussiste nella Chiesa cattolica [816]. Diede alla sua Chiesa, che «è nata dal cuore trafitto di Cristo morto sulla croce»[766], una struttura sacramentale che rimarrà fino al pieno compimento del Regno [765]. Cristo, capo, e i credenti come membra del corpo sono una mistica persona [795], per questo motivo la chiesa è santa, poiché Cristo, unico mediatore, l’ha costituita sulla terra come organismo visibile e continuamente la sostiene [771]. Attraverso di essa l’opera redentrice di Cristo diventa presente nel tempo e nello spazio con la celebrazione dei Santissimi Sacramenti, soprattutto nel Sacrificio Eucaristico, la Santa Messa [1330]. La Chiesa trasmette con l’autorità di Cristo la divina rivelazione, «che si estende a tutti gli elementi di dottrina, ivi compresa la morale, senza i quali le verità salvifiche della fede non possono essere custodite, esposte o osservate» [2035].

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III

L’ORDINE SACRAMENTALE

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La Chiesa è in Gesù Cristo il sacramento universale della salvezza [776]. Essa non riflette sé stessa ma la luce di Cristo, che splende sul suo volto, e ciò può avvenire solo quando il punto di riferimento non è l’opinione della maggioranza né lo spirito dei tempi, ma piuttosto la Verità rivelata in Gesù Cristo, che ha affidato alla Chiesa cattolica la pienezza di grazia e di verità [819]: Egli stesso è presente nei sacramenti della Chiesa.

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La Chiesa non è un’associazione creata dall’uomo, la cui struttura può essere modificata dai suoi membri a proprio piacimento: essa è di origine divina. «È Cristo stesso l’origine del ministero nella Chiesa. Egli l’ha istituita, le ha dato autorità e missione, orientamento e fine» [874]. Ancora oggi è valido l’ammonimento dell’Apostolo secondo cui maledetto è chiunque proclami un altro Vangelo, «anche noi stessi, oppure un angelo dal cielo» [Gal 1,8]. La mediazione della fede è inscindibilmente legata alla credibilità umana dei suoi annunziatori: essi, in alcuni casi, hanno abbandonato quanti erano stati loro affidati, turbandoli e danneggiando gravemente la loro fede. Per loro si realizza la parola della Scrittura: «Non si sopporterà più la sana dottrina, ma, pur di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo i propri capricci» [2 Tim 4,3-4].

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Compito del Magistero della Chiesa nei riguardi del popolo di Dio è quello di «]salvaguardarlo dalle deviazioni e dai cedimenti» affinché possa «professare senza errore l’autentica fede» [890]. Questo è particolarmente vero per quanto riguarda i sette sacramenti. La Santissima Eucaristia è «fonte e culmine di tutta la vita cristiana» [1324]. Il sacrificio eucaristico, in cui Cristo ci coinvolge nel suo sacrificio della croce, è finalizzato alla più intima unione con Lui [1382]. Per questo la Sacra Scrittura ammonisce riguardo alle condizioni per ricevere la santa Comunione: «chiunque mangia il pane o beve il calice del Signore in modo indegno, sarà colpevole del corpo e del sangue del Signore» [1Cor 11, 27], dunque «chi è consapevole di aver commesso un peccato grave, deve ricevere il sacramento della Riconciliazione prima di accedere alla Comunione» [1385]. Dalla logica interna del sacramento si capisce che i divorziati risposati civilmente, il cui matrimonio sacramentale davanti a Dio è ancora valido, come anche tutti quei cristiani che non sono in piena comunione con la fede cattolica e pure tutti coloro che non sono debitamente disposti, non ricevono la santa Eucaristia fruttuosamente [1457], perché in tal modo essa non li conduce alla salvezza. Metterlo in evidenza corrisponde a un’opera di misericordia spirituale.

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Il riconoscimento dei peccati nella santa confessione almeno una volta all’anno è uno dei precetti della Chiesa [2042]. Quando i credenti non confessano più i loro peccati ricevendone l’assoluzione, si rende vana la salvezza portata da Cristo, Egli infatti si è fatto uomo per redimerci dai nostri peccati. Il potere del perdono, che il Risorto ha conferito agli Apostoli e ai loro successori nell’Episcopato e nel Sacerdozio, rimette i peccati gravi e veniali commessi dopo il Battesimo. L’attuale pratica della confessione evidenzia come la coscienza dei credenti non sia oggi sufficientemente formata. La misericordia di Dio ci è data, affinché adempiamo i suoi comandamenti per conformaci alla sua santa volontà e non per evitare la chiamata alla conversione [1458].

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«È il sacerdote che continua l’opera di redenzione sulla terra» [1589]. L’ordinazione, che conferisce al sacerdote «un potere sacro» [1592], è insostituibile perché attraverso di essa Gesù diventa sacramentalmente presente nella sua azione salvifica. I sacerdoti scelgono volontariamente il celibato come «segno di questa vita nuova» [1579]. Si tratta della donazione di sé stesso al servizio di Cristo e del Suo Regno che viene. Al fine di conferire validamente l’ordinazione nei tre gradi di questo sacramento, la Chiesa si riconosce vincolata alla scelta compiuta dal Signore stesso, «per questo motivo l’ordinazione delle donne non è possibile» [1577]. A tale riguardo, parlare di una discriminazione della donna dimostra chiaramente una erronea comprensione di questo sacramento, che non riguarda un potere terreno ma la rappresentazione di Cristo, lo Sposo della Chiesa.

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IV

LA LEGGE MORALE

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Fede e vita sono inseparabili, poiché la fede senza le opere compiute nel Signore è morta [1815]. La legge morale è opera della sapienza divina e conduce l’uomo alla beatitudine promessa [1950]. Di conseguenza, la «Legge divina e naturale mostra all’uomo la via da seguire per compiere il bene e raggiungere il proprio fine» [1955]. La sua osservanza è necessaria a tutte le persone di buona volontà per conseguire la salvezza eterna. Infatti colui che muore in peccato mortale senza pentimento rimarrà per sempre separato da Dio [1033]. Ciò comporta delle conseguenze pratiche nella vita dei cristiani, tra le quali è opportuno richiamare quelle oggi più frequentemente trascurate: [cfr 2270-2283; 2350-2381]. La legge morale non è un peso ma fa parte di quella verità liberatrice [cfr Gv 8,32] attraverso la quale il cristiano percorre la via della salvezza e non deve essere relativizzata.

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V

LA VITA ETERNA

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Molti si chiedono oggi per quale motivo la Chiesa esista ancora se gli stessi vescovi preferiscono agire da politici piuttosto che da maestri della fede proclamare il Vangelo. Lo sguardo non deve soffermarsi su questioni secondarie, ma è più che mai necessario che la Chiesa si assuma il suo compito proprio. Ogni essere umano ha un’anima immortale, che alla sua morte si separa dal corpo, però con la speranza della risurrezione dei morti [366]. La morte rende definitiva la decisione dell’uomo a favore o contro Dio. Tutti devono affrontare il giudizio personale subito dopo la morte [1021]: o sarà necessaria ancora una purificazione oppure l’uomo andrà direttamente verso la beatitudine celeste e gli sarà permesso di contemplare Dio faccia a faccia. Esiste però anche la terribile possibilità che una persona, fino alla fine, resti in contraddizione con Dio: rifiutando definitivamente il Suo amore, essa «si dannerà immediatamente per sempre» [1022]. «Dio, che ci ha creati senza di noi, non ha voluto salvarci senza di noi» [1847]. L’eternità della punizione dell’inferno è una realtà terribile, che — secondo la testimonianza della Sacra Scrittura — riguarda tutti coloro che «muoiono in stato di peccato mortale» [1035]. Il cristiano attraversa la porta stretta, «perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che vi entrano» [Mt 7,13].

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Tacere su queste e altre verità di fede oppure insegnare il contrario è il peggiore inganno contro cui il Catechismo ammonisce vigorosamente. Ciò rappresenta l’ultima prova della Chiesa, ovvero «una impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell’apostasia della verità» [675]. È l’inganno dell’Anticristo, che viene «con tutte le seduzioni dell’iniquità, a danno di quelli che vanno in rovina perché non accolsero l’amore della verità per essere salvati» [2Ts 2,10].

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APPELLO

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Come lavoratori nella vigna del Signore, noi tutti abbiamo la responsabilità di ricordare queste verità fondamentali aggrappandoci a ciò che noi stessi abbiamo ricevuto. Vogliamo dare coraggio per percorrere la via di Gesù Cristo con determinazione, così da ottenere la vita eterna seguendo i Suoi comandamenti [2075].

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Chiediamo al Signore di farci conoscere quanto è grande il dono della fede cattolica, attraverso il quale si apre la porta alla vita eterna. «Chi si vergognerà di me e delle mie parole davanti a questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui, quando verrà nella gloria del Padre suo con gli angeli santi» [Mc 8,38]. Pertanto ci impegniamo a rafforzare la fede confessando la verità che è Gesù Cristo stesso.

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L’avvertimento che Paolo, l’apostolo di Gesù Cristo, da al suo collaboratore e successore Timoteo è rivolto in modo particolare a noi, vescovi e sacerdoti. Egli scriveva:

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 «Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù, che verrà a giudicare i vivi e i morti, per la sua manifestazione e il suo regno: annuncia la Parola, insisti al momento opportuno e non opportuno, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e insegnamento. Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, pur di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo i propri capricci, rifiutando di dare ascolto alla verità per perdersi dietro alle favole. Tu però vigila attentamente, sopporta le sofferenze, compi la tua opera di annunciatore del Vangelo, adempi il tuo ministero» [2 Tm 4,1-5].

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Possa Maria, Madre di Dio, implorarci la grazia di aggrapparci alla confessione della verità di Gesù Cristo senza vacillare. Uniti nella fede e nella preghiera,

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+Gerhard Cardinale Müller
Prefetto della Congregazione

per la dottrina della fede

dal 2012 al 2017

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«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» [Gv 8,32],
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Per divenire dei veri pescatori di uomini, bisogna essere anzitutto dei veri uomini

L’Angolo di Girolamo Savonarola: omiletica cattolica in tempi di vacche magre

PER DIVENIRE DEI VERI PESCATORI DI UOMINI, BISOGNA ESSERE ANZITUTTO DEI VERI UOMINI  

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Gettare le reti vuol dire allontanarsi dalla riva e cogliere nell’immensità. Per poter pescare gli uomini, bisogna anzitutto essere veri uomini, figli legittimi di un Dio che si fece in tutto e per tutto vero uomo e dal quale liberamente e amorosamente ci siamo lasciati pescare, per divenire così dei veri pescatori di uomini. 

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo.

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Laudetur Jesus Christus !

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Immensità, opera della pittrice romana Anna Boschini [Vitarte, QUI]

La pagina del Vangelo lucano offerto da questa Vª Domenica del tempo ordinario [testo della liturgia della parola, QUI], ci richiama anzitutto al mistero di una realtà inscindibile: il Gesù della storia, vero uomo, ed il Cristo della fede,  vero Dio, espressione del mistero della natura del Redentore che è uno nella sua persona e uno nella Trinità, perché ogni azione d’incontro del vero Dio e del vero uomo con l’umanità, è un’azione di grazia della Trinità nella nostra storia, nel nostro essere presente e nel nostro divenire futuro, singolo e collettivo.

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Il Gesù uomo ci insegna anche l’arte della predicazione, che è capacità di comunicare per cercare e per vivere la vera comunione. Ce lo dimostra il Gesù storico, capace a discutere già da adolescente con i dottori del Tempio [cf. Lc 2, 41-50] che sbalorditi si chiedevano da dove attingesse costui tale sapienza. Appresso Gesù che con parole semplici, a tratti disarmanti ―  dentro le quali sono però racchiusi i pilastri della nostra fede ―  parla e fa riferimento ai bambini e ai semplici che lo ascoltano, che lo capiscono e soprattutto che lo seguono [cf. Mc 10, 13-14; Mt 18, 3-4; Mt 18,6].

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Se chi predica il Vangelo non semina e non raccoglie, se non getta le reti vuote per tirarle sulla barca piene, le cose stanno in questi termini: o è approdato in una città di cuori totalmente aridi dai quali è bene procedere oltre scuotendo la polvere dai propri sandali,[3] o è un profeta incompreso destinato al martirio più o meno bianco, oppure è un pessimo predicatore che non pratica ciò che predica.

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Il Gesù storico, giudeo tra i giudei, che nella sua perfetta natura umana era figlio di un’antica cultura — quella ebraica — fatta di simboli e immagini; in una Giudea che all’epoca aveva assimilato anche la ricchezza dei simboli e delle immagini prima greche e poi romane, per rendere efficace la sua predicazione si rivolge al popolo parlando per parabole. E come sappiamo la parabola — ossia la novella — è un simbolo, oltre il quale è racchiuso un messaggio umano, morale, etico e spirituale.

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Attenti però a un’insidia sempre in agguato: simbolico è il linguaggio, non il Dio incarnato nel ventre della Beata Vergine Maria. Gesù è una realtà umana e divina narrata attraverso i Vangeli che sono anche fonti storiche, messe assieme da testimoni oculari diretti o immediatamente diretti. Nella storicità di Gesù che parla per parabole o allegorie si racchiude il divino mistero del Cristo della fede incarnato, vissuto, morto e risorto.

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Gesù che cammina sopra le acque del lago di Tiberiade [cf. Mc 6, 45-52; Mt 14,22-32], che compie il miracolo del vino a Cana [cf. Gv 2,1-11] che moltiplica i pani e i pesci [cf. Mt 15,29-37], che guarisce i malati e che risuscita Lazzaro [cf. Gv 11, 35-44]; ma soprattutto, Gesù che il terzo giorno risuscita dalla morte, non è un insieme di simboli e di allegorie da interpretare con i criteri della moderna teologia, perché tutto questo è storico e reale. E solamente di fronte a questa reale storicità, possiamo poi procedere con criteri spirituali e con letture teologiche, non viceversa. Se infatti Gesù sia esistito soltanto nel passato o invece esiste anche nel presente, ciò dipende tutto quanto dalla sua risurrezione [cf. Antonio Maria Sicari, Viaggio nel Vangelo, Jaca Boock, pag 270].

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Nella proclamazione del Vangelo di oggi non è stata narrata un’originale novella ma un fatto reale, oltre il quale c’è il simbolo. Non è un gioco di parole ma un uso corretto delle parole nella delicata vigna del mistero della fede. Attraverso la vita terrena di Gesù nasce dalla sua concreta e palpitante realtà umana la parabola, ovvero la metafora, che è un efficace strumento comunicativo. Pensare invece che dalla metafora, o come qual si voglia dalla fiaba, nasca la tenera idea fiabesca di un Gesù da interpretare entro categorie puramente spirituali e teologiche, è un pensiero che per quanto diffuso rimane pericolosamente non cristiano, sicuramente non cattolico.

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Quel giorno Gesù salì veramente sulla barca di Simone, invitando lui e gli altri pescatori a prendere il largo e a gettare le reti, ed esaudendo la sua richiesta, Simone rispose realmente che avevano tentato invano di pescare tutta la notte senza prendere nulla, dicendo infine: «sulla tua parola getterò le reti», compiendo in tal modo un libero atto di fede.

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Qual è la sfida spirituale di questa parabola inserita in un fatto reale? Anzitutto Gesù invita Simone a lasciare la riva per spingersi al largo, allontanandosi da quella riva disseminata dalle conchiglie dei nostri limiti, delle nostre palesi mancanze di carità. Gettare le reti vuol dire allontanarsi dalla riva e cogliere nell’immensità, infine tirare in superficie quello che sin dalla notte dei tempi è racchiuso in ciascuno di noi, che è l’essere stati creati a immagine e somiglianza di Dio: sarete santi perché io — il Signore vostro Dio — sono santo [cf. I Pt 1,13-21; Lv 19,2; Es 11, 45]. E quando proprio sembravamo del tutto perduti, Dio irrompe di nuovo nella storia dell’uomo in modo reale e fisico attraverso il mistero della sua incarnazione; e tramite Gesù è Dio stesso che viene di persona a ripescarci, basta solo che attraverso un atto di libera fede si accetti di spingersi al largo per gettare le reti, per essere pescati dalla sua grazia e per pescare nella sua grazia.

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È il miracolo della pesca: abbandonata la riva con Gesù, gettate le reti e pescando in profondità quegli uomini hanno fatto riemergere la propria vera immagine e somiglianza con l’Eterno Creatore ristabilendo la propria comunione con Dio e portando di lì a poco la comunione di Dio nel mondo.

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Dinanzi al miracolo dei pesci, che è miracolo della fede e dell’abbandono a Dio, Simone torna ad avere anzitutto la percezione del bene e del male, tanto da intimare a Gesù: «Allontanati da me perché io sono un peccatore». Dinanzi a quella consapevolezza, Gesù colma Simone di grazia e di implicito perdono rispondendogli: «D’ora in poi tu sarai pescatore di uomini». Affermazione che in sé sottintende: perché hai avuto la bontà di seguire la mia parola e di abbandonare la riva, per giungere al largo a ripescare te stesso e, con te stesso, recuperare il tuo Signore e Creatore, affinché potessi compiere su di te il grande miracolo della fede.

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Nella Chiesa di oggi ciò che spesso manca non sono gli uomini da pescare — che spesso vorrebbero tanto lasciarsi pescare, o che talvolta chiedono, supplicano di essere pescati — forse ciò che manca sono i bravi pescatori. Che dunque Nostro Signore Gesù Cristo, inizio centro e fine ultimo del nostro intero umanesimo, colui nel quale tutte le cose si ricapitolano, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili, capo del corpo mistico che è la Chiesa …[I Ef, prologo] faccia sempre di noi saggi e santi pescatori di uomini, con la sua grazia e con il conforto e la preghiera del buon Popolo di Dio. Senza mai dimenticare che per poter pescare gli uomini, bisogna anzitutto essere veri uomini, figli legittimi di un Dio che si fece in tutto e per tutto vero uomo e dal quale liberamente e amorosamente ci siamo lasciati pescare, per divenire così veri pescatori di uomini.

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Dall’Isola di Patmos, 10 febbraio 2019

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L’epicità della tradizione, che non è estetica né ideologia, ma forza viva con cui la Chiesa rende partecipe tutto il mondo del messaggio di Cristo

il blog personale di Padre Gabriele

L’EPICITÀ DELLA TRADIZIONE, CHE NON È  ESTETICA  IDEOLOGIA, MA FORZA VIVA CON CUI LA CHIESA RENDE PARTECIPE TUTTO IL MONDO DEL MESSAGGIO DI CRISTO

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A noi rimane una responsabilità importante; non stravolgiamo il senso della Tradizione: essa non si può né distruggere ideologicamente né altrettanto ideologicamente sventolare come bandiera. Siamo cattolici, figli della Tradizione e figli della Chiesa, servitori di Gesù Cristo. Questo è quello che ho sempre creduto, amato e difeso della Tradizione.

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Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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La conversione di San Paolo, Caravaggio, collezione Odescalchi

Se vogliamo parlare della tradizione, o di ciò che veramente essa è nel lessico cristiano, bisogna partire dalle Lettere Apostoliche Paoline:

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Carissimi, io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me». Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me». Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga [I Cor 11, 23 – 26].

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Quello di San Paolo, è ciò che sul piano compositivo ed espressivo potremmo chiamare “racconto epico”. E l’epica — per ricordare il vero senso etimologico della parola —, non è il racconto di “fiabe” o “fantasie”, ma è un genere espressivo di tipo elevato, poetico o letterario, che narra una storia reale.

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la caduta di San Paolo lungo la via di Damasco, Caravaggio, opera conservata nella chiesa romana di Santa Maria del Popolo

Per questo spesso mi emoziono quando ascolto storie epiche. Amo la letteratura, il teatro e il cinema proprio per questo motivo. In quarta ginnasio ho amato i versi eterni dell’Iliade, dell’assedio della città di Troia. In quel caso la grecità classica ha tramandato a voce anche lo scontro violento fra Achille, iracondo, ed Ettore. Al cinema, mi sono commosso dinanzi l’amore fraterno di Raymond e Charlie Babbit, interpretati da Dustin Hoffman e Tom Cruise, nell’indimenticabile RainmanL’uomo della Pioggia. A teatro mi hanno dato gioia, le argomentazioni scaltre dell’innamorato Ernest in Import of being Ernest.  Le “epopee” di guerrieri, fratelli e uomini col cuore che battono sono doni che porterò sempre con me.

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L’epicità è uno dei mille motivi per cui ho aderito e continuo ad aderire alla fede in Cristo e per cui sono entrato nell’Ordine dei Frati Predicatori. La fede in Gesù Cristo, nel suo annuncio essenziale, dice epicità: annuncia cioè l’amore di un Dio talmente grande per l’umanità decaduta e sofferente tanto da morire in croce per redimerla. Ma l’epicità del cristianesimo è sottolineata da San Paolo all’inizio del brano che ho voluto citare. L’epicità si racchiude nella coppia verbale «ho ricevuto […] ho trasmesso».

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San Paolo parla in effetti di un tradere, una Tradizione. Cioè un dato che, oltre i secoli, ininterrottamente viene comunicato e giunge sino a noi: questo dato è l’annuncio essenziale di Cristo. Anche la liturgia, notiamo, si sofferma sulla Tradizione. Nel Canone Romano possiamo ascoltare infatti questa frase:

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«[…] et ómnibus orthodóxis, atque cathólicæ, et apostólicæ fidei cultóribus [E con tutti quelli che custodiscono la fede cattolica trasmessa dagli apostoli».

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il martirio di San Paolo, opera di Mattia Preti [XVII sec.]

Diverse volte, anche forse nei momenti più bislacchi e meno opportuni, ho meditato su questo passaggio del canone romano. È di nuovo il messale a sottolineare l’epicità e l’amore di tutti quelli che si sono prodigati nel custodire e donarci integro quell’annuncio. Dunque ripenso con gioia a coloro che nella mia vita hanno custodito e trasmesso il messaggio di Gesù: in primis le mie due nonne. Davvero mi hanno donato un deposito della fede inestimabile.

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La Tradizione è la danza trinitaria che volteggia sul mondo. È la forza viva, unitamente alla Sacra Scrittura, con cui la Chiesa rende partecipe tutto il mondo del messaggio di Cristo. Un messaggio, insegna la Lettera a Diogneto, che non è inventato tramite una riflessione filosofica. Quel messaggio è essenzialmente l’Incontro con Gesù Risorto.

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Trasmettere, essere parte della Tradizione significa in ultima istanza far incontrare al povero e al bisognoso, materiale come spirituale, il volto di Dio che lo ama e lo custodisce.

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A noi rimane una responsabilità importante; non stravolgiamo il senso della Tradizione: essa non si può né distruggere ideologicamente né altrettanto ideologicamente sventolare come bandiera. Siamo cattolici, figli della Tradizione e figli della Chiesa, servitori di Gesù Cristo. Questo è quello che ho sempre creduto, amato e difeso della Tradizione. Provo allora a fare un passo avanti.

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interno della tomba di San Paolo, nella omonima basilica romana maggiore di San Paolo fuori le mura

Il padre Yves Congar [1904-1995], nel 1975 ha scritto:

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«La tradizione (è) tutt’altra cosa che una affermazione meccanica e ripetitiva del passato: essa è la presenza attiva di un principio a tutta la sua storia».

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Siamo noi stessi chiamati ad entrare nella dinamica della Tradizione, come chierici, laici e religiosi. Chiamati ad essere presenza viva con la Tradizione. Anche l’ordine a cui appartengo, l’Ordine dei Predicatori fondato da San Domenico di Guzman, è nato dalla sete della verità che gli uomini del XIII secolo anelavano affannosamente; quel Medio Evo che, desertificato da catari e valdesi, implorava ai nostri confratelli: «Portate l’acqua dissetante della fede cattolica».

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Questo desiderio profondo non si è fermato alla Media Aetas. Ha superato i secoli ed è giunto fino ad oggi. Perciò tutti noi, non solo i frati domenicani, oggi continuiamo a predicare e trasmettere l’integrità della dottrina e a sforzarci di viverla ogni istante, nonostante i nostri peccati e le nostre debolezze. Ripensando alla benedizione matrimoniale, si attuerà negli sposi la richiesta del celebrante: «Padre santo, concedi a questi tuoi figli che, uniti davanti a te come sposi, comunicano alla tua mensa, di partecipare insieme con gioia al banchetto del cielo». Ripensando alla professione religiosa e alla ordinazione sacerdotale si attuerà la formula: «E Dio che ha iniziato in te questa opera, la porti a compimento». Diventiamo tutti quanti umili ferventi cattolici, carichi di santa Tradizione, e il compimento del capolavoro di Dio si attuerà in noi.

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«Gesù dolce, Gesù amore» [Santa Caterina da Siena]

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Roma, 7 febbraio 2019

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I tumori più terribili e difficili da guarire sono le malattie che ci impediscono di essere testimoni di Cristo [IIª riflessione: La tiepidezza]

visita il blog personale di Padre Ivano

— Pastorale sanitaria —

I TUMORI PIÙ TERRIBILI E DIFFICILI DA GUARIRE SONO LE MALATTIE CHE CI IMPEDISCONO DI ESSERE TESTIMONI DI CRISTO 

IIª RIFLESSIONE: La tiepidezza ]

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Molte comunità ecclesiali sono infestate da questo tipo di malattia: la tiepidezza. Tutto viene contaminato da questo morbo: le relazioni fraterne, la vita affettiva, l’aspetto economico, la scelta e l’elezione degli animatori della comunità, la vita liturgica, la carità … 

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

 

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PDF  articolo formato stampa
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Fragilità, opera della pittrice romana Anna Boschini, tratta dal catalogo d’arte Mondadori, 2019 [cf. Vitarte GaleriaQUI]

Sfido i lettori de L’Isola di Patmos a non aver mai udito nell’ambiente ecclesiale — includendo gruppi di laici, comunità religiose, sacerdoti o ambienti curiali — l’espressione: «si è sempre fatto così».

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Questa frase, lungi dal voler salvaguardare la Tradizione — quella vera, non i tradizionalismi — è in realtà il pericolo più grande per la maturazione di una comunità ecclesiale. Dietro il «si è sempre fatto così», si nasconde il tranello che impedisce al cristiano di essere autentico testimone del Signore risorto.

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Ecco allora fare il suo ingresso la seconda malattia spirituale: la Tiepidezza. Si arriva a contrarre questa patologia quando prendiamo l’abitudine di fare le cose del Signore per routine. Così come insegnano i vecchi manuali di spiritualità, la tiepidezza può riguardare tutti sia gli incipienti che i perfetti.

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Sembra strano, ma spesso possiamo scoprirci tiepidi proprio dopo aver conquistato un sufficiente grado di fervore e di unione con il Signore. Infatti, la chiusura alla grazia o alle ispirazioni dello Spirito Santo, si caratterizzano come elementi pericolosi che trascinano verso la tiepidezza; così come la cristallizzazione in una fede che soddisfa  una visione solo prettamente umana. In questo caso, il compiacimento di una fede artificiosa prende il sopravvento sul «vino nuovo» (cf. Mc 2, 22) che il Signore vuole versare con abbondanza nella mia vita e mi vedrò imprigionato a ripetere lo stesso schema che prosciugherà la vitalità del Vangelo, conducendomi all’appiattimento spirituale.

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Volendo azzardare una definizione di tiepidezza possiamo dire che: è il culto ripetitivo verso l’opera dell’uomo che si oppone alla virtù di religione che consiste in una prontezza d’animo verso Dio. E la Parola di Dio è chiara, circa la condanna della tiepidezza e la condanna dell’uomo tiepido:

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«Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca» (cf. Ap 3,14-16).

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Dopo la tempesta, opera della pittrice romana Anna Boschini

Molte comunità ecclesiali sono infestate da questo tipo di malattia e tutto viene contaminato da questo morbo: le relazioni fraterne, la vita affettiva, l’aspetto economico, la scelta e l’elezione degli animatori della comunità, la vita liturgica, la carità … Spesso, davanti a un giusto richiamo davanti a questo stile di vita soporifero, ci si giustifica dicendo: «Che male faccio? Le mie preghiere cerco di recitarle, la messa domenicale più o meno la seguo, che altro devo fare?». Quello che manca in queste persone e in queste comunità è una santa inquietudine a conoscere Gesù ed a farlo amare.

 

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La tiepidezza si riconosce da diversi sintomi, vediamone insieme qualcuno: il primo sintomo, è la normalizzazione. Oggi si ha la tendenza a normalizzare tutto e quindi a giustificare ogni cosa. Ad esempio il peccato. Normalizzare il peccato significa riconoscere che tale ferita all’amore di Dio, poiché viene compiuta da molti e con una certa frequenza, perde la propria problematicità. Oppure si tende a normalizzare gli atti peccaminosi minimizzandoli: «ho commesso dei peccatucci, ho avuto una passioncella, ho mantenuto dei vizietti».

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Sfida, opera della pittrice romana Anna Boschini

Il tiepido tende a normalizzare e a ridurre il più possibile la realtà che lo circonda con l’illusione di portare serenità e misericordia. Si auto-convince che non c’è più nulla da migliorare nella propria vita perché – in fondo – ha raggiunto uno stabile equilibrio rassicurante. Tuttavia, Gesù nel Vangelo non loda i tiepidi ma domanda l’innalzamento del livello del discepolato verso una giustizia potenziata dalla grazia santificante:

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«Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli» [cf. Mt 5,20].

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Il terzo sintomo della tiepidezza è il dubbio, figlio della tiepidezza, il quale l’uomo tiepido ha una grande propensione a dubitare – non perché sia uno scettico convinto – ma perché il dubbio gli permette di non prendere una posizione netta sulla fede e nel rapporto con Dio. Spesso è solito ripete frasi come queste: «Io penso di essere credente ma ho da sempre molti dubbi di fede irrisolti», e malgrado si attui in lui un buon accompagnamento che tenda a dirimere certe problematicità, i dubbi persistono ancorati alla volontà della persona. Al ché come Mosè, il tiepido che dubita, è impossibilitato ad entrare nella Terra Promessa in cui si realizza pienamente la relazione con Dio [cf. Dt 32,48-52]. Esso si accontenta di vedere le realtà spirituali da lontano. C’è una sostanziale differenza però, ciò che per Mosè diventa motivo di vergogna e sottolinea una certa incompletezza alla propria vocazione; nel tiepido il dubbio si concepisce come  sollievo che lo sgrava, ancora una volta, dal problema di Dio.

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Incontro alla libertà, opera della pittrice romana Anna Boschini

Quarto sintomo della tiepidezza è il libero sfogo della concupiscenzaL’uomo che è immerso nella tiepidezza, perde ben presto il riferimento alla persona di Dio, la capacità di rinunziare a se stesso e lo status di uomo nuovo che San  Paolo invoca per l’uomo che è stato redento da Cristo [cf. Mt 16,24; Mc 8,34; Lc 9,23; Ef 4,24]. Con la proliferazione nell’animo di vari disordini che rendono la natura umana lontana dalla grazia, il tiepido si trova schiavo della concupiscenza che lui stesso ha contribuito a nutrire. Ecco dunque che la concupiscenza conduce così alla maturazione di alcuni frutti molto pericolosi – i sette vizi capitali – che conducono verso disordini morali sempre maggiori, tanto da rovinare la bellezza dell’uomo creato da Dio. In questo modo la concupiscenza porta l’uomo a regredire verso una condizione che lo rende schiavo del proprio istinto e delle proprie passioni.

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Nel passato i santi padri del monachesimo Evagrio Pontico, Giovanni Damasceno, Gregorio di Nissa, Antonio Abate poiché espertissimi delle profondità dell’animo umano, avevano elaborato diverse modalità per combattere i vizi capitali, oltre alla costante vigilanza del cuore, era necessaria l’evangelizzazione della coscienza, dei pensieri e dei sentimenti.

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Con questo secondo contributo che ha cercato di analizzare la malattia spirituale della tiepidezza, si vuole mettere in guardia i cristiani affinché ci sia sempre una costante progressione nel cammino di conoscenza del Signore, poiché come insegna giustamente Sant’Agostino, il non avanzare sulla via di Dio significa tornare indietro. E poiché il desiderio di Dio è la santità per tutti i suoi figli [cf 1Ts 4,3], non possiamo che combattere il morbo della tiepidezza che ammantandosi al giorno d’oggi di buonismo e di tolleranza miete molte vittime nel campo della Chiesa.

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[fine della IIª meditazione]

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Cagliari, 5 febbraio 2019

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«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» [Gv 8,32],
ma portare, diffondere e difendere la verità non solo ha dei
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Il paradigma della “suorina stolta”: dai monasteri del XV secolo ridotti a bordelli alla sterilità del XXI secolo. Il rifiuto della realtà genera quella decadenza che conduce alla morte. Possiamo dire che nella vita religiosa femminile tutto è andato bene dopo il Concilio Vaticano II ?

 — Theologica —

IL PARADIGMA DELLA SUORINA STOLTA: DAI MONASTERI DEL XV SECOLO RIDOTTI A BORDELLI ALLA STERILITÀ DEL XXI SECOLO. IL RIFIUTO DELLA REALTÀ GENERA QUELLA DECADENZA CHE CONDUCE ALLA MORTE. POSSIAMO DIRE CHE NELLA VITA RELIGIOSA FEMMINILE TUTTO È ANDATO BENE DOPO IL CONCILIO VATICANO II ?

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I prodotti postumi al Concilio Vaticano II sono oggi sotto gli occhi di tutti: a mezzo secolo da quello che taluni indicano come il più grande Concilio della Chiesa, od il concilio dei concili, la Chiesa versa in una crisi dottrinale, morale e spirituale dinanzi alla quale è davvero difficile trovare dei precedenti storici, perché si tratta di una situazione e di una crisi del tutto nuova. Pertanto, dinanzi alla suorina stolta che afferma: «Mica possiamo tornare ai tempi oscuri del Concilio di Trento!», penso di poter replicare che sul piano della vita religiosa femminile, forse sarebbe meglio tornare al periodo precedente al Concilio di Trento, quando molti monasteri femminili erano ridotti a degli autentici bordelli, perché di fatto ce la passavamo meglio, perlomeno, convivevano assieme il buon grano e la gramigna.

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Autore:
Ariel S. Levi di Gualdo

Correva la fine del lontano anno 1563 quando il 3 dicembre, due giorni prima della chiusura dei lavori, il Concilio di Trento approvò un decreto sui religiosi e sulle monache. All’interno di questo documento furono anche stabilite delle norme più precise sulla materia della clausura, legate alle religiose ed agli spazi interni ed esterni delle loro case. Già sul fine del XIII secolo, con la bolla Periculoso promulgata nel 1298 dal Sommo Pontefice Bonifacio VIII, entrata poi in vigore nel 1302, furono ribadite le norme sulla osservanza della clausura e della sua reintroduzione dovunque fossero state abbandonate [1]. Pur malgrado, a cavallo tra il XV ed il XVI secolo, le norme sulla clausura non erano state di fatto messe in pratica, se non da pochi ordini religiosi femminili: le Francescane Clarisse, le Domenicane, le prime Carmelitane e le Certosine. Tutte le altre monache, specie quelle che vivevano proprio nelle grandi abbazie e monasteri, s’erano sempre più allontanate dall’applicazione di quelle norme molto precise e rigorose mirate alla salvaguardia morale delle istituzioni religiose femminili.

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Sarebbe interessante ed istruttivo studiare a fondo la vera vita di Teresa d’Avila, quella che le sue figlie per prime si guardano bene dal trasmettere, facendo ad esse più comodo ricordare e narrare solo le sue sublimi estasi mistiche, che giunsero però verso il finire della sua vita. Diversa fu l’esistenza di questa grande Santa e riformatrice dell’Ordine Carmelitano, basti ricordare che quando fu nominata priora del Monastero dell’Incarnazione in Avila, le centotrenta monache che lo abitavano dettero vita a disordini per impedirle di entrare, sino ad aggredire fisicamente sulla porta del monastero il corteo che accompagnava la nuova priora, che non fu eletta dal capitolo delle monache, ma scelta dai superiori dell’Ordine su sollecitazione delle Autorità Ecclesiastiche del luogo, per rimettere in riga le turbolente e rilassate abitanti di quel monastero. Perché dunque non ricordare che questa grande riformatrice tridentina, prima delle estasi mistiche, dovette avvalersi come priora di quel popoloso monastero di un servizio di guardia, usato all’occorrenza anche per far bastonare le monache ribelli? E perché, non ricordare che la sua stanza era sorvegliata di notte e la sua cucina ed i suoi cibi controllati con cura per evitare che fosse avvelenata? Pertanto, la figura di Santa Teresa d’Avila unicamente ridotta ad una mistica in estasi cristologiche d’amore, è un’immagine che se da una parte fa di certo più comodo, dall’altra imbarazza meno tutte coloro che ai giorni nostri, seppure in modi e forme diverse, in oltre cinquecento anni non hanno ancóra recepita la solenne lezione della loro Santa Madre.

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In che modo la lezione teresiana non è stata recepita? Per farlo capire bisogna sempre ricorrere a dei pratici esempi concreti, come questo: alcuni anni fa mi trovai a celebrare la Santa Messa in un monastero di Carmelitane Scalze al posto del cappellano. Quando al momento della Santa Comunione mi avvicinai alla grata del coro, la priora si fece avanti a me con una teca a prendere l’Eucaristia per una monaca che non poteva camminare. Le bisbigliai:

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«Reverenda Madre, non si preoccupi, mi apra il cancello della grata che entro io dentro il coro a portare la Comunione alla monaca inferma».

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Replica la priora:

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«Non è possibile, lo sa: noi abbiamo la clausura papale, per questo sono ministro straordinario della Comunione».

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Non mi misi certo a fare storie con la pisside in mano contenente il Prezioso Corpo di Cristo, sicché le detti la Santissima Eucaristia da portare alla sorella. Dopo la Santa Messa uscii dalla chiesa e, prima di risalire in macchina, mi misi in un angolo nascosto del muro esterno della clausura, accesi il telefono cellulare e controllai se c’erano chiamate perdute e messaggi. E così, dall’interno della santissima clausura papale, odo delle voci maschili. Mi allontano dal muro e salgo su un vicino dosso per vedere a distanza se riesco a intravedere all’interno dello spazio claustrale. Oltre il muro della santissima clausura papale c’erano due giovani ventenni, vestiti in canottiera e pantaloncini corti — per meglio chiarire: i pantaloncini da calcio, in pratica delle mutande — che presumo stessero facendo lavoretti, anche perché avevano attrezzi di lavoro. Era evidente che in quel momento fossero in pausa, infatti stavano parlando sguaiatamente ad alta voce e armeggiando con uno dei loro telefoni cellulari, come se stessero guardando qualche cosa di particolarmente divertente sul display.

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Inutile a precisarsi, perché col buon senso ci giunge pure il più digiuno in diritto canonico: un presbìtero, nell’esercizio delle sue funzioni sacramentali può, anzi deve all’occorrenza entrare nella clausura papale, con tutte le modalità dettate dai canoni e dalle regole monastiche — che io conosco, ed i miei confratelli sacerdoti altrettanto —, per amministrare i Sacramenti alle monache inferme. Ma soprattutto ho piena facoltà di farlo proprio nel caso in cui, mentre la priora impediva a me di entrare nel coro durante la celebrazione della Santa Messa per portare la Santa Comunione ad un’inferma davanti a tutta la comunità e sotto gli occhi dei fedeli presenti in chiesa, al tempo stesso permetteva però ad un paio di giovanotti più svestiti che vestiti di muoversi disinvolti, sguaiati e irriverenti dentro gli spazi della santissima clausura papale delle Carmelitane Scalze. E mentre si seguita a propinare l’immagine diafana di Teresa d’Avila in estasi, al tempo stesso si seguita a ignorare che la Santa Madre, la riforma dell’Ordine Carmelitano, la fece all’occorrenza anche a bastonate. E con questo esempio credo sia stato spiegato e chiarito in che modo cinquecento anni, non per poche, anzi purtroppo per molte, siano trascorsi inutilmente, di secolo in secolo, di riforma in riforma.

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QUANDO LA TRAGEDIA È TROPPO TRAGICA, MEGLIO SMORZARE CON UNA NOTA DI COLORE

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Quando i problemi sono molto seri e le situazioni che ne derivano veramente tragiche, mi avvalgo sempre di una mia consolidata facoltà: partire da una nota di colore. In questo caso una nota rosa, femminilmente intesa. Infatti, ad ispirarmi questo scritto è stata una donna appartenente alla più infausta delle categorie femminili, che è quella delle cosiddette suorine stolte. Detto ciò è opportuno precisare che molti preti e frati, nella loro superficiale stoltezza, possono essere superati solo dalle suore. Le suore rimangono infatti insuperabili in un elemento al quale neppure i peggiori dei chierici e dei religiosi riuscirebbe mai a giungere: quella particolare cattiveria caratterizzata da elementi di crudeltà spesso indicibili che è del tutto unica e peculiare delle suore. E così, trovandomi a interloquire con una suorina stolta appartenente ad una delle sempre più numerose congregazioni in agonia destinate nei prossimi anni alla totale estinzione per mancanza di vocazioni e per l’età ormai molto elevata delle religiose in essa sopravvissute, alla mia domanda se per caso, durante il periodo successivo al Concilio Vaticano II, qualche cosa nella sua, come in tante altre congregazioni, non fosse andata per il verso giusto, la poverina risponde con questo sfoggio di acume mirabile: «Mica possiamo tornare ai tempi oscuri del Concilio di Trento!».

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Lo premetto e lo ammetto “candidamente”: io non chiedo di meglio che poter mettere in imbarazzo una suorina stolta, di quelle che da una parte paventano apertura, modernità e disinvoltura, dall’altra, se un bimbo di quattro anni del loro asilo deve essere aiutato ad orinare, ecco che per assisterlo spediscono la maestra laica, perché potrebbero rimanere turbate giorno e notte per una settimana intera dall’attributo imberbe di un piccolo angioletto, quantunque gli angioletti non orinino, mancando ad essi la materia prima, ossia l’attributo virile, dato che gli angeli non hanno sesso. Infatti, nessuno dei nostri Santi Angeli Custodi si è mai ammalato alla prostata, pur essendo costretti a fare da protettori ad alcuni dei peggiori preti, dei peggiori frati e delle peggiori suore, cosa questa che causerebbe un tumore alla prostata anche all’apparato urologenitale più sano. Forse per questo gli Angeli sono stati creati senza sesso, per evitare gravi malattie infiammatorie e tumorali all’apparato urogenitale reattive al dover adempiere al ruolo di custodi di preti, frati e suore. Premesso e ammesso il tutto, passai alla mia risposta che fu questa:

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«Vede, cara Sorella, il Concilio di Trento, casomai lei non lo sapesse, di meriti ne ha avuti tanti e, a dire il vero, dalla peggiore oscurità, semmai ci ha liberati. In modo del tutto particolare ha liberato anche voi religiose, per esempio proibendo la costituzione e la vita di quelle che in linguaggio secolare si chiamavano Case Chiuse».

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Dato però che la suorina stolta non capì, o chissà se finse invece di non capire, fui costretto ad illuminarla proseguendo così il discorso:

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«… lei lo sa che prima dell’oscuro Concilio di Trento avevamo monasteri e conventi femminili che erano degli autentici bordelli? Basti dire che durante una sua omelia dal pulpito della Basilica di San Marco tenuta il 25 dicembre 1497, il celebre predicatore francescano Timoteo da Lucca aveva inveito contro i peccati che si commettevano nei monasteri femminili di Venezia denunciando: “[…] quando viene qualche Signore in questa terra, voi gli mostrate i monasteri di monache, che però non sono monasteri, bensì postriboli e pubblici bordelli” [2]Tali erano infatti i monasteri — vale a dire dei bordelli — perché le nobili e ricche famiglie in modo del tutto particolare, per questioni legate spesso sia ai loro patrimoni, sia talvolta a questioni anche politiche, rinchiudevano — o come soleva dirsi monacavano — le loro figlie che, all’interno di quelle strutture religiose, avevano però i loro alloggi separati, la loro servitù e la loro personale cucina. Ci sono state potenti e nobili famiglie che hanno costruito appositamente abbazie e monasteri per le loro figlie, dotandoli di patrimonio e di rendite; e le giovani monacate di queste famiglie, in questi monasteri erano elette sempre e di rigore badesse, perché in caso contrario la potente famiglia avrebbe revocate le rendite. Animate quindi tutt’altro che da fede, vocazione e virtù di vita, le giovani conducevano dentro quelle sacre mura esistenze mondane, non di rado come vere e proprie cortigiane, con tanto di feste interne e di uomini che entravano ed uscivano senza problemi; ed i monasteri dove regnavano in assoluto le più indicibili dissolutezze morali, erano quelli delle monache benedettine e delle monache cistercensi».

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Nel 1514 il Tribunale dell’Inquisizione di Venezia ebbe modo di occuparsi di un caso al di là della stessa fantasia umana, quello delle pie monache benedettine del Monastero di San Zaccaria, che non contente di avere trasformato il loro parlatorio — e non solo il parlatorio —, in un salotto di accoglienza per giovanotti, cantanti e attori, un bel giorno organizzarono una festa in maschera che nel suo corso si mutò in un vero e proprio baccanale da fare invidia alle antiche città di Pompei ed Ercolano, che come ricordiamo agli eventuali digiuni di storia romana erano due postriboli a cielo aperto [3].

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La Chiesa del Concilio di Trento riportò anzitutto i monasteri ed i conventi ad essere ciò che dovevano essere: luoghi di preghiera e di penitenza. Il decreto del 3 dicembre 1563 vietò la professione dei voti prima dei sedici anni e l’ingresso in monastero prima dei dodici; impose l’obbligo di almeno un anno di noviziato e stabilì che il vescovo accertasse la reale volontà della giovane ad intraprendere liberamente la vita religiosa. Quel decreto ristabilì così il principio della clausura e fatte salve rare eccezioni nessuna monaca poteva uscire dal monastero e nessun estraneo poteva entrarvi, in modo particolare gli uomini. Nel 1566, con la bolla Circa pastoralis officii il Santo Pontefice Pio V comminò la scomunica a tutti i trasgressori, mentre le leggi ecclesiastiche avevano già chiarito e inserito tra i delitti quello del sacrilegio carnale. Sicché solo un sacerdote, preferibilmente anziano o scelto in ogni caso con accortezza dal vescovo, era ammesso all’interno della clausura e unicamente per amministrare i Sacramenti alle monache inferme o ammalate, ed era previsto dalle leggi canoniche che quattro monache anziane lo accogliessero all’ingresso della clausura, lo accompagnassero e poi lo conducessero di nuovo all’uscita. I rapporti delle giovani monache con la famiglia erano ridotti a brevi incontri nel parlatorio, il tutto con la rigida separazione creata da fitte grate, dalle quali si poteva udire la voce della monaca ma solo a malapena se ne poteva intravedere la figura. Le grandi famiglie nobili sollevarono molte proteste contro questo irrigidimento della vita conventuale, ma nessuna delle loro proteste impedì l’applicazione delle nuove norme nate dai «tempi oscuri del Concilio di Trento», che impedì alle famiglie di risolvere i loro problemi patrimoniali e di successione ereditaria spedendo le figlie nelle abbazie e nei monasteri, ed impedendo altresì a figlie senza alcun barlume di vocazione di mutare queste case religiose in autentici postriboli all’interno dei quali condurre vite da vere e proprie cortigiane. Un fenomeno, quello delle giovani costrette alla monacazione, che assunse risvolti a tratti non poco inquietanti, in modo particolare nelle città di Venezia, Napoli e Palermo.

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Alcuni decenni dopo la chiusura del Concilio di Trento, le autorità civili della Repubblica di Venezia giunsero ad introdurre una legge contro i monachini — in tal modo erano indicati gli amanti delle monache — che prevedeva sino alla pena di morte, ciò non solo per il sacrilegio carnale ma anche per la semplice violazione della clausura. Legge introdotta ma rimasta nei concreti fatti lettera morta, perché sia le monache dissolute, sia i loro monachini, appartenevano, se non di rigore ma comunque quasi sempre, alle famiglie più potenti e altolocate di quelle stesse città.

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Non solo, col Concilio di Trento, fu restituita dignità alla vita religiosa, perché dopo quella stagione di riforme, la Chiesa ed il mondo poté assistere ad una sua straordinaria rinascita. Il tutto con buona pace della suorina stolta coi capelli al vento e le gonne a mezza gamba che starnazza sul cosiddetto «oscurantismo tridentino» al capezzale della propria congregazione ormai agonizzante nel reparto di oncologia della vita religiosa femminile, dove attualmente sono ricoverate decine di congregazioni religiose che entro pochi anni non esisteranno più.

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E il vero oscurantismo fu!

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IL CONCILIO DI TRENTO OFFRÌ  UNA GRANDE MEDICINA MA LA CURA NON FU TOTALE A CAUSA DI MOLTI MEDICI CHE NON LA PRATICARONO

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Il Concilio di Trento non fu propriamente un incontro tra fratelli convenuti a Roma per parlare un po’ di ammodernamento e pastorale, sostituendo il dialogo alla dura condanna e il rigore della dura dottrina al ragionamento teologico aperto e pluralistico, come cinque secoli appresso — tanto per chiarirsi —, fu ridotto il Concilio Ecumenico Vaticano II, nel corso del quale fu prodotto: prima il para-concilio dei teologi in combutta coi giornalisti, poi appresso il ben più problematico post-concilio dal quale è nato quello che da anni vado definendo come il concilio egomenico dei socio-teologi. Il Concilio di Trento ebbe anzitutto una durata di ben diciotto anni [1545 – 1563] e si svolse sotto i pontificati dei Sommi Pontefici Paolo III, al secolo Alessandro dei principi Farnese [Canino 1468 – Roma 1549], Giulio III [Monte San Savino 1487 – Roma 1555], Pio IV [Milano 1499 – Roma 1565]. Ho reputato opportuno chiarire questa cronologia perché tra l’ignoranza che regna oggi sovrana — ahimè anche e soprattutto nel clero cattolico —, non rare volte ho udito ecclesiastici e pastori in cura d’anime affermare che il Concilio di Trento si sarebbe svolto sotto il pontificato del Santo Pontefice Pio V, che fu invece eletto due anni dopo la chiusura del concilio tridentino, nel 1566. Questa confusione generata purtroppo da crassa ignoranza deriva dal fatto che il Santo Pontefice Pio V pubblicò il 14 luglio 1570 l’edizione riformata ed unificata del Missale Romanum, anche noto come Messale di San Pio V o come Messale Tridentino.

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Il Concilio di Trento offrì, anche a livello disciplinare, delle indubbie, grandi ed efficaci cure. Potremmo dire che a suo modo istituì la chemioterapia per combattere il cancro ed impedire la diffusione delle metastasi nel Corpo della Chiesa. Pur malgrado la Chiesa visibile fu lungi dal mutarsi nei successivi decenni nella Gerusalemme Celeste, perché la lotta contro il cancro e le metastasi risulterà sempre inefficace se gli oncologi preposti omettono di praticare le cure con tutte le relative terapie. Il tutto lo apprendiamo dagli scritti e dalle parole di fuoco vergate e pronunciate da diversi Santi nei loro testi o sermoni. Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, vescovo e dottore della Chiesa [1696-1726] non esitò a lamentare il desolante e basso livello dei Vescovi del Meridione d’Italia, i loro interessi economici ed il loro asservimento al potere politico in vista del conseguimento di benefici e prebende; non esitò neppure ad indicarne le scarse capacità pastorali, ma soprattutto la bassa formazione teologica, con tutto ciò che da simili vescovi poteva derivarne al loro clero. Inutile ricordare che siamo a circa due secoli di distanza dalla chiusura del Concilio di Trento.

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Lamentele analoghe a quelle del Santo vescovo e dottore della Chiesa Alfonso Maria de’ Liguori, affiorano diverse nello stile espressivo ma identiche nella sostanza dagli scritti del Beato Antonio Rosmini, raccolti oltre un secolo dopo nell’opera Delle cinque piaghe della Santa Chiesa [il testo curato dai Padri Rosminiani è leggibile QUI].

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Se Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, appresso il Beato Antonio Rosimini, si esprimevano rispettivamente nel Settecento e nell’Ottocento entro termini così reali e severi, ciò è dovuto al fatto che trascorsi due e tre secoli dalla chiusura del Concilio di Trento, persino alcuni dei suoi canoni fondamentali non erano stati ancóra applicati in molte regioni della vecchia Europa, incluse non poche antiche Chiese locali di fondazione apostolica. Così, per apparente paradosso, il Concilio di Trento ebbe migliore e più capillare applicazione nelle terre di missione per opera dei missionari, che muovendosi sulle discipline tridentine evangelizzarono interi continenti. Le conseguenze furono che, mentre nelle missioni dell’America Latina i missionari provvidero ad istituire nel XVI secolo i seminari resi obbligatori dai Padri del Concilio per la formazione dei sacerdoti, in molte antiche diocesi del Meridione d’Italia, alla metà del Settecento, i seminari non erano stati ancóra istituiti. E quando furono istituiti, lo furono per formare al loro interno i figli delle famiglie nobili o dell’alta borghesia, da destinare poi ad incarichi ecclesiastici di rilievo, mentre la gran parte dei futuri sacerdoti seguitavano a ricevere la loro scarsa formazione da parroci di campagna come avveniva prima del Concilio di Trento. Non va poi dimenticato che per questioni di carattere sia politico sia economico, in molti Stati europei, l’applicazione di molti canoni del concilio tridentino, fu ostacolata dai regnanti, ovviamente con la compiacente accondiscendenza dei vescovi del luogo, che se da una parte non applicavano, dall’altra lucravano, dai Borbone nel Meridione dell’Italia come dai prìncipi germanici nell’estremo Nord dell’Europa, i loro buoni benefici e prebende.

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Il Concilio di Trento stabilì l’età di venticinque anni per ricevere la sacra ordinazione sacerdotale, ma molti vescovi non si attennero a quella come ad altre disposizioni, n’è esempio esauriente uno dei grandi santi della carità, Vincenzo de’ Paoli [Pouy, 1581 – Parigi, 1660], proveniente da una famiglia molto povera ed avviato dal padre agli studi ecclesiastici grazie al sostegno di un ricco avvocato di Tolosa che pagò le sue spese di formazione, ma soprattutto non sappiamo bene se mosso inizialmente da una autentica vocazione, che in ogni caso giunse in seguito e con esiti del tutto straordinarî. Infatti, il padre, sperava che in futuro, acquisito uno status superiore, il figlio potesse aiutare e sostenere la famiglia. Incurante di quanto disposto quattro decenni prima dai canoni del Concilio di Trento, il Vescovo di Tolosa lo consacrò sacerdote ad appena diciannove anni il 23 settembre del 1600.

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DOPO IL CONCILIO DI TRENTO, SCOMPARVE FORSE IL MALCOSTUME DAI MONASTERI FEMMINILI?

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Il Cinquecento fu indubbiamente il secolo dei grandi riformatori e dei grandi Santi che dettero vita e concreta esecuzione alle riforme operate dal Concilio di Trento, si pensi a Sant’Ignazio di Loyola [Azpeitia, 1491 – Roma, 1556] ed ai suoi primi Compagni, a San Filippo Neri [Firenze, 1515 – Roma 1595] ed a San Felice da Cantalice [Cantalice, 1515 – Roma, 1587], a San Carlo Borromeo [Arona, 1538 – Milano, 1584], a San Pietro da Alcántara [Alcántara, 1499 – Arenas, 1562], a Santa Teresa d’Avila [Avila, 1515 – Alba de Tormes, 1582] ed a San Giovanni della Croce [Fontiveros, 1542 – Úbeda, 1591], a San Giovanni d’Avila [Almodóvar del Campo, 1499 – Montilla, 1569], a San Giovanni di Dio [Montemor-o-Novo, 1495 – Granada, 1550] … senza certo dimenticare la già richiamata figura del Santo Pontefice Pio V [Bosco Marengo, 1504 – Roma, 1572], che per questi Santi fu ispiratore ed autentico modello di dottrina, virtù morale e pastorale.   

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I vizi e le decadenze morali che serpeggiavano nei conventi e nei monasteri tra il Quattrocento ed il Cinquecento, furono lungi dall’essere estirpati. O per dirla con alcuni tristi esempi scelti a caso tra i numerosi storicamente a disposizione: ad un tiro di schioppo da Roma, nella cittadina di Sora, alla metà dell’Ottocento, nel territorio canonico della Diocesi di Sora-Aquino-Pontecorvo, la badessa del monastero di Santa Chiara, Domna Maria Francesca Tronconi, comunicava all’Arciabate di Montecassino, Dom Celestino Gonzaga da Napoli, che il canonico Basilio Fortuna, membro del Capitolo della Cattedrale di Santa Maria Assunta a Sora e confessore ordinario delle monache di Santa Chiara, aveva abusato di tre religiose durante le confessioni sacramentali e di averle messe incinte. Delle tre, una certa Iacobelli, nei giorni che la badessa vergava quella lettera sarebbe stata prossima al parto [4].

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Come dimenticare ciò di cui sono poi capaci certe religiose, basti narrare tra i tanti un caso emblematico: nel 1821, due monache del monastero di Sant’Andrea Apostolo ad Arpino e con loro una terza, ancora educanda, accusarono il confessore ordinario di gravi molestie. Dopo accurate indagini canoniche le accuse si rivelarono però infondate e le tre donne ritirarono la loro denuncia, tentando di sostenere che si erano sbagliate e che avevano solamente frainteso il sacerdote. La triste vicenda stava però in tutt’altri termini: una delle monache aveva marchingegnato il tutto con l’appoggio e la complicità delle altre due, desiderando ella vendicarsi in tutti i modi del confessore che l’anno precedente aveva denunciato all’Autorità Ecclesiastica un prete per gravi abusi su delle religiose. Il prete denunciato, era però parente di questa monaca, che riteneva infangato il buon nome della sua famiglia a causa di quella denuncia. Così, la religiosa, tentò di vendicarsi rivolgendo a questo innocente la stessa accusa [5].

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Secondo la locuzione del Santo vescovo e dottore della Chiesa Ambrogio di Milano [Gallia 337 – Mediolanum 397] la Chiesa è «casta meretrix», una meretrice casta. Espressione, quella dell’antico Vescovo di Milano sulla quale oltre un decennio fa, il Venerabile Pontefice Benedetto XVI strutturò una delle sue omelie indicando la Chiesa come «santa e composta di peccatori» [6] [il testo integrale è leggibile, QUI].  In alcuni particolari momenti storici, la Chiesa non appare neppure composta semplicemente da uomini defettibili e peccatori, bensì come una vera e propria struttura di peccato che produce al proprio interno peccato e che lo diffonde al proprio esterno.

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Prima ancóra del Concilio di Trento, i malcostumi e la grande decadenza morale che imperversava nel clero fu condannata in modo molto severo dal IV Concilio Lateranense, che promulgò settanta decreti di riforma e che fu convocato da quell’uomo di ferro del Sommo Pontefice Innocenzo III [Gavignano 1161 – Perugia 1216]. I canoni disciplinari di questo concilio lasciano intendere in modo molto chiaro ed esauriente quali fossero le profonde e gravi decadenze morali e le corruttele che impestavano il clero. Eppure, a pochi decenni di distanza dopo la celebrazione di quel Concilio, un altro Santo e dottore della Chiesa, Bonaventura da Bagnoregio [Bagnoregio 1221 – Lione 1274], si esprimeva in questi termini per nulla rassicuranti:

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«Roma corrompe i prelati che corrompono i preti che corrompono il Popolo di Dio».

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A valutare la situazione in cui versa al presente la Chiesa, viene da chiedersi se i canoni disciplinari contro i malcostumi morali del clero siano stati scritti per gli ecclesiastici del 1215 o per quelli di oggi [il testo in traduzione italiana è leggibile, QUI].

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Nessun Concilio, ha mai resa la Chiesa perfetta, nessuno di essi ha mai distrutta la corruzione dell’uomo ed il peccato. I concilî, alcuni di essi in particolare, hanno ridato alla Chiesa ossigeno e l’hanno messa nella condizione di continuare a vivere in un corpo ecclesiale formato da ecclesiastici e da fedeli laici all’interno del quale convivono da sempre assieme peccatori e santi. Tutto questo ci è spiegato dalla parabola della zizzania e del buon grano che si conclude con queste parole:

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«[…] Da dove viene dunque la zizzania? Ed egli rispose loro: Un nemico ha fatto questo. E i servi gli dissero: Vuoi dunque che andiamo a raccoglierla? No, rispose, perché non succeda che, cogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Cogliete prima la zizzania e legatela in fastelli per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio» [Mt 13, 27-30].

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QUAL È LA REALE SITUAZIONE DELLA VITA RELIGIOSA FEMMINILE DOPO LA GRANDE VENTATA DEL CONCILIO VATICANO II ?

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Per rispondere a questo quesito partiamo dai dati numerici: la popolazione mondiale oggi conta sette miliardi e mezzo di persone, nel mondo di oggi l’età media della vita di una donna è di 70 anni e otto mesi; quella di una donna europea è di 84 anni e nove mesi. Oggi nel mondo i fedeli cattolici sono circa un miliardo e trecento milioni. Le religiose degli ordini e delle congregazioni religiose femminili, secondo le statistiche che il 30 ottobre 2018 hanno ufficializzato i dati del 2017, ammontano a 659.445, sottraendo il numero dei decessi al numero delle nuove professioni religiose abbiamo una decrescita di meno 10.885, l’età media delle religiose è pari a 64 anni, ma se alla statistica fossero sottratte l’Africa e alcuni Paesi dell’Asia, l’età media delle religiose sarebbe al di sopra dei 70 anni, n’è prova che in Europa, da un ventennio a questa parte, le religiose stanno progressivamente sparendo da intere diocesi [cf. dati statistici ufficiali, QUI]. Andiamo adesso indietro di sessant’anni, per l’esattezza cinque anni prima l’apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II, quando secondo il paradigma della suorina stolta usato come filo conduttore di questo mio scritto, vigevano le regole «oscurantiste» del Concilio di Trento. Nel 1958 la popolazione mondiale contava due miliardi e novecento milioni di persone, i cattolici nel mondo erano circa 800 milioni, l’età media della vita di una donna era di 49 anni, quella di una donna europea di 67 anni, le religiose degli ordini e delle congregazioni religiose femminili risultavano nel 1957 un milione e sessantamila, l’età media delle religiose era di 41 anni, sottraendo il numero dei decessi al numero delle nuove professioni religiose abbiamo un incremento di più 12.450.

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Faccio notare, a chi eventualmente non vi avesse prestata attenzione, quando siano allarmanti questi due diversi dati statistici: quello registrato quando vigeva sempre «l’oscurantismo tridentino», quello registrato mezzo secolo dopo l’esplosione della nuova Pentecoste avvenuta con il Concilio Vaticano II. Il dato allarmante si regge sia sul numero della popolazione mondiale sia su quello dei cattolici nel mondo. Infatti, quando in epoca «oscurantista» la popolazione mondiale non arrivava a tre miliardi di persone ed i cattolici erano circa 800 milioni, le religiose nel mondo erano oltre un milione, mentre mezzo secolo dopo la nuova Pentecoste, a fronte di un popolazione mondiale più che raddoppiata — sette miliardi e mezzo di persone —, nonché a fronte di una popolazione cattolica mondiale passata da circa 800 milioni di fedeli a un miliardo e trecento milioni, le religiose risultano calate per un numero pari ad oltre 400.000 in soli sessant’anni, il tutto — lo ripeto di nuovo — mentre la popolazione mondiale era più che raddoppiata e mentre i cattolici erano mezzo miliardo di fedeli in più rispetto a quelli di circa mezzo secolo prima.

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Se i numeri sono aridi e non hanno un’anima, hanno però una storia, soprattutto una ragion d’essere, ecco allora sorgere la prima domanda: se dopo quello che taluni ecclesiastici e teologi contemporanei definiscono trionfalmente come il più grande concilio della storia della Chiesa, siamo giunti a questi dati statistici; se di giorno in giorno chiudono istituti religiosi, monasteri e conventi storici di lunga tradizione, qualcuno, intende cominciare a chiedersi se per caso, in quella che a suo tempo fu definita come nuova Pentecoste, qualche cosa non è andata per il verso giusto? È una risposta, questa, che viene richiesta in modo serenamente doloroso alle Autorità Ecclesiastiche ed ai Pastori della Chiesa, non è affatto reclamata dalla prevenzione, né dall’ironia e meno che mai dalla cieca ideologia: è una risposta reclamata dai numeri, che come dicevo poc’anzi non hanno un’anima, ma hanno una loro storia e una loro ragione d’essere. E, questi numeri sconcertanti, a mezzo secolo dalla chiusura dell’ultimo concilio della Chiesa rappresentano una domanda che reclama appunto risposta, anche se costasse dover ammettere che poco prima, che durante e che dopo il Concilio Vaticano II, qualche cosa non ha funzionato, coi conseguenti risultati che oggi abbiamo sotto gli occhi; risultati resi del tutto innegabili dall’aridità, ma al contempo dalla innegabile precisione dei numeri.

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ERA NECESSARIO UN «AGGIORNAMENTO» DELLE RELIGIOSE A COLPI DI TAILLEURS, TESTE SCOPERTE E MESSE IN PIEGA DAL PARRUCCHIERE ?

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Tra la metà degli anni Sessanta e gli inizi degli anni Settanta del Novecento, la vita di gran parte delle congregazioni femminili è stata sconvolta — più e peggio di quelle maschili —, dalla grande ventata del cosiddetto “aggiornamento”. Diversi sono stati i capocomici nel corso della infelice stagione del post-concilio egomenico — in testa a tutti i Gesuiti, che in molti istituti religiosi femminili svolgevano da molti anni il ministero di confessori e di direttori spirituali —, i quali hanno letteralmente stravolta la vita, il senso della vita ed il carisma di quegli istituti. O, sempre per ricorrere a degli esempi concreti: sino al 1965 le religiose erano ricoperte coi propri abiti dalla testa ai piedi e con i capelli interamente nascosti dal velo, il significato ed il senso del quale risale sino ai tempi dell’epoca apostolica. La stessa Beata Vergine Maria è raffigurata nella iconografia sin dai primi secoli col cosiddetto μαφόριον [maphórion]. Il μαφόριον, noto poi come “velo monastico”, era ed è tutt’oggi il segno delle vergini consacrate a Dio. Il Beato Apostolo Paolo, rivolgendosi agli abitanti di Corinto, raccomanda alle donne di coprirsi il capo. Si tratta di una lettera apostolica da collocare indubbiamente nell’epoca e nella cultura in cui fu scritta, ma che attraverso un messaggio che mai ha perduta attualità sottintende il segno e l’intimo senso di appartenenza a Dio della donna a lui consacrata [I Cor 11, 1-6]. Ecco però che d’improvviso, a pochi anni di distanza dall’ultimo Concilio, ci siamo ritrovati dinanzi a suore vestite in tailleurs, con le gonne che coprivano a malapena il ginocchio e con i capelli tinti trattati con la permanente e curati dalla messa in piega fatta dal parrucchiere. Mi domando e domando: è forse un attentato di lesa maestà, dire solo e null’altro che il vero, ossia che cose di questo genere, nel Nord America e in vari Paesi europei, sono avvenute principalmente presso quelle congregazioni religiose che da sempre, se non per vera e propria tradizione, si avvalevano dei Gesuiti come confessori, direttori spirituali, insegnanti e predicatori? [un solo esempio tra i tanti, QUI].

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I fatti dimostrano che il cosiddetto «aggiornamento» delle religiose in tailleurs, con le teste scoperte e le messe in piega del parrucchiere, ha prodotto lo svuotamento di intere congregazioni religiose, che scompariranno definitivamente quando le ottantenni oggi sopravvissute saranno finalmente sepolte con i loro tailleurs, le loro teste scoperte e le loro messe in piega del parrucchiere. Però, moriranno aggiornate! E con loro sarà consegnata alla tomba la loro congregazione religiosa, altrettanto ed anch’essa aggiornata.

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LE CASE RELIGIOSE VUOTE E LE SCELLERATE “CAMPAGNE ACQUISTI” DELLE VARIE CONGREGAZIONI RELIGIOSE RASENTI A VOLTA LA … “TRATTA DELLE NERE”

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In certi discorsi bisogna procedere con cautela perché purtroppo c’è una chiusura ideologica a priori: infatti, tutto ciò che è nero, di per sé è bello e buono. Soprattutto, tutto ciò che è nero, è vittima sopravvissuta, o vittima discendente delle scellerate politiche coloniali e di conquista dei vari Paesi dell’Occidente. Se in diversi Paesi del Continente africano oggi ci ritroviamo con un clero ingestibile che partendo dalla grande chimera dell’inculturazione — altra parola magica del post concilio — ha finito per divenire un clero che spazia tra l’animismo ed un cattolicesimo adulterato e corrotto, ciò è dovuto al fatto che tra la metà e la fine degli anni Sessanta del Novecento, il Santo Pontefice Paolo VI ebbe la discutibile lungimiranza di voler creare a tutti i costi dei vescovi locali, incurante che alcuni di quei Paesi erano stati evangelizzati neppure trent’anni prima. Numerosi sono stati i casi di soggetti elevati alla dignità episcopale ad appena quarant’anni, od a trentasette o trentotto, che erano stati battezzati e divenuti cristiani a tredici o quindici anni, dopo essere nati e cresciuti in famiglie che li avevano istruiti sin da bambini ai culti animistici ed al culto degli spiriti degli antenati.

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Nei tempi che furono qualcuno ci provò a dire al Santo Pontefice Paolo VI che per dare vita ad un clero autoctono occorrevano generazioni e che per creare i primi vescovi scelti tra i nativi era bene attendere un secolo, o comunque non meno di settanta od ottant’anni, ma a questo, lui che pure lo sapeva bene, non volle prestare ascolto, commettendo, in questo come in altri casi, degli errori notevoli. Chiariamo il tutto con un esempio legato ad una triste figura, quella dell’Arcivescovo Emmanuel Milingo, scomunicato nel 2006 e poi dimesso dallo stato clericale nel 2009 [documento ufficiale, QUI] …

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… Emmanuel Milingo nasce nel 1930 nello Zambia, Paese africano dove la vera e propria evangelizzazione — dopo alcuni sporadici tentativi fatti solo a fine Ottocento in poche località ad opera di piccoli gruppi di missionari —, prende avvio solo dopo il 1915. Riceve il battesimo nel 1942 all’età di dodici anni e la sacra ordinazione sacerdotale nel 1958 all’età di 28 anni. Nel 1959, ad appena 39 anni, è eletto Arcivescovo Metropolita di Lusaka, Capitale dello Zambia. Riceve la consacrazione episcopale dal Sommo Pontefice Paolo VI, che lo aveva voluto vescovo e che lo salutò come il vescovo più giovane dell’intero Continente africano. Questa cronologia non necessita commenti, perché l’apoteosi dell’imprudenza è racchiusa tutta nelle date, alle quali basta aggiungere che i vicariati apostolici istituiti attorno al 1915 nello Zambia, sono stati elevati a diocesi solo tra il 1959 ed il 1976. Emmanuel Milingo fu il primo arcivescovo autoctono dell’Arcidiocesi di Lusaka, suoi predecessori furono due missionari polacchi gesuiti nominati vescovi titolari e posti alla guida di quel vicariato apostolico: Bruno Wolnik dal 1927 al 1950; Adam Kozłowiecki dal 1955 al 1969. Quest’ultimo, prima coltivò e poi indicò a Paolo VI il giovane Emmanuel Milingo come figura di profilo episcopale. Nel concistoro del 21 febbraio 1998 Adam Kozłowiecki fu creato cardinale dal Santo Pontefice Giovanni Paolo II, mentre Emmanuel Milingo, per la sua problematicità non più sostenibile in loco, era già stato costretto a rinunciare al governo della sua diocesi e chiamato a Roma nel 1983. Già quindici anni prima che il méntore di Emmanuel Milingo fosse creato cardinale per i suoi meriti missionari e pastorali — meriti ai quali si potrebbe aggiungere un concetto molto in voga nella Compagnia di Gesù, ovvero la “capacità di discernimento” —, egli aveva già dato tutti i peggiori problemi, sino alla sua grottesca partecipazione come cantante ospite al Festival della canzone italiana di San Remo nel 1997, per seguire con la sua entrata in una sétta, il suo matrimonio-farsa con una Signora coreana, il suo atto di apostasia dalla fede e di scisma dalla Chiesa Cattolica. Alla concreta prova dei fatti Emmanuel Milingo non s’è fatto mancare niente, resta però senza risposta il quesito fondamentale: chi è che di tanto in tanto favorisce con la propria leggera, emotiva e fantasiosa imprudenza la nascita e lo sviluppo di simili “mostri”, in questa nostra Chiesa nella quale Cesare non sbaglia mai e la moglie di Cesare è sempre e di rigore al di sopra di ogni possibile sospetto? 

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Quali sono stati i risultati di certe scelte pastorali? Furono purtroppo che molti vescovi di questi Paesi appena evangelizzati, di fatto si comportavano come dei grandi capi tribù, ma soprattutto avevano sempre a proprio servizio gruppi di giovani suore appartenenti alla miriade di congregazioni di diritto diocesano sorte come funghi in tutta quanta l’Africa; e tutte con lo stesso originale e strano carisma: assistere vescovi e sacerdoti. D’altronde, in un contesto socio-culturale nel quale tutt’oggi il celibato sacerdotale, ma soprattutto la castità ad esso legata, non è facile da far penetrare, si rendeva necessario raccogliere, per i vescovi e per i preti, delle domestiche sessuali in modo per così dire pulito, evitando semmai che i preti lasciassero ragazze incinte da un villaggio all’altro. E che cosa accadeva di prassi, se la suora rimaneva incinta? Se non veniva fatto ricorso all’aborto — cosa purtroppo ripetutamente avvenuta —, a quel punto la suora finiva sbattuta fuori dalla comunità, ed il prete mandato invece a studiare a Roma a spese della Congregazione de propaganda fide.

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Siccome il lupo antropologico perde il pelo ma non il vizio, ecco che nel 2008, ai quattro angoli del grande refettorio del Collegio romano San Pietro adiacente la Pontificia Università Urbaniana, appaiono dei cartelli che avvisano: «È proibito ai sacerdoti far salire le suore nelle proprie camere». Cartelli che furono letti da decine e decine di preti, compresi due che oggi, ad oltre un decennio di distanza, sono divenuti vescovi, uno di una diocesi africana, uno di una diocesi missionaria dell’America Latina; furono infatti proprio loro, ad informarmi di questi cartelli affissi dal rettore del collegio ed a farmene vedere le immagini da loro stessi fotografate.

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Mentre nel pieno della nuova Pentecoste le case degli istituti religiosi si svuotavano nel corso degli anni Settanta, mentre molti noviziati erano ormai deserti e da lì a poco, le suore della vecchia Europa avrebbero dovuto cominciare a fare i conti con l’età, ecco che le loro lungimiranti superiore generali decisero assieme ai loro consigli di aprire missioni in diversi Paesi africani e asiatici. E tra la fine degli anni Settanta e gli inizi degli anni Ottanta prese avvio quella invereconda e per certi versi immorale campagna acquisti che potremmo per taluni versi paragonare ad una vera e propria tratta delle nere.

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Dobbiamo però prudentemente sorvolare su quanto siano difficili da trattare e da mettere sulla giusta riga certe giovani africane, culturalmente refrattarie anche alle forme più elementari di disciplina sulle quali si fonda la vita comune nelle comunità religiose, perché affrontando certi temi si leverebbe prontamente per tutta risposta un coro polifonico di anime politicamente corrette per dare inizio al solenne inno: Al razzista, al razzista! E non parliamo di che cosa è accaduto in certe comunità religiose quando sono giunti invece gruppi di brasiliane, con le suore anziane che pregavano per avere la grazia di una veloce e buona morte o perlomeno la grazia di rimanere quanto prima possibile sorde e cieche, ond’evitar d’assistere a certi scempî.

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Questa manovalanza acquisita in siffatte campagne acquisti per evitare l’estinzione di certe congregazioni, benché non si dica, quasi sempre è stata anche particolarmente costosa, con risvolti tutt’altro che puliti. Molte di queste congregazioni, l’acquisizione di certe religiose, l’hanno pagata e seguitano a pagarla col mantenimento economico di tutti i nuclei familiari delle suore. A questo vanno poi aggiunte le ruberie delle suore stesse, che appena hanno potuto si sono impossessate di danaro dalle casse o dalle risorse delle comunità religiose, per inviarlo ai loro parenti nei propri Paesi di origine. Più volte, queste suore, sempre a spese delle comunità hanno portato in Europa loro fratelli e sorelle, costringendo la congregazione a provvedere alla loro sistemazione, inclusa quella di fratelli e nipoti tutt’altro che propensi al lavoro, perché, in alcuni Paesi e culture africane, a lavorare è la donna, non l’uomo. E qui, per evitare che il coro polifonico di anime politicamente corrette pronto a inneggiare Al razzista, al razzista! Dal canto passi alla denuncia, è bene tacere sulla nazionalità di alcuni di questi uomini africani, a tal punto allergici al lavoro che, se un giorno incontrassero la persona che il lavoro l’ha inventato, non esiterebbero ad ammazzarla di botte. Mi riferisco ovviamente a quelli che, pur di non lavorare, preferiscono molto di più portare le loro mogli e le loro figlie a prostituirsi sulle strade delle nostre città, esercitando infine il loro lavoro: togliergli i soldi di tasca quando poi vanno a riprenderle al termine del loro servizio.

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Dopo l’ondata di africane e di brasiliane, è giunta appresso quella delle indiane. In quel caso ci siamo ritrovati più volte dinanzi a giovani ragazze veramente molto belle. E quando una ragazza europea molto bella diventava suora, ciò era quasi sempre segno di una particolare e solida vocazione, perché se avesse voluto, avrebbe potuto aver lieta e felice vita scegliendosi il miglior marito che si sarebbe potuta scegliere, perché da sempre, la bellezza femminile, è una ricchezza che può produrre ottimi matrimoni.

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La campagna acquisti indiana non ha però tenuto conto di una cosa, o meglio non ha voluto tenerne conto: in gran parte delle zone dell’India, se una famiglia non ha i soldi necessari per costituire una dote alla figlia, questa, fosse anche una perla di rara bellezza, non può sposarsi. E le ragazze che non possono sposarsi, spesso scelgono tra due diversi mestieri: fare le prostitute a Calcutta, oppure fare le suore. E tra le due scelte, molte scelgono giustamente la seconda opzione.

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Le superiore generali delle congregazioni che hanno fatto campagne acquisti in India, vogliono per caso narrarci che fine hanno fatto, quelle ragazze tanto belle ma tanto povere, prive per questo di dote matrimoniale, quando sono giunte suore in Italia? Ebbene, premesso che più bugiardi dei preti lo sono solo le suore, sapendo che una domanda simile rimarrebbe senza risposta o comunque sarebbe evasa con una risposta del tutto menzognera, la verità sarà bene che ve la narri io: la maggior parte di queste splendide ragazze, giunte in Italia o in altri Paesi europei, poco dopo si sono trovate un uomo che se l’è prese in moglie trattandole come delle autentiche regine. Infatti, per l’uomo italiano, ed in genere per gli uomini europei, una donna giovane, bella e soprattutto dotata di quella femminilità ormai da tempo perduta da molte delle nostre donne maschiacce capaci solo a porsi in competizione professionale e sociale con gli uomini, è una ricchezza che non ha prezzo. Ecco dove sono finite molte delle ragazze bellissime, giunte in Italia come suore, in seguito alle campagne acquisti da parte di molte morenti congregazioni religiose che stanno esalando i propri ultimi respiri grazie alla nuova Pentecoste.

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TRA POCO ASSISTEREMO ALLA PIÙ GRANDE SVENDITA DEL PATRIMONIO RELIGIOSO

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Molte congregazioni religiose femminili sono dotate di grandi patrimoni immobiliari. Numerose posseggono stabili grandi e di gran pregio storico e artistico, altre posseggono grandi stabili che un tempo erano asili, scuole, istituti d’istruzione e collegi. Girando per la sola Roma, è visibile agli occhi di tutti che già molti di questi stabili sono stati trasformati in case di accoglienza o alberghi, altri dati in affitto o venduti a privati. Naturalmente, ed in specie uscendo dai centri storici delle grandi città, non sarà possibile convertire tutte queste strutture in alberghi od in sedi di prestigiosi uffici di rappresentanza di aziende private o di liberi professionisti con le parcelle a sei zeri. Pertanto, gran parte di questi patrimoni, sono destinati in breve tempo ad essere svenduti. Sicché, entro breve tempo, assisteremo alla più colossale svendita del patrimonio immobiliare religioso. Forse, affaristi ed avvoltoi vari, avranno già fatto i loro conti, o forse, con lucida freddezza, avranno già fatto il progetto per spartire la torta tra varie società immobiliari e gruppi di singoli e ricchi affaristi.

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A questo dato, o se preferiamo alla tragica cronaca di questa morte annunciata, si uniscono tutte le complicazioni derivanti dalle scellerate campagne acquisti. Esempio: ci sono congregazioni religiose che per lunghi decenni, se non addirittura per secoli, si sono dedicate alla istruzione dell’infanzia od alla gestione di scuole medie superiori caratterizzate dall’alta qualità dell’offerta formativa. Questi istituti, per la maggiore, si reggevano in piedi grazie alle suore che erano tutte quante insegnanti; a onor del vero, erano anche delle insegnanti di indubbio ed alto livello. Durante la nuova Pentecoste, lo Spirito Santo, anziché riempire di vocazioni i noviziati, pare però che per mistero imperscrutabile di grazia li abbia svuotati, nel mentre, le suore, col passar del tempo invecchiavano. Grazie alla campagna acquisti diverse congregazioni sono riuscite a sopravvivere acquisendo un certo numero di suore africane e indiane, le quali però, lungi dall’essere laureate e lungi dal destreggiarsi perfettamente nella lingua italiana, avevano una scarsa formazione scolare e non riuscivano a parlare bene la lingua italiana, figurarsi dunque se potevano sostituire nell’insegnamento scolastico le loro anziane consorelle. A quel punto, laddove è stato possibile, l’istituto è stato mutato in un albergo all’interno del quale oggi, un gruppo di giovani suore africane e indiane, fanno le cameriere, mentre le poche anziane italiane sopravvissute gestiscono e seguiteranno a gestire finché vivranno o finché potranno tutta quanta l’amministrazione. Domanda: che cosa accadrà, quando le anziane suore italiane moriranno e questi istituti, con i relativi patrimoni, finiranno in mano ai frutti della scellerata campagna acquisti? Perché domani, le cosiddette “proprietarie del tutto”, saranno gruppi di suore straniere di bassa cultura, senza adeguata istruzione, con una conoscenza sommaria della lingua italiana e via dicendo a seguire.

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Premesso che dalle attuali suore ho sempre cercato di stare alla larga, come credo sia bene stare alla larga da dei cadaveri messi dentro le celle frigorifero dell’obitorio in attesa che si liberi qualche posto per la loro sepoltura nel cimitero sovraffollato, nella mia personale esperienza sacerdotale e pastorale posso dire di avere conosciuto in Italia solo pochissime suore africane ed asiatiche dotate di profonda formazione e di competenze professionali. Per esempio: ricordo alcune suore indiane che all’interno di una delle migliori cliniche di Roma, di proprietà e gestita dalla congregazione di queste religiose, sono delle infermiere professioniste che tutti i chirurghi che operano in quella struttura cercano sempre di avere vicine come assistenti di sala operatoria, perché sono di una bravura straordinaria. Bisogna però notare che queste suore indiane sono originarie dello stato del Kerala, dove la cultura cristiana è molto antica e dove quella Chiesa particolare vanta la propria fondazione apostolica, avvenuta nell’anno 52 d.C. per opera dell’Apostolo Tommaso. E per cultura ed antica tradizione cristiana, le religiose del Kerala sono del tutto diverse da quelle religiose di altre regione dell’India che sono vegetariane e che non mangiano carni per paura di potersi cibare di qualche loro antenato reincarnato in una mucca o in un vitello. Sempre a Roma ho conosciuto una eccezionale suora filippina, oggi quasi settantenne, giunta in Italia ad appena diciannove anni d’età, che per anni è stata insegnante e direttrice di una scuola media gestita dalla sua congregazione religiosa. Oltre alla sua operosità ed alle sue straordinarie capacità di lavoro, questa religiosa parla l’italiano come una vera e propria madrelingua, conseguì a suo tempo la laurea in lettere ed è stata per quasi quarant’anni un’ottima insegnante e poi direttrice didattica della scuola. Anche in questo caso, però, stiamo parlando di una donna nata nelle Filippine, dove il cattolicesimo non è stato portato pochi decenni fa, ma ha una storia di oltre cinquecento anni, peraltro caratterizzata da una popolazione cattolica particolarmente legata alla fede cristiana e profondamente devota a Roma. Storia diversa ma del tutto analoga a quella della suora filippina, quella di una suora congolese che si destreggia con un perfetto italiano e che parla a meraviglia inglese, francese e spagnolo. Questa religiosa di origine congolese proviene da una vecchia famiglia che è cattolica da generazioni e che decise di diventare suora quando, con una borsa di studio, giunse poco più che diciottenne a Roma per svolgere gli studi universitari, dopo avere studiato per quattro anni italiano alla scuola media superiore della sua città, avendo in programma i suoi genitori di mandarla a studiare in quella metropoli europea da loro considerata la grande capitale mondiale della cristianità. E qui facciamo notare che l’evangelizzazione del Congo prese avvio sul finire del Quattrocento, mentre agli inizi del Seicento i Gesuiti fondarono in quel Paese l’istituto del Santissimo Salvatore, che formerà per gli anni a seguire le classi dirigenti congolesi, mentre a metà del Seicento giunsero i Frati Minori Cappuccini, ai quali fu invece affidato il compito di istruire e di assistere il clero locale nella erezione delle parrocchie.

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Fatte salve le eccezioni e senza temere che la corale polifonica del politicamente corretto dia avvio all’inno Al razzista, al razzista! I prodotti di queste campagne acquisti, oltre all’elevato numero di suore indiane approdate alle vita religiosa perché prive di dote e quindi del mezzo fondamentale per potersi sposare, è stata la introduzione in molte congregazioni religiose di numerose suore provenienti da vari Paesi africani di recente evangelizzazione, divenute cristiane da adolescenti, prive di una profonda formazione cristiana e prive di adeguata formazione religiosa dovuta proprio alla loro carente formazione cristiana, intrise di animismo, affette da non poche superstizioni e di fatto legate ancóra ai culti degli antenati. Quando le vecchie suore italiane che oggi reggono ormai le propri vite coi denti e che dall’altra seguitano a reggere ed a gestire queste congregazioni, verranno a mancare, quale fine faranno questi istituti, inclusi i loro patrimoni spesso cospicui, quando il tutto sarà in mano ai prodotti della infelice campagna di acquisti?

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ERA MEGLIO NEL PERIODO PRECEDENTE IL CONCILIO DI TRENTO QUANDO MOLTI MONASTERI ERANO DEGLI AUTENTICI BORDELLI

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I frutti prodotti dalla nuova Pentecoste, o come dicono altri «da quell’aria di primavera entrata negli armadi da troppo tempo chiusi della Santa Chiesa di Dio», sono quelli che abbiamo sotto gli occhi: sono frutti che hanno prodotto una crisi religiosa negli istituti femminili come mai s’era vista prima. In fondo noi abbiamo piantato un albero che doveva essere il più bello e rigoglioso del giardino, ed anche se nei fatti non lo è, c’è chi lo dichiara tale, lanciando tutti i fulmini e le saette dell’ostracismo verso chiunque osi indicare che l’albero è brutto e ammalato. Eppure il Santo Vangelo, tramite le parole di Cristo Signore, ci insegna come riconoscere gli alberi:

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«Non c’è albero buono che faccia frutti cattivi, né albero cattivo che faccia frutti buoni. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dalle spine, né si vendemmia uva da un rovo. L’uomo buono trae fuori il bene dal buon tesoro del suo cuore; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male, perché la bocca parla dalla pienezza del cuore» [Lc 6, 43-45].

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Dovremmo pertanto domandarci: se l’albero è cresciuto storto ed i frutti da esso dati sono morti prima ancóra di germogliare, può essere che sia nel piantarlo sia nel farlo crescere, qualche cosa non sia andata per il verso giusto?

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Il Vaticano II è stato un concilio della Chiesa, per l’esattezza il XXI°, non è stato né un super-concilio né il concilio dei concili. Ma soprattutto, come ci spiegò il Venerabile Pontefice Benedetto XVI, il Vaticano II non può essere mutato in una sorta di superdogma. Concetto questo ripreso dal Sommo Pontefice il 14 febbraio del 2013, tre giorni dopo avere fatto atto di rinuncia al sacro soglio. In questo suo discorso rivolto al clero romano Benedetto XVI ammette chiaramente che nella Chiesa imperversa una grave crisi di ordine dottrinale e morale, attribuendola sia al para-concilio celebrato dai teologi sulle colonne dei giornali, sia al post-concilio:

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«[…] Sappiamo come questo Concilio dei media fosse accessibile a tutti. Quindi, questo era quello dominante, più efficiente, ed ha creato tante calamità, tanti problemi, realmente tante miserie: seminari chiusi, conventi chiusi, liturgia banalizzata … e il vero Concilio ha avuto difficoltà a concretizzarsi, a realizzarsi; il Concilio virtuale era più forte del Concilio reale […]» [testo integrale, QUI].

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A metà degli anni Sessanta fu annunciato l’arrivo delle nuova primavera della Chiesa, alla prova dei fatti siamo invece sprofondati in uno dei peggiori inverni siberiani, o come scrissi in un mio articolo due anni fa: siamo alla nuova caduta dell’Impero Romano. [vedere testo QUI].

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Come ho spiegato nel corso di questo mio scritto, dopo il Concilio di Trento abbiamo assistito ad una grande rifioritura della Chiesa unita ad una grande attività missionaria, il tutto collocato nella storia di quel Cinquecento che fu un secolo di grandi riformatori e di grandi Santi. Pur malgrado, il Concilio di Trento non debellò affatto i malcostumi, ed a distanza di alcuni secoli molti dei suoi canoni fondamentali non risultavano ancora applicati ovunque, oppure erano solo parzialmente applicati. 

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I prodotti postumi al Concilio Vaticano II sono oggi sotto gli occhi di tutti: a mezzo secolo da quello che taluni indicano come il più grande Concilio della Chiesa, od il concilio dei concili, la Chiesa versa in una crisi dottrinale, morale e spirituale dinanzi alla quale è davvero difficile trovare dei precedenti storici, perché si tratta di una situazione e di una crisi del tutto nuova. Concludendo pertanto con l’iniziale paradigma della suorina stolta che affermava: «Mica possiamo tornare ai tempi oscuri del Concilio di Trento!», come estrema risposta conclusiva penso di poter replicare che sul piano della vita religiosa femminile, forse sarebbe meglio tornare al periodo precedente al Concilio di Trento, quando molti monasteri erano ridotti a degli autentici bordelli. Non dimentichiamo infatti che al loro interno, oltre alle monache divenute tali per costrizione, c’erano anche delle Sante che come buon grano vivevano a fianco a fianco con la gramigna [cf. Mt 13, 27-30], perché come insegna il Beato Apostolo: «Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia» [Rm 5, 20]. E sul finire merita ribadire che la grande Santa e riformatrice Teresa d’Avila nacque proprio in questo genere di monasteri popolati di monache dissolute, divenendo ciò che è divenuta e producendo i frutti che ha prodotto.

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Oggi questo non è possibile, perché non stiamo più parlando di grano e gramigna che vivono assieme e che devono essere lasciati assieme per evitare il rischio di distruggere anche una spiga sola di buon grano; oggi noi siamo di fronte al cadavere della vita religiosa femminile posto dentro la cella frigorifera dell’obitorio per evitare che si decomponga. E lo stato di grazia, come risaputo, abbonda anche e soprattutto nel peggior peccato, ma sui corpi dei viventi, non sui cadaveri dei morti. Mai nessuno potrà infatti pronunciare su di un cadavere la formula: «Io ti battezzo…», oppure «Io ti assolvo dai tuoi peccati», meno che mai si può porgere la Santissima Eucaristia sulla bocca di un morto dicendo al cadavere inanimato «Il Corpo di Cristo».

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Ma questo, la suorina stolta con la chioma al vento e la gonna a mezza gamba, abbeveratasi al post-concilio nato dal para-concilio, non lo sa, come tutte le persone che vivono incoscienti e irresponsabili con l’idea di una primavera sotto il gelo invernale delle temperature glaciali della Siberia. Perché gli alberi, belli e rigogliosi, lo sono per i frutti che danno, non per i frutti non dati ma da noi in ogni caso immaginati. La fede non si basa sulle emotività ideologiche ma sui fatti, per quant’è vero ciò che insegnava uno dei grandi maestri della scolastica, Sant’Anselmo d’Aosta: fides quaerens intellectum, intellectus quaerens fidem [La fede richiede la ragione, la ragione richiede la fede]. Fantasia e illusione, non sono elementi fondanti della nostra fede, ma elementi di distruzione della fede, perché togliendo il grande lume della ragione che produce le opere e che è dono di grazia mirabile dello Spirito Santo, a quel punto prende vita uno pseudo cristianesimo fondato sul sentimentale e sull’emotivo. E così, si passa dal cristianesimo al neo-paganesimo, allo gnosticismo, se non peggio: all’ateismo. Infatti «la fede, se non ha le opere, è morta in se stessa […] mostrami la tua fede senza le opere, ed io con le mie opere ti mostrerò la mia fede» [II Gc 1, 17-18]. Ecco la terribile domanda fondamentale di cui molti, troppi, dovranno rendere seriamente conto a Dio: quali sono stati i frutti delle opere e che genere di fede hanno prodotto? È infatti da questi frutti che saremo riconosciuti e poi giudicati da Dio, perché «alla sapienza è stata resa giustizia dalle sue opere» [Mt 11, 19].

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dall’Isola di Patmos, 3 febbraio 2019

Presentazione del Signore Gesù al Tempio

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Non è necessario de-sacralizzare e prendere il giro la Chiesa Cattolica, perché la Chiesa Cattolica si de-sacralizza e si prende in giro da sé stessa

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NOTE

[1] «Ubi violata […] diligenter restitui, et ubi inviolata […] conservari»: Concilii Tridentinii actorum. Pars sexta complectens acta post sessionem sextam (XXII) usque ad finem concilii (17 sept. 1562-4 dec. 1563).

[2] Citazione originale in italiano arcaico: «[…] quando vien qualche signor in questa terra, li mostrate li monasterii di monache, non monasterii ma prostribuli e bordeli publici» —  Marino Sanuto, Diarii (a cura Federico Stefani), Venezia, 1879, t. I, col. 836. Cfr. anche Pio Paschini, I monasteri femminili in Italia nel ‘500, in AA. VV., Problemi di vita religiosa in Italia nel Cinquecento. Atti del convegno di storia della Chiesa in Italia, Bologna, 2-6 settembre 1958, Editrice Antenore, Padova, 1960, pp. 31-60 e Innocenzo Giuliani, Genesi e primo secolo di vita del Magistrato sopra monasteri (Venezia, 1962).

[3] S. F. Wemple – S. Salvatore – S. Giulia: A case study in the endowment and patronage of a major female monastery in northern Italy, in Women of the medieval world. Edited by Julian Kirshner and Suzanne F. Wemple. New York: Blackwell, 1985.

[4] Archivio della Nunziatura Apostolica di Napoli, Scat. 44, Denuncia della badessa Domna Maria Francesca Tronconi, 21 aprile 1836.

[5] ASDS, Atti per luogo, Arpino, B. 61, fasc. 4. ASV, Congregazione dei vescovi e regolari, Positiones monialium, Novembre 1822, S. Germano, Placida Scafi.

[6] Cf. S.S. Benedetto XVI, Omelia alla liturgia dell’Epifania, Papale Arcibasilica di San Pietro, 6 gennaio 2008.

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Ringraziando tutti i cari Lettori che ci hanno sostenuti, ricordo, come ormai ben sanno i nostri numerosi affezionati, che la nostra opera si regge interamente sul vostro sostegno economico [cf. QUI], ed a tal proposito ricordiamo:

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«Non sapete che quelli che celebrano il culto, dal culto traggono il vitto, e quelli che servono all’altare, dall’altare ricevono la loro parte? Così anche il Signore ha disposto che quelli che annunciano il Vangelo vivano del Vangelo» [I Cor 9, 13-14].

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«In Dio possiamo tutti diventare dei grandi scrittori e artisti dell’unità dell’amore»

L’angolo dell’omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

«IN DIO POSSIAMO TUTTI DIVENTARE I GRANDI SCRITTORI E ARTISTI DELL’UNITÀ DELL’AMORE»

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Spiegare e mostrare la nostra fede quindi non è salire in cattedra, non è riempirsi di superbia ma innanzitutto amare con un atto d’amore profondo e tenero e generare l’unione di tutti gli uomini con Dio.

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Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Cari fratelli e sorelle,

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San Raimondo di Peñafort, patrono dei giuristi e delle facoltà di diritto canonico, che secondo la pia leggenda attraversa le acque sul suo mantello di Frate Domenicano

La Liturgia della Parola di questa III domenica del temo ordinario [cf. Ne 8, 2-4.5-6.8-10; Sal 18; 1 Cor 12,12-30; Lc 1,1-4; 4,14-21, testi leggibili, QUI], ha richiamato alla mia mente il ricordo di quando per la prima volta sono stato su una nave. Era un traghetto che portava da Napoli all’isola di Ischia. Ricordo anche la presenza di più personale di bordo: c’era il semplice marinaio, l’addetto ai passeggeri, i responsabili della cucina, il medico di bordo e infine, ovviamente, anche il capitano della nave ed i suoi assistenti. Ognuno aveva un compito ben preciso e distinto, ma tutti, allo stesso tempo, avevano un’unica finalità: condurre la nave nel porto di Ischia.

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Questo esempio di diversità e di unità è anche il tema delle letture di oggi. Nella prima lettura tratta dall’Antico Testamento abbiamo ascoltato:

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«Esdra aprì il libro in presenza di tutto il popolo. […] I levìti leggevano il libro della legge di Dio a brani distinti e spiegavano il senso, e così facevano comprendere la lettura» [Ne  8, 4 – 6] . 

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Questo libro che viene spiegato è la Legge mosaica che gli ebrei avevano ricevuto tramite Mosè al Sinai. Dunque sia Esdra, un profeta, che i leviti, i sacerdoti rendono chiaro qualcosa che Dio aveva rivelato ma che aveva bisogno di una chiarificazione. In quel brano sappiamo anche che viene annunciato un giorno consacrato al Signore. Dunque, l’opera dei profeti e dei leviti ebrei era quasi mostrare l’esistenza di un certo tempo dedicato a Dio. Leviti e profeti, dunque, hanno un compito specifico: rendere chiaro e vivo il messaggio di Dio.

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Su questo si concentra anche la seconda lettura quando San Paolo scrivendo ai Corinzi afferma:

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«Dio ha disposto le membra del corpo in modo distinto, come egli ha voluto»  [1 Cor 1,14]

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Ecco dunque che viene confermato ciò è il Signore stesso a volere una certa distinzione e diversità all’interno del Popolo di Dio. Dalle prime due letture impariamo anche che il Signore ci chiede di imparare al nostro posto. Saper capire quali sono i propri doni e metterli al servizio di tutta la comunità ecclesiale senza essere egoisti è l’atto di umiltà più grande. È Dio stesso infatti a chiamare ogni singola persona secondo un compito specifico: chi alla vita religiosa o sacerdotale, chi al matrimonio, come distinzione primaria.  

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L’inizio del Vangelo di Luca specifica uno dei compiti comuni che Gesù ha demandato a tutta la Chiesa. Leggiamo infatti:

 

«Gesù ritornò in Galilea […] Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano lode» [Lc 4,14]

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Insegnare o spiegare la parola di Dio, o appunto il contenuto della nostra fede è compito che tutti noi credenti riceviamo da Gesù. Certo, in primis noi ministri, nella omelia o nell’attività catechetica quotidiana. Ma anche i laici. In particolare chi vive la fede nel mondo, insieme ai suoi figli e alla sua famiglia, può oltre che con la spiegazione di ciò che crede, anche dare testimonianza della bellezza della fede in Dio. Una fede che è incontro vivo, tenero e reale con Gesù Cristo. In tal modo, con il chiarificare ciò che crediamo e la speranza che il Signore ci ha donato, possiamo permettere che la fede divenga amore di carità. Dunque da offrire una conoscenza di Dio passiamo a donare un amare Dio e il prossimo in modo concreto. Potremo dire insieme al Signore:

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«Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».

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Così, davvero, avremo anche svelato un po’ di quel grande mistero del Dio Trinitario che ci ama, con l’autorità di un Padre, con la bellezza di un Figlio e con la maternità dello Spirito Santo. Sarà davvero la carezza più bella e intensa che potremo donare a chi amiamo, o a chi non si sente amato da nessuno.

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Spiegare e mostrare la nostra fede quindi non è salire in cattedra, non è riempirsi di superbia ma innanzitutto amare con un atto d’amore profondo e tenero e generare l’unione di tutti gli uomini con Dio. Come ha scritto il pittore Eugene Delacroix nel suo Diario, dove esprime che in Dio possiamo tutti diventare i grandi scrittori e artisti dell’unità dell’Amore:

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«Il sentimento dell’unità e il potere di realizzarlo nell’opera fanno il grande scrittore e il grande artista».

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Così sia.

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Roma, 27 gennaio 2019

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I blog personali dei Padri de L’Isola di Patmos

Club Theologicum

il blog di Padre Gabriele

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I tumori più terribili e difficili da guarire sono le malattie che ci impediscono di essere testimoni di Cristo [Iª La tristezza]

visita il blog personale di Padre Ivano

— Pastorale sanitaria —

I TUMORI PIÙ TERRIBILI E DIFFICILI DA GUARIRE SONO LE MALATTIE CHE CI IMPEDISCONO DI ESSERE TESTIMONI DI CRISTO

Iª La tristezza ]

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Mi colpisce sempre vedere dei cristiani tristi, mi ha sempre colpito. Allo stesso modo mi colpisce vedere sacerdoti e religiosi musoni. Questo perché è una contraddizione palese in coloro che dovrebbero annunciare la Pasqua. Quando celebro la Santa Messa, quando guido un momento di preghiera oppure quando semplicemente entro in una chiesa, mi piace soffermarmi ad osservare le persone. Le osservo perché anch’io, ho bisogno di incoraggiamento da coloro che vivono una fede forte e hanno un rapporto intimo con Dio. E mentre sovente osservo, ecco … i musi lunghi!

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

 

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pagliaccio triste …

Con questo nuovo articolo darò avvio ad un ciclo di riflessioni sulle malattie spirituali più pericolose per la vita di un cristiano. Come sempre desidero citare la Parola di Dio, prendendo come spunto un brano evangelico che ho avuto modo di citare anche altre volte nei miei scritti sulla nostra Isola di Patmos:

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«Ed ecco, in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo» [cf. Lc 24,13-16].

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Al versetto 16 è evidente una certa cecità del cuore e della mente, ciò vuol dire che vi è qualcosa in questi due discepoli che gli impedisce di riconoscere il Signore risorto. Esistono infatti alcune patologie dell’anima che ci separano da Cristo e che ci impediscono di fare nostra la novità del Vangelo affinché questo trasformi la nostra vita e quella degli altri. È quindi in questi termini che desidero presentare la prima malattia spirituale: la Tristezza.

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Mi colpisce sempre vedere dei cristiani tristi, mi ha sempre colpito. Allo stesso modo mi colpisce vedere sacerdoti e religiosi musoni. Questo perché è una contraddizione palese in coloro che dovrebbero annunciare la Pasqua. Quando celebro la Santa Messa, quando guido un momento di preghiera oppure quando semplicemente entro in una chiesa, mi piace soffermarmi ad osservare le persone. Le osservo perché anch’io, ho bisogno di incoraggiamento da coloro che vivono una fede forte e hanno un rapporto intimo con Dio. E mentre sovente osservo, ecco … i musi lunghi!

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pagliaccio triste …

Cerchiamo anzitutto di capire una cosa: questo genere di tristezza non è data dai rovesci della vita che inevitabilmente tutti ci ritroviamo a sostenere. La tristezza di cui parlo, è quella mista a rassegnazione, è una tristezza che spesso è disperazione, depressione, staticità, arrendevolezza che – per quanto vogliamo maschere con aria mistica e affettata santità – affiora sempre a galla.

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Il cristiano non può che definirsi se non in seno alla gioia, è stato creato per la gioia e la stessa redenzione operata da Cristo – sebbene accompagnata dalla inevitabile tragedia della Passione – non si conclude con il Venerdì Santo ma con la Domenica di Risurrezione espressione della gioia che vince sulla morte. La viva rappresentazione della gioia di Cristo e dei discepoli, ossia dei primi cristiani, emerge dal Vangelo di San Giovanni Apostolo, indicato dai grandi Padri della Chiesa e dagli esegeti, anche come «Il Vangelo della gioia».

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Il segno più credibile di un cristiano dovrebbe essere proprio quello della gioia, l’intima gioia di vivere di Dio e della sua compagnia; l’intima gioia di poter presentare al Padre ogni istante della nostra giornata e avere la certezza di sentirci amati, compresi, perdonati e guariti intimamente. Per questo mi piace citare spesso un passo delle omelie per il Natale di san Leone Magno papa che dice: «Riconosci o cristiano la tua dignità». Cioè siamo chiamati a ri-conoscerci nuovamente, a prendere coscienza della nostra identità, a capire nuovamente chi siamo come credenti. Ogni vita cristiana – quindi anche la mia e la tua – è vita in cui Cristo vive, opera, ama, prega, spera, soffre, si affida al Padre.

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pagliaccio triste …

La vita cristiana è vita di comunione in cui la relazione con Gesù è presente: ecco la mia dignità, ecco la mia gioia! Al contrario, facendo invece spazio alla tristezza, metto in ombra la presenza di Gesù che vive in me e vado avanti spesso con le sole mie forze che verifico essere inadeguate. Inoltre, questo atteggiamento di melanconia spirituale viene rafforzato da espressioni come queste: «Siamo nati per soffrire !», «Non valgo a nulla, cosa posso mai fare di buono?», «Io sono zero, Dio è tutto», «Siamo nelle mani di Dio, non possiamo farci più nulla», «Merito di soffrire a causa dei miei peccati, Dio giustamente mi punisce». Tutti questi modi di pensarsi “cristiani”, pongono una seria caparra sulla gioia che Dio vuole per i suoi figli, che Cristo ci ha meritato con la sua risurrezione e che lo Spirito Santo continuamente riversa nei nostri cuori come dono gratuito.

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Tale situazione d’ombra è spesso il risultato derivante dalla nostra bassa autostima spirituale e di una pessima o assente formazione spirituale e catechetica. Mi spiego meglio …

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… l’autostima spirituale è la consapevolezza del valore che ciascuno attribuisce a se stesso in relazione alla persona di Dio, l’atteggiamento che ognuno ha nei propri confronti come persona amata, accettata e valorizzata da Dio. Questa autostima spirituale in parte dipende da noi e dalla nostra esperienza di Dio, in parte dipende da coloro che ci hanno educato alla fede affinché potessimo sentirci cristiani amati e degni di valore. Avere una bassa autostima spirituale è anche indice dell’immagine di Dio che ci siamo coltivati. Possiamo percepire Dio come un contabile, colui che segna sul taccuino i nostri errori e difetti pronto a farci pagare il conto. Possiamo percepire Dio come il dittatore che ci priva della gioia e ci chiede solo sacrifici, possiamo farci l’idea di Dio come simbolo dell’efficienza che vuole tutti perfettivi senza la possibilità di sbagliare o manifestare debolezze. Oppure abbiamo sperimentato l’idea di Dio come truffatore che promette tutto e mantiene niente, o l’idea del Dio giudice vendicativo che si diverte a punire e castigare l’uomo per manifestare la sua forza.

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pagliaccio triste …

Tutte queste immagini di Dio sono indicative del modo patologico con cui ci percepiamo cristiani e il modo che abbiamo di vivere lo stile del Vangelo all’interno delle nostre comunità religiose. E con questi presupposti si crea il pericolo serio di una problematica autostima spirituale.

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Può capitare che come cristiani tendiamo a non considerare gli aspetti positivi della nostra vita, negando o non vedendo il bene che Dio opera in noi. Ci sembra più naturale considerare i lati negativi e piangere sconsolati sulle nostre miserie. Anche una certa educazione religiosa, guidata da un falso e deviato concetto di umiltà, ci ha condotti a sentirci in colpa ogni qual volta parliamo delle nostre qualità e di quello che di bello e santo stiamo vivendo nel rapporto con Dio.

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La confessio laudis, cioè la manifestazione delle cose belle – e quindi della gioia – che il Signore compie nella mia vita è indispensabile per far tramontare una volta per tutte la tristezza. Ecco perché durante la confessione sacramentale, prima ancora dell’accusa dei peccati, è necessario manifestare al sacerdote le realtà gioiose di cui devo rendere grazie a Dio.

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La Sacra Scrittura e l’antropologia cristiana più autentica ci dicono che l’uomo non è un essere negativo, perduto e sconsolato. Esiste un ottimismo ben radicato che vede positivamente l’uomo e questo deriva proprio dall’unione con Dio che dona bellezza, conforto, dignità e fa risplendere continuamente il volto del Figlio su ogni realtà creata. L’uomo è creato non solo nel bene e nell’amore infinito di Dio ma è strutturato come realtà molto buona [cf. Gn 1,31] e come realtà positiva che ha il suo modello in Gesù Signore del mondo [cf. Col 1,16-17]. Neanche la prima disobbedienza [cf. Gn 3] riesce ad intaccare la stima e l’amore che Dio prova per l’uomo, tanto da continuare a valutare la sua creatura con un personale atto d’amore e di cura. Per questo motivo, all’apice del dramma del peccato originale, l’uomo riceve ugualmente una promessa di redenzione e gli viene donato un nuovo abito che possa ridargli dignità e valore [cf. Gn 3,15; 21].

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pagliaccio triste …

Nella storia del popolo di Israele Dio assiste sempre l’uomo affinché nulla sminuisca il suo valore, la sua certezza di essere amato. Né l’arroganza del faraone d’Egitto, né la fame e la sete del deserto, né la malattia, l’ostinazione e la mormorazione riescono a convincere Dio a rigettare e disistimare l’uomo creato molto buono. Non sono le cose esterne – buone o cattive – che determinano il nostro valore di cristiani, non è quello che la gente dice di me che mi rende cristiano migliore o peggiore, è il valore che ho per Dio che mi rende amabile.

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Sulla scia di questo pensiero, lo psicologo James Bugental afferma che la nostra vera identità non sta all’esterno di noi stessi, non deve essere ricercata nelle conferme esterne, nelle sicurezze esterne. La nostra vera identità, il nostro tesoro lo possiamo trovare scavando nel campo della nostra anima, nell’intimo di noi stessi: luogo in cui Dio prende dimora e si rivela nella gioia.

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È in questo sacrario che posso trovare l’immagine originaria che Dio ha pensato per me, la parola originaria che Dio ha pronunciata nel crearmi e che è capace di dare senso e gioia a tutta una vita, anche a quella più rovinata e apparentemente inutile.

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[fine della Iª meditazione]

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Cagliari, 20 gennaio 2019

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Ridi, pagliaccio !

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Dare il vino peggiore quando tutti sono già ubriachi alle nozze di Cana

L’Angolo di Girolamo Savonarola: omiletica cattolica in tempi di vacche magre

DARE IL VINO PEGGIORE QUANDO TUTTI SONO GIÀ UBRIACHI ALLE NOZZE DI CANA  

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Se vogliamo essere sinceri, nel testo originale di Giovanni, Gesù non dice propriamente: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono». La frase tradotta in italiano è fedele senza dubbio, però Gesù, per l’esattezza, non dice “quando si è già bevuto molto” ma dice «Quando tutti sono già ubriachi mette in tavola il vino peggiore».

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo.

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Laudetur Jesus Christus !

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Le taverne di ubriachi nelle scene di Brouwer [Autore: Adriaen Brouwer, pittore fiammingo, 1605 circa]

Quello dell’Apostolo Giovanni offerto in questa IIª Domenica del Tempo Ordinario [vedere testo QUI] è un Vangelo che racchiude molte particolarità. Anzitutto Giovanni è un testimone oculare, partecipe agli eventi narrati.

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Prima che pure nella moderna esegesi esplodesse una certa forma di “socialismo reale”, non si temeva a chiamare Giovanni “il discepolo che Gesù amava”, “il discepolo prediletto”. Predilezione cancellata da alcuni interpreti presenti che in essa hanno quasi voluto leggere una “contraddizione divina”, stabilendo che prediligere è male, perché per Dio siamo tutti uguali. Cosa non vera, perché per Dio siamo tutti diversi e tutti unici nella nostra preziosa diversità. Inoltre, il prediligere, o la sana predilezione, non è per niente sinonimico di ingiustizia, specie se con prudente equilibrio si predilige chi lo merita. E a Dio fatto uomo, dobbiamo in qualche modo riconoscere sia la prudenza sia l’equilibrio, umano e divino, con buona pace dei moderni esegeti e interpreti. Pertanto, nella predilezione umanamente, cristianamente e amorosamente intesa, non c’è proprio nulla di sconveniente.

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Quello di Giovanni è un Vangelo particolare, anzitutto perché nasce dal racconto di un Apostolo che ha avuto un contatto molto diretto col Signore, della cui predilezione ha potuto godere. E se qualcuno volesse ancora dubitare della comprensibile predilezione umana e divina, divina e umana del Signore verso Giovanni, basti solo riflettere su una frase che non lascia spazio a dubbi. Sotto la Croce, prima di spirare, Gesù «Vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: “Donna, ecco tuo figlio!”. Poi disse al discepolo: “Ecco tua madre!”. E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé» [Gv 19, 26-27].

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Gesù affida a questo giovane uomo, poco più che un ragazzo, colei che permise al Verbo di farsi carne, la Vergine Maria; e l’affida a lui, non ultimo perché, nel frattempo, gli altri erano fuggiti, mantenendosi a prudente distanza dalla croce.

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Così stanno i fatti, lo narra la storicità dei Vangeli, che non sono una raccolta di “metafore” da interpretare al di là di fatti “meramente simbolici”, o come direbbero alcuni studiosi: da de-mitizzare con cura. I Vangeli racchiudono fatti realmente accaduti, da leggere e da capire. I Vangeli non sono fiabe simboliche, perché al proprio interno racchiudono una precisa e a tratti impeccabile storicità.

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Molto potremmo dire sulle immagini delle nozze di Cana, dove il vero sposo è Cristo e dove Maria, seduta al banchetto, è madre di quella Chiesa che convola a nozze con l’Agnello Immolato. E in questo banchetto Gesù, mutando l’acqua in vino, offre all’uomo una vera e piena trasformazione attraverso l’azione della grazia divina dello Spirito Santo. E ancora, quel nettare della vite, finirà poi col divenire sangue di Cristo, che costituirà col pane elemento del Sacrificio Eucaristico, memoriale vivo e santo.

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Sul finire di questo brano evangelico, Giovanni precisa: «Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù». Nel Vangelo di Giovanni abbondano “segni” narrati e usati per guidare le genti alla fede nel Cristo. Quello compiuto a Cana di Galilea è il primo dei segni, o per meglio dire il prototipo che anticipa a suo modo tutta la serie “segni” successivi, da cogliere, leggere e interpretare sulla scia del segno di Cana di Galilea: il paralitico guarito presso la piscina della Porta delle Pecore [cf. Gv 5, 19], la guarigione del figlio del funzionario del re ammalato a Cafarnao [cf. Gv 4, 46-54], la guarigione del cieco nato [cf. Gv 9, 1-40], la moltiplicazione dei pani [cf. Gv 6, 1-13] Gesù che cammina sulle acque agitate verso i discepoli sulla barca [cf. Gv 9, 16-21], la risurrezione di Lazzaro [cf. Gv 11, 1-44].

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Ovviamente noi siamo abituati a leggere i Vangeli nella nostra lingua corrente. Questo non deve però indurci a dimenticare il fatto che le lingue nelle quali oggi li ascoltiamo sono traduzioni dei testi originali dei Vangeli, nei quali sono spesso disseminate parole non facili da tradurre dalla lingua originale di scrittura alle moderne lingue nostre. Bisogna per ciò notare che Giovanni — che scrive nella lingua greca di venti secoli fa — non usa, come altri evangelisti, il termine tέraton, che vuol dire prodigio, o meglio miracolo del vino; Giovanni usa il termine  shmeίwn, che vuol dire  segno. Se poi vogliamo essere sinceri, nel testo originale di Giovanni, colui che dirigeva il banchetto, per l’esattezza non dice a Gesù: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono». La frase tradotta in italiano è fedele senza dubbio, però, per l’esattezza, non dice “quando si è già bevuto molto” ma dice otan mequsqwsin ton elassw, che alla lettera significa: «Quando tutti sono già ubriachi mette in tavola il vino peggiore».

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Nel Vangelo di Giovanni il  “segno” è un’azione di grazia ben visibile che Gesù compie allo scopo pedagogico di condurre i fedeli alla graduale penetrazione di una realtà superiore che i sensi non possono percepire, ma che possono cogliere.

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Giovanni usa il termine “segni” al plurale perché non intende affatto limitarsi ai miracoli compiuti da Gesù, perché tutte le azioni di Cristo sono segni che inducono alla fede e che a loro modo vogliono condurci alla fede. Pensiamo ad esempio al miracolo dei miracoli riassunto da Giovanni nel monumentale prologo del suo Vangelo, che comincia con le parole: «In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio». Per poi giungere attraverso questo crescendo di verità di fede all’annuncio del più impensabile dei miracoli: «E il Verbo si fece carne», il mistero di Dio fatto uomo. Mistero dinanzi al quale l’Autore della Lettera agli Ebrei afferma che «La fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede» [Cf. Eb 11,1]. Per Giovanni il segno è quindi un elemento visibile che conduce all’invisibile, perché la fede è un segno del mondo invisibile, della realtà di Dio. Per questo motivo il Vangelo di Giovanni si conclude con queste parole: «Gesù fece molti altri segni … questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo» [Gv 20,30-31].

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Nessuno oggi, dirigendo l’eterno banchetto delle nozze di Cristo con la sua Chiesa potrà mai più dire:  «Tu hai tenuto da parte il vino buono finora», perché dopo l’incarnazione, la vita, la morte e la risurrezione del Cristo, a noi è stato dato buon vino sino al suo ritorno alla fine dei tempi, perché «Lo sposo» Cristo «è colui al quale appartiene la sposa» [Gv 3, 29]. Il Cristo sposo è capo del corpo che è la Chiesa [cf. Col 1,18], ed ogni giorno, attraverso il mistero del suo corpo e del suo sangue vivo, presenza reale tra noi, celebriamo le nozze dell’agnello, Cristo, con la sua sposa, la Chiesa.

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dall’Isola di Patmos, 19 gennaio 2019

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Essere figlio nel figlio: il vero povero non è lo straccione, ma l’orfano privo di un Padre Celeste

L’angolo dell’omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

ESSERE FIGLIO NEL FIGLIO: IL VERO POVERO NON È LO STRACCIONE, MA L’ORFANO PRIVO DI UN PADRE CELESTE 

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Il povero autentico non è identificabile con lo straccione, il miserabile e l’emarginato, ma con l’orfano. Con colui che è privato e dimentico delle prerogative familiari. Il povero, è colui che ignora le sue origini e che, per questo, non può accedere a un affetto paterno.

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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PDF  articolo formato stampa
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Quirino de Ieso, Il battesimo di Gesù, 1996 – cm. 50X100, in collezione privata

Anche nel Battesimo del Signore, si costituisce una solenne epifania, una grande manifestazione, attraverso la quale si rivela sempre meglio l’identità e il ruolo pubblico di Gesù.

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Nel brano evangelico di questa festa, la rivelazione della divinità raggiunge il suo culmine, in quanto assistiamo alla compresenza di tutte e tre le persone divine.

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È proprio il Padre che rivela il Figlio come l’amato [cf. Lc 3,22] e in questa attestazione amorosa di predilezione [cf. Sal 45,3] scende, su Gesù in preghiera, lo Spirito Santo come sigillo e parola definitiva.

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La festa del Battesimo del Signore non può che confermare — se ancora ce ne fosse il bisogno — che l’amore divino si comunica all’uomo solo attraverso la mediazione della persona di Cristo.

Non esistono altri mediatori, altri salvatori o pontefici capaci di condurre l’uomo a Dio. Gesù immergendosi — con il battesimo nel Giordano — dentro il tessuto umano, mi accompagna a gustare la vera solidarietà divina che si fa carico della povertà e del peccato dell’uomo che è il vero motivo per cui si realizza  l’allontanamento dal Padre.

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Infatti, il povero autentico non è identificabile con lo straccione, il miserabile e l’emarginato, ma con l’orfano. Con colui che è privato e dimentico delle prerogative familiari. Il povero, è colui che ignora le sue origini e che, per questo, non può accedere a un affetto paterno.

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Sono quanto mai convinto che l’odierna povertà umana non è il risultato esclusivo di una falla sociologica o politica, ma anzitutto identitaria. In un mondo che ha scordato le sue origini divine e l’affetto che Dio Padre prova continuamente per ogni creatura, il risultato può essere solo la deriva identitaria che conduce all’abbandono e che genera orfani. Il cristiano, però, non è un orfano, ma in Cristo viene costituito primogenito, figlio nel Figlio.

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Questo discorso viene spiegato in maniera diversa anche dall’Evangelista Matteo, che nella sua genealogia [cf. Mt 1,1-16] vede la ricapitolazione della storia umana — fatta di luci e di ombre — proprio a partire dalla persona del Verbo.

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Il battesimo di Gesù è immersione nella debole storia umana; il battesimo dell’uomo è immersione nella robusta figliolanza divina che Cristo ci ottiene con la sua passione, morte e risurrezione.

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Adesso cerchiamo di scendere nella concretezza della nostra quotidianità: ogni giorno — quando mi alzo dal letto — Dio Padre attraverso Gesù mi conferma il suo amore preferenziale. Capire bene questo è essenziale, perché Dio non rigetta mai nessuna sua creatura!

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Se io sono un preferito dal Signore — un figlio beneamato — questa consapevolezza rivoluziona tutta la mia persona e il mio modo di agire: il mio essere e la mia morale.

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Inoltre, l’amore preferenziale che Dio riversa in me, rifulge della presenza dello Spirito Santo che mi guida e orienta verso una vita di intimità con Dio che posso scoprire solo nella preghiera. È l’esempio di Gesù che prega continuamente, attraverso un costante dialogo, per unirsi al Padre attraverso l’amorosa presenza dello Spirito Santo [cf. Mt 26,39; Mc 1,35; Lc 9,29].

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È l’esempio dei santi che indicano nella preghiera assidua la certezza di salvezza: «Chi prega si salva, chi non prega si perde» [cf. Sant’ Alfonso Maria de’ Liguori].

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Oggi è necessaria nel mondo una presenza cristiana che conosca sempre meglio la sua identità filiale con Dio e che coltivi un dialogo orante con lui.

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Non è ammissibile svendere questa dignità che Cristo ci ha conquistato, in nome del politicamente corretto, delle logiche mondane, di un non ben definito amore universale, di una globalizzazione religiosa che intende livellare tutto e tutti.

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Il battesimo del Signore, grida la verità delle nostre origini e ci invita a incassare quella eredità spirituale che è la vita buona del Vangelo.

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Festeggiare annualmente il battesimo di Gesù significa festeggiare e ricordarsi del proprio battesimo e ringraziare infinitamente Dio, i nostri genitori e i nostri padrini per averci condotto al fonte battesimale.

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Nel battesimo ci è donata ogni grazia e ci viene programmata una vita che guarda nel Paradiso il suo compimento definitivo. Nell’attesa del compimento della beata speranza, il battezzato vive nel mondo un tempo cairologico di consolazione [cf. Is 40,1] in cui dare testimonianza di ciò che significa figliolanza legittima.

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Imparando l’identità filiale nel rapporto stretto con Dio, l’uomo imparerà anche ad essere padre e madre di una generazione di uomini capaci di rendere grazie al Signore e di aprirsi allo lode dello Spirito che ci farà cantare: «Benedici il Signore, anima mia» [cf. Sal 103].

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Cagliari, 13 gennaio 2019

Battesimo del Signore Gesù

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il blog personale di Padre Ivano

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