«Mamma ho perso l’aereo». La Sacra Famiglia in viaggio verso la gloria sul racconto del Vangelo Lucano

catechesi & pastorale —

«MAMMA HO PERSO L’AEREO». LA SACRA FAMIGLIA IN VIAGGIO VERSO LA GLORIA SUL RACCONTO DEL VANGELO LUCANO

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«Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?» Questo smarrimento è una occasione per Gesù di mostrare la sua personalità. L’episodio mi ricorda un vecchio film di Natale, Mamma ho perso l’aereo del 1990. Un giovanissimo Macaulay Culkin interpreta il piccolo Kevin, accidentalmente dimenticato a casa dai genitori prima di un viaggio a Parigi […]

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Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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l’allora piccolo Macaulay Culkin

In questi giorni che ci hanno guidati dal mistero del Natale a quello della Epifania, possiamo soffermarci un po’ sulle narrazioni storiche che il Vangelo lucano ci offre sulla Sacra Famiglia.

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I genitori di Gesù si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa. Ma, trascorsi i giorni, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendo che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio, poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme [cf. Lc 2, 41 – 45].

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Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte [ cf. Lc 2, 47]. Al vederlo restarono stupìti, e sua madre gli disse:

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«”Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo”. Ed egli rispose loro: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio”? Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro. Partì dunque con loro e tornò a Nazareth e stava loro sottomesso. Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini» [cf. Lc 2, 48-52].

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Cerchiamo dunque di chiarire questo viaggio: per onorare le tradizioni ebraiche, la santa famiglia va in viaggio verso Gerusalemme. Gesù è dodicenne. La Sacra Famiglia compie dunque due viaggi: da Nazareth a Gerusalemme. Da Gerusalemme Nazareth. Ecco dunque una caratteristica applicabile anche alla famiglia oggi.

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I due viaggi ci mostrano come la famiglia è una realtà dinamica. Non è fissa nei suoi luoghi, nelle sue abitudini, nelle sue certezze aride. La famiglia è il luogo del dinamismo: un dinamismo legato alla tradizione, secondo la nostra fede. Questo legame fra tradizione e famiglia, permette di farci vedere come il nucleo coniugale è un luogo dove è possibile alimentare lo stupore della fede: una fede ad un tempo sempre antica e sempre nuova.  Dove le tradizioni sono il luogo dove affondare le proprie radici e iniziare a costruire la propria identità.

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Proprio per questo Gesù, può rispondere tranquillamente: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?» [Lc 2, 49]. Questo smarrimento è una occasione per Gesù di mostrare la sua personalità. L’episodio mi ricorda un vecchio film di Natale, Mamma ho perso l’aereo del 1990. Un giovanissimo Macaulay Culkin interpreta il piccolo Kevin, accidentalmente dimenticato a casa dai genitori prima di un viaggio a Parigi. Fra risate, imprevisti e gag comiche, Kevin difenderà con le unghie e coi denti la propria casa dal tentativo di furto di due maldestri ladri. Kevin ha dunque capito che nel suo piccolo aveva un ruolo importante: difendere i suoi affetti e i suoi ricordi più intimi da chi voleva sottrarglieli e porre violenza su essi.

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Gesù, è fra i maestri e i dottori della Legge, in maniera piena interrogava e discuteva con loro con una intelligenza acuta e per la chiarezza delle risposte. Oserei dire, che Gesù sa dare risposte sintetiche alle domande dei dottori e sui loro interrogativi riguardanti la Torah e il Talmud. Sintetico implica una brevità e capacità di concisione, ma che al tempo stesso non sia superficialità: la risposta sintetica è intelligente quando sa esprimere il tutto in un frammento. Sa dire la profondità dei misteri divini in poche e chiare parole. Gesù risponde dunque che si occupa delle cose del Padre suo: si occupa della sua missione di portatore della verità di Dio e si prepara così alla equivalente missione di redenzione che avverrà anni dopo.

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All’interno della sua famiglia, Gesù ha maturato la sua identità e missione. Ecco perché il suo viaggio con la Sacra Famiglia è stato un viaggio verso la gloria. Dalla notte di Natale da poco festeggiata, sino alla Passione e Resurrezione che celebreremo a Pasqua, Gesù cammina sempre con la comunità familiare in una crescita di età, sapienza e grazia.

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Ecco perché anche per noi le nostre famiglie sono la cellula innanzitutto del nostro sviluppo umano e personale: quel luogo dove scopriamo la nostra identità, i nostri difetti e pregi. Dove impariamo ad onorare la Sacra Scrittura, la Tradizione e il Magistero della Chiesa come aiuti dello sviluppo del nostro personale fermento sacro: cioè di noi stessi nella scoperta della nostra vocazione, sacerdotale, religiosa o matrimoniale.

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In questi giorni tra Natale e l’Epifania nei quali abbiamo celebrato anche la festa della Sacra Famiglia, ringraziamo il Signore per i doni che ci ha voluto recare tramite i nostri genitori; e tramite tutti coloro che hanno reso il servizio di pedagoghi nello sviluppo esistenziale, umano e spirituale delle nostre vocazioni.

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Roma, 6 gennaio 2019

Epifania del Signore Gesù

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«Gesù dolce, Gesù amore» [Santa Caterina da Siena]

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Redazione dell’Isola di Patmos

Segnaliamo ai Lettori de L’Isola di Patmos un interessante articolo del nostro autore domenicano Gabriele Giordano M. Scardocci pubblicato in questi giorni di festa sul sito della Provincia Domenicana Romana di Santa Caterina da Siena e dedicato a «I profeti: seminatori dei misteri di Dio» [vedere testo, QUI]

 

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«Dove c’è Dio c’è casa!» L’Epifania fa del mondo una casa dove il Dio Bambino attende ciascuno di noi

L’angolo dell’omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

«DOVE C’È DIO, C’È CASA!» L’EPIFANIA FA DEL MONDO UNA CASA DOVE IL DIO BAMBINO ATTENDE CIASCUNO DI NOI 

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Ma chi erano veramente i Magi? «Erano sapienti, rappresentavano la dinamica dell’andare al di là di sé, intrinseca alle religioni – una dinamica di ricerca della verità, ricerca del vero Dio e quindi anche filosofia nel senso originario della parola. Così la sapienza risana anche il messaggio della scienza: la razionalità di questo messaggio non si ferma al solo sapere, ma cercava la comprensione del tutto, portando così la ragione alle sue possibilità più elevate» [cf. Benedetto XVI, L’Infanzia di Gesù]

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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Epifania del Signore Gesù

Le festività di Natale hanno il grande pregio di invitare l’uomo ad abbandonare le proprie comodità e a verificare l’opera di Dio che si realizza nel mondo.

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Spesso i verbi ricorrenti nei Vangeli del tempo di Natale, risuonano come imperativi e invitano con forza il lettore a guarire dalla propria indifferenza e a prendere parte attiva nell’agire di Dio. L’evento dell’incarnazione del Verbo, ci risana dalla paralisi del cuore che si esprime nell’incapacità — o forse nel timore — di incontrare Dio, inducendoci a muovere i primi passi incerti verso una casa sicura.

         

Questa dimora è Betlemme — dall’ebraico בֵּיִת לֶחֶם alla lettera: Casa del Pane — luogo dove il Verbo di Dio si rende conoscibile e che nella sua glorificazione si renderà vero cibo di salvezza e farmaco per i peccati dell’umanità. 

       

Mi piace ora accostare al tempo di Natale, le parole di Gesù dette al paralitico nel momento in cui viene guarito: «Àlzati, prendi il tuo letto e va’ a casa tua» [cf. Mt 9,6]. L’invito di Gesù a questo povero infermo rattrappito, ci rende possibile capire come l’uomo è risanato nel momento in cui ha la capacità di accettare da Gesù la forza per risollevarsi dalle sue infermità e tornare ad essere un familiare di Dio.

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«Àlzati!» gli viene detto, cioè partecipa alla mia volontà di sanarti; ma poi aggiunge «va’ a casa tua», cioè datti una mossa, torna al luogo dove c’è la tua vera identità [cf. Lc 15,18].

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L’immobilismo che stringe il cuore dell’uomo moderno, spesso ci spinge fuori da Dio, ma Gesù con la sua nascita ci porta dentro verso una casa accogliente in cui egli stesso si rende nutrimento e sostentamento. Allora, come per il paralitico, siamo chiamati a dare ascolto a Gesù. Sapendo che nel raccogliere le nostre deboli forze e alzarci dal nostro lettuccio, si nasconde il segno di una promessa ad andare che non delude:

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«Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia» [cf. Lc 2,12].

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Certamente i viandanti più famosi del tempo di Natale — dopo i pastori — sono i Magi. Ma chi erano veramente i Magi?

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«Erano sapienti, rappresentavano la dinamica dell’andare al di là di sé, intrinseca alle religioni – una dinamica di ricerca della verità, ricerca del vero Dio e quindi anche filosofia nel senso originario della parola. Così la sapienza risana anche il messaggio della scienza: la razionalità di questo messaggio non si ferma al solo sapere, ma cercava la comprensione del tutto, portando così la ragione alle sue possibilità più elevate» [cf. Benedetto XVI, L’Infanzia di Gesù, Rizzoli, 2012, pp 111-112].

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I Magi con la loro vita dedita alla ricerca e alla conoscenza della verità, ci aiutano a comprendere il pericolo di una paralisi che rende Dio un lontano reperto vintage. Essi si spingono oltre le loro possibilità, perché la Verità va cercata con passione, fatica e costanza. Desiderano compiere il santo viaggio [cf. Sal 84,6], allontanandosi dal loro paese, per arrivare finalmente ad adorare il Signore [cf Sal 72,11; Mt 2,2].

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Di questi sapienti orientali possiamo apprezzare la spiccata sensibilità a scrutare le tracce che Dio dissemina nella vita degli uomini e — così come il saggio Daniele [cf. Dn 2,22] — cercano di interpretarne il mistero nella quotidianità della loro esistenza e del loro lavoro. In loro si realizzano gli oracoli messianici che annunciavano l’omaggio delle nazioni al Dio di Israele [cf. Nm 24,17; Is 49,23; 60,5s; Sal 72,10-15]. Ma è soprattutto nei passi dei Magi che possiamo scorgere il sobrio sentimento della gioia [cf Mt 2,9-11] che è il filo conduttore del loro desiderio più profondo: vedere Dio e adorarlo devotamente presso la sua casa [cf. Sal 5,8].

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Ritornare a casa dopo tanto tempo — specie dopo un viaggio lungo e faticoso — è senza dubbio motivo di gioia ma nello stesso tempo di ringraziamento. Per ciò, l’uomo che è capace di ringraziare, è il vero devoto, il vero adoratore, colui che intende dedicarsi prontamente al servizio di Dio.

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In questo atteggiamento è sottolineato, ancora una volta, l’invito ad andare, ad agire. Purtroppo, al giorno d’oggi, si vedono pochi devoti, pochi adoratori ma molti devozionisti. Il devozionismo è la contraffazione della devozione e dell’autentica adorazione. È uno stile del cuore che si attende tutto da Dio senza la capacità di una possibile collaborazione con lui. Si aspetta il miracolo servito su un piatto d’argento in virtù della sola esecuzione asettica di alcune pratiche religiose. Al contrario, i Magi esprimono la loro adorante devozione attraverso il ringraziamento, presentando la totale disponibilità della loro persona a Gesù, insieme al riconoscimento di trovarsi al cospetto del divino sovrano redentore del mondo [cf Mt 2,2].

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L’oro, l’incenso e la mirra, non sono solo i segni che simboleggiano la regalità, la divinità e la passione del Cristo ma anche offerte di ringraziamento — eucaristiche — per la teofania di Dio in Gesù. A Betlemme, i Magi vengono rivestiti di una missione: essere — nella casa dove Dio si rende bambino — apostoli per i lontani da casa. Sono loro i primi annunciatori che rivelano alle genti la luce splendida della presenza di Dio nel mondo. Con la gioia con cui fanno ritorno al loro paese, testimoniano la veridicità della profezia di Natan a Davide: «Il Signore ti annuncia che farà a te una casa» [cf. II Sam 7,11].

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L’Epifania, fa del mondo una casa dove il Dio bambino attende ciascuno di noi. Quindi: diamoci una mossa e accogliamo il Signore con vera devozione e inni di ringraziamento, per poterci prostrare davanti a lui e cantare:

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«Ti adoreranno, Signore, tutti i popoli della terra».

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Cagliari, 6 gennaio 2019

Epifania del Signore Gesù

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Il mistero dell’Epifania ed i ricchi doni dei Magi: «A Dio si offre l’ottimo, il massimo, non gli scarti»

L’Angolo di Girolamo Savonarola: omiletica cattolica in tempi di vacche magre

IL MISTERO DELL’EPIFANIA ED I RICCHI DONI DEI MAGI: «A DIO SI OFFRE L’OTTIMO, IL MASSIMO, NON GLI SCARTI».

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Quando a Maria e Giuseppe i magi offrirono l’oro, essi non risposero: “No, grazie, l’oro datelo ai poveri”. Non dissero questo perché erano consapevoli che a Dio si offre sempre l’ottimo, il massimo. Gli scarti, a Dio, li offriva Caino, come ci narra il Libro della Genesi. Mentre nei Santi Vangeli il falso amore per i poveri ci viene indicato attraverso la figura di Giuda, che quando Maria di Bethania unse il Signore Gesù con prezioso olio di nardo, egli si mostrò falsamente scandalizzato per lo spreco e disse che quel prezioso olio poteva essere venduto per trecento danari e il ricavato dato ai poveri.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Laudetur Jesus Christus !

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… purtroppo, nelle principali solennità dell’anno liturgico, è ormai pressoché impossibile non gettare tutti i sacri misteri nella melassa del politicamente corretto

La liturgia della solennità dell’Epifania è caratterizzata da una forte luce [testo della Liturgia della Parola, QUI] che raggiunge tutti gli uomini: «Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo» [cf. Gv 1,9].

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Questa festa, che si celebra 12 giorni dopo Natale, prende nome dal greco ἐπιφάινω [epifàino] che significa “mi rendo manifesto”. Parola dalla quale deriva ἐπιϕάνεια [epifàneia] che significa apparizione, venuta, presenza divina. Conoscere il significato delle parole, come spesso spiego nelle mie omelie e nelle mie catechesi, è indispensabile per poter penetrare i misteri della fede, che hanno un proprio vocabolario, preciso e specifico; e se manca la lingua, non si può trasmettere il messaggio della verità, anzi si corre il rischio di falsarla. I misteri della fede hanno infatti un proprio linguaggio preciso che nasce e che si sviluppa nel corso dei secoli attraverso la sapienza dei Santi Padri e dai grandi concilî dogmatici della Chiesa.

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Con l’Epifania si celebra la prima manifestazione della divinità di Gesù all’intera umanità. Ciò avviene attraverso la visita solenne, l’offerta di doni altamente significativi e l’adorazione dei magi, che sono degli alti dignitari di un popolo estraneo al mondo ebraico e mediterraneo. La commemorazione della Epifania, che ha inizio nel III secolo, comprende le manifestazioni divine di Gesù. In particolare: l’adorazione dei Magi, il battesimo di Gesù [cf. Mc 1,9-11], ed il primo “segno” a Cana di Galilea attraverso il miracolo del vino [cf. Gv 2,1-12], anticipazione a suo modo del grande miracolo e sacrificio del Sangue di Cristo sposo della Chiesa.

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Nel tempo, la tradizione popolare, ha decorato con significati particolari le figure dei magi: anzitutto mutando questi maghi – termine oggi negativo – in magi. È stato anche precisato il loro numero, sono stati poi trasformati in Re, ed è stato dato loro un nome — Gaspare, Melchiorre e Baldassarre —, assieme a conformazioni fisiche diverse, così uno rappresenta il mondo occidentale, uno quello arabo e uno quello africano.

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Questi magoi, dalla descrizione che ce ne viene fatta, pare che siano degli astronomi, forse sono dei sacerdoti zoroastriani provenienti dalla Persia. Quello che comunque rimane certo è che dinanzi al Popolo di Israele sono degli “stranieri” che non conoscono la Sacra Scrittura e la Legge Mosaica. Eppure sono questi stranieri di altra cultura e religione che “rivelano” a Israele ed ai suoi sacerdoti e dignitari ciò che essi attendevano e sapevano, ma che si era nascosto nel loro intimo. La manifestazione del Messia a coloro che lo aspettavano è stata quindi possibile per l’intervento inaspettato di elementi estranei. Il mondo religioso e politico dell’epoca è stato “illuminato” dalla conoscenza e dalla sapienza di stranieri ritenuti dal mondo ebraico dei גוים [goijm] quelli che nella letteratura evangelica e in quella paolina sono indicati come gentili, termine che indica principalmente i pagani.

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Il racconto dell’Epifania del Signore e dei tre Magi, non può che indurci ad una riflessione sul mondo di oggi che ci sembra sempre più invaso da “altri”, ma con una gran differenza: ieri, questi stranieri, questi “altri”, ossia i magi, seguendo la luce di una stella giunsero per indicarci la venuta del Messia, ed una volta che lo ebbero trovato si prostrarono dinanzi a lui e lo adorarono. Oggi, molti degli “altri” che spesso accogliamo senza alcun prudente buonsenso, non vengono affatto per adorare il Verbo di Dio fatto uomo né tanto meno per farcelo conoscere, ma per sostituire la luce del Cristo Dio – che per noi è inizio centro e fine ultimo del nostro intero umanesimo [cf. dich. Dominus Jesus] – con la loro falsa stella, affinch’essa si innalzi su quel poco che resta della fede cristiana in questa nostra Europa in stato ormai avanzato di scristianizzazione. O detta in altri termini: sarebbe come spalancare le porte di un asilo nido a Erode detto il Grande per facilitargli la strage degli innocenti [cf. Mt 2,1-16]. Si potrebbe però obiettare che il Verbo di Dio, invitando all’accoglienza, ci ammonisce: «Ero straniero e mi avete accolto» [cf. Mt 25, 31-46], espressione che richiede di essere però compresa, non stravolta. Infatti, a suffisso di questa espressione e di tutte le altre che seguono, c’è l’Ego Sum del Verbo di Dio, che in modo totale, esclusivo e assoluto si presenta come via, verità e vita [cf. Gv 14,16]. Perché è in questa ottica cristologica che va intesa la frase finale: «ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me». Tenendo appunto conto che Cristo Dio parla tra l’altro di «fratelli», non parla di invasori desiderosi di sostituire e di distruggere la radice stessa del Suo Divino Essere unica, sola e assoluta via, verità e vita.

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Un discorso tutto a parte meriterebbero i doni portati dai magi, che oltre alla loro grande preziosità hanno un preciso significato, a partire dall’oro, un ottimo conduttore del calore che simboleggia come tale l’opera di Gesù, il quale ci ha trasmesso fedelmente il calore dell’amore del Padre. L’oro, considerato il metallo nobile per definizione, ha la caratteristica di non ossidare e di non corrodersi. L’oro rappresenta quindi sin dalla prima epoca apostolica la incorruttibilità della fede. Questo il motivo per il quale ai nostri Vescovi, maestri e custodi della fede, erano donate croci d’oro, segno appunto della incorruttibilità della fede, non certo di sfarzo e di opulenza principesca. Questo il motivo per il quale, le preziosissime specie del Corpo e del Sangue di Cristo, nella tradizione della Chiesa sono sempre state riposte dentro metalli preziosi. E a tal proposito sappiate che San Francesco d’Assisi, quello vero, ai suoi frati li mandava in giro anche scalzi, poteva persino accadere che non avessero da fare un pasto al giorno, ma quando i suoi frati sacerdoti li inviava a portare la Comunione agli ammalati, ce li mandava con le pissidi d’oro, perché – diceva il poverello di Assisi – «La povertà deve finire sotto i gradini dell’altare».

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Altro dono prezioso è l’incenso, che quando viene bruciato forma nubi bianche che salgono verso l’alto e che rappresenta le nostre preghiere e inni di lode che si innalzano al cielo a Dio Padre.

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Infine la Mirra, che si presenta sotto forma di grani tondi di colore rossastro con un gradevole odore aromatico. Questi grani rossastri ci ricordano le gocce di sangue che coprirono il volto di Gesù nel Getzemani, poi il suo capo coronato di spine e infine tutto il suo corpo flagellato e straziato dalla crocifissione. Questo מָרוֹר [maror, erba amara] nella sua simbologia ci ricorda le sofferenze di Cristo, la cui vita è stata contrassegnata da persecuzioni sin dall’infanzia, a partire dalla fuga in Egitto, per seguire con incomprensioni, tradimenti, abbandono, fino al culmine: la sua morte in croce.

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Quando a Maria e Giuseppe i magi offrirono l’oro, essi non risposero: “No, grazie, l’oro datelo ai poveri”. Non dissero questo perché erano consapevoli che a Dio si offre sempre l’ottimo, il massimo. Gli scarti, a Dio, li offriva Caino, come ci narra il Libro della Genesi. Mentre nei Santi Vangeli il falso amore per i poveri ci viene indicato attraverso la figura di Giuda, che quando Maria di Bethania unse il Signore Gesù con prezioso olio di nardo, egli si mostrò falsamente scandalizzato per lo spreco e disse che quel prezioso olio poteva essere venduto per trecento שְׁקָלִים [sheqel, plur. sheqelim, moneta della Giudea, latinizzata in siclo, sicli] e il ricavato dato ai poveri. Il Beato Evangelista Giovanni, narrando questo episodio, ci precisa che l’Iscariota non diceva questo perché amasse i poveri, ma perché era ladro. Ma soprattutto, nella memoria, dovremmo sempre portare viva la risposta data da Gesù: «Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me» [cf. Gv 12, 1-8].  

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A Dio si offre sempre l’ottimo, il massimo. E per inciso: per capire quanto quell’olio di nardo che l’Iscariota aveva stimato trecento sicli fosse veramente prezioso, basti dire che all’epoca la paga di un soldato romano era di un soldo. Il valore di quell’olio corrispondeva quindi a quasi un anno di paga di un soldato.

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Al vedere la stella, i magi provarono una gioia grandissima. Non è importante l’evento astrale in sé. Quello che a noi interessa è il senso: «Io lo vedo, ma non ora, io lo contemplo, ma non da vicino: una stella spunta da Giacobbe» [cf. Nm 24,17]. La stella è Cristo stesso [cf. Ap 22,16], per questo non è visibile dai palazzi di Gerusalemme, perché i poteri umani hanno carenza di luce [cf. Mt 20,25] e i poteri religiosi dell’antica giudea con tutte le loro regole hanno mutata la religione in una schiavitù, sino a gravare gli uomini oltre misura: «Caricate gli uomini di pesi insopportabili, e quei pesi voi non li toccate nemmeno con un dito!» [Lc 11, 46].

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La Stella procede in avanti e guida i magi. Il Beato Evangelista Matteo descrive la gioia dei magi nel rivedere la stella: la luce del Messia ci illumina la strada, ci guida, si riflette nella nostra vita tanto da rivestirla di quella gioia che si muta in quel dono di grazia che trasforma l’uomo per riportarlo alla sua immagine e somiglianza con Dio. La luce di Cristo illumina ogni  aspetto della vita, o come dice il Profeta Isaia: «Sono stato trovato da quelli che non mi cercavano, mi sono manifestato a quelli che non chiedevano di me» [cf. Rm 10,20].

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Basta solo alzare gli occhi al cielo per vedere la stella e poi seguirla, senza far scendere mai il buio; e la luce di Cristo ci coglierà dall’ombra per avvolgerci nella luce del mistero del Verbo di Dio fatto uomo.

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In questa festa della luce, risuonano le parole del Prologo al Vangelo del Beato Apostolo Giovanni che parla del mistero del Verbo fatto carne: «La luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno sopraffatta» [cf. Gv 1,5]. Anche se ieri, come purtroppo oggi, molti la luce «non l’hanno accolta», o peggio: tentano in tutti i modi di spegnerla, in un mondo nel quale, al cristocentrismo, è stato ormai da tempo sostituito l’uomocentrismo.

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Preghiamo affinché dinanzi a questa luce divina che manifesta e che rivela il mistero del Verbo di Dio incarnato, possa risuonare e poi radicarsi nei nostri cuori l’anelito paolino:

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«Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me» [Gal 2, 20].

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dall’Isola di Patmos, 6 gennaio 2019

Epifania del Signore Gesù

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In questa terribile notte buia, per il nuovo anno 2019 il programma di lavoro è stato dettato a L’Isola di Patmos dal Beato Apostolo Pietro: «Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare. Resistetegli saldi nella fede, sapendo che i vostri fratelli sparsi per il mondo subiscono le stesse sofferenze di voi»

 — Theologica —

IN QUESTA TERRIBILE NOTTE BUIA, PER IL NUOVO ANNO 2019 IL PROGRAMMA DI LAVORO È STATO DETTATO A L’ISOLA DI PATMOS DAL BEATO APOSTOLO PIETRO: «IL VOSTRO NEMICO, IL DIAVOLO, COME LEONE RUGGENTE VA IN GIRO, CERCANDO CHI DIVORARE. RESISTETEGLI SALDI NELLA FEDE, SAPENDO CHE I VOSTRI FRATELLI SPARSI PER IL MONDO SUBISCONO LE STESSE SOFFERENZE DI VOI»

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«La Chiesa, questa Sposa dell’Agnello Immacolato, è ubriacata da nemici scaltrissimi che la colmano di amarezze e che posano le loro sacrileghe mani su tutte le sue cose più desiderabili. Laddove c’è la sede del beatissimo Pietro posta a cattedra di verità per illuminare i popoli, lì hanno stabilito il trono abominevole della loro empietà, affinché colpendo il pastore, si disperda il gregge» [S.S. Leone XIII, Exorcismus in Satanam et Angelos Apostaticos]

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

Il periodo che segna la fine e l’inizio di un nuovo anno, più che tempo di bilanci e programmi è un’occasione particolare in più per affidarsi a Dio e alla Beata Vergine Maria Mater Dei, soprattutto in questi tempi non felici, dinanzi ai quali sovviene alla mia mente il tenero ricordo del compianto Cardinale Carlo Caffarra, che in uno dei nostri ultimi colloqui, quando il 19 agosto 2017 ebbe la bontà di chiamarmi per farmi gli auguri per il mio 54° compleanno, nel volgere del discorso mi disse:

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«Che la Chiesa viva un momento drammatico che non ha precedenti storici, soltanto ciechi e irrazionali possono negarlo, semmai rimanendo in passiva attesa che tutto passi e giungano come per incanto tempi migliori».

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E proprio col Cardinale Carlo Caffarra affrontai più volte complessi e dolorosi discorsi legati a quei passi delle Sacre Scritture oggi usati da non pochi esegeti, sicuri di poterli utilizzare come fossero pillole omeopatiche con le quali curare un tumore degenerato nella sua irreversibile fase terminale. Sia chiaro: «pillole omeopatiche» non sono certo le Sacre Scritture o taluni passi in particolare, lo è il modo in cui taluni presumono di usare in maniera surreal rassicurante quei passi della Parola di Dio che racchiudono al proprio interno la tragedia del nostro presente. A questo si unisce un’operazione di per sé peggiore: usare le Sacre Scritture monche, estrapolando un pezzo di frase dal contesto e farne uso per far dire ad esse ciò che su di esse non è proprio scritto. È presto detto che usare a questo modo la Parola di Dio per imporre o per suggellare col soprannaturale le proprie opinioni umane, sotto certi aspetti potrebbe essere peggio che enunciare un’eresia. Forse fu proprio questo modo di agire che fece dire a Karl Marx — il quale non s’inventò il concetto ma lo estrapolò da Tito Lucrezio Caro — che «La religione è l’oppio dei Popoli». E aveva ragione, se con questa definizione egli intendeva quel genere di religiosità che usa Dio in modo pretestuoso, o per così dire oppiaceo, al fine primo e ultimo d’imporre le idee soggettive e del tutto opinabili dell’uomo. Da sempre esiste infatti un ateismo molto peggiore dell’ateismo classico che nega Dio: l’ateismo di chi usa Dio per divinizzare le proprie opinioni ed interpretazioni, mutandole in verità divine non passibili di discussione e di smentita. Da sempre, l’ateismo peggiore, non è il negare Dio, ma il sostituirsi a Dio; non è il negare la sua Parola, ma lo stravolgimento della sua Parola. E oggi, purtroppo, nella Chiesa visibile brulicano vescovi e preti che sono dei perfetti atei devoti praticanti.

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Per inciso ricordiamo che Tito Lucrezio Caro [Campania 94 a.C. – Roma 54 a.C], nella sua opera De rerum natura, afferma in che modo siano evidenti le infauste conseguenze della religione, adducendo come esempio il caso di Ifigenia, spiegando appresso che il mito è una rappresentazione falsata della realtà, il cosiddetto evemerismo, che prende nome da Εὐήμερος [Evemero da Messina, vissuto tra il IV e III secolo a.C. nella Magna Grecia] da cui si sviluppa l’idea che all’origine degli dèi, altro non vi sarebbero state che delle personalità umane, segnate da particolari doti e talenti, ed infine giunte ad attribuirsi natura divina e conseguente culto di adorazione da parte delle popolazioni. La religione, secondo l’Autore classico romano, è per ciò la causa principale dell’ignoranza e dell’infelicità degli uomini. Ora, siccome Tito Lucrezio Caro nasce circa un secolo e muore circa mezzo secolo prima della nascita di Cristo, è presto detto ch’egli non si rivolge al Cristianesimo, ma a quello spirito religioso negativo che percorre l’intera storia dell’umanità. Lungo sarebbe il discorso di carattere antropologico e storico per spiegare e dimostrare con rigore scientifico che nella storia dell’umanità, la decadenza, a volte la scomparsa di molte antiche civiltà, è sempre stata preceduta dalla decadenza religiosa, che giunta al suo culmine ha prodotto il collasso dei sistemi politici e di governo, infine la totale decadenza con conseguente scomparsa di quelle civiltà stesse.

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IL PROBLEMA ESCATOLOGICO DELLA GRANDE APOSTASIA NELLA CHIESA VISIBILE

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Da tutto quanto sin qui narrato noi ci sentiamo però immuni con una presunzione senza limiti, perché, facendo taglia e cuci sulle Sacre Scritture, estrapoliamo da esse delle pillole omeopatiche del tipo: «Cristo Signore ha assicurato che le porte degli inferi non prevarranno!». È vero, lo ha detto. Però, vogliamo chiederci su che cosa le porte degli inferi non prevarranno? Quando infatti Cristo Signore dice a Pietro:

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«Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa» [Mt 16, 18]

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è a dir poco d’obbligo domandarsi: a quale Chiesa si riferiva? Ovvio: alla sua, o meglio: alla Chiesa del Verbo di Dio, giacché la definizione mistica e soteriologica di Chiesa ce la fornisce il Beato Apostolo Paolo indicando Cristo come «il capo del corpo che è la Chiesa» [Col 1, 18]. È quindi naturale che le porte degli inferi non prevarranno su Cristo, nella stessa misura in cui Satana, tentando nel deserto l’uomo Gesù [Cf Mt 4, 1-11], non poté certo far vacillare il Verbo di Dio incarnato. Temo però che serpeggi — oggi forse persino più di ieri — una certa confusione dinanzi alla quale sorge la domanda: non è che l’animale religioso, o se preferiamo l’animale teologico, sia giunto a confondere la Chiesa corpo mistico di Cristo, di cui il Cristo glorificato è capo e noi membra vive, con quella palese struttura di peccato tal è l’attuale Chiesa visibile, strutturata su una gerarchia umana e composta di uomini, non pochi dei quali vivono ormai al di là del bene e del male, dopo avere da tempo smarrito il senso stesso, del bene e del male? Perché nel caso in cui taluni non lo avessero capito, è proprio facendo riferimento a questo genere di struttura che Cristo Signore afferma con un terribile interrogativo: «Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?» [Lc 18, 8]. Che motivo avrebbe mai avuto, il Verbo di Dio, di lanciare questo interrogativo che pesa più di quanto possano pesare i macigni di un’intera montagna, se la Chiesa è di Cristo ed è governata dallo Spirito Santo e quindi «le porte degli inferi non prevarranno contro di essa»? [Mt 16, 18]. Forse, quello di Cristo Signore sulla fede, è per caso un interrogativo inopportuno che necessita di essere corretto sul piano metafisico e sul piano dogmatico? Può anche essere, perché in fondo, Cristo Signore, era un principiante animato da buone intenzioni, sprovvisto come tale di tutti quegli strumenti della scolastica e della metafisica che verranno solo secoli dopo. Insomma: nella sua “divina ignoranza” non conosceva e non applicava la logica di Aristotele.

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Fatto ciò, bisogna procedere anche a cambiare il Catechismo della Chiesa Cattolica, molti articoli del quale sono resi di giorno in giorno lettera morta, o svuotati dal loro significato, grazie ad una odierna prassi pastorale che dobbiamo naturalmente credere che sia ispirata rigorosamente dallo Spirito Santo, anzi dettata parola per parola, intervista su intervista direttamente dalla Terza Persona della Santissima Trinità. E se così stanno davvero le cose, allora sarebbe bene correggere tutti i testi delle Sacre Scritture che fanno ad esempio riferimento  alla grande apostasia nella Chiesa:

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«Prima della venuta di Cristo, la Chiesa deve passare attraverso una prova finale che scuoterà la fede di molti credenti [cf. II Ts 2,4-12; I Ts 5,2-3; 2 Gv 7; 1 Gv 2,18.22]. La persecuzione che accompagna il suo pellegrinaggio sulla terra [cf. Lc 21,12; Gv 15,19-20] svelerà il “mistero di iniquità” sotto la forma di una impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell’apostasia dalla verità. La massima impostura religiosa è quella dell’Anticristo, cioè di uno pseudo-messianismo in cui l’uomo glorifica se stesso al posto di Dio e del suo Messia venuto nella carne [cf. II Ts 2,4-12; I Ts 5,2-3; 2 Gv 7; I Gv 2,18.22]. Questa impostura anti-cristica si delinea già nel mondo ogni qualvolta si pretende di realizzare nella storia la speranza messianica che non può essere portata a compimento se non al di là di essa, attraverso il giudizio escatologico; anche sotto la sua forma mitigata, la Chiesa ha rigettato questa falsificazione del regno futuro sotto il nome di millenarismo [cf. Sant’Offizio, Decretum de millenarismo (19 luglio 1944): DS 3839] soprattutto sotto la forma politica di un messianismo secolarizzato “intrinsecamente perverso” [Pio XI, Lett. enc. Divini Redemptoris (19 marzo 1937): AAS 29 (1937) 65-106, che condanna “il falso misticismo” di questa “contraffazione della redenzione degli umili” (p. 69); Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 20-21: AAS 58 (1966) 1040-1042]. La Chiesa non entrerà nella gloria del Regno che attraverso quest’ultima Pasqua, nella quale seguirà il suo Signore nella sua morte e risurrezione [cf. Ap 19,1-9]. Il Regno non si compirà dunque attraverso un trionfo storico della Chiesa [cf. Ap 13] secondo un progresso ascendente, ma attraverso una vittoria di Dio sullo scatenarsi ultimo del male [cf. Ap 20,7-10] che farà discendere dal cielo la sua Sposa [cf. Ap 21,2-4]. Il trionfo di Dio sulla rivolta del male prenderà la forma dell’ultimo giudizio [cf. Ap 20,12] dopo l’ultimo sommovimento cosmico di questo mondo che passa» [Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 675-677].

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Se il Catechismo tutt’oggi in vigore, per quanto sovrastato e di fatto accantonato dalla nuova pastorale del buonismo, supportandosi sull’Apocalisse del Beato Apostolo Giovanni e sulle altre Lettere Apostoliche, oltre ed anzitutto che sul Santo Vangelo stesso, afferma:

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«Il Regno non si compirà dunque attraverso un trionfo storico della Chiesa secondo un progresso ascendente, ma attraverso una vittoria di Dio sullo scatenarsi ultimo del male» [Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 677]

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in che modo corretto e molto poco fantasioso, dovremmo leggere e interpretare quel «non prevarranno»? Perché se qualcuno pensa che le potenze degli inferi non prevarranno mai sulla Chiesa visibile oggi visibilmente ridotta ad una struttura di peccato che produce al proprio interno peccato e che lo diffonde all’esterno, in tal caso meglio abbandonare la metafisica e la dogmatica e darsi alla ben più salutare e soddisfacente arte della gastronomia e della enologia.

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LA NOSTRA CONTEMPORANEITÀ È SCRITTA COME IN UNA CRONACA DI ATTUALITÀ NEL LIBRO DELL’APOCALISSE

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In questi ultimi tempi ho meditato sempre più spesso su diversi temi collegati tra di loro da un comune filo conduttore, a partire dalla struttura dell’Apocalisse redatta dal Beato Apostolo Giovanni in un’isola dell’Egeo nota come Isola di Patmos, detta anche il luogo dell’ultima rivelazione, da cui prende nome non a caso questa nostra rivista. Come sappiamo, l’Apocalisse parla dell’Anticristo e della sua sconfitta finale, prima della quale egli seminerà però un male che al momento non riusciamo forse neppure a immaginare nella sua devastante portata. Ovviamente, quello apocalittico è un linguaggio allegorico che illustra al di là delle immagini qualche cosa di molto reale; e si tratta di qualche cosa che oggi potremmo ragionevolmente definire nella propria fase avanzata di realizzazione. Scrive il Beato Apostolo:

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«Vieni, ti farò vedere la condanna della grande prostituta che siede presso le grandi acque.  Con lei si sono prostituiti i re della terra e gli abitanti della terra si sono inebriati del vino della sua prostituzione» [Ap 17, 2]

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E poco avanti prosegue:

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«È caduta, è caduta
Babilonia la grande
ed è diventata covo di demòni,
carcere di ogni spirito immondo,
carcere d’ogni uccello impuro e aborrito
e carcere di ogni bestia immonda e aborrita. 
Perché tutte le nazioni hanno bevuto del vino
della sua sfrenata prostituzione,
i re della terra si sono prostituiti con essa
e i mercanti della terra si sono arricchiti
del suo lusso sfrenato» [Ap 18, 2-3].

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Per lungo tempo si è pensato — e gli esegeti lo hanno spiegato con grande dovizia — che il Beato Apostolo, usando un linguaggio allegorico, in queste righe avesse celata l’immagine di Roma e dell’Impero Romano. A tal proposito, in un mio precedente scritto cercai di spiegare:

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«… facendo uso di un’immagine vetero testamentaria Il beato Apostolo Giovanni si rivolge all’Impero Romano, quindi a Roma celata dietro «Babilonia la grande», il tutto per motivi che chiunque può capire. Motivi legati in parte alla sicurezza e in parte alla diffusione del testo, onde evitare la loro distruzione da parte dei romani che all’epoca nutrivano forti sospetti verso il movimento gesuano e la relativa diffusione del suo messaggio. Trascorsi ormai duemila anni, viene da affermare che mai come oggi quel riferimento all’antica Roma celata dietro l’immagine di Babilonia sia attuale, posto che da tempo Roma «ha abbeverato tutte le genti col vino del furore della sua fornicazione» [vedere articolo, QUI].

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Dopo avere dipinto queste immagini, il Beato Apostolo seguita affermando che il Popolo Eletto deve fuggire da Babilonia:

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«Uscite, popolo mio, da Babilonia
per non associarvi ai suoi peccati
e non ricevere parte dei suoi flagelli. 
Perché i suoi peccati si sono accumulati fino al cielo
e Dio si è ricordato delle sue iniquità. 
Pagatela con la sua stessa moneta,
retribuitele il doppio dei suoi misfatti.
Versatele doppia misura nella coppa con cui mesceva. 
Tutto ciò che ha speso per la sua gloria e il suo
lusso, restituiteglielo in tanto tormento e afflizione.
Poiché diceva in cuor suo: Io seggo regina,
vedova non sono e lutto non vedrò; 
per questo, in un solo giorno,
verranno su di lei questi flagelli:
morte, lutto e fame;
sarà bruciata dal fuoco,
poiché potente Signore è Dio
che l’ha condannata» [Ap 18, 4-8]

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Cosa s’intende dire col drammatico invito:

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«Uscite, popolo mio, da Babilonia per non associarvi ai suoi peccati e non ricevere parte dei suoi flagelli»? [Ap 18, 4]. 

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Il significato di questo drammatico invito ho tentato di rappresentarlo in un mio articolo nel quale spiego in che modo la Chiesa visibile, dopo la Shoah del mondo cattolico, sarà portata sul banco degli imputati al nuovo processo di Norimberga, dove udremo un esercito di ecclesiastici affermare: «Ma io ho solo obbedito a degli ordini superiori!» [l’articolo è leggibile, QUI]. 

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IL NOBILE VALORE SALVIFICO DELLA FUGA DINANZI AI COMPLICI ATTIVI ED AI COMPLICI PASSIVI

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Vi sono momenti nei quali è necessario fuggire, oppure allontanarsi in modo deciso, che è anch’esso sinonimo di fuga, in virtù del fatto che all’interno di una struttura di peccato, quindi di una struttura marcia che produce peccato al proprio interno e che lo diffonde al proprio esterno, esistono due diversi generi di gravi responsabilità: la complicità attiva di coloro che generano il male e lo diffondono, per seguire con la complicità passiva, non per questo meno grave, di tutti coloro che pur di non perdere il proprio posticino al sole tacciono e fingono di non vedere, dimenticando come il Signore fece fuggire i suoi pochi fedeli sopravvissuti dalle Città di Sodoma e Gomorra prima della loro distruzione, invitandoli a non voltarsi indietro mentre la sua ira si sarebbe scatenata, salvo finire mutati, come accadde alla moglie di Lot, in una statua di sale [cf. Gen 19, 1-29]. 

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In una Chiesa nella quale il diritto ecclesiastico è stato sostituito dai capricci arbitrari di soggetti capaci a colpire degli innocenti con la inaudita cattiveria distruttiva degna di un Joseph Goebbels, tutti i buoni officiali e segretarietti che assistono impotenti, salvo lamentarsi con i loro intimi dentro le chiuse stanze, sono altrettanto responsabili e complici nel peccato; e finiranno un giorno distrutti assieme a tutti gli altri abitanti di Sodoma e Gomora. Quando infatti all’interno di una struttura di peccato non è possibile fare niente, allora è necessario fuggire dalla complice impotenza passiva, rinunciare senza esitazione al proprio posticino al sole, rivolgendo supplica al proprio vescovo diocesano per chiedere la grazia di essere mandato a fare il curato nella più sperduta delle parrocchie di campagna o di alta montagna. È infatti bene chiarire che la giustificazione «non potevo fare niente», o quella ben peggiore data dai gerarchi nazisti a Norimberga: «ho ubbidito agli ordini superiori», non può salvare il colpevole dalla giusta forca degli uomini, ancor meno dal ben più severo castigo dato dalla giustizia e dalla misericordia di Dio, che ricordiamo: «Egli castiga ed usa misericordia» [Tb 13, 1].

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La verità è che purtroppo il peccato e con esso le strutture di peccato, fanno comodo a tutti: a chi genera il peccato, a chi lo commette, a chi lo copre ed a chi dinanzi ad esso assiste silenzioso e impotente, nel desiderio interiore non meno perverso di poter ricavare qualche cosa dal peccato. È la verità, che non fa comodo ai peccatori attivi come ai peccatori passivi; per questo costoro cercano in tutti i modi, col ricorso alla falsità ed a mezzi coercitivi e violenti, di distruggere la verità assieme al bene che da essa procede. 

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PIETRO ESERCITA IL PROPRIO MAGISTERO INFALLIBILE SOLO SE È APERTO ALLA GRAZIA DELLO SPIRITO SANTO, ALTRIMENTI LA GRAZIA DELLO SPIRITO SANTO NON È IN LUI E NON AGISCE PER MEZZO DI LUI

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Cristo Signore ricorda il pericolo e le insidie di Satana in modo molto preciso a Pietro stesso, all’interno di un discorso dal quale a molti piace estrapolare e citare solo un pezzo di frase: «Conferma i tuoi fratelli» [Lc 22, 32], per dare in tal modo vita non tanto ad un Super Pietro, ma ad un Super Pontefice. Questa frase, però, è preceduta da un tragico “prima”, ed è seguita da un drammatico “dopo”. Proviamo allora ad analizzarla tutta, evitando di far dire a Cristo Signore ciò che il Verbo di Dio non ha detto, considerando ch’Egli mette seriamente in guardia Pietro dicendogli:

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«Simone, Simone, ecco Satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano;  ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede».

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Fermiamoci a questa prima parte e proviamo a domandarci: ma dov’è che Cristo Signore — a quel Pietro al quale aveva detto «E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa» [Mt 16, 18] — afferma e rassicura che la sua fede non verrà mai assolutamente meno? Cristo Signore non lo afferma affatto, Egli rassicura Pietro che pregherà affinché la sua fede «non venga meno», non afferma e non garantisce affatto che la fede di Pietro non verrà mai ed in alcun modo meno. Cosa peraltro ampiamente dimostrata dalla prosecuzione della frase, quando Cristo Signore, a Pietro che tutto baldanzoso afferma:

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«Signore, con te sono pronto ad andare in prigione e alla morte» [Lc 22, 33]

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senza esitare risponde:  

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«Pietro, io ti dico: non canterà oggi il gallo prima che tu per tre volte avrai negato di conoscermi» [Lc 22, 34].

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La sequenza è dunque questa: Cristo Signore mette Pietro in guardia contro Satana, assicurandolo che pregherà affinché la sua fede non venga meno, ma nel caso in cui venisse anche meno, Dio, come i fatti dimostrano, non farà nulla per impedirlo, perché altrimenti negherebbe un suffisso stesso della creazione dell’uomo, che è la libertà ed il libero arbitrio; e Dio non può contraddire sé stesso. Infatti Pietro, che è il primo sommo maestro della dottrina e della fede, non trova di meglio da fare che rinnegare poco dopo per tre volte il Verbo di Dio fatto uomo, ed il tutto dopo che Cristo Signore, durante l’ultima cena, lo aveva istituito sacerdote e capo del Collegio degli Apostoli, vale a dire Sommo Pontefice [Cf Lc 22, 7-19]. Non aveva forse ricevuto Pietro, viepiù da Cristo Dio in persona, una grazia speciale ed altrettanta assistenza del tutto speciale dello Spirito Santo che, è bene ricordarlo, non “nasce” solo successivamente, a Pentecoste, poiché già aleggiava sulle acque nei giorni della creazione del mondo? [Gen 1, 1-2].

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Sappiamo pure che le vicende di Pietro non finiscono qua, perché lo stesso Beato Apostolo Paolo ci narra che ad Antiochia riprese e rimproverò pubblicamente il Principe degli Apostoli proprio in materia di dottrina e di fede [cf. Gal 2, 11-14]; perché se Pietro avesse proseguito e indotto i Christi fideles in quell’errore, oggi noi non saremmo cristiani, saremmo solo una sette eretica di matrice giudaica, a causa di Pietro che mostrò in quel frangente di non comprendere, o di avere compreso male alcuni dei fondamenti del mistero della rivelazione e della redenzione. Anche in questo caso, forse bisogna capire che solo diciotto secoli dopo sarà definito quel dogma della infallibilità pontificia che rende il Romano Pontefice non soggetto ad erranza in materia di dottrina e di fede, mentre invece Pietro, scelto da Cristo Dio in persona, a quanto pare poteva tranquillamente errare in materia di dottrina e di fede, evidentemente perché il dogma della infallibilità pontificia non era stato ancora proclamato?

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Vediamo quale fu l’errore di Pietro ed a cui riguardo ci narra il Beato Apostolo Paolo:  

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«Ma quando Cefa venne ad Antiochia, mi opposi a lui a viso aperto perché evidentemente aveva torto. Infatti, prima che giungessero alcuni da parte di Giacomo, egli prendeva cibo insieme ai pagani; ma dopo la loro venuta, cominciò a evitarli e a tenersi in disparte, per timore dei circoncisi. E anche gli altri Giudei lo imitarono nella simulazione, al punto che anche Barnaba si lasciò attirare nella loro ipocrisia. Ora quando vidi che non si comportavano rettamente secondo la verità del Vangelo, dissi a Cefa in presenza di tutti: “Se tu, che sei Giudeo, vivi come i pagani e non alla maniera dei Giudei, come puoi costringere i pagani a vivere alla maniera dei Giudei”?» [cf. Gal 2, 11-14]

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Molti non sanno cosa significhi il tutto, cerchiamo allora di riassumerlo in breve: Pietro, prima di questo episodio narrato da Paolo, prendeva i pasti con i pagani ed aveva insegnato che la salvezza si ottiene mediante la fede, posto che non è cristianamente concepibile l’osservanza della legge fine a se stessa senza la fede dalla quale nascono le opere [cf. Giac 2, 14-26]. Però, quando si unirono alla comunità alcuni ebrei, per timore di dar loro dispiacere a prendere pasti con i pagani, egli si ritirava a mangiare in disparte osservando tutte le meticolose disposizioni della legge rabbinica — la cosiddetta כַּשְׁרוּת kasherùt —, perché agli ebrei era proibito prendere cibi assieme ai pagani, considerati impuri; ed in tal modo dava ambiguamente ad intendere che la salvezza si ottiene mediante il rispetto delle leggi rabbiniche, quelle racchiuse poi nel תַּלְמוּד Talmud, dove a partire dal III secolo sono redatte queste norme in vigore già molto prima dell’epoca gesuana; norme in seguito codificate nel XVI secolo nel testo normativo שולחן ערוך Shulkhan aruck. Questo comportamento fu reputato da Paolo molto pericoloso su quello che oggi chiameremmo piano strettamente dottrinale. Infatti, questo modo di agire, avrebbe indotto i pagani a farsi una loro Chiesa, oppure a sottostare a quelle che erano le prescrizioni della הֲלָכָה halakha, la legge rabbinica eretta dall’interpretazione dei rabbini stessi sui dettami del Libro del Levitico e del Libro del Deuteronomio; oppure, i pagani, avrebbero dovuto sottostare alle הֲלָכוֹת halakhot [leggi degli ebrei], a partire dalla circoncisione. Agendo a questo modo Pietro metteva a serio rischio l’unità della Chiesa, al punto tale che Paolo lo riprende pubblicamente ed in modo severo, dandogli dell’ipocrita e dicendogli nella sostanza: come puoi evangelizzare se sei proprio tu il primo ad essere ambiguo e privo di chiarezza nell’annunciare il mistero della Rivelazione e della Redenzione?

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Così stanno le cose e così si svolsero i fatti: Pietro, scelto ed eletto da Cristo Signore, ha errato in materia di dottrina e di fede rischiando di compromettere l’unità della Chiesa, un fatto documentato e poi tramandato attraverso la storicità dei sacri testi dalle Lettere Paoline. Per il resto, chi ha letto ed inteso, faccia per suo conto le proprie valutazioni. Pur precisando dal mio canto che, a prescindere dalle antiche dispute apostoliche antiochene ed a prescindere dalle ironie teologiche che io ho speso su chi considera l’infallibilità del Romano Pontefice in materia di dottrina e di fede come una sorta di magia dello Spirito Santo che agirebbe persino al di là della volontà stessa del Successore di Pietro, il dogma della infallibilità pontificia resta fuori discussione e la sua applicazione è esplicata nella costituzione dogmatica Pastor Aeternus del Beato Pontefice Pio IX e successivamente nella Ad tuendam fidem del Santo Pontefice Giovanni Paolo II. L’esercizio del magistero infallibile, comporta però ben precise caratteristiche e requisiti che non possono prescindere dalla libertà e dal libero arbitrio di chi questo magistero infallibile lo esercita. Queste caratteristiche sono riassunte dal raffinato teologo Cardinale Charles Journet [1891-1975] che nella sua opera Eglise du Verbe Incarné  spiega: 

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«L’assioma “dov’è il Papa lì è la Chiesa”, vale quando il Papa si comporta come Papa e Capo della Chiesa; in caso contrario, né La Chiesa è in lui, né lui è nella Chiesa».

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Esattamente come accadde ad Antiochia ed esattamente come potrebbe ripetersi nel corso della storia, senza che il dogma della infallibilità pontificia sia minimamente ed in alcun modo intaccato, tutt’altro: riconoscere la libertà ed il libero arbitrio, con la relativa possibilità di accettare o di rifiutare la grazia di stato, vuol dire tutelare, ed a mio parere anche nel migliore dei modi, il dogma stesso della infallibilità. Questo il motivo per il quale poco tempo fa, in un quesito che potremmo chiamare pura e semplice speculazione accademica, mi interrogai: «Può un Romano Pontefice legittimamente eletto e Successore legittimo del Beato Apostolo Pietro essere privo della grazia di stato?» [vedere articolo, QUI]. Seguendo la logica delle Sacre Scritture, a partire dal mistero della creazione stessa e dal Libro della Genesi, pare proprio di si, basti considerare che Dio non impedì ad Adamo ed Eva di commettere quel peccato originale a causa del quale fu consegnata una natura corrotta e mortale a tutta l’umanità che da loro è discesa; una povera umanità che quel peccato non lo ha commesso, ma che a causa loro lo ha ereditato attraverso la corruzione di questa natura a causa del loro peccato di ribellione a Dio Padre. Ora, perché Dio, se non per quei due sciagurati, ma perlomeno per la povera umanità che da essi sarebbe seguita, non sospese la loro libertà ed il loro libero arbitrio impedendogli di compiere quel peccato? Da ciò ne possiamo logicamente e teologicamente dedurre che tutti gli uomini, compresi fedeli cattolici, presbiteri, vescovi e persino il Romano Pontefice, possono essere chiusi alla grazia santificante o rifiutare la grazia santificante, perché mai, Dio, si è messo contro la libertà dell’uomo, né mai ha sospeso per un solo minuto nell’uomo l’esercizio di questa facoltà, né mai ha agito su di esso al di là della sua volontà, non lo ha fatto con Adamo ed Eva, non lo ha fatto con Caino, non lo ha fatto con Giuda Iscariota, non lo ha fatto con il Beato Apostolo Pietro che dopo essere stato consacrato sommo sacerdote e scelto come Vicario di Cristo sulla terra, dà avvio al proprio ministero rinnegando Cristo, dandosi alla fuga, deviando dalla retta dottrina, tentando nuovamente la fuga anche nella vecchiaia a Roma, se Cristo stesso, come narra la tradizione, non gli fosse apparso sulla Via Appia, o cosiddetta Via del Quo Vadis? Per inciso: secondo il racconto del testo apocrifo degli Atti di Pietro, nella vecchiaia, il Principe degli Apostoli, era tornato a darsi alla fuga, questa volta a Roma, durante le persecuzioni anti-cristiane di Nerone. Mentre percorreva la Via Appia, Cristo Risorto gli apparve. Pietro domandò: «Quo vadis, Domine?» [Dove vai, Signore?]. Cristo Signore rispose: «Eo Romam, iterum crucifigi» [Sto andando a Roma per essere nuovamente crocifisso]. Solo allora, nella vecchiaia, Pietro cessò di fuggire, tornò a Roma ed accettò la grazia santificante del martirio. 

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A conclusione di questo discorso merita ricordare sempre per quanto riguarda la libertà e il libero arbitrio —, che Dio Padre, per realizzare il mistero dell’incarnazione del Verbo, attese la risposta della Beata Vergine Maria, la ripiena di grazia, dopo avere bussato alle porte delle sua libertà e del suo libero arbitrio. Perché Maria, la Immacolata Concezione, è stata sì, predestinata, ma non è stata affatto preordinata. E Maria, all’Arcangelo Gabriele, avrebbe potuto anche dire di no, nel pieno e legittimo esercizio di quella libertà dei figli di Dio che è parte strutturale del mistero stesso della creazione.

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L’IMMAGINE DELLA CHIESA COME STRUTTURA DI PECCATO CHE TANTO SPAVENTÒ DIVERSI PONTEFICI DALLA FINE DELL’OTTOCENTO AGLI INIZI DEL NUOVO MILLENNIO

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Riguardo poi il mio enunciato circa la Chiesa visibile ridotta a struttura di peccato che produce peccato al proprio interno e che lo diffonde all’esterno, vorrei richiamarmi a tre diversi Pontefici del Novecento, a partire dal Sommo Pontefice Leone XIII che dopo una visione scrisse una preghiera a San Michele Arcangelo imponendone la recita nel 1886 al termine di ogni Santa Messa in tutte le chiese della orbe catholica. La preghiera originale è molto lunga e pochi ne conoscono il testo originale integrale, mentre quella che veniva recitata al termine delle Sante Messe era una sua riduzione. Nel testo originale integrale dell’ Exorcismus in Satanam et Angelos Apostaticos, il Sommo Pontefice Leone XIII scrive:

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«Ecclesiam, Agni immaculati sponsam, faverrimi hostes repleverunt amaritudinibus, inebriarunt absinthio; ad omnia desiderabilia eius impias miserunt manus. Ubi sedes beatissimi Petri et Cathedra veritatis ad lucem gentium constituta est, ibi thronum posuerunt abominationis et impietatis suae; ut percusso Pastore, et gregem disperdere valeant» [Traduzione italiana: «La Chiesa, questa Sposa dell’Agnello Immacolato, è ubriacata da nemici scaltrissimi che la colmano di amarezze e che posano le loro sacrileghe mani su tutte le sue cose più desiderabili. Laddove c’è la sede del beatissimo Pietro posta a cattedra di verità per illuminare i popoli, lì hanno stabilito il trono abominevole della loro empietà, affinché colpendo il pastore, si disperda il gregge».

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Domanda: che cosa vide in questa terribile visione il Sommo Pontefice Leone XIII, per essere giunto a scrivere ed a profetare che Satana ed i suoi accoliti prenderanno il controllo della «sede di Pietro» e da un certo punto a seguire della «Cattedra della Verità», vale a dire del papato, pur senza riuscire a prevalere alla fine su di essa? O forse il Sommo Pontefice Leone XIII non era consapevole del fatto che il Romano Pontefice, custode supremo della verità, non può mai errare in materia di dottrina e di fede, godendo di una assistenza del tutto speciale dello Spirito Santo, il quale — ribadisco — non può operare contro la volontà ed il libero arbitrio dell’uomo, salvo far cadere Dio in contraddizione con sé stesso? Ritengo che il Sommo Pontefice Leone XIII le prerogative del Romano Pontefice le conoscesse tutte e molto bene, anche perché egli fu tra i Padri che composero l’assise del Concilio Vaticano I, nel quale il dogma della infallibilità pontificia in materia di dottrina e di fede fu solennemente suggellato.

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IL MYSTERIUM INIQUITATIS E LA CHIESA COME STRUTTURA DI PECCATO CHE PRODUCE PECCATO AL PROPRIO INTERNO E LO DIFFONDE ALL’ESTERNO

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Dal Pontefice Leone XIII procediamo con un salto agli anni Sessanta del Novecento, quando il giovane teologo Joseph Ratzinger, cinquant’anni fa, scriveva:

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«Se non vogliamo nasconderci nulla, siamo senz’altro tentati di dire che la Chiesa non è né santa, né cattolica: lo stesso concilio Vaticano II è arrivato a parlare non più soltanto della Chiesa santa, ma della Chiesa peccatrice; se a questo riguardo gli si è rimproverato qualcosa, è per lo più di essere rimasto ancora troppo timido, tanto profonda è nella coscienza di noi tutti la sensazione della peccaminosità della Chiesa» [Introduzione al Cristianesimo, 1968].

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In una situazione di questo genere, che cosa possiamo fare? Specie considerando che sedici anni dopo quelle analisi del giovane Joseph Ratzinger il Santo Pontefice Giovani Paolo II, che nel mentre lo aveva chiamato a presiedere la Congregazione per la dottrina della fede, nell’ormai lontano ottobre del 1984, durante la sua seconda visita apostolica in Germania, affermò che «Il mondo sta vivendo il XII libro dell’Apocalisse»? [vedere mio vecchio articolo, QUI

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Analizzando e sviluppando certi temi, ormai quasi due anni fa scrissi un lungo articolo nel quale parlavo di certe problematiche sotto il titolo: «La caduta dell’impero: quelle brutte storie del Vaticano II che nessuno racconta per non intaccare il superdogma …» [vedere QUI]. Tre mesi fa, in un altro articolo, spiegai invece in che modo possiamo e forse dovremmo reagire dinanzi ad una Chiesa visibile affetta da una decadenza dottrinale e morale ormai irreversibile [vedere QUI]. Oggi, agli inizi di quest’anno 2019, dopo tanto scrivere, dopo avere usato in passato toni molto severi, per poi passare all’ironia e persino al salutare sberleffo, devo prendere tristemente atto in che modo la severità non scalfisca neppure di striscio certi ecclesiastici che sono ormai al di là dall’essere dei semplici peccatori, perché costituiscono ormai un radicato gruppo di potere intoccabile formato da figure diaboliche che vivono incancrenite nel proprio peccato. E del loro grave e turpe peccato si manifestano pubblicamente fieri, perché le loro turpitudini peccaminose vanno di pari passo col potere ch’essi gestiscono; un potere che li ha resi ormai ubriachi e deliranti onnipotenza, proprio come la grande prostituta narrata nell’Apocalisse del Beato Apostolo Giovanni [cf. Ap 18, 2-3]. Dinanzi a questo anticamera dell’Inferno il quesito al quale dare adeguata risposta è molto semplice, oserei dire lapalissiano, ed è il seguente: nel concreto, che cosa possiamo e dobbiamo fare per imperativo di coscienza, animati dalle teologali virtù della fede, della speranza e della carità? Perché se non diamo una risposta, pur povera che sia, a quel punto il parlare rischia di essere un parlare fine a se stesso, una speculazione fine a se stessa, una analisi fine a se stessa, infine una critica sterile fine a se stessa. E le sterili critiche fini a se stesse, non nobilitano chi le formula e non aiutano chi le raccoglie, specie se chi le raccoglie è un Popolo di Dio sempre più smarrito in cerca di risposte, punti di riferimento e guide affidabili e sicure.

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In quattro anni di attività pubblicista su L’Isola di Patmos [2015-2018], sono svariate decine gli articoli dove parlo della decadenza irreversibile, spiegando che da essa, una volta superata la soglia del non ritorno, indietro non si torna, perché è impossibile. Comunque, di certi temi già parlavo in un mio libro scritto tra il 2008 e il 2009 e pubblicato alla fine del 2010, quando certi fatti oggi esplosi in tutta la loro scandalosa devastazione erano ancora lontani da venire, basti rammentare le mie analisi sulla omosessualizzazione della Chiesa visibile, che giunsi a paragonare allo scoppio di un vero e proprio nubifrocio universale. E Dio solo sa quanti nemici mi conquistai attraverso quelle righe, sebbene oggi, i problemi da me anticipati ieri, siano poi esplosi attraverso scandali morali molto gravi e di proporzioni mondiali, facendo accanire i miei nemici di più ancòra, casomai qualche pia anima ingenua pensasse che qualche Autorità Ecclesiastica abbia ammesso: “Purtroppo avevi ragione e ci avevi visto giusto, vorrà dire che imporremo ai tuoi aguzzini di lasciarti in pace”. Soprattutto, un decennio fa, a proposito degli scandali inevitabili che sarebbero infine esplosi, spiegai in che modo, superata la cosiddetta soglia del non ritorno, neppure per opera dello Spirito Santo la rotta si sarebbe più potuta invertire, perché la Terza Persona della Santissima Trinità non può sovvertire le leggi della fisica. È infatti una “legge fisica”, come lo è quella della forza di gravità, il fatto che un processo di decadenza, una volta entrato nella sua fase irreversibile, non è più arrestabile. A tal proposito, nel mio scritto di tre mesi fa, in tono critico amareggiato portai l’esempio del paracadute:

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«Certi soggetti non esiterebbero a rivoluzionare le leggi della fisica in nome della loro soggettiva verità e della loro altrettanto soggettiva logica, ma il quesito che costoro dovrebbero porsi è in fondo molto pratico e anche molto semplice: per uno spaventoso errore al quale possono avere anche concorso sia i tanto criticati modernisti sia i tanto criticati rahneriani, oppure anche e solo per una negligenza a dir poco assurda, è accaduto che un paracadutista si sia lanciato dall’aereo senza avere indossato il paracadute, perché questa è la situazione attuale della Chiesa: un lancio dall’aereo senza paracadute. Ebbene, i grandi maestri della logica aristotelica, della scolastica e della metafisica, a questo punto dovrebbero portare le migliori argomentazioni per spiegare che questo paracadutista, precipitando verso il suolo da duemila metri di altezza, può comunque arrestarsi, risalire, provvedere a indossare il paracadute e lanciarsi di nuovo. Se poi questi soloni della metafisica risponderanno che egli si è lanciato senza paracadute per colpa dei Modernisti e di Karl Rahner, io replicherò che ciò, fosse anche vero, ormai è cosa del tutto irrilevante, perché la causa andava individuata e annientata prima che costui si lanciasse. Se poi, peggio ancora, dinanzi al paracadutista che precipita senza paracadute, coloro che non possono mai essere privi di una risposta “logica” per tutto, si attaccassero a dire che c’è lo Spirito Santo, a quel punto io replicherò che lo Spirito Santo non è Mago Merlino, quindi li inviterò a spiegare in che modo la Terza Persona della Santissima Trinità, dinanzi ad un libero atto singolo o collettivo della volontà dell’uomo che comporta delle precise conseguenze, annullerà la sua libertà ed il suo libero arbitrio per riportarlo sull’aereo, fargli indossare il paracadute e poi lasciarlo di nuovo lanciare, dopo avere nel mentre sconfessato i modernisti ed i rahneriani, per causa dei quali egli si è lanciato senza paracadute […]» [l’articolo intero è contenuto QUI]. 

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UNO PSEUDO TOMISMO CRITICO E AGGRESSIVO DAL QUALE SI PASSA POI AD ACCUSE DI ERESIA VERSO CHIUNQUE ANALIZZI I PROBLEMI IN ALTRO MODO, NON SERVE A NIENTE, DISPERDE ANCORA DI PIÙ IL GREGGE ED È SOLO DISTRUTTIVO

 

La mia povera esperienza ed i risultati del lavoro svolto nel corso degli ultimi anni, mi hanno infine insegnato, come poc’anzi ho accennato, che le critiche severe, le battaglie contro gli ecclesiastici immorali fieri della propria immoralità e soprattutto piazzati fino ai sommi vertici della Chiesa, non servono più a niente. Neppure le sapienti ironie ed i salutari sberleffi, servono più per smuovere una simile situazione incancrenita, o se preferiamo questa caduta senza paracadute. Devo dire che a questa conclusione sono giunto attraverso la preghiera e la meditazione sui testi sacri, tra i quali mi è stato di particolare aiuto il sapienziale Libro dell’Ecclesiaste:

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Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo.
C’è un tempo per nascere e un tempo per morire,
un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante.
Un tempo per uccidere e un tempo per guarire,
un tempo per demolire e un tempo per costruire.
Un tempo per piangere e un tempo per ridere,
un tempo per gemere e un tempo per ballare.
Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli,
un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci.
Un tempo per cercare e un tempo per perdere,
un tempo per serbare e un tempo per buttar via.
Un tempo per stracciare e un tempo per cucire,
un tempo per tacere e un tempo per parlare.
Un tempo per amare e un tempo per odiare,
un tempo per la guerra e un tempo per la pace [Ec 3, 1-8].

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Sia chiaro: non ho né gettato la spugna sul ring di pugilato, né ho alzato bandiera bianca dinanzi al nemico, meno che mai da leone ruggente sono divenuto un castrato del Settecento barocco che canta con la voce di una soprano afona. Molto semplicemente, nel tracciare un piano di lavoro per l’anno nuovo, ho riflettuto sul fatto che

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«c’è un tempo per stracciare e un tempo per cucire, c’è un tempo per tacere e un tempo per parlare …».

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E oggi bisogna misurare bene, su che cosa parlare, per evitare che il parlare, ma soprattutto il denunciare ed il criticare, sia solo fine a se stesso, con il solo risultato di non scalfire minimamente gli accoliti di Satana, ma al tempo stesso disorientare però ancòra di più il Popolo di Dio molto sofferente e smarrito, che ha bisogno di essere sostenuto nella grande prova. E dubito che il Popolo di Dio, in questo immane sfacelo, possa essere sostenuto offrendogli grandi lezioni contro le eresie dei Modernisti e contro la teologia di Karl Rahner, spiegando quanto sia importante ripartire dalla scolastica e da San Tommaso d’Aquino, insomma: innaffiare le margherite del giardino per evitare che col calore della casa che brucia possano appassire, perché ciò che solo conta, mentre tutto brucia, è salvare il bel ricordo di quando in passato le margherite fiorivano attorno alla casa.

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Anche per questo ho cessato di discutere con gli innamorati dei metodi, utili per speculare sulle verità della fede e per giungere pienamente alle stesse verità della fede, ma non sempre efficaci in tutte le situazioni storiche e sociali. Ma soprattutto ho cessato di discutere con coloro che finiscono col divinizzare il metodo, che rimane sempre e solo uno strumento per giungere alla verità; e non è detto che questo metodo, pure se risultato efficace per secoli, lo sia sempre sino al ritorno di Cristo Signore alla fine dei tempi. Mi riferisco alla scolastica ed a San Tommaso d’Aquino, ed a coloro che dinanzi alla caduta senza paracadute dall’aereo insistono in modo ostinato che è necessario arrestare la caduta, riportare il paracadutista sull’aereo, fargli indossare il paracadute della scolastica ed il doppio paracadute di sicurezza di San Tommaso d’Aquino, poi farlo nuovamente lanciare, cosicché il lancio e la discesa a terra vada a buon fine. Sono forse io un anti-scolastico ed un anti-tomista? Giammai! Io sono un autentico prodotto filosofico-teologico ed un autentico cultore della scolastica e del tomismo. Ciò di cui devo essere logicamente e razionalmente consapevole — come ripetutamente e per molti inutilmente ho spiegato nei miei scritti — è che sia la scolastica sia il tomismo richiedono un preciso linguaggio e delle precise tecniche speculative che al presente risultano ormai perdute da oltre mezzo secolo. Solo per dare di nuovo vita al loro necessario e naturale linguaggio — prima ancòra di poter pensare al recupero della scolastica e del tomismo —, occorrerebbero decenni di duro lavoro, da svolgere in modo non so quanto proficuo, considerando che nel mentre lo stabile dell’intera casa brucia velocemente, ossia mentre ci sono, oggettivamente e logicamente, delle priorità parecchio maggiori e più impellenti. Esempio concreto e non passibile di facile smentita: se oggi noi parliamo un linguaggio scolastico e metafisico di impianto tomista, i primi a non capire sono i vescovi, non pochi dei quali rasentano l’analfabetismo teologico, formati come sono, la gran parte di loro, sui sociologismi emotivi fatti passare per teologia che hanno invasa la Chiesa intera nella stagione del post-concilio Vaticano II. E come già ho scritto in un altro precedente articolo: se in una libreria contenente copie uniche di libri preziosi divampa un incendio e solo pochi testi possono essere sottratti alle fiamme, sinceramente io ritengo di avere il dovere e l’obbligo morale di mettere in salvo i testi dei Santi Vangeli, le Lettere Apostoliche e gli Atti degli Apostoli, non certo la Logica di Aristotele, l’opera di Sant’Anselmo d’Aosta e quella di San Tommaso d’Aquino, perché né Aristotele, né l’Aostano né l’Aquinate ci sarebbero di alcuna utilità senza i Santi Vangeli, le Lettere Apostoliche e gli Atti degli Apostoli. E se qualcuno tenta di replicare che l’Aostano e l’Aquinate servono proprio per poter leggere e capire la Parola del Verbo di Dio, in tal caso è bene rispondere che per oltre un millennio, il patrimonio di fede della Rivelazione, è stato trasmesso e tutto sommato capito prima ancora che nascessero Sant’Anselmo d’Aosta e San Tommaso d’Aquino, preceduti da numerosi e grandi Santi Padri e Dottori della Chiesa.

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NOSTRO COMPITO PASTORALE E TEOLOGICO E DI METTERE IN SALVO I SEMI DEL SANTO VANGELO E CON ESSI CUSTODIRE IL SENSUS FIDEI NEL POPOLO DI DIO

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Sulla nostra Isola di Patmos grava per ciò questo drammatico e felice compito: mettere in salvo i fondamenti della Santa Fede Cattolica — la cosiddetta «banca del seme» [cf. QUI] — e con essi il sensus fidei nel Popolo Santo di Dio sempre più smarrito e disperso. È pertanto necessario avvertire e vivere verso il Popolo di Dio quella autentica commozione cristologica su cui sta scritto:

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«Sbarcando, vide molta folla e si commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore, e si mise a insegnare loro molte cose» [Mc 6, 34].

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Compito nostro è salvare ciò che il Verbo di Dio ha insegnato, proteggendo la sua Parola dalle falsificazioni, dalle adulterazione e dalle mistificazioni, consapevoli che non è possibile vivere a Sodoma e Gomorra, neppure assistendo passivi all’abominio del peccato, perché è in queste situazioni che Dio Padre ci spinge e ci stimola a quel grande valore che è la fuga verso la salvezza, al contrario di chi cinico e impotente rimane immerso nell’abominio in attesa di tempi migliori, o in attesa che le cose cambino. Dio Padre, dalla fuga dall’Egitto sino alla fuga da Sodoma e Gomorra, i propri figli li stimola a fuggire ed a mettersi in salvo dall’abominio della desolazione.

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Molto più complesso, terribile e doloroso è invece il dramma di noi presbìteri, se pensiamo che forse un giorno potremmo trovarci persino nella situazione di dire di no a quelle stesse Autorità Ecclesiastiche alle quali abbiamo promessa filiale e devota obbedienza, nel caso in cui costoro ci comandassero, o cercassero di imporci qualche cosa di contrario al Santo Vangelo; e ciò che va contro al Santo Vangelo, solamente i sofisti impenitenti possono tentare di interpretarlo in bonam partem arrampicandosi sopra a degli specchi cosparsi d’olio. E, una eventualità del genere, per un qualsiasi presbitero è un dramma doloroso al quale è difficile anche e solo pensare, perché verrebbe data origine ad un lacerante conflitto con la natura stessa del carattere sacerdotale, che è di per sé frutto di comunione e obbedienza all’Autorità Apostolica. Anche a questo quesito doloroso e lacerante esiste però risposta: quando infatti siamo stati consacrati nel Sacro Ordine, il Vescovo ordinante non ci ha messo tra le mani il libello delle sue personali volontà soggettive o le sue pseudo teologie emotive, né ci ha chiesto di attenerci ai contenuti delle sue esternazioni più o meno corrette e felici; nelle nostre mani è stato messo il sacro libro del Santo Vangelo. E quando dopo la Preghiera Consacratoria e l’imposizione delle mani, il Vescovo ci ha consegnato la patena con il pane ed il calice con il vino, ci ha detto:

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«Ricevi le offerte del Popolo Santo per il Sacrificio Eucaristico. Renditi conto di ciò che farai, imita ciò che celebrerai, conforma la tua vita al mistero della croce di Cristo Signore».

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E la fonte della consapevolezza che ci porta a renderci conto di ciò che facciamo e ad imitare ciò che celebriamo, affinché la nostra vita sia conforme al mistero della croce di Cristo Signore, è tutta quanta racchiusa nei Santi Vangeli, non certo nelle campagne mondane di stampo politico-sociologico portate ormai avanti da molti vescovi che hanno deciso di piacere ai figli di questo mondo, sino a mitigare od annacquare il Santo Vangelo e le Lettere Apostoliche, nel caso in cui questi testi non piacessero e non fossero graditi ai figli di questo mondo, che entrano ed escono ormai dai sacri palazzi nella loro veste di atei devoti o di pervertiti impenitenti che plaudono al grido di “viva la rivoluzione!”, mentre al tempo stesso i devoti fedeli, come una vera e propria emorragia, disertano sempre più le nostre chiese affermando sempre più numerosi : «Io mi vergogno di questa Chiesa … io mi vergogno di essere cattolico». 

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Nella notte buia e nello smarrimento, sarà nostro sostegno e soccorso la parola del Beato Apostolo Paolo che ci ammonisce:

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«Orbene, se anche noi stessi o un angelo dal cielo vi predicasse un Vangelo diverso da quello che vi abbiamo predicato, sia anàthema! L’abbiamo gia detto e ora lo ripeto: se qualcuno vi predica un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anàthema! Infatti, è forse il favore degli uomini che intendo guadagnarmi, o non piuttosto quello di Dio? Oppure cerco di piacere agli uomini? Se ancora io piacessi agli uomini, non sarei più servitore di Cristo!» [Gal 1, 8-10]

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Per questo oggi risuona in noi l’accorato invito del Beato Apostolo Pietro:

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«Siate temperanti, vigilate. Il vostro nemico, il Diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare. Resistetegli saldi nella fede, sapendo che i vostri fratelli sparsi per il mondo subiscono le stesse sofferenze di voi» [I Pt 5, 8-9].

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Forse a breve noi faremo la fine che fecero molti ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale. E faremo diversa ma simile fine per l’opera luciferina di quei Goebbels ecclesiastici e laici compiacenti che oggi sono attaccati come dei polipi alla Cattedra di Pietro, proprio come narra la Preghiera a San Michele Arcangelo del Sommo Pontefice Leone XIII. Una cosa è però certa: nella futura Norimberga Celeste, ad essere legati mani e piedi e gettati fuori nelle tenebre dove sarà pianto e stridore di denti [cf. Mt 22, 13], saranno certi attuali, devastanti e mortiferi Goebbels, ecclesiastici e laici, non certo noi devoti servitori di Cristo e della sua Chiesa sino alla fine, per la sincera fede nella vita del mondo che verrà e nella piena consapevolezza che «molti sono chiamati, ma pochi eletti» [cf Mt 22, 14].

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Amen!

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dall’Isola di Patmos, 1 gennaio 2019

Nella solennità della Gran Madre di Dio

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Ringraziando tutti i cari Lettori che ci hanno sostenuti, ricordo, come ormai ben sanno i nostri numerosi affezionati, che la nostra opera si regge interamente sul vostro sostegno economico [cf. QUI], ed a tal proposito ricordiamo:

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«Non sapete che quelli che celebrano il culto, dal culto traggono il vitto, e quelli che servono all’altare, dall’altare ricevono la loro parte? Così anche il Signore ha disposto che quelli che annunciano il Vangelo vivano del Vangelo» [I Cor 9, 13-14].

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La Lega Santa Felina in difesa della tradizione del presepe dall’ideologia del politicamente corretto e del … “famolo strano”!

— il cogitatorio di Ipazia  —

LA LEGA SANTA FELINA IN DIFESA DELLA TRADIZIONE DEL PRESEPE DALL’IDEOLOGIA DEL POLITICAMENTE CORRETTO E DEL … FAMOLO STRANO !

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A spingere alla istituzione di questa Lega Santa Felina è stato anche uno sventato attentato presso l’aeroporto romano di Fiumicino, quando un gatto siriano appartenente al gruppo terroristico Gattisis  ha tentato di lanciarsi sul presepe allestito dall’Associazione degli operatori di volo al grido di «Miao akbar ».

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Autore Ipazia Gatta Romana

Autore
Ipazia Gatta Romana

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Attraverso la Via di Emmaus delle corsie dell’ospedale: il Cappellano come discepolo e compagno di viaggio nella malattia

— pastorale sanitaria —

ATTRAVERSO LA VIA DI EMMAUS DELLE CORSIE DELL’OSPEDALE: IL CAPPELLANO COME DISCEPOLO E COMPAGNO DI VIAGGIO NELLA MALATTIA

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… nella parabola del Buon Samaritano, è chiaro il riferimento a Gesù come colui che si prende cura dell’uomo bastonato dai briganti e versa sulle sue ferite olio e vino simboli della grazia sacramentale che da Cristo scaturisce con abbondanza e potenza. L’uomo maltrattato dai briganti è preso in carico da Gesù affinché passi dalla condizione di moribondo a quella di risorto.

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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Ivano Liguori, Ofm. Capp. in visita al reparto di pediatria dell’Ospedale Brotzu di Cagliari con i folletti e Babbo Natale

Il fatto che «soli si muore» ci guida a capire, attraverso l’esperienza quotidiana, che nella vita tutti abbiamo bisogno di qualcuno che ci affianchi e insieme a noi condivida i momenti spensierati e di prova. La constatazione divina di Genesi 2,18 «Non è bene che l’uomo sia solo», a mio parere non si deve leggere solo come riferimento dell’unione sponsale tra uomo e donna, ma come imperativo alla socialità e alla comunione. L’uomo è chiamato a fare esperienza di Dio solo nella comunione con il fratello. Il mistero stesso della Trinità, è mistero di comunione, non esiste in Dio solitudine.

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Nel momento della prova e della malattia la dinamica dell’essere con è essenziale affinché si verifichi un vero accompagnamento che sia di supporto e di stimolo per non sentirsi soli e per gustare così la provvidenza di Dio che mette al nostro fianco qualcuno che ci ama. Già la sapienza del salmista ci fa cantare: «Ecco, com’è bello e com’è dolce che i fratelli vivano insieme» [cf Sal 133,1].

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Due sono gli episodi del Vangelo che meglio di altri incarnano il dovere di prossimità del cristiano verso l’uomo sofferente nel corpo e nell’anima: la parabola del Buon Samaritano [cf. Lc 10,23-37] ed il racconto dei Discepoli di Emmaus [cf. Lc 24,13-35]. In questi brani evangelici l’evangelista Luca, maestro di tenerezza e di compassione, rivela l’amore preferenziale di Cristo per l’uomo infermo. Da qui nasce lo stimolo al coraggio di non passare oltre.

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foto ricordo dopo la Santa Messa di Natale nel reparto di pediatria

Nella parabola del Buon Samaritano è chiaro il riferimento a Gesù come colui che si prende cura dell’uomo bastonato dai briganti e versa sulle sue ferite olio e vino simboli della grazia sacramentale, che da Cristo scaturisce con abbondanza e potenza. L’uomo maltrattato dai briganti è preso in carico da Gesù affinché passi dalla condizione di moribondo a quella di risorto. La figura dell’uomo bastonato sulla strada, esprime con vividezza:

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«la ferita inguaribile da cui siamo stati colpiti […] e che solo il Signore poteva guarire. È per questo che egli è venuto di persona, perché nessuno degli anziani, né la Legge, né i profeti, erano capaci di porvi rimedio. Solo lui, venendo, ha guarito questa inguaribile ferita dell’anima» [cf. Macario il Grande, Omelie, (Coll. II), XXX, 8].

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Gesù buon samaritano compie un passaggio di stato nella vita di ogni uomo: dall’orizzontalismo dell’infermità al verticalismo della nuova vita [cf. Lc 4,38-39]. Gesù è colui che risana e guarisce poiché è il Signore. La potestà del Risorto e la sua signoria si manifestano attraverso una nuova creazione che si compie nell’uomo attraverso un passaggio dalla condizione di infermità alla condizione di salute che diventa attestazione di salvezza e quindi di risurrezione.

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Natale nel reparto di pediatria

Davanti all’azione risanante di Gesù, si avverte la necessità di essere collaboratori di una cura che si esprime nel tempo e che viene portata avanti grazie all’opera del padrone della locanda a cui viene affidato il compito di custodire e proseguire il lavoro di risanamento iniziato da Cristo. Così,  nella cura e nell’assistenza degli infermi, la figura del cappellano ospedaliero incarna colui al quale Gesù affida la custodia del moribondo, obbedendo al mandato di aver cura di lui, mutandolo in ministro dell’annuncio pasquale che Gesù è risorto e che è il Signore [cf. At 3,1-16], da questo annuncio scaturisce la potenza della guarigione.

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Nel ministero di consolazione e di cura che viene svolto in ospedale, il cappellano è chiamato a imitare gli atteggiamenti del Buon Samaritano che vede l’infermo ma non passa oltre. Nel medesimo tempo, il cappellano è anche ministro di diaconia nella misura in cui è capace di assumere e progettare realtà concrete di assistenza nel tempo della malattia di tanti uomini poveri e disagiati. 

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Possiamo dire allora che il ministero ospedaliero verso gli infermi è un servizio missionario, che nell’annuncio, nella cura e nell’accudimento edifica la Chiesa volto di Cristo tra i sofferenti. Ecco allora che il compito di cura e di compassione si coniuga nell’accompagnamento dello sfiduciato, dell’uomo senza speranza, perciò infermo nell’anima.

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Natale nel reparto di pediatria

Alla luce della prossimità e dell’impulso al cammino comune, l‘episodio del Vangelo di Luca dei Discepoli di Emmaus ci mostra Gesù che si rende compagno di viaggio dell’uomo che ha perso la speranza e la gioia. Infatti la malattia, la paura della morte e la solitudine, distruggono la gioia nell’uomo, così come mettono a dura prova la fede. Domande come: «perché proprio a me?» e «dove è Dio in tutto questo?» provano l’infermo e la sua famiglia e richiedono una risposta che non può mai essere scontata o facilona. Allora, contemporaneamente al prendersi cura del malato, c’è bisogno di un camminare insieme con lui, aprire il suo cuore al messaggio gioioso di Pasqua: Dio è vincitore della morte, della malattia, della solitudine dell’uomo.

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Natale lungo la Via di Emmaus dell’ospedale …

L’annuncio della Parola di Dio, la vicinanza umana del cappellano e della comunità cristiana che visita di frequente l’infermo, realizzano quel miracolo della inclusione e dell’accompagnamento che predispone poi l’infermo a dismettere il volto triste della delusione e della tristezza per vestire l’esultanza e la riconoscenza in Gesù vivo. Per questo il camminare vicino al malato all’interno della realtà ospedaliera significa attuare con costanza e spirito missionario la visita quotidiana ai reparti di degenza, l’incontro con le famiglie dei malati, la cura sacramentale delle anime inferme.

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Il cappellano è chiamato per dovere di giustizia a incontrare il malato, non solo per obbedire al comando di Cristo [cf. Mt 25,36], ma per farsi viaggiatore con lui dentro la malattia, amico che asciuga le lacrime e riempie un vuoto, profeta che annuncia che Dio è fedele e realizza le sue promesse.

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i discepoli lungo la Via di Emmaus [vedere testo lucano QUI].

Cristo Signore, attraverso la mediazione umana e sacramentale del sacerdote cappellano, spezza ancòra il pane della Parola e dell’Eucaristia affinché i ciechi riacquistino la vista, gli zoppi camminino, i lebbrosi siano purificati, i sordi  tornino ad udire, i morti siano richiamati alla vita, i poveri siano immersi nella buona novella del Regno [cf. Lc 7,22].

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Un ministero di questo tipo è senza dubbio faticoso, lento e meticoloso e si presta a condivide la stessa pazienza divina, affinché l’uomo malato nel corpo e nello spirito sia, giorno dopo giorno, curato e amato affinché possa raggiungere la salute e la salvezza che sono condizioni normali per ogni figlio di Dio.

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Cagliari, 28 dicembre 2018

Nell’Ottava di Natale

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È DISPONIBILE IL LIBRO DELLE SANTE MESSE DE L’ISOLA DI PATMOS, QUI

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«Quando avrai eliminato l’impossibile, ciò che rimane, anche se poco probabile, deve essere la verità»… E il Verbo si fece carne

L’angolo dell’omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

«QUANDO AVRAI ELIMINATO L’IMPOSSIBILE, CIÒ CHE RIMANE, ANCHE SE POCO PROBABILE, DEVE ESSERE LA VERITÀ» … E IL VERBO SI FECE CARNE

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Sherlock Holmes, acuto investigatore, risolve i casi più intricati e misteriosi di assassinio, scoprendo con arguta sagacia l’omicida. Questo personaggio, è così in grado di rivelarci qualcosa di nascosto, portando alla luce ciò che non è subito visibile. Egli ha come proprio motto: «Quando avrai eliminato l’impossibile, ciò che rimane, anche se poco probabile, deve essere la verità» … E il Verbo si fece carne.

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Autore
Gabriele Giordano Scardocci, O.P.

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Buon Natale a tutti voi!

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Shelock Holmes, vignetta d’epoca

Anche quest’anno abbiamo la gioia di vivere insieme questa solennità del Signore. La nascita di Gesù, Figlio di Dio, è uno dei principali misteri della nostra fede, sintetizzato nel Vangelo di Giovanni appena proclamato [vedere testo, QUI]. Proviamo ad addentrarci in questo grande mistero a partire da un’opera letteraria.

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Tutti conosciamo il personaggio letterario Sherlock Holmes, nato dalla penna di Sir Arthur Conan Doyle nel secolo scorso nel romanzo Uno Studio in Rosso. Holmes, investigatore privato londinese, è accompagnato dall’amico medico, il dottor Watson. Holmes, acuto investigatore, risolve i casi più intricati e misteriosi  di assassinio, scoprendo con arguta sagacia l’omicida. Questo personaggio, è così è in grado di rivelarci qualcosa di nascosto, portando alla luce ciò che non è subito visibile. Egli ha come proprio motto: «Quando avrai eliminato l’impossibile, ciò che rimane, anche se poco probabile, deve essere la verità».

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Con la sua nascita e venuta al mondo, Gesù bambino aiuta tutti noi ad entrare nella luce del mistero di Dio; con questa sua missione, che in teologia è chiamata missione visibile della Trinità, ci aiuta ad eliminare l’impossibile ed a trovare quella verità che, a prima vista, può sembrare persino poco probabile.

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Il Vangelo di Giovanni che abbiamo ascoltato poco fa ci aiuta dunque a cogliere il grande mistero. Per comprenderlo, bisogna partire dalla fine del brano:

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«Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato» [cf. v. 18]. 

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Il desiderio forte che ci rende uomini in uno stato più elevato consiste nel vedere, conoscere e scoprire. Perciò il desiderio di conoscere e scoprire Dio è quello più alto in assoluto. È una scintilla di umanità che vuole diventare fuoco. Questo ce lo permette il Figlio unigenito, Gesù, che è Dio insieme al Padre seppure distinto da Lui. Gesù esaudisce il nostro desiderio più profondo di aprirci alla verità e all’amore più grande. Ciò è possibile perché ci ha donato, in questo Natale tutto sé stesso: «Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia» [cf. v. 16].

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Diventando uomo, Gesù accoglie tutta l’umanità e tutto l’uomo senza eccezione e senza condizioni: questa è la sua pienezza. L’averci accolto incondizionatamente ha permesso una cascata di amore e accoglienza: questa cascata è la Sua grazia che, innanzitutto, noi riceviamo nei sacramenti.

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Tramite la grazia che apre la nostra conoscenza profonda di Dio, possiamo esseri certi che

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« Il Verbo si fece carne, e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria […]» [cf. v. 16].

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Nella cultura attuale questo sembra davvero improbabile e inaccettabile. Perché il Verbo che è Dio, spirituale e invisibile, farsi carne [dal greco σάρξ, sarx]? Perché Dio è amore e vuole chiamarci ad un’intimità e tenerezza profonda con Lui, sino a permettere il miracolo di assumere la natura umana ed un corpo vero, reale e fisico. Esattamente come una gocciolina d’acqua viene assunta in una più ampia parte di vino, così natura umana e divina esistono insieme in Gesù. Fra poco vedrete questo mistero della duplice natura, mostrato nella liturgia quando io stesso, adempiendo alla mia funzione di diacono, mescolerò nel calice insieme al vino con qualche gocciolina d’acqua, seguita dalle sommesse parole:

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«L’acqua unita al vino sia segno della nostra unione, con la vita divina di Colui che ha voluto assumere la nostra natura umana».

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Perciò ora che sappiamo che Gesù ci ha rivelato Dio, ci ha spalancato le porte della grazia e ci ha permesso di contemplare la gloria della sua bellissima duplice natura, con occhi scintillanti di felicità e serenità possiamo dire con fede: «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio» [cf. v. 1].

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Il Verbo, dal greco λόγος, logos [Parola] è Dio stesso: è la seconda persona della Trinità, Gesù Cristo ed è intimamente unito al Padre, e vuole trasportarci alla intima unione con la Trinità stessa e dunque ad essere piccola Trinità anche noi.

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Questo mistero, dall’alto della sua intangibilità, ora scende nella concretezza della vita quotidiana: adesso che tornerete a casa per radunarvi assieme con chi più amate per il pranzo di Natale, chiediamo al Signore la forza e la determinazione di essere testimoni di fronte ai nostri parenti e amici dell’amore di Gesù che oggi nasce. Affinché noi stessi, una volta ricevuto Gesù nella comunione eucaristica e uniti in Lui, possiamo condurre anche i più lontani alla grotta di Betlemme. Affinché anche noi tramandiamo la purezza, la bellezza e la verità con cui viviamo la fede cattolica.

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Così sia.

 

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Roma, 25 dicembre 2018

Natività del Signore

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Qualche chiarimento affinché il nostro Natale sia meno povero e meno ideologico: in verità, a Betlemme era solo tutto esaurito, Gesù Cristo non è nato da due immigranti …

L’Angolo di Girolamo Savonarola: omiletica cattolica in tempi di vacche magre

QUALCHE CHIARIMENTO AFFINCHÉ IL NOSTRO NATALE SIA MENO POVERO E MENO IDEOLOGICO: IN VERITÀ, A BETLEMME ERA SOLO TUTTO ESAURITO, GESÙ CRISTO NON È NATO DA DUE IMMIGRANTI …

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Tra il 25 e il 26 dicembre dovremo sorbirci i resoconti giornalistici stillanti correttezza politica che c’informeranno in quante gloriose cattedrali e basiliche, durante la Santa Messa della Notte di Natale, è stato fatto riferimento ad un Gesù povero e profugo. E più la cattedrale o la basilica sarà prestigiosa, più l’omileta avrà alzato il tiro …

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

 

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Puer natus est, alleluja !

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non c’era un posto, a Bethlehem …

Dedicheremo l’omelia al Vangelo di questa Santa Notte al legame che unisce l’incarnazione del Verbo di Dio fatto uomo al mistero della Santissima Eucaristia [vedere testo della Liturgia della Parola, Lc 2, 1-14, QUI].

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Nei giorni precedenti questo Santo Natale, ed in quelli che seguiranno, il divino mistero di questa nascita è stato definito in tanti modi dal mondo sempre più mondano e laicista, solo qualche esempio: il Natale indicato come «festa della pace», «festa della solidarietà», «festa dell’amore tra i popoli e dell’accoglienza delle diversità», ovviamente «festa dei poveri» e «festa degli immigranti». Sia chiaro: io non sono turbato né dai poveri né dagli immigranti, credo anzi sia nostro dovere umano e cristiano aiutare i poveri ad uscire dal loro stato di povertà, ed ai veri profughi che fuggono da guerre e carestie ad avere una patria: «Ero straniero e mi avete accolto» [cf. Mt 25, 31-46].

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A turbarmi, non è quindi il dramma della povertà, né il problema della immigrazione; da cinque anni a questa parte a turbarmi è altro, ed in specie quando in occasione del Santo Natale e della Santa Pasqua, queste due categorie ormai ideologiche ― poveri e migranti veri o sedicenti tali ―, prendono il posto del Verbo di Dio incarnato e del Cristo Risorto.

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Tra il 25 e il 26 dicembre dovremo così sorbirci i resoconti giornalistici stillanti correttezza politica che c’informeranno in quante gloriose cattedrali e basiliche, durante la Santa Messa della Notte di Natale, è stato fatto riferimento ad un Gesù povero e profugo. E più la cattedrale o la basilica sarà prestigiosa, più l’omileta avrà alzato il tiro. E così, come ad ogni 1° gennaio avremo il tradizionale resoconto dato da giornali e telegiornali sugli incidenti di capodanno avvenuti a Napoli, altrettanto accadrà nella nostra Chiesa sempre più incidentata dalla mondanità, ed il 26 dicembre potremo festeggiare la memoria di Santo Stefano Protomartire con tutti i resoconti più dettagliati sui pranzi che si sono tenuti nelle nostre chiese alla vigilia di Natale e sulle omelie a base di poveri e profughi che nelle stesse si sono tenute tra la notte del 24 ed il giorno del 25 dicembre, tra presepi divenuti ormai un monotono e conformistico tripudio di barconi e di ciambelle di salvataggio usate per adagiarvi sopra il Divin Bambinello appena sbarcato nell’Isola di Lampedusa.

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In questa Santa Notte desidero ricordare che a Natale, la orbe catholica, festeggia il mistero dell’incarnazione del Verbo di Dio fatto uomo [cf. Gv 1, 1-18], non festeggia una non meglio precisata “festa della solidarietà” svuotata del divino mistero e riempita di laicismo mondano. E le parole sono importanti, perché il modo più diabolico per distruggere la fede, è svuotare i misteri della fede del loro vero significato per poi riempirli di altro. Non più quindi memoria del grande mistero della Incarnazione del Verbo di Dio che si fa uomo assumendo la nostra stessa natura umana come illustra il Beato Apostolo Paolo nel suo celebre Inno Cristologico [cf. II Fil 2, 6-11 testo QUI], ma «festa della pace», «festa della solidarietà», «festa dell’amore tra i popoli e dell’accoglienza delle diversità» … il tutto con improbabili e non veritieri riferimenti ad un Gesù povero e profugo.

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Vediamo allora cosa narrano le cronache storiche dei Santi Vangeli: la Beata Vergine Maria, dopo avere risposto in piena libertà con il proprio «fiat» al messaggero del Signore [cf. Lc 1, 26-38], dà alla luce mesi dopo il Figlio unigenito di Dio, lo avvolge in fasce e lo depone in una mangiatoia. Questa nascita e questa deposizione in una mangiatoia non accadde nei modi narrati perché Giuseppe era povero e profugo, ma perché i due, come ci narra il Santo Vangelo che abbiamo appena proclamato [Lc 2, 1-14], erano in viaggio da Nazareth verso Betlemme per adempiere l’obbligo del censimento ordinato da Cesare Augusto [cf. Lc 2, 1-14]. Giuseppe era un artigiano che svolgeva il nobile e redditizio mestiere di ebanista, mentre Maria proveniva da una famiglia forse ancor più benestante di quella di Giuseppe, basti pensare che il marito di sua cugina Elisabetta era un Sacerdote della antica casta di Abìa [cf. Lc 1, 57-80]. Pertanto, se Gesù nasce in un luogo di fortuna è perché, come narrano i Santi Vangeli, non c’era un posto libero in alcun albergo [cf. Lc 2, 1-6]; non perché Giuseppe non avessero di che pagare l’alloggio quando la beata Vergine fu colta dalle doglie del parto durante quel viaggio, intrapreso non per scelta volontaria, ma per un dovere giuridico imposto dall’obbligo di farsi censire [cf. Lc 2,1].

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L’evento più grande della storia, l’incarnazione del Verbo di Dio, è descritto attraverso la successione di alcune fondamentali parole chiave: dare alla luce, avvolgere in fasce, porre in una mangiatoia. Con queste parole semplici e chiare si narra la nascita del Figlio Unigenito di Dio Padre, Gesù, la Luce del mondo. Perché «Cristo, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini. Apparso in forma umana, umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte di croce» [Fil 2, 6-11]. Lui, che è Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato non creato della stessa sostanza del Padre [Simbolo Niceno-Costantinopolitano], vede la luce con gli occhi di un vero uomo nascendo dal ventre di una donna, la Beata Vergine Maria.

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Il Figlio Unigenito di Dio posto nella mangiatoia, costituisce per noi un grande valore mistagogico. Nella mangiatoia si depone infatti il cibo per gli animali: il fieno e la paglia, tenendoli elevati da terra affinché non si sporchino. Gesù, ponendosi nella mangiatoia, rivela al mondo sin dalla nascita qual è la sua vera essenza: il Verbo di Dio fatto uomo viene per farsi nutrimento reale degli uomini.

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Anche oggi Cristo è deposto nella mangiatoia dell’altare o del tabernacolo affinché tutti possano accostarsi a Lui per adorarlo come lo adorarono i festanti pastori accorsi [cf. Lc 2, 15-20] ed i Maghi Astronomi detti Re Magi [cf. Mt 2, 1-12], affinché tutti possano nutrirsi di Lui nella Santissima Eucaristia, che è il mistero del suo corpo donato e del suo sangue versato. E nell’Eucaristia Cristo non è presente simbolicamente o metaforicamente, ma realmente; Egli è presente vivo e vero in anima corpo e divinità.

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Cristo redime e salva l’umanità col sacrificio della croce, immolandosi come agnello di Dio che lava il peccato dal mondo [cf. Gv 1, 29-34], facendosi vero cibo, vero nutrimento dell’uomo. La Santissima Eucaristia è il mistero della mutua trasformazione: Dio si è fatto uomo come noi, affinché noi, lavati dal peccato col suo sangue, attraverso Cristo cibo di vita eterna possiamo trasformarci in Lui, con Lui e per Lui. Ricordate che cosa recita il celebrante quanto fa memoria dei defunti nelle Santa Messe di suffragio? Noi sacerdoti, agendo in quel momento in persona Christi ― non certo come dei meri “presidenti dell’assemblea gioioso-giocosa” ―, recitiamo questa bella orazione: «Egli trasformerà il nostro corpo mortale a immagine del suo corpo glorioso» [cf. Messale Romano, III Preghiera Eucaristica]. Questo, s’intende per mistero della mutua trasformazione.

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Ma qual è il vero Cristo Signore gioia viva ed eterna dell’umanità deposto in fasce nella mangiatoia? La gioia dell’uomo è Cristo accolto e ascoltato che diviene nostro cibo di vita eterna: « Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» [cf. Gv 6, 51]. Se Cristo non diviene nostro cibo vivo e nostra vita reale, l’uomo non potrà mai conoscere quella verità che ci farà liberi [cf. Gv 8, 32]. Non saranno mai le parole fini a se stesse a dare all’uomo quella gioia che pervade il Vangelo del Beato Evangelista Giovanni; meno che mai lo saranno quelle parole vuote che anziché condurre ai misteri della fede e della salvezza, svuotano questi misteri e li riempiono di altro, spesso di mondanità e di moderna paganità.

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Finché l’uomo non mangia in spirito di fede e verità Cristo nella sua carne immolata per la nostra salvezza, nessuna vera gioia nascerà per lui. E la carne viva e palpitante di Cristo Dio, prende sì vita in una tenera mangiatoia, ma poi finisce immolata su una croce per la nostra redenzione. Infine, il corpo glorioso di Cristo, risorge dalla morte. Perché l’epilogo finale della natività è la risurrezione. Ce lo dice il Beato Apostolo Paolo: «Se Cristo non fosse veramente risorto, vana sarebbe la nostra fede, vana la nostra speranza» [cf. I Cor 15,14].

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La nostra fede nasce con l’Incarnazione del Verbo di Dio deposto in una mangiatoia, ma è suggellata dalla pietra rovesciata di un sepolcro vuoto, dinanzi al quale l’Angelo dice alle donne: «Non cercate tra i morti colui che vive» [cf. Lc 24,5]. La tenera mangiatoia è solo l’inizio del grande annuncio cristologico, mentre il Cristo risorto è l’eterno, colui che affiancandoci nel cammino lungo la Via di Emmaus [cf. Lc 24, 13-53], ci guiderà attraverso i secoli verso il suo regno che non avrà fine, verso l’eterno.

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Dall’Isola di Patmos, 24 dicembre 2018

Notte di Natale – Natività del Signore

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È DISPONIBILE IL LIBRO DELLE SANTE MESSE DE L’ISOLA DI PATMOS, QUI

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Il Verbo di Dio incarnato per la nostra salute: il Natale come percorso terapeutico alla luce dei Padri della Chiesa

L’angolo dell’omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

IL VERBO DI DIO INCARNATO PER LA NOSTRA SALUTE: IL NATALE COME PERCORSO TERAPEUTICO ALLA LUCE DEI PADRI DELLA CHIESA

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Appare chiaro, come il mistero della venuta di Cristo sulla terra, presenta una nuova strategia terapeutica che la provvidenza divina rende fruibile per ogni uomo. L’incarnazione conduce a una profonda affinità tra il Salvatore e l’uomo. L’affinità di Cristo nei confronti dell’uomo si costituisce nel rivestire una natura fragile e segnata dal peccato pur senza assumerne la colpa originaria.

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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il Verbo di Dio si è fatto uomo per divenire medico celeste sulla terra

La nascita di Cristo costituisce l’evento più grande dell’intera storia umana: in questa venuta, Dio si riveste della natura dell’uomo rendendosi con lui solidale. Tale serena immersione dell’Altissimo  nella nostra fragilità, attua il progetto di redenzione atteso da tutti i profeti.

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Conformemente a questa volontà di Dio «i Padri e tutta la tradizione ecclesiale vedono in lui un medico inviato dal Padre per guarire gli uomini malati dalle conseguenze del peccato originale e per far ritrovare alla natura umana la sua salute originaria» [cf. Jean-Claude Larchet, Terapia delle malattie spirituali, ed. San Paolo, 2003, pg 2699].

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In questo agire divino, dobbiamo scorgere chiaramente ciò che costituisce il fulcro della nostra dignità che non può essere offuscata da nessuna persona e da nessuna cosa, segno quanto mai eloquente del valore intrinseco di ogni persona, anche se inferma.

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Essere resi degni — per grazia — della natura divina del Figlio di Dio, costituisce nell’uomo la vera identità personale che il Santo Pontefice Leone Magno spiega proprio a partire dal mistero della natività:

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«Riconosci, cristiano, la tua dignità e, reso partecipe della natura divina, non voler tornare all’abiezione di un tempo con una condotta indegna» [cf. Leone Magno, Discorsi, Omelia I per il Natale, 1-3; PL 54, 190-193].

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L’incarnazione di Cristo determina così una profonda liberazione di tutto l’uomo che diventa il paradigma della sympátheia divina [cf. Pietro Crisologo, Sermones, 50; PL 52, 340], attitudine che coniuga in sé la capacità che Dio ha di assumere la sofferenza umana insieme alla capacità di risanarla. 

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Questo concetto lo troviamo espresso in modo chiaro in diverse guarigioni compiute da Gesù e testimoniate dagli evangelisti. Abbiamo di fronte il paradigma del guaritore ferito, colui che è capace di risanamento perché si rende malato con l’infermo.

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Appare chiaro, come il mistero della venuta di Cristo sulla terra, presenta una nuova strategia terapeutica che la provvidenza divina rende fruibile per ogni uomo. L’incarnazione conduce a una profonda affinità tra il Salvatore e l’uomo. L’affinità di Cristo nei confronti dell’uomo si costituisce nel rivestire una natura fragile e segnata dal peccato pur senza assumerne la colpa originaria, dice il Concilio:

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«Seguendo i santi Padri, all’unanimità noi insegniamo a confessare un solo e medesimo Figlio, il Signore nostro Gesù Cristo, perfetto nella sua divinità e perfetto nella sua umanità, vero Dio e vero uomo, [composto] di anima razionale e di corpo, consustanziale al Padre per la divinità, e consustanziale a noi per l’umanità, “simile in tutto a noi, fuorché nel peccato”…» [cf. Concilio di Calcedonia, Symbolum: DS 301-302].

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Il principio di affinità tra Cristo e l’uomo, congiunge il divario tra il divino e l’umano e questo permette alla natura divina di guarire in profondità la natura umana attraverso una compromissione radicale e del tutto nuova, infatti: «un sano può curare chi non lo è solo se è anch’egli malato con il malato. È l’antica cura che offriva il centauro Chirone alla gente ferita che andava a visitarlo, di essere curante perché a sua volta ferito» [cf. Lucio Coco, a cura di: Io ti guarirò, ed. Abbazia di Praglia, 2013].

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Cristo realizza veramente la speranza di risanamento totale che gli antichi hanno rappresentato nel mito del centauro guaritore Chirone, così

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«ogni cosa che Cristo aveva messo nel corpo umano di natura celeste, vedendo che era consumata da una malvagità corrosiva e che il sinuoso serpente era signore dei mortali, poiché voleva risollevare la sua parte, non lasciò il morbo agli altri medici – infatti è sufficiente per i gravi morbi un piccolo rimedio –, ma svuotandosi della sua gloria, essendo celeste e immutabile immagine del divino, da uomo e contro le leggi mortali, nelle viscere sante di una vergine donna si è incarnato, o miracolo incredibile per gli uomini sfiniti» [cf. Gregorio di Nazianzo, Pœmata moralia: 1,2,38 vv. 140-148; PG 37, 533].

         

La condizione dell’uomo, nei confronti del medico celeste, necessita di una quotidiana fiducia che è il sentimento umano che – illuminato dalla grazia – conduce alla virtù teologale della fede.

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Così, come l’infermo guarisce solo se ripone la sua fiducia in chi lo cura, la fiducia in Dio è necessaria per comprendere come l’intera vita cristiana è un percorso di risanamento in cui noi siamo condotti tra le braccia del Signore per riavere la salute. Senza questa fiducia, mai possiamo ritenerci del tutto al sicuro da qualche infermità.

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La fiducia in Dio è necessaria per non presumere di noi stessi e per non cadere nella patologica scontentezza lamentosa, che è figlia dalla vanità e dell’affanno mondano. Sant’Agostino approfondisce il tema dell’avvento di Cristo, in relazione alla fiducia e alla disponibilità che l’uomo dimostra verso Dio, affermando:

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«Al genere umano giacente infermo nel gran letto del mondo venne in soccorso quel nostro gran medico. Un medico valente osserva e studia il corso della malattia, fa una prognosi sui suoi sviluppi e, quando è ancora lieve la sofferenza del malato, fa intervenire i suoi aiutanti; allo stesso modo il nostro medico mandò prima a visitarci i Profeti che ci portarono la loro parola, la loro predicazione, ed egli guarì alcuni per mezzo loro. Essi annunciarono un aggravamento del male in prossimità della fase finale, che avrebbe richiesto l’intervento del medico in persona a cui potesse direttamente ricorrere il malato. Era stato annunciato che avrebbe consolato e sanato chi avesse avuto fede in lui: «Io percuoto e guarisco» [cf. Dt 32,39]: e così avvenne. Egli è venuto, si è fatto uomo assumendo la nostra condizione di uomini mortali perché noi possiamo condividere la sua immortalità. Ma gli uomini sono ancora travagliati dalla malattia e, riarsi dalla febbre, con il respiro affannoso, si lamentano che da quando è arrivato il medico, le febbri sono diventate più violente, più grave il tormento, insostenibili i patimenti. Da qualunque parte sia giunto il medico, non sembra loro sia stata salutare la sua venuta. Questi i lamenti di chi è ancora immerso nella malattia delle vanità mondane, avendo rifiutato di ricevere dal medico, la medicina della sobrietà» [cf. Sant’Agostino, Sermones: 346/A,8; NBA 34, pg 101].

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Ogni anno il Natale è preceduto da un congruo tempo di preparazione affinché la nostra vita cristiana si renda sobria da tante distrazioni e ubriacature che ci distraggono dalla fiducia in Dio. La venuta di Cristo nel mondo è motivo di grande gioia [cf. Lc 2,10], proprio perché il Padre

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«nel corso del tempo ha convinto la nostra natura della propria impotenza nell’ottenere la vita; ora egli ci ha mostrato il Salvatore che ha la potenza di salvare anche ciò che non poteva esserlo: attraverso questo duplice mezzo, ha voluto che noi avessimo fede nella sua bontà e che vedessimo in lui […] un medico» [cf. Lettera a Diogneto, IX, 6].

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Rinfrancati da questa certezza, accogliamo il Natale del Signore come la visita del medico celeste e accantoniamo la paura e la vergogna di farci visitare, presentando anche quelle piaghe più nascoste e infette che ci fanno orrore. I nostri occhi così, come quelli del santo vegliardo Simeone, contempleranno la salvezza e con il salmista saremo lieti di cantare «Signore, mio Dio, a te ho gridato e mi hai guarito» [cf. Sal 30,3].

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Cagliari, 24 dicembre 2018

Vigilia di Natale

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Questa è la mistica cristiana: l’anima della Vergine Maria che si magnifica nel Signore e che ci ricorda che nel Nome di Cristo Redentore ogni ginocchio si pieghi

L’Angolo di Girolamo Savonarola: omiletica cattolica in tempi di vacche magre

QUESTA È LA MISTICA CRISTIANA: L’ANIMA DELLA VERGINE MARIA CHE SI MAGNIFICA NEL SIGNORE E CHE CI RICORDA CHE NEL NOME DI CRISTO REDENTORE OGNI GINOCCHIO SI PIEGHI

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Taluni eccessi di devozione popolare da un lato, vecchi eccessi di cautela ecclesiastica dal lato opposto, hanno indotto a dimenticare a lungo un’altra figura straordinaria quanto quella di Maria: quella di Giuseppe. Prudentemente dipinto come un vecchietto messo più o meno in un angolo in disparte, o variamente chiamato nelle giaculatorie col titolo di “castissimo sposo”. Giuseppe non è divenuto santo perché era “castissimo”, ma perché ha accolto e fatto sua la libertà di Maria. Appoggiando e proteggendo con la propria libera scelta di fede il si di Maria. Il Verbo si è potuto incarnare perché quest’uomo di grande fede — che era un giovanotto, non quel vecchietto decrepito posto accanto alla mangiatoia, quasi come se la stalla di Bethlehem fosse per lui la succursale di un reparto di geriatria — ha protetto Maria e il mistero. In caso contrario, la fine di questa giovane rimasta incinta senza marito, senza la fede e l’amore di Giuseppe sarebbe stata la lapidazione.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo.

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Laudetur Jesus Christus !

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Visitazione della Beata Vergine Maria alla cugina Elisabetta. Opera di Domenico Ghirlandaio, XV secolo, refurtiva d’arte conservata presso la celebre Casa Francese delle Rapine d’Arte nota anche come Museo del Louvre di Parigi

L’amabile figura della Beata Vergine Maria proposta dal Santo Vangelo di questa IV domenica d’Avvento [vedere testo della Liturgia della Parola, QUI] è stata letta è interpretata in tutti i modi nel corso dei secoli, dalla letteratura popolare alla letteratura colta. Si pensi alla monumentale ode con la quale Dante apre il XXXIII canto del Paradiso con la preghiera di San Bernardo alla Vergine: 

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Vergine madre, figlia del tuo Figlio,
Umile ed alta più che creatura,
Termine fisso d’eterno consiglio.

Tu se’ colei che l’umana natura
Nobilitasti sì, che il suo Fattore
Non disdegnò di farsi sua fattura.

Nel ventre tuo si raccese l’amore
Per lo cui caldo nell’eterna pace
Così è germinato questo fiore […]

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Nel mondo teologico l’attenzione rivolta alla Beata Vergine ha dato vita a una disciplina di ricerca e di studio: la mariologia, nata anche per correggere e riportare entro i ranghi della fede cattolica un problema che ha sempre pervaso certe sacche di fedeli, principalmente noi mediterranei e i vari popoli latinoamericani, animati sovente da quella cosiddetta fede più o meno popolare che non di rado ha mutato i culti mariani in forme di mariolatria; autentiche deviazione dalla fede che è nostro dovere pastorale e sacerdotale correggere, sempre e comunque, anche quando attorno a certi fenomeni circola molto denaro, anzi, soprattutto se attorno a certi fenomeni comincia a circolare troppo danaro …

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A predicare un passo del Vangelo che parla di Maria non c’è che l’imbarazzo della scelta: possiamo avviare il discorso partendo da mille strade diverse e dire altrettante mille cose diverse, ma le sintesi di Maria sono due, racchiuse in un principio e in una fine che segnerà il trionfo e l’inizio del mistero cristologico. L’inizio del cammino di Maria è un sì [cf. Lc 1, 26-38]; la fine del percorso di Maria proiettata per prima nel mistero del grande inizio, è quella croce che ci porterò sin davanti alla pietra divelta del sepolcro vuoto del Risorto.

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La fede e l’amore della Vergine Maria permettono a Dio Padre di realizzare il mistero dell’incarnazione. Dio bussa alle porte della libertà di questa giovinetta, poco più che adolescente, con una richiesta che supera ogni immaginario umano: Dio vuole farsi uomo. Come liberamente l’antica Eva disubbidì a Dio assieme all’antico Adamo, con altrettanta libertà Maria dice di si, divenendo a suo modo la nuova Eva dell’umanità. Senza molte parole, senza alcun discorso filosofico e teologico, il si di questa giovane ragazza cambiò la storia dell’umanità; e con quel sì «il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi [Gv 1, 14].

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Taluni eccessi di devozione popolare da un lato, vecchi eccessi di cautela ecclesiastica dal lato opposto, hanno indotto a dimenticare a lungo un’altra figura straordinaria quanto quella di Maria: quella di Giuseppe. Prudentemente dipinto come un vecchietto messo più o meno in un angolo in disparte, o variamente chiamato nelle giaculatorie col titolo di “castissimo sposo”. Giuseppe non è divenuto santo perché era “castissimo”, ma perché ha accolto e fatto sua la libertà di Maria. Appoggiando e proteggendo con la propria libera scelta di fede il si di Maria. Il Verbo si è potuto incarnare perché quest’uomo di grande fede — che era un giovanotto, non quel vecchietto decrepito posto accanto alla mangiatoia, quasi come se la stalla di Bethlehem fosse per lui la succursale di un reparto di geriatria — ha protetto Maria e il mistero. In caso contrario, la fine di questa giovane rimasta incinta senza marito, senza la fede e l’amore di Giuseppe sarebbe stata la lapidazione. Non a caso, Giuseppe, prima di ricevere l’illuminazione divina, da uomo giusto e buono che era, aveva pensato a ripudiarla in segreto, salvandole così la vita [cf. Mt 1,16.18-21.24]

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Dicevo all’inizio che Maria può essere letta partendo da mille strade diverse, dicendo altrettante mille cose diverse. Vorrei scegliere la strada della mistica …

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… nella liturgia precedente al Concilio Vaticano II, la Preghiera Eucaristica veniva recitata dal sacerdote a bassa voce e le persone tenevano la testa chinata in segno di umiltà, quasi non osando guardare il grande mistero del pane e del vino che divengono corpo e sangue di Cristo, sua presenza viva e reale nella Chiesa. Dinanzi al mistero e al dono ineffabile del pane e del vino che divengono corpo e sangue di Cristo, il minimo che possiamo fare è stare in ginocchio, in segno di umiltà e di adorazione. Cosa questa che andrebbe ricordata ai nostri fedeli, soprattutto a quegli uomini che ritengono di potersene stare impettiti a testa alta con la mani incrociate sulla patta dei pantaloni, forse perché afflitti da gravi problemi di prostata? Animo, cari uomini, l’urologia ha fatto passi da gigante, il vostro problema è dunque risolto!

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Il valore, umile e adorante dell’inginocchiarsi, andrebbe non ultimo ricordato anche a certi nostri cerimonieri, che contro ogni tradizione e pedagogia ecclesiale danno talvolta pio esempio al Popolo di Dio ammaestrando giovani diaconi, accoliti, seminaristi e ministranti nel pieno possesso di tutte le loro migliori forze e funzioni fisiche a starsene in piedi attorno all’altare; il tutto — notate bene — in una società dove l’uomo, forse il vescovo e il presbìtero più ancora di tanti secolari, si inginocchia sempre più e sempre più spesso dinanzi agli idoli umani più diabolici, fuorché al mistero di Dio fatto uomo incarnato nel ventre della Beata Vergine, morto e risorto dalla morte, dopo averci lasciato il dono della sua ineffabile presenza nel Mistero dell’Eucaristia, dinanzi al quale inginocchiarsi è davvero il minimo “sindacale” che si possa fare.

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Che dolore, entrare in certe chiese e trovare al posto delle panche con gli inginocchiatoi delle file di sedie o delle graziose poltroncine stile platea di cinema, costate peraltro molto più delle vecchie panche!

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La mistica si fa in ginocchio, altrettanto la liturgia si fa in ginocchio, perché la liturgia non è fatua estetica creativa ma centro e comunione del mistero divino. La liturgia non è uno spettacolo del prete attore o del prete regista, perché del sacro mistero e della liturgia che lo realizza noi siamo servi fedeli e strumenti devoti, non creatori, non padroni. E dinanzi al mistero divino ci si prostra, ed all’occorrenza il buon Popolo di Dio — spesso molto più sensibile e intelligente di quanto non lo siano certi suoi preti — dovrebbe ricordarlo anche a certi maestri di cerimonia, ossia che non ci si inginocchia per consuetudine o per vecchia tradizione, ma per ovvio, sensibile, adorante e cristiano buonsenso dinanzi all’ineffabile misterium fidei.

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Mentre la mistica non cristiana tende a essere individualista, a porsi dinanzi al mistero di Dio a testa alta e a esaltare l’individualismo in ogni sua forma, la dimensione mistica cristiana che nasce dalla comunione e dal comunitarismo, rifiuta ogni forma di individualismo ed ha sempre un aspetto sociale ed ecclesiale, una dimensione adorante e liberante che si genuflette per mostrare anche col corpo, tempio vivo dello Spirito Santo di Dio, quella dimensione di amore alla quale ci invita l’Apostolo con le sue parole: «Nel nome di Gesù  ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre» [I Fil 2, 6-11].  

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L’atto della contemplazione e soprattutto dell’adorazione, non si restringe al rapporto privato, soggettivo e personale con Dio; la contemplazione e soprattutto l’adorazione, ha un profondo slancio inter soggettivo sulla Chiesa e sull’intera umanità.

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Mistica come mistero: ogni cristiano non solo vive nel mistero, ma è chiamato a vivere in comunione col mistero, in quanto egli stesso mistero e parte viva del mistero della creazione. E tra poco, dopo il canto del Sanctus, tutti entreremo in comunione col mistero del Corpo e del Sangue di Cristo.

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Pensare alla mistica e ai mistici come persone che vivevano più o meno sulle nuvole o che in modo prodigioso lievitavano in estasi da terra, in parte è sbagliato e in parte è riduttivo. Infatti, mentre certe forme orientali di mistica non cristiana cercano il distacco col corpo e con la materia, la mistica cristiana è strettamente legata alla terra, al corpo e alla materia, perché nei disegni di Dio le due sfere di cielo e terra non sono estranee ma si uniscono; e si uniscono nel corpo e nello spirito. Gli elementi mistici che realizzano il sacro mistero e che rendono il Cristo stesso presente tra noi, sono elementi della terra legati alla terra. Forse per questo sarebbe bene non sovrapporre canti e musiche alle importanti parole dell’offertorio che spesso, i nostri fedeli, tra un tamburello e una schitarrata rischiano di non ricordare più: «… dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo pane, frutto della terra e del lavoro dell’uomo, lo presentiamo a te, perché diventi per noi cibo di vita eterna». Segue, subito appresso, altrettanta preghiera sul vino, mentre il popolo dovrebbe rispondere — se chitarre e tamburelli non lo impedissero — «Benedetto nei secoli il Signore».

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La Beata Vergine Maria che scandisce le parole del Magnificat è un esempio privilegiato della nostra mistica basata sulla materia, sul corpo e sulla dimensione terrestre, perché grazie a lei si compie il più grande e mistico mistero: il Verbo diviene carne per giungere ad abitare in carne e ossa in mezzo a noi. Un Verbo Incarnato grazie a questa giovinetta che si genuflette con l’anima e col cuore dicendo: «Ecco, io sono la serva del Signore, avvenga di me secondo la sua parola» [cf. Lc 1, 26-38].

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Tra le tante cose Maria ci insegna a vivere col cuore al cielo e coi piedi per terra, perché nei misteri di Dio, Gerusalemme terrena e Gerusalemme celeste si fondono assieme; e si fondono oltre la pietra del sepolcro vuoto del Redentore, che è morto fisicamente e che è risorto altrettanto fisicamente per la salvezza del mondo.

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Tutto questo è stato possibile grazie al sì di una giovinetta la cui anima si è magnificata e genuflessa nel Signore, grazie al suo spirito che ha esultato in Dio nostro salvatore. Quindi grazie al sì di un santo uomo di Dio, Giuseppe, che anzitutto e avanti a tutto era e rimane per noi esempio mirabile di uomo vero e deciso, che con amore protesse il si di Maria dicendo a sua volta si al mistero di Dio, insegnandoci a essere uomini veri e decisi, ed a farci per amore, con lui e con Maria Madre di Dio, servi fedeli del Signore, affinché la nostra anima possa essere in Lui magnificata.

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dall’Isola di Patmos, 23 dicembre 2018

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