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«Guerra e propaganda ideologica» è il nuovo libro esplosivo dedicato dal Padre Ariel S. Levi di Gualdo al conflitto russo-ucraino

3 Maggio 2022/in Attualità, Libri e Recensioni/da Jorge Facio Lince
— negozio librario delle Edizioni L’Isola di Patmos —

«GUERRA E PROPAGANDA IDEOLOGICA» È IL NUOVO LIBRO ESPLOSIVO DEDICATO DAL PADRE ARIEL S. LEVI di GUALDO AL CONFLITTO RUSSO-UCRAINO 

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È accettabile che sulle nostre reti televisive sia stato concesso di sera in sera, a esponenti del Popolo ucraino, di esortare gli italiani a compiere sacrifici per la loro improbabile vittoria contro il russo invasore? Ci rendiamo conto che ciò equivale a chiedere a un padre di famiglia, peraltro pure in modo imperioso e arrogante, di sacrificare i suoi figli per il bene dei figli degli altri? E Tutte queste persone hanno potuto esprimere simili assurdità con i conduttori televisivi che li lasciavano sproloquiare rimanendo in religioso silenzio e senza alcuna possibilità di un realistico e doveroso contraddittorio.

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Jorge Facio Lince
Presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos

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«GUERRA E PROPAGANDA IDEOLOGICA» Introduzione all’opera

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In questo nuovo libro il Padre Ariel S. Levi di Gualdo ha attinto alla sua passata formazione giuridica e geopolitica, unita alla sua successiva di teologo e di profondo conoscitore delle materie storiche. Un libro che potremmo definire “politicamente scorretto” in quanto vero. Perché oggi, parlare semplicemente di ciò che è vero e reale, non costituisce la norma ma rappresenta uno dei peggiori attentati alla correttezza politica della narrativa mainstream.

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Per accedere al negozio cliccare sopra l’immagine di copertina

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Durante il conflitto russo-ucraino i telegiornali hanno trasmesso notizie parziali e di parte al punto da richiamare alla memoria dei meno giovani l’informazione di regime della Bulgaria degli anni Cinquanta del Novecento. I più seguiti talk show delle reti televisive Rai, Mediaset, La7 e Sky sono giunti ad assumere toni propagandistici così univoci da suscitare invidia a quelli che furono i notiziari di TeleKabul. Il tutto sempre ribadendo: «Nel nostro Paese c’è totale libertà di opinione e di informazione». In verità questo conflitto è una guerra di civiltà tra un regime post-comunista molto identitario che si è messo sulle difensive e delle decadenti liberal-democrazie ormai collassate e fallite».

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Nelle sue pagine l’Autore lascia percepire da subito che l’importante non è essere a favore o contro qualcuno, specie in un ambito insolitamente delicato come può esserlo un conflitto bellico, ma di ragionare. Solamente attraverso un ragionamento lucido e un serio approfondimento, si può giungere a partorire un’opinione pro o contro, oppure astenersi dal giudizio, quando non si hanno ancora tutti i necessari elementi per formularne uno.

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Questo libro è una sfida alla ragione e al tempo stesso una solenne sbugiardata della nostra informazione sempre più drogata dall’ideologia, come l’Autore chiarisce sin dall’inizio nella presentazione all’opera che potete leggere QUI.  

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Le Edizioni L’Isola di Patmos ringraziano la Casa di Produzione Eriador Film per averci gentilmente concesso l’immagine di copertina tratta da Il segreto di Italia, un film di Antonello Belluco di cui vi raccomandiamo la visione.

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Dall’Isola di Patmos, 3 maggio 2022 

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NEGOZIO LIBRARIO, QUI

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oppure potete anche richiederlo direttamente alle Edizioni L’Isola di Patmos: isoladipatmos@gmail.com 

e riceverlo in 5 giorni lavorativi senza alcuna spesa postale

 

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2019/07/jorge2-150.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Jorge Facio Lince https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Jorge Facio Lince2022-05-03 11:49:022022-05-03 11:55:44«Guerra e propaganda ideologica» è il nuovo libro esplosivo dedicato dal Padre Ariel S. Levi di Gualdo al conflitto russo-ucraino

Il conflitto russo-ucraino. Può un popolo essere illuso da un influencer e chiedere all’Europa di partecipare a un suicidio?

21 Aprile 2022/1 Commento/in Attualità/da Padre Ariel

IL CONFLITTO RUSSO-UCRAINO. PUÒ UN POPOLO ESSERE ILLUSO DA UN INFLUENCER E CHIEDERE All’EUROPA DI PARTECIPARE A UN SUICIDIO?

Per noi cattolici il modello di eroismo non sono gli ucraini che chiedono armi convinti di poter sconfiggere la Russia e che vogliono coinvolgere anche l’Unione Europea nel loro suicidio di massa mentre gli Stati Uniti d’America soffiano sul fuoco. E, dico suicidio, se tutto andrà bene, perché se le cose dovessero finire con lo sfuggire di mano corriamo il serio rischio di una Terza Guerra Mondiale.

— Attualità —

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Articolo inserito nella raccolta di questo saggio che potete ordinare cliccando sopra la copertina

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2019/01/padre-Aiel-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Ariel https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Ariel2022-04-21 15:57:412022-05-03 10:31:27Il conflitto russo-ucraino. Può un popolo essere illuso da un influencer e chiedere all’Europa di partecipare a un suicidio?

La guerra in corso e lo strazio del Calvario. Gesù crocifisso nel dramma contemporaneo con Maria e Giovanni Apostolo

15 Aprile 2022/in Attualità/da Padre Gabriele

LA GUERRA IN CORSO E LO STRAZIO DEL CALVARIO. GESÙ CROCIFISSO NEL DRAMMA CONTEMPORANEO CON MARIA E GIOVANNI APOSTOLO

Mentre sui social, in televisione, nei salotti e anche nei caffè si sono susseguiti dibattiti più o meno bislacchi e cervellotici fra persone che esprimevano la loro opinione su quanto accaduto, si formavano così due fazioni: i filo-russi e i filo-ucraini. Premesso che il diritto di esprimere la propria opinione rimane assolutamente libero e legittimo, ecco che le due diverse partigianerie continuano a contrastarsi a colpi di click, post, urla e soprattutto insulti di vario genere. Al contrario ho deciso di appellarmi al diritto al silenzio.

Attualità

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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PDF  articolo formato stampa

 

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La Pietà, opera di Van Gogh

Il 24 febbraio è iniziata l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Questo tutti lo sappiamo dai telegiornali che hanno iniziato a bombardarci di immagini, suoni, testimonianze del nuovo conflitto esploso mentre il Covid19 si stava indebolendo e quindi mutando da stato di emergenza pandemica in uno stato di vita quasi ordinaria.

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Tramite la casa generalizia dell’Ordine dei Frati Predicatori abbiamo contatti coi nostri confratelli domenicani residenti a Kiev, per degli aiuti umanitari e spirituali. Ogni tanto, se le circostanze lo permettono, ci scambiamo messaggi su WhatsApp e altri social media. Non troppo spesso, inoltre …

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… chi mi conosce, si sarà accorto che in questo periodo non ho mai parlato in pubblico, né su questa nostra rivista, né sui social, né sul mio blog. Ho parlato pochissimo anche in privato di quanto sta accadendo a livello internazionale. E ciò non solo per le belle e lunghe fatiche apostoliche che mi hanno impegnato a lungo nel periodo di fine febbraio – inizi di aprile; non soltanto perché ho finalmente concluso la difesa della tesi di dottorato in sacra teologia, che mi ha portato ad avere una grande pace e serenità interiore, come una conferma definitiva della missione di frate presbitero e teologo a cui credo il Signore mi indirizza. Tutti questi sono stati certamente motivi coessenziali a quanto adesso cercherò di spiegare.

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Mentre sui social, in televisione, nei salotti e anche nei caffè si sono susseguiti dibattiti più o meno bislacchi e cervellotici fra persone che esprimevano la loro opinione su quanto accaduto, si formavano così due fazioni: i filo-russi e i filo-ucraini. Premesso che il diritto di esprimere la propria opinione rimane assolutamente libero e legittimo, ecco che le due diverse partigianerie continuano a contrastarsi a colpi di click, post, urla e soprattutto insulti di vario genere. Al contrario ho deciso di appellarmi al diritto al silenzio, riconosciuto in sede legale in più luoghi, secondo diverse sfumature giuridiche e giurisprudenziali, si pensi appunto alla nota frase ― che rappresenta un fatto e un diritto giuridico ― «mi avvalgo della facoltà di non rispondere». Dunque ho deciso di rimanere in silenzio, perché sarebbe un tentativo goffo di porre una analisi socio-politica del conflitto russo ucraino. Credo che tale atto sia basato sulla virtù di prudenza; la prudenza è dunque quella virtù ― un po’ intellettuale e un po’ pratica allo stesso tempo ― che è auriga virtutum, guida di tutte le altre, perché è colei che predispone alla retta ragione delle azioni da farsi, secondo la lezione di San Tommaso D’Aquino. La prudenza è per ciò la capacità che l’uomo ha, con l’aiuto della grazia, di scegliere razionalmente quale azione attuare e omettere in una determinata circostanza. In questa delicatissima circostanza credo per me sia prudente non esprimere giudizi: infatti non essendo esperto in diritto internazionale o storia dell’Europa orientale non ho competenze né basi per poter dare un giudizio fondato. A questo si aggiunga che al momento, persino i più qualificati esperti, non hanno i necessari elementi per poter esprimere giudizi, perché uno solo al presente è il dato di fatto, che è tale per questa come per tutte le guerre: degli innocenti, soprattutto civili, stanno morendo. Di per sé, non prendere una posizione, si dice che sia già prenderne una. In questo caso, la presa di posizione che mi riguarda, e per il quale sto molto pregando e meditando, va nei confronti di tutte quelle persone, ucraine, russe o residenti in quei territori, che stanno soffrendo a causa della guerra. Perché la guerra è sempre un dramma che sortisce effetti atroci e terribili. Alle persone che soffrono la morte e la sofferenza a causa della guerra vanno queste riflessioni e ad esse sono dedicate. Tutti coloro che soffrono sono infatti intimamente uniti al Cristo sofferente, anche a Maria, nostra Santissima Madre Celeste che soffre nel vedere e vivere tutto questo. Sono uniti nella morte, sofferenza, dolore, solitudine e distacco dai propri cari. Ma vediamo perché. Gesù sulla croce a un tratto disse una frase importante, che tutti abbiamo scolpita nel cuore: “Padre perdona loro, perché non sanno quello che fanno” [Lc 23, 34]. Si tratta di una delle ultime frasi di Gesù. Riflettiamo sulla prima delle parole che ha pronunciato sulla croce in quella frase terribilmente forte e vera. Secondo il teologo statunitense Stanley Hauerwas, in quel momento si focalizza innanzitutto l’intenso rapporto di amore tra Padre e Figlio. Questo è il fondamento del perdono effuso sull’uomo. Da questa relazione unica e irripetibile scaturisce il perdono su ciascuno di noi. Dunque Dio che in sé stesso, nella Trinità Immanente decide di offrire il dono del Figlio e il perdono e il perdono a beneficio dell’umanità. Viene così incontro all’uomo e in gergo tecnico si dice che diviene Trinità Economica: fa entrare l’uomo nella Economia della Salvezza.

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E qui vorrei soffermarmi con un inciso per chiarire: l’uso della teologia trinitaria che traggo dalle nozioni del teologo gesuita Karl Rahner, non scandalizzi alcuni tra i più acuti lettori della nostra Isola di Patmos. Il mio fondamento teologico si radica in modo chiaro e imprescindibile nel pensiero di San Tommaso D’Aquino, a seguire anche nello studio delle opere teologiche Hans Urs von Balthasar, che ritengo fruttuose per la mia formazione e per quella di ogni teologo contemporaneo. Ciò detto chiarisco che nell’ambito della dogmatica trinitaria il concetto di distinzione rahneriano: Trinità immanente / economica, appare oggettivamente più solido rispetto a quello del von Balthasar. Per quanto riguarda tutto il resto, o l’impostazione teologica stessa in sé e di per sé, non ho dubbi su chi scegliere e da chi continuare ad attingere. Insomma, non sono diventato un “rahneriano anonimo”, al contrario: nel solco della tradizione teologica domenicana in cui sono cresciuto, penso di essere in grado di vagliare il male per saper discernere e cogliere anche quel poco di vero che c’è in un’opera teologica totalmente disastrosa e pericolosa come quella del teologo Karl Rahner, che rimane però una indubbia e grande mente speculativa nel Novecento. Chiudo questo inciso ricordando che il nostro Padre Ariel S. Levi di Gualdo, con l’apparente durezza senza zucchero che a volte lo caratterizza, in un suo articolo scritto in occasione della sua morte non esitò a riconoscere tutte le grandi capacità speculative di Hans Küng. Questo nostro confratello mise in luce quanto fu dotato dalla natura di capacità geniali, quindi di qualità superiori a quelle del giovane teologo suo coetaneo Joseph Ratzinger. Con la differenza che Küng scivolò nell’eresia mettendosi a de-costruire l’impianto dogmatico del deposito della fede, mentre Ratzinger divenne un custode della dottrina della fede al quale tanto dobbiamo, a partire dal grande magistero del Santo Pontefice Giovanni Paolo II.

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Dopo questo doveroso chiarimento possiamo quindi focalizzarci e meditare su Gesù. A partire dalla scelta libera, non dovuta. Nell’amore dello Spirito Santo, in unione al Padre, Cristo decide di amarci fino alla fine [cfr. Gv 13, 1 ss]. Gesù negli anni della predicazione pubblica fa dunque un cammino di accoglimento della croce, perché sa che questo strumento di morte può essere capovolto e diventare strumento di perdono e di grazia. Le conseguenze sono davvero fortissime: il Cristo straziato sulla croce è la seconda persona trinitaria, che si offre per integrare in sé e nell’uomo le situazioni di morte, sofferenza, dolore, solitudine da chi amiamo. Gesù è allora vicino a ciascuno di noi in queste situazioni.

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Così anche nella notte esistenziale più lunga, tutti coloro che soffrono per la guerra, possono nella preghiera sentirsi abbracciati da Gesù nella passione. Un abbraccio orante che rompe la solitudine, sapendo che nella preghiera ritroviamo la pace interiore anche i lontani. Gesù rompe la solitudine anche nella sua presenza reale eucaristica, dove si fa intimo e prossimo a tutti in corpo, sangue, anima e divinità. Proprio Lui che era senza peccato, si donò per i noi peccatori per eliminare il giogo del peccato. Non considerò un tesoro divino la sua uguaglianza con Dio, ci dice San Paolo in uno dei suoi bellissimi inni, ma decise di spogliarsi – pur rimanendo Dio – affinché noi tutti partecipassimo della natura divina [cfr. Fil 2, 6-11]. Ecco l’effetto finale di tanto dolore.

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La gloria di Cristo, vincitore della sofferenza e della morte, sarà allora la nostra gloria. Non avremo sofferto e pianto invano. Ma fino a quel momento, non cessiamo di essere uniti al Corpo Mistico e alla Santa Madre di Gesù. È Gesù stesso a richiederlo in una delle sue ultime parole: «Donna ecco tuo figlio. Figlio ecco tua madre» [Gv 19,25-27]. Gesù si rivolge innanzitutto a Maria. Anche lei è sofferente, disperata. Una sofferenza enorme, quella di vedere un figlio condannato e ucciso in questo modo così terribile e ingiusto. Maria è vicina a tutte le madri che stanno perdendo figli in guerra per lo stesso motivo. Ogni volta che noi preghiamo un rosario, una decina o recitiamo anche una sola Ave Maria, possiamo rivolgerci alla Santa Madre Vergine perché interceda presso Dio per queste madri così sofferenti. Maria, col suo «sì» nell’Annunciazione, ma anche nell’accogliere le terribili pene del Figlio, è anche nostra madre. Non oso immaginare quanta virtù di fortezza ha dovuto impiegare l’Ancella di Nazareth, quanto coraggio nel camminare fino al Golgota, senza esplodere in urla di rabbia e disperazione. Una reazione che forse sarebbe stata del tutto umana e legittima. Invece Maria, nel suo strazio, si affida a Dio, vivendo il dramma del Figlio e accompagnandolo. Quel Figlio non solo suo lo dona adesso definitivamente all’Eterno Padre e allo Spirito Santo. Noi in San Giovanni apostolo, siamo tutti suoi figli. Solo in questo modo lei è cooperatrice nella redenzione, donandoci Gesù, e accompagnandolo nella Passione. Anche in questi tempi così bui rimaniamo uniti a lei. Perché tutti noi, in Giovanni apostolo, siamo chiamati figli di Maria e quindi uniti come figli anche nell’altra Madre Vergine: la Chiesa. E nella Chiesa intesa come Ecclesia congregata possiamo tutti cooperare al bene comune, alla solidarietà internazionale e aiutare coi soccorsi umanitari e la vicinanza spirituale le popolazioni che soffrono. Anzitutto però, se siamo Ecclesia congregante, dobbiamo tutti imparare ad essere un piccolo San Giovanni Apostolo. Dunque imparare a rileggere tutti gli eventi del tempo che viviamo con uno sguardo dall’alto. Con uno sguardo d’Aquila. E oltre a farlo noi, testimoniare al tempo stesso che esiste un altro orizzonte di senso, un’altra prospettiva che è in noi e che al tempo stesso ci supera. È lo sguardo contemplativo di tutte le cose. In questo Maria ci è di esempio nelle virtù e nel grande amore materno. Giovanni, figura di tutta la Chiesa, è esempio della Chiesa che accoglie e raduna in sé tutti i popoli, indicando loro i sentieri di eternità e di senso che integrano il tempo presente. In questo Venerdì Santo facciamone memoria, se parteciperemo veramente e intimamente all’azione liturgica della Passione del Signore.

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Gesù dolce, Gesù amore (Santa Caterina da Siena)

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Roma, 15 marzo 2022

Passio Domini

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Il blog personale di

Padre Gabriele

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Aristofane, questo grande sconosciuto. La guerra russo-ucraina e il vignettista Vauro accusato di antisemitismo tra politicamente corretto e limitazioni al diritto di satira

14 Aprile 2022/in Attualità/da Padre Ariel

ARISTOFANE, QUESTO GRANDE SCONOSCIUTO. LA GUERRA RUSSO-UCRAINA E IL VIGNETTISTA VAURO ACCUSATO DI ANTISEMITISMO TRA POLITICAMENTE CORRETTO E LIMITAZIONI AL DIRITTO DI SATIRA

La Signora Fiamma Nirenstein, anch’essa ex candidata nel centro destra, dopo un passato giovanile da comunista militante, come il suo sodale Gad Lerner passato disinvolto dal manganello di Lotta Continua alla direzione del capitalistico giornale padronale di Casa Agnelli … ebbene, credo che questa gente ― che per inciso sta all’Ebraismo religioso e alla tradizione ebraica come Cicciolina può stare ai sani costumi della vita cristiana ― dinanzi a Vauro e ai suoi satirici nasi adunchi hanno solo da imparare la grande e sempre più rara virtù della coerenza, di cui a suo modo è esempio, forse persino maestro.

— Attualità —

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2019/01/padre-Aiel-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Ariel https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Ariel2022-04-14 17:56:582022-05-03 10:32:27Aristofane, questo grande sconosciuto. La guerra russo-ucraina e il vignettista Vauro accusato di antisemitismo tra politicamente corretto e limitazioni al diritto di satira

Conflitto russo-ucraino: «Perché non parli?». Nelle guerre menzogna e manipolazione sono al parti delle armi atomiche

8 Aprile 2022/in Attualità/da Padre Ariel

CONFLITTO RUSSO-UCRAINO: «PERCHÉ NON PARLI?». NELLE GUERRE MENZOGNA E MANIPOLAZIONE DELLE MASSE SONO AL PARI DELLE ARMI ATOMICHE

Esempio di aberrazione da talk show: se a un programma televisivo è invitato Toni Capuozzo, esperto fuoriclasse tra i nostri inviati di guerra, o se è invitato uno storico di grande competenza come Franco Cardini per tentare di spiegare in modo razionale e imparziale il perché delle origini del conflitto russo-ucraino, a che serve intervallare le loro analisi col pianto di donne ucraine invitate in studio al solo scopo di colpire le masse con quella emotività che finirà inevitabilmente col rendere sordi e ciechi gli ascoltatori dinanzi a qualsiasi analisi, appena la donna piangente pronuncerà la “magica” frase: «Hanno ucciso donne e bambini»?

— Attualità —

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Caro Fedez, ma quando la morte ti coglierà, che ti resterà delle tue voglie, forse vanità di vanità?

17 Marzo 2022/in Attualità/da Padre Ivano

CARO FEDEZ, MA QUANDO LA MORTE TI COGLIERÀ, CHE TI RESTERÀ DELLE TUE VOGLIE, FORSE VANITÀ DI VANITÀ?    

— Attualità ecclesiale — Dinanzi alla vita, al decadimento fisico, alla malattia e alla morte, siamo veramente tutti uguali. Poi, che dopo la morte il nostro corpo senza vita sia messo in una tomba monumentale dentro una pregiata cassa oppure sotterrato nella nuda terra avvolto in un lenzuolo, la decomposizione è uguale per tutti, dall’imperatore all’ultimo dei suoi bifolchi.

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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PDF  articolo formato stampa

 

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foto postata dalla Polinesia sui social media da Fedez

Federico Leonardo Lucia, noto al pubblico con il nome di Fedez, in un suo breve video ha annunciato di essere stato colpito da un problema di salute. Naturalmente bisogna anzitutto vedere che cosa c’è di autentico, perché questi personaggi sarebbero disposti alla qualunque per amor di pubblicità. Diamo quindi per scontato ― purtroppo e con umano dispiacere sincero ― che il tutto corrisponda a vero.  

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La riflessione che ho fatto a caldo è stata molto breve e rapidamente ve ne rendo partecipi: basta davvero poco per ritrovarsi come si suol dire col culo in terra per una “variabile” o per un “accidente” che non è possibile prevedere e che ― grazie a Dio ― si mantiene totalmente democratico colpendo ogni uomo, perché dinanzi alla vita, al decadimento fisico, alla malattia e alla morte, siamo veramente tutti uguali. Poi, che dopo la morte il nostro corpo senza vita sia messo in una tomba monumentale dentro una pregiata cassa oppure sotterrato nella nuda terra avvolto in un lenzuolo, la decomposizione è uguale per tutti, dall’imperatore all’ultimo dei suoi bifolchi.

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Questo significa che alla nostra vita intesa come dono di Dio non può essere dato alcuno scopo differente se non quello che ci è stato già rivelato dal Salvatore Nostro Gesù Cristo nel Santo Vangelo. Ma spesso pensiamo altrimenti, così come sono abituati a fare questi influencer che ― da personaggi pubblici ― si sentono investiti a veicolare i loro banali, superficiali e spesso volgari stili di vita che non dovrebbero trovare accoglimento e giustificazione né per l’estrazione sociale né per età anagrafica, né per un passato più o meno turbolento. E la ragione è semplice: tutti un giorno saremo giudicati sulla carità, quindi sulle vere ricchezze del nostro cuore che è stato conquistato dalla Verità.

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La Provvidenza di Dio, che è piena Verità, ci mette spesso davanti il limite per ricordarci che siamo «Vanità di vanità», come impresso nel Libro del Qoelet. Proprio così. E la vanità non può reggere dinanzi al confronto prima o poi inevitabile con la paura della malattia, con il terrore di perdere chi si ama, con il realismo di chi si guarda indietro e scopre di essere fragile e povero come il ricco Epulone [cfr. Lc 16, 19-31].

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Nel benedicente augurio che il Signore assista Fedez, la sua famiglia, i suoi medici, prego che lo stile superficiale, diseducativo e arrogante con il quale ha spesso influenzato gli altri ― forse nell’illusione di aver trovato una propria verità ― in particolare i nostri giovanissimi, da oggi a seguire cambi e assuma una prospettiva diversa dall’immagine che ha diffuso fino a ora. E chissà, magari arriverà a scoprire che Cristo che, come con la Samaritana, lo stava aspettando presso il pozzo di Sicar, quel pozzo della prova per dissetarlo con la sua presenza di Salvatore [cfr. Gv 4, 1-25].

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A dire questo è un presbitero cappuccino che ha prestato lungo e intenso servizio come cappellano in un grande ospedale, a contatto con la malattia e la morte giorno dietro giorno, per anni e anni. E, per inciso: da pochi giorni sono stato dimesso da un ospedale dove ho soggiornato per un paio di settimane, correndo un serio e concreto rischio. Pur malgrado sono stato sereno, anche dinanzi al rischio per niente remoto di non uscirne vivo, pur avendo tutto sommato “solo” 44 anni. E ciò perché la mia speranza ha un nome: Gesù Cristo Figlio di Dio, il quale malgrado i miei molti e gravi peccati mi dona salvezza da quel mondo effimero, patinato, arrogante e volgare in cui gli influencer si illudono di aver trovato il nuovo paradiso terrestre.

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Dio ti benedica Fedez, te lo auguro da sacerdote e da fratello maggiore.

 

dall’Isola di Patmos, 17 marzo 2022.

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2019/01/Padre-Ivano-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Ivano https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Ivano2022-03-17 23:24:002026-02-20 14:48:10Caro Fedez, ma quando la morte ti coglierà, che ti resterà delle tue voglie, forse vanità di vanità?

La trasfigurazione di Gesù è quell’evento che invita a trasfigurare noi stessi per poi risorgere con lui

12 Marzo 2022/in Attualità/da Padre Gabriele

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

LA TRASFIGURAZIONE DI GESÙ È QUELL’EVENTO CHE INVITA A TRASFIGURARE NOI STESSI PER POI RISORGERE CON LUI

la preghiera dona anche a noi l’autorevolezza e il coraggio di rendere ragione della speranza che è in noi. Dunque di testimoniare la fede anche in ambienti che la rifiutano

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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PDF  articolo formato stampa

 

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La trasfigurazione di Gesù, opera di Raffaello Sanzio

In questa II domenica di Quaresima, nelle letture della Liturgia della Parola ricordiamo il momento della Trasfigurazione, un evento che dà vita a una festa in cui Dio ci chiede di essere intimamente unito a Lui nella Preghiera e di ascoltarlo. A proposito dell’ascolto, sentite un po’ cosa scrive Clive S. Lewis, immaginando di essere il diavoletto Berlicche, che dà istruzioni a suo nipote Malacoda per allontanare l’uomo da Dio:

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«Mio caro Malacoda, le proposte da dilettante che appaiono nella tua ultima lettera mi suggeriscono che è ormai tempo che ti scriva esaurientemente sul penoso argomento della preghiera […] la cosa migliore, se fosse possibile, sarebbe di tenere il paziente completamente lontano da qualsiasi seria intenzione di pregare».

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Per il Demonio è davvero importante che noi cessiamo di pregare perché facendolo si cessa di essere sotto lo sguardo di Dio e cuore a cuore con Gesù. Esaminiamo meglio questi punti.

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«Circa otto giorni dopo questi discorsi, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare».

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Provando ad immaginare un po’ la scena, possiamo vedere il monte Tabor. Desertico, caldo e in alto. Forse luogo inospitale per una camminata. Ma Gesù chiama tre apostoli proprio lì. Perché siano da soli con Lui. Gesù dunque li fa uscire dalle piste desertiche della Palestina per farli salire sull’alto monte. Questa immagine è il richiamo alla Chiesa che cammina con Gesù. Ma questo è un po’ il senso anche per noi in questa Quaresima: camminare e lasciarci prendere dal Signore, che viene nei nostri momenti di deserto, di incomprensione, nei momenti in cui le nostre anime crescono, in un momento di preghiera profonda. Come Pietro, Giacomo e Giovanni così anche noi possiamo entrare nello spazio segreto fra Dio Eterno Padre e Dio Eterno Figlio, incunearci fra loro per essere da soli. Soli con Dio per rinnovare la nostra visuale su tutte le cose e osservarle dall’alto. Da un punto di vista divino e umano insieme. Gesù stesso mentre prega cambia d’aspetto. La sua tunica diventa bianca. Colore della presenza di Dio. Improvvisamente compaiono Mosè ed Elia. Un’apparizione improvvisa [cfr. vv. 29 – 32] mentre Gesù inizia a parlare dei suoi giorni che verranno in Gerusalemme. Una scena davvero gloriosa e al tempo stesso tremenda deve essere apparsa ai tre apostoli. Mosè, colui che ha ricevuto la Legge, Elia, il grande profeta. I due messaggeri veterotestamentari per eccellenza. Il tutto mentre Gesù sta offrendo il messaggio centrale della sua missione: offrirsi in croce per la nostra redenzione.  Probabilmente i tre apostoli sono un po’ frastornati. Fin quando alcuni istanti dopo la nube irrompe sul monte, e a quel punto cominciano ad aver paura.  Come se non bastasse, immediatamente dopo, accade l’annuncio più importante. Il motivo stesso per cui il Signore li aveva portati lì. Sentiamo:

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«Dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!».

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Questa voce è l’Eterno Padre che chiede di ascoltare Gesù suo Figlio. Una rivelazione shock per i poveri tre, che pure erano stati spettatori, fino a quel momento, di diversi eventi straordinari. Gesù è uomo ma anche Dio. Dio è anche l’Eterno Padre che lo annuncia e che chiede di ascoltarlo. Infatti, dopo dei momenti di intimità con Gesù, nella preghiera profonda bisogna ascoltare.

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Che vuol dire per noi oggi questo? Ascoltare vuol dire trasformare la preghiera in azioni concrete. Così, come accadde a Pietro, la preghiera dona anche a noi l’autorevolezza e il coraggio di rendere ragione della speranza che è in noi. Dunque di testimoniare la fede anche in ambienti che la rifiutano [cfr.1 Pt 4]. Esattamente come nell’esperienza di Giacomo, la preghiera ci permette di attuare le opere di misericordia materiali e spirituali, per mostrare la bellezza e la pienezza delle fede proprio tramite le opere [cfr. Gc 2]. Infine, come Giovanni, la preghiera ci permette di contemplare il mistero profondo dell’Incarnazione, per meditare che chi era in principio del Mondo, Dio è anche principio e linfa della nostra vita [Gv 1, 2 -4].

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La trasfigurazione di Gesù è dunque quell’evento che invita a trasfigurare noi stessi per poi risorgere con lui. Con l’ascolto e la messa in pratica, tutti quanti noi, giorno dopo giorno, siamo trasfigurati in Cristo, con un volto cambiato, sorridente e aperto dinanzi alle dimensioni del sacro, a stupirsi di un amore che ci accoglie fino alla fine. Per questo chiediamo al Signore, con l’esempio e l’aiuto di Maria, l’umiltà del cuore per aprirci a un ascolto attento di Dio per donare al mondo la speranza della vita eterna.

 

Roma, 12 marzo 2022

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Il blog personale di

Padre Gabriele

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Il conflitto in Ucraina e la diplomazia ecclesiastica. Nella auriga virtù della prudenza è racchiuso un elemento fondamentale: quel silenzio sconosciuto a certo cesaropapismo russo-ortodosso

12 Marzo 2022/4 Commenti/in Attualità/da Padre Ariel

IL CONFLITTO IN UCRAINA E LA DIPOMAZIA ECCLESIASTICA. NELLA AURIGA VIRTÙ DELLA PRUDENZA È RACCHIUSO UN ELEMENTO FONDAMENTALE: QUEL SILENZIO SCONOSCIUTO A CERTO CESAROPAPISMO RUSSO-ORTODOSSO

Il Patriarca di Mosca Kirill I ha aggiunto alla guerra una guerra religiosa, paradigma della guerra che da dieci secoli caratterizza l’ortodossia al proprio interno. Proviamo a domandarci: che cosa sarebbe accaduto, all’interno della Chiesa Cattolica, se nel corso della Prima Guerra Mondiale i vescovi austriaci si fossero messi contro quelli francesi e quelli tedeschi contro quelli italiani paventando motivazioni di carattere metafisico?

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Articolo inserito nella raccolta di questo saggio che potete ordinare cliccando sopra la copertina

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«In God we trust». La crisi dell’Ucraina. Qualsiasi guerra mossa da prepotenza ed egoismo sarà sempre persa per chiunque

24 Febbraio 2022/3 Commenti/in Attualità/da Padre Ariel

«IN GOD WE TRUST». LA CRISI DELL’UCRAINA. QUALSIASI GUERRA MOSSA DA PREPOTENZA ED EGOISMO SARÀ SEMPRE PERSA DA CHIUNQUE

Una ennesima e sporca guerra economica nascosta dietro le mutande logore di una democrazia liberal-capitalista occidentale ormai miseramente fallita, grazie soprattutto a chi confida nel dollaro, ma non confida in Dio. Mentre noi, che invece confidiamo nel Dio della pace, non possiamo fare altro che pregare alle porte di questa triste Quaresima.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Dal diritto di critica all’umiltà di Francesco d’Assisi: forse non ci verrà chiesto di piantare i cavoli al contrario ma almeno lasciate liberi di dire quello che pensiamo, non tanto per noi ma per chi vorrebbe farlo e non lo può fare

22 Febbraio 2022/3 Commenti/in Attualità/da Padre Ivano

DAL DIRITTO DI CRITICA ALL’UMILTÀ DI FRANCESCO D’ASSISI: FORSE NON CI VERRA’ CHIESTO DI PIANTARE I CAVOLI AL CONTRARIO MA ALMENO LASCIATECI LIBERI DI DIRE QUELLO CHE PENSIAMO, NON TANTO PER NOI MA PER CHI VORREBBE FARLO E NON LO PUÒ FARE

— Attualità ecclesiale — Il mio precedente articolo sui pretini trendy nel quale ho citato una poesiola del presbitero Luigi Maria Epicoco, può essere criticato o irriso con tutta libertà. Ma è fuori da qualunque ragionevole dubbio che in esso si possa trovare solo e soltanto una chiara critica a un ben determinato stile sacerdotale che oggi sta prendendo piede nella Chiesa, un modo di essere prete che gareggia con il mondo e non contrapposto ad esso, non certo un attacco alle singole persone di certi “preti immagine”.

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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PDF  articolo formato stampa

 

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San Giovanni Maria Vianney, patrono dei presbíteri e parroci

Normalmente non uso fare appendici di chiarimento in merito agli articoli che scrivo. E questo per un motivo molto semplice, tengo molto alla precisione espositiva e cerco di usare le parole nel giusto contesto e con il giusto senso, evitando di lasciare al fraintendimento selvaggio e all’interpretazione personale conclusioni che non mi rappresentano e che mai ho anche minimamente pensato. Del resto, come ogni redattore sa perfettamente, si è responsabili solo per quello che si scrive, non per quello che gli altri vogliono capire o equivocare.

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Chiarito questo, sebbene non reputi necessario aggiungere chiarimenti superflui a quanto scritto e firmato da me sulle colonne de L’Isola di Patmos sia nell’oggi così come nel passato, desidero prendere spunto dal mio ultimo articolo sui pretini trendy per sottolineare e approfondire certe tematiche che sembrano turbare alcuni nostri amici lettori che si sentono feriti, o addirittura offesi da una sana critica che è giusto e doveroso introdurre anche e soprattutto all’interno degli ambienti ecclesiastici in cui spesso vige la strana convinzione che lo Spirito Santo sia presente come magico agente attraverso il quale è possibile aggiustare tutto e salvare tutto.

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Che sia giusto e doveroso operare una sana critica ce lo dice anzitutto la libertà che abbiamo ricevuto in dono da Dio insieme a quella capacità di esseri senzienti a cui è stata data una testa non solo per spartire le orecchie o appoggiarci il cappello ma anche per esercitare il ragionamento critico attraverso il quale si arriva alla conoscenza delle cose, quindi per ultimo alla verità incorrendo anche in fisiologici errori. Quello alla critica è quindi un diritto sacrosanto, anche quando viene esercitato da un cristiano battezzato, ed è giusto esercitarlo proprio per ridimensionare, contestualizzare o de-mitizzare certe situazioni o persone che rischierebbero altrimenti di procedere a briglia sciolta. Tutto questo, nella traditio catholica e nella ecclesiologia ha un nome ben preciso, si chiama: libertà dei figli di Dio.

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Anzitutto una domanda: esercitare la libertà dei figli di Dio e con essa il diritto alla critica significa fare del male al prossimo? Assolutamente no. Nel diritto alla critica si pone quell’attenzione che si astiene dal giudizio personale attenendosi ai soli fatti. Infatti, le tante anime belle che oggi leggono i nostri articoli de L’Isola di Patmos, confondono ancora il diritto di critica che tocca le idee, le scelte, gli scritti, le posizioni pubbliche di individui pubblici con il giudizio sprezzante sulla persona. E questo è pericoloso quanto sbagliato, perché così facendo si impedisce alla critica di generare quel tocco gentile ― a volte pungente ― che è indispensabile al miglioramento personale dell’individuo. La critica è un fattore indispensabile alla crescita umana ― la Sacra Scrittura stessa opera una critica nei riguardi dell’uomo ― essa conduce a una salutare umiltà così da preservare l’individuo da insidiose derive e trasformare le difficoltà in opportunità di crescita.  

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Ai nostri Lettori desidero ricordare che non c’è nulla di male nell’esprimere la propria opinione di critica verso una qualunque persona e che tutti siamo passibili di critica, ivi compreso lo scrivente. Al contrario, il giudicare qualcuno è sempre e solo male perché vi si esprime una posizione che non è critica ma che è lesiva sulla vita dell’altro, cosa che Cristo ha espressamente vietato nel Vangelo [cfr. Mt 7,1; Lc 6,37] e che è stata riservata al Padre, che è il solo ad avere una conoscenza piena e intima del cuore di ognuno.

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Se qualcuno afferma: «gli articoli di padre Ivano non mi piacciono perché sono banali e per nulla in linea con la teologia della Chiesa in uscita voluta da Papa Francesco», come Autore non posso e non devo sentirmi offeso, perché so che è nel pieno diritto del lettore criticare quanto ho scritto e non essere d’accordo con quanto ho espresso. La cosa più opportuna sarebbe portare le evidenze delle critiche che sono state fatte affinché l’Autore si possa confrontare con esse e decidere se questi rilievi critici sono fondati e possono aiutarlo a fare meglio.

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Se invece uno afferma: «Gli articoli di Padre Ivano non mi piacciono perché esprimono la cattiveria d’animo propria di un represso che si è fatto frate per sfuggire alla fatica del mondo e vivere alle spalle della società», questo è un giudizio malizioso e malevolo sulla mia persona che pretende di avere una conoscenza intima del cuore e delle sue intenzionalità.  

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In più di vent’anni di convento ho conosciuto personalmente religiosi che non brillavano certo per l’igiene personale, convinti che anche la poca cura della propria persona fosse indice di povertà e di aderenza alla semplicità evangelica. Muovere a quei frati una critica del tipo: «tu trascuri la tua igiene personale tanto da arrivare a far puzzare il tuo abito» non è l’equivalente di dirgli «sei uno sporco e lurido barbone».

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Ugualmente ho conosciuto pretini che si profumavano esageratamente tanto da impregnare le particole consacrate di Hugo Boss e di Acqua di Giò mentre distribuivano la Comunione ai fedeli che neanche una prostituta portoricana di fine Ottocento sarebbe riuscita a fare di meglio. Ebbene, un conto è dirgli «amico fai schifo come una prostituta» equiparandolo a una donna di facili costumi, altro è dire «cerca di non esagerare con la cura di te stesso perché risulti esageratamente vanesio». Insomma, gli esempi sono ben chiari e non c’è nulla da aggiungere.

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Nel mio precedente articolo di qualche giorno fa [vedere QUI], ho preso spunto da una riflessione fatta del presbitero Luigi Maria Epicoco sulla figura del prete. Tale mio scritto non è nato principalmente come articolo ma come parere di critica personale dato a un caro Lettore de L’Isola di Patmos che mi ha chiesto lumi su questa riflessione sul sacerdozio che, a dire di questo stesso Lettore, veniva considerata valida anche se con troppe ridondanti frasi retoriche di circostanza. Per questo motivo mi sono sentito in dovere di esercitare il mio diritto di critica e rispondere in merito al quesito, andandomi a leggere il testo di Luigi Maria Epicoco e quindi trarne delle conclusioni in merito.  

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Dopo neanche due ore dalla pubblicazione del mio articolo sono fioccati i commenti risentiti e dispiaciuti sulla pagina Facebook del Padre Ariel in cui si esprimevano le rimostranze per il mio articolo che, a detta di alcuni, prendeva gratuitamente di mira il confratello esponendolo alla pubblica berlina in modo impietoso. Questo mi ha ricordato gli anni del liceo classico, quando da ragazzo vedevo i miei compagni lamentarsi perché avevano ricevuto un’insufficienza dall’insegnante di lettere al tema di italiano giustificandosi col dire: «lo ha fatto perché non approva la mia persona, ce l’ha con me».

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Badate bene, nel mio articolo ho risposto nel merito di quel testo sul sacerdozio di Luigi Maria Epicoco, per il suo contenuto, per la sua valenza ecclesiologica e sociale e per quello che un testo come quello oggi può significare, in un contesto di Chiesa e di laicato gravato molto spesso dal conformismo e da quella onnipresente patina di clericalmente corretto che altro non è se non quell’atteggiamento che, in salsa laica, viene ripresentato dentro la vita politica del Paese, nelle realtà sociali che stiamo vivendo e dentro le relazioni interpersonali post pandemia. Nessun accenno, dunque, di attacco personale verso la persona del confratello o iniziativa volta a screditare la sua buona fama.

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Dopo aver avuto modo di rispondere al nostro Lettore che mi aveva chiesto lumi riguardo a quei pensieri sparsi sul sacerdozio ho anche avuto l’occasione di ragionare su una nuova categoria ecclesiale che è quella del pretino trendy ― aggettivo che non costituisce materia di offesa penale o canonica e che quindi è esente da qualunque sanzione ― dentro la quale oggi molti confratelli sacerdoti, a torto o ragione, hanno incentrato il loro stile ministeriale per rilanciare con un certo successo il messaggio evangelico.

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A tutt’oggi, nell’era massmediatica del Grande Fratello, tutto può essere ricondotto al trendy, al sentire modaiolo: qualunque pretino immagine con la faccia pulita che indossa impeccabilmente il suo bel clergyman sartoriale così come l’ex tronista discotecaro che dal cubo e dalla palla glitter passa alla canonica. Spesso veniamo solleticati da storie ammalianti in cui un ex conduttore televisivo entra in seminario, oppure affascinati dalle vicende di un ex tossicodipendente convertito al monachesimo che, dalla pace del chiostro, diventa un virale evangelizzatore di grido attraverso YouTube o TikTok. Insomma, personaggi ricercati, alla moda, in una parola trendy.

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Mi si dirà, meno male che c’è qualcuno così, abbiamo bisogno di questi esempi di speranza. Sì e no. Non sarei così entusiasmato, in realtà si è visto che nel tempo molti di questi soggetti restano intrappolati all’interno delle loro vite precedenti, in quello che è stato il loro passato e che diventa il contapassi per segnare e valutare la condizione presente anche quando questa coincide con la scelta sacerdote o consacrata.

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Ma non è tutto, si può essere trendy anche all’interno della Chiesa Cattolica. È ad esempio il caso di quei sacerdoti che subito dopo la sacra ordinazione iniziano la scalata che li porterà verso un dottorato dentro una prestigiosa accademia pontificia, quindi verso una carriera folgorante che potrebbe iniziare come rettore nei seminari o negli istituti di scienze religiose, come animatore di cappellanie universitarie importanti tipo il Gemelli di Roma o la Cattolica di Milano per poi proseguire come scrittore, conferenziere e infine relatore di esercizi spirituali con qualche ospitata in trasmissioni cult ― l’episcopale TV2000 ― e tutto questo appena varcata la soglia canonica dei quarant’anni. Non so voi, ma per me tutto questo rasenta l’esagerazione.

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Questo stile sacerdotale è oggi più che mai presente in molte diocesi dove vediamo il vescovo chiedere di tutto e di più a questi presbiteri enfant prodige ritenuti il non plus ultra del presbiterale ordine. E proprio in nome di questa valitudine intellettuale, il povero sacerdote si vede gravato da incarichi diocesani sempre più fitti, dalla formazione dei diaconi permanenti fino alle conferenze al ritiro mensile del clero. Ovviamente, anche il pretino trendy enfant prodige, che resta come tutti gravato dalla ferita del peccato originale e dalla concupiscenza, si sentirà ben presto come Romeo er mejo gatto der Colosseo. Arriverà a giustificarsi in coscienza per quello che è diventato, fatto e ottenuto, riconoscendo il proprio merito personale e la propria abnegazione agli studi. La stima che avrà di sé stesso sarà da ascriversi soprattutto al suo mentore, a quel buon diavolo che lo ha saputo portare a certi traguardi instillando in lui la velata illusione che dentro a tutto questo ci sia la permissione di Dio che ha posto attorno al pretino trendy una siepe di protezione così come vediamo accadere nella vita del buon vecchio Giobbe prima delle sue sciagure [cfr. Gb 1,10].

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Recuperiamo a questo punto il discorso sul diritto di critica e associamolo all’immagine del pretino trendy che ho appena descritto. Se io dico che forse questo confratello sta bruciando un po’ troppo in fretta le sue tappe e che forse necessita di una ridimensionata, anche attraverso serene critiche su come si presenta, sull’immagine che trasmette di sé agli altri e sulle cose che egli dice e pensa, questo ― a mio modo di vedere ― non può che giovare al pretino trendy perché lo costringerà a buttare un occhio sullo stile della sua vita sacerdotale e a prendere in giusta considerazione le critiche che gli sono state mosse. In altre parole, è questo lo stile dell’umiltà dei santi che siamo soliti magnificare, salvo poi imitare e comprendere perché un tale esempio di umiltà si raggiunge anche attraverso le critiche, cosa che noi poveri peccatori quasi sempre fatichiamo ad accettare, scambiando la critica con il giudizio.

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Nei Fioretti viene narrato l’episodio in cui San Francesco d’Assisi chiede a frate Leone di dire l’ufficio divino in una maniera singolare. Poiché si trovavano sprovvisti del breviario, Francesco ordina a frate Leone di ripetere delle preghiere che altro non sono che il riconoscimento della propria povertà e miseria presentate a Dio come inni di umiltà e richiesta di soccorso:

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«O frate Francesco, tu facesti tanti mali e tanti peccati nel secolo, che tu se’ degno dello ’nferno; e tu, frate Lione, risponderai: Vera cosa è che tu meriti lo ’nferno profondissimo» [cfr. FF 1837].

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Questo episodio precede la domanda di frate Masseo che chiede al Serafico Padre il segreto del suo successo:

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«[…] perché a te tutto il mondo viene dirieto, e ogni persona pare che desideri di vederti e d’udirti e d’ubbidirti? Tu non se ’bello uomo del corpo tu non se’ di grande scienza, tu non se’ nobile; onde, dunque, a te che tutto il mondo ti venga dietro?» [cfr. FF 1838].

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Francesco non disdegna di rispondere a frate Masseo che Dio non ha veduto fra i peccatori nessuno più vile, più insufficiente e più grande peccatore di lui.  Non ha problemi a confessare la sua inadeguatezza umana, né ad affermare la propria povertà intellettuale né a fuggire al contempo quello che per lui potrebbe costituire un motivo di vanto, perché ha vissuto l’esperienza pasquale del Cristo risorto che lo ha trasformato togliendolo dalla condizione di figlio trendy di Pietro di Bernardone e rendendolo un piccolo e umile discepolo del Crocifisso.

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Io che non sono San Francesco posso essere toccato nell’orgoglio da una critica, anche offeso da un giudizio ma questo avrà in me il solo buon merito di farmi avere la consapevolezza che sono ancora lontano dall’essere umile come Cristo mi comanda.  

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Nella storia dell’Ordine Cappuccino ho sentito raccontare dai frati anziani della prova del cavolo. Alcuni novizi venivano sottoposti dal maestro di noviziato alla prova dei cavoli piantati a testa in giù per saggiarne l’umiltà e l’obbedienza. Questa prova richiama quanto fatto da San Francesco all’eremo di Montecasale che si trova in quel di Sansepolcro nella provincia di Arezzo. Narra frate Bartolomeo da Pisa:

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«Una volta, due giovani vennero al beato Francesco, pregandolo d’essere ricevuti all’Ordine. Il beato Francesco, volendo provare se fossero veramente ubbidienti e preparati a rinnegare la propria volontà, li condusse nell’orto dicendo: “Venite, piantiamo dei cavoli e come vedete fare a me, così a quel modo piantate anche voi”. Mentre il beato Francesco, piantando, poneva le radici all’insù verso il cielo, e le foglie sotto terra, uno di loro fece tutto come il beato Francesco, l’altro non lo imitò, ma disse: “Non così, Padre, si piantano i cavoli, ma all’incontrario”. E il beato Francesco gli rispose: “Figliolo, voglio che tu faccia come me”. Ma non volendolo egli fare, perché gli sembrava sbagliato, a lui disse il beato Francesco: “Fratello, vedo che sei un gran maestro, vai per la tua via, perché non sei adatto per il mio Ordine”».

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La prova è sicuramente singolare ma ha un suo significato profondo e meritorio. S. Francesco non ha intenzione di irridere l’intelligenza del giovane comandandogli una cosa senza senso, ne vuole contraddire la ragionevolezza della realtà agricola che prevede di piantare un ortaggio secondo il giusto verso. Il Serafico Padre vuole solo abituare quel giovane a rinnegare la sua mentalità modaiola ― trendy ―, che è retaggio di quel modo di agire mondano che necessariamente bisogna lasciarsi alle spalle per seguire da sacerdoti o da consacrati il Cristo crocifisso.

.

Concludo dicendo che il mio articolo sui pretini trendy può essere criticato o irriso con tutta libertà. Ma è fuori da qualunque ragionevole dubbio che in esso si possa trovare solo e soltanto una chiara critica a un ben determinato stile sacerdotale che oggi sta prendendo piede nella Chiesa, un modo di essere prete che gareggia con il mondo e non contrapposto ad esso.

.

Nessun attacco personale quindi verso il confratello Luigi Maria Epicoco che resta amabile come un cantante nazional popolare a cui tutti vogliono bene, una sorta di Gianni Morandi insomma. Ma se per qualcuno il riferimento ai sacerdoti con la faccia pulita e instagrammabili o alle poesiole da Baci Perugina potrebbe costituire offesa infamante da perseguire, ebbene costoro non potranno che restare delusi perché tutto ciò è solo un modo per veicolare un messaggio, uno stile, che mi auguro produrrà nel futuro qualche bene. Perché vedete, forse a noi Padri de L’Isola di Patmos non ci sarà chiesto di piantare i cavoli con le radici in aria e le foglie interrate ma sicuramento ci sarà richiesto di continuare a fare critica, ad usare il ragionamento e di inseguire la verità per dare voce a coloro che pensano le stesse cose che pensiamo noi e che per mille motivi o per ragioni di alto ufficio ecclesiale ed ecclesiastico, purtroppo non possono dirle.

 

dall’Isola di Patmos, 22 febbraio 2022

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