Il Covid ci impediva di mettere l’acqua nelle acquasantiere ma il clericalmente corretto ci “permette” di benedire le coppie di gay dopo la loro unione civile in municipio

IL COVID CI IMPEDIVA DI METTERE L’ACQUA NELLE ACQUESANTIERE MA IL CLERICAMENTE CORRETTO CI “PERMETTE” DI BENEDIRE LE COPPIE DI GAY DOPO LA LORO UNIONE CIVILE IN MUNICIPIO

 

Il presbitero che ha inscenato e presieduto il tutto si è affrettato a giustificare che sono state solo benedette due persone. E, se dopo la Comunione Eucaristica i due “sposini amorosi” sono saliti all’altare per ricevere un grembiule, simbolo del servizio da loro prestato a questo gruppo di cattolici LGBT in cammino, ciò «non è stato un gesto liturgico», ha precisato, pure se il tutto è avvenuto nell’ambito della sacra liturgia e non nella sala da fumo del bar poco distante dalla chiesa parrocchiale, perché quando certi tipi di preti pensano di poter prendere in giro gli altri credendosi di prassi più scaltri, finiscono col perdere sia il senso del ridicolo che quello della umana decenza.

— Attualità —

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Per approfondire il tema vi suggeriamo la lettura di questo libro scritto dai Padri Ariel S. Levi di Gualdo e Ivano Liguori (per andare al negozio cliccate sopra l’immagine)

Non è paradosso né ossimoro ma semplice realtà: per disposizione della Conferenza Episcopale Italiana è stato proibito per due anni di mettere l’acqua lustrale dentro le acquasantiere delle chiese per evitare di veicolare la diffusione e il contagio da Covid-19, solo in questi giorni ne è stato ripristinato l’uso. Una scelta saggia e prudente già adottata nei secoli passati durante le grandi pestilenze. Analoga prudenza non è stata applicata ad altri casi legati a epidemie più gravi. E così, direttamente nella diocesi governata dal Presidente dell’Assemblea dei Vescovi Italiani, sono stati accolti in chiesa e benedetti due omosessuali fieramente praticanti che poco prima hanno suggellata la loro “unione civile” nel vicino palazzo municipale di Budrio in provincia di Bologna.

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Noi “vecchi preti” nati sotto il pontificato del Santo Pontefice Paolo VI e cresciuti sotto il lungo pontificato del Santo Pontefice Giovanni Paolo II, eravamo abituati all’idea che il virus peggiore fosse il peccato, fucina di tutte le peggiori pandemie. Oggi devo prendere atto che ci eravamo sbagliati. In verità erano solo le pile dell’acquasanta, a essere potenziali veicoli di infezioni virali e di sviluppo delle pandemie.

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A lume di logica ecclesiale ed ecclesiastica desidero precisare che dubito sia stato adeguatamente informato il Cardinale Matteo Maria Zuppi, dai preti-capocomici di questa sceneggiata sacrilega, perché di un atto sacrilego si tratta, c’è poco da girarci attorno. Se fosse stato informato, dubito che avrebbe acconsentito, soprattutto sapendo quale clamore mediatico suscitano da sempre certe gaie pagliacciate, ampliate, nel caso specifico, dal delicato ruolo ricoperto dall’Arcivescovo metropolita di Bologna, che è Presidente della Conferenza Episcopale Italiana. Per questo credo a priori alla totale innocenza del Cardinale Matteo Maria Zuppi, che di questa sceneggiata è stato sicuramente la prima vittima, cosa di cui mi dispaccio per lui, perché è un uomo buono, giusto e da sempre molto accogliente e premuroso verso i presbiteri, sin da quando era vescovo ausiliare a Roma.

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Riassumiamo il fatto di cronaca per poi passare a commentare una parola e un concetto divenuto ormai tabù: peccato. L’11 giugno è accaduto che due giovani uomini hanno ufficializzato la loro “unione civile” nel Comune di Budrio in provincia di Bologna. Il tempo di attraversare la piazza per giungere nella chiesa parrocchiale di San Lorenzo, dove erano attesi da una folla festante e da 14 sacerdoti concelebranti, verosimilmente tutti clerical gay friendly. A presiedere la sacra liturgia è stato Gabriele Davalli, responsabile diocesano ― udite, udite! ―  della pastorale della famiglia e arciprete di una parrocchia limitrofa, che aveva seguito i due “sposini amorosi” durante il loro cammino nel gruppo di Cattolici LGBT.

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Alcuni confratelli di quel presbiterio hanno contattato la nostra redazione precisando:

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«Casomai il responsabile della sceneggiata volesse correggere il tiro a danno ormai compiuto, dicendo di avere solo benedetto due persone, sappiate che erano presenti tutti gli annessi e connessi tipici delle cerimonie nuziali, dai fiori al fotografo per riprendere i due in prima fila sotto il presbiterio» [cfr. QUI].

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E come da loro preannunciato è andata proprio così: il presbitero che ha inscenato e presieduto il tutto si è affrettato a giustificare che sono state solo benedette due persone. E, se dopo la Comunione Eucaristica i due “sposini amorosi” sono saliti all’altare per ricevere un grembiule, simbolo del servizio da loro prestato a questo gruppo di cattolici LGBT in cammino, ciò «non è stato un gesto liturgico», ha precisato, pure se il tutto è avvenuto nell’ambito della sacra liturgia e non nella sala da fumo del bar poco distante dalla chiesa parrocchiale, perché quando certi tipi di preti pensano di poter prendere in giro gli altri credendosi di prassi più scaltri, finiscono col perdere sia il senso del ridicolo che quello della umana decenza. Cos’altro aggiungere: ogni commento a cotanta ipocrisia clerical chic sarebbe superfluo, quindi concludiamo con una domanda destinata a rimanere senza risposta, per poi passare a cose più serie. Non so chi abbia formato il presbitero Gabriele Davalli nella teologia fondamentale e nella morale cattolica. Però, siccome a essere formato male sono stato sicuramente io, che tra i miei preziosi formatori ho avuto anche il Cardinale Carlo Caffarra, in modo pacato, anzi in modo timido, col rossore che mi avvampa le gote, perché come noto sono un timido ragazzo di campagna, in modo sommesso oso domandare: Gabriele Davalli, dopo avere ammesso alla Comunione Eucaristica due gay dichiarati freschi “sposi novelli” e dopo avere dato loro il grembiule simbolo del servizio prestato prima della fine della Santa Messa, eri o no consapevole che la sera, i due, avranno sicuramente festeggiato inchiappettandosi a vicenda, con tanto di cerimonia e benedizione ricevuta il mattino durante la Santa Messa? O pensi forse, caro Gabriele Davalli, che la sera si sono coricati recitando il Santo Rosario alla Beata Vergine Maria chiedendo la sua intercessione per avere il sostegno e la forza necessaria a non cadere in turpe peccato? Questo, sarebbe ciò che domanderei a Gabriele Davalli se fossi il suo vescovo, che ovviamente, per grazia sua e per grazia mia, non sono.

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La triste verità è che un responsabile diocesano della pastorale per la famiglia e altri tredici preti gay friendly che hanno concelebrato mutando l’Eucaristia in un teatrino sacrilego, hanno di fatto benedetto il peccato e confermato pubblicamente due persone nel peccato mortale. E se qualcuno è in grado di smentirmi — in testa a tutti l’Arcivescovo metropolita di Bologna, che come ripeto ritengo del tutto non colpevole, oltre che uomo buono e giusto — si faccia avanti e mi dimostri il contrario. Soprattutto desidero che, vescovi in testa, mi dicano pubblicamente ― non con la classica letterina privata rammaricata ― che la teologia e la morale cattolica con la quale sono stato formato posso tranquillamente gettarle nel cesso e poi tirare l’acqua dello scarico. Ma soprattutto desidero mi spieghino che tutto ciò che sino a ieri era turpe peccato mortale, oggi è diventato amore da accogliere e da benedire. Dopo che mi avranno spiegato questo, pubblicamente, il giorno dopo rimetterò il mio mandato all’esercizio del sacro ministero sacerdotale nelle mani del vescovo che me lo ha conferito e mi ritirerò a vita privata.

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Nella società civile essere omosessuali e praticare l’omosessualità non è reato. Aggiungo: e mai potrebbe esserlo, sarei il primo a scendere in piazza a protestare, se chicchessia tentasse di perseguire a qualsiasi titolo gli omosessuali in quanto tali. L’omosessualità non è una malattia, al limite può essere un disturbo o un disagio psicologico più o meno grave in coloro che la vivono male o in coloro che non la accettano e che per questo ne soffrono. Come sacerdote cattolico e come teologo ho sempre riconosciuto alle persone il diritto a vivere la sessualità che vogliono e a non essere ad alcun titolo discriminate per le loro scelte e le loro pratiche sessuali, lo dice anche il Catechismo della Chiesa Cattolica, che per inciso è bene ricordare:

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2357 «L’omosessualità designa le relazioni tra uomini o donne che provano un’attrattiva sessuale, esclusiva o predominante, verso persone del medesimo sesso. Si manifesta in forme molto varie lungo i secoli e nelle differenti culture. La sua genesi psichica rimane in gran parte inspiegabile. Appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni (cfr. Gn 19,1-29; Rm 1,24-27; 1 Cor 6,9-10; 1 Tm 1,10) la Tradizione ha sempre dichiarato che “gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati” (cfr. Persona humana, n. 8). Sono contrari alla legge naturale. Precludono all’atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati».

2358 «Un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali profondamente radicate. Questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova. Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione. Tali persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita, e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione».

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Per me la questione è tutta quanta teologica, visto che faccio il prete e il teologo non il master chef. Se Dio non ha impedito ad Adamo ed Eva di commettere il peccato originale, possiamo forse impedire noi, agli uomini, di commettere peccati? Perché, che piaccia o no a certi miei mondani confratelli gay friendly, pronti all’occorrenza a mascherare un farsesco “matrimonio” tra due uomini da benedizione che come tale non si nega a nessuno, resta in ogni caso il fatto che per la morale cattolica e la legge di Dio in cui essa si radica «gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati». Una volta condannato l’atto, ossia il peccato, riguardo invece i singoli omosessuali, cioè i peccatori, la morale cattolica chiarisce: «[…] devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione». Il tutto sempre ribandendo, per quanto riguarda il peccato, che certi atti «Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale» e che «In nessun caso possono essere approvati».

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La sodomia è un grave peccato contro la natura creata e ordinata da Dio. Se quindi certi preti conoscessero e praticassero gli elementi basilari della teologia e della morale cattolica, se conoscessero semplicemente il Catechismo, anziché mascherare da “benedizione” il “matrimonio farsa” di due uomini, dovrebbero essere consapevoli che il peccato rientra nell’esercizio della piena libertà e del libero arbitrio dell’uomo, ma che il peccato deturpa l’anima del peccatore e reca scandalo alla comunità dei credenti. Pertanto, il peccato, rientra sì nel pieno esercizio della libertà dell’uomo, ma non è però un diritto e nessuno, specie all’interno della Chiesa, può rivendicarlo come tale, neppure le coppie di “amorosi sposini” omosessuali.

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Più volte nei miei pubblici scritti, ma anche durante i miei colloqui privati con quei confratelli che si avvalgono di me come direttore spirituale o come confessore, mi sono ritrovato a spiegare la sostanziale differenza che corre tra peccato e peccatore, soprattutto a giovani sacerdoti usciti dal set di quel film di fantascienza a cui sono ormai ridotti i nostri seminari tutti pace, gioia e amore. Noi sacerdoti, come santificatori, maestri e guide del Popolo di Dio abbiamo non solo il dovere di rigettare il peccato, perché sulle nostre coscienze sacerdotali grava l’imperativo e l’obbligo di combatterlo. Diverso il discorso del peccatore, che è nostro dove e obbligo accogliere, assistere e amare, soprattutto coloro che commettono i peccati più gravi, perché anzitutto per loro Cristo ha sparso il proprio sangue redentore sulla croce. Quindi, se anziché accogliere il peccatore noi lo respingessimo in quanto tale, tradiremmo e profaneremmo nel peggiore dei modi la santa missione che Cristo Dio ci ha affidato attraverso la istituzione del sacerdozio ministeriale.

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Il problema di fondo è che un esercito di presbiteri sessantottini e di nipotini del Sessantotto da loro cresciuti e allevati a overdosi di imprecisata pace, gioia e amore, non conoscono più la differenza che corre tra peccato e peccatore, che è una differenza fondamentale e sostanziale. Per quanto inutile possa essere, perché nulla di ciò che è strutturalmente ideologico può essere scalfito, cerchiamo adesso di comprendere bene quel pericolo mortale costituito dal terrificante peccato propagato dai lobbisti LGBT, di cui lungamente ebbi a parlare nei miei lunghi colloqui privati con il Cardinale Carlo Caffarra. Questo pericolo ― che ripeto è mortale e terrificante ― è dato dal fatto che gruppi costituiti da sedicenti cattolici auto-denominatisi “Cattolici LGBT” si stanno facendo largo all’interno della Chiesa e delle comunità parrocchiali, infinocchiando in modo grandioso vescovi, preti e suorine stolte. E si stanno facendo largo non per essere seguiti e curati spiritualmente, non per curare le loro fragilità e ferite, non per cercare di sanare le loro anime dal virus epidemico del peccato, ma per essere legittimati e confermati nel peccato mortale. Trappola questa nella quale un esercito di vescovi, preti e suorine stolte stanno cadendo come pesci dentro la rete. La lobby LGBT è entrata ormai da un decennio dentro la Chiesa come un cavallo di troia per rivendicare e dimostrare che il primo a sbagliarsi è stato anzitutto Dio nel crearci maschio e femmina. In errore non sono loro, sempre ammantati di vittimismo e dolorismo, lo è la Chiesa che con la sua “retriva” e “cupa” morale osa impedire a due gay o a due lesbiche di amarsi, negando a questo modo — a loro dire — l’essenza stessa del Santo Vangelo, che è amore e solo amore. Certo, che il Santo Vangelo è amore, basterebbe però chiedersi e comprendere quale vero amore diffonde, perché l’amore che annuncia finisce a sanguinare sulla croce con quattro chiodi piantati nella carne e con una corona di spine sulla testa, cosa del tutto diversa dai tripudi porcini e dissacranti dei vari gay pride, che anche di recente ci hanno regalato la Madonna sadomaso e Cristo sui tacchi a spillo. O forse il Santo Vangelo, in nome di un non meglio precisato “amore”, ci consente di benedire l’unione di due uomini, di festeggiarli in chiesa e di ammetterli alla Comunione Eucaristica, affinché possano rientrare la sera nella loro camera da letto, “benedetti” e “santificati”, a sodomizzarsi a vicenda in nome dell’amore? È forse questo l’amore annunciato dal Santo Vangelo?

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Fu per questo motivo che nel 2009, quel sapiente uomo di Dio del Cardinale Carlo Caffarra, pur ricoperto di tutte le peggiori contumelie, criticato e insultato su tutta la stampa gay friendly della sinistra radical chic, proibì a un coro composto da 25 omosessuali dichiarati di radunarsi nei locali della parrocchia bolognese di San Bartolomeo della Beverara. Perché un conto è accogliere il singolo omosessuale, che va accolto, rispettato, amato e accudito spiritualmente, sempre. Altra cosa permettere che direttamente all’interno delle strutture ecclesiali ed ecclesiastiche siano costituiti gruppi di non meglio precisati omosessuali cattolici, che come l’esperienza ci insegna e come di prassi è quasi sempre accaduto, pongono anzitutto in discussione la dottrina e la morale della Chiesa Cattolica. Perché è la Chiesa, che deve piegarsi al capriccio del loro peccato, accoglierlo e legittimarlo, infine benedirlo. Cosa questa che la Chiesa non potrà mai fare.

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Ogni tanto qualche vescovo mi accusa di usare toni forti, altri, molto più numerosi, mi pregano invece di dare pubblica voce a ciò che loro non sempre possono dire in toni forti. E come potrei non usare toni forti, di fronte a un esercito sempre più fitto di preti che non sono più in grado di distinguere neppure il peccato dal peccatore? Però il problema non sono loro, sono io che sono duro. E nella Chiesa visibile intrisa di un non meglio precisato amore la durezza non è ammessa, perché ormai non siamo più «il sale della terra» [Mt 5, 13] ma lo zucchero della terra. Di conseguenza, benedire in chiesa durante l’azione liturgica due omosessuali che la sera tornano a giocare alla cavallina, questa è cosa veramente buona e giusta, almeno per tutti coloro che hanno deciso di mutarsi in zucchero della terra.

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Ogni stagione storica ha i suoi personaggi, ma in circostanze di questo genere sentiamo certamente la mancanza del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II. Perché in casi più o meno analoghi, verificatisi ormai in numerose diocesi del mondo, non avrebbe esitato a chiamare dinanzi a sé i rispettivi vescovi. E per spirito di autentica carità cristiana gli assistenti di camera, prima del loro ingresso in udienza, avrebbero raccomandato: «Eccellenza, prima di recarsi dal Sommo Pontefice passi dalla Farmacia Vaticana, acquisti e indossi il pannolone di contenzione, perché sarebbe sicuramente imbarazzante, per lei come per chiunque, pisciarsi addosso dinanzi al Santo Padre». Oggi le cose sono cambiate, abbiamo il presbitero padovano Marco Pozza, per gli amici Don Spritz, che in jeans e scarpette da ginnastica slacciate va a intervistare il Santo Padre e che non avendo di meglio da fare pubblica un messaggio di auguri per una coppia di suoi amici gay in occasione del loro matrimonio, salvo correggere poco dopo il post cambiando la parola “matrimonio” con “unione civile”. Ciò che però solo importa è di non presentarsi dinanzi al Santo Padre con una talare romana addosso e un rispettoso ferraiolo sulle spalle, perché in quel caso si può correre il rischio di essere fulminati con uno sguardo. Ma tutto finirebbe con un’occhiata fulminea, perché per far pisciare addosso qualcuno occorrerebbe la tempra che all’occorrenza sapeva avere il Santo Pontefice Giovanni Paolo II, ma soprattutto sarebbe necessaria la sua santità, perché solo i Santi, quando il caso lo richiede, riescono anche a farti pisciare addosso per la salvezza della tua anima.

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Mio amato e venerato Carlo Caffarra, provo santa invidia per te, che sei stato chiamato nel settembre 2017 alla Casa del Padre, dove vorrei essere anch’io, risparmiando così a me stesso l’abominio della desolazione che ci attende, perché ormai, certi nostri pavidi e improvvidi vescovi, amorevoli verso il peccato ma stizzosi verso quei loro preti che il peccato osano sempre condannarlo, da tempo ci stanno facendo veramente aspirare la grande grazia della morte.

dall’Isola di Patmos, 16 giugno 2022

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Guarigione dell’albero genealogico? Tra karma e riti sciamanici. Alcune linee teologiche e pastorali per fare discernimento

GUARIGIONE DELL’ALBERO GENEALOGICO? TRA KARMA E RITI SCIAMANICI. ALCUNE LINEE TEOLOGICHE E PASTORALI PER FARE DISCERNIMENTO

Pregare per la guarigione delle colpe passate degli antenati in funzione della liberazione dei loro discendenti non solo è inutile ma è anche non cristiano in quanto contrario alla Rivelazione e all’insegnamento di Gesù. Detto questo poniamoci adesso una domanda: perché dovremmo chiedere con insistenza al Signore di liberarci dalle colpe dei nostri antenati, dalle loro scelte sbagliate, dai loro atti viziati nell’uso del libero arbitrio se così facendo affermiamo di fatto un rapporto moralistico malato di causa-effetto così apparentemente scontato, così impietoso da veicolare un distruttivo determinismo che Gesù rifiuta?

— Attualità ecclesiale —

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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È un fatto triste e vero che quando l’uomo non crede più in niente finisce sempre col credere a tutto, quando cessa di credere in Dio finisce col credere agli dei e alla lettura dei tarocchi. Non mancano poi personaggi oscuri che stravolgono gli elementi del Cattolicesimo, tra i quali la Beata Vergine Maria, che finisce per essere falsata e deturpata nel peggiore dei modi, in parte per creare attrazione, in parte per mettere in piedi dei veri e propri mercati redditizi.

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Da diversi anni a questa parte assistiamo, all’interno di alcuni movimenti legati alla Chiesa Cattolica, specie a quelli più vicini all’area estremista dei carismatici, a una pratica spirituale conosciuta col nome di Preghiera di guarigione dell’albero genealogico o Preghiera di guarigione intergenerazionale. Che cos’è di preciso questa preghiera? È utile? Ma soprattutto, è cattolico e in linea con la Rivelazione pregare in questo modo?

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Con questo articolo desidero dare solo alcune linee di interpretazione teologica e pastorale per aiutare i fedeli a operare un giusto e sano discernimento, dato che spesso la confusione può prendere il sopravvento sulle persone che si trovano a dover affrontare situazioni di malattia e di sofferenza che impediscono di mantenere la giusta lucidità della fede nel tempo della prova. E quando si è colpiti da quel dolore che spesso rende fragili e vulnerabili, dietro l’angolo c’è sempre chi cerca di ricavarne un profitto personale, che può variare dalla raccolta di danaro alla perversa gioia di esercitare il potere di controllo sulle coscienze.

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Sono ben consapevole della delicatezza e della complessità dell’argomento che avrebbe bisogno di ben altri strumenti e spazi per essere trattato in modo del tutto esauriente. Bisognerebbe spendere molto tempo a dipanare le delicate questioni teologiche e psicologiche sottese al bisogno di guarigione e di cura, assieme alla responsabilità personale e comunitaria davanti al mistero del male e del peccato che affaticano il cammino quotidiano dell’uomo e della società. La cosa più opportuna da fare sarebbe quella di scrivere un libro sull’argomento per poter essere veramente certi di trattare ogni più piccolo aspetto e interrogativo che il tema della guarigione dell’albero genealogico pone in evidenza. In attesa che qualcuno porti a termine un lavoro del genere che attualmente non esiste ― tanto si è scritto su questo tipo di preghiera di guarigione ma sempre in modo molto parziale, di parte e frammentario ― è bene mettere subito in relazione questa preghiera con il Magistero della Chiesa, soprattutto in riferimento alla persona di Cristo come vincitore del peccato e della sofferenza in tutte le sue forme. Gesù è «colui che libera da ogni male» [Sap 16,8], e continua a essere il Salvatore potente che dona la salvezza e la salute al suo popolo, sempre pronto a intervenire per il bene di coloro che a Lui si rivolgono come Buon Samaritano.

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Anzitutto è necessario collocare questa preghiera all’interno di una definizione chiara che possa circoscriverne i confini. In sintesi, possiamo dire che la Preghiera di guarigione dell’albero genealogico è quella preghiera che chiede a Dio di eliminare le cause e le conseguenze di quei mali che hanno interessato una determinata persona nel passato le cui conseguenze persistono ancora al presente ricadendo sui suoi discendenti. Facciamo un esempio: se il mio bisnonno ha commesso un peccato, un male o era portatore di una determinata tendenza o tara che ha marchiato la sua esistenza in modo incisivo, questo peccato (male, tendenza, tara) può manifestarsi ancora nella vita futura dei nipoti anche dopo diverse generazioni portandosi dietro le immancabili conseguenze di sofferenza. Quindi mali oggettivi come la violenza, l’alcolismo, la pratica dell’occultismo, la tendenza al suicidio o all’aborto, alcune malattie psicologiche, alcune corruzioni morali, possono ripresentarsi nella vita di una persona che paga al presente e subisce in modo del tutto incolpevole quello che è stato vissuto da un suo antenato nel passato.

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Ho voluto prendere come esempio il caso di un lontano nonno in relazione a un pronipote, ma la stessa cosa potrebbe dirsi in modo più immediato tra un padre e un figlio o tra una madre e un figlio, quindi tra generazioni anche molto vicine tra di loro. Nell’ambito delle scienze cliniche oncologiche è noto e scientificamente accertato che certe forme di tumori possono essere ereditari, per questo gli specialisti consigliano a figli e nipoti di effettuare periodici controlli. Nell’ambito delle scienze cliniche psichiatriche è altrettanto noto che certe malattie o disturbi mentali sono ereditari, per esempio la schizofrenia.

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Proviamo a chiarire il tutto con un altro esempio: il Codice di Diritto Canonico del 1917 ai canoni 983-991 indicava tutta una serie di impedimenti a ricevere il sacro ordine sacerdotale. Le precedenti leggi canoniche successive al Concilio di Trento stabilivano che i figli dei macellai non potevano ricevere gli ordini sacri. Una norma che, se non spiegata, oggi potrebbe suscitare persino ilarità, eppure aveva una sua logica. In alcune epoche storiche quello dei macellai era un mestiere particolarmente cruento e quasi sempre la macellazione degli animali avveniva in modo molto violento. Il tutto finiva per incidere non solo sulla psicologia e l’aspetto comportamentale di chi esercitava questo mestiere, ma anche nei membri della sua famiglia, dei suoi figli e dei suoi nipoti nati e cresciuti in quel genere di contesto familiare, sociale e lavorativo.

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In molti particolari casi la povera persona che patisce tali mali non è nient’altro che un anello di una lunga catena di individui gravati da continui disturbi e malanni fisico-spirituali ripetuti che si protrarranno fino a quando non saranno interrotti i legami con quelle radici che rappresentano la causa oggettiva di questi disturbi. La guarigione avviene attraverso una serie di preghiere specifiche e puntigliose che passano in rassegna tutti i mali fisici e spirituali esistenti nel mondo.

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Per l’esemplificazione dei Lettori riporto qui di seguito alcuni stralci di una Preghiera di guarigione dell’albero genealogico composta da un personaggio sui generis e che è possibile ritrovare sul web. Testi più o meno simili è possibile trovarli anche altrove o leggerli in diversi libri che trattano dell’argomento:

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«Gesù, ci hai rivelato che dal peccato commesso dall’uomo all’origine del mondo è venuto ogni male e che anche il peccato di ciascuno ha influenza negativa sugli altri, specialmente il peccato dei genitori sui figli e i discendenti. Attraverso la generazione si trasmettono gli stessi caratteri fisici e psichici, i buoni frutti delle virtù e le tristi conseguenze dei vizi, la salute e le malattie, il bene e il male. Per il bene che i genitori e gli antenati ci hanno trasmesso, li ringraziamo e ringraziamo Te, perché con la tua grazia hanno agito bene. Per il male che ci hanno trasmesso, li perdoniamo e li affidiamo alla tua misericordia, chiedendo per loro il tuo perdono e facendo suffragi. Gesù, ora ti preghiamo per le nostre generazioni passate e presenti, sia di ramo paterno che di ramo materno. Ti preghiamo di guarire il nostro albero genealogico, di cui noi siamo un frutto. Per il loro bene e il nostro bene, tronca ogni influenza negativa che ci hanno trasmesso. Il tuo Sangue Prezioso scenda a purificare, risanare, liberare, perché oggi la nostra generazione sia sana e santa, unita e felice così che possa trasmettere solo cose positive, essere canale soltanto di salute e di santità. Gesù, guarisci il nostro albero di famiglia».

«Gesù, guariscici da tutte le malattie che sono giunte a noi attraverso le generazioni passate. Guariscici dalle malattie fisiche: del cuore, del sangue, del sistema circolatorio; della bocca, del naso, delle orecchie, della gola, dei bronchi, dei polmoni; dell’esofago, dello stomaco, del fegato, della cistifellea, del pancreas, dell’intestino; dei reni, delle vie urinarie; del cervello, del midollo spinale e del sistema nervoso; delle ossa e della colonna vertebrale; della pelle; dei nostri cinque sensi; guariscici dai tumori e da ogni malattia strana; dalla frigidità e dalla sterilità, dall’impotenza e dalle malattie veneree. Guariscici da tutti i casi di malattie mentali che ci sono stati nella nostra storia familiare: forme di paranoia, schizofrenia, psicosi, comportamenti depressivi e autodistruttivi. Guariscici da tutte le malattie psichiche: ansie, affanni, depressioni, insicurezze, paure, complessi, tristezze, pensieri di suicidio, tedio della vita, squilibri, attacchi di panico. Interrompi la trasmissione di tutte queste malattie. Togli queste tare ereditarie. Fa’ che nella nostra generazione ci siano sempre salute fisica, integrità mentale, equilibrio emozionale, sane relazioni, bontà, amore; per trasmettere questi tuoi doni alle generazioni successive. Gesù, guariscici da tutte le malattie ereditarie»

«Gesù, liberaci da tutti i mali causati in noi dagli antenati che partecipavano all’occultismo, allo spiritismo, alla stregoneria, alla magia, a sette sataniche, alla massoneria. Tronca il potere del maligno che, per colpa loro, ancora pesa sulle nostre generazioni. Spezza la catena di maledizioni, malefici (fatture, legature, segnature, riti voodoo), opere sataniche che gravano sulla nostra famiglia. Liberaci da patti satanici, consacrazioni a satana e legami mentali con i seguaci di satana. Tienici sempre lontano da riunioni spiritiche e da ogni attività con cui satana può continuare ad avere dominio su di noi. Prendi sotto il tuo potere qualsiasi area che sia stata consegnata a satana dai nostri antenati. Allontana per sempre lo spirito cattivo, ripara ogni suo danno, salvaci da ogni sua nuova insidia. Solo da Te possiamo avere tutti la vita, la libertà, la pace. Gesù, liberaci da tutti i mali causati dal maligno»

«Gesù, liberaci da tutte le abitudini cattive presenti nel nostro albero genealogico: dal gioco, dallo sperpero, dal bere, dalla droga, dalla grettezza, dal furto. Poni fine ad ogni nostra cattiva abitudine. Liberaci dai tutti i vizi capitali: dall’accidia, dall’avarizia, dalla gola, dall’ira, dall’invidia, dalla lussuria, dalla superbia. Liberaci dall’eredità cattiva che ci hanno lasciato i nostri antenati dediti a questi vizi. Liberaci da tutti gli idoli che hanno adorato le nostre generazioni precedenti: il denaro, il potere, il piacere, la casa, i terreni, i gioielli, i titoli. Taglia i vincoli che ci legano a questi casi di idolatria. Liberaci da tutta la corruzione e la violenza, dall’ira e dalla malignità dei nostri antenati che sono stati sfruttatori, ricattatori, criminali. Rompi in noi tutti i legami a questi comportamenti. Liberaci da tutto il male compiuto dai nostri antenati spinti dall’odio: odio verso gli altri, verso se stessi, verso Dio, odio razziale, fanatismo religioso».

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Come è evidente dal testo della preghiera sopra riportata, queste invocazioni sono molto lunghe e dettagliate nell’elencare tutti i mali e gli ambiti da cui si vuole essere risanati. La pecca di questa preghiera non è tanto quella di domandare la guarigione dal male o dal maligno ― cosa che peraltro Gesù ci insegna a fare come richiesta esplicita nel Padre Nostro ― ma nella teologia che è sottesa dentro a questa forma di preghiera che è quella che gli antichi ebrei conoscevano con il nome di teologia della retribuzione o teoria retributiva. Questo pensiero teologico lo possiamo ritrovare anche all’interno di alcune filosofie religiose orientali come riferimento alla Legge del Karma o alla credenza nella Reincarnazione.

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Procediamo con ordine: L’origine più immediata di questa Preghiera di guarigione dell’albero genealogico la dobbiamo all’opera e alla dottrina del medico psichiatra britannico Kenneth McAll (1910-2001). Egli è stato un fervente e appassionato missionario protestante, che ha saputo dare il via a questa pratica terapeutica, tanto da trasformarla in una vera e propria scuola spirituale. Per chi volesse approfondire la vita e l’opera di questo medico carismatico, consiglio di leggere i suoi due libri più famosi: Fino alle radici. Guarigione dell’albero genealogico, edizioni Ancora, Guida alla guarigione dell’albero genealogico, edizioni Segno. Tra le pagine di questi testi il lettore troverà l’intero manifesto e impalcatura di tutta quanta questa teoria psico-teologica-terapeutica.  

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Quando trattiamo il tema della sofferenza fisica e spirituale dobbiamo prestare una particolare attenzione a non esasperare o illudere le persone che ne sono coinvolte. Davanti alla sofferenza umana, specie quella sofferenza di tipo incolpevole, non possiamo permetterci il lusso di fare errori o di essere faciloni giocando con la vita delle persone o con le loro fragilità, evitando soprattutto di nutrire e instillare false speranze. Né tantomeno possiamo pensare di confezionare soluzioni a basso costo e ad alto impatto emotivo che si prefiggono di accontentare il sofferente donandogli un senso di sollievo immediato ma che di fatto non risolvono il problema anzi possono portare addirittura a cocenti delusioni.

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La divina Rivelazione ci attesta che il problema della sofferenza è legato inscindibilmente al mistero dell’iniquità che Cristo ha distrutto con la sua passione, morte e risurrezione e che lui stesso ha pagato liberamente attraverso la sua augustissima persona. Da quel primo peccato di disobbedienza, descritto in Genesi 3, la ribellione a Dio ha generato una tragica conseguenza dentro il mondo creato che ha il volto della morte, della sofferenza, del disordine e della perdita della comunione. Dal giusto Abele all’innocente Isacco, dal saggio Giobbe fino a Cristo Signore, l’uomo si è sempre dibattuto e interrogato sul perché della sofferenza e del male nel mondo. Ma soprattutto egli si è sempre interrogato sul perché egli soffra ingiustamente. Eppure, a voler essere sinceri una risposta vera è propria non c’è, o meglio non c’è quella risposta che ci piacerebbe tanto sentire e che è in grado di spiegare tutto.

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Non esiste la carta vincente di un “peccato ancestrale” che diviene l’asso pigliatutto per giustificare ogni stortura dell’esistenza, per cui è possibile de-responsabilizzarsi e demandare tutto all’esterno dell’uomo, mentre invece sarebbe necessario partire dall’interno dell’uomo dal suo cuore. Quando ci riferiamo al peccato originale noi operiamo una sostanziale differenza con il peccato ancestrale. Il primo ammette una responsabilità personale in conseguenza di una libertà male utilizzata, il secondo è il risultato di un cieco determinismo per cui non si può far altro che prendere atto della situazione avversa e subirla. Per discernere su queste questioni ci viene in aiuto la divina Rivelazione che dona non una risposta ma orienta a un senso per spiegare la sofferenza. Esiste la compromissione di un Dio che si incarna e che assume su di sé la condizione e la fragilità dell’uomo, distruggendo ogni male nel sacrificio della croce. La vittoria di Cristo non è solo la vittoria sul male, ma su ogni male. È anzitutto la vittoria sull’origine e sulla causa ultima del male nella sua essenza che è Satana, così come si afferma solennemente nella liturgia battesimale: «Rinunciate a Satana, origine e causa di ogni peccato?», vale a dire di ogni male.  

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Da cristiani, davanti alla sofferenza specie se ingiusta, noi sappiamo fare molto di più di quanto comandò di fare il filosofo Socrate ai suoi discepoli. Noi non offriamo un gallo al dio della medicina Esculapio, noi cristiani davanti alla sofferenza sappiamo offrire il venerabile corpo e sangue del Signore Gesù Cristo che continuamente si offre e si immola per ogni uomo di ogni tempo. La risposta cristiana al male e alla sofferenza non è quindi di natura filosofica ma teologica, è una risposta che supera l’uomo, essa viene elevata a mistero e si comprende solo a partire dalla fede in Colui che ha vinto la sofferenza.

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Per poter capire questo discorso sul mistero del male e della sofferenza voglio soffermarmi principalmente su quello che Gesù ci ha lasciato a questo riguardo. Voglio partire anzitutto dalla guarigione del cieco nato che troviamo descritta nel vangelo di Giovanni [9,1–41] per poi terminare con il brano dell’evangelista Luca [13,1–5]. Il Vangelo di Giovanni racconta che i discepoli di Gesù vedendo un cieco nato sulla strada posero questa domanda al Signore:

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«”Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?”. Rispose Gesù: “Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio”».

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I discepoli non fanno altro che riproporre un pensiero teologico, che era in sintonia con la teoria retributiva dell’epoca. Per dirla con brevità di parola, la teoria retributiva affermava che non vi è sofferenza senza colpevolezza, che se qualche cosa ti è capitato di male nella vita è perché te lo sei cercato e se non sei stato tu il diretto responsabile è stato qualcun altro che ti è vicino, come parenti prossimi o antenati.

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Sebbene già il Libro di Giobbe avesse messo in crisi questa teoria retributiva con la sua annessa teologia sponsorizzata dai tre amici inopportuni, nel pensiero religioso ebraico del tempo di Gesù questa concezione ancora si mantiene forte così come vedremo nel caso dei disordini sociali descritti dal brano dell’evangelista Luca [Lc 13,1–5]. Quello che per noi è sufficiente sapere, in riferimento al nostro discorso sulla Preghiera di guarigione dell’albero genealogico teorizzata dal dr. Kenneth McAll, è che non è possibile dire che i peccati dei padri inficino la vita presente dei figli, secondo quanto già il profeta Ezechiele affermava per conto di Dio:

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«Mi fu rivolta questa parola del Signore: “Perché andate ripetendo questo proverbio sul paese d’Israele: I padri han mangiato l’uva acerba e i denti dei figli si sono allegati?”»  [Ez 18, 2].

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Quindi pregare per la guarigione delle colpe passate degli antenati in funzione della liberazione dei loro discendenti non solo è inutile ma è anche non cristiano in quanto contrario alla Rivelazione e all’insegnamento di Gesù. Detto questo poniamoci adesso una domanda: perché dovremmo chiedere con insistenza al Signore di liberarci dalle colpe dei nostri antenati, dalle loro scelte sbagliate, dai loro atti viziati nell’uso del libero arbitrio se così facendo affermiamo di fatto un rapporto moralistico malato di causa-effetto così apparentemente scontato, così impietoso da veicolare un distruttivo determinismo che Gesù rifiuta? Cristo dice no a questa concezione teologica, affermando con forza che la cecità di quell’uomo ha come unico scopo la gloria di Dio, cioè l’epifania del Regno del Figlio e l’annuncio del Vangelo nel mondo. Si tocca qui la prossimità di Dio che in Gesù si affianca all’uomo per liberarlo e guarirlo. Il primo beneficiario di questa gloria sarà il cieco che recupererà la vista, poi i suoi genitori che saranno sgravati da una responsabilità sociale e morale frustrante ed infine i dottori della Legge che avranno una buona occasione per poter accostarsi a quella presenza di quel Dio che tanto predicano ma che stentano ancora a riconoscere in mezzo a loro.

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È sintomatico notare nel Quarto Vangelo il gioco dei contrari che spesso si verifica proprio a partire dai segni epifanici che Gesù compie: colui che è cieco è l’unico a riconoscere e vedere il Salvatore, mentre coloro che dicono di vedere restano ciechi ed intrappolati in rigidi determinismi. A questo proposito la madre Chiesa attraverso un documento della Congregazione per la Dottrina della Fede ribadisce il pensiero del suo Salvatore facendo ancora più chiarezza attraverso il magistero del Santo Pontefice Giovanni Paolo II:

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«La malattia però colpisce anche i giusti e l’uomo se ne domanda il perché. Nel libro di Giobbe questo interrogativo percorre molte delle sue pagine. «Se è vero che la sofferenza ha un senso come punizione, quando è legata alla colpa, non è vero, invece, che ogni sofferenza sia conseguenza della colpa e abbia carattere di punizione. La figura del giusto Giobbe ne è una prova speciale nell’Antico Testamento. (…) E se il Signore acconsente a provare Giobbe con la sofferenza, lo fa per dimostrarne la giustizia. La sofferenza ha carattere di prova» [Cfr. Giovanni Paolo II, Lettera Apostolica Salvifici doloris, n. 11].  

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Davanti alla sofferenza di qualsiasi natura e origine chiediamo a Dio di essere liberati, la guarigione avviene per opera di Gesù Cristo e il Libro del Siracide ci esorta a chiedere con insistenza il risanamento con atteggiamento filiale: «Figlio, non avvilirti nella malattia, ma prega il Signore ed egli ti guarirà» [Sir 38,9]. Elementi fondamentali di una buona preghiera di guarigione sono la sottomissione alla volontà di Dio Padre, l’abbandono fiducioso al Figlio Gesù Cristo e il ricorso alla virtù teologale della speranza che, illuminata dallo Spirito Santo, ci permette di vedere l’opera di Dio attraverso i mezzi ordinari di guarigione quali il personale medico, le terapie e i farmaci, gli interventi sanitari e una comunità sanante. Tutti gli altri mezzi straordinari di guarigione appartengono a Dio soltanto che sceglie tempi e modalità proprie per agire nel giusto momento.

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Per vivere la malattia con fede ed ottenere la sospirata guarigione dobbiamo porci dentro a un’azione di grazia che è sempre immeritata ma che non può mai prescindere dalla conversione del cuore. Questo discorso ci conduce ad esaminare il brano dell’Evangelista Luca [13,1–5] che prende spunto da un fatto di cronaca nera accaduto al tempo di Gesù. Questa volta il male ha un carattere sociale e corporativo e la teologia della retribuzione ci porta ad allargare il rapporto tra l’individuo e la società. L’uomo è in grado di entrare in relazione con altre persone, per cui le conseguenze di determinate azioni collettive sono causa di sofferenza e di male per l’intera collettività. Dice l’Evangelista Luca:

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«In quello stesso tempo si presentarono alcuni a riferirgli il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subìto tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».

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Anche questa volta Gesù scardina la teologia della retribuzione, non accetta il nesso meccanicistico tra sofferenza e colpevolezza. Con altre parole sembra dire:

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«Voi siete convinti che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei perché hanno fatto quella fine? Ebbene vi sbagliate, erano peccatori quanto e come voi. Il punto è che ancora non si erano convertiti, cioè non avevano capito che la felicità dell’uomo passa attraverso il totale affidamento della propria vita a Dio. Voi che siete ancora in tempo!».

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Non a caso, a questo discorso sulla conversione, si affianca la successiva parabola del fico infruttuoso. Dobbiamo essere sinceri, molto spesso nel nostro rapporto con Dio e con gli altri siamo più propensi a fare aria fritta che non frutti di conversione. Se ci guardiamo con autenticità siamo spesso alberi con le sole foglie ma niente frutti. Ecco la ragione della nostra non guarigione. La conversione è un suggerimento prezioso per poter aprire una strada pastorale verso la guarigione e il risanamento. Convertirsi al Signore significa partire da una vita che si radica in Lui e che abbandona il male attraverso le piccole scelte quotidiane. Anche J.R.R.Tolkien ne Lo Hobbit ribadisce con altre parole questo concetto evangelico nel dialogo tra Gandalf e Galadriel:

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«Ho scoperto che sono le piccole cose […] le azioni quotidiane della gente comune che tengono a bada l’oscurità. Semplici atti di gentilezza e amore».

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Conversione significa ricorrere nell’umiltà alla grazia dei Sacramenti per potersi mantenere in continua comunione con Dio, sapendo che senza ci è impossibile rimanere in piedi. Conversione significa mantenere un costante dialogo con il Signore e chiedere la misericordia verso coloro che ci hanno ferito così come vediamo fare in Abramo che chiese a Dio la guarigione degli empi a partire dalla funzione vicaria dei giusti:

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«Davvero sterminerai il giusto con l’empio? […] Per riguardo a loro, perdonerò tutto quel luogo» [Gn 18, 1-33].

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Per questo motivo è bene chiarire che non sono gli altri che sono i responsabili della mia felicità non realizzata, della mia infermità fisica e spirituale, tanto meno i miei antenati. Nemmeno il Demonio diventa il responsabile primo dei miei insuccessi. Tutte queste cose ci permettono solo di deresponsabilizzarci scaricando su altri quello che invece appartiene a noi e che non vogliamo fare. Per questo sarebbe più opportuno chiedere al Signore non tanto la guarigione del nostro albero genealogico ma la guarigione del nostro cuore e la liberazione da tutte quelle rigidità che ci impediscono una buona volta di convertirci a Lui.

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In conclusione desidero solo accennare alla presenza di quei condizionamenti sociali e familiari che possono essere l’occasione per commettere il male o per facilitare una certa corruzione morale dei costumi nella società. Tali condizionamenti vengono definiti dalla Dottrina Sociale della Chiesa come “strutture di peccato”. Dentro queste strutture ricadono tutte quelle situazioni sociali o istituzioni che sono contrarie alla legge divina ma che restano sempre l’espressione e l’effetto dei peccati personali. Quindi le strutture di peccato se non arginate e risanate possono diventare causa di corruzione e perdizione per l’uomo ma esse sono sempre il risultato di una libertà umana che fugge dalla conversione a Dio, di un cuore che non ascolta e che non obbedisce, di una responsabilità che accetta di andare contro Dio a prescindere dalle conseguenze. In tutto ciò non c’è determinismo, è possibile sempre una inversione di marcia e una salvezza e non dobbiamo scomodare la responsabilità degli antenati per trovare un alibi accettabile che ci possa sgravare dall’imbarazzo di dire: è stata mia la colpa.

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Preferisco sorvolare del tutto su quei soggetti auto-elettisi paladini di una non meglio precisata “autentica tradizione cattolica”, che pur lanciandosi in roboanti invettive contro l’eresia luterana del XVI secolo, nel giocare poi di fatto in un certo modo, inclusi certi impropri “riti di guarigione”, nella migliore delle ipotesi dimostrano di essere dei pentecostali radicali del tutto inconsapevoli di esserlo. E a tal proposito ricordo che il pentecostalismo radicale è l’eresia di una eresia di una eresia, ossia una eresia di terza generazione. Oppure, senza scomodare quella cosa molto seria che è l’eresia, quasi sempre appannaggio di menti molto colte e raffinate, più semplicemente l’agire di certi oscuri personaggi ricalca in tutto e per tutto quello dei fattucchieri di bassa lega.

 

Laconi, 15 giugno 2022

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Le imperdonabili colpe dei preti dinanzi alle sante virtù dei cattolici analfabeti della fede

LE “IMPERDONABILI” COLPE DEI PRETI DINANZI ALLE SANTE VIRTÙ DEI CATTOLICI ANALFABETI DELLA FEDE

 

… potremmo modificare e scrivere di nuovo la parte finale della nostra professione di fede: “Credo nei social media e nella vita del mondo che verrà”. E semmai, anziché Simbolo di Fede Niceno-Costantinopolitano, potremmo ribattezzarlo Simbolo di fede del cattolico analfabeta, che irride il sapere e che ha dato vita alla fede del «… secondo me, io penso che …». E tutto questo, che sia molto chiaro: non è affatto colpa dei preti. 

— Attualità —

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usando la narrativa fantasy Padre Ariel S. Levi di Gualdo ha donato a chi si interroga e cerca risposte un viaggio nel mistero della vita racchiudendo la dottrina sui Novissimi dietro le righe di un romanzo distopico o “fantateologico”

Nel mettere mano a un nuovo libro o ad articoli legati alla dottrina della fede, mi pongo sempre un quesito: è necessaria quest’ulteriore perdita di tempo, considerato che i primi a dimostrare di volere pane, circo e tanto prurito sono i cattolici per primi, o sedicenti tali, o il poco che resta del disastrato mondo cattolico? È legittimo e ammissibile che un presbitero e un teologo sia assalito da interrogativi che lo inducono a rivolgere domande così gravi e pesanti a sé stesso?

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Nell’era digitale i social media hanno fatto emergere legioni di stolti che sino a ieri discutevano in modo bizzarro delle più complesse tematiche storiche, sociali, politiche e religiose elargendo le loro “perle di saggezza” dentro i bar o nei saloni delle parrucchiere, dove tutto rimaneva racchiuso al termine delle loro “dotte” discussioni. Oggi, nel disastrato mondo capovolto nel quale viviamo, in una condizione di irreversibile decadenza ― fenomeno di cui parlo e scrivo ormai da due decenni ―, l’ignorante fornito di una cultura che non giunge neppure a livello medio-basso, afflitto da quelle forme di analfabetismo che può essere sia di ritorno sia digitale, sui social media può avere degli indici di ascolto e un seguito che i più qualificati esperti o divulgatori scientifici non possono neppure immaginare. Si pensi soltanto ai cosiddetti influencer, che come dice il nome stesso esercitano le influenze peggiori sui nostri giovani e adolescenti, inutile dettagliare a quali bassi e immorali livelli. 

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In questo confuso marasma troviamo anche un nutrito esercito di cattolici veri o presunti, lanciati nella spasmodica ricerca morbosa di cose che possano eccitare i loro pruriti, ma che niente hanno da spartire con le verità della fede rivelata. Al massimo, il loro è puro fideismo, quasi sempre sorretto da elementi magici, superstiziosi, esoterici, millenaristici, insomma: neopaganesimo decadente, che nulla ha da spartire con quella grande cultura pagana alla quale il Cristianesimo per primo è grande debitore, basti soltanto citare Socrate, Platone, Aristotele, a seguire i grandi pensatori, letterati e giuristi romani.

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All’analfabetismo di ritorno e all’analfabetismo digitale si unisce un’altra forma di analfabetismo, quello degli analfabeti nella dottrina della fede, l’arroganza dei quali è spesso superiore alla loro stessa ignoranza. Non sia mai che un prete o un teologo osi intervenire, peggio richiamare o porre in luce gli errori di certi analfabeti nella dottrina della fede. L’ho fatto più volte anch’io, generalmente con questi risultati: il dialogo inizia con un aggressivo «lei è un incompetente perché non sa che…», per terminare con un tassativo «si vergogni!», se non peggio con un lapidario «lei è una vergogna di prete!».

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I social media non vanno sottovalutati con spirito di superiorità e di snobismo clerical-chic, perché costituiscono un mondo nel quale orde di cattolici o presunti tali si crogiolano nelle apparizioni mariane più improbabili mai riconosciute dalla Chiesa, che spesso le ha pubblicamente sconfessate in modo deciso e inappellabile, tanto erano false, ma anzitutto devianti per la fede, soprattutto delle persone più semplici e fragili. Seguono mirabolanti rivelazioni sul vero Terzo Segreto di Fatima, a loro dire tenuto nascosto dalla Chiesa in maniera dolosa. Le “profezie” di Nostradamus, scritte in quartine così ambigue che chiunque può tirarne fuori a posteriori tutto quel che vuole. Il clamoroso falso delle “profezie sui papi” attribuite all’irlandese San Malachia vescovo di Armagh, vissuto nel XII secolo, largamente smentite dal dotto studioso gesuita Claude-François Ménestrier alla fine del XVII secolo[1] e già rimaneggiate à manipolate in precedenza nel XVI secolo. Molto stuzzicanti anche le “profezie” della Beata Anna Katharina Emmerick, dichiarate non autentiche dalla Congregazione per le cause dei Santi contestualmente alla sua beatificazione[2]. Anche se purtroppo ho constatato quanto sia inutile e infruttuoso spiegare a certi analfabeti nella dottrina della fede che beatificare un servo di Dio o canonizzare un beato non implica beatificare e canonizzare tutto ciò che ha detto, scritto o fatto, meno che mai riconoscere sue visioni mistiche o locuzioni interiori. Altrettanto inutile spiegare che le apparizioni e i messaggi mariani, inclusi anche quelli riconosciuti dalla Chiesa, non costituiscono dei pilastri del depositum fidei e non obbligano affatto i credenti a una adesione di fede. 

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Di fronte a questo e a quel che ne consegue di dannoso per la fede e la salute delle anime, risuona il terribile monito del Beato Apostolo Paolo:

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«Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole» (II Tm 4, 2-4).

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Sui social media le critiche rivolte ai preti e a tutte le più alte gerarchie ecclesiastiche spuntano come fiori di campo dopo la pioggia, di prassi sempre severe e impietose. In questo senso penso di essere l’ultima persona tacciabile di partigianeria, lo provano diversi miei libri ― che ovviamente vi invito a non leggere, quale immane spreco di tempo sarebbe! ― e numerosi articoli in cui pongo in luce i peggiori difetti del clero e delle nostre gerarchie ecclesiali, facendo analisi profonde, impietose e severe, mai fini a sé stesse, perché ogni analisi critica contiene sempre delle possibili soluzioni, assieme a tanta amarezza, ma soprattutto al mio inestinguibile amore verso la Chiesa, che è eterno come lo è il sacerdozio col quale sono stato segnato e ontologicamente trasformato con un carattere indelebile. 

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Col passare del tempo ho toccato con mano quanto i difetti e le manchevolezze del nostro clero costituiscano uno splendido pretesto per quell’esercito di cattolici, o sedicenti tali, che non intendono in alcun modo impegnarsi in un serio cammino di fede, che implica anzitutto essere formati e guidati, affidarsi a dei maestri e seguirli. Molto più facile andare in internet, digitare una frase di ricerca e mettersi poi a girare da un blog all’altro, dove dei clamorosi incompetenti presumono di parlare dei più complessi e delicati fondamenti della fede conditi in salsa sensazionalista, senza far mancare mai due elementi indispensabili a suscitare il necessario prurito: il catastrofismo e il complottismo.

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Siete forse assaliti dall’antico quesito: chi siamo, da dove veniamo, dove andremo? Desiderate sapere che cos’è il mistero della vita eterna, il giudizio immediato o particolare di Dio, la risurrezione dei morti e il giudizio universale? Non perdete tempo ad acquistare e leggere il mio libro Il cammino delle tre chiavi, dove in forma narrativa parlo dei Novissimi attraverso un romanzo distopico, tra l’altro costa 22 Euro, sarebbero solo soldi gettati via, in fondo si tratta dell’inutile opera di un prete e di un teologo che ha cercato di tradurre in letteratura i principali misteri della fede nella stagione della sua maturità umana, intellettuale e spirituale. Volete sapere che cos’è il mistero della vita? Basterà digitare una frase chiave su un motore di ricerca e poi abbeverarsi alle pagine più assurde nelle quali improbabili e perlopiù anonimi “teologi” internetici mescolano assieme miti, credenze pagane, leggende, teorie sulla reincarnazione, esperienze di pre-morte, pezzi estrapolati da qualche scritto dei Padri della Chiesa selvaggiamente manipolato, presentando infine dei pot-pourri che di cattolico e cristiano non hanno niente. E se un prete o un teologo osa spiegare che tutt’altri sono i fondamenti della fede cattolica, basterà rispondere come di prassi: «…ah, ma io ho letto che …». E se ci mettiamo a interloquire con queste persone su qualche social media, esercitando il nostro ministero di pastori in cura d’anime e di teologi, reazioni e risposte saranno quelle a cui ho già accennato: «Si vergogni!», sempre nell’ipotesi migliore, beninteso.

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A parere di numerosi cattolici che si proclamano devoti e praticanti, la colpa di tutto questo è imputabile unicamente ai preti che non predicano bene, che non fanno catechesi, che non sono disponibili, per seguire con tutta la sequela dei difetti del nostro clero, che mai il sottoscritto ha negato né intende negare, avendoli messi in luce senza esitazione.

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Proviamo a esaminare il bicchiere che come di prassi è sempre mezzo vuoto e mezzo pieno, a partire dalla crisi delle vocazioni, dalla progressiva riduzione del numero di sacerdoti e dalla loro età sempre più elevata in tutti i Paesi dell’Occidente. Se oggi, un sacerdote da solo, è costretto a occuparsi di quattro o cinque parrocchie disseminate in un territorio, distanti diversi chilometri l’una dall’altra, nelle quali fino a cinquant’anni fa c’erano in ciascuna un parroco, fino a settanta od ottanta anni fa anche il vice parroco, adempiuto al suo penoso ministero di “celebratore compulsivo” di Sante Messe in corsa da una chiesa all’altra, quanto tempo gli rimarrà per tutte le altre attività pastorali, incluse soprattutto le catechesi e la formazione dei fedeli, oltre alla cura della propria vita spirituale? Quanto, per studiare e prepararsi? La celebrazione eucaristica rappresenta il culmine di un percorso di vita che impegna il cristiano in molte azioni. L’esperienza di fede e la vita di fede non si riduce a una Santa Messa domenicale, che del percorso di vita cristiana è il massimo compimento. Dunque non sarebbe meglio lasciare aperta una sola chiesa parrocchiale in tutto quel circondario e chiudere le altre, se preti da inviare in ogni parrocchia disseminata di paese in paese non ce ne sono più? No, non si può fare, perché i fedeli si solleveranno all’istante — e di prassi anche in modo turbolento —, mettendo avanti il problema degli anziani che dovrebbero spostarsi in modo disagevole nella parrocchia distante quattro o cinque chilometri, cosa questa inaccettabile. Alle loro proteste uniscono quasi sempre richiami alla mancanza di carità cristiana, salvo non sapere neppure cosa sia per la fede cattolica questa fondamentale virtù teologale, che però costituisce un termine a effetto, specie se pronunciato da chi non ne conosce neppure il significato. A quel punto il vescovo, affatto intenzionato ad avere problemi con i fedeli che conoscono la parola “diritti” ma ignorano la parola “doveri” dei Christi fideles, chiama il povero prete e in modo amabile lo invita a sacrificarsi per il bene della salus animarum, ignorando ― si spera involontariamente ―, che non si tratta di fedeli, ma della specie peggiore di infedeli: quella degli egoisti prepotenti.

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Avuta la Santa Messa della domenica dietro l’angolo di casa e costretto un povero prete ridotto ormai sull’orlo dell’esaurimento a celebrare in tre parrocchie a partire alle 8.30 alle 12.30 del mattino e in altre due dalle 17 alle 19, ecco che d’incanto vediamo gli stessi “poveri anziani” ― ai quali è impossibile percorrere quattro o cinque chilometri per raggiungere di domenica la chiesa più vicina ―, salire in macchina nel primo pomeriggio e percorrere 40 o 50 chilometri per recarsi presso un grande centro commerciale nel capoluogo di provincia. Però devono avere la chiesa sotto casa, perché in quel caso sono anziani ai quali sarebbe peccato mortalissimo mancare di non meglio precisata carità, mentre se devono percorrere una distanza dieci volte maggiore in direzione del grande centro commerciale, in quel caso diventano d’improvviso dei giovincelli, preferendo molto di più gli sconti promozionali, o il prendi tre paghi due, a tutti i principi fondamentali della carità cristiana, che andrebbe esercitata anche verso i preti.

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La teoria che le colpe sono tutte dei preti, mentre i fedeli che costituiscono le membra del Popolo di Dio sono creature innocenti martoriate da pastori inadeguati, è destinata a essere presa sul serio solo da quei vescovi che per non avere problemi con le proteste dei pretenziosi e degli egoisti preferiscono sacrificare la salute fisica e la spiritualità dei loro preti, non esitando a ridurli a celebratori seriali di Messe in corsa da una chiesa parrocchiale all’altra di tutti i paeselli del circondario.

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Un compito affatto secondario dei vescovi sarebbe anche di ricordare ai loro sudditi[3] che se le famiglie cristiane, o il poco che ne resta, non sono più in grado di favorire la nascita, l’accoglienza e lo stimolo di nuove vocazioni al sacerdozio, nessuno può lamentarsi che la Chiesa non “fabbrica” più preti, anche perché i preti non si fabbricano, il primo nucleo nel quale si accoglie e si coltiva una vocazione è la famiglia cristiana. Ma siccome, come dicevamo poc’anzi, i vescovi di nuova generazione sono ben lieti di accogliere tutti gli onori dell’episcopato, non però i gravosi oneri che esso comporta, preferiscono spremere come limoni sullo spremi-agrumi i loro preti sempre più ridotti in numero, sempre più in età elevata, sempre più esauriti, spesso frustrati e demotivati, circondati da sedicenti fedeli egoisti, pigri, pettegoli e litigiosi, dei quali decidono però di compiacere vezzi e capricci, evitando così di avere problemi da risolvere e decisioni impopolari da prendere, tipo la soppressione di parrocchie che non possono più avere un parroco, cosa che la gran parte dei vescovi si guarda bene dal fare.

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Lamentare che la Chiesa e i preti non diffondono la sana dottrina è falso e ingeneroso. Numerose sono le istituzioni religiose che si sono premurate di allestire in internet degli ottimi siti per mettere a disposizione il testo del Catechismo della Chiesa Cattolica e i documenti del Magistero della Chiesa, i testi dell’Antico Testamento, dei Santi Vangeli e delle Lettere Apostoliche con commenti e spiegazioni. Esistono numerosi siti che raccolgono le omelie domenicali, video nei quali vescovi, parroci e teologi impegnati nelle attività pastorali e nella diffusione della dottrina cattolica tengono lezioni e conferenze, molti vescovi pubblicano ogni settimana un commento con accurate spiegazioni al Santo Vangelo (solo alcuni esempi: QUI, QUI, QUI, QUI, QUI, etc …). Il nostro redattore e teologo cappuccino Ivano Liguori ha donato ai nostri Lettori una serie di catechesi sul Sacramento della Penitenza raccolte nella rubrica Colazione di Catechismo con il Cappuccino, che abbiamo pubblicato in video sulla nostra Isola di Patmos. Quale diffusione hanno avuto? Sono state molto apprezzate da un numero di cattolici “di nicchia” interessati ad approfondire veramente la conoscenza della fede e dei Sacramenti.

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Lo sappiamo bene noi confessori quando certe persone vengono a confessarsi, spesso senza sapere neppure perché, come si confessano o come non si confessano. Più volte, dopo avere ascoltato penitenti che per dieci minuti hanno fatto chiacchiere senza senso, con tutta l’amabilità del caso ho ricordato che questo prezioso Sacramento serve per assolvere dai peccati e tornare nella comunione della grazia di Dio, non a caso la formula recita: «Ego te absolvo a peccatis tuis …». Questo prezioso Sacramento non serve ad assolvere da quattro chiacchiere, di cui Dio per primo non sa che farsene. Anche in questo caso domandiamoci: se un uomo che ha lasciato la moglie, che si è sposato in seguito civilmente, poi ha lasciato anche la seconda moglie, per andare a convivere con una ragazza molto più giovane di lui, che conduce da sempre una vita che costituisce in sé e di per sé negazione dei basilari valori di vita cristiana, venendosi a confessare solo perché deve fare da padrino o da testimone a un cresimando o a un matrimonio ― cosa che peraltro non dovrebbe e non potrebbe fare ―, è mai possibile ti venga a raccontare: «beh, io non ammazzo, non rubo, non faccio del male a nessuno … forse qualche volta mi arrabbio, a volte capita che dica qualche piccola bugia …». Domanda: è mai possibile? E se questo avviene, siamo certi che la colpa è dei preti che a dire di alcuni non si dedicherebbero al prezioso ministero di confessori? L’esercito di cattolici domenicali che ricevono la Santissima Eucaristia pur avendo le coscienze gravate da peccati mortali e che si guardano bene dal confessarsi, forse convinti che a commettere peccati siano solo i preti, costituiscono per caso anch’essi una nostra grave colpa? Siamo noi preti colpevoli del fatto che un numero molto elevato di fedeli non hanno più neppure il senso del bene e del male? È colpa di noi preti se ci ritroviamo con fedeli o presunti tali pronti a ricoprirci di pesanti contumelie sui social media se osiamo ricordare che l’aborto è un grave delitto, che l’eutanasia non è affatto un gesto di amore verso un malato terminale, che due uomini o due donne non possono sposarsi, meno che mai adottare dei “bimbi giocattolo”, perché lungi dall’essere amore, questo è piuttosto l’abominio della desolazione? Anche questa è colpa dei preti che non svolgono bene il loro ministero? O più semplicemente si tratta invece soltanto di sedicenti cattolici che ci aggrediscono per avere ricordato loro l’ovvio: che il male non può essere chiamato bene, meno che mai amore?

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Se è vera la teoria che in internet parlano i numeri che costituiscono un preciso termometro della realtà, il panorama che si apre dinanzi ai nostri occhi è desolante, per l’esattezza questo: un video caricato su YouTube da un anonimo senza volto e nome che parla delle “profezie” di Nostradamus finalmente interpretate, a distanza di un mese dalla sua pubblicazione ha registrato 545.321 visualizzazioni. Lo stesso giorno, un vescovo italiano, già eccellente specialista in ecclesiologia, docente, formatore di sacerdoti e di laici, parroco dedito per anni alla catechesi degli adulti, pubblica una esegesi catechetica sulla risurrezione dei morti prendendo a riferimento il Santo Vangelo di quella domenica dell’anno liturgico, a distanza di un mese dalla sua pubblicazione ha registrato 223 visualizzazioni. Ma ecco presto servito l’ennesimo anonimo con lacune abnormi sui fondamenti della fede cattolica che su YouTube pubblica un video che preannuncia sin dal titolo lo svelamento del vero Terzo Segreto di Fatima tenuto nascosto dalla Chiesa, a distanza di un mese dalla sua pubblicazione ha registrato 361.222 visualizzazioni. Lo stesso giorno, un dotto teologo domenicano specialista in mariologia, pubblica una catechesi di 30 minuti per spiegare il significato e il senso profondo delle apparizioni mariane di Lourdes e di Fatima, a distanza di un mese dalla sua pubblicazione ha registrato 644 visualizzazioni.

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La Chiesa ha compreso sin dall’avvento dell’era digitale l’importanza dei social media e dei mezzi di comunicazione offerti da internet, ne ha colta l’opportunità e si è premurata di mettere a disposizione tutti quei materiali che una volta i fedeli cattolici avrebbero potuto reperire nelle librerie o nelle biblioteche, mentre coloro che avessero voluto sentire le esegesi di un bravo specialista si sarebbero dovuti recare chissà dove per ascoltare una sua conferenza. Oggi possono andare in rete e trovare tutti questi materiali. Ma i numeri, come ho appena spiegato, parlano chiaro, soprattutto parlano di altro.

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Se a parlare in internet sono i numeri, la domanda è di rigore: tutto questo, a che cosa è servito? Forse a creare sui social media una piazza dove si solleva il perenne lamento verso la Chiesa e i preti, per opera di coloro che si mettono al seguito del novello Frate Cipolla di boccaccesca memoria che esibisce ai gonzi le sue improbabili e assurde reliquie, mentre le catechesi organizzate nelle parrocchie sono disertate, i nostri libri rimangono invenduti e le nostre catechesi e conferenze inascoltate? Questo disinteresse verso la dottrina della fede, è forse tutta colpa dei preti?

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Internet è servito a dare voce a un esercito di pseudo cattolici sempre pronti al pubblico e severo lamento verso la Chiesa che «non evangelizza più» e verso «i preti che non fanno più i preti, che non fanno catechesi e che non istruiscono i fedeli». Chiariamo: pur conoscendo a fondo i gravi difetti della Chiesa visibile e le manchevolezze dei miei confratelli, i numeri raccontano però il contrario. Se i fedeli vogliono approfondire i temi legati ai fondamenti della fede, o sapere qualche cosa sul mistero della vita, della morte, della vita eterna, della risurrezione dei morti … non vanno affatto ad aprire le numerose pagine in cui la difettosa Chiesa visibile ha messo a disposizione il Catechismo e la guida commentata alla sua lettura, vanno ad abbeverarsi a blog e video dove dei perfetti incompetenti parlano delle esperienze pre-morte stuzzicando la curiosità morbosa della gente. Non si mettono a studiare i Novissimi, vanno ad attingere ai video pruriginosi sulle profezie di Nostradamus. Non approfondiscono la mariologia né la cattolica e sana devozione alla Vergine Maria, si tuffano come delfini nell’oceano delle sciocchezze di soggetti che ignorano i fondamenti della fede e che li stuzzicano con fandonie da perfetti ciarlatani sui veri Segreti di Fatima non rivelati. D’altronde si sa, per certa gente la Santa Chiesa non è madre è maestra ma mentitrice, una via di mezzo tra una setta segreta di potenti e una associazione a delinquere che la verità non la annuncia né la custodisce, tutt’altro: la nasconde e la deturpa (!?).

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Sorvolo su un altro virulento morbo che si è andato sviluppando dopo che l’11 febbraio 2013 il Sommo Pontefice Benedetto XVI fece libero e legittimo atto di rinuncia al sacro soglio. Oltre agli immancabili complottisti si sono scatenati oscuri personaggi, mossi da rara violenza e aggressività verbale, che hanno dichiarata invalida la rinuncia perché a loro dire avvenuta sotto costrizione, rendendo così invalida l’elezione del Successore, definito da diversi capi cordata di certe teorie demenziali come «antipapa usurpatore, eretico ed apostata» nonché «emissario dell’anticristo». Queste persone supportano le proprie teorie strampalate su una mancanza di conoscenza della storia della Chiesa che ha in sé dell’inquietante, citano la Costituzione apostolica Universi Dominici Gregis che regola l’elezione del Romano Pontefice, ma che purtroppo non hanno mai letta, n’è prova che citano a sproposito un articolo dopo averlo frainteso e ignorando del tutto che nei tre successivi articoli le loro affermazioni sono totalmente smentite. Fanno richiami assurdi al Codice di Diritto Canonico, ma ignorano come il diritto della Chiesa nasce, si sviluppa, si interpreta e si applica. Un vero e proprio soffritto di verdure affogato infine con la salsa di profezie e apparizioni mariane, a loro volta stravolte e manipolate. Cos’altro dire e aggiungere, se non … che pena! Però è la Chiesa visibile a non essere all’altezza di fedeli così assetati di verità, a essere popolata di preti non all’altezza delle necessità di cattolici così esigenti e bramosi di esercitare le più alte e sante virtù della vita cristiana.

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La triste realtà ― volendo ridicola, se il tutto non costituisse il disastro della fede e soprattutto delle anime ―, è che se un cattolico o sedicente tale ha dubbi, si guarda bene dal consultare tutti i materiali e le fonti messe a disposizione della Chiesa Cattolica sui social media, ma si fionda su Facebook, su Twitter o su Instagram, che come risaputo sono notori centri di catechesi e di dottrina. Purtroppo c’è poco da stupirsi: se tramite i social media molti sono giunti alla medicina fai-da-te o alle scienze esatte fai-da-te, poteva forse mancare la fede fai-da-te?

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Il diffuso lamento sulla Chiesa che non evangelizza più o dei preti pigri che non ascoltano e che non fanno catechesi, senza nulla togliere alle manchevolezze della Chiesa visibile e a quelle dei preti, è solo una falsa giustificazione. Molti sono i parroci, anche di grandi parrocchie, che dopo la Santa Messa domenicale rimangono per i restanti sei giorni senza vedere più un parrocchiano, con la loro anziana madre vedova e il sacrestano che partecipano alle liturgie feriali costituendo l’unica assemblea dei fedeli. Pur avendo provato a organizzare incontri di catechesi per adulti e varie attività per i giovani. Ovviamente, se il tutto si è risolto con un insuccesso, ciò non è dovuto all’indifferenza dei fedeli, la colpa è tutta del prete, semmai anche del vescovo che lo ha messo in quella parrocchia. Poi, quando alcuni di questi fedeli o pseudo tali si presentano perché hanno bisogno del prete, vuoi per un nulla osta, vuoi per un certificato, alla minima obiezione che viene loro sollevata la risposta sarà: «… ma su internet ho letto che …».

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Siamo proprio sicuri che siano i preti a essere divenuti latitanti che omettono di insegnare i fondamenti della fede e della dottrina cattolica? Perché i numeri dicono altro, soprattutto lo dicono le conseguenze prodotte dai numeri stessi.

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Animato da questa consapevolezza ho deciso di dare alle stampe dopo l’estate una nuova opera dove spiegherò il nostro Credo o Professione di Fede, il cui vero nome è Simbolo di Fede Niceno-Costantinopolitano, perché frutto di due grandi concili dogmatici della Chiesa e di una storia antica, complessa e anche affascinante, quantunque consapevole che non potrò mai suscitare il fascino di quella o quell’altra madonna farlocca che deposita segreti tremebondi a un gruppo di ciarlatani che da quarant’anni stuzzicano il prurito dei beoti annunciando «ormai siamo vicini … siamo vicini …». Il tutto anche per bocca ― ahimè! ― del direttore di Radio Maria, lasciato libero di parlare dai nostri omissivi vescovi che hanno dolosamente tollerato certe forme di mariolatria che a volte sono peggiori di una bestemmia contro la Beata Vergine proferita da un ubriaco dentro una taverna …

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Se volete, questa mia, potete chiamarla “santa frustrazione sacerdotale”. Amministrando le confessioni a numerosi confratelli sacerdoti di cui da anni sono confessore, spesso mi sono ritrovato a dover rispondere a questo drammatico quesito: «A chi ho donato la mia vita, se giorno dietro giorno sono costretto a prendere atto che tutte le iniziative mirate alla evangelizzazione dei fedeli finiscono in clamorosi fallimenti?». Quesito davvero drammatico al quale ho risposto: «La tua vita l’hai donata a Cristo Dio che nell’Orto degli Ulivi sudò sangue (cfr. Lc 22,39-44), a Cristo Dio dinanzi al quale la folla scelse Barabba (cfr. Mt 27, 15-26), a Cristo Dio abbandonato dai discepoli che si dettero alla fuga (cfr. Mc 14, 50-52), a Cristo Dio rinnegato per tre volte da Pietro (cfr. Lc 22, 54-62). Ma soprattutto a Cristo Dio morto in croce, dinanzi al quale il vescovo che ci consacrò presbiteri ci rivolse il solenne monito: “Renditi conto di ciò che farai, imita ciò che celebrerai, conforma la tua vita al mistero della croce di Cristo Signore”[4]».

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Sono pienamente consapevole che perderò un’estate intera a scrivere un nuovo libro che venderà poche copie e che sarà letto da poche persone, le stesse che poi ritroveremo a sbraitare sui social media contro la Chiesa che non evangelizza e i preti che non fanno il loro dovere di maestri e pastori in cura d’anime, oppure a rivolgere domande sulle pagine Facebook nelle quali senza pena di ridicolo ti chiedono di spiegare con una battuta di tre righe il mistero dell’incarnazione del Verbo di Dio, per poi replicare dopo pochi secondi: «… ma io non sono d’accordo, perché secondo me … perché ho letto che …». Un libro che forse servirà principalmente a me, per poter dire a Dio, il giorno che mi troverò a faccia a faccia con Lui, che ho cercato di adempiere in tutti i modi la missione che Cristo mi ha affidato chiamandomi a essere suo sacerdote, anche se, come ben si sa «… ma su internet ho letto che …».

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Cos’altro aggiungere in conclusione, casomai potremmo modificare e scrivere di nuovo la parte finale della nostra professione di fede: “Credo nei social media e nella vita del mondo che verrà”. E semmai, anziché Simbolo di Fede Niceno-Costantinopolitano, potremmo ribattezzarlo Simbolo di fede del cattolico analfabeta, che irride il sapere e che ha dato vita alla fede del «… secondo me, io penso che …». E tutto questo, che sia molto chiaro: non è affatto colpa dei preti.  

dall’Isola di Patmos, 6 giugno 2022

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Note

[1] Cfr. Refutation des prophéties faussement attribuées a St. Malachie sur les elections des Papes, edita da Cristiano Wagnero, Lipsia nel 1691.

[2] Cardinale Jose Saraiva Martins, Prefetto della Congregazione delle cause dei Santi: «[…] le opere in discussione non possono considerarsi né scritte né dettate dalla Emmerick e neppure autentiche trascrizioni delle sue affermazioni e delle sue narrazioni, ma un’opera letteraria di Clemens Brentano e con tali ampliamenti e manipolazioni che è impossibile stabilire quale sia il nucleo vero e proprio da potersi attribuire alla beata. Ne consegue che gli scritti in questione non sono lo specchio verace del pensiero e delle esperienze mistiche della monaca agostiniana. Le singole affermazioni, sia quelle che esprimono una sana religiosità, sia quelle che presentano stranezze e sentimenti antisemiti, sono scaturite dalla creatività e dalla fantasia artistica del Brentano». L’Osservatore Romano, edizione del 7 ottobre 2004.

[3] Nel nuovo lessico pastorale si è lasciato cadere in disuso questo termine, che ha invece un profondo significato sul piano sacramentale ed ecclesiale, posto che “suddito” significa “sottomesso all’autorità apostolica del vescovo”, tali sono i presbiteri suoi collaboratori e tali sono i fedeli della Chiesa particolare a lui affidata e nella quale svolge funzione di pontefice in sua veste di membro del Collegio degli Apostoli.

[4 Dal sacro rito di ordinazione presbiterale.

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La questione della «Una cum». In comunione con chi celebra la Santa Messa Benedetto XVI? Ce lo testimoniano tra i tanti un cardinale e un presbitero: «Una cum famulo tuo Papa nostro Francisco»

LA QUESTIONE DELLA «UNA CUM». IN COMUNIONE CON CHI CELEBRA LA SANTA MESSA BENEDETTO XVI? CE LO TESTIMONIANO TRA I TANTI UN CARDINALE E UN PRESBITERO: «UNA CUM FAMULO TUO PAPA NOSTRO FRANCISCO»

 

Simone Pifizzi presbitero della Arcidiocesi di Firenze, ci ha informati di avere concelebrato con Benedetto XVI e il Cardinale Ernst Simoni l’11 febbraio 2017. Durante la sacra celebrazione, fatta con la editio typica missale romanum Sacti Pauli VI, giunto al punto del canone in cui si menziona il Sommo Pontefice, Benedetto XVI ha pronunciato queste chiare e precise parole: una cum fámulo tuo Papa nostro Francisco …».

— Attualità —

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Città del Vaticano 11 febbraio 2017, Monastero Mater Ecclesiae: il Santo Padre Benedetto XVI con il Cardinale Ernst Simoni e il Presbitero fiorentino Simone Pifizzi in sacrestia prima della Santa Messa. 

L’11 febbraio 2013 il Sommo Pontefice Benedetto XVI, 265° Successore del Beato Apostolo Pietro, con un atto formale ufficializza la propria declaratio di rinuncia al governo della Chiesa. Il canone 331 §2 del Codice di Diritto Canonico recita:

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«Nel caso che il Romano Pontefice rinunci al suo ufficio, si richiede per la validità che la rinuncia sia fatta liberamente e che venga debitamente manifestata, non si richiede invece che qualcuno la accetti» [cfr. QUI].

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Nel corso della storia della Chiesa la rinuncia del Romano Pontefice è avvenuta molto raramente, per l’esattezza solo 9 volte in due millenni di storia. Si tratta di un atto personalissimo che riguarda la più intima e insindacabile coscienza del rinunciatario. Anche per questo il canone precisa: «Non si ritiene che qualcuno la accetti».

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Sarebbe una alterazione del dato reale omettere di dire che Benedetto XVI ha scelto di fare la propria libera, insindacabile e valida rinuncia adottando modalità che hanno lasciato sconcertati i più insigni canonisti ― S.E. Mons. Giuseppe Sciacca, il gesuita Gianfranco Ghirlanda, il domenicano Bruno Esposito ―, noi presbiteri e teologi, per seguire con i fedeli cattolici. Rinunciando sarebbe dovuto tornare al suo status precedente l’elezione al sacro soglio, vale a dire il Vescovo Joseph Aloisius Ratzinger. Neppure cardinale, essendo il cardinalato un puro titolo onorifico che il Romano Pontefice perde quando è eletto, mentre l’episcopato, che è un Sacramento col quale è trasmessa al consacrato la pienezza del sacerdozio apostolico, rimane indelebile per l’eternità.

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Benedetto XVI, o chi per lui, ha ingenerata confusione adottando una modalità che tecnicamente potremmo definire “stravagante”, come in modo garbato l’hanno definita i più esperti canonisti, ma anche uno studioso della caratura del Cardinale Walter Brandmüller, considerato il più grande ecclesiologo e storico della Chiesa al momento vivente. Quando infatti uscì fuori la denominazione “papa emerito”, siamo rimasti tutti sbalorditi. Poi, che questa trovata di cui al momento non è dato sapere chi è stato il vero artefice, sia stata ritenuta infelice, n’è prova che a nove anni di distanza non è mai passato per la mente a nessuno di istituire nel corpo delle leggi ecclesiastiche l’istituto del “papa emerito” e di inserirlo con un apposito canone nel Codice di Diritto canonico. Il tutto a riprova che questo monstrum è destinato a morire con Benedetto XVI e a non essere più riesumato, specie considerando ciò che ha generato in confusione in molti fedeli fragili, per non parlare dei soggetti fuori equilibrio sprofondati nel più becero complottismo.

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il Santo Padre Benedetto XVI con il Presbitero fiorentino Simone Pifizzi che gli esibisce un volume d’arte

Per meglio intendersi porteremo come esempio due casi limite che rientrano in quelle che alcuni amici psichiatri del Campus Biomedico di Roma ci hanno indicato e classificato come gravi psicosi dovute alla totale alterazione delle capacità cognitive di personaggi non aderenti al reale, afflitti da schizofrenia grave e da narcisismo ipertrofico di tipo violento e distruttivo.

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Il primo di questi due soggetti è un presbitero siciliano che sostiene da alcuni anni delle ridicole e assurde tesi fanta-teologiche e che per questo è doveroso non prendere sul serio: «Benedetto XVI è stato costretto con la violenza a fare atto di rinuncia e il suo successore è un antipapa eretico e apostata». Le “prove inconfutabili” portate da questo soggetto evidentemente affetto dalla sindrome da disconnessione cerebrale sono le seguenti: «Il pontefice rinunciatario ha seguitato a vestire di bianco», «a firmarsi con la sigla pontificale», ma soprattutto perché «nel testo latino della sua declaratio ci sono diversi errori di sintassi latina che renderebbe del tutto invalida la rinuncia». Quando ho deciso di smentirlo pubblicamente, oppure di irriderlo, com’è giusto fare con coloro che affermano assurdità alle quali non è possibile conferire serietà alcuna, ho usato la mia pagina Facebook, evitando di fargli pubblicità sulle colonne de L’Isola di Patmos, rivista visitata da milioni di Lettori, considerando che la nostra media è pari a circa 1.800.000 / 2.000.000 di visite al mese per un totale di oltre venti milioni di visite all’anno.

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Non potendo ribattere nel merito delle questioni sollevate con scientifico rigore teologico e giuridico a solenne smentita delle sue stoltezze, questo Signore ha reagito come una papera starnazzante, accusandomi di essere geloso del suo straordinario carisma, di cui a suo dire sarei privo, tanto da essere candidato — aggiungo io — a un cancro al fegato a causa dell’invidia che mi rode. E così, convinto come tutti i narcisisti compulsivi che gli altri rimangano feriti a morte se le loro qualità sono poste in dubbio da coloro che di qualità intellettive, logiche e speculative sono privi, mi ha additato come un soggetto ignorante nelle scienze teologiche che abusa del titolo di teologo senza esserlo. Appresso mi ha indicato come un tizio raccattato per strada da un vescovo, fatto prete per sbaglio e oggi chierico vagante … e altre amenità che hanno fatto ridere me, il mio Vescovo ― senza il cui benestare non ho mai mosso un passo ― e tutti coloro che mi conoscono in ambito sia ecclesiastico che civile.

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Domanda puramente retorica: uno che spara menzogne a raffica, può pensare di distruggere l’interlocutore o ferire il suo “orgoglio intellettuale”, dopo che questo soggetto è stato giudicato dalla Santa Chiesa a tal punto privo di equilibrio e credibilità da finire prima scomunicato poi dimesso dallo stato clericale? Ammettiamo pure che io sia il peggior presbitero d’Italia e che oltre a non essere un teologo sia un mezzo analfabeta nell’ambito della dottrina cattolica. Diamo il tutto per vero. Poi però è d’obbligo chiedersi: la Chiesa, chi ha sospeso a divinis? Chi ha dichiarato scomunicato per scisma ed eresia? Infine, con un provvedimento tanto raro quanto grave, chi è che ha dimesso dallo stato clericale? Me, o questo sublime dottore che mi accusa di essere un chierico vagante che abusa del titolo di teologo? Perché io sono in comunione col Vescovo che mi ha conferito e mai revocato il mandato a celebrare il Sacrificio Eucaristico della Santa Messa, a predicare e amministrare confessioni, ossia a esercitare i tria munera sacerdotali: munus sanctificandi (la potestà di santificare), munus docendi (la potestà di insegnare), munus regendi o gubernardi (la potestà di reggere / governare il Popolo di Dio). Infatti, le potestatis sacerdotalis, non si acquisiscono con le inutili carte accademiche conseguite e oggi tirate dietro a chiunque nelle decadenti e scadute università ecclesiastiche, ma con la consacrazione sacerdotale. E nella Chiesa Cattolica non esiste titolo superiore a quello derivante dalla consacrazione sacerdotale, meno che mai il titolo di dottore in sacra teologia, attraverso il quale non sono mai stati conferiti i doni di grazia dello Spirito Santo e i tria munera.

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Chiariti questi fondamenti della dogmatica sacramentaria, i fanatici al seguito di questo disconnesso cerebrale dovrebbero chiedersi: ma a questo Signore, chi ha conferito analogo mandato a esercitare i tria munera sacerdotali, riconoscendolo al tempo stesso eminente teologo per alti meriti di eresia e scisma? Costui, con chi è in comunione, chi gli ha dato il mandato all’esercizio del sacro ministero? Perché io ― additato come chierico vagante ―, sono in comunione e in obbedienza al mio Vescovo. Lui, con chi è in comunione d’obbedienza? Una cosa è fuori dubbio: a questo Signore, la Chiesa, il mandato lo ha totalmente revocato dopo averlo sospeso a divinis nel 2017, avergli notificato la scomunica latae sententiae per eresia e scisma nel 2018, sino a colpirlo nel 2022 col provvedimento più estremo: la dimissione dallo stato clericale. E con ciò è presto detto: uno scomunicato per eresia e scisma al quale la Chiesa ha revocato la facoltà di esercitare il sacro ministero sacerdotale e che infine ha dimesso ed espulso dal Clero Cattolico, il quale pur malgrado, dall’alto della propria dimissione dallo stato clericale, dispensa ai preti in comunione e in obbedienza alla Chiesa patenti di teologi o non teologi, equivale al più spassoso ed esilarante teatrino del burlesque. O per dirla con un esempio realistico: equivale alla tenutaria di un postribolo di Amsterdam che si mette a sindacare sulle caste virtù delle Monache clarisse della stretta osservanza del Monastero di Santa Chiara in Assisi.

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il Santo Padre Benedetto XVI durante la celebrazione della Santa Messa nella cappella del Monastero Mater Ecclesiae

Questo prete dimesso dallo stato clericale si rivolge da anni al Sommo Pontefice Francesco e a noi presbiteri, colpevoli a suo dire di essere «in comunione col falso papa usurpatore e apostata accolito dell’anticristo», con una violenza e un odio così feroce da far impallidire il Lutero più antipapista. La papera isterica è giunta a partorire delle tali assurdità dinanzi alle quali noi preti e noi teologi rideremmo per giorni, se costui non avesse radunato attorno a sé un piccolo seguito di disgraziati ― nel senso etimologico del termine: fuori dalla grazia di Dio ― che a loro volta sono divenuti odiatori seriali operosi nel diffondere odio verso il Sommo Pontefice e «la falsa chiesa antricristica», impazzando sui social media dove ripetono come pappagalli ammaestrati le identiche scempiaggini del loro povero squinternato disconnesso.

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A supporto della «invalida rinuncia di Benedetto XVI» la papera isterica porta ragioni degne di un film comico delle varie serie grottesche degli anni Settanta. Posto quindi che la rinuncia di Benedetto XVI sarebbe a suo dire invalida, di conseguenza il Successore sarebbe un antipapa, con l’aggravante di essere un «eretico apostata» che «da perfetto accolito della eresia ariana non crede nella divinità di Cristo», nonché reo di avere «demolito i dogmi mariani» e «sostituito al culto della Vergine Maria quello della Pachamama», che peraltro non è né un idolo né una divinità pagana, tanto per chiarire. Da ciò ne conseguirebbe che tutti noi presbiteri che «celebriamo Messe in comunione col falso papa eretico e apostata», a dire di questo teologo eccelso celebriamo «Messe invalide» e amministriamo ai fedeli «Sacramenti invalidi». Se aprite questo video potete udire con le vostre orecchie i deliri di odio di questo soggetto, valutando di che cosa, ma soprattutto di chi stiamo parlando.

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A suo tempo sono intervenuti diversi teologi che hanno prodotto e diffuso dei video di smentita per il bene della salute delle anime. Lo ha fatto con un suo video l’ottimo teologo domenicano Francesco Maria Marino, l’ho fatto io con un mio video e lo hanno fatto con scritti e articoli vari altri teologi. Lo ha fatto con un suo video divulgativo Dorotea Lancellotti, donna di profonda fede cattolica e valente catechista da quattro decenni. Come di prassi, lungi dall’entrare nel merito delle questioni teologiche e giuridiche con le quali lo abbiamo clamorosamente sbugiardato, la papera isterica ha sempre reagito con attacchi diretti alle persone, proferendo colossali menzogne, dando notizie false sulle loro vite, sul loro sacerdozio e irridendo la loro formazione teologica. Se quindi ha tacciato il sottoscritto di essere un «chierico vagante» che «abusa del titolo di teologo», al domenicano Francesco Maria Marino, che da colto teologo tomista lo smentì spiegando in che modo grave abusasse ad absurdum della teologia dell’Aquinate, mostrando di non comprenderla e di manipolarne i testi, anziché replicare nel merito ribatté in modo sfottente che quando parlava «apriva e roteava troppo gli occhi».

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Al seguito della papera isterica si è messo poi un giornalista al quale abbiamo già dedicato una solenne smentita, che per cercare di “passare alla storia” è giunto a dar vita alla saga pontifex-fantasy. Ecco allora che Benedetto XVI, oltre ad avere «rinunciato invalidamente dietro costrizione dei poteri forti e della massoneria internazionale», si sarebbe messo persino a parlare in codice. Ovviamente, lo scopritore e traduttore del cosiddetto “Codice Benedetto”, è lo scienziato in questione.

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Questi sono i livelli ai quali giungono senza pena di umano ridicolo siffatti personaggi: se l’anziano Benedetto XVI sbatte tre volte le palpebre, non si tratta di un movimento naturale del volto come molti potrebbero credere, ma di un codice morse col quale sta parlando mentre si trova prigioniero di coloro che oggi governano «la falsa chiesa dell’antipapa eretico e apostata». In sodalizio con la papera isterica, anche questo giornalista scopritore e interprete del criptico «Codice Benedetto» sostiene la «invalidità delle Sante Messe e dei Sacramenti da noi celebrati in comunione col falso papa». Insomma: una coppia di scienziati tali da richiamare alla memoria George & Mildred, celebre serie televisiva degli anni Ottanta.

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i concelebranti la Santa Messa con il Santo Padre Benedetto XVI, a destra il Cardinale Ernst Simone, a sinistra il Presbitero fiorentino Simone Pifizzi

Per ragioni di ministero e attività editoriale, i confratelli redattori e io siamo in contatto con molti presbiteri, vescovi, membri della Curia Romana. Il nostro confratello Simone Pifizzi presbitero della Arcidiocesi di Firenze, che conobbe il Cardinale Joseph Ratzinger da seminarista ed ebbe modo di intrattenersi diversi giorni con lui quando da Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede fu ospite presso il loro seminario, ci ha informati di avere concelebrato con Benedetto XVI e il Cardinale Ernest Simoni l’11 febbraio 2017. Durante la sacra celebrazione, fatta con la editio typica missale romanum Sacti Pauli VI, giunto al punto del canone in cui si menziona il Sommo Pontefice, Benedetto XVI ha pronunciato queste chiare e precise parole: 

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«[…] in primis, quæ tibi offérimus pro Ecclésia tua sancta cathólica: quam pacificáre, custodíre, adunáre et régere dignéris toto orbe terrárum: una cum fámulo tuo Papa nostro Francisco …»

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Con tutta l’ironia più sagace tipica dei fiorentini, il confratello ci ha assicurato che in quel punto della Santa Messa non c’erano due sgherri posti di lato alla destra e alla sinistra con le rispettive rivoltelle puntate sulle tempie di Benedetto XVI, né un drone stava volando nella cappella sopra l’altare, pronto a innescare il comando mortale per opera dei poteri forti che dopo l’atto di rinuncia hanno inserito un microchip sottocutaneo al Venerabile Pontefice per causargli un arresto cardiaco a comando appena fosse divenuto eccessivamente scomodo. Durante la Santa Messa Benedetto XVI era tranquillo, libero, sereno e preso dalla sacralità della celebrazione eucaristica.

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il Santo Padre Benedetto XVI al termine della Santa Messa, alla sua sinistra il Cardinale Ernst Simoni, a destra il Presbitero fiorentino Simone Pifizzi che si congeda con il bacio alla mano

Forse il tutto poteva essere evitato indossando una talare nera, mantenendo l’indelebile carattere episcopale e tornando a essere il Vescovo Joseph Aloisius Ratzinger. Perché per la nascita di certi mostri, dal prete eretico e scismatico dimesso dallo stato clericale al giornalista che da due anni produce racconti pontifex-fantasy, bisogna anche ringraziare Benedetto XVI, senza nulla togliere alla sua teologia, al suo magistero e alla sua santità di vita. D’altronde è lui stesso a chiarire:

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«[…] i dodici Apostoli non erano uomini perfetti, scelti per la loro irreprensibilità morale e religiosa. Erano credenti, sì, pieni di entusiasmo e di zelo, ma segnati nello stesso tempo dai loro limiti umani, talora anche gravi. Dunque, Gesù non li chiamò perché erano già santi, completi, perfetti, ma affinché lo diventassero, affinché fossero trasformati per trasformare così anche la storia. Tutto come per noi» [Brindisi, 15 giugno 2008, testo integrale].

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E se ci pensiamo bene, gli Apostoli di errori ne fecero molti e anche di più gravi, a partire da Pietro che ne combinò a sufficienza e dal quale prende vita la successione dei Romani Pontefici, l’ultimo dei quali, per legittima linea di successione, è il Pontefice regnante Francesco.

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Dall’Isola di Patmos, 24 maggio 2022

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I Padri redattori de L’Isola di Patmos ringraziano il Signor Cardinale Ernst Simoni e il caro e stimato confratello Simone Pifizzi presbitero dell’Arcidiocesi di Firenze per questa loro testimonianza, consapevoli che dal 2013 a seguire sono numerosi i cardinali, vescovi e presbiteri che possono attestare altrettanto dopo avere partecipato o concelebrato con il Santo Padre Benedetto XVI nella cappella della sua residenza privata in Vaticano. Tra le numerose di queste testimonianze, ci siamo limitati a prenderne una come esempio tra le tante simili.

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I Padri dell’Isola di Patmos

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E adesso vi spiego perché il narcisismo onanista dei giornalisti fa più vittime della guerra in Ucraina sino a generare maggiori distruzioni

E ADESSO VI SPIEGO PERCHÈ IL NARCISISMO ONANISTA DEI GIORNALISTI FA PIÙ VITTIME DELLA GUERRA IN UCRAINA SINO A GENERARE MAGGIORI DISTRUZIONI

L’Italia è un paese di patogeni narcisisti con il complesso dei furbi in cerca di facile fortuna, allergici al duro lavoro e al sacrificio, che seguitano a credere che quel che conta è trovare l’amico dell’amico giusto per avere la strada spianata. Un Paese, il nostro, dove il numero di quelli che scrivono è maggiore a quelli che comprano libri e leggono. E non parliamo di quelli che non hanno tempo di leggere perché impegnati in alte attività “culturali” e che cercano di capire qualche cosa con domande che rivelano tutta la demenza che li avvelena.

— Attualità —

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Da pochi giorni le Edizioni L’Isola di Patmos hanno pubblicato un mio nuovo libro, ovviamente è scritto molto bene. Il testo è una analisi precisa e lucida sul conflitto russo-ucraino, con punte critiche e ironiche all’informazione mainstream che annebbia l’opinione pubblica, fatte salve rare eccezioni. Inutile indugiare nel dipingere quanto io sia bravo, perché nel mio mestiere sono un fuoriclasse. E, detto ciò, non vado oltre, parlare di cose scontate mi annoia.

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Per dover di cronaca aggiungo che sono anche umile, perché come riconosco le mie virtù e capacità ― che non potrei mettere a frutto se le ignorassi, come insegna nel Santo Vangelo la Parabola dei Talenti [cfr. Mt 25, 14-30] ―, allo stesso modo riconosco anche i miei limiti e difetti, che sono il primo a porre in risalto, prendendomi poi in giro pubblicamente da me stesso. Questa è la differenza che corre tra una Ferrari e un carrettino, tra un prete veramente umile e un clericale che piagnucola a collo torto «no, io non sono degno … non sono all’altezza!». Divenendo però una iena quando ribatti: «È vero! E oltre a non essere degno né all’altezza, con l’occasione ti ricordo che non hai indicato quelle che sono le tue indegnità e le tue limitatezze peggiori che recano molti danni anche agli altri, visto il ruolo delicato in cui gli scellerati che dirigono il teatrino dei pupi ti hanno fatto assurgere. Aspetta, adesso ti elenco tutti i motivi del tuo non essere degno, del tuo non essere all’altezza …». E così ti sarai fabbricato un nuovo nemico di quelli implacabili grazie ai quali mi mantengo arguto nella mente, brillante nella dialettica, giovanile e sportivo nel corpo, perché più mi rivolgono attacchi più mi rivitalizzano e rendono riflessivo, acuto e battagliero. D’altronde, noi aquile reali siamo così, anche se i polli che ruspano nel pollaio non se ne danno pace, senza mai perdonarti di essere ciò che loro non sono e che mai potranno essere.

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Vendere libri in Italia è difficile, il nostro è un popolo in cui pullulano finti esperti e intellettuali che di rigore presumono anzitutto di sapere, poi di scrivere. In pieno lockdown per Covid-19 anche i soggetti capaci a malapena a scrivere la lista della spesa erano divenuti saggisti, ma soprattutto romanzieri. Se però prendiamo queste persone – come più volte ho fatto – e li facciamo parlare attraverso la tecnica con cui si incalzano gli imbecilli che non si rendono neppure conto di essere sottoposti a un interrogatorio mascherato da dialogo, alla domanda su quanto studiano e quali sono state le ultime opere letterarie che hanno letto, all’incirca la risposta sarà questa: «Studiare … leggere? Ma io non ho tempo, sono troppo impegnato a scrivere!». Se poi andiamo a leggere i loro ammassi di paccottiglie, oltre alla mancanza di capacità di scrittura emergerà all’istante una totale assenza di conoscenza delle più grandi opere e dei principali stili letterari. Le fonti dalle quali attingono sono siti e blog trovati sulla rete telematica, dove abbondano altrettanti “scienziati” che pensano di potersi occupare di storia, filosofia, teologia, geopolitica, scienze esatte e via a seguire, usando come fonte tutte le stronzate pubblicate su Wikipedia da un esercito di anonimi ricercatori falliti e di vecchi professori in pensione incattiviti con l’intero universo cosmico.

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L’Italia è un paese di patogeni narcisisti con il complesso dei furbi in cerca di facile fortuna, allergici al duro lavoro e al sacrificio, che seguitano a credere che quel che conta è trovare l’amico dell’amico giusto per avere la strada spianata. Un Paese, il nostro, dove il numero di quelli che scrivono è maggiore a quelli che comprano libri e leggono. E non parliamo di quelli che non hanno tempo di leggere perché impegnati in alte attività “culturali”, o che cercano di capire qualche cosa con domande che rivelano tutta la demenza che li avvelena. A un tale, che su un social mi chiese informazioni sul sionismo politico, risposi: «Su questo tema ho scritto un libro nel 2006, spiegandone il complesso fenomeno storico». Ribadisce il demente, risultato poi un insegnante di ruolo in un liceo: «Sì, ma non potrebbe rispondermi in poche parole, perché io non ho tempo di leggere». La cosa che trovo veramente singolare è che una tantum questi soggetti mandano qualche email di protesta all’Autorità Ecclesiastica per accusarmi di essere un volgare aggressivo, una vergogna del sacerdozio cattolico colpevole di averli mandati affanculo. Francamente, se un autore che ha dedicato cinque anni di intenso lavoro e ricerca alla trattazione di un tema molto delicato e complesso, manda affanculo uno che pretende gli sia spiegato il tutto in poche parole dopo averti candidamente dichiarato che non ha tempo di leggere, la sfanculata andrebbe giudicata come il minimo sindacale, non un attentato di lesa maestà tale da reclamare la mia testa all’Autorità Ecclesiastica, non vi pare?  

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Forse i miei erano altri tempi, ma di sicuro non mi sarei mai presentato a ricevimento da un accademico per chiedergli di riassumermi in due parole il suo libro e presentarmi così all’esame senza doverlo leggere, essendo affaccendato in altre faccende. I vecchi professori coi quali ebbi a che fare non mi avrebbero mai fatto passare l’esame, se non dopo avere imparato il loro libro di mille pagine a memoria, incluse note a piè di pagina.

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Un libro da vendere e diffondere, come si pubblicizza? I romantici pensano: le recensioni giornalistiche, semmai previo ricorso, di prassi e rigore, all’amico dell’amico. Sarò franco: per quanto mi riguarda ai giornalisti posso inviare in omaggio una confezione di carta igienica formato famiglia per aiutarli ad abbattere i gravosi costi di consumo dovuti ai loro problemi di diarrea, ma un mio libro in omaggio neppure a morire, perché le mie sono opere di alta qualità. In tutta Italia i giornalisti a cui dono i miei libri in omaggio sono solo cinque amici ai quali ogni volta ripeto: «Non sentirti tenuto a fare una recensione».

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Qualcuno potrebbe pensare che questa mia sia una stranezza, in fondo conosco molte celebrità del giornalismo italiano, compresi direttori di diverse testate nazionali. Ecco, partiamo da questi ultimi: per quale motivo il direttore di un giornale che scrive coi piedi, al punto da non necessitare del controllo del correttore di bozze ma di un accurato editing dei suoi scritti, dovrebbe favorire il lancio del libro di un autore ben più dotato e acculturato, che scrive molto bene e analizza i fatti con una imparzialità a lui sconosciuta, tenuto com’è a rendere conto a padroni, azionisti e padroncini vari, salvo dichiararsi veritiero e indipendente da un programma televisivo all’altro, con una faccia di culo più o meno equiparabile a quella di una puttana che si proclama vergine? Sarebbe come se alla figlia di Fantozzi afflitta da comprensibili complessi e divenuta poi madre di una creatura più simile a una scimmia che a una bambina, fosse chiesto di pubblicizzare la bellezza di Monica Bellucci e di scrivere che sua figlia Deva, per incanto della natura, è persino più bella della madre stessa.

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Voglio rivelare una cosa a molti sconosciuta: il giornalista è il primo a non leggere e a non documentarsi. Fatta eccezione per poche e rare penne d’oro italiane ormai ridotte a un felice mondo di nicchia, i nostri giornalisti versano in condizioni d’ignoranza imbarazzante, principalmente dovuta al fatto che la massa del pubblico vuole pane e circo, sangue e coriandoli. O non vi siete forse accorti che nelle edizioni on-line dei giornali evidenziano ormai alcune frasi in grassetto negli articoli, tanto sono consapevoli che il webete medio o l’analfabeta digitale, che costituiscono una percentuale di pubblico spaventosamente alta, non legge mai un articolo da cima a fondo? Per questo evidenziano tre o quattro frasi, affinché webeti e analfabeti digitali abbiano l’illusione di essersi fatta un’opinione, per poi impazzare da un social all’altro, tracotanti e aggressivi più che mai, per dare ampia riprova di quando non abbiano capito un emerito cazzo. Il giornalista che ha acquisito una certa notorietà è un narcisista-onanista che non legge neppure gli articoli degli altri suoi colleghi pubblicati nella stessa pagina in cui è pubblicato l’articolo suo. È troppo impegnato a piacersi per riuscire ad accettare l’esistenza di uomini molto migliori e soprattutto parecchio più capaci di lui.

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Certi direttori di giornale che ogni sera vedete vagare per i talk show, non hanno neppure idea di quello che pubblica la loro testata, altro che leggere con cura il bozzino da cima a fondo prima che il giornale finito e approvato vada in stampa, figurarsi! Eppure si chiamano non a caso “direttori responsabili”, proprio perché responsabili dinanzi alla Legge e al Consiglio dell’Ordine dei Giornalisti di quello che i vari autori pubblicano sul loro giornale. I bozzini li leggevano con estrema cura Indro Montanelli ed Enzo Biagi, chiamando spesso il giornalista autore del pezzo per chiedergli spiegazioni, oppure correzioni e modifiche, per dargli un suggerimento o per esortarlo a seguitare a lavorare bene a quel modo. E da diversi di questi vecchi direttori sono usciti fuori dei bravi giornalisti, alcuni sono rimasti tali migliorando nel tempo, altri si sono rovinati divenendo narcisisti vanesi appena saliti alle luci della ribalta. 

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A me non interessa vendere 100 o 10.000 copie ma fare bene il mio lavoro ed essere annoverato nella cerchia dei migliori, dei leali e dei coerenti, nella quale da anni ho il mio meritato spazio guadagnato a caro prezzo in 58 anni di vita. Il mio è un lavoro radicato nel presente ma proiettato in una prospettiva futura, ne sono prova diversi miei libri pubblicati dieci o vent’anni fa, dove con analisi precise, decise e spesso impietose anticipavo il futuro. E le cose sono poi andate come le avevo descritte in quelle mie opere con anni di anticipo. E mai mi sono gloriato esultando «l’avevo detto … l’avevo scritto …», semmai ho espresso il mio più sincero dolore e ho realmente sofferto per non essermi sbagliato, perché a distanza di anni mi sarebbe piaciuto poter smentire me stesso e spiegare che la mia analisi era del tutto errata. Questo è il punto dal quale si potrebbe dare avvio a un discorso molto serio sulla grande virtù cristiana dell’umiltà, che non ha niente da spartire col veleno dei collotorti clericali.

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Per questo non mando i miei libri in omaggio a nessuno, se non a pochi amici del cuore, lasciando le persone libere di attingere da una fonte sicura e onesta, oppure di seguitare a ravvoltolarsi tra pane e circo, sangue e coriandoli, pensando di avere capito tutto con la tipica arroganza incosciente di coloro che seguitando a leggere titolo e forse sottotitolo, assieme a due o tre frasi evidenziate per la massa dei webeti e degli analfabeti digitali, che grazie a Dio non potranno mai costituire il pubblico dei miei Lettori.  

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Purtroppo Giovanni Boccaccio e Pietro l’Aretino non hanno potuto conoscermi perché i secoli ci hanno separati. Di certo, dal loro meritato Paradiso mi apprezzano e tifano per me, non per certi coglioni sui quali ebbero a scrivere quasi otto secoli fa, racchiudendo le loro ridicole immagini nella straordinaria figura di Frate Cipolla che cercava di fottere i poveri beoti esibendo le sue reliquie tanto mirabolanti quanto improbabili. Oggi Frate Cipolla dirige una delle principali testate giornalistiche italiane, poi la sera partecipa ai talk show, dove con una serietà senza pari sostiene la indubbia autenticità della reliquia della penna caduta all’Arcangelo Gabriele durante l’annunciazione fatta alla Beata Vergine Maria, ed al quale prestano fede tutti coloro che leggono solo titolo e sottotitolo, i più attenti due frasi evidenziate in grassetto nell’articolo, affinché possano finire fottuti molto più di quanto non vi finissero i bifolchi che popolavano le campagne italiane del XIV secolo. Magari, l’uomo di oggi, avesse il senso dell’auto-ironia e soprattutto il senso critico e speculativo che aveva l’uomo del medioevo, magari! 

dall’Isola di Patmos, 7 maggio 2022

 

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I Padri dell’Isola di Patmos

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«Guerra e propaganda ideologica» è il nuovo libro esplosivo dedicato dal Padre Ariel S. Levi di Gualdo al conflitto russo-ucraino

— negozio librario delle Edizioni L’Isola di Patmos —

«GUERRA E PROPAGANDA IDEOLOGICA» È IL NUOVO LIBRO ESPLOSIVO DEDICATO DAL PADRE ARIEL S. LEVI di GUALDO AL CONFLITTO RUSSO-UCRAINO 

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È accettabile che sulle nostre reti televisive sia stato concesso di sera in sera, a esponenti del Popolo ucraino, di esortare gli italiani a compiere sacrifici per la loro improbabile vittoria contro il russo invasore? Ci rendiamo conto che ciò equivale a chiedere a un padre di famiglia, peraltro pure in modo imperioso e arrogante, di sacrificare i suoi figli per il bene dei figli degli altri? E Tutte queste persone hanno potuto esprimere simili assurdità con i conduttori televisivi che li lasciavano sproloquiare rimanendo in religioso silenzio e senza alcuna possibilità di un realistico e doveroso contraddittorio.

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Jorge Facio Lince
Presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos

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«GUERRA E PROPAGANDA IDEOLOGICA» Introduzione all’opera

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In questo nuovo libro il Padre Ariel S. Levi di Gualdo ha attinto alla sua passata formazione giuridica e geopolitica, unita alla sua successiva di teologo e di profondo conoscitore delle materie storiche. Un libro che potremmo definire “politicamente scorretto” in quanto vero. Perché oggi, parlare semplicemente di ciò che è vero e reale, non costituisce la norma ma rappresenta uno dei peggiori attentati alla correttezza politica della narrativa mainstream.

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Per accedere al negozio cliccare sopra l’immagine di copertina

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Durante il conflitto russo-ucraino i telegiornali hanno trasmesso notizie parziali e di parte al punto da richiamare alla memoria dei meno giovani l’informazione di regime della Bulgaria degli anni Cinquanta del Novecento. I più seguiti talk show delle reti televisive Rai, Mediaset, La7 e Sky sono giunti ad assumere toni propagandistici così univoci da suscitare invidia a quelli che furono i notiziari di TeleKabul. Il tutto sempre ribadendo: «Nel nostro Paese c’è totale libertà di opinione e di informazione». In verità questo conflitto è una guerra di civiltà tra un regime post-comunista molto identitario che si è messo sulle difensive e delle decadenti liberal-democrazie ormai collassate e fallite».

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Nelle sue pagine l’Autore lascia percepire da subito che l’importante non è essere a favore o contro qualcuno, specie in un ambito insolitamente delicato come può esserlo un conflitto bellico, ma di ragionare. Solamente attraverso un ragionamento lucido e un serio approfondimento, si può giungere a partorire un’opinione pro o contro, oppure astenersi dal giudizio, quando non si hanno ancora tutti i necessari elementi per formularne uno.

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Questo libro è una sfida alla ragione e al tempo stesso una solenne sbugiardata della nostra informazione sempre più drogata dall’ideologia, come l’Autore chiarisce sin dall’inizio nella presentazione all’opera che potete leggere QUI.  

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Le Edizioni L’Isola di Patmos ringraziano la Casa di Produzione Eriador Film per averci gentilmente concesso l’immagine di copertina tratta da Il segreto di Italia, un film di Antonello Belluco di cui vi raccomandiamo la visione.

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Dall’Isola di Patmos, 3 maggio 2022 

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NEGOZIO LIBRARIO, QUI

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Il conflitto russo-ucraino. Può un popolo essere illuso da un influencer e chiedere all’Europa di partecipare a un suicidio?

IL CONFLITTO RUSSO-UCRAINO. PUÒ UN POPOLO ESSERE ILLUSO DA UN INFLUENCER E CHIEDERE All’EUROPA DI PARTECIPARE A UN SUICIDIO?

Per noi cattolici il modello di eroismo non sono gli ucraini che chiedono armi convinti di poter sconfiggere la Russia e che vogliono coinvolgere anche l’Unione Europea nel loro suicidio di massa mentre gli Stati Uniti d’America soffiano sul fuoco. E, dico suicidio, se tutto andrà bene, perché se le cose dovessero finire con lo sfuggire di mano corriamo il serio rischio di una Terza Guerra Mondiale.

— Attualità —

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Articolo inserito nella raccolta di questo saggio che potete ordinare cliccando sopra la copertina

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I Padri dell’Isola di Patmos

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La guerra in corso e lo strazio del Calvario. Gesù crocifisso nel dramma contemporaneo con Maria e Giovanni Apostolo

LA GUERRA IN CORSO E LO STRAZIO DEL CALVARIO. GESÙ CROCIFISSO NEL DRAMMA CONTEMPORANEO CON MARIA E GIOVANNI APOSTOLO

Mentre sui social, in televisione, nei salotti e anche nei caffè si sono susseguiti dibattiti più o meno bislacchi e cervellotici fra persone che esprimevano la loro opinione su quanto accaduto, si formavano così due fazioni: i filo-russi e i filo-ucraini. Premesso che il diritto di esprimere la propria opinione rimane assolutamente libero e legittimo, ecco che le due diverse partigianerie continuano a contrastarsi a colpi di click, post, urla e soprattutto insulti di vario genere. Al contrario ho deciso di appellarmi al diritto al silenzio.

Attualità

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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PDF  articolo formato stampa

 

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La Pietà, opera di Van Gogh

Il 24 febbraio è iniziata l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Questo tutti lo sappiamo dai telegiornali che hanno iniziato a bombardarci di immagini, suoni, testimonianze del nuovo conflitto esploso mentre il Covid19 si stava indebolendo e quindi mutando da stato di emergenza pandemica in uno stato di vita quasi ordinaria.

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Tramite la casa generalizia dell’Ordine dei Frati Predicatori abbiamo contatti coi nostri confratelli domenicani residenti a Kiev, per degli aiuti umanitari e spirituali. Ogni tanto, se le circostanze lo permettono, ci scambiamo messaggi su WhatsApp e altri social media. Non troppo spesso, inoltre …

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… chi mi conosce, si sarà accorto che in questo periodo non ho mai parlato in pubblico, né su questa nostra rivista, né sui social, né sul mio blog. Ho parlato pochissimo anche in privato di quanto sta accadendo a livello internazionale. E ciò non solo per le belle e lunghe fatiche apostoliche che mi hanno impegnato a lungo nel periodo di fine febbraio – inizi di aprile; non soltanto perché ho finalmente concluso la difesa della tesi di dottorato in sacra teologia, che mi ha portato ad avere una grande pace e serenità interiore, come una conferma definitiva della missione di frate presbitero e teologo a cui credo il Signore mi indirizza. Tutti questi sono stati certamente motivi coessenziali a quanto adesso cercherò di spiegare.

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Mentre sui social, in televisione, nei salotti e anche nei caffè si sono susseguiti dibattiti più o meno bislacchi e cervellotici fra persone che esprimevano la loro opinione su quanto accaduto, si formavano così due fazioni: i filo-russi e i filo-ucraini. Premesso che il diritto di esprimere la propria opinione rimane assolutamente libero e legittimo, ecco che le due diverse partigianerie continuano a contrastarsi a colpi di click, post, urla e soprattutto insulti di vario genere. Al contrario ho deciso di appellarmi al diritto al silenzio, riconosciuto in sede legale in più luoghi, secondo diverse sfumature giuridiche e giurisprudenziali, si pensi appunto alla nota frase ― che rappresenta un fatto e un diritto giuridico ― «mi avvalgo della facoltà di non rispondere». Dunque ho deciso di rimanere in silenzio, perché sarebbe un tentativo goffo di porre una analisi socio-politica del conflitto russo ucraino. Credo che tale atto sia basato sulla virtù di prudenza; la prudenza è dunque quella virtù ― un po’ intellettuale e un po’ pratica allo stesso tempo ― che è auriga virtutum, guida di tutte le altre, perché è colei che predispone alla retta ragione delle azioni da farsi, secondo la lezione di San Tommaso D’Aquino. La prudenza è per ciò la capacità che l’uomo ha, con l’aiuto della grazia, di scegliere razionalmente quale azione attuare e omettere in una determinata circostanza. In questa delicatissima circostanza credo per me sia prudente non esprimere giudizi: infatti non essendo esperto in diritto internazionale o storia dell’Europa orientale non ho competenze né basi per poter dare un giudizio fondato. A questo si aggiunga che al momento, persino i più qualificati esperti, non hanno i necessari elementi per poter esprimere giudizi, perché uno solo al presente è il dato di fatto, che è tale per questa come per tutte le guerre: degli innocenti, soprattutto civili, stanno morendo. Di per sé, non prendere una posizione, si dice che sia già prenderne una. In questo caso, la presa di posizione che mi riguarda, e per il quale sto molto pregando e meditando, va nei confronti di tutte quelle persone, ucraine, russe o residenti in quei territori, che stanno soffrendo a causa della guerra. Perché la guerra è sempre un dramma che sortisce effetti atroci e terribili. Alle persone che soffrono la morte e la sofferenza a causa della guerra vanno queste riflessioni e ad esse sono dedicate. Tutti coloro che soffrono sono infatti intimamente uniti al Cristo sofferente, anche a Maria, nostra Santissima Madre Celeste che soffre nel vedere e vivere tutto questo. Sono uniti nella morte, sofferenza, dolore, solitudine e distacco dai propri cari. Ma vediamo perché. Gesù sulla croce a un tratto disse una frase importante, che tutti abbiamo scolpita nel cuore: “Padre perdona loro, perché non sanno quello che fanno” [Lc 23, 34]. Si tratta di una delle ultime frasi di Gesù. Riflettiamo sulla prima delle parole che ha pronunciato sulla croce in quella frase terribilmente forte e vera. Secondo il teologo statunitense Stanley Hauerwas, in quel momento si focalizza innanzitutto l’intenso rapporto di amore tra Padre e Figlio. Questo è il fondamento del perdono effuso sull’uomo. Da questa relazione unica e irripetibile scaturisce il perdono su ciascuno di noi. Dunque Dio che in sé stesso, nella Trinità Immanente decide di offrire il dono del Figlio e il perdono e il perdono a beneficio dell’umanità. Viene così incontro all’uomo e in gergo tecnico si dice che diviene Trinità Economica: fa entrare l’uomo nella Economia della Salvezza.

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E qui vorrei soffermarmi con un inciso per chiarire: l’uso della teologia trinitaria che traggo dalle nozioni del teologo gesuita Karl Rahner, non scandalizzi alcuni tra i più acuti lettori della nostra Isola di Patmos. Il mio fondamento teologico si radica in modo chiaro e imprescindibile nel pensiero di San Tommaso D’Aquino, a seguire anche nello studio delle opere teologiche Hans Urs von Balthasar, che ritengo fruttuose per la mia formazione e per quella di ogni teologo contemporaneo. Ciò detto chiarisco che nell’ambito della dogmatica trinitaria il concetto di distinzione rahneriano: Trinità immanente / economica, appare oggettivamente più solido rispetto a quello del von Balthasar. Per quanto riguarda tutto il resto, o l’impostazione teologica stessa in sé e di per sé, non ho dubbi su chi scegliere e da chi continuare ad attingere. Insomma, non sono diventato un “rahneriano anonimo”, al contrario: nel solco della tradizione teologica domenicana in cui sono cresciuto, penso di essere in grado di vagliare il male per saper discernere e cogliere anche quel poco di vero che c’è in un’opera teologica totalmente disastrosa e pericolosa come quella del teologo Karl Rahner, che rimane però una indubbia e grande mente speculativa nel Novecento. Chiudo questo inciso ricordando che il nostro Padre Ariel S. Levi di Gualdo, con l’apparente durezza senza zucchero che a volte lo caratterizza, in un suo articolo scritto in occasione della sua morte non esitò a riconoscere tutte le grandi capacità speculative di Hans Küng. Questo nostro confratello mise in luce quanto fu dotato dalla natura di capacità geniali, quindi di qualità superiori a quelle del giovane teologo suo coetaneo Joseph Ratzinger. Con la differenza che Küng scivolò nell’eresia mettendosi a de-costruire l’impianto dogmatico del deposito della fede, mentre Ratzinger divenne un custode della dottrina della fede al quale tanto dobbiamo, a partire dal grande magistero del Santo Pontefice Giovanni Paolo II.

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Dopo questo doveroso chiarimento possiamo quindi focalizzarci e meditare su Gesù. A partire dalla scelta libera, non dovuta. Nell’amore dello Spirito Santo, in unione al Padre, Cristo decide di amarci fino alla fine [cfr. Gv 13, 1 ss]. Gesù negli anni della predicazione pubblica fa dunque un cammino di accoglimento della croce, perché sa che questo strumento di morte può essere capovolto e diventare strumento di perdono e di grazia. Le conseguenze sono davvero fortissime: il Cristo straziato sulla croce è la seconda persona trinitaria, che si offre per integrare in sé e nell’uomo le situazioni di morte, sofferenza, dolore, solitudine da chi amiamo. Gesù è allora vicino a ciascuno di noi in queste situazioni.

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Così anche nella notte esistenziale più lunga, tutti coloro che soffrono per la guerra, possono nella preghiera sentirsi abbracciati da Gesù nella passione. Un abbraccio orante che rompe la solitudine, sapendo che nella preghiera ritroviamo la pace interiore anche i lontani. Gesù rompe la solitudine anche nella sua presenza reale eucaristica, dove si fa intimo e prossimo a tutti in corpo, sangue, anima e divinità. Proprio Lui che era senza peccato, si donò per i noi peccatori per eliminare il giogo del peccato. Non considerò un tesoro divino la sua uguaglianza con Dio, ci dice San Paolo in uno dei suoi bellissimi inni, ma decise di spogliarsi – pur rimanendo Dio – affinché noi tutti partecipassimo della natura divina [cfr. Fil 2, 6-11]. Ecco l’effetto finale di tanto dolore.

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La gloria di Cristo, vincitore della sofferenza e della morte, sarà allora la nostra gloria. Non avremo sofferto e pianto invano. Ma fino a quel momento, non cessiamo di essere uniti al Corpo Mistico e alla Santa Madre di Gesù. È Gesù stesso a richiederlo in una delle sue ultime parole: «Donna ecco tuo figlio. Figlio ecco tua madre» [Gv 19,25-27]. Gesù si rivolge innanzitutto a Maria. Anche lei è sofferente, disperata. Una sofferenza enorme, quella di vedere un figlio condannato e ucciso in questo modo così terribile e ingiusto. Maria è vicina a tutte le madri che stanno perdendo figli in guerra per lo stesso motivo. Ogni volta che noi preghiamo un rosario, una decina o recitiamo anche una sola Ave Maria, possiamo rivolgerci alla Santa Madre Vergine perché interceda presso Dio per queste madri così sofferenti. Maria, col suo «sì» nell’Annunciazione, ma anche nell’accogliere le terribili pene del Figlio, è anche nostra madre. Non oso immaginare quanta virtù di fortezza ha dovuto impiegare l’Ancella di Nazareth, quanto coraggio nel camminare fino al Golgota, senza esplodere in urla di rabbia e disperazione. Una reazione che forse sarebbe stata del tutto umana e legittima. Invece Maria, nel suo strazio, si affida a Dio, vivendo il dramma del Figlio e accompagnandolo. Quel Figlio non solo suo lo dona adesso definitivamente all’Eterno Padre e allo Spirito Santo. Noi in San Giovanni apostolo, siamo tutti suoi figli. Solo in questo modo lei è cooperatrice nella redenzione, donandoci Gesù, e accompagnandolo nella Passione. Anche in questi tempi così bui rimaniamo uniti a lei. Perché tutti noi, in Giovanni apostolo, siamo chiamati figli di Maria e quindi uniti come figli anche nell’altra Madre Vergine: la Chiesa. E nella Chiesa intesa come Ecclesia congregata possiamo tutti cooperare al bene comune, alla solidarietà internazionale e aiutare coi soccorsi umanitari e la vicinanza spirituale le popolazioni che soffrono. Anzitutto però, se siamo Ecclesia congregante, dobbiamo tutti imparare ad essere un piccolo San Giovanni Apostolo. Dunque imparare a rileggere tutti gli eventi del tempo che viviamo con uno sguardo dall’alto. Con uno sguardo d’Aquila. E oltre a farlo noi, testimoniare al tempo stesso che esiste un altro orizzonte di senso, un’altra prospettiva che è in noi e che al tempo stesso ci supera. È lo sguardo contemplativo di tutte le cose. In questo Maria ci è di esempio nelle virtù e nel grande amore materno. Giovanni, figura di tutta la Chiesa, è esempio della Chiesa che accoglie e raduna in sé tutti i popoli, indicando loro i sentieri di eternità e di senso che integrano il tempo presente. In questo Venerdì Santo facciamone memoria, se parteciperemo veramente e intimamente all’azione liturgica della Passione del Signore.

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Gesù dolce, Gesù amore (Santa Caterina da Siena)

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Roma, 15 marzo 2022

Passio Domini

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Aristofane, questo grande sconosciuto. La guerra russo-ucraina e il vignettista Vauro accusato di antisemitismo tra politicamente corretto e limitazioni al diritto di satira

ARISTOFANE, QUESTO GRANDE SCONOSCIUTO. LA GUERRA RUSSO-UCRAINA E IL VIGNETTISTA VAURO ACCUSATO DI ANTISEMITISMO TRA POLITICAMENTE CORRETTO E LIMITAZIONI AL DIRITTO DI SATIRA

La Signora Fiamma Nirenstein, anch’essa ex candidata nel centro destra, dopo un passato giovanile da comunista militante, come il suo sodale Gad Lerner passato disinvolto dal manganello di Lotta Continua alla direzione del capitalistico giornale padronale di Casa Agnelli … ebbene, credo che questa gente ― che per inciso sta all’Ebraismo religioso e alla tradizione ebraica come Cicciolina può stare ai sani costumi della vita cristiana ― dinanzi a Vauro e ai suoi satirici nasi adunchi hanno solo da imparare la grande e sempre più rara virtù della coerenza, di cui a suo modo è esempio, forse persino maestro.

— Attualità —

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Conflitto russo-ucraino: «Perché non parli?». Nelle guerre menzogna e manipolazione sono al parti delle armi atomiche

CONFLITTO RUSSO-UCRAINO: «PERCHÉ NON PARLI?». NELLE GUERRE MENZOGNA E MANIPOLAZIONE DELLE MASSE SONO AL PARI DELLE ARMI ATOMICHE

Esempio di aberrazione da talk show: se a un programma televisivo è invitato Toni Capuozzo, esperto fuoriclasse tra i nostri inviati di guerra, o se è invitato uno storico di grande competenza come Franco Cardini per tentare di spiegare in modo razionale e imparziale il perché delle origini del conflitto russo-ucraino, a che serve intervallare le loro analisi col pianto di donne ucraine invitate in studio al solo scopo di colpire le masse con quella emotività che finirà inevitabilmente col rendere sordi e ciechi gli ascoltatori dinanzi a qualsiasi analisi, appena la donna piangente pronuncerà la “magica” frase: «Hanno ucciso donne e bambini»?

— Attualità —

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