Non tutto è perduto: l’Arcivescovo Metropolita di Milano dottore della Chiesa, subito!

NON TUTTO È PERDUTO: L’ARCIVESCOVO METROPOLITA DI MILANO DOTTORE DELLA CHIESA, SUBITO!

Prima o poi ci sarà un conclave. Forse sarebbe opportuno far recitare alla gran parte dei Cardinali elettori la formula di giuramento nelle loro lingue nazionali, dispensandoli dal pronunciarla in un latino che molti non conoscono. A questo modo eviteremo che i laicisti anticlericali, gli agnostici e gli atei dotati però di cultura e preparazione, possano prenderci in giro per i secoli avvenire.

— Attualità ecclesiale —

Autore
I Padri de L’Isola di Patmos.

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Mai avremmo immaginato che un giorno, l’attore e regista Carlo Verdone entrasse nella letteratura dei Libri Sapienziali con la sua celebre frase: o’ famo strano, almeno fin quanto il Sommo Pontefice non ha cominciato a dare il meglio di sé nella scelta dei nuovi cardinali.

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Nel 2017 fu fatto cardinale il vescovo ausiliare di San Salvador S.E. Mons. Gregorio Rosa Chávez. L’arcivescovo di quella diocesi, S.E. Mons. José Luis Escobar Alas, si ritrovò così come ausiliare un cardinale. Il tutto sempre da leggere alla luce della grande sapienza di Carlo Verdone: …o famo strano!

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Senza cardinale sono rimaste tutte quelle diocesi italiane che storicamente sono sedi cardinalizie residenziali: Palermo, Napoli, Firenze, Bologna, Genova, Milano, Torino e Venezia. In tutte queste sedi storiche ci sono attualmente due cardinali, il mite ma deciso e determinato Giuseppe Betori a Firenze, creato cardinale da Benedetto XVI nel 2012 e il mite e basta Matteo Maria Zuppi, creato cardinale da Francesco e oggi Presidente della Conferenza Episcopale Italiana.

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Con una sottile ironia socratica che mai ci si sarebbe aspettati da un milanese ― tanto siamo abituati a pensare che sia quasi una prerogativa degli abitanti delle italiche zone della Magna Grecia che fu, l’essere ironici ―, S.E. Mons. Mario Delpini ha sferrato delle stilettate memorabili nel suo saluto ufficiale di augurio al neo-eletto Cardinale Oscar Cantoni, Vescovo di Como, Diocesi suffraganea di Milano.

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Siamo sinceri: ma chi sono ‘sti bauscia milanesi? In fondo Milano è solo una antichissima Diocesi che ha donato alla Cristianità santi, beati, dottori della Chiesa e Sommi Pontefici. È solo una Diocesi che con i suoi sacerdoti missionari o fidei donum ha contribuito in modo determinante a evangelizzare intere nazioni in giro per il mondo. Tutte cose banali e del tutto scontate. Vogliamo forse mettere a confronto questa Diocesi, la più grande d’Europa, storicamente ed ecclesialmente così insignificante, con il vicariato apostolico della Mongolia (1.300 cattolici battezzati) con la diocesi di Tonga (9.000 battezzati), con il Vicariato del Brunei, dove in tutto il Paese i cattolici battezzati sono appena 15.000, i cui vescovi sono stati creati cardinali? Cos’è Milano, dinanzi all’eccentrica stravaganza pontificia del … ‘o famo strano? Perché a questo siamo ridotti: al voler fare cose eccentriche che possano stupire, visto che nessuno pare riuscire più a stupire con Gesù Cristo.

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Un sommesso consiglio: prima o poi ci sarà un conclave. Forse sarebbe opportuno far recitare alla gran parte dei Cardinali elettori la formula di giuramento nelle loro lingue nazionali, dispensandoli dal pronunciarla in un latino che molti non conoscono. A questo modo eviteremo che i laicisti anticlericali, gli agnostici e gli atei dotati però di cultura e preparazione, possano prenderci in giro per i secoli avvenire. Non tutti possono infatti comprendere la profonda e grande sapienza mistagogica del … ‘o famo strano!

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dall’Isola di Patmos, 1° settembre 2022

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La Chiesa e la crisi del sacro: l’Eucaristia è presenza reale del Cristo e la Santa Messa memoriale incruento del sacrificio del Calvario

LA CHIESA E LA CRISI DEL SACRO: L’EUCARISTIA È PRESENZA REALE DEL CRISTO E LA SANTA MESSA MEMORIALE INCRUENTO DEL SACRIFICIO DEL CALVARIO

Nella lettera del 7 aprile 1913, Padre Pio da Pietrelcina scriveva al suo direttore spirituale Padre Agostino da San Marco in Lamis descrivendo l’esperienza mistica di cui era stato spettatore, dove il Signore Gesù piangente si lamenta dei suoi sacerdoti definendoli «macellai» proprio in relazione alla celebrazione del divino sacrificio e delle disposizioni con cui esso veniva celebrato.

— Attualità ecclesiale —

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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La vicenda del sacerdote ambrosiano Mattia Bernasconi e della sua trovata di celebrare la santa messa in mare, come già ho trattato in passato in miei precedenti articoli [vedere qui, qui, qui], ha messo molto bene in evidenza il livello di debolezza del Sensum Fidei che circola oggi tra il clero e tra i fedeli. Anzi, proprio perché il clero è il primo a essere carente di Sensum Fidei, di Tradizione e di conoscenza del Magistero, i fedeli si sentono legittimati a comportarsi di conseguenza, distillando la loro fede all’interno di un credo che è il risultante tra una spinta emotiva e il solidarismo corporativo.

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Per grazia di Dio, dopo diverso tempo di inspiegabile silenzio, l’Arcivescovo di Milano dice la sua e la dice con l’autorevolezza del pastore il cui scopo è quello di difendere il Popolo di Dio a lui affidato contro i naufragi della fede e della sana dottrina. In barba a tutte quelle anime belle che per diverso tempo hanno difeso a spada tratta l’orrenda pagliacciata della messa in mare, tacciando di rigidità, ignoranza e giudizio tutti coloro che – noi sacerdoti compresi – hanno avuto da ridire e hanno reagito… perché si sa, nella Chiesa i problemi sono altri, le cose importanti non sono certamente queste. Poveri noi!

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Basta solo prendere uno stralcio del comunicato del presule ambrosiano [vedere qui] per capire quanto questo Confratello abbia sbagliato, tanto da aver costretto il suo vescovo a tali espressioni:

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«Io ritengo che il modo di celebrare scelto da Don Mattia sia una sciocchezza senza giustificazioni […] Sarà doveroso per Don Mattia riprendere con serietà una formazione liturgica che consenta di capire come sia stato possibile questo comportamento ed evitare che si ripeta».

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Come sempre il punctum dolens è dato dalla formazione del clero, da curare sempre e da verificare periodicamente nel corso degli anni. Clero ignorante porta alla conseguenza di un laicato ignorante, nel senso etimologico del termine. Non è solo un problema di teologia dogmatica che informa la teologia liturgica e pastorale ma anzitutto di una immersione in quella dimensione di mistero che tocca il cuore stesso di Dio e ne costituisce la trama spirituale.

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Tutti i sacri misteri, in primis la Santa Messa, consentono all’uomo di toccare l’azione dello Spirito Santo nella propria creaturalità, operando la salvezza. Se non permettiamo allo Spirito Santo di parlarci attraverso i sacri misteri, nessuno lo farà. Lo spirito del mondo non è capace di rinvigorire le ossa inaridite di una vita dimentica di Dio [cfr. Ez 37,1-14], esso tutto stravolge in emotività disordinata, in fai-da-te compulsivo e solidarismo settario, cose tutte che non possono trovare una giustificazione nella Chiesa, specie quando ci si spinge fino al limite del sacrilegio.

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Penso sia utile e costruttivo rileggere alcuni tra i tanti commenti dei “fedeli” apparsi sul profilo Facebook di Mattia Bernasconi, così come in quello di altri presbiteri. Per esempio Giovanni Berti, il prete vignettista del clericalmente corretto che è corso subito in difesa del confratello milanese confezionando disegnini ad hoc. Ecco alcuni tra i più interessanti commenti:  

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«Io sono dalla parte del prete che ha fatto la messa sul materassino. E lo difendo. Dio si può incontrare ovunque, anche in mare […] totale solidarietà a Don Mattia e alla sua autentica testimonianza […] Don Mattia è stato ed è autentico anche nel chiedere scusa. A me terrorizzano i preti giovani nostalgici del concilio di Trento e che celebrano in latino […] Mattia non hai fatto nulla di male! Spero che il sostegno di chi ti vuole bene ti dia forza e ti rincuori! […] Don Mattia la vera parola di Dio si pratica in questo modo semplice ed umile, siamo tutti con te […] Ma Gesù sarà stato contento di essere celebrato in un simile contesto e poi magari qualcuno che non andava a messa da tanto, ha avuto la possibilità di ricordare a quelli che hanno criticato è solo per invidia, per non avere il coraggio o la fantasia di farlo loro! Quanta ipocrisia… quanti talebani abbiamo nella chiesa […] Grazie Don Mattia per l’ennesimo insegnamento che mi hai dato. L’essenza […] Ma chiedere scusa di cosa??? Offeso chi? Delle persone zotiche? Non mi pare che Gesù andasse a predicare in giro la fede in giacca e cravatta avesse un altare tutto d’oro!

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Circola anche una lettera di un certo Don Paolo, intitolata: «Il materassino dello scandalo e i dinosauri cattolici», i cui contenuti sono equiparabili a quelli appresi durante un corso online in teologia, il cui docente di dogmatica è il mago Oronzo. Non sono qui per aprire alcun dibattito su queste espressioni che si commentano da sole e che, come ho detto precedentemente, sono solo un misto di emotività e di solidarismo corporativo. Eppure, è evidente e balza agli occhi la tragicità di una fede eucaristica inesistente, la non comprensione per la violazione del mistero del Santissimo Corpo e Sangue del Signore unita a una luciferina negazione del peccato che vanifica ogni possibilità di recupero del reo e di riconoscimento ed espiazione della colpa. Insomma, a sentire queste testimonianze è più devoto dell’Eucaristia Mattia Bernasconi che San Pasquale Baylon, patrono dei congressi eucaristici.       

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Il mio intento con questo ulteriore articolo sul tema è quello di ribadire pubblicamente ai Confratelli Presbiteri e ai Venerabili Vescovi che i nostri fedeli hanno completamente perso il senso della presenza reale di Cristo nell’Eucaristia. Così come hanno smarrito il significato della celebrazione eucaristica della Messa come memoriale incruento del sacrificio del Calvario. E questo per colpa di noi preti! In definitiva, se vogliamo ancora salvare il minimo che può essere ancora salvato dobbiamo ripartire dall’Eucaristia, sia come mistero rivelato dal Signore Gesù che come comprensione e riflessione teologica dentro il Magistero della Chiesa. Ripartire dalle basi, iniziando dai bambini, educando il loro cuore a saper vedere Gesù, a stare con lui nel Sacramento. La mia esperienza di presbitero dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, per anni cappellano in un grande polo ospedaliero, oggi parroco di una parrocchia annessa al nostro convento sardo di Laconi, è quella che mi dice che i bambini si innamorano facilmente del Sacramento dell’altare se noi adulti sappiamo fornire loro il minimo indispensabile per capirne il mistero e la dignità della grandezza. A mio avviso non si dovrebbero appesantire e moltiplicare i concetti di fede nei fedeli cristiani se questi non sono ancora in grado di assimilarne l’essenziale. La presenza eucaristica di Cristo adorata e proclamata reale nella celebrazione della Santa Messa diventa il trait d’union che mi permette, in un secondo momento, di avere uno sguardo più dilatato e puro, quasi mistico, per vedere il Signore presente nei poveri, negli ammalati e in tutti i fratelli che incontrerò.

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Le ore di adorazione eucaristica, che nelle parrocchie stanno sempre più sparendo, rappresentano la vera palestra in cui riconoscere Gesù vivo. Un cristiano che non adora e non loda è un cristiano debole. Un sacerdote che nella sua vita spirituale non sente l’esigenza di stare davanti a Gesù sacramentato è un burocrate e se è anche in cura d’anime e non si sbuccia le ginocchia davanti al tabernacolo mette in pericolo la sua missione apostolica, la sua salute spirituale e indebolisce il gregge a lui affidato.  

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Se dovessimo osservare la consapevolezza della presenza del Signore nella maggior parte dei fedeli che varcano l’ingresso di una chiesa, ne vedremo delle belle: quanti di essi entrano con abiti decorosi e non succinti? Quanti spengono il cellulare o lo silenziano per rispetto verso la Santissima Eucaristia e per rispetto dei presenti che sono già in preghiera? Quanti cercano la lampada rossa che segnala che la chiesa è abitata dalla presenza eucaristica di Cristo vivo? Quanti si inginocchiano, una volta arrivati al banco, e recitano le orazioni di lode e di riverenza alla Santissima Eucaristia come quelle insegnate dal santo dottore Alfonso Maria de’ Liguori o dicono di cuore un «Sia lodato e ringraziato ogni momento il Santissimo e Divinissimo Sacramento» terminando il tutto con una dossologia? Quanti di coloro che entrano in chiesa, si affrettano a cercare il conforto della persona di Cristo nel tabernacolo anziché affrettarsi a cercare la statua lignea o di gesso del santo di turno, non capendo la differenza sostanziale che passa tra simulacro e presenza reale, tra il culto di latria, dulia e iperdulia?

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E questo potrebbe essere solo l’inizio di un lungo esame di coscienza collettivo che interessa fedeli e sacerdoti insieme. Possiamo andare ancora avanti analizzando la Santa Messa: quanti arrivano puntuali affinché si possa iniziare la celebrazione con il canto di ingresso e terminarla al canto finale? Quanti sono i fedeli ancora convinti che la Santa Messa sia valida se si è arrivati almeno prima della proclamazione del Santo Vangelo? Quanti, durante la consacrazione e l’elevazione, sanno guardare il Corpo di Cristo nell’ostia candida e il calice con vino, Sangue del Signore? Quanti ancora sostengono con fermezza che per fare la comunione alla Santa Messa basta un Atto di Dolore senza bisogno di alcuna confessione sacramentale previa, anche se si ha la coscienza di aver mancato a qualche comandamento? Quanti sono convinti che per fare la Comunione sacramentale basti il solo desiderio passionale che fa dire «mi sono sentito di prendere l’Eucaristia» dimenticando una vita cristiana che escluda il peccato abituale, le condizioni di disordine morale e gli impedimenti di coscienza che avrebbero bisogno di una profonda sanazione? Quanti sono i fedeli che si presentano a ricevere la Comunione dal sacerdote solo per i battesimi, i matrimoni i funerali, pensando che quella comunione buttata là sia doverosa per etichetta e non già come risposta di fede? Quanti ancora vanno a fare la Comunione con in bocca la caramella o la gomma da masticare? Quanti ancora si accostano con atteggiamento sprezzante e derisorio, con nessuna consapevolezza di chi si sta andando a ricevere? Quanti sfidano la Chiesa e il sacerdote che distribuisce l’Eucaristia reputando la Comunione un diritto proprio acquisito? Quanti propugnatori pubblici o difensori di posizioni quali l’aborto, l’eutanasia, il divorzio, la convivenza, il consumo di droghe, i matrimoni fuori dalla legge naturale, la guerra e tutti quei casi in cui abbonda divisione, ostilità e vessazione del più debole oggi si accostano alla Comunione con evidente sacrilegio?

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Vi sembra normale affermare che, dopo tutte queste incongruenze, si possa ancora credere in maniera seria e matura alla presenza reale di Cristo nell’Eucaristia? La messa marina di Crotone è la punta dell’iceberg di un patologico malessere sacramentale che sta intaccando tutti.

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E quando fai notare questa incompatibilità, anche con forza, subito diventi uno che giudica, un Giuda che tradisce oppure un anacronistico «dinosauro» cattolico. Oggi queste accuse diventano il modo più immediato per screditare l’avversario e disinnescare il pungolo verso la santità che si richiede a chi vuole attraversare la porta stretta [Lc 13,24]. Con questo antidoto, l’accusa di giudizio, ci si toglie di mezzo qualunque bigotto, così come in politica si usa la parola fascista e nella comunità LGBT la parola omofobia per tacitare il dissenso avversario.     

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Da frate cappuccino avrei buon gioco nel ricordare a tutti la posizione, in relazione alla Santa Messa, di Padre Pio da Pietrelcina. Lui, sacerdote stigmatizzato, a ogni Eucaristia che celebrava o che assisteva riviveva sulla sua carne e nel suo animo gli spasimi terribili della passione del Signore Gesù con vivido realismo. Nella lettera del 7 aprile 1913, Padre Pio scriveva al suo direttore spirituale Padre Agostino da San Marco in Lamis descrivendo l’esperienza mistica di cui era stato spettatore, dove il Signore Gesù piangente si lamenta dei suoi sacerdoti definendoli «macellai» proprio in relazione alla celebrazione del divino sacrificio e delle disposizioni con cui esso veniva celebrato. Ho voluto citare un esempio a me caro e vicino, ma potrei continuare ad elencare altri santi come il Beato Carlo Acutis, ad esempio, e altre memorabili pagine della storia della Chiesa in cui si ribadisce l’importanza della celebrazione dell’Eucaristia e del Corpo del Signore.

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Non faccio questo per suscitare un linciaggio verso nessuno, cosa che mi guarderei bene dal fare essendo un peccatore più degli altri ma, ahimè, mi è stata attribuita anche questa intenzione da qualcuno che ha letto i miei ultimi articoli, non solo interpretandoli male, ma proprio stravolgendoli completamente.

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Carissimi Confratelli nel sacerdozio e Venerabili Vescovi, reputo vero e giusto il dovere ministeriale di affermare che quando si sorpassa il limite della decenza in una maniera così palese nei riguardi della Santissima Eucaristia e della Santa Messa, come accaduto a Crotone, ci vuole il giusto sdegno, la dovuta riparazione e il coraggio della paternità. Sì, saper utilizzare con immediatezza e autorevolezza la virile paternità, che né l’Arcivescovo di Milano né quello di Crotone hanno saputo fare nell’immediato. Come disse nel 1972 il Venerabile Padre Divo Barsotti predicando gli esercizi spirituali alla Curia Romana sotto l’invito di Paolo VI:

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«La Chiesa è stata dotata da Dio di un potere coercitivo che all’occorrenza deve esercitare perché se non lo esercita viene meno sia la carità che il mandato che Cristo le ha dato».

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E quale padre davanti al figlio che sbaglia non si prodiga con fermezza e misericordia, come leggiamo in Ebrei [cfr. 12,5-11], affinché questo si ravveda e non si perda? Perché è dalla correzione che sottolinea l’errore che nasce quella carità che recupera colui che sbaglia e lo circonda di misericordia. Per questo motivo non dobbiamo avere paura di affermare con le parole del Catechismo della Chiesa Cattolica che:

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«Il nostro Salvatore nell’ultima Cena, la notte in cui veniva tradito, istituì il sacrificio eucaristico del suo Corpo e del suo Sangue, col quale perpetuare nei secoli, fino al suo ritorno, il sacrificio della croce, e per affidare così alla sua diletta Sposa, la Chiesa, il memoriale della sua morte e risurrezione: sacramento di pietà, segno di unità, vincolo di carità, convito pasquale, nel quale si riceve Cristo, l’anima viene ricolmata di grazia e viene dato il pegno della gloria futura » (Cfr. CCC n.1323).

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Chi ci aiuta in questa comprensione del mistero eucaristico sono i nostri sacerdoti che non da padroni ma da servi senza secondi fini:

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«esercitano la loro funzione sacra nel culto o assemblea eucaristica, dove, agendo in persona di Cristo e proclamando il suo mistero, uniscono i voti dei fedeli al sacrificio del loro Capo e nel sacrificio della Messa rendono presente e applicano, fino alla venuta del Signore, l’unico sacrificio del Nuovo Testamento, il sacrificio cioè di Cristo, che una volta per tutte si offre al Padre quale vittima immacolata. Da questo unico sacrificio tutto il loro ministero sacerdotale trae la sua forza» [cfr. CCC n.1566].

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Nella quotidiana diaconia liturgica a servizio dell’altare fatta di gesti, riti, segni e simboli, i sacerdoti, celebrano l’Eucaristia in cui il Signore rinnova la sua redenzione pasquale dal peccato e dalla morte in favore dell’uomo. Questo linguaggio rituale ha bisogno di uno spazio appropriato, che sia degno della grandezza del mistero che in esso viene celebrato. Pertanto la Santa Messa:

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«Venga compiuta nel luogo sacro, a meno che in un caso particolare la necessità non richieda altro; nel qual caso, la celebrazione deve essere compiuta in un luogo decoroso» [cfr. Redemptionis Sacramentum n. 108 e Codice di Diritto Canonico, Can. 932 § 1; cfr. S. Congr. per il Culto Div., Istr., Liturgicae instaurationes, n. 9: AAS 62 (1970) p. 701].

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Così, celebrando con viva fede e in modo degno la Santa Messa, il sacerdote e con lui la Chiesa, realizza quanto Sant’Ambrogio vescovo di Milano dice a riguardo della presenza reale del Corpo del Signore:

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«Questo pane è pane prima delle parole sacramentali; ma, intervenendo la consacrazione, il pane diventa carne di Cristo […] Da quali parole è operata la consacrazione e di chi sono tali parole? Del Signore Gesù! Tutte le cose che si dicono prima di quel momento sono dette dal sacerdote che loda Dio, prega per il popolo, per i re e per gli altri; ma quando si arriva al momento di realizzare il venerabile sacramento, il sacerdote non usa più parole sue, ma di Cristo. È dunque la parola che opera (conficit) il sacramento […] Vedi quanto è efficace (operatorius) il parlare di Cristo? Prima della consacrazione non c’era il Corpo di Cristo, ma dopo la consacrazione, io ti dico che c’è ormai il corpo di Cristo. Egli ha detto ed è stato fatto, ha comandato ed è stato creato (cf Sal 33, 9)» [Cfr. Ambrogio, De sacramentis, IV, 14-16 (PL 16, 439 ss].

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Con l’ultima e definitiva parola dell’Arcivescovo di Milano, sulla vicenda della Messa di Crotone, ci avviamo al termine dell’estate 2022. L’estate sta finendo, cantavano i Fratelli Righeira nel 1985, per noi basterebbe che a finire fossero queste bizzarrie liturgiche e dogmatiche, con la speranza che in questo periodo i vescovi stiano un po’ più vicino ai preti e un po’ meno alle urne e ai politici, visto che reputiamo ancora che Cristo sia il solo e unico Redentore dell’umanità.

Laconi, 23 agosto 2022

festività di Sant’Ignazio da Laconi

 

 

 

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Anticipazione: è in uscita «Amoris Tristitia» il nuovo libro dedicato dal Padre Ariel S. Levi di Gualdo alla grande figura del Cardinale Carlo Caffarra

— negozio librario delle Edizioni L’Isola di Patmos —

ANTICIPAZIONE: È IN USCITA «AMORIS TRISTITIA» IL NUOVO LIBRO DEDICATO DAL PADRE ARIEL S. LEVI di GUALDO ALLA GRANDE FIGURA DEL CARDINALE CARLO CAFFARRA

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«Lungi da me tagliarti le ali, desidero rivolgerti una preghiera che non sei tenuto a esaudire: puoi mettere mano a questo lavoro e pubblicarlo tra 5 anni?» (Carlo Caffarra, 19 gennaio 2017)

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Jorge Facio Lince
Presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos

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Il 5 settembre 2022 saranno trascorsi cinque anni dalla morte del Cardinale Carlo Caffarra, Arcivescovo metropolita di Bologna, che fu uno tra i più grandi esperti al mondo di dottrina sul matrimonio e la famiglia, di cui il nostro Padre Ariel S. Levi di Gualdo è stato amico, in seguito discreto e riservato collaboratore privato tra il 2015 e il 2017.

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Le oggettive ambiguità della Esortazione Apostolica post-sinodale Amoris Laetitia data dal Sommo Pontefice Francesco dopo la chiusura del Sinodo sulla famiglia hanno toccato molto in profondità numerosi vescovi, presbiteri e teologi ridotti oggi sempre più al silenzio, come talvolta può accadere quando si è troppo aperti, troppo dialoganti, troppo sinodali e soprattutto troppo misericordiosi.

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Un libro lucidamente critico scritto da uno studioso di solida dottrina, capace a redigere pagine all’occorrenza anche dure e severe, ma del tutto inattaccabili sul piano teologico. Di questo suo progetto il Padre Ariel parlò con il Cardinale Carlo Caffarra nel gennaio del 2017, che per tutta risposta gli rivolse una richiesta non vincolante, rimessa alla sua libera decisione: «Potresti attendere cinque anni prima di pubblicarlo?». Glielo espresse con una lunga e dettagliata lettera, di cui l’Autore riporta uno stralcio nell’apertura del libro:

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Carissimo Padre Ariel,

capisco il tuo dolore per l’articolo comparso ieri su Avvenire dove sono stato attaccato con imprecisione e malizia. Immagina il dolore mio. È il giornale della Conferenza Episcopale Italiana, di cui sono stato membro vent’anni come vescovo di due diocesi.

Ho esaminato il progetto del libro che intendi preparare su temi di dottrina legati all’ultimo Sinodo sulla famiglia. Ho sempre riconosciuto le tue doti di scrittura e le tue capacità teologiche alle quali unisci sguardo da aquila e coraggio da leone. Tirerai fuori un ottimo lavoro, ne sono sicuro.

Lungi da me tagliarti le ali, desidero rivolgerti una preghiera che non sei tenuto a esaudire: puoi mettere mano a questo lavoro e pubblicarlo tra 5 anni?

So che non sei un emotivo e che procedi con rigore speculativo, ma queste tue qualità non sono comuni ad altri, e in questo momento gli animi sono troppo caldi.

Se mi esaudirai lo apprezzerò dal cielo, mentre sulla terra sarò un vecchio cardinale dimenticato, giunto dinanzi al giudizio di Dio cosciente di essere un peccatore, ma sicuro di poter dire d’aver fatto ciò che dovevo con le forze che mi erano state date.

Il mese prossimo verrò a Roma e come sempre avremo modo di incontrarci.

 Prega per me.

19 gennaio 2017

XCarlo Caffarra

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Quando i primi di settembre il libro entrerà in distribuzione ne daremo notizia sulle colonne della nostra Isola di Patmos, perché difficilmente potrete apprenderlo da Avvenire e da L’Osservatore Romano.

 

Dall’Isola di Patmos, 21 agosto 2022

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Il Sinodo Tedesco, tra luteranesimo romanofobico e teologhe lesbiche che pretendono di stravolgere la dottrina cattolica

IL SINODO TEDESCO, TRA LUTERANESIMO ROMANOFOBICO E TEOLOGHE LESBICHE CHE PRETENDONO DI STRAVOLGERE LA DOTTRINA CATTOLICA

 

O la Santa Sede impara dalla storia e procede a elargire una solenne e salutare scarica di bastonate ai tedeschi, oppure questo farsesco sinodo proseguirà sino alla fine con tutte le conseguenze che ne deriveranno, fungendo da teatro di sfogo orrido e grottesco per un manipolo di teologhe lesbiche incattivite che lo stanno fin troppo pilotando.

— Attualità —

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PDF  articolo formato stampa

 

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Coppia di anziane lesbiche

Il problema non è dirle in malo modo, come talora mi si accusa di fare, ma dirle vere. E quando si dicono vere si dovrebbe soprassedere sul modo forte col quale a volte è necessario dirle. In caso contrario saranno gli accusatori a cadere nel farisaismo, attaccandosi alla forma o alla parolina colorita, per eludere la sostanza e tutti i dati di fatto coi quali non vogliono fare i conti, perché implicherebbe assumersi responsabilità e agire.

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Da prete ho vissuto e studiato in Germania e quando si dice Chiesa cattolica tedesca ritengo di sapere un po’ di che cosa si parla. Ne scrissi in toni allarmati nell’ormai lontano 2011 nel mio libro E Satana si fece trino, narrando di quanto avanzato fosse lo stato di protestantizzazione della Chiesa Cattolica in molte regioni del Nord dell’Europa, affermando che era in atto uno scisma di fatto che andava solo ufficializzato. Feci presente che un fiume in piena stava scendendo dal Nord dell’Europa e che a breve avrebbe travolto anche le nostre Chiese locali, in modo particolare quella italiana, suddita da oltre mezzo secolo delle peggiori derive teologiche tedesche, perché tutto ciò che non è tedesco non è degno sul nostro patrio suolo di essere chiamato teologico. Per questo grazie ai raggiri dei Gesuiti della Pontificia Università Gregoriana, nipotini amorosi di Karl Rahner, che ebbero giocoforza sul Sommo Pontefice Paolo VI – rivelatosi in questo ingenuo – fu distrutta la Scuola Romana, il cui centro era la Pontificia Università Lateranense, con grandi e straordinari teologi della caratura di Pietro Parente, Antonio Piolanti, Pier Carlo Landucci … tutti ridotti al silenzio nella “gloriosa” stagione del dialogante post-concilio degli anni Settanta. Ultimo esponente della Scuola Romana è stato Antonio Livi (cfr. QUI). Un decennio dopo, lo stesso Paolo VI, lamentava e temeva che «da qualche fessura sia entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio» (testo integrale QUI). Chissà perché, soprattutto: chi gli spalancò le porte?   

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La storia insegna che nella memoria antropologica del popolo tedesco sopravvive sempre lo spirito barbarico. Insegna altresì, la storia, che ai tedeschi non si può dare un buffetto sopra la manina con un sorriso sulle labbra dicendo «cattivello così non si fa, altrimenti mammina soffre». Vanno tramortiti a bastonate e lasciati a terra con le ossa rotte dopo essere stati umiliati. A quel punto si placano per i successivi decenni. Poi a poco a poco tornano a tirare su di nuovo la testa, con lo stesso spirito e l’identica arroganza. A quel punto saranno necessarie altre salutari legnate. Qualcuno potrebbe pensare che questo mio parlare sia gratuita e inopportuna violenza. Giammai, è semplicemente prudente e legittima difesa delle popolazioni europee. Le pacifiste anime candide digiune di sapere, anziché stracciarsi le vesti al grido arcobalenato di peace and love studino piuttosto la storia, perché così capiranno tutte le ragioni di questo mio dire, a partire dal prezzo pagato dall’Europa e dal mondo intero per la psicologia tedesca a partire dagli anni Trenta del Novecento.

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I tedeschi sono i grandi incazzati d’Europa perché di fatto sono da sempre i grandi perdenti della storia del nostro Vecchio Continente. O risulta a qualcuno che abbiano mai vinto una guerra? Alla fine della Prima Guerra Mondiale furono umiliati al tavolo delle trattative di Versailles. Rialzarono la testa anni dopo con infauste gesta che produssero conseguenze mai viste prima. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale si sono ritrovati con il loro Paese raso al suolo e ridotto alla fame. Per quanto riguarda l’oggi stendo un velo pietoso, perché ci sarebbe da parlare a lungo sul senso umano e morale della “civilissima” Germania nella quale nessuno getterebbe mai una cicca di sigaretta nel giardino di un parco pubblico, però esistono cliniche private nelle quali si trapiantano organi di cui non si conosce la provenienza, cosa che nella incivile Italia non potrebbe mai accadere, con le rigide leggi restrittive che abbiamo, ma soprattutto per quel senso di umanità che ancora non ci ha abbandonato del tutto. Sull’etica economica sorvolo, perché non è  questa la sede per discuterne, limitiamoci a dire che la Germania ha regalato anni addietro alla Cina le corde con le quali l’Europa sarà a breve impiccata. 

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Nella stagione delle ubriacature sinodali anche in Germania si è avviata questa fase, prima dell’apertura della quale dissi che il risultato sarebbero stati degli attacchi alla dottrina cattolica e al deposito della fede da fare impallidire Martin Lutero, che non dimentichiamo era cattolico. Eretico, ma cattolico. La gran parte dei vescovi, dei presbiteri e dei fedeli tedeschi, cattolici non lo sono più da tempo, non ci sono proprio nati e come tali non sono stati formati e cresciuti, mentre Lutero sì, lo fu. Quelli che vengono impropriamente definiti “cattolici tedeschi” al limite sono per la maggiore dei cristiani che risentono molto più di Lutero e soprattutto di Calvino, anziché del Magistero della Chiesa Cattolica.

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Mai aprire in Germania i vasi di Pandora, perché dar loro in mano un sinodo finirà per produrre il meglio del peggio del loro spirito romanofobico mai assopito.

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Adesso la Santa Sede lamenta e dichiara pubblicamente che l’iniziativa in corso in Germania «non ha facoltà di obbligare i vescovi e i fedeli a nuovi modi di governo e nuove impostazioni di dottrina e di morale» [cfr. QUI]. Per questo li invita a rientrare nei ranghi del corretto percorso sinodale della Chiesa universale. Insomma: gli hanno percosso la manina con il sorriso sulle labbra dicendogli «cattivelli, così non si fa, altrimenti mammina soffre».

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Che cosa si aspettava la Santa Sede da siffatta accozzaglia di soggetti ormai sedicenti cattolici? Ovvio che il sinodo – come subito è avvenuto – sarebbe stato il pretesto per vomitare contro Roma reclamando tutto ciò sul quale non è consentito neppure aprire discussioni e meno che mai portarle avanti: abolizione del celibato sacerdotale, sacerdozio alle donne, o perlomeno il diaconato, derubricazione del peccato di sodomia, benedizione delle coppie gay, valutazione di casi particolari nei quali l’aborto o l’eutanasia potrebbero essere leciti, apertura totale alla contraccezione e chi più ne ha più ne metta.

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Applicando certe logiche potremmo mettere in discussione, votare a maggioranza e abolire vari precetti del Santo Vangelo, perché a dire di molti non sono più conformi ai tempi presenti e alle esigenze del mondo contemporaneo. Esattamente ciò che di tragico sta avvenendo con questo locale Sinodo tedesco, dove con tutta la peggiore arroganza un’orda di femministe inacidite si stanno permettendo di discutere su ciò che la Chiesa non può proprio discutere, perché non ha la potestà di farlo. Non solo e non tanto pretendono la messa in discussione della legittimità del sacerdozio alle donne, delle benedizioni alle coppie di gay e lesbiche che decidono di “sposarsi” giustificando il tutto con un non meglio precisato “amore”, perché ciò che di fatto rivendicano è che la Chiesa dichiari che quanto sino a oggi ha considerato peccato mortale è in verità bene, quindi che dichiari di avere sbagliato per spirito retrogrado facendo ammenda e aprendo neppure le porte, ma spalancando letteralmente le gambe.

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Vogliamo aggiungere poi dell’altro ancora, ammesso sia lecito dirla chiara e veritiera senza essere subissati di querele dai circoli radicali LGBT? Faccio notare che le teologhe femministe che da anni stanno facendo fuochi e fiamme nel poco di cattolico che resta in vari Paesi dell’Europa del Nord, per la maggiore sono lesbiche conclamate e molte convivono con le loro compagne. Solo un doppiogiochista come il Cardinale Reinhard Marx Arcivescovo metropolita di München — che sino alla prima decade di febbraio del 2013 era più ratzingeriano di Benedetto XVI, salvo divenire tre mesi dopo più bergogliano di Francesco I —  poteva consentire a simili maschiacce di creare disordine e disturbo all’interno della Chiesa tedesca dando loro spazio, voce e un palcoscenico di sfogo durante un sinodo. Ma d’altronde è risaputo: se secondo le teorie di Sigmund Freud la donna soffre dell’invidia inconscia del pene maschile, la teologa teutonica lesbica soffre per l’invidia del prete.

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Facciamo quindi qualche esempio pertinente e reale: è vero che nella narrazione biblica si precisa che Dio li creò maschio e femmina (cfr. Gen 1, 26-28), ma quelli erano altri tempi. Tutt’altre sono oggi le esigenze delle coppie di gay e di lesbiche che si vogliono sposare tra uomo e uomo, tra donna e donna, reclamando l’approvazione e la benedizione della Chiesa, o il battesimo trionfale di bambini acquistati da cosiddetti uteri in affitto, con tutto il gotha LGBT schierato in chiesa, non perché gli interessi qualche cosa del Santo Battesimo, ma per strumentalizzare un Sacramento al solo fine di dimostrare d’aver piegato il Cattolicesimo ai propri disordini morali, o peggio alle loro aberrazioni, come nel caso dei bambini commissionati ai cosiddetti uteri in affitto. Siccome però, all’epoca, l’Onnipotente Creatore non poteva essere aggiornato, sarà opportuno che i precetti, la divina parola e lo stesso Dio siano corretti. Perché Dio si è sbagliato a creare solo maschio e femmina senza prevedere le altre varianti, altrettanto Gesù Cristo si è sbagliato a conferire il sacerdozio solo agli uomini, anzi, forse era anche un po’ misogino. Ma che genere di Onnipotente e Onnisciente è, questo maldestro Dio Creatore così privo di prospettiva futura? Meno male che c’è un compatto gruppo di teologhe lesbiche tedesche pronte a correggerlo nell’ambito di questo Sinodo.

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O la Santa Sede impara dalla storia e procede a elargire una solenne e salutare scarica di bastonate ai tedeschi, oppure questo farsesco sinodo proseguirà sino alla fine con tutte le conseguenze che ne deriveranno, fungendo da teatro di sfogo orrido e grottesco per un manipolo di teologhe lesbiche incattivite che lo stanno fin troppo pilotando.

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Lo so perfettamente che certe cose le dico e le esprimo male, però le dico vere e senza facile pena di smentita. Spero solo di non beccarmi un’altra querela da qualche associazione radicale LGBT, perché ne ho già una in corso presso il competente Tribunale. E né la Santa Sede né la Conferenza Episcopale Italiana mi darebbero mai un contributo per le mie spese processuali, sono troppo impegnati a investire soldi nella accoglienza dei migranti musulmani che poi pisciano in segno di spregio nelle acquasantiere delle chiese storiche di Roma e che ogni tanto ne vandalizzano qualcuna in giro per l’Italia.

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O forse non sapete perché da tutte le chiese storiche di Roma e non solo, hanno tolto l’acquasanta dalle acquasantiere? Il Covid-19 non c’entra niente, furono svuotate già alcuni anni prima della pandemia. Semplice il perché: diversi fratelli migranti musulmani sono stati ripresi ripetutamente dalle videocamere di sorveglianza che documentano il tutto. Quando andava bene dentro le acquasantiere ci sciacquavano mutande e calzini, altri in segno di riconoscenza per la amorevole accoglienza della nostra lungimirante Conferenza Episcopale Italiana, ci pisciavano direttamente dentro.

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dall’Isola di Patmos, 29 luglio 2022

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Cari Lettori,

vi prego di leggere questo articolo [vedere QUI] e di essere sensibili e premurosi per quanto vi è possibile

Vi ringrazio

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I Padri dell’Isola di Patmos

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(IIIª parte) Oggi c’è una evidente problematica nella formazione del clero: il Presbitero Ambrosiano che celebra la Santa Messa in acqua su un materassino è degno di biasimo ma non di linciaggio mediatico

(IIIª parte) OGGI C’È UNA EVIDENTE PROBLEMATICA NELLA FORMAZIONE DEL CLERO: IL PRESBITERO AMBROSIANO CHE CELEBRA LA SANTA MESSA IN ACQUA SU UN MATERASSINO È DEGNO DI BIASIMO MA NON DI LINCIAGGIO MEDIATICO

La Procura della Repubblica di Crotone ha sentito il dovere di intervenire a seguito di un illecito commesso contro la sensibilità religiosa dei credenti cattolici. E se il vilipendio fosse stato perpetrato da un esponente LGBT o da una “categoria protetta” di differente estrazione geografica? Perché il reo resta tale davanti alla legge che non ammette distinzioni di estrazione geografica, etnica, religiosa o sessuale. Allora perché davanti ai vari Gay Pride di giugno non sono fioccati i provvedimenti a carico di individui che hanno arrecato palese vilipendio ai segni della religione cattolica? [precedenti articoli: qui, qui]

— Attualità ecclesiale —

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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PDF  articolo formato stampa

 

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Non ho resistito alla curiosità di andare a cercare nei vari social media di questi ultimi due giorni la vicenda legata a Mattia Bernasconi presbitero ambrosiano. Ebbene credetemi, basandomi sui risultati ottenuti, ne ho viste veramente di tutti i colori: una Corte dei Miracoli fatta e finita, piena zeppa di nani e di ballerine, di eretici convinti, di credenti confusi, di censori accaniti, di difensori d’ufficio e vergini vilipese fino ad arrivare ai più puri giustizialisti e garantisti compulsivi della dottrina cattolica. La stessa cosa ho potuto constatare andando a googlare su alcuni motori di ricerca il caso della “Missa aquatica”, così come è stata simpaticamente ribattezzata dalla rivista La Nuova Bussola Quotidiana.

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Così mi sono deciso a scrivere alcune considerazioni in merito che desidero condividere con i Lettori de L’Isola di Patmos. Avendo avuto modo di metabolizzare l’intera vicenda, mettendola in preghiera, ho avuto anche il tempo di immedesimarmi nella persona del giovane presbitero ambrosiano Mattia Bernasconi che è degno di biasimo sì, ma non di linciaggio mediatico. Mi sono perciò convinto che oggi c’è una evidente, reale e oggettiva problematica nella formazione teologica del clero. Sì, cari Lettori, il vero vulnus non è quello del celibato e della sacerdotale mutanda, indice più o meno visibile di una castità promessa ma non mantenuta. Il solo, vero e unico problema consiste nel fatto che i sacerdoti non sanno più che cosa stanno celebrando e quindi non sanno più in che cosa credono: «Renditi conto di ciò che farai, imita ciò che celebrerai, conforma la tua vita al mistero della croce di Cristo Signore», esorta il vescovo quando consacra un presbitero. Niente di tutto questo è più evidente.

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La conseguenza più immediata di tale amnesia teologica è data dalla perdita della propria identità sacerdotale che porta a sperimentare diverse derive umane, anche a quelle legate a una sessualità umana che non più ordinata all’amore e al bene di Dio si degrada. E quando la sessualità non è più ordinata al bene, prende il sopravvento e il controllo della persona, nelle forme più deprimenti che ben conosciamo. È comunque utile ricordare che il cadere contro il sesto comandamento per un sacerdote è una cosa molto meno grave rispetto a quanto si può fare cadendo contro il primo comandamento, contro quel mistero di Dio che nell’Eucaristia si rivela e di cui il sacerdote è il custode e l’amministratore privilegiato.

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Per tutti quelli che … «O mio Dio! Ma quel sacerdote ha l’amante, ha un figlio, è caduto nella masturbazione, si è fatto un selfie nudo» farebbero bene a ricordare che questo non è il solo peccato per cui dispiacersi, cosa che per gli stessi vescovi appare disdicevole, pronti a dissociarsi con immediati comunicati diocesani, salvo poi giustificare con le unghie e con i denti i preti affiliati ad associazioni anticlericali, propagatori delle più porcine politiche anti-umane e che hanno fatto diventare il Vangelo di Nostro Signore Gesù Cristo la Magna Charta della più danarosa ONG mondialista e globalista.

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Quando non avvertiamo l’esigenza di scandalizzarci, nel senso evangelico del termine, per le visibili realtà sacramentali ampiamente bistrattate con l’alibi della pastorale della prossimità; quando ci va bene una Santa Messa domenicale celebrata in 15 minuti; quando non proviamo disagio per una confessione irrisa e mortificata nella propria sacralità, non ci è lecito neanche puntare il dito sulla castità di un sacerdote il cui cuore e debolezze solo Dio conosce e comprende.

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Chiarito questo punto, non credo che Mattia Bernasconi abbia agito per cattiveria o per luciferina mala fede, egli però ha sicuramente agito per una evidente ignoranza teologica e per una mortificata sciatteria sacerdotale. E tutto questo lo diciamo non a seguito di un personale giudizio sui fatti ma da quanto lui stesso ha detto e affermato al giornalista del Corriere della Sera che lo ha intervistato, evidenziando il fatto che si doveva risolvere il problema della Messa. E non ci vuole molto per capire che quando la Santa Messa diventa un problema siamo arrivati a un punto di non ritorno abbastanza serio. Diventa un problema in estate quando sono in vacanza e vorrei dedicarmi a fare quello che mi piace. Diventa un problema quando c’è troppo caldo e non ho voglia di indossare il camice, l’amitto, il cingolo, la stola e la casula. Diventa un problema quando devo sottostare a orari scomodi per poterla celebrare o devo raggiungere una chiesa distante. Diventa un problema quando le realtà temporali e i valori umani appaiono più importanti rispetto alle realtà del cielo che la Santa Messa riassume in sé. Capite adesso perché il sacerdozio cattolico occidentale stia pian piano mutando la forma in una forma di assistenzialismo sociale? Capite adesso perché un sacerdote oggi ha più vantaggi nel diventare psicologo, politico, sindacalista, educatore sociale, rispetto a ciò che è realmente, cioè uomo del sacro che conduce al sacro? Egli è in cerca di quella soddisfazione immediata e appagante che è incapace di trovare nei divini misteri [Cfr. Robert Sarah, Per l’Eternità, meditazioni sulla figura del sacerdote, Cantagalli, 2022, p.195-214].  

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Cari confratelli sacerdoti e cari fedeli laici, ricordiamoci bene una cosa: il Sacramento dell’Eucaristia e la sua istituzione mai si discosta dal sacramento dell’Ordine sacro e dalla sua istituzione. Tanto che non è azzardato parafrasare quell’assioma medievale rilanciato da Henri de Lubac che dice che «la Chiesa fa l’Eucaristia e l’Eucaristia fa la Chiesa» in «L’Eucaristia fa il sacerdote e il sacerdote fa l’Eucaristia». Senza il sacerdote nella Chiesa non c’è Eucaristia ma senza l’Eucaristia il sacerdozio non si regge in piedi.

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Quando un sacerdote, che dovrebbe aver fatto almeno sei anni di studio teologico e filosofico, non arriva a comprendere che la Santa Messa non può e non deve essere celebrata con le condizioni e le disposizioni che abbiamo visto nel mare di Crotone il problema esiste ma non riguarda solo il presbitero. Il problema è anche del seminario che ha frequentato e della facoltà teologica che lo ha formato. Il problema è del suo vescovo, del suo padre spirituale, del suo confessore. Nel caso di specie non ci sembra di ricordare reazioni da parte di S. E. Mons. Mario Delpini arcivescovo di Milano, il quale dovrebbe avere a cuore la formazione permanente del suo clero prevenendo incidenti del genere, magari prendere atto che qualche cosa non è andata per il verso giusto. Invece, dalla Chiesa di Milano, non ci è giunta alcuna parola sull’incidente di Crotone se non il riproponimento di quella imbarazzante nota che è apparsa per prima sul sito della diocesi di Crotone-Santa Severina. Penso che qualche problema dovrebbe porselo anche S. E. Mons. Angelo Raffaele Panzetta, arcivescovo di Crotone, che con amorevole carità paterna e pastorale zelo avrebbe dovuto dire a Mattia Bernasconi: «Figliolo, fino a quando noi non abbiamo la garanzia che tu abbia compreso il gesto sacrilego compiuto nei riguardi della Santissima Eucaristia, tu nel territorio diocesano non sei più gradito, ritorna dal tuo vescovo che saprà indicarti la giusta penitenza al fine di recuperare il tuo sbandamento di fede e la tua identità». Ma questo sarebbe pretendere troppo, un’abbondanza di grazia che non ci è concessa vedere. Purtroppo, non abbiamo più il coraggio di eccedere per Dio, per la sua gloria come si usava dire al tempo di Sant’Ignazio di Loyola, oggi la Santa Messa è smart, così come è smart il sacerdozio cattolico, se questo è vero siamo certamente perduti.

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Mentre terminavo di scrivere questo terzo capitolo della vicenda della messa di Crotone, giungono le scuse pubbliche di Mattia Bernasconi pubblicate sul sito della Parrocchia San Luigi Gonzaga e riportate su varie testate giornalistiche (qui, qui, qui). Questa è senza dubbio una cosa meritoria e da apprezzare, nella speranza più sincera e fraterna che tale ammissione di responsabilità sia motivata solo da un sincero rammarico per il vilipendio al sacrificio della Santa Messa e non invece dal polverone mediatico che ha interessato l’intera vicenda. Sono molto grato al Signore e a Mattia Bernasconi per questa conversione che deve essere accolta nella maniera più piena e integrale. Così come piena e integrale è la misericordia che la Chiesa dimostra verso i suoi figli quando sbagliano e si pentono, siano essi laici o sacerdoti. Ma nello stesso tempo mi chiedo: come mai la Procura della Repubblica di Crotone ha sentito l’esigenza di aprire un fascicolo a carico del sacerdote milanese per oltraggio alla religione cattolica? Non sono poi così frequenti questi provvedimenti nella cattolicissima Italia. Sebbene il Codice Penale italiano disponga all’art. 403 la pena pecuniaria per chi pubblicamente offende la religione dello Stato o una confessione religiosa o un suo ministro di culto, come mai Mattia Bernasconi, presbitero ambrosiano, è l’unico ad averne fatto le spese?

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La Procura della Repubblica di Crotone ha sentito il dovere di intervenire a seguito di un illecito commesso contro la sensibilità religiosa dei credenti cattolici – cosa che le due Arcidiocesi di Milano e di Crotone si sono ben guardate dal fare – però un dubbio rimane: e se il vilipendio fosse stato perpetrato da un esponente LGBT o da una “categoria protetta” di differente estrazione geografica? Perché capiamoci, il reo resta tale davanti alla legge che non ammette distinzioni di estrazione geografica, etnica, religiosa o sessuale. Ma perché davanti ai vari Gay Pride di giugno non sono fioccati i provvedimenti a carico di individui che hanno arrecato palese vilipendio ai segni della religione cattolica? Non sarà forse che il sacerdote oggi costituisce il soggetto più semplice da punire e da ridicolizzare?  E se, mettiamo ancora l’ipotesi, un esponente del clero avesse offeso un ragazzo gay chiamandolo “frocio” o un cittadino del Ghana chiamandolo “negro”, forse che dalla sua diocesi non si sarebbe levato immediato l’anatema più profondo con tanto di sdegno e ostracismo?

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Caro Mattia, il problema forse non è tanto il gesto scriteriato che ignorantemente hai compiuto nei riguardi della Santa Messa, ma il tuo essere sacerdote che al presente dà estremamente fastidio e che si trova dalla parte sbagliata della storia. Ricordati questo quando la bufera sarà passata: Cristo continua a rinnovare in te la sua fiducia, questo ti sia sufficientemente chiaro per andare avanti e diventare un santo sacerdote. Riguardo a tutto il resto, compresi coloro che ti hanno difeso o attaccato, ricorda che lo hanno fatto perché non hanno visto in te l’uomo di Dio ma solo una categoria debole da usare come un kleenex senza il pericolo di rischiare nulla. E forse questo, di tutta questa vicenda, è l’aspetto su cui dovremmo meditare più seriamente, tu come tutti noi tuoi confratelli, a te uniti in eterna e indissolubile parentela dal sangue redentore di Cristo.

Laconi 27 luglio 2022

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Un video che pone interrogativi molto seri sulla formazione permanente dei sacerdoti, ma soprattutto sulla formazione all’episcopato dei loro vescovi

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L’ultimo libro di Padre Ivano è in vendita nel negozio on-line de L’Isola di Patmos

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(IIª parte) Peggio dello strappo la toppa: Messa celebrata a mollo in mare? Puntuale come la morte ecclesiale ed ecclesiastica giunge la risposta dell’Arcidiocesi di Crotone

(IIª parte) PEGGIO DELLO STRAPPO LA TOPPA: MESSA CELEBRATA A MOLLO IN MARE? PUNTUALE COME LA MORTE ECCLESIALE ED ECCLESIASTICA GIUNGE LA RISPOSTA DELL’ARCIDIOCESI DI CROTONE

«Davanti all’Eucaristia prima del senso pastorale ci vuole il senso del sacro, cioè della Presenza divina». E quale presenza divina si percepisce nella messa bagnata di Mattia Bernasconi? Sarei curioso di chiederlo al suo vescovo, così come al suo insegnante di dogmatica, di liturgia e di diritto canonico che sicuramente gli avranno spiegato cosa è la Messa cattolica e come la si celebra [precedente articolo: qui]

— Attualità ecclesiale —

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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PDF  articolo formato stampa

 

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Nel lessico clerical-correct moderno accusare di farisaismo qualcuno o chiamarlo fariseo equivale ai sinistri radical chic che accusano di fascismo e chiamano fascista chi che osa affermare che il male è male

Puntuale come il film Una poltrona per due la sera del 24 dicembre, è giunto il comunicato dell’Arcidiocesi di Crotone-Santa Severina (cfr. qui) all’indomani della notizia della Santa Messa celebrata in mare, su un materassino gonfiabile e in costume da bagno dal presbitero Mattia Bernasconi della parrocchia San Luigi Gonzaga di Milano.

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Già dal titolo del comunicato Riscoprire la bellezza dei Simboli Liturgici – è facile intuire che la pezza, come al solito, si riveli peggiore dello strappo. E in effetti se leggiamo il testo con attenzione non fatichiamo a classificare questa difesa d’ufficio come la più classica delle supercazzole alla Ugo Tognazzi.

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Anzitutto discutibile è la sottolineatura in apertura del comunicato diocesano. Non si considera minimamente la gravità del fatto che cioè, una Santa Messa sia stata ridicolizzata e assimilata al pari di un intrattenimento da villaggio vacanze anni Ottanta, preoccupandosi solo di ribadire la «bellezza e la serietà dell’esperienza vissuta da questi giovani, che hanno scelto il nostro territorio per impegnarsi in un campo di volontariato e interrogarsi sul tema della legalità».

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Avete capito, rigidi dogmatici e liturgisti frenici, sepolcri imbiancati, tutti pizzi e merletti della nonna? L’importante è avere fatto fare a questi ragazzi una esperienza civile forte, averli saputi educare alla legalità e all’impegno civico e non già alla partecipazione consapevole del mistero eucaristico, cosa che ci si auspicherebbe per dei giovani provenienti da una parrocchia di Milano e non già da una sezione provinciale dello UAAR. Ma lasciamo perdere queste pretese da cristiani rigidi e dal collo storto.  

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Voi bigotti messaioli avete l’obbligo di aggiornarvi e di capire che il nuovo kerigma che oggi va per la maggiore nella Chiesa è la valorizzazione dei diritti civili sul territorio. La riscoperta, magari, delle risorse locali ed enogastronomiche. Poco importa se poi, in nome degli altissimi valori civili, si cade dentro a una violazione palese del deposito della fede, della normativa liturgica e canonica della Chiesa, forse con scandalo dei semplici, di coloro cioè che ancora credono e partecipano a una Santa Messa con devozione così come domineddio l’ha pensata.

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Quello che conta è essere stato lo strumento che ha permesso l’esperienza forte a questi rampolli della chiesa di Milano cosa questa «da apprezzare e di cui esserne grati». E allora anche noi ci uniamo a questo civilissimo coro di gratitudine e diciamo: «Grazie Signore grazie, Signore graaazieeee (cfr. qui)».

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Ancora con il giubilo nel cuore e il tremore tra le labbra, a mani basse come chi sa di essere stato vinto e superato, mi permetto timidamente di suggerire all’Arcidiocesi di Crotone-Santa Severina delle idee pastorali per la prossima aggregazione estiva giovanile. Anzitutto l’organizzazione di alcuni rave party didattici per ragazzi dai 15 ai 25 anni. Rave – chi siamo noi per dubitare che nei rave party non si possa trovare anche qualcosa di buono? –in cui giovani si sentano spinti a potenziare le loro skills di socializzazione e al contempo essere introdotti alla conoscenza e allo studio pratico delle sostanze psicotrope più comuni sul territorio – magari in collaborazione con il dipartimento di tossicologia e azzardando il patrocinio di qualche nucleo antidroga – cosa senz’altro utile in previsione di una ipotetica futura carriera universitaria in Chimica e tecnologie farmaceutiche o di un arruolamento tra le forze di polizia.  

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Nello specifico proporrei anche l’allestimento di alcuni gazebi attorno a dei falò atti alla degustazione di qualche buon prodotto enogastronomico della regione che aiuti le imprese agricole in difficoltà a ritrovare i propri spazi e la fiducia in sé stesse partendo dall’utilizzo di materiali green a zero impatto ambientale per rispettare sorella madre terra, a partire da quelle straordinarie bombe che sono le salse calabresi ai peperoncini piccantissimi da lasciare senza fiato.

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Con un programma estivo del genere, ne siamo sicuri, non ci sarà più bisogno neanche di celebrare la Santa Messa o di pregare per avere un’esperienza forte di Dio, perché tutti, vuoi per le sostanze psicotrope vuoi grazie a un buon Cirò Rosso DOC, saranno certamente in grado di essere profeti e di avere visioni meglio di come fecero, al tempo di Mosè, Eldad e Medad [cfr. Nm 11,25-29].

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Ma andiamo avanti. Proseguendo la lettura del comunicato, non si può che condividere che la liturgia, così come ogni celebrazione dei divini misteri della Chiesa, consta di gesti e di simboli che è giusto rispettare e valorizzare. Ma il comunicato – o l’estensore del comunicato – sembra omettere la conseguenza che un tale rispetto e valorizzazione implica – cosa che nel magistero della Chiesa appare limpido e cristallino sia per la Sacrosantum Concilium che per la Redemptionis Sacramentum – e cioè che la celebrazione della Messa, in quanto azione di Cristo e della Chiesa, non è un patrimonio ad usum privato del prete, il quale non può, di sua iniziativa, aggiungere, togliere o mutare alcunché in materia liturgica e sacramentale. E questo vale sia per quanto riguarda la parte materiale che formale del Santo Sacrificio. Proprio il ricorso all’espressione conciliare per ritus et preces [cfr. SC 48] dovrebbe suscitare nell’estensore della nota diocesana una giusta venerazione per l’intero complesso del diritto liturgico della Chiesa che nel caso di specie costituisce un evidente illecito che deve essere corretto quanto prima utilizzando la virtù teologale della carità che è sempre compresa, avvalorata e praticata nella luce della verità che non può essere negata [cfr. Benedetto XVI, Lettera enciclica Caritas in veritate, nn. 1-2, 29].

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E qual è la verità? La verità è che un prete non può celebrare in quelle condizioni che non sono neanche lontanamente ammissibili dentro un bar di uno stabilimento balneare, dove il buongusto civico e l’etichetta del gestore impone agli avventori di mettersi almeno la maglietta per andare a consumare al bancone.

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La verità implica che anche nei casi particolari previsti dal Codice di Diritto Canonico, dove si sottolinea la prerogativa della sporadicità e non già dell’ordinarietà [Cfr. can. 932 §1 e 2 CIC in Commento al Codice di Diritto Canonico a cura di Mons. Pio Vito Pinto, LEV, 2001 e Commento giuridico pastorale al Codice di Diritto Canonico di Luigi Chiappetta, EDB 2011], le celebrazioni eucaristiche (anche quelle vacanziere e dei campi scuola) siano celebrate in modo consono, in luoghi curati, decorosi e rispettosi della sacralità del sacrificio pasquale del Cristo che in esso vi si celebra. Domando pertanto ai canonisti più colti e preparati del sottoscritto se la particolarità e l’eccezionalità prevista del canone can.932 §1 e 2 si applica ai picchi termici italiani, cosa questa che sembra aver orientato la scelta della messa in mare celebrata dal presbitero Mattia Bernasconi (cfr. qui). Perché se così fosse, tutti i confratelli sacerdoti della Sardegna e della Sicilia si sentirebbero autorizzati a celebrare da giugno a settembre dentro a delle chiese gonfiabili come a Las Vegas a pochi metri della battigia avendo come scusante le temperature che oscillano in estate dai 35 ai 42 gradi.

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Ricordo ancora ai fedeli, quelli più distratti e ingenui, che Crotone si trova in Italia, dove c’è ancora la Chiesa Cattolica romana. Questo chiarimento geografico è utile per evitare confusioni di sorta, se mai qualcuno pensasse di vivere in Gallia al tempo di Giulio Cesare tra i Druidi, cosa che autorizzerebbe allora a cercare come luogo celebrativo non una chiesa, ma un bosco di querce, una pianta di vischio o le rive di un lago.

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Se lo stupore è parte essenziale dell’atto liturgico, di certi stupori noi sacerdoti antiquati e fedeli rigidi ne avremmo fatto volentieri a meno. Suggerisco ai venerabili vescovi e ai rettori dei seminari di curare particolarmente bene la formazione liturgico-sacramentale dei futuri sacerdoti delle loro zone, forse più attenti a depilarsi le sopracciglia in modo scolpito come le signorine, anziché studiare l’Ordinamento Generale del Messale Romano. Cosa che permetterà un sano senso pastorale affinché ci sia risparmiato per l’avvenire l’imbarazzo e lo stupore di dover lasciare a malincuore simili celebrazioni e sacerdoti per far rotta verso altri lidi.  

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Affidiamo ai Monaci Certosini della storica e antica Certosa calabrese di Serre San Bruno una adeguata preghiera di riparazione, alla quale si uniranno quelle di noi Padri de L’Isola di Patmos.

Laconi, 27 luglio 2022

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Un video che pone interrogativi molto seri sulla formazione permanente dei sacerdoti, ma soprattutto sulla formazione all’episcopato dei loro vescovi

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Poteva mancare il teatrino del clericalmente corretto del vignettista Don Giovanni Berti?

La risposta colorita di Padre Ariel non si è fatta attendere …

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I Padri dell’Isola di Patmos

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(Iª parte) Colpi di sole: Mattia Bernasconi presbitero ambrosiano celebra la Santa Messa in costume da bagno a mollo in acqua con un materassino gonfiabile come altare

(Iª parte) COLPI DI SOLE: MATTIA BERNASCONI PRESBITERO AMBROSIANO CELEBRA LA SANTA MESSA IN COSTUME DA BAGNO A MOLLO IN ACQUA CON UN MATERASSINO GONFIABILE COME ALTARE

«Davanti all’Eucaristia prima del senso pastorale ci vuole il senso del sacro, cioè della Presenza divina». E quale presenza divina si percepisce nella messa bagnata di Mattia Bernasconi? Sarei curioso di chiederlo al suo vescovo, così come al suo insegnante di dogmatica, di liturgia e di diritto canonico che sicuramente gli avranno spiegato cosa è la Messa cattolica e come la si celebra.

— Attualità ecclesiale —

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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PDF  articolo formato stampa

 

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il video è visionabile in fondo all’articolo

«La Chiesa fa l’Eucaristia e l’Eucaristia fa la Chiesa» è un concetto teologico medievale semplice che sicuramente S.E. Mons. Mario Delpini, arcivescovo di Milano e successore di Sant’Ambrogio, conoscerà più che bene. Forse però questa massima medievale è sfuggita al suo presbitero Mattia Bernasconi che della messa ha fatto pubblico dileggio e oltraggio in quel di Crotone in località Alfieri-Scifo (vedi qui, qui, qui), facendo delle membra di Cristo, membra di una prostituta [Cfr. 1Cor 6,15].

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Sarò onesto, se fossi un giovane ventenne di oggi, me ne starei bene alla larga da questa Chiesa 2.0 che giorno dopo giorno trova nuovi motivi di orgoglio [Pride come si usa dire] per mortificarsi e mortificare. Una Chiesa attentissima ai fini temporali quale l’accoglienza ai poveri e ai migranti, l’educazione alla legalità, l’impegno ecologista-dietetico-alimentare, la lotta politica a favore della pace, fino alla corsa spregiudicata verso la giustizia e la fratellanza universale di sanculottiana memoria ma diafana e sciatta quando si tratta di difendere e custodire il suo bene più prezioso che è l’Eucaristia e i divini misteri.

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E non è solo dell’Eucaristia che è doveroso parlare in questo frangente, ma del vero e proprio senso del sacro che è ormai sparito dalla Chiesa e dai “pretifici” arcivescovili, come li indicava il nostro Ariel S. Levi di Gualdo nel suo libro di oltre 10 anni fa: E Satana si fece trino. Come infatti sostiene giustamente il teologo e liturgista Nicola Bux: «Davanti all’Eucaristia prima del senso pastorale ci vuole il senso del sacro, cioè della Presenza divina» (qui). E quale presenza divina si percepisce nella messa bagnata di Mattia Bernasconi? Sarei curioso di chiederlo al suo vescovo, così come al suo insegnante di dogmatica, di liturgia e di diritto canonico che sicuramente gli avranno spiegato cosa è la Messa cattolica e come la si celebra.

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Chissà a quale alto senso pastorale ― quello per intenderci del «pastore con l’odore delle pecore» ― è addivenuto Mattia Bernasconi nei suo anni sacerdotali per sentire l’irrefrenabile esigenza di celebrare con petto nudo e villoso, immerso fino alla cintola nel limpido mare di Calabria con un materassino gonfiabile per altare e un ministrante in costumino che regge il corporale per evitare che la brezza marina e le onde rovescino il calice (fatto forse di cialda di gelato?) e l’ostia magna (magari sponsorizzata dalla Algida?).

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Perché sia chiaro, oggi la mission del prete sta nello sconvolgere, non nel santificare. Deve sconvolgere in ogni campo ― nel bene così come nel male ― fino a toccare gli eccessi di una porno-pastorale fatta di una supremazia assoluta della coscienza su ogni cosa, soprattutto sulle cose di Dio. «Una esperienza sconvolgente […] sconvolgente perché ha sconvolto di fatto molti nostri pensieri e, ovviamente, sconvolgente in senso positivo» [cfr. qui]. E tra uno sconvolgimento e un altro, arriviamo di fatto a quel capolavoro della morte di Dio che Nietzsche aveva preannunziato ma che noi preti 2.0 abbiamo realizzato nella pratica. Se coloro che servono Dio e l’Altare si mescolano alle bassezze di questo mondo, Dio è clinicamente morto nella loro vita e nel loro ministero e risorge così non l’uomo nuovo ma quello prometeico che nell’eccesso, nello sconvolgimento e nel fai da te di una fede autocentrata che cerca la salvezza nell’immanenza e non nella trascendenza.

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Caro Mattia Bernasconi presbitero ambrosiano, il tuo campo sulla legalità con i ragazzi della parrocchia di San Luigi Gonzaga di Milano sarà stato pure un successo strepitoso ma adesso, per favore, sii così gentile da spiegargli che oltre alla legalità civile esiste pure una legalità dogmatica, liturgica e canonica che è indissolubilmente legata a quella salute dell’anima che la Chiesa desidera per i suoi figli e che tu come prete devi difendere con tutte le tue forze. Spiegagli, per favore che qualunque esperienza sconvolgente non autorizza a uccidere barbaramente il santo e perfetto sacrificio della Messa come tu hai fatto, irridendo l’insegnamento apostolico su cui si fonda la lex orandi e credendi della Chiesa. Il cuore dei tuoi ragazzi sarà forse un domani pronto e preparato a resistere alle lusinghe dell’illegalità ma sarà di fatto disarmato e insofferente di fronte al senso del sacro, ignaro di Dio, incapace di trattenersi con Lui, affaticato davanti al Santo che si rivela, così come è stato per Abramo, nell’ora più calda del giorno [Gn 18,1].

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Anche il più nobile dei valori civili e umani costituisce un pallido riflesso se paragonato al tesoro dell’Eucaristia che è capace sì di edificare la Chiesa ma a condizione che questa ne riconosca il valore e la centralità feconda facendola diventare fons et culmen di ogni esperienza cristiana e di ogni cristiano in ogni tempo e stagione. Solo se riconosciamo nell’Eucaristia ben celebrata e ben preparata: «la cotidiana manna, sanza la qual per questo aspro diserto a retro va chi più di gir s’affanna» [Dante Alighieri, La Divina Commedia, Purgatorio, XI, 13-15] potremmo essere salvati come credenti e affidabili come presbiteri. E tu, caro Mattia presbitero ambrosiano, è proprio il caso che te lo dica, complice il sole calabro ti sei affaticato invano retrocedendo nella tua conoscenza di Cristo per seguire un moderno profilo pastorale di pastore con un male inteso «odore delle pecore». Con la speranza che con tutta quell’acqua e con il movimento delle onde quel senso pastorale si sia finalmente lavato via dal tuo sacerdozio, ahimè definitivamente.

Laconi, 25 luglio 2022

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Un video che pone interrogativi molto seri sulla formazione permanente dei sacerdoti, ma soprattutto sulla formazione all’episcopato dei loro vescovi

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Il pene di Rocco Siffredi, la inaffidabilità della Enciclopedia Libera Wikipedia, la sofferenza per la dismorfofobia peniena dell’uomo fallocentrico del Terzo Millennio

IL PENE DI ROCCO SIFFREDI, LA INAFFIDABILITÀ DELLA ENCICLOPEDIA LIBERA DI WIKIPEDIA, LA SOFFERENZA PER LA DISMORFOFOBIA PENIENA DELL’UOMO FALLOCENTRICO DEL TERZO MILLENNIO

 

La pseudo liberazione sessuale ha generato ogni immoralità fuorché libertà. Il sesso tutto e subito, anche nelle forme più sregolate ed estreme consumato a partire dalla giovane età, nei decenni a seguire ha prodotto generazioni di smidollati incapaci a sviluppare il valore dell’attesa, della lotta interiore e della capacità a resistere, strutturando il proprio carattere su personalità sorrette anche su quella auto-disciplina che guida alla conquista dell’auto-controllo e della vera libertà interiore.

— Attualità —

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PDF  articolo formato stampa

 

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ciò che è scritto dagli scienziati di Wikipedia è tutto vero?

Dinanzi alla frase: «… ma l’ho letto su Wikipedia!», se di fronte ho una persona semplice, mi ammanto di buon umore e rispondo con una battuta ironica, se con la stessa frase sono investito da una persona che si dà arie da studioso e intellettuale, in quel caso potrei reagire anche male.

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Wikipedia parte dal presupposto errato che storia e conoscenza scientifica nei vari ambiti del sapere possano essere democratici e soggetti alle discussioni e ai giudizi di non meglio precisati wikipediani, tra i quali pullulano anche intellettuali falliti e ricercatori universitari frustrati. Sul piano storico Wikipedia è una miscellanea di imprecisioni. E siccome tutti possono offrire il proprio democratico contributo, quando qualcuno ha osato correggere grossolane inesattezze è spesso accaduto che il democratico comitato dei vari wikipediani, di prassi rigorosamente anonimi, abbia celermente cancellato il dato esatto e lasciato quello palesemente errato, o più semplicemente ideologico.

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Vi narro una esperienza: anni fa decisi di inserire una voce nella pagina italiana di Wikipedia, si trattava di un insigne teologo, figura di notevole spicco che partecipò come perito al Concilio Vaticano II e che fu stretto collaboratore di tre Sommi Pontefici. Poco dopo il wikipediano di turno dispose la cancellazione della pagina motivando che «mancava di enciclopedicità» e che la persona sulla quale era stata costruita quella biografia non era «figura di valenza enciclopedica». Non pago di questo mi accusò di voler «pubblicizzare uno sconosciuto». Provai a discutere con questo democratico anonimo basandomi sui principi della razionalità e del rigore dettato dai dati di fatto. Presi così le pagine di Wikipedia in lingua tedesca e in lingua inglese dimostrando che non solo su questa persona risultavano due rispettive biografie, ma che quella scritta da me sulla pagina in lingua italiana riportava gli stessi identici dati. Fatto questo chiesi sulla base di quali criteri un teologo italiano potesse essere enciclopedico sulle pagine di Wikipedia in Germania e nei Paesi anglofoni, non però in Italia, dove peraltro ha sempre vissuto e operato. Nella discussione intervennero altri scienziati wikipediani, forse degli assistenti di cattedra da anni in attesa del concorso a titoli che erano stati maltrattati dal professore ordinario per tutta la giornata e per questo bisognosi di sfogo, i quali dettero man forte al loro sodale, sostenendo la «non enciclopedicità» contro ogni palese e dimostrata evidenza.

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Dinanzi a persone che negano i fatti, due sono le soluzioni: o si chiude la discussione o si prendono in giro. In quella circostanza optai per la seconda scelta dimostrando a quella insolita “corte giudicante” che cosa Wikipedia intende di fatto per “verità enciclopedica”. Su questa libera enciclopedia che ha assoggettato i fatti storici e il sapere al sindacato democratico di personaggi anonimi senza volto e identità, c’è la voce rigorosamente enciclopedica del celebre porno attore italiano Rocco Siffredi, a cui riguardo fu scritto nel 2015 con ineccepibile enciclopedicità, quindi come dato inconfutabile: «misura del pene 23 centimetri». Presi questo dato enciclopedico e invitai gli anonimi giudici della corte wikipediana a prendere un metro e a misurare una lunghezza di 23 centimetri. Poi, previo consulto con i migliori specialisti in urologia, domandarsi se un pene di quelle dimensioni può rimanere in stato di parziale erezione solo per pochi minuti. A seguire li invitai a porsi una seconda domanda: un Signore che con il suo pene ci lavora come porno attore, può permettersi problemi erettili? O meglio: può permettersi una erezione di durata molto breve? Perché la cosa equivarrebbe a un atleta con problemi di asma cronica e di fiato corto che dovesse fare una corsa in velocità con il salto a ostacoli.

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Proseguii spiegando ai democratici scienziati wikipediani che un pene di quelle dimensioni renderebbe patologicamente malato il pover’uomo che per disgrazia se lo ritrovasse tra le gambe. Questa patologia affatto augurabile ad alcun maschio è indicata nell’ambito clinico come macrofalosomia. Un pene che supera i 20 centimetri di lunghezza è un pene problematico per l’uomo e per la donna che dovrebbe esserne penetrata nel corso del rapporto sessuale. La macrofalosomia può pregiudicare una vita sessuale sana, generando i relativi disagi psicologici individuali e di coppia. A tutto ciò si aggiunge il problema fisiologico di erezioni molto parziali, una tenuta limitata dello stato erettile e la inevitabile propensione alla eiaculazione precoce. I tessuti cavernosi penieni necessitano del necessario afflusso di sangue sia per raggiungere lo stato erettile sia per mantenerlo. Un pene enorme significa più tessuto da gonfiare, quindi un afflusso di sangue molto maggiore nell’area genitale. Nessun corpo maschile può sostenere un simile sforzo. Di conseguenza le erezioni di un macro pene non sono soddisfacenti, con tutti i problemi che ne derivano.

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Anziché rispondermi nel merito circa la enciclopedicità riguardo l’organo genitale del Signor Rocco Siffredi, la Suprema Corte di Cassazione Wikipediana chiuse il discorso definendomi un disturbatore. Trascorsi alcuni anni sono tornato ad aprire la pagina Wikipedia del celebre porno attore mentre stavo scrivendo questo articolo, scoprendo un aggiornamento enciclopedico che mi ha lasciato sbalordito: tra il 2015 e il 2022 la lunghezza del membro del Signor Rocco Siffredi è infatti passata da 23 a 24 centimetri. Il tutto frutto di indiscutibile e democratica enciclopedicità, beninteso! Passare dai 23 centimetri del 2015 quando il porno attore aveva 50 anni d’età, alla misura di 24 centimetri nel 2022 quando di anni ne ha 58, come miracolo enciclopedico è straordinario. Con altrettanto indiscutibile rigore enciclopedico è stata aumentata anche la sua altezza, indicata pari a un metro e 85 centimetri, benché il Signor Rocco Siffredi sia alto un metro e 75 centimetri. Questioni di democratica enciclopedicità, che in quanto democratica è indiscutibile.

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Vorrei che questo racconto servisse a coloro che a partire dalle scuole medie sino alle ricerche per la redazione delle tesi di laurea prendono come fonte attendibile tutte le approssimazioni, le inesattezze e le notizie storiche parziali e viziate da ideologia presentate da Wikipedia, usandole come fonti sicure per redigere i propri lavori, facendo spesso dei veri e propri copia e incolla. Purtroppo, la Libera Enciclopedia Wikipedia, nei concreti fatti è il trionfo dell’analfabetismo digitale ammantato di sapere e di non meglio precisata democrazia, nella totale incuranza che il sapere e le scienze non sono democratiche ma oggettive.     

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La dismorfofobia peniena è un disturbo psicologico maschile che reca spesso problemi seri ad alcuni uomini. Coloro che ne sono affetti ritengono il proprio pene di dimensioni piccole, con il relativo disagio che ne consegue, soprattutto a livello psicologico e comportamentale. Nella gran parte dei casi il tutto è solo frutto della errata percezione del loro sesso, non dovuto alla patologia del micropene congenito. E così, molto a torto e per niente a ragione, un giovane mi disse: «Ho un grosso problema». Poi cercò di sdrammatizzare aggiungendo: «Un problema che riguarda qualche cosa di piccolo». E mi parlò del suo dramma interiore, legato a un pene a suo dire di dimensioni non soddisfacenti. Un altro mi narrò che al termine di un diverbio la sua partner lo aveva irriso facendo riferimento alle dimensioni del suo pene, cosa per la quale si era sentito a tal punto umiliato che aveva cominciato a soffrire di depressione. Anni fa ho avuto in direzione spirituale un giovane di bell’aspetto, di ottimo carattere, brillante nell’intelligenza e dotato negli studi, ma molto insicuro nel temperamento. Un giorno prese coraggio e decise di confidarmi che sin da quand’era adolescente aveva incominciato a soffrire perché riteneva di avere un pene di piccole dimensioni. Dopo il suo sfogo compresi da dove derivava la sua insicurezza, aiutandolo in tal senso con risultati rivelatisi poi ottimi, grazie a Dio. Potrei proseguire con altri esempi più o meno simili, ma qui mi fermo.

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La bellezza del ministero sacerdotale del confessore o del direttore spirituale è data dal fatto che quando gli uomini ― ma anche le donne ― instaurano un rapporto di autentica e profonda fiducia non esitano ad aprire le sfere più intime e delicate del proprio essere al sacerdote scelto come segreto confidente, superando il disagio e il senso di vergogna che certe cose possono comportare. Coloro che pensano di intendersi di Chiesa, oltre che di dottrina cattolica e di teologia, o che dall’alto delle loro cattedre erette sui social media presumono di poterci non solo criticare ― cosa sempre legittima entro i limiti del lecito ― ma persino insegnare come fare i pastori in cura d’anime, non possono neppure immaginare in quali sfere dell’intimo umano ci dobbiamo muovere e con quali problemi esistenziali veniamo a contatto nella segretezza totale del foro interno e del foro esterno. La sessualità, o ciò che attiene alla sessualità umana, è una di queste sfere, sotto certi aspetti la più delicata da trattare, perché investe aspetti del corpo e della psiche umana che sono tutti quanti uno più complesso dell’altro.

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La sessualità dell’uomo è esterna, contrariamente a quella della donna che è interna. Per questo l’uomo tende a esteriorizzare la sessualità, mentre la donna tende a interiorizzarla. Potremmo dire che l’uomo è sessualmente estroverso e la donna sessualmente introversa. Inevitabilmente l’uomo tende ad avere con il proprio pene un rapporto esteriore che mai una donna si sognerebbe di avere con la propria vagina. Del tutto diverso anche il modo in cui uomo e donna raggiungono l’orgasmo. Più volte diverse donne mi hanno espresso disagi in tal senso, accusando ingiustamente sé stesse di frigidità, perché in questo la donna tende a colpevolizzarsi, mentre spesso è tutta colpa dell’uomo che non sa trattare e rapportarsi con il corpo della donna. Se la donna accoglie quando vuole accogliere e ciò che vuole accogliere, l’uomo è preso invece dal bisogno di esibire, afflitto da un indomabile spirito di competizione sessuale, indicata solitamente come “ansia da prestazione” o più semplicemente come narcisismo. Tutto questo si sviluppa da una ben precisa e triste radice: una oggettiva mancanza di conoscenza della donna e della sessualità femminile. Se una donna desidera un uomo e ne è profondamente innamorata, non è neppure minimamente sfiorata dalle dimensioni del suo pene. A una donna in generale, a una innamorata in particolare, per raggiungere l’orgasmo è sufficiente mezzo dito mignolo. Non solo: un cosiddetto arnese eccessivo può darle solo fastidio, oltre che recare male, provocando tutto fuorché piacere.

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L’espressione idiomatica più o meno volgare, però molto realistica, riferita alle varie tipologie di uomini che «ragionano col cazzo», ha un suo senso molto profondo. Spesso l’uomo tende ad agire e interagire usando come metro di misura il pene anziché la ragione, la logica e il senso speculativo. Più volte mi è capitato di ricordarlo a diversi uomini, facendogli presente quanto fossero affetti da fallocentrismo cronico. Il tutto può essere legato al relativo tasso di quell’ormone maschile noto come testosterone, l’eccesso o la carenza del quale può produrre problemi di varia natura. Non è detto che un tasso alto di testosterone sia un toccasana. Un testosterone eccessivo può rendere l’uomo non solo iperattivo e sessualmente efficiente ma anche molto aggressivo e non sempre capace a controllare la sua aggressività. Più volte è accaduto che nel corso di certi processi penali legati a varie forme di violenza il difensore dell’imputato abbia presentato perizie ed esami clinici che attestavano la produzione eccessiva di testosterone. Qualche volta è anche capitato che il giudice ne tenesse conto riducendo la colpa legata a volontà o premeditato dolo. Per inverso, un testosterone basso, può originare insicurezza, ansia e stati depressivi.

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Il ragionare e l’agire fallocentrico dell’uomo altro non è che quella dimensione speculare alla donna che agisce e interagisce in modo uterocentrico, presa più o meno da isteria. Non a caso il termine deriva dalla radice greca di ύστερα (ystera) che significa utero, da cui deriva il termine ysterikòs. Il corpo dell’uomo e della donna sono delle macchine molto complesse, mentre la mente dell’uno e dell’altra rimane per gran parte un mistero da conoscere ed esplorare. Il sacerdote che vive a contatto con il materiale umano deve confrontarsi anche con certe complesse realtà, dalle quali spesso emergono problemi che non si risolvono prescrivendo la recita terapeutica di una Ave Maria in attesa del «definitivo trionfo del suo cuore immacolato», come pensano quei simpatici cattolici magico-onirici sempre pronti a insegnarci come svolgere correttamente il nostro sacro ministero, pur non avendo mai toccato con mano, ma neppure sfiorato a distanza, certi complessi drammi delle esistenze umane. Sorvoliamo poi sullo spirito rigoroso e impietoso col quale questi stessi cattolici magico-onirici trattano il sesso e la sessualità umana, concentrandovi sopra l’essenza dell’intero mistero del male, come se il sesso fosse il peccato dei peccati. Argomenti questi sui quali ho scritto più volte e in modo dettagliato.

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Viviamo in una società malata di sessuomania, siamo invasi da una pornografia che veicola modelli sessuali e modalità di rapporti sessuali che sono a dir poco surreali, presentati in parte come realtà in parte come traguardi da raggiungere. Questo mercato pornografico ha sortito come effetto quello di dare ai giovanissimi un’idea distorta del sesso, delle relazioni e dei rapporti sessuali. Mai come oggi urologi e andrologi si erano ritrovati dinanzi a pazienti giovanissimi con problematiche che sono tutte psicologiche e non fisiche, meno che mai clinico-patologiche. I problemi dei giovani cresciuti a pane e pornografia possono variare da una visione completamente alterata della sessualità umana, dei rapporti sessuali e delle loro dinamiche, con relative carenze di erezione e problemi di eiaculazione precoce come mai si erano visti prima e che per questo hanno costituito oggetto di numerosi convegni internazionali da parte della Società degli urologi e degli andrologi.

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Il Signor Ventiquattro Centimetri rigorosamente enciclopedico-wikipediani vanta e si attribuisce il merito di avere sdoganato il sesso con i suoi film e le sue accademie del porno, mentre in verità lo ha reso surreale e violento, inducendo alcune generazioni di giovani e giovanissimi ad averne una visione del tutto alterata, con quello che di pericoloso ne consegue a livello singolo e sociale. Insomma, lasciatemi andare giù pari, perché se giochiamo di pudorosi eufemismi e latinismi scientifici non ci intenderemo e soprattutto non potremmo focalizzare il problema. La pazzia collettiva — come la indicava in modo profetico il Servo di Dio Enrico Medi negli anni Settanta del Novecento — è giunta ormai a questi livelli: se un tifoso goliardico molla una pacca sul culo a una telecronista che sta conducendo una diretta televisiva fuori dallo stadio, si leva un coro di scandalizzati che urlano alla violenza sessuale e che invocano persino la condanna per stupro dell’improvvido e inopportuno ragazzaccio, che non doveva fare quel che ha fatto, ma che di certo non ha violentato una ragazza, le ha mancato di rispetto in modo scherzoso come in ogni caso non si deve fare. Però, lo stesso coro di squinternati scandalizzati, tace e non proferisce gemito se in uno dei tanti film porno una donna circondata da una gang di quattro uomini viene penetrata da due per volta nella vagina e nell’orifizio anale, schiaffeggiata sulle natiche e tirata per i capelli in modo violento durante un coito orale. Immagini simili e altre peggiori sono reperibili e visibili da qualsiasi adolescente che abbia in mano uno smartphone. Dinanzi a queste descrizioni, adesso si leverà il solito coretto stonato, noioso e immancabile, dei puritani cattolici per caso pronti a sentenziare «un prete non si esprime così: vergogna!». Invece, rifiutarsi di vedere i problemi in tutta la loro gravità, descriverli e sbatterli in faccia a chi non li vuole vedere perché deciso a vivere nel suo mondo di madonnine languide e cristi androgini photoshoppati, è il modo sicuramente migliore per risolverli, soprattutto per cercare di tutelare i nostri giovanissimi dalle insidie del Demonio. Pertanto domandatevi: è da considerare equilibrata una società che invoca la condanna per stupro di un emerito coglione dalla goliardia inopportuna, ma che tace dinanzi a un’imperante pornografia violenta e aggressiva nella quale i rapporti sessuali di coppia o di gruppo simulano molto spesso lo stupro? Questo intendeva il Servo di Dio Enrico Medi quando irriso da tutti gli intellettuali chic affermava di non temere l’inquinamento e neppure la possibilità di una guerra nucleare, bensì di temere la follia collettiva verso la quale l’umanità stava precipitando. E nella quale infine, l’umanità, oggi è precipitata.

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Se osiamo parlare ai giovani di purezza e di castità, finiamo accusati all’istante di spirito retrogrado e sessuofobico, come pochi giorni fa è accaduto al Sommo Pontefice, prontamente cannoneggiato da tutta la stampa della sinistra radical chic. A parlare infatti di purezza e castità, il minimo che può capitarci è di essere guardati dai diretti interessati come degli extraterrestri atterrati sul pianeta Terra. A seguire, mammine in testa, semmai persino cattoliche adulte e impegnate, variamente catto-comuniste se non addirittura catechiste, si premureranno di dire ai figli di non prestare ascolto a un ridicolo prete che vive in chissà quale iperuranio e che non si rende conto che i tempi sono cambiati. Dopodiché, la mammina amorosa, a sapiente suggello aggiungerà: «Quel che solo conta è l’amore», senza però spiegare ai figli cosa sia l’amore e che cosa comporti, soprattutto in sacrifici e rinunce. Siamo sicuri che dei genitori premurosi e amorosi possano risolvere il problema della corretta educazione sessuale dei figli raccomandando a degli adolescenti l’uso dei preservativi e facendo prescrivere la pillola anticoncezionale alla figlia appena quattordicenne? Io che sono un signore in procinto di compiere a breve 59 anni posso testimoniare che mio padre e mia madre non si sono sottratti all’obbligo delicato e gravoso di educarmi alla sessualità, insegnandomi la prudenza e la continenza, spiegandomi che non si può avere tutto e subito e che l’esercizio della sessualità comporta anche dei rischi e delle responsabilità che poi, a danno fatto, non si possono certo risolvere con l’abominio dell’aborto. E le loro gravose responsabilità di educatori i miei genitori non le hanno mai demandate né scaricate su un preservativo e su una pillola, come fanno invece numerose mammine amorose cattoliche adulte impegnate e militanti, talora persino catechiste, quando irridendoci dinanzi ai figli e alle figlie li invitano a non prestare ascolto alle fesserie che a loro dire sarebbero frutto delle menti fuori dal tempo e dal mondo di noi preti.

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La pseudo liberazione sessuale ha generato ogni immoralità fuorché libertà. Il sesso tutto e subito, anche nelle forme più sregolate ed estreme consumato a partire dalla giovane età, nei decenni a seguire ha prodotto generazioni di smidollati incapaci a sviluppare il valore dell’attesa, della lotta interiore e della capacità a resistere, strutturando il proprio carattere su personalità sorrette anche su quella auto-disciplina che guida alla conquista dell’auto-controllo e della vera libertà interiore. Se dei genitori hanno delle figlie adolescenti che si muovono per le strade mezze nude e che si comportano come delle autentiche cagnette in calore, il grave problema non si risolve dicendo «oggi è così», oppure «così vestono in televisione», o peggio «i tempi sono cambiati», perché un genitore degno di questo nome, oltre a essere un attento educatore deve saper tutelare le figlie adolescenti da tutte le tendenze sbagliate e altamente immorali che sono propagate ai giovanissimi, in modo deciso e all’occorrenza anche severo. A dimostrare ciò che dico è che giovani e giovanissimi non sono più in grado di reggere un no, di superare una sconfitta. Se qualcuno osa dir loro che non è vero che tutto sia dovuto e che al contrario tutto va meritato e conquistato a caro prezzo, che non esistono i successi immediati frutto di esiti magici, eccoli cadere in stati depressivi. A quel punto sono colti da istinti di suicidio, diventano violenti, spesso si raggruppano in branchi nei quali la violenza è sfogata in gruppo, esercitando violenza gratuita in danno di deboli, fragili e disabili sino alla violenza sessuale sulle donne.

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Nei confessionali sempre più deserti, in alcune chiese persino tolti da sotto le navate per lasciare spazio a colloqui socio-psicologici tra confessore e penitente seduti sulle panche come due amici sulla panchina del parco pubblico, oggi nessuno si accusa più di avere rapporti sessuali con l’amichetto o l’amichetta conosciuta il mese prima alla tenera età di 14 anni, nessun giovane chiede perdono a Dio perché convive con una donna o un uomo senza essere sposato, nessuna donna confessa di avere fatto sino all’incredibile per convincere il suo amante ad abbandonare la moglie e i figli e andare a vivere con lei, perché ciò che solo conta è l’amore. Un amore del tutto falso e falsante al quale è stato tolto ogni elemento sorretto anzitutto sulla capacità di rinunciare a ciò che non si può e che non si deve avere. Purtroppo può capitare, come più volte ho spiegato a diverse donne, di innamorarsi anche di un uomo sposato che ha moglie e figli. Però l’essere umano è dotato di ragione e senso critico, non è vero che l’amore è cieco e che comanda lui, siamo noi che comandiamo e scegliamo. Ma soprattutto, l’amore, non si può celare dietro falsi pretesti di puro egoismo. Pertanto, se tu fossi veramente innamorata di quell’uomo che non è libero e che ha una moglie e dei figli, proprio per l’amore che nutri per lui dovresti allontanarti, anziché pretendere per un non meglio precisato amore che lui lasci la famiglia per venire a vivere con te, perché questo non è amore, ma egoismo distruttivo. E se parliamo di quell’egoismo che si spinge sino alla distruzione di matrimoni e famiglie, bisogna ammettere che nessun uomo riesce a esercitare la malizia di cui è capace una donna intestardita decisa ad avere un uomo a tutti i costi e costi quel che costi. Per quanto riguarda la mia personale esperienza posso dire che le innamorate in questione non hanno mai ascoltato le mie parole, semmai hanno ascoltato quelle delle amiche e soprattutto delle esperte madri che si sono premurate persino di istruirle su come indurre il loro amante a lasciare la moglie e i figli. Però lo chiamano amore.

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Cos’altro potremmo aspettarci da una società in cui, con rigorosa e indiscutibile “enciclopedicità”, è presentato come aspirazione e come modello un pene di 24 centimetri, nella inconsapevolezza e nella totale ignoranza che un uomo con un membro del genere non sarebbe affatto un meraviglioso stallone, ma solo un povero malato?

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dall’Isola di Patmos, 29 giugno 2022

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Cari Lettori,

vi prego di leggere questo articolo [vedere QUI] e di essere sensibili e premurosi per quanto vi è possibile

Vi ringrazio

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Dopo che hanno portato in processione al Gay Pride la Madonna sadomaso e il Cristo sui tacchi a spillo, mi trovo sotto processo per avere dato dell’incoerente a un promotore LGBT

DOPO CHE HANNO PORTATO IN PROCESSIONE AL GAY PRIDE LA MADONNA SADOMASO E IL CRISTO SUI TACCHI A SPILLO, MI TROVO SOTTO PROCESSO PER AVERE DATO DELL’INCOERENTE A UN PROMOTORE LGBT 

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Sono nelle mani della vostra generosità: da una parte ho solo voi, dall’altra un branco di lupi che non vogliono certo la condanna mia ― che realisticamente è improbabile ― ma quella della Chiesa Cattolica, per attaccarsi così una medaglietta ideologica sul petto e seguitare a prenderci a schiaffi con la prossima Madonna sadomaso o con il prossimo Cristo sui tacchi a spillo, bordandoci querele se qualcuno osa replicare ai promotori del fascismo dell’antifascismo, alla intolleranza dei tolleranti e alla discriminazione dei paladini della antidiscriminazione.

— Attualità —

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La Madonna sadomaso portata il processione il 5 giugno al Gay Pride di Cremona dai fascisti dell’antifascismo e dai discriminatori dell’antidiscriminazione

I soliti lobbisti LGBT hanno portato in processione al gay pride di Cremona la Madonna sadomaso preceduta lo scorso anno dal Cristo in minigonna sui tacchi a spillo e varie altre amenità inscenate a queste parate porcine. Non si sa bene sulla base di quali libertà, perché la dissacrazione di tutto ciò che è cattolico non rientra nelle libertà sancite dalla Costituzione della Repubblica Italiana.

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Mentre per le vie di Cremona sfilava la statua della Madonna sadomaso per opera della gaiezza più creativa che da sempre si sente libera di esprimere oltraggi ai sentimenti cristiani, io mi trovo sotto processo penale perché querelato da un promotore LGBT, con tanto di associazione appartenente al segmento più radicale della lobby LGBT che si è costituita parte civile. Per quale danno non è dato sapere.

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Il mio rispetto per la Legge non mi consente di fornirvi dettagli e di entrare nei particolari, perché i processi si fanno nelle aule giudiziarie, non sui giornali o sulle piazze. Sono i giudici a dover giudicare, non le tifoserie delle parti coinvolte. Posso solo dirvi che in un ambito legittimamente polemico, forse animato ma non insultante, senza ledere la dignità della persona umana ho rimproverato pubblicamente un promotore LGBT impegnato nella difesa dei “diritti civili” di essere incoerente e di «sputare nel piatto dove mangiava», perché mentre da una parte supportava l’ideologia gender, il matrimonio tra coppie dello stesso sesso, l’adozione dei bambini alle coppie gay, l’aborto e l’eutanasia considerati conquiste sociali e a seguire tutte le cose che io non condivido ma che chicchessia è totalmente libero di esprimere, al tempo stesso studiava presso un’università cattolica di proprietà della Santa Sede, beneficiando persino di una borsa di studio, mentre i suoi colleghi pagavano 20.000 euro per fare quello stesso master biennale. Domanda: a me prete e teologo cattolico, sarebbe permesso di aderire e iscrivermi a una associazione LGBT con tutte le mie convinzioni morali, sapendo che non perdo occasione per rigettare ciò che di ideologico queste associazioni propagano? Questioni di pura e semplice coerenza. Se uno è contrario a tutto ciò che la Chiesa Cattolica insegna sul piano morale — ed è libero di esserlo — perché andare a studiare proprio in un’università cattolica di proprietà della Santa Sede con tanto di borsa di studio? La natura di questo dibattito polemico era così chiara che il Pubblico Ministero dispose l’archiviazione «per particolare tenuità del fatto». Il mio querelante presentò però opposizione al decreto di archiviazione, obbligandomi a sostenere un processo, che vuol dire anzitutto spendere soldi.

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Semplice e palese la logica del tutto: colpirne uno per metterne a cuccia 100, perché la Madonna sadomaso e il Cristo in minigonna sui tacchi a spillo vanno bene, rientrano nella gaia libertà di espressione, ma una replica critica rivolta a questi attivisti e promotori non è consentita, mai! Non solo: finisci per ritrovarti in tribunale con tanto di associazione LGBT che si costituisce parte civile al fine di reclamare danni (!?).

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Purtroppo non ho alle spalle né uno studio legale che patrocina gli attivisti cattolici né una associazione cattolica che li sostiene finanziariamente. Però sono un prete e un teologo dotato di un coraggio riconosciuto persino dai miei peggiori nemici, che mi consente di lavorare per dare voce a molti cattolici, sempre più spinti verso una nuova riserva indiana dalla intolleranza dei tolleranti, o se preferite dai fascisti dell’antifascismo.

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Quando questa vicenda sarà terminata vi darò preciso resoconto di tutto lo svolgimento, ma non posso farlo adesso, perché come ho spiegato mancherei di rispetto verso la Giustizia e chi è chiamato ad amministrarla.

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Da una parte ci sono un branco di lupi ideologizzati che non vogliono certo la condanna mia ― che realisticamente potrebbe essere improbabile ― ma quella della Chiesa Cattolica, per attaccarsi così una medaglietta ideologica sul petto e seguitare a prenderci a schiaffi con la prossima Madonna sadomaso o con il prossimo Cristo sui tacchi a spillo, bordandoci querele se qualcuno osa replicare ai promotori del fascismo dell’antifascismo, alla intolleranza dei tolleranti e alla discriminazione dei paladini della antidiscriminazione.

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dall’Isola di Patmos, 21 giugno 2022

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I Padri dell’Isola di Patmos

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“Un tocco di leggerezza estiva” ― Antonio Spadaro, te lo domando per un amico: se pizzi e merletti rasentano la bestemmia contro lo Spirito Santo, le cosce delle gesuite esibite davanti al Sommo Pontefice rientrano invece nella moda del nuovo corso?

“UN TOCCO DI LEGGEREZZA ESTIVA” ― ANTONIO SPADARO, TE LO DOMANDO PER UN AMICO: SE PIZZI E MERLETTI RASENTANO LA BESTEMMIA CONTRO LO SPIRITO SANTO, LE COSCE DELLE GESUITE ESIBITE DAVANTI AL SOMMO PONTEFICE RIENTRANO INVECE NELLA MODA DEL NUOVO CORSO?

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Dopo che il Sommo Pontefice Clemente XIII ebbe soppressa la Compagnia di Gesù nel 1773 e incarcerato a Castel Sant’Angelo il Preposito Generale Lorenzo Ricci, alla sua morte avvenuta nel 1775 il Maestro dell’Ordine dei Predicatori commentò: «Cristo è morto crocifisso tra due ladroni, questo è un ladrone morto tra due crocifissi».

— Attualità —

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Diletto Fratello Antonio Spadaro,

Le cosce lunghe gesuite in udienza dal Romano Pontefice, ma il problema di grande emergenza ecclesiale e pastorale sono però pizzi e merletti …

chiedo a te, ma lo faccio per un amico, non essendo io interessato a tutto ciò che attiene la Compagnia delle Indie, che fu a suo tempo la Compagnia di Gesù. Se infatti Dio me ne concederà grazia, spero di vivere sino al giorno che i Gesuiti saranno definitivamente soppressi da qualche Sommo Pontefice con pregressa esperienza di specialista in oncologia, quindi abituato a trattare i tumori degenerativi in fase terminale.

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Di recente il Sommo Pontefice ha fatto un discorso a un gruppo di presbiteri siciliani, l’ultima parte del quale richiamava la canzone di Gino Paoli «Eravamo quattro amici al bar, che volevano cambiare il mondo». Molto interessante la prima parte, nel corso della quale se l’è di fatto presa con un episcopato mediocre e inadeguato, formato da soggetti tutti quanti nominati rigorosamente da lui, o a lui suggeriti dai suoi più stretti fiduciari, che semmai si sono premurati di bruciare le candidature di soggetti di autentico valore. Se però, in certi discorsi seri, si inseriscono delle battute sarcastiche a raffica, è inevitabile che i mezzi di comunicazione di massa si incentrino poi solo su quelle, riducendo il tutto a delle sferzate dirette a preti che bivaccherebbero tra pizzi e merletti. Mentre il discorso in verità, o perlomeno tutta la prima parte di esso, era molto serio. Questa si chiama scienza o tecnica della comunicazione, che tu dovresti conoscere.

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Non so chi informi il Santo Padre e soprattutto che sceneggiatura di film di fantascienza gli sia stata narrata, perché il clero siculo, lungi dall’essere una congrega di merlettari, semmai imbarazza per la sua sciatteria. Trovare in estate preti che si presentano a celebrare la Santa Messa in bermuda a fiori e ciabatte infradito è cosa all’ordine del giorno, altro che «pizzi della nonna»! La gran parte non indossa neppure la casula o la pianeta, solo un camice dal quale traspaiono sotto i calzoncini corti e una stola gettata sulle spalle. Insomma: i suoi fiduciari, quale trama di film di fantascienza gli hanno narrato per indurlo a quelle battute stile «quattro amici al bar» che hanno deviato ascoltatori e poi commentatori da tutto ciò che di molto serio aveva detto poco prima?

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Non è la prima volta che il Santo Padre si esprime basandosi sul «mi hanno detto che…», espressione che prelude il substrato di fonti discutibilmente attendibili derivanti da quel chiacchiericcio clericale che la Santità di Nostro Signore ha più volte additato e rimproverato a giusta ragione. Può essere che esista allora un chiacchiericcio buono e uno cattivo? O più semplicemente: può essere che non esistono più le persone in grado di rispondere? Perché quando a me un Vescovo disse «mi hanno detto che …», per tutta risposta replicai: «Anche a me hanno detto tante cose su di lei, però mi guardo bene dal convocarla per dirgliele».

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Il 19 maggio 2022 hai guidato i direttori delle riviste europee della vostra Compagnia delle Indie a colloquio con il Sommo Pontefice, dandone tu stesso resoconto con un articolo su La Civiltà Cattolica. Nella foto che campeggia nel tuo articolo si nota una donna piuttosto in carne coperta da una gonna aderente che lascia scoperte le gambe 20 centimetri sopra le ginocchia. Peraltro stiamo a parlare  di gambe non propriamente paragonabili a quelle di una top model, gambe che sarebbe bene coprire e non esibire.

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Caro Antonio Spadaro, per coerenza e spirito di verità devo dichiarare di essere stato nella mia vita un peccatore e purtroppo anche un libertino. E di donne — mentirei se lo negassi — ne ho conosciute in lungo e in largo, soprattutto belle. Poi è avvenuta la mia conversione, la mia purificazione dai tanti peccati della carne che ho commesso e oggi vivo nel rispetto delle sacre promesse, senza mai essere venuto meno alla continenza e alla castità, per grazia di Dio. Il sacro ordine sacerdotale non ha però azzerato la mia memoria, inclusa la pregressa vita di libertino peccatore. Per questo, intendendomi di donne sicuramente più di te, mi permetto di darti un consiglio assolutamente non richiesto: riferisci a nome mio alla Signora Gesuita in questione che non ha né le gambe né il fisico per portare abiti del genere e che l’indumento più idoneo sarebbe stato per lei una toga romana, adatta a coprire con dignitoso pudore ciò che non si dovrebbe proprio mostrare, perché del tutto inopportuno mostrare, specie di fronte al Romano Pontefice.

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Concludo con una domanda per un amico, diplomatico di lungo corso, nato in una famiglia protestante ma di fatto agnostico. Quando nel 2019 si recò in udienza privata dal Sommo Pontefice assieme alla sua bellissima moglie, anch’essa non cattolica, la Signora aveva una gonna che la copriva 20 centimetri sotto le ginocchia, benché estate aveva i collant e il vestito abbottonato fin sotto il collo, le braccia coperte fino ai polsi e un velo nero in testa. Tutto questo perché era una donna non cattolica profondamente rispettosa dell’Augusta Persona del Romano Pontefice, del luogo dove si trovava e del cerimoniale. Ebbene, se questo diplomatico non cattolico vedesse la foto della vostra Signora Gesuita scosciata e mi domandasse lumi, pensi di potergli rispondere tu? Perché da parte mia potrei solo replicare che oggi, nella Chiesa Cattolica, il problema sono solo pizzi e merletti che nei concreti fatti equivalgono a una autentica bestemmia contro lo Spirito Santo.

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Dopo che il Sommo Pontefice Clemente XIII ebbe soppressa la Compagnia di Gesù nel 1773 e incarcerato a Castel Sant’Angelo il Preposito Generale Lorenzo Ricci, alla sua morte avvenuta nel 1775 il Maestro dell’Ordine dei Predicatori commentò: «Cristo è morto crocifisso tra due ladroni, questo è un ladrone morto tra due crocifissi».

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In attesa della vostra prossima e spero vicina soppressione definitiva, ti porgo un fraterno saluto.

dall’Isola di Patmos, 17 giugno 2022

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