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Gesù Cristo era povero? Il problema di una male intesa «Chiesa povera per i poveri» e il grande problema del patrimonio immobiliare ecclesiastico

15 Novembre 2022/1 Commento/in Attualità/da Padre Ariel

GESÙ CRISTO ERA POVERO? IL PROBLEMA DI UNA MALE INTESA «CHIESA POVERA PER I POVERI» E IL GRANDE PROBLEMA DEL PATRIMONIO IMMOBILIARE ECCLESIASTICO

Chi per crassa ignoranza, chi per anticlericalismo becero, chi per ideologia o piacioneria clericale parla di un Gesù povero ridotto a un figlio dei fiori squattrinato, annuncia un falso Cristo mai esistito che non corrisponde alle cronache storiche narrate e trasmesse dagli Evangelisti.

— Attualità ecclesiale —

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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PDF  articolo formato stampa

 

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I presbiteri partenopei Vincenzo Doriano De Luca (destra) direttore della rivista diocesana Januarius e Franco Cirino (sinistra) economo dell’Arcidiocesi di Napoli – cliccare sull’immagine per aprire il video

Alcuni Lettori hanno fatto notare che scrivo articoli «interessanti e chiari, ma troppo lunghi». Qualcuno ha precisato: «Nell’era dei social media gran parte delle persone non leggono oltre la decima riga». Ebbene vi dico che L’Isola di Patmos è un po’ un miracolo. Dall’ottobre del 2014 a oggi i visitatori sono sempre aumentati senza mai calare. Nel 2016 abbiamo dovuto acquistare un server-dedicato in grado di reggere oltre venti milioni di visite all’anno. Come spiega la nostra webmaster il successo non è dovuto ai numeri di visite ma al tempo medio di permanenza all’interno del sito, che è molto elevato. Pertanto, coloro che non vanno oltre le dieci righe, non costituisco il pubblico al quale i Padri de L’Isola di Patmos intendono rivolgersi.

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Adesso offrirò un lungo articolo a coloro che non intendono spiegare e risolvere temi complessi e articolati sul piano storico, ecclesiale, pastorale, economico e finanziario con tre righe “sparate” su Twitter mentre camminavano per strada o erano in fila alla cassa del supermarket nell’attesa di pagare.

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Nella puntata di Report del 7 novembre in onda su Rai2 è stata realizzata un’intervista a due presbiteri partenopei: Franco Cirino, economo dell’Arcidiocesi di Napoli e Vincenzo Doriano De Luca direttore della rivista diocesana Januarius. L’economo ha dimostrata una preparazione straordinaria sul piano ecclesiale-pastorale ed economico-finanziario. Vi invitiamo ad ascoltare questa intervista, è molto interessante e chiarificatrice per comprendere come funzioni realmente la non facile gestione del patrimonio ecclesiastico. 

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Tratterò questo tema su due diversi versanti illustrando prima, le attuali difficoltà di gestione del patrimonio ecclesiastico, poi il senso vero e autentico di «povertà» e di «Chiesa povera» secondo i Santi Vangeli. Quello della povertà della Chiesa è un concetto caro ai fricchettoni della Sinistra radical chic con i super-attici ai Parioli e le ville a Capalbio, amena località di extra lusso nella bassa Maremma toscana dove, quando si paventò di ospitare un po’ di migranti da distribuire per i vari Comuni d’Italia, i primi a sollevarsi furono proprio i piddini coi conti a sei zeri che in quella amena località esclusiva bivaccano, salvo rivendicare lo ius soli e i porti aperti allo sbarco di chiunque giunga sulle nostre coste, purché non giunga però davanti alle porte delle loro ville [cfr. QUI, QUI, QUI …].

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Per comprendere veramente bisogna fare un passo indietro, sempre rivolgendosi a coloro che desiderano sapere, quindi leggere, non a quelli che al decimo rigo saltano oltre. Partiamo dal 1850, anno in cui furono varate le Leggi Siccardi che sancivano la separazione tra Stato e Chiesa nel Regno di Sardegna, la numero 1013 del 9 aprile e la numero 1037 del 5 giugno, che soppressero i privilegi concessi in precedenza alla Chiesa, come già avvenuto in altri Paesi europei nel periodo immediatamente successivo alla Rivoluzione Francese. Leggi poi estese agli altri territori italiani conquistati dai piemontesi tra il 1848 e il 1861. Seguirono la Legge Rattazzi n. 878 del 29 maggio 1855 e le Leggi eversive n. 3036 del 7 luglio 1866 e n. 3848 del 15 agosto 1867. Dopo il 20 settembre 1870 che segnò la presa di Roma e la definitiva unità del Regno d’Italia, furono infine estese a tutto il territorio nazionale.

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Inutile a dirsi: il soggetto che passeggiando per strada o in fila alla cassa nell’attesa di pagare, invia twett per pontificare in tre righe sulle più complesse questioni storiche o storico-ecclesiali, del tipo «la Chiesa è ricca e possiede la metà degli immobili italiani» (!?), oppure «il Vaticano possiede i più grandi giacimenti d’oro del mondo» (!?), non può certo seguire questo nostro discorso, perché nel tempo che perderebbe a leggere una sola pagina, avrà già twittato perlomeno dieci sapienti messaggi all’incirca simili per spargere le sue perle di saggezza. E all’uscita dal supermarket, sempre impegnato tra un tweet e l’altro, camminando per strada non si renderà conto né si chiederà come mai certi stabili storici che una volta erano abbazie, certose, monasteri e istituti religiosi, oggi sono caserme, scuole, uffici pubblici. Semplice a spiegare: quelle strutture, tra il 1848 e il 1870 furono confiscate alla Chiesa, sbattuti fuori monaci, monache e preti, poi trasformate in caserme, ospedali, uffici pubblici. Molte piccole chiese di proprietà di istituti religiosi o confraternite, una volta requisite divennero magazzini, garage, officine, pezzi di abitazioni private. E qui è d’obbligo un inciso, uno dei tanti tra quelli che mai troverete sui libri di storia, perché il Risorgimento Italiano è tutt’oggi un mito costruito a tavolino dalla propaganda ideologica. L’opera di confisca per la destinazione di quegli stabili ad altro uso, costituì nel corso di tutto l’Ottocento italiano il più grande e immane scempio del patrimonio artistico nazionale. Presto detto: trasformare una certosa o un monastero del XII o XIII secolo, arricchita nel corso del tempo di opere d’arte, sculture, affreschi, marmi pregiati lavorati, per adibirla a caserma, comporta di necessità la irreparabile distruzione di un patrimonio d’arte. Lo avete trovato mai scritto sui libri di storia a uso scolare in cui si spiegano solo le indiscusse glorie del Risorgimento Italiano? In ogni caso, anche se sui libri non è scritto, l’opera di questi immani scempi è tutt’oggi visibile sotto i nostri occhi, a partire da Roma per seguire con tutte le altre grandi e piccole città italiane, basterebbe distogliere gli occhi dai social media e guardarsi attorno quando si cammina per le strade delle città italiane. Soprattutto, come cittadini, bisognerebbe essere al corrente, non altro per puro senso civico, che la gran parte delle chiese storiche e degli istituti religiosi che oggi vediamo, non sono di proprietà delle diocesi italiane, ma dello Stato. Per la loro gestione esiste anche un apposito ufficio gestito dal Ministero dell’Interno che si chiama FEC (Fondo Edifici di Culto). E qui andrebbe aperta una parentesi su un altro argomento che però non possiamo trattare in questa sede, per spiegare a certi laicisti che tuonano contro L’Otto per Mille alla Chiesa Cattolica che con questa contribuzione, chi veramente ci guadagna, non è la Chiesa ma lo Stato. Si provi a pensare che lo Stato debba gestire, conservare e tutelare certe grandi chiese e basiliche storiche di sua proprietà, restituite dopo la confisca alla Chiesa in comodato d’uso affinché qualcuno provvedesse alla loro tutela e conservazione. Stabili oggi custoditi da Congregazioni Religiose o dal Clero Secolare delle varie diocesi, che si avvalgono dell’aiuto di devoti fedeli cattolici che prestano servizio gratuito come volontari. Domanda: quanto costerebbe allo Stato dover conservare e custodire certi grandi, preziosi e importanti stabili storici di alto valore artistico? Di quanto personale stipendiato avrebbe bisogno, quanti addetti alle pulizie, quanti guardiani? Dunque, alla resa dei conti, sul tanto recriminato Otto per Mille, chi è che veramente ci guadagna? 

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Appena un ventennio dopo, a partire dal 1890, i governi del Regno d’Italia, per quanto ferocemente anticlericali, spedirono i loro funzionari con in mano le chiavi di molti istituti e chiese storiche a supplicare i vescovi diocesani, i monaci e le monache, i religiosi e le religiose alle quali erano stati confiscati pochi decenni prima, affinché se li riprendessero in … comodato d’uso gratuito (!?). Infatti, il buon Stato liberal-risorgimental-anticlericale, presto si trovò a fare i conti con un enorme patrimonio di immobili storico-artistici che non potevano essere trasformati tutti quanti in caserme, scuole, ospedali, uffici pubblici, sedi universitarie … Molte di queste chiese storiche ed ex istituti religiosi si trovavano in zone periferiche, alcune abbazie, certose, monasteri e conventi erano in zone isolate e difficilmente controllabili. Una volta requisiti e chiusi, prima questi furono saccheggiati, poi presero a versare in stato di abbandono. Ovunque, in particolare nel Meridione d’Italia, erano avvenute grandi razzie di opere d’arte. Fittissimo il commercio di ladri e mercanti d’arte con gli Stati Uniti d’America, che in quegli anni acquisirono la gran parte delle opere conservate tutt’oggi nei loro musei. Il tutto sempre a riprova delle grandi glorie storiche taciute del Risorgimento Italiano che deve rimanere mito, leggenda e ideologia.

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L’Ottocento italiano è stato anche il secolo dei grandi Santi della carità, educatori e pedagoghi, di cui sono emblema San Giovanni Bosco con la Congregazione dei Salesiani e delle Figlie di Maria Ausiliatrice. Sempre nel Piemonte Maria Enrichetta Dominici dette vita col patrocinio del Marchese di Barolo alle Suore della Provvidenza, che prenderanno poi nome di Suore di Sant’Anna, impegnate nell’assistenza e nell’educazione delle orfanelle. Il romano San Vincenzo Pallotti fondò l’Apostolato Cattolico, dinanzi al quale tutti i nobili romani aprivano i portafogli, non altro per toglierselo di torno, tanto era insistente quando cercava fondi per le opere di carità a beneficio di orfani e anziani. San Giuseppe Benedetto Cottolengo, fondatore dell’opera della Divina Misericordia, si prese cura di bambini e anziani affetti da gravi disabilità fisiche. La fondazione di questi istituti e opere proseguì anche nel corso del Novecento con San Giovanni Calabria che fondò i Poveri Servi e Serve della Divina Provvidenza, al quale si deve la fondazione dell’Ospedale Sacro Cuore di Verona, oggi centro di eccellenza a livello europeo. E molti altri Santi fondatori e fondatrici.

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Tutte queste strutture dedite all’assistenza di orfani, bambini di famiglie povere, anziani ammalati privi di sostentamento e disabili, per seguire con tutta la rete di asili per l’infanzia e di scuole gestite da numerose congregazioni religiose, costituivano anzitutto un servizio non indifferente allo Stato, che requisì perlopiù solo gli istituti di vita contemplativa dopo averli dichiarati «parassitari». Ovviamente nessuno poteva spiegare al legislatore di allora ― forse a quello di oggi ancora di più ― che certe opere apostoliche di vita attiva erano sostenute dalla vita contemplativa dei monaci e delle monache che consumavano le loro esistenze in preghiera e penitenza nelle clausure e che costituivano il carburante per far funzionare i motori dei grandi Santi e delle grandi Sante della carità.

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Tra l’Ottocento e il Novecento, in un’Italia nella quale il tasso di natalità era ben altro e ben più alto, grazie alle donazioni di molti ricchi benefattori furono costruiti istituti enormi, alcuni erano vere e proprie cittadelle. Tra gli anni Venti e gli anni Trenta del Novecento furono costruite colonie marine e montane in grado di ospitare sino a 3.000 bambini. Strutture faraoniche erette in anni nei quali non tanto la costruzione, ma la manutenzione e la conservazione di certi edifici aveva tutt’altri costi. Numerosi anche gli istituti per l’infanzia abbandonata, i cosiddetti orfanotrofi. Altrettanto numerosi quelli in cui erano accolti e assistiti i bambini disabili. Tutto questo avveniva in anni nei quali non eravamo ancora civili. Quando infatti nel 1978 si ebbe la «grande conquista sociale» della legge sull’aborto legalizzato che dette vita a questo «grande e intangibile diritto civile» [cfr. Ivano Liguori, QUI], le madri potevano andare direttamente negli ospedali a comminare legalmente la pena di morte ai propri figli. E così, a poco a poco, gli orfanotrofi sono stati definitivamente chiusi, in parte per il calo delle natività e in parte per l’aborto legalizzato. Mentre i bimbi affetti da sindrome di Down o da altre forme di disabilità sono sempre più rari a vedersi, perché possono essere ammazzati prima di nascere, in questo nostro Paese che ripudia la guerra e la pena di morte a suon di arcobaleni, salvo però fare guerra alla vita e comminare la pena di morte ai propri figli, a quelli non voluti e a quelli ritenuti non fisicamente perfetti. 

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Grazie all’impulso dato dal Concilio di Trento (1545-1563) la Chiesa aveva già vissuto analoga stagione felice tra fine Cinquecento e inizi Seicento con la nascita di numerosi istituti di cosiddetta vita apostolica. Risale a quell’epoca la nascita di tutte quelle congregazioni religiose maschili e femminili ― poi divenute numerose nei successivi tre secoli ―, impegnate nell’educazione, nell’assistenza dell’infanzia, nella cura degli anziani, degli ammalati e dei disabili. Nuove forme di vita religiosa che andavano dall’Ordine della Compagnia di Gesù di Sant’Ignazio di Loyola all’Ordine Ospedaliero dei Fatebenefratelli di San Giovanni di Dio, dalla Congregazione della Compagnia dell’Oratorio di San Filippo Neri alle Dame ospedaliere di San Vicenzo de’ Paoli, le Figlie della Carità.

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Al calo delle nascite si unisce quello delle vocazioni alla vita sacerdotale e religiosa. Molte Congregazioni di suore, sino a mezzo secolo fa fiorenti, oggi sono sempre più ridotte in numero e composte da religiose in età sempre più elevata. Le suore stanno ormai scomparendo da molte medie e piccole diocesi italiane, con notevoli riduzioni di numeri anche in quelle grandi e la conseguente progressiva chiusura di asili, scuole e istituti. Presto detto: come impiegare certi stabili storici di pregio nei centri delle città, oppure in luoghi singolari o strategici, per esempio di fronte al mare o in zone turistiche di montagna, o in zone collinari e di campagna divenute ai nostri giorni particolarmente esclusive? Sicuramente vendendole, oppure concedendole in locazione a società alberghiere. Monetizzare o rendere in qualche modo redditizie queste strutture non più utilizzabili agli scopi per i quali furono costruite, vuol dire ricavare il danaro necessario per sostenere altri generi di opere caritative o assistenziali di tutt’altre dimensioni, più necessarie e adeguate alle esigenze della società contemporanea, che di certo non è più quella degli anni Venti o Trenta del Novecento.

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Ci vuole tanto a capire questo, anziché urlare alle «vergognose speculazioni immobiliari della Chiesa», o anziché lanciare in un servizio sul settimanale L’Espresso la notizia totalmente falsa sulla Chiesa che a dire di certi giornalisti di pseudo-inchiesta non pagherebbe le tasse sugli immobili? Falso. La Chiesa paga da sempre le tasse sugli immobili dalle quali sono esentati solo gli edifici di culto e quelli delle istituzioni assistenziali e caritative [cfr. vedere in Avvenire, QUI]. O ignorano forse, i firmatari di queste periodiche inchieste pubblicate una tantum su L’Espresso, che anche i circoli dell’Arcigay non pagano le tasse perché riconosciuti come associazioni di pubblica utilità sociale in quanto preposte a diffondere il gender e le istanze delle lobby LGBT? Se certe Congregazioni di suore non avessero trasformato alcuni loro istituti non più utilizzabili in hotel più o meno di lusso, da dove tirerebbero fuori i soldi per sostenere altri generi di attività caritative e assistenziali in Italia o in vari Paesi poveri in giro per il mondo? Ai redattori de L’Espresso, che nel corso degli anni ci hanno bombardati con articoli rasenti la ferocia anticlericale, oltre alla gratuita menzogna, comprendere questo, è proprio così difficile? 

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Il tema trattato nella puntata di Report, resa ottima dai nostri confratelli partenopei Franco Cirino e Vincenzo Doriano De Luca, oltre a un meraviglioso Cardinale Crescenzio Sepe che incalzato in modo insistente da un pruriginoso giornalista lo ha mandato bellamente a farsi fottere [cfr. QUI] ― e ha fatto benissimo a farlo ― , verteva in parte sul numero di chiese storiche presenti nel centro storico di Napoli, circa mille, di cui solo il 15% di proprietà dell’Arcidiocesi di Napoli, in parte sul caso della Cittadella Apostolica fondata nel dopoguerra dal presbitero Gaetano Cascella con le donazioni di vari benefattori e lasciata in eredità all’Arcidiocesi di Napoli nel 1979. Una enorme struttura caritativa eretta a Pozzuoli di fronte al golfo e mutata in struttura alberghiera. Presto detto: quanto basta a far urlare i soliti noti assieme al coro dei disinformati totali contro la sporca Chiesa speculatrice: «La Chiesa deve essere povera perché Gesù era povero!».

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E adesso passiamo alla seconda parte: siamo sicuri che «Gesù era povero», come tuonano quelli che in chiesa non ci mettono piede neppure per Pasqua e per Natale e che quando per dovere sociale devono partecipare a qualche matrimonio o funerale, durante le liturgie non sanno che cosa rispondere, né quando sedere o alzarsi in piedi? E alle parole «Padre nostro che sei nei cieli …», scena muta totale della quasi totalità di certe assemblee convenute per dovere verso il caro estinto e i suoi familiari, mentre il sacerdote celebrante si risponde da sé stesso, o se è presente un ministrante o il sacrestano, a quel punto le loro saranno le sole voci a recitare assieme a lui «… sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno …». Eppure, sono proprio queste persone che non sanno distinguere il libro dei Santi Vangeli da un manuale di ricette per la cucina, ad alzare il dito ― ovviamente soprattutto sui social media ― per tuonare e ricordare in tono minaccioso: «Gesù era povero!».

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Mi dispiace disilludere questi assetati di povertà sulla pelle degli altri e della Chiesa in particolare, salvo cercare ed esigere per sé stessi tutti i lussi più costosi e persino inutili. Gesù non era affatto povero. Sia il Divino Maestro sia i suoi Apostoli avevano di che mangiare e vivere, pur avendo lasciato lavoro e case. Simone detto Pietro era quello che oggi potremmo definire un benestante imprenditore della pesca. Come lo erano Giacomo e Giovanni figli di Zebedeo, sicuramente molto più benestante dello stesso Simone detto Pietro, basterebbe uscire dal club degli ignoranti dei social media e leggere le cronache dei Santi Vangeli:

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«Passando lungo il mare della Galilea vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: “Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini”. E subito, lasciate le reti, lo seguirono. Andando un poco oltre, vide sulla barca anche Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello mentre riassettavano le reti. Li chiamò. Ed essi, lasciato il loro padre Zebedèo sulla barca con i garzoni, lo seguirono» [Mc 1, 16-20].

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Capisco che oggi siamo all’analfabetismo sia funzionale che digitale, al punto da non capire persino ciò ch’è impresso nelle Sacre Scritture. Cerchiamo allora di capire questo passo. Anzitutto, i personaggi di questo racconto sulla chiamata degli Apostoli, possedevano non solo “una barca”, ma “delle barche”, che all’epoca non era poca cosa, specie in quella zona considerata una delle province più povere dell’Impero Romano. Esattamente come oggi è cosa del tutto diversa essere un camionista proprietario di un camion per grandi trasporti il cui costo può giungere sino a un milione di euro, ed essere un camionista che guida come dipendente stipendiato un camion per grandi trasporti di proprietà altrui. La stessa cosa si applica tutt’oggi nella pesca, sia ai pescatori sia ai pescherecci, che non sempre sono di proprietà di chi si dedica alla pesca. Gli apostoli erano degli imprenditori proprietari delle loro barche.

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Il Santo Vangelo qui richiamato specifica nel racconto che il padre di Giacomo e Giovanni avevano alle proprie dipendenze anche degli operai salariati: «Ed essi, lasciato il loro padre Zebedèo sulla barca con i garzoni, lo seguirono» [Mc 1, 16-20].

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Il giovane Giovanni e suo fratello Giacomo provenivano quindi da una famiglia d’imprenditori benestanti, tanto che la madre, in un impeto di ingenuità nato dalla sua non comprensione della missione del Verbo di Dio, chiese a Cristo Signore: «Di’ che questi miei figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno» [Mt 20, 21]. Ci si domandi chi, se non la madre di due figli appartenenti a quella che oggi chiameremmo borghesia mercantile, avrebbe osato avanzare una richiesta del genere a un Maestro di simile prestigio? Poteva farlo solo una donna appartenente a un preciso ceto sociale che desiderava per i propri rampolli un dovuto posto di riguardo.

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I dodici apostoli ricevevano aiuti dai benefattori e quando giungevano ospiti nelle case si provvedeva offrendo a loro il meglio che si potesse offrire, avevano devote donne che si occupavano delle loro cure e delle loro necessità.

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Il Beato Patriarca Giuseppe non era un operaio salariato ma un imprenditore che svolgeva un mestiere signorile, quello di ebanista; professione di riguardo e molto redditizia. Pertanto, chiunque dica «San Giuseppe operaio», o chiunque affermi che «San Giuseppe era un operaio», mistifica la figura del Beato sposo della Vergine Maria, perché Giuseppe non era un operaio come oggi lo si intende, perché era sicuramente lui che presso la sua azienda dava lavoro a degli operai salariati.

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La Beata Vergine Maria proveniva da una famiglia più benestante ancora di quella di Giuseppe, lo si evince sempre dai Santi Vangeli, per esempio nel racconto della sua visita alla cugina Elisabetta, madre di Giovanni detto il Battista e moglie di Zaccaria, che era un membro dell’antica casta sacerdotale e persona molto colta e abbiente. Non solo Zaccaria era un sacerdote, perché come tale apparteneva a un livello molto alto: era membro della classe di Abìa, che rappresentava l’VIII° delle XXIV classi in cui erano ripartiti i sacerdoti in servizio nel Tempio di Gerusalemme.

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All’epoca la cultura era strettamente legata al benessere economico. Anche in questo caso i Santi Vangeli ci dettagliano quale fosse il livello culturale di Zaccaria narrando di come, non avendo in quel momento l’uso della parola, ad esso tolta dall’Arcangelo Gabriele per non avere creduto all’annuncio che sua moglie avrebbe dato alla luce un figlio in età avanzata [cfr. Lc 1, 5-25], chiese una tavoletta per confermare il proprio assenso al nome che Elisabetta intendeva dare al nascituro, scrivendo: «Giovanni è il suo nome». [Lc 1, 63]. Dinanzi a questi racconti, gli storici e gli antropologi, ma soprattutto i teologi, dovrebbero spiegare quante all’epoca fossero le persone nell’antica Giudea che sapevano leggere e persino scrivere. Non per nulla, quando i giovani maschi ebrei celebravano il passaggio nell’età adulta attraverso il bar mtzvà e dovevano leggere e commentare pubblicamente un passo della Torah, come fece Gesù all’età di dodici anni durante l’episodio narrato dai Santi Vangeli come la sua disputa con i Dottori del Tempio [cfr. Lc 2, 41-50], per la gran parte erano dolori, perché la maggioranza degli adolescenti ebrei non sapeva leggere né scrivere. Così imparavano a memoria un versetto e poi, con il Sefer Torah aperto [il rotolo della Santa Legge], lo recitavano. Un po’ come accade oggi alla gran parte degli ebrei più o meno osservanti, molti dei quali non conosce l’ebraico, diversi riescono a leggerlo, ma non ne capiscono il significato. E così il rabbino provvede a scrivere un versetto traslitterato dall’ebraico, lo mette sul Sefer Torah e l’adolescente lo legge, qualche volta senza neppure sapere che cosa significa.

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Ma ecco la pronta replica di quanti vogliono un Gesù a tutti i costi povero e di rigore figlio di poveracci: «Gesù è nato in una povera stalla». Anche in questo caso le cose stanno però in modo diverso, narra infatti il Beato Evangelista Luca:

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«[…] al tempo in cui un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città.  Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nazareth, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta» [Lc 2, 1-20]. 

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La realtà storica è che il potere allora vigente aveva comandato un censimento per ragioni amministrative, obbligando così Giuseppe e Maria, allora prossima al parto, a recarsi presso la città di Davide, Betlemme. E qui è interessante notare che Betlemme, in ebraico, significa “Casa del Pane”. E proprio in quella Città, non certo per puro caso, nacque colui che poi diverrà il Pane Vivo disceso dal cielo [cfr. Gv 6, 35-59], che non è «come quello che mangiarono i padri vostri e morirono» perché «chi mangia questo pane vivrà in eterno» [Gv. 6, 58].

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Dimenticando tutte le tenere letture con le quali la pietà popolare ha colorato il testo del Vangelo lucano, esso narra che la nascita di Gesù avviene in uno spazio che si poteva trovare nelle abitazioni del tempo, quelle scavate all’interno, presumibilmente una stanza scavata nella roccia. Come quel genere di abitazioni che tutt’oggi sono visibili in certi siti archeologici, quelli ubicati in Sicilia presso la Necropoli di Pantalica nel siracusano [cfr. QUI], o nella Basilicata presso i cosiddetti Sassi di Matera [cfr. QUI], o nella bassa Maremma toscana nella Città di Pitigliano scavata nel tufo sul confine tra Toscana e Lazio [cfr. QUI]. 

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Nei Vangeli non c’è alcun riferimento al bue, all’asino e alla presenza di animali vari attorno alla Beata Vergine Maria. Soprattutto, questa nascita in un luogo non previsto, non è avvenuta perché Giuseppe era un sottoproletario squattrinato, ma perché ― come narrano i Vangeli ― sia per il censimento, sia per il grande afflusso di pellegrini a Gerusalemme, non c’era proprio nemmeno un buco libero.

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Faccio uso di un esempio che mi ha sempre fatto sorridere: la mamma del mio allievo e collaboratore, oggi presidente delle nostre Edizioni, Jorge Facio Lince, stava per partorirlo mentre si trovava all’interno di un taxi. Prontamente il tassista dirottò la corsa verso l’ospedale. Nessuno avrebbe però mai sostenuto, nel caso in cui quest’altra Maria ― Maria Ines, la mamma di Jorge ―, lo avesse partorito in un taxi, che la poverina era così povera e squattrinata da non potersi neppure permettere di partorire il figlio in una clinica di ostetricia-ginecologia.

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Gesù Cristo era povero allo stesso modo in cui è nato con la pelle bianchissima, i capelli biondi e gli occhi azzurri, in una città della Svezia ― come ovviamente leggiamo sui Santi Vangeli ― chiamata Betlemme, a poche decine di chilometri dalla capitale di Stoccolma. Tra i vari episodi che danno la corretta e reale percezione di quanto il Beato Giuseppe e la Vergine Maria non fossero dei poveri sottoproletari spiantati, è di certo esaustivo il racconto della strage degli innocenti. Il temibile Erode, avendo saputo che dei maghi astronomi si erano recati nella Giudea dove sarebbe nato un re, dopo avere tentato di trarli in inganno ordinò successivamente di far uccidere tutti i neonati maschi dai due anni in giù. Il Beato Giuseppe, avvisato in sogno da un Angelo, prende il bambino e la madre e fugge in Egitto, dove la famiglia rimase sino alla morte di Erode [cfr. Mt 2, 1-16]. Riguardo questo racconto bisogna precisare che sulla scia del protestante Rudolph Bultmann, maestro della demitologizzazione dei Santi Vangeli ― al quale molti nostri teologi ed esegeti si rifanno in modo impudente, trasmettendone teorie e insegnamenti direttamente dentro le nostre odierne università ecclesiastiche ―, molti sono gli studiosi che mettono in dubbio la storicità della fuga in Egitto. A dar loro man forte sono intervenuti certi nostri biblisti sostenendo che la fuga in Egitto del racconto del Beato Evangelista Matteo sarebbe stata costruita per dare un fondamento teologico a questo Vangelo diretto principalmente agli ebrei, ai quali era così esposto che Gesù Cristo era il nuovo Mosè e che attraverso di lui si era quindi realizzata la profezia del Profeta Osea: «Dall’Egitto ho chiamato mio figlio» [Os 11,1]. Secondo altri il racconto del Beato Evangelista Matteo sarebbe null’altro che un plagio della Aggadah ebraica che narra come il Patriarca Mosè si fosse salvato dalla morte, dopo che il faraone aveva decretata la soppressione dei bambini. In verità, le similitudini tra il Patriarca Mosè e Cristo Dio, non rappresentano affatto un elemento solido per negare la storicità di quanto narrato dal Beato Evangelista Matteo.

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Dopo questa doverosa divagazione torniamo al problema, che è il seguente: come potevano permettersi due poveracci di trasferirsi a tempo indeterminato in Egitto? I cultori della odierna poverolatria gesuana, si sono mai domandati quanto costasse, all’epoca, soggiornare in Egitto? Ecco, facendo sia un parallelo sia una conversione socio-finanziaria, possiamo sostenere che all’epoca, soggiornare in Egitto, costava quanto oggi costerebbe soggiornare a Dubai, notoria meta dei più grandi morti di fame di questo mondo.

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Più volte Gesù venne onorato con omaggi preziosi, come il costoso olio di nardo col quale Maria gli cosparse i piedi a Betania [cfr. Mc 14, 3-9]. Tra gli spettatori presenti al fatto c’era Giuda Iscariota, che criticò con parole dure quel gesto di amorevole devozione lamentando cotanto spreco. Quell’olio era infatti molto prezioso e costoso, valeva trecento danari, come dettaglia lo stesso racconto evangelico. E qui, per spiegare a che cosa corrispondesse un simile importo nella Giudea dell’epoca, basta dire che un danaro era la paga giornaliera di un soldato romano e che quell’olio, più costoso dell’oro, corrispondeva a quasi un anno di paga. Dinanzi all’episodio di Giuda che afferma che quel danaro si sarebbe potuto dare ai poveri, l’Evangelista Giovanni ci narra che l’Iscariota non aveva alcuna preoccupazione per i poveri, ma che era un ladro. La comunità degli apostoli aveva infatti una cassa dalla quale egli rubava denaro [cfr. Gv 12, 1-8]. Un giudizio duro, quello racchiuso in questo racconto col quale Giovanni condanna Giuda, non condanna la preoccupazione per i poveri, ma quella ipocrisia che ieri come oggi si serve all’occorrenza dei poveri e dinanzi alla quale il Signore risponde a Giuda fugando ogni dubbio per il presente e per il futuro: «I poveri li avrete sempre tra di voi, ma non sempre avrete me» [Gv. 12, 1-11].

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Gesù vestiva pure elegante, diremmo oggi d’alta sartoria. Infatti indossava una tunica preziosa, tessuta per intero e senza cuciture, tanto che sotto la croce i soldati non la fecero a pezzi com’eran soliti fare con gli stracci dei poveretti, coi quali ripulivano poi le lance e le spade e lustravano le proprie armature, ma se la giocarono a dadi. I Vangeli sinottici si limitano a narrare che i soldati tirarono a sorte la sua veste [cfr. Mt 27,35; Mc 15,24; Lc 23,34], mentre il Beato Evangelista Giovanni indugia a spiegare il pregio e il valore di quel capo di vestiario: «Ora quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo. Perciò dissero tra loro: “Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca”» [Gv 19, 23-24]. Il tutto perché un pezzo di tale pregio e valore, non poteva certo essere rovinato.

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Tra i dodici apostoli — come dicevamo poc’anzi — c’era anche un cassiere, una specie di antesignano del presidente della APSA (Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica). Questo primitivo amministratore non era però un galantuomo, si chiamava Giuda Iscariota ed era un soggetto dal quale guardarsi bene, non tanto quando parlava dei poveri, fingendo che gli stessero tanto a cuore; da lui bisognava guardarsi soprattutto quando dava i baci [cfr. Mt 26,47-56; Mc 14,43-52; Lc 22,47-53].

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Il corpo del Signore morto fu avvolto in un lino prezioso e deposto in un pregevole sepolcro nuovo fornito da un uomo ricco divenuto seguace del Cristo: Giuseppe di Arimatea [cfr. Mt. 27, 57-60]. Quindi Gesù, per rendere l’idea, non fu sepolto in una fossa comune o in un modesto loculo a spese del comune di Gerusalemme, ma in quella che oggi sarebbe in tutto e per tutto l’elegante cappella sepolcrale di una famiglia molto altolocata.

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Una spiegazione a parte meriterebbe la stessa pena della crocifissione e le modalità adottate. Accadeva infatti di frequente, per non dire di prassi, che i carnefici, per alleviare le sofferenze del condannato e affrettarne la morte spezzassero loro le gambe e le braccia per accelerarne il decesso che in tal modo avveniva per soffocamento. Una volta deposti i cadaveri dalle croci i corpi seguivano questa sorte: o venivano presi e gettati in una grande fossa comune, oppure erano fatti in pezzi a colpi di scure.

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Come mai, il Santo corpo di Cristo Signore non seguì questa sorte, o meglio questa prassi, dopo la sua crocifissione sul Golgota? Lo stesso nome di quel lugubre colle, racchiude sia la sua storia sia il suo significato. Parola di derivazione aramaica, il luogo è chiamato in greco ολγοϑᾶ e in latino Golgotha, alla lettera significa “luogo del cranio”, o del “teschio”, per la presenza di crani ossificati e di ossa sparse per il terreno. I cadaveri erano infatti gettati, interi o a pezzi, in fosse non sempre profonde, con la conseguenza che i diversi animali presenti sul territorio spesso dissotterravano e poi seminavano in giro i resti dei corpi umani. Ma questa sorte, che era l’ordinaria prassi, non toccò invece a Cristo Signore, il cui corpo fu deposto dalla croce, raccolto, lavato, unto con oli ed essenze preziose, infine avvolto in altrettanto prezioso sudario. Evidentemente Gesù di Nazareth, per quanto condannato a quell’orrenda pena, non era propriamente uno dei vari ordinari condannati, quindi il suo corpo e la cura dello stesso seguì tutt’altre sorti. E queste sorti diverse denotano che non era propriamente un poveraccio, né un ordinario condannato circondato da altrettanti poveracci, come i numerosi condannati per i quali gli stessi familiari non osavano neppure andare a richiedere i corpi per una degna sepoltura, anche perché avrebbero dovuto dare una lauta mancia ai soldati romani. Alcuni poveri familiari dei morti crocifissi tentavano semmai di rubare i loro corpi di notte, col rischio di finire sottoposti a dure pene se scoperti. Detto questo non voglio avanzare ipotesi che potrebbero suscitare in alcuni persino scandalo. Però, poste queste premesse, avanzo una semplice domanda dubitativa: non è che Giuseppe di Arimatea, indicato dagli stessi Santi Vangeli come «ricco» [cfr. Mt 27, 57-61] recandosi in pieno giorno a richiedere il Corpo di Nostro Signore Gesù Cristo, dai soldati romani non si presentò propriamente a mani vuote per prendere il corpo e porgendo loro tante grazie per la sensibilità e la comprensione?

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Pochi giorni dopo, dinanzi alla pietra rovesciata del sepolcro del Cristo Risorto, i Capi del Popolo invitarono i soldati romani posti di guardia della tomba a mentire. Per indurli a ciò dettero ad essi una buona somma di danaro [cfr. Mt 28, 12-14]. Tema questo a cui ho dedicata una video-lezione alla quale rimando [vedere video QUI]. Come mai, i Capi del Popolo, non dissero semplicemente ai romani: “Cari Soldati, siate gentili e fateci questo favore, dite che …”? Non fecero nulla di questo per il semplice fatto che nell’antica Giudea dove tutto si vendeva, si comprava e si commerciava, i romani che si erano perfettamente ambientati e integrati alla cultura e ai modi di fare del luogo, gratis non facevano niente, neanche uccidere velocemente, perché persino un “misericordioso” colpo di lancia per alleviare le sofferenze di un condannato aveva un prezzo da pagare.

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Il Santo Vangelo della Natività e quello della Passione di Nostro Signore Gesù Cristo non narrano affatto la nascita di un poveraccio né la morte e la sepoltura di un altrettanto poveraccio. E tutti noi, sia devoti fedeli, sia persone anche non fedeli e non credenti, sulle basi di quella che si chiama onestà intellettuale dobbiamo stare ai racconti storici dei Santi Vangeli, che nulla hanno da spartire con le esegesi ideologiche più o meno ardite. 

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Se non entriamo in questo stile di pensiero non possiamo capire certi passi dei Santi Vangeli, ma possiamo solo stravolgerli, di conseguenza sporcarli e falsarli. Quando infatti nel Discorso della Montagna, Cristo Signore enuncia le Beatitudini [cfr. Mt 5, 1-16], il suo riferimento ai poveri non è un secco e lapidario «Beati i poveri», come mormorava durante l’ultimo conclave il Cardinale Claudio Hummes, o come da nove anni a questa parte si sente purtroppo enunciare dai pulpiti sempre più poveri di fede delle nostre chiese, con sproloqui omiletici incentrati in modo ossessivo su immigrati e profughi. Il Verbo di Dio non ha mai pronunciato questa frase lapidaria, ma ha enunciato una espressione molto più articolata: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli». Egli non fa alcun riferimento alla povertà materiale, tanto meno indicandola come virtù, posto che la povertà, la miseria, non sono virtù cardinali, sono disgrazie dalle quali uscire e aiutare gli altri a uscire. Noi siamo invitati a essere poveri «in spirito», ossia a entrare in una precisa disposizione interiore. Essere interiormente poveri vuol dire infatti essere anzitutto coscienti dei nostri limiti e delle nostre miserie di uomini nati con la corruzione del peccato originale. Essere poveri in spirito vuol dire riconoscere la nostra libera e vitale esigenza di dipendere dalla grazia di Dio Padre. E il modello per antonomasia di quella povertà sinonimo di umiltà e donazione incondizionata d’amore è Cristo Dio che, come ci istruisce il Beato Apostolo Paolo, pur essendo ricco si è fatto povero per noi:

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«Cristo, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini. Apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce» [Fil 2, 6-11].

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Nei Santi Vangeli il Signore non ci dice “dovete essere poveri”, tutt’altro: ci esorta dicendo in modo chiaro «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede» [cfr. Lc 12, 13-21]. L’intimo senso delle parole del Signore è: non affannarti per niente, perché vale sì la pena affannarsi, ma è bene affannarsi per quel tutto inteso come cristocentrismo cosmico, per l’essere presente proiettato verso un divenire futuro eterno, non certo per il nulla.

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I beni materiali sono necessari e possono essere molto utili per trasformarli in vario modo in un bene collettivo. Investire sugli studi, per esempio, o in certi studi in modo particolare, è molto costoso, ma grazie all’impiego di importanti somme di danaro alcuni uomini di talento sono divenuti dei chirurghi che hanno poi inventato nuove tecniche operatorie, altri degli scienziati che hanno scoperto nuove molecole o creato nuovi vaccini. E tutto questo è stato possibile tramite quello strumento chiamato danaro, attraverso il quale — dicono taluni — si muove il mondo. Ammettiamo anche che il danaro muova il mondo, l’importante è che il suo movimento non renda l’uomo schiavo intrappolato e incapace a vedere al di là della materia, cosa inaccettabile per noi cristiani che nella professione di fede proclamiamo il nostro credo trinitario nell’eternità: «Aspetto la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà».

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Nelle pagine dei Santi Vangeli, più che l’invito a una surreale povertà, o peggio a una povertà ideologica, il Signore invita a fare un uso sano e generoso delle ricchezze, usandole per il migliore sviluppo di noi stessi e per il bene degli altri, per esempio attraverso quei meccanismi di flusso di danaro che creano posti di lavoro e benessere collettivo. Tutto questo con buona pace dei grandi squali del peggiore capitalismo selvaggio liberalista, i quali affermano che «la Chiesa deve essere povera», mentre il povero africano extracomunitario gli serve un Cuba libre sul bordo della loro piscina in memoria di Fidel Castro, nel dolce ricordo di Ernesto Guevara detto El Che, anche noto come El Cerdo, ossia il Maiale, tanto era notoriamente sporco sia fuori sia dentro. In caso contrario, a chi animato da egoismo pensa solo a riempire i propri granai per poi dire a se stesso: «Riposati, mangia, bevi e divertiti e datti alla gioia» [Lc 12, 19]. Il Signore ricorda: «Attento, tu che accumuli tesori solo per te stesso e non ti preoccupi di arricchirti al cospetto di Dio» [Lc 12, 21].

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Ricchezza e benessere non sono male, tutt’altro, possono essere fonti di gran bene e come tali servire per creare ricchezza e benessere superiore. I mezzi materiali, a partire dal danaro, sono strumenti da sempre utili, anzi indispensabili per l’annuncio stesso della Parola di Dio e per l’evangelizzazione. Gli stessi Dodici, che lasciarono famiglia, casa e lavoro per dedicarsi all’apostolato, avevano mezzi di sostentamento. La loro missione apostolica era sostenuta da fedeli benefattori e da vedove molto benestanti. Facciamo dunque sì che la ricchezza possa veramente produrre vera ricchezza, per noi stessi e per il bene degli altri, affinché tutto quanto non sia soltanto «vanità di vanità», come ammonisce Qoelet aprendo il proprio discorso con una invettiva contro la vanità [cfr. Qo 1,3].

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Non dovremmo desiderare né pregare affinché si realizzi una «Chiesa povera per i poveri» [cfr. QUI]. La Chiesa è di tutti, dei poveri e dei ricchi e tutti sono chiamati alla salvezza. Anche perché non è scritto in nessuna pagina dei Santi Vangeli che povero è uguale a buono e che ricco è uguale a cattivo. Ci sono poveri dotati di una cattiveria e di una malvagità spaventosa, come ci sono ricchi che vivono con grande rispetto per il prossimo, soprattutto per i meno abbienti. E spesso solo dopo la morte di diversi di costoro si è venuto a sapere quanta beneficienza hanno fatto e quante famiglie hanno aiutato nel totale nascondimento. Così come ci sono poveri capaci a privarsi del necessario per rendere gloria a Dio, si pensi al racconto evangelico della povera vedova che getta nel tesoro del tempio le due uniche monete che possedeva [cfr. Mt 12, 41-44]. Per questo ho sempre pregato e seguiterò a pregare non per una ideologica «Chiesa povera per i poveri», ma per una Chiesa di uomini e donne ricchi di fede, lasciando ad altri la suprema ideologia del povero, che non ha mai costituito né una verità né tanto meno un dogma della santa fede cattolica. Posto peraltro che il primo a non essere nato da due poveri, a non avere vissuto da povero, a non avere mangiato da povero, a non avere vestito da povero, a non essere stato infine neppure sepolto da povero, è stato proprio Nostro Signore Gesù Cristo. E chi vi dice il contrario vi parla di un Cristo del tutto diverso da quello descritto nei Santi Vangeli, quindi vi annuncia un Cristo storico falso, un Cristo che non è mai esistito e che non poteva neppure esistere. Pertanto, chi per ignoranza dovuta alla totale mancanza di conoscenza dei Santi Vangeli, chi per crassa ignoranza, chi per anticlericalismo becero, chi per ideologia o piacioneria clericale parla di un Gesù povero ridotto a un figlio dei fiori squattrinato, annuncia un falso Cristo mai esistito che non corrisponde alle cronache storiche narrate e trasmesse dagli Evangelisti.

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Cristo è via, verità e vita [Cfr. Gv 14, 6], lo è nella sua assolutezza e totalità. Cristo non può essere ridotto a un pretesto per legittimare la nostra via e le nostre opinabili verità, conducendo infine il gregge a noi affidato da pascere dal Divino Pastore verso una via diversa da quella donata e offerta dal Datore Supremo della vita. Perché in tal caso incomberà su di noi il grido:

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«Guai ai pastori che fanno perire e disperdono il gregge del mio pascolo». Perciò dice il Signore, Dio di Israele, contro i pastori che devono pascere il mio popolo: «Voi avete disperso le mie pecore, le avete scacciate e non ve ne siete preoccupati; ecco io mi occuperò di voi e della malvagità delle vostre azioni. Oracolo del Signore. Radunerò io stesso il resto delle mie pecore da tutte le regioni dove le ho lasciate scacciare e le farò tornare ai loro pascoli; saranno feconde e si moltiplicheranno. Costituirò sopra di esse pastori che le faranno pascolare, così che non dovranno più temere né sgomentarsi; di esse non ne mancherà neppure una» [Ger 23, 1-4].

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E su di noi che le pecore le abbiamo disperse, perché impegnati a imporre le ideologie del nostro “io” anziché le verità di Dio, incomberà come sul «servo fannullone» la condanna, quindi saremo «gettati fuori nelle tenebre, là dove sarà pianto e stridore di denti» [Mt 25, 30].

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Sia per evangelizzare sia per aiutare i poveri la Chiesa ha bisogno dei ricchi, molti dei quali sono stati spesso generosi nella stessa misura in cui hanno percorso in lungo e in largo tutti i peggiori peccati capitali. Senza i soldi dei ricchi la Chiesa non avrebbe mai potuto aiutare i poveri. È per questo che la Chiesa ha accumulato dei beni, cercando nel tempo di aumentarli e di metterli a frutto facendoli rendere. Con buona pace di quelli che potremmo definire i cosiddetti “benefattori immobiliari” che tuonano: «La Chiesa deve vendere i suoi beni e darli ai poveri». Sarebbe una bella idea. Però, viaggiando un giorno per la Sicilia sud orientale e parlando con un saggio contadino che allevava mucche ― e che per inciso guadagnava in una settimana quello che un alto funzionario di banca guadagnava in un mese ―, ho capito dalle sue acute parole che fare una cosa simile sarebbe parecchio dannoso, anzitutto proprio per i poveri. Se infatti prendiamo una mucca e la macelliamo ― disse il saggio contadino ―, dando per una settimana da mangiare le carni arrostite ai poveri, quando poi i poveri verranno a chiedere il latte, noi dovremo rispondere che il latte non c’è perché la mucca se la sono mangiata. Però, macellandola e offrendola in cibo, avremmo compiuto un gesto di straordinaria “generosità” e di “donazione assoluta”. Uno di quei gesti che tanto piacciono ai fricchettoni delle sinistre radical chic. Quindi potremmo mandare i poveri a bussare alle porte dei loro super-attici ai Parioli, o a quelle delle loro ville di Capalbio, dove volendo si possono trovare persino 24.000 euro dentro la cuccia del cane, come accadde al Senatore Monica Cirinnà. Prontamente difesa dal Gruppo Editoriale La Repubblica-L’Espresso [cfr. QUI] che con tanto di decreto di archiviazione del competente tribunale di Grosseto spiega quanto l’interessata fosse estranea. Lo stesso settimanale L’Espresso che nel corso degli anni ha trattato in più servizi la Chiesa Cattolica come una via di mezzo tra una mafia e una associazione a delinquere [cfr. QUI, QUI, QUI, ecc…]. E quando le loro inchieste sono risultate fasulle e i dati falsi o falsati, nessuno ha mai spiegato quanto fossimo estranei a certe accuse, perché non siamo membri della sinistra radical chic e perché non ci chiamiamo Monica Cirinnà. Ecco perché le cucce della Chiesa per L’Espresso puzzano sempre a priori, anche quando odorano di lavanda e zagara e non contengono danaro di misteriosa provenienza lasciato in custodia al cane.

dall’Isola di Patmos, 15 novembre

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Abortire è come pagare un sicario per uccidere un innocente. L’aborto resterà sempre il fallimento dell’uomo moderno. La 194 è una legge che vuole conciliare opposti inconciliabili

9 Novembre 2022/1 Commento/in Attualità/da Padre Ivano

ABORTIRE È COME PAGARE UN SICARIO PER UCCIDERE UN INNOCENTE. L’ABORTO RESTERÀ SEMPRE IL FALLIMENTO DELL’UOMO MODERNO. LA 194 È UNA LEGGE CHE VUOLE CONCILIARE OPPOSTI INCONCILIABILI

Qualcuno ha orgogliosamente affermato che la 194 è una Legge non perfetta, ma degna di un paese civile. Da cattolico e da sacerdote dico invece che la 194 è di fatto una legge chimera, un’ipotesi assurda che alcuni politici democristiani hanno tentato di giustificare attraverso il ricorso al peggiore doppiopesismo clericale che concilia opposti inconciliabili e cioè l’infanticidio legale con la cultura della vita fatta di politiche socio-sanitarie e assistenziali deboli.

— Attualità ecclesiale —

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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se l’aborto è un «diritto sacrosanto» e una «grande conquista sociale», allora le persone abbiano il coraggio e la coerenza di guardare in faccia il “sacro” il “santo” e la “grande conquista sociale”, senza invocare la censura definendo certe immagini dure e crude. Perché l’aborto è questo, duro e crudo: l’uccisione di un essere umano.

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Con l’insediamento del nuovo governo a trazione centro-destra, il «civilissimo» tema sul diritto all’aborto è stato riproposto con vigore ed enfasi. Usato come detonatore per far scoppiare la rivolta contro i conservatori, le sentinelle dei diritti, mettono ora in guardia l’Italia dal pericolo fascista e chiesastico (leggasi tra le righe Meloni, La Russa e Fontana) nei confronti di una Legge, la 194/1978, che secondo loro correrebbe il rischio di scomparire così come già accaduto per l’Ungheria e la Polonia, paesi in cui l’interruzione volontaria di gravidanza è fortemente scoraggiata.

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Ma come stanno veramente le cose? Siamo veramente di fronte a un pericolo democratico? O forse più prosaicamente stiamo ripercorrendo le orme di una ideologia fallimentare che puzzava di vecchio già più di quarant’anni fa? Andiamo con ordine, desidero anzitutto contribuire all’argomento con alcune considerazioni in merito, sia come cattolico che come sacerdote che ha trascorso anni della propria vita a prestare servizio in un grande polo ospedaliero, ed esprimere così qualche consiglio ― non richiesto ― all’indirizzo del nuovo governo che ha la grande opportunità di accompagnare oggi i cittadini alla riflessione del reale.

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Mai come in questo momento storico c’è bisogno di consapevolezza del reale e senso di realtà per capire che qualunque politica può gestire solo cose semplici, anche se vaste e delicate come l’amministrazione di una nazione. Quando la politica pretende di interferire con la natura dell’uomo, con la sua dignità e sacralità, fino alla pretesa del superamento ontologico ― ossia quell’oltre-uomo dionisiaco, libero dalle catene dei valori etici e normativi ― si sperimentano puntualmente i disastri.

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Il miglioramento degli esseri umani non è stabilito dalla politica ma dall’accettazione di obiettivi alti e impegnativi. L’esperienza del sacro, della verità, del bello e del buono sono principi imprescindibili e inalienabili per restare umani, valori conosciuti anche dai nostri padri greci e latini e che il Cristianesimo ha raccolto attribuendoli al Dio della rivelazione come Ente Supremo da cui scaturisce ogni bene. Tra gli obiettivi alti e impegnativi che la vita ci offre possiamo certamente annoverare la custodia della vita umana. La vita non è una res da plasmare a piacere, un campione di materia primitiva inerme svuotata di qualsiasi riflesso superiore e spirituale. La vita umana è sacra, sempre e comunque, dal suo sorgere fino al suo naturale declino. Nel momento in cui ci avviciniamo alla reificazione della vita dobbiamo essere consapevoli di avvicinarci a un processo altamente pericoloso che conduce a quel transumanesimo che ha fatto dell’aborto il suo frutto più violento, rivendicato con orgoglio, oserei dire diabolico, come «diritto della civiltà» e come «grande conquista sociale».

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Anzitutto partiamo da un’evidenza: fa comodo a tutti oggi non considerare la Legge 194 nella sua vera essenza, in quell’humus culturale e politico in cui fu scritta e pensata alquanto male dal legislatore. Sorvoliamo sul fatto che questa legge fu sottoscritta da sei politici appartenenti alla Democrazia Cristiana: un presidente della Repubblica, un presidente del Consiglio dei ministri e quattro ministri. Costoro si rifiutarono di ascoltare la voce della coscienza per addivenire a un provvedimento di legge più giusto e tutelativo preferendo un escamotage clericale che solo delle vecchie volpi democristiane avrebbero potuto escogitare. Come propugnatori di valori cristiani, ma molto di più come uomini di Stato, avrebbero dovuto esercitare un sano principio di laicità (da non confondere con il laicismo) che avrebbe permesso loro di considerare prioritaria la difesa della vita integralmente intesa, salvaguardando le fondamenta di una civiltà moderna e democratica. E qui ricordiamo per inciso la vicenda del Re del Belgio Baldovino I che nel 1990 si rifiutò, per questioni di coscienza, di apporre la propria firma sulla legge che rendeva legale l’aborto, al punto da abdicare il trono per due giorni [vedere QUI, QUI]. Ma d’altronde, questo Sovrano, non era un baciapile democristiano ma un autentico cristiano.

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È la nostra storia europea, quella per intenderci che inizia con San Benedetto da Norcia e i suoi monaci, che ci dice come un’autentica civiltà democratica moderna si caratterizza per l’accudimento dei suoi membri ― dal concepimento fino alla morte ― tutelando soprattutto la vita dei debole, dei poveri, degli indifesi e degli infermi, senza incorrere in quella schizofrenia ideologica che arriva a riconoscere tutti i diritti come uguali, salvo poi sbraitare che alcuni diritti sono più uguali di altri.

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Per i sostenitori della legge 194, di ieri come di oggi, la principale arringa difensiva consiste nel ribadire come un mantra la ratio fondamentale con cui fu portata avanti La legge, quella cioè di impedire la pratica dell’aborto clandestino alle classi più povere che non potevano permettersi un viaggio a Londra o a Lugano per sbarazzarsi del nascituro in tutta riservatezza e pulizia. Legge che, nell’intenzione dei più smaliziati, non voleva certo concedere alle donne l’aborto selvaggio ma solo fare fronte a un’emergenza medica e sociale che a quel tempo si praticava in scantinati malsani e ambulatori improvvisati, con il fondato rischio e pericolo per la salute delle donne che si sottoponevano a tali interventi. Bisogna però ribadire che questo ragionamento è falso perché costituisce solo una verità parziale, un buon cavallo di Troia che consente di raggiungere il vero obiettivo che è quello di normalizzare l’aborto, quindi l’uccisione del feto, come processo di un compromesso terapeutico.

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Ricordiamo ai più giovani uno dei metodi di aborto più in voga alla fine degli anni Settanta, il cosiddetto metodo Karman, sponsorizzato degli attivisti del CISA (Centro Informazioni Sterilizzazione e Aborto) fondato da Emma Bonino e soci. Metodo che è diventato iconico perché documentato da una foto che ritrae proprio Emma Bonino in atto di praticare l’aborto con il metodo Karman. Foto che poi venne utilizzata per scopi propagandistici sia dal Partito Radicale e da +Europa per portare avanti le «idee di civiltà» di una grande italiana di oggi [cfr. QUI]. Accanto all’intenzione dei puri di creare un provvedimento giuridico che limitasse i danni della pratica dell’aborto clandestino, bisogna considerare molto più seriamente la linea di pensiero che vi è sottesa in questa legge e che rappresenta la vera culla ideologica nella quale la 194 ha trovato una giustificazione politica, sociale e successivamente referendaria.

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Dieci anni prima dell’uscita della Legge, esattamente nel 1968, tutti avevano assistito a quel grande inganno per la gioventù che riguardava la libertà e l’autodeterminazione sessuale considerata oramai come un’emergenza della modernità. Infatti, quando il pensiero sessantottino spargeva i suoi errori all’interno dei licei e delle università, propugnava anche con orgoglio e convinzione il diritto all’uso della propria corporeità in modalità multitasking. Non ci fu però in quei giovani l’accoglimento di altrettanti doveri che, a fronte di una autodeterminazione sessuale, sarebbero dovuti scaturire. In altre parole, si difendeva ad oltranza il diritto di fare l’amore con chiunque e dovunque, senza peraltro riconoscersi responsabili per quel concepimento che da quell’atto fisico ne sarebbe scaturito. La donna veniva guidata da una libertà positiva che non accettava limitazioni e controlli, fino al punto di negare la libertà al nascituro di venire al mondo e limitare fortemente il coinvolgimento del padre biologico che finiva per essere uno spettatore, un mero cooperatore alla copula. Così si continuò a portare avanti una politica fatta di diritti ― sessuali e non ― a suon di slogan e di parole surreali che fu la causa di numerose gravidanze non desiderate, ma soprattutto di una mentalità ipocrita che si imponeva repentina nella mente delle nuove generazioni: «io posso fare quello che voglio, il corpo è il mio e di nessun altro, l’utero è mio e comando io».

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Con l’arrivo di tante gravidanze indesiderate, subentrava il problema concreto di dover rispondere in qualche modo del frutto dei numerosi concepimenti. Questo avveniva in due modi: o attraverso l’invio dei bambini agli orfanotrofi ― chiusi in Italia con la Legge del 28 marzo 2001 ― o con il ricorso all’aborto. E certamente non tutte queste gravidanze interrotte, circa 6 milioni e più di aborti dal 1978 ad oggi, erano feti malformati o aborti spontanei. Purtroppo, ancora oggi, i puri predicatori dei diritti si dimenticano troppo frequentemente di predicare anche i doveri che sono immancabilmente scaricati sulle spalle degli altri, prima fra tutte la Chiesa Cattolica che per lungo tempo si è fatta carico della tutela dei piccoli figli non voluti, da qui nascono per esempio i cognomi di Proietti, Esposito, Diotallevi, Sperandio, Trovati, Incerti, Innocenti etc …

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La Legge 194 ha prometeicamente tentato di arginare la disdicevole e pericolosa pratica dell’aborto clandestino senza però mai riuscirci veramente, a ben considerare che in Italia sussistono ancora tra i 10.000 e i 13.000 casi di aborti clandestini l’anno. Peggio del peggio, questa Legge non ha saputo creare una cultura dell’accudimento nei confronti delle donne con cui poter valorizzare la vita come realtà discriminate e difendere quella vocazione alla vita che fiorisce proprio nel naturale compito di genitrice. Ciò avrebbe consentito alle donne di maturare una loro responsabilità sociale a partire dalla loro identità più vera, unita a quel dovere di maternità che si esprime anzitutto portando a termine una gravidanza, indipendentemente dal fatto che si voglia riconoscere o meno il nascituro o affidarlo ad altre famiglie che possano accudirlo con amore. Questi gli interventi per poter esercitare una vera maternità responsabile, così come la Chiesa Cattolica continua a proporre attraverso il magistero del Santo Pontefice Giovanni Paolo II.

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Qualcuno ha orgogliosamente affermato che la 194 è una Legge non perfetta, ma degna di un paese civile. Da cattolico e da sacerdote dico invece che la 194 è di fatto una legge chimera, un’ipotesi assurda che alcuni politici democristiani hanno tentato di giustificare attraverso il ricorso al peggiore doppiopesismo clericale che concilia opposti inconciliabili e cioè l’infanticidio legale con la cultura della vita fatta di politiche socio-sanitarie e assistenziali deboli. Non è una legge di civiltà perché non esiste nessuna civiltà moderna che possa giustificare l’infanticidio come un diritto inviolabile dell’uomo o della donna [cfr. art. 2 Costituzione Italiana e Dichiarazione Universale dei diritti umani]. A questo proposito è bene soffermarci sui paragrafi 4 e 5 della legge 194 che rappresentano l’anello debole tra due posizioni chiaramente inconciliabili: il paragrafo 4 vede la prosecuzione della gravidanza come

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«un pericolo per la sua salute fisica o psichica [della donna], in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito»;

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e il paragrafo 5 che cerca delle soluzioni per

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«aiutare [la donna] a rimuovere le cause che la porterebbero alla interruzione della gravidanza, e metterla in grado di far valere i suoi diritti di lavoratrice e di madre, di promuovere ogni opportuno intervento atto a sostenerla, offrendole tutti gli aiuti necessari sia durante la gravidanza sia dopo il parto».

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Quest’ultimo paragrafo è del tutto insignificante e male applicato allo stato della questione. Fino a oggi la 194 è ritenuta da tutti la legge dell’aborto e per l’aborto. Quella legge che permette di dare la morte a un innocente quando la madre non ha un reddito sufficiente, quando è stata abbandonata, quando qualcuno si è dimostrato contrario al prosieguo della gravidanza, quando per via dell’età si è troppo giovani per diventare madre, quando il tempo o il modo per mettere al mondo un figlio non è reputato adatto, quando il nascituro non è esteticamente perfetto. Spesso l’ideologia femminista ha contribuito a mortificare ogni dimostrazione di tutela per la donna incinta e per il nascituro, quasi che fosse più urgente lo scegliere di abortire anziché farsi aiutare durante il pre e il post gravidanza.

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Con l’insediamento del nuovo governo, la schizofrenia giuridica sui paragrafi 4 e 5 della legge 194 sembra essere stata ripresa dal senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri. Con un disegno di legge ha pensato di potenziare l’aspetto della tutela della donna in gravidanza ma soprattutto del nascituro. Attraverso una manovra decisamente pro-vita si vuole tutelare la capacità giuridica del concepito fin dal seno della madre e sensibilizzare il Paese verso una cultura della vita istituendo una giornata dedicata alla vita nascente. Trovo queste proposte di legge molto sensate perché è necessario riaffermare che esiste solo un diritto da difendere che è quello alla vita. Dalla comprensione di questo, scaturiscono poi tutta una serie di altri interventi atti a favorire una vita dignitosa: politiche economiche, incremento del lavoro, potenziamento dell’istruzione e della cultura, politiche sanitarie focalizzate sul bene del malato. Se queste proposte dovessero trovare accoglimento, rappresenterebbero solo una piccola parte di quei timidi tentativi di focalizzare l’Italia, sempre più colpita dall’inverno demografico, verso una consapevolezza di tutela dell’uomo, un cammino di umanizzazione integrale e di accompagnamento della debolezza largamente intesa.

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Il miglior consiglio che mi sento di dare al nuovo governo è quello di investire subito in politiche familiari, sociali e sanitarie pro-life con prodigalità e determinazione, coinvolgendo quante più persone possibili. Al di là di quanto si possa pensare, la tutela della vita non è solo una questione di cattolici oscurantisti. Ci sono tante persone che pur non riconoscendosi dentro una fede sentono come necessità il lottare in difesa della vita umana, evidenziando quel cortocircuito culturale del mainstream che pretende di tutelare tutte le forme di vita del pianeta, dal clima agli animali sino alle piante, rifiutandosi però di tutelare l’uomo fin dai suoi primi momenti di vita biologica nel seno materno.

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In tutto questo discorso non mancano editorialisti e opinionisti illuminati che hanno gridato allo scandalo fascista sulle proposte di legge del senatore Gasparri, proponendo la solita propaganda sull’autodeterminazione delle donne le quali, in quanto portatrici d’utero, non possono e non devono mai essere contraddette, non solo nei giorni del loro ciclo mestruale, ma soprattutto quando si presenta il diritto di scegliere sul proprio corpo e sulla propria salute. Poco importa, poi, se questo diritto nega a un neonato di venire alla luce e se il principio terapeutico salutista coincida nella pratica con la morte in grembo del concepito.

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Mi piace affermare che chi si fa portavoce di questi «civilissimi» diritti intoccabili è figlio di quella stessa intellighenzia violenta e manipolatrice che in questi giorni sta creando agitazione all’interno dell’università La Sapienza di Roma per negare il diritto di parola e di confronto a chi la pensa diversamente. E dopo più di quarant’anni dalla legge 194 si sente l’esigenza di pensare altrimenti, prendere atto che prima della giusta obiezione di coscienza esiste un’obiezione di pensiero che è quella che permette di vedere la realtà per quella che è, chiamando le cose con il loro proprio nome. E qualora ci sentissimo dire che è civiltà l’interruzione terapeutica e volontaria di gravidanza possiamo fare la nostra decisa obiezione di pensiero e dire, usando le parole del Sommo Pontefice Francesco, che l’aborto è la pratica di chi vuole assoldare un sicario per mettere fine alla vita di un innocente [cfr. QUI].

Laconi, 9 novembre 2022

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I Padri dell’Isola di Patmos

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2019/01/Padre-Ivano-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Ivano https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Ivano2022-11-09 12:37:522022-11-09 15:01:39Abortire è come pagare un sicario per uccidere un innocente. L’aborto resterà sempre il fallimento dell’uomo moderno. La 194 è una legge che vuole conciliare opposti inconciliabili

Come parlare della morte cristiana in una società che della morte rifiuta l’idea stessa?

1 Novembre 2022/in Attualità, Pastorale Liturgica/da Padre Simone

COME PARLARE DELLA MORTE CRISTIANA IN UNA SOCIETÀ CHE DELLA MORTE RIFIUTA L’IDEA STESSA? 

La cultura contemporanea sembra non porsi l’interrogativo della morte, oppure cerca di esorcizzarla e farla cadere in oblio, non porsi domande e non dare risposte, mentre la Divina Rivelazione ci assicura che Dio ha creato l’uomo per un fine di felicità che oltrepassa la vita terrena.

— Pastorale liturgica —

Autore
Simone Pifizzi

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PDF  articolo formato stampa

 

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William-Adolphe Bouguereau, 1859. Il giorno dei morti. Musée des Beaux-Arts, Lione

I Padri dell’ultimo Concilio della Chiesa scrissero che «In fronte alla morte l’enigma della condizione umana raggiunge il culmine» [cfr. Gaudium et Spes, 18]. La Solennità di Tutti i Santi e la Commemorazione dei Fedeli defunti ci viene offerta ogni anno come occasione per «contemplare la città del cielo, la santa Gerusalemme che è nostra madre» e ricordare a ogni battezzato che verso questa patria comune «noi pellegrini sulla terra affrettiamo nella speranza il nostro cammino, lieti per la sorte gloriosa dei membri eletti della Chiesa che il Signore ci ha dato come amici e modelli di vita» [cfr. Prefazio del 1° novembre].

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In genere molte persone, anche quelle poco praticanti, non mancano in questi giorni di fare memoria dei propri cari defunti, partecipando all’Eucaristia nelle Parrocchie e visitando i cimiteri. Con struggente affetto ricordiamo chi ci ha voluto bene, grati per quello che abbiamo ricevuto, desiderosi magari di perdonare e di essere perdonati. Molti sono i figli ormai non più giovani, semmai con figli adulti o persino nonni, che dinanzi alle tombe dei propri genitori riflettono su tanti momenti della loro vita, dicendo a sé stessi, ora con tenerezza ora con amarezza, talora anche con profondi sensi di colpa, che se fosse possibile tornare indietro avrebbero avuto altri atteggiamenti e comportamenti verso di loro.

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La morte non può che indurre a interrogare noi stessi perché ― come spesso mi capita di dire nelle celebrazioni esequiali ― niente è più certo che come questa vita l’abbiamo ricevuta un giorno la dovremo rendere. In modo sapiente un vecchio apologo inglese esprime come un bambino che emette il primo vagito, già comincia a invecchiare, per cui l’età che passa ― fossero anche pochi minuti, o un mese o un anno ― ti rende inesorabilmente vecchio. Per questo un bambino nato da un minuto è one minut old (un minuto più vecchio).

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Quando l’uomo trova la forza di fermarsi e pensare a sé stesso, sente come la morte non gli appartiene. Sentiamo, nel nostro profondo più intimo, che noi siamo fatti per la vita. Ma non semplicemente per una vita eterna su questa terra, dove dovrebbe essere eternamente soggetto alle contraddizioni e ai limiti di questo mondo, oppure in una sorta di moderno highlander, costretto penosamente a separarsi da persone e situazioni care. Portiamo dentro il cuore un germe di eternità che insorge tutte le volte che ci troviamo di fronte al mistero della morte e a ciò che da essa deriva: malattia, sofferenza, timore che tutto finisca per sempre. La morte, bene ricordarlo: è una “invenzione” e conseguenza dell’agire dell’uomo. Dio ci creò immortali, non mortali soggetti come tali a decadenza fisica, invecchiamento e dolore, tutti elementi che entrano nella scena del mondo e nell’esperienza umana attraverso il peccato originale [cfr. Gen 3, 1-19], a causa del quale è stata consegnata all’intera umanità avvenire una natura corrotta. Il tutto frutto della libertà e del libero arbitrio che Dio donò all’uomo nel momento stesso della sua creazione [cfr. cfr. Gen 1, 26; Dt 7, 6].

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La cultura contemporanea sembra non porsi l’interrogativo della morte, oppure cerca di esorcizzarla e farla cadere in oblio, non porsi domande e non dare risposte, mentre la Divina Rivelazione ci assicura che Dio ha creato l’uomo per un fine di felicità che oltrepassa la vita terrena. Dio ha chiamato e chiama l’uomo a stringersi a Lui con l’intera sua natura in una comunione perpetua con la sua vita divina. Gesù, Verbo incarnato, con la sua incarnazione, passione, morte e resurrezione ha completamente abbracciato la nostra natura umana; morendo ha vinto la morte e risorgendo ha ridato all’uomo la vita.

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La resurrezione di Gesù è il nucleo centrale della fede cristiana. Chi vive e muore in Gesù partecipa alla sua morte per partecipare alla sua resurrezione, come recitiamo nella III Preghiera Eucaristica quando facciamo memoria dei defunti: «Egli (n.d.r Cristo) trasfigurerà il nostro corpo mortale a immagine del Suo corpo glorioso». Il Verbo Incarnato nella preghiera sacerdotale rivolta al Padre prima di subire la passione chiede che «tutti quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria» [Gv 17,24]. Per questo l’Apostolo Paolo afferma: «Certa è questa parola: se moriamo con Cristo, vivremo anche con lui» [2Tm 2, 11]. È in questo che consiste la novità e l’essenza della morte cristiana: con il Battesimo, il cristiano è “sacramentalmente” morto con Cristo, ed è già immesso in una vita nuova. Pertanto, la morte fisica, consuma il nostro morire con Cristo e compie definitivamente la nostra incorporazione a Lui. Il cristiano, pur sapendo che la morte rappresenta un passaggio anche doloroso (“doglie”) affronta l’inesorabile accorciarsi dei suoi giorni nella speranza, sapendo che Gesù ha vinto la morte, che Egli è quella luce del mondo simboleggiato anche dal cero pasquale posto davanti al feretro durante le esequie, il primogenito dei risorti, il Capo del Corpo che è la Chiesa [cfr. Col 1, 18] attraverso il quale la certezza della vita eterna raggiunge tutte le membra.

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La visione cristiana della morte è espressa in modo insuperabile nei gesti e nelle parole del Rito delle esequie e, in generale, nei formulari della Santa Messa dei defunti. Tralasciando per ovvi motivi i testi, vogliamo sottolineare i riti liturgici, nei quali la Chiesa esprime la sua fede, ben sintetizzata dalle parole del primo prefazio dei defunti: «Ai tuoi fedeli, o Signore, la vita non è tolta, ma trasformata; e mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno, viene preparata un’abitazione eterna nel cielo».

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Nel giorno delle esequie la Chiesa, dopo aver affidato a Dio i suoi figli, asperge i corpi con l’acqua benedetta. L’acqua è l’elemento primario e fondamentale perché ci sia la vita. Ci ricorda che noi siamo fatti per la vita. Ci ricorda il Battesimo nel quale siamo stati indissolubilmente uniti alla morte e risurrezione di Cristo e iscritto il nostro nome nel libro della vita. Dopo l’aspersione con l’acqua, il corpo del defunto viene incensato. L’incenso è usato nella liturgia per rendere onore a Dio e a ciò che lo significa. Oltre all’Eucaristia viene incensato anche l’altare, l’Evangelario, il celebrante, l’assemblea, le immagini sacre… Il corpo del defunto viene così onorato perché riconosciuto come “tempio dello Spirito Santo” e strumento di comunione con Dio e i fratelli.

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Il corpo dei fedeli defunti è infine affidato alla terra come seme di immortalità, sepolto in essa mentre attende la primavera senza fine alla fine dei tempi. A tal proposito trovo appropriate queste parole del Cardinale Giuseppe Betori, Arcivescovo di Firenze, con la quali concludo:

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«Tutt’oggi i cimiteri sono un luogo in cui esercitare la fede pregando per i nostri cari. Un tempo stavano presso le chiese così che là, dove si faceva memoria di Gesù morto e risorto, si ricordavano anche i defunti e il loro ricordo rimandava a Gesù, Signore dei vivi e dei morti. Anche oggi la Chiesa consiglia la sepoltura come la forma più vicina alla nostra fede. Permette anche altre scelte, quali la cremazione, purché non sia fatta esplicitamente per negare la fede nella risurrezione finale. In tutti i casi chiede di conservare le ceneri nei cimiteri, non nelle proprie case e mai disperderle in natura negando un luogo preciso dove fare memoria insieme e dove la comunità cristiana può assicurare la preghiera costante. Possano queste festività darci quella luce e quel calore di cui abbiamo profondamente bisogno e rendere più leggero il passo per chi nella fede cammina verso il luogo della beatitudine e della pace, dove Dio sarà tutto in tutti».

Firenze, 2 novembre 2022

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1 È Presbitero dell’Arcidiocesi di Firenze e specialista in sacra liturgia e storia della liturgia

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LAUDE AI MORTI

Inno liturgico popolare

Chiesa di Santa Maria della Misericordia, Lastra a Signa (Firenze)

Ottavario dei Morti, novembre 2013

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Dei nostri fratelli,
afflitti e piangenti,
Signor delle genti:
perdono, pietà.

Sommersi nel fuoco
di un carcere orrendo
ti gridan piangendo:
perdono, pietà.

Se all’opere nostre
riguardi severo,
allor più non spero:
perdono, pietà.

Ma il guardo benigno
se volgi alla croce,
ripete ogni voce:
perdono, pietà.

Ai nostri fratelli
dai dunque riposo,
o Padre amoroso:
perdono, pietà.

Finché dal quel fuoco
saranno risorti,
Signor dei tuoi morti:
perdono, pietà.

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L’angelologo Marcello Stanzione strappa nuovamente dalle grinfie dei moderni sciamani Santa Ildegarda di Bingen

30 Ottobre 2022/in Attualità, Libri e Recensioni/da Jorge Facio Lince

L’ANGELOLOGO MARCELLO STANZIONE STRAPPA NUOVAMENTE DALLE GRINFIE DEI MODERNI SCIAMANI SANTA ILDEGARDA DI BINGEN

 

Quella di Ildegarda è stata una figura straordinaria quanto poliedrica. Nel corso della sua lunga vita si è occupata dalla filosofia alla poesia alla drammaturgia, dalla musica alla cosmologia alla erboristeria curativa. Ebbe il dono della profezia e della chiaroveggenza, fece studi sulla proprietà terapeutica delle gemme e delle pietre …

— Libri e recensioni —

Autore:
Jorge Facio Lince
Presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos

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il nuovo libro di Marcello Stanzione su Ildegarda di Bingen (Edizioni il Cerchio, 2022). Per accedere al negozio librario cliccare sull’immagine

Il presbitero Marcello Stanzione, specialista in angelologia, è considerato uno dei massimi esperti europei sugli Angeli. Il suo lavoro di divulgazione dura da tre decenni e come Autore di decine di libri tradotti in più lingue, conferenziere e presenza televisiva ai programmi Rai, Mediaset e Sat2000, è stato sempre molto prezioso in questi tempi nei quali l’uomo, quando decide di abbandonare il vero cammino di fede e voltare le spalle a Dio e al mistero della Redenzione, lungi dall’emanciparsi finisce sempre per credere in tutto. A quel punto gli Angeli finiscono ridotti a figure che possono variare dai tarocchi alla new age, divenendo elementi di cui abusano fattucchiere e ufologi.

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Le sue attenzioni, le sue ricerche e pubblicazioni si sono incentrate anche su particolari figure di Santi e Sante che con gli Angeli hanno avuto uno stretto legame. Tra di loro Santa Ildegarda di Bingen (1098-1179), monaca benedettina beatificata nel 1324 e canonizzata nel 2012 dal Sommo Pontefice Benedetto XVI che la proclamò dottore della Chiesa. E qui sia concesso un inciso tra le righe: speriamo che dopo le recenti polemiche italiane circa la declinazione dei nomi maschili al femminile, dove a parere della Onorevole Laura Boldrini la prima presidente donna del Consiglio dei Ministri non andrebbe chiamata “Signor Presidente del Consiglio” o “Primo Ministro” ma “Presidentessa” e “Prima Ministra”, la stessa, o diversi dei suoi amici all’interno del disastrato mondo cattolico contemporaneo, non entrino anche in casa nostra a polemizzare e quindi a pretendere che Santa Ildegarda o Santa Caterina da Siena siano indicate da oggi in poi non più come “dottori” ma come “dottoresse della Chiesa”.

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Quella di Doamna Ildegarda, com’erano chiamate ieri e come lo sono tutt’oggi le monache benedettine, è stata una figura straordinaria e poliedrica. Nel corso della sua lunga vita si è occupata dalla filosofia alla poesia alla drammaturgia, dalla musica alla cosmologia alla erboristeria curativa. Ebbe il dono della profezia e della chiaroveggenza, fece studi sulla proprietà terapeutica delle gemme e delle pietre.

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Inutile a dirsi: l’opera di Marcello Stanzione, che a questa figura ha dedicato molte pubblicazioni [vedere QUI], è stata particolarmente utile, anzi veramente indispensabile per strappare di mano questo titano di donna dalle grinfie di maghi, ufologi e seguaci delle new age. Ma perché no, anche da quelle di qualche prete squinternato, purtroppo!

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Nel suo ultimo libro, scritto assieme a Elisa Giorgio, l’Autore parla delle proprietà curative delle erbe secondo gli studi, le ricerche e le ricette di Santa Ildegarda. Inutile ricordare che le erbe con proprietà curative sono usate da sempre in medicina e in farmacologia. È fatto noto e risaputo che al Santo Pontefice Giovanni Paolo II ammalato di morbo di Parkinson fu somministrata la papaya, che non lo guarì da quella malattia, ma gli dette buoni benefici.

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Ovvio che da un cancro non si guarisce né con le erbe né con la cosiddetta “medicina alternativa” e che è bene lasciarsi curare dagli oncologi e seguire con scrupolo le loro prescrizioni terapeutiche, non certo quelle di certi sciamani, però, proprio nell’ambito dell’oncologia e del trattamento dei malati terminali senza speranza, l’uso di sostanze naturali nei programmi palliativi per la cura del dolore è sempre più diffuso, incluse sostanze definite comunemente “droghe”, ma che in verità sono null’altro che erbe, a partire da quella solitamente chiamata marijuana, la quale altro non è che canapa indiana, una delle cui proprietà è di essere un potente ed efficace anti-infiammatorio, altrettante e benefiche sono le proprietà terapeutiche delle foglie di coca e delle piante di papavero da cui viene ricavato l’oppio.  

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Con questo suo nuovo libro Marcello Stanzione offre e restituisce ai lettori la figura reale e straordinaria di una donna che è un gigante nella fede, nella scienza e in quella che oggi definiremmo come ricerca all’avanguardia.

 

Dall’Isola di Patmos, 30 ottobre 2022

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Con le nostre edizioni Marcello Stanzione ha pubblicato

cliccare sull’immagine per accedere al negozio librario

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Il problema non sono le cazzate dei preti ma la mancata vigilanza dei vescovi che dell’episcopato sembrano volere gli onori ma non gli oneri

29 Ottobre 2022/in Attualità/da Padre Ariel

IL PROBLEMA NON SONO LE CAZZATE DEI PRETI MA LA MANCATA VIGILANZA DEI VESCOVI CHE DELL’EPISCOPATO SEMBRANO VOLERE GLI ONORI MA NON GLI ONERI

Non passa giorno senza che qualche prete salti alla ribalta per delle prodezze che variano dal sacrilegio eucaristico al grottesco. Tutti fatti dinanzi ai quali, prendersela con il prete o con i preti in generale, sarebbe la cosa più facile, dimenticando che noi presbiteri siamo solo la punta dell’iceberg e che la colpa è tutta dei nostri Vescovi.

— Attualità ecclesiale —

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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PDF  articolo formato stampa

 

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il presbitero bresciano Giuseppe Fusari

Molti vescovi sono oberati di impegni pastorali: incontri coi maggiorenti della Città, con politici che con una mano offrono finanziamenti per le scuole cattoliche e le attività della Diocesi e con altre dieci mani chiudono la bocca alla Chiesa locale su tutti i temi più sensibili che sarebbe sua premura trattare e portare alla luce. Inderogabile la loro presenza come autorità religiose alle varie feste ufficiali, a tagli di nastri e inaugurazioni. Di recente abbiamo persino assistito al caso di un vescovo che ha partecipato al taglio del nastro in occasione dell’apertura della nuova sede di una Loggia Massonica [vedere articoli QUI, QUI]. Il tutto in un susseguirsi incessante di «Eccellenza … Eccellenza … Eccellenza!». Titolo pronunciato ossequiosamente da persone così radicate nella cultura cattolica da essere convinte che le acquasantiere delle chiese siano dei bidet messi anticamente a disposizione dalla carità della Chiesa alla povera gente che non aveva acqua corrente in casa, dopodiché sono rimaste lì solo perché fanno parte di beni storici artistici. E come ben capite, dinanzi a questo genere di mole d’impegni pastorali, che definire gravosi è poca cosa, il Beato Apostolo Paolo, con tutti i suoi viaggi tortuosi, incluso un naufragio con fortuito approdo a Malta, per poi ripartire alla volta di Siracusa per raggiungere Reggio e da lì riprendere il cammino per arrivare mesi e mesi dopo a Roma, a confronto sono ben poca cosa, anzi: sono proprio nulla [cronistoria in Atti degli Apostoli: 27,1-28,16]. O volete forse paragonare quel gaudente personaggio dell’Apostolo delle Genti ossessionato dalla linea fisica, quindi dalle diete, che per questo non mangiava neppure tutti i giorni, con i nostri poveri vescovi costretti a cibi gourmet preparati dai migliori chef in occasioni delle cene ufficiali assieme a prefetto, questore, politici della circoscrizione e via dicendo a seguire? Quelle sì, che sono penitenze. E non parliamo delle loro residenze, all’interno delle quali suorine devote li accudiscono, li servono, li lavano e li stirano … perché questo è il carisma e la vocazione di certe religiose: fare le cameriere. L’opera di certi nostri Vescovi in quella che è stata definita «Chiesa ospedale da campo» è sicuramente molto più gravosa di quanto lo sia stato per i medici di trincea della Prima Guerra Mondiale il curare soldati feriti e moribondi. Poi, per stare al passo coi tempi che corrono, tra un trionfo di croci pettorali di ferro e bastoni pastorali fatti ormai forgiare dai falegnami con pezzi di legno grezzo, ogni volta che salgono in cattedra elargiscono il loro predicozzo su poveri e migranti, senza che possa interessargli più di tanto che il mondo è sempre più povero di Cristo e sempre più numerosi sono i fedeli che emigrano al di fuori della Chiesa Cattolica.

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Anche per questi motivi molti nostri Vescovi ricevono i loro preti dopo lunga attesa. A volte dopo aver preteso che un prete settantenne rispondesse all’interrogatorio di un segretario laico stizzoso, semmai pure divorziato e convivente con la sua compagna, che in tono perentorio domanda perché il prete intendesse importunare la Sua Eccellenza Molto Reverendissima, affinché lui stesso potesse valutare se dirgli di rivolgersi al Vicario Generale o al Vicario Episcopale. Era forse questo che alcuni distruttori dell’impianto ecclesiale intendevano con il loro grido: «Largo ai laici nella Chiesa?». Se poi il Vescovo, udito il prezioso parere favorevole del segretario laico, concede la grazia di ricevere un prete che osa avere grossi problemi da risolvere e per i quali ritiene in coscienza di dover sentire il Pastore della Chiesa locale che gli ha conferito il mandato all’esercizio del sacro ministero e in comunione col quale esercita il sacerdozio, ecco che dopo averlo guardato in cagnesco spesso esordisce: «Senti, io non voglio problemi!». A uno di questi Vescovi, al quale andai a presentare una situazione ad alto rischio di esplosione scandalo pubblico, dinanzi a questa battuta risposi: «Pensi un po’, invece io sono diventato prete consapevole che avrei avuto una vita di grandi problemi, mentre lei, che ha ricevuto la pienezza del sacerdozio apostolico, vescovo lo è diventato proprio per non avere problemi, accettando gli onori ma respingendo tutti i grandi e gravosi oneri dell’episcopato. Ma guarda quanto strana è la vita!».

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Questo è infatti il punto: la gran parte dei Vescovi di nuova generazione, pronti a stracciarsi le vesti più velocemente di Kaifa dinanzi a un clandestino sconosciuto affogato in mare prima di giungere a Lampedusa, non vogliono rotture di coglioni, specie da parte dei loro preti. E poco dopo ti dichiarano in modo a dir poco teologicamente ameno che «i poveri sono la carne di Cristo». Infatti, come risaputo, durante l’ultima cena Cristo prese un povero e lo esibì agli Apostoli dicendo loro «questo è il mio corpo, questo è il mio sangue», il tutto dopo avere lavato i piedi ai carcerati e alle puttane di Gerusalemme.

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In molte delle nostre cattedrali la Missa in Coena Domini pare essere diventata la passerella delle mignotte. Si vocifera persino che una agenzia appositamente istituita dalla Mafia Nigeriana provveda a fornire a pagamento le puttane a noleggio ai Vescovi, quando il Giovedì Santo devono mettere in scena la loro rappresentazione: lavare e baciare i piedi alle zoccole. Il tutto con il plauso delle locali sezioni del PD e di tutto il gotha della Sinistra radical chic che magnifica la nuova «Chiesa in uscita», talmente brava ed efficiente nell’auto-distruggersi da sola, che non occorre più neppure contrastarla e colpirla, facciamo tutto quanto da noi stessi. E mentre avviene questo, nei reparti di geriatria giacciono abbandonati santi preti ultra ottantenni, con una vita interamente donata alla Chiesa e al Popolo di Dio, ai quali la Sua Eccellenza Molto Reverendissima si guarda bene dall’andare a porgere il pappagallo per pisciare o a lavare la merda di dosso, come per più volte ho fatto io e similmente altri miei confratelli, variamente additati da certi vescovi di nuova generazione come “preti problematici”, semplicemente perché fedeli al sacerdozio, alla dottrina e al perenne magistero della Chiesa. Per questo non temiamo di sporcarci le mani con il piscio e con la merda. Cosa che comprensibilmente non può fare il Vescovo, perché è troppo impegnato a sciacquare e baciare i piedi alle puttane nigeriane nel giorno in cui si fa solenne memoria della istituzione del Sacerdozio ministeriale e della Santissima Eucaristia, una solennità ormai ridotta da anni al teatrino delle mignotte e dei carcerati, meglio se musulmani. O non scelse forse Nostro Signore Gesù Cristo, come Apostoli consacrati sacerdoti della Nuova Alleanza, un gruppo di carcerati e di zoccole?

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Come potete vedere dalle cronache non passa giorno senza che qualche prete salti alla ribalta per delle prodezze che variano dal sacrilegio eucaristico al grottesco [rimando agli articoli di Padre Ivano Liguori: QUI]. Tutti fatti dinanzi ai quali, prendersela con il prete o con i preti in generale, sarebbe la cosa più facile, dimenticando che noi presbiteri siamo solo la punta dell’iceberg e che la colpa è tutta dei nostri Vescovi e di quella Chiesa visibile che in nome di un male inteso «spirito del Concilio» ― che ha stravolto e falsato totalmente l’ultimo Concilio celebrato dai Padri della Chiesa ― ha favorito e persino stimolato la laicizzazione e la mondanizzazione del clero. Lo vado ripetendo e scrivendo da anni: all’interno della Chiesa ha preso vita una crisi della dottrina che ha generato una grande crisi della fede che ha dato infine vita a una grave crisi morale diffusa nel clero.

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Dire che i preti dovrebbero portare sempre la talare per rigoroso obbligo e vivere con grande decoro e dignità la loro vita sacerdotale interiore ed esteriore, purtroppo è una battaglia persa, totalmente. Abbiamo assistito a delle scene che dire indecorose è poca cosa, si pensi al presbitero padovano Marco Pozza che ha intervistato più volte il Sommo Pontefice sedendo dinanzi a lui a gambe accavallate vestito in jeans, scarpe da ginnastica e camicia aperta sbarazzina, in un trionfo di sciatteria come mai si era vista prima [cfr. video QUI, QUI, QUI]. Ma c’è di peggio, perché il primo a irridere la veste talare abbinandola in modo improvvido al clericalismo, alla mondanità e al rigidismo, è stato proprio il Sommo Pontefice stesso [cfr. QUI, QUI, QUI], ignaro che i clericali della specie peggiore non sono affatto i pochi preti che seguitano a portare la tonaca come chiaro segno della loro vita interiore ed esteriore, ma certi suoi beniamini politically correct dai quali si fa intervistare in jeans, scarpe da ginnastica e gambette accavallate. Ovviamente non possono mai mancare i ruffiani di corte, per esempio l’Arcivescovo di Catania che in violazione a tutte le norme ecclesiastiche proibisce ai propri preti di indossare la veste talare fuori dalle chiese, relegandola ad abito liturgico [cfr. QUI], il tutto, va da sé, per evitare non meglio precisate forme di “rigidismo”.

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Presto detto: dal prete in abiti borghesi che intervista il Sommo Pontefice al prete col perizoma rosso, o al prete tatuato che fa culturismo e che posta foto del proprio fisico pompato da palestra e anabolizzanti sui social media, il passo è molto breve. Pertanto, prendersela con il presbitero bresciano Giuseppe Fusari, prete culturista che pubblica le proprie foto seminudo, più che cosa semplice sarebbe quasi cosa da vili, almeno per noi consapevoli che «il pesce puzza a partire dalla testa». Inutile quindi prendersela con la punta della coda del pesce, che alla resa dei conti, più che colpevole, è solo vittima di un sacerdozio mal formato e totalmente deformato, il tutto con la benedizione dei Vescovi di nuova generazione.

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Per poco possa valere, sappiate che a rendere particolarmente forte il mio disagio e dolore è la mia esperienza. Disagio e dolore che condivido con molti altri miei confratelli che come me hanno avuto la grazia da Dio di conoscere da bambini, adolescenti e giovani degli autentici santi preti, divenuti poi i nostri modelli di vita sacerdotale. Abbiamo conosciuto vescovi veramente santi, pronti in ogni momento della loro giornata a farsi in quattro per i propri preti, nessuno dei quali è morto dimenticato nel fondo di un ospedale senza ricevere più volte la visita del Vescovo, che provvedeva lui stesso a confortarli con i Sacramenti. Ricordo un Vescovo che annullò due appuntamenti molto importanti fissati da mesi per quella giornata: le sacre ordinazioni di quattro presbiteri che si sarebbero dovute tenere al mattino e la sua partecipazione a un importante evento pubblico di carattere storico-locale nel pomeriggio. Un suo prete stava morendo in ospedale, dove il Vescovo corse, annullando un’ora prima le sacre ordinazioni con questa frase lapidaria: «I quattro che devono diventare preti possono anche aspettare qualche giorno, hanno dinanzi a sé tutta una vita sacerdotale. Mio compito e dovere è assistere un mio prete morente, che ha donato tutta la sua esistenza alla Chiesa e al servizio del Popolo di Dio». E non siamo in pochi a essere giunti al sacerdozio attraverso questi modelli di Vescovi e Presbiteri che rimangono fissi nelle nostre memorie, ma non come figure di un tempo passato che fu, ma come santi modelli di come un vescovo e un presbitero dovrebbero essere, sempre e in tutti i tempi.

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Abbiamo conosciuto Vescovi che non parlavano affatto in modo ossessivo-compulsivo di poveri e migranti e che quando si presentavano in pubblico manifestavano nella loro forma esteriore tutta la dignità ineffabile dell’episcopato, soprattutto quando celebravano la Santa Messa. Solo quando sono morti abbiamo poi scoperto che non avevano lasciato neppure i soldi per le spese del loro funerale, dopo avere elargito tutto ciò di cui disponevano a famiglie indigenti che stentavano a vestire i propri figli. A nessuno di loro sarebbe mai passato per l’anticamera del cervello di trasformare le loro chiese cattedrali in osterie e di farsi riprendere da fotografi e cameraman mentre servivano i pasti ai poveri, come se la Chiesa ― in particolare quella italiana ― non avesse stabili in sovrabbondanza per allestire pranzi, evitando di dissacrare le chiese.

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La nostra decadenza è irreversibile perché la soglia del non-ritorno l’abbiamo superata ormai da anni [cfr. mio articolo QUI]. Dobbiamo quindi assistere alle penose immagini di un Sommo Pontefice che si fa intervistare da un pretino-trendy in tenuta indecorosa e in pose da perfetto maleducato, ci dobbiamo sorbire le sceneggiate dei nostri Vescovi che noleggiano le puttane per sciacquargli e baciargli i piedi alla Missa in Coena Domini ridotta a un penoso teatrino del grottesco, dobbiamo sentirci soli, estranei e persino sgraditi nella nostra Santa Casa sempre più simile alla sala del Gran Sinedrio e al Pretorio di Pilato, consapevoli che per la Chiesa è iniziata la passione del Getsemani. E dopo la crocifissione, la morte e la sepoltura, l’esperienza mistagogica si concluderà con la risurrezione. A quel punto cominceremo a ricostruire con enorme fatica sulle ceneri della grande distruzione. E a farlo saremo in quattro gatti, ma animati da vera fede, vera speranza e vera carità.

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dall’Isola di Patmos, 29 ottobre 2022

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Nella foto: il presbitero bresciano Giuseppe Fusari – Cosa aspettarsi in un vicino futuro, forse un prete che si presenti a celebrare la Santa Messa di Natale con un perizoma rosso?

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2019/01/padre-Aiel-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Ariel https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Ariel2022-10-29 11:16:092022-10-29 16:32:46Il problema non sono le cazzate dei preti ma la mancata vigilanza dei vescovi che dell’episcopato sembrano volere gli onori ma non gli oneri

L’Autore del delirante «Codice Ratzinger» è un evidente emissario del più piccolo e deviato esoterismo massonico di matrice anti-cattolica

26 Ottobre 2022/2 Commenti/in Attualità/da Padre Ariel

L’AUTORE DEL DELIRANTE «CODICE RATZINGER» È UN EVIDENTE EMISSARIO DEL PIÙ PICCOLO E DEVIATO ESOTERISMO MASSONICO DI MATRICE ANTI-CATTOLICA

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Questo personaggio in cerca d’autore è totalmente estraneo al mondo e alla cultura cattolica. A noi studiosi in cammino verso la vecchiaia non è richiesto alcun particolare sforzo per cogliere tra le sue righe, oltre alla crassa ignoranza in materia di dottrina, di fede e soprattutto di storia della Chiesa e di diritto ecclesiastico, un serpeggiante elemento esoterico che non riesce proprio a celare.

— Attualità ecclesiale —

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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PDF  articolo formato stampa

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il pamphlet di Andrea Cionci

Chi da anni mi legge e conosce i miei articoli e libri può imputarmi molte cose, a partire dal mio scrivere ed esprimermi in modo spesso duro, senza ricorso a perifrasi e vaghi sottintesi. Per essere incisivo uso talora come espressioni idiomatiche anche frasari coloriti, specie su temi molto delicati. È quindi con estrema chiarezza che affermo pubblicamente che il giornalista Andrea Cionci, autore del Codice Ratzinger, un pamphlet delirante e oltraggioso nei riguardi del Sommo Pontefice Francesco, è un emissario del peggiore esoterismo massonico di matrice anti-cattolica.

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Di questo soggetto non conosco niente, non mi interessa sapere dove e come è vissuto, da dove provenga, quale sia la sua vita pubblica e privata, come e dove si sia formato … né mai mi sognerei di indagare su di lui, come invece ha tentato di fare lui su di me, ignaro di imbattersi in numerose persone che prontamente mi hanno avvisato: «Un certo Andrea Cionci sta battendo in lungo e in largo per chiedere informazioni molto sensibili su di te». Dunque non so chi sia, non m’interessa saperlo né voglio saperlo. Qualcuno mi ha detto che le notizie su di lui in Rete sono molto scarse, un esperto ingegnere informatico mi ha spiegato che forse, su internet, potrebbe essere stata fatta una gran pulizia sui suoi dati, come se fosse nato d’improvviso al momento in cui incomincia a scrivere assurdità sull’atto di rinuncia di Benedetto XVI da lui ritenuto invalido e l’elezione di conseguenza illecita e invalida del «falso papa usurpatore Bergoglio».

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Uno dei suoi limiti è di non misurare bene i propri avversari, dato che il sottoscritto, oltre a essere un prete tosco-romano che all’occorrenza condisce il discorso con una parola colorita, è parecchio di più: un uomo molto adulto con un complesso vissuto che lo ha portato, tra le varie cose, ad avere tante conoscenze e amicizie. Ho conosciuto e conosco tutt’oggi alti funzionari di Stato che spesso si sono rivolti a me per chiedere consiglio, o per usarmi come interlocutore con le Autorità Ecclesiastiche, al fine di evitare che certi chierici propensi a mettersi nei guai finissero sbattuti sulle prime pagine dei giornali per questioni di carattere morale che non costituiscono per la Legge della Repubblica Italiana alcun reato, ma che per un giovane monsignore della Curia Romana pizzicato in certi ambienti possono invece rappresentare molto, sia per l’etica cattolica che per il Diritto interno della Chiesa.

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A questo principiante con il complesso del genio che pensa di portare alla luce e sciogliere i complotti più complessi e occulti, temo non sia molto chiaro che mi sono potuto permettere di dare pubblicamente del delinquente a un potente cardinale della Curia Romana, caduto poi in disgrazia, ma otto mesi dopo, non quando accusai lui è i suoi scagnozzi di essere peggio di quelli della Banda della Magliana, perché in quei giorni era un intoccabile all’apice del potere [cfr. video: QUI, dal minuto 37:30]. E nessuno, a partire dal Vescovo alla cui giurisdizione appartengo, emise neppure mezzo sospiro. Ora, delle due l’una: o l’Autore di questo pamphlet è solo un dilettante allo sbaraglio che deve crescere e maturare, oppure è gravato di limiti talmente insormontabili che lo rendono incapace di comprendere che a qualsiasi prete che avesse osato dare del delinquente a un potente cardinale della Curia Romana, per tutta risposta l’Autorità Ecclesiastica avrebbe tolto la pelle di dosso mandandolo di corsa a pascolare le pecore, ma quelle delle greggi sarde delle terre più sperdute della Barbagia, non le pecore del Santo Gregge del Signore.

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Per accusare e condannare un imputato occorrono prove, in assenza delle quali tutti siamo innocenti sino a prova contraria. Questo non vuol dire che per condannare un omicida sia necessario trovarlo con la pistola fumante in mano e il cadavere sanguinante del morto disteso per terra. O vi risulta forse che la maggior parte degli uomini finiti in galera per stupro siano stati colti in flagranza di reato dalla Polizia di Stato mentre erano intenti a violentare una donna? Chiunque abbia praticato il diritto penale o lo conosca un po’ a livello di cultura generale, sa che cosa sia il “processo indiziario”. Ciò significa che quando non esiste una prova diretta attraverso la quale prende corpo l’elemento sostanziale rilevante, si può giungere alla elaborazione della prova attraverso indizi che non siano tra di loro discordanti e che nel loro insieme finiscono col provare il fatto.

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Questo personaggio in cerca d’autore è totalmente estraneo al mondo e alla cultura cattolica. A noi studiosi in cammino verso la vecchiaia non è richiesto alcun particolare sforzo per cogliere tra le sue righe, oltre alla crassa ignoranza in materia di dottrina, di fede e soprattutto di storia della Chiesa e di diritto ecclesiastico, un serpeggiante elemento esoterico che non riesce proprio a celare. O non fu forse messo prontamente alla porta quando in passato, prima di cimentarsi sui fanta-complotti della «invalida rinuncia di Benedetto XVI» e del «Bergoglio antipapa», tentò di proporre a studiosi molto esperti e seri un lavoro sulla Sacra Sindone che olezzava di esoterismi? Insomma, siamo di fronte a un soggetto decisamente estraneo al mondo e alla cultura cattolica, che in modo a dir poco maldestro ha deciso di vestire i panni del tradizionalista, che lo rendono bizzarro quanto lo sarei io se decidessi di togliermi di dosso la veste talare da prete e indossare da un giorno all’altro una minigonna. Va bene che sono amico della trans Vladi Guadagno, in arte Luxuria, ma vedendomi in tale stato, credo che la prima a rimanere contrariata sarebbe proprio lei.

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Poc’anzi ho fatto cenno a vari ambienti istituzionali coi quali mi sono ritrovato in stretto contatto. Le mie relazioni, da sempre molteplici e variegate, sono quelle di un uomo che ha contatti con tutti, anche con ciò che è molto lontano dal Cattolicesimo, sempre mantenendo la mia identità di prete e teologo fedele sino alla morte al deposito della fede e alla Santa Chiesa di Cristo. Posta questa premessa posso avere ― ed ho ― relazioni di sincera amicizia con un anarchico sessuomane come Giuseppe Cruciani, con un puro comunista come Vauro Senesi, che stimo sia per la sua coerenza che per la sua sensibilità umana. Mi sono più volte confrontato con Alessandro Cecchi Paone, che non fa mistero della sua omosessualità né del fatto che appartiene ai più alti gradi della Massoneria e che della vita umana ha una percezione totalmente diversa dalla mia, ma col quale è sempre stato un grande piacere parlare. Ho scritto la prefazione al libro di Francesco Mangiacapra, un ex gigolò, oggi mio caro amico, grazie al quale fu portato allo scoperto un giro di preti che si avvalevano dei servizi sessuali dei marchettari [cfr. QUI]. Tra gli opinionisti italiani, quello che più stimo è Daniele Capezzone, ex bimbo prodigio di Marco Pannella, modello di autentico liberalismo, uomo lucido e non condizionato da ideologie, a partire dal liberalismo stesso. Eppure, su temi come aborto ed eutanasia non la pensiamo certo allo stesso modo, ma questo nulla toglie alla mia stima nei suoi riguardi.

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Ho fatto queste premesse per giungere al dunque: temo che solo un ragazzino alle prime armi possa pensare che non abbia avuto o che non abbia rapporti con persone che appartengono ai più alti gradi della Massoneria e che dirigono le più antiche Logge. Tutte persone che godono della mia stima, molti di loro sono studiosi di altissimo livello, altri professionisti di fama internazionale ai quali è chiaro da sempre ciò che penso della Massoneria come cattolico e prete, vale a dire che aderirvi ed essere iscritti alle logge massoniche è incompatibile con l’essere cattolici. Ferma restando la mia stima verso molte di queste singole persone, che a loro volta mi stimano e mi vogliono bene.

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E proprio gli amici appartenenti ai più alti gradi della Massoneria mi hanno chiesto se per caso non mi fossi accorto che questo ragazzino in cerca di visibilità manifestava il tipico modo di pensare degli appartenenti alle correnti esoteriche di quella pseudo-massoneria che loro massoni seri non riconoscono come tale e che da sempre giudicano ridicole devianze da piccoli e patetici aspiranti illuminati.

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Presto spiegato il motivo: questo personaggio, che non possiamo definire un pericoloso lupo, al massimo un fastidioso chihuahua col complesso del pitt-bull, dopo essersi mascherato da improbabile cattolico e da cattolico tradizionalista più improbabile ancora, ha incominciato a lanciare degli attacchi al Papato di una tale violenza che neppure i più feroci massoni anticlericali dell’Ottocento erano giunti a sferrare. Anche perché erano uomini abili, capaci e intelligenti, per questo consideravano il Beato Pontefice Pio IX un uomo molto dotato, nonché avversario temibile e non facile da colpire.

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Ciò che l’Autore di Codice Ratzinger diffonde sono un ammasso di teorie costruite neppure su evidenti mancanze di prove, ma proprio sulla totale assenza degli indizi più vaghi. Tutto è retto su assurde e presunte prove cervellotiche basate sul niente e congegnate attraverso la manipolazione e l’alterazione dei documenti della Chiesa, delle parole, dei fatti e persino dei silenzi e delle non-risposte date, sino a creare delle assurde non-verità interamente sorrette su elementi illogici, irrazionali e surreali.

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Perché Alessandro Sallustri, giornalista di lungo corso ed esperto direttore di testate giornalistiche, lascia che questo soggetto scriva da alcuni anni simili incongruenze sul blog del quotidiano Libero? Proviamo a spiegarlo alle anime candide che prendono per vere le affermazioni dei politici e dei conduttori dei talk-show Mediaset e Rai che parlando della Russia di Vladimir Putin affermano: «Noi siamo un Paese libero con una stampa libera!». E qui bisogna tributare onori alla Signora Ilona Staller, in arte Cicciolina, che invece non si sognerebbe mai di annunciare «Sono una vergine illibata!», perché è donna coerente e veritiera. Dunque, il quotidiano Libero appartiene alla corrente delle varie Destre che nel Sommo Pontefice Francesco ― vero o sbagliato che sia ― vedono una figura a loro parere sbilanciata verso le Sinistre. E certe cose ― vere o false che siano ― vanno sempre fatte pagare, a volte persino col concorso e l’istigazione di certi avvelenati uomini di Chiesa che celati dietro le quinte soffiano sul fuoco. Adesso si provi a immaginare che cosa sarebbe accaduto se l’Autore del Codice Ratzinger avesse osato abbozzare un vago sospiro complottardo sul Senatore Matteo Salvini o la Onorevole Giorgia Meloni. Nello spazio di poche ore lo avrebbero rimbalzato fuori dal marchio di quel quotidiano. La stessa cosa sarebbe accaduta con qualsiasi giornalista de La Repubblica se avesse fatto altrettanto con figure beneamate dalla Sinistra radical chic. Basti ricordare il recente caso del Senatore Tommaso Cerno, altra mente libera e brillante, escluso da tutti i pubblici dibattiti televisivi per la sua avversione al disegno di legge sulla omotransfobia dell’Onorevole Alessandro Zan, che se fosse passato per com’era stato scritto avrebbe perseguito il reato di opinione [sul tema rimando al libro scritto dal teologo cappuccino Ivano Liguori e da me: QUI]. E con ciò è chiarito come mai questo soggetto può scrivere cose assurde su quel giornale, in questo momento storico e sotto la direzione di quel direttore. Semplicemente perché qualcuno ha ritenute le sue paccottiglie politicamente utili per colpire e seminare confusione, a prescindere che non siano vere. O pensate che a certa gente interessi qualche cosa della verità? A volte certi manipolatori poco intelligenti inventano quello o quell’altro codice senza nemmeno rendersi conto che sono loro a essere manipolati e usati come “utili idioti” da persone più intelligenti che sono parte dei grandi ingranaggi dei poteri più o meno occulti.

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L’Autorità Ecclesiastica per un verso, i media cattolici per altro verso, sono saggi e prudenti nel dire che a questo soggetto non va data alcuna visibilità e che non si può rispondere a chi costruisce teorie illogico-irrazionali su elementi assurdi e surreali. Però, a un certo punto, quando gli indizi concordano e finiscono per formare la prova, è doveroso affermare quello che l’Autorità Ecclesiastica non può dire ma che posso dire io: questo soggetto appartiene a quei filoni esoterici della pseudo-massoneria deviata e da alcuni anni, mascherato da improbabile cattolico e da tradizionalista cattolico ancor più improbabile, tenta di colpire in modo oltraggioso, incessante e metodico quel Papato che sorregge l’intero impianto della Chiesa Cattolica.

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Un eminente storico del Risorgimento Italiano mi disse che gli anticlericali più furibondi vissuti a cavallo tra Ottocento e Novecento non toccarono mai dei livelli così bassi. Non solo perché erano persone dotate di intelligenza e capacità, ma perché del Papato che combattevano e volevano abbattere riconoscevano tutta l’autorità, l’autorevolezza e anche la grandezza storica. Non diffondevano certo pamphlet nei quali sostenevano di avere dimostrato con prove inconfutabili che Pio IX era un falso pontefice eletto in un conclave invalido.

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Dinanzi a tutto questo abbiamo una sola consolazione, che non è di per sé poca cosa: siamo dinanzi a un maldestro principiante dotato di scarsa intelligenza. E questo non lo affermo io, me lo ha detto un Venerabile Maestro del Grande Oriente d’Italia, uomo settantenne e personalità dalla cultura enciclopedica, che da un ventennio mi considera un amico sincero e leale e che proprio per questo sa da sempre che cosa penso della Massoneria. Ma i miei rapporti pubblici e privati con le singole persone sono altra cosa, non a caso sono un prete, che come tale ha il dovere di accogliere tutti e di ascoltare tutti, dicendo sempre ciò che per me, la mia fede e la morale cattolica è giusto o sbagliato, dando esempio di un vissuto che sia sempre in totale aderenza, sia pubblica che privata, con le verità annunciate e insegnate dalla Chiesa.

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Auguro felice crescita ad Andrea Cionci, mentre seguita ad accontentarsi di pescare nel complottardo mare ByoBlu degli internauti affetti da analfabetismo funzionale e analfabetismo digitale, pronti a credere all’esistenza degli elefanti rosa che volano con le ali, perché oltre a questo pubblico non può andare, gli mancano maturità, intelligenza e talento. Pertanto si accontenti di fare affari con un fuoriuscito di casa come il povero prete scomunicato e dimesso dallo stato clericale Alessandro Minutella.

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A dirgli tutto questo con amorevolezza è un uomo che se chiama al telefono certi cardinali gli rispondono dopo il terzo squillo e che, per questo e altro ancora, come funziona la Chiesa e il Papato pensa di saperlo molto meglio di lui.  Ossia quanto basta a fargli una paterna carezza amorosa sulla testa, prenderlo per mano, portarlo a mangiare un cono-gelato e augurargli, tra una leccata e l’altra, di poter diventare un giorno grande per potersi occupare di cose da grandi. In caso contrario passerà la vita a leccarsi le ferite sanguinanti per le frustate ricevute, senza mai riuscire a capire che un adolescente di primo pelo non spara con la pistola a pallini di gomma a un soldato addestrato che imbraccia un kalashnikov, non molla una sberla a Mike Tyson, né si precipita con una bicicletta mountain bike lungo i binari contro il treno ad alta velocità, urlando di avere scoperto il Codice Ratzinger e di poterla sparare, per questo, più grossa di tutti.

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dall’Isola di Patmos, 26 ottobre 2022

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2019/01/padre-Aiel-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Ariel https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Ariel2022-10-26 17:29:112022-10-27 11:24:33L’Autore del delirante «Codice Ratzinger» è un evidente emissario del più piccolo e deviato esoterismo massonico di matrice anti-cattolica

Quando il prete vuole promuovere i diritti del laicismo, i vescovi hanno il dovere di pretendere un prete che promuova la Chiesa

15 Ottobre 2022/in Attualità/da Padre Ivano

QUANDO IL PRETE VUOLE PROMUOVERE I DIRITTI DEL LAICISMO, I VESCOVI HANNO IL DOVERE DI PRETENDERE UN PRETE CHE PROMUOVA LA CHIESA

Per certi preti oggi vivere nella Chiesa è un po’ come percepire il reddito di cittadinanza, permette di vivere avendo uno stipendio senza dare assolutamente nulla. Togliere la congrua a questi soggetti sarebbe la prima azione necessaria, insieme all’interdetto a ricoprire incarichi ecclesiali rappresentativi in nome di una Chiesa con cui non si sentono in comunione.

— Attualità ecclesiale —

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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PDF  articolo formato stampa

 

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La versione audio sarà disponibile lunedì

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un libro molto consigliato in lettura (cliccare sull’immagine per aprire la presentazione)

Dopo la celebrazione della Santa Messa sul materassino [vedi qui, qui, qui, qui] e quella in tenuta ciclistica [vedi qui, qui, qui, qui] la kermesse del clericalmente corretto ha aggiunto un nuovo tassello verso il completamento del grande mosaico della Chiesa in uscita, povera per i poveri, in cui l’unica vera povertà da tutti percepita è quella in materia dottrinale che finisce per condizionare la prassi pastorale.

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Così nella bella Liguria, al confine con le Cinque Terre, in quel di Bonassola il presbitero Giulio Mignani della diocesi della Spezia-Sarzana-Brugnato si è meritato l’onorificenza di ambasciatore per i diritti del laicismo, tanto da avere come attendente niente meno che l’agguerrito Marco Cappato [vedi qui, qui, qui, qui]. Devo dire che ci siamo persi, per la “gioia” del prete e del promotore dell’eutanasia, una sicura performance del nostro Padre Ariel S. Levi di Gualdo, prontamente invitato a dibattere con loro al programma Dritto e Rovescio in onda giovedì 13 ottobre su Rete 4. Il nostro confratello non intendeva però mancare al funerale di uno dei suoi grandi maestri, il gesuita Peter Gumpel, insigne teologo e storico del dogma [vedere qui], celebrato a Roma venerdì mattina alle 10 presso la cappella della curia generalizia della Compagnia di Gesù. Questo gli ha reso impossibile recarsi negli studi di Cologno Monzese. Se sia stato un bene o un male non è dato sapere, forse avremmo assistito a chissà quali fuochi di artificio.

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Sia ben chiaro, tutto questo bailamme non è il risultato di un colpo di testa estivo ma è il ragionato e meticoloso lavoro di svariati anni di ministero parrocchiale in cui questo prete pro-eutanasia si è presentato come l’esponente di un pensiero teologico filo-germanico che lo delinea come prete di rottura, come del resto ha fatto, sta facendo e ancora farà in Sardegna il presbitero Ettore Cannavera [vedi qui].  

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Da Crotone a Mazara del Vallo passando per Bonassola, isole comprese ecco realizzata la nuova via sacra in cui i novelli presbiteri inclusivi, resilienti e paladini dell’amore sfoggiano con orgoglio i paramenti iridati fino a calcare il recinto del Tempio dei Diritti in cui possono offrire le primizie del loro zelo e ribadire che l’unico vero dogma esistente è la Resistenza.

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Sì, resistenza e vigilanza, come ci pare stia già facendo la Conferenza Episcopale Italiana dopo le ultime elezioni politiche [vedi qui, qui]. Davanti a una Chiesa ritenuta omofoba e allergica alle politiche civili sull’aborto e sul fine vita, c’è bisogno di resistere: resistere davanti alla Verità, resistere davanti al buon senso, resistere davanti all’ovvio, resistere anche davanti all’innocenza incolpevole che si incarna nelle fattezze di un feto, di un disabile o di un malato terminale, resistere soprattutto davanti a Gesù Cristo che non informa più la vita di numerosi presbiteri, i quali strizzano l’occhio alla militanza civile. Un tempo andavano di moda i preti operai, oggi quelli attivisti e resistenti!

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Come risaputo la resistenza migliore è quella che si consuma ad intra, tra quinte colonne che operano all’interno delle Curie arcivescovili, nei saloni parrocchiali, dove i sacerdoti possono fare liberamente il loro coming out di pensiero e manifestare le vere intenzioni che si uniscono ai rispettabilissimi ragionamenti a-teologici e a-cattolici che vengono fatti passare come l’architettura su cui si costruisce una spiritualità alternativa (non “indietrista” direbbe qualcuno), come si affretta a chiarire il prete pro-eutanasia all’intervistatore delle Iene [vedi video qui dal minuto 4,30].

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Se è vero che la bocca parla della pienezza del cuore [Mt 12,34], la bocca di questo prete e di tanti altri come lui ha abbondantemente parlato in questi ultimi anni mettendosi consapevolmente e orgogliosamente al di fuori dell’insegnamento della Chiesa. Ma stavolta, nell’ingranaggio ben oliato della lotta per i diritti civili, qualcosa è andato storto, un vescovo ha voluto dire la sua e si è messo di traverso come inciampo evangelico affinché fosse a tutti noto che la militanza di quel suo presbitero non solo era ed è sbagliata, ma bisognava farla giungere al capolinea.

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Sono assolutamente convinto che la notizia del provvedimento canonico della sospensione a divinis sia giunta senza troppe sorprese: sicuramente non per il prete che aveva già da tempo fatto un pensierino di abbandonare la Chiesa [vedi qui] ma anche per la diocesi spezzina assuefatta dalle dichiarazioni diuturne del prete dei diritti. Da parte sua il vescovo S.E. Mons. Luigi Ernesto Palletti si è comportato da gran signore, non ha fatto nulla di più di quanto un autentico successore degli apostoli dovrebbe fare, cosa che oggi lo definisce come una mosca bianca nel panorama episcopale italiano. Non solo si è dimostrato veramente un padre paziente davanti ai capricci di questo figlio prodigo ― prete di rottura che ha rotto abbastanza le altrui ortodosse gonadi presbiterali ― ma anche ha saputo promuovere percorsi di recupero e di riconciliazione con questo suo prete più intento a difendere i diritti civili che ad amare la Chiesa di Cristo di cui è stato costituito ministro.

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Voglio ricordare a tutti i nostri Lettori che ogni candidato al sacerdozio, prima dell’ordinazione diaconale e prima di quella sacerdotale pronuncia un giuramento molto chiaro e vincolante, che poi ribadisce nel momento in cui assume incarichi ufficiali all’interno della Chiesa. Qui di seguito riporto i testi a cui è necessario fare riferimento:

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Io N.N. credo e professo con ferma fede tutte e singole le verità che sono contenute nel simbolo della fede, e cioè: Credo in un solo Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili e invisibili. Credo in un solo Signore, Gesù Cristo, unigenito Figlio di Dio, nato dal Padre prima di tutti i secoli: Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero, generato, non creato, della stessa sostanza del Padre; per mezzo di lui tutte le cose sono state create. Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo, e per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo. Fu crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato, morì e fu sepolto. Il terzo giorno è risuscitato, secondo le Scritture, è salito al cielo, siede alla destra del Padre. E di nuovo verrà, nella gloria, per giudicare i vivi e i morti, e il suo regno non avrà fine. Credo nello Spirito Santo, che è Signore e dà la vita e procede dal Padre e dal Figlio. Con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato, e ha parlato per mezzo dei profeti. Credo la Chiesa, una santa cattolica e apostolica. Professo un solo battesimo per il perdono dei peccati. Aspetto la resurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà. Amen. Credo pure con ferma fede tutto ciò che è contenuto nella Parola di Dio scritta o trasmessa e che la Chiesa, sia con giudizio solenne sia con magistero ordinario e universale, propone a credere come divinamente rivelato. Fermamente accolgo e ritengo anche tutte e singole le verità circa la dottrina che riguarda la fede o i costumi proposte dalla Chiesa in modo definitivo. Aderisco inoltre con religioso ossequio della volontà e dell’intelletto agli insegnamenti che il Romano Pontefice o il Collegio episcopale propongono quando esercitano il loro Magistero autentico, sebbene non intendano proclamarli con atto definitivo.

Io N.N. nell’assumere l’ufficio di […] prometto di conservare sempre la comunione con la Chiesa cattolica, sia nelle mie parole che nel mio modo di agire. Adempirò con grande diligenza e fedeltà i doveri ai quali sono tenuto verso la Chiesa, sia universale che particolare, nella quale, secondo le norme del diritto, sono stato chiamato a esercitare il mio servizio. Nell’esercitare l’ufficio, che mi è stato affidato a nome della Chiesa, conserverò integro e trasmetterò e illustrerò fedelmente il deposito della fede, respingendo quindi qualsiasi dottrina ad esso contraria. Seguirò e sosterrò la disciplina comune a tutta la Chiesa e curerò l’osservanza di tutte le leggi ecclesiastiche, in particolare di quelle contenute nel Codice di Diritto Canonico. Osserverò con cristiana obbedienza ciò che i sacri Pastori dichiarano come autentici dottori e maestri della fede o stabiliscono come capi della Chiesa, e presterò fedelmente aiuto ai Vescovi diocesani, perché l’azione apostolica, da esercitare in nome e per mandato della Chiesa, sia com­piuta in comunione con la Chiesa stessa.

Così Dio mi aiuti e questi santi Vangeli che tocco con le mie mani.

Sosterrò la disciplina comune a tutta la Chiesa e promuoverò l’osservanza di tutte le leggi ecclesiastiche, in particolare di quelle contenute nel Codice di Diritto Canonico. Osserverò con cristiana obbedienza ciò che i sacri Pastori dichiarano come autentici dottori e maestri della fede o stabiliscono come capi della Chiesa, e in unione con i Vescovi diocesani, fatti salvi l’indole e il fine del mio Istituto, presterò volentieri la mia opera perché l’azione apostolica, da esercitare in nome e per mandato della Chiesa, sia compiuta in comunione con la Chiesa stessa.

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Il presbitero spezzino Giulio Mignani ha sicuramente pronunciato davanti al suo vescovo e agli officiali di Curia questo giuramento impegnativo, sebbene sostenesse di fatto tutto il contrario. Sarebbe quindi ora di giungere a una resa dei conti, non in seno alla battaglia per la difesa dei diritti civili, ma nel cuore e nella vita di questo fratello sacerdote. Mi spiego meglio: in Italia nessuno proibisce a nessuno di svolgere la carriera di attivista in qualsiasi campo (purché si rispetti la legalità), per questo motivo Giulio Mignani farebbe bene in avvenire a discernere quello che intende fare. Lui ha il pieno diritto di esercitare la parresia e dire al suo vescovo che rinuncia al suo sacerdozio per perseguire la nobile causa di attivista pro-aborto, pro-eutanasia, pro-unioni arcobaleno, lasciando così che a parlare sia la sua singola e rispettabile persona, non però quella della Chiesa che come sacerdote egli rappresenta e di cui si vuole fare portavoce.

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Ribadisco: questo è nel suo pieno diritto, così come è nel pieno diritto della Chiesa, dei vescovi e dei fedeli avere dei sacerdoti che sappiano annunziare Cristo, testimoniare il Vangelo della vita e difendere il deposito delle fede dai lupi rapaci che insinuano l’errore, anche se deboli e peccatori. Nessuno mai ha preteso dai sacerdoti un certificato di impeccabilità, siamo i primi a sperimentare la contraddizione, ma è doverosa una proporzionata chiarificazione delle proprie intenzioni liberamente assunte davanti alla Chiesa e al popolo santo di Dio al momento della sacra ordinazione.

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Sarò malizioso ma per certi preti oggi vivere nella Chiesa è un po’ come percepire il reddito di cittadinanza, permette di vivere avendo uno stipendio senza dare assolutamente nulla. Togliere la congrua a questi soggetti sarebbe la prima azione necessaria, insieme all’interdetto a ricoprire incarichi ecclesiali rappresentativi in nome di una Chiesa con cui non si sentono in comunione. Dopo di che si aspetta per vedere se le varie associazioni promotrici dei diritti civili, quelle che non lesinano a pubblicizzare e aizzare questo genere di sacerdoti, saprebbero sobbarcarsi il loro completo mantenimento, magari come addetti al volantinaggio nelle scuole in favore della pillola RU486, in qualche gazebo in piazza per dirci quanto è misericordiosa e buona l’eutanasia o forse come barman presso il Muccassassina di Roma. Perché deve essere chiaro che chi predica il Vangelo, dal Vangelo sarà sostenuto nelle sue necessità. Chi invece predica i diritti civili, dai diritti civili dovrà essere ugualmente sostenuto, visto che non è più possibile invocare l’errore o la confusione mentale quando si è arrivato a fare una lucida e pubblica professione di fede da attivista.

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Spero di sbagliarmi ma da oggi a qualche mese potremmo sentire ancora parlare di questo confratello, forse perché ridotto allo stato laicale, per richiesta sua o come conseguenza canonica per il mancato ravvedimento. Davanti a una Chiesa percepita come oscurantista e incapace a riconoscere l’amore vero, egli sarà il nuovo martire dei diritti e dell’inclusione. Portato in trionfo tra i vari salotti televisivi del pensiero democratico egli proclamerà la bellezza di essere sacerdote: sacerdote senza più mediazione con il divino, sacerdote mortificato nel suo essere profeta contro corrente, sacerdote svuotato di quella fortezza dei martiri che sanno affrontare la croce soprattutto quando si sentono inermi.

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Concludo manifestando tutto il mio rammarico per quei fedeli che oggi gridano allo scandalo a causa della sospensione a divinis di Giulio Mignani, perché non si rendono conto che questo confratello non è una loro proprietà da usare, così come è tremendamente ingiusto percepirlo come ariete per forzare la porta della Chiesa. Mi spiace anche per tutti i fratelli omosessuali, per tutte le donne che hanno abortito e per coloro che hanno desiderato mettere fine alla loro vita: hanno perso una buona occasione per incontrare un Cireneo capace di affiancarsi alle loro sofferenze senza giudizio, tanto da venirne sollevati per un tratto di strada, incamminati verso la sola vera liberazione che giunge al mattino della domenica di Pasqua e che ha nel Risorto l’unico e vero protagonista, non un uomo – anche se animato dalle migliori intenzioni – che gioca a tana libera tutti.

Laconi, 15 ottobre 2022

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2019/01/Padre-Ivano-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Ivano https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Ivano2022-10-15 20:52:582022-10-30 12:45:48Quando il prete vuole promuovere i diritti del laicismo, i vescovi hanno il dovere di pretendere un prete che promuova la Chiesa

Domani sarà sepolta per sempre la Compagnia di Gesù. È morto Peter Gumpel, gesuita della vecchia scuola e postulatore della causa di beatificazione di Pio XII

13 Ottobre 2022/in Attualità/da Padre Ariel

DOMANI SARÀ SEPOLTA PER SEMPRE LA COMPAGNIA DI GESÙ. È MORTO PETER GUMPEL, GESUITA DELLA VECCHIA SCUOLA E POSTULATORE DELLA CAUSA DI BEATIFICAZIONE DI PIO XII

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Padre Peter Gumpel è stato l’ultimo dei mohicani. Quando domani mattina alle ore 10 saranno celebrate le sue esequie funebri con lui sarà sepolta definitivamente, dopo le precedenti morti degli altri anziani, quella che un giorno fu la gloriosa Compagnia di Gesù, ridotta oggi a tutto il più tragico squallore impersonato dalle battute infelici e soprattutto gravemente eterodosse del loro Preposito Generale Arturo Sosa Abascal.

— Attualità ecclesiale —

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Peter Gumpel (1923-2022) teologo gesuita e storico del dogma, fu accademico, perito al Concilio Vaticano II, postulatore generale della Compagnia di Gesù e postulatore della causa di beatificazione di Pio XII

Ieri mattina Andrea Tornielli, caro amico di vecchia data, ha avuto la sensibile bontà di informarmi che era morto da poco il gesuita Peter Kurt Gumpel, teologo e storico del dogma, già perito al Concilio Vaticano II, per mezzo secolo postulatore generale della Compagnia di Gesù assieme al confratello Paolo Molinari (1924-2014), col quale curò la causa di beatificazione di Pio XII. Entrambi furono fidati consiglieri privati del Santo Pontefice Paolo VI nella delicata e turbolenta fase storica del post-concilio.

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Padre Peter, nato ad Hannover il 15 novembre 1923, proveniva da una ricca famiglia dell’antica aristocrazia tedesca, ben presto invisa al regime nazista. Questo il motivo per il quale si trasferirono prima in Francia e successivamente in Olanda, dove il giovanissimo Peter, imparò la lingua e studiò. Essendo un conoscitore di quel Paese e della sua lingua, quando decenni dopo insorse il delicato problema della pubblicazione del Catechismo Olandese (1966), il Sommo Pontefice Paolo VI inviò lui come proprio fiduciario in visita in Olanda.

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Unico maschio erede del casato, più volte mi narrò di quanto adolescente espresse al padre di voler entrare nella Compagnia di Gesù:

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«Eravamo in macchina, mio padre si fermò, mi fece scendere assieme al mio cane bassotto col quale percorsi alcuni chilometri a piedi per rientrare a casa. Quando entrai mio padre mi intimò di non tornare mai più su certe fantasie. Dopodiché aggiunse che mi avrebbe permesso di entrare nella Compagnia di Gesù solamente se glielo avesse detto il Sommo Pontefice in persona».

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Il giovane prese il padre in parola. La famiglia aveva conosciuto e avuto ospite più volte l’Arcivescovo Eugenio Pacelli, all’epoca nunzio apostolico a Berlino, eletto nel 1939 al sacro soglio, al quale non esitò a scrivere. Un mese dopo il padre si vide giungere una lettera autografa del Sommo Pontefice Pio XII che lo pregava di concedere al figlio di entrare nella Compagnia di Gesù.

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Sin da studente strinse col confratello Paolo Molinari una profonda, fraterna e intensa amicizia durata per tutta la vita. Nel corso del periodo di studentato svolto in Inghilterra fu un indefesso tifoso del Padre Paolo che giocava magistralmente a pallone. Alla mia domanda se lui avesse mai giocato, con umorismo tutto quanto teutonico rispose:

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«No, perché è intellettualmente più gratificante e fisicamente meno stancante tifare dagli spalti per quelli che giocano».

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Sì, preferiva starsene seduto a fumare una sigaretta dietro l’altra e godersi il gioco altrui. Fumatore incallito, più volte lo trovai nel suo studio avvolto da una coltre di fumo. Avrebbe anche potuto non firmare i documenti da lui redatti, perché si sarebbe potuto riconoscere l’Autore dall’odore di tabacco che li impregnava. Gli dissi una volta mentre fumavo con lui:

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«Sicuramente il fumo nuoce gravemente alla salute, ma temo che dai gesuiti stia lontano persino il cancro, ben guardandosi dall’avere a che fare con soggetti pericolosi come voi».

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Padre Peter e Padre Paolo sono stati miei maestri e formatori, per anni mi hanno guidato oltre le parole impresse nei documenti del Concilio Vaticano II, spiegandomi passo dietro passo da quali storie e vicende nacquero molti di quei testi. Dopo gli studi specialistici in dogmatica Padre Peter mi avviò allo studio della storia del dogma, in assenza della quale si può correre il rischio di finire immersi in una dogmatica che si regge sulle nuvole. Suggerì al mio vescovo di mandarmi a studiare per un periodo di tempo in Germania, dove ebbi come insegnanti alcuni gesuiti della vecchia guardia. In seguito fui formato alla postulazione delle cause dei Santi, dove mi istruirono principalmente sulle carte del delicato e complesso processo di beatificazione del Venerabile Pontefice Pio XII, al quale dedicai nel 2006 la sezione principale della mia opera Erbe Amare, da cui prese vita in seguito un singolo saggio dedicato alla figura di Eugenio Pacelli: Pio XII e la Shoah.

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Il 2 maggio 2014, quando nella cappella della Curia Generalizia della Compagnia di Gesù furono celebrate le esequie funebri di Padre Paolo Molinari, compresi che Padre Peter aveva perduto la metà della sua vita e che da lì a seguire si sarebbe preparato a perdere l’altra metà che gli era rimasta.

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Correva l’anno 2013 quando durante un colloquio mi disse che la attuale Compagnia di Gesù non aveva alcuna affinità e somiglianza con quella nella quale era entrato agli inizi della Seconda Guerra Mondiale. Compresi che non si stava riferendo a una trasformazione dovuta a un naturale processo di evoluzione, ma a una radicale deformazione che da tempo aveva intaccato il cuore stesso del carisma dei Compagni di Sant’Ignazio di Loyola.

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Poco dopo l’avviso dell’amico sono giunto presso la Residenza San Pietro Canisio assieme al mio confratello Marcello Stanzione, grande esperto di angelologia con il quale ero stato in viaggio sino al giorno prima. Abbiamo trovato la sua salma composta alla meno peggio, deposta in un angolo all’ingresso della Residenza San Pietro Canisio, senza una croce, senza un lume acceso, senza un fiore. Emblema dello squallore della odierna Compagnia delle Indie. Ho baciato la fronte fredda del mio padre e formatore, ho deposto le mie mani sopra le sue e assieme a Padre Marcello abbiamo recitato il De Profundis e benedetto quel venerato corpo che ha contenuto per quasi 100 anni la sua anima sacerdotale immortale.

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Padre Peter Gumpel è stato l’ultimo dei mohicani. Quando domani mattina alle ore 10 saranno celebrate le sue esequie funebri con lui sarà sepolta definitivamente, dopo le precedenti morti degli altri anziani, quella che un giorno fu la gloriosa Compagnia di Gesù, ridotta oggi a tutto il più tragico squallore impersonato dalle battute infelici e soprattutto gravemente eterodosse del loro Preposito Generale Arturo Sosa Abascal.

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Un bellissimo ricordo di Padre Federico Lombardi, S.J. su L’Osservatore Romano [vedere a pag. 4 de L’Osservatore Romano, QUI].

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dall’Isola di Patmos, 13 ottobre 2022

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È IN DISTRIBUZIONE L’ULTIMO LIBRO DI ARIEL S. LEVI di GUALDO – PER ACCEDERE AL NEGOZIO LIBRARIO CLICCARE SULLA COPERTINA

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2019/01/padre-Aiel-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Ariel https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Ariel2022-10-13 12:45:502026-02-20 14:27:34Domani sarà sepolta per sempre la Compagnia di Gesù. È morto Peter Gumpel, gesuita della vecchia scuola e postulatore della causa di beatificazione di Pio XII

Come avevamo anticipato: il Vescovo di Terni che partecipa alla inaugurazione della Loggia Massonica «è stato frainteso». Padre Ariel parteciperà alla inaugurazione del prossimo Festival Erotico. E che nessuno osi fraintenderlo

3 Ottobre 2022/2 Commenti/in Attualità/da Padre Ariel

COME AVEVAMO ANTICIPATO: IL VESCOVO DI TERNI CHE PARTECIPA ALLA INAUGURAZIONE DELLE LOGGIA MASSONICA «È STATO FRAINTESO». PADRE ARIEL  PARTECIPERÀ ALLA INAUGURAZIONE DEL PROSSIMO FESTIVAL EROTICO. E CHE NESSUNO OSI FRAINTENDERLO

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«Nessuno strappa un pezzo da un vestito nuovo per attaccarlo a un vestito vecchio; altrimenti egli strappa il nuovo, e la toppa presa dal nuovo non si adatta al vecchio» [Lc 5, 36].

— Attualità ecclesiale —

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Avevo già anticipato nel mio articolo di ieri [vedere QUI], che sarebbe giunto puntuale il comunicato per chiarire che «… il Vescovo è stato frainteso».

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E come anticipato così è accaduto: il Vescovo di Terni filmato mentre regge il nastro durante il taglio per l’inaugurazione della nuova Loggia Massonica è stato proprio frainteso. Non è stato un imprudente in bilico tra l’improvvido e l’idiota, ma è stato frainteso, come recita il comunicato di rito della Diocesi  [vedere QUI].

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Colgo l’occasione per informare il Presidente della Conferenza Episcopale Italiana e il Prefetto della Congregazione per i Vescovi che alla prossima edizione del Festival Erotico potranno vedermi in mezzo a due pornostar maggiorate con le tette al vento intento a reggere il nastro per il taglio inaugurale, esattamente come ha fatto il Vescovo di Terni frainteso e incompreso. E sia chiaro: che nessuno osi fraintendermi. Anche perché è molto meglio e di gran lunga meno dannoso un prete in mezzo a due pornostar che non un vescovo palesemente imprudente che regge il nastro inaugurale ai massoni, salvo poi dichiararsi frainteso e incompreso.

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dall’Isola di Patmos, 3 ottobre 2022

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Remake dello storico film L’Incompreso, con la straordinaria partecipazione del Vescovo di Terni

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È IN DISTRIBUZIONE L’ULTIMO LIBRO DI ARIEL S. LEVI di GUALDO – PER ACCEDERE AL NEGOZIO LIBRARIO CLICCARE SULLA COPERTINA

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2019/01/padre-Aiel-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Ariel https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Ariel2022-10-03 23:34:092026-02-20 14:28:20Come avevamo anticipato: il Vescovo di Terni che partecipa alla inaugurazione della Loggia Massonica «è stato frainteso». Padre Ariel parteciperà alla inaugurazione del prossimo Festival Erotico. E che nessuno osi fraintenderlo

Dal suo mondo dell’irreale Alessandro Minutella se la prende con l’Arcivescovo Georg Gänswein. Una tragedia umana e un disastro di anime in un periodo di devastante crisi che investe la Chiesa Cattolica

3 Ottobre 2022/in Attualità/da Padre Ariel

DAL SUO MONDO DELL’IRREALE ALESSANDRO MINUTELLA SE LA PRENDE CON L’ARCIVESCOVO GEORG GÄNSWEIN. UNA TRAGEDIA UMANA E UN DISASTRO DI ANIME IN UN PERIODO DI DEVASTANTE CRISI CHE INVESTE LA CHIESA CATTOLICA

 

In una Chiesa che in modo ossessivo sembra capace a parlare solo di poveri e migranti mentre la casa brucia avvolta dalle fiamme, un soggetto come il Signor Minutella può raccogliere seguaci e produrre enormi disastri di anime. Né possiamo dimenticare che non si è certo fatto prete da solo, tutt’altro: è l’emblema di uno dei tanti mostri creati dalla superficialità e dalla scarsa vigilanza dei nostri Vescovi e dei formatori da loro preposti a formare i futuri presbiteri.

— Attualità ecclesiale —

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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PDF  articolo formato stampa

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Per aprire la video-conferenza cliccare sull’immagine

Al triste caso di Alessandro Minutella, prete palermitano sospeso a divinis nel 2017, caduto in scomunica nel 2018,  dimesso nel 2022 dallo stato clericale, pena che molto raramente la Chiesa infligge, dedicai una conferenza alla quale rimando.

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Il Signor Minutella è un bugiardo seriale che mente ― chissà, forse persino sapendo di mentire? ―, contraddicendosi da anni in continuazione. Ne sono prova i suoi video presenti a centinaia su Internet nei quali è solito affermare il contrario di quanto dichiarato in precedenza anche a distanza di poco tempo, o addirittura nello spazio di un singolo video. L’elemento pericoloso che caratterizza questa psicologia contorta è la continua falsificazione e manipolazione dei fatti, della storia e dei documenti della Chiesa e di ciò che essi contengono. Il Signor Minutella è specializzato a far dire ai documenti del Magistero della Chiesa ciò che non contengono. La tecnica che usa è sempre la stessa: prende alcune righe, le manipola, stravolge il testo e fa dire al documento quel che non dice. Ripetutamente abbiamo dimostrato che su certi testi non è scritto quel che il Signor Minutella gli attribuisce ma l’esatto contrario di ciò che afferma e sostiene.

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Proviamo a chiarire il tutto con un esempio solo tra i tanti: per sostenere che l’elezione del legittimo Successore del rinunciatario Sommo Pontefice Benedetto XVI è invalida e che il Pontefice regnante è un antipapa usurpatore, usa da sempre la Costituzione Apostolica Universi Dominici Gregis dove il Santo Pontefice Giovanni Paolo II stabilisce:

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«Se l’elezione fosse avvenuta altrimenti da come è prescritto nella presente Costituzione o non fossero state osservate le condizioni qui stabilite, l’elezione è per ciò stesso nulla e invalida, senza che intervenga alcuna dichiarazione in proposito e, quindi, essa non conferisce alcun diritto alla persona eletta» [cfr. n. 76].

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Questa affermazione è però solo la conclusione di tutto il precedente Capitolo V posta come chiusa al termine di precise e articolate spiegazioni legate al meccanismo delle votazioni in conclave. Estrapolare queste quattro righe e costruirci sopra ciò che l’intera Costituzione Apostolica non dice è una mistificazione grave e disonesta. Questo è però il consolidato agire che il Signor Minutella porta avanti da anni: estrapola un passo in cui si proibiscono i patti e gli accordi tra i Padri Cardinali prima del conclave, estrapola una chiusa che conclude il Capitolo V, dopodiché omette, con evidente dolo criminale, di citare l’articolo che sin dall’apertura del successivo Capitolo VI chiarisce:

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«Se nell’elezione del Romano Pontefice fosse perpetrato ― che Dio ce ne scampi ― il crimine della simonia, delibero e dichiaro che tutti coloro che se ne rendessero colpevoli incorreranno nella scomunica latae sententiae e che è tuttavia tolta la nullità o la non validità della medesima provvista simoniaca, affinché per tale motivo ― come già stabilito dai miei Predecessori ― non venga impugnata la validità dell’elezione del Romano Pontefice [cfr. n. 78].

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Questo è impresso in quella Costituzione Apostolica alla quale il Signor Minutella attribuisce quel che mai è stato scritto dal Santo Pontefice Giovanni Paolo II, che senza pena di equivoco chiarisce che neppure il turpe e grave delitto di simonia rende invalida e illegittima l’elezione del Romano Pontefice.

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Il gioco dovrebbe essere chiaro e facile da smascherare, ma proprio in questo sta il problema: il Signor Minutella si rivolge a un pubblico di persone smarrite e superficiali dinanzi alle quali si scontrano due diversi modi di agire: quello di noi teologi, filosofi e giuristi che speculiamo sulla base di criteri scientifici strutturati sulla logica e la razionalità, quello dello pseudo-teologo Minutella che gioca scientemente sull’emotività dei fragili e dei deboli e che agisce in totale sprezzo della logica e della razionalità. La pseudo-teologia del Signor Minutella è strutturata su una mariologia ereticale d’impianto millenarista che stravolge totalmente la figura della Beata Vergine Maria mutata in una moderna divinità pagana, con continui richiami ossessivi magico-esoterici all’imminente trionfo del suo cuore immacolato, senza tenere conto della centralità assoluta del mistero cristologico. con uno stile che spazia tra il tele-imbonitore e il mago che legge i tarocchi, il Signor Minutella suscita in continuazione nelle persone fragili e smarrite quel deleterio spirito verso il quale ci mette in guardia il Beato Apostolo Paolo dicendo:

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«Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole» [II Tm 4, 1-4].

.ù

I neuro-video-deliri del Signor Minutella sono un incessante stimolo pruriginoso attraverso lo spaccio di messaggi mariani, visioni di mistici e mistiche e di loro presunte profezie, gran parte delle quali mai riconosciute come autentiche dalla Chiesa. Stuzzica la morbosità catastrofista con i messaggi della Madonna di Fatima, ovviamente dopo averli stravolti e manipolati, presenta gli scritti di Maria Valtorta come fondamenti di fede, incurante dei giudizi negativi e delle condanne della Chiesa [cfr. mio precedente articolo, QUI]. Insiste che le “profezie” della Beata Katharina Emmerick sono autentiche, perché a suo dire beatificata dalla Chiesa. In tal modo dimostra inquietante e crassa ignoranza, perché quando nel 2004 la Emmerick fu beatificata il competente dicastero della Santa Sede ribadì la non autenticità delle cosiddette profezie a lei attribuite scrivendo:

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«La beata ci ha lasciato di sicuro solo tre lettere. Gli altri scritti, che le vengono erroneamente attribuiti, hanno diversa origine: le “visioni” della Passione di Cristo furono annotate e rielaborate con grande libertà e senza alcun controllo dallo scrittore tedesco Clemens Brentano (1778-1842). Le opere in discussione non possono considerarsi né scritte né dettate dalla Emmerick e neppure autentiche trascrizioni delle sue affermazioni e delle sue narrazioni, ma un’opera letteraria del Brentano» [Dichiarazione della Congregazione delle cause dei Santi, 2004].

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Se la Chiesa proclama un beato, o proclama in seguito santo un beato, ciò non implica che riconosca, beatifichi e canonizzi tutto ciò che ha detto o scritto. Affermare ai propri seguaci che tutto è autentico perché la Chiesa ha beatificato o canonizzato, vuol dire esprimere una autentica idiozia. Il Signor Minutella è capace a mescolare assieme la Madonna di Fatima con San Malachia vescovo di Armagh, vissuto nel XII secolo, le cui “profezie” sui papi sono un falso clamoroso a lui attribuito e ulteriormente manipolate nel XVII secolo. Fatto tutto questo il Signor Minutella, come Frate Cipolla della novella di Giovanni Boccaccio, rassicura i villici sulla autenticità delle mirabolanti reliquie mostrate, facendo presente di essere «due volte dottore in sacra teologia» e di essere un teologo formato alla scuola di San Tommaso d’Aquino, nonché esperto della teologia del celebre teologo del Novecento Hans Urs von Balthasar. Di fatto il Signor Minutella è talmente limitato e ignorante che non sarebbe capace a fare neppure la struttura di una quaestio dell’Aquinate, però ha una tale faccia tosta che sarebbe capace a dichiarare autentico persino il clamoroso falso della donazione costantiniana, affermando che Lorenzo Valla, che ne dimostrò la falsità nel 1440, era solo un povero incompetente.

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Numerosi seguaci di questo capo-setta sono affetti da analfabetismo funzionale che li rende incapaci a leggere e comprendere un documento, altri da analfabetismo digitale. Gli uni e gli altri prendono come oro colato quanto il loro guru afferma, guardandosi bene dal compiere uno sforzo davvero minimo: andare sul sito ufficiale della Santa Sede, cercare e leggere i documenti del Magistero della Chiesa da lui stravolti per appurare che dicono proprio l’esatto contrario di quello che gli attribuisce il Signor Minutella bi-dottore in sacra teologia. Entrambe queste tipologie di persone sono a tal punto prive di senso critico da non essere in grado di analizzare certe affermazioni e porle a confronto con quelle che dimostrano quanto surreali e demenziali siano le affermazioni del Signor Minutella. Sia chiaro, per ignoranti non s’intendono le persone umili o semplici sempre pronte ad ascoltare e apprendere ciò che non conoscono, ma coloro che si rifiutano di ragionare, che sono incapaci di sviluppare un pensiero critico e che con aggressiva superbia si sentono detentori del sapere, soprattutto della vera fede.

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Da un po’ di tempo a questa parte si è messo a fare da spalla al Signor Minutella un giornalista che scrive sproloqui sul blog del quotidiano Libero e che di recente ha pubblicato un libro nel quale spiega come il rinunciatario Sommo Pontefice Benedetto XVI abbia fatto atto di rinuncia mediante un documento reso volutamente invalido da vari errori grammaticali latini. Non so se questo Signore sia al corrente che nei Santi Vangeli ci sono alcuni errori anche grossolani dovuti a traduzioni e trascrizioni, intende forse invalidare anche la Parola di Dio rivelata? E così, dopo che il Sommo Pontefice Benedetto XVI costretto a fare atto di rinuncia si sarebbe ritirato in “sede impedita”, ha incominciato a parlare e comunicare “in codice”, per dimostrare con un linguaggio criptico l’invalidità della sua rinuncia e lo stato di impedimento che non gli consentirebbe di parlare ed esprimersi, ma solo di lanciare messaggi cifrati, di cui è unico e geniale interprete mondiale, nonché scopritore, questo giornalista fantasy di Libero.

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La nascita e il proliferare di certi soggetti può essere anche una reazione naturale in contesti storico-sociali noti da sempre in sociologia e legati principalmente ai vari stadi di decadenza segnati da grandi regressi culturali e dal conseguente rifiuto dei principi basilari della umana razionalità. È infatti noto che quando si cessa di credere ai fondamenti della fede rivelata si finisce poi col credere in tutto. Certo, a lasciare molto perplessi è che una simpatica faccia da becchino come il direttore di Libero Alessandro Sallustri conceda spazio a simile spazzatura. Sarebbe come se negli anni Novanta Il Corriere della Sera avesse affidato una rubrica in prima pagina a Wanna Marchi e al mago Mário Pacheco Do Nascimento, semmai dopo avere tolto spazio e chiusa una rubrica affidata a Vittorio Messori. Un direttore di giornale di lunga esperienza che non si rende conto di questo è pressoché un cadavere di giornalista che ha perduto ormai persino quel rigor mortis che potrebbe conferirgli un certo fascino.

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Di fatto siamo oltre la fantascienza, oltre il grottesco, perché se Benedetto XVI avesse fatto quel che gli viene attribuito da Wanna Marchi e dal mago Do Nascimento — rispettivamente prete dimesso dallo stato clericale e giornalista fantasy — capite bene che ci ritroveremmo dinanzi al Pontefice più bugiardo e vigliacco della storia della Chiesa.

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Smentire queste persone, come più volte è stato fatto, risulta del tutto inutile, perché il Signor Minutella e il giornalista autore di questo fantastico Codice Ratzinger stravolgono qualsiasi frase, parola o fatto. Esempio: Benedetto XVI ha battuto due volte la palpebra destra? Pensate si tratti di un meccanismo naturale del corpo umano dettato dal funzionamento dei muscoli facciali? Assolutamente no. In verità è un codice-morse ratzingeriano attraverso il quale il Santo Padre costretto a fare atto di rinuncia sta comunicando e confermando di trovarsi in “sede impedita” e di essere sempre il solo e legittimo Romano Pontefice. Qualcuno pensa che l’incurvatura delle spalle di Benedetto XVI sia dovuta al naturale declino fisico di un uomo ultranovantenne? Assolutamente no. In verità è la prova che il Santo Padre è incurvato sotto il peso dovuto all’oppressione della congiura bergogliana ordita dalla cosiddetta Mafia di San Gallo per opera dei cardinali massoni che sono tutti maestri venerabili del grado XXXIII° della Grande Loggia massonica di antico rito scozzese. 

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Di recente è finito nel mirino S.E. Mons. Georg Gänswein Prefetto emerito della Casa Pontificia e tutt’oggi fedele segretario particolare del rinunciatario Sommo Pontefice Benedetto XVI, al quale il Signor Minutella ha inviato una lettera assieme a un gruppetto di altri sette preti al suo seguito il 6 agosto, chiedendo conto e conferma che Benedetto XVI avesse veramente e validamente rinunciato e che il Sommo Pontefice Francesco fosse realmente il suo legittimo successore. Ragioniamo: a quesiti così idioti e provocatori come sarebbe possibile rispondere, specie se a porli sono dei manipolatori che stravolgono di prassi qualsiasi risposta, anche la più chiara e decisa? Infatti la reazione non si è fatta attendere: poche settimane dopo il Signor Minutella ha spiegato che quella mancata risposta non andava letta come una forma di maleducazione, ma come una prova di silenzio-assenso. Ciò equivale a inviare un messaggio alla Badessa delle Clarisse della stretta osservanza per chiedere se è vergine oppure se prima di diventare monaca, quand’era una giovane donna secolare, aveva avuto rapporti sessuali con uomini. Sono forse domande da farsi? Ecco, non crediate che rivolgere domande del genere a un Sommo Pontefice che ha fatto atto di rinuncia sia così diverso dal rivolgere un quesito come quello testé illustrato alla Badessa delle Clarisse, salvo dichiarare appresso che la sua mancata risposta è una prova da leggere come forma di silenzio-assenso da parte della Reverenda Madre.

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Di recente il Signor Minutella ha lamentato che S.E. Mons. Georg Gänswein avrebbe telefonato al fratello sacerdote di un prete tedesco che si è messo al suo seguito affermando che questo soggetto è nei concreti fatti un “pazzo” nonché “teologicamente fuori di testa” e che il suo libro Pietro, dove sei? non merita la carta su cui è stampato”. Sia chiaro: il tutto lo afferma il Signor Minutella, noi non sappiamo se questa telefonata è avvenuta. Se poi fosse avvenuta non sappiamo cosa l’Arcivescovo Georg Gänswein abbia detto realmente al suo interlocutore e in quali termini. Una cosa è certa: nel caso avesse espresso quei giudizi, avrebbe detto e sintetizzato null’altro che la realtà dei fatti.

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Non si è fatta attendere la replica del Signor Minutella che ha dato anzitutto dell’ignorante all’Arcivescovo Georg Gänswein che di formazione è un canonista e che a sua detta «dovrebbe sapere che un pazzo non può incorrere in scomunica, perché non consapevole e quindi non responsabile delle sue azioni». Anche in questo caso il Signor Minutella conferma urbi et orbi la sua ignoranza e limitatezza. Non tutti i pazzi né tutte le persone che soffrono di disturbi psichiatrici gravi sono dei soggetti incapaci di intendere e volere. Si potrebbe partire da Friedrich Nietzsche morto pazzo sino al matematico John Forbes Nash, Premio Nobel per l’economia, che soffriva di una forma di schizofrenia molto grave che non fu mai possibile curare. Il tutto a riprova che se c’è un ignorante conclamato questi non è certo l’Arcivescovo Georg Gänswein ma il Signor Minutella.

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Vittimista e piagnone sino al parossismo, da anni il Signor Minutella ripete: «nessuno vuole confrontarsi con me nel merito delle questioni», sottintendendo e dando a bere ai suoi seguaci che nessun teologo, canonista ed ecclesiologo reggerebbe un confronto con cotanta e potente scienza. Tutt’altra è la realtà: per quanto si proclami “leone di Maria”, in verità il Signor Minutella è solo un povero coniglio mannaro che urla come un cappone castrato dentro una cameretta di riprese dalla quale lancia strali nei suoi video, ma che si è sempre guardato dal cercare e accettare confronti con studiosi veri e seri. Dinanzi al Cardinale Raymond Leo Burke e al Presbitero e teologo Nicola Bux, che tentarono di riportarlo nei ranghi agli inizi dei suoi folli deliri tra il 2016 e il 2017, questo coniglio mannaro sedicente “leone di Maria” si presentò dinanzi a loro a testa bassa, con la coda tra le gambe e la vocina sommessa. Così fece con loro come con altri interlocutori. Poi, quando entra nella sua cameretta di riprese-video con le sue badanti adoranti che annuiscono, a quel punto si trasforma in una iena.

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Quando nel settembre 2018 il Sommo Pontefice Francesco si recò a Palermo il Signor Minutella venne avvisato per tempo e gli fu prospettato un incontro privato con il Santo Padre, così che potesse avere la possibilità di chiedergli spiegazioni o di dirgli in faccia quello che pensava. Il tutto prima che gli fosse notificata la scomunica latae sententiae. Quale fu la reazione del coniglio mannaro sedicente “leone di Maria”? Due giorni prima dell’arrivo del Santo Padre si recò a Verona, sparò ogni peggior veleno e due giorni dopo ritornò nel palermitano per seguitare a vomitare su «Bergoglio antipapa usurpatore emissario dell’Anticristo», ovviamente dalla sua cameretta di riprese assistito dalle sue badanti adoranti. Come mai il “leone di Maria” non colse quella splendida occasione per dire in faccia al diretto interessato ciò che pensava di lui, anziché scappare a Verona due giorni prima e rientrare due giorni dopo che il Santo Padre era andato via da Palermo? Se lo domandino i seguaci di questo bugiardo patologico codardo incapace a confrontarsi con chicchessia nel merito di delicate questioni teologiche e giuridiche da lui ridotte a un teatrino del grottesco.

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Qualcuno si è chiesto: come mai non lo hanno fatto ricevere da Benedetto XVI, affinché fosse informato dalla voce del diretto interessato circa il suo libero e valido atto di rinuncia, riportandolo in tal modo sulla retta via? In diversi pensarono a questa eventualità, ma fu prudentemente scartata, tanto scontati sarebbero stati gli esiti: il “leone di Maria” si sarebbe prostrato con la coda tra le gambe, la testa bassa e la vocina sommessa, poi, appena rientrato a casa, si sarebbe fiondato nella sua cameretta di riprese per vestire i panni del coniglio mannaro e annunciare che grazie a quell’incontro aveva avuto la prova inconfutabile che Benedetto XVI, imprigionato in “sede impedita”, era stato costretto a rassicurarlo dietro minaccia della potente massoneria ecclesiastica del Vaticano governata da cardinali massoni satanisti affiliati al Grande Oriente di Rito Scozzese.

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Il Signor Minutella è uno dei tanti mostri partoriti all’interno della Chiesa e dinanzi ai quali tutti dovremmo interrogarci, in testa i nostri Vescovi. Non è né intelligente né colto, non è affatto un talentato comunicatore ed è privo di arte retorica, è solo un piazzista, un imbonitore. La sua limitatezza culturale è imbarazzante, per questo ha bisogno di sbandierare i titoli accademici conseguiti nelle università ecclesiastiche, che non sono mai stati prova e attestazione di capacità, scienza e intelligenza. Da diversi decenni  una specializzazione o un dottorato teologico a Roma si concede a chiunque. Noi presbiteri e teologi, che questo lo sappiamo, ci ridiamo sopra ogni volta che il Signor Minutella rassicura i suoi seguaci citando i propri titoli accademici a somma garanzia delle idiozie che proferisce.

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Come un vero e proprio cancro il Signor Minutella ha preso vita e si è sviluppato in un momento storico di grave crisi intra ed extra ecclesiale. Da anni vado ripetendo che a partire dalla fine degli anni Sessanta del Novecento nella Chiesa si è sviluppata una crisi della dottrina che ha dato vita a una crisi della fede, conseguenza della quale è stata infine una devastante crisi morale del clero [cfr. mio libro E Satana si fece trino]. Privo di intelligenza e cultura ma ricco della furbizia del vecchio contadino illetterato che con scaltrezza può riuscire anche a metterti nel sacco, il Signor Minutella parte basandosi su cose vere e dati oggettivi legati a questa grande e dolorosa decadenza che ammorba la Chiesa, dopodiché smercia falsità a non finire raccogliendo numeri sempre maggiori di seguaci tra quei cattolici deboli e smarriti che cercano guida e sicurezza.

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in una Chiesa che in modo ossessivo sembra capace a parlare solo di poveri e migranti mentre la casa brucia avvolta dalle fiamme, un soggetto come il Signor Minutella può raccogliere seguaci in numero sempre maggiore e produrre enormi disastri di anime. Né possiamo dimenticare che non si è certo fatto prete da solo, tutt’altro: è l’emblema di uno dei tanti mostri creati dalla superficialità e dalla scarsa vigilanza dei nostri Vescovi e dei formatori da loro preposti a formare i futuri presbiteri. Questi sarebbero i veri mea culpa che la Chiesa dovrebbe fare, anziché chiedere perdono agli indigeni delle Americhe ai quali i “cattivi” conquistatori spagnoli del XVI secolo impedirono di proseguire a fare sacrifici umani di bambini alle divinità incas e azteche, dando così fiato alle trombe del Signor Minutella, un mostro che non si è creato da sé stesso ma che è stato creato da noi, in buona parte colpevoli e responsabili degli immani disastri che sta compiendo sulle anime.   

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dall’Isola di Patmos, 3 ottobre 2022

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