« E SATANA SI FECE TRINO » un esordio nel ricordo del Cardinale Carlo Caffarra, mentre nella Chiesa tutto sembra procedere in caduta libera inarrestabile …

— negozio librario delle Edizioni L’Isola di Patmos —

«E SATANA SI FECE TRINO», UN ESORDIO EDITORIALE NEL RICORDO DEL CARDINALE CARLO CAFFARRA, MENTRE NELLA CHIESA TUTTO SEMBRA PROCEDERE IN CADUTA LIBERA INARRESTABILE …

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Perché ricordare in questo nostro esordio editoriale il Cardinale Carlo Caffarra? Perché è stato un nostro grande amico, padre e maestro. Perché è stato un modello d’amore e servizio alla Chiesa, ai Pontefici e al Popolo di Dio, per questo è morto soffrendo. Alcuni dei suoi ultimi colloqui col Padre Ariel S. Levi di Gualdo furono drammatici, ma in essi era racchiusa la drammaticità della fede che in sé non contiene solo la tenera immagine della mangiatoia di Betlemme, ma soprattutto lo strazio del Cristo sulla croce che ci invita a farci con Lui sacrifici vivi e santi. Questo abbiamo imparato dal Cardinale Carlo Caffarra: amico, padre e maestro. E a lui ci raccomandiamo per questa nostra opera editoriale, nella cui utilità e bontà egli credeva. Se è opera di Dio, darà frutti e prospererà.

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Autore:
Jorge Facio Lince
Presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos

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Le Edizioni L’Isola di Patmos esordiscono con un’opera di Ariel S. Levi di Gualdo scritta tra il 2008 e il 2010 e pubblicata a inizi 2011: «E Satana si fece Trino».

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Se non fosse provato che questo libro fu stampato un decennio fa, potrebbe essere accolto come un libro di attualità, perché è della nostra attualità che parla, anticipando di molti anni ciò che oggi, di triste e terribile, abbiamo sotto gli occhi. Dunque proviamo a estrapolare dalle pagine di questo libro uno dei tanti passi scritti in cosiddetti “tempi non sospetti”, per vedere ciò che un decennio fa l’Autore denunciava …

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«Dal Nord dell’Europa ormai ripiegata in forme esasperanti e aggressive di laicismo scristianizzante, sta scendendo un fiume in piena che a breve investirà e travolgerà l’intera Chiesa. Mentre questo fiume si gonfiava, molti nostri buoni vescovoni, cardinaloni e curialoni, mostrandosi dotati di una vista equiparabile a quella di una talpa, credettero sul serio di poter seguitare ad agire come fossimo sempre nella Italietta democristiana degli anni Cinquanta. Come se fossimo sempre nella cattolica Irlanda, dove vedendo a distanza un prete giungere per la strada la gente scendeva dal marciapiede per lasciargli il passo, chinando con deferenza il capo al suo passaggio […] Non avere la capacità di vedere che la società era cambiata e che in questa nostra moderna e involuta civiltà, in virtù della nuova psicologia tecnologica, i cambiamenti sono quasi sempre e di rigore repentini, ha concorso in modo determinante alla nostra rovina. Essersi rifiutati di cogliere tutto questo e indurre di conseguenza – o peggio obbligare il clero a questo rifiuto e formare i futuri preti in questo rifiuto quasi istituzionalizzato – è stata la nostra somma disgrazia, inaugurata nella stagione di un post-concilio che per un verso ha de-sacralizzato la Chiesa, per l’altro verso l’ha clericalizzata come mai lo era stata prima. Ciechi e sordi più che mai, ci siamo rifiutati di capire che i giudici dei tribunali civili e penali non erano più disposti a dire: “In questa intentata causa c’è di mezzo un prete, una diocesi e persino un vescovo. Non possiamo procedere. Se lo facessimo verremmo subito frenati dall’alto, dal ministero di Grazia e giustizia, da politici influenti di area cattolica o dalla suprema corte di Cassazione, con tutti i rischi del caso legati anche alle nostre carriere”. D’un tratto è cominciato ad accadere l’esatto contrario: “In questa intentata causa c’è di mezzo un prete, una diocesi e persino un vescovo? Bene. Allora bisogna andare a fondo il più possibile e quanto meglio, affinché nessuno possa affermare che nel nostro Paese ci sono caste di intoccabili e che la magistratura, anziché svolgere il proprio compito indagando e se necessario condannando, le protegga in modo complice e solidale”. È stato così che in vari paesi del mondo è esploso il pubblico problema della pedofilia, legato anche a diversi membri del nostro clero. E, di fronte a questo problema, la Chiesa è stata colta impreparata, perché molti nostri buoni vescovoni, cardinaloni e curialoni, pensavano di poter seguitare a vivere e comportarsi come quelli di sempre: coprire … coprire … coprire. Certi di essere gli intoccabili di sempre, quelli della Italietta democristiana degli anni Cinquanta, quelli della cattolica Irlanda dove ieri si scendeva dal marciapiede per far passare un prete chinando il capo al suo passaggio. Oggi invece, se passa un prete per le strade di Dublino, capita che la gente gli strilli dietro cose orribili e irripetibili. Paghiamo forse il prezzo di una società laica, scristianizzata e senza Dio? In parte sì. Però va tenuto conto che questa società è stata resa tale anche da molti nostri buoni vescovoni, cardinaloni e curialoni ammalati di impunità e di onnipotenza nel loro vivere fuori dal reale. Ignari che stavano muovendosi in un mondo diverso che non riuscivano più a gestire, relegati in un microcosmo di ori, stucchi e privilegi che la società ha presto cominciato a vedere come un virus, come una metastasi da bombardare con la chemioterapia … e, in parte, qualche volta, o forse anche più volte, la società civile aveva perfettamente ragione, perché il clericalismo, ed in specie quello di stampo mafioso, intriso di coercizioni e di omertà, andrebbe letteralmente estirpato».

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La figura di Satana è usata dall’Autore seguendo l’insegnamento dei Santi Padri della Chiesa, che nel Demonio — da San Girolamo a Sant’Agostino — hanno sempre identificato colui che vuole scimmiottare Dio per creare un’altra realtà. Satana, il grande invertitore, deve confondere e capovolgere bene e male, mutando il vizio in virtù e la virtù in vizio, la sana dottrina in eresia e l’eresia in sana dottrina. Il risultato lo abbiamo oggi sotto gli occhi: il peccato non è più tale, non è più un elemento di rottura della comunione con Dio, ma è una “diversità” definita da taluni “colma di ricchezze”, da accogliere con spirito “aperto” e “includente”. Ecco cos’è e qual è l’opera terribile del Grande Invertitore.

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Quando poi il fumo di Satana penetra all’interno della Chiesa non andrebbe temuta la sgradevole verità ma la gradevole menzogna, consapevoli che saremo chiamati a rendere conto a Dio non solo di pensieri, parole e opere, ma soprattutto di omissioni.

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Caduti come pioggia cinque decenni di bizzarrie dottrinali e di stravaganze liturgiche, i risultati si sono infine dischiusi: il clero cattolico è travolto da gravi scandali morali, mentre la Chiesa è condizionata al proprio interno da una potente lobby gay che determina nomine, carriere e riforme.

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Quella della Chiesa odierna è una crisi originata da una profonda decadenza dottrinale che ha generata una grave crisi morale, alla base dell’una e dell’altra c’è la distruzione del principio di autorità, dal quale ha preso vita il golpe della peggiore risma di dittatori: gli eretici al potere. Tramite questi accoliti, il Principe delle Tenebre mira a creare una Chiesa completamente invertita, svuotata del tutto di Cristo e riempita di altro.

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« U N   P R E Z I O S O   R I C O R D O » 

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Cardinale Carlo Caffarra

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Bologna, 12 maggio 2017

Cardinale Carlo Caffarra, Arcivescovo emerito di Bologna [1938-2017] – Un amico, un padre e un maestro.

Caro e stimato Padre Ariel.

Quando leggo il complesso brano di San Matteo [24, 1-36] che si conclude con le parole: «Quanto a quel giorno e a quell’ora, però, nessuno lo sa, neanche gli angeli del cielo e neppure il Figlio, ma solo il Padre», oggi mi verrebbe da dire che i segni di cui ci parlano Gesù Cristo, San Paolo e l’Apocalisse di San Giovanni, sembrerebbero ricorrere tutti. 

Anni fa, in un paio di tuoi articoli, hai concluso riportando il passo lucano in cui Gesù dice: «Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?» [Lc 1, 18].

Questo passo lo commentasti con parole che sul momento, ti confesso, reputai un “fuoco d’artificio”, una di quelle iperbole di cui faceva uso letterario anche lo stesso San Paolo.

A quell’interrogativo, infatti, tu dai risposta con un altro interrogativo:

« … e se il Verbo di Dio fatto uomo, che pone un drammatico quesito sulla fede, al proprio ritorno alla fine dei tempi trovasse sì, sempre la Chiesa, ma una Chiesa completamente invertita, svuotata del tutto di Cristo e riempita di altro?».

Queste tue parole oggi non suonano come un “fuoco d’artificio” o una “iperbole” e, forse, non immagini neppure, quanto mi stiano gravemente accompagnando verso la conclusione della mia vita.

A quell’interrogativo, hai abbozzata una risposta che dovrebbe generare profondo tremore in qualsiasi uomo di buona volontà, proprio perché, al drammatico quesito, tu rispondi con un drammatico quesito contenente un’ipotesi sconvolgente:

«… una Chiesa completamente invertita, svuotata del tutto di Cristo e riempita di altro».

Prega per me, che sono verso il tramonto della vita, come io prego per te che hai sempre molte albe all’orizzonte della vita, ma soprattutto tanto bene da fare, a questa nostra tormentata ma sempre Santa Chiesa e al popolo di Dio sempre più disorientato e bisognoso di santi pastori.

 

Tuo

+Carlo

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Nel corso degli anni, il nostro lavoro è stato molto duro e il nostro sacrificio notevole. È quindi con comprensibile timore e tremore che abbiamo dato inizio a questa attività editoriale, che può reggersi in un solo modo: con la vendita dei libri. Se però il tutto è opera di Dio, sopravvivrà e andrà avanti.

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Siamo certi che ci aiuterete a diffondere le opere delle Edizioni L’Isola di Patmos, specie per il servizio che esse possono rendere in questo momento così difficile alla Chiesa di Cristo e al Popolo di Dio.

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Un profondo ringraziamento ai nostri preziosi collaboratori di redazione: Ettore Ripamonti, Dorothy Lancel, Ester Maria Ledda, Licia Oddo, Manuela Luzzardi.

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dall’Isola di Patmos, 5 luglio 2019

 

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Il Sinodo Pantedesco celato dietro al Sinodo Panamazzonico: quella vecchia voglia di dare moglie ai preti in una Chiesa visibile superba e cieca che non vuole imparare dagli errori della storia e dagli errori altrui

— attualità ecclesiale —

IL SINODO PANTEDESCO CELATO DIETRO AL SINODO PANAMAZZONICO: QUELLA VECCHIA VOGLIA DI DARE MOGLIE AI PRETI, IN UNA CHIESA VISIBILE SUPERBA E CIECA CHE NON VUOLE IMPARARE DAGLI ERRORI DELLA STORIA E DAGLI ERRORI ALTRUI

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Insomma: si può essere così empi da usare come pretesto l’Amazzonia per celebrare un Sinodo il cui unico scopo è di portare a compimento l’ennesimo colpo di stato di quella frangia di episcopato tedesco che di cattolico, ormai, ha solo il nome? La cosa è infatti a tal punto evidente nella propria palese sfacciataggine, che due sole sono le soluzioni: o abbiamo a che fare con ingenui, oppure — Dio non voglia! — con autentici delinquenti. Perché a chi davvero non fosse chiaro è bene ricordare che questo non è il Sinodo Panamazzonico, bensì null’altro che il Sinodo Pantedesco che, usando a pretesto l’Amazzonia e la rassicurante formula ad experimentum, vuol dare l’ennesimo colpo di grazia all’intera Chiesa universale.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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il dittatore della Corea del Nord Kim Jong

Tra la fine del 2019 e gli inizi del 2020 si terranno due grandi eventi: dal 6 al 27 ottobre 2019 il Sinodo Panamazzonico, dal 21 al 26 febbraio il carnevale di Rio de Janeiro. Considerando che in Brasile il sincretismo religioso è ufficiosamente riconosciuto, ci si potrebbe attendere una sintesi di unione tra questi due eventi.

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Per quanto riguarda l’uso che da alcuni anni s’è cominciato a fare dei sinodi, il quesito lo posi già in un mio articolo pubblicato nell’ottobre del 2018, dove domando:

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«Se infatti la Corte dei Miracoli, come la chiamo io, oppure il Cerchio Magico, come invece lo chiama il Cardinale Gerhard Ludwig Müller, ha già un’agenda pronta con tutta una serie di questioni già stabilite, ma soprattutto e di fatto già approvare, perché convocare dei sinodi? Forse per dare la parvenza di collegialità allo stesso modo in cui il giovane dittatore della Corea del Nord, Kim Jong, vuol dare una parvenza di democrazia parlamentare? E che fine hanno fatto i dissidenti coreani, sono forse finiti legati sulle testate dei missili, poi lanciati appresso per le prove sperimentali?» [cf. vedere articolo, QUI].

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Se possiamo facilmente presumere la fine che hanno fatto i dissidenti della Corea del Nord, meno facilmente possiamo immaginare quella riservata ai dissidenti all’interno della Chiesa. In ogni caso, ciò che cambia sono solo le forme, perché la sostanza è quella: nella Corea del Nord i dissidenti sono giustiziati, nella Chiesa visibile odierna, i dissidenti sono invece misericordiati. Nella Corea del Nord, ogni forma di pacato dissenso è bollata come azione operata dai nemici asserviti al potere liberal-capitalista; nella Chiesa visibile, ogni forma di pacato dissenso è bollata dal Cerchio Magico, o Corte dei Miracoli, come «ostilità dei nemici del nuovo corso della Chiesa», il tutto attraverso le trombe di un giornalismo schierato che ha rinunciato da tempo immemorabile alla verità.

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Il Sinodo Panamazzonico — attraverso il quale l’equipollente clerico-parlamento della Corea del Nord pare intenzionato a sdoganare il sacerdozio per gli uomini sposati —, è proprio giocato tutto su questo: sulla pressoché totale falsificazione storica e su quella emotività che non ragiona, perché non impara dagli errori del passato, ma vive un presente cieco, senza prospettiva futura, nel quale ciò che solo conta è il tutto e subito. Solo con queste chiare premesse potremmo parlare di quel fenomeno di sincretismo che darà vita ad un pericoloso connubio tra questo Sinodo e il Carnevale di Rio de Janeiro.

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Se nella Corea del Nord il parlamento serve per dare esecuzione a quanto stabilisce e vuole Kim Jong, nella Chiesa visibile i sinodi servono ormai per dare esecuzione a quanto stabilisce e vuole il nostro Kim Jong. Però, anche in questo caso, la differenza e ancóra una volta sostanziale: mentre tutti sappiamo che la Corea è governata da Kim Jong che impone le proprie decisioni, per quanto ci riguarda noi sappiamo sì, chi governa la Chiesa Cattolica universale, ma non sappiamo però chi è o chi sono i vari Kim Jong che impongono le loro decisioni, servendosi dei sinodi nello stesso modo in cui questo giovane dittatore si serve del Parlamento della Corea.

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Prendiamo come esempio l’ultimo Sinodo sulla Famiglia: tra il 5 e il 19 ottobre del 2014 si tenne una assemblea generale per discutere sulle «sfide pastorali sulla famiglia nel contesto dell’evangelizzazione», il tutto per raccogliere testimonianze e proposte. Dal 4 al 25 ottobre del 2015 si svolge il sinodo ordinario incentrato su «La vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo», scopo del quale era ricercare e poi tracciare nuovi modelli pastorali della persona e della famiglia. Dopodiché, il 19 marzo 2016, è pubblicata la esortazione apostolica post-sinodale Amoris Laetitia.

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Quando tra il 2014 e il 2015 si incominciò a percepire verso che cosa miravano alcune frange di episcopato tramite i propri rappresentanti al sinodo, non si è tardato ad assistere a vere e proprie levate di scudi, ma soprattutto a decise opposizioni da parte dei rappresentati di altre e ben più maggioritarie frange di episcopato. Dopodiché, tra il 2015 e il 2016, nella Chiesa in dialogo, aperta, accogliente e includente, s’è assistito a diversi lanci di missili, sulle testate dei quali erano stati legati — in modo tanto fraterno quanto misericordioso —, uomini di profonda e solida dottrina come il compianto Cardinale Carlo Caffarra e il Cardinale Gerhard Ludwig Müller, mentre sul missile di lancio campeggiava da cima a fondo la scritta: misericordia.

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A riguardo delle scritte su missili e bombe merita ricordare che durante la Seconda Guerra Mondiale, quando sugli aerei i prodi Alleati caricavano le bombe da sganciare sulle città d’Europa per distruggere vite umane di civili inermi assieme a opere d’arte d’inestimabile valore, i buoni soldati liberatori scrivevano varie dediche sulle bombe, solitamente omaggi ironici ad Adolf Hitler e al Nazismo, per esempio quando rasero inutilmente al suolo Dresdren e München nel febbraio del 1945, perché la Germania era già sconfitta, non occorreva decimare le popolazioni di queste due Città e distruggerne ricchezze storiche e artistiche di inestimabile valore. Come non era necessario che degli ufficiali britannici legati da affiliazione alle logge massoniche più esasperatamente anti-cattoliche della Gran Bretagna distruggessero l’Abbazia di Montecassino, la quale non fu affatto ricostruita coi soldi degli americani, che offrirono sì contributi, ma a patto però che l’Arciabate cassinense mentisse dichiarando che dentro il perimetro del grande monastero si trovavano truppe tedesche. L’Arciabate si rifiuto di affidare un falso alla storia, così, la storica abbazia, fu sì ricostruita, ma coi soldi del Governo della Repubblica Italiana, tanto per essere chiari.

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Quando dopo i massicci bombardamenti sinodali la Chiesa dovrà essere ricostruita, la grazia di Dio metterà sulla nostra strada un uomo giusto e veritiero che negherà di affidare alla storia una menzogna, proprio come fece l’Arciabate cassinense; e la Chiesa sarà ricostruita sopra le macerie coi soldi dei fedeli, vale a dire con la fede autentica dei credenti.

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Dopo il Sinodo sulla Famiglia, tra bombardamenti e missili caduti che recavano sopra la scritta «misericordia» e «tenerezza», si è andato formando un episcopato molto debole, anche perché alla data del 2013 l’età media dei vescovi sparsi per il mondo era piuttosto elevata e nel corso degli ultimi sei anni sono stati rinnovati con centinaia di nomine i vescovi di molte diocesi del mondo.

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A giorni di distanza dalla sua pubblicazione, il breve, conciso e drammatico documento del Cardinale Walter Brandmuller sullo Instrumentum laboris del Sinodo panamazzonico è passato del tutto sotto silenzio [vedere testo, QUI]. Compatta più che mai, la cosiddetta “stampa di regime” ha taciuto. Un silenzio che ricorda quello della stampa comunista e dei grandi partiti e circoli ad essa legati, quando nel 1968 i carri armati russi invasero la Città di Praga, dopo i moti di liberazione della cosiddetta Primavera di Praga. E si tratta di un silenzio insolito, quantomeno assordante, perché l’anziano Cardinale, considerato uno tra i più grandi storici della Chiesa ed ecclesiologi al momento viventi, non ha mosso semplici e ordinarie critiche, ma ha spiegato che il testo contiene delle eresie che costituiscono un atto di apostasia dalla fede cattolica. Inutile commentare il tutto, basta prendere il testo del Cardinale Walter Brandmuller e leggerlo, perché chiunque non consideri la teologia un’emozione, un sentimento soggettivo e una poesia, non potrà che dargli ragione: quel testo è una istigazione alla apostasia dalla fede cattolica.

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Sorge adesso una domanda a dir poco legittima: perché mandare avanti un lucido e determinato Cardinale novantenne? Capisco che nessun cardinale elettore gradisce correre il rischio di decadere da questo diritto prima ancora del compimento dell’80° anno di età; capisco che i vescovi diocesani non gradiscono correre il rischio di essere rimossi dalle loro cattedre episcopali. Per seguire con un esercito di presbìteri che non vogliono correre il rischio di essere rimossi dai loro incarichi pastorali, per seguire con tutti quei laici impegnati all’interno delle strutture ecclesiastiche che con la Chiesa non si limitano a mantenere la famiglia, ma con essa si arricchiscono, sino a risultare per questo più pavidi ancòra degli ecclesiastici stessi.

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Tempo fa cercai di spiegare il tutto con la tragica — ma penso realistica — immagine del “processo di Norimberga” [vedere articolo QUI]. Da tempo temo che abbiamo a che fare con un esercito di cardinali, vescovi e preti che pensano di superare domani il grande esame del giudizio di Dio affermando in serena coscienza, come i gerarchi nazisti, di avere solo ubbidito a ordini superiori. Sempre ammesso che credano alla verità di fede che il giudizio di Dio sarà immediato dopo la nostra morte, poi universale alla fine dei tempi, quando il Cristo tornerà nella gloria per giudicare i vivi e i morti.

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Il fatto provato, doloroso e realistico, come a volte molto dolorosa è la realtà, ormai dovrebbe brillare alla luce del sole, fatta unicamente eccezione per chi decide di non vedere il sole che brilla nel cielo: partecipare ai Sinodi dei Vescovi vuol dire fare da comparse a una tragedia classica, oppure a una commedia comica del cinema italiano degli anni Settanta, dove i tre o quattro protagonisti principali che reggono tutta la sceneggiatura hanno bisogno di un certo numero di figuranti. In questo genere di rappresentazioni teatrali o filmiche, le comparse hanno un’unica utilità: porre in risalto gli attori principali. Che si tratti del giovane Vittorio Gassman che recita per due ore il Prometeo di Eschilo a testa all’ingiù nel teatro greco di Siracusa, o che si tratti del non meno grande Alberto Sordi nel film satirico Vacanze intelligenti, il principio che regge il tutto è lo stesso. Detto questo: possono, comparse o figuranti, incidere in qualche modo? No, perché il loro ruolo è silenzioso e limitato a una pura presenza, finalizzata in un modo o nell’altro a far risaltare l’attore od i due o tre attori principali.  

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Abbiamo capito da tempo che i Sinodi servono a far risaltare un pastoralismo divenuto ormai “pastoralismo selvaggio”, ed assieme ad esso quel cosiddetto conciliarismo che sin dalla stagione del post-concilio ha perduto ogni genere di parentela, persino alla lontana, col Concilio Vaticano II. E l’operazione, in corso da anni, oggi non è neppure più evidente, ma decisamente sfacciata: la dottrina non si tocca, però, pur lasciando inalterata la dottrina, si muta la prassi pastorale. O per meglio chiarire il tutto con un esempio: la carrozzeria della Ferrari rimane tale e quale, nessuno la tocca e la modifica, però, dal suo interno, si toglie il motore sostituendolo con quello della nuova Fiat 500. Poi, se qualcuno solleverà proteste, si risponderà che la carrozzeria della Ferrari è rimasta tal quale. Ovviamente c’è una domanda che dinanzi a questo dovrebbero porsi tutti: ma una Ferrari, esiste in quanto tale per la sua carrozzeria, o per il motore che racchiude dentro? E dinanzi a questa operazione evidente, anzi sfacciata, chi rimane dietro le quinte e manda avanti a sollevare quesiti un Cardinale novantenne, dovrà risponderne veramente, ma soprattutto molto seriamente davanti a Dio.

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Il Sinodo Panamazzonico servirà per sdoganare in qualche modo il clero sposato. Forse, in questa assenza sempre più inquietante di memoria storica, pochi ricordano che l’attore principale di questo Sinodo, il Cardinale tedesco-brasiliano Clàudio Hummes, voluto e nominato Prefetto della Congregazione per il Clero dal Sommo Pontefice Benedetto XVI nel 2006, appena giunto a Roma dichiarò che il celibato è una disciplina ecclesiastica, non un dogma della fede cattolica. Cosa vera, anzi ovvia. Ma siccome il tutto fu espresso in un certo modo, ossia nel modo ambiguo tipico di queste persone, sulla stampa internazionale si ingenerarono numerosi dibattiti. Così, pochi giorni dopo, lo stesso Prefetto chiariva e smentiva, dando implicita colpa ai giornalisti bisognosi di lanciare sempre sulla stampa titoli a effetto [vedere QUI]. In ogni caso il messaggio era stato lanciato, il Cardinale Clàudio Hummes doveva solo pazientare altri sette anni, per poi poter dire al nuovo eletto al sacro soglio nel 2013: «Non dimenticare mai i poveri!» [cf. video QUI]. Quindi agire di conseguenza, con tutta la fiducia ed i benefici che già i cardinali delle famiglie Orsini, Colonna e Farnese riconoscevano ai propri fedeli elettori in conclave. Il tutto con buona pace di chi non perde occasione per disprezzare Roma, la sua storia ed i suoi personaggi, salvo però comportarsi nei concreti fatti tal quale, se non peggio. Infatti, gli Orsini, i Farnese e i Colonna, Roma la amavano, basti vedere come l’hanno arricchita d’opere d’arte di valore inestimabile, non hanno certo trasformato il colonnato del Bernini in dormitorio per barboni, i dintorni di San Pietro in un pisciatoio a cielo aperto e le chiese storiche in osterie gestite dai radical chic dalla Comunità di Sant’Egidio [cf. vedere precedenti articoli, QUI, QUI]. 

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Il Cardinale Clàudio Hummes e gli altri sodali, hanno avuto la pazienza davvero ammirevole di attendere anni. Allo stesso modo in cui i modernisti hanno avuto la pazienza di avere atteso per dei decenni, lavorando frattanto in modo sottile e accorto. Giunto infine il momento propizio, con la scusa della Regione del Rio delle Amazzoni, ecco sortire fuori confezionata a meraviglia l’idea dei viri probati: uomini adulti sposati scelti e consacrati sacerdoti per zone nelle quali c’è molta penuria di clero. E siccome, certe radicali rotture con l’antica tradizione della Chiesa, nella quale il celibato affonda le radici sin dalla prima epoca apostolica, vanno quanto più possibile mitigate, ecco servita la rassicurazione … tranquilli: il tutto, solo ad experimentum!

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Gli ultimi cinquant’anni di storia della Chiesa ci insegnano in modo esauriente che cosa accade quando si parte col concetto ad experimentum, basti prendere la sacra liturgia nella quale, quelli che mezzo secolo fa erano considerati gravi abusi, oggi sono elementi non solo intangibili, ma da molti considerati indiscutibili molto di più delle fondamentali verità della fede. Infatti, per cercare di sanare degli abusi gravi, si ricorse alle concessioni ad experimentum affinché, quegli stessi abusi, fossero corretti. Invece, quegli stessi abusi, sono finiti dogmatizzati. Un solo esempio tra i tanti: l’abuso della ricezione della Comunione sulle mani, a cui riguardo rimando all’opera di un mio confratello canonista e storico, Federico Bortoli [vedere video QUI] che in un suo libro spiega e chiarisce come il tutto nasca da un abuso e come non sia affatto vero che questo modo di ricevere la Santissima Eucaristia fosse la prassi nella Chiesa delle origini [cf. scheda libro, QUI].

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Se questo sinodo, coi suoi attori principali e le sue silenti comparse, stabilirà il tutto ad experimentum per la Regione del Rio delle Amazzoni, entro breve questo experimentum sarà esteso alla Germania, alla Francia, all’Olanda, al Belgio … Quindi, come avvenuto in passato per vari altri generi di abusi, anche in questo caso ci ritroveremo in siffatta situazione: sarà possibile salire sulla cattedra di una università pontificia e definire come elemento allegorico la risurrezione di Cristo e la sua ascesa al cielo, ma non sarà possibile discutere sulla disastrosa inopportunità d’aver dato vita a un clero sposato, che in modo appunto disastroso sarebbe destinato a sovvertire radicalmente la struttura pastorale stessa della Chiesa.

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Perché un clero sposato è da evitare? Se i teologi e gli ecclesiologi del para-concilio, dal quale nacque il post-concilio, fossero onesti, dovrebbero ricordare che sia gli scismatici Ortodossi sia gli scismatici Anglicani, invitati assieme ad altre Comunità Cristiane separate dalla comunione cattolica come osservatori al Concilio, quando alcuni periti sfiorarono solo questo argomento, per tutta risposta, ed in specie gli Ortodossi, replicarono: «Voi che avete il celibato sacerdotale, tenetelo e conservatelo». Quindi procedettero a spiegare, a quanti intendevano rifare la Chiesa Cattolica attraverso trasformazioni radicali, che cosa comportava per loro, come vescovi di chiese autocefale, dover gestire, con gravi difficoltà, il clero sposato. Gli Anglicani fecero invece presente: «Se voi deste vita al clero sposato, vi ritrovereste come noi a dover fare i conti con ecclesiastici che avranno come prima priorità la cura delle loro famiglie e la crescita e la sistemazione dei loro figli, dedicando alle comunità un tempo limitato ai servizi domenicali di culto. Poi, se nella famiglia di un prete vi fossero problemi, il tutto si ripercuoterà in modo negativo sulla comunità ed i fedeli ch’egli dovrebbe curare e accudire». Nessuno ricorda proprio questi discorsi e queste esortazioni, avvenute durante la celebrazione di quello che taluni definiscono come il più grande concilio dell’intera storia della Chiesa? Evidentemente, anche dai cosiddetti “fratelli separati”, si tende a prendere solo ciò che si vuole, operando a volte vere e proprie manipolazioni della realtà. Infatti, la lezione delle loro esperienze e ciò che ci dissero durante la assise del Concilio Vaticano II, è stata talmente recepita che mezzo secolo dopo, qualcuno, ha persino deciso di istituire una commissione di studio per valutare la opportunità di una qualche forma di diaconato femminile, il tutto mentre il ripristinato diaconato permanente dei viri probati è di fatto ormai fallito, nonché divenuto in molte regioni del mondo, a partire dalla stessa Diocesi di Roma, un appannaggio e una egemonia della setta para-cattolica dei Neocatecumenali. Proprio così: in molte diocesi non si riesce a diventare diaconi permanenti se non si fa parte della setta dei Neocatecumenali, che gestiscono questo ministero riproducendosi tra di loro.

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Anglicani e protestanti, con la istituzione delle “donne-prete” e delle “donne-vescovo” si sono ulteriormente fratturati. E, pur essendo in profonda crisi e con una vera e propria emorragia di fedeli in corso dagli anni Sessanta, con queste trovate liberal-femministe hanno solo perduto ulteriori fedeli. Perché non dire quanto numerosi furono gli anglicani che dopo la istituzione delle “donne-prete” e delle “donne-vescovo” entrarono nella Chiesa Cattolica? O forse si dimentica che il Sommo Pontefice Benedetto XVI pubblicò a tal fine nel 2009 la lettera apostolica Anglicanorum coetibus [cf. QUI] per dettare le necessarie norme utili al rientro degli anglicani che, sempre più numerosi, chiedevano di essere ammessi alla comunione cattolica, dopo la carnevalata liberal-femminista della donne-prete e delle donne-vescovo?

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Gli anglicani che chiedevano di entrare nella comunione cattolica, da quali ragioni erano spinti? Forse da ragioni che non sono state spiegate bene e per tempo dal Cardinale Walter Kasper al Pontefice regnante, prima che Sua Santità partisse per Lund dove nel 2017, proprio nel centenario delle apparizioni della Madonna di Fatima, si è recato ad abbracciare una donna mascherata da arcivescova durante i festeggiamenti dei cinquecento anni della pseudo-riforma di Martin Luther, che lungi dall’esser tale — vale a dire una riforma — fu un drammatico scisma, con tutte le peggiori conseguenze religiose, teologiche e infine anche politiche.

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Anziché un discorso di carattere teologico, a tutti quei laicisti che non conoscono neppure la preghiera del Padre Nostro, che sono distanti dalla vita ecclesiale e sacramentale, ma ai quali tanto preme dare moglie e figli ai preti, desidero fare un discorso di carattere molto pratico, a partire da una domanda: al mantenimento di questi nuclei familiari, intendono forse provvedere loro? Perché forse è il caso di chiarire che la Chiesa Cattolica universale non è la opulenta e ricca Chiesa catto-protestante tedesca, che con la Kirchensteuer – la tassa di culto – giunge a incamerare circa dieci miliardi di euro, oltre a tutte le proprietà e quote di partecipazioni aziendali e bancarie di cui essa beneficia. In Germania, sono stipendiati anche i catechisti ed i membri dei consigli pastorali delle parrocchie, tanto per intendersi. La Chiesa Cattolica universale, non è però tutta quanta una grande Germania: in molte parti del mondo ci sono preti che per potersi sostenere devono lavorare. Per esempio, in varie regioni dell’America Latina possiamo trovare preti di varie zone — che io stesso ho conosciuti —, dediti a vari lavori o piccoli commerci: dal parroco che alleva le galline e vende uova, al parroco che coltiva il terreno di proprietà della parrocchia e vende ortaggi al mercato della frutta. C’è il parroco che ha acquistato, o avuto in dono quattro o cinque vacche e che vende latte, il parroco che fa lezioni private agli studenti, quello che lavora come traduttore e via dicendo. In questi contesti, i preti più fortunati — ma sono invero pochi — sono quelli che sono riusciti ad avere un posto come insegnanti nelle scuole, dopo avere conseguito, oltre ai titoli di studio ecclesiastici, anche dei titoli di studio civili nelle varie discipline. Posto quindi che la Chiesa Cattolica universale non è affatto una grande, opulenta e ricca Germania, a preti che già vivono in queste condizioni e che per sostentarsi ed esercitare il loro sacro ministero devono cercare di sbarcare il lunario, vogliamo forse dare anche il gravame di una famiglia, ma soprattutto di figli da cresce e mantenere?

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Ovviamente, io non sono stato invitato al Sinodo, sono un prete fedele alla dottrina e al magistero della Chiesa, non sono né un eretico come Enzo Bianchi né tanto meno sono la suorina pace&amore che vive di surrealismo, mentre la sua congregazione ridotta ad un manipolo di quattro vecchie litigiose, grazie a Dio si sta estinguendo. Però, se fossi un partecipante al Sinodo, soprassedendo del tutto dal piano teologico, ecclesiologico e anche pastorale, porrei una domanda molto pratica, puntando anche i piedi e battendo i pugni sul tavolo affinché mi sia data una risposta. Perché proprio da questa Chiesa visibile ormai specializzata nelle non risposte o nelle risposte del tutto evase, una risposta chiara la esigerei: ma le famiglie, ed in particolare i figli, ai preti, chi glieli mantiene? E aggiungerei anche una seconda domanda: in contesti culturali molto delicati come quelli di certi Paesi dell’Africa o dell’India, dove sono sempre forti certe antiche tradizioni locali, vogliamo per caso creare, sullo stile dei vecchi capi tribù o su quello dei bramini, una casta sacerdotale che finirebbe trasmessa e tramandata di padre in figlio, dopo essere divenuta prerogativa di certi gruppi e famiglie?

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Insomma: si può essere così empi da usare come pretesto l’Amazzonia per celebrare un Sinodo il cui unico scopo è di portare a compimento l’ennesimo colpo di stato di quella frangia di episcopato tedesco che di cattolico, ormai, ha solo il nome? La cosa è infatti a tal punto evidente nella propria palese sfacciataggine, che due sole sono le soluzioni: o abbiamo a che fare con ingenui, oppure — Dio non voglia! — con autentici delinquenti. Perché a chi davvero non fosse chiaro è bene ricordare che questo non è il Sinodo Panamazzonico, bensì null’altro che il Sinodo Pantedesco che, usando a pretesto l’Amazzonia e la rassicurante formula ad experimentum, vuol dare l’ennesimo colpo di grazia all’intera Chiesa universale.

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A queste domande molto concrete, nessuno risponderà, perché a partire dal Cardinale Clàudio Hummes, per seguire col Cardinale Lorenzo Baldisserri, questi personaggi vivono nel mondo dell’irreale. E, come purtroppo sappiamo, nel mondo dell’irreale hanno la meglio le ideologie, o quelle che il Beato Apostolo Paolo chiamava favole per le quali, ed in nome delle quali, si voltano le spalle alla verità [cf. II Tm 4, 1-5] mentre la superbia cala sui nostri occhi un velo che impedisce di vedere:

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«Ma le loro menti furono rese ottuse; infatti, sino al giorno d’oggi, quando leggono l’antico patto, lo stesso velo rimane, senza essere rimosso, perché è in Cristo che esso è abolito. Ma fino a oggi, quando si legge Mosè, un velo rimane steso sul loro cuore; però quando si saranno convertiti al Signore, il velo sarà rimosso» [II Cor 3, 14-16].

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Devono convertirsi al Signore, ecco il punto. Purtroppo, per adesso, stanno però dimostrando di essersi invece convertiti al Principe di questo mondo, che li ha resi ciechi e quindi terribilmente dannosi.

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dall’Isola di Patmos, 3 luglio 2019

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Scrive il Cardinale Walter Brandmüller: «L’instrumentum laboris del sinodo panamazzonico è eretico ed è un atto di apostasia dalla fede cattolica»

SCRIVE IL CARDINALE WALTER BRANDMÜLLER: «L’INTRUMENTUM LABORIS DEL SINODO PANAMAZZONICO È ERETICO ED È UN ATTO DI APOSTASIA DALLA FEDE CATTOLICA» 

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[…] si deve dire oggi con forza che l’Instrumentum laboris contraddice l’insegnamento vincolante della Chiesa in punti decisivi e quindi deve essere qualificato come eretico. Dato poi che anche il fatto della divina rivelazione viene qui messo in discussione, o frainteso, si deve anche parlare, in aggiunta, di apostasia.

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Autore:
Cardinale Walter Brandmüller

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PDF  Testo del Cardinale Walter Brandmüller formato stampa

 

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Introduzione

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il Cardinale Carlo Caffarra [1938-2017], colui al quale la misericordia di Dio ha risparmiato su questa terra l’abominio della desolazione …

Può davvero causare stupore che, all’opposto delle precedenti assemblee, questa volta il sinodo dei vescovi si occupi esclusivamente di una regione della terra la cui popolazione è solo la metà di quella di Città del Messico, vale a dire 4 milioni. Ciò è anche causa di sospetti riguardo alle vere intenzioni che si vorrebbero attuare in modo surrettizio. Ma bisogna soprattutto chiedersi quali siano i concetti di religione, di cristianesimo e di Chiesa che sono alla base dell’Instrumentum laboris recentemente pubblicato. Tutto ciò sarà esaminato con l’appoggio di singoli elementi del testo.

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Perché un sinodo in questa regione?

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Per cominciare, occorre chiedersi perché un sinodo dei vescovi dovrebbe trattare argomenti, che – come è il caso dei tre quarti dell’Instrumentum laboris – hanno solo marginalmente qualcosa a che fare con i Vangeli e la Chiesa. Ovviamente, da parte di questo sinodo dei vescovi viene compiuta anche un’aggressiva intrusione negli affari puramente mondani dello Stato e della società del Brasile. C’è da chiedersi: che cosa hanno a che fare l’ecologia, l’economia e la politica con il mandato e la missione della Chiesa? E soprattutto: quale competenza professionale autorizza un sinodo ecclesiale dei vescovi a emettere dichiarazioni in questi campi? Se il sinodo dei vescovi davvero lo facesse, ciò costituirebbe uno sconfinamento e una presunzione clericale, che le autorità statali avrebbero motivo di respingere.

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Sulle religioni naturali e l’inculturazione

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il Cardinale Carlo Caffarra [1938-2017], colui al quale la misericordia di Dio ha risparmiato su questa terra l’abominio della desolazione …

C’è un altro elemento da tenere presente, che si trova in tutto l’Instrumentum laboris: vale a dire la valutazione molto positiva delle religioni naturali, includendo pratiche di guarigione indigene e simili, come anche pratiche e forme di culto mitico-religiose. Nel contesto del richiamo all’armonia con la natura, si parla addirittura del dialogo con gli spiriti (n. 75).

Non è solo l’ideale del “buon selvaggio” tratteggiato da Rousseau e dall’Illuminismo che qui viene messo a confronto con il decadente uomo europeo. Questa linea di pensiero si spinge oltre, fino al XX secolo, quando culmina in un’idolatria panteistica della natura. Hermann Claudius (1913) creò l’inno del movimento operaio socialista “Quando camminiamo fianco a fianco…”, in una strofa del quale si legge: ”Verde delle betulle e verde dei semi, che la vecchia Madre Terra semina a piene mani, con un gesto di supplica affinché l’uomo diventi suo… “. Va notato che questo testo è stato successivamente copiato nel libro dei canti della Gioventù hitleriana, probabilmente perché corrispondeva al mito del “sangue e suolo” nazionalsocialista. Questa prossimità ideologica è da rimarcare. Questo rigetto anti-razionale della cultura “occidentale” che sottolinea l’importanza della ragione è tipico dell’Instrumentum laboris, che parla rispettivamente di “Madre Terra” nel n. 44 e del “grido della terra e dei poveri” nel n.101.

Di conseguenza, il territorio – vale a dire le foreste della regione amazzonica – viene addirittura dichiarato essere un locus theologicus, una fonte speciale della divina rivelazione. In esso vi sarebbero i luoghi di un’epifania in cui si manifestano le riserve di vita e di saggezza del pianeta, e che parlano di Dio (n. 19). Inoltre, la conseguente regressione dal Logos al Mythos viene innalzata a criterio di ciò che l’Instrumentum laboris chiama l’inculturazione della Chiesa. Il risultato è una religione naturale con una maschera cristiana.

La nozione di inculturazione è qui virtualmente snaturata, dal momento che in realtà significa l’opposto di ciò che la commissione teologica internazionale aveva presentato nel 1988 e di quanto aveva precedentemente insegnato il decreto Ad gentes del Concilio Vaticano II sull’attività missionaria della Chiesa.

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Sull’abolizione del celibato e l’introduzione di un sacerdozio femminile

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il Cardinale Carlo Caffarra [1938-2017], colui al quale la misericordia di Dio ha risparmiato su questa terra l’abominio della desolazione …

È impossibile nascondere che questo “sinodo” è particolarmente adatto per attuare due progetti tra i più cari che finora non sono mai stati attuati: vale a dire l’abolizione del celibato e l’introduzione di un sacerdozio femminile, a cominciare dalle donne diacono. In ogni caso si tratta di “tener conto del ruolo centrale che le donne svolgono oggi nella Chiesa amazzonica” (n. 129 a3). E allo stesso modo, si tratta di “aprire nuovi spazi per ricreare ministeri adeguati a questo momento storico. È il momento di ascoltare la voce dell’Amazzonia… “ (n. 43).

Ma qui si omette il fatto che, da ultimo, anche Giovanni Paolo II ha affermato con la massima autorità magisteriale che non è nel potere della Chiesa amministrare il sacramento dell’ordine alle donne. In effetti, in duemila anni, la Chiesa non ha mai amministrato il sacramento dell’ordine a una donna. La richiesta che si colloca in diretta opposizione a questo fatto mostra che la parola “Chiesa” viene ora utilizzata esclusivamente come termine sociologico da parte degli autori dell’Instrumentum laboris, negando implicitamente il carattere sacramentale-gerarchico della Chiesa.

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Sulla negazione del carattere sacramentale-gerarchico della Chiesa

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il Cardinale Carlo Caffarra [1938-1917], colui al quale la misericordia di Dio ha risparmiato su questa terra l’abominio della desolazione: la bara contenente il feretro durante i funerali nella cattedrale metropolitana di Bologna il 9 settembre 2017.

In modo simile – sebbene con espressioni piuttosto di passaggio – il n. 127 contiene un attacco diretto alla costituzione gerarchico-sacramentale della Chiesa, quando vi si chiede se non sarebbe opportuno “riconsiderare l’idea che l’esercizio della giurisdizione (potere di governo) deve essere collegato in tutti gli ambiti (sacramentale, giudiziario, amministrativo) e in modo permanente al sacramento dell’ordine”. È da una visione così errata che deriva poi nel n. 129 la richiesta di creare nuovi uffici che corrispondano ai bisogni dei popoli amazzonici.

Tuttavia è il campo della liturgia, del culto, quello in cui l’ideologia di un’inculturazione falsamente intesa trova la sua espressione in modo particolarmente spettacolare. Qui, alcune forme delle religioni naturali sono assunte positivamente. L’Instrumentum laboris (n. 126 e) non si trattiene dal chiedere che i “popoli poveri e semplici” possano esprimere “la loro (!) fede attraverso immagini, simboli, tradizioni, riti e altri sacramenti (!!)”.

Questo sicuramente non corrisponde ai precetti della costituzione Sacrosanctum Concilium, né a quelli del decreto Ad gentes sull’attività missionaria della Chiesa, e mostra una comprensione puramente orizzontale della liturgia.

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Conclusione

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il Cardinale Carlo Caffarra [1938-2017], colui al quale la misericordia di Dio ha risparmiato su questa terra l’abominio della desolazione: la bara contenente il feretro durante i funerali nella cattedrale metropolitana di Bologna il 9 settembre 2017: l’ultimo saluto dei sacerdoti.

Summa summarum: l’Instrumentum laboris carica il sinodo dei vescovi e in definitiva il papa di una grave violazione del depositum fidei, che significa come conseguenza la autodistruzione della Chiesa o il cambiamento del Corpus Christi mysticum in una ONG secolare con un compito ecologico sociale psicologico.

Dopo queste osservazioni, naturalmente, si aprono delle domande: si può qui rinvenire, specialmente riguardo alla struttura sacramentale-gerarchica della Chiesa, una rottura decisiva con la Tradizione apostolica in quanto costitutiva per la Chiesa, o piuttosto gli autori hanno una nozione dello sviluppo della dottrina che viene sostenuta teologicamente al fine di giustificare le rotture sopra menzionate?

Questo sembra essere davvero il caso. Stiamo assistendo a una nuova forma del Modernismo classico dell’inizio del XX secolo. All’epoca, si è cominciato con un approccio decisamente evolutivo e poi si è sostenuta l’idea che, nel corso del continuo sviluppo dell’uomo a gradi più alti, devono essere trovati di conseguenza anche livelli più elevati di coscienza e di cultura, per cui può risultare che quello che era falso ieri può essere vero oggi. Questa dinamica evolutiva è applicata anche alla religione, cioè alla coscienza religiosa con le sue manifestazioni nella dottrina, nel culto e naturalmente anche nella morale.

Ma qui, allora, si presuppone una comprensione dello sviluppo del dogma che è nettamente opposta alla genuina comprensione cattolica. Quest’ultima comprende lo sviluppo del dogma e della Chiesa non come un cambiamento, ma, piuttosto, come uno sviluppo organico di un soggetto che rimane fedele alla propria identità.

Questo è ciò che i Concili Vaticani I e II ci insegnano nelle loro costituzioni Dei Filius, Lumen Gentium e Dei Verbum.

Dunque si deve dire oggi con forza che l’Instrumentum laboris contraddice l’insegnamento vincolante della Chiesa in punti decisivi e quindi deve essere qualificato come eretico. Dato poi che anche il fatto della divina rivelazione viene qui messo in discussione, o frainteso, si deve anche parlare, in aggiunta, di apostasia.

Ciò è ancor più giustificato alla luce del fatto che l’Instrumentum laboris usa una nozione puramente immanentista della religione e considera la religione come il risultato e la forma di espressione dell’esperienza spirituale personale dell’uomo. L’uso di parole e nozioni cristiane non può nascondere che esse sono semplicemente usate come parole vuote, a prescindere dal loro significato originale.

l’Instrumentum laboris per il sinodo dell’Amazzonia costituisce un attacco ai fondamenti della fede, in un modo che non è stato finora ritenuto possibile. E quindi deve essere rigettato col massimo della fermezza.

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Roma, 27 giugno 2019

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Un pensiero sul sacerdozio del nostro Padre Ivano Liguori, pellegrino a Santiago de Compostela, a Padre Gabriele Giordano Scardocci

– un nostro Padre dal cammino di Santiago de Compostela –

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UN PENSIERO SUL SACERDOZIO DEL NOSTRO PADRE IVANO LIGUORI, PELLEGRINO A SANTIAGO DE COMPOSTELA, A PADRE GABRIELE GIORDANO SCARDOCCI 

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[…] Oggi forse abbiamo troppi dottori, professionisti teologici che con vari master e titoli accademici ci hanno fatto dimenticare il sapore reale del Vangelo sine glossa che ha saputo cambiare la vita di Francesco d’Assisi e Domenico di Guzman.

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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Cammino di Santiago de Compostela: altopiano delle Mesetas (Spagna), foto scattata da Padre Ivano Liguori Ofm. Capp. mentre percorreva a piedi chilometri e chilometri lungo queste distese

Carissimo Padre Gabriele,

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Come sai sono pellegrino a Santiago de Compostela, un pellegrinaggio che non avrei potuto fare in altri momenti se non in questo mese. Non solo ti sono vicino con la preghiera, ma sarò presente col Padre Ariel che prenderà parte alla tua consacrazione sacerdotale e che ti imporrà le mani dopo il Vescovo assieme agli altri presbiteri presenti anche per me. Ormai è giunta l’ora in cui Cristo, per le mani del Vescovo, attraverso la preghiera consacratoria della Chiesa e l’opera dello Spirito Santo, ti renderà suo sacerdote per sempre. Tu sarai per sempre di Cristo in un modo specialissimo e intimo. Tu sarai per il popolo santo di Dio e per la Chiesa, Cristo stesso, quando in suo nome e con la sua autorità agirai.

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Cammino di Santiago de Compostela: altopiano delle Mesetas (Spagna), foto scattata da Padre Ivano Liguori Ofm. Capp. mentre percorreva a piedi chilometri e chilometri lungo queste distese

Questa è la nostra più grande benedizione e sofferenza: essere di Cristo e non essere di questo mondo. La fatica più grande sarà quella di conformare ogni giorno tutta la tua vita a Lui, di rifuggire le logiche coerenti e seducenti di questo mondo, che entrando anche attraverso le porte dei nostri conventi, ci danno l’illusione di essere più evangelici, più vicini alla gente quando presentiamo un Salvatore più alla portata di tutti. Rifuggi tutto questo sempre, anche se non è facile, anche se dovrai combattere contro i tuoi stessi fratelli di fede o superiori. Se ci saranno delle cadute e delle debolezze vai avanti, ti accompagnino in questo cammino i beati apostoli Pietro e Paolo, grandi campioni di Cristo ma nello stesso tempo peccatori convertiti che non hanno avuto paura di riconoscere insieme alla potenza di Cristo le loro immancabili pecche e limitatezze.

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Cammino di Santiago de Compostela: altopiano delle Mesetas (Spagna), Padre Ivano Liguori Ofm. Capp. durante il pellegrinaggio

Le persone che incontrerai cercheranno Cristo, non Gabriele, vorranno trovare il Salvatore potente che perdonerà i loro peccati, risolleverà le loro infermità, istruirà la loro vita al Vangelo e alla sapienza delle Scritture. Come dice San Francisco  a Sant’Antonio di Padova, cerca di fare in modo che l’ansia dello studio e della preparazione accademica, non spengano il fervore dell’orazione e della vera devozione. Questo è l’esempio dei Santi che oggi ricordiamo, non solo perché sono dottori della Chiesa, ma perché sono esempi fulgidi di vita in comunione con Gesù. È questo che la gente cerca: esperti amici di Cristo.

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Oggi forse abbiamo troppi dottori, professionisti teologici che con vari master e titoli accademici ci hanno fatto dimenticare il sapore reale del Vangelo sine glossa che ha saputo cambiare la vita di Francesco d’Assisi e Domenico di Guzman.

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scorcio della Cattedrale di Santiago de Compostela

In questo mese sono pellegrino verso la tomba dell’apostolo Giacomo. Durante questo mio pellegrinaggio ti auguro che il tuo sacerdozio sia un pellegrinaggio in cui tu ti renderai compagno di viaggio di tanti uomini e donne che sono in cammino verso Gesù e desiderano incontrarlo. Questo sarà il compito e il dovere più bello: spezza il pane di vita eterna, annuncia la Parola a coloro che sono viatori verso la Gerusalemme nuova, in cui Cristo ci aspetta.

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Ti abbraccio con fraternità Sacerdotale.

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da Carrion de Los Condes, 27 giugno 2019

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L’affettuoso saluto del domenicano Padre Gabriele Giordano ai Lettori de L’Isola di Patmos a pochi giorni dalla sua consacrazione sacerdotale

L’AFFETTUOSO SALUTO DEL DOMENICANO PADRE GABRIELE GIORDANO AI LETTORI DE L’ISOLA DI PATMOS A POCHI GIORNI DALLA SUA CONSACRAZIONE SACERDOTALE 

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[…] ho pregato per ognuno di voi: Dio, nelle sue missioni trinitarie invisibili, vi doni una luce di grazia molto forte per contemplare i misteri contenuti nella sacra pagina e incarnarla negli ambienti in cui vivete, nel vostro piccolo quotidiano in famiglia, o per i religiosi e sacerdoti che leggono le nostre righe, anche nelle vostre parrocchie e comunità. Il Signore ha per ognuno di noi un progetto più grande: iscritto nei nostri cuori, sta a noi solo scoprirlo e poi metterci al Suo Servizio.

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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PDF  articolo formato stampa

 

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cliccando sopra questo breve video prodotto dalla Provincia Romana Santa Caterina da Siena dell’Ordine dei Frati Predicatori, potrete ascoltare anche la testimonianza di Padre Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

Carissimi Lettori e amici de L’Isola di Patmos,

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ho espresso il desiderio al Padre Ariel di potervi scrivere qualche giorno prima del grande dono della mia consacrazione sacerdotale.

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Vi ringrazio per l’affetto che avete avuto nei miei confronti, l’attenzione per i miei scritti, la profonda preghiera con cui mi avete accompagnato fino a questa tappa.

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Il 29 giugno 2019 alle ore 11, nella nostra chiesa romana di Santa Maria sopra Minerva, dirò definitivamente il mio “Eccomi”: con questa parola risponderò quando sarò chiamato dal vescovo ordinante.

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La mia collaborazione con la rivista è iniziata provvidenzialmente grazie anche alla disponibilità e alla stima che da sempre il padre Ariel e Jorge Facio Lince mi hanno espresso.

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Ringrazio il Signore per questi mesi di scrittura, nei vari articoli e nell’omiletica e sono sempre più contento di continuare a scrivere a cercare di aiutare ogni Lettore, ogni navigante del web, e anche il semplice curioso, di attingere a quelle sacre verità insegnate dalla fede e trasmesse dalla Chiesa che, ahinoi, sembrano essere un po’ tralasciate oggi dalla cultura cattolica.

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Padre Gabriele Giordano in visita alla tomba del Santo Padre Domingo de Guzmàn presso il Patriarcale Convento San Domenico di Bologna

Qualche giorno fa mi sono recato presso il convento patriarcale di San Domenico in Bologna, dove c’è anche la splendida arca, la tomba del santo padre Domenico di Guzmàn. Mi sono fermato più di qualche momento a pregare a chiedere intercessione al mio affettuoso Padre Fondatore per il mio futuro ministero presbiterale.

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Al tempo stesso ho pregato per ognuno di voi: Dio, nelle sue missioni trinitarie invisibili, vi doni una luce di grazia molto forte per contemplare i misteri contenuti nella sacra pagina e incarnarla negli ambienti in cui vivete, nel vostro piccolo quotidiano in famiglia, o per i religiosi e sacerdoti che leggono, anche nelle vostre parrocchie e comunità. Il Signore ha per ognuno di noi un progetto più grande: iscritto nei nostri cuori, sta a noi solo scoprirlo e poi metterci al Suo Servizio.

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Patriarcale Convento di San Domenico in Bologna: arca contenente le spoglie di San Domingo de Guzmàn

Questo progetto non è però un qualcosa che genera alienazione da noi stessi: anzi è invece ciò che ci rende pienamente noi stessi. Ci rende pienamente liberati nella libertà; non a caso, la collana delle Edizioni L’Isola di Patmos reca come motto «Veritas vos liberat». In questa frase di San Giovanni Evangelista: «conoscerete la verità e la verità vi farà liberi [Gv 8, 32] è infatti racchiusa la nostra vocazione e la nostra missione apostolica.

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per visitare il sito ufficiale della Provincia Romana dei Domenicani, cliccare sopra l’immagine

A tal fine, come piccole ghiandaie sulle ali del vento dello Spirito Santo, sta ad ognuno di noi fare memoria di quelle sante verità insegnate dalla chiesa e imitare i gesti dei santi che ci hanno preceduto. Davvero allora si attuerà il messaggio di Gesù «vi dico queste affinché la vostra gioia sia piena».

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la vocazione domenicana e il particolare carisma della predicazione del Vangelo [cliccare sopra l’immagine per aprire la pagina vocazionale]

Similmente al Romano Pontefice Francesco, Vescovo della mia Diocesi, che da sempre lo chiede a tutti, anch’io vi chiedo di continuare a pregare per me: perché possa essere, con l’aiuto di Dio, un santo sacerdote. Un ministro che, al di là dei difetti e limiti personali che tornano sempre, sappia essere colui che dona il Sacro, da cui l’etimologia della parola stessa sacerdote che significa: colui che offre a Dio le cose sacre. Quindi colui che sa donare Gesù nei sacramenti, in particolare l’Eucarestia e la Penitenza, donando tutta la sua verità nell’affetto agapico più profondo.

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Maria, nostra madre, ci sostenga e ci protegga sempre con quell’amore materno con cui da sempre e per sempre, ha custodito la comunità dei credenti.

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Cari Lettori, amici e curiosi, grazie di tutto.

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Vostro

In Cristo Signore e in San Domenico

Gabriele Giordano

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Gesù dolce, Gesù amore [Santa Caterina da Siena]

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Roma 25 giugno 2019

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Politica e morale: la città di Roma è allo sfacelo e l’Italia segue le stesse sorti? Non è colpa dei politici e degli amministratori, bensì di quel popolo di grandi immorali che sono gli italiani

POLITICA E MORALE: LA CITTÀ DI ROMA È ALLO SFACELO E L’ITALIA SEGUE LE STESSE SORTI? NON È COLPA DEI POLITICI E DEGLI AMMINISTRATORI, BENSÌ DI QUEL POPOLO DI GRANDI IMMORALI CHE SONO GLI ITALIANI

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Il Sommo Pontefice ci ha più volte ricordato che «anche gli italiani, sono stati un popolo di immigrati», ed è vero. Però con questa “piccola” differenza: gli immigrati italiani erano accolti a lavorare per quindici ore al giorno nelle miniere di carbone del Belgio, non erano accolti negli alberghi, non gettavano via i cibi della Caritas e non facevano i bagni nelle piscine degli hotel come i giovanottoni africani che, solo a livello fisico, tutto ricordano fuorché delle persone fuggite da guerre, carestie e fame. E mentre questo accade, i nostri anziani italiani indigenti cercano qualche cosa tra gli scarti dei mercati della frutta e verdura …

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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PDF  articolo formato stampa
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il grande sfregio al cuore della Cristianità: il colonnato del Bernini che circonda Piazza San Pietro sfregiato da escrementi umani [cliccare sull’immagine per vedere il servizio]

Nel passo di una sua epistola, il Beato Apostolo Paolo riassume che cos’è la politica e lo fa invitando a pregare per i governanti:

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«Ti esorto dunque, prima di ogni cosa, che si facciano suppliche, preghiere, intercessioni e ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che sono in autorità, affinché possiamo condurre una vita tranquilla e quieta in ogni pietà e decoro. Questo infatti è buono e accettevole davanti a Dio, nostro Salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini vengano salvati e che vengano a conoscenza della verità [I Tm 2, 1-4].

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Come essere orientanti in quel servizio altamente nobile che è la politica ce lo insegna la dottrina sociale della Chiesa dal primo dei suoi documenti, la Rerum Novarum del Sommo Pontefice Leone XIII, sino al documento che festeggiò i cento anni della nascita di questa dottrina, la Centesimus Annus del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II. Pertanto, sebbene i laicisti delle sinistre — sino ieri duri antagonisti, oggi sacrestani volontari presso la Domus Sancthae Marthae —, abbiano tentato e tentino di relegare i cattolici nelle sacrestie, è bene non dimenticare ch’essi sono cittadini che beneficiano di tutti i diritti, compreso il diritto di voto.

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In questi giorni Il Messaggero, storico quotidiano della Capitale, pare aver dato avvio a una campagna giornalistica per indicare con vari servizi quelli che a loro dire sono i fallimenti della amministrazione della Sindaco Virginia Raggi, la cui amministrazione — dicono citando sondaggi effettuati — sarebbe bocciata dal 72% dei romani [vedere servizi QUI, QUI, QUI, ecc …]. Chi a Roma ci vive oggi come ci viveva ieri, non può negare che l’Urbe Quirite abbia avuto nel corso del tempo un progressivo declino.

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Come prete frequento per varie ragioni tutte le zone limitrofe alla Città del Vaticano, che al di là di qualsiasi discorso di fede o di appartenenza religiosa, nessuno può negare sia una delle zone di maggior richiamo e di alta densità turistica. Dunque prendiamo la zona della Città del Vaticano e, sempre a prescindere da qualsiasi fede e appartenenza religiosa, domandiamoci: sino a pochi anni fa, lo stato di degrado in cui versa questa zona molto sensibile, sarebbe stato pensabile? Quale sia lo stato lo illustro prendendo come punto di partenza Piazza San Pietro, Alla destra e alla sinistra della quale sorgono due borghi che sono rispettivamente: Borgo Pio e Borgo Santo Spirito. Se vi passiamo il mattino poco prima delle ore 8, vedremo numerosi negozianti indaffarati a gettare sui muri e sul marciapiede antistante le loro botteghe secchiate d’acqua. I poveretti, per togliere l’odore fetido delle orine, si armano ogni mattino di varechina e acqua e gettano abbondanti secchiate.

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Borgo Santo Spirito, a pochi metri sullo sfondo del colonnato di Piazza San Pietro [cliccare sull’immagine per aprire il video]

Numerosi i filmati che documentano scene raccapriccianti: africani ripresi in video mentre orinano e defecano agli angoli di Via della Conciliazione, barboni che si fanno il bidet nelle fontanelle, turisti che camminano sconcertati zigzagando per strada tra gli escrementi umani, sacchi di spazzatura agli angoli, barboni sistemati sotto il colonnato del Bernini con cartoni e sacchi neri, Rom che gestiscono il racket delle elemosine e che ti si appiccicano addosso come zanzare-tigre moleste, lattine e bottiglie di bibite abbandonate a terra, gabbiani che planano in ogni dove per raccogliere cibo tra la spazzatura, spesso spaccando i sacchi d’immondizia lasciati agli angoli delle strade che si snodato dal viale principale e via dicendo.

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Non dico paia la Roma dopo il saccheggio dei lanzichenecchi del 1527 assoldati dal tedesco Carlo V d’Asburgo, grande sostenitore del Protestantesimo, però rammenta vagamente qualche cosa di simile. Per inciso: l’ultima rituale richiesta di perdono ai protestanti risale all’ottobre 2016, ed è stata fatta in Svezia dall’Augusto Pontefice regnante, evidentemente circondato da “grandi conoscitori” delle scienze storiche. In effetti, l’esercito mercenario assoldato dai protestanti nel 1527, dopo avere stuprato anche bambine in età pre-puberale, dopo avere ingravidato tutte le monache dei monasteri romani non ancora entrate in menopausa, dopo avere ammazzato anche neonati e anziani, si limitarono solo a uccidere in totale ventimila romani circa. È giusto dunque chiedergli ecumenico perdono per non averne potuti ammazzare molti di più [vedere breve servizio dell’organo oggi ufficioso della Santa Sede, La Repubblica, QUI]. E, come tutti potete immaginare, ogni 6 maggio, nella data di ricorrenza di questo immane saccheggio realizzato attraverso una vera e propria orgia di sangue organizzata dai protestanti in sommo odio alla cattolicità e alla Città di Roma, i protestanti rinnovano la loro supplice richiesta di perdono al papato, ai cattolici, ed alla Città di Roma, o no?

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Ogni epoca storica ha i suoi diversi lanzichenecchi. Oggi le adiacenze di San Pietro sono divenute un centro privilegiato per i malavitosi di vari gruppi rom che gestiscono il racket delle elemosine ed i borseggi, con buona pace delle anime belle pronte a stracciarsi le vesti al grido «… tu non capisci: è una cultura, razzista!». Può essere che io sia retrò e che sbagliando pensi che il furto, il borseggio e lo stesso accattonaggio, non siano affatto «cultura» bensì reato. Infatti mi risulta che la Legge persegua le forme di «accattonaggio molesto», lo specifica il nostro Legislatore:

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«La nuova disposizione penale, dopo la abrogazione dell’articolo 670 del codice penale sulla “Mendicità” ai sensi dell’art. 13, del Decreto legislativo del 13 luglio 1994, n. 480, ha disposto che si proceda a punire, salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque eserciti l’accattonaggio con modalità vessatorie o simulando deformità o malattie o attraverso il ricorso a mezzi fraudolenti per destare l’altrui pietà. Il trattamento sanzionatorio previsto prevede l’arresto da tre a sei mesi a cui si accompagna la previsione di un’ammenda da euro 3.000 a euro 6.000. In aggiunta, potrà essere sempre disposto il sequestro delle cose che sono servite o sono state destinate a commettere l’illecito o che ne costituiscono il provento».

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Piazza San Pietro, colonnato del Bernini: “Fratello nordafricano” orina sotto il colonnato. Ma nessuno si chiede che cosa gli sarebbe accaduto se avesse orinato alla Mecca sul muro della Kaaba … [per aprire il video cliccare sopra l’immagine]

Che la stessa Piazza San Pietro sia invasa da venditori di chincaglierie fin sotto le scale della pontificia arcibasilica, che il tratto di mura che conducono all’ingresso dei musei vaticani è tutto un pullulare di bagarini e di guide abusive prive di licenza che offrono visite guidate, non è una bella scena da vedersi, come non lo è quella delle ragazze, o anche delle donne non più tanto ragazze, che allo scoppio del primo caldo hanno incominciato a transitare mezze nude in quegli spazi ai quali sarebbe dovuto sacrale rispetto. Insomma: i dintorni di San Pietro sono stati mutati, nel corso degli ultimi sei anni, nella casba di Algeri degli anni Cinquanta del Novecento. Forse affinché qualcuno possa sentirsi a casa propria e possa beneficiare nelle immediate adiacenze di una villa de las miseria, la quale però, beninteso, è tutta quanta eretta sul territorio della Repubblica Italiana, perché nei giardini vaticani non ci sono campi Rom, né senegalesi che nella piazza del Palazzo del Governatorato hanno disposto a terra tappetini con merci contraffatte; e neppure ci sono Rom che nel piazzale di San Damaso chiedono l’elemosina agli officiale della Segreteria di Stato che entrano e che escono.

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Ricorrendo a uno dei miei esempi concreti vi descriverò a quali livelli di degrado siamo, grazie in modo particolare a una specie protetta, ossia a quegli zingari, per i quali sono state derubricate le figure di reato per essere sostituite con quelle della «cultura etnica».

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Non molto tempo fa esco dal Vaticano per Porta Angelica e mi immetto nella omonima via per recarmi oltre la Piazza San Pietro in Borgo Santo Spirito. A pochi metri dall’uscita del Vaticano una zingara, più brutta di una strega e con uno sguardo che stillava davvero cattiveria, più che chiedermi l’elemosina tenta di estorcermi dei soldi in modo molto insistente. In tono scherzoso la allontano dicendole: «Vai a farti dare i soldi da quelli del Clan dei Casamonica». E tiro di lungo. Alle mie spalle la zingara mi strilla: «Frocio pedofilo, frocio pedofilo!». Mi volto molto arrabbiato, faccio due passi verso di lei e digrignando i denti le dico: «Che cosa hai detto?». E lei, in tono di beffarda sfida: «Dai, dai … alza le mani: provaci! Qui intorno è pieno di telecamere: frocio pedofilo!». Volle la grazia di Dio che quel giorno c’era assieme a me Jorge Facio Lince, il presidente delle nostre Edizioni L’Isola di Patmos. Se non era per lui che mi ha tirato via sarebbe accaduto che la zingara, con tutta quanta la sua «cultura etnica», quindi con buona pace di tutte le “anime belle” di cui invero non può interessarmi di meno, finiva azzoppata con un calcio dato di rovescio, incurante da parte mia sia delle telecamere sia dei due soldati che si trovavano ad una trentina di metri di distanza sotto il muro del Passetto ad osservare tutta la scena.

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Non rivolgo quesiti alle “anime belle”, perché sarebbe come dire ad un agonizzante che sta per morire: “Non preoccuparti, ce la farai, tra poco ti riprenderai e tra una settimana sarai a fare le escursioni in alta montagna ed a lanciarti da duemila metri col parapendio”. Il quesito lo rivolgo invece ai romani: scene come quelle dipinte, dagli escrementi umani alla sporcizia in Via della Conciliazione, fino alle “sorelle zingare” che insultano i preti all’uscita dal Vaticano, sei o sette anni fa, sarebbero state delle cose pensabili, prima che giungesse qualcuno dall’altra parte del mondo per fare cose dell’altro mondo? E se qualcuno, sei o sette anni fa, avesse ipotizzato cose del genere in un vicino futuro, quanti sarebbero stati i romani che ci avrebbero creduto? Infatti i romani, detta molto commercialmente, possono anche non andare alla Santa Messa per Natale e per Pasqua, possono pure non conoscere l’Ave Maria e il Padre Nostro, ma i loro preti non oserebbero mai insultarli, perché sanno perfettamente che se da Roma togli i preti e tutto ciò che ai preti è legato, sarebbero tolti alla Città milioni di turisti e un’intera economia finirebbe più che dimezzata. E i romani, che sono un popolo veramente straordinario e aperto, perché su di loro rimane l’impronta storica della Caput Mundi, che è la negazione di qualsiasi forma di provincialismo, hanno un’intelligenza raffinata e antica di ventisette secoli, mentre invece i Rom no, né perdono occasione per dimostrare di non averla proprio, questa intelligenza. E se qualcuno reca per primo avanti a tutti disagi e problemi al mercato del turismo, è proprio la specie super-protetta dei Rom, con tutta quanta la bella «cultura» di accattonaggio e di borseggio testé descritta, sempre con buona pace delle sinistre “anime belle”.

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“Fratello barbone” si rinfresca in pieno giorno sotto il colonnato del Bernini in Piazza San Pietro [per aprire il servizio cliccare sopra l’immagine]

Chiunque avesse dubbi a tal proposito, vada all’Agenzia delle Entrate e verifichi quanto lo Stato riscuote da queste persone in tasse e tributi vari. Anche in questo caso ricorriamo a un esempio legato a un membro della “cultura nomade”: «Un residente nel campo nomade di Castel Romano è risultato intestatario di 166 automobili e dedito da anni al commercio delle stesse con i pregiudicati» [cf. vedere QUI]. Pronto il coro delle “anime belle”: «Avrebbe potuto essere anche un italiano!». Certo, però in tal caso, all’italiano, si conferisce immediatamente il meritato titolo di “delinquente” e di “truffatore”, non quello di appartenente a una «cultura», ecco in che cosa consiste la grande differenza: l’italiano dedito a furti, truffe, ricettazioni e via dicendo, è giustamente e meritoriamente definito delinquente; il Rom o il nomade dedito a furti, truffe, ricettazioni e via dicendo, appartiene invece a una «cultura».

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Soggiornando in varie località della Germania nel corso del 2010, ricordo sempre con stupore il giorno in cui una ragazza, vedendomi seduto al tavolo di una caffetteria con un mio confratello australiano, intenti a fumarci una sigaretta dopo la colazione, si avvicinò e mi chiese se avevo una sigaretta dicendomi: «kannst du mir eine Zigarette verkaufen?» [può vendermi una sigaretta?]. Le sorrisi offrendole il pacchetto e rispondendo: «Bitte, kann auch zwei oder drei Zigaretten nehmen» [prego può prendere anche due o tre sigarette]. Lei prese una sigaretta, mi appoggiò venti centesimi di euro sul tavolo, ringraziò e se ne andò. Inutile a dirsi: sul momento non compresi e reputai la cosa stravagante. Però compresi il tutto poco dopo: la richiesta avrebbe potuto rientrare nella fattispecie del reato di accattonaggio, proibito dal Codice Penale tedesco anche con l’arresto. Per questo, la ragazza fece uso del verbo «verkaufen», che significa «vendere». Successivamente, narrando l’episodio a un mio confratello tedesco della Diocesi di Passau che mi aveva invitato a visitarlo durante il mio soggiorno, dissi in tono scherzoso: «… speriamo che io non sia perseguito dal vostro fisco, perché a questa ragazza non ho rilasciata la ricevuta fiscale per venti centesimi di euro. Sai, da voi tedeschi c’è da aspettarsi di tutto!».

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Chi ha mai visto in Germania, Paese membro nonché fondatore dell’Unione Europea: accattoni, questuanti fuori dalle chiese, lavavetri ai semafori, venditori abusivi di merci contraffatte per le pubbliche strade … Ma soprattutto: chi ha mai visto barboni dormire davanti alla cattedrale metropolitana di Monaco della Baviera, defecare agli angoli, urinare sopra i muri o farsi il bidet alle pubbliche fontanelle? Se quella zingara, o come qualsivoglia Rom, è una cultura, dovrebbe esserlo non solo in Italia ma anche in Germania, Paese membro dell’Unione Europea, o no? O per caso forse, i tedeschi, sono a tal punto barbari da non riconoscere le grandi ricchezze culturali di quanti vivono principalmente di accattonaggio, furti, borseggi, ricettazione e via dicendo a seguire? Se infatti domandiamo alla Polizia di Stato italiana, ai Carabinieri e alla Guardia di Finanza, quali e quanti refurtive hanno puntualmente trovato nei campi Rom, dalle auto di grossa cilindrata sino alle opere d’arte per passare attraverso oro e preziosi provenienti da furti in appartamenti, scopriremo che questa cultura è veramente molto ingegnosa e operosa. Come mai invece: austriaci, tedeschi e Paesi del nord, che sono tutti quanti membri dell’Unione Europea, questa cultura non la favoriscono come facciamo noi col nostro sinistro esercito di “anime belle”? Forse perché risentono del loro spirito barbarico e non sono sensibili alla cultura come noi italiani?

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Dalle zone limitrofe al Vaticano spostiamoci in un altro angolo della Capitale dove si trova un monumento di rara bellezza e preziosità: la Ara Pacis, dove pochi giorni fa un gruppo di ragazzi romani si sono messi a saltare sui muri con gli skateboard [vedere QUI]. Ecco, proviamo a immaginare una scena del genere nella piazza dell’ex palazzo reale di Vienna, accanto alla piramide di cristallo del museo del Louvre, sui muri di un monumento di Stoccarda, o anche e solo su quelli marmorei moderni, lindi e puliti, di qualche grande banca nel centro della Capitale del Granducato di Lussemburgo. O forse qualcuno riesce a immaginare un “fratello barbone” o un “fratello nordafricano” che defeca e che orina all’angolo di un palazzo di marmo e cristalli di una banca lussemburghese? Sono quesiti, questi, rivolti unicamente agli uomini di buona volontà, non certo alle “anime belle”, capaci senza pena di ridicolo a rispondere che l’orina sui marmi del colonnato del Bernini che circondano la Piazza San Pietro, favorisce la loro migliore conservazione perché è un acido sbiancante naturale privo di sostanze chimiche artificiali e inquinanti.

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“Fratello immigrato nordafricano” si fa il bidet a una fontanella di Roma mentre passano gruppi di adolescenti [per aprire il video cliccare sopra l’immagine]

Da un punto di vista sociale per molti, il degrado di Roma, è un problema di carattere politico, legato in particolare a vari partiti giunti alla maggioranza nel corso delle ultime elezioni amministrative, politiche ed europee. In questa gran tazza di latte inzuppano biscotti a non finire riviste telematiche e blog cattolici per i quali, l’essere cattolici, pare solo un pretesto per fare pura politica con lo spirito dei democristiani nostalgici redivivi. Noi de L’Isola di Patmos non facciamo politica, non è nostra pertinenza e competenza, perché a quello ci pensa la Conferenza Episcopale Italiana. Noi, come sacerdoti e pastori in cura d’anime, seguiamo la linea di sempre: l’accoglienza di ogni uomo in quanto tale. O come giorni fa dissi rispondendo a un commentatore, torno di nuovo a ribadire tra queste righe: durante il periodo del regime fascista, come prete avrei cercato di proteggere, all’occorrenza nascondere e salvare i comunisti ricercati dai fascisti; dopo il 1943, caduto il fascismo, avrei cercato di proteggere, all’occorrenza nascondere e salvare i fascisti dalle ire dei partigiani comunisti, che non contenti spesso di fucilarli nelle piazze, facevano anche vilipendio dei loro cadaveri. Questa è la mia missione di prete e di pastore in cura d’anime, spiegavo a quel Lettore. Aggiungo: sempre con buona pace della Conferenza Episcopale Italiana che forse, alla prova dei fatti dalla stessa data durante le ultime elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo, ha dimenticata la missione propria, esattamente quella che a me, come prete, è da sempre molto chiara [vedere precedenti articoli QUI, QUI].

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Il passaggio fondamentale che sfugge agli italiani è che quella nazionale è una comunità. Tutti i consociati formano infatti quella entità nazionale, storica, culturale e politica che si chiama Repubblica Italiana. Per formare una qualsiasi società o comunità nazionale, si richiede uno spirito perlomeno minimo di responsabilità da parte di tutti i consociati.

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Di battute più o meno ironiche su francesi, tedeschi e inglesi, per quanto mi riguarda non sono stato mai avaro. Anzi, talvolta ho anche molto calcato la mano nel fare ironia. C’è però una cosa, o se preferiamo una virtù, una oggettiva grandezza che mai potrò negare a queste popolazioni: avere il senso dello Stato e la percezione di quella che gli antichi giuristi romani chiamavano la res publica — la cosa pubblica — da cui deriva il termine di Repubblica. Sicuramente seguiterò a fare critiche e anche ironie, mai però negherò che costoro siano dei grandi popoli animati da profondo senso civico e da grande spirito di identità nazionale, di grande dignità individuale e collettiva.

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Ricorriamo di nuovo a un esempio: in Germania e in Inghilterra in modo del tutto particolare, per debiti si va in carcere a scontare una pena proporzionata al debito contratto e non pagato. In Italia, il non-pagatore professionista, non solo in galera non ci va’, perché, a meno che non vi sia una truffa o una bancarotta fraudolenta, quello che a vario titolo ti deve dei soldi, con vari artifici studiati a “norma di legge” può avere anche la villa con piscina e passarti davanti con l’ultimo modello della Porsche, perché in ogni caso lui risulta nullatenente e tutti i beni di cui beneficia non sono suoi ma di proprietà d’altre persone; e non sempre è facile individuare che si tratti di prestanome, perché chiunque può liberamente decidere di mettere a disposizione una villa di sua proprietà a un amico caduto in disgrazia e prestargli per i suoi usi personali una Porsche o un motoscafo, nessuna legge lo vieta né può vietarlo.

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L’azienda fallisce ed è costituita una nuova azienda di cui l’imprenditore fallito risulta presidente o amministratore? Vallo a dimostrare che l’azienda è fallita a tasche piene e che sotto altra denominazione è stata ricostituita da un nuovo imprenditore che è solo il prestanome del precedente. Questi può infatti rispondere e dimostrare di avere rilevato l’azienda in fallimento e di avere deciso di avvalersi, come amministratore del precedente proprietario, che al di là del suo fallimento è però persona di grande esperienza e capacità di gestione.

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Arrivo a San Pietro per la fermata alla stazione Cipro [per aprire il servizio cliccare sopra l’immagine]

Quello Italiano è un popolo di fondo immorale, formato da persone tendenzialmente egoiste e dotate di scarso senso civico; il tutto fatta eccezione per piccoli nuclei o paesi molto legati alle proprie tradizioni, ai loro territori ed alle ricchezze naturali del luogo. Scendendo poi da Roma in giù, questo spirito egoista caratterizzato da mancanza di senso civico, risulterà ancòra più accentuato e lo spirito anarcoide spesso elevato alla massima potenza.

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A un amabile napoletano teatrante, di quelli che si pongono anzitutto come vittime dell’intero universo cosmico, mentre tra un lamento e l’altro sui disservizi e gli abusi della antica Città intervallava la giaculatoria «perché qui manca lo Stato!», a un certo punto dissi: «Vedi quelle due strade all’inizio delle quali sono esposti due cartelli stradali, belli e visibili, che indicano il divieto di accesso? Bene: mi spieghi come mai persone in due o tre sugli scooters, senza casco in testa e rigorosamente contromano, ci entrano dentro? Perché, qualora non ti fosse chiaro, quei due cartelli di divieto di accesso, sono lo Stato che, come puoi ben vedere, è presente e visibile». Mentre lui non sapeva che cosa rispondere io proseguii dicendo: «Evidentemente, con queste persone che lamentano come te la mancanza di uno Stato astratto e non meglio precisato, assieme ai cartelli bisognerebbe piazzare sotto ciascuno di essi due poliziotti formato gorilla con delle mazze di ferro in mano, ed il primo che si dovesse azzardare a varcare il divieto di accesso, tramortirlo a mazzate». Questo amico, molto sagace e intelligente, mi sorrise e mi rispose: «… praticamente quello che avveniva sotto il Regno dei Borboni, quando questa città era una grande, ricca ed elegante capitale d’Europa; un autentico gioiello frequentato dall’aristocrazia internazionale e dalla più ricca e alta borghesia». Detto questo conclude ammettendo: «Quando poi si è sostituita alla mazza ferrata un civile cartello di divieto d’accesso che implica il senso civico e la responsabilità delle persone, ecco accadere ciò che tu stai vedendo». Quindi, un napoletano da generazioni e generazioni, di antica e nobile famiglia partenopea, concluse dandomi ragione.

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Nelle metropolitane tedesche, perché non ci sono le sbarre che si aprono con l’inserimento del biglietto? Semplice: avete idea di che cosa vorrebbe dire, a livello di profonda vergogna sociale, per un tedesco, essere sorpreso a bordo di una metropolitana senza biglietto durante un controllo? E risulta per caso a qualcuno che in Germania, bande di nigeriani violenti, abbiano tramortito di botte i controllori dei treni ed i conducenti dei pullman come ripetutamente accaduto in Italia? È forse necessario spiegare che cosa accadrebbe, in Germania, ad aggredire un controllore di bordo, l’autista di un pullman o peggio ancora: i poliziotti? Aggredire un poliziotto, in Germania, comporta anni e anni di galera; se poi l’aggressore è uno straniero, la pena è anche aumentata. Altro che la buona donna magistrato di Sinistra Democratica che rimette in libertà seduta stante gli aggressori dei poliziotti o dei carabinieri, mentre i membri delle forze dell’ordine sono ricoverati feriti in ospedale! [vedere precedente articolo, QUI].

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Pochi giorni fa, a Reggio nell’Emilia, un “fratello extracomunitario”, prima ha palpeggiato il seno a una donna-poliziotto, poi, non contento, in segno di sfregio e sfida si è messo a masturbarsi. Arrestato dai colleghi della donna-poliziotto, poco dopo è stato rimesso in libertà dal giudice che non ha convalidato l’arresto motivando che «si trattava di un fatto di lieve entità» (!?) [vedere servizi: QUI, QUI]. Questa volta, per quanto inutilmente e senza speranza alcuna di indurli alla ragione, una domanda alle “anime belle” la faccio: provate a immaginare che una scena del genere, anziché a Reggio nell’Emilia, si fosse svolta a Berlino, a Parigi, a Londra, a Vienna. Sapete, o pie “anime belle”, quali sarebbero state le conseguenze? Chiunque conosca i Codici Penali di quei Paesi e il modo in cui le leggi penali sono applicate, vi può confermare che la pena alla carcerazione avrebbe oscillato da quattro a sei anni di reclusione, data l’aggravante costituita dall’oltraggio a un membro delle forze dell’ordine che non rappresenta certo se stesso, nell’esercizio delle proprie funzioni, ma rappresenta lo Stato. In Italia invece, palpeggiare il seno allo Stato e poi masturbarsi dinanzi a lui in segno di spregio, per i nostri magistrati «è un fatto di lieve entità» che non richiede la convalida dell’arresto effettuato dai colleghi della donna-poliziotto, oltraggiata come donna e come pubblico ufficiale delle forze di polizia della Repubblica Italiana, le quali si chiamano, tra l’altro e non certo a caso: Polizia di Stato.

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Il Messaggero, quotidiano romano, non è di proprietà della Congregazione delle Suore Missionarie della Carità di Santa Teresa di Calcutta, ma della famiglia Caltagirone, la quale ha svolto anch’essa nella Capitale una grande opera missionaria, costruendo per esempio quartieri interi, ottenendo licenze, concessioni, favori dovuti e a volte anche non dovuti da quegli stessi politici e amministratori seduti sulle stesse poltrone sopra le quali siedono oggi coloro ai quali il suo giornale dà addosso. E se io devo essere proprio sincero, alla purezza politica della famiglia Caltagirone ci credo nella stessa misura in cui posso credere alla verginità della pornostar Eva Henger.

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le baby nomadi istruite e mandate dai genitori a scippare i turisti a Roma: non è un reato, come potrebbero pensare gli “sporchi razzisti”, è una cultura … [cliccare sull’immagine per aprire il video]

La Sindaco di Roma Virginia Raggi, capace o incapace che sia, non è giunta nel Palazzo del Campidoglio sfondando le porte e occupando l’ufficio di Primo Cittadino: è stata votata da una larga maggioranza. E siccome gli italiani sono notoriamente intelligenti e giammai degli emotivi, bensì gente che soppesa con molta cura le cose, soprattutto sempre nel pubblico interesse della nazione e del suo popolo, hanno deciso di dare credito e fiducia a un comico, certo Beppe Grillo, che si è messo a giocare pericolosamente con la politica. E, per giocare in modo particolarmente pericoloso, egli ha fatto leva sugli umori, i malumori e le frustrazioni degli italiani, in questo caso dei romani. Ebbene, io non so, sinceramente, quali siano le responsabilità della Sindaco Virginia Raggi, però so una cosa: un comico che si è messo a giocare con gli umori della piazza, l’ha presentata attraverso il proprio Movimento come candidata, ed i romani, andando liberamente alle urne, per loro scelta e senza alcuna costrizione l’hanno votata.

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La politica non si fa con la emotività, neppure con l’ignoranza. E se qualcuno vuole tastare il livello di ignoranza che ormai da tempo ha sfondato le colonnine di mercurio, basti andare in un bar e ascoltare i discorsi della gente, perché scopriremo che a parlare di politica, con una sicumera indicibile ed una ignoranza fuori del normale, suggerendo soluzioni che nella migliore delle ipotesi non stanno né in cielo né in terra, sono persone che non sanno neppure come si articola a linee generali la Costituzione della Repubblica Italiana. Proprio così: con le mie orecchie ho udito persone, profondamente convinte di ciò che dicevano, affermare che per risolvere i problemi del nostro Paese andavano — udite, udite! — abolite le due camere e sostituite con un parlamento formato da una trentina di persone scelte attraverso sondaggi di gradimento popolare fatti via internet (!?). E non aggiungo molte altre numerose bestialità udite da altrettante numerose persone titolari di un regolare certificato elettorale.

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Affermare che bisogna togliere lo stipendio ai parlamentari, o affermare che se costoro vogliono fare i parlamentari devono andare a lavorare, denota anzitutto un’ignoranza davvero inaudita. Per non dire che sarebbe come affermare: se il primario del reparto di cardiochirurgia vuol fare il chirurgo, deve andare a lavorare, perché il medico è una missione ed i medici devono lavorare gratis (!?). E sorvoliamo del tutto sull’invidia sociale, altra grande piaga tipica del nostro Paese. Non solo, i parlamentari, debbono avere uno stipendio, ma devono anche avere uno stipendio elevato che possa consentire loro di esercitare con decoro e dignità il loro mandato di nostri rappresentanti. O qualcuno brama forse vedere per davvero i più alti rappresentanti istituzionali del nostro Paese andarsene in giro a rappresentarci con le pezze al culo? Gli ignoranti abissali che fanno simili affermazioni, forse non sanno che quando l’Italia era un regno più o meno liberal-democratico, al Senato e alla Camera dei Deputati, potevano giungere solamente i membri delle più ricche e altolocate famiglie italiane, perché a senatori e deputati non erano neppure rimborsate le spese di viaggio. Potevano dunque assurgere a certe cariche politiche solo coloro che provenivano, neppure dal ceto medio, ma solo dal ceto dell’alta borghesia. Ebbene: tutto questo, quale genere di rappresentanza democratica poteva dare? Ne sanno qualche cosa i contadini di fine Ottocento inizi Novecento: potevano forse, i grandi latifondisti che sedevano negli scranni di questo genere di Parlamento, varare delle leggi a favore dei braccianti a scapito dei propri interessi personali? Ecco perché fu riconosciuto a un certo punto un congruo stipendio ai parlamentari, affinché tutti potessero essere eletti a certe cariche, nell’interesse di tutte le classi sociali.

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Nella storia del nostro come in quella di altri Paesi, a un certo punto si è deciso che il diritto di voto doveva essere dato e riconosciuto a tutti, indistintamente. In precedenza, nei Paesi liberal-democratici, questo diritto era riconosciuto a quanti erano dotati dei requisiti minimi richiesti per poterlo esercitare; dare infatti il diritto di voto a persone non in grado di esercitarlo, equivale a dare una pistola carica in mano ad un bambino. Quindi, in tempi affatto remoti, nei Paesi liberal-democratici non potevano esercitare il diritto di voto gli analfabeti e le persone affette da profonda ignoranza. Siccome però, il diritto di voto, non poteva essere prerogativa della cosiddetta élite, al momento che è stato esteso anche agli analfabeti e alle persone affette da profonda ignoranza, quando queste hanno raggiunto certi numeri di maggioranza, hanno mandato nei parlamenti dei politici relativamente raccomandabili: dagli imbonitori popolari ai giovani senza arte né parte selezionati da un comico tramite una società di marketing di Milano.

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le baby nomadi istruite e mandate dai genitori a scippare i turisti a Roma: non è un reato, come potrebbero pensare gli “sporchi razzisti”, è una cultura … [cliccare sull’immagine per aprire il video]

Merita ricordare che negli anni Ottanta del Novecento, l’immancabile Partito Radicale in vena di provocazioni, candidò per le elezioni alla Camera dei Deputati la pornostar Ilona Staller, in arte Cicciolina. La cosa fu talmente eclatante che ci facemmo ridere dietro persino da quei Paesi dell’America Latina dove in quegli anni c’era un colpo di stato ogni cinque o sei mesi; perché neppure loro avrebbero mai fatta una cosa del genere. Infatti, fare un colpo di stato dietro l’altro, può avere anche una sua dignità, ma far eleggere un soggetto del genere alla Camera dei Deputati di un antico Paese come l’Italia, denotò il nostro spirito ridicolo e la nostra propensione di offrirci come barzellette dinanzi al mondo. Ebbene, furono forse Marco Pannella e Emma Bonino a imporre al Parlamento questa pornostar? No, loro la presentarono, ma poi, chi corse a votarla, pensando che le votazioni fossero una via di mezzo tra una provocazione e uno scherzo, furono gli analfabeti italiani affetti da profonda ignoranza e privi del senso della dignità del proprio Paese. Se questi elettori in bilico tra incoscienza e demenza, avessero letto, in quegli anni, quel che scrivevano e commentavano gli organi della stampa internazionale, ed in particolare quelli francesi, tedeschi e britannici, forse si sarebbero resi conto, perlomeno anche in modo vago, a che cosa avevano esposto la dignità del proprio Paese. Scrisse in quei tempi un editorialista del Times di Londra: «Italy elects a porn star to the parliament of a brothel» [L’Italia elegge una pornostar al parlamento di un bordello].

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Con Beppe Grillo è accaduta la stessa cosa: un alto tasso di analfabeti affetti da profonda ignoranza, hanno votato per protesta i candidati presentati da un comico che si è messo a offrire per il nostro Paese soluzioni politiche e ricette magiche, molte delle quali non stanno né in cielo né in terra. Detto questo ritengo doveroso precisare che Il Messaggero non può scrivere che la Sindaco Virginia Raggi ha fallito, perché chi ha veramente fallito, sono coloro che si sono messi a votare un Movimento di ragazzotti che prendevano ordini da un comico e da una società di marketing di Milano diretta da Casaleggio&Associati.

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Il culmine della immoralità del nostro Popolo sta nel fatto che prima, gli italiani, creano situazione ingestibili e insostenibili, poi, atteggiandosi ad anime candide, ma soprattutto a vittime prive di qualsiasi genere di colpa e di responsabilità — perché colpe e responsabilità sono sempre e di rigore solo degli altri — pretendono di prendersela con coloro che loro stessi hanno eletto. Pertanto: quali colpe può avere la Sindaco di Roma? Forse una sola: non avere fatto i conti con i propri limiti ed avere pensato di poter gestire la Città più complessa e più delicata d’Italia grazie al carrozzone del Grillo comicante sopra al quale strillavano, nella migliore delle ipotesi, giovani totalmente privi di qualsiasi genere di esperienza lavorativa, professionale, giuridica e politica; e sorvoliamo, per carità e per pudore, sul loro livello culturale, sorvoliamo. Resta però il fatto che in ogni caso, la colpa, rimane di chi ha deciso di dare fiducia a un comico ed al suo circo equestre fatto di persone che, lungi dall’essere capaci a stare in equilibrio a dieci metri di altezza sopra una corda, hanno mostrato di non saper camminare in equilibrio neppure sulla striscia continua disegnata sull’asfalto di una strada.

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Il tutto posso illustrarlo con un altro esempio: se io fossi stato convocato dalle competenti Autorità Ecclesiastiche e queste mi avessero proposto la nomina ad Arcivescovo metropolita delle grandi arcidiocesi di Milano o di Palermo — ma volendo anche alle diocesi di Siena o di Lucca —, io mi sarei categoricamente rifiutato. Non solo perché conosco i miei limiti, ma perché ritengo che certe sedi particolarmente complesse e delicate, come ad esempio Milano e Palermo, richiedano come vescovo una persona in età al di sopra dei sessant’anni, ma soprattutto un vescovo che abbia già maturato un decennio di esperienza pastorale in una piccola o media diocesi, nella quale possa aver dato ottima prova delle sue capacità pastorali di governo. Tutte valutazioni che non ha fatto invece un mio coetaneo, oggi Arcivescovo metropolita di Palermo, che di prima nomina ha accettata una sede così complessa e difficile, con tutto ciò che poi ne è conseguito e che ne sta conseguendo. In pratica una Virginia Raggi in versione Arcivescovo metropolita. In questo secondo caso la colpa non è però degli elettori, ma delle Autorità Ecclesiastiche, che molto più degli elettori analfabeti e ignoranti che vanno a dar voti di protesta, non è mai responsabile di niente.

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Roma: «Quando la signora Maria Assunta Devoti, 63 anni, è arrivata al pronto soccorso dell’Umberto I era una maschera di sangue. Chi l’ha ridotta così? Una bambina rom. Di appena 9 anni. Una delle tante che fanno il bello e il cattivo tempo nella metropolitana della Capitale pronte a rubare portafogli e cellulari ai passeggeri, ad aggredire chi si ribella o chi interviene». Ovviamente, i soliti “razzisti”, affermeranno che istigare i minori al furto è un grave reato, mentre invece non è così: è una cultura … [per aprire il servizio cliccare sull’immagine]

Ecco, dov’è la radice del problema: la insita e connaturata immoralità del nostro Popolo, che non agisce usando la testa, ma usando l’egoismo e gli umori; e dopo che l’egoismo e gli umori tradotti in voto hanno dato i loro risultati, gli immorali italiani se la prendono con tutto e con tutti, perché a loro dire hanno sbagliato gli altri, non hanno certo sbagliato loro giocando al suicidio di massa dentro le urne elettorali.

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Anche alla politica possiamo applicare l’esortazione che il Beato Apostolo Paolo rivolge al discepolo Timoteo:

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«Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù che verrà a giudicare i vivi e i morti, per la sua manifestazione e il suo regno: annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina. Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole. Tu però vigila attentamente, sappi sopportare le sofferenze, compi la tua opera di annunziatore del vangelo, adempi il tuo ministero» [II Tm 4, 1-5].

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Gli italiani hanno deciso di volgersi alle favole dei cantastorie, in modo egoista e anche molto stupido. Non è quindi colpa dei cantastorie, è solo colpa degli italiani e della loro connaturata immoralità.

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Roma, 25 giugno 2019

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Alcune immagini titolate: «Un Paese civile?», dedicate alle “anime belle” che proteggono la … «cultura»

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Queste foto sono state scattate a Roma. Si tratta di anziani che devono vivere con piccole pensioni e che cercano qualche cosa da poter utilizzare per la cucina tra gli scarti del mercato della frutta. Non portano i nipoti di dieci e dodici anni a borseggiare i turisti nelle piazze e nelle metropolitane della Capitale, perché purtroppo non hanno questa «cultura» 

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Anche questo filmato è dedicato alle “anime belle”: il cibo gettato via nei centri di accoglienza per migranti della Caritas

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i nostri anziani poveri che fanno la spesa tra gli scarti:

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Un popolo che tratta a questo modo i propri anziani e che dopo una vita di lavoro li costringe a cercare qualche cosa di recuperabile tra gli scarti alimentari, ed al tempo stesso soprassiede però sui borseggi dei baby-rom mandati a rubare già a 10 anni dai genitori, mentre nei centri di accoglienza per immigrati si gettano cibi, non merita di essere chiamato popolo, ma soprattutto costituisce, come popolo fallito e collassato su tutte le sue ideologie buoniste, immigrazioniste e integrazioniste, la negazione di tutti i principi fondanti della Cristianità. 

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Il Sommo Pontefice ci ha più volte ricordato che «anche gli italiani, sono stati un popolo di immigrati», ed è vero, ma con questa “piccola” differenza :

questi sono gli immigrati italiani accolti nelle miniere del Belgio …

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… questi sono gli immigrati africani accolti in Italia, i quali, come si può vedere dal loro fisico totalmente distrutto e deperito, provengono tutti da situazioni di fame, guerre e persecuzioni …

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anche i nostri immigrati italiani nelle miniere del Belgio, salutavano così le Forze dell’Ordine durante i controlli, vero?

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È vero che quando si nasce leoni non si può diventare antilopi, ma dinanzi alla tragedia dell’impotenza e della inutilità, bisogna riflettere che c’è un tempo … c’è un tempo … c’è un tempo …

— attualità ecclesiale —

È VERO CHE QUANDO SI NASCE LEONI NON SI PUÒ DIVENTARE ANTILOPI, MA DINANZI ALLA TRAGEDIA DELL’IMPOTENZA E DELLA INUTILITÀ, BISOGNA RIFLETTERE CHE C’E UN TEMPO … C’E UN TEMPO … C’E UN TEMPO …

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Una frase che spesso sentiamo ripetere all’interno di certe frange di Chiesa è questa: «Indietro non si torna!». Frase che suona: in parte come uno di quei motti trionfalistici scanditi in quelle che furono le vecchie piazze per le parate militari della ex Unione Sovietica, in parte come una minaccia verso chi osa essere perplesso o dubbioso verso «il nuovo corso». Ebbene, a prescindere dalle intenzioni di fondo, una cosa resta certa: è vero che «indietro non si torna», perché l’uomo, dopo avere tentato Dio ed essersi infine sostituito a Dio, si è lanciato dal portello dell’aereo senza paracadute. Ecco perché questa espressione, anche se mossa spesso dalle peggiori ideologie clericali, è del tutto giusta e pertinente: «indietro non si torna».

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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… soglia del non ritorno

Tuona il Profeta Geremia in uno dei suoi passi: «Maledetto l’uomo che confida nell’uomo» [Ger 17,5], per seguitare poco più avanti «Benedetto l’uomo che confida nel Signore e il Signore è sua fiducia» [Ger 17,7]. Se la seconda di queste frasi è di facile comprensione, la prima, può richiedere spiegazioni. Molti, sono coloro che la intendono come se fosse riferita a un uomo che confida in un altro uomo. Più complesso e profondo è invece il senso, perché il Profeta non si riferisce all’uomo fisico inteso come un altro soggetto, ma a ciò che in ebraico è racchiuso nel termine אדם, da cui deriva il nome Adamo, quindi a ciò che in greco è racchiuso nel termine ἀνθρωπος [anthrōpos] tradotto in latino con il termine homo. Questi termini sono usati in ambito filosofico e teologico per indicare l’uomo in generale, l’umanità e la condizione umana.   

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Il termine biblico ebraico אָרוּר [harur], il cui significato è perlopiù “dannato”, è tradotto in latino maledicĕre, composto dalle parole male e dicĕre, che alla lettera significa «dir male». Sempre in linguaggio filosofico e teologico, con l’espressione «maledetto» non si rappresenta il lancio di una maledizione sull’uomo colpevole di misfatti, bensì il rifiuto della grazia; che all’uomo non è stata tolta, ma della quale egli si è liberamente privato. Con il termine “maledetto” si vuole quindi indicare l’uomo disgraziato nel senso etimologico del termine: colui che ha perduta la grazia altrui, in questo specifico caso la grazia di Dio.

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L’uomo che confida nell’uomo è “maledetto”, o se preferiamo disgraziato, nella misura in cui ha rifiutato le azioni della grazia soprannaturale per fare unico affidamento sulle sole forze e risorse umane. Non solo perché sicuro di poter fare a meno di Dio, ma perché incurante della sua sussistenza e presenza. L’uomo che confida solo nell’uomo, è privo di qualsiasi prospettiva soprannaturale, è figlio del finito proiettato in ciò che è destinato a dissolversi, senza tendere a trascendere verso l’eterno infinito.

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Il confidare nell’uomo è un’insidia terribile che assale e consuma anche il cosiddetto “animale religioso”, senza che questi si renda conto di avere trasformato il mistero di Dio in un pretesto per meglio confidare solo in sé stesso e per imporre poi sé stesso. Questa è l’essenza di quello che solitamente indico come la forma di ateismo in assoluto peggiore: l’ateismo religioso.

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Numerosi sono i miei scritti, oltre alle diverse video-lezioni, per seguire con vari dibatti televisivi nel corso dei quali ho espresso e ribadito che oggi, a livello ecclesiale ed ecclesiastico, stiamo vivendo una crisi senza precedenti storici. Ho anche provato a cercare un precedente nell’intera storia della Chiesa, pur senza riuscirvi. Non ho trovato nulla di simile, solo qualche cosa di vagamente equiparabile per processo analogico: la grande crisi generata nel IV secolo dall’eresia ariana e la caduta dell’Impero Romano alla fine del V secolo.

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Nel corso degli ultimi anni ho più volte spiegato che la decadenza diventa irreversibile quando si supera la cosiddetta “soglia di non ritorno”, rendendo con ciò l’idea mediante l’immagine del paracadute. Mi spiego: poniamo che un paracadutista pronto per il lancio sull’aereo a tremila metri di altezza decida, per ragioni inspiegabili, di gettarsi nel vuoto senza paracadute. È presto detto: finché sarà dinanzi al portello aperto sul vuoto, potrà esercitare la propria volontà di decisione e indietreggiare, indossare il paracadute e poi lanciarsi. Se però si lanciasse senza paracadute, in tal caso non potrà mai, attraverso alcun esercizio di volontà, arrestarsi mentre precipita nel vuoto, risalire sull’aereo, indossare il paracadute e lanciarsi di nuovo con l’adeguato equipaggiamento. E con questo è rappresentato il concetto di superamento della soglia di non ritorno.

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Come già più volte spiegato in passato, in questo tragico contesto odierno si collocano gli spiritualisti irrazionali e i mistici strampalati che cercano di velarsi in assurde consolazioni, per esempio affermando: «Tanto la Chiesa è di Cristo ed è governata dallo Spirito Santo, quindi ci penserà Lui». A costoro si aggiungono poi i madonnolatri, ignari di cosa sia la vera devozione alla Beata Vergine Maria, a cui riguardo basterebbe leggere, ma più che altro comprendere, il Trattato sulla vera devozione a Maria di San Luigi Maria Grignion de Montfort. Questi soggetti venefici, nei loro siti e blog, dove stuzzicano i pruriti con annunci di imminenti catastrofi, sono seguiti di prassi da un pubblico numeroso assetato in modo morboso di sensazionale. E così, miscelando assieme apparizioni riconosciute nel tempo dalla Chiesa e numerosi sedicenti veggenti sparsi oggi per il mondo, dopo avere estrapolato mezze frasi da scritti di Beati e Santi mistici tutt’oggi di difficile interpretazione, procedono a stuzzicare i pruriti delle masse sempre più ignoranti in materia di dottrina e di fede, affermando che i tempi sono vicini e che a breve il cuore immacolato di Maria trionferà. Inutile a dirsi: siamo dinanzi a espressioni di falsa fede, costruite su forme magico-misteriche improntate su istinti morbosi stuzzicati con il prurito di segreti tremebondi che incomberebbero sull’umanità, il tutto caratterizzato di prassi dall’elemento del fanatismo. Purtroppo, tentare di correggere e formare alla autentica fede queste persone è tempo perso: il fanatico è per sua natura ignorante nella misura in cui è arrogante. Sicché, tutto ciò che si può ottenere, è che l’ignorante aggredisca con insulti sacerdoti e teologi accusandoli di essere privi di fede, contro la Madonna e assoggettati al Demonio. Per questo ho dedicato una lectio alla sapienza sotto il titolo «La sapienza, antidoto al cancro della emotività di preti e laici» [vedere QUI], ed in precedenza due lectio sulla obbedienza nella fede registrate durante l’ultimo Triduo Pasquale [vedere QUI, QUI]. Il tutto si trova ovviamente nella pagina «I nostri video» de L’Isola di Parmos.

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Attendere che lo Spirito Santo giunga a sistemare siffatta situazione disastrosa e irreversibile, o che per incanto e magia tutto sia sistemato da un non meglio precisato trionfo del cuore immacolato di Maria, sono pensieri e affermazioni che non hanno niente da spartire con la fondamentale virtù teologale della speranza [cfr. I Cor 13, 13]. Tutt’altro: rasentano la bestemmia del tentare Dio. E adesso è necessario ricordare che la terribile azione del tentare Dio consiste nel mettere alla prova, con parole o atti, quell’onnipotenza divina i cui principali attributi sono la bontà e la misericordia. Fu infatti a questo modo, come narra il Vangelo delle tentazioni [cfr. Lc 4,9], che Satana cercò di istigare l’uomo Gesù a gettarsi giù dal pinnacolo del Tempio, nel tentativo di obbligare Dio a intervenire. Al tutto si aggiunga: queste affermazioni “strampalate” denotano anzitutto una percezione errata della volontà divina e delle azioni del Padre e del Figlio per mezzo dell’opera dello Spirito Santo.

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Per comprendere la vera presenza di Dio nella storia dell’uomo, ma al tempo stesso quando e perché Dio non può intervenire, bisogna partire dalla causa prima racchiusa nel mistero della creazione narrato nel Libro della Genesi: la libertà e il libero arbitrio dell’uomo, che è un suffisso del mistero stesso della creazione: « Dio volle, infatti, lasciare l’uomo “in balia del suo proprio volere” (cfr. Sir 15, 14) perché così esso cerchi spontaneamente il suo Creatore e giunga liberamente, con l’adesione a lui, alla piena e beata perfezione» [Gaudium et spes, 17]. Da questa causa prima conseguono gli effetti generati dall’esercizio di questo dono di Dio, che è appunto la libertà. Pensare quindi che Dio, dopo che l’uomo ha esercitato i doni ricevuti, intervenga per porre rimedio all’esercizio del dono supremo della sua libertà, equivale a pensare che Dio possa contraddire sé stesso, assieme all’intero mistero della creazione, sino a sfidare tutte le leggi della fisica per riportare sull’aereo l’improvvido che sta precipitando verso il suolo, facendo sì che indossi il paracadute e che poi si lanci di nuovo.

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La decadenza irreversibile connessa al superamento della “soglia di non ritorno” è legata al princìpio di libertà e di libero arbitrio, che ripeto: è un elemento strutturale del mistero stesso della creazione, che mai Dio potrà alterare. Infatti, che Dio possa tutto, in quanto onnipotente, non vuol dire che possa essere contraddittorio e incoerente, perché mai potrebbe esserlo. Per questo poc’anzi affermavo che a pensare questo si corre il rischio di confondere Dio con Mago Merlino, lo Spirito Santo con la bacchetta magica dell’Onnipotente Creatore, la Beata Vergine Maria in una via di mezzo tra la dea Athena e la Fata Morgana. Purtroppo, diversi fedeli la cui fede si regge su forme di fragile devozionismo, dinanzi a certi richiami reagisco quasi sempre e di prassi male, per esempio accusando, come è accaduto a me, di … essere contro la Madonna. Se da una parte posso amareggiarmi per loro, dall’altra prendo atto che questi non pochi devoti al di sopra e spesso al di fuori di tutti i ranghi della sana dottrina cattolica, non sanno neppure che cosa sia, nell’ambito delle disputazioni teologiche, il legittimo esercizio del senso critico, in assenza del quale, oggi, non avremmo né le opere dei grandi Padri della Chiesa né le grandi opere teologiche, semmai avremo sempre gli àuguri, gli indovini che nella religio pagana dell’antica Roma se ne stavano sul pons sublicio a studiare il volo degli uccelli e il movimento delle acque per predire il futuro, esattamente come quelli che oggi annunciano che i tempi sono vicini … sono vicini … e a breve si realizzerà il definitivo trionfo del cuore immacolato di Maria. Insomma, penso che dovremmo avere proprio di che temere, perché se da una parte si è reso Cristo Dio troppo umano e spesso solo umano, dimenticando la sua duplice natura ipostatica di vero Dio e vero uomo, dall’altra, dinanzi alla nostra terribile ed evidente crisi della dottrina, il devozionismo più degenerato ha reagito spostando tutta quanta la divina regalità di Cristo sulla figura della Mater Dei, mutandola nella quarta persona della Santissima Trinità, se non addirittura la prima.

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Per inciso: il simbolo di fede niceno-costantinopolitano, ossia il Credo che recitiamo nei momenti liturgici previsti, se non erro annuncia il trionfo di Cristo Dio, o no? Concetto espresso attraverso la frase: «et íterum ventúrus est cum glória, iudicáre vivos et mórtuos, cuius regni non erit finis … [e un giorno tornerà nella gloria per giudicare i vivi e i morti e il suo regno non avrà fine]». Detto questo: mi si vuole indicare in quale meandro del deposito della fede si parla del cosiddetto: «decisivo trionfo del cuore immacolato di Maria?». O sarà forse la Beata Vergine a tornare un giorno nella gloria per giudicare i vivi e i morti, affinché dopo il trionfo del suo cuore immacolato il suo regno non abbia fine? Mi si spieghi, per favore, mi si spieghi … perché forse ho male inteso il Santo Padre e dottore della Chiesa Agostino vescovo d’Ippona, quando parla di una unica parusia di Cristo Dio [Epistola 198, n.1-5]. Sicuramente, assieme all’Ipponate, ho inteso male anche altri Santi Padri e dottori della Chiesa, da Ireneo di Lione a Girolamo e vari altri a seguire, che nulla sono, o comunque sono ben poca cosa, dinanzi a certi odierni fomentatori di devozionismi morbosi, sensazionali e intrisi di eventi catastrofici, i quali, esattamente come preannunciava il Beato Apostolo Paolo scrivendo al discepolo Timoteo: sono allergici alla sana dottrina per il prurito di udire cose nuove, creandosi maestri secondo le loro voglie [II Tm 4, 1-5].

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Una frase che spesso sentiamo ripetere all’interno di certe frange di Chiesa è questa: «Indietro non si torna!». Frase che suona: in parte come uno di quei motti trionfalistici scanditi in quelle che furono le vecchie piazze per le parate militari della ex Unione Sovietica, in parte come una minaccia verso chi osa essere perplesso o dubbioso verso «il nuovo corso». Ebbene, a prescindere dalle intenzioni di fondo, una cosa resta certa: è vero che «indietro non si torna», perché l’uomo, dopo avere tentato Dio ed essersi infine sostituito a Dio, si è lanciato dal portello dell’aereo senza paracadute. Ecco perché questa espressione, anche se mossa spesso dalle peggiori ideologie clericali, è del tutto giusta e pertinente: «indietro non si torna».

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Al concetto enunciato e spiegato di superamento della “soglia di non ritorno”, ho sempre aggiunto l’elemento chiave: siamo dinanzi a una grande prova di fede, sulla quale ci è concessa la grazia di poter giocare per intero il nostro essere e divenire di cristiani, ossia la nostra salvezza. Capisco quanto l’immagine che adesso segue sia di per sé brutta e sgradevole, però è ciò che ci attende. Infatti, quando ci saremo sfracellati al suolo, saranno stabilite le sorti eterne delle nostre anime attraverso il giudizio immediato di Dio. Per quanto invece riguarda i nostri corpi esplosi e sparsi in mille pezzi appena toccata terra dopo la caduta dal portello dell’aereo ad alta quota, anch’essi avranno una loro utilità: carne e sangue saranno concime sull’arida terra per coloro che un giorno, con grande fatica e chissà quando, dovranno ricominciare a piantare di nuovo i primi semi del Santo Vangelo.

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Di recente qualcuno ha alluso che millanterei di essere confessore e direttore spirituale di numerosi sacerdoti, inclusi alcuni che, in seguito a profonde e dolorose crisi, hanno chiesto la dispensa dal celibato e la dimissione dallo stato clericale. Vi confesso che mi piacerebbe essere in tal senso un millantatore, perché raccogliere di questi tempi il dolore, l’amarezza, lo sconforto, le crisi spirituali ed esistenziali dei sacerdoti, oltre a non essere piacevole, è qualche cosa che lascia il segno addosso, assieme a tanta amarezza e umano dolore. Dio solo sa quante volte, per smaltire certi colloqui, mi sono occorse anche settimane. Perché noi sacerdoti, a differenza di molti chirurghi, non abbiamo quelle naturali barriere che ci separano dal profondo dolore umano, al contrario: il dolore umano lo facciamo nostro e lo assimiliamo nel modo in cui siamo chiamati ad assimilare il mistero del Santissimo Sangue di Cristo agonizzante sulla croce. Meno che mai auguro ad alcun mio confratello di ritrovarsi dinanzi a un vescovo anziano che si interroga: «Cosa ho fatto della mia vita e come ho sperperato il mio sacro ministero?». Perché in questo caso, più doloroso e difficile dell’ascolto, è dare poi risposta e medicina per l’anima assieme all’assoluzione. Spesso, chi è assolto, rimane con quello strazio interiore tutto quanto tipico della persona consapevole che pur chiedendo e ottenendo il perdono di Dio, al tempo stesso non potrà mai riparare certi gravi danni compiuti su fedeli, sacerdoti o intere diocesi …

… e vi dirò: quando si parla di crisi sacerdotali, la mente del buon popolo corre subito a vicende e pensieri tinti di rosa, come se nella loro umanità, nel loro spirito e nella loro coscienza, i preti fossero scossi solamente per avere perduta la testa per una donna. Ebbene, lasciatemi sfatare ― o miei buoni laici ― questo fantasioso mito. La vera grande crisi che può colpire un prete, è la crisi di fede, ossia la crisi peggiore in assoluto, la più temibile, quella che reca le più profonde sofferenze, soprattutto quando ad essere colpiti sono sacerdoti al di sopra dei cinquant’anni. Cosa generano certe crisi? Molte cose e tutta quante una più brutta dell’altra: non avvertire più la presenza di Dio nella propria vita, essere invasi da dubbi, non riuscire più a pregare, provare dolore ogni volta che si celebra la Santa Messa solo per adempiere a un dovere verso la comunità parrocchiale, ma vivendola come qualche cosa di ormai distante, che causa quasi disagio, perché, a ogni parola, il sacerdote dice a sé stesso: «… che cosa sto facendo, ma soprattutto: perché?». È vero, nel corso del tempo sono stato severo e aggressivo nel parlare in generale di certi vescovi. Peccato però che nessuno di quelli che si sono risentiti per le mie parole, mi abbia affrontato e domandato: perché? Se lo avessero fatto, avrei risposto, per esempio spiegando a certi vescovi del cosiddetto “nuovo corso”, che mentre loro si facevano immortalare dai fotografi nei campi rom o nei porti ad accogliere i migranti, non pochi loro preti stavano soffrendo crisi interiori che devastavano letteralmente le loro anime. E quando qualcuno di costoro, anche su mio suggerimento, tentò di rivolgersi al proprio vescovo, dall’altra parte del telefono si è sentito rispondere dalla voce di una efficiente segretaria che lo ha invitato a richiamare la settimana successiva per fissare un appuntamento da lì a un mese. Cosa comprensibile, a ben pensarci, perché che tra un incontro con i poveri, un campo rom e un’accoglienza di migranti, chissà mai se non si riesce a diventare anche cardinali. Mentre invece, a salvare la vita e l’anima a certi preti, pare non si faccia alcuna particolare carriera. Tutt’oggi ricordo, con profonda tenerezza, un anziano vescovo appartenente a quella specie di uomini di Dio che oggi pare quasi estinta. Terminata la confessione sacramentale mi disse: «Nel corso dei miei venticinque anni di ministero episcopale, la grazia di Dio mi ha concesso il privilegio di poter salvare un prete dalla sicura rovina. Ecco, credo che per avere compiuto questa sola opera, Dio mi concederà in premio un leggero Purgatorio».

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Chi, come me, nel segreto del foro interno e del foro esterno, vive da anni a stretto contatto con queste forme di dolore, non può essere che duro e severo, anche nelle sue forme espressive, con coloro che questo dolore lo hanno generato in certi sacerdoti. Sicché ripeto: Dio volesse che fossi un millantatore che certe cose se le sogna, anziché sperimentarle da anni sulla propria pelle.

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I pochi buoni sacerdoti che ci restano e che sempre nella Santa Chiesa di Cristo sopravvivranno, di questi tempi vivono situazioni di grande dolore e sconforto, vittime spesso di ingiustizie inaudite da parte dei loro superiori, gli stessi che poi sono sempre pronti sulla pubblica piazza con la tenera lacrima all’occhio per i poveri e i migranti, salvo trattare come stracci da scarpe i loro migliori sacerdoti. È questo che sovente mi ha portato a fare il ruggito del leone alzando volutamente i toni, non esitando a inveire verso taluni potenti prepotenti, animato da senso di giustizia dinanzi al loro sprezzo verso i fondamenti stessi delle leggi ecclesiastiche che regolano la vita della Chiesa e i rapporti interni tra ministri in sacris e autorità ecclesiastiche. Quello che non sanno molti di coloro che hanno ascoltato il mio video del 18 maggio dedicato alla pornocrazia clericale [vedere QUI] è che nulla di ciò avrei mai fatto per me stesso, anche se ero io l’oggetto di alcuni fatti documentati riportati come esempio al fine di rendere l’idea. Ho usato me stesso solo per rendere giustizia a molti miei confratelli che hanno dovuto subìre e soffrire cose parecchio peggiori, ma dei quali non potevo narrare le dolorose storie. Mai potrò dimenticare di avere visto invecchiare di colpo un mio confratello nel giro di pochi anni, un autentico santo sacerdote, che pur essendo mio coetaneo d’età, oggi sembra mio padre. Ingiustamente accusato e non protetto dal suo vescovo indifferente e insensibile, dopo quattro anni di processi in sede penale è stato assolto in primo e in secondo grado, mentre il soggetto che aveva montato a suo danno tutta la falsa storia era condannato per falso e diffamazione aggravata in primo e in secondo grado. Fu persino accusato di stregonerie e occultismo, questo santo sacerdote, con successiva piena assoluzione data dalla Congregazione per la dottrina della fede che riconobbe la falsità delle accuse a lui rivolte. Dinanzi a quei tormenti subìti, il suo vescovo fu a tal punto paterno e partecipe alla via crucis di questo suo presbitero, al punto tale di non informarlo che era giunto dalla Congregazione per la dottrina della fede il documento indirizzato al suo ordinario diocesano nel quale era scagionato da tutte le false accuse. Questo povero sacerdote poté apprendere il tutto solo due anni dopo, mentre intanto seguitava ad attendere il responso della Congregazione. Come si giustificò in seguito il suo vescovo? Dicendo … «Credevo fosse una lettera privata a me indirizzata dalla Congregazione, per questo non ho ritenuto di dover informare il mio sacerdote». Sapete che cosa vuol dire attendere per altri anni di vita il responso di questa Congregazione, dopo essere stati falsamente accusati di occultismo e stregoneria, mentre già due anni prima, questo dicastero, aveva dichiarato innocente il sacerdote e infondate e calunniose le accuse a lui rivolte? E questo è solo uno dei numerosi esempi legati ai diversi sacerdoti in difficoltà ai quali sono stato sempre vicino mentre erano abbandonati soli a sé stessi, anzitutto dai loro vescovi che non volevano problemi e guai, impegnati a brillare di luce propria come tutte le persone che ambiscono agli onori ma che non accettano i gravosi oneri delle loro cariche pastorali. Così, attingendo dalla mia vita, in quel video ho rappresentata con la mia faccia e la mia voce la verità dei fatti. E mentre parlavo di me ― cosa che non m’interessava fare e che mai avrei fatto ―, a tutti questi miei confratelli ho detto: mi sono trasformato in paradigma per parlare di tutti voi, urlando in faccia a coloro che hanno un cuore che palpita solo per i migranti musulmani che sbarcano clandestini sulle nostre coste, a che cosa siamo sottoposti noi dentro la Chiesa, nella indifferenza di questo imperante spirito politicamente corretto, aperto e accogliente verso tutto ciò che non è cattolico.

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Ho un vescovo che venero perché se lo merita e perché è un autentico uomo di Dio ― cosa che di questi tempi per un prete è una grazia straordinaria ―, ed ho un santo vescovo che è mio direttore spirituale da quasi dieci anni, anch’esso grande uomo di Dio. Di recente, durante uno dei vari colloqui, mi hanno domandato se a mio parere, nella Chiesa di oggi, lottare in modo duro e affrontare di petto certe persone e situazioni, possa servire a qualche cosa. Per quanto mi riguarda, debbo dire che non ho mai avuto problema a rivedere il mio agire, né a smentirlo all’occorrenza, oppure ad adottare tecniche e stili di comunicazione diverse. Al che ho riflettuto e poi replicato che allo stato attuale dei fatti, in questo nostro tragico momento storico, agire nel modo in cui ho più volte agito non serve a niente, almeno per chi cerca la vera giustizia evangelica. Forse un certo stile poteva sortire qualche effetto sino ad alcuni anni fa, ma oggi non serve più. Anche perché, quando entro il lecito esercizio dell’arte della battaglia, all’occorrenza si aggredisce l’errore, possiamo e dobbiamo farlo al solo scopo di sconfiggere l’errore e possibilmente recuperare l’errante, non certo per sfogare le proprie rabbie personali, cosa che peraltro ma ho fatto.

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Chi volesse intendere bene quest’ultimo passaggio, al suo interno troverà la spiegazione al perché più volte sono stato duro e severo verso certi laici cattolici, che non esiterebbero a ballare con i piedi sulle teste di vescovi e preti mossi dai loro impulsi irrazionali-emotivi. E la spiegazione è semplice: per divenire maestri sapienti, prima bisogna ascoltare i maestri sapienti, per divenire guide solide e sicure, prima bisogna avere seguito delle guide solide e sicure, perché sia nella via della fede sia nella via dello sviluppo delle scienze teologiche, non può esservi spazio per gli autodidatti che si formano da se stessi e che hanno solo se stessi come punto di riferimento, altrimenti nascono mostri come Kiko Arguello, Carmen Hernandez, Enzo Bianchi e via dicendo … Ecco perché più volte mi sono arrabbiato con certi laici cattolici che come misura di ogni cosa usano solamente il … io penso che … io sento che … e siccome io penso e sento che … ciò è vero e giusto fuori da ogni discussione, al di sopra di tutto e di tutti.

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Certe cordate gesuitiche esaltano la coscienza umana, sino a porla al di sopra di tutto: ubbidire anzitutto alla propria coscienza. Sì, però non esitano al tempo stesso ad arrabbiarsi oltre misura, se qualcuno osa agire in coscienza ma nel modo non conforme al concetto ideologico di coscienza come la intendono loro. Le coscienze, si esaltano e si formano per renderle libere nel senso evangelico del termine, non per manipolarle. Sorvolo su questo discorso perché non intendo parlare di certi esponenti della attuale Compagnia delle Indie che fu in passato la rigida, grande e preziosa Compagnia di Gesù. Gestire la propria coscienza non è infatti uno scherzo, per chi vive nel sacro timore di Dio, consapevole della chiarezza del monito evangelico che recita: «A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più» [cfr. Lc 12, 48]. Se dinanzi a questo monito, noi sacerdoti riflettiamo che Cristo Dio ci ha affidata la sua Chiesa, il mistero del suo Corpo e del suo Sangue e il suo Popolo, non possiamo fare altro che tremare, animati non da paura, ma da sacro timore di Dio, che della paura è la negazione stessa: temere Dio, significa preoccuparsi di piacere a lui e vivere nella Sua grazia, che è un vivere esattamente antitetico a chi cerca invece di piacere all’uomo e di compiacerlo per ottenere poi benefici, sempre per tornare al precedente discorso riguardo il concetto dell’ateismo religioso …

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La coscienza del fedele e devoto sacerdote è anche animata da un altro grande interrogativo: quando noi facciamo l’atto penitenziale durante la celebrazione del Sacrificio Eucaristico della Santa Messa, invochiamo e chiediamo il perdono di Dio per avere peccato in pensieri, parole, opere e omissioni. È presto detto: la coscienza retta è portata a temere molto il peccato di omissione, perché in esso è racchiuso non tanto l’ordinario spirito pavido dell’uomo che vuole vita quieta senza tanti inutili problemi, bensì il terribile peccato capitale di accidia. Questo terribile peccato capitale è indicato da San Tommaso d’Aquino come una apatia verso il bene spirituale, vale a dire un senso di profondo sconforto che nasce in chi non vuole mettere in pratica e a frutto il servizio divino [Summa Theologiae, II-II q. 35, a.1: Quaestiones disputatae de malo, q. XI, Accidia]. Il Catechismo della Chiesa Cattolica definisce l’accidia come una pigrizia spirituale che giunge a rifiutare la gioia che viene da Dio e a provare repulsione per il bene divino [Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2094], di conseguenza a disprezzare la verità e la giustizia, elevando i peggiori capricci del proprio ego al di sopra dell’una e dell’altra, sempre come accusavo in toni indubbiamente di fuoco nel video poc’anzi richiamato [vedere, QUI]. La domanda è semplice: in che misura, una coscienza retta, può fuggire dinanzi alla verità, omettendo di dire e di servire la verità? A prendere posizioni e decisioni coraggiose si può anche sbagliare, persino gravemente, ma una cosa è certa: chi per spirito pavido o per quieto vivere non prende decisioni e posizioni, per esempio dinanzi a ciò che oggettivamente è male, sicuramente sbaglia sempre e nel modo peggiore. Ecco, se proprio devo correre il rischio di sbagliare, preferiscono farlo per oppormi a ciò che è oggettivamente male, non certo omettendo di decidere e di prendere posizioni per il mio sereno e quieto vivere.

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Più volte è accaduto che qualcuno, non potendo in alcun modo negare che in certi miei scritti o video avevo detto solo e null’altro che la verità, si è attaccato alla forma dicendo … «Bisogna vedere però come la verità si dice». Frasi di questo genere suonano come le critiche rivolte dai farisei a Cristo Signore, quando non potendo negare che avesse guarito un cieco nato, pur di contestarlo a tutti i costi si attaccarono a dire che quel miracolo lo aveva compiuto nel giorno di sabato, quando è proibito svolgere ogni genere di lavoro, quindi sentenziarono: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato» [cfr. Gv 9, 1-15]. Poi, se la cosa importante, più che dire la verità, è il modo o la forma in cui la verità si dice, dobbiamo prendere atto che il Beato Giovanni Battista la verità la disse male e in modo inopportuno, perché se l’avesse detta bene, quella grande meretrice di Erodiade non si sarebbe irritata sino a chiedere e ottenere dal teatrarca Erode  la sua testa su di un vassoio [cfr. Mt 14, 1-12]. In fondo che cosa gli sarebbe costato al Battista, soprassedere sul fatto che Erode si era presa come amante la moglie del fratello e che non pago di ciò era anche attratto sessualmente dalla nipotina Salomè? Come potete vedere, la coscienza e l’agire in coscienza è una cosa terribilmente seria, non è uno spot ideologico dei ragazzi della nuova Compagnia delle Indie  

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Il Santo Vangelo non è uno stock di stoffe da sartoria, dove ciascuno può ritagliarsi ciò che più gli rimane comodo in base al colore e al taglio di tessuto, è necessario prenderlo nella sua interezza, non attraverso maldestri taglia e cuci, per far dire a Cristo Dio quel che di fatto non ha detto. E questo perché, Cristo Dio, è il tutto, non un pezzo da usare a proprio bisogno, o peggio a propria giustificazione, tanto meno a giustificazione di quelle omissioni che racchiudono quella accidia che si regge essenzialmente sul disprezzo della verità e della giustizia.

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Il Leone non può diventare antilope e l’antilope leone, posto che nel mistero della creazione e nell’economia della salvezza occorrono entrambi, perché ciascuno ha un preciso ruolo, sino al giorno in cui, quando dopo la parusia l’ordine naturale primigenio sarà ripristinato, a quel punto «Il lupo dimorerà insieme con l’agnello, la pantera si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un fanciullo li guiderà» [Is 11,6]. Certo, se oggi una antilope va’ a fare la spocchiosa dinanzi a un leone, nessuno dovrebbe poi lamentarsi se la poverina finisce sbranata. Anzi, la logica e il buon senso comune imporrebbero di ammettere che il leone ha svolto solo il suo ruolo, è l’antilope che ha sbagliato. Però, come risaputo, nella Chiesa della mancanza di logica e di buon senso comune, le antilopi imprudenti affette da delirio di onnipotenza e da scarso rapporto con il reale, pensano di poter mettere a cuccia il leone.

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Non voglio tornare sul tema del principio di inversione, ci ho scritto sopra un libro dieci anni fa, intitolato E Satana si fece trino, all’interno del quale, chi lo desidera, su questo e molti altri temi potrà trovare tutto [vedere QUI]. Una cosa è certa: alla prova provata dei fatti, sembra che un decennio fa ci vidi giusto, quando appunto illustrai quel principio di inversione attraverso il quale il bene diventa male e il male bene, il vizio virtù e la virtù vizio, l’eresia sana dottrina e la sana dottrina eresia … e tutto questo ci ha infine portati a superare la “soglia del non ritorno”.

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Ruggire, o sbranare le antilopi spocchiose, oggi, serve a qualche cosa? No, non più, dopo il lancio dal portello dell’aereo senza paracadute. L’unico che pare non averlo capito, malgrado la sua grazia di stato sacramentale, è l’Arcivescovo Carlo Maria Viganò, circondato dalla sua corte di giornalisti ridotti a umorali “anti-bergogliani furenti”, che lo hanno innalzato sulle rovine come il proprio moderno vitello d’oro. Detto questo è bene chiarire perché considero l’Arcivescovo Carlo Maria Viganò molto peggiore di quei vescovi e cardinali che tra omissioni, pavidità e piaggerie, se ne stanno a seminare danni dentro la Santa Sede o nelle diocesi a loro affidate in qualità di vescovi diocesani. Anzitutto, costui dovrebbe sapere che a toccare la pietra posta dal Verbo Incarnato sopra la roccia di Cristo [cfr. Mt 16, 18-19] si farà crollare l’intera costruzione. Poi, se non riesce a comprendere che Pietro è la pietra deposta sopra la roccia di Cristo sulla quale è edificata la Chiesa, allora sarà bene che alle soglie degli ottant’anni torni a studiare le basi della teologia fondamentale. Infatti, il Pontefice regnante, fosse anche uno dei peggiori pontefici della storia della Chiesa, è il legittimo successore del Beato Apostolo Pietro, a noi dato per grazia o per disgrazia. Sarà solo il tempo futuro a dirci se questo Pontefice che ha attraversata la storia in questo particolare momento del tutto unico nel proprio genere, ha evitato alla Chiesa di Cristo dei danni molto maggiori e irreparabili di quelli sui quali oggi si stracciano le vesti tutti gli adoratori del vitello d’oro paralizzati nel presente, nostalgici del passato e privi soprattutto di una prospettiva escatologica futura.

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L’Arcivescovo Carlo Maria Viganò, che attorno a sé ha coagulato tutti i peggiori oppositori di questo pontificato, tutti i giornalisti in pensione inaciditi e i blogghettari che di giorno in giorno lanciano gravi accuse e insulti sul legittimo Successore del Beato Apostolo Pietro … ebbene, temo non abbia proprio inteso l’episodio antiocheno. Infatti, quando il Beato Apostolo Paolo ritenne doveroso richiamare il Beato Apostolo Pietro ad Antiochia, si presentò dinanzi a lui, poi, come narra egli stesso: «[…] mi opposi a lui a viso aperto perché evidentemente aveva torto» [Gal 2, 11]. Facendo questo «a viso aperto», riconobbe anzitutto l’autorità conferita a Pietro da Cristo Dio in persona, quindi a tutti i suoi Successori. Tutt’altra cosa lanciare invece periodiche pallottole di veleno in un gioco sempre più penoso che si protrae ormai da alcuni anni, usando come braccio armato esecutore dei giornalisti inaciditi e dei blogghettari furenti.

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È quindi presto detto che questo “eroico” vitello d’oro eretto sulle rovine della nostra casa dai nuovi idolatri, è equiparabile a quei cecchini che durante la guerra svoltasi nella ex Jugoslavia, se ne stavano appostati nascosti sopra i tetti dei palazzi e sparavano alle spalle dei civili inermi che a rischio della propria vita dovevano di necessità uscire per cercare di procurare qualche cosa da mangiare alle proprie famiglie. Esattamente come tutti noi che oggi cerchiamo, con sempre maggiore difficoltà, nutrimento per le nostre anime, allo scopo primo e ultimo di superare questa grande e dolorosa prova di fede.

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Nel settembre del 2018 scrissi un articolo nel quale spiegavo l’importanza della creazione di una “banca del seme” [vedere articolo, QUI]. Questo articolo era intitolato: «Dinanzi ad una Chiesa visibile affetta da una decadenza dottrinale e morale irreversibile, è necessario aprire quanto prima la banca del seme». A tal proposito narrai di quell’isola della Norvegia dove si trova l’istituto che conserva 84.000 campioni appartenenti a più di 60 generi e 600 specie di piante coltivate e specie selvatiche minacciate da “erosione genetica” o estinzione.

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Da tempo sono giunto alla conclusione che non è possibile afferrare chi si è lanciato dal portello senza paracadute e portarlo di nuovo sull’aereo per farglielo indossare. Non può farlo Dio, salvo contraddire in tal modo sé stesso, forse possiamo farlo noi? Dinanzi a certe situazioni irreversibili a causa delle quali i fedeli sono sottoposti a una grande prova di fede e molti sacerdoti versano in condizioni di profonda sofferenza, non serve ruggire alle antilopi impazzite, meno che mai sbranarle. Ma soprattutto non serve ― anzi è cosa immorale oltre che vergognosa ― mettersi a fare i cecchini nascosti nell’ombra o sopra i tetti dei palazzi della nostra moderna Sarajevo. Accettare la desolante realtà e ammettere dinanzi all’evidenza dei fatti che non è possibile fare niente, né che si possono invertire certe rotte, non è affatto un agire con coscienza debole o viziata, non è né mancata assunzione di responsabilità né grave peccato di accidia, solo logica e dolorosa presa di atto della realtà: una terribile prova di fede da superare.

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A nessuno piace essere impotente, eppure, Cristo Dio stesso, nella sua umanità perfetta sperimentò sulla propria carne insanguinata e martoriata durante la sua dolorosa passione, il senso di totale impotenza. Dinanzi a quella suprema prova inflitta alla sua umanità, come reagì? La sua reazione è racchiusa tutta in una frase: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno» [Lc 23, 34]. A condividere col Verbo di Dio questa totale impotenza, c’erano due malfattori, uno alla sua destra e uno alla sua sinistra. Dinanzi al dolore e all’impotenza, i due ebbero delle opposte reazioni, uno lo insultava acceso di rabbia, l’altro, dopo averlo rimproverato, si rivolse al Cristo dicendo: «[…] ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Rispose Cristo Signore: «In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso» [Lc 23, 43]. Ecco, questo secondo, meglio noto come il buon ladrone, non era certo l’Arcivescovo Carlo Maria Viganò con i suoi sodali, tutti impegnati a urlare la loro rabbia assieme all’altro malfattore. Questa, è la nostra situazione: siamo inchiodati alla croce accanto a Cristo Dio, bisogna solamente scegliere quale dei due ladroni vogliamo essere.

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La domanda molto seria è infine la seguente: che cosa possiamo fare, in questa situazione? Anzitutto salvare i semi del Santo Vangelo e del deposito della fede, poi stare vicini e assistere tutte quelle membra del Popolo di Dio che si sentono smarrite e che cercano una guida sacerdotale sicura, quindi un autentico e prezioso conforto spirituale. Con tutti gli altri, non merita perdere tempo, meglio lasciarli alle loro cieche rabbie, ai loro catastrofismi o alla tramutazione dei cecchini della moderna Sarajevo in vitelli d’oro della nostra contemporaneità. E si badi bene che non si tratta affatto di un atto di abbandono di certe membra ribelli e ingestibili del Popolo di Dio, al contrario, ciò comporta mettere in pratica proprio ciò che indica il Santo Vangelo:

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«[…] se qualcuno poi non vi accoglierà e non darà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dai vostri piedi. In verità vi dico, nel giorno del giudizio il paese di Sòdoma e Gomorra avrà una sorte più sopportabile di quella città» [Mt 10, 11-15].

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Esiste una guida sicura per vivere questo momento di grande crisi e di grande prova? Esiste, ed è racchiusa nel Qelet o Libro dell’Ecclesiaste:

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Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo.
C’è un tempo per nascere e un tempo per morire,
un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante.
Un tempo per uccidere e un tempo per guarire,
un tempo per demolire e un tempo per costruire.
Un tempo per piangere e un tempo per ridere,
un tempo per gemere e un tempo per ballare.
Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli,
un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci.
Un tempo per cercare e un tempo per perdere,
un tempo per serbare e un tempo per buttar via.
Un tempo per stracciare e un tempo per cucire,
un tempo per tacere e un tempo per parlare.
Un tempo per amare e un tempo per odiare,
un tempo per la guerra e un tempo per la pace [Ec 3, 1-8].

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Basterebbe solo leggere e seguire le Sacre Scritture, seguendo al tempo stesso chi le conosce ed è in grado di trasmetterle, anziché abbeverarsi a quelle fonti avvelenate all’ombra delle quali molti poveri cattolici bivaccano allo sbando, tra catastrofi e  pruriginosi misteri, tra le parole vane e menzognere di chi afferma di conservare dei tremebondi segreti dati personalmente dalla Madonna, in attesa del grande colpo magico di scena che segnerà l’imminente trionfo risolutivo del cuore immacolato della Beata Vergine, trasformata, in modo blasfemo, in una via di mezzo tra la dea Athena e la Fata Morgana.

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C’è un tempo, c’è un tempo, c’è un tempo … tutto era stato scritto, basterebbe solo leggere l’Ecclesiaste, anziché leggere gli sproloqui di un ecclesiastico ridottosi a fare il cecchino che spara alle spalle nell’ombra verso il finire della sua vita … c’è un tempo, c’è un tempo, c’è un tempo ….

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dall’Isola di Patmos, 21 giugno 2020

 

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«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» [Gv 8,32],
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«Un nostro campione diventa sacerdote». Invitiamo chiunque lo desideri a partecipare alla consacrazione sacerdotale di Gabriele Giordano M. Scardocci, dell’Ordine dei Frati Predicatori, il più giovane dei Padri de L’Isola di Patmos

«UN NOSTRO CAMPIONE DIVENTA SACERDOTE». INVITIAMO CHIUNQUE LO DESIDERI A PARTECIPARE ALLA CONSACRAZIONE SACERDOTALE DI GABRIELE GIORDANO M. SCARDOCCI, DELL’ORDINE DEI FRATI PREDICATORI, IL PIÙ GIOVANE DEI PADRI DE L’ISOLA DI PATMOS 

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Con tutto l’affetto che possono nutrire dei confratelli più anziani, possiamo solo rallegrarci e dire con purezza di cuore sincero che un campione di fede, di amabilità, di grande cuore pastorale, di grande cultura filosofica e teologica, diventa sacerdote, a lode e gloria di Dio e della sua Santa Chiesa..

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Autore
Redazione de L’Isola di Patmos

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Ricevi le offerte del popolo santo per il
Sacrificio Eucaristico. 
Renditi conto di ciò che farai, imita
ciò che celebrerai, conforma la tua vita 
al mistero della croce di Cristo

[dal rito della sacra ordinazione dei presbìteri]

 

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Padre Gabriele Giordano M. Scardocci, dell’Ordine dei Frati Predicatori

Cari Lettori,

sabato 29 giugno in Roma, nella solenne festività dei Santi Pietro e Paolo, alle ore 11 presso la Chiesa di Santa Maria sopra Minerva, retta dell’Ordine dei Frati Predicatori, il Domenicano Gabriele Giordano M. Scardocci sarà consacrato sacerdote per la Preghiera Consacratoria e l’imposizione delle Mani di S.E. Rev.ma Mons. Matteo Maria Zuppi, Arcivescovo Metropolita di Bologna, già Vescovo ausiliare di Roma per il settore centro.

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Per l’Isola di Patmos di cui Padre Gabriele è autore e membro del comitato scientifico delle Edizioni L’Isola di Patmos, è una grande festa.

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un gruppo di tifosi cattolici della Lazio ci ha scritto per ringraziare Padre Gabriele per avergli sempre prestata assistenza ogni volta che si sono rivolti a lui per colloqui e incontri spirituali

Invitiamo i nostri Lettori che lo desiderassero e in particolare coloro che si trovano a Roma, a partecipare alla solenne celebrazione.

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Tra pochi giorni pubblicheremo una lettera indirizzata da Padre Gabriele ai Lettori de L’Isola di Patmos, ai quali ha voluto rivolgere il suo pensiero prima della consacrazione sacerdotale.

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Roma, 20 giugno 2019

Nella festa del Corpus Domini

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Padre Gian Matteo Serra, O.P. Rettore della Chiesa di Santa Maria sopra Minerva, illustra questi spazi che accolsero Santa Caterina da Siena

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«Il confessionale non dev’essere una sala di tortura», ma può essere una sala operatoria nella quale si interviene per asportare le metastasi di un tumore maligno

—catechesi e sacramenti —

«IL CONFESSIONALE NON DEV’ESSERE UNA SALA DI TORTURA», MA PUÒ ESSERE UNA SALA OPERATORIA NELLA QUALE SI INTERVIENE PER ASPORTARE LE METASTASI DI UN TUMORE MALIGNO

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«Il confessionale non dev’essere una sala di tortura», può essere però un pronto soccorso presso il quale ci si reca perché una ferita di lieve entità può necessitare di essere chiusa con due o tre punti di sutura. Ma può essere però, il confessionale, anche una sala operatoria per i grandi interventi, all’interno della quale si asportano le metastasi di un tumore maligno. Eppure vi dirò: esistono e, purtroppo, seguiteranno ad esistere persone che, pur dinanzi alla possibilità di essere sanati e salvati con un efficace intervento di alta chirurgia, preferiscono le metastasi di un tumore maligno, pur di non entrare in una sala operatoria …

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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PDF  articolo formato stampa

 

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Antonazzo Romano. Annunciazione, Roma, Chiesa di Santa Maria sopra Miverva

Per pochi altri giorni sarò diacono, quindi non posso ancòra amministrare le confessioni sacramentali, per le quali si richiede la potestà del sacro ordine sacerdotale. Mi sono preparato al sacro ministero sacerdotale con tanto studio e preghiera, consapevole della grandezza del compito che il Signore affida ai suoi ministri.

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Santa Caterina da Siena, nel Dialogo della Divina Provvidenza al numero 24 che ha avuto con l’Eterno Padre, ascolta queste splendide parole dalla prima persona della Trinità:

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«È vero che, finché avete il tempo, vi potete togliere dalla puzza del peccato col vero rincrescimento e ricorrere ai miei ministri, che sono lavoratori che tengono le chiavi del vino, cioè del Sangue, uscito da questa vite: questo Sangue è tale e di tanta perfezione, che per nessun difetto del ministro non vi può essere tolto il frutto del Sangue».

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Nel corso di questi anni di formazione giunta ormai alla conclusione, mi è capitato di fare qualche colloquio, anche in pubblico, con persone sulle tematiche della confessione e del peccato. Ricordo come fosse ieri un lungo colloquio in una tavola calda. Di fronte agli interrogativi comprensibili e onesti, posti da una sedicente “cattolica”, sul tema sensibile dell’aborto. Ricordo che dopo le risposte che diedi — correlate di prove embriologiche, antropologiche e magisteriali — la sedicente “cattolica” con schifo malcelato rifiutava la nozione di peccato mortale. E così, tra risposte dense di contraddizioni logico-argomentative prive di fondamento biblico e teologico, in un impeto di orgoglio “cattolico”, la sedicente “cattolica” mi rispondeva: «Non ammazzo, non rubo, perciò sono una brava persona! E basta!»

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Ripensando a tutte le volte che in seguito ho ascoltato questa frase da sedicenti “cattolici” , ho il desiderio di porre una riflessione importante sul tema del peccato …

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… al di là della carente formazione dei sedicenti “cattolici”, o dei pastori che avrebbero dovuto formare i loro fedeli, anche la letteratura profana ha offerto degli spunti importanti per la riflessione su questo tema. Certamente, la letteratura non lo ha banalizzato come la sub-cultura attuale cattolica dei progressisti e le esperienze di “credenti” che ho raccontato. Per esempio: Clive Staple Lewis, scrittore convertito all’anglicanesimo, noto per i suoi libri per bambini, poi diventati anche film de Le Cronache di Narnia, con il suo linguaggio semplice ha sempre saputo approfondire tematiche importanti anche dal punto di vista della fede.

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Nell’altro suo capolavoro, Le Lettere di Berlicche, fa riferimento proprio alla realtà del peccato. In quel testo si immagina che un demone ormai prossimo alla “pensione”, istruisca suo nipote Malacoda su come tentare l’uomo tramite istruzioni epistolari. Il libro è molto divertente, al tempo stesso è una specie di trattatello sulla dinamica della tentazione e del peccato. Scrivendo dunque a suo nipote, Berlicche così insegna:

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«Caro Malacoda [..] il dolce scorrevole pendio dei piccoli e quasi insignificanti peccati abituali è assai meglio di qualsiasi peccato grandioso ed evidente»

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Per capire questa realtà complessa, proviamo, come primo passo, a tornare al momento dell’Annunciazione dell’arcangelo Gabriele a Maria. Il racconto evangelico, letto anche nel periodo di avvento, potrebbe sembrare una ripetizione di una stessa pericope:

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«Nel sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: “Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te”. A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto. L’angelo le disse: “Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine”. Allora Maria disse all’angelo: «Come è possibile? Non conosco uomo». Le rispose l’angelo: “Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio. Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile: nulla è impossibile a Dio”. Allora Maria disse: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”. E l’angelo partì da lei» [Lc 1, 26-38].   

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Se diamo un’occhiata al calendario, questo testo viene letto il 25 marzo, giorno dell’Annunciazione del Signore: dal 25 marzo al 25 dicembre sono nove mesi esatti. La liturgia cerca di esprimere dunque il senso del tempo della maternità ponendo la festa ufficiale dell’annunciazione esattamente nove mesi prima del Natale del Signore. A questo penso però va aggiunto un’altra riflessione: essendo posta nel periodo di quaresima, questa festa ci aiuta a concentrarci su una realtà fondamentale della nostra vita cristiana.

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Soffermiamoci sulle parole dell’arcangelo: «Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te». In greco quel “piena di grazia” (κεχαριτωμένη kekaritomène) letteralmente andrebbe tradotto con: “Rallegrati, tu sei che sei stata effusa di grazia”. Utilizzando questo stile grammaticale, inoltre, Luca vuole mostrare che Dio ha operato un prodigio in Maria. Maria è stata l’unica creatura ad essere stata esentata dal peccato originale e dunque da tutti gli altri peccati. Lei è appunto Immacolata Concezione.

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Ora è possibile dire qualcosa in più sul tema del peccato. Questa verità dogmatica sembra davvero essere dimenticata, come già ho detto. Cominciamo andando in ordine a partire dal peccato originale: che cos’è il peccato originale? Secondo il Catechismo della Chiesa Cattolica esso «Consiste nella privazione della santità e della giustizia originali» [CCC 405]. Qualcuno ha provato a negare la realtà del peccato originale [tra i vari esempi si veda QUI].

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San Tommaso D’Aquino, Dottore Comune di tutta la teologia cattolica definisce il peccato originale in questi termini, riprendendo il concetto da Sant’Anselmo: «La carenza di giustizia originale» [Summa Theologiae, I – II, a. 1., arg 1.]. In sintesi, nella teologia di San Tommaso, per carenza si intende: la carenza come causa [peccato originale originante], questa carenza toglie o priva l’uomo della giustizia originale. Dunque per carenza si intende l’azione di Adamo ed Eva che attivamente commettono il peccato originale. Segue quindi la spiegazione della carenza come effetto, vale a dire come peccato originale originato. Questo genere di carenza indica una privazione ricevuta, cioè di qualche effetto che non c’è più perché stato tolto di mezzo dalla causa. Ecco quindi che per carenza si intende quello che avviene dopo l’azione peccatrice di Adamo e ed Eva.

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La giustizia che invece viene ad essere negata è il rapporto di totale trasparenza fra Dio e l’uomo. Non solo. È anche la perdita del rapporto di trasparenza fra l’uomo e gli altri uomini. Infine è una perdita del rapporto di trasparenza fra l’uomo e il creato. Per “originale” si intende per ciò: 

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  1. Lo stato di giustizia originariamente voluto da Dio con l’uomo nel giardino dell’Eden.
  2. Un peccato alle origini: cioè è avvenuto alle origini della creazione e non più ripetibile.
  3. La natura originale macchiata dall’uomo: da quella colpa tutta la natura umana nella sua origine è definitivamente modificata [sulla distinzione dei termini si veda, A. Strumia, Riflessioni sul peccato originale secondo la dottrina di San Tommaso, pp. 86 – 120 contenuto in  Olmi, Il peccato originale tra teologia e scienza, ESD, Bologna, 2008].

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Questo passaggio deve essere compreso con chiarezza: il peccato originale, appena siamo concepiti e fino a quando non siamo lavati nel battesimo, è una realtà viva nella nostra intimità e natura di uomini. Anche dopo che lo abbiamo spazzato via con la grazia di Cristo, permane in noi l’effetto principale: la concupiscenza o tendenza al male, la morte, le malattie, la non visione diretta di Dio.

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Insieme al peccato originale con cui nasciamo e che poi viene cancellato per via sacramentale — esiste un’altra verità di fede: la certezza che noi commettiamo dei peccati, in questo senso, non originali, dunque attuali, cioè una azione che avviene ora e adesso, non nelle origini.

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Il peccato non nel senso originale, secondo l’Aquinate — per ora definiamolo come peccato in sé — va inteso come: «Una parola, un’azione, un desiderio contro la Legge Eterna» [I, II, 71, a.6.].

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Per semplificare diremo che la Legge Eterna consiste nel permanere in Dio in sé stesso. Secondo San Tommaso, le cause del peccato sono ovviamente la volontà umana e la ragione. Infatti la nostra volontà umana può liberamente scegliere di sottomettere tutte le facoltà per compiere un atto, o anche per omettere un atto che sarebbe dovuto. Anche il diavolo non può essere causa del peccato che compiamo liberamente. Semplicemente è un grande tentatore menzognero che cerca con suggestioni e idee di allontanarci da Dio, ispirandoci il peccato.

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Il Catechismo della Chiesa Cattolica ricorda la distinzione fondamentale tra i peccati:

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«Il peccato mortale distrugge la carità nel cuore dell’uomo a causa di una violazione grave della legge di Dio; distoglie l’uomo da Dio, che è il suo fine ultimo e la sua beatitudine, preferendo a lui un bene inferiore Il peccato veniale lascia sussistere la carità, quantunque la offenda e la ferisca» [n. 1855].

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Per quanto, con l’aiuto di Dio, possiamo liberamente fuggire dai peccati mortali, invece per natura siamo portati a compiere i peccati veniali, e senza un aiuto specialissimo della grazia, è assolutamente impossibile non compierli [Decreto sulla penitenza, Concilio di Trento Denz. 1680].

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Conoscendo bene dunque la malattia da cui veniamo sanati con la stessa Resurrezione, poniamoci in attesa filiale di colui che è venuto a ridonarci la possibilità di vivere una vita piena. Una vita appunto in cui si può non peccare, non essere in soggezione del diavolo. Gesù può davvero dire «Medico cura te stesso» [Lc 4, 23], perché il primo Medico della Malattia umana per eccellenza è stato Lui. Non dimentichiamolo mai: il confessionale rimane sempre e comunque un ospedale dell’anima.

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«Il confessionale non dev’essere una sala di tortura bensì il luogo della misericordia», [cf. Evangelii gaudium, QUI] può essere però un pronto soccorso presso il quale ci si reca perché una ferita di lieve entità può necessitare di essere chiusa con due o tre punti di sutura. Ma può essere però, il confessionale, anche una sala operatoria per i grandi interventi, all’interno della quale si asportano le metastasi di un tumore maligno. Eppure vi dirò: esistono e, purtroppo, seguiteranno ad esistere persone che, pur dinanzi alla possibilità di essere sanati e salvati con un efficace intervento di alta chirurgia, preferiscono le metastasi di un tumore maligno, pur di non entrare in una sala operatoria …

 

Gesù dolce, Gesù amore [Santa Caterina da Siena]

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Roma 20 giugno 2019

Festa del Corpus Domini

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Quella distruttiva ideologia immigrazionista clerico-politica: angioletti nigeriani in escandescenze a Roma? Il ricorso all’uso della violenza più che legittimo è indispensabile di fronte a certe situazioni e soggetti

— morale cattolica, politica e società —

QUELLA DISTRUTTIVA IDEOLOGIA IMMIGRAZIONISTA CLERICO-POLITICA: ANGIOLETTI NIGERIANI IN ESCANDESCENZE A ROMA? IL RICORSO ALL’USO DELLA VIOLENZA, PIÙ CHE LEGITTIMO È INDISPENSABILE DI FRONTE A CERTE SITUAZIONI E SOGGETTI

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Da sempre la morale cattolica insegna che devono essere valutate e applicate tutte le condizioni nelle quali l’uso della forza sia non solo necessario, ma indispensabile, vale a dire l’unico praticabile e perseguibile. Se tutti i mezzi civili più ragionevoli e non violenti si riveleranno però non solo inefficaci, ma dovessero persino risultare dannosi sulle persone che dovrebbero essere poste in condizione di non nuocere, a quel punto, il ricorso alla violenza, non solo è legittimo, ma è l’unico praticabile, ed è del tutto doveroso. In caso contrario: a breve ci ritroveremo con bande di immigrati incontrollabili e violenti che daranno vita a guerriglie urbane ….

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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