Perché i Padri de L’Isola di Patmos hanno scelto di non parlare del Sinodo Panamazzonico? Perché non siamo giornalisti a caccia di scoop, tra processi alle intenzioni, schizofrenia collettiva e cattolici litigiosi allo sbando

— attualità ecclesiale —

PERCHÉ I PADRI DE L’ISOLA DI PATMOS HANNO SCELTO DI NON PARLARE DEL SINODO PANAMAZZONICO? PERCHÉ NON SIAMO GIORNALISTI A CACCIA DI SCOOP, TRA PROCESSI ALLE INTENZIONI, SCHIZOFRENIA COLLETTIVA E CATTOLICI LITIGIOSI ALLO SBANDO

[…] diceva agli inizi degli anni Settanta del Novecento il Servo di Dio Enrico Medi: «Del mondo moderno non mi spaventano le armi atomiche, l’inquinamento o le guerre; ciò che mi spaventa è la pazzia collettiva verso la quale il mondo sta precipitando».

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Autore
I Padri de L’Isola di Patmos

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Roma, gennaio 2019: i Padri de L’Isola di Patmos

La società contemporanea, ma anche la Chiesa stessa, che della società è parte viva, pare ormai pervasa da un virus molto pericoloso: presumere di sapere che …

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Con non poca inquietudine abbiamo letto, dopo che ci sono stati inviati dai Lettori, pagine di blog e riviste di vario genere che da settimane lanciano bombe di fuoco sul Sinodo Panamazzonico. La cosa singolare e che questi personaggi — perlopiù anonimi senza volto e senza nome — che si pongono come salvatori della vera e autentica dottrina, come autentici leoni da tastiera senza identità anagrafica hanno sparato e seguitano a sparare raffiche che ogni buon Lettore dovrebbe giudicare perlomeno preoccupanti. Si tratta infatti di un atteggiamento che non rientra neppure negli schemi bellici della “guerra preventiva”, ma del vero e proprio processo alle intenzioni.

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Per adesso che cosa abbiamo in mano, del Sinodo Panamazzonico tutto quanto da celebrare, quindi da decidere e da definire? Abbiamo solo uno instrumentum laboris che ha inquietato a giusta ragione un grande storico della Chiesa ed ecclesiologo della levatura del Cardinale Walter Brandmüller, che in modo del tutto legittimo e giusto ha aperta la pista per illustrare, assieme ad altri eminenti personaggi e teologi che lo hanno seguito, in che misura questo testo fosse scritto male e foriero di ambiguità. Per adesso possiamo solo dire di essere molto preoccupati che sia stato approvato un documento preparatorio che contiene errori e ambiguità. Possiamo quindi esprimere che se dallo strumento di lavoro certe tesi passassero e giungessero a realizzazione, non potremmo neppure parlare di eresia, ma di vera e propria apostasia dalla fede, come ha spiegato il Cardinale Walter Brandmüller [cf. vedere articolo, QUI]. Merita poi ricordare che su queste nostre colonne, noi siamo stati i primi in assoluto — senza con questo volerci attribuire primati di “onore” —, a scrivere che quello panamazzonico era in realtà un sinodo pantedesco [cf. vedere articolo, QUI], se numeri e date non sono una vaga opinione. A maggior ragione ci fece piacere quando alcune settimane dopo, il Cardinale Gerhard Ludwig Müller, dichiarò che sulla preparazione di questo sinodo aleggiava una forte influenza tedesca. Hanno poi fatto seguito vescovi e sacerdoti di varie parti del mondo, teologi e fedeli laici, opinionisti e giornalisti cattolici che hanno manifestato tutte le loro preoccupazioni più che legittime, fondate e motivate. 

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All’esercito di appassionati litigiosi, che senza la litigiosità perderebbero forse ogni ragione di sussistenza della loro debole e povera fede, sfugge però il fatto che l’anziano, sapiente e lucido Cardinale Walter Brandmüller, come coloro che lo hanno seguito, parlano per ipotesi, basandosi sul solo dato oggettivo che abbiamo al momento, ossia il documento preparatorio, detto instrumentum laboris. Un testo scritto male e contenente evidenti errori dottrinali. Per seguire in questi giorni con un altro membro del Collegio Cardinalizio che ha sollevato anch’esso le sue riserve, questa volta si tratta di un prefetto in carica, il Cardinale Marc Armand Ouellet, che presiede il dicastero dei vescovi e di cui riferisce in queste ore il vaticanista Sandro Magister con un suo servizio [cf. vedere articolo, QUI]. 

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Di giorno in giorno ci ritroviamo purtroppo dinanzi a persone che possono variare dai giornalisti alle varie riviste telematiche, per seguire con una giungla di blog perlopiù anonimi, che hanno già dato un giudizio deciso e severo su un Sinodo che non si è ancóra aperto.   

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Se il Sinodo progettasse e proponesse qualsiasi cosa che possa andare contro la dottrina e il magistero perenne della Chiesa, neppure dinanzi a ciò si potrebbe però urlare più di tanto. Nulla di ciò diventerebbe infatti nuova dottrina né nuova disciplina ecclesiastica finché il Romano Pontefice, a cui spetta redigere il documento finale, non avrà accolte in toto o in parte le istanze dei Padri Sinodali emanando una sua esortazione apostolica post-sinodale. Solo dinanzi a questo documento, vale a dire dinanzi al dato veramente oggettivo, sarà infatti possibile prendere atto e quindi esprimersi, o nel caso esprimere anche riserve, se vi fosse anche e solo un passaggio che in modo ambiguo creasse conflitto con il depositum fidei.

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Dinanzi al Popolo di Dio, noi abbiamo delle responsabilità oggi forse più gravose che mai. Per sacramento di grazia compete infatti a noi insegnare, santificare e guidare o governare i Christi fideles. In particolare quando certe membra schizofreniche del Popolo di Dio pretenderebbero loro, di insegnare ai loro vescovi e sacerdoti, di dettare loro le regole su come santificare, ma soprattutto di guidare loro, secondo i loro capricci umorali e irrazionali, i vescovi ed i sacerdoti.

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Chi come noi è gravato da queste responsabilità, in una Chiesa nella quale spesso il laicato sembra quasi impazzito in un sovvertimento di ruoli che dovrebbe davvero inquietare, noi non possiamo né dobbiamo metterci a fare né guerre preventive né processi alle intenzioni su qualche cosa che deve sempre realizzarsi. Con questo è detto che, se dal documento finale di questo Sinodo uscisse fuori anche un solo elemento espresso in modo esplicito o anche celato tra le parole in modo ambiguo, che vada a contraddire il deposito della fede e la dottrina cattolica, a quel punto saremmo tenuti in scienza e coscienza cattolica ad applicare le parole del Beato Apostolo Paolo e quindi ad agire di conseguenza …

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«Mi meraviglio che così in fretta da colui che vi ha chiamati con la grazia di Cristo passiate ad un altro Vangelo. In realtà, però, non ce n’è un altro; solo che vi sono alcuni che vi turbano e vogliono sovvertire il Vangelo di Cristo. Orbene, se anche noi stessi o un angelo dal cielo vi predicasse un Vangelo diverso da quello che vi abbiamo predicato, sia anàtema! L’abbiamo già detto e ora lo ripeto: se qualcuno vi predica un Vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anàtema!  Infatti, è forse il favore degli uomini che intendo guadagnarmi, o non piuttosto quello di Dio? Oppure cerco di piacere agli uomini? Se ancora io piacessi agli uomini, non sarei più servitore di Cristo!» [Gal 1, 5-10].

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… ma solo dopo sarà possibile agire così, seguendo le orme del Beato Apostolo Paolo e solo nei casi da lui indicati, non prima, perché né la dottrina né la morale cattolica prevedono né favoriscono in alcun modo il processo alle intenzioni, nemmeno quando le intenzioni non sono buone e si palesano per questo potenzialmente molto pericolose.

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Ecco perché i Padri de L’Isola di Patmos non possono né devono parlare di ciò che ancora deve realizzarsi — sempre ammesso che si realizzi — perché sentiamo tutta la nostra più profonda responsabilità verso il Popolo di Dio, in questa società ecclesiale ed ecclesiastica sempre più confusa, umorale e schizofrenica. O come diceva agli inizi degli anni Settanta del Novecento il Servo di Dio Enrico Medi:

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«Del mondo moderno non mi spaventano le armi atomiche, l’inquinamento o le guerre; ciò che mi spaventa è la pazzia collettiva verso la quale il mondo sta precipitando» [da una conferenza dell’ottobre 1974 all’Università Cattolica di Milano].

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dall’Isola di Patmos, 2 ottobre 2019

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È in vendita il nostro nuovo libro, potete visionarlo presso il negozio librario QUI

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«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» [Gv 8,32],
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NOVITÀ – Marcello Stanzione: «Sul sentiero degli Angeli – Verso il cammino di una teologia angelica»

— negozio librario delle Edizioni L’Isola di Patmos —

NOVITÀ – MARCELLO STANZIONE: «SUL SENTIERO DEGLI ANGELI – VERSO IL CAMMINO DI UNA TEOLOGIA ANGELICA»

Oggi la Chiesa necessita particolarmente di una teologia angelica, per il mistero di grazia che incarna e per la sua cristologica missione tra gli uomini. Una Chiesa per la quale bisognerebbe tornare a invocare San Michele Arcangelo, consapevoli che la visione del Sommo Pontefice Leone XIII, oggi sembra essere divenuta triste e dolorosa realtà: «La Chiesa, questa Sposa dell’Agnello Immacolato, è ubriacata da nemici scaltrissimi che la colmano di  amarezze e che posano le loro sacrileghe mani su tutte le sue cose più desiderabili. Laddove c’è la sede del Beatissimo Pietro posta a cattedra di verità per illuminare i popoli, lì hanno stabilito il trono abominevole della loro empietà, affinché colpendo il Pastore, si disperda il gregge» [S.S. Leone XIII Prece a San Michele Arcangelo].

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Autore:
Jorge Facio Lince
Presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos

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Padre Marcello Stanzione illustra la preghiera Angelo di Dio [per aprire il video cliccare sopra l’immagine]

Quella di Marcello Stanzione non è un’opera devozionale, racchiude devozione e teologia. È infatti teologico ciò che è cristologico nella fede, per la fede e a servizio della fede, specie nel mondo dei moderni teologi che tendono sempre più a parlare del proprio “Io” e sempre meno di “Dio”.

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Oggi più che mai, tra grandi svolte antropologiche, tra cristiani anonimi e verità svecchiate da adeguati processi di demitizzazione; dovrebbe risuonare alle nostre orecchie il monito inquieto e pentito espresso decenni or sono da Jacques Maritain nella sua opera Il significato dell’ateismo contemporaneo, un’opera che ci aiuta a non perdere di vista che le espressioni peggiori della negazione di Dio nascono proprio dalle varie forme di “devoto” ateismo “religioso”:

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Edizioni ‘Isola di Patmos, copertina del libro di Marcello Stanzione [cliccare sull’immagine per aprire il negozio]

«Non si crede più al Diavolo, né agli angeli cattivi; né ai buoni, naturalmente. Essi non sono che sopravvissuti eterei di un museo di immagini babilonese. A dire il vero, il contenuto oggettivo al quale la fede dei nostri avi si appoggiava, è tutto un mito oramai, come il peccato originale, per esempio: non è forse nostra grande preoccupazione, oggi, spazzar via il complesso di colpevolezza, come il Vangelo dell’Infanzia e la resurrezione dei corpi e la creazione. E come il Cristo storico, naturalmente».

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Perché dunque gli Angeli? Angeli come messaggeri celesti, guide, custodi e consolatori degli uomini. Gli Angeli, relegati sino a poco tempo fa nelle fiabe per bambini, tornano in queste righe protagonisti del mistero della creazione, del mistero della incarnazione del Cristo Dio che prende avvio da un dialogo struggente tra l’Arcangelo Gabriele e Maria: «Ti saluto, o piena di grazia: il Signore è con te» [Lc 1, 28]. E l’Angelo, messaggero del Signore e devoto custode della libertà che promana dal Creatore, attese trepidante la risposta. Fiducioso, attese il libero “sì” di Maria, da portare dinanzi al trono dell’Eterno.

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Preghiera all’Angelo Custode

Oggi la Chiesa necessita più che mai di una teologia angelica, per il mistero di grazia che incarna e per la sua cristologica missione tra gli uomini. Una Chiesa per la quale bisognerebbe tornare a invocare San Michele Arcangelo, consapevoli che la visione del Sommo Pontefice Leone XIII, oggi sembra essere divenuta triste e dolorosa realtà:

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«La Chiesa, questa Sposa dell’Agnello Immacolato, è ubriacata da nemici scaltrissimi che la colmano di amarezze e che posano le loro sacrileghe mani su tutte le sue cose più desiderabili. Laddove c’è la sede del Beatissimo Pietro posta a cattedra di verità per illuminare i popoli, lì hanno stabilito il trono abominevole della loro empietà, affinché colpendo il Pastore, si disperda il gregge» [S.S. Leone XIII Prece a San Michele Arcangelo].

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Il libro di Marcello Stanzione, noto da anni come angelologo di fama internazionale, guiderà il lettore nel mondo oggi sempre più sconosciuto, ma straordinario, della dimensione angelica. Incluso quell’Angelo Custode che sarebbe bene tornare a conoscere e pregare. 

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dall’Isola di Patmos 29 settembre 2019

Festa di San Michele Arcangelo

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andando alla pagina del nostro negozio [vedere QUI] potrete ordinare con estrema facilità questo libro [vedere QUI] e riceverlo a casa vostra entro due giorni lavorativi senza spese di spedizione postale. Sempre alla pagina del nostro negozio potrete inoltre visionare i titoli e le descrizioni degli altri nostri libri in uscita [vedere QUI].

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Siamo certi che ci aiuterete a diffondere le opere delle Edizioni L’Isola di Patmos, specie per il servizio che esse possono rendere in questo momento così difficile alla Chiesa di Cristo e al Popolo di Dio.

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Anticipiamo ai Lettori che tra la fine di settembre e la fine di ottobre andranno in pubblicazione le seguenti opere:

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LA METAFISICA DI GESÙ CRISTO, di Giovanni Cavalcoli, O.P.

ARIANESIMO, UNA ERESIA ANTICA SEMPRE PRESENTE, di Leonardo Grazzi  

 

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Dai cieli risuoni sulla terra l’eco mirabile de “il nome della rosa”, la nostra: quella vera …

DAI CIELI RISUONI SULLA TERRA L’ECO MIRABILE DE IL NOME DELLA ROSA, LA NOSTRA: QUELLA VERA …

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Ognuno di noi porta un nome che i nostri genitori hanno scelto. Forse per una tradizione familiare, per un desiderio personale, o per perpetuare il nome di qualche nonno o bisnonno. O forse per dare il nome di qualche scrittore, autore, artista e attore che ai nostri genitori è piaciuto molto. Questo per chiarire che già solo il nome, dice qualcosa della nostra origine.

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Il nome della rosa: poster del film del 1986 con Sean Connery

Ci sono devozioni che è necessario riscoprire e meditare, come quella del Santissimo Nome di Maria, che è molto importante perché credo racchiuda un insieme di insegnamenti bellissimi sulla nostra fede.

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Soffermiamoci sulla natura del nome. Ognuno di noi porta un nome che i nostri genitori hanno scelto. Forse per una tradizione familiare, per un desiderio personale, o per perpetuare il nome di qualche nonno o bisnonno. O forse per dare il nome di qualche scrittore, autore, artista e attore che ai nostri genitori è piaciuto molto. Questo per chiarire che già solo il nome, dice qualcosa della nostra origine.

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Ne Il Signore degli Anelli, l’elfo biondo che accompagna la Compagnia dell’Anello ha un nome molto particolare: Legolas. Tolkien ha ideato il linguaggio elfico appositamente per la sua saga epica. E infatti, Legolas, in elfico significa Verde Foglia e indica, di nuovo, le origini dell’arciere, originario non a caso del Reame Boscoso.

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Prendiamo adesso un esempio dal mondo reale: se sentite qualche amico molto credente chiamarsi Efisio, molto probabilmente ha origini sarde, perché Sant’Efisio è un santo cagliaritano. Ciò per ribadire che il nome può dire la nostra origine identitaria, ed a questo nome il Signore lega una missione particolare affidata a ciascuno di noi: la nostra missione.

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Nell’ambito della vita religiosa, per secoli, vestendo l’abito della famiglia monastica o religiosa, si è assunto un nome diverso rispetto al proprio nome di Battesimo. In alcuni casi anche gli stessi sacerdoti secolari, che non hanno mai avuto questa tradizione, hanno chiesto in certi casi ai propri vescovi di assumere un altro nome. Questa richiesta è stata fatta varie volte soprattutto da uomini divenuti sacerdoti in età adulta, quasi come a voler segnare, anche nel nome stesso, il marchio della propria scelta radicale di vita. Ecco allora che il nome, scelto e dato dai superiori religiosi, oppure scelto e proposto dal religioso, oppure assunto dal sacerdote secolare su sua richiesta fatta al vescovo, è qualche cosa di strettamente legato alla scelta vocazionale, al carattere e alla spiritualità della persona.

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Il fatto che un nome caratterizzi una persona è un elemento che coinvolge in modo primario la nostra Madre, Maria. Infatti, mentre facevo ricerche sulla dicitura Santissimo Nome di Maria, provvidenzialmente ho trovato una bellissima poesia che il letterato italiano Alessandro Manzoni compose fra 1812 e il 1815. Il letterato e poeta, scrivendo del Nome di Maria, afferma:

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Nelle paure della veglia bruna, / Te noma il fanciulletto; a Te, tremante,/ Quando ingrossa ruggendo la fortuna,/ Ricorre il navigante.

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I versi sembrano proprio rivolgersi a tutti noi. Il nome di Maria accompagna i bambini e gli adolescenti che partecipano all’oratorio e alle altre attività e al tempo stesso il navigante. Interpretando liberamente potremmo dire che il navigante è ognuno di noi, cybernauti non più bambini e adolescenti; il navigante è ogni credente che naviga col vascello di Gesù: la Chiesa. E si affida a Maria quando nella sua vita di fede, e anche nelle vicissitudini quotidiane, arrivano dei momenti di tempesta, che richiamano appunto il manzoniano ruggire della fortuna.

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Ripenso a tre letture tipicamente mariane che ci mostrano quanti grandi insegnamenti sono racchiusi nel nome di Maria, nostra madre. Il Libro della Genesi, detto anche protoevangelo, che funge da introduzione al Vangelo di Cristo:

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«Io porrò inimicizia fra te e la donna, e fra la tua discendenza e la discendenza di lei; questa discendenza ti schiaccerà il capo e tu le insidierai il calcagno» [Gn  3,15].

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La donna che qui darà la discendenza che schiaccerà il serpente, sarà proprio Maria, che è presente in forma tipica. Passando dal Libro della Genesi all’Epistolario Paolino, possiamo invece leggere nella Lettera ai Galati: «Dio mandò il Suo figlio nato da donna». Qui si mostra come Gesù è davvero quella discendenza profetizzata da Dio, vero Dio e vero Uomo.

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Introduciamoci adesso nel testo evangelico mariano per eccellenza, il brano lucano che narra l’annunciazione. Immaginiamo di essere noi stessi dentro la casa di Maria, e di ascoltare le parole dell’Arcangelo:

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«Al sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato ad una sposa. La vergine si chiamava Maria» [cf. Lc 1, 26 – 38].

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Il primo insegnamento legato al nome di Maria è legato al suo essere sposa e al tempo stesso vergine. Maria insegna in questo a tutti quanti, attraverso una verginità che va intesa anche come purezza e prontezza a rispondere alla chiamata di Dio. Come un campo puro e vergine, Maria è per noi esempio di persona che si prepara a dire di sì a Dio. Immediatamente dopo l’Arcangelo la saluta:

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«”Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te” […] “Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio”».

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Maria è la piena di Grazia, immacolata concezione, e l’Arcangelo le affida il motivo per cui è venuta da lei: le annuncia che seppure vergine e promessa sposa, ella concepirà per opera di Dio un figlio: Gesù. Ecco come Maria ci mostra il dono di una maternità che genera ― insegna il dogma mariano ― Gesù nel suo corpo umano. È grazie a Maria e allo Spirito Santo, che Gesù diviene uomo come noi, attraverso il mistero dell’incarnazione del Verbo di Dio. E, come tutte le persone, di fronte ad un grandissimo annuncio, anche la piccola Maria riflette e medita su quanto l’Arcangelo le dice:

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«A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo». 

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Non ha dubbi Maria che il Signore le voglia donare qualcosa di grande: ma si domanda come potrà accadere. E quel «si domandava», letteralmente bisognerebbe tradurlo con “rifletteva, meditava”. In questo la piccola ancella di Nazareth ci è di esempio: anche noi possiamo riflettere sul messaggio che Dio ci lascia ogni giorno. Meditare quel messaggio per rendere la nostra vita piena di senso profondo. Infine, dopo le rassicurazioni dell’Arcangelo, ecco prorompere il sì d’amore mariano:

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«Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola».

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Il sì mariano è che Gesù venga al mondo. Il Figlio di Dio è generato tramite l’Eterno Padre e Maria. E nasce per noi. La missione di Maria ora si può compiere: generare Gesù per noi.

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In ciascuno dei nostri stati di vita anche noi abbiamo questa missione particolare: generare Gesù nelle persone, ovvero far sì che diventiamo testimoni che Gesù è entrato nelle nostre vite, cambiandole radicalmente. Così, chi ci osserverà da lontano, potrà ascoltare la nostra testimonianza: e lo Spirito Santo agirà in lui e spargerà i semi della parola di vita eterna.

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Esaltare il nome mariano, implica l’esaltazione del nome di Maria Madre di Dio qual modello di tutti noi credenti. Quindi ringraziamo Dio, perché oggi tutti i nostri nomi sono scritti nel libro della vita eterna donataci da Gesù. I nostri nomi sono scritti nel cuore ardente della nostra madre celeste che, pulsante di amore e tenerezza, li dona a Dio.

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Il Signore ci doni sempre più la forza e il coraggio di vivere con fedeltà la vita cristiana, sull’esempio della nostra Santa Mamma.

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Gesù dolce, Gesù Amore [Santa Caterina da Siena]

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Roma, 28 settembre 2019

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Articolo tratto da una meditazione tenuta nella festa del Santissimo Nome di Maria ai Padri Marianisti.

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È in distribuzione il secondo libro delle Edizioni L’Isola di Patmos, visitate la pagina del nostro negozio QUI. Sostenete le nostre edizioni acquistando i nostri libri   

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Novità dalla Provincia Domenicana Romana: visitate il sito ufficiale dei Padri Domenicani, QUI

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Perché la Vergine Maria non chiese l’eutanasia di Gesù Cristo sulla croce, come invece permetterà il governo di Giuseppe Conte, bimbo prodigio di Villa Nazareth? Però per la Segreteria di Stato Vaticana e per i Vescovi Italiani il vero problema era Matteo Salvini che esibiva il rosario in piazza

— attualità ecclesiale —

PERCHÉ LA VERGINE MARIA NON CHIESE L’EUTANASIA DI GESÙ CRISTO SULLA CROCE, COME INVECE PERMETTERÀ IL GOVERNO DI GIUSEPPE CONTE, BIMBO PRODIGIO DI VILLA NAZARETH? PERÒ PER LA SEGRETERIA DI STATO VATICANA ED I VESCOVI ITALIANI IL VERO PROBLEMA ERA IL POPULISTA MATTEO SALVINI CHE ESIBIVA IL ROSARIO IN PIAZZA

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Mentre in Italia vince la cultura satanica della morte, seguitino pure a correre dietro al moderno dogma supremo del migrante, i Cardinali Pietro Parolin e Gualtiero Bassetti, amoreggiando ora col mondo, ora coi bimbi prodigio di Villa Nazareth del defunto capo-modernista Cardinale Achille Silvestrini. Noi invece siamo lì, inginocchiati nel posto migliore, sotto la croce di Cristo, dalla quale non cola la morte, ma il sangue che ci ha redenti. E di tutta questa gente, rossi di colore politico o rossi di porpora cardinalizia, non abbiamo proprio paura, all’ombra della croce di Cristo Dio.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Il Sommo Pontefice e il Capo del Governo Italiano Giuseppe Conte, incontro privato dopo i funerali del Cardinale Achille Silvestrini

Oggi la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittimo l’articolo 580 del Codice penale [cf. QUI] che punisce l’istigazione o l’aiuto al suicidio e per il quale erano previste delle pene tra i 5 e i 12 anni di reclusione. La Suprema Corte è stata chiamata a pronunciarsi sulla questione dalla Corte d’Assise di Milano nell’ambito del processo che vede imputato un celebre Cavallo di Troia: l’esponente del Partito Radicale Marco Cappato, coinvolto nel suicidio assistito di Fabiano Antoniani, noto al pubblico come Dj Fabo [cf. QUI] In questo modo la Suprema Corte ha aperto una porta alla possibilità di aiutare una persona a morire, dichiarando lecito l’ingresso del Cavallo di Troia e decretando che una norma che punisce il suicidio assistito ma che non tiene conto della situazione di chi soffre in modo insostenibile, è da considerarsi incostituzionale. Dunque, a partire da oggi, la Suprema Corte ha stabilito con sentenza il “diritto a morire” dichiarando allo stesso tempo:

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«non punibile chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli».

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A questo punto dovrà intervenire il legislatore con un’apposita legge, vale a dire proprio quel governo presieduto dal Professor Giuseppe Conte tanto appoggiato dalla Santa Sede e dalla Conferenza Episcopale Italiana. In questo, come in altri casi, si mettano l’animo in pace i buoni fedeli cattolici, perché sia dalla Santa Sede sia dalla Conferenza Episcopale Italiana non udrete il dignitoso e umile lamento: “Perdono, abbiamo sbagliato”. Perché le logiche della peggiore superbia, che è la superbia clericale, funzionano sulla base di questo principio che in sé ha ovviamente del blasfemo: il Divino Padre e il Divino Figlio, possono anche sbagliare a far procedere il Divino Spirito Santo, ma la Santa Sede e la Conferenza Episcopale Italiana no, non possono sbagliare valutazioni e giudizi, mai!

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Mentre un Governo formato anche da membri della più furiosa sinistra radicale si accinge a brindare il varo della legge sull’eutanasia mascherata da “caso estremo”, la Suprema Corte Costituzionale ha aperto tutte le piste assoggettando la non punibilità:

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«[…] al rispetto delle modalità previste dalla normativa sul consenso informato, sulle cure palliative e sulla sedazione profonda continua (articoli 1 e 2 della legge 219/2017) ed alla verifica sia delle condizioni richieste che delle modalità di esecuzione da parte di una struttura pubblica del Servizio Sanitario Nazionale, sentito il parere del comitato etico territorialmente competente […] l’individuazione di queste specifiche condizioni e modalità procedimentali, desunte da norme già presenti nell’ordinamento, si è resa necessaria per evitare rischi di abuso nei confronti di persone specialmente vulnerabili, come già aveva sottolineato nella sua precedente ordinanza 207 del 2018. Rispetto alle condotte già realizzate, il giudice valuterà la sussistenza di condizioni sostanzialmente equivalenti a quelle indicate».

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All’udienza erano presenti Marco Cappato e la compagna di Dj Fabo, assieme a loro anche Mina, la vedova di Piergiorgio Welby, morto nel 2006 dopo che su sua richiesta gli era stato staccato il respiratore che lo teneva in vita. Tutti hanno pubblicamente esultato, come se la morte fosse una vittoria. Dal proprio canto Marco Cappato ha ribadito appellandosi niente meno che al dovere morale: «Ho aiutato Fabiano perché l’ho ritenuto un mio dovere morale» [cf. QUI]. Per poi seguire a gioire con un twitter: «Vittoria della disobbedienza civile; da oggi tutti più liberi, anche chi non è d’accordo».

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Queste parole suonano come bestemmie alle orecchie di qualsiasi spirito cristiano che durante la memoria pasquale rivive il mistero di Cristo che vince la morte con la sua risurrezione, alla quale tutti siamo resi partecipi. Oggi invece, da un degno prodotto di quel partitino mefistofelico noto come Partito Radicale, ci tocca udire che la conquista è invece la morte, con tanto di richiamo a “doveri morali”. A questi commenti di giubilo hanno fatto seguito quelli del senatore del Partito Democratico Monica Cirinnà, sui quali sorvoliamo, perché con le parole di Marco Cappato abbiamo detto più o meno tutto. Solo una cosa possiamo aggiungere: sotto i nostri occhi apatici e impotenti di cittadini cattolici, tutti quanti muniti di certificato elettorale, ma soprattutto beneficiari dei diritti costituzionali di libertà di pensiero, parola ed espressione, che nessuno può certo revocarci in quanto cattolici, abbiamo assistito alla penosa resa di una Chiesa italiana ormai fossilizzata in modo sclerotico-ossessivo solo sui migranti, mentre nel nostro Paese è ormai entrato il Cavallo di Troia della cultura della morte: il suicidio assistito.

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Altrettanto importante sarebbe notare la perfetta ripetizione di quanto già avvenuto a suo tempo nel 1978 col referendum sulla legalizzazione dell’aborto: i sostenitori di certe leggi, che mirano in vario modo a toccare al cuore la vita ― come se essa fosse un bene disponibile nelle mani di elettori, legislatori e medici ― le loro lotte le scatenano sempre basandosi su casi limite, anzi su casi rarissimi. Giocando su di essi vanno prima a colpire l’emotività collettiva, poi compiono un sovvertimento delle leggi fondamentali invertendo la stessa logica giuridica: trasformare l’eccezione ― spesso non rara bensì rarissima ― in regola generale. Sia chiaro: il diritto tiene conto da sempre della esistenza e della possibile sussistenza dell’eccezione rara, ma al momento in cui essa, previa manipolazione, finisce trasformata in regola generale, a quel punto siamo dinanzi alla vera e propria aberrazione giuridica e legislativa.

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Casomai molti non se ne rendessero conto, è bene chiarire che siamo solo all’inizio del processo di radicale e diabolica disumanizzazione. Il Cavallo di Troia è stato infatti appena introdotto, ancóra i soldati non sono usciti dal suo ventre, ma tra poco sortiranno fuori. Poi, in un futuro affatto lontano, grazie agli esponenti di quegli attuali partiti che urlano per ogni nonnulla al fascista e al nazista, ci ritroveremo in una società a tal punto libera e democratica da far impallidire il Terzo Reich nazista, ma soprattutto il Dottor Josef Mengele. E domani, ai più squisiti sensi di legge e senza consenso alcuno da parte degli interessati o dei loro familiari, forse saranno soppresse persone gravemente ammalate che permanendo in vita senza possibilità alcuna di cura e di guarigione, indistintamente giovani o anziani, non dovranno gravare sui bilanci dello Stato e sul Servizio Sanitario Nazionale. Anche perché la nostra popolazione, sempre più vecchia e con tasso di natalità al di sotto dello zero da quattro decenni, non tarderà a scoprire che i tanto accolti e desiderati migranti, non verranno affatto nel nostro Paese per cambiarci i pannoloni, né per porgerci le padelle e svuotarci i pappagalli, né per reggere e pagare col loro lavoro, con le loro tasse e con i loro contributi il nostro sistema pensionistico destinato al futuro collasso assieme al servizio sanitario nazionale.

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Se infatti non vivessimo obnubilati dal politicamente corretto, dovremmo sapere che la gran parte dei giovani africani che emigrano verso il nostro Paese, perlopiù provengono da Paesi nei quali i maschi non hanno mai brillato né per voglia né per capacità di lavoro. Ciò per un discorso puramente antropologico e culturale: nelle società di certi Paesi africani a lavorare sono le donne, non gli uomini. Dal canto loro, le nostre Forze dell’Ordine e i fascicoli giudiziari che tracimano per certi specifici reati nei nostri tribunali, dimostrano che quando questi maschi antropologicamente e culturalmente sfaccendati si mettono a lavorare, creano spesso imprese di questo genere: prendono mogli e figlie e le portano a prostituirsi per le nostre strade. Quanti, ma soprattutto quanto numerosi sono i mariti ed i padri originari della Nigeria arrestati ripetutamente per sfruttamento della prostituzione, in particolare di quella minorile? Eppure a suo tempo, quella “grande scienziata” del Senatore Laura Boldrini, ebbe l’ardire di affermare che se non avessimo accolto i migranti, domani non avremmo avuto nessuno che da vecchi ci avrebbe cambiati i pannoloni (!?). Presto detto: o questa Senatore ha scambiato i giovani nigeriani musulmani nullafacenti, con una comprovata propensione alla violenza e al delinquere, per degli operosi cattolici filippini, notoriamente laboriosi nonché particolarmente rispettosi per anziani e ammalati, oppure stava proprio recitando sul set di un film di fantascienza, come da anni tendono a fare gli esponenti del Partito Democratico. C’è però anche una terza possibilità: forse la Senatore non conosce proprio usi, costumi e abitudini di alcune popolazioni del Continente Africano, quelle che peraltro producono i più alti flussi migratori e allo stesso tempo il più alto numero di reati commessi, una volta giunti in Europa. Detto questo si noti bene: ad affermare simili cose, non sono io dopo avere vestito i panni del cosiddetto razzista, fascista e nazista, ma sono i fatti e gli atti giudiziari. Basterebbe solo fare un giro nei vari Paesi europei per scoprire all’istante che neppure la solerte, disciplinata e rigorosa polizia della Repubblica Federale Tedesca, riesce a tenere a bada certe bande di delinquenti violenti, perlopiù provenienti dalla Nigeria.

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Come dicevamo poc’anzi non è un mistero che l’attuale governo sia stato appoggiato in modo sfacciato dalla Santa Sede e dalla Conferenza Episcopale Italiana entrata a gamba tesa nella campagna elettorale per le elezioni europee del 26 maggio 2019. E di questo governo è Primo Ministro il Professor Giuseppe Conte, un bimbo prodigio cresciuto presso Villa Nazareth a Roma, tra le sottane affatto compiante del Cardinale Achille Silvestrini, modernista a tutto tondo e membro di spicco della cosiddetta cardinalizia Mafia di San Gallo. Per pudore ecclesiale e amore di patria molti di noi hanno scelto di tacere, ma chi conosce certi personaggi e il loro modo di agire, ha compreso all’istante, nei giorni della crisi di governo apertasi in pieno agosto, che il famoso discorso rivolto principalmente all’attacco del Ministro dell’Interno, Senatore Matteo Salvini, dal Professor Giuseppe Conte [cf. QUI], è stato scritto in buona parte tra la Segreteria di Stato e Villa Nazareth, ubicata a Roma in via della Pineta Sacchetti, luogo ameno dove peraltro è molto più facile incontrare e intrattenersi a colloquio in modo del tutto riservato col Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato di Sua Santità.

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Grande paura è stata mostrata per il populista Matteo Salvini, mentre i giornali cattolici “di regime” dissertavano sulla inopportuna esibizione della corona del rosario e sui suoi richiami al Cuore Immacolato della Vergine Maria, quasi come fossero autentiche bestemmie. Soprassediamo poi sui tweet e le battute inopportune nelle quali si è cimentato Padre Antonio Spadaro, che spazia ormai tra la voce del padrone e la voce dell’incoscienza. Adesso, queste stesse persone, si ritroveranno a raccogliere i frutti che hanno seminato e in breve, il loro bimbo prodigio di Villa Nazareth dovrà aprire con le sue stesse mani la pancia del Cavallo di Troia introdotto dentro la nostra Città. Questi sono i fatti ed i risultati di una Santa Sede e di una Conferenza Episcopale Italiana che irritata dalle corone del rosario e dai richiami populisti al Cuore Immacolato della Vergine Maria, si è messa ad amoreggiare con le frange della Sinistra radicale, della quale conosciamo da sempre le varie istanze: l’eutanasia, l’abolizione dell’obbiezione di coscienza per i medici che non intendono praticare aborti, il matrimonio tra coppie omosessuali, la concessione alle stesse dell’adozione di bambini, la liceità dell’utero in affitto, l’imposizione della educazione al gender nelle scuole primarie e via dicendo a seguire … Però, lo ripetiamo di nuovo: il problema erano le corone del rosario e le invocazioni rivolte al Cuore Immacolato della Beata Vergine Maria di quel populista del Senatore Matteo Salvini.

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Temo invece purtroppo che il grosso problema è costituito da camaleonti professionisti come l’attuale Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, Cardinale Gualtieri Bassetti, che alcuni decenni fa, prete fiorentino che era, saliva sui pulpiti nei periodi pre-elettorali e invitava a votare alla Democrazia Cristiana, fosse persino costato turarsi il naso per non sentire la puzza. Oggi, in cammino verso gli ottant’anni, lo vediamo ridotto a sorridere a una sostenitrice della cultura della morte come il Senatore Emma Bonino, già annoverata in precedenza tra le figure dei grandi italiani per l’augusta bocca del Pontefice felicemente regnante [cf. QUI, QUI]. Cos’altro dire: … Ah, quando avrei preferito, al posto di Gualtiero Bassetti, la salvezza della mia anima e il Paradiso, ad una porpora cardinalizia conquistata dopo aver saltato per una vita intera da un carretto a un altro!

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Sono consapevole che noi sacerdoti e teologi non ancora venduti al Principe di questo mondo ci rivolgiamo a un mondo secolarizzato e scristianizzato che non capisce più né il nostro linguaggio né i sentimenti e i fondamenti evangelici che lo animano. A questo si aggiunga altro e peggio: ci ritroviamo a essere persino ostracizzati e perseguitati all’interno della stessa Chiesa nella quale oggi, tra un colpo di misericordia e una botta di sinodalità collegiale, siamo ormai ridotti ― come spesso ho detto ― al regime cambogiano di Pol Pot.

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Per comprendere il terribile mistero della morte, della malattia, del decadimento fisico, del dolore e della sofferenza, è necessario partire da molto lontano: dalla creazione del mondo e dell’uomo. La morte, indicata da molti come “elemento naturale” e “inevitabile” del ciclo della vita, oltre a non essere affatto naturale, è in verità quanto di più innaturale possa esistere. Dio non ha affatto creato l’uomo mortale, lo ha creato immortale. Dio, datore della vita perfetta ed eterna, nel mistero della creazione non ha affatto concepito né il dolore né la sofferenza, né il decadimento fisico né la malattia. La morte, con tutte le sue relative conseguenze, entra nella scena del mondo quando l’uomo, beneficiando della libertà e del libero arbitrio a lui donati da Dio, decide di ribellarsi al proprio Creatore. È allora che entra nella scena del mondo quell’elemento del tutto innaturale che è la morte, conseguenza di un peccato che ha alterata la creazione stessa. Tutto questo è indicato come peccato originale; un peccato che nessuno di noi ha commesso, ma che tutti abbiamo ereditato assieme a una natura corrotta in origine da questo stesso peccato.

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Questa è la nostra fede, che parte proprio dal mistero della creazione. Una fede che conferisce a noi credenti tutt’altra percezione della morte e del dolore, un elemento talora più sgradito, nonché fonte di sofferenze persino maggiori, quando non affligge noi, ma colpisce attraverso la malattia le nostre persone più care e amate.

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In una società che assieme ai princípi cristiani rifiuta il decadimento fisico, la malattia e la morte stessa, più che difficile può risultare talora quasi impossibile parlare agli uomini di questo nostro mondo di quel grande elemento sia educativo sia salvifico che è il dolore. Argomento trattato dal Sommo Pontefice Giovanni Paolo II in una sua memorabile lettera apostolica dedicata al senso cristiano della sofferenza umana [Cf. Salvifici doloris, testo integrale, QUI].

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In una società che assieme ai princípi cristiani rifiuta il decadimento fisico, la malattia e la morte stessa, più che difficile può risultare talora quasi impossibile parlare agli uomini di questo nostro mondo del mistero della croce, che è anzitutto indicibile sofferenza. Infatti, se uno specialista in medicina legale e uno specialista in anatomia patologia si mettessero a spiegare al grande pubblico quelli che sono sia i dolori, sia le conseguenze fisiche per una morte causata dal supplizio della crocifissione ― chiamato non a caso dal Diritto Penale Romano poena extra ordinem, ossia il summum supplicium ―, forse in molti non reggerebbero al dettaglio delle descrizioni.

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Eppure, sotto la croce … Stabat Mater dolorósa iuxta crucem lacrimósadum pendébat Fílius [stava la madre addolorata in lacrime, sotto la croce, sulla quale pendeva suo Figlio]. E la Madre Addolorata, dinanzi al figlio sofferente agonizzante, non supplicò alcun centurione di porre fine a quello strazio con un “misericordioso” colpo di lancia. Perché la Beata Vergine Maria, come recita la preghiera di San Bernardo alla Vergine riportata da Dante nel XXXIII Canto del Paradiso, era «Figlia del tuo Figlio, umile e alta più che creatura, termine fisso d’eterno consiglio». Proprio così: era Figlia del Figlio di Dio, non era una figlia di Satana come quell’anima del povero Marco Cappato — salvo suo sincero e profondo pentimento —, degno figlio politico di Marco Pannella ed Emma Bonino, la grande italiana, il quale esulta oggi sulla conquista della morte, introdotta nel mondo dal Demonio, non certo da Dio.

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Mentre in Italia rischia di vincere la cultura satanica della morte, seguitino pure a correre dietro al supremo dogma Cardinale Achille Silvestrini. Noi invece siamo lì, inginocchiati nel posto migliore, sotto la croce di Cristo, dalla quale non cola la morte, ma il sangue che ci ha redenti. E di tutta questa gente, rossi di colore politico o rossi di porpora cardinalizia, non abbiamo proprio paura, all’ombra della croce di Cristo Dio, sono loro che devono temere, ancor più del domani, l’eterno che li attende.

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dall’Isola di Patmos, 26 settembre 2019

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«Vi dico che se questi taceranno, grideranno le pietre». Ridatece Pasquino: presto!

– attualità ecclesiale –

«VI DICO CHE SE QUESTI TACERANNO GRIDERANNO LE PIETRE»  RIDATECE PASQUINO: PRESTO! 

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La verità, che è madre di ogni democrazia, è di per sé stessa liberante, non è impositiva, illumina l’intelligenza e informa la libertà di ogni individuo. Davanti alla verità, l’uomo non può non schierarsi, esso deve decidere se abbracciarla o rifiutarla. Nel momento che la si abbraccia se ne diventa il cercatore, non per tornaconto personale, ma perché la verità è suadente e seduce l’uomo verso quel bene ― personale o comunitario ― che non conosce doppiezza o compromesso, pena il disconoscimento della verità stessa che deteriora così in menzogna. 

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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Roma, statua di Pasquino

Chi si trova a passare per il rione Parione a Roma, non avrà difficoltà a raggiungere Piazza Pasquino, dove il visitatore noterà, all’angolo di Palazzo Braschi, la celebre statua parlante del satirico epigrammatico chiacchierone più famoso della storia della Capitale.

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Pasquino, statua del periodo ellenista del III secolo a.C., è stato colui che ha dato voce al popolo, utilizzando la satira e lo sberleffo per mettere in luce situazioni politiche, sociali o anche religiose che non era più possibile tollerare. Dalle pungenti pasquinate non furono risparmiati neanche i Papi. Sotto i pontificati di Adriano VI, di Sisto V e di Clemente VIII, la statua rischiò di essere frantumata e distrutta. Solo la saggezza di qualche lungimirante prelato all’interno dello Stato Pontificio dissuase il Romano Pontefice Sisto V da un tal proposito, dopo che era apparsa l’epigrafe: «Quer boia der Papa Sisto che nun perdona manco Cristo». Pena per la distruzione della statua, sarebbero state le ripercussioni e le incontrollabili reazioni del popolo romano.

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Allora bisogna convenire, obtorto collo, che er pupazzo de Pasquino svolgeva con la sua attività un servizio utile a molti: ai potenti che si vedevano redarguiti e ricondotti alla riflessione; al popolo che si sentiva tutelato, unendosi sotto un simbolo comune; alla libertà di pensiero che poteva finalmente esprimersi al di là dell’immancabile censura che rischiava di offuscare la verità delle cose. Forse è questo il motivo per cui una certa sana satira e un’equa auto-critica, nei dovuti modi, nei giusti tempi e contesti, può essere molto più utile rispetto a certi provvedimenti ufficiali.

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Roma, statua di Pasquino

Il personaggio di Pasquino, tralasciando l’uso strumentale, politico o ideologico che questo simbolo ha incarnato nel tempo, costituiva di fatto la voce del popolo. Di un popolo papalino, fedele al trono e all’altare ma che al bisogno non rinunciava di praticare la ben nota schiettezza romanesca tanto invocata dall’odierno mainstream ecclesiastico con il termine di parresia. Già … Parresia, ma di che cosa stiamo parlando? La parresia è una realtà antica, secondo gli studiosi già il drammaturgo Euripide [ca. 480-406 a.C.] esprimeva con questo termine la virtù di affermare con forza la verità. Altri filosofi del mondo classico del calibro di Socrate [ca. 469-399 a.C], Platone [ca. 428-348] e Aristotele [ca. 384-322 a.C.] si dichiaravano cercatori della verità e nella pratica e nell’insegnamento della parresia contribuivano a costruire le basi per quello che sarebbe stato il sistema democratico ateniese. Una società può rimanere in piedi solamente se rimane saldamente ancorata alla verità, la menzogna e la doppiezza costituiscono per tanto l’unico vero ostacolo ad ogni buon sistema democratico di governo.

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Il filosofo e saggista francese Paul-Michel Foucault espresse per questo motivo il proprio pensiero con il famoso aforisma: «perché ci sia democrazia ci deve essere parresia». Ma è proprio a questo punto del ragionamento che si rende necessario un chiarimento. Platone distingueva due tipologie di parresia: una veritiera denotata come virtù sapiente e costruttiva e una falsa denotata come ingannevole e illusoria. Desidero soffermarmi sulla prima tipologia, tralasciando per il momento la seconda ad altri approfondimenti successivi. Capiamo bene come la parresia spinga l’uomo verso la faticosa ricerca della ben rotonda verità, rispetto al pericolo di assolutizzare le opinioni personali promuovendole a verità d’éliteA questo proposito, basti pensare ai più famosi regimi dittatoriali della storia che si sono caratterizzati proprio in seguito alle verità personali dei loro leaders.

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La verità, che è madre di ogni democrazia, è di per sé stessa liberante, non è impositiva, illumina l’intelligenza e informa la libertà di ogni individuo. Davanti alla verità, l’uomo non può non schierarsi, esso deve decidere se abbracciarla o rifiutarla. Nel momento che la si abbraccia se ne diventa il cercatore, non per tornaconto personale, ma perché la verità è suadente e seduce l’uomo verso quel bene ― personale o comunitario ― che non conosce doppiezza o compromesso, pena il disconoscimento della verità stessa che deteriora così in menzogna. E dinanzi alla verità non si può tacere, perché «Se questi taceranno, grideranno anche le pietre» [cf. Lc 19, 40].

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Roma, statua di Pasquino

Di fronte al pericolo, sempre più incombente, di un relativismo contemporaneo che distorce e falsifica la verità, c’è bisogno di ribadire con forza che la verità è unica e possiede un nome: Gesù Cristo. Non esistono altre verità ― o verità parallele ― a cui l’uomo può approcciarsi per giungere al bene desiderato. A spiegarcelo è il magistero della Chiesa: «Chiamati alla salvezza mediante la fede in Gesù Cristo, «luce vera che illumina ogni uomo» [Gv 1,9], gli uomini diventano «luce nel Signore» e «figli della luce» [Ef 5,8] e si santificano con «l’obbedienza alla verità» [1 Pt 1,22 – cfr. Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Veritatis Splendor n° 1], che realizza ogni parresia e permette di sperimentare quella grazia divina che previene e soccorre l’uomo davanti allo spirito menzognero per eccellenza ― Satana ― e alla sua opera. Se infatti l’operare e l’agire di Dio si declinano attraverso la mediazione della verità del Verbo incarnato nel mondo, l’opera del Maligno e dei suoi seguaci si declina attraverso il disconoscimento di Dio e del Cristo fino alla disobbedienza volontaria e consapevole i cui frutti della modernità e della contemporaneità vanno dal relativismo e dallo scetticismo [cf. Gv 18, 38], fino alla ricerca di una illusoria libertà al di fuori della stessa verità. [cfr. Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Veritatis Splendor n° 1].

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Con l’avvento del Cristianesimo la Parresia assume un ruolo sempre più netto a partire dalla verità evangelica e dalla sua morale che ha nella persona di Cristo ― Verbo fatto uomo ― la sua fonte e il suo culmine. L’allenamento faticoso che il cristiano deve praticare per poter attraversare la porta stretta che gli consente di permeare nella verità di Cristo [Lc 13,24] è simile allo sforzo che il filosofo Socrate praticava per far scaturire dai suoi uditori la verità, con la differenza che in Socrate non agiva la grazia divina donata a ciascun uomo con il battesimo. La verità si è manifestata all’uomo e la grazia che gli è stata accordata per rende possibile tutto questo: «Perché la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo» [Gv 1,17].

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Roma, statua di Pasquino

Sono sempre più convinto che per il cristiano l’agire o il parlare con parresia non implica solo una discussione accademica o un confronto di vedute e opinioni al fine di operare una sintesi, ma è anzitutto la scoperta e il riconoscimento di quella realtà eterna che insiste nella persona del Dio Verità. Il cristiano perciò agisce con parresia quando, riconoscendo la verità del Dio Trinità, attribuisce a ogni cosa creata il suo giusto posto e valore, giungendo all’ordine che è il contrario del caos menzognero.

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Viviamo in un periodo storico in cui la Verità della Rivelazione viene adattata e, nei casi più gravi, negata per fare spazio a opinioni e giudizi personali che gonfi di personalismo e individualismo assurgono a verità. Oggi tutti possono esprimersi con il fatidico: «secondo me…», la formula magica che spalanca l’alternativo e contrasta ogni verità scomoda al fine di sdoganare ogni illecito. Davanti agli eventi storici o filosofici, davanti all’evidenza naturale o biologica, di fronte a ogni insegnamento divino rivelato si erge impietoso il setaccio del «secondo me…», nuovo mantra del pensiero unico contemporaneo e di una certa ecclesiologia in uscita.

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Sfido i nostri Lettori a non aver mai sentito dire in casa o a lavoro, dai vicini o dai lontani, la frase oppositiva «secondo me…», sfoderata contro la radicalità del Vangelo o dell’insegnamento della Chiesa. Così, mettendo in discussione tutto e cercando faziosamente un dialogo sterile, figlio di una parresia ingannevole, i seguaci del «secondo me…» ― che poi si trasforma in secondo noi quando si celano le lobby di potere ― impongono la censura di fatto e, creando ipotetici nemici, dettano l’agenda dei governanti del mondo, destituendo così la libertà democratica che non è più in grado di riconoscere e approcciarsi alla verità.

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In certi ambiti si è già realizzata la profezia di Gilbert Keith Chesterton che dice:

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«Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade verranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate…» [cf. G.K. Chesterton, Eretici, Lindau, Torino, 2010, pp. 242-243].

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Roma, statua di Pasquino

Posando lo sguardo sulla Chiesa, la situazione non è del tutto dissimile da quella presente nel mondo laico. Smarrendo la Verità di Dio, si riciclano smaniosamente verità mondane nella speranza di apparire più convincenti, più accattivanti e spesso più aggiornati di Cristo stesso. Atteggiamento questo che conduce all’incapacità di proferire parola e che richiama da vicino il caso del sacerdote Zaccaria, padre del Battista, che non accettando l’opera di risanamento di Dio, divenne muto fino a quando non avesse proclamato nella verità il nome di quel suo unico figlio generato dalla misericordiosa verità divina.

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Il silenzio dirompente che si leva oggi dalle sacrestie, dai conventi e monasteri, dalle curie e dai vicariati è il conseguente risultato di una perdita di identità profonda che nega l’opera redentrice di Cristo Via, Verità e Vita per glorificare l’opera dell’uomo e del Principe di questo mondo [Gv 12,31]. Così, tutte le realtà più terribili di oggi: dall’attacco alla vita in tutte le sue forme, al disfacimento dell’istituto matrimoniale e della famiglia, alla dignità dell’uomo come immagine di Dio, vengono fatte passare come conquiste umanitarie e di civiltà dai nuovi corifei della verità. Una falsa parresia, insincera e subdola conduce l’uomo nel suo affrancamento prometeico a disconosce sé stesso e a scambiare la redenzione per lotta sociale e la buona notizia del Vangelo per movimento rivoluzionario che include l’odio al nemico e l’eliminazione degli avversari.

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La Chiesa e gli uomini di chiesa non sono più costituiti e formati come luoghi di incontro e di riferimento per trovare la Verità, ma diventano novelli anfiteatri in cui scorrazzano fameliche le fiere delle ideologie pronte a dilaniare i novelli martiri della Verità di Cristo, spinti nell’arena da coloro che un tempo ne erano i custodi. Forse, ci sono troppi preti che se le danno di santa ragione sui social network twittando tutto contro tutti … aridatece Pasquino! Forse, ci sono troppe Eminenze ed Eccellenze che in veste di tuttologi frequentano con più assiduità i talk show anziché le canoniche dei loro sacerdoti per portare conforto e vicinanza paterna … aridatece Pasquino! Forse, troppi religiosi si concentrano di più nel ballare e nel cantare tra i palchi, in preda a un non ben definito irenismo collettivo, invece di riproporre con coraggio e fermezza il carisma della vita consacrata così come è stata vissuta dai propri santi fondatori … aridatece Pasquino!

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anche il Pontefice regnante, come molti suoi predecessori, è stato reso oggetto di una pasquinata

Quanto sarebbe salutare ascoltare delle pasquinate che ci facciano vergognare in modo autentico, che mettano in ridicolo le nostre manie da redentori dell’ultim’ora, che lascino in mutande le nostre pretese da baby dittatori, che ci mettano nuovamente in cuore il desiderio della Verità che salva e che si attua solo facendo quello per cui Cristo ci ha chiamato.

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Fra tanti chiacchieroni moderni e sproloquiatori autorizzati, ridateci l’antica voce del popolo romano che spesso incarna la verità del detto Vox populi, vox Dei. Quindi ridateci lui: ridateci Pasquino!

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Laconi, 23 settembre 2019

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NOVITÀ! «La setta neocatecumenale. L’eresia si fece Kiko e venne ad abitare in mezzo a noi»

— negozio librario delle Edizioni L’Isola di Patmos —

«LA SETTA NEOCATECUMENALE. L’ERESIA SI FECE KIKO E VENNE AD ABITARE IN MEZZO A NOI»

I Neocatecumenali sono una setta di matrice ebraico-protestante che di cattolico ha solo l’involucro esterno svuotato all’interno dei fondamenti del Cattolicesimo. Il riconoscimento amministrativo a loro concesso dal Pontificio Consiglio per i Laici non obbliga affatto vescovi, sacerdoti e fedeli cattolici a una adesione di fede nei riguardi del Cammino Neocatecumenale, che non è certo un dogma, bensì un tumore con metastasi, diffuse all’interno della Chiesa anche e soprattutto a causa della debolezza mostrata dagli ultimi Sommi Pontefici.

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Autore:
Jorge Facio Lince
Presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos

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l’autore: Ariel S. Levi di Gualdo, presbitero e teologo

Le principali eresie del Cammino Neocatecumenale sono la percezione calvinista dell’Eucaristia e la confusione tra il sacerdozio comune, al quale partecipano tutti i battezzati, ed il sacerdozio ministeriale di Cristo, al quale partecipano solo i ministri in sacris.

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Colpendo Sacerdozio ed Eucaristia, strettamente connessi l’uno all’altra, si colpisce la Chiesa al cuore attraverso alcune delle più antiche eresie di ritorno.

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I Neocatecumenali sono una setta di matrice ebraico-protestante che di cattolico ha solo l’involucro esterno svuotato all’interno dei fondamenti del Cattolicesimo.

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Il riconoscimento amministrativo a loro concesso dal Pontificio Consiglio per i Laici non obbliga affatto vescovi, sacerdoti e fedeli cattolici a una adesione di fede nei riguardi del Cammino Neocatecumenale, che non è certo un dogma, bensì un tumore con metastasi, diffuse all’interno della Chiesa anche e soprattutto a causa della debolezza mostrata dagli ultimi Sommi Pontefici.

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Questo libro è costruito su dati oggettivi, l’Autore non si discosta neppure per un istante da quelli che sono gli scritti e le catechesi tenute dai fondatori di questo movimento ereticale, i documenti e gli atti della Santa Sede e quelli dei rispettivi e competenti dicasteri che si sono occupati nel corso degli anni del Cammino Neocatecumenale, non ultimo per quegli abusi liturgici che rasentano non di rado il vero e proprio sacrilegio della Santissima Eucaristia e per i quali, ogni richiamo a loro rivolto nel corso di quattro decenni, si è rivelato di fatto pressoché vano.

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Indubbiamente l’Autore osa ― davvero “oltre misura“ e con coraggio leonino ― illustrando quelle che sono state le oggettive e gravi imprudenze del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, oggi canonizzato ed elevato agli onori degli altari, ma non certo per questo perfetto, come perfetti ed esenti da errori non lo sono mai stati tutti i Santi dell’intera storia della Chiesa. E, alla prova provata dei fatti non passibili di facile smentita, il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, concedendo in modo diretto e indiretto accondiscendenza al Cammino Neocatecumenale, ha sbagliato, creando di conseguenza gravi problemi che si sono poi ripercossi sulla Chiesa intera, ponendo vescovi e sacerdoti dinanzi a un fenomeno settario-ereticale difficile da gestire. L’errore maggiore compiuto dal Sommo Pontefice Giovanni Paolo II fu soprattutto quello di concedere a questa setta intra-ecclesiale di aprire seminari per la formazione dei futuri sacerdoti, dando in tal modo a un movimento laicale la possibilità, unica e senza precedenti nella storia della Chiesa, di formare un proprio clero, preposto non ultimo a neocatecumenalizzare intere diocesi e parrocchie [cf. QUI].

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cliccando QUI è possibile accedere al negozio de L’Isola di Patmos

L’Autore spiega che dinanzi alla verità spiacevole e dolorosa, due sole sono le soluzioni: o tacere, se non si è in grado di esporla, sostenerla e pagarne soprattutto le conseguenze, oppure dire e presentare la verità per quella che è nella realtà. Infatti, dinanzi a certi gravi problemi, addolcire o annacquare la verità, comporta enunciare clamorose menzogne, ed anche nel modo peggiore.

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L’opera di Ariel S. Levi di Gualdo è dedicata al Servo di Dio Pier Carlo Landucci e al Passionista Enrico Zoffoli, presbiteri romani, che denunciarono per primi alle Autorità Ecclesiastiche le eresie del Cammino Neocatecumenale, nel 1983 e nel 1992. Non furono però ascoltati, perché prima col Sommo Pontefice Paolo VI poi col Sommo Pontefice Giovanni Paolo II era esplosa la grande ubriacatura dei movimenti laicali, nei quali l’uno e l’altro vedevano il futuro della Chiesa, mentre i seminari diocesani e le case di formazione alla vita religiosa erano sempre più vuoti, ed in seguito chiusi in gran numero.

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Davanti alla odierna realtà dinanzi alla quale si pone la testa sotto la sabbia come gli struzzi, l’Autore domanda: cosa ha prodotto questa grande ubriacatura movimentista? Ce lo spiega con queste parole: «La secolarizzazione del clero e la clericalizzazione del laicato, mentre oggi, sbagliando per l’ennesima volta, ci si accinge a compiere l’ulteriore errore col prossimo Sinodo Panamazzonico, dove si discuterà sulla opportunità di ordinare sacerdoti i viri probati, per sopperire alla mancanza di clero in certe regioni del mondo. Un Sinodo che in sé ha del grottesco, a ben considerare che sarà celebrato a Roma, per l’Amazzonia, sotto la grande regia dei tedeschi, la cui Chiesa nazionale versa ormai da decenni in stato avanzato di protestantizzazione».

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La grande ubriacatura segnata dalla stagione dei movimenti nati dal para-concilio nella stagione del post-concilio, ha fallito in modo desolante e con danni di non poco conto, ma nessuno ha l’umiltà di ammetterlo, anzi ci stiamo lanciando verso errori ancora peggiori: il Sinodo Panamazzonico, o come scrisse tempo addietro il nostro Autore … il Sinodo Pantedesco [cf. QUI].

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dall’Isola di Patmos 15 dicembre 2015

Beata Vergine Maria Addolorata

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andando alla pagina del nostro negozio [vedere QUI] potrete ordinare con estrema facilità questo libro [vedere QUI] e riceverlo a casa vostra entro due giorni lavorativi senza spese di spedizione postale. Sempre alla pagina del nostro negozio potrete inoltre visionare i titoli e le descrizioni degli altri nostri libri in uscita [vedere QUI].

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Siamo certi che ci aiuterete a diffondere le opere delle Edizioni L’Isola di Patmos, specie per il servizio che esse possono rendere in questo momento così difficile alla Chiesa di Cristo e al Popolo di Dio.

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Anticipiamo ai Lettori che tra la fine di settembre e la fine di ottobre andranno in pubblicazione le seguenti opere:

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LA METAFISICA DI GESÙ CRISTO, di Giovanni Cavalcoli, O.P.

SUL SENTIERO DEGLI ANGELI, di Marcello Stanzione

ARIANESIMO, UNA ERESIA ANTICA SEMPRE PRESENTE, di Leonardo Grazzi  

 

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«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» [Gv 8,32],
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I vitelli d’oro della nostra società moderna, da tempo regredita al neopaganesimo

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

I VITELLI D’ORO DELLA NOSTRA SOCIETÀ MODERNA, DA TEMPO REGREDITA AL NEOPAGANESIMO 

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I mezzi di comunicazione e le mode tendono a costruire l’immagine delle persone prive di difetti, impeccabili. L’errore? Avviene semplicemente per una svista, un incidente avvenuto nella persona “perfetta”. Basta però ascoltare un telegiornale per tornare alla realtà, per esempio ascoltando le notizie della cronaca nera, dinanzi alla quale, questa immagine di purezza e di perfezione, finisce ribaltata.

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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PDF articolo formato stampa

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Cari fratelli e sorelle,

Marc Chagall, acquaforte: Il vitello d’oro

tutti commettiamo errori e peccati. L’ideale astratto della perfezione assoluta raggiunta su questa terra è irreale e possiamo togliercelo dalla testa, basterebbe ricordare a noi stessi che abbiamo ereditata una natura corrotta dal peccato originale.

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I mezzi di comunicazione e le mode tendono a creare immagini di persone senza difetti, impeccabili. L’errore? È solo una svista, un incidente nella persona “perfetta”. Però basta ascoltare un telegiornale per tornare alla realtà, per esempio le notizie di cronaca nera; e questa immagine di purezza e di perfezione, finisce ribaltata.

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Nelle letture di oggi [vedere Liturgia della parola, di questa XXIV domenica del tempo ordinario, QUI] possiamo avere una prospettiva cattolica sul nostro stato di peccatori, pentiti e perdonati da Dio, nell’Eterno Padre tramite Gesù nell’unità dello Spirito Santo. A partire dalla lettura vetero testamentaria che racchiude il monito:

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«Va’, scendi, perché il tuo popolo, […] Si sono fatti un vitello di metallo fuso, poi gli si sono prostrati dinanzi, gli hanno offerto sacrifici» [Es, 32,7-11.13-14].

Prostrarsi di fronte a una statua di metallo fuso è molto significativo, perché per il Popolo d’Israele equivale a dare un’importanza enorme alle cose materiali. Al tempo stesso questo implica anche il nascondersi sotto una protezione di metallo: cioè cercare protezione nei propri convincimenti, nelle certezze umane. È un errore tipico anche dei giorni nostri, un peccato attraverso il quale impediamo che Dio sia più importante, incapaci a percepire e accogliere il Dio Eterno e trascendente mentre ci offre protezione.

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Di esperienza totalmente contraria è invece San Paolo, quando scrive al suo diletto discepolo Timoteo:

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«Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io» [1 Tm 1,12-17] 

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San Paolo riconosce di aver bisogno di Gesù: si riconosce peccatore fragile, senza altre difese se non Dio stesso. Simbolicamente, potremmo dire che si prostra dinanzi all’oro: si pone sotto la protezione massima che è Dio. Inoltre, avendo ricevuto misericordia per i suoi peccati, è in grado di trasmettere questa misericordia.

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Proviamo a riflettere anche su questo: quando otteniamo misericordia diveniamo poi strumenti di misericordia veritieri, perché abbiamo sperimentato per primi un amore grande.

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Nella versione lunga del Vangelo Lucano, questo grande amore ci è descritto dalla Parabola del figliol prodigo. Il passaggio finale, quello del ritorno a casa del giovane scapestrato, mostra questa scena:

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«Suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò» [Lc 15,1-32].

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Una parabola che descrive con immagini quello che accade ogni volta che ci presentiamo al confessionale per chiedere perdono dei nostri peccati. L’Eterno Padre ha infatti compassione, tenerezza [dal greco σπλάγχνα] della condizione umana dei figli smarriti, ma desiderosi di tanto amore. Per ciò la corsa incontro e il gettarsi al collo sono immagini che richiamano l’idea della cancellazione dei nostri peccati nell’assoluzione: quando infatti veniamo assolti, Gesù Sacerdote ci corre incontro e ci libera dal peso dei peccati, una specie di giogo sul collo. Così siamo pronti per ricominciare la vita di santità: lo Spirito Santo ci pone come un bacio sul cuore, quando ottemperiamo la penitenza che ci viene chiesto di fare, come piccola soddisfazione dei peccati commessi e che ci dona la guarigione spirituale.

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Per noi, la salvezza personale e dell’altro, che avviene ogni volta che ci confessiamo e lasciamo a Dio tutti i nostri peccati, è un cammino che facciamo con tutta la Chiesa. Un cammino comunitario, che ha come espressione più bella la comunione con Dio e con l’altro. Il sentimento umano che ci accompagna ai nostri momenti di redenzione, è la gioia. Un incontro vero con Gesù raramente non porta alla gioia. Ha scritto Jerome David Salinger:

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«La più spiccata differenza tra la felicità e la gioia è che la felicità è un solido e la gioia è un liquido» (I Nove racconti, 1953).

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Chiediamo al Signore di donarci la felicità nella solidità del suo Pane di Vita Eterna e la gioia nel liquido del Vino di Salvezza.

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Così sia.

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Roma, 14 settembre 2019

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Quale è la vera visibilità dell’autentico cristiano? Le imitazioni di Cristo

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

QUALE È LA VERA VISIBILITÀ DELL’AUTENTICO CRISTIANO? LE IMITAZIONI DI CRISTO

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Una certa umiltà ecclesiastica dal sapore di naftalina ci ha purtroppo abituati a ostentare una finta umiltà che – nel momento in cui cerca strategicamente l’ultimo posto – si aspetta la glorificazione e il prestigio tanto agognato. Con questa falsa umiltà, che purtroppo oggi nella Chiesa risparmia veramente pochi, c’è il serio rischio che si snaturi anche la virtù della carità. Infatti, quando la carità viene fatta per ostentare potenza e prestigio, ottenere favori, recepire guadagni fino ad arrivare alla speculazione si può star pur certi che non esiste più carità.

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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PDF  articolo formato stampa
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portare la croce di Cristo

Questa XXII Domenica del tempo ordinario, ci riporta alla mente uno dei classici della spiritualità cristiana, L’imitazione di Cristo, in particolare nella parte in cui si ammonisce: «Ama nesciri et pro nihilo reputari» [ama essere non conosciuto e ritenuto niente (cfr. lib. I, cap. 2, v. 15)].

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Se pensiamo allo stile di vita che conduciamo oggi, anche come credenti, questo monito risuona del tutto irrazionale e anche un po’ offensivo. Nessuno ama infatti essere dimenticato, viviamo all’interno di un’epoca che pretende la visibilità insieme alla sottolineatura del proprio egocentrismo e della propria persona. Ormai, abbiamo valicato i limiti del narcisismo, ci siamo spinti oltre, forse verso un punto di non ritorno. 

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La liturgia di questa domenica ci soccorre in questa deriva dell’ego, attraverso l’insegnamento che Cristo impartisce ai farisei durante un pranzo [vedere Liturgia della Parola, QUI]. Il brano lucano interroga il credente proprio sulla tematica dell’umiltà fino a introdurre una bella riflessione sul modo di operare attivamente la carità senza nascondere secondi fini.

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L’umiltà è la virtù cristiana che più ci rende simili a Cristo, il quale «umiliò sé stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce» (Fil 2,8). Purtroppo, questa virtù non è di facile conquista se non diventiamo capaci di chiederla con forza allo Spirito Santo e se non adeguiamo i nostri i sentimenti, ai sentimenti che furono di Cristo Gesù durante la sua vita terrena.

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L’umiltà è una grazia che è necessario richiedere tutti i giorni poiché nessuno di noi può reputarsi immune dalla superbia, in virtù del fatto che il peccato originale è esplicitamente un peccato di superbia. Benché redenti da Cristo con il battesimo nella sua morte e risurrezione, la ferita del peccato originale ancora ci disturba proprio attraverso il nefasto vizio della superbia. E dalla superbia derivano a cascata tutti gli altri vizi e peccati.

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Lo stesso Demonio – personaggio ormai negato da una certa schiera di cristiani emancipati, nonché teologi adulti [vedere precedente articolo, QUI] – è il padre della superbia e la sua ribellione è originata dalla volontà di superare Dio e di prenderne il posto. Gesù nel Vangelo ci raccomanda di desiderare l’ultimo posto in quanto il nostro valore consiste non nella manifestazione di una potenza o di un prestigio mondano ma nel rapporto esclusivo con il Padre.

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Ricorda il Beato Padre Francesco nelle sue Ammonizioni:

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«Beato il servo, che non si ritiene migliore, quando viene lodato ed esaltato dagli uomini, di quando è ritenuto vile, semplice e spregevole, poiché quanto l’uomo vale davanti a Dio, tanto vale e non di più» [cfr. Ammonizioni XIX, FF 169]

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Per questo l’uomo è chiamato a farsi piccolo e ad amare sommamente questa piccolezza perché è lì che si nasconde il suo tesoro.

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Una certa umiltà ecclesiastica dal sapore di naftalina ci ha purtroppo abituati a ostentare una finta umiltà che – nel momento in cui cerca strategicamente l’ultimo posto – si aspetta la glorificazione e il prestigio tanto agognato. Con questa falsa umiltà, che purtroppo oggi nella Chiesa risparmia veramente pochi, c’è il serio rischio che si snaturi anche la virtù della carità. Infatti, quando la carità viene fatta per ostentare potenza e prestigio, ottenere favori, recepire guadagni fino ad arrivare alla speculazione si può star pur certi che non esiste più carità.

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Il contraccambio, secondo l’insegnamento del Regno, non è la moneta di scambio del discepolo e questo vale sia nelle realtà profane che in quelle sacre: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» [cfr. Mt 10,8].

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La carità che si concretizza nella cura del disagiato, del malato, del carcerato, del lontano, dello smarrito di fede, del confuso, del peccatore, dell’eretico, dell’apostata e via dicendo a seguire, sia gratuita e sollecita, priva di tanti ragionamenti che la tramutano in disciplina socio-psicologica. La carità cristiana parla solo di Dio, e Dio attraverso suo Figlio si è annientato sulla croce per insegnarci ad amare fino al dono totale di noi stessi. La teologia dell’umiltà e dell’ultimo posto coincide con il Calvario, una lezione difficile da mandare giù.

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L’ultimo posto è certamente un posto scomodo ma è il più sicuro avamposto del paradiso che l’uomo possa desiderare su questa terra.

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Cagliari, 31 agosto 2019

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I giocatori di rugby in corsa verso la porta stretta della salvezza

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

I GIOCATORI DI RUGBY IN CORSA VERSO LA PORTA STRETTA DELLA SALVEZZA 

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In questo sport, giocato da quindici atleti, a un certo punto accade che otto rugbisti si abbracciano tutti insieme e uniti cominciano a muoversi per il campo, portando avanti il pallone. È la cosiddetta mischia. Pian piano, muovendosi compatti, questi otto, aiutati dagli altri sette compagni, superano gli avversari e portando avanti il pallone giungono a segnare un punto e vincere la partita. E con questo esempio concreto possiamo introdurre le letture di oggi …

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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PDF  articolo formato stampa

 

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Cari fratelli e sorelle,

Danza Maori dei giocatori di rugby della Nuova Zelanda [cliccare sul video]

c’è uno sport praticato molto nel Regno Unito e in Francia, ma anche in Italia: il rugby. In questo sport, giocato da quindici atleti, a un certo punto accade che otto rugbisti si abbracciano tutti insieme e uniti cominciano a muoversi per il campo, portando avanti il pallone: la cosiddetta mischia.

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muovendosi compatti, questi otto, aiutati dagli altri sette compagni, pian piano superano gli avversari e portando avanti il pallone giungono a segnare un punto e vincere la partita. E con questo esempio concreto possiamo introdurre le letture di oggi [vedere Liturgia della Parola di questa XXII domenica del Tempo Ordinario, QUI]. In particolare mi riferisco al brano vetero testamentario:

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«Io verrò a radunare tutte le genti e tutte le lingue; essi verranno e vedranno la mia gloria» [Is 66, 18]. 

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Il profeta Isaia parla in nome di Dio al popolo d’Israele. Profetizza che, non solo le popolazioni semitiche, ma tutto il mondo sarà radunato. Nell’originale testo ebraico, il termine «radunato» suona come: congregato, assemblato e compattato per cercare la gloria di Dio. Tutti i credenti saranno uniti in un solo popolo: la Chiesa. Come unico e comune fine avranno quello di glorificare Dio, ossia mostrarne la bellezza e verità dei suoi misteri.

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Per noi un cammino di fede è quindi sempre comunitario, mai esplicitamente in solitudine o peggio in isolamento: solo se siamo sempre più uniti alla Chiesa, alla nostra parrocchia e comunità di riferimento, pian piano possiamo veramente camminare verso Dio e gioire delle grazie che Lui ci dona. Certo, questo incedere verso Dio, sebbene comunitario, certo non è esente da ostacoli. Come infatti scrive la lettera agli Ebrei:

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«È per la vostra correzione che voi soffrite!» [Eb 2, 5].

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Tramite le correzioni di fronte ad errori e peccati, ma anche attraverso l’esperienza della sofferenza, il nostro cammino di fede matura e pian piano cresce. Nelle correzioni, dunque, noi impariamo sempre ad affidarci al Signore che corregge le nostre storture mediante i pastori che Lui ha voluto. Questo cammino insieme, difficile e al tempo stesso bello, richiede inoltre uno sforzo particolare. Gesù ci chiede infatti: 

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«Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno» [Lc 13, 28].

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L’immagine della porta stretta, indica che essa è una porta più piccola, più difficile da prendere e da oltrepassare. Perché per passare questo tipo di porte occorre farsi piccoli. Ecco allora che nel brano di oggi, il richiamo all’essere piccoli, è anche un invito da parte di Gesù alla adesione intima al messaggio che Lui stesso ci ha insegnato:

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«In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli [Mt 18, 3]. 

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L’entrata nella porta gesuana, implica dunque una continuità fra fede e vita, non semplice un’accoglienza formale e superficiale alla fede cattolica. Se invece vivremo in questo modo, davvero Gesù potrà dire ad ognuno di noi «Non vi conosco». Perché innanzitutto saremo stati noi a misconoscere Lui, nonostante gli inviti ad essere obbedienti alla Sua Parola. Al tempo stesso, però, è Gesù che ci aiuta e entrare in questa porta stretta: non siamo soli, perché Lui che è via e al tempo stesso porta della Vita Eterna, ci offre la grazia come aiuto fondamentale in questo cammino.

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Scriveva Gustave Flaubert nell’opera Madame Bovary:

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«L’avvenire era un corridoio tutto nero, che aveva in fondo la sua porta ben chiusa».

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Mai, chiudere nel buio la porta verso la salvezza. Chiediamo quindi al Signore la grazia di spalancare le porte del nostro cuore, perché il nostro avvenire sia sempre più spalancato all’Infinito Amore Trinitario.

Così sia!

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Roma, 24 agosto 2019

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Mentre nella Chiesa tutto tace, al meeting di Comunione e Liberazione di Rimini, il diavolo diventa realtà simbolica: il Preposito Generale dei Gesuiti continua a riscrivere la dottrina cattolica

– attualità ecclesiale –

MENTRE NELLA CHIESA TUTTO TACE, AL MEETING DI COMUNIONE E LIBERAZIONE DI RIMINI, IL DIAVOLO DIVENTA REALTÀ SIMBOLICA: IL PREPOSITO GENERALE DEI GESUITI CONTINUA A RISCRIVERE LA DOTTRINA CATTOLICA  

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La Felix Culpa che la madre Chiesa canta nel Preconio nella notte di Pasqua, sancisce irrevocabilmente il trionfo di Cristo sul peccato e sulla morte, armi inique di colui che è origine e causa di ogni male: il Demonio. O forse Gesù Cristo sarebbe morto in croce per salvarci da un mito, da un simbolo, da una forma di psichismo patologico? Siamo seri per una volta, è l’amore alla Chiesa che ce la impone, questa serietà.

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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PDF  articolo formato stampa

 

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… ma sì, inculturiamo tutto ciò che non è cattolico! Nella foto: Padre Arturo Sosa, Preposito Generale della Compagnia delle Indie in versione Sandokan 

Al Meeting di Comunione e Liberazione di Rimini è stata tributata al Preposito Generale della Compagnia di Gesù, Padre Arturo Sosa, l’accoglienza delle grandi occasioni: applausi, molto entusiasmo, cuori palpitanti e febbricitante attesa per le dichiarazioni di Sua Paternità il papa nero che argomentava sul tema: Imparare a guardare il mondo con gli occhi del Pontificato di FrancescoTra le tante domande a cui il Padre Arturo Sosa è stato sottoposto c’è stata quella relativa all’esistenza del diavolo:

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«Padre, il diavolo esiste?»

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la risposta del superiore generale della Compagnia di Gesù è stata questa:

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«In diversi modi. Bisogna capire gli elementi culturali per riferirsi a questo personaggio. Nel linguaggio di sant’Ignazio è lo spirito cattivo che ti porta a fare le cose che vanno contro lo spirito di Dio. Esiste come il male personificato in diverse strutture ma non nelle persone, perché non è una persona, è una maniera di attuare il male. Non è una persona come lo è una persona umana. È una maniera del male di essere presente nella vita umana. Il bene e il male sono in lotta permanente nella coscienza umana, e abbiamo dei modi per indicarli. Riconosciamo Dio come buono, interamente buono. I simboli sono parte della realtà, e il diavolo esiste come realtà simbolica, non come realtà personale» [cf QUI].

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Non occorre essere dei teologi del calibro di Mons. Renzo Lavatori per controbattere e smontare pezzo per pezzo questa risposta che manca totalmente dei fondamenti basilari di quella parte della teologia dogmatica chiamata angelologia e demonologia, basta seguire l’insegnamento bimillenario della Chiesa.

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Padre Arturo Sosa, Preposito Generale della Compagnia delle Indie

Lascio ai lettori de L’Isola di Patmos questo compito, aiutandosi con gli ottimi libri di Mons. Renzo Lavatori e dei Padri Padre François Dermine, Francesco Bamonte e Cesare Truqui. 

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Non è mia intenzione polemizzare, bensì riportare all’attenzione di tutti il sano e autentico Catechismo della Chiesa Cattolica così come ogni buon parroco e ogni superiore generale dovrebbe fare con assiduità nei confronti dei suoi fedeli. Peraltro, in tempi passati, L’Isola di Patmos si occupò di un tema diverso ma analogo, sempre legato al Preposito Generale della Compagnia di Gesù, in un articolo firmato dai Padri Giovanni Cavalcoli e Ariel S. Levi di Gualdo [vedere QUI]. 

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La risposta che è stata data al Meeting, che si colloca al di fuori di ogni grazia di Dio, consta alla quale si unisce come aggravante l’autorevolezza di colui che l’ha di fatto pronunciata. Non si sta parlando di un sacerdote qualunque ma del Superiore generale di uno storico Ordine religioso che dall’alto del suo ufficio dovrebbe costituire la quintessenza dell’ortodossia e del carisma originario del fondatore, nel caso specifico Sant’Ignazio di Loyola.

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Voglio rifiutare categoricamente di pensare che Sant’Ignazio di Loyola, di cui è nota universalmente la eroicità delle virtù, considerasse il diavolo come realtà non esistente o una personificazione concettuale o mitica o simbolica del male. Infatti, chi lo definì come «una traduzione mitico-simbolica delle antiche paure ancestrali dell’uomo», percorrendo di fatto il sentiero di Rudolf Bultmann, questi fu sì un gesuita, ma non il Santo fondatore della Compagnia di Gesù, bensì Karl Rahner [cf Giovanni Cavalcoli, Kar Rahner, il Concilio tradito, 2009].

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Padre Arturo Sosa, Preposito Generale della Compagnia delle Indie

Sia ben chiaro, non mi straccio le vesti, ne griderò allo scandalo! Anche perché di questi tempi, giunti al decadente declino in cui versiamo, non serve più a nulla. Occorre invece correre ai ripari per salvaguardare quella poca credibilità che ancora noi sacerdoti possediamo verso il popolo di Dio e che ci consente di essere maestri affidabili della Tradizione della Chiesa in vista della salvezza delle anime. 

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Consapevole della mia condizione di peccatore incallito, non intendo affatto giudicare il Padre Arturo Sosa per la sua affermazione o per la sua fede. Prendo solo consapevolezza di come egli abbia indubbiamente una fede, che è però la sua fede particolarissima. Allo stesso tempo, probabilmente, ha qualche problema relativo al sentire cum Ecclesia.

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Giova inoltre ricordare che ogni buon teologo, quando esercita il suo ruolo di maestro, deve obbedire a una regola fondamentale: non è nella creatività della fede che si colloca il suo ministero ma nel compito autentico di approfondire e aiutare i fedeli a capire e ad annunciare il depositum fidei senza crearne uno nuovo [cfr. J. Ratzinger, Rapporto sulla fede, p 71]. Sicuramente, una tale affermazione, all’interno di una riflessione teologica sull’azione pastorale di Papa Francesco, stona non poco. Personalmente, nei panni del Romano Pontefice, mi sentirei a disagio nel sapere che un mio confratello, proprio nel momento in cui loda la mia condotta pastorale, allo stesso tempo compie uno scivolone teologico di questo genere, negando apertamente a chiare lettere che il Demonio sia persona, come invece insegna la dottrina cattolica, che non è un’opinione opinabile, perché si basa su certezze di fede. Ecco allora riecheggiare le parole di quel sant’uomo di Papa Leone VII:

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«ognuno ritiene ormai che debba essere tenuto per vero non ciò che è stato tramandato ma ciò che a ciascuno sembra meglio» [cfr. Leone VII, Enciclica Si instituta ecclesiastica].

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Tuttavia, come cristiano e sacerdote devo necessariamente riconoscermi bisognoso di una Chiesa che è portatrice di salvezza e di un depositum fidei che non può essere ignorato, contraffatto o mercanteggiato. Oggi, avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, è spesso etichettato come fondamentalismo e, con l’attenuante del buonismo e del misericordismo spinto, si rischia di trascurare la coscienza dei fedeli cristiani, anche a rischio della loro salvezza eterna. Volete un esempio in tal senso? Chi di voi oggi sente dai pulpiti omelie o conferenze sul tema dei Novissimi: morte, giudizio, inferno e paradiso? Nessuno, vero? Forse c’è qualche sacerdote che ha superato i settant’anni che ha ancora il coraggio di farlo. Purtroppo, alla verità, si antepone la ricerca del consenso, i likes, i selfies, il desiderio di evitare discussioni, la ricerca smaniosa della propria buona fama e della tranquillità, della visibilità mediatica e della bonarietà televisiva spinta ai massimi livelli.

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Il Preposito Generale dei Gesuiti, Padre Arturo Sosa, pare che legga e cerchi di comprendere il Catechismo della Chiesa Cattolica … questo gran testo sconosciuto!

Il politicamente corretto si muta così nel religiosamente corretto, anzi nel dogmaticamente corretto che tutto include, accoglie e livella distillando un Credo universalmente innocuo ma privo di quella tensione soteriologica che ci fa affermare con forza che il Figlio di Dio è apparso nel mondo per distruggere le opere del Diavolo [cfr. 1Gv 3,8]. Per queste ragioni, i nostri fratelli cristiani hanno il sacrosanto diritto di vedere in noi sacerdoti coloro che indicano la vera, autentica e sana dottrina tradizionale della Chiesa, così come è stata trasmessa e custodita fin dalle origini in comunione con l’Apostolo Pietro e il Collegio Apostolico. Per questo motivo, dobbiamo insistere ancora una volta sulla fede autentica e tradizionale della Chiesa così come ci è stata consegnata da Cristo e dagli apostoli. La fede non è nostra ma è dono di Dio, e la sacra Rivelazione è un messaggio che ci è stato consegnato e che non abbiamo ricevuto, perciò non abbiamo nessun diritto di modificarlo o snaturarlo a nostro piacimento.

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Diceva già Tertulliano: «Per noi non è lecito introdurre nulla a nostro arbitrio» e riferendosi agli eretici «ciascuno modella a suo piacimento il patrimonio dottrinale ricevuto» [cfr. Tertulliano, De Praescriptione Haereticorum, VI, 3 e XLII,7]. Detto questo: sgomberiamo la nostra mente e il nostro cuore di credenti dai falsi venti di dottrina e apriamoci allo Spirito Santo, l’unico vento salubre e maestro spirituale che opera un vero e autentico discernimento nella Chiesa a partire da ciò che ci è stato tramandato. La Tradizione è un tesoro che ci è stato consegnato affinché ci renda ricchi della presenza del Padre e ciò sia garanzia di salvezza: questo siamo chiamati a restituire integro ai nostri figli e nipoti. E poiché in questa Tradizione che salva, Cristo rappresenta il centro e il fulcro, è necessario conoscere bene l’opera e la potestà del Salvatore.

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Padre Arturo Sosa ricorderà senz’altro che il primo oppositore dell’opera di Dio e del Figlio suo non è l’uomo ma il Diavolo che nel Paradiso terrestre sedusse i progenitori e nel ministero pubblico del Salvatore si espresse chiaramente:

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«Che vuoi da noi, Gesù di Nàzaret? Sei forse venuto a rovinarci? Io so chi sei: tu sei il Santo mandato da Dio» [cfr. Lc 4,34].

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La Felix Culpa che la madre Chiesa canta nel Preconio nella notte di Pasqua, sancisce irrevocabilmente il trionfo di Cristo sul peccato e sulla morte, armi inique di colui che è origine e causa di ogni male: il Demonio. O forse Gesù Cristo sarebbe morto in croce per salvarci da un mito, da un simbolo, da una forma di psichismo patologico? Siamo seri per una volta, è l’amore alla Chiesa che ce la impone, questa serietà.

 

Cagliari, 23 agosto 2019

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