Il Cardinale George Pell è stato condannato in Vaticano, il Tribunale penale australiano è solo il braccio armato. Intanto la Santa Sede offre solidarietà alle vittime che non esistono, mentre prosegue a voltare le spalle alle reali vittime dell’attuale regime vatican-cambogiano

— attualità ecclesiale —

IL CARDINALE GEORGE PELL È STATO CONDANNATO IN VATICANO, IL TRIBUNALE AUSTRALIANO È SOLO IL BRACCIO ARMATO. INTANTO LA SANTA SEDE OFFRE SOLIDARIETÀ ALLE VITTIME CHE NON ESISTONO, MENTRE PROSEGUE A VOLTARE LE SPALLE ALLE REALI VITTIME DELL’ATTUALE REGIME VATICAN-CAMBOGIANO 

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Ciò che narra la singola presunta vittima sopravvissuta ― per sua fortuna non finita a miglior vita con una siringa d’eroina piantata in vena come l’altro testimone accusatore ―, è semplicemente impossibile. O meglio: il tutto sarebbe possibile e credibile come lo sarebbe affermare che il Pontefice regnante, dopo avere tenuta l’udienza del mercoledì dentro l’Aula Paolo VI, prima di tornare nei suoi alloggi ha presa una ragazza, l’ha spinta in un angolo dentro una stanzetta, poi l’ha stuprata. È un’immagine grottesca e impossibile da credersi, esattamente come lo è quella del Cardinale George Pell che dopo una celebrazione, con tutti i sacerdoti ed i fedeli presenti, i coristi e gli strumentisti, con il personale di servizio ed i vari addetti alla chiesa cattedrale, trova modo di appartarsi, senza che alcuno lo veda, per poi procedere a seviziare due ragazzini.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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PDF  articolo formato stampa

 

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cliccare sull’immagine per ascoltare il comunicato stampa della Santa Sede

L’intelligenza e la capacità di giudizio critico analitico, è merce oggi rara. Il sociologo Zygmunt Bauman [1925-2017] parlava di società liquida. Nella nostra situazione di decadenza inarrestabile, non possiamo più parlare di “liquido”, bensì di vapore. Ormai lo stato del liquido si è mutato in vapore, sicché dobbiamo parlare di società vaporosa.

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Nell’imbarazzante silenzio dei media della Santa Sede, oggi in mano ai cinici nipotini del vecchio Giulio Andreotti ― sensibili verso la sofferenza umana nella misura in cui può esserlo un chirurgo di fronte al sangue ― la notizia sul Cardinale George Pell, al quale la Corte di giustizia australiana non ha concesso di poter presentare appello contro la sentenza di condanna per reato di pedofilia, è stata liquidata con poche, brevi e fredde parole [comunicato stampa, QUI].

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Il portavoce della Sala Stampa Vaticana, con tono mite e paludato, più o meno equiparabile a quello di una suorina che nel refettorio monastico legge durante il pranzo alle proprie consorelle i pensieri di una mistica strampalata del Settecento, annunciato il tutto ribadisce poi la vicinanza della Santa Sede alle vittime. Soprattutto, il solerte portavoce — beninteso: ambasciator non porta pena! —, con una incensazione degna dell’enorme turibolo della cattedrale di Santiago de Compostela — per azionare il quale occorrono sei uomini robusti che tirano le funi [vedere QUI] — ribadisce il rispetto per le autorità giudiziarie australiane.

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Il rispetto per la giustizia avanti a tutto, ovvio! Sì, ma quale giustizia? Perché di questi tempi esiste rispetto e rispetto. Se infatti le autorità giudiziarie osassero fermare un barcone pieno di clandestini musulmani nel Mare Mediterraneo, a quel punto i ben noti corifei non esitano ad accusare la giustizia di essere ingiusta e non si fanno scrupolo alcuno a fare richiamo persino alla disobbedienza civile. Però, se alla gogna mettono un uomo come il Cardinale George Pell, a quel punto il rispetto per l’autorità giudiziaria è assolutamente di rigore. E tutti quanti tacciono: dai nipotini di Giulio Andreotti addetti ai media vaticani sino al cinguettante Padre Antonio Spadaro, vero? Ma d’altronde è risaputo: quel che importa è mandare er cardenal barista a portare il caffè ai barboni che orinano e defecano amenamente sui marmi del colonnato del Bernini in Piazza San Pietro [cf QUI], oppure come elettricista a riattaccare la luce in un centro sociale di Roma [cf QUI]. Invece, per quanto riguarda un vescovo e un cardinale di settantotto anni esposto a simile gogna, in quel caso veniamo prontamente informati che:

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«Come per altre vicende, la Congregazione per la Dottrina della Fede attende gli esiti del processo in corso e la conclusione definitiva di tutti i gradi di giudizio prima di occuparsi del caso». 

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Se poi non bastasse, ecco che la suorina precisa dalla Sala Stampa:

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«Come dichiarato dalla Sala Stampa il 26 febbraio scorso, il Santo Padre aveva già confermato le misure cautelari disposte nei confronti di George Pell al rientro del cardinale in Australia, ossia, come di norma, la proibizione dell’esercizio pubblico del ministero e il divieto di contatto in qualsiasi modo e forma con minori di età» [vedere in fine articolo: QUI].

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Signori miei, fatemi capire: esiste sempre il Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, di cui al momento, presidente, è quella notoria aquila reale del Cardinale Dominique Mamberti? Esiste sempre per le sue strette pertinenze, inclusa quella sui casi di pedofilia, la Congregazione per la Dottrina della Fede, presieduta anch’essa da un’altra aquila reale, il Cardinale Luis Francisco Ladaria Ferrer? Perché se ho ben capito, Santa Madre Chiesa, prima di procedere con un processo canonico a carico di un ecclesiastico d’alto rango, attende la sentenza di un tribunale secolare (!?), provvedendo, nel mentre, a limitarlo nell’esercizio del ministero, sospendendolo di fatto a divinis, partendo in tal modo dalla presunzione di colpevolezza. Dalle dichiarazioni dei portavoce ufficiali della Santa Sede, ho capito bene o no? Però, al tempo stesso, non si esita a far espatriare di corsa in Vaticano ed a trovare al suo interno un adeguato ufficio per gli amici dell’amico, al fine di sottrarli a processi civili dopo che veramente avevano combinato qualche cosa per davvero ed erano stati più o meno presi sul fatto con tutte le prove del caso. Sbaglio, o dico il vero? Ebbene, visto che gli unici due temi di cui oggi la Chiesa è capace a parlare, sono gli immigranti ed i poveri, considerata la grande capienza degli stabili che ospitano sia il Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, sia quello della Congregazione per la Dottrina della Fede, perché non chiudiamo queste istituzioni del tutto inutili convertendole in alloggi per Rom e senzatetto? Il nostro diritto ecclesiastico interno, che tanto ormai non esiste più, diamolo direttamente in appalto alla Procura della Repubblica di Roma. In fondo, proprio nella Diocesi di Roma, hanno pure soppresso il tribunale diocesano d’appello, poiché retto da quell’uomo di Dio di Mons. Vittorio Gepponi, un autentico e competente giurista d’alto lignaggio, nonché “colpevole” di respingere le sentenze di nullità matrimoniale del tribunale di primo grado, che di fatto dava ormai per istituito il divorzio cattolico, scrivendo delle sentenze di due paginette scarse basate su tre righe della esortazione apostolica post-sinodale Amoris Laetitia. Dov’è dunque il problema? Chiudiamo baracca e burattini, come suol dirsi.

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Domanda: ma questi poveri e miseri giornalisti vaticanologi, che come tali si occupano di cosiddette faccende di Chiesa o di faccende vaticane, si rendono solo vagamente conto di quello che scrivono e degli spaventosi controsensi contenuti nelle loro parole? E … per la carità divina: non si giustifichino dicendo “ma noi riportiamo solo i fatti”! Perché la deontologia professionale, non consente di prestarsi a riportare fatti falsi o falsati, specie poi quanto si è consapevoli che sono appunto falsi e falsati, perché ciò ha un nome preciso, si chiama: manipolazione dell’opinione pubblica.

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Facciamo allora un passo indietro: il Cardinale George Pell fu nominato nel 2014 prefetto agli affari economici della Santa Sede, una carica che equivale alla equipollente figura di un ministro dell’economia. A quanto ci è dato sapere, svolse anche un ottimo lavoro, cercando di ripulire e soprattutto di neutralizzare un esercito di oscuri personaggi, tutti e di rigore amici degli amici, che da lunghi anni ritenevano di poter disporre sia delle finanze sia del patrimonio immobiliare come se il tutto fosse cosa loro. Nel mentre, il Cardinale, partecipando al primo e al secondo Sinodo sulla famiglia, prendendo atto del drammatico declino della dottrina e della fede all’interno della Chiesa e in ampie frange dell’episcopato e del clero, non mancò di mostrare tutta quanta la propria ortodossia.

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Due sono le cose di cui il Cardinale George Pell è “colpevole”: avere cercato di mettere in ordine anzitutto le persone, per poter poi mettere davvero in ordine le finanze; essersi mostrato pienamente aderente al deposito della fede cattolica, alla corretta ortodossia e ortoprassi della dottrina cattolica.

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La domanda che tutti dovrebbero porsi, ma che invece chi di dovere non si pone, è molto semplice: perché, coloro che si sono ritrovati ad avere a che fare con le finanze della Santa Sede, tutti e di rigore hanno fatta una brutta fine? Io non sono un economista, quindi non essendo tale e non essendo soprattutto un superficiale tuttologo, da sempre evito di entrare in campi che non sono i miei, perché in tal caso si unirebbe al danno pure il danno maggiore derivante dalla totale incompetenza di chi presume capire e sapere, sino a produrre come unico risultato finale delle notizie errate e quindi falsate. Una cosa però è certa, le competenze di cui sono privo, abbondano invece in altre persone, per esempio in Ettore Gotti Tedeschi, che è un economista e che è stato presidente dell’Istituto Opere di Religione dal 2009 al 2012. Forse lui avrebbe da dire qualche cosa, anzi: potrebbe persino spiegare come mai tutti, lui incluso, hanno finito per essere fulminati dai fili dell’alta tensione, mettendo mano su certe vicende economiche.

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Detto questo, passo adesso a ciò che invece potrebbe competermi: nel 2014 il Cardinale George Pell fu convocato per la prima volta come testimone dalla Royal Australian Commission che investigava su reati legati agli abusi sessuali. L’accusa a suo carico, formulata tra il 2015 e il 2016, sarebbe stata di avere coperto sacerdoti che negli anni Settanta avevano abusato di minori. In un primo momento il Cardinale rispose da Roma, attraverso videoconferenza, negando alla Commissione australiana di essere a conoscenza di questi fatti accaduti nella diocesi di Ballarat. Nel mese di ottobre del 2016 fu interrogato a Roma da magistrati australiani, ma questa volta con tutt’altro genere di accusa: essersi egli stesso macchiato del crimine di pedofilia nella sua ex diocesi di Melbourne. Dopo questo interrogatorio svoltosi a Roma, nel giugno 2017 giunse la formale accusa di violenza sessuale su due minori, reato per il quale fu chiamato a comparire il 26 luglio davanti al competente tribunale penale australiano.

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Il Cardinale, che rivestiva la carica di ministro dell’economia di uno Stato sovrano, non si avvalse di tutte le immunità concesse a lui, come a qualsiasi ministro del mondo, dal diritto internazionale, chiese invece alla Santa Sede di potersi recare in Australia per sottoporsi a processo e difendersi dalle false accuse a lui rivolte. E non solo si è dichiarato sempre innocente, ma decidendo in tal senso e rinunciando a qualsiasi genere di immunità prevista dal diritto internazionale per il suo ufficio, dette prova di essere animato da questa sicura convinzione: essendo le accuse facilmente dimostrabili false, risponderò alla giustizia, dando prova di sicurezza e innocenza e al tempo stesso di trasparenza. Da quel momento a seguire, dinanzi al mondo cattolico e alla Santa Sede silente, mentre i giornalisti cattolici nipotini nostrani di Giulio Andreotti erano affaccendati in tutt’altre faccende ― incluso il turpe peccato di idolatria o se preferiamo di papolatria ―, per il Cardinale George Pell si aprì una nuova riedizione dell’angoscioso e grottesco Processo di Franz Kafka.

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Cerchiamo adesso di riassumere l’accusa dagli atti processuali, partendo da un elemento che farebbe inorridire persino un tribunale penale della Repubblica Popolare Cinese istituito all’epoca della Rivoluzione Culturale di Mao Tze Tung: il Cardinale è processato e poi condannato sulla testimonianza resa a porte chiuse da una sola delle due presunte vittime, perché l’altra è morta diversi anni fa, per overdose da eroina. La presunta vittima, sulla parola della quale il Cardinale è stato condannato e in seguito l’appello respinto in questi giorni, ha narrato che sul finire del mese di dicembre del 1996 aveva partecipato come corista alla Santa Messa della domenica, al termine della quale si era poi allontanato con un altro bambino membro anch’esso del coro. In modo non meglio precisato sono poi finiti nella sagrestia, ubicata sul retro della cattedrale. Poco dopo sarebbe apparso il Cardinale, che aveva appena terminata la celebrazione. Dopo averli amabilmente rimproverati per essersi introdotti nella sacrestia riservata all’arcivescovo, l’alto prelato avrebbe preso da parte uno dei ragazzi piegando e spingendo la sua testa fino al suo pene. Detto questo, prima di proseguire apro un inciso, perché è proprio difficile capire come gli esperti della polizia scientifica australiana facciano certe perizie: il Cardinale George Pell è alto due metri e tre centimetri. Stiamo inoltre parlando di anni nei quali il porporato era nel pieno della sua prestanza fisica, dotato di una stazza da fare invidia a molti giocatori di football. Quale era la statura e la corporatura dei ragazzini? Perché un uomo di tal stazza, se solo strattona leggermente un ragazzino, rischia per davvero di causargli un danno permanente. Prosegue il testimone narrando che dopo averlo obbligato a praticargli un coito orale, prese l’altro ragazzino, costringendo anch’esso alla pratica del sesso orale. A dire del singolo testimone, tutto questo sarebbe durato soltanto pochissimi minuti. Cosa dalla quale si può anche dedurre che l’allora energico, massiccio e giovanile Arcivescovo Metropolita di Melbourne, fosse affetto anche da eiaculazione precoce. Il tribunale australiano, ha per caso convocato degli urologi e degli andrologi come periti giudiziari?

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Apriamo allora un inciso: l’apparato urogenitale di un violentatore, può dare ampia conferma o volendo totale smentita a ciò che la presunta vittima asserisce. Esempio: se una donna afferma di avere riportate gravi lesioni all’utero in seguito a un rapporto sessuale violento, la cosa non è però destinata a stare clinicamente e fisiologicamente in piedi se dagli accertamenti clinici emerge poi che il presunto violentatore è un uomo scarsamente dotato, o addirittura affetto dalla patologia del micropene congenito. Per recare gravi lesioni all’utero di una donna che non vuole un rapporto sessuale ma che però finisce violentata, non basta la potenza della violenza psicologica, occorre anche un membro virile che in stato di erezione, per lunghezza e soprattutto per circonferenza, possa recare un reale e grave danno a una donna che non è fisicamente predisposta a ricevere una penetrazione. O per caso risulta a qualche esperto che attraverso la penetrazione di un equivalente dito medio si possa devastare e danneggiare gravemente l’utero a una donna?

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Chiuso anche questo inciso, la presunta vittima e unico testimone prosegue a narrare che trascorsi poi altri mesi, il corista fu abusato di nuovo, questa volta con modalità violente, perché da quanto egli narra fu spinto contro un muro del corridoio e fu toccato nelle parti intime: «C’è stato un momento nel quale ero immobilizzato, poi lui ha slacciato i suoi pantaloni e la cintura».

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Se facciamo leggere gli atti di quel processo a una commissione composta da un collegio internazionale indipendente di avvocati penalisti, la risposta di tutti gli specialisti sarà una e una sola: … ma questo singolo testimone, non è stato forse sbattuto fuori dal tribunale e, vista la figura e la notorietà dell’accusato, pure con tante scuse ad esso rivolte da parte dei giudici per la falsa accusa a lui rivolta? Sì, perché chiunque legga quelle carte, avanti a tutti avvocati penalisti non cattolici, per seguire con altrettanti avvocati penalisti di radicato e provato spirito anticlericale, non potrebbero dare altro che una simile risposta. Sono conclusioni alle quali però non sembrano giungere le suorine timorose della Sala Stampa della Santa Sede, assieme al capo-cinico che si occupa dei media del Vaticano, insensibile al sangue umano come può esserlo un chirurgo dentro la sala operatoria. Ebbene diteci: si tratta di un remake de Il silenzio degli innocenti rappresentato nel famoso film, oppure del silenzio dei colpevoli complici di questa condanna scritta dentro le mura del Vaticano e poi eseguita dal braccio secolare del tribunale australiano?

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I giudici australiani, sanno che cosa più o meno sia una celebrazione presieduta in una chiesa cattedrale dall’Arcivescovo Metropolita di Melbourne? Perché ciò che narra la singola presunta vittima sopravvissuta ― per sua fortuna non finita a miglior vita con una siringa d’eroina piantata in vena come l’altro testimone accusatore ―, è semplicemente impossibile. O meglio: il tutto sarebbe possibile e credibile come lo sarebbe affermare che il Pontefice regnante, dopo avere tenuta l’udienza del mercoledì dentro l’Aula Paolo VI, prima di tornare nei suoi alloggi ha presa una ragazza, l’ha spinta in un angolo dentro una stanzetta, poi l’ha stuprata. È un’immagine grottesca e impossibile da credersi, esattamente come lo è quella del Cardinale George Pell che dopo una celebrazione, con tutti i sacerdoti ed i fedeli presenti, i coristi e gli strumentisti, con il personale di servizio ed i vari addetti alla chiesa cattedrale, trova modo di appartarsi, senza che alcuno lo veda, per poi procedere a seviziare due ragazzini.

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In questa nostra Chiesa invertita in tutti i sensi, credo di sapere piuttosto bene come funzioni il meccanismo diabolico attraverso il quale si proteggono i peggiori colpevoli e si castigano gli innocenti, semmai proprio per avere osato indicare alle Autorità Ecclesiastiche le peggiori gesta di questi colpevoli, sempre e di rigore protetti sino ai vertici dei più alti livelli ecclesiastici. Quindi si promuovono i ruffiani distruttori, o comunque felici partecipi al processo di deturpazione della Santa Sposa di Cristo, ed al tempo stesso si consegna il Cardinale George Pell a un braccio secolare che ha data esecuzione, forse senza neppure rendersene conto, a una sentenza scritta all’interno delle mura vaticane. Perché questa, è la storia del Cardinale George Pell, condannato a porte chiuse sulla parola di una presunta vittima, in tutto e per tutto credibile come lo sarebbe una donna che narrasse le modalità attraverso le quali, il Sommo Pontefice, al termine dell’udienza generale del mercoledì, l’ha stuprata dopo averla spinta in una stanza di servizio dell’Aula Paolo VI. Se questa seconda cosa farebbe ridere, o darebbe vita a giusta e comprensibile indignazione, resta però il fatto triste e drammatico che il singolo accusatore di questo Cardinale, è stato invece creduto, mentre l’esercito di tremolanti suorine dell’odierno regime vatican-cambogiano di Pol Pot, addette all’informazione della Santa Sede, tacciono. E tacciono perché, per quanto sciocche e vanesie nel loro incontenibile opportunismo, una cosa l’hanno però capita: se tocchi certi generi di poteri occulti, finisci fulminato sui fili dell’alta tensione; e se resti in vita, poi te la fanno pagare per tutta la tua esistenza terrena.

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Indubbiamente sono un pessimo promoter, di più ancora un pessimo mercante. Eppure, al processo di totale inversione della Chiesa e alla sua decadenza morale, che poi è frutto di una profonda decadenza dottrinale, ho dedicato un libro che contiene non delle passioni emotive o delle mere opinioni, ma delle analisi rigorosamente scientifiche. Ciascuno è libero di saltare da un blog all’altro, più o meno scandalistico o sensazionalistico, a leggere perlopiù ciarpame scritto da gente che presume di poter parlare di Chiesa e dei problemi gravi e per certi versi irreversibili che la affliggono. Leggere le mie pagine, che sono scritte invece da un sacerdote e da un teologo che certe vicende le ha vissute e pagate in prima persona, a certi generi di superficiali lettori che si abbeverano alle scemenze gossippare di Gianluigi Nuzzi ed Emiliano Fittipaldi, farebbero capire molto più e molto meglio. Questo è il vero servizio che rendono ai Christi fideles i Padri de L’Isola di Patmos, che per loro fede, coscienza, scienza e competenza, sono ben altra cosa rispetto all’anonimo ‘zi Peppino che con un nome di fantasia gestisce un blog nel quale si parla di faccende chiesastiche-ecclesiastiche, senza però ch’egli neppure sappia dove alberga l’alfabeto della storia della Chiesa, della dottrina cattolica e della ecclesiologia. Come però ripeto: sono un pessimo mercante, pur avendo sempre offerto a tutti, ed in modo rigorosamente gratuito, le migliori e più cattoliche indicazioni verso la redenzione e la salvezza eterna, ma soprattutto verso quella verità che ci renderà liberi [cf Gv 8, 32].

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Credo che il Cardinale George Pell sia una vittima dei nostri tempi, un autentico agnello sacrificale. Lo dice e lo dimostra la più inconfutabile delle prove: il totale principio di assurdità nel quale si è mosso il processo ed è stata poi scritta una condanna che non sta in piedi. Però nessuno lo dice, a partire dalle suorine dei media della Santa Sede, convinte che questo momento magico, nel cerchio del quale loro sono entrati, non passerà mai, ma proprio mai. Quando poi passerà, allora sarà per loro pianto e stridore di denti [cf Mt 13, 42].

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dall’Isola di Patmos, 21 agosto 2019

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Come si è potuti giungere a un caso come quello del Cardinale George Pell? Lo trovate scritto e spiegato nel mio lavoro, costruito non attraverso chiacchiere, ma analisi pertinenti e soprattutto ampia documentazione e prove: vedere QUI 

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il 15 agosto non si festeggia “San Ferragosto”, ma la solennità dell’assunzione al cielo di Maria Santissima in anima e corpo

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

IL 15 AGOSTO NON SI FESTEGGIA “SAN FERRAGOSTO”, MA LA SOLENNITÀ DELL’ASSUNZIONE AL CIELO DI MARIA SANTISSIMA IN ANIMA E CORPO 

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Maria di Nazareth fu una donna con una vocazione speciale: essere madre di Dio. Al tempo stesso perciò ricevette due doni speciali: la perpetua verginità e l’essere immacolata, cioè esente dal peccato originale. Maria dunque ha una chiamata ad elevarsi presso Dio. Seppe cioè rispondere si al progetto del Signore di essere testimone fedele del suo messaggio.

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Salvador Dalì, Assunzione al cielo di Maria, 1956

Cari fratelli e sorelle,

la Santa Chiesa il 15 agosto non festeggia affatto un non meglio precisato “San Ferragosto“, ma l’Assunzione al cielo in anima e corpo della Beata Vergine Maria [cf Liturgia della Parola, QUI]. Per entrare in questo mistero, proviamo adesso a pensare a un grattacielo statunitense. Per esempio, la Freedom Tower di New York famosa per aver sostituito le Torri Gemelle dopo gli attentati del 2001. Come ogni struttura architettonica mastodontica, essa svetta verso il cielo. Al tempo stesso ha delle fondamenta solide e inamovibili che resistono a tutti gli urti portati dal vento, i fulmini e anche all’usura del tempo.

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Ecco che questa struttura richiama degli elementi importanti: lo slancio verso il cielo e verso Dio e la solidità della propria chiamata alla vita eterna.

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È in sintesi anche ciò che celebriamo oggi: la solennità dell’Assunzione di Maria. Questo è uno dei quattro dogmi che riguardano la persona di Maria Santissima: sappiamo per fede che lei è Madre di Dio, sempre Vergine, Immacolata Concezione e appunto, Assunta. Il dogma è una verità di fede proclamata dal Papa e dalla Chiesa intera che noi crediamo come vera, anche se non immediatamente evidente. Il dogma venne proclamato da Papa Pio XII, il 1 novembre 1950, con la bolla Munificentissimus Deus.

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Cosa insegna questo dogma? Maria di Nazareth fu una donna con una vocazione speciale: essere madre di Dio. Al tempo stesso perciò ricevette due doni speciali: la perpetua verginità e l’essere immacolata, cioè esente dal peccato originale. Maria dunque ha una chiamata ad elevarsi presso Dio. Seppe cioè rispondere si al progetto del Signore di essere testimone fedele del suo messaggio. Lo fu innanzitutto perché essendo Madre Vergine Immacolata si fece Arca di Dio. Come leggiamo nella prima lettura:  [1 Cr 15:  «I figli dei leviti sollevarono l’arca di Dio sulle loro spalle»]. In questo testo, si parla dell’Arca: cioè un luogo in cui gli ebrei potevano incontrare Dio per pregarlo, glorificarlo ed essere insieme a Lui. Anche Maria, accogliendo dentro di sé Gesù, si fece arca di Dio e permise a tutti gli uomini di poter incontrare Gesù più da vicino. Ancora oggi, quando noi diciamo il rosario, insieme alle Ave Maria ricordiamo i misteri di Cristo: di nuovo Maria si porge come luogo dove incontrare Dio.

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Questo mistero riguarda non solo Maria ma anche noi: anche noi siamo chiamati ad elevarci, in un cammino di santità verso il Signore. Con la nostra testimonianza di fede, possiamo noi stessi essere arca e luogo di incontro con Dio. E la solidità di questa chiamata viene offerta in due momenti. Come scrive Luca: «Beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano». Maria ascoltò assiduamente Dio in almeno tre momenti; all’annuncio dell’Angelo, alla crocifissione quando fu affidata a Giovanni, e al mandato di Gesù Risorto di annunciare la gioia grande della Pasqua. Ascoltò e mise in pratica: proprio per questo venne Assunta in cielo e in anima corpo. Cioè si addormentò e, immediatamente, fu inviata al cospetto dell’Eternità di Dio. Tuttora è nell’Eternità di Dio e prega per noi.

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Questo deve essere per noi un invito all’ascolto e alla osservanza del messaggio di Gesù che prosegue nella Chiesa. Proprio questa fedeltà e obbedienza, come fu Maria fedele a Gesù, ci porterà ad essere anche noi nell’Eternità di Dio cioè in Paradiso. Scriveva Johan Wolfgang Goethe:

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«La fedeltà è lo sforzo di un’anima nobile per eguagliarsi a un’altra anima più grande di lei». 

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Il Signore ci doni il coraggio della perseveranza di Maria l’Assunta, e il suo amore materno sia anche segno di speranza di trovarci un giorno tutti insieme davanti a Dio.

Così sia.

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Roma, 14 agosto 2019

Nella Vigilia della solennità dell’Assunta

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Prosegue la saga degli “utili idioti”. Nella Chiesa Sovietica è esplosa la centrale nucleare di Cernobyl, con una aggravante: a gestire la crisi ci hanno messo personaggi come Antonio Spadaro e Vincenzo Paglia

— attualità ecclesiale —

PROSEGUE LA SAGA DEGLI “UTILI IDIOTI”. NELLA CHIESA SOVIETICA È ESPLOSA LA CENTRALE NUCLEARE DI CERNOBYL, CON UNA AGGRAVANTE: A GESTIRE LA CRISI CI HANNO MESSO PERSONAGGI COME ANTONIO SPADARO E VINCENZO PAGLIA

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Pensano forse, gli utili idioti agli ordini di Pol Pot, di risolvere il non lieve problema battezzando l’esercito di musulmani che sta dando l’assalto alla povera, vecchia e morente Europa? Che dire: auguri! Intanto però, a morire nella galleria sotto il nocciolo del reattore termo-nucleare di Cernobyl, ci siamo noi, a lode e gloria di Dio, allo scopo di salvare il tanto o il poco che è possibile salvare. Perché il Paradiso, ma anche un leggero Purgatorio, ha un prezzo da pagare, che merita assolutamente di essere pagato, perlomeno da parte nostra che siamo dei credenti, al contrario degli atei che sono invece convinti che questo momento di abominevole desolazione che sta deturpando la Chiesa di Cristo non passerà mai, che la vita è una sola e che non esistono giudizio di Dio e vita eterna. Per questo, cercano di arraffare tutto quello che possono arraffare: perché non credono al giudizio di Dio, non credono alla risurrezione dei morti e della vita del mondo che verrà.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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PDF  articolo formato stampa
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dalla pagina social di Antonio Spadaro, l’utile idiota della Compagnia delle Indie

In questa grave crisi ecclesiale chi ha paura fa bene a tacere, se ritiene di non poter reggere le conseguenze che può comportare il dire la verità. Da nessuna parte è infatti scritto né comandato l’obbligo di essere eroi, meno che mai martiri:

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«Accogliete tra voi chi è debole nella fede, senza discuterne le esitazioni. Uno crede di poter mangiare di tutto, l’altro invece, che è debole, mangia solo legumi. Colui che mangia non disprezzi chi non mangia; chi non mangia, non giudichi male chi mangia, perché Dio lo ha accolto» [Rm 14, 1-3]. 

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I pochi che da Dio hanno avuta la grazia della forza, assieme a essa la capacità di reggere alle conseguenze che comporta il parlare sotto il regime cambogiano di Pol Pot e dei suoi “utili idioti”, che parli, perché darà ristoro ai deboli e agli oppressi. Facendolo, sia però sempre animato da una consapevolezza: la forza e il coraggio, unite alla lucidità di analisi, non sono merito suo, ma doni di grazia. A maggior ragione deve comprendere i deboli ai quali siffatti doni, per mistero imperscrutabile, non sono stati invece elargiti dalla grazia di Dio.

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La Chiesa visibile non è più neppure una barca alla deriva, è un rifiuto abbandonato nelle acque che durante il mare mosso sbatte sugli scogli, nell’attesa di essere poi respinto di nuovo al largo. E così seguiterà, fin quando il severo monito «Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli» [cf Mt 23, 41], per molti diverrà realtà quando, dopo la loro morte, dinanzi al giudizio immediato di Dio comprenderanno che «Egli castiga e usa misericordia» [Tb 13, 2]. Ma soprattutto, come spesso è stato ripetuto tra queste nostre righe, il giudizio di Dio sarà molto severo con noi pastori in cura d’anime, che tanto abbiamo avuto in doni di grazia attraverso il Sacramento dell’Ordine: «A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più» [Lc 12, 48].

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Partiamo dal primo degli utili idioti: Padre Antonio Spadaro, membro di spicco della Compagnia delle Indie fondata nel XVI secolo da Sant’Ignazio di Loyola col nome di Compagnia di Gesù, salvo poi cadere secoli dopo in una assurda mutazione genetica. Questo prode indiano ha pubblicata di recente sul suo profilo social una Madonna presa dal giornale delle Dame della Carità dell’Opera San Vincenzo de’ Paoli, ossia il quotidiano comunista Il Manifesto. A parte questa Madonna sul gommone, il povero Antonio Spadaro ― se avesse memoria, ma soprattutto l’intelligenza che proprio non ha ―, dovrebbe ricordare quando Il Manifesto, negli anni Novanta, esordì con una vignetta giocata sull’ambiguo, perché riferita alla cantante Madonna, al secolo Barbara Eleonora Ciccone, sulla quale erano raffigurati due ecclesiastici che esordivano dicendo: «Madonna puttana!». E dovrebbe pure ricordare, il prode indiano Antonio Spadaro, che lo storico vignettista de Il Manifesto, nel dicembre del 1997 è condannato per vilipendio alla religione cattolica grazie a un irridente crocifisso che affermava: «I cattolici non si fanno le pippe!». Beninteso: nessuno è tenuto né obbligato a credere alla divinità di Cristo, alla sua risurrezione e ascensione al cielo. Però c’è una cosa di cui si è tenuti a tenere laicamente conto, com’ebbe ad affermare a suo tempo proprio un ateo comunista, il filosofo Massimo Cacciari: «Su di un uomo innocente affisso con quattro chiodi sopra un palo, condannato a una morte così umiliante e dolorosa, c’è poco da fare satira».

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Basterebbe pensare a che cosa accadrebbe oggi — da qui ribadisco: l’intelligenza di cui è privo Antonio Spadaro —, se qualcuno facesse una satira sul corpo di un profugo morto annegato nel Mare Mediterraneo, o se qualcuno osasse fare una satira su Greta Thumberg. Perché su una satira sopra Santa Maria Goretti, presso la Domus Sacthae Marthae ci passerebbero tutti sopra, dal maggiordomo sino a Pol Pot, ma sulla scandinava dea Greta: giammai! Basti dire che all’interno del Vaticano, in nome della salute e dell’ecologia, è stata bandìta la vendita delle sigarette, salvo però trovare periodicamente prelati attaccati a qualche turgido sigaro cubano, ma quella è tutt’altra faccenda. Ormai abbiamo capito da tempo che le questioni morali del clero non turbano Pol Pot, per turbarlo e ottenere la sua dura condanna bisogna mollare ‘n carcio ar culo a uno zingaro molesto che te s’appiccica addosso come ‘na piattola e che osa strattonarti per la strada pur di costringerti a mollargli qualche soldo. Questi sì, che sono i peccati mortali della nuova Chiesa!

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Nel corso degli anni Il Manifesto, oltre alle bestemmie velate dietro al nome di una cantate pop auto-nominatasi Madonna, si è accanito con vignette satiriche sui Sommi Pontefici Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, molte delle quali di rara volgarità e cattiveria; mostrando ripetutamente mancanza di rispetto non tanto verso Giovanni Paolo II nella sua qualità di Romano Pontefice, ma verso un uomo anziano e sofferente per la malattia fisica. Chiunque può fare una agevole ricerca e reperire in internet queste raccolte di vignette oscene e blasfeme, a partire da quella su Benedetto XVI che con l’elmetto da soldato nazista in testa rincorre una procace fanciulla, dicendo di essere ormai stanco della continenza sessuale.  

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La domanda è quindi di rigore: quell’utile idiota del direttore de La Civiltà Cattolica, non aveva di meglio, sul quale andare a pescare? Se infatti questo indiano avesse tratta un’immagine da un film porno di Ilona Staller o Pamela Anderson, sarebbe stata cosa meno grave, perché queste due Signore hanno trascorse le loro vite a girare film a luci rosse; non l’hanno trascorsa a irridere Cristo, la Vergine Maria, i Santi, i Sommi Pontefici e la Chiesa Cattolica intera esposta alla pubblica berlina di vignetta in vignetta, di articolo in articolo.

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L’altra palma d’oro al merito dell’utile idiota può essere assegnata a S.E. Mons. Vincenzo Paglia, una autentica nullità teologica, ma anche un acclarato disastro pastorale, che di amabile ha solo un sorriso falso come uno zircone spacciato per diamante, dietro il quale cela rara cattiveria vendicativa, sperimentata da tutti coloro che in qualche modo hanno cercato di opporglisi, pagando in cambio l’elevato prezzo imposto di prassi da persone che sono al di sotto della umana mediocrità, sebbene finite in delicati ruoli di governo, o se preferiamo di potere.

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L’utile idiota Vincenzo Paglia, chiamato a ricoprire un ruolo di delicato rilievo presso la Santa Sede dopo che aveva portata la piccola Diocesi di Narni Amelia sull’orlo della bancarotta, di recente toccò l’apice col suo intervento presso la sede del Partito Radicale, dove magnificò la «eredità spirituale di Marco Pannella», un autentico figlio di Lucifero assieme alla sua sodale Emma Bonino. Inutile ricordare che entrambi hanno portate avanti, per decenni, politiche e ideologie che costituiscono l’apice dello sprezzo per il diritto naturale ed i fondamenti basilari della cristianità: aborto, eutanasia, sperimentazioni genetiche da far impallidire lo stesso Josef Mengele, matrimonio tra coppie dello stesso sesso, adozione dei bambini alle coppie gay e via dicendo … fin quando non si trovò di meglio da fare che porre sulla bocca di Pol Pot una frase che celebrava la impenitente abortista Emma Bonino come «una grande italiana», frase che si dice sia stata ispirata al leader cambogiano proprio dall’utile idiota, nonché indiano, Antonio Spadaro. Infatti Pol Pot, venendo dall’altra parte del mondo, ossia dalla Cambogia, che cosa ne poteva sapere, di Emma Bonino? E quando mai l’aveva conosciuta? Da qui la splendida imbeccata degli utili idioti di corte.

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Poteva forse, il Demonio, tramite i suoi accoliti, scegliere un soggetto migliore di Vincenzo Paglia, per distruggere il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II sulle scienze del matrimonio e della famiglia? Detto questo, senza cadere in quello che è il grave peccato dei giudizi temerari, ma basandosi solo sui moniti di Nostro Signore Gesù Cristo, circa il fatto che ogni albero si riconosce dai frutti che dà [cf Mt 7, 16-20; Lc 6, 43-45]; posto quindi che il principale dei frutti è la fede, che come tale può essere riconosciuta solo dalle opere [II Gc 1, 18], possiamo tristemente dedurne che sia l’indiano, sia quella autentica nullità pastorale e teologica di Vincenzo Paglia, sono due uomini senza fede. A dirlo non sono miei giudizi severi e temerari, bensì le loro opere, ed il tutto ― ripeto ― alla prova provata dei fatti. Poi, se frattanto sono stati cambiati i metri di giudizio indicati dal Santo Vangelo, che ciò venga chiarito quanto prima con un bel motu proprio emanato dalla Presidenza della Repubblica della Cambogia, se il Presidente non è troppo impegnato a infierire altri colpi alla Chiesa di Cristo con la preparazione del Sinodo Pantedesco fatto passare per Sinodo Panamazzonico [cf QUI].

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Per la mancanza di fede e le relative opere prodotte dalla carenza di fede, grazie a gente di questo genere è esplosa nella Chiesa la centrale nucleare di Cernobyl. I motivi principali della esplosione, vanno anzitutto ricercati nella incompetenza di chi la gestiva. In breve ricordiamo che il personale posto a gestire questa centrale era composto perlopiù da tecnici non qualificati per quel genere di reattore. Il direttore della centrale era privo di esperienza su impianti nucleari, avendo lavorato in precedenza solo presso centrali a carbone. Anche il capo ingegnere, sino a prima, aveva lavorato presso impianti convenzionali. Il capo ingegnere dei reattori numero 3 e 4 aveva invece una scarsa esperienza con i reattori nucleari; e non parliamo di tutto il resto, dinanzi a un disastro causato anzitutto dalla incompetenza tecnica di quanti erano preposti alla sua gestione.

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Dopo l’esplosione del reattore avvenuta la notte del 26 aprile 1986, nei tempi a seguire i danni furono enormi nell’intero corso degli anni Novanta, quando in Europa si registrò una vera e propria epidemia di tumori. Soltanto a distanza di anni, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, abbiamo saputo che i danni, già di per sé enormi, avrebbero potuto essere molto maggiori, se il regime sovietico dell’epoca non avesse sacrificate le vite di numerosi operai destinati ad una morte sicura, di cui erano consapevoli non solo coloro che li ingaggiarono, ma soprattutto coloro che accettarono. Da questo si può misurare, alla prova provata dei fatti, quella che è la fiera e storica grandezza del Popolo Russo: gli operai che accettarono di adempiere a quei lavori erano infatti tutti volontari, molti di loro giunti dalle province più sperdute dell’allora Unione Sovietica.

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A Cernobyl il pericolo era costituito dal nocciolo ancora incandescente del reattore nucleare sempre in piena attività, che se fosse ulteriormente sprofondato nel sottosuolo sarebbe giunto a contatto con l’acqua, causando nuove esplosioni di vapore, ma soprattutto inquinando in modo irreversibile le falde acquifere per i secoli avvenire. Da ciò ne sarebbe conseguito che per una estensione di migliaia di chilometri non si avrebbero più avute acque potabili né acque per l’irrigazione agricola. Fu allora che vennero chiamati i minatori, per lavorare manualmente sotto il reattore dove scavarono un tunnel per inserire sistemi di raffreddamento nei livelli inferiori della centrale. Le mascherine protettive di cui erano dotati, oltre a essere inutili rendevano loro difficoltoso respirare, sicché finirono per lavorare nudi, respirando sostanze altamente radioattive. Tutti questi minatori morirono entro breve tempo, affetti da patologie tumorali talmente gravi e dolorose dinanzi alle quali la morfina pura somministrata come anti-dolorifico, più o meno equivaleva a una iniezione di acqua distillata.

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È con questo presto detto: noi siamo i minatori mandati da Cristo a morire, consapevoli di morire per salvare quel salvabile che può essere salvato sacrificando vite umane innocenti. Nel mentre, gli Antonio Spadaro ed i Vincenzo Paglia, oltre a essere i diretti responsabili dell’esplosione della centrale nucleare a causa della loro incompetenza, si dilettano a smerciare vignette, oppure a magnificare l’eredità spirituale di Marco Pannella, dopo avere completamente distrutta l’opera e il magistero del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, mentre gli eroici minatori scavano un tunnel sotto il reattore nucleare, consapevoli che questo è l’unico sistema per evitare danni irreparabili a milioni e milioni di esseri umani, in favore dei quali qualcuno deve necessariamente pagare con la vita propria, esattamente come Cristo Signore pagò per l’umanità intera.

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Può essere che noi minatori mandati e andati liberamente a morire per scavare il tunnel sotto il reattore nucleare, si finisca nel Paradiso, come può essere che Antonio Spadaro e Vincenzo Paglia finiscano nell’Inferno al divino grido: «Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno» [Mt 25, 41].

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Chi, se non un utile e indomito idiota, mentre un reattore nucleare esploso semina veleni radioattivi in tutta Europa, può cimentarsi in vignette contro il Ministro dell’Interno Matteo Salvini, ottenendo come sicuro risultato di fargli avere alle prossime vicine elezioni tre milioni di voti in più? In tal senso, conoscete forse un ecclesiastico più improvvido e narciso di quanto nei concreti fatti mostra di esserlo l’utile idiota indiano Antonio Spadaro? Perché una cosa è certa ― e noi preti questa realtà ce l’abbiamo sotto gli occhi ―: mentre le piazze nelle quali parla questo “pericoloso populista” o come qual si voglia “fascista”, sono gremite, le Chiese sono sempre più vuote. E mentre adempiendo alle direttive emanate dalle psicosi nevrotico-ossessive di Pol Pot, L’Avvenire, L’Osservatore Romano, Famiglia Cristiana, la bassettiana Conferenza Episcopale Italiana e compagnia bella cantando, parlano solo di profughi e migranti, nella Diocesi del Romano Pontefice aumentano da cinque anni a questa parte i genitori che non fanno battezzare i figli, mentre quelli che prima del febbraio 2013 li avevano già battezzati, non li mandano al catechismo per ricevere la Prima Comunione e la Santa Cresima. 

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Pensano forse, gli utili idioti agli ordini di Pol Pot, di risolvere il non lieve problema battezzando l’esercito di musulmani che sta dando l’assalto alla povera, vecchia e morente Europa? Che dire: auguri! Intanto però, a morire nella galleria sotto il nocciolo del reattore termo-nucleare di Cernobyl, ci siamo noi, a lode e gloria di Dio, allo scopo di salvare il tanto o poco che è possibile salvare. Perché il Paradiso, ma anche un leggero Purgatorio, ha un prezzo da pagare che merita di essere pagato, perlomeno da parte nostra che siamo dei credenti, al contrario degli atei che sono invece convinti che questo momento di abominio e desolazione che sta deturpando la Chiesa di Cristo non passerà mai, che la vita è una sola e che non esistono giudizio di Dio e vita eterna. Per questo, cercano di arraffare tutto quello che possono arraffare: perché non credono al giudizio di Dio, non credono alla risurrezione dei morti e nella vita del mondo che verrà.

Amen!

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dall’Isola di Patmos, 11 agosto 2019

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UN ANNUNCIO AI LETTORI: IMMINENTE PUBBLICAZIONE

Vi avvisiamo che immediatamente dopo il 15 agosto entrerà in distribuzione entro la fine del mese il libro di Ariel S. Levi di Gualdo sulla setta neocatecumenale. Si tratta di un testo interamente costruito su documenti inoppugnabili e su testimonianze autentiche altrettanto documentate. In circa 280 pagine di testo è fatta anzitutto una rigorosa analisi storica, teologica e giuridica di questo fenomeno che, sebbene intriso da sempre di gravi eresie, ha potuto proliferare  come una pericolosa setta intra-ecclesiale, contando purtroppo anche sulla debolezza degli ultimi pontefici, condizionati loro malgrado da una situazione ecclesiale ed ecclesiastica non facilmente gestibile, che versa oggi in stato di profonda e purtroppo irreversibile decadenza. L’opera di Ariel S. Levi di Gualdo è stata dedicata alla venerabile memoria di due presbìteri e teologi romani: il Servo di Dio Pier Carlo Landucci [1900-1986] e Padre Enrico Zoffoli C.P [1915-1996], che per primi denunciarono con profetica lungimiranza, sebbene inutilmente, le gravi e pericolose eresie del Cammino Neocatecumenale.

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I Neocatecumenali, alla conquista dell’Asia grazie al braccio armato dei loro “utili idioti”, hanno vinto la battaglia, rimane però un quesito: i ragionevoli dubbi circa la validità delle sacre ordinazioni sacerdotali …

— attualità ecclesiale —

I NEOCATECUMENALI, ALLA CONQUISTA DELL’ASIA GRAZIE AL BRACCIO ARMATO DEI LORO “UTILI IDIOTI”, HANNO VINTO LA BATTAGLIA, RIMANE PERÒ UN QUESITO: I RAGIONEVOLI DUBBI CIRCA LA VALIDITÀ DELLE SACRE ORDINAZIONI SACERDOTALI …

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Cos’hanno architettato, Kiko Argüello ed i suoi, facendo affidamento sul braccio armato dei loro “utili idioti”? In ossequio alla verità, è necessario ammettere che Kiko Argüello ha vinta la battaglia. E non una sola, perché ne ha vinte cento. Possiamo rendergli anche il meritato onore delle armi, perché tutto sommato se lo merita pure. Però sia chiaro: ha vinto la battaglia, non ha vinta la grande guerra. Perché la vittoria della grande guerra, è già stata ascritta a Cristo Signore dal Beato Apostolo Giovanni che ce l’ha narrata con profetico anticipo nel Libro dell’Apocalisse. E se non si convertono per davvero, Kiko Argüello ed i suoi “utili idioti”; se non chiedono veramente perdono, per i danni immani che hanno recato e che seguitano a recare alla Chiesa, per loro, dopo la grande guerra vinta da Cristo Signore, sarà purtroppo pianto e stridore di denti. Cosa questa che gli autentici credenti temono animati da sacro timore di Dio, gli “utili idioti”, non so …

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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La mitica Mary Poppins che discende dal cielo con il suo ombrellino ed il suo cappellino …

I Sacramenti, fatta eccezione per il Battesimo, dove il neonato è presentato alla Madre Chiesa dispensatrice di grazia per essere lavato dalla macchia del peccato originale, producono la loro efficace azione salvifica incontrando anzitutto la libertà dell’uomo. Basti per esempio pensare al Sacramento del Matrimonio, di cui ministri sono gli stessi sposi, che si basa sul libero consenso [Cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 1621-1632].

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C’è un solo Sacramento che è richiesto da altri a beneficio di un neonato, ed è il Battesimo. Quindi, a meno che a chiedere il battesimo non sia un adulto, la domanda posta ai genitori che presentano la creatura è la seguente: «Che cosa chiedete alla Chiesa di Dio?». I genitori rispondono: «Il Battesimo».

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Il Battesimo è dunque quella azione di grazia che i genitori chiedono alla Santa Chiesa per loro figlio, affinché sia purificato dalla macchia del peccato originale. Il Battesimo, è forse una decisione presa da altri su un neonato non in grado d’intendere e volere? Si tratta, forse, di una imposizione fatta dai genitori sul figlio che, giunto in età adulta, potrebbe decidere, esercitando il proprio libero raziocinio, di non appartenere invece alla Chiesa Cattolica? Non sarebbe forse meglio ― come oggi sostengono diversi genitori ― che sia lui, da adulto, a decidere se essere battezzato o no, evitando in tal modo che i genitori prendano per lui delle decisioni che da adulto potrebbe anche non gradire, quindi non riconoscere?

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Questi quesiti, apparentemente ragionevoli, in realtà si basano proprio sulla totale mancanza di ragionevolezza. È presto detto il perché: le decisioni che i genitori prendono su un neonato o su un bambino, sono veramente molte. Tra l’altro, i genitori sono pure tenuti e obbligati a prenderle, queste numerose decisioni, molte delle quali destinate a incidere sulla vita futura del figlio stesso.

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Con un esempio concreto e tutt’altro che peregrino proviamo a rendere chiaro il tutto: per il sopraggiungere di una grave malattia, si pone il doloroso problema di dover amputare un arto a un bimbo di pochi mesi. L’arto non può essere salvato e se non si provvede ad amputarlo, vi sarà una inevitabile cancrena. Ragionevolmente: quale genitore risponderebbe che prima di amputare un arto, è bene che il bimbo cresca e che acquisisca le necessarie capacità cognitive, decidendo poi lui se privarsi di un arto o meno? Quale genitore risponderebbe affermando di non poter correre il rischio di ritrovarsi domani dinanzi a un figlio adulto che lo rimprovera di avere acconsentita l’amputazione di un arto contro la sua volontà?

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Il peccato originale, per noi Christi fideles è qualche cosa che va reciso per evitare la cancrena dell’anima. Per questo i genitori chiedono alla Chiesa di Dio il Battesimo.

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Gli altri Sacramenti implicano invece volontà e deliberato consenso, anche quando si tratta di bimbi. Se infatti un bambino si rifiutasse di ricevere la Prima Comunione, o se un adolescente non volesse ricevere la Cresima; se il primo manifestasse di non credere all’Eucaristia e il secondo allo Spirito Santo e alle sue azioni di grazia, né il sacerdote né il vescovo lo obbligherebbero mai a ricevere questi Sacramenti, anzi li dissuaderebbero proprio dal riceverli, se sono rispettivamente un sacerdote e un vescovo cattolici. Quante volte io — e come me diversi miei confratelli che considerano realmente e sostanzialmente i Sacramenti di grazia per ciò che essi sono — abbiamo dissuaso dei giovani che di cristiano non avevano niente, dal celebrare il matrimonio sacramentale, considerando che non credevano proprio al Sacramento, che ritenevano la chiesa solo un teatro di posa e il prete che avrebbe ricevuto il loro consenso e benedette le loro nozze null’altro che la comparsa di una sceneggiata teatrale? E quante volte è accaduto che questi sacerdoti rispettosi dei Sacramenti, i quali esigevano altrettanto rispetto per i Sacramenti anche dai non credenti, hanno dovuto subíre la rampogna del classico vescovo “arido funzionario”, che li ha più o meno aggrediti dicendogli: «Non essere così rigoroso!»?

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Il Sacramento della Penitenza, la confessione sacramentale, per poter rendere efficace l’azione di grazia in esso racchiusa, richiede un requisito fondamentale imprescindibile: il pentimento. Un sacerdote potrebbe anche recitare cento volte la formula sacramentale di assoluzione dai peccati, ma se il penitente non è pentito, quelle parole valgono esattamente quanto la filastrocca della mitica baby sitter Mary Poppins che cantava ai due bambini: «Supercalifragilistichespiralidoso» [vedere, QUI].

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Veniamo adesso al Sacramento dell’Ordine Sacro, giacché oggi sarebbe bene porsi dei terribili quesiti che, sino a sessanta o settant’anni fa, avrebbero costituito dissertazioni accademiche basate su elementi considerati di per sé assurdi, sia sul piano della dogmatica sacramentaria sia su quello della disciplina dei Sacramenti regolata dal Codice di Diritto Canonico.

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Anche per il Sacramento dell’Ordine, i requisiti richiesti sono minimi. Però, questi requisiti minimi devono sussistere. Anche in questo caso procediamo con un esempio: potrebbe un vescovo prendere lo studente di una yeshivah ebraica ― ossia una scuola rabbinica ―, oppure lo studente di una scuola teologica calvinista, disposti per varie ragioni e motivi a ricevere l’Ordine Sacro, ed a consacrarli sacerdoti?

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Anzitutto cerchiamo di non essere rigoristi, o come va di moda dire di questi tempi: “aridi legalisti”. È vero che il primo di questi due soggetti, l’ebreo, non crede alla divinità di Cristo, mentre il secondo, il calvinista, non crede al Sacerdozio apostolico e alla Santissima Eucaristia. Però, se per ragioni di vario genere ― che nulla hanno a che fare con la loro adesione alla fides catholica, decidono e accettano di essere consacrati sacerdoti, dov’è il problema? O non dobbiamo forse essere “accoglienti” e “includenti”?

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Certo, il “cupo fariseo” contemporaneo potrebbe chiedere: mancando il fondamento della fede e della piena adesione alle verità della fides catholica, questi due, hanno ricevuto validamente il Sacramento dell’Ordine? Quindi: sono due sacerdoti in tutto e per tutto, dopo che il vescovo, in ossequio ai libri liturgici e alla disciplina dei Sacramenti, gli ha imposto le mani e ha recitato su di loro la preghiera consacratoria?

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Se a questo quesito qualcuno intende rispondere di sì, affermando che quella sacra ordinazione è valida perché avvenuta secondo tutte le previste regole, quindi che i due, siano credenti o non credenti, sono stati consacrati sacerdoti, allora in tal caso potremmo dire: quel Signore che durante la celebrazione portava in testa un copricapo chiamato mitria, ed impugnava un bastone chiamato pastorale, in verità era Mary Poppins col suo cappellino in testa, che impugnava il suo ombrellino tra le mani e che cantava e danzava gioiosa: «Supercalifragilistichespiralidoso».

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Al neo consacrato presbìtero inginocchiato dinanzi a lui, il vescovo consegna le offerte dei fedeli, il pane e il vino per la celebrazione del sacro mistero. Porgendogli le offerte dice queste parole:

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«Ricevi le offerte del Popolo Santo per il sacrificio eucaristico Renditi conto di ciò che farai, imita ciò che celebrerai, conferma la tua vita al sacrificio della croce di Cristo» [Dal Rito della sacra ordinazione dei presbìteri].

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Domanda alla quale non ho risposte da dare, perché sono altri a essere legittimati a rispondere, a partire dal Prefetto della Congregazione de Propaganda Fide, al quale va il merito di avere compiuto l’ennesima opera di devastazione, come vedremo a breve … questa è la domanda: qual è la percezione della Santissima Eucaristia, infusa e trasmessa durante l’intero ciclo formativo ai seminaristi dei Seminari Redemptoris Mater, che provengono da famiglie neocatecumenali e che sono stati cresciuti ed educati in quel Cammino Neocatecumenale nel quale il Sacrificio Eucaristico è relegato, dai due fondatori della setta, a «un elemento collegato all’Eucaristia per condiscendenza alla mentalità pagana», la quale «irruppe dopo Costantino» e facendo sì che «la massa di gente pagana vide la liturgia cristiana con i suoi occhi religiosi, volti all’idea del sacrificio»? [Cf. Orientamenti di Kiko Argüello e Carmen Hernández ai catechisti del Cammino Neocatecumenale, in uso a partire dall’anno 1972 e riediti nel 1988, pagg. 321-323].

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I due fondatori del Cammino Neocatecumenale, non hanno forse trasmessa per decenni una concezione deformata e deformante della Santa Messa, negando apertamente l’elemento sacrificale alla maniera della dottrina ereticale calvinista, de-strutturando tutti gli stessi fondamenti della dogmatica sacramentaria?

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È tutto documentato. Ma non solo: si sono forse mai corretti pubblicamente dai propri errori? Tutt’altro: sono stati loro, incancreniti nelle loro eresie, che hanno ripetutamente dichiarato in errore vescovi, sacerdoti, teologi e fedeli laici ossequiosi al dogma e al depositum fidei, in quanto a loro dire «non ancora aperti e pronti al vero mistero della Pasqua».

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Mancando eventualmente i requisiti di una corretta percezione e quindi di una piena adesione de fide al dogma della Santissima Eucaristia; mancando eventualmente la corretta percezione di ciò che in realtà è veramente il sacerdozio cattolico, ivi incluso il fatto che è errore grave e autentica eresia affermare, come ha insegnato Kiko Argüello, che «tutti siamo sacerdoti» [Cf. Orientamenti, pagg. 56-57], in che modo, possiamo parlare della piena e perfetta validità del Sacramento dell’Ordine conferito a persone indubbiamente degnissime, sul piano umano, ma di fatto dei “non credenti”, su quello spirituale? A un elemento deformato prima dalla famiglia, poi dalle catechesi neocatecumenali, poi da un seminario neocatecumenale, nel cui animo sono state instillate e sono radicate queste eresie mai abiurate e mai corrette a partire dai due fondatori, con quale oggettiva efficacia il vescovo può consegnare le offerte del Popolo di Dio dicendo:

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«Ricevi le offerte del Popolo Santo per il sacrificio eucaristico. Renditi conto di ciò che farai, imita ciò che celebrerai, conferma la tua vita al sacrificio della croce di Cristo».

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Ci rendiamo conto, che siamo dinanzi a un assurdo, a un autentico paradosso? Quel tal prete è stato formato prima dalla famiglia e dai mega-catechisti, poi all’interno di un seminario neocatecumenale per celebrare “la cena” secondo tutti i peggiori crismi ereticali infusi nel Movimento da Kiko Argüello e Carmen Hernández; infusi e, ripeto, mai abiurati e corretti. Come può il vescovo consegnargli le offerte per il «sacrificio eucaristico», considerando che questa parola è decisamente bandita, all’interno del Cammino Neocatecumenale, in quanto la Santa Messa non è sacrificio, ma la rinnovazione della cena pasquale durante la quale i fratelli fanno festa attorno alla gioiosa mensa? Vogliamo renderci conto, alla prova provata e documentata dei fatti,che Kiko e Carmen hanno fatto catechesi di formazione ai propri mega-catechisti irridendo per decenni il concetto di transustanziazione eucaristica [Cf. Orientamenti, pag. 325], sino a chiamare con ironico sprezzo «sacramentini» gli adoratori del Santissimo Sacramento? [Cf. Orientamenti, pag. 317]. Insomma: se un candidato al sacro ordine avesse una percezione cattolica sia della Santissima Eucaristia sia del Sacerdozio, non sarebbe proprio potuto diventare prete, in un seminario neocatecumenale, né mai potrebbe fare il prete, in Comunità Neocatecumenali. Esattamente come non potrebbe diventare prete in una delle varie chiese ortodosse, qualora considerasse il Romano Pontefice dotato della potestas piena e assoluta su tutta la Chiesa e qualora considerasse valido e giusto il concetto di Filioque inserito nella Professio Fidei della Chiesa Cattolica.

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E fu così che scoprimmo, durante le sacre ordinazioni, in un angolo del presbitério, poco distante dal vescovo ordinante, Kiko Argüello con la sua chitarra che cantava appassionato: «Supercalifragilistichespiralidoso».

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Detto ciò sia chiaro, stiamo facendo una legittima speculazione teologica di tipo accademico, sicché non si tratta né di dichiararsi offesi, né di dichiararsi lesi nella propria maestà cardinalizia, né di fare i sufficienti che non sono ad alcun titolo tenuti a scendere dal loro Olimpo per abbassarsi ai livelli di chi chiede delle risposte. Infatti si tratta di dare delle risposte a questo quesito, che  è semplice e facile da evadere: laddove mancasse piena adesione ai dogmi della Chiesa Cattolica, una corretta percezione della Santissima Eucaristia e del Sacrificio Eucaristico della Santa Messa e una corretta percezione del sacerdozio cattolico, possiamo parlare di indubitabile validità delle consacrazioni sacerdotali di soggetti carenti su questi fondamenti basilari della fede, poiché indotti a respingere come errati questi fondamenti stessi, a partire dall’Eucaristia intesa come sacrificio santificante di grazia? È proprio così difficile, rispondere a una domanda del genere?

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Il Cardinale Fernando Filoni, faccia conto che io non sia un prete e un teologo, ma un barbone che bivacca in Piazza San Pietro e che piscia e smerda sui marmi sotto il colonnato del Bernini [cf. QUI], perché forse, in quel caso, mi considererà del tutto degno di risposta, anzi: la sera correrà pure il Cardinale Konrad Krajewski a portarmi il caffè, se non è impegnato è riallacciare la luce in qualche centro sociale occupato [cf. QUI]. 

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Siccome si dice che al peggio non c’è proprio mai fine, proprio mentre mi stavo accingendo a chiudere la bozza di questo libro, ecco giungere una notizia a dir poco sconfortante:

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«La Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli ha ufficialmente istituito il Collegio Redemptoris Mater per l’evangelizzazione in Asia, con sede a Macao, affidandone la conduzione al Cammino neocatecumenale. il collegio è stato istituito con decreto firmato dal cardinale Fernando Filoni, prefetto di Propaganda Fide, il 29 giugno scorso, dopo l’udienza con Papa Francesco. Il “Collegio Redemptoris Mater per l’Asia” aprirà i battenti a settembre, con un primo nucleo di studenti provenienti da diverse nazioni del mondo. L’iniziativa intende rispondere all’appello di Giovanni Paolo II che, nella lettera enciclica Redemptoris missio, indicava il continente asiatico come ambito territoriale, “verso cui dovrebbe orientarsi principalmente la missio ad gentes” (n. 37)» [L’Osservatore Romano, edizione del 29 luglio 2019, testo QUI].

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Per meglio capire è necessario precisare che l’attuale Prefetto della Congregazione de Propaganda Fide, Cardinale Fernando Filoni, prima di essere consacrato vescovo partecipò come sacerdote ai corsi di catechesi del Cammino Neocatecumenale, altrettanto l’attuale Arcivescovo Giovanni Pietro Dal Toso, segretario aggiunto di Propaganda Fide e presidente delle Pontificie Opere Missionarie.

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Ecco quindi l’elemento inquietante: il nuovo seminario di Macao, non è uno dei semplici e tanti seminari Redemptoris Mater gestito dai neocatecumenali. Si tratta infatti di un seminario posto sotto la diretta giurisdizione della Congregazione de Propaganda Fide. O per meglio chiarire: non dipenderà dalla giurisdizione del vescovo diocesano né dalle direttive date dalla locale Conferenza Episcopale per la formazione dei sacerdoti; questo seminario dipenderà direttamente da un Dicastero della Santa Sede. A tal proposito, il Cardinale Fernando Filoni, nella sua intervista riportata da L’Osservatore Romano, illustra questa opera come un vero e proprio esperimento di «decentralizzazione» di Propaganda Fide, facendo presente:

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« […] non è impossibile che, un domani, nascano altri Collegi del genere, promossi dalla Congregazione, in altri continenti».

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Questo seminario a Macao è stato aperto sotto la diretta giurisdizione del competente Dicastero della Santa Sede, dopo che i neocatecumenali hanno ripetutamente fallito nel tentativo di dare l’arrembaggio alla piccola ma ricchissima Chiesa Cattolica del Giappone. 

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Poteva forse, il “messia” Kiko Argüello, accettare una simile sconfitta, lui che è Signore di tutte le cose visibili e invisibili? Ma per l’ennesima volta la corsa alla conquista della piccola ma ricchissima Chiesa Cattolica del Giappone, è nuovamente sfumata. Lo apprendiamo direttamente dall’Arcivescovo Metropolita di Tokyo, S.E. Mons. Isao Kikuchi, che nell’agosto del 2018 narra di avere ricevuta una lettera del Cardinale Fernando Filoni che lo informava della prossima erezione sul territorio della sua diocesi di un seminario Redemptoris Mater dipendente direttamente dalla Congregazione de Propaganda Fide. O detta in altre parole: lo metteva dinanzi al fatto compiuto. L’Arcivescovo si dichiarò decisamente confuso, dinanzi a quella lettera, né lui, né S.E. Mons. Peter Takeo Okada, suo predecessore, erano infatti stati consultati a tal proposito. Chiarito il tutto merita in breve ricordare quelle che furono tra il 2008 e il 2010 le dolorose vicende nelle quali l’episcopato giapponese si trovò coinvolto con il Cammino Neocatecumenale, che si conclusero con la chiusura disposta nel 2008 dai Vescovi del Giappone del loro seminario aperto nella Diocesi di Takamatsu nel 1990.

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Siccome però i neocatecumenali, che nell’ambito della delicata cultura del Giappone si muovevano come elefanti ubriachi dentro una vetrina di cristalli, seguitarono imperterriti a creare divisioni e danni tra i fedeli, nel 2010 ricevettero ordine dalla Conferenza Episcopale del Giappone di sospendere qualsiasi genere di loro attività in tutto il Paese. Insomma: di fatto furono dichiarati “soggetti non graditi” ed espulsi. 

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Questa improvvida lettera del Cardinale Fernando Filoni, dal fiero Episcopato Giapponese è stata recepita e sofferta come un maldestro tentativo del Signor laico Kiko Argüello e dei suoi agguerriti settaristi altrettanto laici, di averla vinta a tutti i costi sull’episcopato giapponese, usando questa volta il braccio armato amico di una figura che, in linguaggio politico, s’è soliti indicare col termine tecnico e per nulla offensivo di “utile idiota”.

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Quale sarà il prossimo passo, mirato a distruggere attraverso la neocatecumenalizzazione coatta le Chiese asiatiche, alcune delle quali, il loro profondo amore devoto a Roma, l’hanno pagato sovente anche a prezzo di persecuzioni e di sangue? Come si farà, per piegarle dall’alto alla setta del neocatecumenalesimo? Grazie all’amico “utile idiota” si imporranno forse seminari neocatecumenali aperti a raffica e dipendenti direttamente da Roma, visti gli esiti pregressi degli elefanti ubriachi a passeggio dentro le delicate cristallerie del Giappone, evitando ulteriori chiusure ed espulsioni decretate dai vescovi? In terre asiatiche di missione, si procederà forse ad erigere dei vicariati apostolici affidati ai laici neocatecumenali, i quali gestiranno vescovi neocatecumenali e preti neocatecumenali sfornati a loro servizio da questa multinazionale eretica, che può avvalersi della “fabbrica di preti” dei Seminari Redemptoris Mater, a loro concessa con discutibile prudenza dal Sommo Pontefice Giovanni Paolo II? Le scelte amministrative e pastorali del quale ― bene rammentarlo all’esercito sterminato di ignoranti ―, non rientrano né nell’esercizio del magistero infallibile né tanto meno costituiscono dogmi che richiedono, come tali, piena adesione di fede. Ci mancherebbe altro che il riconoscimento amministrativo della setta neocatecumenale fatto nel 2012 dal Pontificio Consiglio per i Laici, fosse posto, a livello dogmatico, quindi come obbligo per i credenti alla piena adesione di fede, tra il dogma della Immacolata Concezione e il dogma della Assunzione al Cielo della Beata Vergine Maria! Se poi Giovanni Paolo II è stato canonizzato, come certi neocatecumenali gridano, quindi elevato agli onori degli altari, è bene ricordare che la Santa Chiesa non ha canonizzato ogni suo pensiero, decisione, scelta e sospiro; a partire dalla infelice concessione da lui fatta alla setta neocatecumentale di aprire il prototipo del loro primo seminario Redemptoris Mater a Roma nel 1988.

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Cos’hanno architettato, Kiko Argüello ed i suoi, facendo affidamento sul braccio armato dei loro “utili idioti”? In ossequio alla verità, è necessario ammettere che Kiko Argüello ha vinta la battaglia. E non una sola, perché ne ha vinte cento. Possiamo rendergli anche il meritato onore delle armi, perché tutto sommato se lo merita pure. Però sia chiaro: ha vinto la battaglia, non ha vinta la grande guerra. Perché la vittoria della grande guerra, è già stata ascritta a Cristo Signore dal Beato Apostolo Giovanni che ce l’ha narrata con profetico anticipo nel Libro dell’Apocalisse. E se non si convertono per davvero, Kiko Argüello ed i suoi “utili idioti”; se non chiedono veramente perdono, per i danni immani che hanno recato e che seguitano a recare alla Chiesa, per loro, dopo la grande guerra vinta da Cristo Signore, sarà purtroppo pianto e stridore di denti. Cosa questa che gli autentici credenti temono animati da sacro timore di Dio, gli “utili idioti”, non so …

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dall’Isola di Patmos, 31 luglio 2019

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UN ANNUNCIO AI LETTORI: IMMINENTE PUBBLICAZIONE

Vi avvisiamo che immediatamente dopo il 15 agosto entrerà in distribuzione il libro di Ariel S. Levi di Gualdo sulla setta neocatecumenale. Si tratta di un testo interamente costruito su documenti inoppugnabili e su testimonianze autentiche altrettanto documentate. In circa 280 pagine di testo è fatta anzitutto una rigorosa analisi storica, teologica e giuridica di questo fenomeno che, sebbene intriso da sempre di gravi eresie, ha potuto proliferare  come una pericolosa setta intra-ecclesiale, contando purtroppo anche sulla debolezza degli ultimi pontefici, condizionati loro malgrado da una situazione ecclesiale ed ecclesiastica non facilmente gestibile, che versa oggi in stato di profonda e purtroppo irreversibile decadenza. L’opera di Ariel S. Levi di Gualdo è stata dedicata alla venerabile memoria di due presbìteri e teologi romani: il Servo di Dio Pier Carlo Landucci [1900-1986] e Padre Enrico Zoffoli C.P [1915-1996], che per primi denunciarono con profetica lungimiranza, sebbene inutilmente, le gravi e pericolose eresie del Cammino Neocatecumenale.

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Visitate il nostro Negozio Librario e sostenete la nostra opera acquistando i nostri libri pubblicati: QUI

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Il Piccolo Principe e il Re dei re: Cristo e la parte migliore

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

IL PICCOLO PRINCIPE E IL RE DEI RE: CRISTO E LA PARTE MIGLIORE

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«Ecco il mio segreto. è molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi».

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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PDF  articolo formato stampa
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Maria e Marta, icona bizantina

Cari fratelli e sorelle,  

la Liturgia della Parola di questa XVI domenica del tempo ordinario ci offre il racconto della visita di Gesù presso la casa di Maria e Marta [testo della Liturgia della Parola, QUI].

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Nella celebre favola di Antoine de Saint Exupèry, Il Piccolo Principe, c’è un bellissimo incontro fra il piccolo principe e la volpe. Nella loro chiacchierata, il principino e la volpe intrecciano pian piano un’amicizia profonda fra serio e faceto. Prima di salutarsi, la volpe dice un’ultima cosa al piccolo principe:

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«Ecco il mio segreto. è molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi».

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Questa storia è un aiuto per comprendere il bellissimo insegnamento di Gesù oggi: la preghiera e lo sguardo che essa ci dona. Uno sguardo d’amore e di verità su tutte le cose. Lo sguardo di Gesù sulle persone e gli eventi del mondo.

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Nella prima lettura di Genesi, Abramo incontra i tre uomini presso le Querce di Mamre:

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«Mio Signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passare oltre senza fermarti dal tuo servo» [Gn 18].

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Secondo gli esegeti e i padri della Chiesa, i tre uomini descritti in questo passo sono una anticipazione della rivelazione sulla Trinità. Abramo infatti si rivolge al Signore uno e trino. Rivolge una preghiera spontanea, commovente e al tempo stesso autentica. Chiede al Signore di fermarsi, di rimanere con Lui. Abramo offre una preghiera affettuosa; offre la sua casa e innanzitutto la sua anima affinché Dio vi dimori.

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Nel Vangelo di Luca troviamo una differenza fra l’atteggiamento di Marta e quello di Maria. Marta infatti non sbaglia nell’essere al servizio di Gesù, mentre rassetta, sistema, pulisce, insomma fa le cose di casa. Gesù infatti le rimprovera di agitarsi, affannarsi, tralasciando «quella che è la parte migliore».

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Ogni azione, anche il servizio di casa più nascosto e insospettabile può diventare un’offerta al Signore. Può diventare anche questa una preghiera, se appunto questo nostro servizio è attuato ponendo al centro Gesù: è Lui la parte migliore, senza il quale non possiamo fare nulla. Maria, che è lì davanti e ascolta, è colei che sembra aver capito meglio questo insegnamento. È infatti lì, silenziosa, ma non per questo in preda alla pigrizia. Maria è lì che prega in modo contemplativo: prega col cuore, sapendo che tutto l’essenziale è in quel rapporto invisibile, ma vero con Gesù.

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Il senso della preghiera è dunque una amicizia vera e profonda con il Signore. Una amicizia però appunto che non rimane semplicemente un rapporto individuale col Signore, ma si apre agli altri.

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Scrive infatti San Paolo nella seconda lettura:

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«Sono diventato ministro, secondo la missione affidatami da Dio verso di voi di portare […] il mistero nascosto, ma ora manifestato ai suoi santi» [Col 1,25].

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La preghiera spalanca le porte della missione, cioè di essere mandati agli altri per annunciare quello che abbiamo ricevuto nel nostro incontro col Signore; la preghiera si sviluppa in un’azione pratica con cui tutti manifestiamo quel mistero nascosto di Dio stesso. Lo manifestiamo con la nostra vita, le nostre opere di carità e, paradossalmente, manifestiamo il mistero della misericordia di Dio anche nel nostro essere peccatori pentiti.

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Tutti quanti perciò diventiamo ministri, non solo i chierici e i religiosi: tutti quanti diventiamo coloro che amministrano e donano, secondo le loro capacità, il dono di Dio al prossimo. È il dono più grande, l’unico invisibile agli occhi davvero essenziale al cuore di chi si sente fisicamente e spiritualmente isolato e abbandonato.

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Il Signore doni a noi tutti l’abbraccio accogliente ed orante di Gesù, per sentirci amati fino alla fine dei tempi.

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Così sia.

Roma, 21 luglio 2019

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Esclusiva mondiale! Emanuela Orlandi è stata sepolta in Vaticano nelle grotte di San Pietro dentro il sarcofago del Sommo Pontefice Bonifacio VIII

— il cogitatorio di Ipazia —

ESCLUSIVA MONDIALE!

EMANUELA ORLANDI È STATA SEPOLTA IN VATICANO NELLE GROTTE DI SAN PIETRO DENTRO IL SARCOFAGO DEL SOMMO PONTEFICE BONIFACIO VIII

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La Santa Sede, a qualsiasi richiesta avanzata da Pietro Orlandi, anche e solo in base a un messaggio anonimo ricevuto, non esiterebbe ad acconsentire l’apertura e l’ispezione della qualunque. Sicché, per porre fine al tutto, il Santo Gatto Pio mi ha rivelato che la giovane è stata sepolta nelle grotte sottostanti la Pontificia Arcibasilica di San Pietro, dentro il sarcofago contenente le auguste spoglie del Sommo Pontefice Bonifacio VIII.

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Autore
Ipazia gatta romana

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Per entrare nel negozio-librario cliccare sulla copertina

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Purtroppo questo pontificato finirà molto male, mentre i vescovi che compiacciono il Re Nudo giocando ai “preti di strada” finiranno parecchio peggio, intanto i laici perdono La Nuova Bussola…

PURTROPPO QUESTO PONTIFICATO FINIRÀ MOLTO MALE, MENTRE I VESCOVI CHE COMPIACCIONO IL RE NUDO GIOCANDO AI “PRETI DI STRADA” FINIRANNO PARECCHIO PEGGIO, INTANTO I LAICI PERDONO LA NUOVA BUSSOLA

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Dinanzi alla dignità apostolica così profondamente ferita, il dolore ci toglie proprio le parole, avanti alle gesta di certi vescovi buffoni …

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Chi ha sempre venerato il Vescovo come sacra figura apostolica, oggi non può che versare lacrime di sangue, dinanzi all’attuale ascesa sulle cattedre episcopali di giullari e buffoni, ma soprattutto di emulatori senza dignità, giunti all’episcopato dopo essersi costruiti l’immagine di “preti di strada” e di “preti di periferia”.

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Oltre a pregare per questi poveretti, ai quali da tempo non è più chiara la dignità apostolica che ad essi è stata conferita, è necessario pregare soprattutto per i loro preti.

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Per i pochissimi buoni preti che ci restano, avere a che fare con vescovi che spaziano in bilico tra le soubrette vanitose e le figure del teatrino comico grottesco d’avanspettacolo, è una sofferenza difficilmente descrivibile: se fallisce il vescovo, fallisce anche il prete, perché il sacerdozio del prete è totalmente legato alla pienezza del sacerdozio apostolico del vescovo. Qualcuno lo ricordi, a chi nella Domus Sancthae Marthae si diletta a tirare fuori dal cilindro del prestigiatore nidiate di conigli pazzi. I conigli sono infatti particolarmente pericolosi, perché hanno una veloce e straordinaria capacità di riprodursi tra di loro.

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Una strana e, ovviamente, pura coincidenza: La Nuova Bussola Quotidiana, rivista vetero-democristiano-ciellina diretta da Riccardo Cascioli, sempre così veloce e severa nel fare le pulci e nel tirare le orecchie a vescovi e cardinali ogni volta che escono dalle righe, a distanza di tre giorni dal felice evento non ha proferito gemito dinanzi alla sceneggiata del vescovo rockettaro. D’altronde bisogna però comprendere: si tratta di un vescovo ciellino sin dal seminario e legato ai vertici di Comunione e Liberazione. Il bello è che lo chiamano pure giornalismo cattolico di autentica e imparziale informazione, insomma: un autentico servizio alla verità. Proprio sullo stile dei comunisti europei che di fronte ai carri-armati russi che invasero Praga nel 1968, voltarono la faccia dall’altra parte e non fecero neppure mezzo commento.

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dall’Isola di Patmos, 14 luglio 2019

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Quella domanda tanto antica e tanto fondamentale: «Chi è il mio prossimo?»

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

QUELLA DOMANDA TANTO ANTICA E TANTO FONDAMENTALE: «CHI È IL MIO PROSSIMO?»

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Il prossimo che ha bisogno della carità materiale oggi, non è solo il clochard o il migrante, ma anche i disoccupati, i disabili e gli anziani abbandonati da tutti. Hanno bisogno di carità materiale quei padri o madri che hanno subito un divorzio e ingiustamente sono lontani e impoveriti dalla presenza dei loro figli.

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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PDF  articolo formato stampa
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Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P. durante la celebrazione delle sue prime Sante Messe

Cari fratelli e sorelle, 

questa XV domenica del tempo ordinario solleva un grande e fondamentale quesito: «Chi è il mio prossimo?» [Cf. testo delle Liturgia della Parola, QUI].

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Oggi viviamo nell’epoca in cui la scienza medica ha compiuto passi da gigante. Ci sono medici che con gli odierni ritrovati della clinica specialistica e delle nuove chirurgie e micro-chirurgie possono salvare vite umane in modo sino a ieri impensabili, quindi prendersi cura e garantire uno stile di vita dignitoso.

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Una bellissima figura di medico, è quella di Louis Pasteur; siamo sul finire dell’Ottocento. Egli, che dedicò la sua vita alla cura dei malati, ci ha lasciato molti pensieri profondi, trai quali mi è cara una frase in particolare:

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«Non ti domando chi sei, da dove vieni, a quale religione appartieni. Tu soffri, questo mi basta. Tu mi appartieni».

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Le letture di oggi ci introducono al tema del prendersi cura di qualcuno che Dio stesso ci ha inviato a curare e rialzare in un momento di grande sofferenza. Il Signore stesso ci dà questo incarico, come possiamo leggere nei testi vetero testamentari:

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«Questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica» [Cf. Dt: 30, 14].

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Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P. durante la celebrazione delle sue prime Sante Messe

La parola che Mosè riporta è la parola di Dio una parola che rende vicini noi e il Signore. Questa vicinanza indica che la parola di Dio, il messaggio di Gesù Cristo va conosciuto, amato e reso intimo. Per ciò qui si parla di una vicinanza nella bocca: cioè questa parola va testimoniata, annunciata con gioia a chi non la conosce. Subito dopo c’è una vicinanza del cuore è [dall’antico ebraico לֵבָב lebav]: nel linguaggio ebraico, il cuore indica la intima scelta concreta di Dio: dunque un passaggio dalla testimonianza all’azione. In particolare l’azione del credente è proprio quella della misericordia spirituale e materiale, il prendersi cura di chi è bisognoso in modo materiale e soprattutto spirituale. 

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Questa azione avviene in un luogo ben preciso: la Chiesa. Come spiega il bellissimo inno paolino: la Chiesa, cioè noi stessi, è la comunità dei credenti e al tempo stesso il corpo mistico di Cristo, il luogo cioè dove tutti credenti, diversificati secondo la loro vocazione, esprimono concretamente la loro testimonianza ed azione uniti a Gesù stesso [Cf. Col 1, 15. 18]. La Chiesa allora è il luogo dove agisce Gesù insieme a noi, e doniamo cura e misericordia in Lui.

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La parabola del buon samaritano infine spiega a chi, come Chiesa, dobbiamo rivolgerci. Per tanto, la domanda base di ogni cattolico è questa: «Chi è il mio prossimo?» [Lc 10, 30].

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Il prossimo che ha bisogno della carità materiale oggi, non è solo il clochard od il migrante, ma anche i disoccupati, i disabili e gli anziani abbandonati da tutti. Hanno bisogno di carità materiale quei padri o madri che hanno subito un divorzio e ingiustamente sono lontani e impoveriti dalla presenza dei loro figli.

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Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P. 

Soprattutto, l’allarme principale è per coloro che hanno bisogno della carità spirituale: gli atei, gli agnostici, tutti coloro che combattono la Chiesa in nome della cultura gender, della necro-cultura, o che favoriscono i peccati più gravi come l’aborto e l’eutanasia.

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Noi da samaritani, siamo chiamati a portarli all’albergo con le fasciature necessarie: cioè essere accanto a loro, nell’ascolto e nel dialogo, per accogliere le loro ferite esistenziali, mostrargli il volto del Dio vivente e vero, e donargli il regno di Dio, di fasciarli della Verità di Dio e donargli il vino per eccellenza, il Preziosissimo Sangue di Nostro Signore.

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Scriveva il poeta Kahlil Gibran: «Le anime più forti sono quelle temprate dalla sofferenza. I caratteri più solidi sono cosparsi di cicatrici».

Il Signore doni ad ognuno di noi il coraggio, la tenerezza e la forza del buon samaritano per accogliere le ferite e le cicatrici di tutti coloro che incontriamo, e donare la speranza dell’amore di Cristo.

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Così sia.

Roma, 13 luglio 2019

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È in distribuzione il primo libro delle Edizioni L’Isola di Patmos, visita la pagina del nostro negozio QUI. Sostenete le nostre edizioni acquistando i nostri libri   

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Novità dalla Provincia Domenicana Romana: «La prudenza di…», di Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P. [testo, QUI].

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ma portare, diffondere e difendere la verità non solo ha dei
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Il vento caldo dell’estate e quella pontificia corte dei nani bugiardi col complesso dei giganti che non dobbiamo prendere sul serio, ma per salvifico imperativo di coscienza cristiana dobbiamo prendere solo per il culo

— negozio librario delle Edizioni L’Isola di Patmos —

IL VENTO CALDO DELL’ESTATE E QUELLA PONTIFICIA CORTE DEI NANI BUGIARDI COL COMPLESSO DEI GIGANTI CHE NON DOBBIAMO PRENDERE SUL SERIO, MA PER SALVIFICO IMPERATIVO DI COSCIENZA CRISTIANA DOBBIAMO PRENDERE SOLO PER IL CULO

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[…] questi personaggi, io non ho affatto paura a pigliarli all’occorrenza per il culo, avrei invece terribilmente paura a pigliarli sul serio, perché a prendere sul serio questa gente così bugiarda e sprezzante l’intelligenza altrui, quindi ad agire di conseguenza, c’è il serio rischio di sperimentare il caldo vero, il caldo eterno, vale a dire il caldo dell’Inferno. E all’Inferno in compagnia di chi ha fatto sì che E Satana si fece trino, io non ci voglio proprio andare.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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PDF articolo formato stampa

 

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cliccare sull’immagine per aprire il negozio

Nella edizione 2019 del mio libro E Satana si fece trino, di cui pochi giorni fa Jorge Facio Lince, presidente delle nostre Edizioni L’Isola di Patmos, ha presentata ai nostri Lettori l’uscita [leggere QUI], ho inserita anzitutto una articolata presentazione alla nuova edizione, poi, in varie parti del testo, non ho potuto omettere di inserire a fondo di pagina delle note con la dicitura: “N.d.A. all’edizione del 2019”.  

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Invitandovi a legger questo libro sotto Il vento caldo dell’estate [cf. QUI], desidero procurarvi una ulteriore vampata di calore proprio con una di queste note. O non ci hanno forse insegnato di recente che le questioni più serie e delicate sono fatte finire in noticine a fondo di pagina? La noticina in questione è stata inserita nelle pagine in cui tratto il problema della pornocrazia clericale, si tratta della numero 287 nella pagina 239, dove a riguardo di questo delicato e diffuso fenomeno scrivo:

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… a questa faccia, affideresti il tuo amato chihuahua per portarlo dieci minuti a passeggio nel parco? Il Cardinale Francesco Coccopalmerio, al quale qualcuno ha affidato il Pontificio consiglio per i testi legislativi

«Se davvero vogliamo affrontare questo problema drammatico, dobbiamo partire da un triste dato di fatto: oggi, all’interno del clero secolare e religioso maschile, il numero degli omosessuali è spaventosamente alto e si divide tra gay praticanti e gay repressi; i secondi più attivi dei primi nell’esercizio della loro logorante omosessualità psicologica. Gli omosessuali per carattere psichico repressi nel corpo, sono di gran lunga peggiori di coloro che praticano l’omosessualità fisica, causando da sempre all’interno della Chiesa dei danni talora enormi talora irreparabili, puntando sempre e di rigore a piazzarsi nei posti più alti e nei ruoli-chiave di governo, per meglio rafforzare una lobby molto potente e solidale al suo interno, retta su criteri pornocratici.

Quello della pornocrazia è un dramma che ferisce la Chiesa colpendola con affondi mortali. Termine recente di origine francese, pornocrazia indica una forma di governo caratterizzata dal nefasto influsso di cicisbei e prostitute sugli uomini preposti all’esercizio del potere. Alla lettera significa “governo delle prostitute”, o governo fondato in buona parte sui meccanismi tipici della prostituzione. A caratterizzare la pornocrazia, non è tanto il baratto di favori sessuali con posizioni di privilegio, come nelle consuete relazioni tra potente e prostituta, perché questi rapporti di potere non sempre hanno avuto connotazioni di tipo sessuale, specie all’interno di certe sacche decadenti, che hanno costituito nei tempi passati e presenti orribili zavorre per la Chiesa, dove spesso il meccanismo, lungi dell’essere quello del tutto naturale della sessualità eterosessuale, si fonda sulla asessualità, o su puri meccanismi omosessuali, spesso più psicologici che fisici. Nella pornocrazia clericale, l’omosessualità praticata a livello fisico è solo la punta estrema di un’omosessualità mentale radicalizzata e andata non di rado al potere. Con l’esercizio del proprio influsso sull’uomo di potere la prostituta, o il gay-prostituto, non tanto riescono a esercitare in modo indiretto il loro personale potere, perché simili meccanismi di ruolo sono stati più volte esercitati in modo quasi istituzionale dalle legittime consorti dei sovrani, o dai loro vari amichetti-gay. Quel che risulta particolarmente logorante nella Chiesa, più che nel potere civile laicista, è la capacità del prostituto di creare un proprio potere personale a volte quasi assoluto, che si sostituisce spesso all’autorità del potente e che non di rado sopravvive al potente stesso. Si pensi per esempio al giovane ed efebico segretario dalle cui labbra il potente pendeva e che dopo avere influito sull’esercizio del potere del prelato – che era preposto a servire, non a pilotare colpendolo con le frecce di Cupido –, quando questi sta per ritirarsi dalla carica per sopraggiunti limiti di età, viene promosso vescovo prendendo il posto – in rango e dignità sacramentale – del suo padrone platonicamente innamorato» [E Satana si fece trino, cit. pag. 238-239].

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Rileggendo queste mie allarmanti analisi scritte un decennio fa e rimaste ovviamente inascoltate da parte delle autorità ecclesiastiche, come potevo, al termine di questo periodo che si conclude sulla dolce frase «del suo padrone platonicamente innamorato», omettere di inserire — con grande amore e letizia, s’intende! — una doverosa, anzi obbligatoria noticina a fondo di pagina nella edizione del 2019? Infatti ce l’ho messa, ed è la seguente:  

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A questa faccia, volteresti la schiena in tutta sicurezza? Il Cardinale Angelo Becciu, già sostituto alla segreteria di Stato, oggi Prefetto della Congregazione delle Cause di Santi. Nasce nella cittadina sarda di Pattada, famosa per la fabbricazione di coltelli artigianali a serramanico, detti resolza.

«N.d.A all’edizione del 2019 — Fatto di cronaca così riportato dagli organi di stampa: “Nell’estate 2017 la Gendarmeria Vaticana arresta Monsignor Luigi Capozzi, di anni cinquanta, segretario del Cardinale Francesco Coccopalmerio e addetto di seconda classe presso il Pontificio consiglio per i testi legislativi, presieduto da questo porporato. Il fatto: nel suo appartamento collocato in Vaticano nel palazzo dell’ex Sant’Uffizio, Monsignore organizzava festini gay a base di droga, tanto da render poi necessario il suo ricovero nella clinica romana Pio XI per adeguate terapie di disintossicazione” [Cf. Franca Giansoldati, Il Messaggero, 29 giugno 2017; Francesco A. Grana, Il Fatto Quotidiano, 5 luglio 2017; Libero, 7 luglio 2017; Domenico Gramazio, La Città di Salerno, 2 luglio 2017; Emanuele Barbieri, Corrispondenza Romana, 22 novembre 2017; Riccardo Cascioli, La Nuova Bussola Quotidiana, 4 dicembre 2017, etc..]. Rifacendosi a notizie a loro pervenute dall’interno della Santa Sede, i giornali precisano che Monsignore «era già stato proposto dal Cardinale per essere elevato alla dignità episcopale» [Francesco A. Grana, Il fatto Quotidiano, 28 Giugno 2017]. A oltre un anno dal fatto, i giornalisti Maike Hickson e John Henry Westen di LifeSiteNews lanciano una notizia poi riportata dal vaticanista Marco Tosatti [Stylum Curiae 11 ottobre 2018] e da Giuseppe Aloisi [Il Giornale, 11 ottobre 2018] e da vari organi di Stampa: “Il Cardinale Francesco Coccopalmerio […] era presente al party omosessuale a base di droga in cui ha fatto irruzione la polizia vaticana nell’estate del 2017 e in cui fu arrestato il suo segretario, Mons. Luigi Capozzi”. A questa notizia risponde la sera stessa con un tweet il Cardinale Angelo Becciu, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, all’epoca dell’accaduto Sostituto della Segreteria di Stato: “La notizia è priva di fondamento. Fui io ad informare dell’arresto del sacerdote il Card. Coccopalmerio a fine giornata, non avendolo trovato, per un disguido, il mattino. Il prete non fu arrestato durante un fantomatico party, ma nel cortile della casa”. Chiariamo: per oltre un anno il Cardinale Angelo Becciu ha permesso ai giornali di infangare un prete scrivendo senza mai essere smentiti che “l’arresto è avvenuto all’interno dell’appartamento durante un party gay a base di droga”, poi, trascorsi sedici mesi – quando in ballo è stato tirato un cardinale – l’ex sostituto alla Segreteria di Stato, con solerte tempismo e improvviso amore per la verità, informa con un tweet che l’arresto non avvenne “durante un fantomatico party” ma “nel cortile di casa” (!?). “Il 29 agosto 2018 crolla il tetto della chiesa romana di San Giuseppe ai Falegnami” [La Repubblica, 30 agosto 2018] il cui titolo è detenuto dal Cardinale Francesco Coccopalmerio. Dopo avere illustrata questa fedele cronologia non passibile di smentita, forse sarebbe bene tenere sotto stretto controllo, al fine di evitare altri crolli improvvisi, la necropoli etrusca maremmana di Roselle, di cui il Cardinale Angelo Becciu è stato Arcivescovo titolare, quindi il tetto della chiesa romana di San Lino, di cui egli detiene il titolo cardinalizio.  

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Musica pop anni Settanta: Boney vestito di rosso porpora che con lodevole serietà e professionalità canta Rasputin [cliccare sopra l’immagine per aprire il video]

Chi non compra e legge il mio libro, è uno che odia il caldo, anzi un grandissimo odiatore di caldo. Perché vedete: io non ho affatto paura a pigliare all’occorrenza per il culo questi personaggi mosso da imperativo di coscienza cristiana. Avrei invece terribilmente paura a pigliarli sul serio, perché a prendere sul serio questa gente così bugiarda, cattiva e sprezzante l’intelligenza altrui, quindi ad agire di conseguenza, c’è il serio rischio di sperimentare il caldo vero, il caldo eterno, vale a dire il caldo dell’Inferno. E all’Inferno in compagnia di chi ha fatto sì che Satana si fece trino, non ci voglio andare. Come infatti diceva San Filippo Neri: «Preferisco il Paradiso!». Siccome purtroppo non sono santo, ma sono però un autentico credente e un servo fedele della Chiesa di Cristo, ogni giorno prego affinché Dio mi conceda nella sua amorevole misericordia la grazia di un leggero Purgatorio, tenendo conto del doloroso Inferno che a me, come ad altri miei confratelli sacerdoti, hanno fatto sperimentare certi ecclesiastici corrotti e corruttori in questa nostra terrena valle di lacrime, dopo avere permesso a Satana di farsi trino e di infangare nel peggiore dei modi la nostra Santa Madre Chiesa.

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Musica anni Settanta: Boney in Rivers of Babylon [Sulle rive di Babilonia], Salmo 136 cantato in versione pop [cliccare sopra l’immagine per aprire il video]

Lungo i fiumi di Babilonia,
là sedevamo e piangevamo 
ricordandoci di Sion.

Ai salici di quella terra 
appendemmo le nostre cetre,

perché là ci chiedevano parole di canto 
coloro che ci avevano deportato, 

allegre canzoni, i nostri oppressori: 
“Cantateci canti di Sion!”.

Come cantare i canti del Signore 
in terra straniera?

Se mi dimentico di te, Gerusalemme,
si dimentichi di me la mia destra;

mi si attacchi la lingua al palato 
se lascio cadere il tuo ricordo, 
se non innalzo Gerusalemme 
al di sopra di ogni mia gioia.

Ricordati, Signore, dei figli di Edom, 
che, nel giorno di Gerusalemme, 
dicevano: “Spogliatela, spogliatela 
fino alle sue fondamenta!”.

Figlia di Babilonia devastatrice,
beato chi ti renderà quanto ci hai fatto.

Beato chi afferrerà i tuoi piccoli 
e li sfracellerà contro la pietra [Salmo 136].

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dall’Isola di Patmos, 8 luglio 2019

 

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La virile tenerezza dei guerrieri della luce, mandati come pecore in mezzo ai lupi

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

LA VIRILE TENEREZZA DEI GUERRIERI DELLA LUCE, MANDATI COME PECORE IN MEZZO AI LUPI

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Essere agnelli mandati da Gesù è un po’ questo: essere guerrieri della Luce, capaci a sconfiggere i lupi, od ammansirli, per la potenza di grazia di Colui che ci ha mandati come agnelli in mezzo a lupi.

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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PDF  articolo formato stampa

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Cari fratelli e sorelle,

guerrieri della luce

Questa XIV domenica del tempo ordinario ci offre un Vangeli denso di immagini che ci parla della missione affidata da Cristo agli Apostoli [cf. testi della Liturgia della Parola, QUI].

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In questi periodi di vacanza può capitare spesso di fare memoria di quando eravamo più piccoli. Quando le vacanze al mare erano con i nostri genitori, e si trascorreva molto tempo in spiaggia fra scherzi, giochi e tanta dolcezza e tenerezza. Anche adesso, se trascorriamo del periodo coi nostri genitori, ringraziamo Dio per il dono del loro amore e della fede: questo infatti ci ha portato fino ad oggi e fino a qui, ad essere chi siamo nella via del Signore.

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Le letture di oggi vogliono farci addentrare in questo grande mistero di Dio nella sua consolazione e tenerezza che ci invia ad essere creature nuove, e dunque inviati del suo grande amore.

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Nei testi profetici vetero testamentari leggiamo:«Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò; a Gerusalemme sarete consolati» [Is 66, 13]. Si noti che il terzo Isaia scrive nel post esilio ebraico del VI a.C., quindi la Città di Gerusalemme, in questa precisa circostanza, è il luogo che richiama simbolicamente la consolazione materna di Dio. Questo ci insegna che Dio non sta rinchiuso nei cieli ma ci consola, ci è vicino con affetto di una mamma. Di questa tenerezza parla spesso Papa Francesco, e questo ci deve far porre attenzione: la tenerezza consolatrice è uno degli elementi caratteristici propri di Dio, quasi fosse il DNA stesso di Dio. Noi non siamo lontani da questa mano tenera del Signore, eterno innamorato di noi. Siamo consolati quando veniamo assolti nella confessione e quando riceviamo la fragranza della Eucarestia. Oppure nella misericordia amichevole di qualche amico e familiare.

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Questa consolazione ci rende nuovi di zecca. In un brano delle sue lettere apostoliche San Paolo scrive:

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«Non è infatti la circoncisione che conta, né la non circoncisione, ma l’essere nuova creatura» [cf. Gal 6, 15].

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Ricevere la consolazione e tenerezza di Dio ci fa sentire immensamente amati. Cambia tutto il nostro modo di essere da testa a piedi. E nonostante i nostri difetti, peccati, vizi, debolezze noi siamo continuamente amati da Dio. Nel suo amore, ogni giorno siamo resi nuovi, ricostruiti, riprogettati ogni volta che ci sembra di fallire. Ognuno di noi è chiamato a un progetto più grande da Dio stesso: per questo siamo resi incredibilmente nuovi dal Signore, forti e ad un tempo tranquilli e sereni nella Sua Verità.

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Consolati e resi creature nuove, finalmente Dio ci invia. Come ha fatto con i Settantadue discepoli qui descritti nel Vangelo di Luca. A questi discepoli Gesù dice: «Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi» [Lc 10,3].

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Anche noi siamo mandati, come creature nuove per portare quella consolazione e tenerezza che abbiamo ricevuto. Questo ci permette di trasmettere anche la gioia e la comunione con Dio. Ci permette di essere suoi missionari di pace nelle sofferenze e nelle difficoltà della vita, di tutti coloro che incontreremo. Questa è l’ottica di essere agnelli fra i lupi. Il lupo è l’immagine biblica di chi è rapinatore rapace che viene nella notte. È l’immagine della cultura attuale che non rispetta chi ha bisogno di cure. Si pensi a tal proposito alle terribile sofferenze che sta soffrendo ora Vincent Lambert [cf. QUI]. L’agnello invece è l’immagine di chi è mansueto e buono. Appunto di chi è ripieno della pace di Dio e si fa missionario della luce e della consolazione di Dio.

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Ricordo di aver letto a 16 anni un bellissimo libro di Paulo Coelho, da un titolo altrettanto splendido: Manuale del Guerriero della Luce.

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Essere agnelli mandati da Gesù è un po’ questo: essere guerrieri della Luce, capaci a sconfiggere i lupi, od ammansirli, per la potenza di grazia di Colui che ci ha mandati come agnelli in mezzo a lupi.

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Il Signore ci conceda la Luce della Sua Grazia e della Sua consolazione, perché diventiamo tradizione viva e autentica del Suo Amore che si donò fino alla fine.

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Così sia.

Roma 6 luglio 2019

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Novità dalla Provincia Domenicana Romana: «Il bene di vivere ed il diritto di non soffrire: il testamento biologico», di Riccardo Lufrani, O.P. [testo, QUI].

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