Quel modello di coerenza comunista di Vauro Senesi al quale ho narrato: «Prima io avrei protetto i comunisti ricercati dai fascisti, poi i fascisti ricercati dai comunisti»

— attualità ecclesiale —

QUEL MODELLO DI COERENZA COMUNISTA DI VAURO SENESI AL QUALE HO NARRATO: «PRIMA IO AVREI PROTETTO I COMUNISTI RICERCATI DAI FASCISTI, POI I FASCISTI RICERCATI DAI COMUNISTI»

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A Vauro, comunista sincero e coerente, calza a pennello un episodio narrato dai Santi Vangeli che deve sempre tenere all’erta tutti noi cattolici. Mi riferisco all’episodio che durante la trasmissione di Dritto e Rovescio ho ricordato in tono sorridente a Giuseppe Cruciani, rivolgendomi al quale ho detto: «Giuseppe, come il buon ladrone del Vangelo, rischia di rubarci il Paradiso a tutti quanti negli ultimi due minuti di vita». Restano quindi incomprensibili quanto insussistenti, le polemiche montate su Paolo Del Debbio e la conduzione stessa del programma.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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il vignettista satirico Vauro Senesi [per vedere il programma cliccare sull’immagine: 01:30]

Il celebre vignettista satirico Vauro e io non siamo intimoriti – anzi purtroppo non lo siamo proprio – dalle vignette stampate sopra i pacchetti di sigarette dai terroristi psicologici, che richiamano patologie tumorali e cardiovascolari, sino alle minacce urologiche: «Il fumo causa impotenza». Così, con Giuseppe Cruciani amante del sigaro ci siamo trovati un quieto angolo fuori dallo studio 11 della cittadella di Mediaset di Cologno Monzese per andare a fumare prima e dopo le dirette di Dritto e Rovescio.

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Padre Ariel S. Levi di Gualdo nella seconda parte della serata [per vedere la puntata cliccare sull’immagine a partire dalla seconda ora: 02:06]

Io andavo in onda nella seconda serata conclusiva e non ero in studio con Vauro, quando si è verificato il tafferuglio tra lui e un certo Brasile, carnevalesco borgataro il cui cervello pare sia al di sotto di quello dell’uomo e poco sopra quello della scimmia. Soggetti simili a una diretta sono sempre rischiosi, avendo la propensione a emettere rumori dalla bocca sotto forma di parole senza prima avere attivato il poco cervello che hanno. E siccome Brasile non parla né ragiona ma emette suoni sconnessi, ha finito con l’esprimersi male con la giornalista Francesca Fagnani presente in studio, alla quale ha detto «vieni (in borgata) che te lo faccio vedere io». Vauro ha dato così in escandescenze, all’incirca come detti in escandescenze io quando nella precedente puntata di giovedì 31 ottobre mi ritrovai dinanzi a degli “ex” sacerdoti cattolici che costituivano casi molto rari e al di là di ogni limite, non solo e non tanto perché omosessuali dichiarati, ma perché “felicemente” sposati con uomini.

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Le polemiche che dal giorno successivo sono state scatenate su Paolo Del Debbio che conduce il programma non stanno né in cielo né in terra. La registrazione televisiva è un documento che non lascia spazio a ragionevoli dubbi, circa il modo ineccepibile in cui egli ha condotto e gestito il tutto, credo proprio nel migliore dei modi.

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il dibattito tra la giornalista Francesca Fagnani e il borgataro Brasile

Ho sempre mal giudicato il nostro Paese che a distanza di otto decenni seguita a parlare di Fascismo e di anti-fascismo. Ciò impedisce di fare analisi lucide sul ventennio fascista, inserito in una storia europea molto complessa. Per analizzare il Fascismo italiano e il diverso fenomeno politico del Nazismo tedesco bisognerebbe partire dal periodo che precede la Prima Guerra Mondiale e analizzare poi quel che lo segue. Infatti, i presupposti per la nascita di quello che sarà il fenomeno diabolico del Nazismo, furono creati a Versailles al tavolo delle trattative di pace al termine della Prima Guerra Mondiale, dal quale la fiera e pericolosa Germania fu fatta alzare in piedi e liquidata in maniera a dir poco umiliante.

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il borgataro Brasile

Ritengo che parlare di nazi-fascismo sia scorretto come lo sarebbe abbinare Comunismo marxista e Liberal capitalismo. Si tratta di movimenti politici nati in tempi vicini ma diversi da popoli connotati da psicologie parecchio dissimili che producono storie distinte. Fascismo e Nazismo hanno in comune solo una cosa: sono movimenti popolari ispirati al Socialismo, si direbbe oggi movimenti di sinistra.

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Vauro e il borgataro Brasile

Reputo anacronistico che dei ventenni digiuni di storia parlino di Fascismo, anti-fascismo e lotte partigiane come fossimo nei giorni successivi al 25 luglio 1943. Esperienza che ho fatto anch’io in passato studiando in due università italiane a forte presenza comunista. Ricordo anche una disputa che sfiorò la rissa, quando discutendo su questioni di carattere storico-giuridico, uno studente tentò di togliermi parola strillandomi “fascista!”. Ebbene, posto che i figli non sono responsabili delle colpe dei padri, meno che mai dei nonni, dinanzi a tutti gli ricordai che suo nonno fu il podestà fascista di quella città e, mentre il suo avo ed i suoi sodali in camicia nera manganellavano i dissidenti al canto Duce, Duce, i miei erano tra i manganellati, non tra i manganellatori, avanti a tutti il mio bisnonno, condannato all’esilio nel 1927 dopo la promulgazione delle leggi fascistissime. Pertanto, una rappacificazione tra gli animi dei contemporanei e un sapiente procedere oltre senza rimanere imprigionati nel passato, sarebbe utile a molti, specie a certi italiani che potrebbero trovarsi costretti ad ammettere il genere di antenati che hanno avuto nei loro alberi genealogici, o in caso contrario sentirseli ricordare dai loro interlocutori. Meglio quindi lasciar riposare in pace fascisti e anti-fascisti, evitando in tal senso non pochi imbarazzi.

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il conduttore del programma Paolo Del Debbio riaccompagna Vauro al proprio posto

Nel corso del tempo ho mutato in parte opinione. Come dicevo infatti a Vauro durante le sigarette fuori onda: «Mi rendo conto che quando gli italiani cominciano ad avvertire paura, tendono a spostarsi verso le destre radicali. In parte perché hanno bisogno di sicurezze, in parte perché sperano che una figura forte dia loro quelle sicurezze che non riescono a trovare in sé stessi, mutandole poi nella forza di una sicurezza collettiva».

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La storia non è un’opinione, con buona pace di chi oggi vorrebbe riscrivere il passato a proprio ideologico uso e consumo presente. Sicché è necessario partire da un dato di fatto che nessuno può smentire: il Fascismo in Italia, il Nazismo in Germania, nascono dalla libera e determinata volontà degli elettori che si espressero attraverso le elezioni, non sono frutto di una rivoluzione, come avvenne nell’ex Impero Russo nel 1917. Poi, Fascismo e Nazismo, avuto il voto degli elettori attraverso il meccanismo delle libere elezioni, hanno fatto del suffragio popolare quel che sappiamo e ciò che di criminoso la storia documenta.

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il borgataro Brasile

Ponendo il tutto in questi termini comprendo i timori di Vauro, che a otto decenni dalla sua caduta parla di Fascismo e anti-fascismo mosso da una sua logica alla quale unisce un timore motivato dalla consapevolezza che le popolazioni d’Europa, quando si sentono insicure, tendono ad appoggiare certi movimenti o partiti. Questo nasce però a monte dalla incapacità dei partiti e dei governi liberali o socialisti di dare garanzie e sicurezze ai cittadini, proprio come accadde in Italia nel 1919 e nella Germania agli inizi del 1930.

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Vauro Senesi è un uomo sincero dotato di una qualità che nel nostro Paese di camaleonti e trasformisti è da sempre merce rara, oggi in modo particolare: la coerenza. Vauro merita stima e apprezzamento, perché è nato comunista ed ha vissuto la propria vita credendo negli ideali del Comunismo. E con sincera passione ti spiega perché a suo parere ritiene che tutt’oggi valga sempre la pena essere comunista.

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Lapide commemorativa dei dodici monaci certosini trucidati dai nazisti nel settembre 1944 alla Certosa di Farneta nella lucchesia

Beninteso sia: nel panorama europeo i comunisti italiani hanno avuto sempre precise connotazioni in rapporto alla cultura cattolica e al Cattolicesimo presente nel nostro Paese. Se infatti in Italia, specie nelle “regioni rosse”, i comunisti non avessero portato i figli a battezzare e non li avessero mandati al catechismo, negli asili delle suore e non pochi anche nelle scuole cattoliche, buona parte delle nostre istituzioni nelle zone del Lazio, della Toscana, delle Marche, dell’Umbria e dell’Emilia Romagna avrebbero potuto chiuder battenti. Io stesso, come tosco-romano nato nella bassa Maremma toscana da famiglia romana e vissuto tra Roma e le zone del grossetano, sono stato testimone e spettatore di episodi a volte esilaranti. Ricordo in modo sempre vivo quando un mio compagno di scuola, nel lontano 1976, mentre dallo stabile scolastico andavamo presso la vicina palestra toccò ferro e fece le corna al passaggio di un anziano sacerdote vestito con la sua veste nera e il saturno in testa. Era il figlio del responsabile di una popolosa sezione del Partito Comunista Italiano. Nel pomeriggio del giorno stesso suo padre, tenendolo per un braccio e mollandogli un calcio ogni dieci metri in modo ritmato e sincronizzato, lo portò presso gli alloggi del clero adiacenti la chiesa cattedrale, dove quest’anziano viveva, affinché domandasse scusa per il gesto irriverente compiuto verso il sacerdote. E qui va spiegato che quell’anziano sacerdote rischiò di essere fucilato dai tedeschi nel 1944 per aver prima nascosto, poi favorita la fuga di un gruppo di partigiani comunisti. E sarebbe stato fucilato sicuramente, se i due ufficiali al comando fossero stati protestanti affetti da antica romanofobia luterana, anziché bavaresi di religione cattolica che cedettero alle insistenti richieste del vescovo che in tono imperioso si presentò al comando dicendo: «Se prendete il mio prete, dovete prendere anche me con lui».

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monumento al presbitero lucchese Aldo Mei, ucciso dai nazisti all’età di 32 anni nel 1944 [vedere servizio QUI].

Nella stessa Italia dove oggi si parla perlopiù di preti pedofili e di preti gay, dei vari Don Euro purtroppo reali ed esistenti, di preti viziosi pizzicati nelle saune gay e via dicendo, quanti sono stati i preti italiani insigniti nel dopoguerra di alte onorificenze al valore civile per avere salvato persino intere popolazioni, durante l’occupazione tedesca del 1944? Paolo Del Debbio che è lucchese conosce certamente la vicenda del suo concittadino medaglia d’oro alla memoria al valore civile, Aldo Mei, un giovane sacerdote di trentadue anni al quale le S.S. fecero scavare la fossa sotto le mura di cinta della Città e poi lo fucilarono. Sempre nella lucchesia un plotone di esecuzione delle S.S. fucilò nel settembre del 1944 tutti i monaci certosini della Certosa di Farneta, colpevoli d’aver dato asilo e rifugio a partigiani. Limitatamente alla sola Toscana presa come esempio tra queste righe, ricordiamo che tra il 1943 e il 1946 sono stati uccisi 75 membri del clero secolare e regolare [si rimanda a questo servizio, QUI]. Nella sola Diocesi di Arezzo furono 34 i membri del clero secolare e regolare che persero la vita tra il 1943 e il 1946 [si rimanda a questo servizio, QUI]. Complessivamente, in tutta Italia, i preti che hanno seguito le stesse sorti nel corso di quegli anni ammontano a circa 480.

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un gruppo di sacerdoti uccisi dai partigiani comunisti tra il 1944 e il 1946 nella Diocesi di Reggio Emilia-Guastalla

In certi contesti il prete diviene non solo una figura particolare, bensì figura ad alto rischio, perché non appartiene a una corrente o ideologia, men che mai al gruppo dei vincitori che si accaniscono sugli aguzzini finiti sconfitti. Il prete appartiene alla Chiesa madre e mediatrice di tutte le grazie, con una conseguenza paradossale: prima i preti sono stati bastonati dai fascisti per avere protetto i comunisti ricercati, poi fucilati nel triangolo rosso dell’Emilia Romagna dai comunisti per avere protetto i fascisti ricercati. Per il prete esiste l’uomo inteso come creatura creata a immagine e somiglianza di Dio. Nessuno di noi, dinanzi ad una vita umana in pericolo domanda l’appartenenza politica, previa sentenza data sulla appartenenza alla ideologia giusta o a quella sbagliata, perché dare patenti di morti giusti e morti ingiusti, di assassini buoni e assassini cattivi è molto difficile, oltre che parecchio pericoloso. Possiamo parlare di guerra giusta in quanto difensiva e di guerra ingiusta in quanto offensiva e aggressiva. Possiamo fare le dovute distinzioni tra la morte di esseri umani caduti durante azioni di legittima difesa, dove non era proprio possibile fare altrimenti, da quelle che sono state invece le uccisioni e le stragi compiute per inutile vendetta. Tra queste ultime rimangono particolarmente gravi quelle perpetrate dalle S.S. a danno delle vite di civili inermi, di cui rimane paradigma l’eccidio delle Fosse Ardeatine alla periferia di Roma, dove fu applicata la logica: dieci italiani uccisi per ogni tedesco morto. A siffatto scopo criminale furono rastrellati per le strade dei passanti a caso, poi uccisi. Oltre alle Fosse Ardeatine esistono però anche le Foibe di Istria e della Dalmazia, dove con ferocia non minore i partigiani comunisti uccisero dei civili inermi.

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nel ferrarese, nella cittadina di Argenta, il sacerdote Giovanni Minzoni fu il primo sacerdote ucciso dagli squadristi fascisti a bastonate nel 1923

Vauro possiede intelligenza e umana sensibilità per capire questo, perché è uomo storicamente colto e sa che negli stabili ecclesiastici furono nascosti i partigiani comunisti ricercati, allo stesso modo in cui furono nascosti anni dopo, negli stessi stabili, i fascisti in fuga dai partigiani comunisti. E quando le cose sono andate male, i preti sono stati uccisi a bastonate dai fascisti, poi fucilati dai nazisti, ed a seguire assassinati dai partigiani rossi. Nei conflitti bellici, soprattutto nelle guerre civili, la posizione della Chiesa e del clero è sempre difficile e ad alto rischio.

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Nella trasmissione di giovedì 7 novembre Vauro ha agito e reagito con la passione del comunista che per tutta la vita ha creduto in un ideale che per molti altri può essere opinabile e contestabile da un punto di vista storico e politico, ma senza nulla togliere alla buona fede, alla qualità umana e alla coerenza della persona che crede veramente e lealmente in ciò che crede.

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busto in onore del sacerdote Pasquino Borghi, fucilato dai fascisti nel 1944

A Vauro, comunista sincero e coerente, calza a pennello un episodio narrato dai Santi Vangeli che deve sempre tenere all’erta tutti noi cattolici. Mi riferisco all’episodio che durante la trasmissione ho ricordato in tono sorridente a Giuseppe Cruciani, rivolgendomi al quale ho detto: «Giuseppe, come il buon ladrone del Vangelo, rischia di rubarci il Paradiso a tutti quanti negli ultimi due minuti di vita» [cf. Lc 23, 39-43].

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In un modo o nell’altro la coerenza paga sempre, perché da sempre Dio è molto misericordioso verso chi ha errato in buona fede animato da sincera coerenza, molto severo sarà invece con tutti coloro che, come cortigiane impenitenti, hanno trascorsa la vita a saltare da un letto a un altro, cercando di volta in volta dei clienti paganti sempre più ricchi e generosi. Nessuno può imputare nulla del genere a Vauro Senesi, né a Giuseppe Cruciani, due persone leali e coerenti. Da sempre la Chiesa condanna il peccato, non il peccatore, verso il quale è da sempre accogliente, anche perché in caso contrario tradirebbe la missione che Cristo Dio le ha affidata tra gli uomini e per la salvezza degli uomini.

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dall’Isola di Patmos, 9 novembre 2019

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Padre Ariel torna domani sera su Rete4 al programma “Dritto e Rovescio”. Al quesito rivolto da molti Lettori che hanno chiesto se fosse preoccupato ha risposto: «Devo esserlo, perché sono di Cristo e non del mondo»

— attualità ecclesiale —

PADRE ARIEL TORNA DOMANI SERA SU RETE4 AL PROGRAMMA DRITTO E ROVESCIO. AL QUESITO RIVOLTO DA MOLTI LETTORI CHE HANNO CHIESTO SE FOSSE PREOCCUPATO HA RISPOSTO: «DEVO ESSERLO, PERCHÉ SONO DI CRISTO E NON DEL MONDO» 

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Se in certi contesti sbagli, non è come quando scrivi la bozza di un articolo sul computer, non puoi tornare indietro, correggere e sistemare il tutto prima di pubblicarlo … in una diretta quel che dici è detto e quel che è fatto è fatto.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Cari Lettori,

il programma condotto da Paolo Del Debbio su Rete4

domani sera in seconda serata sarò nuovamente tra gli ospiti di Paolo Del Debbio al programma Dritto e Rovescio su Rete4.

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Giovedì scorso non abbiamo dato alcun annuncio sulla nostra rivista L’Isola di Patmos in occasione della mia prima partecipazione. Lo faccio adesso per rispondere a numerose persone che mi hanno inviato messaggi augurandomi che tutto vada bene. A coloro che mi hanno chiesto se fossi preoccupato ho risposto:

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… certo che sono preoccupato, devo esserlo. Confido però nell’assistenza della grazia di Dio che non mi è mai mancata, basta chiederla, ma soprattutto accoglierla e metterla a frutto.

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In queste circostanze molto delicate, dove vanno misurate non solo le parole immediate ma anche i sospiri, non bisogna mai sentirsi sicuri. Quella sicurezza che spesso fa rima con arroganza se non peggio col peccato capitale della superbia, può indurre a scivolare nei peggiori errori, con gravi conseguenze che possono protrarsi nel tempo, specie per un sacerdote, che potrebbe rimanerne segnato anche per tutta la vita.

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Se sbagli in certi contesti non è come quando scrivi la bozza di un articolo sul computer, non puoi tornare indietro, correggere e sistemare il tutto prima di pubblicarlo … in una diretta quel che dici è detto e quel che è fai è fatto.

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Basta però pensare a Dio e al mistero della grazia, per niente invece all’ “io”. Soprattutto va tenuto sempre presente quel che insegna il Santo Vangelo: «Ecco: io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe» [Mt 10, 16]. E ancóra: «il vostro parlare sia sì quando è sì e no quando è no, perché il di più proviene dal Maligno» [Mt 5,37]. E in certi ambienti e situazioni il Maligno può essere molto di casa, però alle volte bisogna affrontarlo, ma sempre e solo confidando sulla grazia di Dio, perché con le nostre sole forze sarebbe impossibile reggere anche un suo semplice soffio. Se però col Beato Apostolo Paolo crediamo e diciamo: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» [Gal 2, 20], anche il pericolo più insidioso può essere evitato: «Camminerai su aspidi e vipere, schiaccerai leoni e draghi» [Sal 90, 13].

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Ringrazio molto il mio confratello e nostro autore Padre Ivano Liguori per il sapiente articolo che ha scritto sulla nostra Isola di Patmos dopo la puntata dello scorso giovedì 31 ottobre [cf. QUI], come ringrazio il mio confratello e nostro autore Padre Gabriele Giordano M. Scardocci per i suoi preziosi consigli.

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dall’Isola di Patmos, 6 novembre 2019

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Rete4 “Dritto e Rovescio”: Padre Ariel S. Levi di Gualdo non è uno che perde le staffe, se lo fa non è per impulso emotivo ma per calibrata scelta. Se poi si invita un leone in un’arena è improbabile che questi faccia il gattino domestico

– attualità ecclesiale –

RETE4 “DRITTO E ROVESCIO”: PADRE ARIEL S. LEVI di GUALDO NON È UNO CHE PERDE LE STAFFE, SE LO FA NON È PER IMPULSO EMOTIVO MA PER CALIBRATA SCELTA. SE POI SI INVITA UN LEONE IN UN’ARENA È IMPROBABILE CHE QUESTI FACCIA IL GATTINO DOMESTICO

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… trovandosi in una vera arena Padre Ariel ha dimostrato in concreto di essere un “animale da palcoscenico”, forse senza saperlo neppure lui. Infatti non poteva, «in coscienza», come ha chiarito, tacere e soprassedere dinanzi a quei casi rari e limite, fungendo da silenzioso figurante dinanzi a una passerella di “ex” sacerdoti che ostentavano con orgoglio i rispettivi “mariti”, con tanto di “ex” prete visibilmente disturbato a livello psicologico che indicando il proprio “marito” ha ripetuto più e più volte «questo bel ragazzo», «guardate come è bello».

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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giovedì 31 ottobre, Padre Ariel S. Levi di Gualdo è stato ospite del giornalista Paolo Del Debbio al programma televisivo Diritto e Rovescio su Rete4. Cliccando sopra l’immagine è possibile accedere alla visione del programma completo. La seconda parte alla quale ha partecipato Padre Ariel parte dal minuto 02:11:00 e termina dopo 50 minuti.

Guardo la televisione di rado. Dall’ingresso in convento – quasi vent’anni fa – i ritmi si sono uniformati a una certa forma vitae che mi ha condotto a modificare molto le abitudini. Grazie a Dio questo è stato un bene che ha giovato molto alla mia salute spirituale e alla mia umana intelligenza. 

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Tra queste nuove abitudini si annovera quindi la televisione che non guardo, almeno così come la guardavo da ragazzo, dopo cena, a casa delle buonanime dei miei genitori. Sempre alla costante ricerca di una puntata di Superquark, di un film horror o di una scazzottata di Bud Spencer che mi facesse svagare dopo una giornata passata all’università. Ciò malgrado il 31 ottobre, a Dritto e Rovescio, la trasmissione Mediaset condotta dal buon Paolo Del Debbio, ho avuto modo di sapere con tutto il debito anticipo che tra gli ospiti ci sarebbe stato anche il nostro caro Padre Ariel S. Levi di Gualdo, anima della nostra beneamata rivista L’Isola di Patmos. Per questo motivo non ho potuto esimermi dalla visione della trasmissione, sfidando l’ora tarda e il sonno. Detto questo debbo precisare che appena ricevuto l’invito, Padre Ariel si è consultato anzitutto con noi suoi confratelli e stretti collaboratori per l’opera apostolica di questa rivista, chiedendoci consiglio sulla opportunità o meno a partecipare.

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Storco sempre il naso quando vengo a sapere di preti che intervengono in trasmissioni televisive o radiofoniche. Sono antico, lo so, forse vintage, ma non biasimatemi per questo. Notoriamente, quando i preti vengono invitati in televisione, non fanno mai belle figure e, nella maggior parte dei casi sono raffigurati come i rappresentanti di un certo pensiero oscurantista, retrogrado e grottesco della peggiore fatta. Da questa nicchia televisiva si salvano ovviamente le emittenti cattoliche come TV2000, Tele Radio Padre Pio e poche altre.

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L’immediatezza del linguaggio televisivo, la repentinità della diretta coi suoi tempi e ritmi serrati costituiscono una trappola insidiosa in cui il prete cade molto facilmente. C’è infatti poco da fare: per stare in televisione bisogna avere le physique du rôle, bisogna essere un animale da palcoscenico, avere la battuta pronta, sapersi difendere all’occorrenza e persino “aggredire” a titolo di “legittima difesa” interlocutori che mirano a sviare discorsi o sovrastare gli altri. Pochi sanno fare il tutto egregiamente bene, in particolare sacerdoti e religiosi. L’immediatezza non è una caratteristica propria del prete, egli si muove col passo di Dio, col cronometro di Colui che non fa differenza tra il minuto e il secolo. Per il prete il tempo è un concetto chiaramente teologico più che fisico, è una manifestazione metafisica che riporta alla pacatezza e alla contemplazione di Dio.

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Volete una prova di questo? Tra i più giovani, il prete e la religiosità diventano sinonimi di lentezza e noia: la messa è lunga, l’omelia non finisce più, i canti fanno perdere tempo e via con tutto il solito campionario. Ecco perché reputo utile e saggio per il prete astenersi da certi salotti televisivi, semplicemente perché non sono adatti al suo ruolo e alla sua persona. Mai si è del tutto consci su cosa verterà l’intervista, su quali ospiti interverranno, quale sarà il taglio con cui sarà presentato un determinato argomento. 

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Forse sarebbe opportuno introdurre una norma canonica che concedesse il permesso di partecipare a programmi televisivi o radiofonici dopo avere informato il proprio ordinario diocesano o religioso. Troppi preti, purtroppo, vanno girando per gli studi televisivi a dare l’immagine della loro idea soggettiva di Chiesa Cattolica, per non parlare di quelli che si presentano dichiarandosi come preti contro-tendenza o fuori dal coro. Si è preti per essere liberamente in tendenza e nel coro della Chiesa Cattolica, altroché! Detto questo è bene rendere partecipi i nostri numerosi Lettori di ciò che noi Padri de L’Isola di Patmos sappiamo: Padre Ariel ha un senso molto profondo di appartenenza alla Chiesa, altrettanto profonda la sua venerazione per il sacro ordine sacerdotale che costituisce per lui una dignità di istituzione divina sul cui rispetto non transige. Sa bene di non essere un “libero cittadino” e, come tale, mai si è comportato. Si sente intimamente parte della Chiesa, nella corrente della Chiesa e nel coro della Chiesa, quindi vincolato per libera scelta e solenne promessa all’obbedienza al vescovo, che ha immediatamente avvisato, dopo essersi consultato con noi, informandolo che avrebbe partecipato a questo programma televisivo. Tutti questi sono passaggi che denotano anzitutto una corretta concezione dell’idea di Chiesa, di Sacerdozio e di Autorità, che è bene precisare e accentuare, perché così dovrebbe essere per tutti.

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Padre Ariel entra in scena a Dritto e Rovescio nell’ultima parte della serata della trasmissione, all’interno dell’approfondimento sul Sinodo Amazzonico e sulla questione dei viri probati e sul celibato sacerdotale. Con lui intervengono anche Mario Adinolfi, Giuseppe Cruciani, un sacerdote campano e un sacerdote che ha chiesto la dispensa dagli obblighi sacerdotali e che ha contratto felicemente matrimonio con una donna. Insomma, a vederla così, ci sono tutti gli ingredienti per una serata di confronto e di dialogo su un tema spinoso ma che può essere affrontato con serietà, quindi con quella competenza filosofica, teologica e storica che a Padre Ariel può essere negata solo da certi anonimi appartenenti al Cammino Neocatecumenale che, irritati per l’ultimo suo libro su La Setta Neocatecumenale, lo stanno subissando tutt’oggi di insulti, centinaia dei quali giunti alla nostra redazione e pubblicati nei tre articoli di presentazione a quest’opera. In tal modo tentano di tacciarlo di incompetenza, pur senza avere lette neppure tre righe di quel lavoro, che merita invece di essere letto, sia per com’è costruito a livello documentale sia per com’è scritto [cf. QUI].

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In apertura, l’argomento del celibato è stato introdotto dalla love story di un sacerdote che ha sposato una sua catechista dopo aver chiesto la dispensa dagli obblighi del celibato sacerdotale. Tale testimonianza era ovviamente funzionale a suscitare il dialogo sulla possibilità del matrimonio dei sacerdoti e della modifica della legge ecclesiastica in merito al celibato sacerdotale.

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Per chiarezza la legge sul celibato sacerdotale riguarda solo ed esclusivamente i sacerdoti diocesani, per intenderci: il cosiddetto clero secolare che fa promessa di celibato al proprio vescovo nel giorno della sacra ordinazione. Per i sacerdoti religiosi il discorso è del tutto diverso in quanto essi hanno pronunciato un voto che vincola non solo al celibato ma alla castità perfetta per il Regno dei Cieli. Se un domani la Chiesa Cattolica Romana concedesse ai sacerdoti diocesani il permesso di contrarre matrimonio, modificando così la legge ecclesiastica, questo permesso non riguarderebbe minimamente i sacerdoti degli ordini mendicanti e monastici e delle congregazioni e società di vita apostolica che sono notoriamente inquadrati giuridicamente come religiosi e quindi come persone che si sono vincolate a Dio attraverso il pronunciamento di voti solenni. Detto questo concludo che, pure se mi piacerebbe, non intendo spiegare ora la differenza canonica tra promessa di celibato e voto di castità, in questo contesto non è importante, basti sapere che il voto è di per sé più vincolante della promessa.

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Quello del celibato non è solo un fatto meramente giuridico ma essenzialmente teologico che tocca la spiritualità e la fede. La condizione celibataria e la castità che da essa deriva è assunta come immedesimazione alla persona di Cristo, a cui il sacerdote è imprescindibilmente legato e associato. Il sacerdote che manca al suo dovere celibatario o di castità, non compie semplicemente un peccato o un delitto secondo la disciplina canonica della Chiesa, ma manifesta una debolezza da un punto di vista della fede e della grazia sacramentale di stato che con la sacra ordinazione ha ricevuto e a cui è chiamato a corrispondere quotidianamente attraverso la docilità allo Spirito Santo.

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Il fulcro del discorso è quanto mai complesso e specifico, ed è veramente molto difficile affrontare questo tema all’interno di una trasmissione televisiva in seconda serata, altrimenti la audience cala, si perde pubblico, soldi e risorse, e la trasmissione diventa un flop. Quindi, questo cosa significa in soldoni? Semplice, significa compiere una scelta editoriale differente che aumenti l’indice di gradimento e doni alle persone ciò che cercano: una certa verve mediatica.

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Quando Padre Ariel prende parola dopo il sacerdote dimesso dallo stato clericale e oggi regolarmente sposato, comincia facendo presente che «il nostro amico», aggiungendo poi «anzi, il nostro confratello, seppure dimesso dallo stato clericale e sposato rimane sempre sacerdote». A quel punto spiega, citando e traducendo: «Perché tu es sacerdos in aeternum secundum ordinem Melchisedec, tu sei sacerdote in eterno …». La sola citazione latina induce l’esperto conduttore a far presente che non siamo in un’accademia teologica e che, partendo su certi temi, la gente a casa «cambia canale e va a vedere le partite». Tutt’altro che sprovveduto e privo di dialettica, Padre Ariel non si lascia togliere la parola ed “esige” spiegarsi con un esempio più semplice dicendo a Paolo Del Debbio: «Allora chiarisco in modo semplice: come lei, che ha ricevuto il Sacramento del Battesimo, che nessuno le può togliere, il nostro amico ha ricevuto il Sacramento dell’Ordine dal quale rimarrà sempre segnato». A quel punto Padre Ariel accentua la spiegazione aggiungendo: «Voi sapete che ci sono taluni che fanno il cosiddetto “sbattezzo”. In quei casi, i parroci, possono solo scrivere a margine sul registro battesimale che Tizio dichiara di non voler appartenere alla Chiesa Cattolica, ma nessuno può togliere loro il battesimo». Mentre lui parlava, noi che lo conosciamo a fondo, dinanzi allo schermo a casa ci siamo detti: ha capito sùbito che ogni discorso di natura teologica e canonica non è possibile da perseguire, adesso agirà di conseguenza, come poi è stato. Infatti, dopo le prime schermaglie su celibato sì, celibato no, si è giunti a trattare il tema dell’omosessualità, introducendo come guest star alcuni preti che hanno scelto di sposarsi con un uomo. Insomma: alcuni casi non solo molto rari, ma dei casi veramente limite.

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Capite bene come il tema di partenza è d’improvviso sostituito da un colpo di scena, e questo costituisce oggi uno tra gli assi nella manica più efficaci della televisione moderna. Si sostituisce il dibattito utile e arricchente a cui il pubblico si era preparato fin dall’inizio con altro più appetibile. Indagare sul celibato sacerdotale costituisce una delle grandi sfide e differenze tra la Chiesa Cattolica Romana e le Comunità Protestanti e le Comunità Anglicane, tra la Chiesa Cattolica Romana e le Chiese Ortodosse e, per un certo verso, tra la Chiesa Cattolica Romana le Chiese Cattoliche di Rito Orientale. Posto in questi termini il dibattito sarebbe stato interessante e stimolante, anche come approfondimento per capire meglio la situazione controversa del Sinodo. Come però ho appena spiegato, questo non è stato possibile, e Padre Ariel lo ha capito all’istante.

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Ammiro e stimo molto Paolo Del Debbio, lo reputo un professionista intelligente e preparato, sicuramente possiede una conoscenza approfondita su tematiche religiose, anche se non capisco la necessità di operare una virata di questo genere all’interno di un tema così serio e delicato come il celibato sacerdotale e il Sinodo Amazzonico. Per comprenderlo, occorre infatti conoscere molto a fondo i complessi meccanismi della comunicazione televisiva.

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Far parlare “ex” preti che hanno fatto la scelta del matrimonio omosessuale non ha senso, non solo non ha per nulla chiarito il discorso sul celibato sacerdotale, ma ha riaffermato in modo molto sottile il pericoloso concetto moderno che sancisce il matrimonio come istituito giuridico non più basato dall’unione tra un uomo e una donna. Poi, l’entrata in scena sul finire del gigolò omosessuale che è stato arruolato per “prestazioni professionali” da preti e seminaristi del sud Italia e che successivamente da questo sono stati segnalati ai propri vescovi, ha raggiunto proprio il culmine trash della serata.

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A quel punto, Padre Ariel, trovandosi in una vera arena ha dimostrato in concreto di essere un “animale da palcoscenico”, forse senza saperlo neppure lui. Infatti non poteva, «in coscienza», come ha chiarito, tacere e soprassedere dinanzi a quei casi rari e limite, fungendo da silenzioso figurante dinanzi a una passerella di “ex” sacerdoti che ostentavano con orgoglio i rispettivi “mariti”, con tanto di “ex” prete visibilmente disturbato a livello psicologico che indicando il proprio “marito” ha ripetuto più e più volte «questo bel ragazzo», «guardate come è bello».

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Con ciò è presto detto: se Padre Ariel ha una certa corrispondenza e affinità col suo nome, che significa “Leone di Dio”, può essere pensabile che qualcuno vada a tirargli la coda pensando che il leone rimanga fermo a fare il figurante ai gladiatori che gli girano attorno dentro il Colosseo? Per tanto, chi pensasse che a quel punto il focoso tosco-romano Padre Ariel ha perduto le staffe, pensa proprio male, ma soprattutto non lo conosce. Padre Ariel ha deciso, in modo ponderato e davvero scientifico, che in quel momento, per tutelare l’onore della Chiesa Cattolica e del Sacramento dell’Ordine, aveva il dovere di perdere le staffe, anche perché in quell’arena non aveva altro sistema. Così facendo, ha prodotto come risultato quello di riuscire a chiarire e trasmettere al pubblico alcuni punti fondamentali che tutti hanno recepito, ossia i seguenti:

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  1. il celibato non è un dogma ma una legge ecclesiastica, però, il celibato, affonda le proprie origini sin dalla prima epoca apostolica;
  2. un sacerdote, anche dimesso dallo stato clericale, anche colpito da scomunica, rimane sacerdote per sempre, perché ha ricevuto un Sacramento indelebile, non è un impiegato che si licenzia o che viene licenziato dall’azienda;
  3. nelle sue urla rivolte al sacerdote con marito, ha mostrato profonda carità e affetto, perché l’ha chiamato anzitutto «fratello» e gli ha ricordato che in ogni caso rimane sacerdote per sempre e che pregherà per la salvezza della sua anima considerando ciò che di aberrante ha fatto;
  4. ha chiarito ― smentendo questo sacerdote tutto falso amore cristologico ―, che «Dio non può creare il male», e questo dopo che lui aveva affermato che Dio lo aveva creato e voluto così, mentre Padre Ariel ha chiarito e fatto capire a chi ascoltava che certe situazioni non sono affatto normali tendenze della nuova società, ma sono delle autentiche aberrazioni;
  5. Padre Ariel ha fatto più volte e variamente richiamo alla libertà, compresa la libertà che l’uomo ha di peccare, e chi si aspettava un attacco al mondo gay e alle sue potenti lobby è rimasto deluso, ed a riprova di quanto questo “prete-felino” non sia un istintivo umorale sprovveduto, ha ribadito che non solo ciascuno è libero di avere e di esercitare le tendenze sessuali che vuole, ma ne ha proprio il diritto, però, in tali casi, non è possibile fare i preti ed esercitare il sacro ministero. Detta in altri termini ha dimostrato: io che sono un sacerdote cattolico appartengo a una sacra societas che è molto più tollerante di quanto certa gente e certi lobbisti ideologi del mondo gay possano immaginare, perché mai io impedirei a un uomo di commettere i peccati che vuole liberamente commettere, non lo ha fatto Dio che non ha impedito ad Adamo ed Eva di commettere il peccato originale, posso forse farlo io? Non potendo però fare una lezione sul Libro della Genesi, ha lanciato il messaggio in altro modo. 

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Chiariamo infine un punto fondamentale: che il prete non debba reagire, perdere la calma e arrabbiarsi, non può essere un assoluto. Se in quella situazione Padre Ariel non lo avesse fatto, avrebbe corso il rischio di fungere da pericolosa presenza passiva e omissiva, mentre a un paio di milioni di telespettatori erano presentate delle figure di “ex” sacerdoti “oltre i confini della realtà”. Quindi, con la tanto reclamata pacatezza che taluni oggi gli rimproverano di non avere avuta, Padre Ariel avrebbe fatto solo intendere una sorta di vera e propria approvazione. Cosa assolutamente impossibile per qualsiasi vero sacerdote e per qualsiasi vero teologo, e noi sappiamo bene quando questo nostro confratello sia profondamente l’uno e l’altro.

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Si guardino dall’inizio alla fine tutti i 50 minuti di spezzone di programma di fine serata, dopodiché sfido chiunque a dire che le cose non sono andate nel modo che ho riassunto.

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Non sono un bacchettone, tuttavia penso che ogni argomento sia argomento di dibattito ma sempre mantenendo e utilizzando un certo garbo, buon senso e soprattutto senso del limite. Volevamo accontentare la pruriginosa curiosità del popolo catodico e rivangare il fatto che esistono sacerdoti che hanno tendenze omosessuali? Va bene, facciamolo pure, ma è questo il modo? Abbiamo constatato tutti di come il Re è nudo, e adesso? Abbiamo messo in mutande le debolezze di quella parte di Chiesa che è costituita da uomini consacrati, siamo soddisfatti? E sul tema della omosessualità diffusa tra il clero, nessuno meglio di Padre Ariel ha titolo per parlare. Precorrendo i tempi, in un suo libro edito ormai 10 anni fa e pubblicato di nuovo in seconda edizione dalle nostre Edizioni L’Isola di Patmos, non solo egli ha analizzato il problema, ma persino spiegato a che cosa la Chiesa sarebbe andata incontro se non fossero stati presi immediati e seri provvedimenti, che ovviamente non furono presi [vedere QUI].

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In conclusione di serata, proprio chiudendo sulle parole di Padre Ariel, riferendosi al gigolò il nostro confratello ha fatto un’affermazione che dovrebbe far riflettere molto certe coscienze ecclesiastiche, perché, se dotate di un solo pizzico di umiltà, dovrebbero riconoscergli un minimo sindacale di ragione, specie dinanzi a queste sue parole pronunciate in diretta: «Sulle questioni del Signor Mangiacapra (N.d.A. il gigolò presente in studio) io ho scritto in modo dettagliato dieci anni fa, con un libro denso di analisi, intitolato E Satana si fece trino». Ha domandato Paolo Del Debbio «E come è andata a finire?». Ribatte Padre Ariel: «L’unico che ha pagato sono stato io». Conclude con aria triste Paolo Del Debbio: «Non esito a crederlo!». E noi tutti che lo conosciamo sappiamo bene quale alto tributo Padre Ariel ha pagato in ostracismi e veri e propri atti persecutori, per avere denunciata in tempi non ancora sospetti la potente e pericolosa lobby gay ecclesiastica, anticipando i gravi danni che essa avrebbe compiuto. Quando però si nasce leoni non si può diventare conigli, neppure per avere quieta vita clericale, o per fare una brillante carriera ecclesiastica che il nostro confratello avrebbe potuto fare più e meglio di molti altri. All’autostrada scorrevole che porta verso l’Inferno ha scelto di seguire Cristo lungo la Via Dolorosa, con tutto ciò che questo comporta.

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Dalle focose e accalorate parole di Padre Ariel indirizzate al fratello (ex) sacerdote: «io prego per te, per la salvezza della tua anima» si comprende ciò che interessa maggiormente alla Chiesa e che dobbiamo tenere sempre a mente: la Salus Animarum. È infatti la salvezza delle anime che muove il cuore e la mano della Chiesa in situazioni delicate come queste, è la salvezza delle anime che mitiga la giustizia con la misericordia e ci permette di guardare alla misericordia con serietà e giustizia e non come una burletta ad uso e consumo delle nostre voglie.

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Oggi ci troviamo di fronte a fratelli disorientati, in crisi di fede, fallibili, che hanno fatto determinate scelte di cui solo loro conoscono il perché, per alcune di esse hanno giustamente dovuto rendere conto alla Chiesa o in foro esterno o in foro interno ma al di là di tutto è la loro anima che ci sta a cuore. Anche a tal proposito, Padre Ariel, ha chiarito sin dall’inizio di conoscere bene questa delicata materia: «Io lavoro molto con i sacerdoti e ne ho seguiti e ne seguo molti come confessore e direttore spirituale, sono stato io stesso, in certe situazioni, a dir loro per primo di fare un passo indietro e lasciare il sacerdozio ministeriale».

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Lo scandalo non converte nessuno, la delazione sensazionalistica del reo non porta a nessun recupero, il comminare pene umilianti non conduce al ravvedimento ma all’indurimento del cuore. Cristo sulla croce, nudo e mortalmente flagellato, ha pagato umiliandosi per tutti i peccati degli uomini. Ma se gli uomini continuano ad offenderlo e a opporsi al suo amore è dovere della Chiesa porre un giusto rimedio agli scandali, tutelando i deboli, allontanando i rapaci, ma restando continuamente con la mano tesa verso il peccatore affinché si converta e viva.

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Quel 31 ottobre 2019 vigilia di Ognissanti, in televisione la santità degli uomini di Chiesa è venuta meno, dinanzi a certe presenze così tragicamente deviate e fiere di avere deviato dal retto cammino, ma resta in piedi un’altra santità, quella di Dio che non può venire meno e che tra tanti scherzetti degli uomini costituisce ancora la dolcezza di un Padre che non abbandona mai i suoi figli attendendo il loro pentimento per iniziare a far festa.

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Laconi, 2 ottobre 2019 – Festa di Ognissanti

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IMMAGINI FUORI ONDA DAGLI STUDI MEDIASET DI MILANO

… con una affettuosità del tutto particolare, al termine della trasmissione Padre Ariel si è intrattenuto fuori dagli studi di Mediaset con il sacerdote dispensato dagli obblighi del celibato e oggi regolarmente unito in matrimonio con la sua deliziosa consorte, che ha salutati e abbracciati [didascalia di Jorge Facio Lince]…

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… con altrettanta affettuosità si è intrattenuto fuori dagli studi di Mediaset con il celebre conduttore radiofonico Giuseppe Cruciani, che Padre Ariel ha sempre considerato un professionista di indubbio talento. Non si erano mai conosciuti, ma hanno simpatizzato subito. Quando Giuseppe Cruciani ha chiesto se conoscesse il programma da lui condotto, ridendo ha risposto: «Cosa pensi che io ascolti, quando faccio lunghi viaggi in macchina? Ovvio: ascolto La Zanzara»!  [didascalia di Jorge Facio Lince]

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Visitate il nostro negozio librario e sostenete la nostra opera acquistando i libri delle Edizioni L’Isola di Patmos: QUI

 

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Dalla giustizia resa ai “Promessi Sposi”, alla giusta preghiera rivolta a Dio Padre

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

DALLA GIUSTIZIA RESA AI PROMESSI SPOSI, ALLA GIUSTA PREGHIERA RIVOLTA A DIO PADRE

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«Il pubblicano si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Io vi dico: questi, a differenza dell’altro [fariseo], tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato» [Lc 18,14].

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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PDF  articolo formato stampa
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Cari fratelli e sorelle,

La indimenticabile e compianta Anna Marchesini [1953-2016] con i compagni del trio Solenghi-Marchesini-Lopez, in una celebre edizione satirica de I Promessi Sposi degli anni Ottanta [cliccare sull’immagine per aprire il video]

ricordo con grande affetto e allegria uno dei personaggi secondari de I Promessi Sposi. Agnese, la mamma di Lucia Mondella, che consiglia a Lucia e Renzo di convolare alle desiderate nozze mediante l’espediente del matrimonio a sorpresa. Con questo consiglio umile e, nonostante tutto, pieno di saggezza, Agnese cerca di rendere giustizia ai promessi sposi e al progetto di Dio, fungendo in tal senso di esempio d’umiltà e devozione.

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Cerchiamo adesso di cogliere l’umiltà della preghiera nelle letture di questa XXX domenica del tempo Ordinario [vedere Liturgia della Parola, QUI]. Nella prima lettura tratta dall’Antico Testamento leggiamo:

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«Il Signore è giudice, e per lui non c’è preferenza di persone. Non è parziale a danno del povero e ascolta la preghiera dell’oppresso» [Sr 35,15].

 

L’Autore del libro sapienziale si rivolge al Popolo Ebraico, cercando di rompere uno schema mentale e di formalismo religioso di un’epoca nella quale alcuni pensavano che il povero e oppresso si fosse ridotto in tale stato per qualche colpa personale, ad esempio la superbia. Il concetto che se uno è povero, tale lo è per causa di sé stesso, lo ritroviamo in un certo pensiero calvinista, specie in quello sviluppatosi nella società liberalista degli Stati Uniti d’America a partire dal XVII secolo. Di tutt’altro avviso Siracide che afferma l’esatto contrario: il povero è invece ascoltato. Proprio perché sa elevare a Dio una parola di fedeltà con una povertà di cuore grandissima. Dunque sa pregare in modo più autentico.

Proviamo a pensare anche al nostro modo di pregare. Se siamo troppo formali oppure ripetiamo in modo abitudinario, chiediamo al Signore di aiutarci invece a vivere la preghiera con maggiore profondità e autenticità.

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Nella seconda lettura troviamo infatti la vicinanza del Signore per chi prega in modo più autentico e con un atto di abbandono nei suoi confronti:

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«Nella mia prima difesa in tribunale nessuno mi ha assistito; tutti mi hanno abbandonato […] Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza» [2Tm 4, 16].

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San Paolo ricorda la forza e la vicinanza di Dio nei momenti più duri e più depressivi del suo essere cristiano e predicatore di Gesù Cristo. Messo sotto accusa dagli ebrei per blasfemia e poi dai romani per aver disobbedito al comando di non annunciare il mistero di Gesù Risorto, Paolo ricorda a Timoteo che l’abbandono a Dio è avvenuto con un atto di umiltà. Questa umiltà gli ha permesso di sentire la prossimità e forza del Signore. Di questo ci dà l’insegnamento più grande Gesù nel Vangelo di San Luca dove leggiamo:

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«Il pubblicano si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Io vi dico: questi, a differenza dell’altro [fariseo], tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato» [Lc 18,14].

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Se mettete a confronto le due preghiere, entrambe si rivolgono a Dio. Nel caso del fariseo, egli compie una preghiera ritualmente e liturgicamente perfetta, ringraziando Dio di non essere come il pubblicano. C’è una sorta di disprezzo che viene espresso, in modo neanche tanto nascosto, verso il pubblicano. Questa preghiera, perfetta stilisticamente, è assoluta inutile dal punto di vista contenutistico. Perché il fariseo non sa cogliere quei semi di bene che il Signore ha messo nel pubblicano, al di là delle ingiustizie che questi può aver effettivamente fatto. Il pubblicano invece si riconosce peccatore. Non si confronta con gli altri; non offre una preghiera ritualmente perfetta. Solo piccole parole, umili, ma piene di significato. Ecco perché, dice Gesù, il pubblicano sarà esaltato. Perché offre quel poco che ha, il suo essere uomo fragile e peccatore, al Signore. E in questa offerta vera e autentica il Signore può fare grandi cose.

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Questo è un invito anche per noi a non focalizzare troppo l’attenzione su noi stessi: di ringraziare il Signore per i talenti e i doni ricevuti, ma come humus fertile, umilmente offrirli a Dio. E in questa offerta di noi, Dio ci esalterà. Ci renderà suo fermento sacro in cui sbocciare di gioia.

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Scriveva il letterato e patriota italiano Niccolò Tommaseo:

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«Chi vuole specchiarsi in acqua limpida, conviene che si chini. Senza umiltà non si conoscono le anime pure».

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Il Signore doni l’umiltà di chinarci sui suoi misteri e sulle persone che ci manda, per essere specchi limpidi del suo amore trinitario.

Così sia.

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Roma, 27 ottobre 2019

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È in distribuzione Arianesimo. il nuovo libro delle Edizioni L’Isola di Patmos. visita la pagina del nostro negozio QUI. Sostenete le nostre edizioni acquistando i nostri libri   

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Novità dalla Provincia Domenicana Romana: visitate il sito ufficiale dei Padri Domenicani, QUI

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NOVITÀ – Dall’eresiarca Ario sino al Sinodo Panamazzonico, con tanto di lancio nel Tevere degli idoli asportati da una chiesa adiacente al Vaticano. Leonardo Grazzi: «Arianesimo, una eresia antica e oggi molto presente»

— negozio librario delle Edizioni L’Isola di Patmos —

NOVITÀ – DALL’ERESIARCA ARIO AL SINODO PANAMAZZONICO, CON TANTO DI LANCIO NEL TEVERE DEGLI IDOLI ASPORTATI DA UNA CHIESA ADIACENTE AL VATICANO. LEONARDO GRAZZI: «ARIANESIMO, UNA ERESIA ANTICA E OGGI MOLTO PRESENTE»

Attraverso la titanica figura del Santo Vescovo Atanasio di Alessandria, le vicende della sua vita di lotte, incomprensioni e di ripetuti esili dalla sua Città, è chiarito al lettore in che misura l’arianesimo non abbia mai cessato di vivere in certe frange di Chiesa, rigenerandosi di secolo in secolo, forse persino più forte e insidioso di prima. Non possiamo dimenticare che nel IV secolo, nel pieno dell’eresia ariana, i vescovi, per la assoluta maggioranza, erano ariani. E da questo dato storico si dovrebbe comprendere che sempre, le maggioranze, non sono affatto garanzia di cattolicità e sana dottrina.

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Autore:
Jorge Facio Lince
Presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos

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Edizioni L’Isola di Patmos: il libro di Leonardo Grazzi sull’Arianesimo [cliccare sull’immagine per andare alla pagina del NEGOZIO]

I Padri de L’Isola di Patmos hanno scelto e spiegato che non avrebbero parlato del Sinodo panamazzonico sin quando non sarebbe stata pubblicata la esortazione apostolica post-sinodale [vedere articolo, QUI], il tutto sia per questioni di prudenza sia perché non si devono fare processi alle intenzioni, neppure quando le intenzioni si manifestano pessime. Solo quando le intenzioni si saranno mutate in fatti e atti, sarà possibile agire e reagire.

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Ciò che sta accadendo non promette bene: nei giardini Vaticani si è assistito a un rito desolante alla presenza di cardinali, vescovi e dello stesso Romano Pontefice [cf. video QUI].

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Più volte il Pontefice regnante ha irriso con ironia, faccia seria e aria di disgusto, i preti che indossano sempre la loro veste talare, peggio quelli che portano il cappello circolare, detto saturno, perché certi abiti, per così dire anacronistici, connoterebbero a suo dire preti problematici. Al tempo stesso, però, le sue foto con i copricapi piumati degli sciamani amazzonici sulla testa hanno fatto il giro del mondo, ed in tutte risultava felice e sorridente. Infatti, sempre stando al suo dire, i “preti problematici” sono quelli che portano la veste talare e il saturno [cf. QUI], non quelli pizzicati a Roma dalla polizia durante le retate notturne che indossavano parrucche, calze a rete e tacchi a spillo, come più volte accaduto e narrato dalle cronache. Né pare abbia giudicati “problematici” i preti strafatti di cocaina, mentre dall’appartamento a loro dato in uso dentro la Città del Vaticano andavano e venivano i marchettari  per offrire le loro prestazioni sessuali [cf. precedente articolo, QUI]. Quelli pare non siano però “preti problematici”, specie poi se protetti da potenti prelati; al massimo possono esser preti un po’ … esuberanti. E se compiono qualche “ragazzata”, rientrano a pieno nel mercato mediatico del “misericordismo”.

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Prete molto problematico perché rivestito della talare, con il saturno di castorino in testa e per di più con un chihuhua mannaro tra le mani, famelico cane che nelle notti di luna piena diventa un licantropo [nella foto: Ariel S. Levi di Gualdo con in braccio Tiffany, la cagnolina di una coppia di amici]

A queste tematiche il nostro Padre Ariel S. Levi di Gualdo dedicò agli inizi del 2011 un libro dal titolo inquietante: E Satana si fece trino [vedere QUI] pubblicato in seconda edizione nel luglio 2019 dalle nostre Edizioni. Il problema centrale sul quale si incentra quel libro scritto tra il 2008 e il 2010 e pubblicato agli inizi del 2011, è quello del principio di inversione: il bene diviene male e il male bene, il vizio virtù e la virtù vizio, la sana dottrina eresia e l’eresia sana dottrina. Dieci anni fa veniva così descritta in quel libro la nostra attualità. E stiamo a parlare di una attualità nella quale il coro dei laudatori del nuovo corso non esita a stracciarsi le vesti indicando come “cattolici integralisti” coloro che di recente hanno tolto da una chiesa romana degli idoli pagani che al suo interno erano stati esposti [cf. QUI] …

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… mentre dei “cattolici integralisti” asportavano dalla chiesa metropolitana romana di Santa Maria in Traspontina gli idoli della dea Pachamama facendoli finire poche decine di metri dopo nel fiume Tevere, le Edizioni L’Isola di Patmos mandavano in stampa il libro del Professor Leonardo Grazzi, giovane docente toscano di religione, introdotto con una prefazione da uno degli ultimi esponenti della scuola teologica romana, Monsignor Antonio Livi.

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l’autore del libro: Leonardo Grazzi

In questi tempi è utile conoscere e studiare la prima tra le più grandi eresie che colpì la Chiesa, perché si tratta di un’eresia condannata dal Concilio di Nicea nell’anno 325, che potrebbe portarci a comprendere il senso vero e profondo degli idoli collocati nella chiesa di Santa Maria in Traspontina, assieme a molte altre cose …

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L’Arianesimo è un virus che attraverso i tempi si trasforma, adattandosi ai diversi corpi e alle diverse condizioni climatiche. Un problema, quello dell’eresia ariana, al quale il nostro Autore offre una lapidaria risposta già nel sottotitolo: «Una eresia antica e oggi molto presente».

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Attraverso la titanica figura del Santo Vescovo Atanasio di Alessandria, le vicende della sua vita di lotte, incomprensioni e di ripetuti esili dalla sua Città, è chiarito al lettore in che misura l’arianesimo non abbia mai cessato di vivere in certe frange di Chiesa, rigenerandosi di secolo in secolo, forse persino più forte e insidioso di prima. Come dimenticare infatti che nel IV secolo i vescovi, per la assoluta maggioranza, erano ariani? Un dato storico dal quale si dovrebbe comprendere che le maggioranze non sono affatto garanzia di cattolica e sana dottrina. Cosa che andrebbe spiegata al Cardinale Cláudio Hummes, il tedesco-brasiliano chiamato a presiedere il Sinodo Panamazzonico, lo stesso che tre anni fa, dinanzi ai dubia presentati da quattro cardinali sulle ambiguità contenute nel testo di Amoris Laetitia — tra i quali figurava uno studioso di fama mondiale nell’ambito degli studi sulla famiglia,  il Cardinale Carlo Caffarra —, con acida strafottenza rispose: «loro sono quattro, noi siamo duecento!» [cf. QUI, QUI]. Già, qualcuno dovrebbe proprio spiegare al vegliardo tedesco-brasiliano che all’epoca della grande crisi generata dall’eresia ariana, la assoluta maggioranza dei vescovi erano ariani. E da ciò, secondo la sua logica, cosa se ne dovrebbe dedurre?

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Raccomandiamo molto questo libro di Leonardo Grazzi, in particolare a coloro che vogliono comprendere veramente a fondo una delle cause che ci ha condotti alla crisi ecclesiale senza precedenti storici che attualmente stiamo vivendo: quel terribile virus mutante dell’arianesimo che percorre nei secoli la storia della Chiesa, sino ai giorni nostri.

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dall’Isola di Patmos 25 ottobre 2019

 

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andando alla pagina del nostro negozio [vedere QUI] potrete ordinare con estrema facilità questo libro e riceverlo a casa vostra entro due giorni lavorativi senza spese di spedizione postale. 

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Siamo certi che ci aiuterete a diffondere le opere delle Edizioni L’Isola di Patmos, specie per il servizio che esse possono rendere in questo momento così difficile alla Chiesa di Cristo e al Popolo di Dio.

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Anticipiamo ai Lettori che tra la fine di ottobre ed il mese di novembre andranno in pubblicazione le seguenti opere:

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GESÙ CRISTO FONDAMENTO DEL MONDO, di Giovanni Cavalcoli, O.P.

DAGLI ATTI DEGLI APOSTATI, di Ester Maria Ledda

 

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Dalla preghiera al terribile quesito: «Quando il figlio dell’uomo tornerà, troverà la fede sulla terra?»

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

DALLA PREGHIERA AL TERRIBILE QUESITO: «QUANDO IL FIGLIO DELL’UOMO TORNERÀ, TROVERÀ LA FEDE SULLA TERRA?»

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Nella vita ognuno di noi ha avuto od ha amicizie profonde, ed a seconda di quanto tempo abbiamo trascorso col nostro amico, di quello che abbiamo condiviso con lui, il nostro amore per lui o per lei accresce. Scriveva il filosofo Aristotele: «L’amicizia è un’anima che abita in due corpi, un cuore che abita in due anime».

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Cari fratelli e sorelle,

Salvador Dalì: Ragazza alla finestra

in questa XXIX domenica del tempo ordinario la Liturgia ci offre notevoli spunti di riflessione [vedere Liturgia della Parola, QUI]. Nella vita ognuno di noi ha avuto, od ha, amicizie profonde e, a seconda di quanto tempo abbiamo trascorso col nostro amico, di quello che abbiamo condiviso con lui, il nostro amore per lui o per lei accresce. Scriveva il filosofo Aristotele:

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«L’amicizia è un’anima che abita in due corpi, un cuore che abita in due anime».

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Questo essere stati come una cosa sola è dunque reso possibile da un dialogo aperto e sincero che per noi credenti diviene possibile rendendoci una cosa sola con il Signore tramite il dialogo più vivo e fecondo: la preghiera. Proprio di questo ci parlano i brani di oggi. Partiamo quindi dalla prima lettura vetero-testamentaria:

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«Mosè disse a Giosuè: “Scegli per noi alcuni uomini ed esci in battaglia contro Amalèk. Domani io starò ritto sulla cima del colle, con in mano il bastone di Dio”» [Es 17,1]

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Il Popolo Ebraico è sostenuto da Mosè mentre combatte gli amaleciti, uno degli eserciti tra i più agguerriti e per questo parecchio duri da sconfiggere. Mosè è unito all’esercito giudaico, per il quale invoca Dio a loro sostegno.

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Per noi la preghiera indica dunque una unione con chi è nel combattimento spirituale, ma volendo anche in una fase di prova. Pregare può significare invocare continuamente la forza e il sostengo di Dio verso chi soffre e può essere una stanchezza morale, fisica, spirituale. La preghiera è dunque innanzitutto invocare Dio come sostegno per chi amiamo. È l’intercessione come quasi un mettersi in mezzo tra Dio e il popolo. Per questo Gesù stesso chiede ai suoi discepoli di non smettere mai di pregare, come di spiega il brano evangelico:

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«In quel tempo, Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai» [Lc 18, 1].

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Nella parabola il Signore fa quindi vedere in che modo la vedova si rivolge di continuo al giudice che si stufa di sentirla recalcitrare, ed alla fine la esaudisce. Con questa immagine la provocazione di Gesù rivolta ai discepoli diviene evidente: il giudice che non ha rapporto con la vedova, non sa resistere alle continue lamentele. Il Signore che invece ha un rapporto intimo con noi, se chiediamo la cosa giusta mediante la preghiera, ci esaudirà. La preghiera incessante, ad un tempo ci insegna a chiedere al Signore, ma al tempo stesso ad imparare chiedere ciò che è necessario per noi.

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Quella domanda finale di Gesù: «Quando il figlio dell’uomo tornerà, troverà fede sulla terra» [Lc 18,1] mostra anche un legame fra fede e preghiera. La fede alimenta la preghiera e al tempo stesso la preghiera è alimentata dalla fede. Anche una fede morente o poco attiva tramite la preghiera ritrova vita, perché tutta la nostra vita di fede trova linfa nella preghiera e nei sacramenti.

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A questo punto vediamo allora in che modo pregare incessantemente. Lo dice San Paolo rivolgendosi a Timoteo: si prega incessantemente se preghiamo con la parola di Dio:

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«Tu però rimani saldo in quello che hai imparato e di cui sei convinto, sapendo da chi l’hai appreso e che fin dall’infanzia conosci le sacre Scritture: queste possono istruirti per la salvezza, che si ottiene per mezzo della fede in Cristo Gesù. Tutta la Scrittura infatti è ispirata da Dio e utile per insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona» [2 Tm 3, 14-16]

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La parola di Dio è ispirata da Dio e aiuta fare opere buone, in particolare le opere di carità che ci aiutano a diventare santi. Se noi preghiamo con la Parola di Dio, diviene un modo continuo di pregare. Esistono vari modi per pregare dunque con la parola di Dio, come ad esempio leggere un piccolo brano del Vangelo al giorno, prima di andare al lavoro. Oppure per fare una preghiera più lunga c’è la lectio divina, come lettura, meditazione, orazione e contemplazione della parola di Dio.

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Il teologo luterano tedesco Dietrich Bonhoeffer scriveva: «Pregare è prendere fiato presso Dio; pregare è affidarsi a Dio».

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Chiediamo al Signore di aiutarci a far sì la preghiera divenga giorno dopo giorno il nostro ossigeno vitale, e unita ai sacramenti, sia il polmone con cui respirare una vita di fede piena di gioia, soddisfazione e pienezza di sé.

Così sia.

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Roma, 19 ottobre 2019

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Dalla grande “Sabrina” interpretata da Audrey Hepburn alla piccola Sabrina Bosu, che mette in scena le note manipolazioni dei neocatecumenali dopo una indigesta “Colazione da Tiffany”

— attualità ecclesiale —

DALLA GRANDE “SABRINA” INTERPRETATA DA AUDREY HEPBURN ALLA PICCOLA SABRINA BOSU, CHE METTE IN SCENA LE NOTE MANIPOLAZIONI DEI NEOCATECUMENALI DOPO UNA INDIGESTA “COLAZIONE DA TIFFANY”

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Il Cammino Neocatecumenale è una setta di matrice ebraico-calvinista insidiatasi dentro la Chiesa. Essere contro questa setta palesemente ereticale, specie per noi pastori in cura d’anime e teologi, ai quali Cristo Dio ha affidata la cura e la custodia del suo gregge, non implica affatto essere fuori dalla comunione della Chiesa, come sproloquia l’esaltata Sabrina dopo avere fatta una colazione davvero indigesta da Tiffany. Vuol dire piuttosto difendere la Chiesa dalle metastasi diffuse: le metastasi dell’eresia messe in circolo da due autodidatti praticoni, che si sono sempre comportati come due arroganti apprendisti stregoni, mentendo e insegnando a mentire.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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articolo formato stampa

 

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Audrey Hepburn nel film Sabrina

L’8 ottobre esce sul quotidiano La Croce un articolo sul mio ultimo libro edito dalle Edizioni L’Isola di Patmos: La setta neocatecumenale – l’eresia si fece Kiko e venne ad abitare in mezzo a noi. La recensione, pubblicata giorni prima su La Fede Quotidiana, è firmata da Bruno Volpe [vedere QUI, QUI]. Il 10 ottobre esce sullo stesso quotidiano un articolo firmato da Sabrina Bosu, che non rientra in quello che è il sacrosanto diritto di replica e di critica, perché la falsità e la manipolazione della realtà non sono affatto un diritto [vedere QUI].

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Non volevo proprio replicare, per questo mi sono consultato con i Padri de L’Isola di Patmos, spiegando i motivi di questa mia intenzione di non replica.

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Il nostro sapiente cappuccino Ivano Liguori mi ha convinto dicendomi:

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«Ciò che dici, circa il fatto che non valga la pena replicare, è vero. Però tieni presente che tu lavori anche per coloro che non possono arrivare a capire certe sottigliezze maliziose dei kikos e che si arrendono all’evidenza di una tizia che afferma che loro sono persona giuridica e che sono approvati da quattro pontefici. Pertanto, sebbene tu ritieni che costei non meriti risposta — e di fatto non la meriterebbe — dovresti smontare le sue parole pezzo per pezzo. Non per te, ma per chi quelle parole può leggerle e prenderle per buone».

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Anzitutto va precisato che l’autrice di questo scritto si è permessa di parlare di un libro che non ha letto, limitandosi a spiluccare da un blog all’altro, da un commento all’altro, lanciandosi infine in affermazioni in cui mi attribuisce pensieri che non hanno mai attraversata la mia mente, figurarsi le mie righe scritte e stampate. Sicché, per paradosso, ciò che l’articolista mi imputa è smentito proprio dalle pagine del mio libro che lei non ha letto, ma che chiunque può leggere, verificando così che questa articolista mente parlando di ciò che non ha mai esaminato, mentre invece io dico un vero reso tale non dalle mie rassicurazioni “commerciali” date in tal senso, ma da prove e documenti.

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Sono ormai centinaia e centinaia i commenti furenti e gravemente insultanti scritti in giro per la rete su di me da persone che, commento dietro commento, dimostrano di non avere letto un solo rigo di quello che ho scritto. Quelli dei neocatecumenali sono tutti e rigorosamente attacchi aggressivi e cattivi rivolti alla mia persona, senza che uno solo ― ripeto: tra centinaia e centinaia di commenti ― entri nel merito di ciò che ho scritto nel mio libro. Quando a diversi di essi è stato rimproverato che non si può criticare ciò che non si conosce, le risposte non sono state desolanti bensì deliranti: «Non occorre leggere il libro, basta solo il titolo». Inutilmente ho risposto cercando di spiegare che nessuno, prendendo il solo titolo del libro di Friedrich Nietzsche, L’Anticristo, può costruirvi sopra una critica, quel libro deve essere prima letto e studiato con molta attenzione.

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I fatti documentati provano dunque che i membri della setta neocatecumenale, o perlomeno i loro pretoriani, si sono passati voce, si sono creati un nemico e, come una squadra di kikiane pecore belanti sono partiti all’attacco senza sapere neppure per cosa e contro cosa lottavano, non conoscendo neppure l’oggetto della lotta, ossia i contenuti di questo libro. 

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Adesso desidero richiamare l’attenzione dei teologi dogmatici, degli ecclesiologi e dei canonisti sull’incipit iniziale del testo di questa articolista, frutto sicuramente del “genio” di qualche neocatecumenale che crede di saperla lunga e che ha deciso di usare come testa di legno questa Gentile Signora che si presenta alla baci perugina come «una donna e madre in cammino». Ecco l’incipit:

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«Dal momento in cui il Papa ha riconosciuto il Cammino neocatecumenale come persona giuridica pubblica nella Chiesa nessuno può permettersi di dire che ci sono eresie perché c’è stato un vaglio molto serrato della Congregazione della fede e dei vari dicasteri per cui paradossalmente chi dice che questa realtà è eretica, quando la Chiesa ha detto esattamente il contrario, si sta ponendo fuori dalla comunione» [vedere QUI].

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Siamo dinanzi alla aberrazione sotto ogni profilo dottrinale, teologico e canonico. Non solo si afferma: chi è contro di noi è contro la Chiesa e contro il Sommo Pontefice, ma si afferma persino che chiunque osi essere contro questo Movimento è proprio fuori dalla comunione ecclesiale (!?).

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Tutti i riferimenti fatti di seguito dall’improvvida articolista all’idea di cammino battesimale, ricalcano quel consolamentum che rese celebri e pericolosi i seguaci dell’eresia catara e albigese. E procedendo decisa nelle sue righe con queste descrizioni di cammino battesimale, la povera testa di legno mandata all’attacco non si rende manco conto di ricalcare il pensiero di queste due vecchie correnti ereticali, salvo però dare dell’eretico a me. Ciò detto resta sin d’ora pacifico che qualsiasi teologo e storico della Chiesa, leggendo le sue parole, riconoscerà in esse l’influenza del pensiero di catari e albigesi.

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Con consolidato spirito manipolatorio e mistificatorio, l’articolista cita le classiche parole di apprezzamento espresse dai Sommi Pontefici, omettendo però di citare le parole più severe e numerose dagli stessi espresse nel corso degli anni per lanciare agli iniziatori del Cammino Neocatecumenale severi rimproveri. Si tratta di numerosi discorsi ufficiali, a volte anche lunghi, racchiusi tutti quanti negli Acta Apostolicae Sedis e riportati fedelmente nel mio libro, che non è costruito su esaltazioni emotive kikiano-carmeniane, ma sui fatti, solo su fatti e documenti.

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Dal 2014 al 2018, il Pontefice regnante ha rivolto in più occasioni ai neocatecumenali discorsi molto severi, anch’essi racchiusi negli Acta Apostolicae Sedis e riportati fedelmente nel mio libro, non però dall’articolista che mi attacca stravolgendo totalmente i dati reali. E qui faccio notare che secondo un certo consolidato stile pastorale, quando i Pontefici devono rivolgere dei rimproveri, specie se di tono severo, cominciano mettendo in luce i lati positivi, poi passano a descrivere, o rimproverare quelli negativi, o le cose da correggere.

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L’Articolista non fa quindi che dar riprova che siamo dinanzi a una setta di persone nelle quali il senso del reale è stato alterato e la ragione e il senso critico distrutti nei suoi adepti, per essere infine indotti a mentire e mistificare, come avviene da sempre nelle psico-sette. A quel punto accade che dai discorsi ufficiali pronunciati dai Pontefici dal 2000 al 2018 e da me fedelmente riportati, costoro prendono la sola frase iniziale «riconoscenti per i buoni frutti del vostro Cammino …», oppure gli auguri e le benedizioni per i camminanti che partono missionari, saltando però tutte le contestazioni, i rimproveri e gli ammonimenti fatti nella successiva e ben più lunga parte del discorso. Dopo di che escono felici e ulteriormente privi di giudizio e di senso critico dall’Aula Paolo VI al grido «La Chiesa ci approva … ci approva!», minacciando appresso: «… chi è contro di noi è contro la Chiesa, è contro il Papa!». Sino all’acme della vera e propria aberrazione scritta e pubblicata dalla nostra povera articolista: chi è contro di noi è fuori dalla comunione della Chiesa, perché la Chiesa ci ha approvati (!?).

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Nel linguaggio sociologico quest’asserzione si chiama: fondamentalismo religioso. Una sola è infatti la differenza: i talebani mettono avanti Allah, i neocatecumenali un Cristo riscritto da Kiko Argüello e Carmen Hernandez a loro uso e consumo.

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Ricordiamo alla bugiarda manipolatrice e ai suoi sodali che Giovanni Paolo II gli concesse per un quinquennio l’approvazione ad experimentum nel 2002. Scaduta nel 2007 la prova concessa, Benedetto XVI, suo successore, non dette seguito ad alcuna approvazione, tutt’altro: prima li richiamò, li rimproverò e poi li fece attendere altri ulteriori cinque anni. Quando infine nel 2012 fu concessa approvazione al Cammino Neocatecumenale con un mero atto amministrativo del Pontificio consiglio per i laici, il Sommo Pontefice rivolse loro un vero e proprio discorso di fuoco, carico di moniti e rimproveri. Anche questo discorso è agli atti, ma di esso, i lavati nel cervello, hanno colto una sola frase iniziale: «Riconoscenti per gli indubitabili buoni frutti prodotti dal Cammino in questi anni …», dopodiché, tutti i severi richiami fatti in quel lungo discorso nel quale Benedetto XVI esigeva il rispetto delle regole liturgiche, dell’autorità dei vescovi e dei sacerdoti, della libertà individuale degli aderenti al Movimento e via dicendo a seguire, sono tutte parole che non esistono proprio, sia per la testa di legno mandata all’arrembaggio sotto il titolo «Una donna e una madre in Cammino», sia per i fondamentalisti neocatecumenali in generale, figli di un movimento «fondamentalista» di per sé «fanatico e fanatizzante», come lo definì nel 1983 il Servo di Dio Pier Carlo Landucci, di cui riporto a fine del mio libro la preziosa e profetica relazione, seguita dalla relazione inviata nel 1995 dal teologo passionista Enrico Zoffoli all’allora Vicario Generale per la Diocesi di Roma, Cardinale Camillo Ruini.

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Nell’articolo della testa di legno spinta all’arrembaggio non mancano invereconde slinguazzate al Pontefice regnante. Anche in questo caso l’articolista omette però di citare in che toni e con quali dure parole il Sommo Pontefice Francesco I si è rivolto più volte ai Neocatecumenali in suoi discorsi ufficiali. Se non cito i discorsi tra queste righe, è solo perché li ho riportati fedelmente nel mio libro, in modo documentato e con tutti i riferimenti alle fonti e agli atti, quindi non occorre mi ripeta. Pur malgrado, come loro consolidato uso manipolatorio e falsante, da questi discorsi estrapolano solo due frasi bonarie, spesso solo di circostanza, saltando tutti i rimproveri, per poi ripetere il mantra: «Il Santo Padre ci approva, ci approva, in tutto e per tutto!».

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Rivolgo pertanto all’improvvida articolista solo alcune domande, alle quali solitamente i settaristi fondamentalisti neocatecumenali non rispondono, perché, dinanzi a certi quesiti, o cambiano discorso, o sollevano polemiche non attinenti al tema, oppure aggrediscono mentendo senza alcun pudore e falsando il dato reale oggettivo.

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L’articolista, come ogni Neocatecumenale puro, non entra infatti mai nel merito delle accuse di eresia, tutt’altro: prima stravolge parole e concetti, poi taccia me di eresie accusandomi di dare degli eterodossi ai Sommi Pontefici. Nulla di più falso, perché tutti gli interventi fatti dai Sommi Pontefici sul Cammino Neocatecumenale sono ortodossi e pienamente conformi alla dottrina della Chiesa. Magari, quei due arroganti autodidatti di Kiko Argüello e Carmen Hernandez, apprendisti stregoni della teologia e catechisti-fai-da-te avessero docilmente obbedito alla voce e ai ripetuti richiami a loro rivolti dai Successori di Pietro!

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Se pertanto l’autrice di questo articolo surreale e mistificante, interamente giocato sulle emozioni soggettive e sulla manipolazione di fatti e testi, intende dare risposta, dovrebbe darla a queste poche, semplici e precise domande:

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1 – Perché il Cammino Neocatecumenale non rispetta lo Statuto approvato in tema di foro interno, di versamento della decima, che non è affatto prevista, o della obbedienza incondizionata ai catechisti, anch’essa non affatto prevista?

2 – Perché il Cammino Neocatecumenale non pubblica i XIII volumi del Direttorio, così come espressamente richiesto dalla Santa Sede nel decreto di approvazione del 2012 a cui si fa riferimento? E perché esistono ulteriori due volumi dedicati a matrimonio e viaggio di nozze, mai approvati dalla Santa Sede?

3 – Perché il Cammino non rispetta le norme liturgiche contenute nel Messale Romano e ribadite dalla istruzione Redemptionis Sacramentum [cf. QUI] seguitando a non inginocchiarsi durante la Preghiera Eucaristica, a comunicarsi simultaneamente al sacerdote, a danzare dopo la Benedizione e via dicendo a seguire?

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I neocatecumenali, sono sempre stati dei siffatti splendidi modelli di obbedienza alla Chiesa e ai Pontefici, al punto che Benedetto XVI rimproverò ripetutamente tramite i competenti dicasteri gli iniziatori del Cammino Neocatecumenale, in particolare per i loro inaccettabili abusi liturgici, il tutto con ripetuti interventi ufficiali del Prefetto per il Culto Divino e la disciplina dei sacramenti, che giunse a scrivergli una lettera di fuoco nella quale esordiva dicendo «Sono a comunicarvi le decisioni del Santo Padre», che in linguaggio ecclesiale equivale a dire: «Noi vi ordiniamo …». Quindi seguivano tutte le direttive in materia di sacra liturgia. E questo, come altri documenti, sono ovviamente riportati tutti quanti nel mio libro.

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Ripetutamente e con pubblici documenti della Santa Sede, ai Neocatecumenali fu richiesto di attenersi con scrupolo ai libri e alle rubriche liturgiche, anzi gli fu persino imposto di scrivere ciò nei loro statuti. Loro però, chiuse le porte delle loro salette, seguitavano e seguitano tutt’oggi a fare ciò che vogliono e come vogliono. Per questo il tempo fu prorogato di altri cinque anni da Benedetto XVI, tanto devota e profonda era la loro obbedienza ai comandi del Romano Pontefice e della Santa Chiesa.

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Veniamo all’ultima Pasqua, quella di quest’anno, per dimostrare alla bugiardissima articolista — che certe cose le conosce bene —, quale realmente sia nei fatti l’obbedienza dei neocatecumenali, che dinanzi a critiche a loro rivolte, basate su fatti e prove, osano persino reagire slinguazzando in pubblico il Romano Pontefice. Ebbene: cosa è accaduto in giro per l’Italia, in tutte quelle diocesi nelle quali i vescovi hanno proibito ai Neocatecumenali di fare la “loro” veglia pasquale separati dalle comunità dei fedeli? Questo è accaduto: si sono presi in affitto saloni nei vari alberghi, hanno noleggiato un compiacente prete uscito dalla multinazionale eretica dei Seminari Redemptoris Mater, ed in totale disobbedienza e sfregio alle disposizioni date, si sono celebrati altrove la “loro” veglia pasquale. Se però adesso l’articolista si azzarderà a negare il tutto, partiremo con la pubblicazione dei filmati, sempre ribadendo che io parlo e scrivo solo sulla base di fatti e prove: da una parte abbiamo infatti il divieto scritto dato dal vescovo diocesano, dall’altra i filmati che immortalano gli obbedienti neocatecumenali che celebrano la veglia pasquale nel salone di un albergo. Quindi, chi è che disubbidisce e che si pone al di fuori dalla comunione della Chiesa? Perché l’uscita dalla comunione, nasce proprio dalla disubbidienza e si edifica sulla disubbidienza, vale a dire lo sport da sempre più praticato dai neocatecumenali, salvo poi aggredire un prete e un teologo che li smaschera in pubblico, tentando persino di difendersi in modo pedestre slinguazzando al tempo stesso il Romano Pontefice e affermando che sarei addirittura io, contro il Successore del Beato Apostolo Pietro. Ma che autentica genìa di mefistofelici sfacciati senza alcun pudore e senza alcun rispetto per la verità!

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Può l’articolista mandata all’attacco come dolce «donna e mamma in cammino», negare tutti questi fatti e soprattutto tutti gli atti della Santa Sede da me richiamati con chirurgica precisione nelle 315 pagine del mio libro? Può forse negare che tutt’oggi, con rara e indomita arroganza, i neocatecumenali proseguono a perpetrare gravi abusi liturgici di ogni genere? Non lo dico io, lo dimostrano numerosi filmati girati in tempi recenti nelle loro comunità di tutto il mondo. Non solo: ad alcuni di questi eclatanti abusi liturgici partecipa anche il falso profeta e cattivo maestro Kiko Argüello, che tiene l’omelia impugnando la croce astile come fosse il pastorale di un vescovo. Ci dica l’articolista: sono forse filmati falsi creati su un set di riprese da una cordata di satanici odiatori del più gran dono fatto alla Chiesa dallo Spirito Santo, il Cammino Neocatecumenale? Colui che dopo la proclamazione del Santo Vangelo tiene l’omelia, è Kiko Argüello, o una sua controfigura assoldata dagli odiatori del Cammino Noecatecumenale? L’assemblea di persone che ricevono la Santa Comunione seduti, passandosi di mano in mano i copponi di vino, chi sono? Sono neocatecumenali, oppure delle comparse pagate per il set di riprese messo in piedi dagli odiatori per fare riprese e mettere in giro filmati falsi, quindi altamente diffamanti verso questa congrega di autentici modelli di devota obbedienza alla Chiesa e alle ripetute disposizioni dalla stessa a loro date?

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Prima di scrivere il mio libro ho ascoltato per settimane, per ore e ore, catechesi registrate e tenute da numerosi mega-catechisti nelle quali è contenuto e trasmesso l’ereticale sacro verbo kikiano. Qualsiasi teologo al quale fossero sottoposte quelle numerose e lunghe registrazioni, a partire dalla Congregazione per la dottrina della fede, a fine ascolto potrebbe solo rispondere come risposi io: così tante eresie tutte assieme, non le avevo mai sentite in vita mia! Ci dica l’articolista: sono forse registrazioni false create sempre da qualche cordata di satanici odiatori del più gran dono fatto alla Chiesa dallo Spirito Santo, il Cammino Neocatecumenale? Se però sono autentiche, tutte le eresie che in questi documenti sono contenute e trasmesse ai poveri settaristi, vanno forse prese come autentiche verità di fede in virtù di un riconoscimento amministrativo a loro concesso dal Pontificio consiglio per i laici, con la conseguenza che chiunque vi si oppone è ipso facto fuori dalla comunione della Chiesa, come sproloquia questa «donna e mamma in cammino» vergando l’incipit del suo delirante articolo?

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Agli inizi degli anni Novanta, quell’uomo di Dio del passionista Enrico Zoffoli scriveva:

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«I neocatecumenali sono indotti ad alterare e falsare la realtà ed a mentire, sino a divenire autentici esperti e specialisti nella menzogna».

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Ho sempre condivisa questa analisi che contiene una delle principali essenze di quel venefico cancro intra-ecclesiale che è il Cammino Neocatecumenale: una setta di matrice ebraico-calvinista insidiatasi dentro la Chiesa.

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Essere contro questa setta palesemente ereticale, specie per noi pastori in cura d’anime e teologi, ai quali Cristo Dio ha affidata la cura e la custodia del suo gregge, non implica affatto essere fuori dalla comunione della Chiesa, come sproloquia l’esaltata Sabrina dopo avere fatta una colazione davvero indigesta da Tiffany. Vuol dire difendere la Chiesa dalle metastasi diffuse: le metastasi dell’eresia messe in circolo da due autodidatti praticoni, che si sono sempre comportati come due arroganti apprendisti stregoni, mentendo e insegnando a mentire a difesa suprema della psico-setta che disprezza quella ratio senza la quale non si può giungere alla fides [cf. Giovanni Paolo II, Enciclica Fides et Ratio] ma, bene che vada, solo al peggiore fideismo ereticalkikiano.

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dall’Isola di Patmos, 15 ottobre 2019

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Il libro La Setta Neocatecumenale è in vendita presso il negozio librario QUI

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«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» [Gv 8,32],
ma portare, diffondere e difendere la verità non solo ha dei
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«Delle cinque piaghe della Chiesa»: dai testi profetici di Antonio Rosmini sino alla «Chiesa in uscita», spopolata sempre di più da una emorragia di fedeli in … uscita dalla Chiesa

— dalla cella del Monaco Eremita —

«DELLE CINQUE PIAGHE DELLA CHIESA»: DAI TESTI PROFETICI DI ANTONIO ROSMINI SINO ALLA «CHIESA IN USCITA», SPOPOLATA SEMPRE DI PIÙ DA UNA EMORRAGIA DI FEDELI IN … USCITA DALLA CHIESA

Con Giovanni Paolo II tutti a dire: “Nuova evangelizzazione”, sotto Benedetto XVI erano in voga i “progetti culturali”, con Francesco I, tutti a cantare in coro “Chiesa in uscita”. Nella pratica tutto prosegue immutato, salvo qualche ammennicolo di apparenza. Forse però l’ultimo motto è il più veritiero e profetico, magari invertendo però i termini: in uscita dalla Chiesa …

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Autore
Il Monaco Eremita

   

[chi è il Monaco eremita, vedere QUI]

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PDF  articolo formato stampa

 

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ritratto del Beato Antonio Rosmini [Rovereto 1797 – Stresa 1855]

Uno dei testi più citati del Beato Antonio Rosmini [1797-1855], anche se non si sa poi quanto davvero letto, è certamente il famoso Delle cinque piaghe della Santa Chiesa che reca come significativo sottotitolo Trattato dedicato al clero cattolico, scritto tra il 1832 e il 1833 e pubblicato solo nel 1848.

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Il Roveretano si era ispirato nell’identificare le piaghe che colpivano la Chiesa ― non nei contenuti ma nella similitudine ― al discorso di apertura del I Concilio di Lione (1245) tenuto da Papa Innocenzo IV; il pontefice esprimeva ciò che egli definiva «il dolore del Papa», che consisteva in cinque piaghe che affliggevano il corpo di Cristo che è la Chiesa. Queste piaghe erano così individuate:

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la corruzione della fede e dei costumi;

il mancato recupero della Terra santa;

lo scisma della chiesa orientale;

il pericolo dei Tartari;

il contrasto con l’imperatore Federico II.

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Questo è il breve antefatto che prepara la riflessione di Rosmini che segnala quelle che ritiene le nuove piaghe della Chiesa:

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la divisione del popolo dal clero nel pubblico culto;

la insufficiente educazione del clero;

la disunione dei vescovi;

la nomina de’ vescovi abbandonata al potere laicale;

la servitù dei beni ecclesiastici.

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Se al tempo di Rosmini occorreva certamente un grande coraggio per proporre una riforma della Chiesa, oggi servirebbe un notevole spirito di profezia per tentare di realizzare una vera riforma ― in senso etimologico: riportare alla forma propria ― della Chiesa. Sicché viene un po’ da sorridere notando che un testo come Le Cinque Piaghe rosminiane, sia stato doppiamente neutralizzato dagli apparati ecclesiastici: prima mettendolo all’Indice e in seguito esaltandolo, nonostante che, in realtà, si sia realizzata che una piccola parte del programma di riforma del filosofo Roveretano; si cita con frequenza la prima piaga, cioè la divisione del popolo dal clero nel pubblico culto, per esaltare l’introduzione delle lingue nazionali nella riforma liturgica promulgata da Paolo VI, senza però sottolineare il maggiore clerico-centrismo che si è prodotto negli ultimi decenni e soprattutto senza entrare nel merito delle altre piaghe, ben più difficili da curarsi.

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Come Rosmini anch’io «posi mano a scrivere […] a sfogo dell’animo mio addolorato». Se già il Roveretano si chiedeva se avesse il diritto di scrivere le sue riflessioni sui mali della Chiesa, tanto più devo chiedermelo io, che sono un Sacerdote dedito alla vita eremitica, decisamente meno incamminato sulla via della santità, per quanto alla ricerca della santità attraverso la preghiera e lo studio nel totale ritiro dal mondo. Ma se egli trovava infine risposta positiva, tanto più oggi, dopo le dichiarazioni e lo spirito del Concilio Vaticano II, il dialogo, il confronto, il pluralismo tanto invocati, mi sento autorizzato a mettere per iscritto i miei pensieri. Potremmo così aggiornare le piaghe rosminiane, applicate all’attuale situazione, per lo meno a quella in Italia:

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la scomparsa del popolo dal pubblico culto;

la insufficienza del clero e la sua scarsa preparazione;

il neoclericalismo;

la confusione dei vescovi;

la servitù delle strutture ecclesiastiche.

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LA SCOMPARSA DEL POPOLO DAL PUBBLICO CULTO E LA RAREFAZIONE DEL PUBBLICO CULTO

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La chiesa di San Lamberto a Immerath, in Nord Westfalia, demolita per allargare una miniera di carbone [servizio e video, QUI]

La riflessione si articola attorno a due punti: il vistoso calo della frequenza alle sacre celebrazioni liturgiche e la contrazione numerica delle celebrazioni stesse. La promessa di una primavera nella Chiesa a seguito del Concilio Vaticano II attende ancora segnali di avvicinamento. Il vero e proprio crollo numerico dei partecipanti alla Messa festiva è più che evidente: si è passati da percentuali del 70-80% negli anni ’50 ad un attuale 10-12%, per la maggioranza anziani, perché le quote di partecipazione giovanili si riducono a un 2-3%. Numeri in verità abbondanti, in quanto in certe regioni si è ampiamente al di sotto di tali cifre. Naturalmente si sono sprecate le considerazioni sul fatto che coloro che partecipano adesso sono più «consapevoli», hanno una «fede più adulta», «non obbediscono solamente a un precetto» e via di questo passo, ma ― a parte il fatto che non so quanto di ciò sia vero ― il dato numerico resta fortemente preoccupante. O per lo meno dovrebbe essere preoccupante, perché in realtà tra i mille e mille sovrabbondati documenti e pleonastici interventi ecclesiastici  — a tutti i livelli — ciò non sembra attirare molto l’attenzione. Siamo infatti dinanzi a una emorragia costante, senza che nessun pastore ― o ben pochi ―, abbiamo per lo meno alzato la voce della preghiera e del salutare richiamo.

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«La liturgia è passata al popolo» intitolava qualche tempo fa un giornale cattolico, «ma non ha trovato più nessuno», verrebbe da aggiungere. Il popolo sembra apparire solamente in taluni eventi di massa ― dai dubbi effetti evangelizzanti, se non forse per una certa positiva carica psicologica che ne può derivare ― o in certi santuari ove ancora accorrono delle folle, ma anche qui si registrano cali. Per il resto, il popolo, è veramente ridotto a pochi e sparsi brandelli, che devono coinvolgere territori sempre più ampi per poter arrivare a numeri significativi, ma percentualmente quasi nulli.

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In seguito a ciò sono vistosamente calate non solo il numero delle celebrazioni, ma anche la varietà delle celebrazioni. Praticamente sono quasi scomparse tutte le funzioni che non siano la Santa Messa; la Liturgia delle Ore pressoché scomparsa, così come quasi ogni altra forma di preghiera pubblica; persino altri Sacramenti hanno bisogno della stampella della Santa Messa per stare in piedi? Le chiese, oltre che costantemente più vuote sono ormai, in numero sempre maggiore, anche più chiuse. Nei prossimi anni si aprirà lo spinoso problema della gestione o delle nuove destinazioni di migliaia di edifici di culto non più usati e non più sostenibili dai pochi fedeli rimasti.

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L’INSUFFICIENZA DEL CLERO E LA SUA SCARSA PREPARAZIONE.

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La chiesa di San Lamberto a Immerath, in Nord Westfalia, demolita per allargare una miniera di carbone

Sulla quantità dei preti le statistiche sono impietose, sempre riferendomi alla situazione italiana. Se non si registreranno inversioni di tendenza nel giro di pochi anni, i numeri non consentiranno più di mantenere l’attuale impostazione della strutturazione ecclesiale. I preti diventano sempre più vecchi. L’età media dei sacerdoti diocesani in Italia supera ormai i 60 anni. Il 40% di chi abbandona la vita parrocchiale per quiescenza, per malattia o per morte non viene rimpiazzato; in certe regioni si arriva a percentuali ancora più drammatiche. La situazione dei preti religiosi è ancora peggiore di quella dei diocesani; si chiudono conventi, case religiose, centri di spiritualità e via dicendo. Insomma: una desertificazione progressiva. Finora non si sono escogitati tentativi convincenti di soluzione, o almeno tentativi di soluzione; al di là delle esortazioni e degli auspici, di fatto non si è realizzato altro che una suddivisione aritmetica del maggior carico di lavoro: se un prete aveva una parrocchia, ora ne avrà due o tre o quattro, o ancor di più, ma senza una vera riforma strutturale che possa rendere sostenibile un tale onere; sostanzialmente spremendo maggiormente un clero già invecchiato e fortemente demotivato.

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La preparazione del clero si rivela del resto poco persuasiva. Si è assistito a un progressivo prolungarsi degli anni di formazione, siamo ormai a 7 anni dopo il diploma di maturità. Senza tuttavia arrivare ad un modello convincente di percorso formativo. Inoltre ― cosa grave ― la preparazione ricevuta nel periodo del seminario si discosta quasi del tutto da ciò che sarà richiesto concretamente dopo la Sacra Ordinazione. Si assiste ad uno iato veramente terribile tra le infinite dichiarazioni ufficiali di Papi, Vescovi, Commissioni varie … e le modalità di esercizio del ministero che la Chiesa stessa impone nel concreto.

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Nei documenti e nelle pie esortazioni vorrebbe il prete Pastore, nel concreto molto frequentemente costituisce il prete Gestore. E se si osa discostarsi dal modello gestionale ― cui peraltro la maggioranza dei preti si è adeguata benissimo ― si è finiti o emarginati. Cosa quest’ultima che affermo per conoscenza molto diretta, perché alla vita eremitica sono giunto dopo avere esercitato per anni, ed in più di una parrocchia, il ministero di parroco. Così, mentre si continua a discutere in modo ideologico di una Chiesa povera, si prosegue nell’ampliamento di strutture assolutamente autoreferenziali, che non solo non avvicinano nessuno al Vangelo o alla vita di fede, ma spesso sono occasione di contro-testimonianza. Il tempo, le energie, le attenzioni di un parroco oggi sono per forza di cose ― pensa essere sommersi dalle critiche e dal malcontento della solita “corte di gente corta” che circonda i preti ― rivolte per il 70-80% a cose di amministrazione, gestione, animazione, organizzazione. Così dopo anni di preparazione al sacerdozio e di studi filosofico-teologici, ci si accorge che funzionerebbe meglio un corso semestrale di animatore da Club Méditerranée. Perché un presbitero è formato per almeno 6-7 anni in filosofia, teologia, biblica, patristica, etc. e poi deve passare a fare ciò per cui non è assolutamente preparato e forse nemmeno chiamato?

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IL NEOCLERICALISMO

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La chiesa di San Lamberto a Immerath, in Nord Westfalia, demolita per allargare una miniera di carbone

Il clericalismo classico sembrava ormai decisamente superato dalle cosiddette aperture portate dal Concilio Vaticano II. In realtà si è assistito ad un prepotente ritorno del clericalismo, sotto mutate vesti. Spesso la parola Concilio è usata come un magico passpartout, tradendone però le vere indicazioni. Oppure si è risolto il Concilio semplicemente sostituendo una casula alla pianeta, ma mantenendo un terribile clericalismo e autoritarismo di fondo: un neo-ecclesiasticismo che ha sostituito le camice colorate alla talare, le parolacce alle parole devozionali, ma che ha mantenuto, se non rafforzato, un’arroganza clericale di fondo. Un autoritarismo che ha sostituito l’obbedienza ai canoni ecclesiastici con il conformarsi ai gusti di chi detiene il potere nella Chiesa. L’antico e saggio aforisma agostiniano «in necessariis unitas, in dubiis libertas, in omnibus charitas» [unità nelle cose necessaria, libertà nelle cose dubbie, carità in tutto] sembra si sia trasformato in un “in necessariis silentium, in dubiis uniformitas, in omnibus neglegentia” [silenzio sulle cose fondamentali, uniformità su ciò che  è facoltativo, trascuratezza in ogni cosa].

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Un neo-clericalismo che ha generato, come logica conseguenza, un linguaggio neo-ecclesiastico, che nella pretesa di essere nuovo, si nutre di slogan ormai sorpassati. Naturalmente, tra questi neo-clericali, sono presenti molti Christi fideles laici, che hanno assai bene appreso e ancor meglio praticano una arroganza clericalissima.

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LO STATO CONFUSIONALE DEI VESCOVI

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La chiesa di San Lamberto a Immerath, in Nord Westfalia, demolita per allargare una miniera di carbone

In tal situazione i vescovi cercano di barcamenarsi come possono. Difficilmente sanno presentare una linea coerente di scelte e di azioni pastorali, ma ondeggiano qua e là cercando di tenere insieme i pezzi, sempre più messi male, delle loro diocesi. Solitamente ripetono gli slogan lanciati dal Papa regnante, senza che peraltro nulla muti nelle effettive scelte e condotte. Con Giovanni Paolo II tutti a dire: “Nuova evangelizzazione”, sotto Benedetto XVI erano in voga i “progetti culturali”, con Francesco I, tutti a cantare in coro “Chiesa in uscita”. Nella pratica tutto prosegue immutato, salvo qualche ammennicolo di apparenza. Forse però l’ultimo motto è il più veritiero e profetico, magari invertendo però i termini è quello di: in uscita dalla Chiesa …

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La confusione raggiunge livelli massimi quando si tratti delle verità di fede: si può tranquillamente mettere in discussione o negare apertamente l’ispirazione delle Scritture, la divina maternità di Maria, la presenza reale di Cristo nell’Eucaristia o l’esistenza degli Angeli, ma non provate a mettere in dubbio una qualsiasi “scelta pastorale”.

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Quasi nessuna voce di Pastore sembra levarsi nell’attuale, desolante, panorama italiano, se non per ripetere timidamente gli slogan di turno. Mi può anche piacere l’immagine della Chiesa come “ospedale da campo”, ma se in questo ospedale non ci trovo medici e infermieri che mi curino e guariscano, che ci vado a fare?

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LA SERVITÙ DEI BENI ECCLESIASTICI

il tabernacolo della Sacra Riserva Eucaristica della chiesa di San Lamberto a Immerath, in Nord Westfalia, svuotato del Santissimo Sacramento prima della sconsacrazione e della demolizione del sacro edificio di culto

In Italia, il sovradimensionamento di molte strutture della Chiesa, risulta evidente; il lavoro di numerosi preti sembra esser assorbito per la maggior parte nella gestione e nel mantenimento di tali strutture, che sembrano in realtà viaggiare in direzioni sempre più lontane dagli scopi per cui furono costruite. Non solo le strutture sottraggono forze alla vera azione della Chiesa o addirittura contribuiscono a dare una immagine non corretta della stessa, ma danno luogo a non poche occasioni di veri e propri malaffari, con i vari don Dollaro o Monsignor Euro disseminati nella penisola. Costoro sono spesso gli stessi che si sono molto velocemente e “con spirito profetico” liberati da tutta la ricchezza e la bellezza del culto, ma non certo dalla ricchezza dei loro portafogli. Ecco allora liturgie sciatte e depauperate ― come se usare un calice del Settecento o un paramento ottocentesco comportasse una spesa ― e vite ricche nelle quali non mancano cellulari e apparati digitali di ultima generazione, automobili, vacanze costose, ecc..

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I beni ecclesiastici devono servire per il culto di Dio e il servizio ai poveri; non per liturgie appiattite e slogan demagogici sulla povertà.

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In verità le piaghe potrebbero esser ben di più, ma ci limitiamo alle cinque classiche: sono più che sufficienti per la nostra riflessione e la nostra preghiera. Con un ultimo stimolo provocatorio: che le 5 piaghe di Innocenzo IV possano avere ancora una certa attualità?

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Dalla cella del monaco eremita, 9 ottobre 2019

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Anticipiamo ai Lettori che tra la metà e la fine di ottobre andranno in pubblicazione le seguenti opere:

GESÙ CRISTO FONDAMENTO DEL MONDO, di Giovanni Cavalcoli, O.P.

ARIANESIMO, UNA ERESIA ANTICA SEMPRE PRESENTE, di Leonardo Grazzi

Visitate il nostro negozio e sosteneteci acquistando e diffondendo i nostri libri.  

 

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il presbitero scomunicato Alessandro Minutella sta avvelenando le membra più semplici e quindi vulnerabili del Popolo di Dio. I Padri de L’Isola di Patmos chiedono all’Arcivescovo di Palermo di voler procedere a suo carico applicando le ulteriori pene canoniche previste dal caso

— attualità ecclesiale —

IL PRESBITERO SCOMUNICATO ALESSANDRO MINUTELLA STA AVVELENANDO LE MEMBRA PIÙ SEMPLICI E QUINDI VULNERABILI DEL POPOLO DI DIO. I PADRI DE L’ISOLA DI PATMOS CHIEDONO ALL’ARCIVESCOVO DI PALERMO DI VOLER PROCEDERE A SUO CARICO APPLICANDO LE ULTERIORI PENE CANONICHE PREVISTE DAL CASO

[…] per questo noi affermiamo in scienza e coscienza, basandoci sul rigore delle prove dei fatti, che questo Presbitero, pur dichiarandosi titolare di due dottorati, depositario di locuzioni interiori da parte della Beata Vergine Maria e apprezzato da varie figure di santi uomini e donne di Dio che non a caso sono tutti quanti e di rigore morti, pertanto non possono ad alcun titolo replicare, non diffonde la Santa Fede Cattolica, ma è la quintessenza del peggiore fideismo: il fideismo fanatico e fanatizzante.

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Autore
I Padri de L’Isola di Patmos

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PDF  articolo formato stampa

 

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Eccellenza Reverendissima

Mons. CORRADO LOREFICE

Arcivescovo Metropolita di Palermo

Primate di Sicilia

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Venerabile Vescovo,

invochiamo su di Lei grazia, misericordia e pace da Dio Padre e da Cristo Gesù Signore nostro!

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più volte abbiamo sollevato in passato sulle colonne della nostra rivista il penoso caso del Reverendo Presbitero Alessandro Minutella, al quale l’Autorità Ecclesiastica ha infine comminata la scomunica canonica. Provvedimento legittimo e meritato da parte dello scomunicato, perché ad esso inflitto anzitutto per la tutela del Popolo di Dio [vedere QUI].

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Come sacerdoti e teologi siamo basiti dalle dichiarazioni dottrinalmente deliranti di questo Confratello, che oltre a manifestare una psicologia aggressiva e fanatica, istiga alla fanatizzazione i fedeli oggi comprensibilmente smarriti dinanzi a una crisi ecclesiale ed ecclesiastica senza precedenti storici; crisi che in modo molto complesso si colloca nell’articolato contesto del declino della società occidentale.

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Usando lo strumento della nostra rivista, da tempo cerchiamo di spiegare ai Christi fideles che oggi è cominciata per tutti noi la più grande e difficile tra le prove: la grande prova della fede. È una prova che siamo chiamati a vivere con sofferenza in una società sempre più secolarizzata e scristianizzata, all’interno di una Chiesa visibile dalla quale di giorno in giorno emergono gravi e umilianti problemi di natura morale, dottrinale e patrimoniale.

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Il Reverendo Alessandro Minutella è un narcisista compulsivo-aggressivo che facendo leva sullo smarrimento e sui malumori diffusi tra i fedeli, induce a negare non solo l’autorità apostolica del Pontefice regnante, ma la validità delle Sante Eucaristie da noi tutti celebrate in comunione col Romano Pontefice e col Vescovo della Chiesa locale. Ora, far dipendere la validità della Santissima Eucaristia dalla figura del Romano Pontefice, è una tale aberrazione teologica dinanzi alla quale inorridirebbero dal primo all’ultimo tutti i Santi Padri e dottori della Chiesa che costituiscono i pilastri della dottrina e della traditio catholica [le spiegazioni della catechista, vedere, QUI]. L’Uso a dir poco improprio che il Reverendo Alessandro Minutella fa del Santo Dottore della Chiesa Tommaso d’Aquino, per supportare in modo delirante queste sue asserzioni, rivela in modo eclatante la sua carente formazione teologica, nello specifico per quanto riguarda la dogmatica sacramentaria e la disciplina dei Sacramenti. Per seguire con la figura della Beata Vergine Maria. Infatti, presentare l’immagine di una Mater Dei che istigherebbe la ribellione all’Autorità Apostolica, come dimostrano ore e ore di video da lui diffusi, è cosa decisamente blasfema, tale da rendere ogni sua Ave Maria una vera e propria bestemmia, se è con questa convinzione e soprattutto con simili attribuzioni deliranti alla Beata Vergine che egli recita il Santo Rosario.

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Il Reverendo Alessandro Minutella costituisce da sempre per noi motivo di arduo lavoro. Numerose famiglie preoccupate ci hanno pregati di intervenire per spiegare ai loro familiari gli errori di questo Presbitero scomunicato, quindi gli errori verso i quali egli spinge i fedeli, sino a ricevere più richieste di questo genere:

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«Per favore, dateci un aiuto, perché alcuni nostri familiari non vanno più alla Santa Messa la domenica, affermando che le Eucaristie celebrate in comunione con “il nostro Papa Francesco” non sono valide, perché chi partecipa a quelle celebrazioni “si ciba del Demonio”, dato che “in quelle Messe non c’è l’azione di grazia dello Spirito Santo”, pertanto “sono celebrazioni sataniche”. Lo dice anche San Tommaso d’Aquino: “Chi prega con gli eretici pecca”. Di conseguenza, questi nostri familiari, la domenica si collegano alla televisione online di questo Presbitero e seguono la Messa in video».

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Il Reverendo Alessandro Minutella, che a ogni occasione propizia ricorda di avere conseguito due dottorati teologici ― come se essi fossero garanzia sicura di scienza e sapienza infusa dallo Spirito Santo ―, non ha mai accettato confronti pubblici con i teologi. Da anni aggredisce a distanza, principalmente attraverso i suoi video, ma sempre fuggendo a ogni pubblico dibattito. A questo si aggiunga la sua comprovata disonestà intellettuale: ogni volta che qualche Sacerdote e teologo lo ha contraddetto in seguito a sue ripetute aggressioni diffuse per internet con video logorroici, egli ha quasi sempre ribattuto irridendo l’interlocutore, manipolando qualche sua frase estrapolata dal contesto e sorvolando del tutto sulle smentite ed i rimproveri precisi a lui rivolti, basati di rigore sulle scienze teologiche o sul diritto canonico.

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Lungi quindi dal disputare con i teologi, egli si rivolge con spirito affabulatore ai semplici, alle persone di indubbia fede, ma con grosse lacune sul Catechismo della Chiesa Cattolica. A questo vasto pubblico di persone egli, come un vero e proprio imbonitore, presenta figure di Santi e di Sante particolarmente venerati dalla gran massa dei fedeli, puntando con evidente malizia su quelli che in gergo ecclesiastico sono da sempre chiamati “i Santi da candela”. Per questo noi affermiamo in scienza e coscienza, basandoci sul rigore delle prove dei fatti, che questo Presbitero, pur dichiarandosi titolare di due dottorati, depositario di locuzioni interiori da parte della Beata Vergine Maria e apprezzato da varie figure di santi uomini e donne di Dio che non a caso sono tutti quanti e di rigore morti e che per tanto non possono ad alcun titolo replicare, non diffonde la Santa Fede Cattolica, ma è la quintessenza del peggiore fideismo: il fideismo fanatico e fanatizzante.

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Numerosi sono i suoi video dedicati a San Pio da Pietrelcina, di cui ha scempiata la figura e falsata la storia. Nel fare questo ha fatto continui paralleli tra la vita e le vicende del Santo Cappuccino e le sue personali, presentandosi sempre nella propria veste di vittima, sempre come provano ore e ore di registrazioni.

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A tal proposito ricordiamo che questo famoso e venerato Santo ebbe a che fare nella sua età giovanile con un vescovo diocesano al quale mancava soltanto di mangiare il fuoco, essendo persona appesantita da problemi molto gravi sul piano morale, patrimoniale e dottrinale. Padre Pio da Pietrelcina, la cui vita fu mutata per causa di questo vescovo indegno e immorale in un autentico inferno, non mise mai in discussione la sua autorità apostolica. La domanda che quindi dovrebbero porsi tutti i semplici obnubilati dalle affabulazioni del Reverendo Alessandro Minutella è questa: ma costui, quale Padre Pio intende smerciare sulla piazza del suo mercatino di “santi da candela”?

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Siamo tornati sul triste tema del Reverendo Alessandro Minutella perché molto colpiti dalle immagini che lo stesso ha trasmesso in diretta nel corso di questi giorni dal Santuario della Beata Vergine Maria di Lourdes, dove è stato accompagnato da due giovani che fanno parte del mondo che egli si è creato presso la Piccola Nazareth da lui stesso fondata ed eretta nei pressi di Palermo. Entrambi i giovani al seguito del Reverendo Alessandro Minutella vestono la talare romana, che come risaputo è indossata dai membri del clero secolare o dai seminaristi che ― secondo le disposizioni dei vescovi diocesani ― hanno ricevuto la candidatura agli ordini sacri ed i ministeri del lettorato e dell’accolitato.

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Il Reverendo Alessandro Minutella non ha alcun diritto di far vestire l’abito del clero secolare a due giovani laici che non hanno intrapreso alcun cammino formativo verso il sacerdozio ministeriale, che non sono sotto la giurisdizione di alcun vescovo e che, essendo dotati di tutte le facoltà intellettive, seguendo questo scomunicato eretico e scismatico sono a loro volta scomunicati latae sententiae. Si tratta infatti di immagini che offendono quel che resta della fin troppo compromessa dignità del nostro clero secolare, anche se ben altro è il problema di fondo affatto costituito da una veste, indossata a volte da taluni in modo farsesco durante le feste del carnevale. Questo presbitero palesemente squilibrato sotto ogni profilo dottrinale ed ecclesiale, si è cimentato anche nell’evidente avvelenamento delle menti dei giovani che in tutta libertà si sono messi al suo seguito. Uno dei quali in particolare, dotato di una certa intelligenza e capacità dialettiche, diffonde anch’esso come un perfetto emulo minutelliano video-catechesi dove si accusa di eresia e apostasia il clero della Chiesa intera, la illegittima elezione del Pontefice regnante la invalidità delle Eucaristie da noi tutti celebrate.

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A tal proposito richiamiamo quello che è il significato dell’abito ecclesiastico, il cui nome veste talare deriva dal latino talus, a sua volta derivante dall’antico abito della casta sacerdotale ebraica i cui membri indossavano delle vesti che li coprivano sino al tallone. Ogni parte dell’abito ha un suo preciso significato, con le varie piccole differenze di taglio tra la talare romana, la talare ambrosiana o quelle adottate in altre regioni o Paesi del mondo, ma sempre caratterizzate dallo stesso significato. Prendiamo per esempio la fascia che di prassi dovrebbe sempre cingere la talare romana e ambrosiana in vita, il cui significato è duplice, come due sono i pezzi di stoffa che dalla vita pendono lungo la gamba sinistra: la continenza e l’obbedienza al vescovo. Sorvoliamo sulla continenza, sulla quale a nessuno è dato sapere, mentre invece, per quanto riguarda l’obbedienza al vescovo, i due giovani mascherati da chierici dal Reverendo Alessandro Minutella, di quale autorità apostolica sono sudditi assoggettati? Ecco quindi svilito con una carnevalata minutelliana non tanto l’abito ecclesiastico, che di per sé è un pezzo di stoffa, ma ciò che l’abito ecclesiastico significa.

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Mentre il Reverendo Alessandro Minutella trasmetteva video e foto dal Santuario di Lourdes, a noi giungevano numerose email da tutta Italia, nelle quali ci veniva chiesto se questo Sacerdote aveva aperto anche un seminario. Messaggi numerosi che abbiamo conservato, casomai l’Arcivescovo Metropolita di Palermo li volesse visionare per toccare ulteriormente con mano la portata della cosa.

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Considerati i gravi danni che il Reverendo Alessandro Minutella sta recando al Popolo di Dio, in modo particolare ai fedeli più ingenui e semplici; considerata la evidente manipolazione perpetrata su dei giovani immessi da questo scomunicato eretico e scismatico in uno stato ecclesiastico che ad essi non appartiene, esercitando da parte nostra il riconosciuto diritto di petizione che la Santa Chiesa concede a ogni fedele, a partire da noi Sacerdoti, supplichiamo l’Eccellenza Vostra Reverendissima di non soprassedere sul tutto, ed invocando l’esercizio della Sua autorità apostolica a beneficio della tutela della salus animarum dei Christi fideles, Le domandiamo di voler procedere quanto prima a suo carico applicando le ulteriori leggi canoniche previste dal caso.

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Da parte nostra non cesseremo mai di pregare per la conversione e per la salvezza dell’anima di questo Confratello, consapevoli che sebbene scomunicato, o se anche fosse dimesso dallo stato clericale per la sua irragionevole e determinata ostinazione, non cesserà mai di essere comunque un Sacerdote, per il Sacramento di grazia indelebile ed eterno che ha ricevuto. Certo, dell’uso e dell’abuso terribile che sta facendo al momento del Sacramento dell’Ordine Sacro, seguitando di questo passo rischia di dover rendere molto seriamente conto a Dio, che con tutti noi suoi ministri sarà particolarmente severo nel giorno del divino giudizio.

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dall’Isola di Patmos, 5 ottobre 2019

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IN APPENDICE: CONSIGLI STRADALI

In automobile si indossa la cintura di sicurezza, che è obbligatoria, dando in tal modo anche il buon esempio. Diversamente, in caso di incidente, la Supplica alla Beata Vergine Maria del Rosario si rischia di seguitare a recitarla nel Purgatorio per i successivi mille anni … 

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È in vendita il nostro nuovo libro, potete visionarlo presso il negozio librario QUI

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“O famo strano”. Il voto a 16 anni? No, andrebbe spostato a 40 e ad alcuni andrebbe tolto. La Santa Sede nomina l’ex Procuratore della Repubblica di Roma presidente del Tribunale dello Stato del Vaticano? Già … e tra poco la Repubblica Italiana nominerà presidente della Corte Costituzionale un magistrato della Bolivia

— il cogitatorio di Ipazia —

‘O FAMO STRANO. IL VOTO A 16 ANNI? NO, ANDREBBE SPOSTATO A 40 E AD ALCUNI ANDREBBE TOLTO. LA SANTA SEDE NOMINA L’EX PROCURATORE DELLA REPUBBLICA DI ROMA PRESIDENTE DEL TRIBUNALE DELLO STATO DEL VATICANO? GIÀ … E TRA POCO LA REPUBBLICA ITALIANA NOMINERÀ PRESIDENTE DELLA CORTE COSTITUZIONALE UN MAGISTRATO DELLA BOLIVIA

[…] Udito tutto il mio sfogo, annuisce con la testa e commenta l’inqisigatto Torque: «Ipazia mia, ecché te posso dì? A ‘sta g’gente, nun la potemo mica pija sur serio, ‘a potemo solo da pija perculo ».

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Autore
Ipazia gatta romana

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Per entrare nel negozio-librario cliccare sulla copertina

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