Quella domanda tanto antica e tanto fondamentale: «Chi è il mio prossimo?»

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

QUELLA DOMANDA TANTO ANTICA E TANTO FONDAMENTALE: «CHI È IL MIO PROSSIMO?»

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Il prossimo che ha bisogno della carità materiale oggi, non è solo il clochard o il migrante, ma anche i disoccupati, i disabili e gli anziani abbandonati da tutti. Hanno bisogno di carità materiale quei padri o madri che hanno subito un divorzio e ingiustamente sono lontani e impoveriti dalla presenza dei loro figli.

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P. durante la celebrazione delle sue prime Sante Messe

Cari fratelli e sorelle, 

questa XV domenica del tempo ordinario solleva un grande e fondamentale quesito: «Chi è il mio prossimo?» [Cf. testo delle Liturgia della Parola, QUI].

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Oggi viviamo nell’epoca in cui la scienza medica ha compiuto passi da gigante. Ci sono medici che con gli odierni ritrovati della clinica specialistica e delle nuove chirurgie e micro-chirurgie possono salvare vite umane in modo sino a ieri impensabili, quindi prendersi cura e garantire uno stile di vita dignitoso.

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Una bellissima figura di medico, è quella di Louis Pasteur; siamo sul finire dell’Ottocento. Egli, che dedicò la sua vita alla cura dei malati, ci ha lasciato molti pensieri profondi, trai quali mi è cara una frase in particolare:

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«Non ti domando chi sei, da dove vieni, a quale religione appartieni. Tu soffri, questo mi basta. Tu mi appartieni».

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Le letture di oggi ci introducono al tema del prendersi cura di qualcuno che Dio stesso ci ha inviato a curare e rialzare in un momento di grande sofferenza. Il Signore stesso ci dà questo incarico, come possiamo leggere nei testi vetero testamentari:

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«Questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica» [Cf. Dt: 30, 14].

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Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P. durante la celebrazione delle sue prime Sante Messe

La parola che Mosè riporta è la parola di Dio una parola che rende vicini noi e il Signore. Questa vicinanza indica che la parola di Dio, il messaggio di Gesù Cristo va conosciuto, amato e reso intimo. Per ciò qui si parla di una vicinanza nella bocca: cioè questa parola va testimoniata, annunciata con gioia a chi non la conosce. Subito dopo c’è una vicinanza del cuore è [dall’antico ebraico לֵבָב lebav]: nel linguaggio ebraico, il cuore indica la intima scelta concreta di Dio: dunque un passaggio dalla testimonianza all’azione. In particolare l’azione del credente è proprio quella della misericordia spirituale e materiale, il prendersi cura di chi è bisognoso in modo materiale e soprattutto spirituale. 

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Questa azione avviene in un luogo ben preciso: la Chiesa. Come spiega il bellissimo inno paolino: la Chiesa, cioè noi stessi, è la comunità dei credenti e al tempo stesso il corpo mistico di Cristo, il luogo cioè dove tutti credenti, diversificati secondo la loro vocazione, esprimono concretamente la loro testimonianza ed azione uniti a Gesù stesso [Cf. Col 1, 15. 18]. La Chiesa allora è il luogo dove agisce Gesù insieme a noi, e doniamo cura e misericordia in Lui.

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La parabola del buon samaritano infine spiega a chi, come Chiesa, dobbiamo rivolgerci. Per tanto, la domanda base di ogni cattolico è questa: «Chi è il mio prossimo?» [Lc 10, 30].

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Il prossimo che ha bisogno della carità materiale oggi, non è solo il clochard od il migrante, ma anche i disoccupati, i disabili e gli anziani abbandonati da tutti. Hanno bisogno di carità materiale quei padri o madri che hanno subito un divorzio e ingiustamente sono lontani e impoveriti dalla presenza dei loro figli.

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Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P. 

Soprattutto, l’allarme principale è per coloro che hanno bisogno della carità spirituale: gli atei, gli agnostici, tutti coloro che combattono la Chiesa in nome della cultura gender, della necro-cultura, o che favoriscono i peccati più gravi come l’aborto e l’eutanasia.

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Noi da samaritani, siamo chiamati a portarli all’albergo con le fasciature necessarie: cioè essere accanto a loro, nell’ascolto e nel dialogo, per accogliere le loro ferite esistenziali, mostrargli il volto del Dio vivente e vero, e donargli il regno di Dio, di fasciarli della Verità di Dio e donargli il vino per eccellenza, il Preziosissimo Sangue di Nostro Signore.

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Scriveva il poeta Kahlil Gibran: «Le anime più forti sono quelle temprate dalla sofferenza. I caratteri più solidi sono cosparsi di cicatrici».

Il Signore doni ad ognuno di noi il coraggio, la tenerezza e la forza del buon samaritano per accogliere le ferite e le cicatrici di tutti coloro che incontriamo, e donare la speranza dell’amore di Cristo.

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Così sia.

Roma, 13 luglio 2019

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Novità dalla Provincia Domenicana Romana: «La prudenza di…», di Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P. [testo, QUI].

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