Il Piccolo Principe e il Re dei re: Cristo e la parte migliore

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

IL PICCOLO PRINCIPE E IL RE DEI RE: CRISTO E LA PARTE MIGLIORE

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«Ecco il mio segreto. è molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi».

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Maria e Marta, icona bizantina

Cari fratelli e sorelle,  

la Liturgia della Parola di questa XVI domenica del tempo ordinario ci offre il racconto della visita di Gesù presso la casa di Maria e Marta [testo della Liturgia della Parola, QUI].

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Nella celebre favola di Antoine de Saint Exupèry, Il Piccolo Principe, c’è un bellissimo incontro fra il piccolo principe e la volpe. Nella loro chiacchierata, il principino e la volpe intrecciano pian piano un’amicizia profonda fra serio e faceto. Prima di salutarsi, la volpe dice un’ultima cosa al piccolo principe:

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«Ecco il mio segreto. è molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi».

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Questa storia è un aiuto per comprendere il bellissimo insegnamento di Gesù oggi: la preghiera e lo sguardo che essa ci dona. Uno sguardo d’amore e di verità su tutte le cose. Lo sguardo di Gesù sulle persone e gli eventi del mondo.

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Nella prima lettura di Genesi, Abramo incontra i tre uomini presso le Querce di Mamre:

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«Mio Signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passare oltre senza fermarti dal tuo servo» [Gn 18].

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Secondo gli esegeti e i padri della Chiesa, i tre uomini descritti in questo passo sono una anticipazione della rivelazione sulla Trinità. Abramo infatti si rivolge al Signore uno e trino. Rivolge una preghiera spontanea, commovente e al tempo stesso autentica. Chiede al Signore di fermarsi, di rimanere con Lui. Abramo offre una preghiera affettuosa; offre la sua casa e innanzitutto la sua anima affinché Dio vi dimori.

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Nel Vangelo di Luca troviamo una differenza fra l’atteggiamento di Marta e quello di Maria. Marta infatti non sbaglia nell’essere al servizio di Gesù, mentre rassetta, sistema, pulisce, insomma fa le cose di casa. Gesù infatti le rimprovera di agitarsi, affannarsi, tralasciando «quella che è la parte migliore».

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Ogni azione, anche il servizio di casa più nascosto e insospettabile può diventare un’offerta al Signore. Può diventare anche questa una preghiera, se appunto questo nostro servizio è attuato ponendo al centro Gesù: è Lui la parte migliore, senza il quale non possiamo fare nulla. Maria, che è lì davanti e ascolta, è colei che sembra aver capito meglio questo insegnamento. È infatti lì, silenziosa, ma non per questo in preda alla pigrizia. Maria è lì che prega in modo contemplativo: prega col cuore, sapendo che tutto l’essenziale è in quel rapporto invisibile, ma vero con Gesù.

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Il senso della preghiera è dunque una amicizia vera e profonda con il Signore. Una amicizia però appunto che non rimane semplicemente un rapporto individuale col Signore, ma si apre agli altri.

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Scrive infatti San Paolo nella seconda lettura:

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«Sono diventato ministro, secondo la missione affidatami da Dio verso di voi di portare […] il mistero nascosto, ma ora manifestato ai suoi santi» [Col 1,25].

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La preghiera spalanca le porte della missione, cioè di essere mandati agli altri per annunciare quello che abbiamo ricevuto nel nostro incontro col Signore; la preghiera si sviluppa in un’azione pratica con cui tutti manifestiamo quel mistero nascosto di Dio stesso. Lo manifestiamo con la nostra vita, le nostre opere di carità e, paradossalmente, manifestiamo il mistero della misericordia di Dio anche nel nostro essere peccatori pentiti.

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Tutti quanti perciò diventiamo ministri, non solo i chierici e i religiosi: tutti quanti diventiamo coloro che amministrano e donano, secondo le loro capacità, il dono di Dio al prossimo. È il dono più grande, l’unico invisibile agli occhi davvero essenziale al cuore di chi si sente fisicamente e spiritualmente isolato e abbandonato.

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Il Signore doni a noi tutti l’abbraccio accogliente ed orante di Gesù, per sentirci amati fino alla fine dei tempi.

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Così sia.

Roma, 21 luglio 2019

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