Parroci sull’orlo di una crisi di nervi: ci si può dimettere dal servizio a quel Popolo di Dio affetto da dura cervice già dai tempi dell’Antico Testamento?

— la Chiesa e la grave emergenza coronavirus —

PARROCI SULL’ORLO DI UNA CRISI DI NERVI: CI SI PUÒ DIMETTERE DAL SERVIZIO A QUEL POPOLO DI DIO AFFETTO DA DURA CERVICE GIÀ DAI TEMPI DELL’ANTICO TESTAMENTO? 

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Con quale infantile presunzione pretendiamo di risollevare la situazione in molte parrocchie che sono diventate oramai un incubo? Non certamente appaltandole al primo movimento ecclesiale che passa, con il risultato di elevare ipso facto, la parrocchia a prelatura personale di qualche super laico o di qualche veggente settarista con clan a seguito. Ecco che allora bisogna bandire quell’atteggiamento pelagiano anti-salvifico che insiste sulle cose, sulle strategie e sulle persone per riportare al centro la grazia divina che restituisce a Dio ciò che è suo.

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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dipinto di Giovanni Segantini intitolato “A Messa prima” del 1885 

Voglio commentare con voi la lettera di un confratello sacerdote ― apparsa domenica 29 sul blog del noto vaticanista Marco Tosatti [Vedere testo integrale, QUI] ― che mi è parsa utile per affrontare alcuni temi in materia di fede, dato che questo confratello comunica di aver preso la dolorosa decisione di rassegnare le dimissioni dall’ufficio di parroco. Un gesto del genere non è molto comune nell’ambito del clero: nessun sacerdote lascia di buon grado la parrocchia che gli è stata affidata dal vescovo diocesano se non per gravi e comprovati motivi. Per tale ragione, analizzando punto dopo punto la lettera, mi soffermerò su alcuni elementi che ritengo interessanti, cercando di chiarire e rispondere a quelle suggestioni che possono nascere nel cuore di un lettore credente, evitando la tentazione di cadere in facili giudizi ma nello stesso tempo senza nascondere una sana critica ai fatti così come sono stati presentati.

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«Ho rassegnato le mie dimissioni da parroco al mio Vescovo: non mi sento più in sintonia con un servizio che non ritengo rispettoso di quello che, come parroco, dovrei garantire: il cammino spirituale della comunità».

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Per quanto la cosa possa apparire strana a coloro che non conoscono le leggi della Chiesa, un parroco può lasciare il suo ufficio pastorale e riconsegnare la parrocchia nelle mani del vescovo diocesano a norma del canone 1740 del Codice di Diritto Canonico. Questo canone prevede che: «Quando il ministero pastorale di un parroco per qualche causa, anche senza sua colpa grave, risulti dannoso o almeno inefficace, quel parroco può essere rimosso dalla parrocchia da parte del Vescovo diocesano». Tra le possibili cause ― così come apprendiamo dalla lettera ― si possono annoverare anche quelle legate a una crisi di coscienza, che implicano anche il foro interno non sacramentale. Questo determina un problema non solo in ambito giuridico ma anche morale. Di fronte a una crisi di coscienza del sacerdote ci può essere il ragionevole dubbio di veder pregiudicato il corretto lavoro pastorale tanto da turbare la serenità dei fedeli.

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La rinuncia dall’incarico pastorale di parroco, però, non significa abdicare al mandato ricevuto da Cristo con la sacra ordinazione, si resta sempre sacerdoti a servizio della Chiesa, ricoprendo però altri uffici. L’accoglimento della rinuncia spetta al vescovo diocesano e, sebbene costituisca una scelta non facile per un pastore, è comunque sempre ordinata da buon senso e alla salvaguardia della salute spirituale dei fedeli e del sacerdote che viene rimosso.

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«Sono convinto che oggi, il richiamo a certi valori che ci vengono insegnati dal Vangelo, nella grande maggioranza dei casi sia ampiamente disatteso: spesso disatteso dai pastori stessi, che non trovano più la voglia, né tanto meno lo stimolo per cercare un metodo diverso di annuncio; disatteso dalla stragrande maggioranza della popolazione che, pur dichiarandosi cristiana, sembra essersi adattata ad una vita spesso priva di un qualsiasi impegno nella comunità e nella Chiesa; e disatteso anche dalla stessa Chiesa (preti, vescovi, operatori pastorali), perché nessuno sembra cercare qualche soluzione per ridare un volto nuovo a questo nostro stanco cristianesimo che ormai sembra l’ombra di quello voluto da Gesù Cristo: la gente crede in quello che vuole, non è più il Vangelo il centro della vita delle persone».

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Affermare l’incoerenza della Chiesa militante è scoprire l’acqua calda. Incoerenti e superficiali lo siamo un po’ tutti, lo furono anzitutto gli Apostoli e Pietro ― il primo Papa ― che non fu solo un rinnegatore ma anche un timoroso voltagabbana, stando alla suggestiva narrazione di tradizione apocrifa del Quo Vadis.  Perciò la constatazione dell’incoerenza della comunità cristiana non è cosa nuova, anzi è riconducibile all’episodio parabolico del Vangelo che parla di grano buono e di zizzania [cf. Mt 13,24-30; 36-43]. In questa parabola vediamo bene, così come ha insegnato Sant’Agostino, che la Chiesa è una corporazione mista di credenti ― un corpus permixtum ― che accoglie in sé giusti e peccatori, coerenti e incoerenti. Le cui intenzioni si possono manifestare attraverso gesti di santità o di l’iniquità e tutto questo sempre sotto le apparenze di una fede professata alla luce del sole. Questo aspetto di santità e peccato ci riconduce al cosiddetto mysterium iniquitatis, quel mistero di iniquità che conosciamo attraverso la disobbedienza originale e che si manifesta attraverso tante miserie che non facciamo fatica a elencare nella comunità dei credenti. Ciò può costituire per un sacerdote motivo di scoraggiamento e di sofferenza ma non può essere motivo sufficiente per gettare la spugna e ritirarsi. Non riesco a individuare realtà prettamente umana che non conosca la fragilità e l’incoerenza, e penso ai tanti fratelli che sperimentano questa incoerente fragilità non solo nella vita privata e familiare ma anche nello svolgimento del proprio lavoro quotidiano. La Chiesa è sì peccatrice ma quello che più conta è santa per la presenza di Colui che la rende tale. La santità della Chiesa consiste nell’adesione alla fedeltà di Cristo suo sposo e nella volontà di raggiungere tutti per portare a tutti la salvezza.

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Quando il sacerdote ha raggiunto il limite della sopportazione e ha esaurito la propria pazienza, vedendo che il suo lavoro porta pochi frutti [cf. Lc 5,5], egli è chiamato ad andare avanti, conscio che la Chiesa ― quindi anche la parrocchia ― è nelle mani di Cristo, rimane il suo Corpo e forma con Lui un solo soggetto, partecipe di quella mediazione di grazia che agisce nonostante la debolezza, il male e il peccato. È bene ricordare sempre questa mediazione della grazia di Cristo sulla Chiesa altrimenti si rischia di soccombere davanti al male e di cadere vittima di una sorta di pelagianesimo che sposta il baricentro da Dio alle strutture, da Dio alle pianificazioni pastorali, da Dio alla persona del sacerdote. E sul rischio del pelagianesimo pratico si possono fare altri chiarimenti proprio a partire da quella parte di lettera in cui si dice che non esiste più nei pastori il desiderio di annunciare il Vangelo attraverso una corretta metodologia e strategia pastorale.

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È vero, c’è una certa pigrizia spirituale nel clero, ma che non è diversa da quella che troviamo anche nei fedeli laici. In questa mediocrità non ci sono vincitori, tutti siamo ahimè a pari merito, ma soprattutto siamo tutti sconfitti. Tale pigrizia è suscitata dal fatto che abbiamo scientemente abbassato l’asticella del kerigma presentandolo non come un’azione salvifica di Dio attraverso suo Figlio ma come una fratellanza universale in cui la Chiesa è identificata in una grande comune hippy tutta peace and love e dove i sacramenti sono i riti di passaggio che accompagnano i neofiti fino alla maturità liberale che può fare tranquillamente a meno della salvezza e del suo salvatore. Di tale effetto siamo responsabili noi sacerdoti che per la paura di vedere le chiese vuote ― che tali sono rimaste ― e per essere più digeribili al mondo ci siamo riciclati e abbiamo permesso ai nostri fedeli di passare sopra tutto, anche sopra le cose più sacre. Ma dopo che le perle sono state calpestate dai porci e i cani hanno divorato le cose sante [cf. Mt 7,6] che cosa si può fare di più? Nulla, solo contemplare le macerie.

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Con quale infantile presunzione pretendiamo di risollevare la situazione in molte parrocchie che sono diventate oramai un incubo? Non certamente appaltandole al primo movimento ecclesiale che passa, con il risultato di elevare ipso facto, la parrocchia a prelatura personale di qualche super laico o di qualche veggente settarista con clan a seguito. Ecco che allora bisogna bandire quell’atteggiamento pelagiano anti-salvifico che insiste sulle cose, sulle strategie e sulle persone per riportare al centro la grazia divina che restituisce a Dio ciò che è suo. Perché solo ed esclusivamente ribadendo il kerigma originario, quello apostolico, sine glossa è possibile ripartire, facendo di questo annuncio l’unico mezzo autentico di salvezza, attraverso cui si predica, si educa, si insegna, si agisce e si eleva la preghiera gradita a Dio.

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Altra cosa importante da sapere è che il lavoro apostolico procede a tappe, così come una corsa a staffetta: io raccolgo quello che altri hanno precedentemente seminato [cf. Gv 4,37-38] oppure io semino quello che altri dopo di me saranno chiamati a raccogliere. Come sacerdote non posso pretendere di condurre tutto da solo, sia la seminagione che il raccolto. Saggezza vuole che io riconosca il mio posto, facendo in parrocchia quello che è giusto fare nel tempo che mi è stato concesso dal Signore. Se faccio la mia parte in scienza e coscienza non avrò a rimproverarmi nulla. La vigna non è mia ma è del Signore, ed è Lui che i fedeli devono percepire, o pensiamo forse che il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo non si siano venuti a trovare ― dall’origine del mondo ad oggi ― con teste dure e ribelli, forse anche peggiori di coloro che affollano oggi le nostre comunità? Stando alla prova dei fatti, non mi risulta che la Chiesa sia ancora scomparsa o che i preti si siano lasciati andare alla disperazione tanto da disertare in massa questo popolo dalla dura cervice.

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A volte un narcisismo sottile che si esprime attraverso il personalismo ecclesiastico conduce alla corruzione della figura del sacerdote facendolo diventare il padrone della vigna anziché l’umile lavorante. Di conseguenza le frustrazioni rivelano come l’uomo – sacerdote compreso – non è onnipotente e che quello che presumeva di poter fare conosce il realismo della sconfitta.

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«La religiosità è cambiata, è sotto gli occhi di tutti, ma noi continuiamo con gli stessi schemi del passato e non ci accorgiamo di non riuscire più ad incidere sulle coscienze: rimane poco spazio per Dio, se non un Dio vago lassù nell’alto, da tenere buono con una messa e … tutto finisce lì!».

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La religiosità non è cambiata ma è proprio scomparsa perché è mutata la percezione del sacro che vi era sottesa. E questo grazie a quella tendenza narcisistica, presente anche tra gli uomini di Chiesa, che hanno smesso di adorare Dio per finire a adorare la propria persona e vivere come un outsider senza doveri, come eterni adolescenti. Sicché, il ripercorrere cliché obsoleti è un modo illusorio per darsi da fare, che non porta a nulla, perché si continua a restare nell’idolatria alla propria persona, alle proprie idee, ai propri schemi, alle proprie testardaggini.

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Non dico nulla di nuovo quando affermo che molte liturgie sono diventate l’esaltazione idolatrica del sacerdote celebrate o della comunità parrocchiale. Quando al posto di Dio si mette l’uomo, i fedeli non sono più in grado di credere, adorare e pregare e in tutti diventa logico l’inseguimento del benessere personale immediato e un irenismo diffuso che non tocca le coscienze ma abbraccia il sentimento. Così finiamo per avere tanti bambini emotivi nella fede che affermano di seguire don Tizio o padre Caio perché sentono qualcosa o perché provano un certo benessere.   

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«La nostra società è caratterizzata da una forma gigantesca di individualismo rinchiuso su sé stesso, anche in campo pastorale: non si sente la necessità di vivere gli impegni “in comunità”: qualcuno fa e si sforza, ma lo fa da solo! E la Chiesa, la comunità cristiana, dov’è? Chiesa vuol dire assemblea, famiglia: ma dov’è? La vita di una comunità che incarna il Vangelo è tutta e solo nella messa? L’impegno cristiano si esaurisce in quei 45/50 minuti alla settimana… e poi ognuno a casa sua?».

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Oggi molti ignorano che cosa sia la Chiesa e cosa comporti essere Chiesa e vivere nella Chiesa. L’idea stessa di Ecclesiologia è messa in discussione e i diversi modelli entrano in crisi rivelando quelle ben note contraddizioni che i parroci conoscono e che danno luogo a quelle pietose rappresentazioni di Chiesa partitocratica e parlamentare. La Chiesa va bene finché si è piccoli, da adulti ci si può allontanare e fare tutte le scelte del caso, anche quelle che contraddicono un cammino di fede durato anni, senza che nessuno possa dire nulla. La Chiesa è una sposa da cui divorziare se non soddisfa e asseconda i desideri, è una madre da accusare quando non mi consente di mettere in atto la mia verità. Insomma, la Chiesa è la sintesi di ogni male, tanto che anche coloro si allontanano da essa, se vivono una fede la vivono a prescindere da una comunità ecclesiale, proclamando il mantra moderno: “Dio sì, Chiesa no”. Così, nel migliore delle ipotesi, l’ecclesiologia più in voga oggi è quella che vede la Chiesa come uno stato parallelo dove è possibile acquistare dei beni non meglio definiti e dove è possibile procurarsi attestati e documenti utili.

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«La pastorale della nostra Chiesa occidentale è quella che definisco una pastorale “a canguro”: grandi salti da un sacramento all’altro, senza nulla in mezzo che dia slancio e continuità ad un impegno serio».

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Partiamo subito da una verità: non esiste una buona pastorale senza una buona dogmatica,  o in questo nostro specifico discorso quella dogmatica sacramentaria che sta a fondamento della disciplina dei Sacramenti. Non si può infatti agire correttamente senza credere correttamente. Con la scusa della pastorale noi sacerdoti abbiamo giustificato l’ingiustificabile, abbiamo accettato l’inaccettabile, abbiamo sacrificato quanto di più sacro avevamo. Per motivi pastorali abbiamo celebrato nozze prive di validità, concesso il padrinato ad atei dichiarati, dato i sacramenti a persone che non avevano le disposizioni minime per riceverli, inventato nuovi gesti liturgici senza averne la men che minima autorità. Per i motivi pastorali abbiamo lasciato fare molte cose di cui a suo tempo ci pentiremo. Ma nessuno mai, vescovi in primis, è potuto entrare nel merito di queste scelte scriteriate chiedendone conto e ragione ai parroci. Ci siamo illusi che il portare il fedele a fare lo avrebbe condotto anche a credere ma così non è stato. Volevamo l’homo credens e ci siamo ritrovati con l’homo faber. Invece di fedeli abbiamo avuto una comunità di manutentori per la chiesa, di colf per la pulizia della casa parrocchiale, di animatori di villaggio vacanze per l’oratorio, di baby-sitter per il catechismo e l’elenco potrebbe ancora continuare a lungo. Nel momento in cui lamentiamo che lo stile ecclesiale assomiglia a quello di una Organizzazione Non Governativa…ricordiamoci dei motivi pastorali.

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La pastorale vera è un’altra cosa. Passa attraverso la rivelazione e l’educazione alla fede; si nutre del Catechismo e della vita in comune; si esercita attraverso l’ascolto attento dei pastori e il confronto con essi affinché si impari e imparando si creda. Nella fede non esistono salti, non si possono bruciare le tappe o accelerare i tempi, la conoscenza di Dio richiede tempo, anzi tutta una vita.

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«Si dà il battesimo ai piccoli, con qualche incontro coi genitori prima, ma dopo, per anni, non c’è assolutamente nulla; si riprendono per la preparazione alla Prima Comunione, spesso senza il minimo coinvolgimento della famiglia. Termina la Comunione e si assiste molto spesso all’abbandono pressoché totale di ogni pratica religiosa da parte del bambino (quello della famiglia molte volte è avvenuto già parecchi anni prima, con le scuse più impensabili!)».

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Quando una coppia chiede il Battesimo per il proprio figlio è bene rendersi conto che il soggetto del sacramento non è tanto il battezzando ma la famiglia e cioè mamma, papà, fratelli etc. Poiché il sacramento del Battesimo suppone un desiderio forte e un cammino di fede, bisogna accertare per bene l’uno e l’altro, senza scandalizzarsi se si dovessero trovare imperfezioni o manchevolezze. Sarebbe ottima cosa quindi procedere a un accompagnamento cristiano della famiglia in vista del Battesimo, spiegando bene la serietà del gesto che si intende realizzare, delocalizzando le catechesi dalla parrocchia alla casa del bambino e edificare in quel luogo una chiesa domestica come primo nucleo della fede e al fine di suscitare il desiderio di incontrare il Signore.

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Quando i genitori hanno una fede vissuta e testimoniata, tale strategia di accompagnamento serve come richiamo a consolidare e rafforzare la vita cristiana. Quando invece così non fosse, bisogna prendere del tempo e ricordare la prassi antica del battesimo la cui preparazione prevedeva un cammino di almeno tre anni, nel quale era prevista una scrutatio fidei, ossia una verificava della fede che denotasse un reale cambiamento di vita e una conversione seria a Cristo. È infatti la fede il discriminate per ricevere i sacramenti, se questa manca il sacerdote può differire tranquillamente la ricezione dei sacramenti in attesa di una risposta più matura, consapevole e generosa.

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Un discorso come il precedente può essere fatto anche per la preparazione alla Prima Comunione. Coinvolgere la famiglia nella preparazione della festa vuol dire anche riprendere con la famiglia la catechesi sul Corpo di Cristo e sul Giorno del Signore e andare a sanare e recuperare quelle crepe che si manifestano durante il tempo. Sono convinto che i bambini vengano usati dal Signore come strumento di grazia per il riavvicinamento dei loro genitori, perché a differenza dei grandi, i piccoli hanno ancora la capacità di fare le cose sul serio e di lasciarsi guidare dalla grazia.

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«Si riparte ancora per la preparazione alla Cresima e, una volta ricevuta, si assiste ad un effettivo e praticamente definitivo distacco da tutto. Se va bene se ne riparlerà poi in occasione del matrimonio, normalmente a distanza di oltre 10/15 anni. E sui matrimoni che celebriamo, stendo un velo pietoso: difficilmente sono segno della “fede” dei due sposi che ne sono i ministri, ma semplicemente l’occasione per una bella e fotografatissima festa. L’ultimo grande salto, quello definitivo lo si compie in occasione della morte!».

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Anche per la Cresima valgono le stesse indicazioni citate per il battesimo e la Prima Comunione, se non c’è fede nel giovane è meglio attendere. La decisione di differire i sacramenti dell’iniziazione cristiana va valutata molto bene insieme al vescovo che dovrebbe dialogare con il suo sacerdote, appoggiandolo e difendendolo in questa scelta di responsabilità. I sacramenti non sono un diritto e nessuno può pretendere di riceverli per forza o contro la volontà della Chiesa che vede nel munus santificandi uno tra i mandati più delicati e preziosi.

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Per quanto riguarda il matrimonio, avendo da tempo acclarato una crisi all’interno della famiglia, è necessario darsi una regolata e iniziare un discernimento serio che stringa le maglie di quel sacramento di consacrazione coniugale che deve essere preparato con la stessa serietà con cui ci si prepara alla sacra ordinazione. Non serve a nulla spingere acriticamente i giovani a contrarre frettolosamente matrimonio religioso per via della tradizione, della consuetudine o per paura della convivenza. Anche con loro si rende necessaria una scrutatio fidei, in cui il matrimonio rappresenta non la conclusione di un percorso ma il completamento di una tappa nella conoscenza di Cristo.

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È bene che i giovani arrivino al matrimonio sacramento solo dopo aver conosciuto l’amore di Cristo, che è l’unico amore che può spiegare e dare senso all’amore dei coniugi. Altrimenti nella conoscenza solo di sé stessi vivranno il matrimonio in modo chiuso, egoistico e alieno a qualsiasi alterità. Consumato tra due individualità che non saranno mai del tutto unite perché incapaci di donarsi totalmente. Questa è una delle grazie del sacramento matrimoniale: la disponibilità a lasciarsi unire da Gesù e imparare a morire vicendevolmente così come Cristo è morto per la Chiesa sua sposa.

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«Questi nostri tempi si stanno dimostrando troppo staccati da quella che è una minima rispondenza al Vangelo, che sarebbe necessaria».

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La nostra società occidentale è una società liquida, un grande brodo primordiale dove si trova tutto e il suo contrario. Se ci lasciamo distrare da questa contemporaneità liquida e non vigiliamo sulla nostra fede rischiamo di scambiare per Vangelo ciò che non lo è; e la Buona Novella per ideologia. Oggi la buona Parola di Cristo deve fare i conti con il mantra del secondo me”, deve scontrarsi contro quel personalismo etico che non ammette concorrenti e che uniforma tutto sotto il medesimo aspetto, eliminando le differenze e livellando le gerarchie.

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«Proprio per questo ho capito che continuare a fare il parroco sarebbe stata una scelta sbagliata: non me la sento più di dare il battesimo ai piccoli, non me la sento più di garantire che i bambini siano pronti a fare la Prima Comunione, semplicemente perché credo che, quasi sempre, non lo siano affatto. Un sondaggio effettuato (credo in America) ha dato esiti drammatici: oltre il 70% dei cattolici non sa neppure cosa voglia dire la “presenza reale di Cristo” nell’Eucaristia. Non me la sento più di preparare alla Cresima, quando so benissimo che per i ragazzi il più delle volte, è l’ultimo atto di quella che sembra essere una farsa, orchestrata per loro dagli adulti fin dal battesimo».

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Questa è forse la parte della lettera più delicata, che evidenzia tutta la fragilità del sentire di questo caro confratello ma che rivela al contempo l’errore di attribuire a sé stesso l’uso errato della libertà dell’altro. Mi spiego meglio. Io posso essere esemplare nel mio ministero sacerdotale e malgrado questo vedere che i miei parrocchiani fare il contrario di quanto dico o di quanto faccio. Questo atteggiamento errato nell’uso del libero arbitrio non invalida le mie intenzioni come parroco, da cui scaturirà il mio agire pastorale.

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Un parroco non è definito in base al successo che riscuote tra i suoi parrocchiani o all’interno della sua comunità, perché a volte non è così.  Se questo fosse vero il Santo Curato d’Ars avrebbe dovuto reputarsi un fallimento dopo pochi mesi dal suo ingresso in quell’ameno paesello della regione del Rodano che venne definito dallo stesso Giovanni Maria Vianney come un avamposto dell’inferno. È necessario perciò cambiare il punto di vista, e ammettere che non sono io a decretare il successo della fede dei miei parrocchiani. L’insoddisfazione, la stanchezza e la sconfitta nella pratica del ministero sono elementi che riguardano più un disagio umano che non una falsificazione colpevole del proprio operato ministeriale.   

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«Con questo non intendo giudicare nessuno, perché ognuno ha la sua coscienza e deve risponderne davanti a Dio. Ma siccome anch’io ho la mia, non mi sento più di essere complice di questo “gioco” che mi sembra sia diventata la vita del cristiano e della comunità».

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Il dovere di rispondere davanti a Dio con la propria coscienza è sacrosanto e se è vero che l’intimo della coscienza lo può conoscere e giudicare solamente Dio, e anche vero che tale certezza non dispensa dal dovere di tentare delle soluzioni alternative, chiedere aiuto ai vescovi, ai confratelli, al popolo santo di Dio e cercare attraverso il ricorso alla grazia quei rimedi che Dio suggerisce.  Tutto questo prima che il malessere si trasformi in dramma, il dramma in depressione, la depressione evolva in burnout con i segni distintivi di sfinimento emotivo, cinismo e calo del rendimento personale. Tutte cose che fanno andare il povero parroco sull’orlo di una crisi di nervi e forse ben oltre.

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«Il Vangelo, dobbiamo ammetterlo, non è più al centro della nostra vita. Le nostre chiese sono sempre più desolatamente vuote e lo saranno sempre di più: tra pochi anni ci saranno solo i turisti che vengono a vedere quanto sono belle! Dobbiamo avere il coraggio di porci una domanda molto seria: il vangelo ci interessa ancora? dice qualcosa ai nostri cuori? Perché, se non dice più niente, allora possiamo chiudere tutte le nostre chiese; se invece dice qualcosa, allora bisogna che ci rimbocchiamo le maniche!».

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Sono domande lecite che condivido, tuttavia mi chiedo: tali domande non dovrebbero essere poste primariamente a noi sacerdoti in modo tale da suscitare una salutare crisi e un ravvedimento. Il Vangelo per me è Cristo o è il pretesto per avere il sostentamento clero? Celebro la Messa sempre perché il mondo ha bisogno di Cristo o perché devo dare un servizio a degli avventori che mi hanno pagato? Mi piace stare in chiesa ad aspettare e ad accogliere i fedeli o preferisco farmi desiderare restando a casa a fare i fatti miei? Dopo la chiusura della chiesa, il mio cuore resta aperto anche di notte, oppure mi trincero dietro orari di lavoro in cui non devo essere disturbato? Credo che sia anzitutto il sacerdote a dover fare professione pubblica di fede davanti a un mondo deprivato di Dio, senza temere l’incomprensione, lo sberleffo e la persecuzione. Solo in seguito i parrocchiani mi seguiranno, dopo aver guardato la mia fede e il modo che ho di viverla. Non posso chiedere agli altri quello che io non compio e non posso pretendere la santità dall’altro se prima non faccio nulla per la mia.

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Come parroco che devo essere io convinto di Cristo, gli altri esercitando la loro libertà nella figliolanza battesimale mi seguiranno a tempo debito, secondo il proprio percorso, secondo quanto il Signore avrà disposto. È questo l’atteggiamento che convinse gli abitanti di Ars a vedere nel loro parroco un uomo di Dio e un santo pastore, cosa che permise loro una conversione lenta ma costante.

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«Non si tratta di inventare una “evangelizzazione diversa”, cambiando qualche contenuto; dando qualche piccolo ritocco qua e là: una riverniciatina che possa far apparire qualcosa di nuovo, mentre sotto sotto tutto resta uguale, incrostato di… niente! Si tratta invece di renderci conto che la pratica cristiana, così come si è ridotta in questi ultimi anni, è arrivata al capolinea e bisogna iniziare tutto da zero. Proprio il Vangelo ci suggerisce di non mettere pezze nuove sul vestito vecchio: non serve a niente, anzi strappa tutto, illudendoci che il tessuto possa ancora servire così com’è, rattoppato!».

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Approfitto di questo sfogo per dire che nella Chiesa abbiamo perso l’abitudine di pregare lo Spirito Santo affinché sia lui l’animatore silenzioso delle nostre comunità. Troppo spesso tralasciamo quest’elemento carismatico che ha costituito l’anima della prima Chiesa apostolica e ha permesso l’annuncio del Vangelo a tutti i popoli con la sola disponibilità di dodici uomini. Lo Spirito Santo è ancora oggi la novità di Dio che permette di iniziare da zero, è quel vino nuovo che rianima chi è senza vita e rinvigorisce chi è svilito. Ovviamente bisogna chiederlo costantemente, e proprio il parroco dovrebbe essere l’uomo dello Spirito Santo, dovrebbe invocarlo spesso e farlo invocare spesso dai suoi fedeli. Senza la forza dello Spirito nulla è nell’uomo, nulla è privo di quel contagio di colpa che rende vana ogni cosa.

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«Ma perché questo nuovo cammino possa avere successo, bisogna che tutti ne siamo convinti e pronti a ricominciare».

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Davanti a questa affermazione vorrei invitare a una certa prudenza, infatti, non serve una convinzione granitica se resta solo una convinzione umana. Serve una convinzione che derivi dallo Spirito Santo. La Sacra Scrittura ci insegna come questo sia possibile in base a quello che Gesù ci riferisce del Paraclito: «quando sarà venuto, dimostrerà la colpa del mondo riguardo al peccato, alla giustizia e al giudizio. Riguardo al peccato, perché non credono in me; riguardo alla giustizia, perché vado al Padre e non mi vedrete più; riguardo al giudizio, perché il principe di questo mondo è già condannato» [cf. Gv 16,8-11]. Il cammino cristiano potrà essere un cammino convincente solo quando mi sarò convinto della bruttezza del peccato che allontana da Cristo; solo quando prenderò coscienza della giustificazione ottenuta attraverso il mistero pasquale di Gesù; solo quando potrò mostrare la vittoria del bene sul male attraverso quella croce che ancora temo tanto.

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«È davvero così?»

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Non spetta a noi preparare una risposta finale, ma spetta a noi preparare il terreno affinché il Signore operi.

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Laconi, 31 marzo 2020

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Per stare quanto più possibile vicini ai fedeli in questo momento di grave crisi ed emergenza, la redazione de L’Isola di Patmos informa i Lettori che il nostro autore Padre IVANO LIGUORI, dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, cura su Facebook la rubrica «LA PAROLA IN RETE», offrendo delle meditazioni tre volte a settimana. Potete accedere alla pagina curata dal nostro Padre cliccando sul logo.

 

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AVVISO AI LETTORI

Le Edizioni L’Isola di Patmos si avvalgono per la stampa e la distribuzione dei propri libri della grande Azienda Amazon, che in questo momento ha sospeso la spedizione e distribuzione di tutti i generi non urgenti e non strettamente necessari per problemi legati all’emergenza coronavirus. Al momento non è quindi possibile ordinare e ricevere i nostri libri, che potrete però ordinare dopo il 3 aprile.

 

 

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«Chiesa Aperta» (XII puntata) — La preziosa opera di catechiste e catechisti durante l’emergenza del coronavirus

— i Padri de L’Isola di Patmos vicini ai fedeli in questa quarantena —

«CHIESA APERTA» (XII puntata) — LA PREZIOSA OPERA DI CATECHISTE E CATECHISTI DURANTE L’EMERGENZA DEL CORONAVIRUS

Offriamo ai nostri Lettori questo nuovo prezioso video del nostro stimato confratello Giovanni Zanchi, presbitero della Diocesi di Arezzo, affinché possa fungere anche da efficace e sapiente antidoto a tutti coloro che purtroppo, in questo momento di straordinaria crisi ed emergenza, non hanno trovato di meglio da fare che polemizzare, spesso anche in toni duri e aggressivi, contro le decisioni prese dai nostri vescovi per motivi di sicurezza a tutela della salute pubblica: sospendere le sacre celebrazioni e in molti casi chiudere le chiese. Ricordiamo che la Chiesa, nei momenti di crisi ed emergenza, non è mai stata salvata dalle polemiche di coloro che si ergono in tutti i tempi ai più fedeli tra i fedeli o ai più puri tra i puri, ma dall’unità. Qualcuno ha scritto in questi giorni che «i vescovi stanno suicidando la Chiesa italiana». Purtroppo non ha capito niente dell’essenza della fede cattolica: la Chiesa “si suicida” attaccando i vescovi, anziché seguirli e sostenerli in un momento di così grave prova. 

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RIPRESE VIDEO E MONTAGGIO A CURA DELLA EMITTENTE TELESANDOMENICO (AREZZO)

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TESTO DEL VIDEO

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I testi del Padre Giovanni Zanchi, direttore del Centro Pastorale Culto Divino della Diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro, non sono stati pensati come articoli ma come testi audio-narrativi. Abbiamo provveduto a trascrivere il testo audio per i nostri Lettori.

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Giovanni Zanchi

Benvenuti alla dodicesima puntata di Chiesa Aperta.

La finalità di questa modesta rubrica è sempre la medesima: aiutare a comprendere che La Chiesa rimane Aperta e operante, così come possibile, pure durante l’emergenza della pandemia; le chiese di pietra e di mattoni rimaste aperte anche se frequentate con difficoltà dai singoli fedeli, ne sono il segno.

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Oggi voglio con semplicità accennare ad un altro settore della Chiesa che continua ad operare con inventiva a gloria di Dio e per la santificazione delle anime; parlo dei catechisti, i quali perseverano in tutta Italia a collaborare con i vescovi, i parroci e i genitori nel ministero catechistico, escogitando nuovi modi di contatto con i bambini, i ragazzi, i giovani e gli adulti affidati alle loro cure e continuare per loro e con loro la formazione catechistica della fede.

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Nessuno o quasi ne parla ed effettivamente la vacua mentalità comune odierna non dà importanza all’educazione alla fede; ma considerando che l’attività della Santa Chiesa si esplica nelle tre grandi dimensioni della catechesi, della liturgia e della carità, si comprende quanto sia invece essenziale che anche nell’emergenza causata dalla pandemia l’opera catechistica non si interrompa e prosegua come possibile.

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In questo periodo nel quale gli studenti non possono recarsi a scuola, giustamente ci si preoccupa di continuare in qualche modo lo studio e molti insegnanti, non solo delle Università, si adoperano per assicurare la continuità didattica, impartendo lezioni agli studenti tramite i mezzi della comunicazione sociale. In questo periodo nel quale gli alunni del catechismo non possono recarsi in Parrocchia, anche molti catechisti cercano di raggiungere i loro catechizzandi in altro modo. Sappiamo bene che il metodo catechistico non ricalca semplicemente quello dell’apprendimento scolastico, ma comunque esistono delle somiglianze fra i due, nella presente situazione accomunati dal ricorso alla didattica a distanza.

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Facciamo alcuni esempi: Innanzitutto segnalo che dal lunedì al sabato TV2000, il canale televisivo edito sempre dai Vescovi italiani, trasmette in 2 diversi orari la rubrica Caro Gesù. Insieme ai bambini: una striscia quotidiana di catechismo dedicata alla fascia di età dagli 8 ai 12 anni. Segnalo poi il portale internet che la Conferenza Episcopale Italiana ha aperto per informare sulle iniziative della Chiesa in tempo di pandemia e intitolato Chi ci separerà? [cf QUI]; vi sono riportate alcune “buone pratiche” avviate a distanza da molte Diocesi e comunità cristiane per fronteggiare l’emergenza catechistica.  Ce n’è per tutti: si va dalle proposte pensate innanzitutto per la catechesi in famiglia nel suo complesso, alla classica catechesi con bambini, ragazzi, adolescenti e giovani, comprese le persone con disabilità, alle esperienze celebrative in famiglia, fino ai commenti alla Parola di Dio per adulti. Infine ricordo i semplici catechisti parrocchiali che in ogni dove, senza assurgere agli onori delle cronache, si impegnano a diffondere video e testi.

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Chi ha voglia di continuare a far catechismo ha quindi solo l’imbarazzo della scelta e speriamo che ne approfitti il maggior numero possibile di persone, utilizzando proficuamente il tempo della forzata clausura domestica. Con la creatività catechistica di questi giorni, la Chiesa Aperta e continua ad essere vicina ai genitori cristiani i quali, non dimentichiamolo mai, sono gli originari, primi e propri catechisti dei loro figlioli.

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Infine è necessario ricordare una particolare categoria di catechizzandi, cioè i Catecumeni, ovverosia gli adulti non battezzati che si stanno preparando a diventare cristiani; tra di loro, vi sono molti stranieri residenti nel nostro Paese e ciò ci ricorda che la forma più importante di integrazione sociale è quella religiosa.

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La Quaresima è un tempo liturgico importante per tutti i cristiani e particolarmente per i catecumeni, i quali la Prima Domenica di Quaresima furono Eletti a ricevere i Sacramenti del Battesimo, della Confermazione e dell’Eucaristia durante la prossima Veglia pasquale. Nel corso della Quaresima dovevano poi ricevere le grandi catechesi preparatorie, gli esorcismi, le consegne del Padre nostro e del Credo, l’unzione pre-battesimale.

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Purtroppo nella presente situazione ciò non è possibile e pure la loro Iniziazione cristiana mediante i Sacramenti è rimandata a tempi migliori, speriamo non oltre la prossima Pentecoste. Ma intanto la Chiesa è rimasta Aperta anche per loro e ogni Diocesi continua a curarne la formazione spirituale come possibile, secondo le indicazioni diffuse dall’Ufficio Catechistico Nazionale e comodamente consultabili in internet [cf QUI].

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Mediante questa rubrica televisiva vogliamo dunque contribuire a segnalare l’impegno delle famiglie, dei Parroci e dei catechisti i quali, sotto la guida dei Vescovi, in questo momento di grave difficoltà, proseguono con abnegazione e creatività nel tenere la Chiesa Aperta pure nel campo della catechesi. Questi zelanti ministri della Santa Chiesa sono un segno di speranza nel presente ed una risorsa essenziale per l’impegnativo futuro che ci attende come comunità cristiana.

A risentirci alla prossima puntata di Chiesa Aperta.

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Sansepolcro (Arezzo), 31 marzo 2020

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«Il fideismo idiota al potere» … Dio ci salvi dal virus dei cattolici ipocriti, figli di Caino e di Giuda Iscariota

— attualità ecclesiale durante la pandemia da coronavirus—

«IL FIDEISMO IDIOTA AL POTERE» … DIO CI SALVI DAL VIRUS DEI CATTOLICI IPOCRITI, FIGLI DI CAINO E DI GIUDA ISCARIOTA 

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La pandemia da coronavirus ha fatto venire allo scoperto tutti i falsi cattolici male educati e ignoranti, tali perché non educati, non formati, quindi perché ignorano che la Chiesa, societas di istituzione divina, non parte dalla base. Il termine “chiesa di base” è teologicamente errato e fuorviante. La Chiesa è per sua natura struttura “di vertice”, dove tutto procede dall’alto con effetto a cascata. Se quindi i vescovi danno disposizioni in materia di pastorale e liturgia decretando il divieto di celebrare pubblicamente le Sante Messe con il popolo, si ubbidisce e basta, a partire dai fedeli. Questa è la Chiesa gerarchica istituita da Cristo che pone Pietro a capo del collegio degli apostoli, quindi Pietro e gli apostoli a guida del Popolo di Dio. E chiunque lo neghi – e ha pieno diritto e libertà di negarlo – non è però cattolico, è altro … è il cattolico di sé stesso e della sua idea emotiva e soggettiva di Chiesa …

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Offro ai nostri Lettori una mia video riflessione di 25 minuti nella quale illustro un genere forse non molto conosciuto ma molto presente di virus: la pandemia esplosa tra un fitto esercito di cattolici ipocriti, caduti come foglie al primo colpo di vento dinanzi a una prova di fede e che da alcune settimane stanno dando il meglio del peggio di loro stessi sui social network.

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Dall’Isola di Patmos, 30 marzo 2020

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CANALE YOUTUBE DE L’ISOLA DI PATMOS

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CANALE DE L’ISOLA DI PATMOS SU

MP3  SOLO AUDIO SENZA VIDEO

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Il coronavirus nella Quaresima del mondo. Nel mentre, tuttologi e dementi insultano vescovi e i sacerdoti sui social: «Atei senza fede, ci avete privati di Gesù!»

—  attualità ecclesiale —

IL CORONAVIRUS NELLA QUARESIMA DEL MONDO. NEL MENTRE TUTTOLOGI E DEMENTI GRIDANO AI VESCOVI E AI SACERDOTI SUI SOCIAL: «ATEI SENZA FEDE, CI AVETE PRIVATI DI GESU!»

[…] aprire al culto pubblico delle chiese non può considerarsi un atto sicuro, pertanto andava immediatamente limitato, se non chiuso, come poi effettivamente accaduto. Il tutto, grazie a un’ampia fetta di popolo che, dalle piccole sino alle grandi cose, sembra ormai da lungo tempo specializzato a non ascoltare i pastori, anzi: semmai facendo persino il contrario di ciò che i pastori insegnano e chiedono, il tutto, non di rado, persino con atteggiamenti di compiaciuta sfida da parte di non pochi fedeli.  

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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«Chiesa Aperta» (XI puntata) — Possono le benemerite Forze dell’Ordine eccedere in zelo sino a giungere a interrompere le sacre celebrazioni dentro le chiese?

— i Padri de L’Isola di Patmos vicini ai fedeli in questa quarantena —

«CHIESA APERTA» (XI puntata) — POSSONO LE BENEMERITE FORZE DELL’ORDINE ECCEDERE IN ZELO SINO A GIUNGERE A INTERROMPERE LE SACRE CELEBRAZIONI DENTRO LE CHIESE?

Offriamo ai nostri Lettori questo nuovo prezioso video del nostro stimato confratello Giovanni Zanchi, presbitero della Diocesi di Arezzo, affinché possa fungere anche da efficace e sapiente antidoto a tutti coloro che purtroppo, in questo momento di straordinaria crisi ed emergenza, non hanno trovato di meglio da fare che polemizzare, spesso anche in toni duri e aggressivi, contro le decisioni prese dai nostri vescovi per motivi di sicurezza a tutela della salute pubblica: sospendere le sacre celebrazioni e in molti casi chiudere le chiese. Ricordiamo che la Chiesa, nei momenti di crisi ed emergenza, non è mai stata salvata dalle polemiche di coloro che si ergono in tutti i tempi ai più fedeli tra i fedeli o ai più puri tra i puri, ma dall’unità. Qualcuno ha scritto in questi giorni che «i vescovi stanno suicidando la Chiesa italiana». Purtroppo non ha capito niente dell’essenza della fede cattolica: la Chiesa “si suicida” attaccando i vescovi, anziché seguirli e sostenerli in un momento di così grave prova. 

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RIPRESE VIDEO E MONTAGGIO A CURA DELLA EMITTENTE TELESANDOMENICO (AREZZO)

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TESTO DEL VIDEO

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I testi del Padre Giovanni Zanchi, direttore del Centro Pastorale Culto Divino della Diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro, non sono stati pensati come articoli ma come testi audio-narrativi. Abbiamo provveduto a trascrivere il testo audio per i nostri Lettori.

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Giovanni Zanchi

Benvenuti alla undicesima puntata di Chiesa Aperta.

Le chiese di pietra e mattoni sono aperte, pure senza celebrazioni pubbliche, come segno de La Chiesa  che rimane Aperta e operante a gloria di Dio e per la santificazione delle anime, anche se in forme eccezionali. Ne abbiamo avuti due splendidi esempi lo scorso venerdì 27 marzo: grazie ai mezzi della comunicazione sociale, i cattolici di tutto il mondo si sono uniti spiritualmente al Santo Padre il Papa in una storica supplica a Dio per la fine della pandemia. Nello stesso giorno, ogni singolo Vescovo italiano si è recato in un Cimitero a suffragare le anime delle tante vittime della pandemia, sepolte con Esequie in forma ridottissima, a causa dell’emergenza sanitaria.

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Veniamo ora all’argomento di oggi. Nella puntata precedente ho aiutato a riflettere su alcune delle motivazioni prudenziali soggiacenti alla sospensione delle Liturgie pubbliche in tempo di pandemia. Nel poco tempo a disposizione, voglio adesso accennare ad un aspetto complementare della medesima questione: nelle chiese aperte non si svolgono celebrazioni pubbliche, ma i fedeli hanno il diritto di andare in chiesa per la preghiera personale e per ricevere i Sacramenti in forma individuale, specialmente la Confessione e la Santa Comunione; ovviamente rispettando le norme di profilassi sanitaria che tutti ormai ben conosciamo. Sul sito internet del Governo italiano [cf QUI] cliccando nella sezione F.A.Q. e cliccando sulla voce “Cerimonie”, si trova scritto quanto segue: «Domanda: Si può andare in chiesa o negli altri luoghi di culto?» Risposta: «Sono consentiti l’apertura e l’accesso ai luoghi di culto, purché si evitino assembramenti e si assicuri la distanza tra i frequentatori non inferiore a un metro».

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La Regione Lombardia ha emanato in materia norme ancor più dettagliate; infatti l’Ordinanza regionale n. 514 del 21 marzo 2020 al punto 22 recita testualmente: «L’accesso ai luoghi di culto è consentito in forma contingentata e nel rispetto delle misure necessarie a garantire la distanza di sicurezza interpersonale di un metro». Pertanto si può andare a pregare individualmente in qualunque chiesa nel territorio del proprio Comune, muniti della necessaria autocertificazione ed evitando assembramenti. Nessuno può impedirlo; sarebbe un abuso di potere. Un consiglio: come quando andando a fare la spesa alimentare è bene conservare lo scontrino fiscale, per dimostrare che effettivamente si è andati nel tal negozio, così è opportuno fotografare se stessi dentro la chiesa, come prova da esibire alle Autorità preposte al controllo.

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Dobbiamo occuparci di questo argomento, perché si stanno moltiplicando le notizie riguardo a fedeli censurati dalle Forze dell’Ordine (peraltro benemerite) solo perché si stavano recando in chiesa a pregare da soli. Cosa più grave: in varie parti d’Italia le Forze di Polizia hanno interrotto Sante Messe che si stavano svolgendo nel pieno rispetto delle regole di profilassi contro la pandemia; ricordiamo che le leggi vigenti in Italia proibiscono ciò tassativamente: se in una chiesa si sta svolgendo un atto di culto, Polizia e Carabinieri possono entrarvi per esercitare le loro funzioni solo dopo avere preventivamente informato il Vescovo del luogo e in ogni caso non possono interrompere l’atto di culto.

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Per tutelarsi da ogni arbitrio o allontanamento forzato da un luogo sacro o da denunce o ammende comminate per tali motivi, ci si può rivolgere ad un avvocato, per far valere i propri diritti. Ma sarebbe meglio non dover arrivare a tanto! Per grazia di Dio, in questi giorni molti pubblici Amministratori si sono recati ufficialmente nelle chiese per affidare alla protezione divina i propri concittadini. Bravi! Hanno adempiuto al proprio dovere! Ma siamo giunti all’assurdo che i Carabinieri di Giulianova, in Abruzzo, hanno segnalato alla competente Procura della Repubblica il Sindaco della Città, altri 3 amministratori, 5 sacerdoti e 3 giornalisti, i quali, nell’ampio santuario della Madonna dello Splendore, avevano affidato il loro Comune a Maria Santissima, con tanto di deposizione della fascia tricolore ai piedi della statua. 12 persone distanziate ben più di un metro l’una dall’altra all’interno di uno spazioso edificio, sono state considerate più pericolose delle decine di persone presenti contemporaneamente in un qualsiasi supermercato!

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Ho già detto che le nostre Forze dell’Ordine sono benemerite, tanto più nella presente emergenza e a loro deve andare tutta la nostra riconoscenza; infatti, nel caso di Giulianova hanno semplicemente compiuto un atto dovuto, a seguito di polemiche pretestuose sollevate da terze persone, spinte da malevolenza verso i cristiani. Resta il fatto che alcuni hanno tentato di infangare un atto di devozione come se fosse un reato; abbiamo pure notizie di sacerdoti che hanno ricevuto minacce scritte semplicemente perché in chiese molto spaziose hanno celebrato la Santa Messa con l’assistenza di qualche persona a debita distanza! Sembra proprio che alcuni assatanati anticristiani vogliano sfruttare l’occasione della pandemia per screditare e attaccare i fedeli cattolici. Non possiamo permettere tali soprusi!

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La Chiesa Italiana sta dando grande prova di prudenza e amore al bene comune con la dolorosa sospensione delle celebrazioni con il popolo, assicurando comunque l’apertura quotidiana delle chiese, accettando addirittura di celebrare in forma emergenziale la prossima Santa Pasqua, ma non è accettabile che sia proibito ai singoli l’esercizio del diritto di culto (cf Costituzione della Repubblica Italiana, articolo 19), esercitato nelle forme attualmente possibili. Accettare una cosa simile costituirebbe un pericolosissimo precedente per la tutela della libertà di tutti i cittadini italiani. C’è il pericolo che, una volta passata l’emergenza, entrare in una chiesa per pregare diventi una concessione dello Stato, non più un diritto della persona. I nostri Vescovi e il Governo debbono subito attivarsi affinché siano emanate disposizioni chiare e stringenti onde garantire l’esercizio del diritto costituzionale alla libertà di culto anche in questi tempi calamitosi.

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Segnalo infine un aspetto pratico molto importante: una prudente frequenza individuale delle chiese permette anche la loro custodia durante le ore di apertura; la maggior parte del nostro patrimonio storico e artistico è costituito dalle chiese e dai loro arredi: lasciarle aperte e deserte per molte ore lungo la giornata è il modo migliore per garantirne la salvaguardia? Ricordiamo che, già in tempi normali, sono frequenti i furti e gli atti di vandalismo nelle nostre Chiese!  Fedeli ostacolati nel frequentare singolarmente le chiese, denunciati mentre compiono atti di devozione con tutte le dovute accortezze … Segni tristi, che evidenziano il grado di scristianizzazione nel quale è precipitata la nostra società e la svalutazione sociale della necessità della vita interiore e del valore della realtà soprannaturale; ma l’Italia non può diventare il Paese nel quale in tempo di pandemia si può tranquillamente uscire per acquistare un pacchetto di sigarette (e ciò sia detto con tutto il rispetto per i tabaccai), ma non ci si può recare in chiesa a pregare, neanche in solitudine!

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Le chiese di pietra e di mattoni rimangono aperte anche in tempo di pandemia, per ricordarci che i cristiani sono impegnati a pregare per il bene di tutti, sia nelle loro case che nei luoghi pubblici, perché – come ci ricorda il Salmo 126, 1: “Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori. Se il Signore non custodisce la città, invano veglia il custode”.

Grazie per l’ascolto. Appuntamento alla prossima puntata di Chiesa Aperta.

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Sansepolcro (Arezzo), 29 marzo 2020

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Anche oggi, dinanzi alle bare stipate nei magazzini in attesa di sepoltura, sembra di udire di nuovo il lamento di Marta: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto»

L’angolo dell’omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

ANCHE OGGI, CON LE BARE STIPATE NEI MAGAZZINI IN ATTESA DI SEPOLTURA, SEMBRA DI UDIRE DI NUOVO IL LAMENTO DI MARTA: «SIGNORE, SE TU FOSSI STATO QUI, MIO FRATELLO NON SAREBBE MORTO!»

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Dov’è Dio? È anche inutile pensare a una risposta che si basi sulla sola ragionevolezza o che interpelli la teologia razionale, al fine di farci familiarizzare con una realtà come la morte che è sì naturale ma mai totalmente accettata. Nel momento della perdita di una persona cara, la ragione è fragile. 

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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«Chiesa Aperta» (X puntata) — Quella irresistibile brama odierna di sacrificare i preti alla morte per i propri personali capricci di opinione. E se ciò accadesse, poi chi tornerà a celebrare le Sante Messe per il Popolo di Dio dopo l’epidemia da coronavirus?

— i Padri de L’Isola di Patmos vicini ai fedeli in questa quarantena —

«CHIESA APERTA» (X puntata) — QUELLA IRRESISTIBILE BRAMA ODIERNA DI SACRIFICARE I PRETI ALLA MORTE PER I PROPRI PERSONALI CAPRICCI DI OPINIONE. E SE CIÒ ACCADESSE, POI CHI TORNERÀ A CELEBRARE LE SANTE MESSE PER IL POPOLO DI DIO DOPO L’EPIDEMIA DA CORONAVIRUS?

Offriamo ai nostri Lettori questo nuovo prezioso video del nostro stimato confratello Giovanni Zanchi, presbitero della Diocesi di Arezzo, affinché possa fungere anche da efficace e sapiente antidoto a tutti coloro che purtroppo, in questo momento di straordinaria crisi ed emergenza, non hanno trovato di meglio da fare che polemizzare, spesso anche in toni duri e aggressivi, contro le decisioni prese dai nostri vescovi per motivi di sicurezza a tutela della salute pubblica: sospendere le sacre celebrazioni e in molti casi chiudere le chiese. Ricordiamo che la Chiesa, nei momenti di crisi ed emergenza, non è mai stata salvata dalle polemiche di coloro che si ergono in tutti i tempi ai più fedeli tra i fedeli o ai più puri tra i puri, ma dall’unità. Qualcuno ha scritto in questi giorni che «i vescovi stanno suicidando la Chiesa italiana». Purtroppo non ha capito niente dell’essenza della fede cattolica: la Chiesa “si suicida” attaccando i vescovi, anziché seguirli e sostenerli in un momento di così grave prova. 

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TESTO DEL VIDEO

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I testi del Padre Giovanni Zanchi, direttore del Centro Pastorale Culto Divino della Diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro, non sono stati pensati come articoli ma come testi audio-narrativi. Abbiamo provveduto a trascrivere il testo audio per i nostri Lettori.

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Giovanni Zanchi

Benvenuti alla X puntata di Chiesa Aperta.

Le chiese, intese come edifici, rimangono aperte durante la pandemia, pure se non si svolgono celebrazioni pubbliche e i fedeli non le possono frequentare agevolmente. Nella presente situazione, i sacerdoti stanno dando prova di grande inventiva per aiutare i fedeli anche nel frequentare le chiese, così come possibile.

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Molti fedeli apprezzano il sacrificio fatto da tanti sacerdoti per adempiere al loro ministero, pur con gravi limitazioni. Altri manifestano il proprio scontento, soprattutto per la sospensione temporanea della Santa Messa con il popolo e invocano l’immediata ripresa delle celebrazioni pubbliche. In questa sede, vogliamo dire una parola che aiuti a comprendere i termini della questione e ad evitare polemiche controproducenti.

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Nella tragica situazione di questi giorni sono in gioco due aspetti fondamentali: da una parte, la Chiesa deve continuare la sua divina missione al servizio della salvezza delle anime, con tutta l’abnegazione necessaria, senza però mettere a repentaglio la salute pubblica e quindi operando delle necessarie rinunce e assumendo dolorose limitazioni nei comportamenti, senza però appiattirsi sulla logica del mondo; dall’altra parte, la Chiesa non deve dare nemmeno la più lontana impressione di abbandonare i fedeli a se stessi, trascurando le loro necessità spirituali e rischiando di essere considerata latitante o, peggio, irrilevante, come se avesse rinunciato ad affermare il primato del soprannaturale. Facciamo un passo avanti …

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… la autentica teologia morale ci insegna che non basta affermare i grandi principi, ma occorre poi attuarli in una particolare situazione, mediante un prudente discernimento e quindi, più si discende dal principio generale verso una concreta situazione, specie se perigliosa, più le scelte operative possono divenire quanto mai difficili da individuare. Il sommo principio morale è: “fai il bene ed evita il male”; ma in una situazione di tragica emergenza come la presente, non è immediatamente agevole determinare come attuare il bene ed evitare il male.

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A coloro che, amareggiati per la sospensione delle Sante Messe con il popolo, invocano un maggior coraggio da parte dei vescovi e dei sacerdoti, rispettosamente ricordo tre fatti, da tenere assolutamente presenti per formulare un giudizio pratico aderente alla realtà della presente situazione.

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Primo fatto: le emergenze non si programmano, arrivano improvvisamente e a volte sono pure eccezionali e mai affrontate dalla presente generazione, come è attualmente. Anche i nostri vescovi sono stati sorpresi dal dilagare dell’epidemia e rapidamente hanno dovuto prendere decisioni impegnative per la salvaguardia di tutti. Per consentire in sicurezza la celebrazione delle Sante Messe con il popolo sarebbe necessario organizzare un regolare servizio d’ordine per assicurare almeno l’ingresso e l’uscita dei partecipanti (ognuno munito dei necessari presidi di difesa dal contagio), il loro distanziamento dentro le chiese, la sanificazione delle medesime. Tutte cose di non facile realizzazione e gestione pratica. Considerando che spesso un solo sacerdote deve provvedere a più parrocchie e chiese, nemmeno la ventilata ipotesi di rarefare le presenze dei fedeli aumentando il numero delle Sante Messe appare praticabile in Italia.

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Secondo fatto: il tributo di vittime che anche il Clero italiano sta già pagando alla pandemia: mentre non mancano i vescovi contagiati e finiti in isolamento, al 22 marzo erano ben 50 i sacerdoti falcidiati, la maggior parte di loro caduta nell’adempimento del proprio ministero. Perfino il Clero a riposo per anzianità non è risparmiato: a Parma, nella casa dei Missionari Saveriani, sottoposta da subito a stretto isolamento, sono morti in solitudine 13 sacerdoti in 15 giorni, senza che nessuno giungesse dal di fuori ad assisterli. Se le Sante Messe con il popolo fossero regolarmente celebrate dappertutto, il numero dei sacerdoti defunti sarebbe certamente ancora più grande, tenendo poi conto che il Clero italiano, a causa dell’elevata età media di quasi 68 anni, rientra a pieno titolo nella categoria degli anziani e dei vecchi, quindi delle persone da salvaguardare maggiormente dal pericolo del contagio. Analogo discorso riguardo l’età avanzata deve essere fatto circa gli stessi fedeli che abitualmente frequentano le nostre chiese.

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Terzo fatto: come ci si preoccupa che il personale sanitario non sia falcidiato dalla pandemia e i malati restino senza assistenza, così è necessario preoccuparsi che anche la Chiesa italiana non si riduca drasticamente senza più sacerdoti per la cura pastorale dei fedeli. Da questo punto di vista, i dati sono impietosi: in Italia il Clero non solo è molto anziano, ma pure ormai numericamente esiguo. Facciamo un solo esempio: nell’arcidiocesi di Torino nel 1950 vi era 1 sacerdote (età media 43 anni) per 561 battezzati; nel 2017 sempre a Torino vi era 1 sacerdote (età media 68 anni e 6 mesi) per 2065 battezzati! Dopo la peste che nel XVI secolo uccise la maggior parte dei milanesi, san Carlo Borromeo non ebbe difficoltà nel ricambio dei sacerdoti caduti per assistere gli appestati; oggi, dietro i nostri pochi e anziani sacerdoti, non ci sono purtroppo torme di seminaristi pronti a rimpiazzarli. Una volta cessata l’emergenza, quante delle chiese che ora si pretenderebbe di tenere imprudentemente funzionanti dovrebbero poi essere chiuse, forse per sempre, per una grave mancanza di sacerdoti?

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Ragionando così, qualcuno mi accuserà di mancare di fede nella potenza di Dio. Ma, a parte che non bisogna tentare il Signore (cf Lc 4, 12), nella tragedia attuale occorre avere ben presente l’insegnamento di san Giovanni Paolo II: occorre cioè coniugare fede e ragione; la ragione non deve escludere la fede e la fede deve accettare il servizio della ragione (che poi spesso è semplice buon senso).

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Solo così è possibile evitare due opposti estremismi: i fautori della celebrazione ad oltranza delle Sante Messe con il popolo rischiano di peccare di fideismo; i fautori della chiusura indiscriminata delle chiese rischiano di peccare di razionalismo. La fede ci attesta che durante la Santa Messa Dio opera già il grande miracolo della transustanziazione del pane e del vino nel corpo e sangue di Cristo; ma Dio non è obbligato contemporaneamente a preservare dal contagio virale i singoli partecipanti.

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Concludiamo allora ricordando due grandi principi della vera teologia: contro il razionalismo diciamo: «A chi fa quanto può, Dio non nega la grazia»; contro il fideismo diciamo: «Dio non lega la grazia ai Sacramenti» e la può donare anche al fuori di essi, in determinate circostanze. La sospensione delle Sante Messe con il popolo è una privazione dolorosa per le anime dei fedeli; supplichiamo Dio che conceda quanto prima alla sua Chiesa la grazia e la gioia di radunarsi di nuovo per celebrare l’Eucaristia e imploriamo da Dio anche la grazia di mantenerci i nostri pochi e anziani sacerdoti, donando il premio eterno a quelli caduti vittime del proprio dovere durante la pandemia.

A risentirci domani per una nuova puntata di Chiesa Aperta.

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Sansepolcro (Arezzo), 27 marzo 2020

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Seduto sulla motocicletta comunista di Vauro ho avuta una folgorazione che ha cambiata la mia vita e le mie credenze: e adesso vi spiego perché Gesù Cristo non è mai risorto dai morti …

SEDUTO SULLA MOTOCICLETTA COMUNISTA DI VAURO HO AVUTO UNA FOLGORAZIONE CHE HA CAMBIATA LA MIA VITA E LE MIE CREDENZE: E ADESSO VI SPIEGO COME MAI GESÙ CRISTO NON È MAI RISORTO DAI MORTI …

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Per annunciare un evento del genere Cristo, se fosse veramente risorto, avrebbe dovuto annunciare la propria risurrezione a persone ben più credibili, per esempio apparendo al Sommo Sacerdote e ai membri del Grande Sinedrio. Siamo realisti e concreti: se io risorgessi dai morti, cercherei di apparire a Fedele Confaloneri e a Pier Silvio Berlusconi, a Pietro Chiambretti e Barbara d’Urso, al Presidente della Rai e a Bruno Vespa … non certo a una ex prostituta nigeriana che vive in una periferia di Milano.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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PDF  articolo formato stampa
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Studi Mediaset di Cologno Monzese (Milano): redazione di Dritto e Rovescio, foto ricordo

L’Isola di Patmos ha conferito ieri il premio Giovannea Aquila d’Oro a Roberto Burioni e Alessandro Cattelan [cf QUI]. Oggi annuncio che in questa Quaresima segnata da epidemia da coronavirus, in me è accaduto qualche cosa che ha sconvolto le mie credenze di fede, giungendo a prendere atto che Gesù Cristo non è mai risorto dai morti.

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La scintilla che ha fatto scattare in me questa consapevolezza, mi è stata data da uno dei tanti sapienti che popolano le pagine di Facebook, che riesce a essere al tempo stesso sia l’Accademia Internazionale delle Scienze sia il Supremo Tribunale Penale istituito dal popolo dei sapienti della rete.

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Talvolta, le credenze anche più radicate, finiscono per crollare dinanzi a cose in apparenza banali, capaci però a far scattare una scintilla a partire dalla quale tutto quanto finisce con l’essere messo in discussione. È a quel punto che, pure ciò in cui si è fermamente creduto, finisce per sgretolarsi come un castello di sabbia costruito sulla riva al sopraggiungere della marea. E di questo devo ringraziare uno dei sapienti di Facebook, che non conosco personalmente, ma che posso citare senza alcuna violazione della privacy, visto che è entrato nella mia pubblica pagina scrivendo un commento col proprio nome, cognome e collegamento al suo profilo, quindi è tutto pubblico e nessuno può sollevare questioni in tal senso. Il sapiente è un certo Nicola Fulgenzio Di Liberto.

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Ma veniamo al fatto: per annunciare sul mio profilo Facebook che nella sera di giovedì 26 marzo avrei partecipato come ormai quasi di consueto alla puntata del programma Dritto e Rovescio su Rete 4, ho inserito una foto scattata i primi di febbraio nella quale sono immortalato con tre amici: il vignettista satirico Vauro Senesi, il giornalista e conduttore radiofonico Giuseppe Cruciani e uno dei giovani collaboratori della redazione. Non solo si tratta di tre amici, ma di tre persone che godono della mia profonda stima.

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Accade però che il già menzionato membro dell’Accademia Internazionale delle Scienze, sotto quel mio post, nel pomeriggio del 27 marzo, ha scritto questo commento: «Con questi personaggi non ci andrei a prendere nemmeno un Caffè». Questo sapiente commentatore forse non immaginava che con questa breve frase avrebbe finito per sconvolgere la vita a un sacerdote nonché piccolo e modesto teologo dogmatico e altrettanto piccolo e modesto storico del dogma. Sì, con quella frase tanto lapidaria quanto sapiente, questo commentatore mi ha aperto l’orizzonte su tutte le contraddizioni contenute nei Vangeli, ma soprattutto nella vita di Gesù Cristo, obbligandomi a prendere atto di quanto il Nazareno sia stato alla prova dei fatti un cattivo maestro. È scritto nei Vangeli e dagli stessi documentato, ma purtroppo io, per cecità e ottusità, proprio non me ne ero mai accorto.

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Gesù Cristo è stato a tal punto imprudente da avere relazioni pericolose e soprattutto inopportune, è documentato da uno degli Evangelisti che narra:

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«Mentre Gesù era a tavola in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con Gesù e con i suoi discepoli.  I farisei, veduto ciò, dicevano ai suoi discepoli: “Perché il vostro maestro mangia con i pubblicani e con i peccatori?”» [Mt 9, 10-11].

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Giuseppe Cruciani e Padre Ariel all’uscita dallo studio di trasmissione di Mediaset di Cologno Monzese (Milano)

Non per giustificare me stesso, ma posso garantire che ai livelli di Gesù Cristo io non ci sono arrivato. Infatti, quando una sera, al termine della diretta di questo programma, Vauro Senesi, Giuseppe Cruciani e io, andammo di fronte alla cittadella Mediaset di Cologno Monzese per mangiare una pizza nell’unico locale aperto, la cucina era chiusa. Così potemmo solo bere qualche cosa: Vauro la sua vodka liscia ― perché un vero comunista beve solo liquori sovietici ―, Giuseppe Cruciani prese una birra sbarazzina, mentre io, che non bevo alcolici “fuori servizio”, perché l’unico alcolico che bevo è il vino usato per il Sacrificio della Santa Messa, presi un succo di ananas. In ogni caso debbo dire a mia giustificazione che il mio agire è stato meno grave di quello di Gesù Cristo, che con certa gente faceva banchetti. Alla prova dei fatti, io ci ho bevuto assieme solo un succo di ananas.

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A che livelli Gesù Cristo fosse imprudente lo dimostra il Vangelo di San Giovanni narrando del suo incontro e colloquio con una donna cananea al pozzo d’acqua, il cosiddetto Racconto della Samaritana. Soprassediamo sulla grave inopportunità di questo dialogo, perché nessun giudeo dotato di bon ton si sarebbe mai messo a parlare da solo con una donna, tanto più con una del genere, alla quale a un certo punto Gesù Cristo domanda:

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«[…] “Vai a chiamare tuo marito e poi ritorna qui”. Rispose la donna: “Non ho marito”. Le disse Gesù: “Hai detto bene, non ho marito; infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero”». Gli replicò la donna: “Signore, vedo che tu sei un profeta”» [Gv 4, 16-18].

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Analizziamo la gravità della cosa: Gesù Cristo rivolge parola, da solo, ai bordi di un pozzo, a una emerita zoccola che dopo essere saltata da un uomo all’altro, in quel momento conviveva con un altro uomo ancòra, che ovviamente non era suo marito. Ma dico: sono forse persone e situazioni nelle quali un uomo perbene si va a cacciare? Altroché se avevano ragione i sapienti scribi e farisei del Facebook dell’epoca, ad accusarlo di intrattenersi con prostitute, pubblicani e peccatori di varia fatta.

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Si dice poi che Gesù Cristo, dopo la sua morte, sia risorto dal sepolcro. Il mistero della sua risurrezione è il fondamento portante della fede cristiana, lo dice il Beato Apostolo Paolo affermando:

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«[…] se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede» [I Cor 15, 14].

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Padre Ariel negli studi Mediaset del Celio a Roma  accanto alla mitica moto di Vauro con stella rossa e targa sovietica

Questo ho compreso dopo anni di sacerdozio, di studi teologici e di professione di fede nella risurrezione di Gesù Cristo, ossia che Cristo non può essere risorto. Ecco perché: chi ha annunciato la presunta risurrezione di Gesù Cristo? Udite, udite … una ex prostituta! Ora voi ditemi, in una società come quella giudaica dell’epoca, dove le donne non avevano diritto di parola, dove non potevano essere udite come testimoni in tribunale, dove potevano essere ripudiate sulla parola del marito e persino lapidate, se il consorte le accusava di adulterio, questo presunto Risorto usa come annunciatrice non solo una donna, ma persino una ex prostituta? Lo credo bene che gli Apostoli, chiamati al sepolcro vuoto, reagirono non credendo a questa donna e alle sue comari:

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«E, tornate dal sepolcro, annunziarono tutto questo agli Undici e a tutti gli altri. Erano Maria di Màgdala, Giovanna e Maria di Giacomo. Anche le altre che erano insieme lo raccontarono agli apostoli. Quelle parole parvero loro come un vaneggiamento e non credettero a esse» [Lc 24, 1-11].

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Per annunciare un evento del genere Cristo, se fosse veramente risorto, avrebbe dovuto annunciare la propria risurrezione a persone ben più credibili, per esempio apparendo al Sommo Sacerdote e ai membri del Grande Sinedrio. Siamo realisti e concreti: se io risorgessi dai morti, cercherei di apparire a Fedele Confaloneri e a Pier Silvio Berlusconi, a Pietro Chiambretti e Barbara d’Urso, al Presidente della Rai e a Bruno Vespa … non certo a una ex prostituta nigeriana che vive in una periferia di Milano.

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commenti d’alta accademia …

Per una frase scritta sulla mia pagina da un cattolico sapiente della Accademia internazionale delle Scienze di Facebook, il quale ha affermato che con gente come Vauro e Giuseppe Cruciani non prenderebbe neppure un caffè, ho acquisita consapevolezza e prova che Gesù Cristo non è mai risorto, perché con certi soggetti non si è limitato a prendere un caffè, ma a fare banchetti e ad avere relazioni pericolose, inopportune e imprudenti, cosa che io non ho mai fatto in vita mia.

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dall’Isola di Patmos, 27 marzo 2020

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Fede e necessità: una emergenza come quella del coronavirus, a fine emergenza non può mutare le libertà future della Chiesa e dei suoi fedeli

— la Chiesa e la grave emergenza coronavirus —

FEDE E NECESSITÀ: UNA EMERGENZA COME QUELLA DEL CORONAVIRUS, A FINE EMERGENZA NON PUÒ MUTARE LE LIBERTÀ FUTURE DELLA CHIESA E DEI SUOI FEDELI.   

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[…] Possiamo citare altri esempi, ma questo è sufficiente per rendersi conto di come non si possa vivere di solo pane ma che è necessario dare accesso ad altre risorse, tra le quali spicca in modo imminente la fede. E parliamo di fede non secondo quella prospettiva intimistica, sentimentalistica e palliativa da beauty farm dell’anima, ma come dono di Dio che opera sull’intelligenza e dona saggezza per poter discernere il mondo e cogliere la sua presenza salvatrice. La fede è un diritto della persona, attiene alla libertà di autodeterminazione personale e viene (ancora) garantita dalla Costituzione della Repubblica Italiana [art. 19].

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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«Chiesa Aperta» (VIII e IX puntata) — Vi spieghiamo come funziona durante la pandemia da coronavirus la assoluzione generale impartita dai confessori in questo momento di grave crisi sociale e sanitaria

— i Padri de L’Isola di Patmos vicini ai fedeli in questa quarantena —

«CHIESA APERTA» (VIII e IX puntata) — VI SPIEGHIAMO COME FUNZIONA DURANTE LA PANDEMIA DA CORONAVIRUS LA ASSOLUZIONE GENERALE IMPARTITA DAI CONFESSORI IN QUESTO MOMENTO DI GRAVE CRISI SOCIALE E SANITARIA

Offriamo ai nostri Lettori questo terzo prezioso video del nostro stimato confratello Giovanni Zanchi, presbitero della Diocesi di Arezzo, affinché possa fungere anche da efficace e sapiente antidoto a tutti coloro che purtroppo, in questo momento di straordinaria crisi ed emergenza, non hanno trovato di meglio da fare che polemizzare, spesso anche in toni duri e aggressivi, contro le decisioni prese dai nostri vescovi per motivi di sicurezza a tutela della salute pubblica: sospendere le sacre celebrazioni e in molti casi chiudere le chiese. Ricordiamo che la Chiesa, nei momenti di crisi ed emergenza, non è mai stata salvata dalle polemiche di coloro che si ergono in tutti i tempi ai più fedeli tra i fedeli o ai più puri tra i puri, ma dall’unità. Qualcuno ha scritto in questi giorni che «i vescovi stanno suicidando la Chiesa italiana». Purtroppo non ha capito niente dell’essenza della fede cattolica: la Chiesa “si suicida” attaccando i vescovi, anziché seguirli e sostenerli in un momento di così grave prova. 

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RIPRESE VIDEO E MONTAGGIO A CURA DELLA EMITTENTE TELESANDOMENICO (AREZZO)

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TESTO DEL VIDEO

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I testi del Padre Giovanni Zanchi, direttore del Centro Pastorale Culto Divino della Diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro, non sono stati pensati come articoli ma come testi audio-narrativi. Abbiamo provveduto a trascrivere il testo audio per i nostri Lettori.

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Giovanni Zanchi

Benvenuti alla VIII puntata di Chiesa Aperta!

In questo tempo di pandemia le chiese di pietra e di mattoni rimangono aperte, pur senza celebrazioni pubbliche, come segno di Chiesa Aperta che rimane Aperta a gloria di Dio e per la salvezza degli uomini.

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Le Autorità ecclesiastiche e civili hanno emanato provvedimenti eccezionali per contenere la pandemia e ciò rende difficile ricevere la Santa Comunione e gli altri Sacramenti, compresa la Confessione; difficile, ma non impossibile. La Chiesa rimane aperta anche nell’assicurare ai peccatori la Penitenza sacramentale e la Riconciliazione con Dio.

Innanzitutto, per chi non è malato non è impossibile riuscire a confessarsi, mettendo in pratica le Norme recentemente emanate dai Vescovi secondo criteri di prudenza: cioè incontrarsi col sacerdote in luoghi arieggiati, mantenendo la distanza di sicurezza ma garantendo comunque la riservatezza dell’accusa dei peccati e inoltre indossando guanti usa e getta e la mascherina a protezione delle vie aeree. Non mancano i sacerdoti che attuano tali Norme prudenziali con grande creatività pastorale (come si vede in questa immagine – Ndr sull’audio-video).

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Diversa è purtroppo la situazione dei contagiati ricoverati negli Ospedali, specialmente nei reparti di terapia intensiva; i sacerdoti spesso non riescono a raggiungerli, non perché non lo vogliano, ma perché impediti dalla scarsità dei presidi contro il contagio (tute, guanti, mascherine) e dai protocolli delle terapie. Perciò il Papa, attraverso la Penitenzieria Apostolica, il 20 marzo ultimo scorso ha emanato precise e molteplici disposizioni, per far giungere anche agli ammalati gravi il dono della remissione sacramentale dei peccati [cf QUI]. Ad esempio, per garantire la necessaria assistenza spirituale ai malati e ai morenti, il Papa ha suggerito ai Vescovi, se necessario, di costituire gruppi di “cappellani ospedalieri straordinari” anche su base volontaria, in accordo con le Autorità sanitarie e nel rispetto delle norme di tutela dal contagio. Questo è senz’altro il modo migliore per assicurare l’assistenza spirituale ai ricoverati e particolarmente il sacramento della Confessione.

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A tale proposito mi permetto di affermare il Papa e i Vescovi dovrebbero invocare le leggi dello Stato che già esistono per ottenere che i sacerdoti possano accedere liberamente agli ammalati, con le stesse cautele che usano i medici. Molti Cappellani ospedalieri sono anche dipendenti statali, quindi devono essere messi in condizione di svolgere la propria missione. Se i medici entrano ed escono dai reparti con le debite cautele, altrettanto deve essere possibile ai Cappellani. In molti luoghi sono i medici stessi a richiedere quest’opera, innanzitutto per sé medesimi. Inoltre il papa ha ricordato ai Vescovi che, nella presente situazione di emergenza, essi possono ricorrere ad una particolare forma del sacramento della Confessione e cioè l’assoluzione collettiva dei penitenti; questi ultimi sono esentati sul momento dall’accusa personale dei propri peccati al sacerdote, ma devono emettere un atto di contrizione perfetta, il quale include necessariamente il voto di accusare i propri peccati ad un sacerdote appena ciò sarà possibile.

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La Penitenzieria Apostolica ha riconosciuto che la «Riconciliazione di più penitenti con la confessione e l’assoluzione generale» è adesso da attuarsi soprattutto nei luoghi maggiormente interessati dal contagio pandemico e fino a quando esso non cesserà. Il Vescovo di Arezzo-Cortona-Sansepolcro, S.E: Mons. Riccardo Fontana (Ndr Diocesi alla quale appartiene l’Autore degli audio-video), è stato il primo in Italia a impartire in tale forma il sacramento della Riconciliazione; la mattina del 19 marzo si è recato all’ingresso dell’Ospedale San Donato di Arezzo, ove sono ricoverati anche malati di coronavirus; i degenti erano stati previamente avvertiti e hanno potuto seguire lo svolgimento del rito tramite l’emittente diocesana Telesandomenico, unendosi spiritualmente al Vescovo che li assolveva.

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Infine, nella presente situazione vi possono essere malati in quarantena o agonizzanti del tutto impossibilitati a ricevere l’assoluzione sacramentale; in tal caso, il papa ha recentemente ricordato che essi possono ricevere da Dio il perdono dei propri peccati emettendo un atto di contrizione perfetta, includente il fermo proposito di confessarsi se e appena ciò sarà per loro possibile.

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La maggior parte dei mezzi di comunicazione di massa ha dedicato solo qualche accenno superficiale a questi provvedimenti adottati dalla Chiesa per facilitare il più possibile il ricorso alla Riconciliazione sacramentale, con il rischio che passi nelle menti dei più questo tipo di messaggio: “allora posso confessarmi anche da me solo, senza bisogno di un sacerdote!” e: «la Chiesa cambia su tante cose; ora pure sul modo di confessarsi!». In realtà non è così. Da sempre la Santa Madre Chiesa celebra in varie forme il sacramento della Confessione, a seconda delle circostanze e delle possibilità, fedele al suo principio fondamentale: la salvezza delle anime è la suprema legge.

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Inoltre la Santa Madre Chiesa ha sempre insegnato che Dio perdona i peccati di coloro che sono sinceramente pentiti di averli commessi, non solo perché temono l’eterna dannazione, ma perché hanno offeso Dio e quindi sono fermamente risoluti a non peccare più. È quanto diciamo nell’Atto di dolore: «Mio Dio, mi pento e mi dolgo con tutto il cuore dei miei peccati, perché peccando ho meritato i tuoi castighi e molto più perché ho offeso te, infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa. Propongo, con il tuo santo aiuto, di non offenderti mai più e di fuggire le occasioni prossime di peccato. Signore, misericordia, perdonami!».

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Che la contrizione del penitente è il cuore del sacramento della Confessione lo dimostra anche il fatto che il sacerdote non può assolvere un penitente non debitamente pentito e che la grazia divina ricevuta mediante l’assoluzione sacramentale ci aiuta a maturare la contrizione perfetta, quindi a convertirci dai peccati perché amiamo Dio, non solo perché lo temiamo. Allo stesso tempo è sempre vero che la contrizione per i peccati commessi è perfetta proprio perché include necessariamente il voto di accusarsi dei propri peccati davanti al Confessore, appena ciò sarà possibile.

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In questa puntata di Chiesa Aperta abbiamo accennato ad un argomento complesso e delicato, cercando nel poco tempo a disposizione di essere chiari e concisi. La Confessione sacramentale è un argomento di attualità, perché la nostra preparazione spirituale alla Santa Pasqua prosegue anche in questa Quaresima in tempo di quarantena; «confessarsi almeno una volta all’anno e comunicarsi almeno a Pasqua» rimane uno dei Precetti generali della Chiesa, il minimo indispensabile da fare per dire di essere cristiani cattolici.

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Riflettere sull’importanza del sacramento della Penitenza ci ricorda i nostri doveri in tempo di normalità: vivere sempre in grazia di Dio, approfittare sempre delle occasioni per confessarsi, conoscere le verità della fede e le norme del comportamento cristiano, pregare spesso per ottenere la grazia di una buona morte (cioè confortati dai Sacramenti). Allora saremo sempre spiritualmente pronti, pur se sopraggiungerà l’emergenza! In ogni caso, adesso è importante renderci conto che la Chiesa Aperta, anche per donare agli uomini in ogni forma possibile il perdono dei peccati e assicurare così la salvezza eterna delle anime, che rimane la cosa più importante di tutte.

A risentirci alla prossima puntata di Chiesa Aperta.

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Sansepolcro (Arezzo), 24 marzo 2020

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RIPRESE VIDEO E MONTAGGIO A CURA DELLA EMITTENTE TELESANDOMENICO (AREZZO)

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TESTO DEL VIDEO

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Giovanni Zanchi

I testi del Padre Giovanni Zanchi, direttore del Centro Pastorale Culto Divino della Diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro, non sono stati pensati come articoli ma come testi audio-narrativi. Abbiamo provveduto a trascrivere il testo audio per i nostri Lettori.

Benvenuti ad una nuova edizione di Chiesa Aperta!

L’argomento di questa IX puntata è la continuazione di quello precedente: la Chiesa anche in tempo di pandemia rimane Aperta per assicurare la riconciliazione dei peccatori con Dio. Dopo aver segnalato come sia possibile in questo tempo di emergenza sociale amministrare il sacramento della Confessione, accenniamo ora alla pratica delle Indulgenze, perchè proprio in questi giorni ne sono state promulgate di nuove.

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Partiamo da una premessa fondamentale: il peccatore liberato dalla colpa del peccato mediante il sacramento della Confessione, deve ancora scontare la pena dovuta per il peccato; infatti Dio è al contempo misericordioso ma anche giusto. Per questo, assieme all’assoluzione sacramentale, il sacerdote confessore assegna anche una penitenza da compiere. Chi non espia totalmente in questa vita mortale le pene dovute per i propri peccati, lo dovrà fare necessariamente nell’altra vita, se muore in grazia di Dio; tanto vale allora fare penitenza il più possibile adesso.

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Con i sacramenti del Battesimo e della Confessione, la Santa Madre Chiesa ci libera dalla colpa del peccato; con le Indulgenze ci aiuta poi ad espiare le pene dovute per i peccati.

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Approfondiamo ora questo argomento: una Chiesa che sicuramente non chiude mai e che resterà aperta per l’eternità è quella del Paradiso. La Madonna in corpo e anima, gli Angeli, i Santi e le altre anime dei salvati già godono della visione di Dio e contemporaneamente intercedono per noi ancora pellegrini verso la patria comune del cielo. Durante la loro vita terrena, la Madonna e i Santi hanno acquisito per grazia di Dio meriti soprannaturali; uniti ai meriti infiniti acquistatici da Cristo redentore col suo sacrificio sulla croce, tali meriti soprannaturali dei Santi costituiscono il “tesoro” delle soddisfazioni alla divina giustizia, “tesoro” che la Chiesa mette a nostra disposizione per aiutarci a far penitenza dei nostri peccati e conseguire più facilmente l’eterna beatitudine.

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I fedeli debitamente disposti (confessati e comunicati) e che soddisfano ad alcune condizioni stabilite (esclusione di qualsiasi affetto al peccato, compimento dell’opera prescritta, recita del Padre nostro e del Credo, preghiera secondo le intenzioni del Sommo Pontefice), ottengono il dono della abbreviazione (indulgenza parziale) o addirittura della cancellazione (indulgenza plenaria) delle pene dovute per i propri peccati, soddisfacendo alla giustizia divina con l’attingere al “tesoro” soprannaturale dei meriti dei Santi. Detto “in soldoni”: è come se un debitore estinguesse il proprio debito perché un benefattore gli dona gratuitamente il denaro necessario che lui non possiede. Giova ricordare che alcune Indulgenze possono essere applicate anche all’anima di un defunto, a modo di suffragio.

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Chi volesse approfondire la dottrina e la pratica riguardo le Indulgenze può leggere il seguente documento: Penitenzieria Apostolica, Manuale delle Indulgenze, Libreria Editrice Vaticana, 20084.

In questa Quaresima in tempo di quarantena, il Papa ha emanato precise disposizioni, non solo perché i fedeli siano aiutati nel continuare a ricevere il sacramento della Confessione, ma anche per aiutare i fedeli nel continuare a fare penitenza per i propri peccati e giungere spiritualmente rinnovati alla prossima Pasqua. I più diffusi mezzi di comunicazione di massa non prestano attenzione alle nuove Indulgenze appena promulgate; per questo è necessario parlarne, affinché i fedeli ne vengano a conoscenza e possano usufruirne.

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Il Decreto emanato dalla Penitenzieria apostolica in data 20 marzo ultimo scorso è agevolmente consultabile tramite internet [cf QUI]. Mi limito qui a riassumere i punti salienti del Decreto papale: i «fedeli affetti da Coronavirus, sottoposti a regime di quarantena per disposizione dell’autorità sanitaria negli ospedali o nelle proprie abitazioni» ottengono l’Indulgenza plenaria «se, con l’animo distaccato da qualsiasi peccato, si uniranno spiritualmente attraverso i mezzi di comunicazione alla celebrazione della Santa Messa, alla recita del Santo Rosario, alla pia pratica della Via Crucis o ad altre forme di devozione, o se almeno reciteranno il Credo, il Padre Nostro e una pia invocazione alla Beata Vergine Maria, offrendo questa prova in spirito di fede in Dio e di carità verso i fratelli, con la volontà di adempiere le solite condizioni (confessione sacramentale, comunione eucaristica e preghiera secondo le intenzioni del Santo Padre), non appena sarà loro possibile». «Alle stesse condizioni» possono ottenere l’Indulgenza plenaria «gli operatori sanitari, i familiari e quanti, sull’esempio del Buon Samaritano, esponendosi al rischio di contagio, assistono i malati di Coronavirus». Anche i fedeli che «offrano la visita al Santissimo Sacramento, o l’adorazione eucaristica, o la lettura delle Sacre Scritture per almeno mezz’ora, o la recita del Santo Rosario, o il pio esercizio della Via Crucis, o la recita della Coroncina della Divina Misericordia, per implorare da Dio Onnipotente la cessazione dell’epidemia, il sollievo per coloro che ne sono afflitti e la salvezza eterna di quanti il Signore ha chiamato a sé possono lucrare ugualmente l’Indulgenza plenaria. L’indulgenza plenaria può essere ottenuta anche dal fedele che in punto di morte si trovasse nell’impossibilità di ricevere il sacramento dell’Unzione degli infermi e del Viatico: in questo caso si raccomanda l’uso del crocifisso o della croce».

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Il modo ordinario di espiare le pene dovute per i peccati è innanzitutto quello di compiere i propri doveri e sopportare le avversità della vita, innalzando con umile fiducia l’animo a Dio (cf Manuale delle Indulgenze, cit., p. 37); quindi, porre se stessi o i propri beni a servizio dei fratelli che si trovino in necessità e farlo con spirito di fede e con animo misericordioso (Ibidem, p. 40). Le due opere appena ricordate sono quanto mai attuali ed urgenti nella presente calamità e sono pure alla portata di tutti. La Santa Chiesa di fatto le ha ora indulgenziato tali opere, aiutandoci così a valorizzare con spirito soprannaturale quanto ci sta accadendo.

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«Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio» (Rm 8, 28), ci rivela l’apostolo san Paolo; «anche i peccati», chiosava sant’Agostino di Ippona; anche la pandemia, aggiungiamo noi. Pregando Dio e beneficando il prossimo per ottenere le nuove Indulgenze, possiamo trasformare i sacrifici dell’ora presente in una potente occasione soprannaturale di far del bene a noi stessi, oltre che al nostro prossimo.

A risentirci alla prossima puntata di Chiesa Aperta.

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Sansepolcro (Arezzo), 24 marzo 2020

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