Il primo incontro di Gesù Cristo e di Giovanni Battista nel ventre delle loro madri

—  omiletica —

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

IL PRIMO INCONTRO DI GESÙ CRISTO E DI GIOVANNI BATTISTA NEL VENTRE DELLE LORO MADRI

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«Se fossi un filosofo, dovrei scrivere una filosofia dei giocattoli, per dimostrare che il giorno di Natale in compagnia dei bambini è una delle poche occasioni in cui gli uomini diventano completamente vivi!»

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Cari lettori dell’Isola di Patmos,

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immaginate l’attesa di una madre che deve partorire il suo bambino, ma anche quella di suo padre che ha accompagnato e protetto la gestante. Poi c’è anche l’attesa di tutti gli altri parenti. I giorni del parto sono giorni spasmodici. In questi casi, alberga in tutti un sentimento di gioia, ma anche di curiosità, come conoscere il nuovo nascituro, prenderlo in braccio. C’è gioia e curiosità di un incontro intimo. Questi sentimenti sono anch’essi frutto della fede che è l’incontro intimo col Signore.

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Lo sapevano bene sia Elisabetta sia Maria. Nelle letture di oggi ci insegnano la bellezza della fede in Gesù Cristo, il Verbo Incarnato, bambino piccolo pronto ad abbracciare la nostra umanità e fragilità. In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Il brano della visitazione di oggi ci mostra Maria che di fretta si muove verso la casa di Elisabetta. Perché questa fretta? Perché c’è una certa ansia di incontrare chi si ama, quando si è effusi dall’amore di Dio. Era proprio il caso di Maria, che aveva ricevuto poco tempo prima l’annuncio dell’Angelo ed era ormai incinta di Gesù. Maria dunque, colmata dell’amore di Gesù, corre incontro a sua cugina. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo.

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Il Battista, quando è piccolissimo embrione nella pancia di sua madre, si rende conto che quello è un momento speciale. I due bambini si incontrano mediante le loro mamme: è il momento in cui c’è il passaggio definitivo tra l’Antico e il Nuovo Testamento. Fra il Battista, ultimo annunciatore e precursore di Gesù, e il Cristo stesso. L’incontro con Cristo, che fa sempre esultare di gioia, genera sussulto nel piccolissimo Giovanni.

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Questo interroga la nostra fede e la nostra vita di credenti. Possiamo provare a ricordare il momento in cui anche noi abbiamo incontrato per la prima volta Gesù. Per tutti è stato un momento felice, unico e sacro. Portati anche noi dai nostri parenti e da nostra madre per eccellenza, la Chiesa. Proviamo, in questi pochi giorni prima del Natale, a fare memoria e ricordare la nostra prima comunione o un momento bello di preghiera intima di incontro con Gesù.

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Andando oltre, non appena Elisabetta sente suo figlio sussultare è colmata di Spirito Santo. Ecco che allora la gioia viene trasmessa da Giovanni a lei. A quel punto può esclamare la sua professione di fede:

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«Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto”».

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Elisabetta pone una domanda a Maria. Perché sei venuta qui, madre del Signore? Subito dopo riconosce la beatitudine, ancora una volta la gioia e soddisfazione di chi ha avuto una fede autentica. Elisabetta non fa un interrogatorio, ma contempla in modo intelligente il grande mistero della fede cha davanti: la salvezza di Dio, che si fa presente davanti a lei in Maria. Elisabetta testimonia che dunque la fede in Dio non è teoria, ma vicinanza concreta. Questa sana curiosità è una virtù cristiana che possiamo sviluppare tutti noi: è un interrogarsi sulla fede, per provare a comprenderla e dopo poter vivere meglio quello che professiamo nel Credo. La fede in Gesù che viene in questo Natale 2021 dunque non è pura passività ma esercizio armonico della nostra volontà, del nostro affetto e anche della nostra intelligenza. Diceva lo scrittore irlandese Robert Wilson Lynd:

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«Se fossi un filosofo, dovrei scrivere una filosofia dei giocattoli, per dimostrare che il giorno di Natale in compagnia dei bambini è una delle poche occasioni in cui gli uomini diventano completamente vivi!».

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Chiediamo al Signore la grazia di tornare ad avere la gioia e la curiosità di un bambino, per accogliere ogni giorno della nostra vita con la semplicità della fede.

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Roma, 19 dicembre 2021

 

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Questo tempo di un amore più intimo: il mistero dell’incarnazione da contemplare in Avvento

—  omiletica —

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

QUESTO TEMPO DI UN AMORE PIÙ INTIMO: IL MISTERO DELL’INCARNAZIONE DA CONTEMPLARE IN AVVENTO

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Una delle risposte più belle l’ho trovata in Sant’Agostino: «Che cos’è, allora, il tempo? Se nessuno me lo chiede, lo so; se dovessi spiegarlo a chi me ne chiede, non lo so»

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Meditazione d’inizio Avvento

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Cari lettori e amici dell’isola di Patmos

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Sono felice di scrivervi per augurarvi di vivere un fecondo tempo d’Avvento. In questa domenica prende infatti avvio un nuovo anno liturgico che domenica dopo domenica ci porterà fino alla notte di Pasqua. È un tempo speciale che Dio ci dona.

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Circa la domanda su cosa sia il tempo, molti filosofi, teologi e uomini di cultura hanno prodotto ricerche e riflessioni. Una delle risposte più belle l’ho trovata in Sant’Agostino: «Che cos’è, allora, il tempo? Se nessuno me lo chiede, lo so; se dovessi spiegarlo a chi me ne chiede, non lo so» [Le Confessioni, XI, 14 e 18]. Agostino, in realtà, aveva teorizzato una sua personale dottrina filosofica sul tempo, ma non è questa la sede per approfondirla. Penso infatti che la nozione di tempo trovi fondamento solo se la consideriamo fondata nella Creazione e nel Creatore. O come ci insegna la fede cattolica: Dio, che ha originato tutte le cose dal nulla creandole ex nihilo, ha anche originato il divenire e il tempo.

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Occorre dunque collocarsi in questo momento: un prima e un poi che ha senso da quel «in principio» di Genesi e che Dio riempie di senso e finalità. Ecco perché c’è questo tempo che tutti noi iniziamo oggi con il Signore, che è padrone del mondo e della storia e che ha iniziato dalla creazione di entrare e di stare accanto a noi. Dio si fa storia fra noi. In questo modo l’Eternità entra così nel tempo con il mistero dell’Incarnazione. Cogliamo allora questo prezioso periodo di Avvento come un vero e proprio tempo forte, cioè un periodo in cui fortifichiamo la nostra fede e consolidiamo anche la nostra preghiera e devozione.

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Mi vorrei fermare brevemente proprio sulla intima relazione che c’è fra Incarnazione e Resurrezione. Insieme alla Unità e Trinità di Dio, il secondo grande mistero della fede cattolica è proprio la Incarnazione, Passione, Morte e Resurrezione di Nostro Signore di Gesù Cristo. Incarnazione e Resurrezione sono i poli che uniscono tutta la storia della salvezza. Partiamo da questa certezza: non possiamo vivere una buona Pasqua, profonda, spirituale, autentica se prima non abbiamo vissuto bene il Natale.

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Il mistero dell’Incarnazione è anche il mistero di Gesù che è vero Dio e vero Uomo. Di Dio che, per salvarci, assume una natura umana. Nel suo grande Amore decide di farsi simile a noi, uguale in tutto fuorché il peccato, affinché noi fossimo simile a Lui. E da questo che prende avvio un grande cammino di grazia, partendo proprio da ciò che i Santi Padri della Chiesa chiamano mirabile commercium / ammirevole scambio.

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Proviamo allora anche a meditare sull’Amore di Dio che è talmente grande da rendersi a noi più intimo dopo la festa di Natale. Gesù Cristo, il Logos, si assume la missione di dire a ciascuno di noi che ci ama fino alle estreme conseguenze della sera di Giovedì Santo: ma queste estreme conseguenze cominciano dall’assumere una povertà estrema nella mangiatoia di Betlemme, che passerà per il canto glorioso e gioioso degli angeli. Sin dal suo ingresso nel mondo Gesù ci mostra il volto di un Dio affettuoso, autentico e vicino, decide di farsi simile a noi, uguale in tutto fuorché il peccato, affinché noi fossimo simili a Lui.

Buon Avvento a tutti!

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Roma, 28 novembre 2021

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«In tutte le lacrime indugia una speranza» perché «il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno mai»

—  omiletica —

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

«IN TUTTE LE LACRIME INDUGIA UNA SPERANZA» PERCHÉ «IL CIELO E LA TERRA PASSERANNO, MA LE MIE PAROLE NON PASSERANNO MAI»

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Se non siamo più che cauti può sorgere una vera e propria forma di neomillenarismo, con un’attenzione eccessiva anche alla modalità della cosiddetta fine del mondo. Inutile a dirsi che cosa può accadere quando certi cattolici fai-da-te, con specializzazioni e dottorati teologici presi su Facebook, mescolano assieme il ritorno di Cristo alla fine dei tempi e soprattutto le più mal comprese e mal vissute devozioni mariane.

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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PDF  articolo formato stampa

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Meditazione sul Santo Vangelo della XXXIII Domenica del tempo ordinario

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Cari Lettori dell’Isola di Patmos,

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in questo ultimo periodo, le letture del Vangelo ci hanno richiamato all’attenzione, alla prudenza e alla vigilanza. Specie la vigilanza è tema vissuto a volte in modo eccessivo, a volte in modo minimale.

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Per quanto riguarda il modo eccessivo, esagerato ed esasperato vi ho già parlato del movimento statunitense dei preppers o survivalisti. Se non siamo più che cauti può sorgere una vera e propria forma di neomillenarismo, con un’attenzione eccessiva anche alla modalità della cosiddetta fine del mondo. Inutile a dirsi che cosa può accadere quando certi cattolici fai-da-te, con specializzazioni e dottorati teologici presi su Facebook, mescolano assieme il ritorno di Cristo alla fine dei tempi e soprattutto le più mal comprese e mal vissute devozioni mariane. Ma su questo abbiamo parlano in abbondanza, noi Padri de L’Isola di Patmos, nel nostro libro La Chiesa e il coronavirus, pubblicato dalle nostre edizioni nell’ottobre 2020.

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Per entrare in questo tema ci è d’aiuto la cinematografia. Basti infatti ricordare quando alla fine degli anni Novanta, nei cinema vennero proiettati film quali Armagedonn – Giudizio Finale e Deep Impact. In questi film si poteva quasi materialmente percepire una certa paura per la fine del millennio e del secolo ai tempi ormai imminente. Dopodiché, calato il sipario anche sulla notte del millennio, abbiamo dovuto attendere dodici anni, per vedere la fine del calendario Maya nel 2012, con film omonimo e altra colossale catastrofe e fine dei giochi per tutti noi. Insomma si desiderava a tutti costi voler capire come doveva finire il tempo presente. Un desiderio che seppur sano, si muoveva senza la fede, la speranza e la carità.

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Questo è il tema del Vangelo di questa XXXIII domenica del tempo ordinario. Con sfumature evidentemente diverse. L’inizio del vangelo è una proclamazione di giorni futuri che, ad un primo sguardo, sembrano funesti.

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«In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria» (Mc 13, 24-26)

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Insomma, uno scenario davvero terribile. Rimanere senza luce, con le stelle, la luna e il sole che sembrano devastare l’intero universo. Eppure questo è il senso della parusia. Un cambiamento radicale e definitivo dell’intera nostra persona e del rapporto con Dio. Nella parusia ci sarà infatti la nostra vocazione definitiva: smettere di guardare con la luce degli occhi, per guardare Gesù con la luce dell’amore e della carità. Con una luce a noi donata dallo Spirito Santo, la definita Lumen Gloriae. Saremo dunque radunati dagli angeli, per l’incontro più bello e ultimo. Ma niente paura! Infatti Gesù ci chiama a questo incontro. Per arrivare pronti a ricevere la luce della gloria è necessario fare un cammino di radicamento e di unione con Dio. Ciò è possibile se seguiamo il culmine dell’insegnamento di Gesù:

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«In verità vi dico: il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno» (Mc 13, 31)

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Quella di cielo e terra è una formula ebraica per indicare l’intero cosmo. Dunque l’intero cosmo passerà, avrà una fine, Ma i logoi, la Parola di Dio rimarrà in eterno. Gesù è infatti il Logos del Padre. Ogni singola cellula del nostro essere dipende dal sì eterno di Cristo verso di noi. Noi dipendiamo radicalmente da Dio. Questo è il senso primo e ultimo di rimanere nella parola di Dio.

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Se dunque ci impegniamo ad ascoltare continuamente la parola di Dio già da adesso attingeremo alla sua gloria, alla sua luce, alla grazia che saranno le nostre lampade per camminare e affrontare con serenità questi periodi bui. Ascoltare la parola di Dio, insieme ai Sacramenti, è alimento della carità e della speranza, è fare memoria che stiamo vivendo il tempo della fine ma con la gioia dell’inizio.

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Scriveva Simone De Beauvoir: «In tutte le lacrime indugia una speranza». Per questo chiediamo al Signore di vivere ogni giorno ancorati alla sua Parola, consapevoli che se vivremo anche dei momenti esistenziali di tristezza, riceveremo l’abbraccio trinitario di Colui che è unico e definitivo vincitore e Signore della Storia.

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«Gesù dolce, Gesù amore» (Santa Caterina da Siena)

Roma, 13 novembre 2021

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Il problema non è la ricchezza, ma l’uomo che anziché servirsi della ricchezza diviene schiavo della ricchezza

—  omiletica —

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

IL PROBLEMA NON È LA RICCHEZZA, MA L’UOMO CHE ANZICHÈ SERVIRSI DELLA RICCHEZZA DIVIENE SCHIAVO DELLA RICCHEZZA 

 

Il celebre pastore luterano Martin Luther King scriveva: «La vita è sacra. La proprietà è destinata a servire la vita, e per quanto noi la circondiamo di diritti e di rispetto, non ha una essenza personale: è parte della terra su cui l’uomo cammina: non è l’uomo».

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Meditazione sul Santo Vangelo della XXVIII Domenica del tempo ordinario

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Cari Fratelli e Sorelle,

“La prudenza”. Nella foto: Padre Gabriele Giordano M. Scardocci in prudente marcia sul Lungotevere con il monopattino”

in questa domenica attraverso le letture della Liturgia della Parola, il Signore ci vuole dare dei consigli su come vivere sempre più una vita di fede autentica, quella che non richiede una semplice professione del Credo, ma uno stile di vita che si impegni e si sforzi di vivere quello che si crede.

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Quando si imparano le pratiche di pronto soccorso, o quelle di protezione civile, vi sono principi teorici di guida e orientamento a scelte che devono poi essere attualizzate per compiere un’azione efficace di salvaguardia e difesa dei cittadini e dei malati. In questa XXVIII Domenica del tempo ordinario il Signore ci ricorda che il dono della Sapienza è necessario e indispensabile a essere discepoli, affinché tutti noi, per quanto limitati, fragili e peccatori, grazie a questo Dono tendiamo a imitare Gesù e la sua vita. Della Sapienza parla la prima lettura:

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«Pregai e mi fu elargita la prudenza, / implorai e venne in me lo spirito di sapienza / La preferii a scettri e a troni, / stimai un nulla la ricchezza al suo confronto».

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L’Autore del testo sacro ammette che preferisce la sapienza persino alle più grandi ricchezze, persino al potere regale. Proprio perché la sapienza permette di acquisire la chiave di comprensione dei tesori nascosti dei misteri divini. Realtà che se assimilate e fatte proprie, non sono teorie astratte o dottrine aride, ma cambiano lo sguardo sul mondo e su tutto ciò che accade. Questo spirito di Sapienza è dono dello Spirito Santo che permette di gustare e assimilare tutte le verità di fede che professiamo nel Credo. È un modo dunque vivido, esperienziale e autentico di vivere la fede, un quasi contatto concreto con i sacri misteri, che possiamo avere durante una preghiera profonda.

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Prendere un orientamento sapienziale sul mondo è ciò che ci aiuta a riconoscere anche il cammino che Dio ci dona. Nel Vangelo di oggi si narra di un giovane ricco che si presenta a Gesù con un “currriculum” invidiabile: seguiva i comandamenti a menadito fin dalla giovinezza. Probabilmente lo faceva con convinzione. Ma adesso manca il passaggio clou. Ed è lì che il giovane va in crisi. Gesù gli chiede di seguirlo dopo aver venduto tutti i suoi beni per ottenere un tesoro in cielo. A quel punto il giovane se ne va. In privato poi il Signore spiega agli apostoli:

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«Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio! […] Quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio».

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Gesù non condanna i ricchi in sé e per sé in quanto ricchi, ma in questo caso espone la difficoltà di proseguire in un cammino di santità se la ricchezza materiale è qualcosa radicato nell’uomo, quando la ricchezza tende a eliminare qualsiasi orizzonte spirituale e divino. O quando al tempo stesso, la ricchezza, concentra tutta l’attenzione umana sul guadagno, sul possesso smodato, facendo dimenticare che i beni materiali, come per esempio il denaro o le proprietà immobiliari, sono sì mezzi importantissimi, ma pur sempre mezzi che devono aiutarci a diventare veri discepoli di Gesù.

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Il Dono della Sapienza è l’unica vera ricchezza, perché insieme alla grazia ci prepara a valutare tutto ciò che possediamo alla luce della vita eterna; ci aiuta a distinguere l’effimero dall’eterno, donandoci uno sguardo libero, giusto, prudente e armonico. E con questa libertà possiamo diventare generosi nella carità verso il prossimo e prodighi solo nell’amore di Dio. Il celebre pastore luterano Martin Luther King scriveva:

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«La vita è sacra. La proprietà è destinata a servire la vita, e per quanto noi la circondiamo di diritti e di rispetto, non ha una essenza personale: è parte della terra su cui l’uomo cammina: non è l’uomo».

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Chiediamo al Signore di essere pronti alla sua chiamata a lasciare tutto il superfluo, lasciar cadere tutta la zavorra della nostra vita, per vivere una vita cattolica autentica e percorrere i sentieri eterni della santità.

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Così sia.

Roma, 10 ottobre 2021

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Dal volo del calabrone alla macina da mulino legata al collo

—  omiletica —

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

DAL VOLO DEL CALABRONE ALLA MACINA DA MULINO LEGATA AL COLLO

 

La struttura alare del calabrone, in relazione al suo peso, non è adatta al volo, ma lui non lo sa e vola lo stesso». Il calabrone, secondo questa leggenda, vola secondo una misteriosa forza. Che non sa di possedere.

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Meditazione sul Santo Vangelo della XXVI Domenica del tempo ordinario

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Cari Fratelli e Sorelle,

il celebre fisico Albert Einsten spiegò che «La struttura alare del calabrone, in relazione al suo peso, non è adatta al volo, ma lui non lo sa e vola lo stesso». Secondo questa teoria, il calabrone vola secondo una misteriosa forza. Che non sa di possedere. Questa storia mi aiuta ad introdurre le letture di oggi in questa XXVI Domenica del tempo ordinario.

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Ognuno di noi riceve la forza della grazia da Dio. Anche se siamo deboli e lontani da Dio, ci offre sempre il dono di essere in comunione con Lui. Vediamo:

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In quel tempo, Giovanni disse a Gesù:

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«Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva».

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Ma Gesù disse:

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«Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi. Chiunque infatti vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa».

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Questa è una delle pagine più complesse e più discusse dagli esegeti. In altri luoghi, Gesù aveva spiegato come diventare suoi discepoli; prendere la sua croce, seguirlo e quindi accogliere il piano di Dio. Qui sembra invece che si ponga una questione più profonda: chi non fa parte del gruppo degli apostoli può fare il bene.

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Ciò detto però si può comprendere in un passaggio: chi fa il bene in nome di Cristo è già di Cristo. Gesù dunque sta già operando anche in chi è lontano; perché forse la sua fede non è ancora forte, o se quella persona è in cammino di conversione. Il Signore è l’unico che conosce i cuori. Solo Lui può davvero valutare ogni nostra opera. Ecco quale è il centro di questo insegnamento: di non impedire a nessuno l’attuazione di un cammino spirituale, giudicandolo su schemi preconfezionati. Questo è rivolto anche a noi. Non sentiamoci giudicati se anche il nostro cammino di fede è pieno di dubbi, ansie, fragilità, arrabbiature e anche peccati. Se pian piano ci orientiamo in un cammino di essere con Cristo, ogni momento critico è un momento di crescita e viene superato con l’aiuto della grazia che è una forza che ci aiuta ad essere sempre più di Cristo.

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Per arrivare a questo è bene purificarsi da tutto ciò che appunto ci porta fuori dalla comunione con Dio. Innanzitutto, non bisogna scandalizzare i piccoli che credono. Coloro cioè che hanno una fede sincera e umile: quando qualcuno gli pone uno scandalo, li ostacola nel credere. Scandalizzare è porsi contro Dio. Gesù in questo è molto chiaro:

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«Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geènna, nel fuoco inestinguibile. E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato nella Geènna. E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue».

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Questo richiamo al tagliare la mano, il piede e gettare via l’occhio sono delle immagini, unite a quelle del fuoco della Genna, che simboleggiano un grande lavoro su noi stessi: purificare il nostro sguardo e la nostra azione. Dunque Gesù, affinché arriviamo in comunione con Lui, ci chiede di purificarci, di metterci, cioè di prendere uno sguardo sulle realtà delle cose da credenti e non da atei. Dunque di cambiare il nostro modo di vivere non solo in senso moralistico, ma da una prospettiva di fede con cui guardare a tutte le cose. In tal modo, potremo vedere il nostro prossimo con cuore sincero e aperto, donargli delle grandi opere di carità. Anche questa purificazione avviene con l’aiuto della grazia, indispensabile perché tutta la nostra vita sia elevata e divinizzata.

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Chiediamo al Signore, il dono della grazia santificante, per incrementare il nostro cammino di fede, ed imparare ad amare Dio e il prossimo con amore di carità.

Così sia.

Roma, 26 settembre 2021

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NICOLAI RIMSKY KORSAKOV «IL VOLO DEL CALABRONE»

 

 

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Il Piccolo Principe in viaggio con Gesù Cristo lungo le strade della Galilea

—  omiletica —

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

IL PICCOLO PRINCIPE IN VIAGGIO CON GESÙ CRISTO LUNGO LE STRADE DELLA GALILEA

 

Il tema dell’accoglienza dei bambini è importante e centrale in questo brano. I bambini, in genere, non hanno paura paralizzante. Tendono ad avere uno sguardo semplice anche di fronte alle difficoltà e sanno accogliere l’abbraccio dell’Eterno Padre. Con sguardo innocente e limpido, non sono privi di grandi intuizioni e di grandi verità. Spesso infatti i bambini dicono schiettamente quello che pensano.

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Meditazione sul Santo Vangelo della XXV Domenica del tempo ordinario (anno B)

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Nel suo splendido capolavoro Il Piccolo Principe, Antoine de Saint-Exupéry racconta in prima persona l’incontro immaginario con il piccolo principe, personaggio fantasioso con cui inizia un viaggio profondo, fra vari pianeti e riflessioni profonde sulla vita e specialmente sull’infanzia. Egli dedica questo libro a un certo Werth, di cui sappiamo solo ciò che l’Autore illustra:

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«Voglio dedicare il libro al bambino che questo adulto è stato molto tempo fa. Tutti gli adulti sono stati prima di tutto dei bambini».

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Sui temi dell’infanzia, il Vangelo di oggi nelle sue bellissime letture racchiude il mirabile insegnamento di Gesù del servizio verso il prossimo e lo lega all’accoglienza dei più piccoli. Nel testo del Santo Vangelo emerge anzitutto che Gesù è in viaggio:

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«In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: “Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà”. Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo».

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Nel cammino, Gesù annuncia loro questo grande mistero: la Passione, la Resurrezione e dunque la Redenzione. È davvero difficile per gli apostoli capire, anzi questo annuncio fa sorgere un timore profondo. Una paura che blocca, paralizza e non permette neanche un semplice dialogo chiarificatorio. La paura è in effetti il contrario della fede. Esiste una paura umana di fronte ad un evento imprevisto: essa serve ad attivare le nostre competenze e conoscenze per risolvere l’evento traumatico. Ma c’è anche una paura profonda che frena le nostre capacità di riflessione e soluzione e soprattutto paralizza il nostro affidarci a Dio. Nella paura profonda viene meno il senso di abbandono e di fiducia nei confronti del Dio di Gesù Cristo.

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«Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: “Di che cosa stavate discutendo per la strada?”. Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: “Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti”».

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La paura aveva portato gli apostoli a centrare la propria attenzione su sé stessi per cercare di distrarsi; dunque avevano cominciato a discutere su sé stessi improvvisando una sorta di classifica su chi è stato più bravo e servizievole. Gesù allora interviene; il Signore è consapevole di quanto i suoi amati apostoli lo abbiano servito ed amato. Ma non è con spirito di competizione che si deve vivere questa chiamata. Essere primi e più grandi vuol dire mettersi al servizio di Dio e degli altri. Questa è la “legge fondamentale” della Chiesa. Operare secondo una carità autentica, viva e attenta al bisogno di verità, tenerezza e di eternità del nostro prossimo. Anche noi possiamo assimilare l’insegnamento di Gesù: offrire un servizio di carità, essere ultimi nella superbia, nell’egocentrismo e nel perfezionismo, per porre al centro l’amore e la semplicità di Dio. In questo servizio, saremo delle piccole immagini viventi di Gesù stesso, vero Dio e vero uomo.

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«E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: “Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato”».

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Il tema dell’accoglienza dei bambini è importante e centrale in questo brano. I bambini, in genere, non hanno paura paralizzante. Tendono ad avere uno sguardo semplice anche di fronte alle difficoltà e sanno accogliere così l’abbraccio dell’Eterno Padre. Con sguardo innocente, puro e limpido, non sono privi di grandi intuizioni e di grandi verità. Spesso infatti i bambini dicono schiettamente quello che pensano. Essere allora servitori veri e autentici di Gesù richiede di tornare a questo spirito di purezza e innocenza dello spirito, non della mente. Uno spirito che sia sempre accogliente, con uno sguardo sugli eventi che accadono, che non sia semplicemente materiale od orizzontale, ma principalmente fiducioso e abbandonato alla grazia e all’azione di Dio. Accogliere dunque uno sguardo contemplativo capace di abbracciare, con la luce della fede, tutta la realtà per coglierne, con stupore divino, la bontà e la bellezza.

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Chiediamo al Signore di diventare dei veri servitori autentici, per intercessione della nostra madre Celeste, Maria, per essere testimoni credibili della Parola di Vita Eterna di Gesù.

Roma, 18 settembre 2021

 

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Il granello di senape: «Il grano ammucchiato marcisce, se invece viene sparso fruttifica»

—  omiletica —

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

IL GRANELLO DI SENAPE: «IL GRANO AMMUCCHIATO MARCISCE, SE INVECE VIENE SPARSO FRUTTIFICA»

 

Il Vangelo è dunque quel granello che va seminato il più possibile: in questi tempi incerti e di poca solidità, proprio questo seme di eternità e di certezza va donato al mondo per una pandemia che è innanzitutto isolamento e distanziamento dall’ amore per Dio e per il prossimo.

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Cari fratelli e sorelle,

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il Signore oggi racconta due parabole alla folla per far comprendere il regno di Dio. Quella folla siamo anche noi, oggi che in questa domenica ascoltiamo la Sua Parola. Anche quando eravamo bambini, facilmente per farci comprendere qualche concetto più complicato, i nostri genitori, parenti e anche le maestre usavano delle favole, o delle narrazioni più semplici. In tal modo ci ritrovavamo immersi in un esempio, in una storiella o anche in un racconto ed eravamo così più vicini, più familiari a quello che dovevamo imparare. Così Gesù racconta le parabole del seminatore e del granello di senape per rendere più vicino e familiare il grande mistero del regno di Dio. Questo ciò che oggi ci offre la Liturgia della Parola in questa XI Domenica del Tempo Ordinario.

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Nella prima parabola troviamo il Seminatore che getta il seme. Questo seme al di là dell’azione del seminatore germoglia e cresce. Successivamente c’è l’azione del terreno:

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«Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura»

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Il regno di Dio allora è simile a questo seme che fermenta. Con un grande fermento sacro, arriva ad una maturazione e finalmente poi viene dato in frutto per chi ne ha bisogno.

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Dunque il regno di Dio è quel luogo in cui si è preparati, curati, lasciati fermentare per divenire doni fruttificanti per il mondo. Il regno di Dio, diremo, è la Chiesa, il Nuovo Popolo di Dio che, nell’unione di tutti i credenti che nel vivere la loro vocazione si fanno semi del Seminatore, cioè Gesù Cristo. Questo regno cresce, si espande nell’amore e nella carità di Dio: accoglie dentro di sé tanti altri uomini e donne desiderose di amore e carità.

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Questa prima parabola allora è un richiamo a tutti noi e alla nostra vita di fede e vocazione: è una similitudine in cui possiamo domandarci se stiamo crescendo e fermentando, se stiamo dando il massimo nello stato di vita in cui siamo chiamati, e se i frutti che offriamo al mondo sono davvero fecondi perché nati dal seme trinitario del Seminatore.

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La seconda parabola o similitudine che descrive il regno di Dio è costruita sul granello di senape:

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«È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra».

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L’immagine del granello di senape era familiare per i pastori dell’antica Giudea, e per tutti coloro che abitavano quelle terre. Ancora una volta, c’è l’idea di questo granello che si accresce, in un fermento che poi lo fa diventare talmente grande che gli uccelli vi possono nidificare. Qui Gesù inserisce quasi un contrasto visivo: la piccolezza del seme all’inizio, e alla fine della crescita, la sua grandezza. Questa immagine mostra una delle qualità del regno di Dio: il suo accrescersi nel corso del tempo e della storia, in attesa di un compimento finale.

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Per questo che in questa seconda similitudine, il regno di Dio in senso stretto è il Vangelo che rende santi chiunque lo ascolta. Un Vangelo che se decidiamo di farlo nostro, di viverlo coerentemente e autenticamente, ci permette di accogliere una grandissima santità e dunque di essere creature a immagine e somiglianza di Dio. Davvero il Vangelo è un fermento sacro che ci dona soddisfazione, completezza e tanta gioia sin da adesso e poi definitivamente in Paradiso. Il Vangelo è dunque quel granello che va seminato il più possibile: in questi tempi incerti e di poca solidità, proprio questo seme di eternità e di certezza va donato al mondo per una pandemia che è innanzitutto isolamento e distanziamento dall’amore per Dio e per il prossimo. Questa, è infatti quella pandemia spirituale sotto certi aspetti molto peggiore del coronavirus. Il virus della pandemia da coronavirus danneggia infatti in corpo, mentre la pandemia del virus spirituale che ci ha colpiti, danneggia profondamente e gravemente l’anima.

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Scriveva San Domenico di Guzmàn: «Il grano ammucchiato marcisce, se invece viene sparso fruttifica». Per questo chiediamo al Signore la forza e la grazia di accogliere il regno di Dio in noi: di essere semi di carità vivi nella Chiesa, per effondere su tutto il mondo sofferente fiumi e parole di vita eterna, perché il vangelo della vita divenga l’alba della civiltà dell’amore.

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Roma, 13 giugno 2021

 

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Roma, 6 giugno 2021

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Padre Gabriele

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Sei tu Signore il pane, tu cibo sei per noi, risorto a vita nuova sei vivo in mezzo a noi

—  omiletica —

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

SEI TU SIGNORE IL PANE, TU CIBO SEI PER NOI, RISORTO A VITA NUOVA SEI VIVO IN MEZZO A NOI

 

Adóro Te devóte, látens Déitas, Quæ sub his figúris, vere látitas: Tibi se cor meum totum súbjicit, Quia, te contémplans, totum déficit.

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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PDF  articolo formato stampa

 

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Cari Lettori de L’Isola di Patmos,

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in questi tempi di contagio globale, i decreti hanno chiesto ai ristoranti di rimanere chiusi o di aprire solo in determinati orari. Forse ci è mancato di vivere quel momento di serenità, di pausa e anche di allegria che si è soliti trascorrere con i propri amici e parenti. Sono momenti in cui il distanziamento fisico e interpersonale ci ha anche tolto la gioia della comunione e della presenza reale di chi amiamo.

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Oggi però noi siamo qui per festeggiare il banchetto di Gesù Cristo. Il banchetto dell’Eucarestia che noi riceviamo sotto le specie del pane e del vino, in cui Gesù è sostanzialmente, realmente e veramente presente. È un mistero davvero tanto grande, perché è il mistero del Dio veramente e autenticamente presente e vivente accanto a noi nella nostra vita, da Lui redenta per sempre nella Passione.

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La lettera agli Ebrei ci spiega in un passaggio proprio questa speciale salvezza:

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«Egli [Gesù] entrò una volta per sempre nel santuario, non mediante il sangue di capri e di vitelli, ma in virtù del proprio sangue, ottenendo così una redenzione eterna» [cfr. Eb 9,11-15].

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Riguardo la passione e morte che abbiamo celebrato nel Triduo Pasquale, la lettera agli Ebrei narra che Gesù ha donato il suo Sangue per noi e ci ha ottenuto una redenzione eterna. Qui il testo non dice esplicitamente anche il corpo, ma è implicito che si stia parlando anche di questo. Il sacrificio di Gesù, cruento nella Passione, ci ha liberato dal peso della schiavitù col peccato contratta da dopo il peccato di Adamo ed Eva. Dunque, a differenza del rituale di sacrificio ebraico che purificava dai peccati che si ripeteva ogni anno, il sacrificio cruento del sangue di Gesù è avvenuto una volta sola.

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Queste considerazioni servono a noi per provare a rileggere gli eventi trascorsi durante il Triduo culminato nel giorno di Pasqua. Magari in quei giorni ci abbiamo riflettuto poco, presi da mille cose da organizzare per esempio il lavoro, la famiglia, la Santa Messa, il pranzo di Pasqua … Eppure, in quei giorni così frenetici, il Signore ci ha liberato dal peso grandissimo del peccato. Offrendosi innocente per tutti i colpevoli. È vero siamo in estate, ma non per questo dobbiamo dimenticare i primi giorni di aprile di questa primavera. Proviamo a ripensare a quel grande sacrificio pasquale d’amore di Gesù per noi.

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Il fatto che ci sia stato un unico storico sacrificio cruento non lascia fuori da questo atto d’amore, tutti noi che siamo nati secoli dopo i giorni della Passione. Questo è possibile perché Gesù, per perpetuare il suo sacrificio nel corso dei secoli e coinvolgerci nel suo grande Amore, ha istituito l’Eucarestia, il Sacrificio Incruento. Ce ne parla il vangelo:

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«Mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: “Prendete, questo è il mio corpo”. Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: “Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio”» [cfr. Mc 14,12-16.22-26]

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Qui si vede che Gesù offre il pane e il vino, che ha “trasformato” nel Suo Santissimo Corpo e Sangue, agli apostoli. Successivamente, gli apostoli e i loro successori ripeteranno le parole di Gesù proferendole sul pane e sul vino, che per transustanziazione di nuovo presenteranno a chi partecipa il Santissimo Corpo e Sangue di Cristo. Questo è ciò che la Chiesa intera fa oggi, quando celebra l’Eucarestia.

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Questo grande mistero è un sacrificio d’amore che per noi ancora oggi vuol dire essere in comunione con la presenza reale di Gesù nelle specie eucaristiche. Quando infatti fra poco riceveremo l’ostia consacrata, Gesù prenderà dimora in noi, unirà il suo Cuore al nostro cuore, il nostro corpo diverrà Tempio del Suo Corpo e del Suo Sangue, e anche dello Spirito Santo. Secondo alcuni calcoli, la specie eucaristica e dunque Gesù dopo che è stato assunto rimane unito a noi per quindici minuti. Nel tempo del distanziamento e dell’isolamento, il Signore si fa pane per esserci intimità. E la sua intimità con Lui, chiama ciascuno di noi ad amare ancora di più Dio e il prossimo. L’Eucarestia è il sacramento dell’amicizia e intimità con Dio.

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Scriveva lo storico romano Sallustio: «Volere e non volere le stesse cose, questa è la vera amicizia». Chiediamo quindi al Signore, specialmente oggi, di aprire la nostra anima e il nostro spirito a Lui e al suo grande amore eucaristico, per unire la nostra volontà a Lui adesso, per prepararci all’incontro definitivo nella beatitudine eterna.

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Roma, 6 giugno 2021

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Inno latino del 1264
Autore
San Tommaso d’Aquino

Adóro Te devóte, látens Déitas,
Quæ sub his figúris, vere látitas:
Tibi se cor meum totum súbjicit,
Quia, te contémplans, totum déficit.

Visus, tactus, gustus, in te fállitur,
Sed audítu solo tuto créditur:
Credo quidquid díxit Dei Fílius;
Nil hoc verbo veritátis vérius.[2]

In cruce latébat sola Déitas,
At hic látet simul et humánitas:
Ambo támen crédens átque cónfitens,
Peto quod petívit latro pœnitens.

Plagas, sicut Thomas, non intúeor,
Deum támen meum te confíteor.
Fac me tibi sémper mágis crédere,
In te spem habére, te dilígere.

O memoriále mortis Dómini,
Panis vivus, vitam præstans hómini,
Præsta meæ menti de te vívere,
Et te illi semper dulce sápere.

Pie pellicáne, Jesu Dómine,
Me immúndum munda tuo sánguine,
Cujus una stilla salvum fácere,
Totum mundum quit ab ómni scélere.

Jesu, quem velátum nunc aspício,
Oro fíat illud, quod tam sítio:
Ut, te reveláta cernens fácie,
Visu sim beátus tuæ glóriæ. Amen.

Traduzione del Missale Romanum
Autore
San Tommaso d’Aquino

O Gesù ti adoro nell’ostia nascosto,
che, sotto queste specie, stai celato:
Solo in Te il mio cuore si abbandona
Perché contemplando Te, tutto è vano.

La vista, il tatto, il gusto non arriva a Te,
ma la tua parola resta salda in me:
credo a tutto ciò / che il Figlio di Dio ha detto:
nulla è più vero della tua parola di verità.

Hai nascosto in croce la Divinità,
ma sull’altare si cela anche la tua umanità:
uomo-Dio la fede ti rivela a me,
Cerco ciò che desiderò il ladro pentito.

Non vedo le piaghe come Tommaso,
tuttavia confesso che tu sei il mio Dio.
Fà che io possa credere sempre più a Te,
che abbia speranza in Te e che ti ami.

O memoriale della morte del Signore,
pane vivo che offri la vita all’uomo,
fa che la mia mente viva di Te,
e che ti gusti sempre dolcemente.

O pio pellicano Signore Gesù,
purifica me, peccatore, col tuo sangue,
che, con una sola goccia, può rendere salvo
tutto il mondo da ogni peccato.

O Gesù, che ora vedo,
prego che avvenga ciò che tanto desidero:
che, vedendoti col volto svelato,
sia beato della visione della tua gloria. Amen.

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La solennità dell’ascensione di Cristo Dio, la corsa a staffetta e Nelson Mandela

—  omiletica —

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

 LA SOLENNITÀ DELL’ASCENSIONE DI CRISTO DIO, LA CORSA A STAFFETTA E NELSON MANDELA 

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«Siamo nati per rendere manifesta la gloria di Dio che è dentro di noi […] Se ci libereremo dalla nostra paura, la nostra testimonianza automaticamente libererà gli altri»

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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PDF  articolo formato stampa
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L’audio-lettura dell’articolo sarà disponibile oggi pomeriggio 

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Cari fratelli e sorelle,

Nelson Mandela (1918 – 2013 )

La solennità dell’Ascensione è il ritorno di Gesù al Padre che ascendendo al cielo, porta con sé tutta l’umanità, e dunque tutti noi. In questa solennità il Signore spalanca le porte del Paradiso a ogni uomo e noi lo raggiungeremo alla fine della nostra vita, se accoglieremo la grazia del Padre e saremo suoi testimoni. Proviamo allora a comprendere il tutto.

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In una gara di atletica leggera, in particolare una corsa a staffetta quattro per cento metri troviamo quattro atleti devono arrivare al traguardo. Mentre corrono si passano un oggetto a forma di bastone chiamato testimone. Il primo atleta inizia così la corsa, dopo un po’ di metri lo cede al secondo, che lo attende fermo e che comincia a correre quando riceve il testimone, dopo altri metri lo cede al terzo, anche lui corre per un po’ e infine lo cede al quarto corridore che con il testimone taglia il traguardo.

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Questo esempio spiega che l’Ascensione è il giorno in cui oggi c’è il passaggio di consegne definitivo fra la missione di Gesù e quella degli Apostoli. E dunque anche il passaggio di testimone fra gli Apostoli, i loro Successori, i Successori dei Successori e infine anche noi, che entriamo in questa trasmissione.

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Negli Atti degli Apostoli, all’inizio della sua seconda opera l’Evangelista Luca ricorda le parole di Gesù poco prima di ascendere al cielo:

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«Riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samarìa e fino ai confini della terra» [At 1, 1-18]

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Nella testimonianza di Luca, sappiamo che nell’Ascensione gli Apostoli hanno ricevuto lo Spirito Santo e il mandato di essere testimoni fino ai confini della terra, che nel mondo a loro conosciuto indicava i territori d’Israele e l’intero Impero Romano. Perciò, lo Spirito Santo sarà davvero quel vento impetuoso che condurrà le vele degli Apostoli fino territori lontanissimi rispetto ai piccoli villaggi giudaici che essi conoscevano e che abitavano.

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Anche per noi, sull’esempio degli Apostoli, la testimonianza che siamo chiamati a portare, dall’Ascensione in poi, è un invito ad aderire a un progetto più grande e inaspettato. È dunque affermare la bellezza della nostra fede in circostanze e luoghi che forse non avremo amai pensato. Quando lo Spirito ci accompagna, ci fa scoprire nuovi sentieri e strade di verità e bellezza.

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La testimonianza della fede, porta allora a generare, con l’aiuto di Dio, degli altri credenti come noi. Questa fede nascente, ci insegna Gesù secondo la testimonianza di Marco, ha dei segni ben precisi:

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«Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno» [Mc 16,15-20].

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Invocare il nome del Signore è il modo in cui si compie l’opera missionaria degli apostoli: tutto è fatto nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Da questa fonte, sgorgano come una cascata dei segni miracolosi e dei segni della guarigione di Dio per l’uomo. Questo è un incoraggiamento per noi: Gesù ci rassicura che la fede testimoniata dà sempre dei buoni frutti di carità. Non sempre opereremo dei miracoli strictu sensu, anzi plausibilmente quasi mai. Forse l’unico miracolo che davvero possiamo fare cooperando con Dio, è sconfiggere i demoni, i serpenti e veleni dell’odio e dell’indifferenza generati dal materialismo della società attuale post moderna; questo sarà possibile se uniti al Signore porteremo la sua guarigione verso tutti coloro che non hanno né i beni materiali né i beni spirituali, abbandonati dal mondo che li priva sia il nutrimento per la vita quotidiana, sia il nutrimento per la vita eterna, cioè Dio.

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Diceva Nelson Mandela nel suo discorso inaugurale tenuto a Pretoria nel maggio del 1994 per il suo insediamento alla presidenza del Sudafrica:  

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«Siamo nati per rendere manifesta la gloria di Dio che è dentro di noi […] Se ci libereremo dalla nostra paura, la nostra testimonianza automaticamente libererà gli altri» [vedere QUI]

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Chiediamo al Signore di essere buoni testimoni e portatori di un messaggio di vita eterna, con l’intercessione di Maria nostra madre, e in tal modo di unire tuti gli uomini all’orizzonte di vita eterna inaugurato nell’Ascensione.

Così sia.

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Roma, 16 maggio 2021

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Nell’Antico e nel Nuovo Patto, sappiamo che solo l’amore di Gesù Cristo è credibile

—  omiletica —

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

NELL’ANTICO E NEL NUOVO PATTO, SAPPIAMO CHE SOLO L’AMORE DI GESÙ CRISTO È CREDIBILE

 

Scriveva il teologo Hans Urs von Balthasar: Solo l’amore è credibile, consapevole della lezione di Dante nella Commedia: l’Amor che move il sole e le altre stelle.

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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PDF  articolo formato stampa
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Cari amici e lettori de L’Isola di Patmos,

il futuro presbitero e teologo Hans Urs von Balthasar (Lucerna, 12 agosto 1905 – Basilea, 26 giugno 1988), foto giovanile del 1929, all’epoca in cui era studente universitario

il tempo di Pasqua lo trascorriamo assieme attraverso la narrazione in cui facciamo memoria delle parole di Gesù Risorto. Queste parole ci rendono consapevoli che la vita eterna non è una semplice teoria, o un sistema di idee, ma è una promessa di qualcosa di enorme: la promessa della resurrezione in anima e corpo. Perciò la nostra vita è vocazione ad un progetto di eternità.

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Uno dei temi che torna oggi nelle letture è il tema dell’Amore. Infatti l’Amore di Dio è eterno e non cessa mai di amare e di rendersi vivo e forte nella nostra vita: proprio per la sua eternità non cesserà di donarsi a noi neanche dopo la nostra morte. Gesù stesso è testimone di questo grande amore, che riceve dall’Eterno Padre per poi trasmetterlo a noi, come ci narra in questa Liturgia della Parola l’Apostolo Giovanni:

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«Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» [cfr. 15, 9-17]

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L’osservanza dei comandamenti permette di rimanere nell’amore del Padre e del Figlio. Questa osservanza di Gesù non è un comando di tipo militare, né tanto meno un ricatto di natura morale. Il Signore semplicemente chiarisce ai suoi Apostoli e a tutti coloro a cui verrà trasmesso il messaggio gesuano, che tale messaggio non abolisce i Dieci Comandamenti, che costituiscono parte integrante e fondamentale della nostra fede. In secondo luogo, Gesù ci sta dicendo che l’Amore non è puro sentimentalismo, fatto di quei sentimentalismi aridi, sterili e melensi, oggi tanto ben rappresentato dalle varie serie televisive o dalla cinematografia contemporanea. Amare il prossimo osservando i comandamenti vuol dire amarlo concretamente, con una scelta determinata di accompagnare il nostro prossimo al Bene più grande: l’amicizia con Dio.

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L’amicizia con Dio è dunque la relazione che sorge nella prospettiva della fede e dell’amore annunciato da Cristo. Una prospettiva che promette una gioia vera, autentica, profonda: la gioia dell’Incontro con Colui che ci ha donato la vita sulla croce. Proprio per questo il dono di sé diviene il comandamento dell’amore, il comandamento per eccellenza. Prosegue infatti il Santo Evangelista Giovanni in un’altra pericope di questo Vangelo:

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«Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici» [cfr. 15, 9-17].

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Ecco il comandamento della Legge Nuova. Il Nuovo Patto di Gesù il quale integra, completa e massimizza l’Antico Patto della Torah. Il Nuovo Patto dell’Amore è il dono di sé fino alle estreme conseguenze per chi si ama, e in particolare per i propri amici. Questo ricevimento dell’Amore Trinitario per poi donarlo agli altri, si esplicita nelle nostre vite e nelle nostre vocazioni concrete. Nel matrimonio, gli sposi si donano l’un l’altro l’amore fecondo, indissolubile e fedele di Gesù, lo Sposo, e la Chiesa, la Sposa; nell’ordine Sacro, i tre diversi gradi che lo compongono diaconato, presbiterato ed episcopato, rendono realmente presente l’Amore di Gesù nei Sacramenti, nella Sua Parola e nel governo della parrocchia o della diocesi; la vita consacrata infine, è espressione del perfetto Amore di Gesù, specialmente nell’esercizio dei tre voti e nella missione specifica a cui ogni consacrato è inviato.

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Entrare nell’amore di Dio dunque è essere coinvolti in una progettualità di Carità e Verità. Nulla in Dio è lasciato all’improvvisazione, tutto anzi è orientato a generare una profonda e intima relazione con Dio. Dal dono ricevuto da Dio per sé stessi, al dono di sé stessi per gli altri, tutto il movimento dell’Amore Trinitario nell’uomo è ciò che rende attuale e credibile la presenza di Gesù nelle nostre vite.

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Scriveva il teologo Hans Urs von Balthasar: Solo l’amore è credibile, consapevole della lezione di Dante nella Commedia: l’Amor che move il sole e le altre stelle.

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Sull’esempio di Maria ancella dell’amore trinitario, chiediamo al Signore che ci doni la grazia essere sempre più messaggeri e portatori di un amore più grande, una Carità che supera i confini delle nazioni e del distanziamento sociale, e doni un orizzonte di senso di eternità.

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Roma, 9 maggio 2021

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