Il Buon Pastore è colui che guida con serenità donandosi con carità nel mondo liquido

—  omiletica —

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

IL BUON PASTORE È COLUI CHE GUIDA CON SERENITÀ DONANDOSI CON CARITÀ NEL MONDO LIQUIDO

 

Gesù descrive la figura del mercenario come opposta alla sua. Il mercenario esprime la mentalità del mondo liquido. Infatti non dà la vita, fugge dinanzi ai pericoli di chi gli è stato affidato. Il mercenario usa le pecore come oggetti, finché gli è comodo e per tornaconto personale. Egli non sa custodire, ma usa solo un’ottica di dominio

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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acquedotto romano sull’Appia Antica

Cari Lettori de L’Isola di Patmos,

quando ero liceale andavo ogni tanto a fare una corsa nel parco vicino casa, una enorme campagna dentro il Parco dell’Appia Antica. Un giorno ricordo che in questo grande verde comparì un folto gregge di pecore. Dietro un giovane pastore che le indirizzava fischiando in loro direzione. E le pecore silenziose, accompagnate anche dal cane pastore, obbedivano.

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Questo racconto del Vangelo di San Giovanni offerto dalla liturgia di questa IV domenica di Pasqua [cfr. 10, 11-18], ci ricorda provvidenzialmente che in questi tempi di grande incertezza, oggi il Signore ci viene incontro e ci ricorda che Lui è il Buon Pastore della nostra vita. È proprio in questo grande mistero che ci introducono le letture di oggi. In particolar modo nel Vangelo di Giovanni, Gesù si presenta come tale affermando:

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«Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario […] vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore».

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Notiamo immediatamente che Gesù descrive la figura del mercenario come opposta alla sua. Il mercenario esprime chiaramente la mentalità del mondo liquido. Infatti non dà la vita, fugge dinanzi ai pericoli di chi gli è stato affidato. Il mercenario usa le pecore come oggetti, finché gli è comodo e per un tornaconto personale. Egli non sa custodire, ma usa solo un’ottica di dominio. Ha dunque una mentalità solo utilitaristica.

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Tutto il contrario è invece il buon Pastore. Egli conosce ed ama le sue pecore. Interessante come ci sia questo legame fra conoscere ed amare, che trova fondamento nel rapporto di conoscenza ed amore che c’è fra l’Eterno Padre e il Cristo Logos. Infatti, nella lingua ebraica e aramaica parlata da Gesù, la parola conoscere è detta con il vocabolo yadah che indica sia una conoscenza intellettuale, sia allo stesso tempo una intimità affettiva. Quando Gesù dice conoscere allora vuole indicare che c’è un rapporto di verità e intimissimo fra lui e noi, le sue pecore. Proprio perché ci ama, offre la sua vita e rimane, donandosi fino alla fine, nel Getsemani. Offre tutto sé stesso per liberarci dalla schiavitù del peccato.

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Nell’offrire la vita c’è la ragione più profonda di tutto il moto trinitario.  Ce lo spiega con parole chiare il Signore proseguendo così:

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«Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».

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L’Eterno Padre infatti ha affidato la missione visibile a Gesù di incarnarsi, diventare uomo come noi, vivere i giorni della passione e morte per poi risorgere. Ecco allora che l’Incarnazione e la Pasqua hanno in comune l’elemento dell’amore: tutti quanti in Gesù risorto otteniamo la grazia per amare e conoscere Dio. La mentalità trinitaria di offerta ed amore di sé supera la mentalità utilitaristica. Perché rinnova l’uomo in Dio integralmente: anima, corpo e spirito. Questo interroga profondamente le nostre vite di fede.

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Vogliamo essere mercenari o pastori? Vogliamo entrare nell’ottica del dominio o dell’offerta di sé? Se davvero scegliamo di sforzarci ad essere coerenti con la nostra vocazione, entriamo anche noi nell’ottica dell’Eterno Padre che invia Gesù: rispondiamo allora al Suo comando, che però non è un’imposizione dittatoriale. È aderire ad un progetto d’amore personale comunitario che è espressione di una libertà più grande. Entrare nella prospettiva della Trinità, vuol dire accogliere la nostra missione che offrirà una gioia e soddisfazione impagabili.

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Chiediamo al Signore di entrare sempre più nella sua ottica di offerta e oblazione di noi stessi, per coinvolgere tutto il mondo nell’orizzonte della carità teologale e generare la vera civiltà dell’amore, uniti nell’amore dell’unico Pastore.

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Roma, 25 aprile 2021

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La memoria della vittoria finale. Il “pesce arrostito” per l’uomo nella risurrezione di Cristo

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

—  omiletica —

LA MEMORIA DELLA VITTORIA FINALE. IL “PESCE ARROSTITO” PER L’UOMO NELLA RESURREZIONE DI CRISTO

«L’amore è l’anello di una catena che inizia da uno sguardo e sfocia nell’eterno»

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Ci scusiamo con la ipersensibilità degli appartenenti alla “religione vegana”, ma Gesù Cristo mangiava i pesci arrosto (cfr. Lc 24, 35-48)

In questa domenica del tempo di Pasqua continuiamo a meditare sulle apparizioni del Risorto. Questo è un esercizio continuo di ripetizione e memorizzazione dei grandi eventi di Pasqua. In effetti una delle cose che più manca alla nostra società è l’aspetto della memoria. Facilmente dimentichiamo gli eventi belli, o quelli di sofferenza che ci sono accaduti. La memoria è invece una delle nostre facoltà più importanti, anche per la comprensione e l’elaborazione del mondo intorno a noi.

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Troppo facilmente dimentichiamo il centro della nostra fede: la crocifissione e resurrezione. Prontamente la Scrittura però ce lo ricorda. Nel Vangelo lucano di oggi infatti leggiamo:

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«In quel tempo, [i due discepoli che erano ritornati da Èmmaus] narravano [agli Undici e a quelli che erano con loro] ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto [Gesù] nello spezzare il pane» (Lc 24, 35-48].

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Gli stessi discepoli di Emmaus raccontano agli undici cosa è avvenuto: Gesù ha spezzato con loro il pane. C’è un elemento di narrazione, di racconto, e soprattutto di ricordare che proprio in quel pane spezzato avevano riconosciuto Gesù. Questo avviene anche per noi oggi: infatti quando nella Santa Messa vediamo il sacerdote spezzare il pane, vediamo Gesù Eucarestia presente fra noi. In quello spezzarsi, ricordiamo e riviviamo il sacrificio di Gesù in un memoriale che è per noi vitale: Gesù si offre nella Santa Messa, quale sacrificio incruento, per donarci la grazia e la vita eterna.

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Ecco allora la memoria del sacrificio di Cristo per noi. Vitale e fondante della nostra vita terrena in cammino verso la santità. Ora Gesù dopo il suo sacrificio della Passione è veramente risorto. E così appare immediatamente fra gli apostoli e i due di Emmaus per confermare che è tutto vero. Gesù non è un fantasma dei film horror. È davvero lui nel corpo risorto glorificato:

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«Ma egli disse: “Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore?  Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho”. Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. […] “Avete qui qualche cosa da mangiare?”. Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro» [Lc 24, 38-43].

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Questo soffermarsi di Luca su un pesce arrostito può sembrare un particolare insignificante. Invece il pesce è un acronimo greco che richiama il Mistero di Cristo, salvatore e redentore, dal greco ichtus (Iesùs Christòs theòs uiòs sotèr, Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore).  È dunque un secondo richiamo, un po’ nascosto forse stavolta, alla sua passione redentrice.

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Infine Gesù è esplicito. Il centro della comprensione delle scritture e della parola di Dio è il suo Mistero di Crocifissione.

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«Allora aprì loro la mente all’intelligenza delle Scritture e disse: “Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni”» [Lc 24, 47-48].

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Da quella crocifissione e resurrezione, i discepoli e gli apostoli sono testimoni e predicatori. Per questo tale mistero si è trasmesso nel corso dei secoli ed è giunto fino a noi mediante i Successori degli apostoli. Ricordando quindi che il centro di tutto è Cristo risorto, nella gioia e nella pace, anche la nostra vita quotidiana, illuminata e galvanizzata dalla fede cambia. Perché è effusa dalla pace e dalla bontà di Gesù. Ogni istante della vita non va perciò dimenticato, ma posto sotto la lente pasquale. Sapendo che nella notte più oscura o nella luce più forte della nostra vita, Gesù ci rende testimoni della sua gioia.

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Ciò trasfigura completamente tutto e ci invita ad uno sguardo diverso sul mondo. Non uno sguardo sciocco o poco attento; ma uno sguardo da risorti in Cristo. Da vincitori con Lui, nel cammino della Chiesa, nella fede cattolica. Scriveva il poeta libanese Khalìl Gibràn:

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«L’amore è l’anello di una catena che inizia da uno sguardo e sfocia nell’eterno».

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Chiediamo al Signore la grazia dell’amore di carità e con l’aiuto della tenerezza della Beata Vergine Maria, scruteremo tutto il mondo con lo sguardo caritatevole della Trinità.

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Roma, 18 aprile 2021

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Perché Gesù una volta morto discese agli inferi prima di risorgere dai morti il terzo giorno?

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

—  omiletica —

PERCHÈ GESÙ UNA VOLTA MORTO DISCESE AGLI INFERI PRIMA DI RISORGERE DAI MORTI IL TERZO GIORNO?   

Prima della risurrezione avviene qualche cosa che molti non riescono a comprendere e che altri, purtroppo, non conoscono proprio: Cristo, una volta morto, discende agli inferi. Scrive San Paolo Apostolo: «Era disceso nelle regioni inferiori della terra. Colui che discese è lo stesso che anche ascese»

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Cari fratelli e sorelle,

Beato Angelico, Cristo entra negli inferi abbattendo la porta e schiacciandovi sotto un dèmone

buona Pasqua! Dopo il cammino quaresimale il Signore ci permette di giungere all’attesa meta della sua resurrezione, sulla quale si fonda e si regge la nostra fede [Cfr. I Cor 15, 14]. Davvero oggi ci stringiamo tutti in Gesù e in Lui siamo tutti uniti e gioiosi. Pasqua è davvero il passaggio dalla schiavitù del peccato, della tenebra, quindi della tristezza e dell’incertezza alla liberazione della gioia, della felicità della certezza della resurrezione.

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Prima della risurrezione avviene qualche cosa che molti non riescono a comprendere, altri purtroppo non conoscono proprio: Cristo, una volta morto, discende agli inferi. Scrive San Paolo Apostolo: «Era disceso nelle regioni inferiori della terra. Colui che discese è lo stesso che anche ascese» [Ef 4,10]. Insegna a tal proposito il Catechismo della Chiesa Cattolica ai numeri 632-637:

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«La Scrittura chiama inferi [cfr. il 2,10; At 2,24; Ap 1,18; Ef 4,9] il soggiorno dei morti dove Cristo morto è disceso, perché quelli che vi si trovano sono privati della visione di Dio [cfr. Sal 6,6; 88,11-13]. Tale infatti è, nell’attesa del Redentore, la sorte di tutti i morti, cattivi o giusti [cfr. Sal 6,6; 88,11-13]; il che non vuol dire che la loro sorte sia identica, come dimostra Gesù nella parabola del povero Lazzaro accolto nel “seno di Abramo” [Cfr. Lc 16,22-26]. ”Furono appunto le anime di questi giusti in attesa del Cristo a essere liberate da Gesù disceso all’inferno” [Catechismo Romano, 1, 6, 3: ed. P. Rodríguez (Città del Vaticano-Pamplona 1989) p. 71]”. Gesù non è disceso agli inferi per liberare i dannati [cfr. Concilio di Roma (anno 745), De descensu Christi ad inferos: DS 587] né per distruggere l’inferno della dannazione [cfr. Benedetto XII, Libello Cum dudum (1341), 18: DS 1011; Clemente VI, Lettera Super quibusdam (anno 1351), c. 15, 13: DS 1077] ma per liberare i giusti che l’avevano preceduto [Cfr. Concilio di Toledo IV (anno 633), Capitulum, 1: DS 485; Mt 27,52-53].

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Adesso vediamo le letture di questa Liturgia della Parola [cfr. QUI]. La mattina di Pasqua i testimoni della Passione, col cuore ancòra travolto dagli eventi drammatici, fanno una sorprendente scoperta. Si reca al sepolcro innanzitutto Maria di Magdala. Immaginate la scena di quel cammino: l’affettuosa amica di Gesù è col cuore sgomento gonfio di tristezza per quello che era avvenuto appena due giorni prima. Appena giunta alla porta del sepolcro, ci si rende conto che il corpo di Gesù è sparito.

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«Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!» [Gv, 20,2].

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Anche Pietro e Giovanni vengono avvertiti. Ma, dice il Vangelo, non avevano ancora compreso che Gesù doveva risorgere dai morti; sebbene Giovanni, che entra dopo Pietro nel sepolcro, vide e credette. La fede dei due apostoli in questo evento prodigioso rimane: nonostante non si comprenda tutto e subito. Gesù glielo aveva ripetuto più volte, che sarebbe stato crocifisso e poi risorto. E però loro stessi faticano a credere e a capire.

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È anche un po’ la situazione di tutti noi oggi. Crediamo nel mistero della resurrezione, ma fatichiamo ad entrarci a fondo. Forse perché Gesù non lo abbiamo incontrato risorto, ma la sua Resurrezione ci è stata santamente tramandata. O forse perché c’è un motivo più semplice. Perché abbiamo perso l’allenamento a pregare, contemplare e meditare questi divini misteri. Travolti dalla velocità della vita odierna, dai messaggi social, dal lavoro pressante, dalle uscite dei libri abbiamo un po’ messo in soffitta le cose importanti. Anche noi imitiamo la corsa sfrenata di Pietro e Giovanni. Ma a differenza degli apostoli non corriamo verso Gesù risorto, ma verso mille distrazioni. Oltre quello che ci sono già.

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In questa Pasqua 2021, proviamo allora a fermarci su questi versetti del Vangelo. Entriamo nell’ottica della Resurrezione, che è azione di risorgere con Cristo. La resurrezione per noi comincia già oggi, se ci orientiamo a rileggere ogni evento con l’ottica dei risorti. Cioè con l’ottica di non vivere più da uomini destinati a morire, ma da credenti destinati a morire per poi vivere eternamente. Facciamo nostro allora l’invito di San Paolo quando dice:

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«Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra». [Col 3,1]

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Pensare alle cose di lassù ovviamente non implica vivere in un continuo stato di visionari metafisici o persi in una sorta di trance mistica indotta. Cercare le cose di lassù significa appunto cercare di vivere concretamente e nel quotidiano la nostra fede. Che è fede perché diventa vita di santità. Pietro e Giovanni, come vedremo nelle prossime domeniche, si spiegheranno il sepolcro vuoto perché vedranno Gesù risorto. A quel punto, si renderanno primi testimoni dell’evento gioioso della Pasqua; gli apostoli, che senza più la paura che li aveva fatti fuggire davanti alla Passione, hanno trasmesso questo evento straordinario fino a noi. Pietro ci offre la sua testimonianza, quando nella prima lettura degli atti dice:

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«[…] Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nàzaret, […] Essi [i Giudei] lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che si manifestasse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti» [At 10, 38. 39 – 42]

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Questo richiamo al mangiare e bere con Lui, oltre ai momenti passati insieme con Gesù a tavola, è richiamo all’Eucaristia. Ecco allora dove attingere il nostro cibo e bevanda spirituali per poter camminare nella via della fede. La resurrezione si vive specialmente a Pasqua, ma ogni domenica, in cui Cristo si fa presente in corpo, sangue, anima e divinità è sempre Pasqua e resurrezione in Lui, per Lui, con Lui.

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Questo sentimento di vicinanza è descritto in una commovente poesia di Giuseppe Ungaretti:

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Cristo, pensoso palpito, / Astro incarnato nell’umane tenebre, / Fratello che t’immoli / Perennemente per riedificare/ Umanamente l’uomo, / Santo, Santo che soffri, /Maestro e fratello e Dio che ci sai deboli, / Santo, Santo che soffri / Per liberare dalla morte i morti /

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Ringraziamo il Signore, per il dono della Resurrezione, chiediamogli la grazia di unirci pian piano sempre più a Lui nella fede, nella speranza e nella carità teologale, protetti dal dolce manto mariano.

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Roma, 4 aprile 2021

Pasqua di Risurrezione

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Stupiscimi Signore e io oltrepasserò il deserto di Ninive per cercare di stupire gli uomini con l’annuncio della tua Parola

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

—  omiletica —

STUPISCIMI SIGNORE E IO OLTREPASSERÒ IL DESERTO DI NINIVE PER CERCARE DI STUPIRE GLI UOMINI CON L’ANNUNCIO DELLA TUA PAROLA

Pescare gli uomini nella rete di Dio vuol dire proprio toglierli da un’ottica immanente, priva di riferimenti assoluti e priva di senso ultimo, per portarli invece in un orizzonte più ampio e profondo. Fra le centomila parole che sentiamo dalle televisioni, dai social media, dalle radio, da Youtube, da Tik Tok e che sono spesso inopportune e prive di realtà, è bene che nella nostra vita risuoni la Sacra Scrittura, la storia delle storie scritta da Dio per noi.

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Cari fratelli e sorelle,

In questa III settimana del tempo ordinario celebriamo con la Chiesa Universale la Domenica della Parola di Dio, istituita di recente dal Sommo Pontefice Francesco I [vedere Liturgia della Parola QUI].

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La Parola di Dio che è contenuta nella Sacra Scrittura è una delle sorgenti da dove attingere l’acqua della nostra fede, che scorre come un fiume nelle nostre anime. La Sacra Scrittura è dunque all’interno della Bibbia che racchiude i 74 libri sacri, la composizione dei quali è ispirata da Dio che ha aiutato l’autore umano.

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Per cercare di far capire il concetto di ispirazione provo a farvi un esempio. Qual è il vostro libro preferito? Vi dico il mio, per quanto riguarda la letteratura recente: Novecento di Alessandro Baricco. Una breve storia nata tutta quanta dalla semplice fantasia. L’Autore aveva intenti artistici e letterari, era guidato anche da buoni scopi, raccontarci una splendida storia; ma di certo non aveva ricevuto la grazia speciale dell’aiuto dello Spirito Santo affinché componesse un libro che rivelasse le opere di Dio per l’uomo. Inoltre, il fine dell’autore non era quello di trasmettere delle narrazioni che riguardavano la rivelazione di Dio.

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Ecco allora la differenza: i 74 libri biblici sono ispirati, scritti a quattro mani dall’autore umano e dallo Spirito Santo per raccontarci questa bellissima storia d’amore che è la salvezza che il Dio trinitario offre all’uomo. Al fine di comprendere il vero senso della Sacra Scrittura, Dio ha donato, specialmente ai vescovi e ai presbiteri, la grazia di coglierne il senso profondo e la missione di insegnarla presso il Popolo di Dio e anche presso chi non lo conosce.  E questo insegnamento della Parola di Dio è ciò che si evince in modo evidente dalle letture di oggi. Innanzitutto Giona, di cui leggiamo:  

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«Fu rivolta a Giona questa parola del Signore: “Àlzati, va’ a Nìnive, la grande città, e annuncia loro quanto ti dico”. Giona si alzò e andò a Nìnive secondo la Parola del Signore» [Gio 3,1-5.10].

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Giona è inviato a Ninive, la capitale dell’Assiria, o detta in altre parole: è inviato proprio nell’occhio del ciclone, nel centro politico religioso politeistico in cui c’era una concezione opposta a quella del Popolo ebraico. Il Signore cerca perciò con la Sua Parola di generare amicizia, contatti e legami anche fra popoli totalmente diversi, totalmente in contrasto culturale e ideologico. È così che Giona diviene annunciatore di questa Parola di vita eterna, la parola con la quale Dio cerca di cambiare la nostra vita quotidiana, quella che viviamo oggi nell’anno 2021.

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In che modo la parola cambia la nostra vita lo scopriamo nel Santo Vangelo di oggi nel quale Gesù è presentato come Parola vivente del Padre nonché compimento della parola veterotestamentaria. Attraverso quella Parola è quindi il Verbo di Dio incarnato che ci parla e ci dice in che modo la nostra vita cambia, se lo ascoltiamo:

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«Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: “Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini”. E subito lasciarono le reti e lo seguirono» [Mc 1, 14-20].

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Simone e Andrea sono resi pescatori di uomini da Gesù. La Parola di Dio li rende capaci di pescare l’uomo nel loro quotidiano e portarli a conoscenza di verità più alte. Pescare gli uomini nella rete di Dio vuol dire proprio toglierli da un’ottica immanente, priva di riferimenti assoluti e priva di senso ultimo, per portarli invece in un orizzonte più ampio e profondo. Fra le centomila parole che sentiamo dalle televisioni, dai social media, dalle radio, da Youtube, da Tik Tok e che sono spesso inopportune e prive di realtà, è bene che nella nostra vita risuoni la Sacra Scrittura, la storia delle storie scritta da Dio per noi. Come infatti ha detto il premio Nobel per la letteratura Sir Kazuo Ishiguro, britannico di origine giapponese, rivolgendosi all’Accademia di Svezia:

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«Tutte le belle storie, indipendentemente dal metodo con cui sono narrate, devono contenere rapporti che risultino importanti ai nostri occhi; che ci commuovano, ci divertano, ci esasperino o ci sorprendano».

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Chiediamo al Signore la grazia di aprirci sempre più all’ascolto e alla interiorizzazione della Sua parola, affinché sia sempre il suo amore trinitario a commuoverci, a divertirci, a esasperarci e a sorprenderci nella nostra vita di fede e carità.

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Roma, 24 gennaio 2021

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Padre Gabriele

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Il Cristianesimo da menù di ristorante che sfugge la croce e trasforma Cristo Dio in un delizioso pasticcino altamente digeribile

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

—  omiletica —

IL CRISTIANESIMO DA MENÙ DI RISTORANTE CHE SFUGGE LA CROCE E TRASFORMA CRISTO DIO IN UN DELIZIOSO PASTICCINO ALTAMENTE DIGERIBILE 

Oggi più che mai sfugge, persino a noi consacrati, l’elemento sacrificale della vera esperienza di fede. Da tempo abbiamo ormai creato quello che potremmo definire come un cristianesimo da menù di ristorante in cui si entra, si legge la carta e si sceglie quel che piace. E così a farla da padrona è il peggio della emotività animata dall’umano egoismo.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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I tre Vangeli sinottici dei Beati Evangelisti Marco, Matteo e Luca, hanno caratteristiche diverse, proprio come la simbologia con la quale gli Evangelisti sono raffigurati sin dal primo medioevo, che prende vita sul finire del V secolo con la caduta dell’Impero Romano.

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L’Evangelista Matteo è raffigurato con l’immagine dell’uomo alato, perché la sua redazione inizia con la genealogia di Cristo Signore e Messia; il Beato Evangelista Marco con il leone alato, perché la sua redazione inizia con la narrazione della predicazione del Precursore, il Beato Giovanni detto il Battista, che predicava nel deserto, luogo abitato da bestie selvatiche; il Beato Evangelista Luca con il bue, perché la sua redazione inizia con la visione avuta da Zaccaria nel Tempio di Gerusalemme, dove si sacrificavano animali, tra i quali anche i buoi.

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Gli Autori dei tre Vangeli sinottici seguono uno schema simile e narrano le stesse vicende della vita di Cristo Dio, pur con le loro differenze stilistiche. Infine il così detto Quarto Vangelo, quello del Beato Evangelista Giovanni, raffigurato con l’immagine di un animale considerato all’epoca il più nobile tra tutte le specie della terra: l’Aquila, colei che sola poteva fissare a occhi aperti la luce del sole.

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Il Vangelo del Beato Evangelista Giovanni, che si apre con un inno al mistero dell’incarnazione del Verbo di Dio ― «E il Verbo si fece carne» ― è un mirabile inno alla luce del Cristo vero Dio e vero uomo, raffigurato appresso come sole vivo disceso dal cielo. Al Beato Evangelista Giovanni, definito dai grandi Padri e dottori della Chiesa come il teologo per antonomasia, è accompagnato il motto «Altius caeteris Dei patefecit arcana» [in modo più alto degli altri – Giovanni – rivelò gli arcani misteri di Dio].

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Una caratteristica del Vangelo del Beato Evangelista Matteo è la precisione narrativa dalla quale prende forma la figura del Gesù storico, da lui collegata a numerosi riferimenti vetero-testamentari. Il tutto, per dare testimonianza che il Cristo non era venuto sulla terra per abolire la Legge e i Profeti, ma per dare compimento [cfr. Mt 5, 17-20]. E il compimento era Lui, il Dio fatto uomo, la luce che brilla nelle tenebre, come lo definisce nel suo prologo l’Evangelista Giovanni, il «Dio da Dio luce da Luce», come lo definirono i Padri della Chiesa scrivendo nei Concilî di Nicea e di Costantinopoli il Credo che tra poco reciteremo. O il Christus totus, come lo definì Sant’Agostino, quella totalità nella quale Cristo Dio è il centro, l’inizio e il fine ultimo del nostro intero umanesimo.

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Dunque quattro personalità di uomini diversi, ciascuno illuminato dalla divina grazia, che annunciano il mistero con parole fisse e senza tempo, perché come rivela Cristo Dio mediante il racconto del Beato Evangelista Matteo: «I cieli e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno mai» [Mt 24, 32-35], perché sono fissate nell’eterno attraverso il mistero della passione, della morte e della risurrezione di Cristo Dio, nel corpo glorioso del quale sono tutt’oggi impressi i segni della passione; segno eterno del suo amore consumato per la redenzione dell’uomo sino al supplizio della croce, mutando il Verbo che si è fatto carne nell’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo.

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E con questo siamo giunti al cuore di questo Santo Vangelo del Beato Evangelista Matteo nel quale Cristo Signore ci offre qualche cosa di terribile: «Chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me» [vedere Liturgia della Parola di questa XIII domenica del tempo ordinario, QUI].

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Oggi più che mai sfugge, persino a noi consacrati, l’elemento sacrificale della vera esperienza di fede. Da tempo abbiamo ormai creato quello che potremmo definire come un cristianesimo da menù di ristorante in cui si entra, si legge la carta e si sceglie quel che piace. E così a farla da padrona è il peggio della emotività animata dall’umano egoismo. È la tragedia della fede annacquata da cuoricino che batte, per esempio dinanzi alle tenere immagini popolari struggenti di Gesù Bambino durante il Santo Natale, ignari però che quello è solo l’inizio di un percorso che giunge poi nel dolore dell’Orto degli Ulivi, per proseguire con l’immane strazio della via dolorosa e della crocifissione.

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La fede è sacrificio, ma molti l’hanno mutata in un diritto mondano a ciò che a me piace. Ecco allora i cattolici che da una parte si dicono tali, dall’altra si dichiarano favorevoli all’aborto, o che affermano «… è giusto che due uomini vivano assieme se si amano, perché quel che importa è l’amore, anzi è giusto dargli anche un bambino in adozione». E qui bisognerebbe chiarire cosa è l’amore e cosa invece non è quello che alcuni chiamano amore. Come vi sono altri cattolici che affermano che è giusto, anzi è caritatevole praticare l’eutanasia a un malato terminale, per quale motivo lasciarlo soffrire? È disumano. E proprio a questi ultimi risposi: «Forse non sapete che cosa sia lo strazio di una crocifissione, ma se parlate con un clinico anatomo-patologo, vi spiegherà lui il dolore e anche le umilianti reazioni che siffatto supplizio generava nel corpo dei condannati esposti nudi alla vista di tutti. Ebbene, vi risulta forse che la Beata Vergine Maria abbia supplicato di porre fine ai patimenti del suo Divino Figlio?».

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Oggi abbiamo creata una società mostruosa che insegue una falsa felicità nella quale la vita è senza la malattia e senza il decadimento fisico; la giovinezza senza vecchiaia e la vita senza la morte. A questo modo si è creata una società dell’irreale che rifiuta Cristo, o una comunità cattolica che annacqua il messaggio di Cristo che ci invita ad assimilarci al suo dolore. A quel punto la stessa Santa Messa viene confusa con un incontro tra amici che si ritrovano assieme per fare festa, per rallegrarsi attorno alla mensa. Eppure basterebbe ascoltare le parole della sacra liturgia per comprendere che attraverso il mistero del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo si rinnova il divino memoriale della passione, morte e risurrezione, perché l’Eucaristia è il sacrificio vivo e santo … e quando io mi dirigo verso l’altare, non vado a fare un gioioso festino, ma salgo sul Monte Calvario, perché sull’altare si rinnova il sacrificio incruento della passione di Cristo Dio.

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Il Santo Pontefice Giovanni Paolo II scrisse nel 1984 una splendida lettera apostolica in occasione del Giubileo della Redenzione intitolata Salvifici doloris, che significa: il valore salvifico della sofferenza. All’epoca, il futuro Santo Pontefice aveva appena 62 anni, era un uomo sportivo e pieno di energie. Come mai quella Lettera dedicata al valore salvifico della sofferenza scritta da un uomo che pareva il ritratto della bellezza e della salute? Ebbene, pensiamo al Giovanni Paolo II non del 1984, ma a quello del 2000, quando si ostinava a inginocchiarsi dinanzi al Santissimo Sacramento anche se era ormai sfiancato dalla malattia, tremante e privo di forze, con i cerimonieri pontifici che gli sudavano attorno quando in tutti i modi voleva genuflettersi, ossequioso fino in fondo al monito del Beato Apostolo Paolo «nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra» [Fil 2, 10]. Giovanni Paolo II aveva compreso da subito, nello splendore della sua salute, molto prima della sua malattia, l’elemento salvifico del dolore che ci assimila alla croce di Cristo …

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… Quando io fui consacrato sacerdote, inginocchiato dinanzi al vescovo ricevetti il sacro calice e la patena con queste parole: «Ricevi le offerte del popolo santo per il sacrificio eucaristico. Renditi conto di ciò che farai, imita ciò che celebrerai. Conforma la tua vita al mistero della croce di Cristo Signore». Non mi fu detto … adesso vai a fare festa con gli amici gioiosi attorno alla mensa tra schitarrate, danze e tamburelli. Nella sostanza mi fu detto: adesso sali sul Monte Calvario e mediante il tuo sacrificio conformati al sacrificio di Cristo. Questa, è l’essenza della nostra fede e, se vogliamo veramente seguirlo, dobbiamo essere consapevoli ― come sta scritto nel Vangelo del Beato Evangelista Luca ― non c’è altra strada che quella indicata da Cristo stesso: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua» [Lc 9, 22-25].

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… ma come sarebbe a dire dolore … croce … il Cristianesimo è amore, è gioia! Certo, è l’amore di Cristo morto in croce per la nostra salvezza ed è la gioia della risurrezione del Verbo di Dio fatto uomo e asceso al cielo che siede oggi alla destra del Padre; il Cristianesimo è la gioia di quella risurrezione alla quale noi siamo assimilati, perché come recitiamo nella IIIª Preghiera Eucaristica quando facciamo memoria dei defunti: «Egli trasformerà il nostro corpo mortale a immagine del suo corpo glorioso». Questo, è il Cristianesimo, tutto il resto, per parafrasare il Libro del Qoelet che diceva «vanità di vanità», è solo emotività di emotività. E, tra la fede e l’emotività, la differenza che corre è profondamente sostanziale, perché di mezzo c’è quella croce che l’emotivo superficiale non vuole e che fugge per vivere una falsa fede da menù di ristorante, mentre l’uomo di vera fede è chiamato invece a conformare la sua vita alla croce di Cristo: «chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me» [Mt 10, 38].

Laudetur Jesus Christus!

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Zoverallo di Verbania, 28 giugno 2020

Casa delle Figlie di Maria Ausiliatrice

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“Accoglienza” come spazio segreto da aprire a Dio perché diventi luogo di donazione

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

—  omiletica —

“ACCOGLIENZA” COME SPAZIO SEGRETO DA APRIRE A DIO PERCHÉ DIVENTI LUOGO DI DONAZIONE 

Gesù parla dell’accoglienza di un profeta e di un giusto. Chi li sa accogliere vuol dire che è lui il primo profeta e giusto. Lo dice perché Gesù è l’accogliente per eccellenza e vuole a sua volta essere accolto nelle nostre vite. Questo fa sì che noi riceviamo Gesù che è il dono per eccellenza. Dunque siamo in grado di donarci e di amare, come Lui ha fatto, portando le nostre croci, nei momenti più difficili e complessi della nostra vita.

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Cari fratelli e sorelle,

Roma, 28 giugno 2019, Santa Maria Sopra Minerva, Gabriele Giordano Maria Scardocci, O.P. è consacrato sacerdote

qualche anno fa lessi la storia del Giardino Segreto della scrittrice Frances Hodgson Burnett. È la storia di Annie, una bambina che, in una tenuta inglese, scopre casualmente un giardino, di cui nessuno conosce l’esistenza, perché è stato reso segreto a causa di una vicenda tragica. Quel giardino, una volta aperto agli occhi di Annie diventa luogo di accoglienza, di crescita e di maturazione.

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Similmente, nelle letture di oggi [vedere Liturgia della Parola, QUI], il Signore ci parla innanzitutto dell’accoglienza di uno spazio segreto da aprire a Dio, perché diventi luogo fecondo di donazione. Nel Libro dei Re leggiamo:

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«Io so che è un uomo di Dio, un santo, colui che passa sempre da noi. Facciamo una piccola stanza superiore, in muratura, mettiamoci un letto, un tavolo, una sedia e un candeliere» [2Re 4, 9-10].

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In questa prima lettura, moglie e marito innominati aprono la loro casa ad Eliseo, dunque come se loro aprissero uno spazio fra lui e Dio. Eliseo prega e dopo profetizza; così viene un figlio per loro, inaspettato, e in un certo senso quasi disperato. Marito e moglie si schiudono a Dio poi sperimentano l’intervento di Dio. Dunque loro per primi sono aperti e sono in qualche modo fecondi.

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Questa è la bellezza di quando anche noi apriamo uno spazio per Dio e per chi ci manda. Questo accade anche oggi, per tutti noi, se sappiamo aprire il cuore e la nostra intimità al progetto di Dio, davvero ci riempirà di doni inattesi, di un centuplo inaspettato, di amicizie e gioie che mai ci saremmo aspettati. Dunque, dall’accoglienza del progetto di Dio su di noi, viene un essere fecondi. Scrive San Paolo:

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«Per mezzo del battesimo dunque siamo stati sepolti insieme a lui nella morte affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova» [Rm 6, 4].

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La fecondatività è espressa da Paolo proprio nella vita nuova che viviamo, a cominciare dal Battesimo. Infatti dal Battesimo in poi, il Signore ha preso dimora, ha riempito lo spazio della nostra anima, permettendoci di camminare in un cammino di vita nuova, fino alla gloria, dunque fino a quando saremo insieme a Lui in Paradiso.  Il Battesimo è vita nuova feconda, perché permette a tutti noi di essere liberati dal peccato originale e riempiti dal carattere battesimale, dalla grazia e dai doni dello Spirito Santo. Così diviene feconda anche la nostra vita spirituale, perché in forza del battesimo viviamo la liturgia e una preghiera personale con cui chiediamo intercessione per gli altri battezzati. Quindi dall’accoglienza viene la fecondatività, e dalla fecondatività viene il dono di sé. Nel vangelo leggiamo:

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«Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto» [Mt 10, 40-41].

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Gesù parla dell’accoglienza di un profeta e di un giusto. Chi li sa accogliere vuol dire che è lui il primo profeta e giusto. Lo dice perché Gesù è l’accogliente per eccellenza e vuole a sua volta essere accolto nelle nostre vite. Questo fa sì che noi riceviamo Gesù che è il dono per eccellenza. Dunque siamo in grado di donarci e di amare, come Lui ha fatto, portando le nostre croci, nei momenti più difficili e complessi della nostra vita.

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La ricompensa del giusto è allora l’imitazione di Gesù in un amore più grande, fino alla morte, un’imitazione che dopo la morte lo porterà a risorgere con Cristo stesso.

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Scriveva Voltaire «L’originalità non è altro che imitazione giudiziosa».

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Signore donaci il coraggio di imitarti nelle scelte decisive, la forza di aprire uno spazio in fondo al cuore, la tenerezza di donarci come te nella Trinità per amare fino alla fine.

Così sia.

Roma, 28 giugno 2020

Solennità dei Santi Pietro e Paolo

Anno I del mio sacro ministero sacerdotale

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Il blog personale di

Padre Gabriele

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Cristo Pio Pellicano è il cuore della solennità del Corpus Domini

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

—  omiletica —

CRISTO PIO PELLICANO È IL CUORE DELLA SOLENNITÀ DEL CORPUS DOMINI   

L’inno Adoro te devote esprime nei suoi versi la tenerezza di Gesù, perché ci descrive il Signore come un pellicano che si strappa il cuore per cibare i suoi piccoli.

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Cari fratelli e sorelle,

Pie pellicáne, Jesu Dómine, Me immúndum munda tuo sánguine, Cujus una stilla salvum fácere, Totum mundum quit ab ómni scélere (O pio pellicano Signore Gesù, purifica me, peccatore, col tuo sangue, che, con una sola goccia, può rendere salvo tutto il mondo da ogni peccato).

oggi celebriamo un’altra meravigliosa festa del Signore, il Corpus Domini. Mistero grande, donatoci dal Signore nell’Ultima Cena, ultimo atto di tenerezza per l’uomo.

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Il bellissimo testo di san Tommaso D’Aquino Adoro te devote esprime nei suoi versi la tenerezza di Gesù, perché ci descrive il Signore come un pellicano:

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«Oh pio Pellicano, Signore Gesù, / Purifica me, immondo, col Tuo sangue / Del quale una sola goccia può salvare / Il mondo intero da ogni peccato».

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Gesù è il pellicano che dona il suo sangue per noi suoi piccoli, per tenerci in vita. Sicché, le letture di oggi [vedere Liturgia della Parola, QUI] ci introducono a questo mistero di presenza, comunione e dimora con Gesù. Innanzitutto, in Deuteronomio, troviamo già delle tracce della presenza viva e forte del Signore:

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«Non dimenticare il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto, che ti ha condotto per questo deserto grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni che nel deserto ti ha nutrito di manna sconosciuta ai tuoi padri».

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L’invito di Mosè al popolo ebraico è di non dimenticare e, dunque, di ricordare che il Signore ha nutrito con la manna il suo popolo, mentre era in situazioni di grande pericolo. Era sempre con loro, mentre li conduceva fuori dalla schiavitù egizia. La manna è una prefigurazione del cibo eucaristico, con cui ancora oggi il Signore ci è vicino e ci dona nutrimento nelle difficoltà della vita. Questo invito è allora per noi: non dimentichiamoci di Gesù Eucaristico, quando tutto sembra buio, quando sembra non ci sia via di uscita.  Il Signore stesso aiuta, mediante l’Eucarestia, a riconoscere le nostre schiavitù morali ed esistenziali e a uscirne. Mentre San Paolo espone in modo forte e chiaro questo mistero di presenza e comunione:

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«Vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane».

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Questo è un insegnamento grandissimo. Ogni volta che facciamo la comunione, entriamo in comunione con Gesù; e questo, ci rende comunione fra noi. Diventiamo uno solo, senza perdere la nostra distinzione personale. Il grande insegnamento di questa festa è di provare a vivere ogni messa, ogni partecipazione alla comunione come fonte di unità, ecclesiale ma anche interpersonale: l’Eucarestia ci aiuti a superare le divisioni e le spaccature che possono nascere.  Infatti da questa comunione c’è l’esperienza di Dio che dimora in noi. È questo allora il centro dell’insegnamento di Gesù:

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«Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui».

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Nell’originale greco, quel “rimane” si può tradurre anche con dimorare, prendendo proprio una sfumatura di luogo. Adesso che faremo la comunione, Dio prenderà dimora in noi. Questo dimorare ha un significato importantissimo: infatti è accogliere un altro punto di vista, quello di Dio che entra nelle pieghe più intima dell’anima, del cuore e dunque della vita. Il rimanere di Gesù in noi permette allora di aprirci ad una visione contemplativa, profonda, con lo sguardo di Dio su tutte le persone che incontriamo, su tutti gli eventi che ci accadono.

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Scriveva il poeta William Blake: «Le rovine del tempo costruiscono dimore nell’eternità».

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Chiediamo al Signore di sentire il bellissimo tocco di Gesù nei nostri cuori tramite le specie eucaristiche, affinché al di là del tempo che scorre fra minuti e secondi e della storia che si dipana fra anni e secoli, possiamo continuare a camminare fino al raggiungimento della vita Eterna e a costruire la dimora eterna per gustare il banchetto finale del Paradiso.

Così sia

Roma, 14 giugno 2020

Solennità del Corpus Domini

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Padre Gabriele

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Il Mistero della Pentecoste: «La bellezza non è che il disvelamento di una tenebra caduta e della luce che ne è venuta fuori»

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

—  omiletica —

IL MISTERO DELLA PENTECOSTE: «LA BELLEZZA NON È CHE IL DISVELAMENTO DI UNA TENEBRA CADUTA E DELLA LUCE CHE NE È VENUTA FUORI»

«Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano» [At 2,1].

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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AUDIO LETTURA DELL’ARTICOLO

I Padri de L’Isola di Patmos hanno inserita in tutti gli articoli la audio-lettura a uso dei Lettori colpiti da quelle disabilità che impediscono la lettura, fornendo al tempo stesso un servizio utile anche a coloro che trovandosi in viaggio e non potendo leggere possono usufruire agevolmente della audio-lettura

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Cari fratelli e sorelle,

vetrata istoriata del XVIII secolo: Lo Spirito Santo

chiudiamo il lungo periodo di Pasqua e il mese mariano con la festività di Pentecoste. È la discesa dello Spirito Santo, come sappiamo, sugli Apostoli e Discepoli, quindi su tutti noi come Chiesa. Di questo bellissimo legame fra lo Spirito e la Chiesa, madre di tutti i santi, scriveva Alessandro Manzoni nel suo inno La Pentecoste:

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«Madre de’ Santi, immagine della città superna/ del sangue incorruttibile conservatrice eterna/ Tu che, da tanti secoli/ Soffri, combatti e preghi/ che le tue tende spieghi/ dall’uno all’altro mar»

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Questi versi eterni del Manzoni ci introducono ad una meditazione sulle letture di oggi, della Pentecoste quale Mistero vivificante di preghiera, comunione e missione. A partire dalla prima lettura dove leggiamo:

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«Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano» [At 2,1].

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Questo essere chiusi dentro ricorda la nostra esperienza di quarantena vissuta proprio nel periodo marzo-aprile scorso. Se immaginiamo la scena, vediamo che gli apostoli stanno pregando ― durante la pentecoste ebraica ― chiusi dentro e lo Spirito irrompe in forma di lingue di fuoco. Entra nei cuori degli apostoli che iniziano a parlare tutte le lingue allora conosciute. Lo Spirito Santo/Amore entra nei loro cuori mediante la preghiera e questo gli permette di parlare il linguaggio universale, mondiale proprio dell’amore che non conosce distinzioni etniche e culturali. Ecco allora anche per noi l’importanza della preghiera come apertura ad uno sguardo diverso in grado di rileggere gli eventi quotidiani che ci accadono in un’ottica alta e contemplativa.

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Dalla preghiera di Pentecoste, viene allora la comunione con Dio e con il prossimo.  San Paolo scrive infatti:

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«Nessuno può dire «Gesù è Signore!», se non sotto l’azione dello Spirito Santo. Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore» [1 Cor 12, 3-4].

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Lo Spirito Santo viene a Pentecoste e ci dona la comunione, come unità nella distinzione. Tutti abbiamo infatti una chiamata alla santità, in cui lo Spirito aiuta a renderci santi. Questo essere uniti, non toglie la distinzione nella propria identità, alla propria vocazione e doni carismatici; anzi indica anche che il Signore ci ha creati unici e irripetibili, con i nostri talenti, virtuosismi e specialità e che se le poniamo al servizio del prossimo, divengono momento di crescita umana e spirituale. Al tempo stesso, nell’essere in comunione l’uno con l’altro riconosciamo che Gesù è Dio nella professione della fede nell’esercizio delle opere di misericordia, dove vediamo Gesù nel povero bisognoso. Da questo allora indica che la Pentecoste è preghiera e comunione in vista di una missione. Gesù dice:

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«”Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”. Detto questo, soffiò e disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”» [Gv 20,21].

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Quel soffiò nell’originale greco sarebbe “generò lo Spirito in loro”. Dunque come l’Eterno Padre manda il Figlio e oggi lo Spirito Santo, manda anche noi innestati in loro a proseguire questa missione di propagazione della Verità e del Perdono dei peccati. Da un lato, questo perdono dei peccati richiama il Sacramento della Penitenza, affidato ai vescovi e sacerdoti. Dall’altro, è importante notare che Dio manda tutto il popolo di Dio ad annunciare che il perdono dei peccati è la rigenerazione da una tenebra profonda, una uscita da uno stato di isolamento e lontananza da Dio.

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Scriveva la poetessa Alda Merini: «La bellezza non è che il disvelamento di una tenebra caduta e della luce che ne è venuta fuori».

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Chiediamo al Signore di essere inviati a Pentecoste a mostrare quanto grande è l’abbraccio del Dio Trinitario, di essere noi stessi quel dono di bellezza che propaghi la luce di Gesù Risorto.

Così Sia.

Roma, 31 maggio 2020

Solennità di Pentecoste

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Il blog personale di

Padre Gabriele

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Quella superficiale mediocrità e indolente tiepidezza che ci impedisce di giungere alla via, alla verità e alla vita

L’angolo dell’omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

QUELLA SUPERFICIALE MEDIOCRITÀ E INDOLENTE TIEPIDEZZA CHE CI IMPEDISCE DI GIUNGERE ALLA VIA, VERITÀ E VITA

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Abbiamo tanto bisogno di vede uomini che si ergano sulla breccia come difensori di un popolo oramai incapace di trovare Dio, sperduto come un fanciullo rimasto orfano. L’emergenza sanitaria attuale ha portato alla luce le miserie umane più nascoste, anche quelle miserie del popolo cristiano e dei suoi ministri entrambi dimentichi dell’unica relazione vivificante con Cristo a favore di rapporti virtuali e di soluzioni alternative non prive di nobili propositi. 

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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Vangelo di San Giovanni: 14, 6

Domenica scorsa Gesù si presenta a noi come la porta delle pecore e il pastore buono, come colui che è la guida sicura verso il raggiungimento della vera vita [vedere precedente omelia, QUI]. In questo tempo pasquale, segnato dalla fastidiosa pandemia di Covid-19, la vita non può che anelare alla verità, senza capitolare davanti al fatalismo menzognero del mondo, affinché acquisti sempre più sensatezza e valore anche nell’infermità [Liturgia della Parola di questa V domenica pasquale, QUI]. Tale alta aspettativa di esistenza terrena non può che realizzarsi nella collaborazione con la grazia, ribadendo la scelta radicale del Signore Risorto: in Lui pietra angolare ogni vita cresce in modo ordinato e ben compaginato e connesso per edificarsi come luogo santo abitato dallo Spirito di Dio [cf. Ef 2,21; 4,16].

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E dentro la Chiesa, sposa del Risorto, lo Spirito Santo non cessa mai di far risuonare con fermezza quell’interrogativo del Salmo 34 che costituisce uno dei capisaldi di ogni rinnovamento interiore e di ogni sicura azione vocazionale:

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«C’è qualcuno che desidera la vita e brama lunghi giorni per gustare il bene?» [cf. Sal 34, 13].

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Chiediamocelo veramente, c’è ancora oggi qualcuno che desidera vivere in pienezza oppure ci si vuole accomodare solo sulla superficiale mediocrità e sulla indolente tiepidezza? Le nostre comunità cristiane sono ancora capaci di rispondere all’invito di Dio rivolto al profeta:

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«Io ho cercato fra loro un uomo che costruisse un muro e si ergesse sulla breccia di fronte a me, per difendere il paese perché io non lo devastassi, ma non l’ho trovato» [cf. Ez 22,30].

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Abbiamo tanto bisogno di vede uomini che si ergano sulla breccia come difensori di un popolo oramai incapace di trovare Dio, sperduto come un fanciullo rimasto orfano. L’emergenza sanitaria attuale ha portato alla luce le miserie umane più nascoste, anche quelle miserie del popolo cristiano e dei suoi ministri entrambi dimentichi dell’unica relazione vivificante con Cristo a favore di rapporti virtuali e di soluzioni alternative non prive di nobili propositi.

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Nella nostra ipocrisia, che si colora a volte di incredulità e a volte di bigottismo, abbiamo scordato che siamo stati creati esclusivamente per conoscere, amare e godere di Dio. La vita dell’uomo sulla terra, anche di quello più peccatore e distante, non serve a null’altro se non ad esprimere questa consapevolezza: Dio mi ama e io amo Lui. E la misura di questo amore è la Croce gloriosa del Risorto che mai come in questo tempo di tribolazione rifulge al mondo come spes unica.

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Dio è alla ricerca di innamorati, di uomini che desiderano vivere senza sconti, senza alibi, senza compromessi, senza interferenze con il mondo. Dio si rende – attraverso l’umanità del Figlio suo – mendicante d’amore, affinché l’uomo trovi la ricchezza della vita in Lui. In questa ricerca d’amore e di nuova vita è urgente rimuovere l’io personale e innestare l’Io di Cristo:

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«Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me» [cf. Gv 14,6].

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I tre predicati che troviamo in questo versetto evangelico vengono introdotti dalla solenne formula divina dell’Ego eimi, dell’Io Sono, formula che non lascia alcuna possibilità di appello e di fraintendimento ma sigilla l’essenzialità della sequela vocazionale del discepolo. Cristo è realmente il volto del Dio visibile e conoscibile che è Via, Verità e Vita. E chi sceglie Cristo sa di dover percorrere una via differente, fare propria una verità scomoda, assumere una vita che domanda perfezione oltre misura.

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La Via che orienta l’esistenza è la Parola di Cristo, è la nuova Torah che ha portato alla perfezione e alla pienezza l’antica Legge mosaica [cf. Mt 5,17], il suo Vangelo è ora regola e orientamento sine glossa.

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La Verità che libera non è più data da quella sottile e maliziosa sapienza umana, finalmente sussiste una sapienza incarnata, graziosa che nel Verbo di Dio divenuto figlio di Giuseppe e di Maria si rivela e si comunica, svelando l’uomo a sé stesso nel suo vero volto [cf. Gv 19,5].  La Vita ci ricorda il legame profondo con Dio perché è Lui il datore di ogni vita attraverso il suo Spirito, accettare la vita significa accettare indiscutibilmente la firma di Dio sul mondo creato. Nel Vangelo di Giovanni, Cristo è il depositario della vita del Padre, è lui che la dona a chi egli vuole [cf. Gv 5,21; 11,25-26].

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La fede nel Risorto Via, Verità e Vita ci permette di raggiungere Dio, questo è l’obiettivo di ogni professione di fede tanto è vero che l’evangelista Giovanni tende a sottolinearlo molto bene nel finale del suo Vangelo:

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«Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome» [cf. Gv 20,30-31].

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La fede in Lui ci conduce sulla breccia, ci dispone all’Eccomi, ci rende possibile l’abbraccio col Padre in un tempo in cui gli abbracci ci sono negati. Non perdiamo tempo, desideriamo la vita, desideriamola sempre, desideriamola ora!

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Laconi, 10 maggio 2020

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Per stare quanto più possibile vicini ai fedeli in questo momento di grave crisi ed emergenza, la redazione de L’Isola di Patmos informa i Lettori che il nostro autore Padre IVANO LIGUORI, dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, cura su Facebook la rubrica «LA PAROLA IN RETE», offrendo delle meditazioni tre volte a settimana. Potete accedere alla pagina curata dal nostro Padre cliccando sul logo sotto:

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Il Bel Pastore non è una iconografia devozionale, ma il modello possibile e realizzabile da perseguire che Cristo Divino Maestro ci offre

L’angolo dell’omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

IL BEL PASTORE NON È UNA ICONOGRAFIA DEVOZIONALE, MA IL MODELLO POSSIBILE E REALIZZABILE DA PERSEGUIRE CHE CRISTO DIVINO MAESTRO CI OFFRE 

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Sia che siamo pastori o pecore è necessario passare attraverso Cristo Risorto perché è la sola regola per trovare la vita. Ripudiamo tutte le altre porte inutili, tutti gli altri pastori ingannevoli, non lasciamoci confondere per poi finire i nostri giorni delusi, ammalati e affamati. Chi non passa attraverso Gesù o è un ladro che vuole usare la fede per arricchirsi illecitamente oppure è un brigante che vuole usare la fede con violenza e aggressività. 

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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PDF  articolo formato stampa
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Foto di repertorio: il Sommo Pontefice Francesco

In questa IV domenica di Pasqua la nostra riflessione sul Vangelo di Giovanni si incentra sulla figura di Cristo risorto presentato come il buon Pastore, titolo che nell’originale greco è reso come il bel pastore cioè il modello esemplare per tutti coloro che sono chiamati ad essere pastori. Questa constatazione ci conduce oggi a portare nel cuore tutti i nostri pastori: dal Vescovo di Roma all’ultimo sacerdote ordinato. Tutti costoro sono pastori vicari nella misura in cui la loro vita ricalca quella dell’unico e autentico Pastore che è Cristo Risorto.

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Sarò sincero, non mi è mai piaciuto che il giudizio su un sacerdote venga confezionato a partire da quello che sa fare o da quello che può dare. Peggio ancora quando il sacerdote – o vescovo – viene individuato attraverso i propri titolo accademici, quali novelli blasoni da esporre nella pletora degli arrampicatori clericali verso la scalata carrieristica. L’unico titolo essenziale per un sacerdote è dato dal suo essere di Cristo, dentro quel mistero immeritato e gravoso di cui mai capiremo abbastanza il valore è racchiuso tutto il necessario per spalancare le porte del paradiso. Per questo – dicevo – soffro parecchio quando un sacerdote viene reputato meritevole o meno in base alle sue doti fisiche, intellettuali, accademiche, sociali, organizzative, ecclesiastiche. A me basta che sia sacerdote: convinto di esserlo, felice di esserlo, responsabile di esserlo.

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Lo sappiamo bene noi parroci quando ci sentiamo portare a metro di paragone dai fedeli: «Quel prete organizza molte gite e pellegrinaggi per i parrocchiani, ha messo numerose attività di aggregazione nella parrocchia, ha attrezzato l’oratorio in maniera magnifica, sa parlare ai giovani, ha dotato la Chiesa di tutti confort etc..».  Scusate, ma non posso che pensare come davanti a tutte queste meraviglie – sicuramente utili e giuste – molte comunità super accessoriate restano ancora vuote, i ragazzi abbandonano la fede dopo la cresima, la fame dell’Eucaristia e della Parola non viene colmata, la difficoltà a permanere nella fedeltà al Vangelo rappresenta la norma a cui abituarsi per non farsi etichettare come rigidi.

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Ecco allora perché il Vangelo di questa domenica è estremamente importante non solo per i fedeli laici ma soprattutto per noi ministri, costituiti pastori del gregge di Dio a noi affidato. Cristo nella sua incarnazione si carica della nostra natura umana e negli eventi della Pasqua la sopraeleva alla gloria di Dio. La nostra condizione finale, da un punto di vista teologico, è decisamente più superiore e sublime di quella che sperimentarono i nostri progenitori nel Paradiso Terrestre.

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Cari amici cristiani, questa è l’opera compiuta dal Risorto, da colui che è il Signore, e quest’opera di sopraelevazione dei fedeli alla gloria del Padre attraverso la loro quotidiana santificazione è compito eminente dei sacerdoti, questo è, e dovrebbe essere l’unico assillo che ci ha fatto lasciare tutto per seguire Cristo.

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Non mi posso accontentare di un gregge di fedeli soddisfatto se questo non è anche santo, la soddisfazione attiene all’immanenza, la santità abbraccia l’oggi eterno di Dio in un continuo movimento di conversione:

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«Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per me, la salverà» (cf. Lc 9,23-24).

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Per questo motivo l’evangelista Giovanni ci dice oggi che Gesù è l’unica porta attraverso la quale le pecore possono passare per essere sante e piene di Dio. Parole che vogliono indicare la mediazione di Colui che ci permette l’accesso al Padre, dentro una vita totalmente ripiena di Dio e che parli di Lui in tutte le sfaccettature più minute.

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Non deve meravigliarci questa prospettiva di perfezione, perché in questo mese di maggio abbiamo davanti l’esempio realizzato di Maria Santissima, colei che è chiamata santa e piena di grazia, proprio perché – attraverso il Figlio e in vista di Lui – ha ottenuto da Dio quella compiutezza di vita che è mèta di ogni battezzato. Maria è la prima cristiana che ha goduto in pienezza dei frutti della risurrezione del Figlio.

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Pertanto, sia che siamo pastori o pecore è necessario passare attraverso Cristo Risorto perché è la sola regola per trovare la vita. Ripudiamo tutte le altre porte inutili, tutti gli altri pastori ingannevoli, non lasciamoci confondere per poi finire i nostri giorni delusi, ammalati e affamati. Chi non passa attraverso Gesù o è un ladro che vuole usare la fede per arricchirsi illecitamente oppure è un brigante che vuole usare la fede con violenza e aggressività.

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Preghiamo ogni giorno affinché i nostri pastori non si tramutino in ladri o briganti, questo è compito di tutta la Chiesa, comunità che intercede affinché coloro che sono chiamati a santificare siano i primi santi di cui dover rendere grazie a Dio.

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Gesù è la porta della nostra vita, una vita risorta che – se accettata liberamente e con gioia – è capace di salvare dagli abissi della morte e costituire testimoni autentici di vita. Questo è il solo messaggio che desidero oggi incontrare negli occhi dei sacerdoti, questo solo è sufficiente, questo solo basta.

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Laconi, 3 maggio 2020

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