Giuseppe Betori, un uomo di cultura e un Vescovo che è riuscito nella difficile impresa di farsi benvolere dal presbiterio fiorentino

GIUSEPPE BETORI, UN UOMO DI CULTURA E UN VESCOVO CHE È RIUSCITO NELLA DIFFICILE IMPRESA DI FARSI BENVOLERE DAL PRESBITERIO FIORENTINO

Mentre un misero spacciatore di veleno afferma: «Senza dimenticare che il clero di Firenze è stufo di Betori che ha combinato più danni che altro», in tutti noi risuona invece una domanda che volendo suscita inquietudine nei nostri animi: e dopo?

— Attualità ecclesiale —

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Autore
Simone Pifizzi

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A partire dall’ultima settimana di Avvento e a seguire con le solennità del Santo Natale, i Padri de L’Isola di Patmos ― che prima di essere studiosi e pubblicisti sono anzitutto dei sacerdoti ― sono stati impegnati nelle attività pastorali. Certe solennità, in particolare il Santo Natale e la Santa Pasqua, sono sempre preceduti da predicazioni, confessioni e direzioni spirituali, oggi più che mai tutt’altro che facili, considerati i tempi di smarrimento che stanno vivendo i fedeli cattolici per un verso, noi preti per altro verso. Riprendiamo quindi le attività pubblicistiche su questa nostra rivista con la presentazione di un video molto interessante di cui vi raccomandiamo la visione.

Alla fine del prossimo mese di febbraio il Cardinale Giuseppe Betori, Arcivescovo Metropolita di Firenze, festeggerà il suo 77° genetliaco. Di questi suoi anni di vita ne ha trascorsi 16 alla guida della Chiesa Fiorentina, che si appresta tra un po’ a lasciare nelle mani del suo successore.

Nonostante i giudizi malevoli diffusi recentemente da qualche oscuro personaggio penoso erettosi a giudice intransigente dell’intera gerarchia ecclesiastica (cfr. QUI) e che suole affermare «noi in Vaticano … qua in Vaticano …», salvo non potersi neppure avvicinare ai varchi d’ingresso di quel piccolo Stato Sovrano, nella gran parte del clero fiorentino c’è la consapevolezza che questo vescovo umbro ― pur con i limiti di ogni essere umano ― abbia dato veramente un grande contributo alla sua Chiesa particolare e all’intera Chiesa italiana. Per questo sarà senz’altro rimpianto per l’equilibrio, la lucidità e la profondità teologica e culturale che ha dimostrato nel suo servizio apostolico.

Facendo una analisi realistica dell’ultimo ventennio emergerà che abbiamo avuto modo di sperimentare due tipologie del tutto diverse di vescovi. In passato, tra la fine del pontificato del Santo Pontefice Giovanni Paolo II e il pontificato del Venerabile Benedetto XVI abbiamo avuto la stagione dei “vescovi professori”. Cosa comprensibile, la crisi della dottrina aveva generato situazioni che bene illustrò 14 anni fa il nostro Padre Ariel S. Levi di Gualdo in un suo libro sull’analisi della Chiesa:

«La crisi della dottrina ha generato una profonda crisi della fede che a sua volta ha dato vita a una crisi morale all’interno del nostro clero» (cfr. E Satana si fece trino, Edizioni L’Isola di Patmos, 2010).

Su questo tema è tornato anche di recente il nostro Padre Ivano Liguori con un suo articolo preciso e drammatico:

«Dal disorientamento dottrinale della Chiesa al peccato dei preti e al riciclo dei laici. Prospetto di una cultura intransigente che mentre condanna santifica e santificando condanna» (cfr. QUI).

I cosiddetti “vescovi professori”, alla luce di queste problematiche, di per sé non furono una cattiva idea, ma i risultati non sempre felici, quando incominciammo ad avere alla guida delle diocesi personaggi catapultati da una cattedra universitaria a una cattedra episcopale, perché si tratta di due cattedre sostanzialmente diverse. Vescovi spesso privi di esperienza pastorale che tendevano a rapportarsi ai propri preti come dei docenti con gli studenti o che trasformavano assemblee e incontri del clero in lezioni accademiche, ignorando, spesso non comprendendo proprio, i problemi che tutti i giorni vivevano e dovevano affrontare i loro presbiteri.

Al successivo cambio di vento si incominciò a invocare la necessità di «pastori con l’odore delle pecore», che di per sé non sarebbe un’idea affatto sbagliata, come di fondo non lo era quella dei “vescovi professori”. Purtroppo, quando dietro le apparenti buone intenzioni si insidia però l’ideologia, o se vogliamo la vera e propria prevenzione verso il «principesco» (!?) episcopato italiano, i risultati non possono essere che infelici. E oggi ci ritroviamo con un consistente numero di vescovi tirati fuori dai centri delle Caritas o da non meglio precisate «periferie», capaci solo a parlare di poveri, migranti e «Chiesa in uscita».

Anziché andare avanti siamo stati catapultati all’indietro, a inizi anni Settanta, quando i sessantottini parlavano di «vietato vietare» e di «immaginazione al potere». Sulla preparazione dottrinale e teologica di questi vescovi tutti proiettati in un sociale che abbiamo già visto abbondantemente fallire nei vari ambiti socio-assistenziali e politici, stendiamo per cristiana carità un velo pietoso. Quando infatti il Presidente dei Vescovi d’Italia risponde affermando che «il Vangelo non è un distillato di verità» (cfr. QUI), non c’è molto altro da aggiungere, sia riguardo i «preti di frontiera» o di «strada», sia riguardo la «Chiesa in uscita» che ci appare, più che in «uscita», sull’orlo del fallimento, prova n’è il fatto che si tenta da alcuni anni di risolvere i problemi commissariando tutto il commissariabile possibile e immaginabile, con una unica eccezione: la Compagnia di Gesù.

Il Cardinale Giuseppe Betori, forse uno degli ultimi di una generazione ormai in estinzione, ha saputo mettere la propria scienza e cultura a completo servizio della pastorale. Carattere al primo approccio introverso e timido, nei rapporti con il proprio clero ha mostrato grandi capacità di ascolto e accoglienza, è stato un maestro e un custode della fede, non un professore in cattedra. Ha amato la sua Chiesa e ha saputo farsi amare, persino da coloro che al suo arrivo lo accolsero con quell’aria di sufficienza, sospetto e diffidenza tipica di noi fiorentini, che siamo storicamente soggetti non propriamente facili da reggere, trattare e governare. Le sue omelie, sempre profonde ma al tempo stesso chiare e comprensibili, hanno suscitato stima e rispetto da parte dei fedeli cattolici.

E mentre un misero spacciatore di veleno afferma: «Senza dimenticare che il clero di Firenze è stufo di Betori che ha combinato più danni che altro» (cfr. QUI), in tutti noi risuona invece una domanda che volendo suscita inquietudine nei nostri animi: e dopo?

Firenze, 12 gennaio 2024

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I Padri dell’Isola di Patmos

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A chi si riferisce Marco Felipe Perfetti affermando dal sito Silere Non Possum «qua in Vaticano … noi in Vaticano», se in Vaticano non ci può mettere nemmeno piede?

A CHI SI RIFERISCE MARCO FELIPE PERFETTI AFFERMANDO DAL SITO SILERE NON POSSUM «QUA IN VATICANO … NOI IN VATICANO …», SE IN VATICANO NON CI PUÒ METTERE NEMMENO PIEDE?

Perché occuparsi di questa persona che non suscita in noi alcun fascino e interesse, ma solo cristiana e sacerdotale compassione? Perché con molta frequenza è accaduto che più persone dall’Italia e dall’estero ci hanno chiesto lumi su questo “grande conoscitore” e “frequentatore” della Santa Sede e del Vaticano.

— Attualità ecclesiale —

(in fondo: tutti gli articoli)

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Autore
Redazione de L’Isola di Patmos

 

 

 

 

 

 

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I Padri de L’Isola di Patmos hanno molti temi interessanti da trattare nell’ambito della dottrina della fede e parlare di certi personaggi non rientra nelle loro aspirazioni. Abbiamo però dei doveri ai quali non possiamo sottrarci. Il responsabile del sito Silere Non Possum seguita a presentarsi come un eccelso conoscitore della Curia Romana, della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano. E questo crea di fatto diversi problemi.

Recentemente, quando tentò di beatificare l’infelice Arciabate di Montecassino morto poche settimane fa, alludendo in suoi vari post che la Chiesa avrebbe dovuto chiedere scusa a questo “innocente” (!?), sorvolando del tutto sul fatto che le sue gesta furono e rimangono inenarrabili, da queste colonne venne clamorosamente smentito attraverso dei dubia ai quali ovviamente non rispose mai (vedere articolo QUI).

Ha sempre sparato a raffica su persone e istituzioni della Santa Sede, facendo pelo e contropelo a tutti, dal Sommo Pontefice sino ai militi della Gendarmeria Vaticana. Da mesi si accanisce irridendo e insolentendo in modo martellante Paolo Ruffini, Prefetto del Dicastero per le Comunicazioni della Santa Sede, ed Andrea Tornielli, Direttore dei Media della Santa Sede, indicandoli come «incapaci, incompetenti, ignoranti…», sino a tacciarli di essere «analfabeti». Che Andrea Tornielli ― piaccia o non piaccia ― sia un professionista di fama internazionale nell’ambito del giornalismo e dopo oltre trent’anni di professione uno tra i più noti vaticanisti al mondo, non è cosa che pare interessi il Signor Marco Felipe Perfetti, al quale sarebbe inutile rammentare che il direttore dei Media Vaticani, tacciato ripetutamente di «analfabetismo», non ha certo auto-pubblicato, come ha fatto lui, un libercolo a proprie spese, perché è autore di decine di libri tradotti in più lingue, comprese corpose biografie sui Sommi Pontefici del Novecento che a livello documentale rimangono opere di alto interesse storico.

Se però sono rivolti dei pacati “dubia” a lui che insolentisce e irride tutto e tutti, dal Sommo Pontefice a seguire (vedere raccolta video QUI), in tal caso non esiterebbe a spedire qualche gaio pretino a protestare presso il Vescovo di qualcuno di noi. Già, perché da tempo il Signor Perfetti vorrebbe sdoganare dentro la Chiesa il gaio cavallo di Troia, affermando in suoi scritti e video che i chierici dediti alla pratica dell’omosessualità sono solo persone che hanno il diritto a vivere come meglio credono la propria sessualità nella loro vita privata. A questo modo dimostra però di ignorare — malgrado si presenti come esperto di Diritto Canonico — che per un prete il concetto di “vita privata” è molto diverso da come lo intende lui, sia sul piano della morale cattolica che su quello del diritto. L’esercizio della sessualità contro natura — perché tale l’omosessualità rimane per la dottrina cattolica — se praticata da un chierico rientra di fatto e di diritto nella gravissima fattispecie delittuosa del sacrilegio carnale, non certo nell’esercizio delle libertà legate alla vita privata dei chierici.

Perché occuparsi di questa persona che non suscita in noi alcun fascino e interesse, ma solo cristiana e sacerdotale compassione? Perché con molta frequenza è accaduto che più persone, dall’Italia e dall’estero, ci hanno chiesto lumi su questo “grande conoscitore” e “frequentatore” della Santa Sede e del Vaticano.

Come già detto e spiegato in precedenza (vedere articolo QUI), in Vaticano questo personaggio non può mettere piede, sia per quello che scrive sia per le raffiche di insolenze che proferisce. E casomai si avvicinasse a uno dei varchi di accesso al territorio di questo Stato non gli consentirebbero neppure di entrare.

Quando nei suoi video usa espressioni del tipo «qua in Vaticano … noi in Vaticano …», millanta conoscenze ed entrature che assolutamente non ha. Le uniche persone che conosce sono alcuni anonimi minutanti di basso livello rimasti legati al palo che sfogano attraverso di lui le frustrazioni derivanti dalla loro mancata carriera ecclesiastica, fornendogli delle dosi di veleno da spargere attraverso i social media. In caso contrario, ai non pochi ingenui che seguono il suo sito e prendono per vero quello che dice e scrive, dovrebbe dare prova di queste sue entrature girando uno dei suoi video dall’interno dello Stato della Città del Vaticano. Se non riesce a farlo dal Cortile di San Damaso, o mentre passeggia sotto gli affreschi della Terza Loggia della Segreteria di Stato, potrebbe girarne uno dai Giardini Vaticani, oppure all’angolo del Palazzo del Governatorato sotto la statua di San Michele Arcangelo, o davanti alla bella Fontana del Veliero. Invece seguita a presentarsi come grande conoscitore di cose vaticane seguitando però a girare e diffondere video mentre si trova nei pressi di Via della Conciliazione, o al di fuori del Colonnato del Bernini, o principalmente da altri luoghi esterni o interni tutti quanti rigorosamente dislocati sul territorio della Repubblica Italiana, salvo dire «qua in Vaticano … noi in Vaticano …».

Se crescere comporta una fatica che alcuni non riescono a sopportare questo è un problema loro, purché non diano a credere alle persone di essere ciò che non sono, o di entrare dove non gli è affatto concesso mettere piede, costringendo altri a rispondere che questo grande frequentatore e conoscitore della Santa Sede che esordisce dicendo «qua in Vaticano … noi in Vaticano …», sino a datare i propri video con la dicitura «Città del Vaticano», è semplicemente uno che non può neppure avvicinarsi alle porte di accesso allo Stato della Città del Vaticano. E se il diretto interessato potesse dimostra il contrario, che lo dimostri, ribattendo rigorosamente nel merito di quanto gli è stato contestato alla luce della verità dei fatti.

dall’Isola di Patmos, 8 dicembre 2023

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I nostri precedenti articoli sulla Banda della Sileriana:

– 16 agosto 2025 — SILERE NON POSSUM E QUELLA PAROLA TABÙ CHE NON RIESCE PROPRIO A PRONUNCIARE: “OMOSESSUALITÀ”  (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 14 agosto 2025 — C’È DI MEZZO UN OMOSESSUALE? ALLORA SILERE NON POSSUM DIFENDE ANCHE L’INDIFENDIBILE (per aprire l’articolo cliccare QUI)

–  29 marzo 2025  — SEMPRE A PROPOSITO DI SILERE NON POSSUM: DAL “HOMBRE VERTICAL” AI “PIGLIANCULO” E “QUAQUARAQUÀ” DI LEONARDO SCIASCIA (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 21 marzo 2025 — SILERE NON POSSUM E LA STORIA DI QUELLA SARTINA CONVINTA DI POTER DARE LEZIONI DI ALTA MODA A GIORGIO ARMANI (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 12 febbraio 2025 — L’OPOSSUM STA ALLA CONOSCENZA DEL VATICANO COME ÉVA HENGER STA ALLA CASTITÀ E COME IL SUO DEFUNTO MARITO RICCARDO SCHICCHI STA ALL’OPERA  CONFESSIONES DI SANT’AGOSTINO (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 15 gennaio 2025 — AI CONFINI CLERICALI CON LA REALTÀ: LA DONNA SOFFRE DELL’INVIDIA FREUDIANA DEL PENE, L’OPOSSUM DELL’INVIDIA DI MATTEO BRUNI DIRETTORE DELLA SALA STAMPA DELLA SANTA SEDE (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 20 gennaio 2025 — L’OPOSSUM IGNORA CHE UNA SUORA PUÒ DIVENTARE TRANQUILLAMENTE GOVERNATORE DELLO STATO DELLA CITTÀ DEL VATICANO, COME GIÀ LO FU GIULIO SACCHETTI (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 22 novembre 2024 — LA NOMINA EPISCOPALE DI RENATO TARANTELLI BACCARI. QUANDO GLI AFFETTI DA CARCINOMA AL FEGATO, CARICANO ALL’ATTACCO CHI TACER NON PUÒ (per aprire l’articolo cliccare QUI

– 31 maggio 2024 — UNA NOTA DI PADRE ARIEL SUL SITO SILERE NON POSSUM: «MOLESTO COME UN RICCIO DI MARE DENTRO LE MUTANDE» (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 8 dicembre 2023 — A CHI SI RIFERISCE MARCO FELIPE PERFETTI AFFERMANDO DAL SITO SILERE NON POSSUM «QUA IN VATICANO … NOI IN VATICANO …», SE IN VATICANO NON CI PUÒ METTERE NEMMENO PIEDE? (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 14 ottobre 2023 — È MORTO L’ARCIABATE EMERITO DI MONTECASSINO PIETRO VITTORELLI: LA PIETÀ CRISTIANA PUÒ CANCELLARE LA TRISTE VERITÀ? (per aprire l’articolo cliccare QUI)

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Il caso del Vescovo di Tyler e del Cardinale Raymond Leo Burke, il sano relativismo sulla figura del Sommo Pontefice e la sapiente lezione del Cardinale Carlo Caffarra

IL CASO DEL VESCOVO DI TYLER E DEL CARDINALE RAYMOND LEO BURKE, IL SANO RELATIVISMO SULLA FIGURA DEL SOMMO PONTEFICE E LA SAPIENTE LEZIONE DEL CARDINALE CARLO CAFFARRA

Meglio un Sommo Pontefice che governi male la Chiesa, adempiendo però all’apostolico potere delle chiavi conferito da Cristo Dio a Pietro e ai suoi Successori anziché un pio Pontefice che le chiavi consegnate da Cristo Dio a Pietro se le fa sottrarre, lasciando che siano altri ad aprire e chiudere, legare e sciogliere.

— Attualità ecclesiale —

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Alcuni sostengono che Francesco non è un buon Sommo Pontefice. Che lo sia o meno è del tutto relativo, perché Francesco è il legittimo successore del Beato Apostolo Pietro. Se avrà adempiuto bene al suo alto ufficio riceverà la meritata ricompensa da Dio, se avrà adempiuto male dovrà tremare dinanzi al monito del Santo Vangelo:

«A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più» (Lc 12, 48).

Alcuni sostengono «Francesco non mi sta simpatico». La simpatia è del tutto relativa, un Sommo Pontefice non deve suscitare emotiva simpatia ma cattolico e devoto rispetto, perché gli è dovuto, quindi deve essere seguito e ubbidito, che sia simpatico o meno.

Alcuni sostengono che Francesco governa male la Chiesa. Che la governi bene o male è del tutto relativo, meglio un Sommo Pontefice che governi anche male la Chiesa, farà danni molto meno gravi di uno che la lascia governare da agguerrite cordate di potere o che si lascia egli stesso governare, perché i danni prodotti da questo secondo saranno parecchio maggiori di quelli prodotti da un cattivo governo. Meglio quindi un Sommo Pontefice che governi male la Chiesa, adempiendo però all’apostolico potere delle chiavi conferito da Cristo Dio a Pietro e ai suoi Successori (cfr. Mt 16, 19), anziché un pio Pontefice che le chiavi consegnate da Cristo Dio a Pietro se le fa sottrarre, lasciando che siano altri ad aprire e chiudere, legare e sciogliere.

Alcuni sostengono «Francesco si esprime in modo ambiguo, diffondendo confusione in materia di dottrina e di fede e per questo deve essere corretto». Questa affermazione segna il passaggio dal relativo all’assurdo: il Sommo Pontefice è il supremo custode del deposito della fede, per quanto possa apparire paradossale può essere legittimamente criticato con il dovuto rispetto, non può essere però corretto. La correzione, anche quella fraterna (cfr. Mt 18, 15-17) implica che ad esercitarla sia una singola persona, o un intero collegio di persone dotato di una autorità dottrinale e morale superiore. Neppure un concilio ecumenico, massimo organo espressivo della Chiesa, potrebbe definire alcunché, senza l’approvazione del Supremo Capo della Chiesa. Criticare il Sommo Pontefice, in quelle sfere in cui la critica è legittima e possibile, implica l’esercizio della libertà dei figli di Dio, mentre correggerlo implicherebbe l’esercizio di una autorità superiore alla sua, di cui nessuno a questo mondo è depositario.

Certi pubblicisti e opinionisti si stanno stracciando le vesti gridando alla persecuzione per la rimozione di S.E. Mons. Joseph Edward Strickland dalla cattedra della Diocesi texana di Tyler. Pochi giorni dopo, lo straccio di vesti è proseguito con il Cardinale Raymond Leo Burke, al quale il Sommo Pontefice ha deciso di revocare il beneficio dell’alloggio gratuito di proprietà dell’APSA (Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica) e del piatto cardinalizio, oggi indicato come assegno cardinalizio. Anche in questo caso è necessario intendersi con un esempio: se affermo che invitare una figura discutibile e problematica come Luca Casarini al Sinodo dei Vescovi è stata una imprudenza, in questo caso esprimo una opinione critica del tutto legittima, altrettanto legittimamente potrei chiedere al Santo Padre che forse sarebbe opportuno domandare conto e ragione a quelle sue persone di fiducia che glielo hanno presentato, senza illustrargli in modo prudente, preciso e dettagliato che questo personaggio è un ideologo che sia nell’ambito del dibattito che in quello politico crea da sempre grosse divisioni e forti contrapposizioni. Tutt’altra cosa invece se, come ha fatto il Vescovo di Tyler prima del Sinodo e poi durante il Sinodo in corso, avessi affermato che quell’assemblea di discussione era gravemente dannosa per la dottrina della fede, per la Chiesa e il Popolo di Dio, perché questa non sarebbe stata una opinione critica del tutto legittima, ma un giudizio di una pesantezza inaccettabile, anche perché racchiude una implicita accusa: il Sommo Pontefice non è in grado di vigilare sulla dottrina della fede e quindi custodirla.

Il Cardinale Raymond Leo Burke sono anni che tiene incontri e conferenze in giro per il mondo minando di fatto, per quanto in modo paludato, il magistero del Sommo Pontefice, invitando a una nebulosa e non meglio precisata «resistenza», senza spiegare a chi bisognerebbe resistere, ma lasciando però capire a chi. Anche in questo caso siamo ben oltre il legittimo diritto di critica.

Per inciso vorrei ricordare che nel 2020 pubblicai un libro intitolato provocatoriamente Amoris Tristitia, dedicato alla memoria del Cardinale Carlo Caffarra, di cui fui discepolo, spesso in linea con lui, altre volte rispettosamente critico verso alcune sue posizioni in materia di morale. E lui che era un grande uomo e soprattutto un uomo di Dio amava discutere con me proprio su quei punti nei quali potevo non essere d’accordo, perché questa è la speculazione teologica basata sulla disputatio secondo gli stili e la tradizione della scolastica classica. Purtroppo alcuni vescovi e preti che di quel libro hanno letto solo il titolo provocatorio, senza mai aver letto neppure due pagine, mi hanno accusato di avere scritto un lavoro di saggistica contro questa esortazione apostolica post-sinodale. Cosa falsa e oltremodo ingenerosa nei miei riguardi, perché in quel libro sono state mosse critiche allo stile di linguaggio, ai numerosi e a mio parere inutili sociologismi, su diversi passaggi ambigui, non chiari e soggetti a diverse interpretazioni. Siamo nella sfera del legittimo esercizio del pensiero critico, che cesserebbe di essere tale se invece avessi mosso critiche, anche in modo indiretto o subliminale, a quel Sinodo e alla esortazione finale pubblicata dal Sommo Pontefice sotto il titolo di Amoris Laetitia. Esortazione che lascia aperte ipotesi di discussione su argomenti tutti da definire, senza che la precedente disciplina stabilita dal Santo Pontefice Giovanni Paolo II nella sua esortazione apostolica post-sinodale Familiaris Consortio sia stata modificata, ad esempio per quanto riguarda l’ammissione ai Sacramenti dei divorziati risposati che vivono in stato di irregolarità. Pertanto, vescovi e preti che affermano la liceità di questa ammissione, perché a loro dire contenuta e data in Amoris Laetitia, affermano il falso, sono in grave errore e inducono in errore i fedeli. In Amoris Laetitia non è infatti sancita alcuna permissione in tal senso.

Il Cardinale Carlo Caffarra dette una solenne lezione nel 2017 a certi nostri odierni personaggi che vagano di conferenza in conferenza invitando alla «resistenza». Questa solenne lezione la impartì con una sua memorabile dichiarazione, fatta dopo che alcuni tentarono di presentarlo come un antagonista del Sommo Pontefice Francesco:

«Scusatemi la battuta: avrei avuto più piacere che si dicesse che l’Arcivescovo di Bologna ha una amante piuttosto che si dicesse che ha un pensiero contrario a quello del Papa. Perché se un vescovo ha un pensiero contrario a quello del Papa se ne deve andare, ma proprio se ne deve andare dalla diocesi. Perché condurrebbe i fedeli su una strada che non è più quella di Gesù Cristo. Quindi perderebbe se stesso eternamente e rischierebbe la perdita eterna dei fedeli. Essere considerato contro il Papa è una cosa che mi ha profondamente amareggiato, perché è calunniosa. Perché non solo il Papa non ha mai parlato su questo, ma quando ha parlato ha chiesto un dibattito. E il dibattito è vero se tutte le voci possono parlare. Io sono nato papista, sono vissuto da papista e voglio morire da papista!».

Credo che il Santo Padre, in questo frangente, tutto sommato sia stato anche troppo buono, sia con il Vescovo di Tyler che con il Cardinale Raymond Leo Burke. Personalmente non lo sarei stato, perché per il tipo che sono, a un Vescovo o a un Cardinale che hanno messo ripetutamente in discussione la custodia della dottrina della fede da parte del Sommo Pontefice, forse li avrei portati a dire che Innocenzo III, Bonifacio VIII e Alessandro VI tutti e tre messi assieme erano parecchio più teneri e molto meno severi di me.

dall’Isola di Patmos, 6 dicembre 2023

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Per quale motivo noi Padri della rivista L’Isola di Patmos non abbiamo parlato del Sinodo? Perché siamo presbiteri e teologi, non gossippari che eccitano gli umori irrazionali del popolino

PER QUALE MOTIVO NOI PADRI DELLA RIVISTA L’ISOLA DI PATMOS NON ABBIAMO PARLATO DEL SINODO? PERCHÈ SIAMO PRESBITERI E TEOLOGI, NON GOSSIPPARI CHE ECCITANO GLI UMORI IRRAZIONALI DEL POPOLINO

Già prima di prendere avvio questo ultimo Sinodo è stato preceduto da proclami di non meglio precisati esperti internetici che hanno seminato un terrore non poi così dissimile da quello dei terroristi di Hamas, per portare un esempio iperbolico del tutto assurdo-paradossale. Se infatti i terroristi di Hamas uccidono civili innocenti, quest’altro genere di terroristi uccide, nei sempre più smarriti fedeli, il poco che in loro resta della fede e del sentire ecclesiale, dell’essere membra del corpo vivo che è la Chiesa.

— Notizie in breve —

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In uno dei miei ultimi articoli al quale vi rimando (vedere QUI) ho parlato della decadenza del principio di autorità in rapporto ai social media, dove anche l’ultimo degli imbecilli può lanciarsi a trattare in modo grottesco e surreale temi che sono oggetto di complessi dibattiti storici sul piano scientifico, storico, sociale, politico, teologico …

Noi Padri di questa rivista ci siamo convinti che dinanzi a certe desolazioni vale l’antico detto di Publio Terenzio Afro (190-159 a.C), universalmente noto come Terenzio: «Tacent, satis laudant» (Tacciono e così facendo lodano). Con questa massima il celebre commediografo romano di probabile origine berbera intendeva dire che talvolta il silenzio evita che le parole espresse, anche in modo chiaro, finiscano per essere distorte o anche volutamente mal comprese da chi è propenso a fraintendere o a cercare ogni pretesto per una lite. Da questa massima terenziana nasce il celebre detto popolare «un bel tacer non fu mai scritto».

Una nota di carattere personale: per ragioni che non è necessario spiegare, nel corso di quest’ultimo Sinodo ho avuto modo di andare e venire dalla Domus Sancthae Marthae più volte, di incontrare e parlare con diversi vescovi provenienti da più parti del mondo, appurando quell’ovvio che non ho certo necessità di appurare, perché il tutto, per me come per tanti altri studiosi e teologi, rientra nell’àmbito delle cose scontate sulle quali non ci sarebbe proprio niente da discutere. Però, come scrivevo nel mio precedente articolo (vedere QUI) a volte è necessario spiegare soprattutto le cose che a noi appaiono scontate, in questo pazzo mondo decadente nel quale un esercito sconfinato di persone pensa di dare sentenze massime e inappellabili con un tweet o un post su Facebook, dopo essersi nutriti ai blog di personaggi che parlano e dissertano su questioni complesse che di prassi e rigore proprio non conoscono.

Già prima di prendere avvio questo ultimo Sinodo è stato preceduto da proclami di non meglio precisati esperti internetici che hanno seminato un terrore non poi così dissimile da quello dei terroristi di Hamas, per portare un esempio iperbolico del tutto assurdo-paradossale. Se infatti i terroristi di Hamas uccidono civili innocenti, quest’altro genere di terroristi uccide, nei sempre più smarriti fedeli, il poco che in loro resta della fede e del sentire ecclesiale, dell’essere membra del corpo vivo che è la Chiesa (cfr. Col 1, 18).

Per settimane abbiamo letto e udito proclami nei quali certi terroristi del web davano il meglio di sé stessi per disorientare i cattolici semplici e sempre più smarriti prevedendo l’imminente sdoganamento del celibato sacerdotale e dei preti sposati, le donne prete, o perlomeno le donne diacono, la benedizione all’altare delle coppie omosessuali e via dicendo a seguire. E tutti questi elementi che definire fantastici è solo eufemismo, erano annunciati come certi, anzi presentati come scontati.

Sul finire del Sinodo il Sommo Pontefice Francesco ha preso pubblicamente parola chiarendo che il celibato sacerdotale non sarebbe stato in alcun modo toccato, ribadendo quel che sappiamo da secoli: il celibato sacerdotale, che affonda le proprie radici sin dalla prima epoca apostolica e che ha un grande valore sul piano spirituale, ecclesiale e pastorale, non è un dogma di fede ma una disciplina ecclesiastica. N’è prova che anche nella Chiesa Cattolica esistono da sempre preti di rito orientale che sono sposati e hanno famiglia. Ciò premesso il Santo Padre ha ribadito che non intende in alcun modo modificare la disciplina ecclesiastica sul celibato dei sacerdoti appartenenti alla comunità di rito latino, precisando che nulla di simile «avverrà sotto il mio pontificato».

Per quanto riguarda il discorso delle donne-prete, il Sommo Pontefice Francesco si era già espresso più volte in passato, quindi non ha fatto altro che ribadire il pronunciamento dato in forma definitiva dal suo Santo Predecessore Giovanni Paolo II che chiarì per il presente e il futuro avvenire: «La Chiesa non ha la facoltà di poter concedere la sacra ordinazione sacerdotale alle donne» (cfr. QUI).

Se nelle fasi preparatorie del Sinodo si era parlato di mondo LGBT, dalla bozza del documento conclusivo questo acronimo è completamente scomparso, con sicuro dispiacere di quel gaio personaggio di Padre James Martin spalleggiato poco tempo fa con un articolo del noto settimanale pseudo cattolico Fanghiglia Cristiana, nato in origine come Famiglia Cristiana, il quale annunciava: «Papa Francesco ha ridato dignità alle persone LGBTQ e questa è una benedizione per tutti» (cfr. QUI). Dunque niente benedizione alle gaie coppie arcobalenate sotto i gradini degli altari per l’ovvia ragione che la Chiesa, con la scusa di benedire le persone che vanno sempre benedette, non è così ingenua e sprovveduta a finire col benedire quello che per la dottrina e la morale cattolica rimane il peccato contro natura (Catechismo, n. 2357), che come tale non può essere benedetto, neppure con la scusa di benedire solo le persone. Tema questo sul quale si era già espresso il Dicastero per la Dottrina della Fede (cfr. QUI). Più volte nel corso di questi ultimi anni ho scritto e spiegato che la Chiesa ha il dovere di accogliere il peccatore, specie i peggiori peccatori, perché se non lo facesse tradirebbe la missione che Cristo Dio le ha affidato (cfr. Mt 9,13), sempre facendo però bene attenzione a non accogliere mai il peccato, che non può essere accolto e tanto meno benedetto.

Per questo noi abbiamo taciuto, perché siamo presbiteri, teologi e soprattutto uomini di fede consapevoli che per quanto oggi la Chiesa stia vivendo momenti molto delicati, o se vogliamo anche confusi e tristi, mai potrà in ogni caso tradire la missione che Cristo Dio le ha affidato per andare incontro ai capricci del mondo, perché Dio ci ha scelti dal mondo ma noi non siamo del mondo (cfr. Gv 15, 18-19).

Passiamo e concludiamo con due elementi. Il primo: l’essenza dei concili ecumenici e dei sinodi della Chiesa; il secondo: l’atteggiamento insolito, forse anche discutibile e ambiguo del Sommo Pontefice Francesco.

I terroristi della Hamas-cattolica che hanno portato avanti per mesi e settimane campagne mirate ora a eccitare gli animi ora a terrorizzarli, hanno dimostrato anzitutto di non avere idea di che cosa siano concili e sinodi nella storia bimillenaria della Chiesa. Anzitutto vediamo la differenza tra i due: per concilio ecumenico si intende, come dice la parola stessa, un evento straordinario che coinvolge tutti i vescovi della Chiesa universale. Il termine “ecumenico” deriva infatti dal greco οἰκουμένη (oikoumene) e significa universale. Diversamente invece, il Sinodo, che può essere locale o anche mondiale, coinvolge una fetta di episcopato, o dei partecipanti invitati e selezionati, che possono rappresentare anche la universalità cattolica, ma che non costituiscono un concilio ecumenico, ossia quell’atto più importante e solenne della Chiesa che richiede e implica la partecipazione dell’intero episcopato cattolico.

Nell’uno e nell’altro caso, che si tratti di un concilio ecumenico o di un sinodo, i partecipanti non hanno semplicemente il diritto, ma proprio il dovere di discutere di tutto e del suo esatto contrario. Nell’ambito delle discussioni possono, anzi devono essere sollevate anche le ipotesi volendo più improbabili o anche assurde. Non facevano forse così i grandi Padri e Maestri della scolastica classica, partendo spesso nelle loro disputazioni anche da elementi persino surreali e paradossali, al fine di stimolare il senso speculativo e giungere a delle sapienti sentenze? Cosa dura questa da far capire al blogghettaro d’assalto o a coloro che con una sentenza su Twitter hanno risolto problematiche che non hanno avuto ancora una risposta definitiva da secoli. Pertanto, che certe frange di episcopato, ossia gli immancabili tedeschi e nord-europei, abbiano sollevato certe questioni, non avrebbe dovuto stupire nessuna persona, inclusi blogghettari d’assalto e twittatori, se solo avessero conosciuto i rudimenti della storia della Chiesa.

Il Sommo Pontefice Francesco rimane dal canto suo un enigma, come ebbi a definirlo in un mio vecchio articolo del 2013 commentando i suoi primi 100 giorni di pontificato (vedere QUI) dove lo paragonai al pifferaio magico di Amelin, al quale va riconosciuto un enorme merito: aver fatto venire allo scoperto tutti i topi per quelli che realmente sono, dopo che per un trentennio si erano celati nella più falsa e calcolata accondiscendenza sotto i pontificato di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Perlomeno oggi, grazie a questo Augusto Pifferaio, conosciamo i topi a uno a uno per ciò che sono e per quello che realmente pensano. Questo renderà loro particolarmente difficile, o meglio davvero impossibile potersi riciclare al prossimo cambio del timoniere della barca di Pietro, posto che a 87 anni e con problemi di salute di non poco conto il Sommo Pontefice Francesco non sarà certo eterno. Se quindi domani, come nulla fosse stato, un goliardico cardinale giunto a calarsi persino in un tombino per riallacciare la luce agli abitanti di un palazzo abusivamente occupato illegalmente (vedere QUI), si presentasse con tre metri di cappa magna e un galero sulla testa ― cosa che certi camaleonti sarebbero capaci a fare perché privi per loro natura del senso stesso del pudore ― tutti noi gli chiederemmo: “Ma tu, non eri forse quello che sotto il pontificato di Francesco andavi in pantaloni e maniche di camicia arrotolate a portare il caffè la sera ai barboni che avevano trasformato il colonnato del Bernini in un pubblico pisciatoio, dopo avere fatto sfoggio di gemelli d’oro e vesti paonazze plissettata ad arte sotto i pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI?”.

Per l’ennesima volta il Sommo Pontefice Francesco li ha fatti incontrare, parlare e sfogare in un Sinodo, inducendoli a venire di nuovo tutti quanti allo scoperto. Finite le discussioni ha annunciato «poi vedremo», concludendo con un «arrivederci al prossimo anno», ammesso ovviamente che la Santità di Nostro Signore sia sempre in vita.

Delle due l’una: o siamo di fronte a un uomo che da solo è più pazzo e squilibrato di Giovanna di Castiglia, Enrico IV e Ludovico II di Baviera tutti e tre messi assieme, oppure siamo di fronte a un uomo che in un momento storico molto difficile e complesso ha fatto ciò che di meglio e più opportuno andava fatto, usando in modo sapiente e prudente la sua grazia di stato, sebbene sul momento il suo agire non possa essere compreso. Di fatto noi non possiamo affermare né l’una né l’altra cosa, perché siamo privi degli elementi per poterlo fare. Forse occorreranno molti anni, ma un giorno la storia ci chiarirà il grande “enigma” Francesco, come ebbi a definirlo nel 2013 dopo i primi 100 giorni del suo pontificato, rivelandolo come l’uomo giusto che cavalcò nel miglior modo una stagione straordinariamente delicata.

dall’Isola di Patmos, 29 ottobre 2023

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«Noi saremo tra quanti hanno visto eppure hanno creduto». Quel singolare concetto di «scandalo» del Sommo Pontefice …

«NOI SAREMO TRA QUANTI HANNO VISTO EPPURE HANNO CREDUTO». QUEL SINGOLARE CONCETTO DI «SCANDALO» DEL SOMMO PONTEFICE …

Da San Paolo VI sino a Benedetto XVI, per sessant’anni abbiamo avuto Sommi Pontefici che con esortazioni e documenti hanno raccomandato ripetutamente al clero secolare l’uso della talare, oggi abbiamo un Sommo Pontefice che la veste talare la irride assieme ai preti che la portano.

— Notizie in breve —

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Adesso vediamo chi è che non scandalizza il Santo Padre

 

il presbitero Marco Pozza, intervista ufficiale al Sommo Pontefice. 

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Il presbitero Marco Pozza, intervista ufficiale al Sommo Pontefice

 

 Il presbitero Marco Pozza, intervista ufficiale al Sommo Pontefice

 

Ecco l’immagine grottesca di una Chiesa totalmente de-sacralizzata da quei preti che inneggiano a una non meglio precisata «Chiesa aperta a tutti» …

 

E pensare che in diversi sono morti, per non togliersi la talare di dosso …

 

Il giovane Rolando Rivi morì martire rifiutandosi di togliere la talare di dosso, oggi sarebbe stato un «rigido» destinato a dare «scandalo»

 

«La grande marcia della distruzione intellettuale proseguirà. Tutto sarà negato. Tutto diventerà un credo. È una posizione ragionevole negare le pietre della strada; diventerà un dogma religioso riaffermarle. È una tesi razionale quella che ci vuole tutti immersi in un sogno; sarà una forma assennata di misticismo asserire che siamo tutti svegli. Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate. Noi ci ritroveremo a difendere non solo le incredibili virtù e l’incredibile sensatezza della vita umana, ma qualcosa di ancora più incredibile, questo immenso, impossibile universo che ci fissa in volto. Combatteremo per i prodigi visibili come se fossero invisibili. Guarderemo l’erba e i cieli impossibili con uno strano coraggio. Noi saremo tra quanti hanno visto eppure hanno creduto» (Gilbert Keith Chesterton, Eretici, 1905)

dall’Isola di Patmos, 25 ottobre 2023

 

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I Padri dell’Isola di Patmos

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È morto l’Arciabate emerito di Montecassino Pietro Vittorelli: la pietà può cancellare la triste verità?

È MORTO L’ARCIABATE EMERITO DI MONTECASSINO PIETRO VITTORELLI: LA PIETÀ CRISTIANA PUÒ CANCELLARE LA TRISTE VERITÀ?

La pietà cristiana non può omettere la verità. Pertanto, il responsabile del sito Silere non Possum si conferma ciò che è: uno che «d’ognun disse mal, fuorché di Cristo, scusandosi col dir: “Non lo conosco”!» (Epigrafe di Paolo Giovio su Pietro l’Aretino).

— Notizie in breve —

(in fondo: tutti i nostri articoli)

Autore
Redazione de L’Isola di Patmos

 

 

 

 

 

 

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Tra i vari siti che si dicono “cattolici” ce n’è uno che si chiama Silere non Possum. Ne è responsabile un giovane uomo che ci risulta sia stato gentilmente accompagnato in passato alla porta d’uscita di seminari e istituzioni religiose. È forse per questo che si sente legittimato a scrivere perle di saggezza sulle problematicità della Chiesa Cattolica, ma soprattutto sulla formazione dei sacerdoti — che è quanto di più complesso e delicato possa esistere —, presentandosi a tal riguardo come esperto?  

Numerosi i suoi articoli nei quali attacca ripetutamente persone e istituzioni ecclesiastiche con stile acido tutto quanto suo. Nessuno si è salvato dalle sue stilettate: dal Sommo Pontefice ― che può essere rispettosamente criticato, non però contestato e irriso ―, per seguire con alti prelati della Curia Romana e prefetti dei vari dicasteri della Santa Sede, che possono anch’essi essere criticati, ma non irrisi in modo sfottente e strafottente. Verso il direttore dei Media Vaticani e il responsabile della Sala Stampa della Santa Sede ha messo in atto un vero e proprio accanimento sino a tacciarli — nella migliore delle ipotesi — di «incompetenza» e «analfabetismo». Se la prese persino con la Gendarmeria Vaticana, composta da elementi selezionati per indubbia eccellenza nonché dotati di rara educazione e cortesia, cui ha dedicato, pur malgrado, commenti ironici riguardo la loro professionalità.

Ama presentarsi come esperto di “cose vaticane”, come se andasse e venisse dai sacri palazzi, omettendo di dire che non possiede alcun pass per transitare nel territorio dello Stato della Città del Vaticano, dove non ci risulta sia ospite gradito. 

non ci riguarda ad alcun titolo in che modo questo soggetto — che non risulta beneficiare del sostegno di una famiglia benestante né dei proventi di un lavoro professionale — possa bivaccare a Roma dove i costi della vita sono stati sempre alti, oggi più che mai alle stelle, perché tutt’altro è l’oggetto della questione.

Nell’articolo di oggi (cfr. QUI) questo eccelso conoscitore della Curia Romana pubblica un commento sulla morte dell’Arciabate emerito di Montecassino, Dom Pietro Vittorelli, già presentato in passato come vittima innocente assolta dall’accusa di avere sottratto danaro dai fondi dell’abbazia:

«Si conclude, oggi, una lunga e ingiusta via crucis giudiziaria iniziata nel 2017» (cfr. QUI).

Considerando che vanno di moda i dubia, intendiamo porne alcuni al responsabile di questo Sito con l’espresso invito a rispondere nello stretto merito delle sette questioni che seguono:

 

  1. È vero che Pietro Vittorelli non faceva semplice uso bensì abuso di droghe pesanti e che era un cocainomane a tal punto affetto da forte dipendenza sino a finire ricoverato in una discreta clinica svizzera per essere disintossicato dove il costo per tre mesi di terapie ammontò a circa 160.000 euro?
  1. È vero che i gravi problemi neuro-cardiologici che debilitarono fortemente Pietro Vittorelli furono la conseguenza dell’abuso ch’egli faceva di una sostanza stupefacente nota come crack, che gli causò infine una forte trombosi?
  1. È vero che quando venne ricoverato d’urgenza gli specialisti che lo ebbero in cura rimasero imbarazzati apprendendo dalle analisi cliniche che Pietro Vittorelli risultava fare massiccio uso abituale di cocaina e crack e che fu proprio questo secondo la causa del grave attacco che lo aveva colpito e fortemente debilitato?
  1. È vero che Pietro Vittorelli era un omosessuale praticante incontenibile che conduceva una vita in totale contrasto con la morale cattolica, i principi del sacerdozio e della vita monastica e che era solito avvalersi delle prestazioni a pagamento di giovani escort omosessuali in giro per tutta Europa, lasciando di ciò traccia nelle sue chat private, acquisite poi agli atti dagli inquirenti come prove documentali, nelle quali si esprimeva con stile e linguaggio di una immoralità inqualificabile?
  1. È vero che Pietro Vittorelli girava per tutta Europa affetto da shopping compulsivo giungendo a spendere sino a circa 50.000 euro in un solo mese, con transazioni documentate dai tabulati delle sue carte di credito, pagando hotel a 5 stelle categoria lusso, ristoranti gourmet, boutique d’alta moda e profumerie?
  1. È vero che quanto contenuto nei punti 1-5 sono tutti elementi minuziosamente documentati in atti d’indagine passati poi dagli investigatori alla Santa Sede per conoscenza, in considerazione del fatto che Pietro Vittorelli era un ordinario diocesano?
  1. Il direttore del Sito Silere Non Possum, noto castigatore della Curia Romana, dei prelati della Santa Sede, dei Media Vaticani, della Sala Stampa Vaticana, della Gendarmeria Pontificia e via dicendo (vedere archivio dei suoi articoli) ritiene forse che quando di mezzo ci sono le gravi e immorali prodezze di un omosessuale praticante e impenitente, il tutto vada relegato nelle sfere della sua vita privata, senza che ciò possa in alcun modo incidere a livello ecclesiale e canonico-giuridico?

il tenore degli scambi che Pietro Vittorelli era solito avere con gli escort gay a pagamento: «io vado a cercà cazzi»

La pietà cristiana non può omettere la verità. Pertanto, il responsabile di questo Sito, si conferma per ciò che è: uno che «d’ognun disse mal, fuorché di Cristo, scusandosi col dir: “Non lo conosco!» (Epigrafe di Paolo Giovio su Pietro l’Aretino).

Il grande esperto di cose di Chiesa risponda a questi dubia, ma rigorosamente nel merito, oppure taccia, raccomandando con noi l’anima di questo disgraziato defunto alla infinita misericordia di Dio.

 

dall’Isola di Patmos 14 ottobre 2023
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NOTA POSTUMA
Il defunto abate fu assolto dall’accusa di avere distratto fondi dell’8X1000 della Diocesi di Montecassino, oggi non più dipendente dall’abate cassinese e unita a quella di Aquino-Sora-Pontecorvo, non però dalla responsabilità di essersi appropriato per anni di somme di danaro sottratte ai fondi della ricca abbazia, con i quali foraggiò per anni le spese qui descritte, compreso l’acquisto di droghe, i viaggi di lusso e le prestazioni dei prostituti gay. I monaci dell’abbazia e la Congregazione benedettina cassinese preferirono stendere un velo pietoso ed evitare di intraprendete azioni legali contro il loro abate.

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I nostri precedenti articoli sulla Banda della Sileriana:

– 16 agosto 2025 — SILERE NON POSSUM E QUELLA PAROLA TABÙ CHE NON RIESCE PROPRIO A PRONUNCIARE: “OMOSESSUALITÀ”  (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 14 agosto 2025 — C’È DI MEZZO UN OMOSESSUALE? ALLORA SILERE NON POSSUM DIFENDE ANCHE L’INDIFENDIBILE (per aprire l’articolo cliccare QUI)

–  29 marzo 2025  — SEMPRE A PROPOSITO DI SILERE NON POSSUM: DAL “HOMBRE VERTICAL” AI “PIGLIANCULO” E “QUAQUARAQUÀ” DI LEONARDO SCIASCIA (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 21 marzo 2025 — SILERE NON POSSUM E LA STORIA DI QUELLA SARTINA CONVINTA DI POTER DARE LEZIONI DI ALTA MODA A GIORGIO ARMANI (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 12 febbraio 2025 — L’OPOSSUM STA ALLA CONOSCENZA DEL VATICANO COME ÉVA HENGER STA ALLA CASTITÀ E COME IL SUO DEFUNTO MARITO RICCARDO SCHICCHI STA ALL’OPERA  CONFESSIONES DI SANT’AGOSTINO (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 15 gennaio 2025 — AI CONFINI CLERICALI CON LA REALTÀ: LA DONNA SOFFRE DELL’INVIDIA FREUDIANA DEL PENE, L’OPOSSUM DELL’INVIDIA DI MATTEO BRUNI DIRETTORE DELLA SALA STAMPA DELLA SANTA SEDE (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 20 gennaio 2025 — L’OPOSSUM IGNORA CHE UNA SUORA PUÒ DIVENTARE TRANQUILLAMENTE GOVERNATORE DELLO STATO DELLA CITTÀ DEL VATICANO, COME GIÀ LO FU GIULIO SACCHETTI (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 22 novembre 2024 — LA NOMINA EPISCOPALE DI RENATO TARANTELLI BACCARI. QUANDO GLI AFFETTI DA CARCINOMA AL FEGATO, CARICANO ALL’ATTACCO CHI TACER NON PUÒ (per aprire l’articolo cliccare QUI

– 31 maggio 2024 — UNA NOTA DI PADRE ARIEL SUL SITO SILERE NON POSSUM: «MOLESTO COME UN RICCIO DI MARE DENTRO LE MUTANDE» (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 8 dicembre 2023 — A CHI SI RIFERISCE MARCO FELIPE PERFETTI AFFERMANDO DAL SITO SILERE NON POSSUM «QUA IN VATICANO … NOI IN VATICANO …», SE IN VATICANO NON CI PUÒ METTERE NEMMENO PIEDE? (per aprire l’articolo cliccare QUI)

– 14 ottobre 2023 — È MORTO L’ARCIABATE EMERITO DI MONTECASSINO PIETRO VITTORELLI: LA PIETÀ CRISTIANA PUÒ CANCELLARE LA TRISTE VERITÀ? (per aprire l’articolo cliccare QUI)

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Guerra dei terroristi di Hamas contro Israele: «Le dichiarazioni dell’Ambasciatore israeliano presso la Santa Sede sono false e infamanti»

GUERRA DEI TERRORISTI DI HAMAS CONTRO ISRAELE: «LE DICHIARAZIONI DELL’AMBASCIATORE ISRAELIANO PRESSO LA SANTA SEDE SONO STORICAMENTE FALSE E INFAMANTI»

Per certi sionisti politici che poco o niente hanno da spartire con il mondo ebraico e con l’Ebraismo, non c’è umiliazione peggiore che quella di dover essere grati a chi gli ha fatto del bene e salvata la vita.

— Politica  e attualità —

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In certe circostanze le parole vanno misurate e limitate, specie con gli esponenti di un Paese giovane nel quale difficilmente, un rozzo ex colono di qualche kibbutz può essere inserito nel corpo diplomatico e mandato in giro per il mondo completamente privo del livello e della classe richiesta dall’ufficio a lui affidato, ma soprattutto della prudenza e della conoscenza.

Sono stato allievo di Padre Peter Gumpel che assieme a Padre Paolo Molinari diressero per mezzo secolo la Postulazione Generale della Compagnia di Gesù (cfr. Federico Lombardi S.J. QUI), loro stessi mi avviarono e formarono alle cause dei Santi. A loro fu affidato il processo per la causa di beatificazione del Sommo Pontefice Pio XII, periodicamente attaccato da ambienti che niente hanno da spartire con il mondo ebraico, perché tutti legati alle frange del Sionismo politico radicale, che rispetto all’Ebraismo è tutt’altra cosa. Il tutto con buona pace di coloro che vorrebbero tacciare di antisemita chiunque desidera professarsi o essere anti-sionista. Essere contrari a qualsiasi ideologia di stampo nazionalista, tal è il Sionismo politico, è cosa lecita, purché la contrarierà non sfoci mai in forme di violenza o di lesione dell’altrui dignità.

Nei Paesi democratici si è liberi di essere anti-comunisti, anti-fascisti, anti-clericali … sono tutte libertà di pensiero e parola tutelate dalla legge stessa. Pare però che non funzioni così in quella che alcuni seguitano a chiamare «l’unica democrazia del Medio Oriente».

Nel mio libro Erbe Amare – Il secolo del Sionismo pubblicato nell’ormai lontano 2006 smonto pezzo per pezzo anche questa leggenda sulla «unica democrazia», spiegando e documentando che certe forzature politiche mirate a equiparare l’anti-sionismo all’antisemitismo sono in sé e di per sé aberranti. Basterebbe ricordare che gli anti-sionisti più severi sono sempre stati gli ebrei più celebri al mondo per essere stati esponenti di spicco delle scienze, della cultura e delle arti. Ne cito uno solo tra i tanti: Sigmund Freud, che mostrò sempre decisa contrarietà alla creazione dello Stato d’Israele. E quando il Movimento Sionista chiese la sua firma, ottenne un deciso rifiuto, da lui come da varie altre personalità dell’Ebraismo.

Il Sionismo Politico nasce da personaggi infarciti di marxismo e ispirati al Socialismo reale, di cui Pio XII fu avversario, come lo furono altri suoi Predecessori e Successori. A partire dalla fine degli anni Cinquanta del Novecento presero vita proprio nei circoli sionisti leggende nere sulla figura di questo Sommo Pontefice che fu attivo e operoso per la salvezza degli ebrei perseguitati e ricercati dai nazisti, ma al quale certi ideologi decisero di servire nel dopoguerra una terribile vendetta a freddo.

I Sionisti politici sono giunti infine al grottesco: i nipoti e i pronipoti dei diretti protagonisti che furono salvati dal massiccio intervento della Chiesa Cattolica — tanto che vollero affiggere dopo la Seconda Guerra Mondiale lapidi su conventi, monasteri e istituti religiosi dove ebbero salva la vita — si sono messi a smentire i propri nonni e bisnonni con affermazioni “storiche” che se non fossero tragiche rasenterebbero il comico: «Nell’immediato dopoguerra i nostri nonni e bisnonni non avevano ancora chiaro quel che realmente era accaduto». Vale a dire: circa sei milioni di ebrei sterminati in tutta Europa, ma ai diretti protagonisti che ebbero salva la vita non era ancora chiara la portata di una tragedia immane unica a suo modo nella storia dell’umanità?

In questi miei libri, alla cui lettura vi rimando, definisco il tutto con questa battuta:

«Nonno, perché credi a quello che hai visto e vissuto come protagonista, anziché credere a ciò che il tuo nipotino sionista nato agli inizi degli anni Settanta del Novecento ti racconta?».

Uno di questi nipotini è l’Ambasciatore dello Stato d’Israele presso la Santa Sede, che irritato per gli inviti alla pace da parte dei Vescovi di Gerusalemme è tornato a tirare di nuovo in ballo il Sommo Pontefice Pio XII:

«Non è fuori contesto ricordare che oggi avrà inizio presso l’Università Gregoriana un convegno di 3 giorni sui documenti del pontificato di Papa Pio XII e sul loro significato per le relazioni ebraico-cristiane. A quanto pare – conclude la nota – qualche decennio dopo, c’è chi non ha ancora imparato la lezione del recente passato oscuro» (vedere QUI).

Tutto questo conferma che per certi personaggi «essere grati a chi ti ha salvato la vita è una umiliazione che alcuni non reggono».

Il libro Erbe Amare – Il secolo del Sionismo mi richiese 5 anni di inteso lavoro e ricerca storica. In seguito, dal suo corpo centrale, trassi un altro libro autonomo intitolato Pio XII e la Shoah.

In un breve articolo non posso trattare temi che hanno richiesto anni di studio e ricerca, ma chi è interessato alla storia, non alle leggende di certi sionisti politici, può leggerli e appurare quanto la realtà sia diversa dalle cattiverie costruite a tavolino con rara malizia politica dai sostenitori di un movimento nazionalista nato da una eresia del Marxismo più degenerato. Questo movimento si chiama Sionismo politico e chiunque può rivendicare il diritto a essere anti-sionista senza che nessuno possa tacciarlo di essere un pericoloso antisemita, specie quei nipoti e pronipoti che privi del basilare senso del pudore pretendono di smentire i loro nonni e bisnonni che tributarono devota riconoscenza a Pio XII per opera del quale furono salvati circa un milione di ebrei nelle strutture religiose di tutta Europa, compreso lo Stato della Città del Vaticano e tutti gli stabili della Santa Sede che a Roma godono del regime della extra-territorialità secondo le leggi e i trattati del diritto internazionale.

dall’Isola di Patmos, 10 ottobre 2023

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Internet e la distruzione del principio di autorità, un colpo di grazia inferto da legioni di imbecilli al potere

INTERNET E LA DISTRUZIONE DEL PRINCIPIO DI AUTORITÀ, UN  COLPO DI GRAZIA INFERTO DA LEGIONI DI IMBECILLI AL POTERE

La distruzione del principio di autorità è quell’elemento che sorregge alla base il trionfo della dittatura integralista del non sapere, di quella ignoranza crassa, cafona e violenta che è cosa del tutto diversa dal “non sapere” dell’uomo colto. E questa ignoranza crassa, cafona e violenta ha compiuto da tempo il proprio grande e devastante golpe attraverso internet e i social media

— Chiesa e attualità —

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Spesso mi capita di ricordare che quando si dialoga, o quando si spiega una precisa cosa, quando si tiene una lezione o una conferenza, quando si predica o si fa una catechesi, è sempre di importanza fondamentale partire sottolineando il vero significato delle parole, indicando e all’occorrenza spiegando con cura il vero senso etimologico dei termini usati.  

Un accento sbagliato può scatenare una guerra, dissi una volta a delle persone che sul momento non capivano come mai, mentre parlavo di temi legati alla teologia dogmatica, per inciso spiegavo di tanto in tanto il significato di parole e terminologie. Ci sono infatti termini che in filosofia o in teologia hanno un significato totalmente diverso da quello a essi attribuito dal linguaggio corrente nel quale spesso, certe parole, sono state svuotate del loro etimo originario per essere riempite di altro e assumere un significato opposto. Spiegai che non solo una parola, ma persino un semplice accento può cambiare il significato di un discorso. Per esempio: la parola “pesca” può indicare sia un frutto sia un pescatore con la canna in mano che attende paziente che i pesci abbocchino all’amo, dipende dalla pronuncia orale, o da dove cade l’accento in una versione scritta. A sua volta, l’amo, può essere il piccolo uncino nel quale il pescatore attacca l’esca per i pesci, ma può essere anche l’affermazione con la quale un innamorato dichiara di amare un’altra persona. La parola “ancora” può significare sia il peso gettato nel fondale marino per bloccare la barca e impedirle di seguitare a galleggiare sulle correnti marine, ma può anche significare ripetere una data cosa. Pure in questo caso dipende dalla pronuncia orale, o da dove cade l’accento in una versione scritta.

Una platea di ascoltatori non particolarmente colti, nella quale però, proprio i più incolti, si ritenevano dei veri maestri del sapere, a poco a poco compresero quelle mie spiegazioni lessicali quando illustrai che la parola “castigo”, nel linguaggio teologico e dottrinale, ha un significato diverso da quello dato a essa nel lessico corrente. Anzitutto l’etimo castigo deriva dal latino castus (puro) e agĕre (rendere/dare/restituire). Il vero significato etimologico di questa parola è quindi “purificare”, o “rendere puro” o “restituire la purezza perduta”. Un significato completamente diverso da quello del linguaggio parlato corrente. Presto detto: se un teologo parlerà a una platea dei castighi di Dio, gli ascoltatori potrebbero capire l’esatto contrario di ciò che cercherà di trasmettere, dando semmai vita a dei fraintendimenti che non dipendono dal modo in cui si è espresso lo studioso e neppure dagli ascoltatori, ma conseguenti il fatto che l’uno e gli altri danno a questo termine un significato dissimile, finendo così per parlare due lingue diverse con l’uso delle stesse parole. Nel linguaggio teologico il castigo è una azione purificatrice della grazia e della misericordia di Dio che «castiga e usa misericordia» (Tb 13,2) perché «Il Signore è pietoso e clemente, lento all’ira e ricco di bontà» (Sal 103). Pertanto, il castigo divino, nella economia della salvezza è un vero e proprio atto di amore del Creatore verso le proprie creature. E qui preciso per inciso che il termine “economia” appena usato ha, analogamente a quello di “castigo”, un significato anch’esso del tutto diverso da quello del corrente lessico parlato. Questo lemma di derivazione greca ― oἰκονομικά ― appare in un’opera attribuita ad Aristotele che la usa per indicare la gestione del oἰκος, ossia della famiglia e di ciò che a essa appartiene. Per i greci l’economia non costituiva, come invece la intendiamo oggi, una realtà autonoma che in modo altrettanto autonomo opera. E proprio a causa di questa parola da me usata con riferimento alla «economia della salvezza», un presente ― ovviamente il più colto e forbito tra tutti gli ascoltatori ― si mise a ridere dando poi saggio di crassa ignoranza chiedendomi pubblicamente:

«Ma lei, parlando di economia della salvezza, è rimasto sempre fermo alla vendita delle indulgenze?».

Una caratteristica molto diffusa nella società odierna non è il sapiente e saggio «ξέρω ότι δεν ξέρω» (xéro óti den xéro, io so di non sapere), secondo la sapiente massima di Socrate riportata poi da Platone nella Apologia di Socrate. Oggi, il principio sovrano nelle nostre masse sempre più incolte e arroganti è l’esatto contrario: sapere ciò che non si sa, quindi discutere, contestare e sovente anche aggredire attraverso i canali dei vari social media coloro che sanno e che proprio per questo cercano inutilmente di dare chiarimenti, secondo lo stile psicopatologico di chi, pur non conoscendo, presume però di conoscere più che mai.

Nelle persone di vera cultura la conoscenza si fonda e si muove sulla base della sapienza socratica «io so di non sapere». Perché per quanto uno possa avere dedicato la propria intera esistenza allo studio e alla ricerca, tutti noi, anche i più colti, rimaniamo di fondo degli ignoranti nel senso etimologico del termine ignorans antis da cui deriva il termine ignorantia, a sua volta derivante dal verbo greco γνωρίζειν (gnorízein), che alla lettera significa “mancanza di conoscenza”. O qualcuno di noi, inclusi studiosi di lungo corso, sarebbe forse in grado di affermare: “Io conosco tutto”? Quando al Senatore a vita Rita Levi Montalcini, insigne scienziato neuro-biologo, poco dopo l’assegnazione del Premio Nobel avvenuta nel 1986, per avere scoperto il Nerve Growth Factor (l’elemento di accrescimento della fibra nervosa), durante un evento pubblico le fu detto che lei era tra le poche persone al mondo che conoscevano il cervello umano. Per tutta risposta ella replicò:

«Del cervello umano, nella mia vita, ho imparato qualche cosa, ma solo qualche cosa, perché molte delle sue risorse rimangono sconosciute e oggi, noi scienziati, possiamo dire di conoscere circa il 5% delle sue potenzialità».

Proviamo adesso a passare dalle neuroscienze alla teologia e nello specifico alla patristica o patrologia. Esiste al mondo un patrologo capace ad affermare di conoscere in modo approfondito le opere di tutti i grandi Padri e dottori della Chiesa, da quelli maggiori a quelli minori, o di averle anche e solo lette semplicemente tutte quante? Conosco patrologi ultra ottantenni che hanno dedicato la loro intera vita a studiare i Padri Cappadoci, noti anche come Sapienti di Cappadocia, che sono tre: i Santi Basilio Magno, Gregorio di Nissa e Gregorio di Nazianzo detto anche Nazianzeno. Di tutti gli altri hanno una conoscenza sommaria, molti altri ancóra non li hanno proprio mai esaminati e studiati, neppure letti. Il vero uomo di cultura è consapevole, proprio perché tale, della propria ignoranza, proprio perché la vera conoscenza passa di necessità dalla consapevolezza del non sapere: «… del cervello umano, nella mia vita, ho imparato qualche cosa, ma solo qualche cosa».

La distruzione del principio di autorità è quell’elemento che sorregge alla base il trionfo della dittatura integralista del non sapere, di quella ignoranza crassa, cafona e violenta che è cosa del tutto diversa dal “non sapere” dell’uomo colto. E questa ignoranza crassa, cafona e violenta ha compiuto da tempo il proprio grande e devastante golpe attraverso internet e i social media. L’annullamento dei ruoli culturali, sociali, politici e religiosi si sviluppa al peggio attraverso questi canali che costituiscono l’elemento distruttivo di ogni principio di autorità. Problema questo che per essere compreso obbliga a fare un salto storico-sociale all’indietro, per l’esattezza agli ingloriosi anni Settanta del Novecento, con tutti i suoi devastanti ed emozionali «vietato vietare», «l’immaginazione al potere» e via a seguire. In quella stagione avvenne un vero e proprio processo di sovvertimento, inversione e infine di vero e proprio abbattimento dei ruoli. Oggi l’insegnante non è più colui che seduto sopra una cattedra in una posizione più alta, che non a caso aveva una pedagogica e simbolica pedana che la sopraelevava in altezza al di sopra dei banchi dove sedevano gli alunni, dalla quale dispensava il proprio insegnamento a soggetti che dovevano tacere, ascoltare e imparare, rispondendo solo quando erano interrogati, oppure, quando concesso, rivolgere domande nel merito di ciò che l’insegnante aveva spiegato ma che non era stato ben compreso. Molti insegnati delle scuole inferiori o superiori, o i docenti universitari, al termine delle loro lezioni erano soliti domandare: «Sono stato chiaro … mi sono spiegato bene? Avete delle domande di chiarimento da fare?». Sinceramente non ho memoria di avere mai udito alcuno dei miei compagni di scuola o colleghi universitari prendere parola per dire: «Non sono d’accordo con quello che ha detto perché secondo me … io penso che …». Ciò avrebbe potuto comportare ritrovarsi poi in sede d’esame dinanzi a un esaminatore che in modo impeccabile e nel pieno rispetto della legge e delle regole accademiche ti avrebbe potuto far pentire dei tuoi peccati passati, presenti e persino futuri. E vi dirò: avrebbe fatto anche bene, perché l’arroganza va punita, proprio per il bene dell’arrogante, che va corretto, non assecondato, meno che mai tollerato. L’arroganza è infatti di per sé intollerabile. 

L’insegnante post-sessantotto è divenuto colui con il quale si dialogo e ci si confronta, non più in una posizione di ruoli verticale, ossia dall’alto (insegnante) verso il basso (alunni), ma in un rapporto orizzontale. Se poi, in questo genere di rapporto di relazione malato ― che non potrebbe né mai dovrebbe essere, anzitutto per il bene di chi deve apprendere ― uno si mette a contestare l’insegnante a colpi di «io non sono d’accordo, perché io penso che … perché secondo me …», ecco che quel soggetto, oggi, sarà persino giudicato come uno studente particolarmente brillante. Poi, se insulterà l’insegnante, a quel punto diverrà il beniamino di tutti i suoi compagni e le sue compagnucce gli manderanno cuoricini per WhatsApp, oppure direttamente loro immagini seminude su Instagram. Nessuno pensi che il genitore di oggi, venendo a conoscenza della prodezza del figlio, provi un senso di umana vergogna per avere un figlio maleducato sino a quei livelli, perché la risposta sarà più o meno questa: «Se lo ha insultato, si vede che se lo meritava». O può forse, il genitore di oggi, vergognarsi e poi ammettere di essere stato un totale fallimento a livello educativo? Certo che no, quindi è l’insegnante insultato ad avere torto e il figlio ad avere ragione.

Gli esami che a suo tempo ho sostenuto prima alle scuole medie superiori e poi all’università ― io come chiunque altro ― non erano basati su un dialogo tra pari, ma su un rapporto del tutto impari dove una persona rivestita di autorità, il professore, mi rivolgeva delle domande alle quali io, studente, in una posizione subordinata dovevo rispondere con precisione, soprattutto nello stretto merito di ciò che mi era stato richiesto, mostrando di avere acquisito e sviluppato il sapere che mi era stato trasmesso. Fatto questo l’autorità, ossia l’insegnante liceale o il professore ordinario universitario, esprimeva su di me un giudizio nella forma di voto, con una valutazione data in numeri compresi tra 0 e 10 o tra 18 e 30. Ho avuto modo di avere insegnanti che erano persone talentate e dotate di grande scienza, oltre che di qualità didattiche, come ne ho avuti altri che erano mediocri, dotati di scarsa scienza e privi semmai anche di capacità didattiche. Non era però compito nostro di studenti quello di valutare gli insegnanti, che potevano essere giudicati, per i loro meriti o demeriti, solo dai loro superiori, o perlomeno dai loro pari, non certo dagli allievi che il sapere lo stavano acquisendo e che ancóra non avevano acquisito e maturato. Ciò li rendeva privi delle necessarie capacità di giudizio ― volendo anche di contestazione ― per poter esprimere giudizi positivi o negativi sulle qualità e le capacità dei docenti.

Da anni si stanno moltiplicando casi nei quali i disastrosi genitori di certi studenti, degni figli o nipoti del ben poco glorioso Sessantotto e degli anni Settanta che ne seguirono, non si limitano neppure a ricorrere ai Tribunali Amministrativi Regionali per una bocciatura da loro ritenuta ingiusta, perché li intasano di ricorsi persino per un voto dato che a loro dire non era adeguato. Se il genitore, più o meno figlio o nipote del Sessantotto o degli anni Settanta, non è in grado di trasmettere al proprio figlio il sano e salutare principio di autorità e del rispetto che all’autorità è dovuto, la società è inevitabilmente destinata a un colossale fallimento dopo essere piombata nella forma di anarchia in assoluto peggiore e più distruttiva: l’anarchia delle emozioni, o se preferiamo del «vietato vietare» e della «immaginazione al potere».

Questi i risultati che oggi sono sotto i nostri occhi: il genitore cessa di essere tale e diventa un amico o un complice “a delinquere” del figlio; l’insegnante un soggetto con il quale ci si confronta, contestandolo e dando sfogo al proprio egocentrismo a botte di «non sono d’accordo … perché io penso che … perché secondo me …»; il medico non è più colui che ti cura ma una persona che può essere interrotta mentre ti sta facendo una diagnosi esprimendo la fatidica frase «Ah, io non sono d’accordo, perché su internet ho letto che …»; le cariche dello Stato, dal carabiniere al poliziotto sino al Senatore a vita della Repubblica Italiana divenuto tale per meriti speciali, sono figure spesso irrise e svilite da parte di persone che non conoscono neppure il primo articolo fondamentale della Costituzione della Repubblica Italiana e che ignorano del tutto il sistema repubblicano nel quale vivono; i  preti e i teologi sono persone ormai relegate tra i ruoli più inutili e marginali della società civile ai quali dei ragazzotti affetti da analfabetismo funzionale o digitale si rivolgono a faccia a faccia con il “tu” dicendo loro come e perché la Chiesa sbaglia, oppure puntando i piedi perché devono fare da padrini di battesimo, non essendo stati però cresimati, ecco che dopo aver fatto professione di non credere alle verità annunciate dalla Chiesa ti dicono, semmai anche a brutto muso «io ho il diritto di fare la Cresima perché mi serve», ignorando che i Sacramenti non sono un diritto ma una azione della grazia divina … Insomma, una società nella quale assieme al principio di autorità sono saltate tutte le regole, con una massa di arroganti ignoranti che ogni mezza frase pronunciano «io ho il diritto di … io ho il diritto di …» ma in modo egocentrico e anarcoide non accettano neppure la vaga idea stessa che accanto ai diritti ci sono i doveri e viceversa, non potendo esistere una società fatta solo di diritti come non ne potrebbe esistere una fatta solo di doveri. 

Più volte ho citato Umberto Eco in vari miei scritti che toccavano il problema di internet e dei social media, perché con quattro pennellate raffigurò, più che un problema, un autentico disastro sociale:

«I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli!» (cfr. QUI).

Prima del semiologo Umberto Eco, quando ancora i social media non avevano preso campo, un celebre matematico italiano, Giorgio Israel, si espresse così riguardo internet:

«È vero ― come ha notato qualcuno ― che ho deciso di por fine a questo tipo di “dialogo”. Esso ha messo in luce due aspetti tra i peggiori di internet, un mezzo cui comunque non rinuncio, ma non per piegarmi alle cattive tentazioni cui induce. Alludo alla perdita di inibizioni per cui si ritiene di poter trattare in modo sbrigativo e persino villano persone con cui non si oserebbe farlo de visu; e la tendenza a sentenziare su questioni cruciali e che magari sono oggetto di riflessione secolare, tacciando pure di cretino chi non si adegua» (cfr. Articolo del maggio 2008 tratto dal sito di Giorgio Israel).

Perdonatemi se porto me stesso come esempio, ma credo che trasmettere la propria esperienza personale sia importante, specie da parte di un presbitero e di un teologo che ha appena toccato la soglia dei sessant’anni d’età. Questo vuol dire ― o perlomeno si presume ― avere acquisito e sviluppato una certa esperienza di vita e, attraverso studi metodici di ricerca continuati nel tempo una certa conoscenza, sempre e di rigore basata sulla consapevolezza del «io so di non sapere». Come sempre esemplifichiamo: una volta, la classica isterica frigida che reattivamente era affetta da nevrosi ossessive di stampo pseudo-religioso, dopo avere creato problemi, attriti, litigi e sconcerto di vario genere in parrocchia, o forse prima ancóra che potesse generare cose simili, era presa in disparte da qualcuno dei parroci che furono, fatta nuova dalla testa ai piedi e poi cacciata via. Oggi la classica isterica frigida reattivamente affetta da nevrosi ossessive di stampo pseudo-religioso si tuffa nel mare dei social media, va a caccia delle pagine dei preti e con spirito litigioso e aggressivo incomincia a contestarli in tono insultante e provocatorio, specialmente se il prete ha scritto un post chiaro e preciso nel quale tratta in modo semplice cose serie sul piano della dottrina e della fede, rendendole comprensibili al grande pubblico, ma alle quali ella ribatte con assurde scemenze. Questa è una delle principali insidie dei social media, per noi presbiteri e teologi come per qualsiasi studioso o per qualsiasi persona che nella società riveste quello che dovrebbe essere, ma che soprattutto andrebbe sentito e rispettato come ruolo di autorità.

In internet, ma soprattutto nei social media, come faceva notare già molti anni fa Giorgio Israel c’è una perdita totale «di inibizioni per cui si ritiene di poter trattare in modo sbrigativo e persino villano persone con cui non si oserebbe farlo de visu». Cosa alla quale si aggiunge un elemento peggiore: «la tendenza a sentenziare su questioni cruciali e che magari sono oggetto di riflessione secolare, tacciando pure di cretino chi non si adegua». Ne abbiamo fatta esperienza recente, peraltro legata a una vicenda che per due anni ha messo in ginocchio le società civili, i governi e l’economia: la pandemia da Covid-19. Chi di noi non ricorda eserciti di sciampiste e di intellettuali da bar con la licenza media inferiore presa alle scuole serali che tra un messaggio sgrammaticato e l’altro smentivano i più esperti virologi e infettivologi perché su dei blog gestiti da altrettanti ignoranti arroganti avevano letto che …? A molte di queste persone provai all’epoca a rispondere in questo modo:

«La scienza non è perfetta e da sempre può essere fallibile e defettibile. Vaccino si, vaccino no? Personalmente ho deciso di dare fiducia alla scienza, che può sbagliare e che spesso ha sbagliato. Verso la scienza intendo però fare un atto di fiducia, perché se proprio qualcuno deve sbagliare su di me, preferisco che l’errore lo compia uno specialista nel tentativo di salvarmi anziché un naturopata-esoterista a caccia di fessi che fa credere di poterli curare con pillole omeopatiche e pietre magnetiche colorate. Anche perché, mentre la scienza chiede all’occorrenza fiducia, questi ciarlatani e coloro che decidono di andargli dietro chiedono e pretendono invece dei veri e propri atti di fede cieca riguardo ciò che di assurdo e anti-scientifico dicono e sostengono».

In quel delicato frangente come in altri diversi ma analoghi, le televisioni pubbliche e private si sono gravate di immani responsabilità che una vera società civile e una politica realmente illuminata non avrebbe dovuto esitare a far pagare a caro prezzo per senso di giustizia e per la tutela della popolazione. Ricordiamo infatti che mentre le persone erano chiuse in casa nel pieno del lockdown, per cinque giorni a settimana, tre o quattro ore ogni sera, in tutti i più seguiti talk show si favorivano e fomentavano litigi e risse tra specialisti clinici ed emeriti ignoranti presi dalla strada che li contestavano e smentivano. Il tutto fatto passare per diritto all’informazione e diritto di libertà di parola. Domanda: da quando, gli imbecilli, hanno il diritto a esprimersi in prima serata sulle televisioni pubbliche e private, tanto più per contestare e smentire studiosi con teorie assurde e irrazionali, più ancóra che anti-scientifiche? Alle reti televisive interessava davvero dare voce a tutti? E da quando, questo appassionato amore per la verità da parte di mass media che la verità sono soliti nasconderla, manipolarla e falsarla, quando conviene ai padroni che li tengono stretti e vincolati ai loro libri-paga? No, la verità era tutt’altra: le redazioni dei programmi televisivi, con un cinismo che sarebbe stato bene fargli pagare a caro prezzo, avevano un unico scopo, molto superiore al Covid-19 e al pericolo pandemico stesso: gli indici di ascolto. Più negli studi televisivi erano scatenate risse, più gli indici di ascolto salivano. Ma torniamo di nuovo a Umberto Eco:

«La televisione aveva promosso lo scemo del villaggio rispetto al quale lo spettatore si sentiva superiore. Il dramma di Internet è che ha promosso lo scemo del villaggio a portatore di verità» (cfr. QUI).

Chiamatevi pure prete “vecchio stile”, se preferite demodé, ma rimango consapevole che la Chiesa, attraverso i cosiddetti tria munera, mi ha dato mandato a insegnare, a santificare e a guidare il Popolo di Dio, questo dopo avermi formato, istruito e fatto specializzare nelle scienze teologiche, quindi conferendomi mandato. Questo è il mio compito, sia per chi ci crede sia per chi, pur non credendoci, sarebbe tenuto comunque al rispetto, specie in questo mondo nel quale è di rigore il rispetto e il massimo della correttezza politica anche per l’ultimo dei clandestini sbarcati sulle nostre coste e per i transessuali in equilibrio sui tacchi a spillo, che non hanno certo una dignità umana superiore a quella di un essere umano chiamato prete. Di conseguenza, il compito dei nostri Christi fideles rimane tutt’oggi di accogliere il nostro insegnamento, lasciarsi santificare mediante i Sacramenti di grazia da noi amministrati e farsi guidare nel cammino di vita cristiana, o se preferite governare dai pastori all’interno della Chiesa, dove si è liberi di entrare e dalla quale, per intendersi, si è liberi di uscire, ma nessuno ha però il diritto e la libertà riconosciuta a insolentire i pastori.

Presto detto: come ministro in sacris non sono una persona con la quale un qualsiasi soggetto che si proclami cattolico o credente possa trattare a tu per tu, perché il rapporto è teologicamente e gerarchicamente dal basso (fedele) verso l’alto (presbitero). Non è il credente o peggio il presunto tale che può agitare il dito e darmi lezioni su come un prete deve fare il prete o su come deve trasmettere le verità della fede, o peggio quali verità possono andare bene e quali “devono” essere invece cambiate. Il tutto espresso da soggetti che non hanno mai neppure sfogliato il Catechismo della Chiesa Cattolica e che per questo ignorano che le verità di fede sono immutabili e non certo mutabili a piacimento, con tanto di like sui social, perché «io penso che … secondo me …».

Dinanzi a questo genere di persone agisco e interagisco in due modi: o li rimprovero con atteggiamento severo e all’occorrenza autoritario chiarendogli che non sono un loro compagnuccio e men che meno una persona con la quale possono pensare di confrontarsi a tu per tu, oppure, come nel caso dei social media in cui i rapporti sono perversamente all’orizzontale, reagisco con lo sberleffo, con la parola colorita, a volte persino usando qualche frase triviale affatto casuale, meno che mai istintiva o emotiva, ma proprio scientificamente studiata e voluta al fine di scuotere certi soggetti, la reazione dei quali è tanto evidente quanto scontata: «Vergogna di prete … prete volgare … ma tu sei davvero un prete?». Sì, sono un prete, con l’aggravante di essere pure un teologo al quale tu, ragazzotta o donnetta nullafacente, dopo avere passato la giornata a girare per internet in cerca di gossip e di notizie pruriginose, hai pensato di poter spiegare cosa veramente sia la fede cattolica. Perché le più irrispettose e le più violente in assoluto sono di rigore loro: le donne, come provano i social media. Oppure può capitare che non risponda e che a qualcuna di queste carampane incattivite replichi postando sulla mia pagina social la fotografia del Tantum Rosa in versione spray usato dalle donne per i pruriti vaginali, semmai accompagnando la foto con la frase: «dicono che funzioni …».

Gli imbecilli fanno sempre e di rigore sul serio e hanno disperato bisogno di essere presi sul serio, perché si sentono le autorità sociali, scientifiche, politiche, morali e religiose che assolutamente non sono, cosa questa che, per una sorta di strana e complessa invidia inconscia, li porta a rovesciare insolenze su chi questi ruoli di autorità li riveste veramente e legittimamente. Ciò che non è serio, giammai sia preso e trattato come se lo fosse. A quel punto, la sapiente presa di giro è l’unico antidoto. Si tratta di astuta e sottile pedagogia: irridendone uno capita che lui, assieme ad altri 100, ti postino centinaia di commenti insultanti, ma quasi sempre capita che almeno due o tre, dinanzi alle tue risposte, capiscano, conferendoti e riconoscendoti il ruolo sociale e di autorità che ti spetta e che ti è dovuto, perché certi rapporti non sono, né mai possono essere alla pari, né basati sul principio del «… secondo me … io penso che …».  

Come presbitero posso chiedere al mio Vescovo parere e consiglio, esporre un problema e domandare suggerimenti per la sua soluzione, posso anche sollevare perplessità di fronte a certe scelte o direttive pastorali, con tutta la più profonda cortesia del caso posso offrire anche un consiglio, perché ogni sacerdote è uno stretto collaboratore del Vescovo. Non posso però contestarlo e rigettare quanto da lui è stato stabilito, ponendomi in tal modo al di sopra di lui, perché sono io che dipendo dalla sua autorità, alla quale ho promesso filiale rispetto e devota obbedienza con un atto sacramentale solenne. È il Vescovo che mi ha concesso il mandato e la relativa facoltà a celebrare la Santa Messa, a predicare il Santo Vangelo, ad assolvere dai peccati e a curare e custodire il Popolo di Dio, il tutto in un rapporto di subalternità, perché sono sottoposto in modo subalterno all’apostolica autorità del Vescovo, il quale ha la facoltà, volendo o reputandolo opportuno, di revocarmi anche questo mandato, in modo parziale o totale, se mi ritenesse inadeguato o indegno. Quindi, anche se avessi in sé e di per sé pure cento ragioni, se osassi pormi al di sopra della sua apostolica autorità, quelle ragioni si muterebbero in mille gravi torti che farebbero di me un pessimo prete e che darebbero scandalo e disorientamento ai Christi fideles. Questo, è il principio di autorità nella Chiesa, interamente retto sulle teologali virtù della fede, della speranza e della carità (cfr. I Cor 1.13). E farlo capire ai cattolici del «secondo me … io non sono d’accordo ..», non è cosa facile.

Talvolta, per recuperare delle persone e indurne altre alla ragione, può essere più utile la foto di un prodotto farmacologico contro il prurito vaginale anziché una inutile dissertazione su certi principi cardine enunciati dal Santo padre e dottore della Chiesa Agostino vescovo d’Ippona, che pure di vagine ebbe buona conoscenza, quando era sempre Aurelio di Tagaste. E qualcuno, dopo aver riso sul Tantum Rosa che allevia il prurito vaginale, può essere che comprenda e che poi si apra. Solo a quel punto sarà possibile parlare del Vangelo e dei preziosi pensieri di Sant’Agostino, producendo buoni frutti, il tutto grazie a una battuta sfottente partita da un prodotto che allevia il prurito vaginale.

Chi è rivesto di autorità, dinanzi a questa totale crisi di ogni principio di autorità ha oggi due soluzioni: o si mette a battagliare inutilmente contro i mulini a vento parlando una lingua che le masse ignoranti, arroganti e litigiose che brulicano i social media non sono neppure in grado di comprendere e recepire, oppure prende in giro gli imbecilli mantenendo saldo il rispetto che gli spetta e che gli è dovuto. Recuperandone di tanto in tanto qualcuno, che di questi tempi non è poca cosa:

«Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta, finché non la ritrova? Ritrovatala, se la mette in spalla tutto contento, va a casa, chiama gli amici e i vicini dicendo: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta”. Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione» (Lc 15, 4-7).

I social media sono un oceano dove le sardine pensano di essere squali e dove i merluzzi hanno il complesso delle orche assassine, eppure, di tanto in tanto, è possibile recuperare qualche spigola, consapevole anzitutto di essere una spigola.

 

dall’Isola di Patmos, 9 ottobre 2023

 

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È morto Fernando Botero, esaltatore dei grassi colori della vita e antagonista dell’anoressia artistica contemporanea

È MORTO FERNANDO BOTERO, ESALTATORE DEI GRASSI COLORI DELLA VITA E ANTAGONISTA DELL’ANORESSIA ARTISTICA CONTEMPORANEA

L’ispirazione, l’estro creativo, la genialità non servono a niente, se a questa grandiosità non è sempre accompagnato il duro lavoro e il sacrificio. Assieme a questa dedizione al lavoro c’era sempre la scelta della propria vita: «fare quello che ci piace, non smettere mai di fare quello che ti piace e che ti fa stare bene».

— Attualità —

Autore:
Jorge Facio Lince
Presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos

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Sono cresciuto allombra della prima scultura del maestro Fernando Botero, Torso de mujer, conosciuto da tutti come la Gorda o la Gorda de Berrio in riferimento alla piazza Parque de Berrío dove era ubicata la statua prima del suo spostamento al parco tematico realizzato in onore dell’artista. Questa statua gigantesca e voluminosa fu realizzata nel 1987 e misura di 2 metri e 48 centimetri di altezza, un metro e 76 di larghezza, 1 metro e 7 centimetri di profondità.

La statua era stata installata davanti alla sede regionale della Banca dello Stato e davanti a una piazza che era una delle fermate principali dei pullman e dei taxi, oltre a essere un punto di ritrovo. La forma della scultura mi lasciava sempre stupito e mi chiedevo: «Le donne non sono così, quale donna colombiana è grassa a questo modo?!». Eppure il mio sguardo restava sempre fisso su quell’opera illuminata in un gioco di luci dal sole quando il sole sorgeva o quando tramontava.

Tutti i nati negli ultimi decenni del secolo scorso si sono incantanti a osservare questa scultura mentre era in corso la trasformazione della città con la costruzione nella Città di Medellin della prima rete metropolitana della Colombia, che segnò il salto in avanti della metropoli andina da città semi industriale agricola verso il nuovo millennio che l’avrebbe proiettata verso il turismo anche artistico, grazie non ultimo proprio al maestro Fernando Botero. In alcune stazioni della metropolitana esistono opere d’arte ispirate a lui, in altre si respirano il suo spirito e stile e in una particolarmente, quella vicina alla piazza dove troneggia la sua Gorda oggi sorge un bellissimo parco artistico con diverse voluminose statue boteriane.

In quegli anni non c’era uno spazio espositivo destinato a questo grande interprete del nostro tempo, anzi non c’era proprio un vero spazio per l’arte. E per me, come per tanti altri miei connazionali, il primo riferimento al mondo delle belle arti è stato il maestro Fernando Botero, la cui creatività artistica abbiamo potuto cogliere anche di sfuggita mentre si era in attesa di qualche servizio di trasporto o di qualche persona. Oggi, le nuove generazioni, non solo possono contemplare le numerose opere sparse per la città, perché grazie al suo mecenatismo ― che fece di lui il più grande mecenate contemporaneo che la città di Medellin e la stessa Colombia abbia avuto ― favorì la creazione dei diversi spazi espositivi con opere sue e di maestri europei, precedentemente esclusi se non erano menzionati su libri di storia ed enciclopedie [1].

La figura di Fernando Botero è sempre stata per me fuori dall’ambiente artistico, modello e ricordo di una figura virile con la quale sono cresciuto, così erano i miei nonni e gli uomini della mia terra. Sempre interessati al bene della famiglia, in unione e armonia nei momenti belli come in quelli difficili e dolorosi. Una unità familiare coinvolta anche negli interessi e nelle attività del pater familias, come hanno raccontato in diverse occasioni i figli del Maestro, quando nel ricordo del padre spiegavano che nella creazione delle proprie opere chiedeva loro di aiutarlo a dipingere la tela. Alcuni particolari sono stati poi usati da lui come decorazioni nei margini inferiori delle sue opere, altri lavori dei figli sono stati cancellati, ma in loro è rimasto il ricordo e l’insegnamento di aver aiutato il padre partecipando alle sue fatiche artistiche. 

Questo tipo di uomini cercavano di alimentare la consuetudine, oggi purtroppo perduta o dimenticata, di far stare assieme la famiglia a trascorrere del tempo in un luogo specifico. Certo nel caso del maestro non si può che ammirare il suo elevato gusto per aver scelto la bellissima cittadina toscana di Pietrasanta in provincia di Lucca[2]. come l’ambiente in cui ogni volta che poteva faceva venire tutta la sua famiglia per vivere delle giornate con dei momenti pieni di affetti da ricordare per tutta la vita. Prima ancóra di elaborare il suo stile e le sue opere, uno dei principali insegnamenti che non smetteva mai di trasmettere, soprattutto ai suoi familiari e ai suoi pochi amici ― Botero era persona molto riservata ― era quello del lavoro: «c’è solo un 5% di ispirazione e 95% di sudorazione», perché nella sua ottica ogni genere di mestiere doveva essere così ben fatto e faticoso da farti sudare.

L’ispirazione, l’estro creativo, la genialità non servono a niente, se a questa grandiosità non è sempre accompagnato il duro lavoro e il sacrificio. Assieme a questa dedizione al lavoro c’era sempre la scelta della propria vita: «fare quello che ci piace, non smettere mai di fare quello che ti piace e che ti fa stare bene». In uno degli ultimi documentari realizzati in suo onore, il Maestro, alla fine del filmato, guarda seduto su una sedia davanti a una piccola e semplice casetta tipica delle zone rurali della città. Parlando con l’intervistatore si lamenta della tristezza che avvertiva per la consapevolezza che presto sarebbe morto e ancora aveva molte cose da fare, e questo lo faceva stare felice. Il lavoro, quel lavoro che aveva scelto di seguire per tutta la vita, gli generava piacere, perché lo aveva scelto di fare.

Lo stile caratteristico dell’artista chiamato “boterismo”, non è costituito da figure grasse ma “voluminose” raffigurate in diversi scenari e situazione, seguendo la tradizione europea che prese vita nel Rinascimento con Michelangelo, Mantegna, Raffaello, Piero della Francesca[3]. Accompagnato nell’arte scultrice dall’ispirazione del sereno monumentalismo di Paolo Uccello. Un figurativo abbinato a una estetica colorita e amabile che trasse nei primi anni ispirazione dallo stile drammatico dei muralistas messicani Diego Rivera e José Clemente Orozco, approfondito successivamente nella sua permanenza in Europa mentre studiava nelle Accademie delle Belle Arti di San Fernando in Spagna, con studi sulle opere di Goya e Velázquez, e presso l’Accademia Fiorentina di San Marco con lo studio sulle opere di Tiziano, Giotto e Botticelli[4]. Il Maestro si proietta così negli anni Ottanta del secolo scorso con lo sviluppo dell’espansa volumetria della forma che nonostante le dimensioni “esagerate” non turba la proporzione della figura in tutte le sue caratteristiche, senza rinunciare per questo a quegli influssi che sono i tratti della sua terra colombiana, dai colori accesi, vivaci e brillanti, ispirato alla sua stessa città natale di Medellin, nota per le urbanizzazioni ricche di un cromatismo esagerato e spiccato che ricorda quello stile naif capace di trasmettere le note spensierate di una serena vita all’aria aperta, sino ai dolorosi “accenti” della violenza vista e vissuta.

Sembra che negli anni cinquanta il Maestro abbia trovato la sua dimensione stilistica quando nella realizzazione dello studio per natura morta applicò la “dilatazione” al mandolino. L’artista fu colpito visceralmente dal risultato della sua forma dilatata oltre il naturale, generando così l’evocazione di una profonda sensualità come segno di vitalità, di gioia e di prosperità che diventerà negli anni successi questo voluminoso esprimersi, caratterista originale tutta quanta sua riconosciuta a livello mondiale. Così egli descrive questo momento significativo in un’intervista del 2007:

«Quello che accadde fu molto semplice. Stavo disegnando un mandolino con un profilo molto generoso come ho imparato dagli italiani. Poi, nel momento in cui ho fatto il buco nel mandolino, l’ho fatto molto piccolo. Improvvisamente, questo mandolino divenne enorme, monumentale a causa del contrasto tra il piccolo dettaglio e il contorno generoso. Ho visto che qualcosa è accaduto lì. Ho subito iniziato a cercare di visualizzare altri soggetti. Ci è voluto molto tempo – 10, 15 anni – prima di sviluppare una visione più o meno coerente di quello che volevo fare, ma all’inizio era quel piccolo schizzo ispirato al mio amore per l’arte italiana» (vedere QUI).

Agli inizi degli anni settanta prende avvio la sua quotazione commerciale[5] e il favore della critica, dopo che ebbe preso residenza in Europa[6]. Fu allora che il Maestro comincia a creare sculture seguendo lo stile voluminoso che sembra uscire dalle tele per acquisire la tridimensionalità nota nelle sue opere sparse per il mondo[7].

Gli anni Ottanta, sino ai primi anni del nuovo secolo, caratterizzano la ricerca artistica del maestro con raffigurazioni e scene di violenza vissute con la guerra al narcotraffico a Medellin e il ciclo pittorico sui diversi report sulle torture praticate ai prigionerei nella prigione di Abu Ghraib da parte di membri dell’esercito degli Stati Uniti e della CIA nel corso della guerra Irak.

A prescindere dal riconoscimento pubblico e commerciale, certa forma di critica artistica non è stata mai positiva o clemente verso di lui. Sin dalle sue prime mostre  negli Stati Uniti diversi critici nordamericani giudicarono in forma distruttivo ― a differenza dal pubblico che sin dai suoi primi lavori lo apprezzò profondamente ―  definendo l’artista e la sua arte come «non appartenenti all’evoluzione contemporanea; figure umane semplicistiche e caricaturali inserite in contesti soleggiati di vita familiare;  mancanza di serietà sulle sue sculture che lo privavano da un apposito esame critico». Sino a definirlo: «Un semplice fenomeno commerciale di un autore autoreferenziale slegato dalla realtà» (vedere QUI).

Anche se questo potrebbe apparire un giudizio soggettivo o di parte, penso di poter dire che il Maestro era uno dei pochi, se non l’ultimo grande artista che in vita aveva mantenuto il grado e il valore delle sue opere a un livello molto alto. Anche a tal proposito esistono parecchie testimonianze raccontate dagli stessi familiari che ricordano di quando in passato, durante i periodi di difficolta e di ristrettezze economiche, quando era già riconosciuto per la sua bravura ma non aveva ancóra avuto riscontri economici, ricco però di tanta immaginazione, camminava per le città dove, se trovava qualche pezzo di legno o di acciaio che avesse ritenuto essergli utile, lo prendeva e usava per creare dei giocattoli per i suoi figli o degli utensili per la casa. Alla mancanza del danaro sovrabbondava quindi l’immaginazione e il desiderio di creare sempre qualcosa di nuovo e di utile.

Il Maestro era un grande appassionato di tanti sport, specialmente del calcio, uno degli sport più seguiti nella sua Colombia, in modo particolare a Medellin. Questo grande interesse verso il calcio tra i colombiani, sin dai primi anni di vita,  trova riscontro nell’opera Niños jugando al futbol (bambini che giocano al calcio).

L’equitazione è rappresentata in forma indiretta su una tela che risultò essere l’opera che segnò uno dei momenti più tristi della vita dell’artista: Pedrito a caballo. Dipinto descritto dallo stesso Autore come il quadro che aveva eseguito con il più grande dolore della sua vita e per questo lo considerava l’opera che più amava e anche la sua opera maestra. Questa tela nasce dal lutto che ebbe con la morte del piccolo figlio di quattro anni in un incidente automobilistico in Spagna negli anni Settanta. Questa tela si trova nel museo della regione d’origine dell’Autore ed è un ritratto dove predomina il blu di un bambino che cavalca un cavallo giocattolo, negli angoli inferiori si raffigurano le dolorose scene del padre che vide suo figlio morto e poi la scena dei genitori in lutto dentro la casa vuota (vedere QUI).

Il ciclo delle sue opere taurine realizzate principalmente negli anni Ottanta del secolo scorso, è considerato come la “confessione dell’artista”, una riflessione sulla morte e la sua presenza in un esercizio di nostalgia e di lotta sulle scene drammatiche proprie della tauromachia. Personalmente ricordo il mio periodo di studi all’Università di Salamanca, quando un professore cercando di argomentare il senso e il valore universale della tauromachia, spiegava che prima della corrida i tori vivevano liberi, forti e serviti come degli dei. Erano scelti solo gli esemplari più forti e maestosi che si erano guadagnati l’opportunità di dimostrare nell’Arena tutta la loro razza e brio, “a pari armi” tra la potenza brutta e pura del toro contra la maestria del ballo e della provocazione del torero. Al parere del professore di cultura classica, si tratta di una versione moderna della lotta tra i gladiatori, o più ancora l’evocazione moderna delle lotte dell’uomo contro le figure mitologiche e divine dell’antichità; dove la bravura dell’uomo che lotta e mette a rischio anche la stessa vita, senza nulla di scritto o definito come in gioco gestito solo dalla, della sorte.

Come spiegazione della tauromachia resa soggetto dell’arte pittorica del Maestro, restano le tradizioni della sua patria nativa. Nella stessa città di Medellin c’è un’Arena molto rinomata della zona andina, e l’apertura della stagione delle corridas segnava una data particolarmente significativa nella vita sociale dei cittadini. Se le partite di calcio erano gli epicentri della passione e gli interessi popolari della città, le giornate nell’arena con i suoi spettacoli di tauromachia erano il fulcro per le classi dell’alta borghesia cittadina.

Secondo alcune fonti vicine al maestro è stato il gusto per la tauromachia a generare nel giovane Fernando Botero l’amore per la pittura. Significativa, all’interno di questo ciclo pittorico, l’opera La cornada, olio su tela, 1998. Emblematica dimostrazione della passione dell’artista per i tori e la sua riflessione sulla morte contraddistinta nell’espressione soddisfacente raffigurata nella faccia del torero dopo essere stato incornato. Altre opere rilevanti sono toro muriendo 1985, Muerte de Ramón Torres, 1986.

Il ciclo di opere sulle violenze in Colombia ha destato negli ambienti accademici e di critica artistica sudamericani molti interrogativi riguardo alla relazione tra realtà e arte, soprattutto come si alimentano, si allineano o si negano avvicenda arte e violenza. Per alcuni la connessione tra arte e realtà in queste opere mantiene un possibile significato solo a livello sociale in quanto la rappresentazione dell’artista costituisce una “oggettivazione” dell’esperienza per renderla accessibile a chi la contempla. Di conseguenza, le creazioni dell’artista, sono una necessità razionale, non una semplice voglia, né un capriccio o un bisogno psicologico. Chi guarda quelle opere è stimolato a focalizzare l’attenzione sul concreto stato della realtà sociale o del singolo individuo, senza promuovere o all’esaltare un sistema ideologico o politico che finirebbe col mettere a rischio la stessa autonomia dell’arte, facendola diventare uno strumento politico o un mezzo di dissuasione e di distrazione per chi osserva il lavoro artistico.

Altri considerano che questa connessione forma un tutt’uno che permette sia all’artista che a chi osserva le sue opere la possibilità di coglierne una posizione e un’elezione concreta di uno specifico momento storico della vita e della realtà. Creando così, non l’arbitrario senso creativo dell’estro e/o della contemplazione; ma come condizione di possibilità sia per la creatività artistica come per la cultura ed esperienza soggettiva di chi contempla. La condizione di possibilità e/o scelta diventa, così, un compromesso di produzione individuale che offre un senso e una finalità alle opere d’arte come aspirazioni, motivazioni per la collettività e per la singolarità sia dell’artista come del visitatore.

Altre opinioni hanno catalogato questo ciclo pittorico come un atto edonistico di un’artista autoreferenziale che vive in un “limbo” pseudo espressionista di realismo fallito intensificato dall’accentuazione di certi aspetti particolari tramite figure grottesche che portano la gravità del conflitto armato vissuto in Colombia a una banalizzazione molto vicino alla caricatura. Lo stesso Maestro in diverse occasioni ha dovuto ritornare a parlare del suo ciclo pittorico, in una di esse disse:

«Io ho sempre espresso, e l’ho fatto sino poco tempo fa: l’arte è per dare piacere e non per infastidire o mettere in angoscia il pubblico. Chi ha visto un quadro impressionista triste? quando si è visto un Tiziano triste? un Velazquez triste? La grande pittura ha un atteggiamento positivo davanti alla vita. Io sono contrario all’arte che si trasforma in testimone del tempo come arma di combattimento. Ma davanti al dramma che si è vissuto in Colombia era arrivato il momento in cui ho sentito l’obbligo morale di lasciare una mia testimonianza sul momento irrazionale della storia del mio Paese. Non pretendo che questi dipinti possano sistemare qualcosa, anzi sono convinto che non risolveranno niente. Sono consapevole che l’arte non cambia niente, i responsabili dei cambiamenti sono unicamente i politici. Desidero solo lasciare una testimonianza come artista che ha vissuto e ha sentito la sua patria e il suo tempo. Sarebbe come dire: guardate la follia in cui si vive, speriamo che non si ripeta mai più. Io non faccio “arte impegnata”, quell’arte che aspira a trasformare le cose, a quel genere di arte non ci credo» (vedere QUI)

Il ciclo di opere sul mondo femminile del maestro Botero per il numero elevato di lavori dimostra l’attenzione e l’interesse dell’artista per la donna, tematica che lui stesso  considera come uno dei principali temi dell’arte universale. La scelta di rappresentare donne voluminose contrariamente al canone di magrezza imposto alle donne, non è tanto una scelta di protesta contro gli stereotipi che vengono inculcati come modello di bellezza, ma come uno stile e una convinzione personale in quanto pittore e scultore che trasforma le forme dei soggetti voluminosi in motivo di gioia. E l’arte deve generare e trasmettere sempre piacere. La voluminosità, secondo Fernando Botero, nasce nella pittura piatta durante il medioevo, ma sono stati gli artisti italiani a sviluppare il volume dal Rinascimento in poi. La voluminosità è quasi una “sorta di miracolo” che ancora permane tale e quale. Oggi questo volume ― ribadisce il Maestro ― è diventato parte della storia e della stessa percezione dell’arte. Ma è stato come un “fulmine” che ancora si vede e il cui suono ancora si sente; miracolo dal quale, ancora oggi, ci siamo meravigliati. Tra le opere più significative di queste tematiche ci sono numerose tele di carattere erotico come Mujer con lapis de labios (donna con rossetto) acquarello e inchiostro su carta, 2002, Bagno, lavoro matita su carta, 2002.

Finora non esiste la cifra totale del numero delle opere dell’artista, né tanto meno un catalogo ragionato e aggiornato ― considerando anche le molte donazione di opere che negli ultimi anni il Maestro ha fatto, incluse molte opere e la maggior parte delle sue sculture più rappresentative ―, esistono ancora i cicli come quello delle violenze, ma anche una serie di dipinti del periodo giovanile ― si deve considerare che l’artista dipingeva quasi tutti i giorni dall’età dei 14 anni sino al complimento dei suoi 90 anni; opere che sono proprietà privata della famiglia e non sono state catalogate. In ugual maniera, manca una dettagliata ricognizione in giro per il mondo dell’arte “boterista”; secondo la stima approssimativa si potrebbe superare le oltre 2000 opere tra tele, bozzetti, caricature e illustrazioni per giornali.

Tra le sue mostre in Italia si devono considerare: Roma, Palazzo Venezia, 2005, dove presentò al pubblico il suo ciclo pittorico con cinquanta tele che testimoniarono le urla di protesta cariche di una forza perturbante contra l’ingiustizia commessa ai prigionieri nel carcere di Abu Ghraib in Iraq. Opere dove si deve notare la cura nell’utilizzo della prospettiva che muta in base al posizionamento delle sbarre della prigione: lo spettatore viene proiettato sia all’esterno che all’interno delle celle. Tutto ciò potenzia il senso di identificazione nelle vittime, quasi come se ci fosse un’inversione di posizione tra chi osserva e chi subisce, funzionale per sentire la sofferenza altrui. Le immagini appaiono più compromettenti, profondamente disturbanti e inquietanti, tanto quanto i crimini commessi. L’urgenza artistica di esprimere la rabbia e lo sdegno provati, fece sì che l’artista colombiano si dedicasse al progetto per oltre un anno e che alla fine, secondo quanto disse lui stesso, lo ha portato a un senso di vuoto in cui non aveva più niente da dire. A seguire Palermo, Palazzo dei Normanni, 2015, considerato l’evento artistico dell’anno nella città, e nella quale lo stesso maestro Botero dichiarò che per la creazione del Giuda si ispirò a un mafioso come racchiuso in questa sua bellissima testimonianza:

«Sono stato affascinato dall’arte italiana e dall’importanza che dà alle forme e al volume. Sono stato sedotto dalla sensualità della pittura italiana, dalla sua rotondità. Adesso si prediligono forme più sottili, le donne magre, ma all’inizio del secolo si preferivano più rotonde. Una sensibilità che cambia» (vedere QUI).

Nel 2016 fece una mostra itinerante con le tappe più significative a Palermo e Roma intitolata: Via Crucis. La passione di Cristo in cui affrontò una delle tematiche più trattate dalla pittura sacra occidentale dal Rinascimento fino ai nostri giorni: la passione e morte di Gesù Cristo. Ciclo di con colori e forme sontuose attraverso soggetti tondeggianti e freddi. Tematica sacra ricorrente pur non considerandosi il maestro una persona religiosa, pur tuttavia riconosceva quanto il tema religioso avesse di per sé una bellissima e lunga tradizione artistica. La Via Crucis, fulcro della mostra, è la rivisitazione fatta dell’artista in cui mescola le tradizioni e realtà latinoamericane con la tematica biblica, dimostrando l’importanza del dramma degli ultimi giorni di Gesù che ha segnato per sempre l’umanità intera. In questi oli Gesù appare molto umano, senza aureole, interprete della sofferenza del mondo. La ricerca del maestro è fatta sulla combinazione della verità storica mescolata ad alcune verità, come per esempio l’uso di personaggi contemporanei collegati all’immagine del Cristo che testimonia con lo stile proprio di Botero il suo essere credente ma non praticante, profondamente rispettoso della sfera del sacro senza cadere nella satira. L’approfondimento del Maestro sul soggetto drammatico ―soggetto studiato come tema preferito dell’arte fino al sedicesimo secolo ― che nel ventesimo secolo poteva avere e offrire una nuova visione secondo la sensibilità contemporanea (vedere QUI).

Nel 2017, a Palazzo Forti di Verona, si è tenuta la mostra monografica per rendere omaggio ai cinquant’anni di carriera con 50 capolavori che riassumevano la dimensione onirica, fantastica e fiabesca con un eco di nostalgia tra animali, uomini; rievocazione del suo continente natio dell’America Latina. Seguì una mostra a Bologna, a Palazzo Pallavicini, nell’autunno del 2019, con 50 opere tra disegni realizzati a tecnica mista e acquarelli a colori con la tematica della tauromachia e il circo (vedere QUI)

Resterà nella memoria e nella storia dell’arte la mostra Botero a Parma con 47 gessi bronzi e diversi quadri al Palazzo del Governatore nel 2013. Durante, la festa di apertura il Maestro dichiarò:

«L’arte deve dare piacere al pubblico, non creare sofferenza o disturbare. Sculture e quadri devono parlare chiaro” non ci vogliono barriere alla comprensione» (vedere QUI)

Esistono innumerevoli sculture del maestro Fernando Botero in giro per il mondo ma per l’amore che i Padri de L’Isola di Patmos nutrono verso i gatti ― fedeli compagni di fatiche e delle lunghe giornate di lavoro nella realizzazione dei loro testi ― si deve menzionare il Gato de Botero, scultura di 7 metri di larghezza per 2 metri di altezza e 2 di spessore con lunga coda e muso comico, adesso simbolo distintivo del quartiere Raval di Barcellona. Gatto mastodontico che tra il 1987, anno in cui il comune di Barcellona lo acquistò, e il 2003, cambiò di ubicazione all’interno della città per oltre quattro volte ― quasi a rappresentare i felini che giranno intorno e si spostano in continuazione fino a quando non hanno trovato il posto perfetto in cui stare, come il nostro gatto Bruno che è salito sulla scrivania del mio computer mentre vergavo queste righe sul gatto di Botero, girando prepotentemente davanti a me, impedendo alle volte la visione dello schermo o altre volte sedendosi sulla tastiera come padrone dello spazio. Infatti, come è successo col Gato de Botero, deve provare i diversi posti e posizioni del corpo prima di scegliere quello che ritiene possa essere il posto più comodo, solenne e più in vista (vedere QUI).

Vittorio Sgarbi in una intervista rilasciata nel giorno della morte del Maestro, riguardo alla figura di Fernando Botero lo ha definito come un artista della vita. Un pittore che in ogni sua opera rappresenta la scena di una commedia dove sia il contesto dell’opera cosi come lo stesso soggetto della tela raccontano nella loro quotidianità un canto alla vita. Questa gioia e allegria di Botero era in un certo senso rivoluzionaria contro il filo conduttore dell’arte del Novecento, soprattutto quello generato dalle avanguardie che hanno certamente e magistralmente espresso la crisi, la tragedia e il dramma dell’uomo e della civiltà dopo due guerre, con la psicoanalisi e la lotta sociale per le libertà e i diritti dei sessi. Per un verso è molto facile dipingere la tragedia, soprattutto quando si vivono situazioni di continua angoscia, mentre è molto più difficile raccontare storie, favole e magie con i colori della vita; anche da questo nasce la scelta dei modelli grassi o voluminosi. Il grasso evoca e rappresenta la felicità mentre la magrezza rappresenta la tristezza, il dramma e il dolore. Fernando Botero è un’artista che resta fedele nella tradizione per l’uso della tecnica, dei colori e anche della scelta della tematica come quella di festeggiare ed esaltare i colori della sua regione natalizia magica-fantastica.

Riguardo le parole espresse da Fernando Botero a Parma nel 2013, Vittorio Sgarbi ribadì che queste erano le ragioni per le quali la sua arte era diventata universale, la sua semplicità gli permetteva di raggiungere e accogliere qualsiasi tipo di uditorio e di attraversare qualsiasi periodo storico o forma di critica artistica. L’universalità del maestro Fernando Botero non solo ha superato i confini degli ambienti specificamente artistici o accademici, ma anche quelli sociali. Lo stesso artista fu consapevole di questa universalità testimoniata con le sue parole in una sua intervista, quando raccontando l’aneddoto di un suo viaggio nell’Amazonia Colombiana, trovandosi nella regione di Puerto Nariño, dentro una piccola e povera casa trovò la riproduzione di una sua opera, cosa questa che lo lascio estasiato.

Con Fernando Botero muore uno degli ultimi grandi della storia della pittura del Novecento.

 

dall’Isola di Patmos, 27 settembre 2023

 

NOTE

[1] L’ultima donazione conosciuta è di oltre 700 opere ai musei e piazze che abbelliscono la Colombia. Fernando Botero per tutta la sua vita patrocinò borse di studio destinate a talenti che potessero continuare i propri studi e all’interno della Colombia come all’estero nelle aree della musica, le arti plastiche, lettere e la letteratura. Ana Maria Escallón, autrice del libro Botero: nuove opere su tela e che ha partecipato a sostenere una delle più grandi donazioni che entrò a far parte del patrimonio nazionale, spiega questa donazione come un atto di beneficenza totale dell’artista, il quale non voleva trattenere niente con sé e per questo aveva donato tutto quello che aveva con la finalità di dare alla Colombia uno sguardo internazionale sull’arte (vedere QUI).

[2] Il suo legame con l’Italia che tanto amava da considerare la sua seconda casa, e come ho scritto sopra posto adatto per condividere con i suoi figli e nipoti periodi carichi di incontri intimi e affettuosi si è concretato con la donazione al Comune di Pietrasanta dell’opera Il Guerriero, nudo di bronzo di oltre quattro metri ubicato nella Piazza Matteotti dal 1992 (vedere QUI).

[3] «Io sono uno che protesta contra la pittura moderna, ma comunque uso ciò che si nasconde o c’è dietro di essa: il gioco ironico e quanto esso significa ormai riconosciuto da tutti. Io dipingo figurativo e realista, ma con senso stretto della fedeltà alla natura; mai darò una pennellata che non sia una descrizione di qualcosa di reale: una bocca, delle colline, un albero. Ma quello che descrivo è la realtà trovata da me. Si potrebbe formulare in questo modo: Io faccio una descrizione in forma realista di una realtà non realistica» (vedere QUI).

[4] L’argentina Maria Traba (1930-1983) scrittrice, critica d’arte e figura rilevante delle avanguardie degli anni settanta è stata una determinante studiosa nel riconoscimento e credibilità degli artisti colombiani e sudamericani del secolo scorso. Il lavoro teorico realizzato sulle opere di Fernando Botero è stato il primo esame critico artistico che sostentò l’operato dell’artista così da fare biglietto da visita per presentarsi alle mostre nazionali e internazionali. L’intellettuale descrisse l’arte di Fernando Botero come un «Rinascimento della pietra» per la sua concezione del blocco delle forme: «spingevano Botero verso i mostri che rappresentavano una sfida alla bellezza e alla logica, di conseguenza l’opinione del pubblico che necessita di queste due virtù “teologali” dell’arte (logica e bellezza) per quanto siano insignificanti che possano essere le figure in certi casi (sono necessarie da parte del pubblico) per dare l’assentimento a un artista e alla sua arte, ma l’arte che sfida se è vero può colpire fino all’orrore ma non passerà mai inosservata. Nessuno può non riconoscere lo scandalo provocato delle figure enormi così come della perplessità che suscitarono le azioni incongruenti che le figure mostruose realizzavano circondati da un gigantismo innocente in una immobilità sospetta o un dinamismo di congrega portando l’arte di Botero a imporsi nell’ambiente culturale» (vedere QUI) [traduzione libera dell’autore a questo articolo con il  parere critico aggiornato della critica d’arte che nel 1961 formulò questo giudizio solo ai lavori pittorici dell’artista ignorando tutto il lavoro successivo delle sculture che ancora non era stato intrapreso dal maestro]

[5] In diverse occasioni quando hanno chiesto al Maestro la ragione della altissima quotazione economica delle sue opere, lui stesso spiegava motivando che aveva voluto fare sempre qualcosa di locale e di specifico ma con onestà e questo, non solo ha generato una empatia da parte del grande pubblico ma anche dai collezionisti o cultori dell’arte che hanno alla fine retribuito generosamente soprattutto la sua onestà.

[6] Per l’antropologa Maria Fernanda Escallón l’arte plastica di Fernando Botero comincia a realizzarsi dal 1975 quando presse residenza a Pietrasanta in cui compie il passaggio della pittura alla scultura. Proprio come se tutto l’universo di figure monumentali sviluppato nei dipinti ha trovato eco nella tridimensionalità statuaria alimentata dalla ricchezza immaginaria procedente dalla pittura che ha donato le idee, le soluzioni e le possibilità. La scultura di Fernando Botero smonta la struttura pittorica per sintetizzare la forma nella unità della scultura (vedere QUI

[7] Le opere del Maestro si possono raggruppare in questi gruppi: religioso con Madonne, santi diavoli, ecclesiastici, suore e monache; quello dei grandi maestri in cui fa rivisitazione delle principali opere di Jan Van Eyck, Masaccio, Paolo Uccello, Andrea Mantegna, Leonardo da Vinci, Lucas Cranach, Alberto Durero, Caravaggio, Il Grego, Velazquez, ecc..; quello delle nature morte e viventi con gli animali e specialmente le sculture voluminose degli ultimi decenni; quello dell’erotico con nudi e pratiche sessuali specialmente di scene dei postriboli;  quello di politici, prime donne e militari; e per finire quello fatto da persone in generale o immaginate come famigliari, autoritratti, venditori e collezionisti d’arte, toreri.

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Più si abbassa nella società il quozient e intellettivo medio, più è necessario spiegare anche le cose ovvie. L’errore che spesso noi studiosi facciamo, in ambito teologico come nelle sfere di tutte le scienze più disparate, dalla medicina all’astrofisica, è di dare spesso per scontate cose che riteniamo ovvie e che di fatto lo sono, trattandosi degli elementi più rudimentali delle varie scienze o del semplice e basilare umano buonsenso. Purtroppo è necessario tenere conto che oggi si è più propensi a seguire gli influencer analfabeti e i tiktoker, inclusi preti che purtroppo si sono lanciati in questi “giochi demenziali”.

— Attualità ecclesiale —

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In un articolo è solo possibile sintetizzare un problema, ma è già qualche cosa. Poi, a chi volesse saperne di più, suggerisco la lettura del mio ultimo libro Digressioni di un prete liberale, dove dedico un capitolo di 138 pagine a questo tema, corredato di tutti i risvolti storici, teologici e giuridici (Dal Bello al Moro. La santità come il decaduto Premio Nobel? Pagg. 127-265). 

Sono rimasto perplesso quando sui vari social media mi sono sentito rivolgere l’accusa di aver mosso critiche al Santo Padre Francesco. In verità ho sempre difeso il suo magistero e anche la sua augusta persona, rivolgendo spesso pubblici rimproveri, duri e severi, a quei “cattolici per caso” che pensano di poter dichiarare un Romano Pontefice persino illegittimo in base ai propri umori soggettivi, cosa invero aberrante.

Nel mio precedente libro titolato provocatoriamente Amoris Tristitia non rivolgo critiche alla esortazione apostolica post-sinodale Amoris Laetitia, metto in luce la lunghezza eccessiva del testo e il suo linguaggio fumoso e ambiguo pieno di sociologismi inutili e fuorvianti. Chi dice il contrario mente, lo dimostra il libro stampato di cui certi detrattori hanno letto solo titolo, deducendo a seguire ciò che non contiene, dando sentenze assurde basate sul nulla.

Noto con preoccupazione che un esercito sempre più fitto di “sedicenti cattolici” confondono il mistero della fede con un emozionale “mi piace” o “non mi piace”. Il tutto, che sia al negativo o al positivo, rigorosamente basato su una mancanza totale di ragione e senso critico. Per questo mi trovo spesso in questa situazione paradossale: «Sporco bergogliano eretico!» urla la recitatrice compulsiva di rosari ritenendomi colpevole di avere difeso il Santo Padre Francesco, dopo essersi messa al seguito di un prete scomunicato per eresia e scisma dimesso dallo stato clericale con sentenza data dal Romano Pontefice, capace a far credere ai suoi fragili e problematici seguaci che gli elefanti rosa volano in cielo secondo il “Vangelo” di Maria Valtorta e le “profezie” della Beata Katharina Emmerick e quelle di Santa Faustina Kowalska. Per contro eccone altri: «Come osi criticare il Santo Padre?», ciò per avere espresso semplicemente rammarico per la sua inopportuna e a mio parere nociva presenza a dei programmi televisivi condotti da soggetti che hanno sempre sparato a raffica sulla Chiesa Cattolica, o sui suoi principi etici e morali (vedere QUI e QUI).

Se entro i limiti del dovuto, vescovi e teologi non avessero esercitato nella libertà dei figli di Dio quell’elemento prezioso che è la critica, soprattutto quella all’occorrenza molto decisa e severa, a partire dal Beato Apostolo Paolo che ad Antiochia fece come suol dirsi nero Pietro (cfr. Gal 2, 11-14), oggi noi non avremmo avuto i grandi concili dogmatici della Chiesa, non avremmo definito le verità della fede rivelata dal Primo Concilio di Nicea a seguire e, dopo la morte di Gesù Cristo, percepito semmai soltanto come un “messia fallito”, al presente saremmo stati nient’altro che una piccola setta eretica dell’Ebraismo, tutto questo se fosse mancato il senso critico, che vuol dire: la ragione. La fede, spiegò Sant’Anselmo d’Aosta e ribadì molti secoli dopo il Santo Pontefice Giovanni Paolo II nella sua enciclica Fides et ratio, si basa sulla ragione e deve partire di necessità dalla ragione, che comporta anzitutto l’esercizio del senso critico. È attraverso la ragione che si giunge alle porte dei grandi misteri della fede e solo allora possiamo varcare quella soglia attraverso un libero, cosciente e razionale atto di pura fede.

Più si abbassa nella società il quoziente intellettivo medio, più è necessario spiegare anche le cose ovvie. L’errore che spesso noi studiosi facciamo, in ambito teologico come nelle sfere di tutte le scienze più disparate, dalla medicina all’astrofisica, è di dare spesso per scontate cose che riteniamo ovvie e che di fatto lo sono, trattandosi degli elementi più rudimentali delle varie scienze o del semplice e basilare umano buonsenso. Purtroppo è necessario tenere conto che oggi si è più propensi a seguire gli influencer analfabeti e i tiktoker, inclusi preti che purtroppo si sono lanciati in questi “giochi demenziali”.

Come sempre spieghiamoci con un esempio: numerosi influencer convinti che «un nano ha il cuore troppo vicino al buco del culo» perché non hanno capito la iperbole ironica della canzone Un Giudice di Fabrizio de André, usano in senso dispregiativo la parola medioevo, ignorando che il bagaglio di arte, scienza e tecnologia di cui oggi noi disponiamo lo dobbiamo tutto al medioevo. Non solo, perché se oggi conosciamo gli autori classici; se la cultura, la letteratura e la filosofia greca e romana è stata tramandata sino a noi è solo grazie al medioevo, incluse le poesie più lussuriose di Valerio Gaio Catullo, che non solo la Chiesa si è ben guardata dal censurare o distruggere, perché se oggi le conosciamo è grazie a essa e ai monaci amanuensi che le hanno trascritte e tramandate nei secoli.

L’impianto del moderno diritto lo dobbiamo ai grandi glossatori bolognesi vissuti tra l’XI e il XII secolo e l’elemento fondamentale di civiltà giuridica della tutela e della legittima difesa dell’imputato lo dobbiamo proprio a quel processo inquisitorio sul quale sparano a raffica persone ignare e ignoranti circa il fatto che essere condannati dai Tribunali della Santa Inquisizione era difficilissimo. E furono proprio i tribunali dell’inquisizione a sancire un altro elemento che oggi fa parte delle giurisprudenze penali di tutti i paesi cosiddetti civili del mondo: la pena mirata al recupero e non alla punizione, attraverso la pena il condannato non va punito ma recuperato.

Pronta la replica dell’ignorante: «Erano date condanne a morte!». E qui bisogna ribadire che le condanne a morte non erano rare ma rarissime, precisando che vanno collocate e interpretate in contesti storici ai quali non sono applicabili i criteri di giudizio di oggi, basterebbe spiegare che persino la condanna a morte era un atto estremo di recupero del condannato. Non a caso, i condannati, erano vestiti di bianco, segno della purezza, perché con la morte pagavano il proprio debito ed estinguevano la loro colpa riacquistando quella che in linguaggio cristiano si chiama “purezza battesimale”. E i loro corpi, dopo la morte, dovevano essere trattati con rispetto e seppelliti con riguardo.

Ribatte l’ignorante: «Giordano Bruno è stato bruciato al rogo, altro che ucciso e sepolto con rispetto!». Certo. E secondo quella che era la logica sociale, politica, giuridica e anche religiosa dell’epoca fecero bene a bruciarlo al rogo. Fu lui che sbagliò con rara ostinazione. Il suo processo durò per circa 15 anni e per due volte fu annullato per risibili difetti di forma per essere iniziato nuovamente da capo. Per anni e anni fu tentato in tutti i modi di indurlo al ravvedimento, che ostinatamente rifiutò. Inutile dire e spiegare a certa gente che si nutre e si abbevera alle leggende nere che non si può valutare e poi giudicare il caso Giordano Bruno con i criteri di giudizio del nostro presente sociale, politico, giuridico e anche religioso. Sarebbe come condannare con grida di scandalo e l’applicazione del pensiero contemporaneo certe pratiche degli uomini della preistoria ritenute a nostro parere disumane e criminali.

Elementi di questo genere possono essere spiegati dal mio eminente amico medioevalista Franco Cardini, o anche dal divulgatore storico Alessandro Barbero, come da me in mia veste di studioso di scienze giuridiche, di teologia dogmatica e di storia del dogma. Sì, ma a quante persone e a quale pubblico potremmo spiegarle? I nostri numeri, per quanto si possa essere diversamente seguiti, non saranno mai equiparabili alle centinaia di migliaia, se non ai milioni di followers che seguono le idiozie di certi personaggi che usano la parola medioevo a sproposito, recepita e usata da altrettanti pappagalli al loro seguito, ignari che medioevo vuol dire Alberto Magno, Anselmo d’Aosta, Bernardo di Chiaravalle, Ildegarda di Bingen, Domenico di Guzman, Francesco d’Assisi, Bonaventura di Bagnoregio, Caterina da Siena, Tommaso d’Aquino, Duns Scoto … Il medioevo è il grande circuito delle abbazie e dei monasteri benedettini che dettero vita già prima dell’anno Mille al concetto sociale e politico di Europa. Il medioevo sono i grandi architetti e ingegneri cistercensi e certosini, che portarono l’acqua corrente in molti villaggi curando igiene e profilassi delle popolazioni locali soggette a malattie e sovente a epidemie per eccessi di sporcizia. Il medioevo ha segnato i secoli della ragione e dell’esercizio del senso critico da parte delle più brillanti menti della storia. Il medioevo è Federico II di Svevia con la Scuola aulica siciliana, Brunetto Latini, Dante Alighieri, Francesco Petrarca, Giovanni Boccaccio. Il Medioevo giunse al suo termine con uomini come Silvio Enea Piccolomini, salito al sacro soglio col nome di Pio II, che nella sua originaria Pienza creò un prototipo di nucleo urbanistico moderno della città del futuro.

Qualcuno crede che i Medici siano i padri del Rinascimento? Siamo seri. Il Rinascimento, che ha una valenza sia teologica che sociale, fu originato dalla Chiesa dopo il grande trauma della terribile pestilenza del 1346 che sterminò metà della popolazione europea, al termine della quale si cercò di rinascere. Basterebbe andare a vedere chi furono i mecenati che commissionarono le più grandi opere rinascimentali, sia pittoriche che architettoniche: Sommi Pontefici, Cardinali, Vescovi e intere Diocesi, altro che Lorenzo il Magnifico fatto passare per l’ideatore e il padre del Rinascimento … siamo seri!

Premessa prolissa? Il sapere e la trasmissione del sapere non è mai cosa prolissa, in questo povero mondo nel quale il conduttore di un seguito talk show sarebbe capace a chiedere a uno studioso invitato solo per riempire uno spazio di spiegare in 30 secondi la metafisica, semmai dopo avere fatto parlare per 45 minuti Mauro Corona davanti a un fiasco di vino. Ogni riferimento a Bianca Berlinguer è del tutto casuale, ovviamente. Prolissi sono i discorsi che non dicono niente, non quelli dove in poche decine di righe sono riassunti in modo comprensibile alcuni secoli di storia, sfatando tra l’altro penose e dannose leggende nere.   

Se all’emozionale si aggiunge poi la confusione assieme al condimento dell’ignoranza, se il tutto, per nostra immane disgrazia, penetra ed è fatto penetrare nella Chiesa come cavallo di Troia, a quel punto il disastro è fatto. Un disastro che da tempo ha investito anche il Dicastero delle cause dei Santi, sin da quando il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II cominciò a scardinare quella struttura sapienziale e prudenziale che aveva caratterizzato i processi per giungere a proclamare prima i beati e a seguire i santi, attraverso criteri molto rigidi e rigorosi. Con buona pace di chi oggi ha mutato la parola “rigido” e “rigoroso” in qualche cosa di negativo e spregevole. Ma del resto, nella Chiesa odierna, c’è chi usa persino la parola “dogma” e “dogmatico” in accezione negativa, purché nessuno osi dare però un calcio al culo a una zingara che cerca di rubarti il portafoglio dietro al colonnato del Bernini, perché in quel caso si rischia la scomunica ferendae sententiae per avere maltrattato una “sorella Rom” che ha il diritto a vivere ed esercitare la propria “cultura”, come oggi viene chiamato il furto e il borseggio: “cultura”.

Il Santo Pontefice Giovanni Paolo II intervenne non solo con una riforma del processo per le cause dei Santi, perché a seguire intervenne con varie dispense, che dopo di lui sono seguitate e si sono incrementate. Abbiamo così avuto santi dispensati dalla fase storica, santi dispensati dal miracolo, santi dispensati, come qualcuno disse ironicamente ma a giusta ragione dalla santità stessa. Lo stesso processo di Giovanni Paolo II si aprì con una clamorosa e pericolosa dispensa: la dispensa dalla fase storica. Tra l’altro per un complesso pontificato durato 26 anni e tutto prudentemente da studiare in un contesto sociale e geopolitico internazionale che definire complesso è davvero puro eufemismo. Soprattutto un pontificato unico nella storia, perché in quel lasso di tempo è crollato il mondo e sono crollate le società mondiali come sino a poco prima le conoscevamo sul piano sociale, scientifico, morale, politico e religioso. Seguendo la precedente procedura sapienziale e prudenziale, il processo di beatificazione di un Romano Pontefice non era avviato prima di 30 anni dalla morte. Lo prova l’iter processuale del Santo Pontefice Pio X che morì nel 1914, fu beatificato nel 1951 e canonizzato nel 1954. La cerimonia di canonizzazione di Pio X, avvenne quindi a 40 anni di distanza dalla sua morte. Tutt’altro l’iter di Giovanni Paolo II che a meno di nove anni dalla morte fu beatificato e poi canonizzato, con tanto di dispensa data da Benedetto XVI a quanto stabilito dal suo predecessore nel 1983 nella costituzione apostolica Divinus Perfectionis Magister che prevedeva la decorrenza di 5 anni dalla morte prima dell’apertura del processo di beatificazione.

Nella cosiddetta epoca giovanpaolista abbiamo visto elevare agli onori degli altari dei Beati e Santi che lasciano non tanto l’amaro in bocca, ma fanno correre proprio un brivido lungo la schiena, perché oltre alle regole si sono sovvertiti i criteri stessi delle ragioni che possono portare un Servo di Dio a essere prima beatificato e poi canonizzato come martire, quasi come se i pontefici degli ultimi decenni si fossero sentiti legittimati a canonizzare dei propri “santi personali” perché compatibili con le tendenze, i pensieri e le mode del presente. Un caso recente davvero eclatante è stata la beatificazione di Enrique Ángel Angelelli Carletti, Vescovo de la Roja, beatificato come martire, sebbene nel corso del tempo, due diverse inchieste affidate a delle commissioni indipendenti di esperti, una composta da studiosi argentini e una composta da studiosi americani, abbiano ribadito che si è trattato di un incidente stradale e non di un attentato ordito dal regime dittatoriale dell’epoca. A questo va aggiunto il caso di non poco conto di un sacerdote, figura chiave come testimone e collaboratore del Beato vescovo martire, che in seguito lascerà poi il sacerdozio, che offrì in un primo tempo una versione dell’incidente, poi la smentì e a seguire ancóra cadde in ulteriori contraddizioni. Prendiamo però atto che i dossi e le buche di quella strada avevano veramente in profondo e supremo odio la fede cattolica e i suoi ministri.

Per procedere a beatificare un Servo o una Serva di Dio, poi canonizzare un Beato o una Beata, occorre un miracolo accertato che costituisca un fatto scientificamente non spiegabile. Esiste però una eccezione al miracolo: il martirio, perché a essere riconosciuto in sé e di per sé come miracolo è il martirio stesso. E qui va chiarito che cosa la Chiesa, sin dall’epoca apostolica, ha inteso come martirio: essere uccisi in odium fidei, ossia in supremo odio alla fede cattolica. Ciò detto, se oggi qualcuno, per usare un linguaggio politico inopportuno, pensa e accusa la Chiesa di essersi spostata a sinistra, sappia che si sbaglia, perché i fatti provano il contrario: si è spostata e gettata nel meglio del peggio del vecchio inciucio democristiano.

Due concreti casi di inciucio clerico-democristiano: Santa Edith Stein e il Beato Pino Puglisi. La Stein, donna straordinaria dotata di intelligenza geniale, filosofo di levatura ineguagliabile, nata ebrea da famiglia ebrea e in seguito convertita al Cattolicesimo e divenuta monaca carmelitana, fu prelevata dai nazisti mentre si trovava presso il suo carmelo, portata nel campo di concentramento e uccisa. La Stein fu catturata perché ebrea e in quanto ebrea, quindi tale considerata dai nazisti, a prescindere che si fosse convertita e divenuta poi monaca carmelitana, cosa questa che a loro non interessava ad alcun titolo. Quindi la Stein non è morta in supremo odio alla fede cattolica, ma uccisa perché ebrea, vale a dire: nel supremo odio nutrito dai Nazisti nei confronti dell’Ebraismo e degli ebrei. In odio alla fede cattolica fu ucciso San Massimiliano Maria Kolbe, catturato in quanto sacerdote cattolico dell’Ordine dei Frati Minori Conventuali e ritenuto responsabile di propaganda non gradita al regime e come tale considerato un pericoloso nemico del Nazismo. Anziché attendere il turno della sua morte si offrì di sostituire nel “pozzo della fame” un padre di famiglia, andando a morire al suo posto con un atto di eroica carità. Ma sarebbe morto in ogni caso e in ogni caso sarebbe stato un santo martire, a meno che non fosse fuggito, oppure che il campo di concentramento fosse stato liberato dagli eserciti alleati, cosa che però avvenne quattro anni dopo, Padre Massimiliano Maria Kolbe morì il 14 agosto 1941.

Edith Stein, donna assolutamente straordinaria è un modello altrettanto straordinario di fede, indubbio e prezioso modello di eroiche virtù che la rendono a giusto merito santa, non però santa martire, non essendo stata uccisa in odio alla fede cattolica. E questo, a suo tempo, fu spiegato nei dettagli a Giovanni Paolo II da Padre Peter Gumpel, il quale alla richiesta di parere fece presente nulla quaestio circa la sua beatificazione, non però come martire uccisa in odium fidei. Per tutta risposta Giovanni Paolo II non volle però sentire ragioni, facendo prevalere una ragione di carattere puramente politico, rivelatasi poi un boomerang, perché le comunità ebraiche internazionali risposero a giusta ragione che la Chiesa era libera di beatificare e canonizzare chi voleva e quando voleva, ma che Edith Stein era stata uccisa perché ebrea e non certo perché cattolica. E avevano sacrosanta ragione. 

Con il Beato Pino Puglisi, presbitero panormitano, sulla cui santità di vita non si discute, si è rasentata la farsa, nel senso più delicato del termine, proclamandolo ― udite, udite! ― martire della criminalità organizzata. E qui sì che bisogna chiarirsi: il Padre Pino è stato ucciso dalla Mafia, che ha un preciso nome: Cosa Nostra. Mi domando: gli eroici vescovi siciliani, se proprio volevano il beato martire come medaglietta al petto, perché non lo hanno presentato affinché fosse proclamato proto-martire di Mafia, o di Cosa Nostra? Perché usare il termine di criminalità organizzata, che vuol dire ambiguamente tutto e niente, quando si tratta invece di una organizzazione ben precisa, ossia mafiosa, con un nome ben preciso, ossia Cosa Nostra? E chi sarebbero stati i feroci odiatori della fede cattolica, forse i mafiosi? Ma i mafiosi ― e questo i Vescovi di Sicilia dovrebbero saperlo molto bene ― sono persone devote, con i santini di Santa Lucia, Sant’Agata e Santa Rosalia dentro i portafogli, con la preghiera sulle labbra e il cero in mano nelle prime file delle processioni. Quando poi i capi clan sono stati arrestati, li hanno trovati con un unico e solo libro: la Sacra Bibbia, piena di sottolineature e pizzini, come nel caso del capo clan Bernardo Provenzano. Semmai, la domanda che oggi dovrebbero porsi i preti di una certa età che si dichiarano tutti allievi di Padre Pino Puglisi, dovrebbe essere questa: mentre lui da solo, come un cane sciolto, si opponeva alla prepotenza mafiosa nel suo quartiere, noi preti, nelle nostre parrocchie centrali, pronti a lanciarci stilettate alle spalle pur di strappare una mozzetta da canonico del Capitolo Metropolitano o di quello della Cappella Palatina, che cosa facevamo, oltre a proclamarci post-mortem suoi allievi da degni figli del Gattopardo? Questo dovrebbero chiedersi certi preti palermitani che oggi millantano di essere stati tutti suoi allievi e discepoli, perché questo è il problema: la Mafia non avrebbe mai osato alzare la mano su un prete palermitano se non lo avesse considerato solo un fastidioso cane sciolto. Domanda: posto che i mafiosi tutto sono fuorché sprovveduti, chi è che lo fece sentire un cane sciolto? Ma se tutti i preti palermitani dai 55 anni a seguire sono stati suoi allievi e discepoli, attorno a sé avrebbe dovuto avere un clero compatto ad appoggiare la sua preziosa opera, o no? E se così fosse stato, la Mafia, avrebbe mai osato uccidere un prete? Ho letto gli atti di quel processo e in coscienza posso dire ― invitando chicchessia alla smentita ― che fatto salvo l’onore e l’indubbia santità del beato, su di esso possiamo ridere sopra allo stesso modo in cui tutti noi ci siamo fatti delle solenni risate sul Gattopardo di Don Giuseppe Tomasi principe di Lampedusa.

Quando in una delicata sfera, tal è la beatificazione dei beati e la canonizzazione dei Santi, ci si fa prendere la mano e l’emotività dal momento sociale o politico, volendo anche dall’opportunismo mediatico dettato dalla situazione del momento, si possono fare danni enormi, volendo irreparabili, non tanto per il presente ma per il futuro che verrà, quando gli animi emotivi si saranno placati e certe emozioni saranno morte o sostituite con altre nuove più consone a quei tempi. Sarà a quel punto che gli storici ci analizzeranno, sotto vari aspetti persino come fenomeni da baraccone, dicendo senza mezzi termini: bei superficiali che erano, quelli che ci hanno preceduti! E tutti taceranno, perché sarà vero.

Chi emotivamente guarda solo al presente, ignora la pesante eredità che lascerà al futuro. Nel mondo di domani non sarà più possibile fare come il Santo Pontefice Paolo VI che fece sparire con un colpo di penna decine di Santi con la scusa di riformare il Calendario. È cosa nota e risaputa che diversi di quei Santi non erano mai esisti, altri erano duplicati di altri Santi, altri erano figure persino imbarazzanti e come tali da dimenticare.

Il mondo di oggi e quello di domani non permetterà più la caduta nell’oblio che era possibile in passato. Questo però gli emotivi che vivono il presente senza prospettiva futura purtroppo non lo sanno, per somma disgrazia dei nostri figli che verranno e che dovranno essere umiliati e irrisi a causa della superficialità dei loro padri.    

dall’Isola di Patmos, 25 settembre 2023

 

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