Un altro “scappato di casa” in corsa con l’eretico scismatico scomunicato e dimesso dallo stato clericale Alessandro Minutella

UN ALTRO “SCAPPATO DI CASA” IN CORSA CON L’ERETICO SCISMATICO SCOMUNICATO E DIMESSO DALLO STATO CLERICALE ALESSANDRO MINUTELLA

Chiunque malgrado la sentenza data su di loro dalla Chiesa, ascolti la Messa e riceva i Sacramenti dal Sig. Minutella e dai sacerdoti che si sono messi al suo seguito cadendo nel delitto di eresia e scisma, cade in peccato e pecca gravemente, perché la Chiesa li ha colpiti con una sentenza.

 

Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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I membri degli antichi ordini storici vivono da sempre con disagio e sofferenza deviazioni e tradimenti della dottrina della fede di alcuni loro membri, specie quando scivolano nell’eresia e nello scisma.

Solo guardando ai tempi recenti: i Benedettini hanno avuto il caso di Giovanni Franzoni, i Francescani il caso di Leonard Boff, i Gesuiti il caso eclatante di Alighiero Tondi. Tutti gli ordini storici e le congregazioni hanno avuto alcuni loro membri che hanno dato problemi deviando dalla dottrina della fede o generato pubblici scandali. Il tutto rammarica e addolora, indubbiamente, ma al tempo stesso non deve destare neppure eccessivo stupore, basta pensare al tradimento di Giuda Iscariota.

Come nelle migliori famiglie, può capitare che alcuni figli siano dotati delle migliori capacità umane e morali, mentre uno, seppur nato dagli stessi genitori ed educato come tutti gli altri, prenda invece delle strade sbagliate, a volte persino pessime.

È il caso del presbitero domenicano Vincenzo Avvinti, che dopo vari problemi generati all’interno dell’Ordine dei Predicatori è stato colpito dal provvedimento estremo della dimissione – leggasi espulsione – dalla nostra Famiglia Religiosa. Non mi soffermo sui motivi, non perché non possa farlo, ma proprio perché non voglio farlo. Desidero infatti sia chiaro che per me è un dolore enorme che un presbitero che ho conosciuto di persona anni fa e che ho stimato tanto per la sua caratura umana e intellettuale, abbia compiuto adesso questo passo. 

Purtroppo, questo nostro ex confratello ha deciso di aggiungere danno al danno e male al male mettendosi al seguito dell’eretico scismatico scomunicato e dimesso dallo stato clericale Alessandro Minutella.

Ritengo giusto informarne sia i nostri Lettori sia i membri del Terz’Ordine Secolare Domenicano, facendo presente agli uni e agli altri ciò che diceva San Tommaso d’Aquino nella quaestio n. 82 che da anni viene stravolta e manipolata dal Sig. Minutella:

«Et ideo peccat quicumque eorum Missam audit vel ab eis accipit Sacramenta» (E quindi pecca chiunque ascolti la loro Messa o riceva da essi i Sacramenti) [vedere testo latino e italiano QUI].

Perché dico che da anni stravolge e manipola questa questio? Per il semplice fatto che come suo uso e costume taglia dei pezzi dal loro contesto e li presenta facendogli dire quel che non dicono. Infatti, questo brano da lui citato come un mantra, è preceduto dalla parte in cui si dice:

«Differt tamen inter praedictas sectas. Nam haeretici et schismatici et excommunicati sunt per sententiam Ecclesiae executione consecrandi privati» (Tra codeste categorie però c’è qualche differenza. Infatti gli eretici, gli scismatici e gli scomunicati vengono privati dell’esercizio dei loro poteri da una sentenza della Chiesa).

Proprio questa è la questione. Il Sig. Minutella, con lui anche l’ex membro dell’Ordine dei Predicatori Vincenzo Avvinti, sono degli eretici scismatici che come tali la Chiesa ha privati con una sentenza della potestà di esercitare il sacro ministero sacerdotale. Pertanto: «Et ideo peccat quicumque eorum Missam audit vel ab eis accipit sacramenta» (E quindi pecca chiunque ascolti la loro Messa o riceva da essi i Sacramenti).

Esattamente così: chiunque, malgrado la sentenza data su di loro dalla Chiesa, ascolti la Messa e riceva i Sacramenti dal Sig. Minutella e dai sacerdoti che si sono messi al suo seguito cadendo anch’essi nel delitto di eresia e scisma, cade in peccato e pecca gravemente, perché la Chiesa li ha colpiti con una sentenza.

Permanendo nel rispetto che ci è richiesto dalle Costituzioni Domenicane, ma ancor di più rispettoso della salvezza delle anime ― che è il fine primo del nostro Ordine ― offro questo avviso ai nostri Lettori pregando per la conversione di questo nostro ex confratello.

 

Santa Maria Novella in Firenze, 10 luglio 2023

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«Guai a voi ricchi perché avete già ricevuto la vostra consolazione». L’Italia detiene il primato europeo della piaga dell’invidia sociale

«GUAI A VOI RICCHI PERCHÈ AVETE GIÀ RICEVUTO LA VOSTRA CONSOLAZIONE». L’ITALIA DETIENE IL PRIMATO EUROPEO DELLA PIAGA DELL’INVIDIA SOCIALE

Non è la prima volta, in dieci anni di pontificato, che si parte dall’uomo per giungere di riflesso a Gesù Cristo o che si parte da Gesù Cristo per mettere al centro neppure l’uomo, ma una figura di uomo privilegiato: il povero. Stile questo usato dal Vescovo Tonino Bello, di cui gli improvvidi Vescovi della Puglia aprirono la fase diocesana del processo di beatificazione, giunto oggi alla Congregazione per le cause dei Santi.

—  Attualità ecclesiale —

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Nel corso degli anni passati ho avuto più volte modo, mentre tutti tacevano, di far notare che certi richiami del Sommo Pontefice Francesco sui poveri rasentavano in parte la nevrosi ossessiva e in parte la serpeggiante ideologia. Oggi questo fatto è pubblicamente lamentato dagli stessi che ieri mi dicevano «attento», oppure «non sei opportuno e prudente», o peggio che mi rimproveravano: «Come osi criticare il Santo Padre?». Faccio notare che questi secondi si sono poi svegliati improvvisamente anni dopo, alle soglie dei settant’anni, quando hanno dovuto fare i conti con la realtà che l’agognata nomina episcopale non era giunta e che mai sarebbe giunta. Così, per magico incanto, hanno scoperto che anche un Sommo Pontefice può essere oggetto di critiche e che in tal senso, la storia della Chiesa, anche quella recente, ci insegna in che modo, talora anche duro e severo, molti predecessori dell’Augusto Pontefice sono stati criticati più dentro che non fuori dalla Chiesa. Chi, come il sottoscritto, è uno studioso da sempre dei concili dogmatici della Chiesa ne sa qualche cosa.

Il 23 giugno 2023 il Santo Padre ha ricevuto in udienza un numeroso gruppo di artisti ai quali ha ricordato:

«Vorrei chiedervi di non dimenticarvi dei poveri, che sono i preferiti di Cristo, in tutti i modi in cui si è poveri oggi. Anche i poveri hanno bisogno dell’arte e della bellezza. Alcuni sperimentano forme durissime di privazione della vita; per questo, ne hanno più bisogno. Di solito non hanno voce per farsi sentire. Voi potete farvi interpreti del loro grido silenzioso» [discorso integrale, QUI].

Questa esortazione è chiara nella sua costruzione e struttura: l’elemento centrale è il “povero ideologico”, mentre l’accessorio che serve per esaltarne la figura onirica e surreale è Gesù Cristo. Quindi il povero è al centro, di lato a seguire Gesù Cristo che preferisce il povero eletto a categoria privilegiata rispetto a tutti gli altri figli di Dio.

Tra quegli artisti presenti, la gran parte erano persone che considerano l’aborto una grande conquista sociale e un diritto intangibili, l’eutanasia un gesto di grande umanità verso un malato terminale, che rivendicano il “diritto” al matrimonio tra coppie dello stesso sesso e del conseguente “diritto” dell’adozione dei bambini da parte delle coppie omosessuali e il ricorso alla maternità surrogata, o cosiddetto utero in affitto. Gran parte di loro sono soggetti che saltano da una convivenza all’altra, o che dopo avere collezionato due divorzi hanno infine deciso di convivere evitando ulteriori problemi di separazioni legali, andando poi in giro per le televisioni a vantare la meraviglia delle loro “famiglie allargate” … Ebbene, non dico che andava fatta loro una lezione di morale cattolica, sarebbe stato inopportuno e quanto mai controproducente, però, costava tanto dire loro: “Cari artisti, non dimenticatevi di Gesù Cristo, che è l’inizio, il centro e il fine ultimo del nostro intero umanesimo, come l’arte stessa ci ricorda nelle sue espressioni più alte e nobili». Forse costava tanto, anche perché diversi di questi artisti, che pure vivono nell’ostentazione di un lusso sfrenato, sicuramente sono usciti felici dicendo: «Finalmente, un Papa che parla dei poveri!». È infatti noto e risaputo che la Chiesa, dei poveri, ha incominciato a occuparsene solo dieci anni fa, non certo sin dalla prima epoca apostolica. Pertanto, tutte le nostre istituzioni, fondazioni e opere dei grandi Santi e Sante della carità che da secoli assistono famiglie povere, bambini, orfani, disabili, anziani soli e abbandonati, sono solo delle illusioni ottiche. In verità, dentro il Cottolengo di Torino, c’è una beauty farm gestita dalle suore, un centro benessere a cinque stelle, non un centro di assistenza per affetti da gravi disabilità fisiche e psichiche. Le nostre Caritas, per chi non lo sapesse, nascono dopo il febbraio del 2013, perché prima non esistevano. In verità, la stessa parola Caritas è stata inventata sotto questo pontificato. Se all’epoca l’avesse conosciuta il Beato Apostolo Paolo chissà quante riflessioni belle vi avrebbe scritto sopra, forse avrebbe persino affermato che tra tutte le virtù, la più importante, era proprio la carità [I Cor 13, 13]. Purtroppo però, all’epoca, il concetto di carità era ignoto e il Beato Apostolo Paolo si perse quella bella occasione.

Non è la prima volta, in dieci anni di pontificato, che si parte dall’uomo per giungere di riflesso a Gesù Cristo o che si parte da Gesù Cristo per mettere al centro neppure l’uomo, ma una figura di uomo privilegiato: il povero. Stile questo usato dal Vescovo Tonino Bello, di cui gli improvvidi Vescovi della Puglia aprirono la fase diocesana del processo di beatificazione, giunto oggi alla Congregazione per le cause dei Santi.

Un doveroso inciso a correzione della evidente ignoranza che serpeggia persino in certi ambienti ecclesiali ed ecclesiastici: quella in corso di Tonino Bello non è una causa di canonizzazione, come indica il sito ufficiale della Diocesi di Molfetta ma una causa di beatificazione. Per canonizzazione si intende infatti l’apertura di un processo per giungere a canonizzare un beato, ossia a proclamare santo un beato. E con questo è presto detto tutto sui tempi che corrono e che purtroppo dobbiamo subìre e vivere [cfr. QUI].

È la prima volta ― o perlomeno io non ho memoria storica in tal senso ― che viene aperto un processo di beatificazione per un Vescovo che nel corso della propria intera vita ha mostrato una inquietante ignoranza in materia di dottrina, fautore e promotore di una cristologia imbarazzante ma soprattutto non cattolica, per seguire con una mariologia rasente a volte la blasfemia del tutto involontaria. Tonino Bello, di fatto eterodosso, è stato il precursore dei vescovi sociali con la crocetta di legno al collo e il pastorale da falegnameria in mano prodotto nella bottega di Mastro Geppetto, dopo che questo celebre falegname della famosa novella di Collodi aveva costruito non un solo Pinocchio, ma tanti piccoli pinocchi episcopali fatti in serie.

Alcuni replicano: «Ma Tonino Bello era buono!». Non lo metto in dubbio. O che forse, Ario e Pelagio, erano cattivi? Esistono cronache in tal senso? Sant’Agostino, che a Pelagio lo contrastò duramente [cfr. QUI], pose in discussione il suo pensiero ereticale, mica affermò che era cattivo.

Il IV Concilio Lateranense del 1215 che condannò l’eresia millenarista di Gioacchino da Fiore — con buona pace di coloro che oggi vogliono attribuire ad altri e non a lui quei pensieri — non affermò che il florense era cattivo, tutt’altro! Mentre da una parte questo Concilio condannava gli errori del suo pensiero, al tempo stesso, i Padri, ribadivano le sue indubbie virtù e la sua santità di vita. Essere buoni, o essere sensibili ai poveri, non vuol dire essere uomini di solida e ortodossa dottrina, meno che mai essere santi. Un soggetto buono non è in quanto tale automaticamente in linea con la dottrina, il pensiero e il perenne magistero della Chiesa. Quello di Tonino Bello è un pensiero che abbonda di numerose e grossolane eresie, lo provano suoi scritti e pubblici discorsi. Può essere però che i Vescovi della Puglia abbiano individuato un patronato che sino a oggi era rimasto scoperto. Esiste infatti persino il patronato delle prostitute pentite, di cui è patrona Santa Margherita da Cortona, non esisteva però ancóra un Santo Patrono degli eretici. Può essere che i Vescovi della Puglia abbiano pensato in tal senso a promuovere il loro conterraneo Tonino Bello, dal quale prende poi vita quel pensiero insidioso che diversi tra noi teologi chiamiamo toninobellismo.

Nel Discorso della Montagna, noto anche come Beatitudini, Gesù Cristo afferma: «Ma guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione» [Lc 6,17-20.26].

Si tratta forse di un manifesto primigenio della futura lotta di classe? No, in verità si tratta anzitutto di un errore di traduzione, di quelli che abbondano soprattutto nelle versioni della Conferenza Episcopale Italiana, come di recente ha fatto notare anche il nostro autore Monaco Eremita in un suo articolo [vedere QUI]. Questa apertura «Ma guai a voi, ricchi», nel nostro lessico parlato suona come una minaccia. Infatti, nel vocabolario italiano, la parola «guai» è indicata come una esclamazione di minaccia. Ce lo conferma la letteratura, basti pensare alla figura di Caronte, il barcaiolo che conduce i dannati nel luogo di perdizione eterna, che nell’Opera di Dante, al Canto III dell’Inferno, tuona:

«Ed ecco verso noi venir per nave un vecchio, bianco per antico pelo, gridando: “Guai a voi, anime prave! Non isperate mai veder lo cielo: i’ vegno per menarvi a l’altra riva ne le tenebre etterne, in caldo e ‘n gelo. E tu che se’ costì, anima viva, pàrtiti da cotesti che son morti”».

Nel suo significato etimologico e secondo la migliore letteratura, la parola «guai» costituisce una minaccia grave e ben precisa.

Mi si passi l’ironia: io che a suo tempo non ho fatto il santissimo seminario ― perché come adulto consacrato sacerdote quarantenne ebbi altro genere di adeguata formazione ― il greco l’ho studiato e lo conosco, al contrario dei fuoriusciti dai moderni santissimi seminari nei quali al posto del greco si studia l’inglese e al posto del latino i sociologismi trasmessi dai vari formatori che offrono ai discepoli i pensieri teneri scritti sulle cartine dei Baci Perugina, anziché il solido pane dei grandi Santi Padri e dottori della Chiesa. Nel testo greco di questo Vangelo lucano è usata l’espressione Oὐαί (ouai), che non è affatto una maledizione in tono di minaccia, ma una espressione che equivale ad ahimè, o per usare un arcaismo de’, il tutto per esprimere con tenero spirito un senso di rammarico. Espressione nella quale la ricchezza è usata come paradigma per esprimere altro: l’egoismo, la mancanza di altruismo e di generosità, l’attaccamento alle cose materiali, che non sono solo il danaro, perché l’attaccamento a certi stili di vita o pensiero può essere di gran lunga più nocivo del rapporto morboso con la ricchezza materiale. Ne consegue quindi la lode «Beati i poveri in spirito perché di essi è il regno dei cieli» [Lc 6,17-20.26]. Lode non riferita certo al fatto che l’essere poveri è una nota di merito al punto da meritare per questo la salvezza eterna. Per poveri in spirito si intendono coloro, indistintamente ricchi o poveri di soldi, che hanno conquistato la libertà dei figli di Dio attraverso quella verità che una volta conosciuta ci farà liberi [cfr. Gv 8,28].

Che elementi di questo genere li sottovalutasse un evidente lacunoso teologico come Tonino Bello, indubbiamente è cosa grave, perché un vescovo è sommo sacerdote e maestro. Però, se questi elementi, li ignora e sottovaluta il maestro e il custode supremo della dottrina della fede cattolica, a dir poco è inquietante. Per questo siamo allo sbando nel modo in cui ormai siamo tristemente e tragicamente ridotti.

Passiamo alla seconda e ultima parte di questo discorso. Da alcune settimane le reti televisive e i giornali parlano del grande flusso di turisti in Italia, ponendo l’accento sul fatto che le strutture alberghiere e i resort che offrono servizi di extra lusso sono tutti pieni, a tal punto che non è possibile trovare posto. Le redazioni televisive Rai e Mediaset hanno sguinzagliato i loro giornalisti per riprendere e mandare in onda interviste fatte ai direttori di queste strutture che alle domande loro rivolte hanno risposto che i costi di certe suites variavano da cinque, sei, sino alla bellezza di 15.000 euro al giorno. Pochi minuti dopo venivano mandati in onda servizi fatti a varie famiglie del popolo proletario che spiegavano in che modo non potevano fare le vacanze, dato l’aumento dei prezzi, oppure che avrebbero potuto farle in clima di stretta economia improntandole sul più attento risparmio.

La cosa peggiore che si possa fare a livello giornalistico e mediatico è di fomentare l’istinto dell’invidia sociale, che in Italia non necessita di essere fomentata, perché se essa fosse uno sport, noi italiani deterremo il primato assoluto a livello europeo.

Sebbene non sia un economista e meno che mai propenso a fare il tuttologo che si lancia in mestieri che non sono i miei di pertinenza, applicando la basilare logica del buon senso comune mi rammarico dinanzi a simili servizi faziosi che istigano di fatto all’odio sociale di classe. Se infatti nel nostro Paese, centri che offrono servizi di extra lusso del genere, non hanno posti liberi e sono prenotati per tutta l’estate, ciò dovrebbe rallegrare anzitutto proprio i figli del popolo proletario. Semplice il motivo: quanto personale di lavoro è richiesto di necessità per offrire servizi alberghieri a simili costi stratosferici? Per ogni suite occorrono quattro camerieri fissi che coprano ininterrottamente a due a due un servizio di 18 ore, per non parlare del relativo personale necessario per offrire altrettanti analoghi servizi per le prime colazioni, per le seconde colazioni e le cene, per i servizi alle piscine e tutti gli altri comfort offerti. Pertanto, i padri, le madri, i figli e i nipoti del popolo proletario dovrebbero essere i primi a rallegrarsi, perché tutto ciò si chiama: posti di lavoro. A meno che non si preferisca al posto di lavoro il reddito di cittadinanza parassitario, quello che per alcuni anni è andato non ai bisognosi non in grado di lavorare o senza lavoro, che ne avevano sì sacrosanto diritto e che vanno aiutati e sostenuti, ma ai furbi, la più alta percentuale dei quali è risultata essere presente, putacaso, nella Città di Napoli, non lo hanno detto i cattivi anti-meridionalisti razzisti, ma i dati delle varie Agenzie di Stato. Perché è questo che produce il turismo di extra lusso: posti di lavoro. O qualcuno pensa che la pensioncina economica di Rimini per le vacanze economiche del popolo proletario, al costo di 70 euro al giorno camera e prima colazione, possa produrre altrettanti posti di lavoro, oltre al giro di affari che questo genere di clientela può creare attorno a queste strutture a beneficio di ristoranti, negozi di lusso o gioiellerie all’interno delle quali non si trova neppure una spilla al di sotto del costo minimo di 10.000 euro?

Ricordo alcuni decenni fa, quando ero ragazzino, le proteste di certi attivisti del popolo proletario al grido «le spiagge e le scogliere sono di tutti» e che «tutti hanno diritto a mare e sole». La lotta di classe in questione era legata al fatto che nella esclusiva e costosa zona del Monte Argentario, nella bassa Maremma toscana, i proprietari delle ville sulle scogliere avevano impedito l’accesso al mare al popolo proletario. Varie associazioni, tutte e di rigore di un preciso colore, cominciarono a bordare denunce, fin quando dei magistrati, forse della stessa colorazione, disposero l’apertura dei cancelli e delle recinzioni di certe proprietà, o comunque la creazione di passaggi affinché il popolo proletario potesse esercitare il diritto al mare e al sole.

Questi i risultati: nel giro di una stagione molte scogliere divennero méta di nutriti gruppi di persone rumorose che lasciavano poi tra gli scogli spazzatura e bottiglie di bibite, che urlavano e ascoltavano gli stereo portatili sparati al massimo volume. Un danno notevole all’ambiente e a quel delicato ecosistema, che è uno tra i più belli e incontaminati d’Italia. Gli sporchi ricconi incominciarono così a disertare la zona e ad andarsene in Sardegna o sulla Costa Azzurra. Di questo non ne risentirono né i magistrati, il cui stipendio era assicurato, né i figli del popolo operaio, anch’essi con lo stipendio di fabbrica assicurato inclusa tredicesima e quattordicesima, bensì i ristoratori, i proprietari degli stabilimenti balneari, i negozianti e i vari commercianti della zona. E se i gestori di tutte queste attività non potevano avere un certo giro di lavoro, al tempo stesso non potevano assumere personale e creare e dare posti di lavoro, perché nessuno di loro faceva cassa con i figli del popolo proletario, che si limitavano a guardare le vetrine di certi negozi o a leggere i menù di ristoranti nei quali una cena per quattro persone sarebbe costata la metà dello stipendio mensile di un operaio figlio del popolo proletario. L’ideologia ebbe sul momento la meglio, il popolo proletario ebbe diritto a sole e mare in zone costiere che non possono e non devono essere prese d’assalto dalla grande massa, salvo rovinarle. La conseguenza fu che il danno economico risultò enorme. E così, in zone nelle quali il vecchio Partito Comunista vinceva le elezioni con maggioranze superiori al 60%, fu presto invertita la rotta. Le scogliere furono nuovamente chiuse e i passaggi obbligatori eliminati. A quel punto, gli sporchi ricconi che producevano lavoro e ricchezza ritornarono, mentre il popolo proletario, al quale nessuno ha mai negato mare e sole, era dirottato verso località e spiagge adatte ad accogliere la gran massa di gente.

Oggi, nelle zone della vicina Capalbio, si recano in villeggiatura tutti i più ricchi fricchettoni dei Democratici di Sinistra, tutti nipotini viziati e degenerati del vecchio e glorioso Partito Comunista. E anche loro, i poveri, inclusi i migranti sbarcati clandestini a Lampedusa, non li vogliono tra i coglioni — per usare un francesismo aulico — neppure a distanza dalle recinzioni delle loro ville.

Povero non equivale a buono, esistono poveri che sono dotati di una cattiveria fuori dal comune, dai quali guardarsi, tenersi a distanza e tenerli a distanza. Come esistono ricchi che nella assoluta riservatezza fanno del bene a numerose famiglie e intere istituzioni benefiche che operano a servizio dei vari disagi sociali. L’uomo non è buono o cattivo in base alla classe o al ceto di appartenenza, ma in base alla propria natura e sensibilità umana.

Il nostro Paese dovrebbe puntare sul turismo di lusso, perché sia le Città d’arte italiane sia certe nostre zone costiere, sono ambienti e territori molto fragili e delicati da conservare e mantenere. E non possono essere presi d’assalto da masse di orde spesso barbariche né distrutti in nome dell’ideologia, con turisti cafoni che danneggiano i monumenti di Roma o che fanno il bagno dentro le fontane monumentali.

Ogni tanto qualcuno strepita che la Chiesa italiana ha messo i biglietti d’ingresso per visitare diverse storiche cattedrali e chiese monumentali. Bene hanno fatto, molto prima avremmo dovuto farlo. Ci sono infatti numerosi luoghi di culto che sono monumenti di straordinaria bellezza e altrettanta straordinaria delicatezza. Imporre un biglietto, preferibilmente anche costoso, eviterà che in città come Siena, Pisa, Venezia … certi luoghi siano presi d’assalto da persone che ci entrano tanto per entrarci, non di rado anche per recarvi danni gravi e irreparabili, come possono confermare le varie Soprintendenze alle belle arti corse più volte ai ripari con lunghi, delicati e costosi restauri di opere d’arte danneggiate da idioti che si erano arrampicati da qualche parte per farsi, ad esempio, fotografie spiritose, da inviare ad altrettanti amici idioti sparsi in giro per il mondo.

Pura e semplice economia del buon senso comune, applicata a un Paese come il nostro, dove abbondano ricchezze artistiche e ambientali che richiedono estrema cura e che sono tanto belle quanto fragili, oltre che facili da danneggiare per opera delle moderne orde barbariche. L’Italia è un gioiello delicato e fragile che non è fatto né mai potrà essere fatto per il turismo di massa, con buona pace delle ideologie sul popolo proletario.

dall’Isola di Patmos, 29 giugno 2023

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È appena uscito ed è in distribuzione il nuovo libro di Padre Ariel, potete acquistarlo cliccando direttamente sull’immagine di copertina o entrando nel nostro negozio librario QUI

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Che cos’è un bacio? L’apparente omofobia in terra di Cesena non è grave quanto la crassa ignoranza storica del sindaco DEM che usa a sproposito il termine “Medioevo”

CHE COS’È UN BACIO? L’APPARENTE OMOFOBIA IN TERRA DI CESENA NON È GRAVE QUANTO LA CRASSA IGNORANZA STORICA DEL SINDACO DEM CHE USA A SPROPOSITO IL TERMINE “MEDIOEVO”

Davanti alle bufale storiche come quelle proferite dal Sindaco di Cesena l’ascoltatore medio del nostro secolo ha ben poche armi di difesa. Del resto, come diceva Don Camillo a Peppone: «Se hanno creduto a Carlo Marx, qualunque balla gli racconti andrà bene!». E noi stiamo ancora qui a raccontarci le balle che gli LGBT, i Democratici di Sinistra e i vari compagnucci blogghettari ci vengono a raccontare, inclusi i cattolici perfetti che amoreggiano con i circoli LGBT e che vorrebbero introdurre dentro la Chiesa Cattolica il «cavallino di troia arcobalenato»

— Attualità ecclesiale —

                   Autore
        Ivano Liguori, Ofm. Capp..

 

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È di questi giorni la notizia di un parroco della Diocesi di Cesena-Sarsina che ha comunicato a un suo giovane collaboratore del Grest (Gruppo Estivo Cattolico) l’inopportunità di proseguire il suo ruolo di educatore del centro estivo parrocchiale in quanto su Instagram sarebbe apparso in una foto che lo ritraeva nell’atto di baciare un ragazzo.

Sicuramente la notizia avrà leso la sensibilità di più anime belle appartenenti a quella schiera di cristiani perfetti e democratici che non possono tacere, di coloro che sono più buoni e misericordiosi dello stesso Nostro Signore Gesù Cristo e che indefessamente vivono per cercare e affermare la ben rotonda Verità, il cui cuore iridato potrebbe candidamente prendere in prestito la poetica di Edmond Rostand che dice:

«Et qu’est-ce qu’un baiser? Une apostrophe rose entre les mots je t’aime, un secret dit de sa bouche».

Un bacio, insomma, che cos’è mai un bacio? Forse nulla ma in questa situazione non è il bacio a costituire il problema. Sotto la punta dell’iceberg del bacio c’è ben altro. Ed è proprio questo altro che bisogna scandagliare e che a me non convince, per questo mi piacerebbe argomentare brevemente il fatto con i nostri Lettori per tentare di dare una lettura trasversale di tutta quanta la vicenda che a mio parere solleva non pochi dubbi e interroga non poche coscienze.

La prima cosa che non mi convince è che il giovane animatore non abbia avuto la minima remora a postare su Instagram una foto in cui è ritratto a baciare il suo fidanzato. E questo perché? Era notoria la sua omosessualità oppure questo voleva solo essere un gesto provocatorio? E se la sua omosessualità fosse stata di fatto conosciuta ― cosa che avrebbe valicato non solo l’aspetto privato e familiare ma anche quello sociale e quindi parrocchiale ―, come mai la sorpresa per una normale dimostrazione di affetto? Intendiamoci, ognuno è libero di usare i social come meglio ritiene opportuno sebbene nei limiti prescritti dalla legge, così come manifestare i propri sentimenti verso un’altra persona. Purtuttavia ci si aspetterebbe da un cristiano uno stile differente nell’uso dei social così come nell’approccio affettivo verso un’altra persona. E dico questo mettendo in conto le normali contraddizioni e fragilità che costituiscono la lotta verso la perfezione cristiana. Ammettiamo anche che il ragazzo non volesse essere un provocatore e ritenesse giusto fare coming out invece di restare nella riservatezza e vivere la sua vita in serenità. Mi domando e domando ai Lettori: è stata questa la cosa più opportuna da fare, quella di postare una foto su Instagram di un bacio galeotto che per ovvie ragioni sarebbe stato letto o considerato problematico? Trattandosi poi di un animatore parrocchiale, di una persona che, ci auspichiamo, seguiva un cammino cristiano all’interno di una comunità ecclesiale, questa scelta non aveva altra alternativa? Faccio un’ipotesi: non sarebbe stato meglio per lui parlarne con il proprio confessore o direttore spirituale e affrontare la questione in modo privato, in quel foro interno che permette di far crescere la coscienza cristiana e indirizzare verso una maturazione umana e spirituale? Oggi molti reputano di essere cristiani senza l’aiuto di alcuna guida, ma così facendo si moltiplicano le situazioni di imbarazzo e di confusione che non sono ad esclusivo appannaggio degli omosessuali ma di tutti gli uomini, perché la radice di questa mentalità non soggiace nell’orientamento sessuale ma in quella concupiscenza che ferisce la nostra decisionalità e ci rende testardi e spesso refrattari alla docilità spirituale che conduce all’incontro con Dio.

Che il giovane si sia mostrato poi risentito e abbia dato forfait al Grest a me fa ancora più pensare, così come non mi sono chiare le sue parole nella chat di Whatsapp:

«Buongiorno. Vi chiedo personalmente di evitare qualsiasi tipo di messaggi incriminatori o accusatori. Questa faccenda riguarda la mia vita privata e non deve intaccare la gioia e la felicità dei ragazzi nel partecipare al centro estivo» (vedi QUI).

Mi vedo scettico a ritenere che il ragazzo ignorasse che la sua scelta non avrebbe comportato reazione alcuna, sia nel bene che nel male. Dico questo perché non si tratta di una evenienza discriminatoria contro il mondo omosessuale e i gay ma semplicemente di una evenienza che riguarda tutti gli uomini del mondo: ogni scelta e posizione può essere condivisa o meno; appoggiata o biasimata.

Del resto sappiamo di casi in cui ― davanti alla volontà di un ragazzo di entrare in seminario o in convento ― i genitori, il parentado o gli amici hanno spesso espresso la battuta canzonatoria: «meglio morto che prete o frate». Che si sappia nessuno ha mai tacciato di chiericofobia queste persone, anzi spesso si sono viste rafforzate in questo comportamento canzonatorio, ritenendo che il farsi prete o frate fosse realmente la più grande sciagura di questo mondo. Davanti a questi presupposti, gli aspiranti a una vita sacerdotale o di speciale consacrazione sono semplicemente andati avanti per la propria strada infischiandosene del giudizio altrui e perseguendo il proprio intento, anche quando questo avrebbe comportato una certa difficoltà di gestione dei rapporti familiari e amicali.

Avete idea, noi sacerdoti e frati, gli insulti che talvolta ci sentiamo tirare dietro per le strade e sulle pubbliche piazze, semmai anche da dei mocciosi adolescenti, quando le attraversiamo con la talare del clero secolare o con l’abito del proprio ordine religioso? Insulti a volte anche gravissimi e infamanti. Però noi non siamo attivisti gay, perché in quel caso scatterebbero le querele e le potenti associazioni LGBT si costituirebbero anche parte civile al processo. Insultare gravemente un prete o un frate per strada pare invece costituire libera e democratica espressione del pensiero, il reato scatta solo se fai una battuta ironica sul Gay Pride o su un travestito alto 1.60 per 120 kg di peso che, stile fratello brutto di Lino Banfi, cammina per strada con una parrucca biondo platino, le calze a rete e i tacchi a spillo, forse proprio in spasmodica attesa che qualcuno gli gridi «fenomeno da baraccone», così che lui possa andare a piangere di talk show in talk show contro l’omotransfobia con tutti gli attivisti LGBT che strepitano.

Io ritengo che la maggioranza degli omosessuali sereni e intellettualmente liberi e privi di qualunque ideologizzazione non si preoccupi minimamente di quel che pensa la Chiesa Cattolica. Vivono semplicemente l’espressione della propria affettività e del proprio essere in modo pacifico e riservato, accettando i pro e i contro del loro status, preoccupandosi al contempo di stare ben lontano dai carri allegorici e blasfemi dei vari Pride disseminati nel mese di giugno di ogni singolo anno.

Se invece ci riferiamo agli omosessuali che possiedono una fede e cercano il Signore la situazione cambia, anzitutto sono chiamati ad amare la Chiesa e non la imbrattano di vipereschi improperi, accusando ― anche a mezzo di social e blog ― il Papa, i vescovi e i sacerdoti di essere omofobi, come costume di certi cattolici perfetti che non possono tacere. L’omosessuale cattolico è consapevole del fatto che è necessario portare avanti un cammino di conversione ― che inizia nel battesimo e termina nel momento della morte ed è uguale per tutti i discepoli di Gesù che non sono stati certamente scelti tra i migliori (cfr. Mt 9,36-10,8) ― che è fatto di preghiera e di accompagnamento spirituale; di vittorie e cadute; di tentazione e di grazia; di tormento e di estasi. E come esistono le battaglie spirituali per la gestione e armonizzazione della propria genitalità per un omosessuale cattolico, così questo è vero per un eterosessuale cattolico.

Se però il paradigma della direzione e accompagnamento spirituale delle persone omosessuali è incarnato nel disgraziato ― cioè privo della grazia ― gesuita statunitense James Martin e non nel Magistero della Chiesa e in Cristo Verbo del Padre, ecco che cadiamo nel paradosso della vicenda di Cesena i cui risultati di una colonizzazione ideologica e di lobby non sono certo velati, tanto da poter avanzare la pretesa e il lusso di gridare allo scandalo e costituirsi parte lesa.

Quando leggo di posizioni così piccate che gridano allo scandalo davanti ai presunti casi di omofobia, il più delle volte mi sembrano posizioni di comodo. Spesso gli stessi paladini dei Diritti nutrono scarso interesse verso le persone omosessuali, se non in base a un uso funzionale di esse che tende verso il raggiungimento di un obiettivo, cosa che necessita di una sapiente politica di simbiosi, così da arrivare alla vittoria e annientare l’immaginario nemico, tanto da avere ― per dirla con un proverbio romagnolo ― l’uovo, la gallina e il culo caldo.

Ci ritroveremo così dentro contesti ecclesiali pieni di attivisti e di simpatizzanti LGBT che considerano la Chiesa una maggioranza politica a cui fare opposizione destituendo democraticamente le cose che non piacciono e andando ad occupare posti di potere per poter affermare la omoeresia [sul tema rimando all’opera di Ariel S. Levi di Gualdo: E Satana si fece trino e all’opera mia e sua Dal Prozan al Prozac]. Ma la Chiesa, sappiatelo cari amici Lettori, non è una democrazia e non necessita assolutamente di suffragette arcobalenate che impazzano sui social media e sui video di YouTube come cattolici perfetti che non possono tacere, ai quali si può applicare l’epigrafe scritta da Paolo Giovio su Pietro l’Aretino: «Di tutti parlò mal fuorché di Cristo, scusandosi col dir non lo conosco».  

Giova ricordare che c’è un mondo omosessuale, il più numeroso forse, che riesce ad usare la ragione e che sa riconoscere con non comune senso di obiettività alla Chiesa una accoglienza che da ben poche parti possono vantare, Case del Popolo comprese. Chiedete infatti a un gay se negli anni Settanta o Ottanta del Novecento poteva anche solo mettere piede in una Casa del Popolo, quando una certa sinistra difendeva la famiglia tradizionale con tanto di manifesti di partito in bella mostra e stigmatizzava Pierpaolo Pasolini per i suoi stili di vita frutto della «pederastia tipica dell’alta borghesia». Così scriveva infatti L’Unità, organo ufficiale del Partito Comunista Italiano, nell’edizione del 29 ottobre 1949:

«Prendiamo spunto dai fatti che hanno determinato un grave provvedimento disciplinare a carico del poeta Pasolini per denunciare ancora una volta le deleterie influenze di certe correnti ideologiche e filosofiche dei vari Gide, Sartre e di altrettanto decantati poeti e letterati, che si vogliono atteggiare a progressisti ma che in realtà raccolgono i più deleteri aspetti della degenerazione borghese».

Mentre a proposito di André Gide, noto letterato e omosessuale francese, Palmiro Togliatti firmando nel 1950 un pezzo su Rinascita scrisse:

«Al sentire Gide, di fronte al problema dei rapporti tra i partiti e le classi, dare tutto per risolto identificando l’assenza di partiti di opposizione, in una società senza classi, con la tirannide e il relativo terrorismo, vien voglia di invitarlo a occuparsi di pederastia, dov’è specialista, ma lasciar queste cose, dove non ne capisce proprio niente».

Ma torniamo al giovane animatore cui come Padri vogliamo bene, che ha deciso di esprimere così la sua libertà e la sua visione dell’affettività insieme alla ferma decisione a perseguirla e a difenderla. Per questo è degno del nostro rispetto e non possiamo che riconoscerne il coraggio. Ma allo stesso modo il parroco e la Diocesi di Cesena Sarsina possiedono la stessa libertà e lo stesso diritto a decidere di disciplinare i propri animatori, formatori e catechisti pretendendo una certa fedeltà alla Chiesa e al magistero circa le questioni morali e di fede.

Non è infatti l’orientamento omosessuale che è stato qui discriminato ma il fatto di vivere e difendere pubblicamente un pericoloso attivismo di matrice LGBT all’interno di un contesto di Chiesa Cattolica. Sì, perché stando al Corriere della Romagna (vedi QUI) apprendiamo di fratture in seno alla parrocchia a seguito di malumori portati avanti da certi attivisti parrocchiali (?!) a cui ancora non è abbastanza chiaro il pensiero magisteriale della Chiesa Cattolica sull’omosessualità. In quella parrocchia c’è indubbiamente una emergenza educativa di fondo, una situazione di confusione che nel futuro dovrà essere recuperata e informata con una giusta formazione catechetica e con una caritatevole vigilanza. Bravo il parroco che ha ritenuto bene confrontarsi con la Diocesi e chiederne l’appoggio per giungere a una sintesi sulla questione. Almeno per una volta c’è stato un Vescovo che ha saputo esercitare una paternità dimostrando di mantenere diritta la barra, manifestando al contempo la vicinanza al giovane per una situazione che è divenuta incresciosa poiché volutamente montata come caso scandalistico. Dietro c’è solo l’ennesimo tentativo di affermare l’ideologia LGBT dentro la Chiesa con i soliti noti che hanno sparato a palle incatenate sul prete oscurantista e retrogrado, ricorrendo all’ormai usurato luogo comune del Medioevo: l’Arcigay, l’onorevole Zan e il sindaco dei Democratici di Sinistra di Cesena Enzo Lattucca.

Da tutta questa vicenda, lo ribadiamo ancora una volta: al giovane non è stata tolta la possibilità di organizzare il Grest e di parteciparvi generosamente per il bene dei piccoli partecipanti, gli è stato solo fatto notare l’inopportunità di proseguire nella veste di animatore e di educatore nel contesto di un oratorio estivo che non è sponsorizzato dal Partito Democratico, dall’Arcigay o dalla lobby LGBT, ma dalla Chiesa Cattolica che ha il sacrosanto dovere e diritto di ritenere che cosa è giusto o sbagliato per chi si appresta a svolgere una funzione educativa che coincide con la proclamazione di un Credo di fede.

Per concludere, mi piace affermare che l’apparente episodio di omofobia in quel di Cesena non è nulla rispetto alla crassa ignoranza storica del suo Primo Cittadino che usa un argomento trito e ritrito mutuato dalla Leggenda Nera con la pretesa di ferire la Chiesa Cattolica. Non bisogna necessariamente avere il curriculum di studi di Franco Cardini o di Alessandro Barbero per capire che quanto dichiarato dal Sindaco di Cesena circa il Medioevo è palesemente e profondamente falso e intellettualmente ingiusto. Nel Medioevo a cui il politico si richiama, il popolo incolto e analfabeta conosceva a memoria le rime di Dante Alighieri. Un giovane mercante della città di Assisi, anche lui venuto dal popolo per poi assurgere alla ricca borghesia mercantile, compose il primo testo poetico in volgare italiano. Lo stesso popolo del Medioevo aveva delle capacità mnemoniche e speculative e di ragionamento che sono del tutto ignote alle masse desolanti dei giovani e giovanissimi attivisti che seguono le idiozie di Fedez, della Ferragni e dei vari influencer, youtuber e TikToker e che il solo verso mandato a memoria è Love is love.  Il popolo del Medioevo andava ad ascoltare volentieri per ore i predicatori del calibro di Antonio di Padova, Bernardino da Siena, Giovanni da Capestrano e Giacomo della Marca. Quel popolo semplice ma ben disposto ad ammirare e a studiare visivamente gli affreschi di Giotto dentro le antiche basiliche e che costituivano la Biblia pauperum che non solo educava alla fede ma alla vita sociale, che esaltava le virtù e stigmatizzava l’errore e il vizio. Se ci fosse oggi una minima cultura storica da liceo, ci si dovrebbe auspicare che le nostre popolazioni affette da analfabetismo funzionale e analfabetismo digitale possano tornare quanto prima al Medioevo, una lunga stagione che segnò un grande sviluppo della cultura, delle arti e delle scienze, oltre al recupero e alla conservazione di tutta la filosofia e la letteratura classica che grazie agli uomini del medioevo è giunta sino a noi.

Davanti alle bufale storiche come quelle proferite dal Sindaco di Cesena l’ascoltatore medio del nostro secolo ha ben poche armi di difesa. Del resto, come diceva Don Camillo a Peppone:

«Se hanno creduto a Carlo Marx, qualunque balla gli racconti andrà bene!».

E noi stiamo ancora qui a raccontarci le balle che gli LGBT, i Democratici di Sinistra e i vari compagnucci blogghettari ci vengono a raccontare, inclusi i cattolici perfetti che amoreggiano con i circoli LGBT e che vorrebbero introdurre dentro la Chiesa Cattolica il «cavallino di troia arcobalenato» (Cfr. Ariel S. Levi di Gualdo, QUI).

Laconi, 23 giugno 2023

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Perché i lobbisti LGBT non lasciano parlare gli omosessuali? Sarebbe come se l’Ordine Francescano negasse ai propri frati di parlare su San Francesco d’Assisi

PERCHÉ I LOBBISTI LGBT NON LASCIANO PARLARE GLI OMOSESSUALI? SAREBBE COME SE L’ORDINE FRANCESCANO NEGASSE AI PROPRI FRATI DI PARLARE SU SAN FRANCESCO D’ASSISI

Noi Padri de L’Isola di Patmos che frequentiamo omosessuali e che da sempre abbiamo con loro ottime relazioni, possiamo essere d’accordo con l’istrionica Donatella Rettore, celebre icona gay, provando assieme a lei un certo disagio per le checche isteriche, senza per questo essere tacciati di “omofobia”?

—  Società e politica —

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Ogni Gay Pride, che da oggi non si chiama più così ma solo Pride, finisce con l’essere oggetto di polemiche, vuoi perché certe parate sono una ricerca ostentata della provocazione, specie verso tutto ciò che è cattolico, sia perché la polemica è ricercata e studiata [vedere anche mio precedente articolo QUI].

Ovvio che sia stato ritirato dalla Regione Lazio il patrocinio a questa manifestazione, cosa fatta con una precisa motivazione:

«[…] la firma istituzionale della Regione Lazio non può, né potrà mai, essere utilizzata a sostegno di manifestazioni volte a promuovere comportamenti illegali, con specifico riferimento alla pratica del cosiddetto utero in affitto» [cfr. QUI].

Dinanzi a questa motivazione, a poco vale urlare “al governo fascista!” qualunque sia il governo. Forse anche sotto un governo di Sinistra sarebbe avvenuta la stessa cosa: un ente pubblico non può promuovere come “diritto rivendicato” ciò che è proibito e condannato dalla Legge, ossia il cosiddetto “utero in affitto”, che in Italia è illegale. Per essere contrari alla barbarie dell’utero in affitto non occorre affatto essere militanti del Centro-destra, non occorre nemmeno essere cattolici, basterebbe ricordare che il Segretario generale del Partito Comunista Marco Rizzo ha definito l’utero in affitto «degno del Doctor Mengele, una cosa molto vicina al Nazismo» precisando che «i desideri non possono diventare diritti» [cfr. QUI], dichiarando in tal senso:

«L’utero in affitto è una barbarie propria della società del capitalismo globalizzato. Si esaudiscono desideri di coppie o singoli e si barattano con i diritti primari dei neonati e delle loro madri, obbligate dalla povertà a fare da incubatrici» [cfr. QUI]. 

La questione è però più complessa: siamo sicuri che gli omosessuali si sentano rappresentati da certe parate oggettivamente grottesche e pressoché di prassi dissacranti verso il Cattolicesimo? [mio precedente articolo, QUI].

Noi Padri Redattori di questa rivista, non solo siamo singolarmente in rapporti di stretta amicizia con vari omosessuali, diversi dei quali personalità di spicco nel mondo delle arti, della cultura e delle scienze, perché c’è di più. Abbiamo pubblicato con le nostre Edizioni L’Isola di Patmos un libro di Francesco Mangiacapra, giovane uomo di rara intelligenza, omosessuale dichiarato ed ex escort gay, analista brillante e onesto che a suo tempo portò allo scoperto un giro di preti frequentatori di certi ambienti che, superfluo a dirsi, dei sacerdoti non dovrebbero mai frequentare. A questo libro un prete ha scritto anche la prefazione: il sottoscritto.

Scrive Francesco Mangiacapra in questo suo libro che costituisce un autentico monumento all’onestà intellettuale e che solo per questo andrebbe letto:

«Un omosessuale che non si identifica nella potente Lobby LGBT finisce ostracizzato dai lobbisti e riceve il plauso di quel pubblico mainstream da loro tanto aborrito. Oggi la cappa di piombo del politically correct grava su una società indifferente alle vere violenze, ma pronta a esporre alla gogna, per una battuta o una satira innocua, chi osa opporsi al pensiero unico. I lobbisti della gaia libertà arcobaleno praticano ormai la tecnica che ha caratterizzato le dittature comuniste e fasciste: “Colpirne uno per educarne cento”».

E qui andiamo a toccare un altro problema che Padre Ivano Liguori e io riassumemmo nella introduzione a un libro scritto a quattro mani nel 2021, Dal Prozan al Prozac, dedicato alla compianta memoria dell’omosessualissimo e indimenticabile Paolo Poli, mio amico caro, di cui vi riproponiamo questo passaggio:

«Noi che siamo due presbiteri e teologi non ci siamo mai tirati indietro ― lo dimostrano le nostre pubblicazioni ―, quando l’ossequio alla verità imponeva di rivolgere pubbliche e severe critiche al mondo ecclesiale ed ecclesiastico. E se qualche volta, per avere detto solo la verità, ne abbiamo pagate le conseguenze, è stato un tributo più che accettabile. Della verità siamo infatti annunciatori e fedeli servitori, con tutto ciò che può comportare. Adesso proviamo a immergerci nella realtà: vi è mai capitato di udire nei vari talk show televisivi ― che non potrebbero essere tali in assenza di quote gay ―, un rappresentante LGBT che rivolge pubbliche e severe critiche al suo mondo? È possibile che il mondo LGBT sia composto unicamente da persone fantastiche e al di sopra di tutte le righe?  È possibile che il mondo LGBT sia abitato solo da povere vittime e da nessun carnefice? È possibile che per un prete indegno affetto da turbe psichiche, reo di avere molestato degli adolescenti, l’intera Chiesa Cattolica sia esposta alla pubblica gogna, mentre gli stessi giornalisti d’inchiesta e conduttori televisivi non oserebbero mai ― e non osano per paura ― di andare a verificare che cosa accade con i minori a caccia di soldi in certi circoli gay? Nel mondo LGBT va tutto bene, è tutto perfetto? Quella che il Santo dottore Agostino indica come la Gerusalemme Celeste, forse ha la propria angelica sede naturale in certi circoli gay? È questo che rende surreali e non credibili certe frange LGBT ideologizzate e radicalizzate. E qualcuno, a gruppi così ripiegati nelle emotività irrazionali, intendeva dare anche una legge per chiudere la bocca e perseguire penalmente chi non la pensa come loro? Rivolgere certi quesiti non costituisce istigazione all’odio verso gay, lesbiche e transessuali. Si tratta semplicemente di considerarli per ciò che sono: esseri umani come tutti gli altri, nel bene e nel male. Ma se fanno lobby e pretendono di presentarsi come persone senza ombra di macchia, o peggio come una corporazione di intoccabili, in quel caso sarà opportuno non dargli in mano certe leggi e lasciarli sguazzare nello stagno della loro onirica perfezione, dove tutto è buono e idillico, perché tutti i cattivi e i persecutori stanno solo dall’altra etero-parte. Noi non esitiamo a mettere in luce i difetti della nostra Chiesa visibile e del suo clero, guardando sempre all’uomo in quanto tale, al quale mai abbiamo chiesto patenti di eterosessualità o di omosessualità, accettandolo e amandolo per quello che è, come Gesù Cristo lo ha accolto e amato. Perché noi viviamo nel mondo del reale, consapevoli che la fede nasce dalla ragione, non dalle emotività irrazionali di un certo mondo arcobaleno».

Nel nostro cattolico linguaggio questa si chiama onestà intellettuale politica. E dico politica perché in ogni caso si tratta di battaglie politiche e come tali sono portate avanti dagli attivisti, ai quali mai risponderemo a colpi di morale cattolica. A qualsiasi linguaggio politico si risponde con appropriato linguaggio politico, perché sia per comunicare che per contrastare legittimamente qualche cosa, si usa il linguaggio idoneo, non è proprio il caso di andare a parlare a certi attivisti dei fondamenti della morale secondo la scuola di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, peggio che mai del Liber Gomorrhianus di San Pier Damiani.

Concludiamo con una icona gay, la cantante Donatella Rettore, colei che felicemente tormentò le nostre estati di adolescenti, ormai lontane nel tempo, con celebri canzoni come Il cobra non è un serpente o Splendido splendente. Ecco un suo stralcio di intervista [cfr. QUI] realizzata dalla cara e ottima Francesca Fagnani — e affettuosamente dico cara perché fu la prima giornalista che nel 2012 mi mise dinanzi a una telecamera per una intervista al programma Servizio Pubblico di Michele Santoro — :

«Io piaccio ai gay non piaccio alle checche, mentre Raffaella Carrà e Patty Pravo sono icone delle checche vintage […] Per me esistono i gay e le checche, esistono i gay che sanno di avere le palle e ci sono gli isterici che parlano e si strappano i capelli, fanno i pettegolezzi… e quelli non li voglio nemmeno sulla soglia di casa» [cfr. QUI, QUI].

Noi Padri de L’Isola di Patmos che frequentiamo omosessuali e che da sempre abbiamo con loro ottime relazioni, possiamo essere d’accordo con l’istrionica Donatella Rettore, celebre icona gay, provando assieme a lei un certo disagio per le checche isteriche, senza essere per questo tacciati di “omofobia”?

dall’Isola di Patmos, 18 giugno 2023

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È appena uscito ed è in distribuzione il nuovo libro di Padre Ariel, potete acquistarlo cliccando direttamente sull’immagine di copertina o entrando nel nostro negozio librario QUI

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Frate Cipolla, quel personaggio ideato da Giovanni Boccaccio che ispirò un sermone di fuoco a San Bernardino in quel medioevo che fu grande luce e non certo buio

FRATE CIPOLLA, QUEL PERSONAGGIO IDEATO DA GIOVANNI BOCCACCIO CHE ISPIRÒ UN SERMONE DI FUOCO A SAN BERNARDINO IN QUEL MEDIOEVO CHE FU GRANDE LUCE E NON CERTO BUIO

[…] una volta giunsero di primo mattino i camerieri per avvisare il Sommo Pontefice Benedetto XIV che durante la notte era scoppiato un incendio a Roma nel rione Monti. Al ché sbottò: «Cazzo! E ci sono stati morti?». Monsignor Teodoro Boccapaduli lo strattonò discretamente. Dopo che i camerieri gli ebbero dettagliato la gravità del fatto, il Sommo Pontefice replicò sbottando: «Cazzo!». E Monsignore lo strattona di nuovo. A quel punto Benedetto XIV, preso dal dispiacere per quel grave resoconto, si volta verso il prelato sbottando: «Boccapaduli, mi hai rotto i coglioni: cazzo, cazzo, cazzo! Ah, la voglio santificare questa parola. Anzi voglio promulgare una bolla del cazzo, per concedere l’indulgenza plenaria a chi pronuncia questa parola dieci volte al giorno».

—  Storia e attualità —

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Più che avanzare un’ipotesi, oso attribuirmi una piccola scoperta: in un suo sermone infuocato San Bernardino da Siena [Massa Marittima 1380 – L’Aquila 1444] si ispirò, o fu in ogni caso influenzato dalla novella di Frate Cipolla racchiusa nell’opera Decameron, composta da Giovanni Boccaccio tra il 1349 e il 1351.

Il fratacchione boccaccesco era solito girare i paesi del contado mostrando ai bifolchi le reliquie più improbabili, tra le quali il dito mignolo dello Spirito Santo, una delle costole del «Verbum caro fatti alla finestra» [storpiatura del latino: et Verbum caro factum est], i raggi della stella che apparve ai tre Magi in Oriente, un’ampolla contenente il sudore di San Michele Arcangelo caduto dalla sua fronte quando combatté col Diavolo, la mascella della Morte di San Lazzaro e via dicendo.

Trovandosi in quel di Certaldo, aveva promesso ai villici che il giorno seguente avrebbe esibita al popolo una straordinaria reliquia: una penna caduta all’Arcangelo Gabriele durante l’Annunciazione. Senonché, di notte, due burloni del luogo sottrassero la preziosa penna angelica dall’interno della scatola in cui si trovava custodita, sostituendola con dei carboni. Quando Frate Cipolla aprì la scatola per esibire la preziosa reliquia ai beoti, scoprendo al suo interno dei carboni non si sgomentò, provvide a scusarsi coi presenti dicendo che alla sua partenza aveva preso per errore il contenitore sbagliato, identico a quello in cui si trovava conservata la preziosa penna. Così, dopo le scuse, provvide a esibire al popolo i carboni sui quali fu arrostito il Santo Martire Lorenzo.

Alcuni decenni dopo, Bernardino degli Albizzeschi, figlio di una potente famiglia dell’alta Maremma toscana, oggi universalmente noto come San Bernardino da Siena [Massa Marittima 1380 – L’Aquila 1444], in uno dei suoi sermoni si scagliò contro le superstizioni popolari, prendendosela in particolare con le false reliquie e il redditizio mercato che vi girava attorno. Oggetto di quel sermone dall’evidente impianto boccaccesco fu la reliquia del latte della Beata Vergine Maria conservata nella chiesa collegiata di Montevarchi, a cui riguardo tuonò Frate Bernardino:

«E sia chi si voglia, io dico che non piacciono a Dio queste tali cose. Come del latte della Vergine Maria. O donne, dove siete voi? E anco voi, valenti uomini, vedestene mai? Sapete che si va mostrando per reliquie: non v’aviate fede […] Forse che ella fu una vacca la Vergine Maria, che ella avesse lassato il latte suo, come si lassa delle bestie, che si lassano mugnare? Io ho questa opinione: ossia che ella avesse tanto latte né più né meno, quanto bastava a quella bochina di Cristo Jesu benedetto» [San Bernardino da Siena Devozioni Ipocrite. in: Baldi. Novellette ed esempi morali di S. Bernardino da Siena, Firenze, 1916].

Dipinto d’epoca del Sommo Pontefice Benedetto XIV [Bologna 1675 – Roma 1758], che con scurrile eleganza minac-ciò alcuni curiali scandalizzati dalle sue parole colorite, di promulgare una «Bolla del cazzo»

Com’è noto agli studiosi veri e seri, il Medioevo, quello vero, suddiviso nello spazio di quasi mille anni in tre diverse epoche susseguite nel corso della storia, non fu affatto l’epoca dei “secoli bui”, ma dei secoli della luce. Nel Medioevo si ebbe il più alto sviluppo della luce della ragione speculativa, unita al senso critico e a uno spirito di incessante ricerca nei vari àmbiti del sapere scientifico. Se i libri di storia in uso nelle scuole non fossero scritti da ideologi, sarebbe chiaro a tutti che le leggende nere sul Medioevo sono state costruite a tavolino sul finire del Settecento dagli illuministi avvelenati d’odio verso tutto ciò che era cattolico. Furono infatti costoro, animati da ideologia distruttiva, a relegare il Medioevo ai “secoli bui” in nome dei loro presunti “lumi della ragione” accesi sotto le ghigliottine francesi, dove le teste cadevano una dietro l’altra in seguito ad accuse basate su mere illazioni, spesso su pura invidia sociale, oppure dopo farseschi processi sommari nei quali non era concesso agli imputati né il diritto alla difesa, né quello alla parola [vedere la mia opera Nada te turbe]. Questo al contrario del tremebondo processo inquisitorio, frutto questo sì, delle più assurde e false leggende nere. Oh, quale crassa ignoranza! Il processo inquisitorio, oltre ad aver stabilito il diritto giuridico alla difesa dell’imputato, non poteva proprio essere celebrato senza difesa e diritto di parola. Fu il processo inquisitorio a dare vita alla consuetudine che dopo la lettura della sentenza fosse concesso l’ultimo diritto di parola al condannato. Basterebbe leggere le opere giuridiche e i relativi atti dei glossatori bolognesi, che tra l’XI e il XII secolo, nel “buio” medioevo dettero vita a tutti quelli che poi diverranno i moderni istituti giuridici, dopo avere recuperato il Corpus Iuris Civilis di Giustiniano e reinterpretato tutti i testi classici.

Eppure, ai giorni nostri, anche l’ultimo dei gai illetterati ideologicamente avvelenati verso il Cattolicesimo, ma assurto agli onori televisivi di qualche seguito talk show dove è impensabile possano mancare quote gaie, dall’alto della sua vittimistica e desolante ignoranza non manca di fare riferimenti pseudo storico-intellettuali al Medioevo, o allo spirito medioevale, per creare effetto e mettere in cattiva e ridicola luce qualche cosa di retrivo o di superstizioso, oltre a tutto ciò che è cattolico e legato alla Chiesa Cattolica. Purtroppo, il gaio attivista televisivo o da social network, ignora però che il Medioevo è l’epoca della riscoperta, dello studio e della messa in salvo di tutta la filosofia e letteratura classica. Se oggi possiamo leggere le opere più critiche redatte da autori greci e romani scritte contro il nascente Cristianesimo, o i carmi più lussuriosi e pornografici vergati da Valerio Gaio Catullo, non è certo per merito degli illuministi inventori di leggende nere e falsi storici, né per l’attivismo delle odierne e agguerrite lobby LGBT, ma perché queste opere sono state salvate, trascritte e tramandate sino ai giorni nostri dai monaci amanuensi benedettini, nati nel VI secolo dal monachesimo fondato da San Benedetto da Norcia. E, nell’ambito del monachesimo benedettino, tra le varie cose si sviluppò sia il nome sia lo stesso concetto socio-politico di Europa, la stessa che oggi nega un dato di fatto storico incontrovertibile: le radici cristiane del nostro antico Continente Europeo. Quindi, sempre con buona pace del gaio attivista che dal portentoso mezzo televisivo o dai social  network si rivolge sovente a milioni di ascoltatori, è presto detto che il Medioevo è Pier Damiani, Pietro Abelardo, Anselmo d’Aosta e i grandi maestri della scolastica. Il Medioevo è Bernardo di Chiaravalle, Tommaso d’Aquino, Bonaventura da Bagnoregio, Duns Scoto. Il Medioevo sono i grandi ingegneri, architetti, matematici, astronomi e alchimisti, gran parte dei quali appartenenti all’Ordine Certosino e all’Ordine Cistercense. Il Medioevo ha segnata la stagione dei grandi letterati: la Scuola letteraria siciliana di Federico II di Svevia, Guido Cavalcanti, Dante Alighieri, Francesco Petrarca, Giovanni Boccaccio …

L’uomo del Medioevo aveva anche un gusto straordinario della satira che, tanto più era pungente quanto più faceva ridere pontefici, imperatori e regnanti, nessuno dei quali rinunciò a dilettarsi sulle opere satiriche più pungenti, non solo quelle del Boccaccio, ma anche quelle del più scurrile Pietro l’Aretino. Bisognava giungere ai giorni nostri per finire nei tribunali grazie a qualche attivista piagnone per il quale dibattere, anche in modo polemico, nella sostanza vuol dire questo: “Io ho il diritto di distruggerti la cultura e la morale cattolica pezzo per pezzo, perché sono la sacra vittima immacolata LGBT, ma tu non hai il diritto di replica, salvo querela”. Altri tempi erano invece quelli medievali, dove quando qualcuno voleva deliziare il Sommo Pontefice Pio II [Corsignano di Pienza 1405 – Ancona 1464], non doveva far altro che ingaggiare un talentato cantastorie per eseguire le rime del suo concittadino senese Cecco Angiolieri [Siena 1260 – Siena 1311 c.a], che soleva motteggiare nelle taverne tra risa, vino e donnine molto allegre:

S’i’ fosse foco, ardere’ il mondo;
s’i’ fosse vento, lo tempestarei;
s’i’ fosse acqua, i’ l’annegherei;
s’i’ fosse Dio, mandereil’en profondo;

s’i’ fosse Papa, serei allor giocondo,
ché tutti cristïani embrigarei;
s’i’ fosse ‘mperator, sa’ che farei?
a tutti mozzarei lo capo a tondo.

Non che Silvio Enea dei conti Piccolomini, salito poi al sacro soglio col nome di Pio II, fosse da meno in sarcasmo tagliente, come quando in modo ironico condannò la richiesta e la speranza di ottenere da lui favori motteggiando:

Quad’ero Enea,

nessun mi conoscea,

ma adesso ch’io sono Pio,

tutti mi chiaman zio.

Un anziano teologo, discorrendo a riguardo del Medioevo definito epoca dei cosiddetti “secoli bui” da molti odierni attivisti di quella metodica distruzione delle società europee fatta passare per “rivendicazione dei diritti”, con scientifica sapienza ironizzò dicendo: «Magari, l’uomo d’oggi avesse la ragione speculativa e il senso critico e analitico di quello del Medioevo! Purtroppo oggi, l’uomo per così dire evoluto, che rivendica ogni diritto ma rigetta qualsiasi dovere, la sua presunta ragione la esercita ragionando col cazzo». Precisai io al confratello anziano: «Hai ragione, ma non dimenticare però anche quelli che ragionano con le emozioni soggettive del culo!». Tutto questo genere dà vita a una cultura della morte che attraverso l’annientamento della ragione ci ha fatti precipitare in nuove forme di analfabetismo, molto più devastanti di quelle del passato, ma soprattutto in una nuova forma di dittatura: La dittature delle minoranze. Senza infatti andare a ritroso nei secoli, basta fare un salto all’indietro di appena un secolo, agli inizi del Novecento, ai tempi delle Veglie di Neri, opera dello scrittore toscano Renato Fucini [Monterotondo Marittimo 1843 – Empoli 1921]. Partiamo anzitutto dall’elemento della memoria: anziani contadini che a malapena sapevano leggere e scrivere, non pochi dei quali versavano in condizioni di totale analfabetismo, erano delle autentiche biblioteche ambulanti di letteratura. Durante le veglie serali, nei tempi in cui non esisteva cinematografo, men che mai il televisore, intrattenevano narrando opere imparate a memoria: dalla Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso a L’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto. Io stesso posso di ciò dare testimonianza, quando bambino di appena dieci anni, nella bassa Maremma toscana, sul confine con il Lazio, per la prima volta conobbi l’esistenza dell’opera di Dante Alighieri, per l’esattezza L’Inferno, grazie a un anziano contadino, all’epoca ultra ottantenne – stiamo quindi parlando di un uomo nato sul finire dell’Ottocento – che si mise a narrare, a noi bimbi, del Conte Ugolino e dell’Arcivescovo Ruggieri recitando a memoria:

La bocca sollevò dal fiero pasto
quel peccator, forbendola a’capelli
del capo ch’elli avea di retro guasto.

Poi cominciò: «Tu vuo’ ch’io rinovelli
disperato dolor che ’l cor mi preme
già pur pensando, pria ch’io ne favelli.

Ma se le mie parole esser dien seme
che frutti infamia al traditor ch’i’ rodo,
parlar e lagrimar vedrai insieme […]

Presente una mia cugina, all’epoca appena laureata in lettere classiche, sbalordita disse poi agli altri familiari presenti: «Non ha sbagliata, non dico una frase, ma neppure una parola!». Quell’uomo aveva memorizzato interi libri di letteratura, che non aveva letto: li aveva appresi sin da bimbo nel corso delle veglie. Seppi, in seguito, che aveva fatto la seconda classe delle scuole elementari, il tempo strettamente necessario per imparare i basilari rudimenti della scrittura e della lettura, acquisiti i quali aveva seguito genitori e familiari nei campi di lavoro agricolo.

Molti dei nostri adolescenti super tecnologici, già sul finire delle scuole elementari hanno intere collezioni di film pornografici registrati nei loro smartphone; mentre le ragazzine, già a undici o dodici anni, postano le loro foto sui social media in abiti e posizioni che farebbero impallidire le prostitute che lavoravano nei vecchi bordelli, prima che nel 1952 la Legge Merlin ne decretasse la chiusura, grazie a una proposta di legge del Senatore Angelina Merlin, del Partito Socialista, presentata nel 1948. Eppure, questi moderni “mostri” iper-tecnologici, al contrario dell’uomo del Medioevo e dell’uomo di ieri, quello de Le veglie di Neri, posseggono tali carenze mnemoniche da non ricordare neppure il numero del telefono cellulare dei loro genitori. Ebbene: sapete che cosa accade se l’umana intelligenza, soprattutto attraverso il ragionamento e la memoria, non è esercitata? All’incirca può accadere quel che abbiamo sotto gli occhi: una generazione di idioti apatici e ignoranti. Proprio così: siamo regrediti a forme di analfabetismo spaventoso, basterebbe leggere i testi redatti da neo-laureati, per rimanere sconcertati dinanzi a cotanta sintassi deficitaria arricchita da errori grammaticali grossolani. Però … siamo evoluti. Tanto da permetterci con inaudita spocchia di fare ironia sul Medioevo, noi che non siamo più in grado di esercitare la ragione e il giudizio critico oggettivo, perché ormai ragioniamo solamente: o col cazzo o con le emozioni soggettive, o peggio col culo dal quale fuoriesce il peggio del nostro egocentrismo e del nostro cieco narcisismo patologico, quello che ci porta a rivendicare i diritti e a rigettare i doveri, sino al tentativo, grazie a Dio naufragato per adesso in Italia, di usare la legge per combattere come reato la legittima opinione di chi non la pensa come te — mi riferisco al felice e benedetto naufragio del Disegno di legge Zan, sul quale Padre Ivano Liguori e io scrivemmo il libro Dal Prozan al Prozac —, quindi perseguendo chi osa dire e sostenere che un figlio può nascere solo da un uomo e da una donna che sono padre e madre, che due omosessuali non possono comprarsi un bambino da un utero in affitto o che due donne lesbiche non possono programmare con egoismo luciferino la nascita di un orfano con il ricorso all’inseminazione artificiale rivendicando di essere riconosciute entrambe dalla legge come legittimi genitori. È presto detto che questa generazione, figlia degenerata dell’analfabetismo digitale, priva di memoria storica e di quella stessa memoria cerebrale esercitata, utile a farci ricordare perlomeno il numero telefonico dei nostri genitori, non dovrebbe mai permettersi, neppure per scherzo o per gioco ai paradossi, di ironizzare sul glorioso Medioevo bollandolo come epoca dei “secoli bui”.

In questa narrazione sono ricorso quattro volte alla parola “cazzo”, quasi come se non riuscissi a esprimermi senza certi schizzi di colore, cosa che invece riesco benissimo a fare. Che dire: in questi momenti di desolazione uno schizzo di colore acceso lasciatelo pure a questo povero prete alle soglie dei sessant’anni, affinché ciascuno possa godere del proprio divertimento. Al lemma “cazzo” si unisce anche quell’altra bella frase idiomatica di … “notorie teste di cazzo”, ossia l’esercito sconfinato di coloro che non capiscono un emerito cazzo di ciò che hai scritto, o del modo profondo, volendo anche scientificamente pertinente in cui l’hai scritto, a ben considerare che ormai, giunti nel fondo del barile, non ci resta altro che la provocazione. Quindi, le idiomatiche e omonime teste di cazzo, si fossilizzano solo su questa parola, dopodiché bigotti, pinzochere e sedicenti cattolici si indignano verso il prete volgare, il tutto corredato con lezioni di stile date con un moralismo da fare invidia ai calvinisti americani del Seicento da parte di quei gai personaggi che si scandalizzano con profonda indignazione dinanzi al richiamo poetico e provocatorio alla parola “cazzo”, salvo però prenderlo allegramente e legittimamente nel culo e rivendicando poco dopo il “sacro diritto” all’acquisto di un figlio comprato da un utero in affitto. E questo che cosa vuol dire? Per caso vuol dire che attraverso il coito anale e la sodomia uno dei due uomini non può rimanere incinta, al punto da avere bisogno di un utero a pagamento? Ma quanto ingrata e cattiva è stata la natura, quindi correggiamola a colpi di lobby LGBT.

Questo nobile termine era molto amato e usato dal Sommo Pontefice Benedetto XIV [Bologna 1675 – Roma 1758], al secolo Prospero Lambertini, bolognese. Con usuale frequenza l’Augusto Pontefice si lasciava andare a espressioni molto colorite, a partire dal suo primo affaccio dinanzi alla folla esultate dopo la sua elezione al sacro soglio. Fu infatti in quell’occasione che, vedendo quella gran folla radunata nella piazza della papale arcibasilica di San Pietro, disse a bassa voce al prelato a lui vicino: «E tutta questa gente, come campa?». Il prelato, che non era da meno e che del neo-eletto aveva profonda conoscenza, rispose: «… campano tirandoselo nel culo gli uni con gli altri». Replica il Pontefice: «… già! Poi ci siamo noi, che invece lo tiriamo nel culo a tutti!». In seguito, all’interno della curia romana, destò più volte stupore e perplessità ch’egli solesse intercalare dicendo «cazzo!». Fin quando l’Augusto Pontefice incaricò un suo assistente di camera, Monsignor Teodoro Boccapaduli, di tirarlo discretamente per la veste, se fosse partito con certi frasari coloriti. Fin quando una volta giunsero di primo mattino i camerieri per avvisare il Sommo Pontefice che durante la notte era scoppiato un incendio a Roma nel rione Monti. Al ché sbottò: «Cazzo! E ci sono stati morti?». Monsignore lo strattonò discretamente. Dopo che i camerieri gli ebbero dettagliato la gravità del fatto, il Sommo Pontefice replicò sbottando: «Cazzo!». E Monsignore lo strattona di nuovo. A quel punto Benedetto XIV, preso dal dispiacere per quel grave resoconto, si volta verso il prelato sbottando: «Boccapaduli, mi hai rotto i coglioni: cazzo, cazzo, cazzo! Ah, la voglio santificare questa parola. Anzi voglio promulgare una bolla del cazzo, per concedere l’indulgenza plenaria a chi pronuncia questa parola dieci volte al giorno».

Molto vi sarebbe da narrare su questa grande figura, ma ci limitiamo a dire in breve che il Sommo Pontefice Benedetto XIV fu un attento amministratore in favore dei bisogni del popolo e delle attività caritative, al tempo stesso fu un grande promotore delle arti e delle scienze. Dotato di acuta abilità politica, ma al contempo di grande spirito pastorale, fu indefesso custode della fede, promotore delle missioni per la nuova evangelizzazione e al tempo stesso uomo di profonda cultura e apertura mentale, tanto da intrattenere intensi rapporti epistolari con figure molto distanti dal mondo cattolico, dai sovrani protestanti sino al padre stesso dell’anticlericalismo moderno: François-Marie Arouet, noto con lo pseudonimo di Voltaire.

Oggi i figli di questo grande secolo buio non sono in grado, all’apice del loro analfabetismo digitale, di ridere sulla Novella di Frate Cipolla, come facevano gli arguti illetterati del contado medioevale. Né sono in grado di comprendere un grande uomo di fede, talmente libero da ogni forma di volgarità interiore ed esteriore, da poter affermare con vero candore: «… se non la smettete di rompermi i coglioni, vi promulgo una bolla del cazzo, con tanto di indulgenza plenaria per chi pronuncia questa parola dieci volte al giorno».

Domandiamoci: ma chi sono, i veri volgari? Ve lo spiego subito: sono certi cattolici che inviano immagini create con photoshop, raffiguranti un Gesù Cristo in croce sacrilegamente gayzzato, con un volto androgino e un’espressione languida che non ricorda affatto il mistero della passione, piuttosto una fanciulla in attesa del coito. E dinanzi a queste immagini blasfeme, io che ho l’occhio abituato a Cimabue, al Beato Angelico, a Filippino Lippi da Prato, a Tiziano, Giotto e Michelangelo, per seguire con Guido Reni e Cararavaggio, sino alla più recente meravigliosa crocifissione di Salvador Dalì, forse non dovrei sbottare: pseudo cattolici del cazzo, mi avete rotto i coglioni, razza di blasfemi digitali! Cristo Signore non era un bamboccio languido da photoshop con l’aria androgina affisso alla croce, era vero Dio e vero uomo, per questo rese terribilmente vera la croce, per quanto era vero Dio e vero uomo.

I figli della moderna èra digitale di questo secolo buio, dopo avere letta mezza pagina e scorso in due minuti tutto il testo, individuata poi la parolina sulla quale polemizzare, nella fattispecie il mitico lemma “cazzo”, già hanno inviato messaggi indignati, quasi ci tenessero, al di sopra d’ogni altra cosa, a dimostrare fino in fondo quanto non abbiano proprio capito un emerito cazzo. E mentre del tutto indifferente li lascio affaccendarsi, posto che da anni e anni, ormai, non riescono più neppure a rompermi i coglioni, mi rivolgo ai pochi in grado di ridere su tutti i moderni Frate Cipolla che hanno però una prerogativa: far uscire fuori di tasca i soldi più di quanto un incantatore di serpenti possa riuscire a imbambolare un cobra indiano. Infatti, basta dire al popolino beota, quello dello pseudo cattolicesimo costruito sullo sprezzo della ragione ed eretto sulle soggettive emozioni sentimentali, che il tal giorno nel tal luogo mi è apparsa la Madonna che mi ha dato un messaggio. Poi, se detto questo si aggiungerà anche che la Madonna mi ha rivelato un segreto terrificante che sconvolgerà l’umanità … ecco i portafogli aprirsi come fisarmoniche. Cosa mi ha detto la Madonna apparendomi? Basterà dire: “… la Madonna mi ha detto di dirvi che lei vi ama e che vi invita a essere buoni e a pregare …”. A quel punto le fisarmoniche si allargheranno ancora di più, se alla insulsa banalità del messaggio si unirà il grande prurito morboso del terrificante segreto, perché a quel punto le fisarmoniche esploderanno, sino alla vera e propria pioggia di danaro. E vogliamo parlare, perlomeno per breve inciso, dell’esercito di sedicenti figli e figlie spirituali di San Pio da Pietrelcina, ultra specializzati a far uscire soldi a pioggia, diversi dei quali appena sessantenni?  

La verità ci renderà liberi, come recita il nostro motto tratto dal Vangelo del Beato Apostolo Giovanni [cf. Gv 8,32], ma al tempo stesso sappiamo quanto la verità non abbia mai pagato nessuno, in particolare quando si dicono quelle verità che nessuno vuol sentirsi dire, né quando si richiama alla realtà, alla fuga dalle emozioni e dai fatui sentimentalismi. La verità non paga quando si insiste a più non posso che la fede si muove sulla ragione e che richiede raziocinio e profondo senso critico e analitico, perché in questa era dell’analfabetismo digitale agire a questo modo è un’autentica politica al suicidio, a ben considerare che oggi, la gente che si dice cattolica, vuole emozioni irrazionali, elementi sensazionali, tanta polemica sterile e tanto futile pettegolezzo. E chi offre questi prodotti, sarà sempre e in ogni modo lautamente pagato. Mentre chi, dinanzi a tutto questo, sbotta dicendo “eccheccazzo!”, è solo un volgare, per non dire: una vergogna di prete.

dall’Isola di Patmos, 17 giugno 2023

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Felici e anche onorati di lavorare gratis, però cerchiamo di non esagerare …

FELICI E ANCHE ONORATI DI LAVORARE GRATIS, PERÒ CERCHIAMO DI NON ESAGERARE … 

«Non sapete che quelli che fanno il servizio sacro mangiano ciò che è offerto nel tempio? E che coloro che attendono all’altare hanno parte all’altare? Similmente, il Signore ha ordinato che coloro che annunciano il Vangelo vivano del Vangelo» [I Cor 9, 13-14].

 

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Nel 2018 aprimmo anche le Edizioni L’Isola di Patmos, i cui libri seguitano a essere venduti con buoni esiti in un mercato costituito da un pubblico di nicchia, non certo da quei “cattolici” ben più numerosi che si acculturano saltando da un blog all’altro dove si nutrono di “profezie” e “rivelazioni”, o che su Facebook ti chiedono di spiegargli in quattro righe il Prologo del Vangelo di Giovanni e l’incarnazione del Verbo di Dio, perché su un sito di ufologia gestito da un anonimo hanno letto che Gesù Cristo era un alieno.

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Mi sono consultato con i confratelli e abbiamo deciso di ricordare il monito dell’Apostolo: 

«Non sapete che quelli che fanno il servizio sacro mangiano ciò che è offerto nel tempio? E che coloro che attendono all’altare hanno parte all’altare? Similmente, il Signore ha ordinato che coloro che annunciano il Vangelo vivano del Vangelo» [I Cor 9, 13-14].

Perché nascondere l’amarezza, specie quando si ha per indole un temperamento generoso? Ritengo per questo doveroso aggiungere qualche precisazione sotto forma di domanda: alcuni, o forse molti, pensano che i preti siano limoni da spremere? Perché la logica del non meglio precisato “cattolico” è la seguente: quando cade nel bisogno si rivolge ai buoni preti, che trova, perché ci sono ancora, forse sempre di meno, ma ci sono. Però, se deve mettersi le mani in tasca e contribuire al lavoro pastorale dei buoni sacerdoti, in tal caso comincia a pubblicare sui social media post e foto del peggio che tra i preti si può trovare e che nessuno ha mai negato che esista e che ci sia. Strana logica, non vi pare? Quando dai buoni preti si deve prendere, si prende a piene mani, ma quando l’opera dei buoni preti necessita di essere sostenuta, allora si sigilla il portafogli e si va a cercare il peggio che può esserci nel clero, come ovunque, pubblicando pianti e lamenti sui social media al fine di giustificare il proprio egoismo e la propria avarizia.

Da anni mi dedico all’apostolato con i sacerdoti e da questo osservatorio privilegiato conosco e tocco con mano casi di presbiteri anziani e ammalati che dopo una vita dedicata ad assistere e accudire il Popolo di Dio versano oggi in condizioni di solitudine e abbandono, sperimentando anzitutto l’ingratitudine delle numerose persone alle quali hanno fatto del bene finché hanno avuta la forza fisica per farlo. Se però richiami il cattolico-si-fa-per-dire alle sue responsabilità verso i preti, per tutta risposta lui ti pubblica sui social media la foto del prete che celebra la Santa Messa al mare in costume da bagno sul materassino inserendo semmai la didascalia: «… dovremmo anche finanziare questa gente?». Non ti racconta, però, del vecchio e santo parroco, oggi dimenticato in una casa di riposo con il catetere attaccato addosso, che gli salvò il matrimonio e che convinse sua moglie a non abortire un figlio che poi nacque e che cresciuto e divenuto adulto gli ha dato la gioia di diventare nonno. Certe cose no, quelle non si raccontano né con foto né con didascalie sui social media.

Tra le varie forme di ingratitudine confesso che mi hanno colpito in modo particolare quelle persone che oltre ad avere le mani solo per prendere ritengono che dal prete si debba persino pretendere, in testa a tutti quelli che sono finiti nei giri dei vari santoni e delle varie sedicenti veggenti in stretto contatto con le molteplici madonne parlanti o piangenti che rivelano tremebondi segreti catastrofici ai vari ciarlatani che impazzano sulla piazza. E oggi, le persone che cadono in queste reti, sono sempre di più. Fin quando numerosi di questi raggirati e spennati come polli finiscono per rivolgersi a noi, che facendo il nostro dovere, ossia i preti, i pastori in cura d’anime, nel corso degli anni abbiamo aiutato e sostenuto persone disperate, raggirate e tradite, cercando opportune e prudenti soluzioni, non limitandoci al mero conforto spirituale ma cercando spesso di aiutarle anche attraverso specialisti o consulenti legali di nostra fiducia e conoscenza, i quali non di rado li hanno aiutato a titolo persino gratuito, considerando che i dementi piangenti erano stati ridotti a cosciotti di pollo spolpati dai più voraci dei peggiori imbonitori.

Qualcuno di loro ha avuto per caso la sensibilità di versare 5 o 10 euro sul nostro conto a sostegno della nostra opera, semmai dopo avere elargito per anni soldi a certa gente? Certo che no, i soldi si mollano senza esitazione a quelli che raccontano di parlare con la Madonna, che vantano doni sensitivi, di preveggenza o di guarigione, o che a distanza di 55 anni dalla sua morte si presentano come figli spirituali di Padre Pio da Pietrelcina, ai quali il Santo Cappuccino, manco a dirsi, rivelò cose sensazionali che costoro, a loro volta, rivelano solo a pochi eletti, ovviamente paganti, beninteso!

Con i numeri ho da sempre un pessimo rapporto, però, pur non sapendo fare le divisioni senza calcolatrice, a dei calcoli elementari ci arrivo anch’io: come possono, un Tale o una Tale di neppure sessant’anni d’età essere stati figli spirituali prediletti di questo Santo Frate morto nel 1968 e avere ricevuto da lui confidenze straordinarie? Padre Pio da Pietrelcina andava forse a prendersi i propri figli spirituali all’asilo nido o alla scuola materna per farne dei depositari privilegiati dei suoi segreti?

Il mio parlare è nudo e crudo? Sì, perché tale deve essere con tutta l’amarezza del caso da parte di un prete che assieme ai propri confratelli redattori ha impiegato tempo, energie, risorse umane e spirituali per tante persone, inclusi quelli che dopo essersi fatti togliere persino le mutande di dosso dai peggiori ciarlatani sono venuti a piangere aiuto da noi. E lo hanno avuto l’aiuto, immediato e senza risparmio alcuno di noi stessi, che spesso siamo stati sino a tarda notte a rispondere e a farci carico dei loro problemi. Però, in cambio, non ci hanno offerto nemmeno un caffè, cosa questa che duole, parecchio.

Più che chiedere – cosa che mai abbiamo fatto – vi confido amarezza, che ritengo abbia la propria ragione di essere, per il resto facciano coloro che del nostro duro lavoro hanno beneficiato e beneficiano, pur dimenticando che «coloro che annunciano il Vangelo vivano del Vangelo».

dall’Isola di Patmos, 13 giugno 2023

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I Padri dell’Isola di Patmos

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È morto Silvio Berlusconi, uomo amato e odiato, ma indubbio pezzo della storia patria d’Italia

Notizie brevi

È MORTO SILVIO BERLUSCONI, UOMO AMATO E ODIATO, MA INDUBBIO PEZZO DELLA STORIA PATRIA D’ITALIA 

Al di là delle posizioni politiche e delle convinzioni personali di ciascuno, al Presidente Silvio Berlusconi va riconosciuto il merito del coraggio e della intraprendenza, il merito di aver lavorato intensamente, possiamo dire fino all’ultimo, nella creazione della propria azienda e nell’ideazione di un progetto politico che ha saputo intercettare l’interesse e l’apprezzamento di milioni di italiani. 

Autore
Anna Monia Alfieri, I.M. 
Cavaliere della Repubblica Italiana

             

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– Notizie brevi –

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Silvio Berlusconi è morto questa mattina presso l’ospedale San Raffaele di Milano dove era stato nuovamente ricoverato lo scorso venerdì 9 giugno, dopo un precedente ricovero a causa di una polmonite e di una leucemia mielomonocitica. Il feretro è stato trasportato dall’ospedale alla villa di Arcore alle ore 12. Domani sarà allestita la camera ardente nella sede di Mediaset nello studio 20 di Cologno Monzese. I funerali si svolgeranno mercoledì nella Cattedrale di Milano.

Al di là delle posizioni politiche e delle convinzioni personali di ciascuno, al Presidente Silvio Berlusconi va riconosciuto il merito del coraggio e della intraprendenza, il merito di aver lavorato intensamente, possiamo dire fino all’ultimo, nella creazione della propria azienda e nell’ideazione di un progetto politico che ha saputo intercettare l’interesse e l’apprezzamento di milioni di italiani. 

La sua “discesa in campo”, per mutuare una sua espressione, in un’Italia che stava vivendo una profonda crisi politica legata agli effetti di Tangentopoli e delle bombe della Mafia, con la conseguente crisi dei tre partiti che, fino ad allora, avevano guidato la scena politica, aveva dato nuova determinazione alla schiera dei moderati rimasti delusi dalle vicende di quegli anni.

Credo che uno dei grandi meriti del Presidente Berlusconi sia stato quello di non essersi mai abbassato alle accuse e alle polemiche contro gli avversari politici, di aver sempre mantenuto toni educati e rispettosi e di aver contribuito a fare dell’Italia uno degli attori economici e politici più importanti a livello europeo e mondiale. Ci uniamo, quindi, alla preghiera di suffragio per lui e nella vicinanza alla sua famiglia.

Milano, 12 giugno 2023

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Nuova destinazione e ministero per il nostro redattore Padre Ivano Liguori

NUOVA DESTINAZIONE E MINISTERO PER IL NOSTRO REDATTORE PADRE IVANO LIGUORI

Il Ministro Provinciale dei Cappuccini di Sardegna ha chiesto a Padre Ivano di accettare un nuovo incarico, peraltro molto delicato, come formatore presso il Convento di Sanluri dove si trova la casa in cui sono accolti gli aspiranti alla vita religiosa per il loro discernimento vocazionale. 

— Notizie in breve —

Autore
Redazione de L’Isola di Patmos

 

 

 

 

 

 

 

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Il nostro redattore cappuccino Ivano Liguori è una colonna portante di questa nostra rivista, la sua preziosa collaborazione inizia sei anni fa, all’epoca in cui svolgeva il ministero di cappellano presso l’Ospedale Brotzu, grande polo ospedaliero di Cagliari, dove a distanza di anni è sempre ricordato assieme al suo confratello Giancarlo Pinna dal personale medico e paramedico, da ex ammalati e loro familiari che ogni tanto seguitano a inviare messaggi di stima e riconoscenza alla nostra redazione in suo ricordo.
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Grande esperto di pastorale sanitaria e giovane uomo dotato di rara umanità retta su una solida fede e altrettanto solida dottrina, Padre Ivano ha saputo vedere, in nove anni di delicato servizio ospedaliero, il Cristo sofferente negli ammalati (cfr. Mt 25, 35-44).
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Nel settembre 2019 è inviato a Laconi, in provincia di Oristano, come guardiano e parroco presso il convento con annessa parrocchia curata dai Frati Minori Cappuccini nella cittadina d’origine di Sant’Ignazio da Laconi, in una situazione non propriamente facile e con diversi problemi da sanare. Da subito si dedicò con grande dedizione alla cura delle anime, curando il decoro della sacra liturgia, sempre disponibile con i confratelli per le confessioni e le direzioni spirituali, offrendo importanti incontri di formazione e cicli di catechesi, diversi dei quali pubblicati anche in video su queste colonne nella rubrica Colazione con il Cappuccino, inclusa una serie di catechesi dedicate al Sacramento della Penitenza, la confessione. Nel mentre si è dedicato alla sua attività pubblicista sulla nostra rivista, che senza di lui non sarebbe quella che oggi è, firmando oltre 100 articoli di alto respiro e profondo spessore pastorale e dottrinale, dando nel mentre alle stampe due libri: Dal Dal Prozan al Prozac (2021) e Il segno di Caino (2021).
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Prima di lasciare Laconi ha amministrato il Santo Battesimo a una splendida bambina di 10 anni, segno visibile dei frutti prodotti dai suoi quattro anni di attività pastorale svolti in quella cittadina.
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Il Ministro Provinciale dei Cappuccini di Sardegna ha chiesto a Padre Ivano di accettare un nuovo incarico, peraltro molto delicato, come formatore presso il Convento di Sanluri dove si trova la casa in cui sono accolti gli aspiranti alla vita religiosa per il loro discernimento vocazionale. 
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Anche Padre Giancarlo Pinna, con il quale ha condiviso tanti anni di ministero presso il grande polo ospedaliero di Cagliari e che nel settembre 2019 fu trasferito anch’esso a Laconi, lascia quella località, non però da solo. I due confratelli giunsero infatti a Laconi portandosi dietro con loro nel nuovo convento Tac, la gatta che per anni visse nell’alloggio dei cappellani e che oggi vive serena e felice in quella casa religiosa. Questa volta Padre Giancarlo si porterà presso la sua nuova destinazione una bassottina tanto affettuosa quanto ruffiana.
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Incaricato di prendersi cura della casa di riposo di Oristano dove risiedono le Terziarie Francescane ammalate, Padre Giancarlo giungerà con quanto di più terapeutico possa esistere in quel contesto per delle persone anziane e ammalate: una bassottina ruffiana. Antica e pura pedagogia francescana. 
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dall’Isola di Patmos 12 giugno 2023

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.https://www.youtube.com/watch?v=ltEAQNopUYM&t=2s

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Il miracolo eucaristico avvenuto tra le Città di Orvieto e Bolsena e l’istituzione della Solennità del Corpus Domini

IL MIRACOLO EUCARISTICO AVVENUTO TRA LE CITTÀ DI ORVIETO E BOLSENA E l’ISTITUZIONE DELLA SOLENNITÀ DEL CORPUS DOMINI

Testimone del prodigio di Bolsena, il Corporale di Orvieto è la “firma“ di Gesù vivo e vero nel Pane eucaristico, che spazza via il dubbio e ci lascia penetrare quei sacri misteri ai quali si giunge attraverso la ragione della fede: fides et ratio (fede e ragione). O come insegna Sant’Anselmo d’Aosta: Fides quaerens intellectum (la fede richiede l’intelletto) che prende forma dal detto di Sant’Agostino Credo ut intelligam (credo per capire).  

—  Attualità ecclesiale —

Autore
Marco Nunzi*

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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PDF  articolo formato stampa

 

 

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La Solennità del Corpus Domini vede le città di Orvieto e Bolsena unite in un profondo binomio inscindibile. Perché è vero, il segno prodigioso è avvenuto a Bolsena, ma la “culla” della Solennità da dove è stata poi istituita per tutta la Chiesa rimane ed è Orvieto. Proprio come Gerusalemme non può prescindere da Betlemme, non ci sarebbe infatti la risurrezione senza prima la natività, allo stesso modo non sarebbe stata proclamata la Festa del Corpo e del Sangue del Signore senza l’evento prodigioso che ne ha dato l’origine.

Marco Nunzi e Ariel S. Levi di Gualdo, Cappella del Sacro Corporale, Cattedrale di Orvieto

La storia dei fatti la possiamo riassumere così: nel lontano XIII secolo Pietro, sacerdote boemo, era tormentato da un dubbio. Egli non riusciva a spiegarsi come durante la Santa Messa, attraverso la transustanziazione, il pane e il vino potessero realmente mutarsi nel Corpo e nel Sangue di Cristo. Intraprese così un lungo pellegrinaggio verso Roma per pregare sulla tomba dei Santi Apostoli Pietro e Paolo nella speranza di trovare risposta al suo lacerante tormento. Giunto a Bolsena decise di celebrare il Sacrificio Eucaristico sulla tomba della martire Cristina. Durante il canone eucaristico, sulle parole della consacrazione delle sacre specie, tra le sue mani tremanti l’Ostia divenne visibilmente vera carne che, stillando copiosamente vivo sangue, imporporò il corporale e alcune pietre dell’altare.

Per un misterioso disegno della Provvidenza, in quei tempi risiedeva a Orvieto il Sommo Pontefice Urbano IV, presente nella sua residenza orvietana durante quel miracoloso avvenimento. Appena il Papa venne a conoscenza dell’evento miracoloso incaricò il Vescovo di recarsi nella vicina Bolsena per esaminare l’accaduto e portare a Orvieto i segni del prodigio. Sceso ai piedi della rupe orvietana per andare incontro al Vescovo, al vedere il sacro Corporale il Papa s’inginocchiò commosso e, preso nelle sue mani con grande venerazione questo Sacro lino, tornò processionalmente verso la Chiesa di Orvieto tra i canti del popolo in festa.

Urbano IV, molti anni prima degli eventi di Bolsena e della sua elezione a Sommo Pontefice, conobbe a Liegi, in Belgio, Giuliana di Cornillon. L’umile religiosa lo fece partecipe di alcune rivelazioni che aveva ricevuto da parte del Signore. Queste riguardavano la necessità di stabilire una nuova solennità liturgica in onore della Santa Eucarestia, Sacramento mirabile dell’Amore di Dio e della sua Presenza. Il Papa, memore delle confidenze di Giuliana e con gli occhi del cuore ancora fissi sul Sangue prezioso impresso nel Corporale, si decise a istituire dalla Città di Orvieto, con la Bolla Transiturus de hoc mundo dell’11 agosto 1264 la festa del Corpus Domini estesa a tutta la Chiesa Universale.

Il Papa chiese altresì a Tommaso d’Aquino, noto teologo domenicano, anch’egli allora residente ad Orvieto, di redigere l’Ufficio Divino della nuova Solennità. Nascono così i testi dei cinque stupendi inni eucaristici: il  Pange lingua che termina con il notissimo Tantum ergo, la lode Sacris Solemniis, il Panis angelicus, il Verbum supernum prodies e O salutaris hostia, che ancor oggi fanno parte della Liturgia della Chiesa.

In merito alla stesura degli inni, la tradizione tramanda un episodio particolare: Tommaso d’Aquino, prima di presentarsi al cospetto di Urbano IV per proporre l’inno Pange lingua, si recò nella chiesa del convento di Orvieto per pregare davanti al Crocifisso. Tommaso chiese al Signore di fargli conoscere il suo “parere” su quanto fosse stato scritto. Il Crocefisso rispose in semplicità: «Hai scritto bene di me o Tommaso, quale ricompensa desideri? Il grande teologo rispose: “Nient’altro che Te stesso, o Signore”».

Cosa significa per noi oggi celebrare questa grande Solennità? Il richiamo immediato è quello di tornare a ciò che Gesù ha fatto e ha detto in quell’ultima cena. Contempliamo il suo gesto: Prese del pane e ha detto “questo sono io, prendete e mangiate.”

Un segno, il pane, che rappresenta la sua vita, cosa è stata tutta la sua vita: Pane donato, vita donata, neanche una briciola di questa vita, neanche un istante del suo tempo Gesù ha trattenuto per sé, è stata tutta un dono per i fratelli. Cosa dice Gesù a noi quando dichiara “questo sono io, prendete e mangiate” cioè assimilate questa proposta di vita che è stata la mia. Mangiare quel pane vuol dire “voi accogliete me nella vostra vita e accogliendo me accogliete la logica dell’Amore che porta alla costruzione di un mondo nuovo.” Perché ogni discepolo che mangia questo Pane è disposto a essere completamente pane di vita per gli altri come Gesù è stato e continua ad essere attraverso di noi.

Testimone del prodigio di Bolsena, il Corporale di Orvieto è la “firma“ di Gesù vivo e vero nel Pane eucaristico, che spazza via il dubbio e ci lascia penetrare quei sacri misteri ai quali si giunge attraverso la ragione della fede: fides et ratio (fede e ragione). O come insegna Sant’Anselmo d’Aosta: Fides quaerens intellectum (la fede richiede l’intelletto) che prende forma dal detto di Sant’Agostino Credo ut intelligam (credo per capire).  

dall’Isola di Patmos, 11 giugno 2023

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* Mons. Marco Nunzi (01.06.1964) è presbitero della Diocesi di Orvieto-Todi e canonico del Capitolo della Cattedrale di Santa Maria Assunta

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Entro breve avremo Pietro Pacciani Presidente della Suprema Corte di Cassazione coadiuvato da Bombolo, Alvaro Vitali ed Er Monnezza

ENTRO BREVE AVREMO PIETRO PACCIANI PRESIDENTE DELLA SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE COADIUVATO DA BOMBOLO, ALVARO VITALI ED ER MONNEZZA

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«Certamente, data la sua evidente vicinanza a McCarrick, è poco verosimile che Farrell non sapesse niente dei suoi atti gravemente peccaminosi»

Il cogitatorio di Ipazia

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Autore Ipazia Gatta Romana

Autore
Ipazia Gatta Romana

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Il Cardinale Kevin Joseph Farrell è stato nominato Presidente della Suprema Cassazione dello Stato della Città del Vaticano, la equipollente Suprema Corte di Cassazione della Repubblica Italiana. Questo prelato è una creatura creata dall’Arcivescovo di Washington Cardinale Theodore McCarrick che nel 2018 fu riconosciuto colpevole di molestie e abusi sessuali continuati, tanto da essere colpito nel 2019 con la pena canonica più estrema: la dimissione dallo stato clericale, irrogata con sentenza della Congregazione per la dottrina della fede che lo riconobbe colpevole di delictis gravioribus per avere abusato di uomini adulti e di giovani sacerdoti nell’arco di diversi decenni [cfr. decreto della Santa Sede].

L’attuale Presidente della Cassazione, oltre a non avere mai ricevuto alcuna formazione giuridica, a suo tempo fu insistentemente proposto e voluto come proprio vescovo ausiliare nel 2001 dal Cardinale Theodore McCarrick.

Con l’allora Arcivescovo di Washington egli visse per sei anni in un appartamento comune, ovviamente – va da sé – senza mai rendersi conto del giro che costui aveva e del genere di vita che conduceva, pur vivendo a suo stretto contatto sotto il medesimo tetto. Cosa questa che ha sollevato a suo tempo le perplessità del Presidente emerito del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, il Cardinale Leo Raymond Burke, che nel 2018 dichiarò:

«Certamente, data la sua evidente vicinanza a McCarrick, è poco verosimile che Farrell non sapesse niente dei suoi atti gravemente peccaminosi» [cfr. QUI].

Insomma: la persona con il pedigree più idoneo per essere nominato presidente della Cassazione delle Stato della Città del Vaticano, affiancato da tre giudici scelti e nominati dal Sommo Pontefice, i Cardinali Matteo Maria Zuppi, Augusto Paolo Lojudice e Mauro Gambetti, anch’essi totalmente privi di formazione giuridica, i quali si sono guardati bene dal rifiutare l’incarico, forse perché convinti che questo pontificato sarà eterno e che nella Chiesa non si aprirà mai uno di quei regolamenti di conti come mai si erano visti prima nella storia?

roba da non credere …

Il Cardinale Kevin Joseph Farrell ha conseguito il titolo primario, o titolo base, in filosofia e teologia presso la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino [Santa Sede: biografia ufficiale].

Il Cardinale Matteo Maria Zuppi ha conseguito anch’esso il titolo di base di baccalaureato teologico e possiede una grande esperienza nell’ambito delle «scuole popolari per i bambini emarginati delle baraccopoli romane, delle iniziative per anziani soli e non autosufficienti, per gli immigrati e i senza fissa dimora, i malati terminali e i nomadi, i disabili e i tossicodipendenti, i carcerati e le vittime dei conflitti» [Santa Sede: biografia ufficiale].

Il Cardinale Augusto Paolo Lojudice, già Vescovo ausiliare di Roma e attualmente Arcivescovo Metropolita di Siena-Colle Val d’Elsa-Montalcino è licenziato in teologia fondamentale [Santa Sede: biografia ufficiale].

Il Cardinale Mauro Gambetti, laureato in ingegneria meccanica, è licenziato in teologia antropologica [Santa Sede: biografia ufficiale].

Nessuno di questi Porporati ha mai svolto studi giuridici e tutti quanti, dal Presidente della Cassazione ai Giudici sono completamente privi di formazione e di cultura giuridica.

Per spirito di emulazione il Governo italiano sta seriamente pensando di nominare Pietro Pacciani presidente della Suprema Corte di Cassazione coadiuvato da Bombolo, Alvaro Vitali e da Tomas Milian detto Er Monnezza.

Come insegna la sapienza greca, è risaputo che dopo la tragedia viene sempre la farsa grottesca.

 

dall’Isola di Patmos, 4 giugno 2023

 

 

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