IL CONCILIO VATICANO SECONDO IL CARDINALE WALTER KASPER, IN UN ARTICOLO CHE È TUTTO UN PROGRAMMA
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Bisogna riconoscere che alcune tesidottrinali del Concilio possono apparire ambigue o avere un certo sapore modernista, ma questa preoccupazione è fugata da un’opportuna interpretazione, qual è stata quella fatta dal Magistero post-conciliare e da autorevoli teologi fedeli alla Chiesa.
In un articolo su LOsservatore Romanodel 12 aprile 2013 sotto il titolo Un Concilio ancora in cammino, [testo QUI] il Cardinale Walter Kasper, ad un mese e poco più la rinuncia del Sommo Pontefice Benedetto XVI e l’elezione del Pontefice regnante, afferma che Paolo VI, nel tentativo di impedire formulazioni proposte da una maggioranza progressista che lo preoccupava, «coinvolse» la minoranza tradizionalista permettendole di introdurre alterazioni nella redazione, che attenuavano o confondevano il senso dei passi modernizzanti.
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Se il Sommo Pontefice si sentì in dovere di moderare l’intervento di questi cosiddetti “progressisti”, dando spazio ai tradizionalisti, vuol dire che egli, col fine intùito del quale era dotato, e col senso di responsabilità del Successore di Pietro, si era accorto della trama in atto e che questi sedicenti e sbandierati progressisti in realtà erano dei criptomodernisti, che con le loro manovre rischiavano di contaminare la purezza della dottrina conciliare.
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il Beato Paolo VI in cattedra durante il Concilio Vaticano II
Paolo VI non era un conservatore e sin quando era Arcivescovo di Milano mostrò di apprezzare un sano ammodernamento della vita della Chiesa e della stessa vita cristiana, un’esigenza, questa, intrinseca al cristianesimo stesso, animato da quello Spirito Santo che rinnova tutte le cose e che conduce la Chiesa nella storia alla pienezza della verità. Dunque se il “progressismo” della detta maggioranza lo preoccupava, vuol dire che si trattava di una falsa promozione del progresso della fede ed una scriteriata assunzione della modernità.
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Il Cardinale Walter Kasper sembra non aver colto la saggezza e la prudenza di questo Sommo Pontefice, oggi beatificato, giacché giunge ad affermare che con l’intervento del Papa «si pagò un prezzo» con delle «formule di compromesso, in cui, spesso le posizioni della maggioranza si trovano immediatamente accanto a quelle della minoranza, pensate per delimitarle». Vale a dire, se capisco bene le parole del Cardinale, che la spinta innovatrice, secondo lui, fu frenata dai conservatori, sicchè essa non poté dare tutto quello che poteva dare. Ma c’è da chiedersi anche se questi “conservatori” non furono poi in fondo in questa circostanza i custodi dell’ortodossia, considerando l’importanza ad essi data da Paolo VI, il quale approvò i loro emendamenti atti a correggere le iniziative dei “progressisti” filo-modernisti.
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Paolo VI in visita apostolica a Venezia, ricevuto dal Patriarca Albino Luciani, che nel 1978 gli succederà al sacro soglio con il nome di Giovanni Paolo I
Secondo l’Autore di questo articolo che suona quasi come un programma attuativo per l’immediato futuro, queste “limitazioni”, delle quali egli parla non modificavano del tutto gli originari testi “progressisti”, cioè ― diciamola con franchezza ― modernisti, ma li lasciavano intatti, limitandosi a star loro accanto in modo incongruo e contradditorio, sottintendendo in modo offensivo nei confronti di Paolo VI l’incapacità di mettere d’accordo i Padri del Concilio.
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L’articolo prosegue spiegando ― e ciò discende logicamente da quanto l’Autore ha detto ― che, in ragione di queste «formule di compromesso», «i testi conciliari hanno in sé un enorme potenziale conflittuale; aprono la porta a una ricezione selettiva nell’una o nell’altra direzione».
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In questo articolo, il Cardinale dichiara inoltre che «neanche la ricezione ufficiale è rimasta ferma. In parte, ha superato il Concilio», come a dire, a quanto pare, che nel Concilio affermazioni ortodosse e moderniste stanno le une accanto alle altre, come se poi il lettore potesse scegliere quelle che preferisce, a meno che non si ponga su di una posizione contraddittoria dando un colpo al cerchio e uno alla botte.
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Paolo VI con il Cardinale Karol Woytila, che nel 1978 succederà a Giovanni Paolo I con il nome di Giovanni Paolo II
In che consiste questo «cammino» del Concilio secondo l’Autore? Sembrerebbe il cammino di un ubriaco che ora pende di qua ora pende di là: un’interpretazione assolutamente irrispettosa e tendenziosa, per cui si resta sorpresi che essa abbia trovato ospitalità in un quotidiano prestigioso come L’Osservatore Romano, che per sua natura dovrebbe riflettere in modo supremamente oggettivo e imparziale gli insegnamenti pontifici, chiarendone o difendendone eventualmente le posizioni, soprattutto se poi si tratta di un evento così importante come il Concilio Vaticano II e la parte che in esso ebbe il Beato Pontefice Paolo VI.
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Con tutto il rispetto dovuto a questo notissimo ed autorevole Porporato, qual è il Cardinale Walter Kasper, che per vent’anni è stato a capo del Dicastero per l’Ecumenismo e gode di gran fama di studioso di cristologia, devo dire che dissento nettamente da questa interpretazione che egli dà delle dottrine conciliari, interpretazione che nega all’evidenza la continuità con la Tradizione, cosa che tutti i Papi, da Giovanni XXIII a Benedetto XVI, hanno insistentemente sostenuto, per limitarci solo a ricordare la famosa formula di Benedetto XVI «progresso nella continuità», dalla quale ho tratto il titolo di un mio approfondito studio sull’argomento, che mi permetto di segnalare al lettore [1].
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Paolo VI impone la berretta cardinalizia all’Arcivescovo di Monaco di Baviera Joseph Ratzinger, che succederà nel 2005 a Giovanni Paolo II
La cosa grave,in sintesi, è che il Cardinale Walter Kasper pare insinui che tra le dottrine del Concilio si siano comunque infiltrate certe tesi neomoderniste che Paolo VI avrebbe voluto impedire, ma alle quali si sarebbe rassegnato lasciandole giustapposte a quelle ortodosse al «prezzo» di «un enorme potenziale conflittuale».
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È la stessa falsa lettura che vien fatta dal Vescovo Marcel Lefèbvre, perché a ben vedere gli estremi si toccano. Il tutto con una differenza: mentre il Cardinale Walter Kasper se ne compiace come di un «progresso» o un «cammino», il Vescovo Marcel Lefebvre se ne dispiace come di smentita della Tradizione. Ma lo sbaglio dei due è comune: vedere nel Concilio un modernismo che non esiste, rifiutando i chiarimenti addotti da tutti i Papi del post-concilio.
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Paolo VI sulla sedia gestatoria, di cui fece uso per l’ultima volta Giovanni Paolo I
Bisogna riconoscere che alcune tesidottrinali del Concilio possono apparire ambigue o avere un certo sapore modernista; ma questa preoccupazione è fugata da un’opportuna interpretazione, qual è stata quella fatta dal Magistero post-conciliare e da autorevoli teologi fedeli alla Chiesa.
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Insistere, come fanno alcuni, nella convinzione che il Concilio contenga passi modernisti equivale a pensare che un Concilio possa sbagliarsi quando tratta di temi attinenti alla fede e alla morale. Il che per un cattolico non ha senso, anche se è vero che il Concilio non contiene nuovi dogmi solennemente definiti. Discutibili semmai potranno essere alcune indicazionipastorali, dove la Chiesa certo non è infallibile, ma comunque sempre meritevole di grande considerazione.
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La tesi del Cardinale Walter Kasper,secondo la quale le dottrine del Concilio comporterebbero una semplice giustapposizione malcelata o rattoppata tra opposte tesi contraddittorie, tradizionali e moderniste, è assolutamente insostenibile, perché equivarrebbe ad accusare il Concilio di eresia, dato il carattere ereticale del modernismo; e ciò sarebbe il segno che Paolo VI non riuscì a impedire comunque la presenza del modernismo nel Concilio, che tanto e giustamente lo preoccupava, benchè egli non fosse affatto notoriamente un arretrato conservatore.
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Paolo VI, serve il pranzo ai bambini vincitori del concorso per il più bel presepe, 30 gennaio 1966
Se il Concilio ha uno stile pastorale e non un tono definitorio anche negli insegnamenti dogmatici, ciò non autorizza nessuno a prenderli sottogamba negando la loro infallibilità, perché nel giudicare dell’autorevolezza di un insegnamento della Chiesa non si deve badare tanto a come insegna ma a che cosa insegna.
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La definizione solenne è una modalità rarissima dell’insegnamento magisteriale, per cui non si deve prendere a pretesto il fatto che questo stile manca nel Concilio, per accusarlo di errore o di modernismo o di rottura con la Tradizione. Anche quando Cristo insegnava seduto in una barca o a tavola con suoi e non nel tempio, si trattava sempre della Parola di Dio da accogliere con fede.
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È vero che Paolo VI, dopo il Santo Pontefice Giovanni XXIII, permise al Concilio la presenza di Karl Rahner e di altri criptomodernisti. Fece bene? Fece male? È difficile giudicare. Sta comunque di fatto che, come risulta dagli studi che sono stati fatti sul contributo di questi periti, essi nell’assemblea conciliare offrirono un contributo innovatore ma sostanzialmente nei limiti dell’ortodossia. E come avrebbe potuto essere diversamente?
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Paolo VI, 7 dicembre 1965, atto di chiusura del Concilio Ecumenico Vaticano II
È dopo il Concilio che Rahner, con sorprendente baldanza, senza essere purtroppo censurato dall’Autorità Ecclesiastica, dette sfogo indisturbato e con grande astuzia alle sue tendenze moderniste. Ma siccome egli si era ormai acquistato un prestigio mondiale, persino tra i vescovi, anche il Papa dovette fare buon viso a cattivo gioco.
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Bisogna precisare che è vero che al Concilio vi fu uno scontro fra un tradizionalismo retrivo e un cripto modernismo, che si paludava di veste progressista, per ottenere un lasciapassare; ma occorre anche dire che questo confronto ― che in alcune circostanze assunse toni aspri e drammatici e preoccupò profondamente Paolo VI ―, ebbe termine, grazie a Dio, con accordi finali votati a larghissime maggioranze e certo di tono progressivo. Il Concilio è stato un Concilio profondamente innovatore, ma non assolutamente modernista, quale temeva il Papa, il quale era notoriamente nella linea progressista maritainiana ma assolutamente per niente favorevole al modernismo, che è notoriamente un’eresia condannata dal Santo Pontefice Pio X.
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Parlare dunque di «enorme potenziale conflittuale» è un’offesa gravissima fatta alla sapienza soprannaturale delle dottrine del Concilio, quasi ci trovassimo davanti a dei pateracchi politici o ai conflitti della dialettica hegeliana, ed è quindi fraintendere completamente i risultati equilibrati e coerenti dei dibattiti conciliari, dove, grazie all’assistenza dello Spirito Santo, i Padri, giunti ad un fraterno accordo, hanno saputo offrirci una conoscenza più avanzata della Parola di Dio senz’alcuna impensabile rottura o contraddizione col patrimonio dottrinale precedente il Concilio.
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Paolo VI, riceve in omaggio una colomba bianca
Trovare qui delle contraddizioni vuol dire misconoscere alla radice la sapienza e la elevatezza di queste dottrine, vera luce per il nostro tempo, segnali indicatori del cammino che oggi deve fare la Chiesa per confrontarsi col pensiero moderno ed aumentare il numero dei suoi figli. Non si tratta quindi di fare nessuna «recezione selettiva nell’una o nell’altra direzione», ma di prendere un’unica direzione, con ovvia possibilità di scelte particolari, risultante dall’armoniosa confluenza di fedeltà e progresso: quella che ci è indicata appunto dai documenti del Concilio nella loro autentica interpretazione, che i Papi del post-concilio non si stancano da cinquant’anni di proporre a tutta la Chiesa per il bene e il progresso della Chiesa e di tutti gli uomini di buona volontà.
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Chi crede di dover scegliere nel Concilio tra un tradizionalismo e un criptomodernismo non ha capito niente dell’insegnamento del Concilio ed è solo un fautore di divisioni all’interno della Chiesa.
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Paolo VI, immagine dell’anzianità, anno 1977
La recezione ufficiale del Concilio certamente non è rimasta ferma e ha in certo senso superato il Concilio, ma non nel senso inteso dal Cardinale Walter Kasper, ossia oscillando tra due tesi opposte e lasciando scegliere di volta in volta fra l’una e l’altra a seconda delle convenienze, ma bensì approfondendo questa saggia sintesi di modernità e tradizione.
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Non so quanto questa interpretazione del Concilio data dal Cardinale Walter Kasper, che sembra fatta apposta per attizzare il fuoco delle polemiche tra opposti estremismi, possa servire a quel dialogo tra credenti, al quale tuttavia egli si è dedicato con tanto zelo per tanti anni. Le dottrine dei Concili, come dice la stessa parola Concilio: conciliare, hanno sempre avuto nella Chiesa è un’importante funzione pacificatrice e conciliatrice; e l’ultimo Concilio, purchè ben interpretato e ben inteso, non viene meno a questa funzione provvidenziale.
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19 ottobre 2014, l’arazzo scoperto sotto la loggia centrale della Papale Arcibasilica di San Pietro per la beatificazione del Sommo Pontefice Paolo VI
Certo, il Magistero della Chiesa anche oggi è in movimento, ma non per smentire la verità di fede precedentemente insegnata, ma bensì per guidarci maternamente ed infallibilmente ad un sempre suo maggiore approfondimento nel solco della tradizione e con lo sguardo a mète sempre più avanzate nel cammino verso il regno di Dio e la pienezza della verità.
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In certo senso alcune indicazioni del Concilio sono superate, non però che siano state abbandonate, ma nel senso che sono vissute meglio e più santamente in conformità alle nuove situazioni che non esistevano all’epoca del Concilio, ma sempre ovviamente in continuità col patrimonio immutabile di fede consegnato da Cristo una volta per sempre alla Chiesa da trasmettere inalterato a tutta l’umanità fino alla fine dei secoli.
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Varazze, 22 marzo 2017
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[1]PROGRESSO NELLA CONTINUITÀ. LA QUESTIONE DEL CONCILIO VATICANO II E DEL POSTCONCILIO,Fede&Cultura, Verona 2011.
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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2014/10/cavalcoli56.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Padre Giovannihttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngPadre Giovanni2017-03-24 02:08:462021-04-20 19:50:10Il Concilio Vaticano secondo il Cardinale Walter Kasper, in un articolo che è tutto un programma
RIGUARDO IL FALSO PROFETA ENZO BIANCHI: « DISOBBEDIRE A CERTI VESCOVI È DOVEROSO, SALVO CADERE NELLE GIUSTIFICAZIONI DEI NAZISTI AL PROCESSO DI NORIMBERGA »
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Non amo dare dei codardi ai miei Confratelli Sacerdoti. Se però lo faccio, ciò può avvenire solo in caso davvero estremo, mosso nella mia accusa da profondo e straziante dolore. Detto questo devo prendere doloroso atto che la codardia, all’interno del nostro Clero, ha ormai da tempo superato ogni limite di guardia, adesso vi spiego perché …
Enzo Bianchi, Cattedrale di Fidenza, presentato come “Padre“, forse … Padre della Fede ?
Se esiste un’ipotesi che nessun Presbìtero si augura possa mai divenire realtà, è quella di rifiutare in modo deciso l’obbedienza al proprio Vescovo. Per qualsiasi buon Sacerdote risulterebbe infatti più facile affrontare la morte, animato dalla certezza di fede nella vita eterna e nella risurrezione dei morti. Dalla disobbedienza al Vescovo può infatti nascere solo la certezza della morte ecclesiale, con questa grave conseguenza: recare grave danno alla Chiesa di Cristo con conseguente smarrimento e scandalo nei Christi fideles.
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Anche se oggi la Chiesa di Cristo pare sospinta verso la trasformazione in una multinazionale dedita al buonismo, all’ecumenismo, all’ecologismo, con tutte le sue fabbriche interne di melassa e di miele di bassa qualità, con i massoni che d’improvviso si sono scoperti papisti e con i membri del satanico Partito Radicale che d’improvviso si sono innamorati del Vaticano e che non minacciano più un referendum per chiedere l’abolizione dell’Otto per Mille alla Chiesa Cattolica, resta pacifico che pure al più incolto e ignorante dei Presbìteri, è chiaro che nella Chiesa particolare il Vescovo incarna il Cristo che regge tutte le membra vive che formano il Corpo della Chiesa. Noi siamo infatti il Corpo Mistico di Cristo, non una istituzione filantropica dedita all’assistenza sociale, perchè come dice il Verbo di Dio: « … quale merito ne avete ? Non fanno così anche i pagani ?» [cf. 5, 38-48]. E nella definizione «pagani» possiamo leggere sia i massoni infiltrati nella Chiesa, sia i satanici radicali convinti che ormai, a breve, la Chiesa “si converta del tutto” e che dichiari finalmente l’aborto una grande conquista sociale, l’eutanasia un atto di carità cristiana, l’omosessualismo un modo del tutto naturale di amare. Tutto questo senza che molti dei nostri vescovoni e cardinaloni si rendano conto che il Diavolo, quando ci accarezza, non lo fa perché è buono e ci ama, ma solo perché vuol rubarci l’anima e portarci con sé all’Inferno, che esiste e che non è affatto vuoto.
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Anche il più superficiale dei Presbìteri, quando in modo svogliato e frettoloso celebra il Sacrificio Eucaristico della Santa Messa, sbrigandosi velocemente perché dopo ha cose “più importanti” da fare ― tipo assistere i profughi o partecipare a un incontro “ecumenico” con la locale sètta degli eretici Pentecostali ―, sa bene di celebrare in comunione col suo Vescovo, a sua volta in piena e perfetta comunione col Vescovo di Roma.
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Enzo Bianchi, Cattedrale di Arezzo
Nel canone della Santa Messa, i nomi del Sommo Pontefice e del Vescovo della Diocesi non sono nominati per ricordare ai presenti chi siede al momento sulla cattedra di Pietro e chi sulla cattedra episcopale della Chiesa particolare, anche perché le parole pronunciate dal celebrante sono molto chiare: «Ricordati Padre della tua Chiesa diffusa su tutta la terra, rendila perfetta nell’amore in comunione con il nostro Papa Francesco, il nostro Vescovo …». E in questa frase recitata dal Celebrante sul Corpo e Sangue di Cristo deposti sull’altare, è racchiusa l’essenza dell’obbedienza, unita ad un’ovvia consapevolezza: il Sacerdote celebra sempre l’Eucaristia in comunione col Vescovo, perché la validità di tutte le Eucaristie celebrate nella Diocesi, dipendono dalla validità dell’Eucaristia celebrata dal Sommo Sacerdote, il Vescovo.
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Enzo Bianchi, Diocesi di Civita Castellana
Durante il solenne atto sacramentale della consacrazione sacerdotale, dinanzi al presbitèrio ed al Popolo di Dio radunato nella Chiesa, noi tutti abbiamo risposto liberamente e coscientemente «si» ad una domanda molto chiara e precisa rivolta dal Vescovo: «Prometti a me e ai miei successori filiale rispetto e obbedienza?». Se pertanto vengono meno rispetto e obbedienza nei confronti del Vescovo, decade nel Presbìtero il sensus Ecclesiae, col rischio che appresso decada in esso anche il sensus fidei. E se nel Presbìtero decade l’obbedienza dovuta al Vescovo, in quel caso viene a mancare il principio di quella comunione sulla quale la Chiesa si fonda e si regge, con una conseguenza molto grave: l’Eucaristia celebrata dal Presbìtero che disubbidisse al Vescovo, dalla cui Eucaristia celebrata dipende la validità di tutte le Eucaristie celebrate nelle sua Chiesa particolare, in base alla gravità del caso rischia di essere una sacra celebrazione valida ma illecita. E detto questo è bene ricordare che il Presbitero non ha “il potere” di celebrare la Santa Messa o “il potere” di amministrare i Sacramenti, lo dimostra il fatto che noi Sacerdoti riceviamo dal Vescovo “la facoltà” di celebrare la Santa Messa, di amministrare confessioni e di predicare, non riceviamo un “potere irrevocabile” e tanto meno a “titolo personale”. E le facoltà a noi conferite e concesse, come dal Vescovo sono date, dallo stesso Vescovo possono essere revocate.
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Adesso è necessario intendersi su cosa realmente sia l’obbedienza,ma soprattutto su che cosa si fonda. La nostra obbedienza nasce dalla fede che prende vita dalla libertà dei figli di Dio benedetti dall’accoglimento delle sue azioni di grazia santificante. L’obbedienza non può né deve svilupparsi da un istinto irrazionale, ma solo dalla ragione. Ce lo insegna il Santo Dottore della Chiesa Anselmo d’Aosta: «Fides quaerens intellectum » [la fede richiede la ragione] e viceversa «Intellectus quaerens fidem » [l’intelletto richiede la fede]. Pertanto, l’obbedienza cristiana, esiste solo in relazione alla fede, ad una fede che richiede la ratio, per parafrasare la celebre enciclica di San Giovanni Paolo II: Fides et ratio.
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Il rapporto tra ragione e volontà umana, sta quindi alla base del principio stesso di obbedienza nella fede, che è obbedienza razionale, non irrazionale, tanto che la ragione umana è norma della volontà, come insegna San Tommaso d’Aquino:
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«La ragione umana è norma della volontà, di cui misura pure il grado di bontà, per il fatto che deriva dalla legge eterna, che si identifica con la stessa ragione divina […] È quindi chiaro che la bontà della volontà umana dipende molto più dalla legge eterna che non dalla ragione umana» [Summa Theol., I-II, q. 19, a. 4; cf a. 9]
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Enzo Bianchi, Diocesi di Assisi, Papale Basilica di Santa Maria degli Angeli
Il Presbìtero deve al Vescovo filiale rispetto e obbedienza perché costui è rivestito per mistero di grazia di quella pienezza del sacerdozio apostolico attraverso la quale è stato istituito legittimo custode del deposito della fede e della Legge Divina.
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In questo complesso discorso si inserisce anche quello della coscienza cristiana, quindi della coscienza sacerdotale, che è cosa del tutto diversa dalla coscienza modulata secondo il caso, o secondo la convenienza, o peggio quella a intermittenza propagata nell’ultimo mezzo secolo dai sociologismi e dai teologismi di molti membri della Compagnia delle Indie, già Compagnia di Gesù di Sant’Ignazio di Loyola. La coscienza cristiana è infatti quella che in poche e lapidarie parole è sintetizzata dal Beato John Henry Newman:
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«La coscienza non consiste […] in un desiderio di essere coerenti con se stessi; essa è un messaggero che viene da Colui che, tanto nella natura che nella grazia, ci parla quasi attraverso un velo e ci ammaestra e ci guida col mezzo dei suoi rappresentanti. La coscienza è un vicario aborigeno, il primo fra tutti, di Cristo, un profeta delle sue informazioni, un monarca nei suoi ordini, un sacerdote nelle sue benedizioni e nei suoi anatemi; ed anche se l’eterno sacerdozio che si trova incarnato nella Chiesa potesse cessare di esistere, nella coscienza permarrebbe il principio sacerdotale ed avrebbe il predominio » [cf. Lettera al duca di Norfolk, c. 5].
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Chiarito che il Presbìtero esercita il sacro ministero sacerdotale in comunione col Vescovo e che non può mai esercitarlo a prescindere dal Vescovo e dalla sua autorità apostolica, il problema che a noi si pone è il seguente: cosa accade quando il Vescovo, anziché mostrarsi attento custode e difensore della fede, pone invece a serio rischio l’integrità e la custodia della fede ?
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Passiamo agli esempi concreti: i Vescovi empi che invitano il Signor Laico Enzo Bianchi a predicare nelle loro cattedrali ai propri fedeli, o peggio a tenere corsi di formazione e ritiri spirituali al proprio clero, si rivelano in tutto e per tutto dei Pastori indegni, come quelli verso i quali tuonava il Profeta Ezechiele:
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«Guai a voi pastori […] non avete reso la forza alle pecore deboli, non avete curato le inferme, non avete fasciato quelle ferite, non avete riportato le disperse. Non siete andati in cerca delle smarrite, ma le avete guidate con crudeltà e violenza. Per colpa del pastore si sono disperse e son preda di tutte le bestie selvatiche: sono sbandate» [cf. Ez 34, 4-5].
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Enzo Bianchi, Diocesi di Padova
Pastori empi, questi Vescovi,perché invitano il lupo dell’eresia dentro i loro ovili. Infatti, Enzo Bianchi, come dimostrano ore e ore di pubblici filmati e di registrazioni di sue conferenze e lectiones pubbliche, brulica eresie cristologiche, pneumatologiche ed ecclesiologiche come un fiume in piena. Da mesi la redazione de L’Isola di Patmos è impegnata a studiare e raccogliere materiali costituiti perlopiù da “sermoni” pubblici tenuti dal Bianchi anche all’interno delle chiese cattedrali delle varie diocesi italiane dinanzi a Vescovi compiacenti, riguardo ai quali possiamo solo chiederci sconsolati: sono forse, costoro, custodi del deposito della fede? Non possiamo che rispondere decisamente: no! Perché un Vescovo che persino all’interno della propria cattedrale offre tribuna per il florilegio di simili eresie, null’altro è che un povero funzionario in carriera afflitto da una mediocrità tale da renderlo incapace a fare memoria dei fondamenti basilari del Catechismo della Chiesa Cattolica.
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Quando un Vescovo invita un eretico a parlare ai propri Presbìteri ed al Gregge a lui affidato da pascere e custodire; quando un Vescovo è a tal punto ignorante da non distinguere neppure una clamorosa eresia cristologica enunciata sotto le navate della sua chiesa cattedrale … ebbene, questo Vescovo, nel caso specifico testè enunciato, non va mai e in alcun caso ubbidito. E non va ubbidito perché il primato dell’obbedienza nella fede spetta alla coscienza cristiana, all’interno della quale ogni battezzato racchiude e conserva per mistero di grazia il naturale sensus fidei, assieme al senso naturale del bene e del male.
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… ancora: Diocesi di Padova, dove stavolta scopriamo persino “Padre” Enzo Bianchi …
Nessun Vescovo, in nome della propria apostolica autorità, o peggio in nome di quel devastante e distruttivo autoritarismo tipico dei mediocri al potere, può far passare il bene per male, né può definire l’eresia come “gran respiro spirituale”, com’ebbe a dire un Vescovo sciagurato dentro la sua Chiesa cattedrale all’interno della quale il Bianchi aveva appena negato attraverso le sue eterodossie il mistero del peccato originale, con una confusa esegesi biblica basata in parte sulle teorie di Rudolf Bultmann, in parte sui peggiori criteri storicisti.
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È assolutamente sbagliato,dinanzi a situazioni di siffatta gravità, cercare di cavarsela dicendo: «Se il Vescovo mi ordina o mi impone qualche cosa di sbagliato, io eseguo l’ordine, pur consapevole che si tratta di un comando errato, poi, con Dio, se la vedrà lui». Questa e altre affermazioni simili non sono manifestazione di specchiata virtù sacerdotale, al contrario sono nefasta e peccaminosa pavidità. O per dirla con un esempio: un Vescovo non può comandare ai propri Presbìteri di accompagnare per dovere di “carità cristiana” delle donne ad abortire. E il Presbìtero che dinanzi a un fatto simile reagisse dicendo: «So che è sbagliato, ma il Vescovo me lo ha comandato, quindi io eseguo l’ordine, poi a Dio ne risponderà lui», forse non tiene conto — o meglio gli fa comodo per quieto vivere non tenere conto — che in nome di alcuna obbedienza si può accondiscendere ad un turpe peccato, perché ciò farebbe di noi non solo dei complici, ma dei peccatori responsabili tanto e quanto lo è colui che ha dato un comando empio contro la Legge Divina.
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Non amo dare dei codardi ai miei Confratelli Sacerdoti.Se però lo faccio, ciò può avvenire solo in caso davvero estremo, mosso nella mia accusa da profondo e straziante dolore. Detto questo devo prendere doloroso atto che la codardia, all’interno del nostro Clero, ha ormai da tempo superato ogni limite di guardia, vi spiego perché …
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Diocesi di Faenza-Modigliana, Enzo Bianchi
… da anni, a proposito del Signor Enzo Bianchi,noi Padri de L’Isola di Patmos riceviamo lettere e messaggi privati da vari Sacerdoti italiani che lamentano la onnipresenza dell’illustre bosiano a incontri promossi dai loro Vescovi, ma soprattutto sono costretti a doverselo sorbire come invitato a tenere corsi di aggiornamento o ritiri spirituali al Clero. Inutile dire che la gran parte dei Presbìteri, in particolare quelli con quaranta o cinquant’anni di esperienza pastorale alle spalle, mal digeriscono che il laico Enzo Bianchi sia invitato dai loro Vescovi per istruirli e formarli su come essere buoni pastori, su come esercitare il sacro ministero, sul come fare liturgia, su come fare più generalmente Chiesa. E devo dire che i messaggi e le lettere private a noi indirizzate da questi Presbìteri sono sempre molto addolorate e contenenti racconti di non lieve gravità, vale a dire le svariate eresie enunciate dal Bianchi, con tutte le sue relative e conclamate punte gnoseologiche del caso.
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Siccome a chi domanda si risponde, la mia risposta di sempre è stata la seguente: «Caro Confratello, la cosa è molto semplice: ai simposi promossi dal tuo Vescovo col Bianchi, tu non ci vai, punto e basta». Diversi di questi Confratelli mi hanno risposto che il loro Vescovo, alla successiva assemblea del clero, aveva pubblicamente redarguito quelli che non erano andati. Pronta anche in questo caso la mia risposta: «E perché, dinanzi a un pubblico richiamo ingiusto, tu non gli hai risposto avanti a tutti che lui non può abusare delle propria autorità apostolica per imporre ai suoi Presbìteri di andare a udire le stoltezze di un eretico?». Ma è proprio qui che nasce il vero dramma …
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Diocesi di Roma, Enzo Bianchi
… alcuni Confratelli mi hanno risposto che il Vescovo non avrebbe esitato, per ritorsione, a togliergli la parrocchia; altri mi hanno detto che tenevano nella casa canonica i loro anziani genitori ammalati e che non potevano correre il rischio di essere spostati in qualche cappellania, senza più un adeguato alloggio per tenersi vicino a sé i genitori anziani e ammalati; altri mi hanno risposto con il classico «… e chi me lo fa fare, tanto non cambierò certo io le cose».
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A questi Confratelli pronti a fulminare il Bianchi nel nascondimento delle loro sacrestie, unico luogo dove sono capaci a prendere pro tempore sembianze da leoni, od a lamentarsi di lui in messaggi privati o nella segretezza del foro interno, debbo ricordare che a nessuno può essere imposto l’eroismo, però, essere un Sacerdote in cristiana linea con i principi basilari della cattolica coerenza, questo è sì un obbligo. Se pertanto un Sacerdote, per la tutela della propria posizione, della propria tranquillità e dei propri interessi privati, soprassiede pavido su ciò che egli sa essere gravemente sbagliato sul piano dottrinale e pastorale, si rivelerà in tal modo un sacerdote non in grado ― oltre che indegno ― di celebrare il Triduo Pasquale. E se proprio lo celebra, dovrebbe farlo con la consapevolezza che lo stile del suo sacerdozio è tutto racchiuso nel Vangelo della Passione all’interno di una frase ben precisa: «Allora, tutti i discepoli, abbandonatolo fuggirono» [cf. Mt 26,56].
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Arcidiocesi di Lyon, Enzo Bianchi ospite nella chiesa cattedrale
Più grave dello spirito codardo è sicuramente quello mosso da quell’interesse privato che genera in taluni Sacerdoti il timore che mettendosi contro il Vescovo che sbaglia in modo grave a porre in cattedra dinanzi ai suoi Presbìteri un eretico, possano rischiare di non giungere alla prestigiosa arcipretura cittadina alla quale agognano, o di non essere nominati canonici del capitolo metropolitano, o di non ricevere in premio la fascetta da monsignore, o di non essere messi a capo di un ufficio di curia, o di essere esclusi da qualche terna per la candidatura all’episcopato. Questo genere di Presbìteri mossi da interessi così meschini, sono peggiori assai dei codardi, posto che talvolta, la codardia, può nascere da limiti puramente caratteriali del tutto indipendenti dalla volontà, mentre invece rientra nella studiata e premeditata volontà la scelta di vivere un sacerdozio di comodo all’interno del quale si mira a raggiungere e ottenere il massimo col minimo sforzo, ma soprattutto senza correre rischi. Inutile dire che questo secondo genere di Sacerdoti, col loro modo di vivere e agire ci dimostrano in qual misura, i martiri della fede, siano soltanto una via di mezzo tra degli idealisti strampalati e dei poveretti che non hanno mai capito nella loro vita come funzionano le cose a questo mondo, ed in che modo bisogna invece essere scaltri e falsi per ottenere i benefici massimi col minimo sforzo.
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Poi ci sono i seminaristi inviati obbligatoriamente dai loro Vescovi a fare ritiri nella confusa comunità multi-religiosa di Bose prima delle loro sacre ordinazioni diaconali e presbiterali. Diversi di loro hanno lamentato questo dovere coatto, spiegando la totale mancanza di stima da essi nutrita verso il Bianchi. Anche in questo caso la mia risposta è stata semplice e chiara: «Non ci andare, rifiutati!». Ma ecco che il seminarista, candidato a diventare solo per questo un pessimo sacerdote, prontamente risponde: «Se non ci vado, il Vescovo non mi ordina». E dinanzi a questa “giustificazione” che non è una giustificazione, bensì la cronaca di una morte sacerdotale annunciata, più volte ho replicato: «Sappi che al posto tuo io non mi farei proprio ordinare, da un Vescovo che prima di farti diacono ti obbliga ad andare ad abbeverarti presso quella fonte di eresie».
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Arcidiocesi di Milano, Enzo Bianchi
A questi Sacerdoti lamentatori eterni in privato, ma complici e sostenitori dell’errore e dello scandalo in pubblico, possiamo solo ricordare ciò che risposero a uno a uno i nazisti posti sotto interrogatorio presso il Tribunale di Norimberga. Dinanzi alle atrocità del Nazismo si giustificarono rispondendo che in quei momenti erano dei militari in guerra e che come tali avevano solo ubbidito a degli ordini superiori.
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Inutile ricordare le condanne che ebberoe la fine che fecero questi zelanti e ciechi obbedienti ad ordini superiori, grazie a quali fu possibile la realizzazione di alcuni tra i peggiori crimini contro l’umanità. Perché il crimine contro l’umanità, diversamente da una azione di guerra in cui possono anche perdere la vita degli innocenti, non è mai giustificabile dietro al paravento di un ordine ricevuto, perché non esiste ordine superiore che possa totalmente inibire la coscienza sino a spingere l’essere umano a farsi fedele esecutore dei peggiori crimini contro l’umanità.
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Pertanto, Venerabili Confratelli lamentatori in privato, sappiate anzitutto che l’eresia è il peggiore crimine contro la fede e che a fronte di tutto questo, il giudizio di Dio su di voi sarà particolarmente severo, perché voi siete colpevoli di assistere passivamente alle verità della fede gasate da certi vostri Vescovi e poi dagli stessi incenerite dentro i forni crematori, ma sentendovi pur malgrado con la “coscienza” a posto, perché avete solo ubbidito a un ordine superiore, proprio come i criminali nazisti processati alle sbarre del Tribunale di Norimberga, che alla domanda: «Lei ammette di avere guidato e rinchiuso per due anni migliaia di esseri umani dentro le camere a gas?». Con incredibile freddezza rispondevano: «Si, l’ho fatto, ma non per mia scelta e volontà, ma solo perché ho ubbidito a degli ordini superiori».
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Diocesi di Foggia, Enzo Bianchi
Vi sia pertanto di monito la frase del Vangelo che tutti voi avete letto e predicato in vari periodi dell’anno liturgico: «A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più» [cf. Lc 12, 39-48]. E, come ben sapete, alle nostre indegne mani Cristo ha affidato il mistero del Suo Corpo e del Suo Sangue, alla nostra custodia e protezione ha affidato la sua Santa Chiesa.
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Segue adesso l’elenco dettagliato dei Vescovi che hanno invitato dal febbraio sino all’ottobre 2017, il cattivo maestro Enzo Bianchi nelle loro Diocesi e chiese cattedrali [cf. QUI]. L’invito che rivolgiamo ai Confratelli Sacerdoti che non vogliano fare la fine dei nazisti alle sbarre del Tribunale di Norimberga, è quello di non giocare ai leoni da sacrestia in privato ed ai pavidi che ubbidiscono a ordini superiori in pubblico; ed a quanti di loro è caro e prezioso il mistero della Rivelazione ed il deposito della fede cattolica, non esitino a disertare questi incontri, evitando di partecipare a simposi nei quali questo eretico è celebrato come ospite d’onore da diversi vescovi stolti ed empi, che agendo a questo modo spingono il deposito della fede verso le camere a gas e poi verso i forni crematori.
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Spero altresì— e ciò per loro, non per me che non aspirando a una veste rossa sono per grazia di Dio libero — che taluni Vescovi si guardino bene dal tuonare allo spirito «intollerante» e «aggressivo» da parte mia, giacché a loro dire «nella Chiesa convivono da sempre opinioni diverse» (!?). L’eresia non è una libera opinione diversa, è una lancia sul costato di Cristo, un attentato al Mistero della Rivelazione, quindi a quella fede di cui i Vescovi sono supremi custodi, non certo opinionisti opinabili, secondo le mode, i vezzi ed i malvezzi di questo mondo. Pertanto, ai Vescovi che non tutelano la verità dall’errore, ma che anzi invitano nelle loro chiese cattedrali coloro che il veleno dell’errore lo diffondono, è cosa doverosa, giusta, santa e meritoria ― nel caso specifico e solo nel caso specifico ― di non ubbidire, mai !
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Dal febbraio all’ottobre 2017, Enzo Bianchi sarà ospite e relatore nelle Diocesi dei seguenti Vescovi :
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S.E. Mons. Riccardo Fontana, Vescovo di Arezzo
S.E. Mons. Gabriele Mana, Vescovo di Biella
S.E. Mons. Alberto Silvani, Vescovo di Volterra
S.E. Mons Claudio Cipolla, Vescovo di Padova
S.E. Mons. Gianfranco Agostino Gardin, Vescovo di Treviso
S.E. Mons. Corrado Lorefice, Arcivescovo Metropolita di Palermo
S.E. Mons. Erio Castellucci, Arcivescovo Metropolita di Modena
S.E. Mons. Erminio Descalzi, Vescovo ausiliare di Milano
S.E. Mons. Enrico Dal Covolo, SDB, Magnifico Rettore dell’Università Lateranense
S.E. Mons. Gabriele Mana, Vescovo di Biella
S.E. Mons. Gianni Ambrosio, Vescovo di Piacenza
S.E. Mons. Piergiorgio De Bernardi, Vescovo di Pinerolo
S.E. Mons. Giovanni Scanavino, Vescovo emerito di Orvieto
S.E. Mons. Andrea Migliavacca, Vescovo di San Miniato
S.E. Mons. Roberto Filippini, Vescovo di Pescia
S.E. Mons. Arrigo Miglio, Arcivescovo Metropolita di Cagliari
S.E. Mons. Italo Castellani, Arcivescovo di Lucca
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POSTILLA
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Quando presso la Santa Sede supplicai chi di dovere di non promuovere alla dignità episcopale il Presbìtero pisano Roberto Filippini, oggi Vescovo di Pescia, già noto a Pisa come il maestro dell’abuso liturgico e della più spinta e distorta idea di ecumenismo e di dialogo interreligioso, ovviamente non mi dettero ascolto. Il manifesto dell’Ufficio Culturale della Diocesi di Pescia qui riprodotto [cf. QUI], dimostra quali siano stati i risultati: la adulterazione e la falsificazione del Concilio Vaticano II, il quale affermando «La Chiesa in cammino verso la meta è chiamata da Cristo a una continua riforma», non intende dire che i cattolici debbano essere spinti da certi loro Vescovi ad abbracciare la pseudo “riforma” di Martin Lutero. Questo eresiarca tedesco non ha proprio riformato niente, ha solo rotto in modo drammatico la comunione della Chiesa attraverso l’eresia e la ribellione a Pietro istituito dal Verbo di Dio come Vicario di Cristo sulla terra, unico e legittimo custode della integrità del suo Corpo Mistico della Chiesa una, santa cattolica e apostolica, nella quale non sono affatto contemplate dal Mistero della Rivelazione una “molteplicità” di “chiese”, perché Cristo, sulla terra, ha fondato una sola e unica Chiesa affidata a Pietro ed agli Apostoli. Questa è la nostra fede, questa è la fede che è nostro dovere diffondere, proteggere e tutelare.
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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2014/10/Patmos1.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Padre Arielhttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngPadre Ariel2017-03-15 15:22:182017-03-24 15:23:41Riguardo il falso profeta Enzo Bianchi: «disobbedire a certi Vescovi è doveroso, salvo cadere nelle giustificazioni dei nazisti al Processo di Norimberga»
ENZO BIANCHI E IL VIOLINO TZIGANO : I FALSI PROFETI E LE LORO SVIOLINATE AL SOMMO PONTEFICE
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Quanto poi il Papa sia personalmente misericordioso e liberatore, questo è un discorso diverso. Certamente, ha compiuto molti gesti significativi verso i poveri, gli sfruttati, i piccoli, gli emarginati, le famiglie ferite, gli anziani, i malati, gli immigrati; ma ci si può chiedere quanta misericordia usi verso i fedeli turbati e scandalizzati dagli eretici, dai modernisti e da falsi profeti, o se non scambi per misericordia l’eccessiva benevolenza nei confronti dei nemici della Chiesa, o quanta misericordia ― o se ci sia misericordia ― in certi suoi interventi verso persone, prelati, teologi o istituti tutto sommato benemeriti e fedeli alla Chiesa, magari da lunga data.
In questa giornaliera gara al chi le spara più grosse da parte di non pochi e autorevoli membri dell’Episcopato e della Curia Romana, i Padri de L’Isola di Patmos hanno avviata la rubrica «Difendere il Santo Padre dai cattivi amici», dedicata a smentire una serie di noti modernisti, che, da qualche tempo, si stanno succedendo, con ritmo serrato, sulla passerella loro offerta dai grandi mass-media, per lavorare alla demolizione della Chiesa. Questa volta è di turno Enzo Bianchi, intervistato da Bruno Quaranta ne La Stampa del 14 febbraio scorso [vedere testo intervista QUI]. Questi personaggi sembrano aver concordato tra di loro un piano per adulare e strumentalizzare il Papa in un modo subdolo per gli inesperti, ma smaccato per gli esperti, per cui il cattolico fedele al Papa, che apre gli occhi davanti a queste manovre, prova sdegno e ripugnanza per simili piaggerie, che non fanno altro che il danno della Venerabile Persona del Santo Padre, da loro esaltata in modo così smodato, come facevano i cortigiani degli antichi imperi orientali.
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Punto centrale dell’intervista è il confronto che Bianchi fa tra l’attuale Pontefice e San Giovanni Paolo II. L’elemento di confronto è il tema delicatissimo e importantissimo della libertà. Sappiamo noi cattolici quanto per noi è preziosa la libertà. È la vocazione stessa del cristiano: «Fratelli, siete stati chiamati a libertà» [Gal 5,13]. Ma ecco subito la precisazione: « […] purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate al servizio gli uni degli altri» [v.13]. Si comprende allora quanto sia arduo e delicato, quale saldezza ed oculatezza di criteri di giudizio, quanta finezza di giudizio, quante informazioni, quante verifiche, quanta prudenza, quale discernimento, quante precisazioni siano necessarie, per giudicare un Papa in relazione alla grande, vitale questione della libertà, così strettamente legata al destino dell’uomo, alla storia della Chiesa e all’essenza stessa del cristianesimo.
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Enzo Bianchi in visita al Sommo Pontefice Giovanni Paolo II
Enzo Bianchi, invece, non trova nessuna difficoltà a catalogare in modo categorico, tranchant, con la massima disinvoltura e il più incredibile semplicismo, in tema di libertà, l’intera figura e vicenda di due Pontefici, San Giovanni Paolo II e l’attuale, con l’opporli l’uno all’altro in maniera plateale e radicale; il primo, incastrato nella totale negatività: «la chiusura nella Chiesa, impermeabile qual era alla libertà», dunque un dittatore della risma di Stalin, di Hitler o di Ivan il Terribile; il secondo, innalzato alle stelle: «con lui la libertà si è riconciliata con la Chiesa», come se prima di Papa Francesco la libertà nella Chiesa non esistesse. Chissà se Papa Francesco ha telefonato a Bianchi scongiurandolo di non dire simili sciocchezze.
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Queste due uscite sulla relazione dei due Papi con la libertà denotano in Bianchi la totale assenza di discrezione nel giudicare due grandi personalità, quali sono due Sommi Pontefici, dei quali uno è un Santo canonizzato, che viene offeso con un insulto di estrema gravità, quale non potrebbe lanciargli il peggiore dei massoni o dei comunisti, mentre l’altro, ancora in vita, non può, nella sua umiltà e nel suo buon senso, non sentirsi in imbarazzo nel sentirsi messo, ancora in vita, al di sopra di un Santo Pontefice, e non può non aver trovato estremamente sgradevole, fuori luogo ed offensiva una lode così sperticata, che dimentica che la libertà non ha nessun bisogno di «riconciliarsi con la Chiesa», essendo questa, sotto la guida del Papa e di ogni Papa, libera da sé, per conto proprio e maestra di libertà per tutta l’umanità, fino alla fine del mondo.
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Enzo Bianchi in visita al Sommo Pontefice Benedetto XVI
Se Bianchi crede che la libertà sia mai stata separata dalla Chiesao in contrasto con la Chiesa, sì che possa essere stato necessario «riconciliarla» con la Chiesa, vuol dire ch’egli non sa che cosa è la libertà o ne ha un concetto massonico o liberale e crede che la Chiesa debba imparare la libertà dalla massoneria o dal liberalismo, pertanto il suo è un concetto sbagliato della libertà. Perché al contrario, la vera libertà è solo quella insegnata e praticata dalla Chiesa. Se può esistere una libertà che si riconcilia con la Chiesa, sarà la falsa libertà che diventa vera ascoltando l’insegnamento cristiano sulla libertà e imitando la prassi cristiana della libertà. Una Chiesa senza libertà non esiste, anche se in essa possono esistere cristiani che non vivono la libertà dei figli di Dio.
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Enzo Bianchi si contraddice, quando nega che San Giovanni Paolo II sia stato promotore di libertà, mentre gli riconosce il merito della sua ostilità al comunismo e la sua apertura al dialogo ecumenico. Riguardo al primo punto, Bianchi ignora completamente quale lottatore sia stato Giovanni Paolo II da Papa e prima di diventare Papa, contro la tirannide comunista per la libertà della Chiesa, della sua patria e della stessa umanità. Riguardo al secondo punto, è evidente che il dialogo ecumenico è somma espressione di libertà religiosa.
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La libertà promossa da Giovanni Paolo IInella Chiesa è stata vera libertà, fondata sullo zelo per la sana dottrina, giacché è la verità che rende liberi [cf Gv 8,32]. Così, se da una parte, con l’aiuto del valoroso Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede il Cardinale Joseph Ratzinger, il Papa ha difeso validamente la dottrina della fede contro diversi errori insorgenti, dall’altra egli ci ha lasciato la poderosa enciclica Veritatis Splendor, nella quale il grande Pontefice ci propone, tra l’altro, un ampio insegnamento sulla libertà cristiana nel suo rapporto con l’atto morale, la coscienza, la legge morale, la virtù e il vizio, la grazia, la Parola di Dio e il fine ultimo dell’uomo.
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Enzo Bianchi in Piazza San Pietro rende omaggio al Sommo Pontefice Benedetto XVI
Viene da chiedersiin base a quale concetto di libertà Bianchi osi parlare, a proposito di San Giovanni Paolo II, di «chiusura nella Chiesa, impermeabile qual era alla libertà». Evidentemente egli non si riferisce a quella libertà che il Papa ha descritto nella Veritatis splendor, fondandosi sulla quale ha governato la Chiesa, ed ha quindi respinto la libertà di Bianchi, che Paolo avrebbe definito «secondo la carne» [Gal 5,13]. E come è scriteriato per un verso ― oltre che empio, trattandosi di un Santo ― il giudizio di Bianchi su San Giovanni Paolo II, altrettanto è scriteriato nel senso opposto e smaccatamente adulatorio lo è il giudizio sull’attuale Pontefice, che indubbiamente è contrario alla chiusura e al conformismo intellettuale, al legalismo farisaico e ad un rigido tradizionalismo, è attento alla libertà religiosa e della coscienza, alla liberazione dei poveri e degli oppressi, alla libertà dei figli di Dio, aperto alla novità dello Spirito, sensibile al pluralismo culturale e religioso, all’ecumenismo, al dialogo, all’elasticità e duttilità delle scelte, attento ai casi concreti, allo spazio di libertà nei confronti della legge.
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Sarebbe ridicoloconsiderare Papa Francesco tout court come il «riconciliatore della libertà con la Chiesa», come se la Chiesa di Giovanni Paolo II sia stata in conflitto con la libertà, affermazione falsa, ingiusta e blasfema nei confronti della Chiesa e dei precedenti Pontefici, falsità comprensibile sulle labbra di un massone o di un liberale o di un mazziniano o di un comunista, ma non certo di un monaco cattolico, e tanto meno di un profeta, quale Bianchi passa per essere presso molti.
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Il fatto di accorgerci dei limiti nei quali il Papa si fa promotore di libertà nella Chiesa, lo sentiamo come motivo in più per esprimere la nostra devozione filiale e volontà di essergli vicino nelle prove e di aiutarlo, difenderlo e sostenerlo, per quanto sta in noi, nel suo servizio alla Chiesa universale ed all’umanità. Nascondere al fratello i suoi difetti, veri o apparenti, fosse anche il Papa, per lanciarsi imprudentemente in iperboliche e ridicole adulazioni, come fa Bianchi, non è vero rispetto, non è franchezza, non è obbedienza, non è sincerità, non è carità, non è confidenza, non è fiducia, non è misericordia, non è collaborazione, non è fedeltà, soprattutto quando gli stessi criteri di giudizio, come nel caso di Bianchi, non sono desunti dal Vangelo, ma dallo spirito mondano. Ebbene, se il Papa ovviamente, in quanto Papa, in forza dell’assistenza dello Spirito Santo, non può non avere idee corrette, sulla libertà, invece, in quanto pastore e uomo di governo, non è al riparo dai difetti a causa della sua fragilità umana. Egli infatti si mostra troppo indulgente e quasi timido verso i modernisti, e viceversa repressivo, troppo severo, verso i tradizionalisti. I primi li lascia troppo liberi, cosicché ne approfittano per causare grande danno alla Chiesa; degli altri coarta la libertà, tenendo inutilizzate o addirittura reprimendo forze sane, che potrebbero invece essere fruttuosamente impiegate per il bene della Chiesa. È interessante come in un recente incontro ecumenico, il Papa, richiesto di un parere su Lutero, ha rimandato al Cardinale Walter Kasper, confessando candidamente di «aver paura» di lui, come potrebbe fare uno scolaretto davanti al maestro.
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Enzo Bianchi rende omaggio al Sommo Pontefice Francesco I poco dopo la sua elezione al sacro soglio
Giustamente il Papa si è proposto di portare avanti le riforme del Concilio Vaticano II; ma accentua troppo la tendenza buonista del Concilio, quando invece, dopo cinquant’anni nei quali abbiamo sperimentato il danno che la tendenza buonista arreca alla Chiesa, si sente sempre più la necessità, senza per questo rinunciare alla maggiore comprensione della misericordia apportata dal Concilio, di ripristinare o ritrovare o riscoprire, senza vane nostalgie di un passato che è passato, la funzione educatrice, liberatrice e correttiva della disciplina umana e divina, nonché della chiarezza, saldezza e fermezza dei princìpi della ragione e delle fede, del dogma e della morale. Il Papa, invece, purtroppo, paradossalmente, sembra voler imporre il buonismo con la forza. Per cui ci sono adesso dei Superiori, pedestri seguaci del Papa, che castigano coloro che sostengono l’esistenza dei divini castighi.
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La libertà va certamente disciplinata e regolata dalla legge, per evitare l’anarchia e il buonismo individualista, relativista e liberale dell’homo homini lupus. Infatti il buonismo è il peggior nemico della bontà e quindi della libertà. La libertà va edificata nella libertà e se, in casi gravi, bisogna ricorrere alla coercizione, ciò va sempre fatto per difendere e per promuovere la libertà.
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Enzo Bianchi e il Cardinale Carlo Maria Martini
Si vede che il Papa ha ricevuto una formazione progressista, forse rahneriana; per cui, se non ha difficoltà ad apprezzare la libertà, il concreto, il divenire, il moderno, il nuovo, il progresso e la storicità, fa fatica ad apprezzare, ovviamente senza respingerli, i valori astratti, immutabili, universali, assoluti e tradizionali. Inoltre, il Papa stesso, da molti segni e fatti, non pare pienamente libero di estrinsecare in pienezza le sue facoltà apostoliche; ma si ha l’impressione che sia attorniato da invadenti e intriganti collaboratori, i quali, per la loro falsa obbedienza al Papa ed incongruenza con i doveri del Papa, sembrano, più che essere oggetto di una libera scelta del Pontefice, essere essi stessi, con arti diaboliche e chissà quali false promesse, ad imporglisi, o forse sono a lui imposti da astute e potenti forze estranee, nocive alla Chiesa e al Papa stesso, probabilmente la massoneria, la quale si mostra benevola verso il Papa per acquistare credito e ingannarlo meglio, in attesa di colpirlo quando lo avrà reso più debole. Egli, peraltro, che parla spesso del demonio, deve aver sentore di ciò, ma probabilmente non sa come liberarsi.
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Difficile sapere con quanta libertà il Papa si muova e quanto egli invece è frenato da oscure o palesi forze dannose, esteriormente ossequienti, ma nascostamente nemiche. Ma questa situazione anomala di un Papato impotente, ostaggio di finti amici, si trascina ormai sin dai tempi del Beato Paolo VI, le cui stasi, omissioni, inavvertenze, ingenuità, eccessivi riguardi, tergiversazioni, tentennamenti, incapacità e debolezze, non furono dovuti a vere colpe, perché fu un Santo, ma ai suoi umani limiti oggettivi, dei quali hanno perfidamente saputo approfittare tenebrosi cospiratori, diabolici personaggi e astuti collaboratori, facendo leva su di una massa di fedeli indebolita nella fede e disorientata, preda di quei lupi travestiti da agnelli.
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Enzo Bianchi durante una conferenza, alla sua sinistra il Segretario Generale della Conferenza Episcopale Italiana S.E. Mons. Nunzio Galantino
È rimasta storica,per esempio, la cocente delusione di Paolo VI per il tradimento del Cardinale Léon-Joseph Suenens, prima da lui molto apprezzato; e, per fare un altro esempio, si accorse troppo tardi dei guai combinati nella liturgia da Mons. Annibale Bugnini. Così pure, ingannato dai rahneriani, non pensò mai a condannare Karl Rahner, mentre quello sarebbe stato il momento giusto. Ebbe sentore soltanto minimo delle eresie di Edward Schillebeeckx, che trattò con troppi riguardi. Solo San Giovanni Paolo II cercò di rimediare, ma ci riuscì solo in parte, perché non ebbe l’appoggio dell’Ordine Domenicano.
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Per questo, nel regolare l’esercizio della libertà nella Chiesa, Papa Francesco stenta ad attuare la giustizia, e per conseguenza compromette anche l’esercizio della misericordia, che pure gli sta tanto a cuore, per il fatto che la misericordia suppone che riconosciamo con giustizia i meriti altrui, soprattutto se siamo costituiti in autorità, sostenendo e premiando i buoni e reprimendo i malvagi. Solo a questo punto il misericordioso interviene sollevando i deboli e perdonando ai pentiti. Ma i ribelli impenitenti, che magari vorrebbero i favori divini, senza mutare la loro volontà perversa, costoro è bene che continuino ad essere puniti. In questi casi non è Dio che è “perverso”, come vorrebbe Bianchi: sono loro che sono perversi.
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Enzo Bianchi nella chiesa cattedrale con l’allora Arcivescovo Metropolita di Palermo Cardinale Paolo Romeo
Nel proprio falso giudizio sul Papa, Bianchi sembra voler presentare il Santo Padre come un liberalone permissivo sulla linea di Marco Pannella o di Emma Bonino. Ma, se meditiamo con attenzione sul suo grossolano peana al Papa: «con lui la libertà si è riconciliata con la Chiesa», che ho già commentato, e sulle parole che immediatamente seguono, allora scopriamo il suo gioco. Fermiamoci infatti su queste parole e valutiamone il peso. Bianchi qui la spara grossa, come se quello che ha già detto non bastasse. Ma adesso capiamo cosa egli vuol dire. Dice infatti che Papa Francesco sarebbe «artefice di gesti fino a ieri inconcepibili». Ecco, dunque, il mito escatologico e fantapolitico del Papa rivoluzionario che piace a Eugenio Scalfari, che in realtà, del Papa, non ha capito niente. O del Papa che, secondo i comunisti, sta coagulando nel mondo tutte le forze di sinistra, speranza dei castristi cubani e dei rivoluzionari argentini, terrore dei capitalisti americani.
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A me settantacinquenne, che ho vissuto il famoso Sessantotto quand’ero studente all’Università di Bologna, dove studiai prima di intraprendere la via vocazionale verso la vita religiosa ed il sacerdozio ministeriale, sembra di essere tornato a quei tempi, come se da allora la storia non fosse andata avanti, e come se la calamitosa messa in pratica, nei decenni successivi delle idee di quei fanatici esaltati, non fosse sotto gli occhi di tutti. Ma la cosa esilarante è che questi pericolosi attardati si considerano progressisti e riformatori della Chiesa, prendendo magari Lutero a modello e interprete del Concilio Vaticano II! Ecco allora le grida di giubilo delle povere masse manovrate dai vari Bianchi: «Un Papa così non si è mai visto!», «finalmente il Papa che ci piace!», «il Papa di tutti!» e balle di questo genere, solo che queste balle fanno presa su molti ingenui, ingannati dai modernisti, che vorrebbero presentare un Papa camaleontico e modernista, e molti abboccano o per piangere o per ballare.
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Enzo Bianchi di nuovo nella cattedrale di Palermo con il nuovo Arcivescovo S.E. Mons. Corrado Lorefice, che lo ha invitato a parlare poco dopo la sua elezione alla sede vescovile
Ma in che consisterebbero questi «gesti fino a ieri inconcepibili»?Non credo che Bianchi pensi qui a quando il Papa è andato da solo dall’ottico in città a farsi riparare gli occhiali o ha confessato un ragazzo in Piazza San Pietro, o quando lo si è visto senza le scarpe rosse. Dev’essere qualcosa di ben più serio e importante per Bianchi, ossia «gesti» che fino a Papa Bergoglio apparivano inconcepibili e che invece il Papa ha messo in opera. Ora, ciò che diventa «concepibile» con il Papa attuale e che prima, sembra ab immemorabili, “inconcepibile”, Bianchi non lo specifica, ma, guardando al contesto e in particolare alle sue idee sulla libertà e a ciò che dice sul tema per ciascuno dei due Papi, lo si può ben immaginare.
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Quali sono questi gesti che resteranno alla storia dei secoli futuri? La risposta non sembra difficile e si ricava facendo riferimento al confronto che Bianchi fa tra i due Papi in tema di libertà e alle sue idee sulla libertà: ne risulta che per Bianchi Bergoglio ha rovesciato l’idea wojtyliana tradizionale della libertà, sostituendo quella vera a quella propria di una Chiesa illiberale, autoritaria e dispotica nei secoli e forse millenni precedenti. Ma posto che San Giovanni Paolo II, santo come è stato, è invece un grande maestro ed eroico testimone di libertà, che conseguenza ne viene? Che il buon Bianchi, profeta dilettante, opponendo stoltamente in tema di libertà San Giovanni Paolo II al Papa attuale, viene logicamente ad attribuire a questi un falso concetto della libertà, credendo con ciò di osannare nel Papa il sensazionale scopritore o riscopritore della libertà cristiana.
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Con questa gigantesca spacconata,Bianchi rende in ciò al Papa un buon servizio? O tutto si risolve in una penosa buffonata, umiliante ed offensiva per lo stesso Papa Francesco, che vi avrà fatto su una grande risata, ma non senza amarezza, nel constatare fino a che punto può abbassarsi un suo figlio, peraltro non privo di doti spirituali?
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Enzo Bianchi tiene un ritiro spirituale al clero dell’Arcidiocesi di Siena nel seminario arcivescovile, attualmente chiuso per mancanza di vocazioni
Ma qui allora casca l’asino; comprendiamo il perchè dei giudizi di Bianchi sui due Papi, sicché egli scopre il suo gioco. Bianchi, nel momento in cui respinge il tradizionale concetto cattolico di libertà fino a Papa Bergoglio, non può che cadere proprio in quella concezione carnale ― oggi diremmo liberale ― della libertà, che San Paolo esclude e condanna [Gal 5,13], finendo col far dire al Papa quello che è assolutamente estraneo al suo pensiero di Maestro della Fede. E detto questo ricordo che La condanna della concezione liberale della libertà è ormai di vecchia data: la troviamo negli insegnamenti del Beato Pio IX e nell’enciclica di Leone XIII Libertas praestantissinmum del 1888. Tale concezione, originata dal soggettivismo luterano e dall’antropocentrismo rinascimentale, giunge al culmine o alle estreme conseguenze nell’idealismo di Hegel, che pareggia la libertà umana addirittura a quella divina: «la volontà vuole se stessa». Tale concezione panteistica è ripresa da Rahner, duramente criticato dal Ratzinger nel suo libro Les principes de la Théologie catholique [Cf. Téqui, Paris 1982, pp.187-188]. È quella libertà, a proposito della quale Emanuel Mounier, onesto cattolico di sinistra degli anni Trenta e amico del Maritain, proclamò, in un programma di filosofia politica rimasto famoso: «Bisogna liberare la libertà dai liberali». Questa libertà nulla ha a che vedere con la vera libertà cristiana, nell’obbedienza al Magistero della Chiesa, libertà che si basa sulla verità cf. Gv 8,32] e consiste nel rispetto della legge, quella libertà che non dà alcuno spazio ai “conflitti”, ma che è il clima della loro soluzione, libertà che sa evitarli nella carità e accettazione reciproca, dando spazio invece a un legittimo pluralismo e ad un sereno confronto di opinioni, nell’unità liberamente condivisa dell’unica e comune verità di fede, nella piena comunione con la Chiesa ed obbedienza ai legittimi pastori.
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L’opposizione che Bianchi vorrebbe trovare tra San Giovanni Paolo II ed il Santo Padre Francesco in tema e pratica della libertà, è del tutto falsa. In entrambi la libertà è congiuntamente libertà di scelta responsabile ed operosa, oltre che dono di Dio, che fa grazia e misericordia. San Giovanni Paolo II accentuava maggiormente le basi metafisiche, razionali e dogmatiche della libertà, che è espressione somma della comunione ecclesiale, creata dallo Spirito Santo. A Papa Francesco stanno invece più a cuore il dinamismo e l’inventiva della libertà, come espressione privilegiata della persona creata ad immagine di Dio e mossa dallo Spirito Santo, al servizio dei fratelli, soprattutto dei più poveri e sofferenti.
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Enzo Bianchi tiene una conferenza nella cattedrale di Arezzo, alla sua destra il Vescovo della Città S.E. Mons. Riccardo Fontana
Non c’è dubbio che l’insistenza con la quale Papa Francesco ha presentato il cristiano come uomo della misericordia, ha uno stretto rapporto con l’ideale della libertà. Effettivamente, il misericordioso è un liberatore: liberatore dalle miserie del corpo e dello spirito, liberatore dal potere di Satana. Il giusto, invece, ricompensa i meriti, fino a togliere la libertà ai malfattori. Quanto poi il Papa sia personalmente misericordioso e liberatore, questo è un discorso diverso. Certamente, ha compiuto molti gesti significativi verso i poveri, gli sfruttati, i piccoli, gli emarginati, le famiglie ferite, gli anziani, i malati, gli immigrati; ma ci si può chiedere quanta misericordia usi verso i fedeli turbati e scandalizzati dagli eretici, dai modernisti e da falsi profeti, o se non scambi per misericordia l’eccessiva benevolenza nei confronti dei nemici della Chiesa, o quanta misericordia ― o se ci sia misericordia ― in certi suoi interventi verso persone, prelati, teologi o istituti tutto sommato benemeriti e fedeli alla Chiesa, magari da lunga data.
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L’intervistatore tenta poi di scavare più a fondo nell’anima di Bianchi e qui veniamo a scoprire la radice teologica del suo liberalismo: un “cambiamento nell’idea di Dio”, in pratica … dal Dio cattivo al Dio buono (!?). Dice infatti Bianchi: «Negli anni della mia formazione Dio risaltava come un giudice, severo. Un volto che mano a mano mi apparirà perverso. Gesù Cristo è l’unica narrazione di Dio. Non riuscirei a credere in Dio senza Cristo». E da queste parole vediamo come Bianchi abbia abbracciato il misericordismo fideista di origine luterana. Il suo percorso spirituale è simile a quello di Lutero: partito da un Dio che lo rimproverava dei suoi peccati, il Dio “severo” e “punitore” dell’Antico Testamento, ha cominciato a provarne insofferenza, e ad apparirgli “perverso”; e allora, per essere “libero”, senza troppe preoccupazioni o sensi colpa, si è immaginato e foggiato un Dio buono e tenero, che sarebbe il Dio del Nuovo Testamento, dolce e “misericordioso”, perdonante, Gesù Cristo, che scusa tutto, non punisce e gli ha già promesso il Paradiso. Si tratta, in sostanza, dell’antica eresia di Marcione. Non risulta che Lutero ne fosse consapevole. Ma il fatto resta.
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Enzo Bianchi tiene una conferenza dall’ambone della cattedrale di Padova
Così come è forzata l’immagine bianchiana del Dio dell’Antico Testamento, altrettanto lo è quella della bontà di Gesù Cristo, tutto e solo svenevole tenerezza, completamente rammollito, come quei piumini, che, se vengono colpiti da un pugno, il pugno sprofonda senza incontrare resistenza. Col Dio dell’Antico Testamento non si scherza. Invece col Dio “buono” del Nuovo, per chi lo offende, non ci sono conseguenze spiacevoli: si è sempre perdonati. Ecco allora che il Cristo che si immagina Bianchi non è quello reale, ma, volendo dare un parere psicanalitico, è il sogno puerile del bambino che vuol poter fare le sue marachelle senza essere punito dal papà. Ricordo che già quando ero alle scuole elementari, c’erano dei miei compagnucci birichini o «compagnacci», per usare il linguaggio savonaroliano, per i quali le maestre “buone” erano quelle che non punivano, mentre le altre erano le “cattive”.
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La cristologia buonista di oggiè l’espressione accademicamente paludata, con citazioni da Bultmann, Rahner e Lutero, di una psiche rimasta ferma a quel livello dello sviluppo mentale ed emotivo. A questa cristologia svampita e gelatinosa corrisponde una mariologia pacioccona e dolciastra, nella quale la Madonna “misericordiosa” è una di quelle mamme “moderne”, che accontentano il figlio unico in tutti i suoi capricci, non gli fanno mai il minimo richiamo o la minima correzione, perché possano crescere “liberi” e “fare le loro scelte”. E invece vengono fuori dei frustrati intolleranti, come certi teologi e vescovi dei nostri giorni.
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Enzo Bianchi ad un convegno sulla liturgia a Gubbio, alla sua destra il Vescovo S.E. Mons. Claudio Maniago, all’epoca Ausiliare dell’Arcidiocesi di Firenze
In realtà il Dio del Vangelo è più severo del Dio di Mosè, e ciò è del tutto logico, appunto perchè il Dio di Cristo è più misericordioso del Dio di Mosè. Mentre infatti il Dio dell’Antico Testamento si limita ad inviare semplici profeti, il Dio Padre del Nuovo Testamento ci manda il Suo stesso Figlio a renderci figli di Dio e a morire sulla croce per noi. Di conseguenza, l’etica cristiana è più esigente [cf. Mt 5, 20-43], appunto perché, come etica dei figli di Dio, ad immagine di Cristo, è l’etica di coloro che, essendo oggetto di una maggiore misericordia, ossia vivificati e fortificati da una grazia maggiore, e maggiormente illuminati dalla verità, sono tenuti ad una «maggiore giustizia» [cf. Mt 5,20], a una maggiore virtù ― la carità ― ed a migliori opere buone ― le opere della misericordia ― , anche se è vero che il cristianesimo, facendo meglio conoscere la debolezza umana, insegna una maggiore misericordia, tolleranza e comprensione verso il prossimo. Ma nel contempo, il Vangelo, mostrandoci meglio i segreti del cuore umano, ci fa meglio conoscere la malizia del peccato, per cui è più severo nei confronti del peccatore. Da qui il severo, ma salutare avvertimento della Lettera agli Ebrei: «fratelli, se pecchiamo volontariamente dopo aver ricevuto la conoscenza della verità», cioè del Vangelo, «non rimane alcun sacrificio per i peccati», ossia il culto divino diventa inutile ipocrisia, «ma soltanto una terribile attesa del giudizio e la vampa di un fuoco che dovrà divorare i ribelli», altro che misericordia! «Quando qualcuno ha violato la legge di Mosè, viene messo a morte senza pietà sulla parola di due o tre testimoni. Di quanto maggior castigo allora pensate che sarà ritenuto degno chi avrà calpestato il Figlio di Dio e ritenuto profano quel sangue dell’Alleanza, dal quale è stato un giorno santificato e avrà disprezzato lo Spirito della grazia?» [Eb 10, 26-29]. E ciò accade anche nei rapporti umani. Infatti, se io mi mostro verso una persona più benevolo e misericordioso che con altre, non avrò forse motivo di attendermi da quella persona una maggiore riconoscenza e, per conseguenza, di sentirmi più offeso, se tale riconoscenza non giunge o addirittura quella persona mi ripaga con l’ingratitudine e il disprezzo?
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il … “Padre” Enzo Bianchi
In queste teologie del Dio “cattivo”, c’è la confusione tra il concetto del castigo e quello della crudeltà. Manca il vero concetto del castigo, per cui non si riesce a distinguere un castigo giusto da un castigo ingiusto. Il castigo come tale è sempre ingiustizia, crudeltà, e violenza o rivalsa rancorosa. Non c’è l’idea del castigo come ristabilimento della giustizia violata, ma come rappresaglia della persona offesa, tale da scatenare una sequela di odî e di vendette senza fine. Non ci si interroga su chi dei due contendenti ha ragione, perché non si crede in una verità oggettiva, assoluta ed universale. Il vero è ciò che penso io. Il giudice stesso in tribunale non è visto come un arbitro, rappresentante di una legge comune ed uguale per tutti, ma come il nemico che ci perseguita. E lo stesso giudizio divino viene visto così, come confessa candidamente Bianchi. L’importante è rispondere pan per focaccia in base alla “propria” verità. E questa dialettica senza fine, maledetta ed infernale, viene applicata persino nel rapporto tra l’uomo e Dio. L’uomo si sente un Prometeo, vittima innocente di un Dio invidioso e vendicativo, che, con i suoi castighi e i terremoti, vorrebbe fargli paura, schiacciare la sua libertà e renderlo suo schiavo. E queste concezioni sono quelle che, col protesto della volontà di pace, della mitezza cristiana e del “perdono”, non ammettono alcuna distinzione tra guerra giusta e guerra ingiusta, tra ira giusta e ira ingiusta, tra l’assalto del delinquente e quello del carabiniere, e riducono a violenza, odio o ingiustizia qualunque forma virtù bellica, di valor militare, di coercizione o di uso della forza.
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È chiaro che se attuassimo rigorosamente le esigenze di questo pacifismo ipocrita e imbelle, occorrerebbe sciogliere le forze armate, l’Arma dei Carabinieri, la Guardia di Finanza e il Corpo degli Alpini, abolire le carceri, distruggere il codice di diritto canonico, come fece Lutero, e tante altre forze e istituzioni del genere, mentre l’ordine giudiziario apparirebbe come il sistema della malvagità e gli stessi àrbitri delle partite di calcio sarebbero aboliti. Lo stesso dicasi dei castighi e della giustizia divini. Ma ― così ragiona Bianchi insieme con tutti i buonisti ―, siccome Dio è buono, Dio non castiga, ma approva o perdona tutto quello che faccio e che mi piace. E invece dobbiamo dire che Dio ci promette sì misericordia, ma a patto che scontiamo le nostre colpe. I profeti ci annunciano un Dio giusto e misericordioso. Arrabbiarsi o sentirsi offesi davanti agli avvertimenti dei profeti, è da stolti e, ben lungi dall’attirare la misericordia divina, aumenta l’ira. Saggia cosa invece è quella di far penitenza come fecero gli abitanti di Ninive alla predicazione di Giona. È infatti solo sforzandosi di evitare il peccato col santo timor di Dio, accettando da Dio, umilmente, serenamente e fiduciosamente, prove e castighi come fattori di riparazione e purificazione, che ci si prepara a ricevere la divina misericordia e ad entrare in intimità con Dio, come dice Sant’Agostino: «Per essere riempiti, bisogna prima svuotarsi. Tu devi essere riempito del bene e quindi devi liberarti dal male. Supponi che Dio voglia riempirti di miele” (ecco la misericordia). “Se sei pieno di aceto, dove metterai il miele? Bisogna liberare il vaso da quello che conteneva, anzi occorre pulirlo. Bisogna pulirlo magari con fatica e impegno, se occorre, perché sia idoneo a ricevere qualche cosa» [cf.Trattati sulla Iª Lettera di San Giovanni, Tratt. 4,6; PL 2008-2009]. Ecco la funzione dell’ascetica, ecco la funzione purificatrice delle sventure e dei castighi, quelle che San Giovanni della Croce chiamava «purificazioni passive» e delle quali il “profeta” Bianchi, come Lutero, pare non sapere nulla o averne orrore, perchè vorrebbe godere subito e a basso prezzo della mistica, senza la dovuta preparazione consistente nell’accettazione fiduciosa della divina giustizia.
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l’accoppiata vincente: Enzo Bianchi e Luigi Ciotti …
Nei buonisti come Bianchi manca invece il concetto stesso del castigo o della sanzione penale come espressione della giustizia umana e divina. Sembrano non capire che è bene e giusto che chi fa il male subisca per contrappeso o anche, come si dice, per “contrappasso”, quel male stesso che ha fatto ― “chi la fa, l’aspetti” ―, in modo tale che il peccatore stesso, anche se contro voglia, venga riportato nell’ordine, nel che consiste la pena o punizione. Il delinquente contrae un debito con la giustizia, che deve pagare. Infatti, la giustizia deve compensare, restituire, rimettere ordine, riportare al suo posto ciò che è fuori posto e rendere diritto [Recht in tedesco, right in inglese] o raddrizzare ciò che è storto. In tal modo la giustizia ricompensa il merito, ripara il torto fatto, dà soddisfazione all’offeso, toglie il male del disordine, ma può restare la giusta pena. La misericordia, oltre a togliere il disordine, toglie la colpa e la pena. E quindi la giustizia è un pareggiare, un rendere uguale, un bilanciare, non pendere né da una parte né dall’altra, senza parzialità, senza accezione di persone, senza fare favoritismi, ma riconoscendo a ciascuno il proprio diritto e i propri meriti (unicuique suum), con equilibrio ed equità. Questo significa il simbolo della bilancia, che vediamo nella statua della Giustizia nei nostri tribunali.
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Il fatto innegabile che in questa vita spesso gli innocenti sono colpiti dalle sventure, mentre i malfattori la fanno franca, crea dubbi sulla divina giustizia. Ma bisogna considerare tre cose: prima, che lo stesso disordine nella distribuzione delle pene è conseguenza del peccato originale. Seconda, che la giustizia divina comanda bensì alla giustizia umana, civile ed ecclesiastica di amministrare bene la giustizia, ma purtroppo, a causa delle conseguenze del peccato originale o di errori o di peccati dei giudici, la giustizia umana è difettosa. Terza, Dio non sempre punisce subito i malfattori, perchè vuole dar loro tempo per pentirsi [cf. Is 30,18; Sap 12,19; II Pt 3,9]. Ma se essi perseverano nella colpa, giunge prima o poi, in un modo o nell’altro, la resa dei conti, che può comportare anche la pena dell’inferno. Dio dimentica, quando perdona; ma ricorda, quando deve punire.
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«Danzare all’inferno», diceva Nietzsche.È così anche per Bianchi? E qui è bene fare un breve discorso su questo argomento. Bianchi, commosso dalla divina misericordia, ci assicura: «Canterò la tua misericordia anche stando all’inferno». Io credo che nell’Inferno ci sia poco da cantare. E se posso immaginare qualche canto, certamente non si tratterà dei cori degli angeli rappresentati negli affreschi del Beato Angelico, e mi ripugna assolutamente che il canto di Bianchi possa essere un inno alla divina misericordia, atteso che uno si danna proprio perchè odia la divina misericordia e ritiene di non averne alcun bisogno, dato che, a suo giudizio, non aveva fatto niente di male e non ha bisogno di niente, come rispose Adolf Eichmann, il boia di Auschwitz, interrogato, il giorno prima dell’esecuzione, se era pentito di quello che aveva fatto. O semmai posso pensare a qualche inno blasfemo, come l’Inno a Satana del Carducci, o come quelli che si trovano nelle sètte sataniche o sono intonati nei riti magici, come per esempio in Proclo, Giamblico o Giordano Bruno, o in quelli pagani o woodoo, o quelli prodotti o dalla musica rock o dal comunismo o dal nazismo o dalla massoneria esoterica.
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Enzo Bianchi parla della propria idea soggettiva di misericordia
Queste parole assurde di Bianchi fanno venire in mente l’altrettanto assurda e blasfema espressione di Lutero, il quale, convinto dell’esistenza di una predestinazione divina alla dannazione, giunse ad affermare che egli sarebbe andato volentieri all’inferno, se quella doveva essere la volontà di Dio. Resta sempre e comunque impossibile percepire il Dio misericordioso senza prima accettare il Dio giusto. È dal Dio dell’Antico Testamento che si giunge a comprendere Gesù, Dio del Nuovo Testamento. È perché conosciamo Dio in base alla ragione, che possiamo giungere, nella fede, a credere in Cristo. Il Vangelo è annuncio della possibilità di ottenere la vita eterna, offerta a tutti, ma esso pone delle condizioni per ottenerla: «Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti» [Mt 19,17]. C’è la possibilità di ottenere misericordia; ma occorre fare penitenza. Cristo promette la possibilità di entrare nel regno di Dio, ma avverte che chi non crede, sarà condannato [Mc 16,16].
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Il Vangelo suppone che è nelle possibilità dell’uomo scegliere o per Dio o contro Dio. Il regno di Dio è dono della grazia; eppure occorre conquistarlo [Mt 11,12]; è un “premio”, per il quale occorre gareggiare [I Cor 9,24]; è una “perla preziosa”, che dev’essere comprata [Mt 13,45]; è la paga del buon operaio [Mt 20,1]. Ma anche il merito è dono della grazia. Tutto l’agire buono del giusto, in fin dei conti, è dono di grazia e di misericordia. Ma se la scelta è contro Dio, ecco entrare in funzione la giustizia punitrice, fino alla pena infernale. Il Vangelo, quindi, arreca gioia agli umili, agli afflitti, a coloro che cercano Dio, che sono pentiti dei loro peccati, che hanno rispetto per la giustizia divina e credono nella sua misericordia; ma ai superbi, agli impenitenti, ai malvagi, la promessa del perdono divino della vita eterna non interessa, perché sono già pieni di se stessi, a loro basta la vita presente e non ritengono di aver bisogno di perdono, mentre la minaccia dei castighi divini li irrita e li fa bestemmiare.
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Enzo Bianchi ospite sulla rivista del Clero Italiano, nella quale mai sarebbero ospitati scritti e articoli di molti illustri presbìteri anziani con una vita trascorsa a servire la Chiesa e il Popolo di Dio
Bianchi capovolge il cammino dello spirito: occorre dire con tutta fermezza e chiarezza che noi non potremmo accettare Cristo, se non credessimo in Dio. Come infatti potremmo giungere a sapere che Cristo è Dio, se non sapessimo che Dio esiste? Cristo non ci fa sapere che Dio esiste, ma questo lo sappiamo già da soli in base alla ragione, già prima di essere informati su Cristo dalla predicazione ecclesiale. Pertanto l’ordine è: da Dio a Cristo, non da Cristo a Dio. Cristo ci dà quella conoscenza di Dio e della sua volontà per noi ― la Santissima Trinità, il battesimo, la fede, la Redenzione, la grazia, la vita eterna, la Chiesa ―, che con la nostra semplice ragione, fosse stata quella di Aristotele o di Platone, non avremmo mai potuto raggiungere o immaginare, se il Padre stesso, per sua misericordia, senza che ne fosse obbligato, per mezzo del suo Figlio, non ce l’avesse donata nello Spirito Santo. Cristo ci fa conoscere i misteri del Padre, che solo Lui e il Padre conoscono, ma sulla base di una conoscenza che già possediamo dalla ragione e dall’Antico Testamento. Gli Ebrei e i Musulmani conoscono già il vero Dio, anche se non sono illuminati dal mistero di Cristo. Per mezzo di Cristo non si giunge a credere in Dio sic et simpliciter, ma si giunge ad una conoscenza di Dio soprannaturale, rivelata, infinitamente superiore a quella della semplice ragione. La nostra intelligenza non passa direttamente dalla conoscenza del mondo a Cristo, ma giunge a Cristo, oggetto della fede, noto dalla predicazione ecclesiale, passando per la mediazione della conoscenza razionale di Dio, causa e fine dell’universo, creatore del cielo e della terra.
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Tutti gli uomini sanno che Dio esiste in base alla ragione, che tutti posseggono come uomini. Solo alcuni tra di essi, partendo dalla conoscenza naturale di Dio, e informati dalla catechesi ecclesiale, giungono, se giungono, illuminati dalla grazia, a credere in Cristo. Gli altri possono essere illuminati da Dio senza saperlo. Il discorso capovolto di Bianchi è quindi quello di uno che non sa né chi è Dio né chi è Cristo. Per partire da Cristo e giungere a Dio, bisognerebbe essere Cristo stesso, il che è l’inganno del panteismo cristologico di Hegel. Oppure, occorrerebbe possedere una fede intuitiva o esperienziale, precedente alla ragione, come avviene nel fideismo luterano. Invece è dalla ragione che si passa alla fede e non viceversa.
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… troppe confusioni “sotto lo stesso cielo”
La fede è un sapere divino.Ora, è solo il sapere divino che parte da se stesso e passa all’umano, perché lo crea. Mentre per noi è partendo dall’umano che possiamo elevarci al divino. Credere di poter percorrere il cammino opposto, vuol credere che il nostro sapere possa aver inizio da Dio e non dall’uomo, il che è idealismo hegeliano e scellinghiano.
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Concludendo, il profetismo di Bianchi si guarda bene dallo scontentare i gaudenti, che chiedono ai profeti: «diteci cose piacevoli» [Is 30,10]. È questo il messaggio che Bianchi, giovane “profeta”, ha lasciato all’umanità, scrivendolo a 30 anni di età, in un libro che ha avuto un successo mondiale, tanto da essere stato tradotto in 35 lingue, mentre preziose opere di teologi e mistici domenicani medioevali o rinascimentali aspettano ancora di essere tradotte. Già San Tommaso osserva infatti argutamente che il numero degli stolti è immensamente maggiore a quello dei sapienti. Ebbene, mai come oggi si rivela valida questa osservazione dell’Aquinate. Ma quello che maggiormente oggi meraviglia è come un personaggio di tal fatta e con simili idee sia riuscito ad ottenere credito addirittura presso la Santa Sede, come è successo a partire dal Beato Paolo VI, con San Giovanni Paolo II, Benedetto XVI, fino al Regnante Pontefice. Bisogna proprio dire che il demonio è abile nel mascherarsi da angelo della luce, se riesce a circuire e circonvenire persino i Papi [cf. II Cor 11,14]. Naturalmente, anche Bianchi ha le sue buone qualità, lo studio e il culto della Parola di Dio, la sensibilità per lo Spirito Santo, l’ecumenismo, la venerazione per i Santi Padri della Chiesa, l’amore per la preghiera e la contemplazione. Consiglio ad ogni modo, per chiarire le idee su di lui, gli studi critici fatti da Mons. Antonio Livi, oltre al testo di prossima uscita curato dal giovane filosofo e teologo Dott. Jorge A. Facio Lince.
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Varazze, 12 marzo 2017
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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2014/10/cavalcoli56.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Padre Giovannihttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngPadre Giovanni2017-03-13 00:41:132021-04-20 19:49:46Enzo Bianchi e il “violino tzigano”: i falsi profeti e le loro sviolinate al Sommo Pontefice
ENZO BIANCHI, IL CARDINALE EDOARDO MENICHELLI E PAUL McCARTNEY: LA CHIESA VIVE IN UN SOTTOMARINO GIALLO …
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Nulla da dire se Sua Maestà Britannica nomina baronetto Paul McCartney, sappiamo da tempo che questa Casa Regnante gareggia in pazzia coi cavalli da corsa delle proprie scuderie. Non ci saremmo invece aspettati che Sua Santità nominasse Cardinale Edoardo Menichelli, anche perché dobbiamo sempre comprendere per quali meriti ciò sia avvenuto.
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Autore Ipazia gatta romana
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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2023/01/ipazia-tondo-piccolo.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Ipaziahttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngIpazia2017-03-13 00:30:032023-02-28 10:56:23Enzo Bianchi, il Cardinale Edoardo Menichelli e Paul McCartney: la Chiesa vive in un sottomarino giallo …
IL VANGELO DELLE TENTAZIONI : IL DEMONIO CERCA DI COLPIRE IL VERBO DI DIO NELLA SUA UMANITÀ
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Se il Demonio riesce a prenderci nella superbia, facendo leva sui punti deboli dell’ambizione e della vanità, può fare di noi ciò che vuole e ottenere quel che brama sin dalla notte dei tempi: che ci prostriamo dinanzi a lui e che adorandolo lo chiamiamo Signore. E per meglio chiamarlo Signore, a quel punto andremo direttamente in casa di Satana, come di recente ha fatto il Presidente della Pontificia Accademia per la vita, l’Arcivescovo Vincenzo Paglia, per beatificare nella sede del Partito Radicale la «spiritualità» e «la preziosa eredità» di chi, come il defunto Marco Pannella, il supremo dono della vita lo ha attaccato e profanato, indicando come «diritto civile» e come «conquista sociale» il mostruoso crimine dell’aborto [sul tema si rimanda all’articolo di Giovanni Cavalcoli: «Marco Pannella, “santo subito !”», vedereQUI]
In questa breve pagina del Vangelo siamo di fronte a un paradosso: è veramente accaduto che il Demonio abbia tentato Dio Incarnato, il Verbum caro factum est ? [Cf. Mt 4, 1-11 ― testo QUI]. Forse il Demonio ha tentato di colpire Dio nella sua umanità, fingendosi ignaro di quanto Gesù fosse divino nella sua umanità e umano nella sua divinità. Gli accecati dalla superbia e dal delirio d’onnipotenza tendono sopravvalutare al massimo se stessi ed a sottovalutare gli altri, per questo sono destinati alla sconfitta. Può essere che non cadano nell’immediato, ma cadranno inevitabilmente al primo cambio di stagione, con l’appassire dei fiori di campo.
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Nel Vangelo delle tentazioni, verrebbe da pensare proprio questo: che il Demonio sopravvaluti se stesso e sottovaluti Dio [segue testo intero …]
https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2014/10/Patmos1.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Padre Arielhttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngPadre Ariel2017-03-06 00:36:102017-03-06 12:14:03il Vangelo delle “tentazioni”: il Demonio cerca di colpire il Verbo di Dio nella sua umanità
I FUOCHI DI PAGLIA: MARCO PANNELLA «SANTO SUBITO!»
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Ciò che l’Arcivescovo Vincenzo Paglia, prossimo postulatore di questa causa di beatificazione, non ha capito, è che l’aperturismo pannelliano non abbatte nessun muro, se non quello che fa da baluardo alla inviolabilità della legge morale, mentre nella sua concezione della coscienza, essa si chiude ermeticamente entro le mura della propria orgogliosa soggettività e da lì detta legge per la liberazione dell’umanità dai pregiudizi religiosi e dai rigidi dogmi di una fede cristiana autoritaria e fossilizzata nel medioevo.
a sinistra, Marco Pannella, che la vita l’ha distrutta sin dal grembo materno; a destra, S.E. Mons. Vincenzo Paglia, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita, che la vita dovrebbe invece difenderla …
Satana sa che se il Papa cade, la Chiesa crolla, ed egli potrebbe prevalere e distruggerla, perché Pietro è la pietra sulla quale Cristo ha voluto edificare la sua Chiesa. E se ad un edificio viene a mancare la pietra angolare, l’edificio crolla. È vero che il portinaio non è il padrone di casa. Ma senza il portinaio non si entra. È vero che Cristo, padrone di casa, se avesse voluto, avrebbe potuto far a meno del portinaio e far entrare Lui direttamente la gente in casa, ovvero governare la Chiesa senza il Papa. Ma di fatto ha voluto servirsi del Papa. Per questo sbagliano gli eretici, i quali credono che Cristo governi direttamente la Chiesa senza il Papa. Una Chiesa fatta così è una falsa Chiesa, è una Chiesa ideata da Satana.
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il Santo Pontefice che nel 1994 istituì con motu proprio Vitae Mysterium la Pontificia Accademia per la Vita. Nella foto: San Giovanni Paolo II ricoverato al Policlinico Gemelli dopo l’attentato subito il 13 maggio 1981, una sofferenza minore rispetto a quella che avrebbe provato dinanzi al Presidente della Pontificia Accademia per la Vita che oggi loda il gran distruttore della vita Marco Pannella, beatificando nella sede del Partito Radicale la “spiritualità” del padre dell’aborto, del “diritto” alla eutanasia, alle sperimentazioni genetiche, all’omosessualismo …
Così anche il Papa è braccato e tentato da Satana. Questi lo sta cercando per vagliarlo come il grano [cf. Lc 22, 31]. In ultima analisi, abbiamo oggi chiaro come non mai che la battaglia decisiva è in corso ed è lo scontro fra Cristo e Satana. Come dice Paolo: “quale intesa tra Cristo e Beliar?” [II Cor 6,15].
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Il tentativo di Satana è però vano ed egli dovrebbe saperlo, visto che già ci ha provato con Cristo e non c’è riuscito. Il Papa infatti partecipa della stessa infallibilità dottrinale di Cristo. Tutti nella Chiesa, a cominciare dal Cardinal Segretario di Stato in giù, possono cadere nell’eresia, tranne il Papa. In fatto di dottrina, invece, il Papa è quell’ «uomo spirituale, del quale parla San Paolo [I Cor 2, 15], che giudica ogni cosa senza poter esser giudicato da nessuno» [segue l’articolo intero …]
IL PREPOSITO GENERALE DELLA COMPAGNIA DI GESÙ, USA FORSE “ROBA” TAGLIATA MALE? LE GRAVI MENZOGNE DEL GESUITA ARTURO SOSA
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A Roma, in Via dei Penitenzieri, all’angolo della Curia Generalizia dei Gesuiti si trova una bella caffetteria storica, con una gran collezione di vini e liquori pregiati. «Non vorrei che questo venezuelano» ― sbraitava Ariel S. Levi di Gualdo dopo avere letta l’intervista fatta al Preposito Generale della Compagnia di Gesù ― « abbia aperta la succursale del proprio ufficio presso questa pregevole enoteca ! ».
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Veleno d’aspide sotto le labbra
Sal 140,4
Giovanni Cavalcoli, OP Ariel S. Levi di Gualdo
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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2017/02/giovanni-ariel-isola.jpg?fit=260%2C141&ssl=1141260Redazionehttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngRedazione2017-02-26 02:28:582022-08-29 17:26:53Il Preposito Generale della Compagnia di Gesù, usa forse “roba” tagliata male? Le gravi menzogne del Gesuita Arturo Sosa
TEOLOGIA DELLA SPERANZA: «DOPO IL SINODO IL PAPA TORNERÀ A INDOSSARE LE SCARPETTE ROSSE?». RILEGGENDO OGGI QUELLO CHE TRE ANNI FA SCRIVEVA IL PADRE ARIEL …
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[…] il Santo Padre Francesco può dunque piacere o non piacere, cosa del tutto legittima, ma per divina volontà e per divina istituzione rimane il clavigero, oggetto e soggetto come tale della nostra fede e della nostra speranza: «Tu sei Pietro», quindi della nostra autentica e inesauribile devozione per il mistero che egli incarna.
Tre anni fa, Ariel S. Levi di Gualdo pubblicava un articolo nel quale parlava con notevole anticipo delle vicende odierne nelle quali, a quanto si sta delineando all’orizzonte, sembrano risorgere dalle ceneri vecchi veleni mescolati a veleni nuovi, il tutto secondo tragici copioni già vissuti tra il 2012 e il 2013 dal Santo Padre Benedetto XVI, per non tornare ancora indietro, nella turbolenta stagione del Beato Paolo VI durante gli anni Settanta del Novecento.
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Purtroppo sembra che oggi, per il Santo Padre Francesco,si stiano confezionando di nuovo le scarpette rosse, ma per ciò che esse significano: il martirio di San Pietro che con i piedi sanguinanti fu condotto sul Colle Vaticano per essere crocifisso a testa all’ingiù.
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Per quanto restio,il Padre Ariel ha dovuto cedere al democratico imperativo dei suoi collaboratori di redazione che desideravano pubblicare di nuovo questo suo vecchio articolo. Uno spirito restio basato su un principio da lui spesso enunciato: «Quando io ipotizzo certe cose o esprimo che in un futuro più o meno vicino si potrebbero verificare certe situazioni, non desidero mai avere ragione, anzi prego e spero sempre di avere torto, ed avere così il grande piacere di smentire me stesso e ammettere che avevo sbagliato nel fare certe analisi».
https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2015/09/Jorge-anteprima.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Jorge Facio Lincehttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngJorge Facio Lince2017-02-17 00:42:592021-04-19 22:35:20Teologia della speranza: «Dopo il Sinodo il Papa tornerà a indossare le scarpette rosse?»
LA MADONNA MOLLICCIA E PACIOCCONA DEL PICCOLO PADRE LIVIO FANZAGA E IL GRANDE CUORE CATTOLICO DI ANTONIO SOCCI CHE INVITA ALLA PREGHIERA PER IL SOMMO PONTEFICE
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In questa rubrica lettere dei lettori, Padre Giovanni Cavalcoli risponde spiegando il motivo del suo licenziamento da Radio Maria, avvenuto sotto questo pontificato misericordioso nel quale si stanno verificando epurazioni degne dei vecchi regimi sovietici; Padre Ariel S. Levi di Gualdo elogia invece con affetto e stima quel “maledetto toscano” di Antonio Socci.
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Caro Padre Giovanni Cavalcoli,
ci farebbe piacere se lei stesso, che è stato protagonista della spiacevole vicenda di Radio Maria, dalla quale è stato poi espulso per delle affermazioni che in verità non avrebbe fatto, ci narrasse come i fatti si sono svolti.
Redazione del blog Cogitare Humanum Est [Ndr. cf. QUI]
il presbìtero Livio Fanzaga negli studi di Radio Maria
Io iniziai a collaborare con la emittente Radio Maria nel 1993 e non era mai accaduto alcun incidente, anzi, godevo della stima di Padre Livio Fanzaga, che si era fatto entusiasta diffusore del mio libro L’inferno esiste. La verità negata [Fede & Cultura, 2010].
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Da alcuni annistavo conducendo un corso per catechisti e quella domenica, spiegando il motivo e lo scopo del battesimo, avevo detto che esso serve a togliere la colpa e il castigo del peccato originale. Così, per fare un esempio, ricordai che i terremoti potevano esser considerati una conseguenza del peccato originale e un richiamo di Dio alla conversione dai peccati.
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Nella mia catechesi, il tutto era inquadrato nel mistero del peccato originale, a causa del quale non solo l’uomo perde la sua originaria perfezione, divenendo da angelica creatura immortale creatura mortale, ma anche la stessa natura del creato è alterata da questo peccato, divenendo ostile all’uomo e manifestando questa sua ostilità attraverso maremoti, terremoti, grandi eruzioni vulcaniche; od attraverso il cambio degli assetti geologici della terra stessa, come il mare che si ritira generando zone desertiche, od il mare che avanza e sommerge zone abitate e zone coltivabili, inducendo i sopravvissuti a emigrare altrove, a combattere con le carestie e con la fame. Insomma, quella calamità naturali descritte sia nell’Antico sia nel Nuovo Testamento.
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Tutto questo, in teologia, è da sempre collegato al peccato originale, che ha toccato sia l’uomo sia la natura, ossia l’intero creato, alterando e quindi corrompendo l’equilibrio perfetto creato in origine da Dio.
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Nel corso dei secoli, la misericordia di Dio si è servita anche di questi eventi per la salvezza dell’uomo. Per esempio: quando la popolazione europea fu decimata dalla grande peste nera del 1347, le popolazioni, all’epoca sempre cristiane nella loro totalità, interpretarono quell’evento come un monito di Dio per il richiamo alla loro conversione. E se guardiamo al solo aspetto architettonico, da una parte vediamo grandi opere incompiute antecedenti al 1374 — a tal proposito mi viene a mente tra le tante la grande chiesa di San Petronio a Bologna —, dall’altra parte abbiamo, nei decenni immediatamente successivi, la costruzione di splendidi stabili di culto che rappresentavano la nuova dedicazione a Dio dell’uomo attraverso la fede, manifestata non solo con le opere d’arte, ma anche attraverso le grandi produzioni filosofiche, letterarie e teologiche che seguirono, od anche attraverso la nascita di tante nuove forme di vita religiosa consacrata.
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In questo senso,le mie, espresse in quella trasmissione radio, erano parole che richiamavano alla mente la giustizia divina, ma che però, nel contempo, suscitano nel cristiano la pace nell’animo, perché il credente vede nelle sventure non solo il segno di un Dio giusto, ma anche misericordioso; n’è prova storica il fatto che dopo certi eventi catastrofici, ci sono sempre state espressioni di grande rinascita, e questo nessuno lo può ragionevolmente negare, perché è scritto nei nostri monumenti tutt’oggi visibili.
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Queste parole, ispirate alla più comune tradizione cristiana, suscitarono contro Radio Maria, ma in particolare contro di me, un immediato intervento sdegnato da parte di diversi prelati, che basarono i propri commenti “a caldo” su quanto era stato scritto e riportato dai giornali, anziché su quanto io avevo veramente detto nell’articolato contesto di una catechesi sul peccato originale, la sintesi della quale era già tutta racchiusa in un mio articolo pubblicato un anno prima sulla pagina di Theologia de L’Isola di Patmos:Dio castiga e usa misericordia [vedere QUI], che non suscitò scandalo alcuno [N.d.R. abbiamo verificato nei dettagli delle statistiche che dal 18.11.2015 alla data di oggi, questo articolo è stato aperto e letto per un totale di 71.203 volte].
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Le accuse che mi sono state rivolte ― a parte le calunnie diffamanti per un teologo conosciuto da decenni come fedele servitore della Chiesa ― sono tutte basate perlopiù su princìpi ereticali, per cui sono assolutamente nulle ed anzi meritevoli di essere esse stesse oggetto di severa condanna. A tal proposito rimando agli articoli di Ariel S. Levi di Gualdo, che in quei giorni di polemica — dopo che i miei Superiori mi chiesero in via “cautelare” di non intervenire né di pubblicare più scritti per il momento — intervenne sulla nostra Isola di Patmos con dei resoconti precisi e dettagliati, mettendo le cose in chiaro e indicando i pensieri apertamente ereticali espressi da alcuni vescovi, e purtroppo anche da qualche alto dignitario della Santa Sede [cf. QUI, QUI].
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Per esempio, vi fu chi mi accusò di partire da un «dio pre-cristiano», contrario alla misericordia. Ma affermando questo, il prelato mio accusatore, mostrò in tal modo di essere influenzato da Marcione, eretico del II secolo e padre della cosiddetta eresia marcionita, il quale sosteneva che, mentre il Dio dell’Antico Testamento era un Dio cattivo, che castiga, il Dio del nuovo è il Dio buono, che è solo misericordia e non castiga.
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Un altro Vescovo mi accusò d’avere un «dio paganissimo»,nella presupposizione che il Dio che permette i terremoti non sia il Dio biblico, ma quello pagano. Cosa del tutto falsa, giacché la Bibbia insegna chiarissimamente che anche i terremoti sono moniti della misericordia divina. Basti considerare l’Apocalisse o gli annunci escatologici del Vangelo.
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L’Evangelista Luca riporta precise parole pronunciate da Gesù che risponde ai suoi discepoli dicendo:
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«Guardate di non lasciarvi ingannare. Molti verranno sotto il mio nome dicendo: “Sono io” e: “Il tempo è prossimo”; non seguiteli. Quando sentirete parlare di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate. Devono infatti accadere prima queste cose, ma non sarà subito la fine». Poi disse loro: «Si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno, e vi saranno di luogo in luogo terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandi dal cielo [cf. Lc 21, 8-11].
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Con la sua notoria verve ironica, Ariel S. Levi di Gualdo, in quei giorni ironizzò:
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«Sicuramente, Cristo Signore, era proprio un “dio pre-cristiano”, perché una cosa resta fuori da ogni possibile discussione: Cristo, non era cristiano!».
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Possiamo forse dar torto a questo mio confratello sacerdote e teologo, che con una battuta spiritosa solo all’apparenza, sintentizzo un’ovvia verità teologica ?
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Se in quel momento io avessi avuto dinanzi quel Vescovo, gli avrei chiesto in che modo, ma soprattutto quale genere di risposta egli avrebbe dato, dinanzi al dramma di una creatura innocente di due anni morente in un reparto di oncologia pediatrica, consumata da un cancro inguaribile. Forse, questo Vescovo, una risposta non ce l’ha, io invece si, e non è certo una risposta di Giovanni Cavalcoli, ma della fede cattolica. Ebbene, premesso anzitutto che quella creatura innocente non è certo colpevole del cancro che la sta consumando, giacché nei progetti di Dio, noi, non siamo stati creati per essere assaliti dal cancro e infine dalla morte, la mia risposta di fede, di conseguenza la mia risposta teologica, è che il cancro e la morte, sono conseguenze del peccato originale che ha corrotto la natura e che ha consegnato alla discendente umanità una natura imperfetta, corrotta e mortale.
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Ma volendo c’è di peggio ancora. Se a questo Vescovo qualcuno avesse chiesto: «Perché Dio permette che una creatura innocente muoia consumata da un cancro a soli due anni, mentre fior di malfattori, che trascorrono i giorni della loro vita a fare il peggior male al prossimo ed a compiacersi del male che fanno, arrivano a vivere fino a novant’anni, morendo infine senza neppure essersi mai ammalati e senza avere sofferto per alcun genere di infermità? Noi uomini di fede, risposta a questi quesiti, l’abbiamo da sempre, perché il tutto ha la sua risposta e ragione all’interno di quel mistero che è il peccato originale.
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Un altro Vescovo, di recente nomina, mi accusò di dire delle «idiozie» e delle «sciocchezze», di «nominare il nome il di Dio invano» e di avere un «concetto puerile di Dio». Tutte queste accuse stolte e offensive rivolte a me, accademico pontificio, che insegno teologia tomista da quarant’anni, mi sento sinceramente di respingerle tutte ai vari mittenti, come feci da subito, mentre per tutta risposta i miei accusatori rincaravano la dose dicendo: «Ecco, nega anche di presentare le sue scuse!». Sinceramente, mi domandai ieri e mi domando ancor oggi: come può, un teologo, scusarsi per la dottrina cattolica ?
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Padre Livio mi ha accusato di aver offeso la misericordia della Madonna, giacché, affermando che Dio castiga, l’ho implicitamente concepita come donna crudele, associata a un Dio crudele. Qui, il povero Padre Livio, ha fatto un improvviso vergognoso voltafaccia, interrompendo pavidamente la sua coraggiosa linea pastorale, nella quale, nei suoi precedenti libri, mostrava giustamente Maria in lotta contro il Drago e rinnegando il mio libro sull’inferno.
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Ecco dunque all’improvviso venir fuori una Madonna molliccia e pacioccona, new look, aggiornata al più becero e pericoloso misericordismo e buonismo. Ma per Padre Livio non sarà sufficiente buttare a mare Giovanni Cavalcoli, come già in passato ha fatto con il Prof. Roberto de Mattei [cf. QUI], piuttosto dovrebbe capire che contro certi famelici nemici insaziabili che oggi ci circondano da tutti i lati e che da tempo sono penetrati all’interno della nostra casa, non si deve cedere, si deve combattere, ma non con una Madonna paciona ed imbelle, ma con Colei che ha vinto Satana e tutte le eresie.
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A vicenda grazie a Dio conclusa, ci si impongono alcune riflessioni. Nei giorni seguenti gli attacchi subìti mi sono giunti migliaia di messaggi di comprensione, lode e solidarietà, anche dall’estero, da parte di buoni semplici fedeli. Molti teologi laici hanno preso le mie difese su diversi siti cattolici. Invece nessun vescovo s’è fatto vivo, su 250 che ne abbiamo in Italia. L’unico che mi ha appoggiato è stato S.E. Mons. Giovanni D’Ercole, Vescovo di Ascoli Piceno. Questo fenomeno come si interpreta, come si spiega, che significa?
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Direi tre cose. Prima, un’evidente presenza dello Spirito Santo nel popolo di Dio più che nei pastori. Seconda, una crisi di fede diffusa tra i pastori. Terza, questi buoni laici difensori della fede hanno certamente alle spalle dei buoni preti e dei buoni vescovi, che però restano nell’ombra, non si espongono. E questo non va bene. Siamo in guerra e bisogna combattere. Abbiamo le armi per vincere, occorre uscire allo scoperto e combattere valorosamente. Non è dignitoso fare i cecchini. Il nemico deve abbassare la cresta. Ma perchè ciò possa avvenire, bisogna che mostriamo la nostra forza. Se ci mostriamo timidi e cedevoli, come per esempio un Padre Livio, il nemico ne approfitta.
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Bisogna che i preti e i vescoviche stanno alle spalle dei laici escano allo scoperto con coraggio. Non devono più dire ai laici: «Vai avanti tu, perché sai … io non posso mica compromettermi! Però ti proteggerò nell’ombra». No. Vescovi e preti devono scendere in campo per animare i combattenti. Il pastore dev’essere alla testa del gregge. Anche perchè dobbiamo contarci, sapere quanti siamo e chi siamo, dobbiamo sapere gli uni degli altri. Se stiamo nascosti, gli uni non sanno degli altri; questo diminuisce la forza, e ci impedisce di organizzarci e di avviare un’azione comune.
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Occorre in particolare liberare il Papa dal codazzo di cortigiani che gli sta attorno, che si fingono servitori della Chiesa e che invece la distruggono, che si autonominano collaboratori del Papa e invece lo adulano, lo ingannano e lo circuiscono, e probabilmente anche lo minacciano. Essi gli fanno apparire nemici i suoi veri fedeli, mentre essi si fingono fedeli e gli sono invece nemici.
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In questa situazione confusa, occorre più che mai contare sul Papa nella lotta al modernismo, benchè egli a volte sembri sposarne le apparenze. Occorre invece più che mai distinguere nel Papa la guida alla vittoria, dai suoi difetti umani, dei quali non si deve tener conto, se egli non riesce a correggersene, perchè ciò potrebbe farci perdere di vista la funzione di guida del Papa.
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Quindi, non solo il contenuto di quanto ho detto,ma anche l’opportunità di averlo detto, come ho fatto notare sopra, contrariamente a quanto è apparso a qualcuno, intendeva essere motivo di cristiano conforto, proprio per le povere vittime del terremoto.
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Ciò di cui mi rendo conto, oggi più che mai, è di quanto sia difficile per molti recepire il lessico cristiano, a volte per gli ecclesiastici stessi. Pertanto, parlando di certi temi, non bisogna mai dare per scontato niente, indugiando persino in spiegazioni che potrebbero apparire ovvie, mossi in tal senso dalla consapevolezza che tra gli ascoltatori, non solo possono esservi coloro che non sono disposti ad ascoltare, ma anche dei soggetti che in modo del tutto voluto, oserei dire diabolico, spesso fraintendono volutamente per poi seminare zizzania.
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Quanto mi è successo dimostra come, se da una parte stiamo vivendo una diffusa crisi di fede, tuttavia lo Spirito Santo non manca mai di farsi sentire anche nei momenti più bui perchè sopportiamo la sofferenza, alimentiamo la speranza e siamo forti nel compimento del bene.
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Riprendendo il mio pieno e attivo lavoro su L’Isola di Patmos, colgo l’occasione per ringraziare tutti coloro che hanno pregato per me e chiedo a tutti loro anche una preghiera per il mio amatissimo Ordine dei Frati Predicatori di San Domenico di Guzmán, perché mai io cesserò, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, di essere grato a Dio per avermi voluto a suo servizio come sacerdote e teologo domenicano, e sino alla fine della mia vita, a qualsiasi costo e costi quel che costi, porterò avanti la mia missione con l’ausilio della Beata Vergine Maria del Rosario.
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Varazze, 12 febbraio 2017
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IL GRANDE CUORE CATTOLICO DI ANTONIO SOCCI CHE INVITA ALLA PREGHIERA PER IL SOMMO PONTEFICE
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Autore Ariel S. Levi di Gualdo
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Caro Padre Ariel S. Levi di Gualdo.
Tempo fa lei confutò il libro di Antonio Socci, Non è Francesco”, con un suo lungo articolo. Vorrei sapere che cosa pensa dell’ultimo articolo pubblicato da Socci sul suo blog Lo Straniero [Ndr. cf. QUI].
Mattia Vizzini
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la più bella immagine di Antonio Socci: sua figlia Caterina, una “figlia condivisa” nella paternità cristiana da tutti noi che abbiamo pregato e che preghiamo per lei [vedere QUI]
Ho letto con piacerel’articolo bello e toccante di Antonio Socci [cf. QUI], commentato poco dopo da Roberto de Mattei sull’agenzia cattolica Corrispondenza Romana con l’equilibrio asciutto e asettico dello studioso che analizza un fatto e lo commenta, com’è nello stile di questo insigne storico della Chiesa [cf. QUI].
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Non so se Antonio Socciabbia riflettuto su alcuni tiri che in passato gli ho indirizzato, a partire dal mio saggio breve a confutazione del suo libro Non è Francesco [cf. QUI]. Se però c’è una cosa che ricordo molto bene — e qui vale il principio scripta maneant — è che proprio muovendogli delle critiche ho sempre messo in luce due diversi elementi, uno oggettivo e uno soggettivo. Il dato oggettivo: Antonio Socci è un autentico credente, un devoto cattolico figlio della Chiesa di Cristo. Il dato soggettivo: ad Antonio Socci voglio bene e verso di lui ho sempre nutrito stima, senza mai cessare di considerarlo un giornalista e un commentatore di indubitabile talento.
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Ma veniamo adesso al “fenomeno Socci”,la cui fenomenicità è legata anzitutto al fatto che egli appartiene ad una “razza maledetta da Dio e dagli uomini”, ossia i toscani, gente che io conosco bene per mio stesso ceppo di nascita. Non che voglia gareggiare in “spirito maledetto”, ma di certo sono più “maledetto io” di Antonio Socci, perché mentre lui è un toscano di indubbia purezza, io sono invece un “meticcio”. Toscana da generazioni è la mia famiglia materna, perché la mia famiglia paterna è di ceppo romano. E così, alla “cattiveria toscana”, sufficiente ad andare in Purgatorio sino alla parusia, aggiungo quello spirito romano che all’occorrenza fa di me una via di mezzo tra Boccaccio e Pasquino, sebbene io non vada in giro per l’Urbe Quirite ad affiggere manifesti scritti in romanesco su er papa …
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Per capire Antonio Socci anche come giornalista di talento, bisogna entrare nella toscanità, semmai facendo richiamo ad alcuni personaggi che nel mondo del giornalismo hanno lasciato un segno storico, forse anche in virtù del loro carattere di toscani, ossia di “gente maledetta da Dio e dagli uomini”.
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In Antonio Socci si rispecchia quella che fu la coerenza e il coraggio di Indro Montanelli, ed al tempo stesso il carattere sanguigno e intelligentemente impulsivo di Oriana Fallaci, che proprio quando giocava a fare l’impulsiva, aveva in verità studiato con prudenza e saggezza anche i sospiri alterati che poi fuoriuscivano dalla sua bocca o dalla sua penna. E chi come il sottoscritto ha conosciuto nella propria giovinezza questi due personaggi — non solo per la loro fama ed i loro scritti, ma anche di persona —, non esita a percepire che Antonio Socci è a suo modo una sintesi di questi due geniacci amabili e talentati, ma tutt’altro che facili da trattare.
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Il 29 gennaio inviai un messaggioai responsabili di varie riviste telematiche, blog e siti cattolici, incluso Antonio Socci, ai quali scrissi:
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«La cosa peggiore che in certe circostanze noi possiamo fare, è quella di rimanere nel nostro cosiddetto orticello. Possiamo anche litigare e attaccarci vicendevolmente su certe tematiche ecclesiali e pastorali, ma dinanzi a casi di questo genere, ogni cosa deve passare in terz’ordine perché la difesa della dottrina e della fede passa avanti a tutto, compresi attriti personali, simpatie o antipatie, modi diversi di pensare e via dicendo. Se infatti i soldati in guerra si mettono a litigare tra di loro anziché combattere, inutile dire quel che accadrebbe …»
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Quali erano «i fatti di questo genere»ai quali alludevo in quella email ? Il fatto era uno: gli attacchi intollerabili rivolti da un teologastro palesemente eretico, o in ogni caso non cattolico, tale alla prova dei fatti è Andrea Grillo, che più volte aveva attaccato il Cardinale Carlo Caffarra, considerato un maestro della morale cattolica di fama mondiale anche dagli stessi studiosi che non la pensano come lui, ma che con debita onestà intellettuale ne riconoscono da sempre l’indubbio valore.
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A difesa del Cardinale Carlo Caffarra, ed a confutazione delle stoltezze di Andrea Grillo, su L’Isola di Patmos era stato pubblicato un testo di indubbio spessore teologico [cf. QUI], che in quel messaggio privato mettevo a disposizione dei vari siti e blog cattolici, affinché quella difesa potessero farla propria, mostrando in tal modo, ai nostri sempre più potenti avversari, che all’occorrenza i veri cattolici fedeli alla dottrina e al Magistero della Chiesa sono uniti tra di loro.
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Figurarsi, questi cattoliconi neppure mi risposero. E ciò per il semplice fatto che ― come già scrivevo e lamentavo due anni fa ―, questi sedicenti cattolici, in verità sono solo dei rissosi, autoreferenziali e spesso anche tremendi narcisisti che tendono a parlarsi addosso, rinchiusi nel proprio ghetto o comunque delimitati nel loro psicotico orticello. Come teologo e come pastore in cura d’anime ho tentato più volte di dir loro, in varie occasioni e senza alcun esito, che di fronte a certi grandi temi della fede bisogna mostrare unità, anziché far ridere a giusta ragione i nostri nemici palesandoci come un gruppo di membra sparse per la foresta, all’interno della quale ci lanciamo semmai anche le frecce gli uni contro gli altri.
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A nulla è però servito l’invito rivolto a questi soggetti sparsi che adesso sbraitano adesso si piangono addosso, ma che soprattutto tanto si piacciono quanto si parlano addosso. Inutile il mio invito a formare tramite le varie riviste, siti e blog una “Lega Santa”, memori della sapiente esortazione paolina: «Ma se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!» [Gal 5, 15].
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A questi meschiniche spaziano tra il ghetto e l’orticello autoreferenziale circondato di filo spinato, oggi presi a stracciarsi le vesti persino su quelli che fino a ieri erano i lefebvriani loro beniamini, ai quali hanno cominciato a lanciare accuse d’alto tradimento per le loro trattative in corso con la Santa Sede, mi verrebbe da chiedere: pensate che oggi riusciremmo a vincere una nuova Battaglia di Lepanto al grido di «Ave Maria!»? Perchè con una sbandata armata Brancaleone di litigiosi come voi, i musulmani ci sconfiggerebbero sommergendoci con una risata, mentre i vostri vari gruppuscoli sarebbero presi a litigare tra di loro sul fatto che l’Ave Maria deve essere recitata in latino, a recto tono, con quaranta candelieri accesi e con le stoffe dei paramenti liturgici la cui fabbricazione deve essere antecedente al 20 settembre 1870, data della presa di Roma che segnò la caduta dello Stato Pontificio. Perchè questo è il grottesco teatrino al quale purtroppo siamo ridotti: litigare sulla irrigazione delle margherite del giardino che rischiano di appassire per il calore sviluppato dalle fiamme che stanno bruciando tutta quanta la casa.
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Ahimè sono miseramente rimbalzato su un muro di gomma,senza riuscire a far capire neppure l’ovvio: il male che oggi ammorba la Chiesa, per imperare deve anzitutto dividere, ed in questa opera di divisione, noi rendiamo agli accoliti del Maligno splendido servizio dando ad essi risultato di successo garantito e con il loro minimo sforzo.
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Solo Antonio Socci pare aver riflettuto su certe mie parole.E sia chiaro: è una mia pura supposizione basata sul fatto che il suo ultimo scritto testè riportato sposa tutte le istanze che inutilmente cerco di portare avanti da due anni, nel tentativo disperato e a tratti purtroppo inutile di togliere dalle mani l’innaffiatoio della bambola Barbie a coloro che stanno perdendo del tempo prezioso per innaffiare le margherite, spiegando in modo altrettanto inutile che bisogna spegnere quanto prima l’incendio che sta bruciando tutta quanta la casa.
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Adesso cercherò di delineare la differenza che corre tra due autentici credenti e uomini di fede come Antonio Socci e Roberto de Mattei, rispetto alla pletora di autoreferenziali che sui ghetti chiusi e sulle divisioni trovano la propria ragione di essere ed esistere. Ma prima di delineare certe differenze è necessario un chiarimento: perché, ad Antonio Socci e a Roberto de Mattei, in alcune circostanze ho riservato un trattamento duro, mentre ad altri soggetti li ho trattati sommergendoli con sarcastiche prese di giro [cf. QUI]? Per un fatto semplice: Antonio Socci e Roberto de Mattei sono due persone che vivono e che soffrono intimamente la Chiesa Cattolica, con la quale hanno un autentico rapporto figlio-madre. Gli altri, invece, sono perlopiù ex politicanti senza successo, variamente falliti o trombati, capaci ad esprimersi solo con la litigiosità dei consiglieri comunali dei paesi di provincia, che non essendo riusciti a sfondare neppure come consiglieri di circoscrizione, hanno trovato nella Chiesa Cattolica un luogo di sfogo per le loro psicopatologie. Detto questo faccio notare che dalle colonne de L’Isola di Patmos, l’insigne studioso veramente cattolico Roberto de Mattei è stato da me appoggiato e difeso più volte in tutti i grandi temi della fede e della dottrina [tra i vari scritti vedere QUI].
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Perché ho preso assieme due persone così diverse come Antonio Socci e Roberto de Mattei? Esattamente per questo: perché sono molto diversi ma alla fine simili attraverso l’unità nel mistero della fede.
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Roberto de Mattei,romano di nascita ma discendente da una famiglia dell’antica aristocrazia siciliana, possiede la naturale aplomb del perfetto nobiluomo, è persona sempre molto misurata, soprattutto quando si arrabbia, tanto che non è facile neppure capire quand’è arrabbiato. Antonio Socci, toscano da generazioni, nasce in una famiglia operaia della provincia di Siena, figlio di un minatore di profondi sentimenti cristiani, militante nella prima Democrazia Cristiana che fu. Uomo sul quale ― il suo babbo minatore ―, Antonio Socci ha scritto più volte parole toccanti legate soprattutto ai sentimenti e alla saggezza del suo amato genitore. Antonio Socci è un figlio sanguigno delle genti dell’antica Etruria e quando si arrabbia, la sua rabbia la manifesta in tutti i modi, ivi incluso il ricorso alla teatralità dei toscani, che riescono non di rado a essere eclatanti nelle loro espressioni iperboliche. Penso da sempre che certi toscani siano riusciti a far ridere persino Dio e la Beata Vergine Maria con le loro bestemmie, perché a volte sono talmente colorite, elaborate e fantasiose ― ma soprattutto dette senza la benché minima intenzione di offendere Dio e la Madonna ―, che mi riesce difficile immaginare qualcuno di questi popolani buzzurri all’inferno nel girone dantesco dei bestemmiatori, posto che per bestemmiare veramente occorre la cosciente, ferma e diabolica volontà di offendere Dio e la Beata Vergine Maria.
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Per Antonio Socci, il Romano Pontefice, altro non era quindi che il suo amato babbo fatta somma perfezione cristologica e apostolica. Antonio Socci ha venerato il proprio genitore come degno pater familias, come uomo culturalmente semplice, ma dotato di quella innata sapienza derivante dalla cultura di quel sensus fidei che condusse Santa Caterina da Siena, illetterata e analfabeta, nell’empireo dei dottori della Chiesa. Perché questo per ogni buon cristiano è il Romano Pontefice: il supremo padre della Familia Christi.
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Non intendo certo psicanalizzare il caro Antonio Socci, tanto più in un pubblico scritto, tutt’altro: intendo giustificare lui e molti altri devoti figli fedeli della Chiesa che sempre più spesso giungono ai nostri confessionali con dei quesiti non facili da risolvere, legati alle non poche e infelici espressioni del Regnante Pontefice, il quale più viene esaltato da tutti i peggiori nemici della Chiesa, più genera lo smarrimento nelle membra vive dei fedeli che compongono il Corpo di Cristo che è la Chiesa [rimando al mio precedente articolo, QUI].
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Antonio Socci, come molti di noi, incluso chi scrive, è stato benedetto da Dio con la grazia di un padre premuroso, saggio, dotato di paterna autorità e autorevolezza, capace come tale a essere credibile e preziosa guida per i figli.
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Tutte queste caratteristiche, possiamo riconoscerle nell’uomo Jorge Mario Bergoglio? Esso rispecchia, quelle che sono le caratteristiche del padre premuroso, saggio, dotato di paterna autorità e autorevolezza, capace come tale a essere credibile e preziosa guida per i figli? Ometto di rispondere, limitandomi a ribadire quanto risposi nei miei dettagliati commenti storico-teologici ad Antonio Socci a proposito del sul libro Non è Francesco [cf. QUI]. E detta in estrema sintesi la risposta fu questa: un cattivo padre, non cessa per questo di essere il legittimo padre.
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Il problema del “cattivo padre”, lo viviamo giorno dietro giorno, soprattutto a causa dei pericolosi cortigiani e dei perniciosi ruffiani di cui costui s’è circondato, agendo con tutta la pericolosità tipica delle persone poco intelligenti e altrettanto poco preparate sul piano filosofico, storico, teologico e giuridico, ma che pur malgrado ritengono di essere scaltre, o di riuscire a gestire e controllare tutto, senza neppure rendersi invece conto di essere gestiti e controllati, spesso anche da quanto di peggio possa esistere.
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In Antonio Socci, come in molti altri fedeli e devoti figli della Chiesa, doveva prima esplodere il disagio, anche attraverso quella rabbia che fece scrivere alla sanguigna Oriana Fallaci il libro intitolato La rabbia e l’orgoglio, che non fu affatto una espressione di rabbia, malgrado il titolo, ma la rappresentazione e la narrazione di una rabbia elaborata. Altrettanto Antonio Socci, scrivendo il suo Non è Francesco, ha prima tirato fuori e poi elaborata la propria rabbia, peraltro del tutto comprensibile e sotto molti aspetti anche condivisibile sia sul piano umano che su quello cristiano.
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Non credo che Antonio Socci oggi scriverebbe di nuovo quel libro, che però è stato prezioso per lui e anche per noi; e ritengo altresì che in un futuro, vicino o lontano, non abbia proprio alcun bisogno di dover ricorrere a smentire se stesso, perché quel libro è stato un momento di preziosa elaborazione della sua vita di autentico cattolico, che come tale non richiede e non necessita proprio di alcuna postuma smentita.
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Nel vero figlio fedele di Santa Madre Chiesa aperto all’ascolto, come dicevo poc’anzi prevale per dono e mistero di grazia il sensus fidei, che invece purtroppo non prevale nei rabbiosi fini a se stessi, nei litigiosi e nei narcisisti patologici richiamati in precedenza, ai quali se è tolta la lite e la divisione, è tolto proprio il loro senso di essere e di esistere. E costoro sono coloro che, come dicevo poco addietro, nella Lepanto di oggi si farebbero sconfiggere sommersi da una grassa risata da parte dei musulmani, mentre anzichè combattere sono presi a litigare tra di loro sui più formali e inutili cavilli delle rubriche liturgiche, dicendosi gli uni con gli altri: «la mia è la Messa di sempre », con gli altri che replicano … «Si, però la mia è la Messa di sempre, ma quella di sempre che come tale è molto sempre di più !».
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Antonio Socci ha capito, come molti di noi,che in questo momento storico abbiamo a che fare con un pater familias che sta esponendo la Santa Sposa di Cristo al meretricio sotto i lampioni dei marciapiedi; che bastona le pecore del proprio ovile e che dopo averle gonfiate di bòtte corre gioioso a dire a tutte le pecore smarrite che hanno fatto bene a smarrirsi e che soprattutto devono rimanere smarrite. O forse non è stato sotto questo Augusto Pontificato, che l’eresiarca Lutero, per le peggiori grinfie teutoniche calate da subito sul Successore di Pietro, è finito col divenire persino un «riformatore» e un animo tenero «animato da buone intenzioni» ?
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Antonio Socci, sin da bambino,ha imparato a essere un buon figlio degno di un buon padre; e come lui, questo, lo hanno imparato e vissuto anche molti di noi.
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Il figlio, specie un figlio adulto e maturo, deve però avere anche la capacità ad accettare la realtà di un cattivo padre, senza mai scegliere la strada più facile, quella assolutamente non praticabile che porta a dire: non è mio padre … non è il vero padre!
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L’esistenza del cattivo padreè una drammatica realtà, come lo è quella dei cattivi figli. Ma una cosa che in ogni caso non può essere negata, è la paternità.
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Come pastore in cura d’anime posso dire in coscienza una cosa: ho conosciuto, dentro e fuori dai confessionali, persone in cammino anche verso gli ottant’anni che sono stati figli di pessimi padri, dei quali ricordavano a una a una tutte le cattive azioni: la mancanza di cura per la famiglia, le percosse date alla madre, il maltrattamento dei figli. Eppure, diversi di questi figli, pur dinanzi al ricordo doloroso e disastroso di certi padri tutt’altro che modello, trovandosi ormai in cammino verso la fine della loro vita, sono riusciti a dire a me, loro confessore, alcune parole fondamentali per l’acquisto della pace interiore con sè stessi: «A suo modo, mio padre, mi ha lasciato comunque anche qualche cosa di buono. Una cosa è certa: è il padre che la vita mi ha dato, mai potrei negare di essere suo figlio, anche se avrei desiderato avere molto di meglio, rispetto a un padre tutto sommato disastroso com’è stato lui».
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Assieme ad Antonio Socci non cesseremo mai di pregare per il Regnante Pontefice,che con autentica devozione filiale ricordiamo ogni giorno nel canone della Santa Messa, con l’aggiunta di una particolare intenzione di preghiera: affinché la grazia di Dio protegga sempre Pietro e il ministero petrino sul quale si fonda il mistero della Chiesa, dalle imprudenze e dalle limitatezze dall’uomo Jorge Mario Bergoglio. Siamo infatti consapevoli che l’uomo Jorge Mario Bergoglio passerà, ma il ministero di Pietro sul quale si fonda il mistero della Chiesa, rimarrà sino al ritorno di Cristo alla fine dei tempi. E, molto misericordiosamente, quando Cristo Signore «tornerà nella gloria per giudicare i vivi e i morti», non dirà affatto: “Avanti tutti, che tutti siete salvi!”. Cristo Sommo Giudice separerà il grano dalla gramigna; e la gramigna sarà legata in fasci e bruciata all’Inferno, mentre il buon grano sarà riposto nel Paradiso per tutta l’eternità [cf. Mt 13, 24-30]. Questa è infatti la misericordia di Dio, non certo secondo le opinabili opinioni teologiche, ma secondo il deposito della fede Cattolica.
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Dall’Isola di Patmos, 12 febbraio 2017
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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2016/06/lettere-dei-lettori.jpg?fit=303%2C244&ssl=1244303Redazionehttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngRedazione2017-02-12 17:52:202021-04-26 16:58:01La Madonna “molliccia” e “pacioccona” del piccolo Padre Livio Fanzaga e il grande cuore cattolico di Antonio Socci che invita alla preghiera per il Sommo Pontefice
IL GRILLO E LA FORMICUZZA CONTRO UN GIGANTE DELLA MORALE CATTOLICA: IL CARDINALE CARLO CAFFARRA
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Il Cardinale Carlo Caffarra rimane quindi emblema e baluardo della sana difesa della fede che si oppone alla distruzione della fede posta in atto da Andrea Grillo e dai suoi numerosi sodali eretici e modernisti, oggi purtroppo al potere dentro la Chiesa visibile, all’interno della quale, per dono e mistero di fede, noi crediamo comunque che portae inferi non preaevalebunt
E c’era un grillo in un campo di lino, la formicuzza, gli chiese un pochettino … [cliccate sopra l’immagine per ascoltare la celebre filastrocca popolare italiana]
Andrea Grillo, nella sua difesa dannosa e maldestra del Sommo Pontefice Francesco I, ha pubblicato su Rivista Europea di Cultura un articolo dal titolo: «Ma questo papa sarà mica un kantiano? Carlo Caffarra contro la coscienza modernista». Questo articolo sarebbe una critica alle idee espresse dal Cardinale Carlo Caffarra in una sua recente intervista rilasciata al giornale Il Foglio circa le ragioni dei Dubia già espressi in precedenza da quattro Cardinali.
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A chi come Andrea Grillo manca di quel senso delle proporzioni dal quale nasce per logica conseguenza la mancanza di senso del ridicolo, è bene ricordare che il Cardinale Carlo Caffarra, nelle sfere teologico-morali di sua pertinenza, è considerato da sempre un grande maestro persino da coloro che non la pensano come lui poiché animati da una opposta visione delle cose, ma non per questo privi di senso delle proporzioni e di onestà intellettuale.
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L’eresia in cattedra ed il silenzio omissivo delle autorità della Santa Sede preposte a vigilare sulle università ecclesiastiche, a partire dalla Congregazione per la dottrina della fede per seguire con la Congregazione per l’educazione cattolica
I democratici, liberali, collegiali ed ecumenici personaggi come Andrea Grillo, lungi dal riconoscer le qualità dell’avversario, procedono con lo spirito denigratorio che nella storia ha connotato l’agire di due forze contrapposte ma parallele: il vecchio Regime Sovietico e la Massoneria, ai quali dobbiamo il “merito” d’aver formato molti nostri personaggi che oggi spadroneggiano nella Chiesa con immane danno per la Chiesa anzitutto, quindi per tutti noi suoi fedeli servitori, sempre più bastonati a causa della nostra fedeltà paolina alla sana dottrina: «Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole». Per questo abbiamo fatto nostro questo monito e soprattutto l’esortazione che segue rivolta al discepolo Timoteo dall’Apostolo Paolo: «Tu però vigila attentamente, sappi sopportare le sofferenze, compi la tua opera di annunziatore del vangelo, adempi il tuo ministero» [cf. II Tm 4, 1-5]. E oggi, la «sana dottrina», è variamente chiamata: chiusura al mondo e all’uomo, legalismo, rigidezza e via dicendo [segue l’intero testo …]
Nella nostra pagina Siti Amici che potete trovare sulla home-page dell’Isola di Patmos, c’è il collegamento al sito ufficiale del Cardinale Carlo Caffarra, nel quale è leggibile la sua raccolta di omelie. Molte di queste omelie, degne dei sermoni dei grandi Padri della Chiesa, costituiscono prezioso materiale per la edificazione spirituale del Popolo di Dio, in modo particolare di questi nostri tempi.
Potete aprire la pagina anche da qui cliccando sull’immagine sotto
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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2014/10/Patmos1.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Padre Arielhttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngPadre Ariel2017-01-29 18:43:382017-01-29 23:36:15il Grillo e la Formicuzza contro un gigante della morale cattolica: il Cardinale Carlo Caffarra
Babamın ikinci evliliğini yapmasıyla birlikte üvey kız kardeşe sahip oldum porno indir Yeni kız kardeşim tembelin teki porno izle ne okula gidiyor ne ders çalışıyor seks hikaye Bulduğu her fırsatta okulu ekiyor bedava porno aile bireyleri bu yüzden ona çok kızıyor brazzers porno Bugün evde kimsecikler yokken bahçede biraz spor yapayım dedim sex hikayeleri Şans eseri kız kardeşimi gördüm okula gitmemiş odasında saklanıyor rokettube Ona bağırdım ve zorla okula gitmesini sağladım türk porno Evden çıktığı vakit bahçede sporuma başladım porno Kısa bir süre sonra telefonuma evdeki alarmın devre dışı kaldığına dair bildirim geldi ensest hikayeler Karşımda çıplak durması ve tahrik edici konuşmalarıyla beni sekse ikna etti.
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