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Il Cardinale Carlo Caffarra è morto crocifisso, come il crocifisso e con il crocifisso

12 Settembre 2017/1 Commento/in Attualità/da Padre Giovanni

IL CARDINALE CARLO CAFFARRA MORTO CROCIFISSO, COME IL CROCIFISSO E CON IL CROCIFISSO

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[…] in questo caso il Papa s’è comportato male, parecchio. L’abbraccio di Carpi al Cardinale Carlo Caffarra è stato ben poca cosa, anche perché è stato un saluto di pochi secondi, solo il tempo necessario per una fotografia, mentre la ferita di quest’uomo di Dio è rimasta. Il Cardinale Carlo Caffarra è morto crocifisso. Anzi, spieghiamoci meglio: è morto come il Crocifisso e con il Crocifisso.

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Il dolore propriamente religioso è quello  che piange o  il peccato proprio o quello degli altri. Né si duole perché questo male  è  colpito dalla giustizia divina, ma, se si rattrista, lo fa per  quanto viene commesso dall’iniquità umana.

San Leone Magno, Discorso 95, 4-5, PL 54, 462-463

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Autore
Giovanni Cavalcoli, O.P.

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PDF  articolo formato stampa 

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un ricordo del Cardinale Carlo Caffarra a cura del canale televisivo della Arcidiocesi di Bologna, per aprire il video cliccare sopra l’immagine

Abbiamo perso un Santo, un Santo Cardinale, onore e vanto del sacro collegio, quel sacro collegio, che oggi purtroppo è ferito e turbato da spinte moderniste, che ne minano l’unità e la funzionalità come sostegno del Papa nel governo della Chiesa. È quel collegio di eletti pastori che più da vicino aiutano il Successore di Pietro nel suo arduo ufficio apostolico. Il colore  della loro veste, come ricordava loro Santa Caterina da Siena, è il rosso, che simboleggia il sangue di Cristo, a significare che devono esser pronti a dare il proprio sangue per il bene della Chiesa. Col Cardinale Carlo Caffarra abbiamo perso  un umile principe e una robusta colonna della Chiesa, un uomo di Dio, luminare della teologia morale, soprattutto nel campo del sacramento del matrimonio e della famiglia, dunque in prima linea a subire gli attacchi e gli insulti del mondo e pertanto disprezzato, calunniato e sbeffeggiato dai modernisti, strumentalizzato e vanamente corteggiato dai lefebvriani, ammirato, ascoltato ed imitato dai buoni cattolici, viventi di quella “continuità nel progresso”, che fu la massima consegna alla Chiesa fatta  da un’altra grande guida spirituale: Benedetto XVI.

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Ed egli sempre sulla breccia, con indomita fermezza, fino all’ultimo, perché fondato su di una salda preparazione dottrinale e ancor più una fede calda e illuminata, non certo quella del Cardinale Carlo Maria Martini sempre in irresolubile discussione con l’ateo “interiore”.

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«Misericordia e conversione», una conferenza del Cardinale Carlo Caffarra, tenuta ad Ancona il 30 maggio 2016, per aprire il video cliccare sull’immagine

Riguardo la personalità di Carlo Caffarra, si è parlato di intelligenza, cultura, onestà, amore alla Chiesa, pastoralità. Tutto vero. Ma secondo me, il vero cuore della sua spiritualità, è testimoniato da alcuni episodi della sua vita, dove l’amore s’intreccia al dolore. Con San Paolo, egli ha potuto dire e ci dice ancora: «Non ci sia altro vanto per me che nella croce del Signore Nostro Gesù Cristo» [Gal 6,14].

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Come il Padre Ariel che due giorni fa ha preceduto questo mio ricordo su L’Isola di Patmos con un ricordo suo [cf. QUI], posso testimoniarvi anch’io d’aver conosciuto molto bene il Cardinale Carlo Caffarra. Ci fu tra di noi una reciproca stima ed amicizia, che trasse occasione e stimolo da quattro fattori: primo, l’esser stato il mio vescovo fino al 2012, ossia finché abitai nel Convento di Bologna; secondo, esser stato mio Superiore come Cancelliere della Facoltà Teologica di Bologna, dove insegnai fino al 2011, quando divenni emerito; terzo, l’esser stato incaricato da lui esorcista della diocesi; quarto, l’esser stato, fino alla fine del suo mandato episcopale, Giudice del Tribunale diocesano per la Causa di Beatificazione del Servo di Dio Padre Tomas Tyn, inchiesta diocesana nella quale, fino al 2013, ho svolto la funzione di vice-postulatore.

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omelia del Cardinale Carlo Caffarra nella Papale Arcibasilica di San Pietro nel 2013, durante l’Anno della Fede, per aprire il video cliccare sopra l’immagine

In occasione di una visita al Cardinale nel 2012, legata al mio ufficio di vice-postulatore, egli mi raccontò con emozione che fin da seminarista amava far frequenti pellegrinaggi a piedi, partendo da Busseto, suo paese natale, a pochi chilometri di distanza, fino al Santuario della Madonna del Rosario a Fontanellato, presso Parma, diretto dai Domenicani. Carlo Caffarra visse la sua vita nella luce di Maria e quando dalla sede suffraganea di Ferrara fu promosso alla sede arcivescovile metropolitana di Bologna, fervente fu da allora in poi la sua devozione per la Vergine di San Luca.

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Vorrei ricordare tre importanti episodi della sua attività di pastore da Vescovo e da Cardinale. Pur nella loro diversità, sono tutti e tre legati da un filo rosso: sante, opportune e nobili iniziative, preparate, avviate e condotte con rettitudine d’intenzione, competenza, saggezza e coraggio, dalle quali Carlo Caffarra aveva diritto di attendersi molto per il bene della sua diocesi e della Chiesa e la diffusione del Vangelo, e pur tuttavia tutte e tre bloccate e frustrate non solo da ostacoli provenienti dall’esterno della Chiesa, ma soprattutto dall’interno, addirittura da parte dell’autorità superiore.

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Carlo Caffarra è apparso ad alcuni uno sconfitto, come ha scritto Padre Ariel di recente facendo un sottile riferimento a «noi cristologici falliti» [cf. QUI]. E sconfitto è forse apparso a un modernista come Andrea Grillo [1], che lo ha dipinto tra le righe come un uomo superato dalla storia. Eppure, poiché la causa di Carlo Caffarra era giusta ― anzi sacrosanta ―, sarà proprio la storia a dargli ragione, e Grillo sarà svergognato, mentre fin da adesso il santo Cardinale si trova trionfante sui suoi nemici nella gloria celeste, alla quale è salito per essere stato un servo fedele di Cristo.

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«avrei avuto più piacere si dicesse che l’Arcivescovo di Bologna ha una amante, anziché si dicesse che è contro il Papa», da un’intervista a Tv2000, per aprire il video cliccare sopra l’immagine

I tre episodi salienti della sua vita sono: primo, la deposizione da Segretario del Pontificio istituto per studi su matrimonio e famiglia  da parte di San Giovanni Paolo II nel 1984; secondo, gli ostacoli posti da autorità ecclesiastiche al procedere dell’inchiesta diocesana relativa alla Causa di Beatificazione del Servo di Dio Padre Tomas Tyn, che fu approvata, ufficialmente aperta e appoggiata dal Cardinale; terzo, il rifiuto del Pontefice regnante di rispondere agli ormai famosi dubia e di riceverlo in udienza. Adesso vedremo come dietro a tutti tre questi episodi, che a tutta prima potrebbero dare l’impressione di una non piena consonanza con il Chiesa e il Sommo Pontefice, in realtà essi, se ben considerati e valutati con giusti criteri, mostrano invece la figura di un cattolico tutto d’un pezzo, fedelissimo alla sana dottrina, eccellente nella testimonianza cristiana, dotto e sapiente, specchio di Cristo crocifisso, splendido esempio di pastore ed educatore,  soprattutto dei giovani, in pienissima comunione con la Chiesa e col Papa, a proposito del quale qualche anno fa, per controbattere alle voci maligne, ebbe a dire con fanciullesco candore che egli era papista dalla nascita, lo era allora e lo sarebbe stato fino alla morte. Uomo dotato anche di elegante umorismo, che non esitò a rispondere: «Preferirei che si dicesse che l’Arcivescovo di Bologna ha un’amante, piuttosto che si dicesse che è contro il Papa» [cf. video-intervista QUI].

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Cominciamo allora dal primo episodio e precisamente dagli antecedenti. Nella Chiesa Carlo Caffarra scelse, in sua qualità di moralista e pastore, di dedicarsi, preferenzialmente all’approfondimento, in piena comunione con la dottrina della Chiesa, dello studio del sacramento del matrimonio ― mysterium magnum [Ef 5,32] ― in tutti i suoi aspetti liturgici, spirituali, umani, morali, psicologici, sociologici, canonistici, civili ed educativi. 

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Rome Life Forum 2017, intervento del Cardinale Carlo Caffarra, agenzia di informazione Corrispondenza Romana, per aprire il video cliccare sopra l’immagine

In questo campo si acquistò prestigio e fama internazionali. Per questo San Giovanni Paolo II, altro grande Maestro in questa delicata ed importante materia, lo nominò, ad appena quarantatre anni, nel 1981, a capo del Pontificio Istituto per studi su matrimonio e famiglia [cf. QUI]. Il buon Carlo Caffarra, carattere mite e fiducioso nella bontà degli altri, forse non si rese conto della terribile ed insidiosa zona di guerra nella quale lo aveva posto il Successore di Pietro. Ma partì fiducioso, forte della sua fede e della sua salda preparazione. Ecco però che il potere delle tenebre, celato sia all’interno che all’esterno della Chiesa, gli preparava un perfido agguato. Nel 1984 fu intervistato da un giornalista, che gli chiese che cosa ne pensava dell’aborto. E lui, con tutto candore, con semplicità, chiarezza e sincerità, secondo il dettato della legge naturale e il precetto della fede, senza immaginare che cosa sarebbe successo, rispose tranquillamente come suo solito: «L’aborto è un omicidio!». E scoppiò così la tempesta: qualcosa come 450 teologi “cattolici”, in realtà modernisti, quello che già il Beato Paolo VI aveva chiamato il «magistero parallelo», si scatenarono non contro il povero Caffarra, ma contro il Papa, con accuse roventi di essere un tiranno medioevale, a gruppi di 40, 50, 60 teologi, da vari paesi europei, diversi dei quali, negli anni a seguire, elevati alla dignità episcopale. Cominciò il Belgio, per seguire uno appresso all’altro con gli altri Paesi di passata tradizione cattolica: la Germania, l’Olanda, la Francia, la Spagna, ed infine l’Italia, che funse da “fanalino di coda”, come commentò il mio capo-ufficio Monsignor Tommaso Mariucci, all’epoca in cui mi trovavo a lavorare come consulente teologico presso la Segreteria di Stato di Sua Santità. Che cosa fece, in quella circostanza, il Sommo Pontefice? Tolse Carlo Caffarra dall’incarico. Alcuni in Segreteria di Stato commentarono: «Ha fatto male, doveva lasciarlo al suo posto!». Ma Carlo Caffarra ricevette in ogni caso una ferita terribile. Fu per lui una prova spaventosa e, cosa che probabilmente lo turbò e lo addolorò  ancora di più, ricevuta proprio da un Santo Pontefice, che pure lo stimava, ed al quale se c’era qualcosa che gli stava proprio a cuore, era proprio la famiglia. Dovette sentirsi piombare addosso come un macigno tutto lo scherno ed il trionfo dei modernisti. Dovette sentirsi trattato con immensa ingratitudine per tutto l’impegno che aveva profuso in quella delicatissima carica e probabilmente dovette avere l’impressione di una resa ai nemici sghignazzanti della Chiesa. Perché mai accontentarli, anziché premiare e confermare il fedele servitore?

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Carlo Caffarra «Matrimonio, Eucaristia, Comunione», 20 marzo 2014, a cura del canale televisivo dell’Arcidiocesi di Bologna, per aprire il video cliccare sopra l’immagine

Nella storia della santità, per la verità, si danno altri casi del genere, nei quali un santo, senza sapere o senza volere, o semplicemente perché ingannato da soggetti maligni o perché mal consigliato da altri, fa un grave torto a un altro santo. Ma egli restò in silenzio, non si difese, non protestò, continuò nella sua dirittura morale, pregò e offrì al Signore. Solo dopo lunghi anni su questa linea di santità riuscì a guarire, a rasserenarsi, incrementando il suo impegno pastorale, finché San Giovanni Paolo II, nel 1995, lo nominò Vescovo di Ferrara. Trascorsi otto anni, nel 2003 lo promosse alla sede arcivescovile metropolitana di Bologna, la dotta e la gaudente. Nel 2006, Benedetto XVI lo creò Cardinale.

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Secondo episodio, la Causa di Beatificazione di Tomas Tyn. Non sto qui a ricordare la figura di questo santo e dotto teologo domenicano, di origine cèca, morto a 39 anni nel 1990, vissuto nel convento di Bologna dal 1972 fino alla morte e docente nello Studio Teologico Domenicano di Bologna. Padre Tomas, del quale si possono visitare i due siti [QUI e QUI], è ben noto ai lettori de L’Isola di Patmos ed ormai noto nel mondo cattolico.

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apertura del processo di beatificazione di Padre Tomas Tyn, Bologna 25 febbraio 2006, relazione introduttiva di Padre Giovanni Cavalcoli alla presenza dell’Arcivescovo Metropolita di Bologna Carlo Caffarra, per aprire il video cliccare sopra l’immagine

Carlo Caffarra ammirava Tomas Tyn, oltre che per le sue virtù, anche per la sua sapienza teologica, ed in essa vedeva una guida nella ricerca di Dio e nella fondazione dei valori morali, a rimedio degli errori del nostro tempo. Egli aveva ben intuìto, come pure lo stesso Cardinale Joseph Ratzinger scrisse a Padre Tyn [2], quanto fosse importante, seguendo la migliore tradizione domenicana, dar fondamento, giustificazione e certezza alle asserzioni morali con una solida filosofia e teologia teoretica. E qui ricordo alcune parole significative dell’Arcivescovo Metropolita di Bologna Carlo Caffarra, con le quali, nel Decreto di Introduzione della Causa del 2006 loda il Servo di Dio per la sua fedeltà alla dottrina di San Tommaso d’Aquino e rileva come:

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«[…] oggi la sua beatificazione e canonizzazione è richiesta da numerose persone che mantengono viva la memoria delle sue virtù e fama di santità già riconosciuta da tanti, quando era in mezzo a noi» [3].

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Dal 2 al 3 dicembre 2011, presso il Convento di San Domenico di Bologna, si tenne un convegno internazionale organizzato dall’Associazione Cenacolo di San Domenico di Bologna, dal tema «La figura e il pensiero di Padre Tomas Tyn» [4]. Il Cardinale Carlo Caffarra aprì i lavori con un breve discorso, nel quale ribadì la sua alta stima per il Servo di Dio come teologo esemplarmente fedele, perché tomista, al Magistero della Chiesa.

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Prolusione del Cardinale Carlo Caffarra sul pensiero di Padre Tomas Tyn, Tele Radio Buon Consiglio, dicembre 2011. Per aprire il video cliccare sull’immagine

Per Carlo Caffarra, la Causa di Padre Tyn era dunque motivo di vanto per la sua diocesi, un’Arcidiocesi come Bologna, antica e prestigiosa sede universitaria, nella quale si incontrano e si scontrano le principali correnti filosofiche del nostro tempo. La presenza dinamica ed incisiva di Padre Tomas in questo complesso e non facile ambiente forniva un appoggio e una difesa alla pastorale dell’Arcivescovo nel campo culturale e teologico.

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Al contempo, Tomas Tyn non lesinava critiche alle tendenze moderniste, secolariste, liberali, marxiste, laiciste, idealiste massoniche, protestanti ed esistenzialiste presenti nella composita cultura bolognese, delle quali qualche infiltrazione non era assente neppure tra i suoi colleghi dello Studio Teologico, allora chiamato STAB (Studio Teologico Accademico Bolognese).

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Anche in questa impresa il Cardinale fu intralciato, fino al punto che nel 2013 l’inchiesta diocesana dovette sospendere temporaneamente il suo regolare lavoro, a causa di un intervento d’autorità evidentemente ostile al Servo di Dio, intervento incompetente ed illegittimo pilotato dal di fuori del tribunale diocesano, che sospese dal suo ufficio il vice-postulatore, sicché tale ufficio, ancora dopo 5 anni, è tuttora vacante, benché fino al momento della sospensione nel 2013 il tribunale non avesse affatto riscontrato fatti o irregolarità così gravi da giustificare la sospensione dell’attività  del vice-postulatore.

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Giovanni Cavalcoli, O.P. presenta la figura di Tomas Tyn a Ferrara nel marzo del 2011, per aprire il video cliccare sull’immagine

Altro dolore e umiliazione per Carlo Caffarra, il quale, nel constatare un’interferenza nelle sue funzioni di Giudice del Tribunale, rinunciò a far valere il suo diritto, ma possiamo immaginare che anche in questa occasione egli abbia trovato consolazione nella Croce. Nel corso della visita che gli feci e della quale ho parlato poc’anzi, avendogli chiesto se, anche dopo la destituzione del vice-postulatore, egli continuava ad essere favorevole alla Causa di Padre Tomas Tyn, mi disse: «Si». Poi, seduto com’era vicino a me, chinò il capo tra le mani, stette un minuto in silenzio e mi disse molto seriamente: «Non riesco a capire il perché di questa ostilità del tuo Ordine nei suoi confronti».

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Negli anni successivi al 2013 fino ad oggi, di fatto, su mandato della Postulazione Generale dell’Ordine Domenicano, l’ex vice-postulatore prosegue un lavoro non ufficiale per la Causa, anche in riferimento all’esistenza citata dal Decreto dei numerosi devoti del Servo di Dio, soprattutto in Italia e nella Repubblica Ceca [5], i quali mantengono l’interesse per il pensiero e la vita di Padre Tomas, ne studiano gli scritti e ne imitano gli esempi, lo difendono dalle critiche e ne approfondiscono il pensiero, continuano a farsi vivi, attendono e pregano per la ripresa del processo.

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“Fede e cultura di fronte al matrimonio”, conferenza tenuta nell’aprile 2015 dal Cardinale Carlo Caffarra alla Pontificia Università della Santa Croce, per aprire il video cliccare sull’immagine

Terza grande croce del Cardinale Carlo Caffarra è stata la tormentata vicenda dei dubia. Ancora una volta, un dolore che gli è venuto dal Papa, a lui, che se c’era un uomo sulla terra che fin da bimbo era per lui l’oggetto della sua tenera fiducia e il garante delle sue sicurezze assolute, questo era proprio il Romano Pontefice. E la prova tremenda doveva riguardare quel mysterium magnum al quale aveva dedicato la parte principale dei suoi studi, dei suoi interessi, delle sue pubblicazioni: il matrimonio e la famiglia. Aveva già sofferto per questo nel 1984: ora gli toccava di essere un’altra volta crocifisso. Anche adesso, di nuovo, i lazzi, le derisioni, le calunnie.

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Non che vacillasse la sua fede nell’autorità del Sommo Pontefice Francesco I. Di ciò neanche a parlarne. Ma ai suoi occhi la Amoris Laetitia conteneva dei passi ambigui, che avevano bisogno di essere chiariti dal Papa, in forza della sua autorità, anche perché di fatto, attorno a quei passi, s’era scatenata un’enorme discordia, tutt’ora non sedata. Il Papa doveva ribadire con inequivocabile chiarezza il dogma del matrimonio.

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Ma come mai il Papa non rispondeva? Come mai non lo rassicurava?  Questa è stata la sua angoscia. L’atteggiamento di Caffarra peraltro è stato ben diverso da quello del Card. Raymond Burke. Questi ha parlato illegittimamente di «correggere il Papa». Caffarra non si è mai sognato di prospettare un’irriverenza simile. Evidentemente i due hanno interpretato in senso opposto i dubia, benché li abbiano formulati assieme.

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meditazione del Cardinale Carlo Caffarra sul valore del martirio in una cristianità malata, aprile 2015, per aprire il video cliccare sull’immagine

Accortosi delle strumentalizzazioni alle quali venivano sottoposti i dubia, si premurò di fare questa commovente dichiarazione di fedeltà al Successore di Pietro: «Desidero rinnovare la mia assoluta dedizione ed il mio amore incondizionato alla Cattedra di Pietro e per la Vostra augusta persona, nella quale riconosco il Successore di Pietro ed il Vicario di Gesù: il “dolce Cristo in terra”, come amava dire Santa Caterina da Siena» [cf. QUI]. Ma quello che lo ha ferito è stata la mancata risposta del Papa, per lungo tempo attesa,  alla quale è seguito ― ulteriore ferita ― il rifiuto di riceverlo in udienza. Qui il Papa s’è comportato male, parecchio. L’abbraccio di Carpi è stato ben poca cosa, anche perché è stato un saluto di pochi secondi, solo il tempo necessario per una fotografia. Mentre la ferita, al Cardinale Carlo Caffarra, è rimasta.

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Il Cardinale Carlo Caffarra è morto crocifisso. Anzi, spieghiamoci meglio: è morto come il Crocifisso e con il Crocifisso.

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Varazze, 9 settembre 2017

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NOTE

 

[1] Vedete le nostre confutazioni delle accuse e degli argomenti — se di “argomenti” si può parlare e non piuttosto di insulti — di Andrea Grillo contro Caffarra pubblicata su questo sito. Il Cardinale ci fu grato di questa difesa portata avanti da me e da Ariel S. Levi di Gualdo su L’Isola di Patmos, vedere gli articoli seguenti: QUI, QUI, QUI. 

[2] Testo della lettera nel mio libro: Padre Tomas Tyn. Un tradizionalista postconciliare, Edizioni Fede&Cultura, Verona 2007, p.129.

[3] Testo completo del Decreto nel mio citato libro, pp.147-149.

[4] Gli atti del convegno sono stati pubblicati nel numero unico di Sacra Doctrina, dal titolo “Tomas Tyn”, a cura di G.Cavalcoli, n.2, 2013.

[5] Ma anche in altri paesi, come per esempio negli Stati Uniti, in Francia, in Germania, in Spagna, in Brasile, nel Messico, in Argentina, nelle Filippine.

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2017/06/cavalcoli56.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Giovanni https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Giovanni2017-09-12 02:39:522021-04-20 19:35:48Il Cardinale Carlo Caffarra è morto crocifisso, come il crocifisso e con il crocifisso

I cattivi amici del Santo Padre: il Gesuita Antonio Spadaro tra utopismo e secolarismo

23 Luglio 2017/8 Commenti/in Attualità/da Padre Giovanni
— difendere il Santo Padre dai falsi amici — 

I CATTIVI AMICI DEL SANTO PADRE: IL GESUITA ANTONIO SPADARO TRA UTOPISMO E SECOLARISMO

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Il Padre Antonio Spadaro a questo punto si allontana non solo dalla teologia della liberazione, ma sembra cadere nell’eccesso opposto di un certo atteggiamento remissivo e pacifista, che lo avvicina all’utopismo liberal-massonico di matrice rousseauiana ed illuminista, che ignora il fatto che il peccato originale ha lasciato nell’umanità appunto una tendenza all’ingiustizia e alla violenza, che non può essere neutralizzata se non con un moderato uso della forza, in difesa dei deboli e degli oppressi.

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Autore
Giovanni Cavalcoli, O.P.

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PDF  articolo formato stampa

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Antonio Spadaro, S.J. [aprire video QUI].

In un articolo su La Civiltà Cattolica dedicato al problema del fondamentalismo politico, che ha suscitato molte discussioni, il Padre Antonio Spadaro S.J. ha fatto la seguente dichiarazione:

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«Lo schema teopolitico fondamentalista vuole instaurare il regno di una divinità qui e ora. E la divinità ovviamente è la proiezione ideale del potere costituito. Questa visione genera l’ideologia di conquista. Al contrario lo schema teopolitico davvero cristiano è invece escatologico, cioè guarda al futuro e intende orientare la storia presente verso il Regno di Dio, regno di giustizia e di pace. Questa visione genera il processo di integrazione, che si dispiega con una diplomazia che non incorona nessuno come “uomo della Provvidenza”» [cf. testo integrale QUI].

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Osserviamo che lo schema teopolitico cristiano ha effettivamente un orientamento escatologico, nel senso di preparare fin da adesso l’umanità dei risorti, che regneranno con Cristo in cielo al suo Avvento glorioso e vittorioso alla fine del mondo e con il Giudizio universale, con la sconfitta definitiva delle forze del male e la liberazione finale dei giusti dall’oppressione degli empi. Tale esito escatologico viene preparato dall’azione congiunta della Chiesa — azione spirituale dei pastori e azione politica dei laici — e degli uomini di buona volontà sotto l’impulso dello Spirito Santo nel cammino della storia.

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L’enciclica Pacem in Terris del Santo Pontefice Giovanni XXIII [testo integrale QUI]

Occorre tuttavia distinguere, in questa promozione dell’umanità e della società escatologiche, il compito della gerarchia ecclesiale da quello dei laici, credenti e non credenti, ossia dello Stato. Compito della Chiesa, nella promozione della giustizia e della pace — Pacem in terris — è quello di insegnare all’intera umanità, nel nome del Vangelo e sulla base della ragion pratica, comune a tutti gli uomini, quello che è il fine dello Stato — la promozione del bene comune temporale — e le leggi morali naturali stabilite da Dio, che devono essere alla base della legislazione dello Stato, per cui, se una legge civile è contraria alla legge naturale, è invalida e nulla e sarebbe criminale osservarla, almeno da parte dei credenti.

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Occorre fare attenzione che la prospettiva escatologica del Regno di Dio non è genericamente una semplice prospettiva politica di “giustizia e di pace”, come sembrerebbe credere Padre Antonio Spadaro, in ciò assimilando le sue posizioni a quelle della Teologia della Liberazione, ma è una meta ben più elevata, oggetto della divina Rivelazione e del Magistero della Chiesa.

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… «nel nome del Padre …»

Temo infatti che quanto egli afferma cada sotto la censura dell’Istruzione sulla teologia della liberazione pubblicata dalla Congregazione per la dottrina della fede nel 1984 [cf. testo QUI], là dove essa osserva che la teologia della liberazione «si pone nella prospettiva di un messianismo temporale, che è una delle  espressioni più radicali della secolarizzazione del Regno di Dio e del suo assorbimento nella immanenza della storia umana» [cf. n.6].

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Quando infatti si parla di escatologia e di Regno di Dio, non basta limitarsi, come fa Spadaro, a un vago accenno alla prospettiva della “giustizia” e della “pace” — ciò costituisce già l’aspirazione di tutte le politologie umane —, ma occorre precisare ed aggiungere l’originalità e la novità delle finalità specificamente cristiane, col loro contenuto evangelico, soprannaturale e rivelato, dedotto dalla Scrittura e dalla Tradizione.

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Concordo invece col Padre Antonio Spadaro nel chiamare «schema fondamentalista», si potrebbe dire anche totalitario, la volontà «di instaurare il regno di una divinità qui e ora. E la divinità ovviamente è la proiezione ideale del potere costituito. Questa visione genera l’ideologia di conquista».

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Non è difficile riconoscere a quali progetti politico-statali il Padre Antonio Spadaro può riferirsi. Per fermarci solo alle teorie apparse nel XIX secolo, possiamo senz’altro pensare alla filosofia politica hegeliana, per la quale lo Stato è l’immanenza di Dio sulla terra, per cui la classe politica al governo rappresenta senz’altro la guida divina della società. Stando così le cose, lo Stato non riconosce alcun diritto naturale o alcuna legge morale che lo preceda e lo fondi, ma lo Stato si considera il fondamento ultimo del diritto e della morale, il cosiddetto «Stato etico».

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l’11 febbraio 1929, il Capo del Governo Benito Mussolini e il Segretario di Stato di Sua Santità Cardinale Pietro Gasparri, firmano i Patti Lateranensi

Si capisce allora il motto di Benito Mussolini, tipicamente hegeliano: «Niente al di fuori dello Stato, niente al di sopra dello Stato, niente contro lo Stato». È vero che il Duce fu chiamato, come è noto, da Pio XI, «uomo della Provvidenza». Nel suo scritto, infatti, Padre Antonio Spadaro allude, pur senza nominarlo, a questo Pontefice, e precisamente ad una sua famosa frase di commento indirizzata a Mussolini. È però necessario ricordare che esisteva allora il pericolo di una diffusione in Europa dei princìpi atei della Rivoluzione d’Ottobre, fenomeno che si sarebbe accentuato dopo la seconda guerra mondiale. Inoltre, Mussolini ebbe il merito di firmare con la Chiesa i Patti Lateranensi e il Concordato con l’Italia. Con tutto ciò, è chiaro che in queste materie il giudizio dei Papi non è infallibile. Del resto, non possiamo non auspicare che chi ci governa ci rappresenti la divina Provvidenza.

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Nel citare le parole di Pio XI, l’Autore dell’articolo ironizza in maniera inopportuna e troppo facile sull’espressione di un Pontefice, che non poteva prevedere la tragedia nella quale l’Italia sarebbe precipitata vent’anni dopo con l’alleanza con Hitler. D’altra parte i fascisti, conquistato il potere, non avrebbero mancato, con la loro mentalità neopagana e la loro arroganza, di esercitare sulla Santa Sede e sulla Chiesa una pressione che ne avrebbe limitato la libertà, similmente a quanto stanno facendo oggi i modernisti. 

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Iosif Vissarionovič Džugašvili, in arte Iosif Stalin [1879-1953]. Non andrebbe dimenticato che dall’altra parte della cortina di ferro, dopo la Rivoluzione dell’Ottobre 1917, c’era quest’altro grande «uomo della provvidenza» …

Conosciamo bene i danni che, a partire soprattutto dal 1938 in poi, fece l’ «uomo della provvidenza», ma Padre Antonio Spadaro dovrebbe anche sapere che dall’altra parte, l’altro «uomo della provvidenza», non era affatto un San Luigi IX di Francia o un San Venceslao, ma Stalin, feroce persecutore della Chiesa e massacratore di coloro che non volevano essere comunisti. Quindi, in quegli anni, non è che le scelte fossero molte: o Mussolini o Stalin. Si scelse il meno peggio.

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Quanto ad Hegel, ispiratore di Nietzsche e di Hitler, lo Stato è la Persona assoluta e il Führer è la concretizzazione di questa Persona. Il cittadino non ha sussistenza individuale propria, ma ha la sua sostanza e sussistenza nella Persona dello Stato concretizzata nel Führer. Lo Stato non è effetto della decisione dei singoli cittadini; ma sono i cittadini ad essere fondati nello Stato, come lo Sostanza divina. A queste condizioni la volontà del cittadino coincide con la libera e sovrana volontà del Führer, mentre questa è la sostanza della volontà dei cittadini, ed in tal modo la volontà del cittadino è libera della stessa libertà divina del Führer  [1].

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Vladimir Il’ič Ul’janov, in arte Lenin [1870-1924], un altro grande «uomo della provvidenza» che oltre la cortina di ferro seminava pace e bene, un autentico francescano in versione russo-ortodossa …

Altra dottrina sociale che può entrare nello «schema fondamentalista» di Padre Antonio Spadaro, è certamente la teoria marxista della rivoluzione sociale, per la quale l’uomo alienato per essere derubato del prodotto del proprio lavoro, rientra in possesso della propria essenza espropriando mediante la violenza la classe padronale, che detiene privatamente il possesso degli strumenti di produzione. In questa visione lo Stato non è, come in Hegel, la sostanza divina della società civile, ma è concepito come transitorio strumento di potere, attualmente nelle mani dei padroni, ma destinato ad entrare, mediante la rivoluzione, nelle mani dei lavoratori, per instaurare la “dittatura del proletariato”, avente la funzione di eliminare l’oppressione della classe padronale ed instaurare la società comunista senza classi, nella quale, come avrebbe spiegato Lenin, sarebbe avvenuta l’estinzione dello Stato, non più necessario nella sua funzione repressiva, perché nella società comunista, fatta di giusti, di uguali e di liberi, non sarà più necessario l’uso della forza.

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In Marx non lo Stato ma l’uomo, il Gattungswsen, ossia l’uomo non come individuo, ma come essere sociale, come genere umano, è Dio: «l’uomo è Dio per l’uomo». Nella società borghese capitalista, della divisione del lavoro e della divisione in classi, l’uomo stesso è diviso e posto contro se stesso, perché l’uomo opprime l’uomo; l’uomo è alienato della propria divina essenza.

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quel pericoloso gioco della lotta di classe …

Il metodo marxista insegna allora all’uomo alienato nel lavoro — il lavoratore —, cosciente  del suo potere rivoluzionario, a liberare se stesso e con ciò stesso i padroni, anch’essi alienati nella proprietà privata; da qui la liberazione dell’intera umanità dall’alienazione religiosa e ad un tempo dall’alienazione del lavoro. Il tutto, s’intende, nell’orizzonte della storia, non essendo concepibile, per Marx, una prospettiva escatologica ultraterrena di eternità, poiché è negata la trascendenza dello spirito sulla materia e l’esistenza di Dio.

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La Teologia della Liberazione, alla quale Padre Antonio Spadaro sembra avvicinarsi, ammette bensì un’escatologia, ma — come nota il documento della Congregazione per la dottrina della fede [cf. testo QUI] — non dà garanzie di trascendenza rispetto all’orizzonte della storia e quindi della politica: il mondo, come dice Gutiérrez, è questo mondo e non c’è un altro mondo nell’al di là, oltre a questo. Dio certo non viene negato, ma, in queste condizioni, appare piuttosto un Dio mondano, un Dio della storia, più che il vero Dio metastorico, eterno e trascendente cristiano, anche se Padre Antonio Spadaro vorrebbe proprio rifiutare un Dio mondano ed immanente.

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i prodotti visibili della Teologia della Liberazione: Ernesto Guevara detto El Che avanti, il Cristo dietro [opera di Sergio Michilini, Che Guevara con el Cristo amarillo, 1996, olio su tela, cm.60×70]

La Teologia della Liberazione è altresì attratta dalla prospettiva rivoluzionaria, come nota il documento della Congregazione per la dottrina della fede, il quale, al riguardo, mette in guardia contro il rischio della violenza. Tuttavia, riguardo al problema della rivoluzione, cade qui opportuno ricordare che il Beato Paolo VI nell’enciclica Populorum progressio del 26 marzo 1967 ammise, in circostanze particolarmente gravi, la liceità della rivoluzione [cf. n.31], esattamente come da sempre, il Catechismo della Chiesa Cattolica, ammette il ricorso alla forza e l’uso della «guerra giusta» in precise situazioni di aggressione [CCC n. 2263, nn. 2307-2317], naturalmente per la difesa del bene comune o della pace.

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Il Padre Antonio Spadaro a questo punto si allontana non solo dalla teologia della liberazione, ma sembra cadere nell’eccesso opposto di un certo atteggiamento remissivo e pacifista, che lo avvicina all’utopismo liberal-massonico di matrice rousseauiana ed illuminista, che ignora il fatto che il peccato originale ha lasciato nell’umanità appunto una tendenza all’ingiustizia e alla violenza, che non può essere neutralizzata se non con un moderato uso della forza, in difesa dei deboli e degli oppressi. In tal senso anche l’attuale Codice di Diritto Canonico ci ricorda che «Nativum et proprium Ecclesiae ius est christifideles delinquentes poenalibus sanctionibus coercere » [«La Chiesa ha il diritto nativo e proprio di costringere con sanzioni penali i fedeli che hanno commesso delitti»] [can. 1311].

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l’opera di Charles Lutwidge Dodgson, firmata con lo pseudonimo di Lewis Carroll

Il Padre Antonio Spadaro sembra risolvere l’azione della Chiesa nel mondo per la giustizia e la pace in una semplice tranquilla opera di “integrazione” e di “diplomazia”, dimenticando che, come insegna l’Apocalisse, alla Chiesa, pastori e laici, ognuno al suo posto, non sono risparmiate la prova, la lotta e la sofferenza, perché, se sempre la Chiesa incontrerà forze che l’asseconderanno e saranno pronte a collaborare, sempre anche dovrà incontrare nemici irriducibili. Padre Antonio Spadaro sembra invece immaginare un mondo sul tipo di Alice nel paese delle meraviglie, composto soltanto da uomini di buona volontà e benintenzionati, che non attendono altro che di ascoltare la Parola di Dio ed esser guidati dalla Chiesa al Regno di Dio. È il mondo che immagina Rahner, dove gli uomini sono definiti dallo «orientamento trascendentale a Dio» e dal possesso della grazia.

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Purtroppo le cose non stanno esattamente così. Non siamo più sul paradiso terrestre. Nel mondo operano il peccato, la morte e Satana. «Tutto il mondo è sotto il potere del maligno» [I Gv 5,19], che di Cristo e di Dio proprio non ne vogliono sapere. Che possono fare dunque, la “integrazione” e la “diplomazia” da sole? Al massimo farci prendere in giro dai furbi e dagli approfittatori. Temo che anche il Padre Antonio Spadaro, similmente al suo Preposito generale Padre Arturo Sosa, non sia troppo persuaso dell’azione del demonio nel mondo. Questi utopisti che vivono fuori della realtà sembrano concepire la predicazione del Vangelo come la pubblicità di una nuova auto per fare meglio le vacanze in montagna o nel Mar Nero.

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dalle lettere di Santa Caterina da Siena al Sommo Pontefice presso la corte di Avignone

Il Regno di Dio si conquista con una «violenza» [Mt 11,12], che non ha nulla dell’odio, se non con l’odio per il peccato, ma è dettata dall’amore e significa coraggio e forza liberatrice; tuttavia non è possibile instaurare quaggiù la giustizia e la pace senza l’uso della forza e la vittoria sui nemici della giustizia e della pace [Gv 18,36]. Essere miti non vuol dire essere imbelli. In Dio e nell’uomo giusto la misericordia non esclude la severità. Saggi erano i Romani, quando dicevano: «si vis pacem, para bellum » [«Se vuoi la pace, prepara la guerra»]. Come disse Virgilio: «parcere subiectis et debellare superbos» [«risparmiare i sottomessi ed abbattere i superbi»]. Perché Cristo dice che è venuto a portare una spada? [Mt 10,34], se non perchè è il Principe della pace? E chi è che ha detto «ha rovesciato i potenti dai troni» [Lc 1,52]?

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Questo è il Vangelo.

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Una Chiesa pavida e molle, col collo torto, serva dei potenti, che fugge dallo scontro col mondo, non può essere luce del mondo, sale della terra e forza liberatrice e pacificatrice. Una Chiesa opportunista che piace al mondo, non può piacere a Cristo, che ha vinto il mondo. Cristo certamente vince il mondo con la croce, ma il nemico della croce può esser vinto solo con la forza.

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Varazze, 22 luglio 2017

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[1] Cf G.G.F.Hegel, Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio, Editori Laterza, Bari 1963,§§ 535-552.

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L’ISOLA DI PATMOS IN FESTA: SIAMO POVERI MA « SONO GIUNTI DIECI MILIONI … »

18 Luglio 2017/5 Commenti/in Attualità/da Redazione

L’ISOLA  DI  PATMOS  IN FESTA :  SIAMO POVERI  MA  « SONO GIUNTI  DIECI  MILIONI … »

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I Padri de L’Isola di Patmos, giovanneo luogo de l’ultima rivelazione, ed i loro collaboratori, ringraziano i Lettori, sempre più assidui e numerosi, giunti al considerevole numero di dieci milioni di visite.

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Autori
Giovanni Cavalcoli, O.P. – Ariel S. Levi di Gualdo

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La redazione de L’Isola di Patmos riunita a Villa Imelda a San Lazzaro di Savena (Bologna). A sinistra Giovanni Cavalcoli, O.P, al centro Ariel S. Levi di Gualdo, a destra Jorge Facio Lince

L’Isola di Patmos nasce il 20 ottobre 2014 sotto gli auspici del Beato Apostolo Giovanni che su quest’isola — nota per questo come luogo dell’ultima rivelazione —, scrisse il Libro della Apocalisse. A quell’epoca avevamo un contatore esterno, poi azzerato per un problema tecnico. Così la creatrice e curatrice del sito, Manuela Luzzardi, installò un motore interno facendo partire il conteggio giornaliero delle visite dalla data del 15 febbraio 2015.

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Sr. Matilde Nicoletti della Congregazione domenicana della Beata Imelda, da anni collaboratrice di Giovanni Cavalcoli, O.P, ed il giovane Dott. Jorge Facio Lince, allievo e da anni collaboratore di Ariel S. Levi di Gualdo

Progressivamente L’Isola di Patmos si è munita dei migliori servizi professionali, il primo dei quali fu il server business per consentire un accesso illimitato di visitatori. Infatti, il numero delle visite in crescente aumento sin dagli inizi del 2015, comportava spesso il blocco del sito, quando le persone collegate erano numerose e quando sforavamo oltre il numero di visite consentito da quel servizio che, raggiunto un certo numero, bloccava la visualizzazione sino all’inizio del mese successivo.

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Questo il motivo per il quale, più volte, ci siamo rivolti ai Lettori facendo presente che su internet nulla è gratis ma tutto è a pagamento quando si lavora in un certo modo usufruendo di certi servizi.

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Il mantenimento del sito de L’Isola di Patmos è divenuto progressivamente sempre più costoso in seguito all’acquisto di tutta una serie di servizi professionali che ogni anno rinnoviamo per un importo complessivo che nel 2016 è stato pari a 5.200 euro, senza contare altri generi di spese sempre legate alle nostre attività pubblicistiche ed editoriali.

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Giovanni Cavalcoli, O.P, Matilde Nicoletti e Ariel S. Levi di Gualdo

A livello statistico europeo L’Isola di Patmos è tra i primi 10 siti cattolici più visitati. Numerosi i siti e le riviste, incluse quelle specialistiche, che più e più volte hanno ripreso e fatto proprie le tematiche teologiche ed ecclesiali spesso spinose trattate dai Padri de L’Isola di Patmos, senza avere né il buon gusto né la signorilità di fare i dovuti richiami, o facendo passare il tutto come farina del loro sacco. Se però da una parte fa fede la data di pubblicazione nostra, spesso di molto antecedente certe allegre appropriazioni, dall’altra è altrettanto palese la scorrettezza di questi soggetti sui quali abbiamo sempre fatto un sorriso divertito. Volete un solo esempio, uno solo tra i tanti? Ebbene, andate a rileggere questo articolo che risale al 16 dicembre 2016, scritto non da un laico praticone che quando la sera torna a casa sua o quando smette di far danni via internet, chiude la porta o il computer e nessuno può scalfirlo in alcun modo; rileggete oggi questo articolo scritto da un presbìtero soggetto in tutto e per tutto alla piena giurisdizione dell’Autorità Ecclesiastica, con tutto ciò che ad esso potrebbe derivare in prezzi da pagare a volte anche per tutta la vita. Fatto questo, verificate poi come le analisi dure e severe impresse in quello scritto, oggi sono oggetto di diffuse discussioni e soprattutto di un malumore sempre più crescente che pervade sia il Popolo di Dio sia la società civile dei non credenti, per esempio riguardo il supremo culto dei profughi veri o presunti e dei migranti inaugurato con questo pontificato. E ci limitiamo, come dicevamo, solo a questo esempio tra i numerosi, mentre oggi, giornalisti e analisti, gridano “eureka !” per avere scoperta infine l’acqua calda, usando allegramente le nostre argomentazioni senza fare a noi — che per inciso non ne abbiamo proprio bisogno, come dimostrano i nostri numeri di Lettori —, alcun doveroso richiamo, specie quando citano come proprie delle frasi e delle espressioni tutte quante nostre, scioccamente ignari che il Padre Giovanni Cavalcoli per un verso, il Padre Ariel S. Levi di Gualdo per altro verso, hanno tra l’altro uno stile figurato e lessicale inconfondibile, oltre a non essere propriamente due perfetti sconosciuti [l’articolo richiamato in queste righe è leggibile QUI].  

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Eppure sino ad oggi non siamo riusciti a trovare uno sponsor che sostenesse le nostre spese in cambio di uno spazio pubblicitario che sarebbe visualizzato giornalmente da decine di migliaia di visitatori. Quando si sono presentate alcune possibilità abbiamo dovuto rifiutarle, perché saremmo andati incontro a quei problemi meglio noti come “bavagli”. Infatti, dinanzi a certi nostri scritti e analisi critiche tanto ineccepibili quanto non contestabili, gli amici degli amici avrebbero reagito facendo leva sullo sponsor, legato direttamente o indirettamente a certi gruppi, persone o cosiddette cordate. E di questo ne abbiamo avuto immediato saggio quando un imprenditore, ben disposto nei nostri riguardi, esordì dicendo: «Però io sono legato al gruppo di […], quindi sarebbe necessario che voi mitigaste i toni e le critiche su certe cose» …

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Giovanni Cavalcoli, O.P. e Sr. Matilde Nicoletti

… e quando il Padre Ariel, rivestendosi del candore di Sant’Agnese con l’agnellino bianco in mano, con tanto di occhioni spalancati e di battito di ciglia, chiese lumi su che cosa intendesse dire con «mitigare toni e critiche», fu chiaramente risposto che non avremmo dovuto rivolgere alcuna critica ai lefebvriani ed a tutti i gruppi che circolavano attorno a loro, ivi inclusi blog e riviste cimentate da anni nella diffusione delle eresie del Vescovo Marcel Lefebvre e dei suoi attuali sostenitori. Detta in altre parole: lo sponsor cercò di comprare il nostro silenzio a beneficio di quei cattolici sempre più incattiviti e depressi che dietro al mondo del cosiddetto e impropriamente detto “tradizionalismo”, si sono costruiti il loro redditizio mercatino di pubblica visibilità, di libri, di pubblicazioni, di conferenze e via dicendo a seguire, foraggiati di danaro sia da facoltosi imprenditori italiani sia soprattutto da esponenti della ultra destra americana, perché con la vendita sia di libri sia di riviste in formato cartaceo, non sono in grado di recuperare neppure le sole spese vive della stampa. Se infatti le cordate dei modernisti sono servite e riverite con tutto il danaro a loro necessario, altrettanto lo sono i cosiddetti e impropriamente detti “tradizionalisti” facenti capo alle correnti lefebvriane e affini. Noi che invece non siamo sul libro paga né degli uni né degli altri, dobbiamo fare solo ed esclusivo affidamento sul sostegno dei Lettori, che sino a oggi ci hanno sostenuti, malgrado le nostre non poche difficoltà passate e presenti, non esitando ad ammettere che camminiamo sempre sul filo del rasoio e con la periodica paura di non riuscire a farcela per mancanza di fondi. 

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Per due volte abbiamo corso il rischio di chiudere, se non fosse intervenuta una singola benefattrice che vive sulle rive di un bel lago e che ci ha tirati fuori dalle acque mentre stavamo correndo il rischio di affogare noi in un altro genere di lago, per nulla bello.

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Giovanni Cavalcoli, O.P. e Ariel S. Levi di Gualdo nel Convento domenicano di Varazze durante le riprese video delle lezioni registrate per i Lettori de L’Isola di Patmos

Le soddisfazioni raccolte per il nostro lavoro apostolico non si contano e tutti i giorni ne rendiamo grazie a Dio, tra le tante ne citiamo una sola: diversi sacerdoti, soprattutto italiani e polacchi, ogni mese ci inviano delle piccole somme di danaro per sostenerci, nell’ordine delle poche decine di euro ciascuno. Più che di un aiuto determinante, si tratta di una grande soddisfazione morale. O per dirla con le parole a volte secche e dure del Padre Ariel:

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«I preti, sin dai primi mesi di santissimo seminario, imparano a chiedere, ma non a dare. E, quando danno, in tal caso danno ciò che in fondo non costa a loro niente, a partire da tanti consigli inutili e spesso di rigore neppure richiesti. Però, da subito, sviluppano la capacità di chiedere, chiedere, chiedere … Insomma, tirare fuori un centesimo dalle tasche di un prete è impresa destinata quasi sempre al totale insuccesso».

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Voi capite bene quanto per noi sia importante essere sostenuti anche da non pochi sacerdoti. E che dei preti, tutti i mesi, ci mandino anche e solo 10 euro di offerta a sostegno de L’Isola di Patmos, più che un successo è per noi cosa tanto inaspettata quanto straordinaria, specie se poste le premesse del Padre Ariel, che sarà spesso duro e severo, ma non per questo privo di profondo contatto con quello che è il mondo del reale ecclesiale ed ecclesiastico.

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Varazze, maggio 2017, le riprese delle video lezioni di Giovanni Cavalcoli, O.P.

Dal 15 febbraio 2015 ad oggi 16 luglio 2017, in due anni e cinque mesi L’Isola di Patmos ha totalizzato dieci milioni di visite.

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Da un mese a questa parte abbiamo deciso di mettere in fondo ad ogni nostro articolo un invito ai numerosi Lettori a ricordarsi di noi, perché l’invito «Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» [Gv 8,32], deve essere seguito dalla consapevolezza che la verità, per essere annunciata e diffusa, ha bisogno di mezzi, anche e soprattutto economici. Lo stesso Verbo di Dio Cristo Signore, per portare avanti la sua predicazione, aveva bisogno di essere sostenuto; ed in tal senso era sostenuto da ricchi pagani convertiti, da giudei benestanti che credevano al suo annuncio, da vedove facoltose che sostenevano Lui ed i suoi Apostoli.

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… cosa possono fare di “irrazionale” un frate sacerdote domenicano ed un sacerdote membro del clero secolare dopo avere celebrato la Santa Messa della Domenica? Andare a prendere un … cappuccino, ed ovviamente soffermarsi a parlare delle ultime sparate fanta teologiche di Padre Raniero Cantalamessa … [vedere QUI]

Questo è il mondo del reale: la verità costa, in tutti i sensi, ed ogni uomo di fede che crede in essa e che ritiene che alcuni ne siano validi e fedeli annunciatori, è chiamato a sostenere sia la verità sia chi la annuncia e la diffonde, in modo del tutto particolare nell’odierno mondo ecclesiale ed ecclesiastico nel quale, più che la buona teologia ormai andata perduta da decenni, si stanno smarrendo i fondamenti basilari del Catechismo della Chiesa Cattolica, mentre il Popolo di Dio è sempre più disorientato, ed i pochi e buoni sacerdoti che ci rimangono hanno spesso enormi difficoltà a trovare almeno un confratello che li possa sostenere umanamente, moralmente e spiritualmente, un buon direttore spirituale ed un bravo confessore. 

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Sostenere L’Isola di Patmos vuol dire molto di più che sostenere qualche congrega di laici che si sono improvvisati dalla sera alla mattina storici della Chiesa, canonisti, teologi dogmatici ed ecclesiologi; vuol dire sostenere anzitutto due sacerdoti che da anni sono confessori, direttori spirituali e consiglieri di numerosi sacerdoti sempre più smarriti ed in difficoltà. Altro che l’opera spesso devastante, quasi sempre politicante e soprattutto divisoria e distruttiva, portava avanti da non pochi laici praticoni, nessuno dei quali, almeno al momento presente, può levare in alto la mano e dire ad un sacerdote in stato di profonda crisi morale: «io ti assolvo dai tuoi peccati …», né alcuno di costoro, con due formule politico-ideologiche, può essere vicino e sostenere spiritualmente un sacerdote in crisi di fede.

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Ecco che cos’è nella concreta realtà L’Isola di Patmos, il primo sostegno economico alla quale dovrebbe venire proprio dalla Conferenza Episcopale Italiana, se di essa non fosse Segretario generale S.E. Mons. Nunzio Galantino, che aumenta il disorientamento del clero facendo passare sul quotidiano dei vescovi italiani, Avvenire, degli articoli che sono sempre più spesso un affronto e un oltraggio al deposito della fede e alla dottrina cattolica. E per ricordarne a tal proposito solo una tra le tante, o meglio tra le troppe ormai all’ordine del giorno, basti rileggere un recente articolo di Padre Giovanni Cavalcoli, dov’è spiegato con tutto lo stupore del caso — posto che la dottrina della Chiesa sulla Santissima Eucaristia non risulta sia stata mutata —, l’autentico florilegio di eresie scritte su Avvenire da un sacerdote religioso per la commemorazione della solennità del Corpus Domini [vedere QUI].

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in due anni e cinque mesi, L’Isola di Patmos ha totalizzato dieci milioni di visite

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«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» [Gv 8,32],
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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2017/06/Giovanni-e-Ariel-miniatura-isola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Redazione https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Redazione2017-07-18 13:00:362021-04-26 17:07:46L’ISOLA DI PATMOS IN FESTA: SIAMO POVERI MA « SONO GIUNTI DIECI MILIONI … »

Il nuovo Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede e ciò che la Chiesa si attende sul problema di Karl Rahner

16 Luglio 2017/4 Commenti/in Attualità/da Padre Giovanni

IL NUOVO PREFETTO DELLA CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE E CIÒ CHE LA CHIESA SI ATTENDE SUL PROBLEMA KARL RAHNER

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La Chiesa non funziona solo come un «ospedale da campo». Questo può operare opportunamente nei casi minori, comuni o di emergenza, come pronto soccorso, o per la cura di piccoli traumi o malattie leggere; la cura di questi casi può essere demandata ai vescovi, agli istituti religiosi e alle parrocchie. Ma per le eresie più pericolose e diffuse occorrono cliniche dello spirito altamente specializzate […]

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Autore
Giovanni Cavalcoli, O.P.

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PDF  articolo formato stampa
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Vigila attentamente [II Tm 4,5]

Il vescovo sia in grado di esortare con la sua sana dottrina

e di confutare  coloro che contraddicono [Tt 1,15]

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il Cardinale Gerhard Ludwig Müller [Finthen 31.12.1947], 69 anni, già Vescovo di Regensburg, voluto dal Sommo Pontefice Benedetto XVI a capo della Congregazione per la dottrina della fede presso la quale inizia il suo mandato il 2 luglio 2012. Concluso il suo primo quinquennio il 2 luglio 2017, il Sommo Pontefice Francesco non lo conferma nell’incarico.

Com’è ormai a tutti noto, il Sommo Pontefice ha scelto S.E. Mons. Luis Francisco Ladaria Ferrer come nuovo Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Egli è un buon conoscitore del pensiero di Karl Rahner, come del resto, ed ancor più di lui, lo era il Cardinale Joseph Ratzinger, che da Papa aveva scelto questo Gesuita come Segretario della Congregazione per la dottrina della fede. Ora Ratzinger, dopo esser stato collaboratore di Rahner al Concilio, nel 1982 pubblicò un libro sui princìpi della teologia cattolica [1], nel quale svolge una severa critica al pensiero di Rahner accusandolo di idealismo panteista [pag. 179-190, in ed. francese]. Per questo, dobbiamo supporre che il neo Prefetto, per quanto benevolo verso Rahner, soprattutto adesso che Papa Francesco, con grande fiducia, gli ha affidato il delicato compito di supremo collaboratore ed aiuto del Pontefice nella conservazione e nella custodia della sana dottrina, si terrà ben lontano dai gravi errori del Gesuita tedesco, accogliendo i quali si assumerebbe una condotta tale che condurrebbe alla perdizione.

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S.E. Mons. Luis Francisco Ladaria Ferrer, S.J. [Manacor 19 aprile 1944], 73 anni, nominato dal Sommo Pontefice Arcivescovo segretario della Congregazione per la dottrina della fede il 9 luglio 2008, il 1° luglio 2017 è nominato dal Sommo Pontefice Francesco Prefetto della stessa Congregazione

Per questo dobbiamo aspettarci che il nuovo Prefetto ci indichi con saggezza e prudenza il cammino per uscire dalla selva oscura, “aspra e forte”, nella quale Rahner ci ha cacciato in questi ultimi cinquant’anni, senza quasi che ce ne accorgessimo, stante il fascino che egli esercita su molti, che lo considerano erroneamente il grande interprete del Concilio Vaticano II [2]. Sarà, questo del nuovo Prefetto, un lavoro di sottile vaglio e discernimento, perché si tratterà di liberare valori indubbi da pericolose insidie che li mettono in pericolo.

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Vogliamo formare il voto che adesso che S.E. Mons. Luis Francisco Ladaria Ferrer è Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, in collaborazione col Santo Padre, lo Spirito Santo gli conceda la prudenza, il coraggio e la saggezza necessari per mostrare chiaramente e definitivamente al popolo di Dio dove sta l’errore, come e perché rimediarvi e confutarlo, quali benefìci se ne traggono, come liberarsene e dove sta la sua parte di verità, per avviare una seria riforma degli studi teologici e della formazione del clero, in fedeltà a San Tommaso d’Aquino, come prescrive il Concilio, e al Magistero della Chiesa.

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Un’idea di come il nuovo Prefetto valuta il pensiero di Rahner possiamo farcela leggendo il suo saggio Karl Rahner: Cristo nelle religioni del mondo, [cf. QUI] presentato ad un convegno teologico sotto il titolo L’eredità teologica di Karl Rahner, organizzato dall’Università Lateranense e pubblicato dalla Lateran University Press nel 2005 [cf. QUI].

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S.E. Mons. Luis Francisco Ladaria Ferrer, S.J. dal 1° luglio 2017 Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede

In questo scritto il nuovo Prefetto evidenzia aspetti positivi del pensiero di Rahner, come il riconoscimento del primato del cristianesimo sulle altre religioni, da lui chiamato «religione assoluta», nonché il fatto che tutte le religioni entrano almeno implicitamente o inconsciamente in rapporto con Cristo, senza il quale non c’è salvezza, Cristo che offre a tutti la salvezza.

 

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Gli errori di Rahner

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S.E. Mons. Luis Francisco Ladaria Ferrer, S.J. dal 1° luglio 2017 Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede

S.E. Mons. Ladaria Ferrer, tuttavia, riporta anche alcune tesi erronee di Rahner, che tanto danno hanno fatto e fanno alla Chiesa, ma trascura di confutarle. Facciamo alcuni esempi. Egli cita senza discuterla la tesi rahneriana che «nella struttura dell’Antica Alleanza si trova insieme con ciò che è gradito a Dio, ciò che è falso ed erroneo» [p. 247] e, commentando queste parole, giunge a dire che «soltanto nel Nuovo Testamento e nella Chiesa di Cristo abbiamo una norma permanente di distinzione tra ciò che è vero e ciò che è falso» [p. 248].

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A parte che già la ragione naturale sa distinguere in teologia e in morale il vero dal falso, un simile rilievo fatto alla teologia e all’etica veterotestamentarie appare decisamente ingiusto e offensivo, e sa molto dell’eresia marcionita, che oppone il vero Dio del Nuovo Testamento dal falso Dio dell’Antico Testamento.

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Nessuno nega che nell’Antico Testamento abbiamo un’immagine di Dio a volte terrorizzante e certe sanzioni penali e leggi di guerra crudeli. Ma non è difficile spiegare queste cose come i segni di una civiltà arretrata, senza bisogno di rivolgere ingiuste accuse ad un’Alleanza di Israele con Dio, che non viene superata dalla Nuova come il falso è negato dal vero, ma come la verità iniziale è superata dalla verità finale, come la luce dell’aurora è superata dalla luce del giorno. Cristo non è venuto per abolire, ma per completare [cf. Mt 5, 17,19].

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S.E. Mons. Luis Francisco Ladaria Ferrer, S.J. dal 1° luglio 2017 Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede

Un’altra tesi di Rahner, che il nuovo Prefetto accoglie senza fare obiezioni, è la sua interpretazione del modo col quale le religioni non cristiane possono incontrare Cristo. Questo modo è un’applicazione della gnoseologia rahneriana, per la quale l’uomo, ogni uomo, esperimenta aprioricamente e soprannaturalmente Dio secondo un’esperienza interiore da lui detta «trascendentale», «atematica» e «preconcettuale», alla quale fa seguito la concettualizzazione o «categorizzazione» di detta esperienza.

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In base a questo presupposto teologico Rahner distingue un cristianesimo esplicito e cosciente da un cristianesimo implicito ed inconscio o preconscio, che egli chiama «anonimo».  Cristo si rivela a tutti gli uomini, dà a tutti la sua grazia e salva tutti gli uomini. Solo che questa rivelazione avviene su due piani conoscitivi differenti. Per tutti avviene sul piano trascendentale; per alcuni, sul piano categoriale. E questi sono i cristiani espliciti. Coloro invece ai quali avviene solo sul piano trascendentale, sono i cristiani anonimi [3].

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S.E. Mons. Ladaria Ferrer cita al riguardo lo stesso Rahner: «Questo momento trascendentale della rivelazione corrisponde alla modificazione gratuita della nostra coscienza trascendentale operata soprannaturalmente da Dio, ma questa modificazione è realmente un momento originale e permanente della nostra coscienza, una sorta di illuminazione originaria della nostra esistenza e, in quanto momento della nostra trascendentalità costituita dall’autocomunicazione di Dio, è in senso proprio già rivelazione» [p. 254].

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S.E. Mons. Luis Francisco Ladaria Ferrer, S.J. dal 1° luglio 2017 Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede

Osserviamo che la Rivelazione non modifica, ma supera ed eleva la coscienza trascendentale, altrimenti non sarebbe soprannaturale. Anche ammesso e non concesso che la Rivelazione fosse una «modificazione della coscienza», essa non è affatto una «illuminazione originaria», ma è un’illuminazione proveniente da Dio, che si aggiunge alla previa luce naturale dell’intelletto, la quale sola è la luce originaria della nostra mente, preceduta dall’esperienza sensibile, e così la Rivelazione, che dà origine alla fede, giunge solo successivamente all’esercizio della ragione e dell’esperienza, e come illuminazione della ragione, che la eleva alla conoscenza del mistero soprannaturale ignoto alla ragione.

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S.E. Mons. Ladaria Ferrer spiega il pensiero rahneriano su questo punto in tal modo: la fede cristiana esplicita è la «dichiarazione concettuale di ciò che l’uomo», che non ha sentito l’annuncio del Vangelo, «ha già realizzato o ha potuto realizzare nella profondità della sua esistenza spirituale» [p. 249]. Questa sarebbe la rivelazione trascendentale.

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Per Rahner allora la rivelazione universale è quella che egli chiama «trascendentale», mentre la Rivelazione data da Cristo alla Chiesa, quella che egli chiama “categoriale” e che la Chiesa chiama «pubblica», egli la chiama anche «particolare», quasi come se fosse quella che la Chiesa chiama «rivelazione privata». Invece dobbiamo dire che la vera rivelazione universale, cioè pubblica, non è la rivelazione «trascendentale», che non esiste se non nella mente di Rahner, perché Dio, nel rivelarsi e nel parlare all’uomo, propone contenuti intellegibili di verità al suo intelletto, contenuti che, in forza della natura dello stesso intelletto umano, sono espressi in concetti e in giudizi e quindi in parole. L’adulto ricava quei concetti dall’esperienza sensibile; chi invece non è in grado di ragionare, come per esempio il demente o l’embrione, riceve quei concetti da Dio e così tutti, magari inconsciamente, possono farsi un concetto di chi è Cristo.

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Rahner accoglie il princìpio giovanneo che il Logos illumina ogni uomo, consciamente o inconsciamente. Il che vuol dire che il Logos si propone a tutti, ma non tutti Lo accettano. Invece Rahner trascura il fatto, notato da Giovanni, che non tutti accolgono la luce, ma alcuni preferiscono le tenebre [4]. Rahner sostiene così che di fatto l’illuminazione divina è universale, tutti la accolgono, per cui tutti si salvano, il che è falso, perché va contro il Vangelo e l’insegnamento della Chiesa.

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C’è da dire inoltre che la dottrina rahneriana del «Salvatore assoluto», riferita da S.E. Mons. Ladaria Ferrer, è un’invenzione di Rahner, che mescola ibridamente la ragione con la fede, la filosofia col Vangelo, l’autocoscienza con la Rivelazione, la natura con la grazia, la religione naturale con quella soprannaturale, il cristianesimo con le altre religioni. 

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L’esistenza di un Salvatore assoluto, uomo-Dio, la conosciamo solo per fede, perché questo Salvatore divino è Cristo, e non in base all’inesistente previa “esperienza o rivelazione trascendentale atematica” di Rahner. Infatti è solo dal Vangelo che sappiamo che Dio vuol salvarci per mezzo di un uomo-Dio. Sta proprio in ciò l’originalità inaudita del messaggio evangelico. Ogni religione sa che Dio esiste, che ci può salvare e che remunera quelli che lo amano. Quello che invece nessuna di esse sa, ma che solo Cristo ci rivela nel Vangelo, è che Egli e solo Lui è il Salvatore di tutti.

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S.E. Mons. Luis Francisco Ladaria Ferrer, S.J. dal 1° luglio 2017 Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede

Dio infatti,  se avesse voluto, avrebbe potuto salvarci anche in altri modi e con altri mezzi: perdonandoci incondizionatamente o alla nostra richiesta di perdono, o dopo un’opportuna penitenza o mediante sacrifici o una rivelazione fatta interiormente a ciascuno, o con la mediazione di semplici santi o profeti o angeli.

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Il vero e semplice sapere trascendentale religioso, che è solo al livello della pura ragione, non è assolutamente in grado di sapere da sé quale via Dio ha scelto per salvarci. Pertanto questo sapere non immagina e non attende nessun “Salvatore assoluto”, come crede Rahner, ma sa solo che la nostra salvezza viene da Dio, quale che sia la via concreta che Egli ha scelto, ad esso ignota. Questa soltanto è la certezza di tutte le altre religioni, certezza che però — e qui Rahner ha ragione — le mette comunque in contatto con Cristo.

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Il messaggio evangelico che ci parla di Cristo non ci offre affatto, come crede Rahner, il semplice dettaglio, la semplice categorizzazione e determinazione storica, concreta e “particolare” di una supposta precognizione [Vorgriff] «trascendentale e originaria» del «Salvatore assoluto», quella che Rahner chiama «cristologia trascendentale», che sarebbe comune a tutte le religioni e che costituisce il cristianesimo «anonimo».

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Osserviamo che l’annuncio del Vangelo non esplicita ciò che è già precontenuto atematicamente nell’ «esperienza trascendentale» di tutte le religioni, ovvero ciò che le altre religioni oscuramente, vagamente ed implicitamente già sanno, ma è l’annuncio di una novità inaudita, imprevedibile ed inimmaginabile, che il mondo e tutte le religioni non cristiane, compresa quella ebraica, ignorano assolutamente. Questo annuncio evangelico non è il chiarimento o la presa di coscienza di una conoscenza umana precedente, ma è l’aggiunta di una nuova conoscenza teologica del tutto superiore alla ragione e che non può che essere dono di Dio. Sta proprio qui la novità della Nuova Alleanza rispetto all’Antica.

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S.E. Mons. Luis Francisco Ladaria Ferrer, S.J. dal 1° luglio 2017 Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede

S.E. Mons. Ladaria Ferrer sembra non avvertire l’insidia che si cela sotto la nozione rahneriana di «autocomunicazione divina» [5], che per Rahner non è concettuale, come è insegnato dalla Dei Verbum [n. 6], ma «ontologica ed entitativa» [p. 254]. D’altra parte, si deve dire che, se Dio non può comunicare il suo essere divino alla creatura, le dona bensì una preziosa qualità divina ontologica, che è somiglianza della natura divina di Cristo, ossia la figliolanza divina; ma questa è la grazia, mentre il Concilio, parlando di autocomunicazione, si riferisce alla Rivelazione.

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Bisogna osservare che l’Essere divino, nella sua assoluta semplicità, trascendenza e sussistenza, è assolutamente impartecipabile e quindi incomunicabile. Se San Pietro, dal canto suo, dice che l’uomo, mediante la grazia, diventa «partecipe» [koinonòs] della natura divina cf. [II Pt 1,4], ciò significa che egli riceve da Dio un dono soprannaturale, appunto la grazia, che, in Cristo, lo rende simile a Dio.

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L’essere divino, essendo assolutamente semplice, non può essere ricevuto in parte dalla creatura e tanto meno può essere ricevuto totalmente in un’assurda «autocomunicazione ontologica», la quale, semmai, avviene all’interno della Santissima Trinità, per la quale, per esempio Dio Padre comunica al Figlio la propria divinità [Deum de Deo]. Ma anche il Padre non può comunicare Se stesso come Padre al Figlio, proprio perché il Padre è distinto del Figlio.

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S.E. Mons. Luis Francisco Ladaria Ferrer, S.J. dal 1° luglio 2017 Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede

L’essere della grazia è un essere per partecipazione, è un essere creato. Solo l’essere divino è Essere per essenza [Ipsum Esse per Se subsistens]. Tuttavia l’essenza della grazia è divina. La grazia però non è Dio, ma è un dono divino creato, un accidente o qualità dell’anima: per questo la grazia può essere distrutta dal peccato mortale. Se la grazia fosse Dio, essa sarebbe incorruttibile come Dio. E per questo Rahner è coerente, quando dice che la grazia non può mai esser perduta [«esistenziale permanente»]. Ma se la grazia fosse Dio, avremmo il panteismo, e l’uomo sarebbe Dio.

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S.E. Mons. Ladaria Ferrer cita senza obiettare anche la dottrina rahneriana, secondo la quale l’unione ipostatica non sarebbe altro che il vertice supremo della Rivelazione, che Rahner identifica con la grazia: «La storia della rivelazione ha il suo vertice assoluto, quando l’autocomunicazione di Dio nei confronti della realtà creaturale spirituale di Gesù mediante l’unione ipostatica che ha luogo nell’Incarnazione di Dio raggiunge in vista di questa realtà e con essa a beneficio di tutti il suo culmine insuperabile» [p. 254].

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Bisogna dire due cose: prima, che l’unione ipostatica non è un atto gnoseologico attinente alla Rivelazione, ma un atto ontologico relativo alla divinità di Cristo. Quindi qui non c’entra l’autocomunicazione divina rivelativa, della quale parla il Concilio, ma l’unione ipostatica è l’effetto dell’assunzione della natura umana di Cristo da parte della Persona del Verbo.

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S.E. Mons. Luis Francisco Ladaria Ferrer, S.J. dal 1° luglio 2017 Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede

Da qui la seconda cosa. L’unione ipostatica non è il vertice di uno sviluppo precedente ascensionale, ma è l’effetto di un libero atto divino, che non presuppone nulla prima di sé, se non il Verbo eterno Che lo ha prodotto. La Rivelazione divina ha certamente uno sviluppo storico narrato dalla Scrittura, ma essa nulla ha a che vedere con l’unione ipostatica, la quale, come ho detto, appartiene all’ordine ontologico, non a quello intenzionale o concettuale. Ma, come è noto, Rahner identifica idealisticamente l’essere col conoscere.

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Così parimenti l’unione ipostatica nulla ha a che vedere con il vertice di una supposta «autotrascendenza umana», nel senso rahneriano, essa pure inficiata di idealismo panteista. L’uomo trascende sì stesso per tendere a Dio; ma Dio non è l’ «orizzonte della trascendenza umana», come dice Rahner, bensì è Colui che trascende l’orizzonte dell’uomo. L’uomo sale a Dio, ma non diventa Dio. Dio assume l’uomo, ma non diventa uomo.

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Alcune osservazioni

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S.E. Mons. Luis Francisco Ladaria Ferrer, S.J. dal 1° luglio 2017 Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede

Prima. S.E. Mons. Ladaria Ferrer, nel presentare il pensiero di Rahner, sembra fermarsi ad una semplice esposizione, del resto ben fatta. Il che non è proibito. Ma, toccando certi errori, ci si può chiedere perché non li confuta. Il medico non deve limitarsi ad una corretta descrizione del morbo, ma deve offrire una cura specifica efficace, dopo avere anzitutto diagnosticata la malattia.

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Seconda. L’interpretazione fatta da S.E. Mons. Ladaria Ferrer del pensiero rahneriano è troppo benevola. Egli si pone solo qualche punto interrogativo. Questo metodo ha certamente un valore, ma dà prova di ingenuità, non mostra le insidie, fa sentire una carenza di acume e di vigilanza critici.

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La guida alpina esperta deve mostrare i pericoli del cammino all’inesperto turista, che affronta un percorso rischioso. Se bastasse ognuno da sé a curare la propria salute, che bisogno ci sarebbe dei medici? Se ogni buon laico potesse far da sé per salvarsi l’anima, che bisogno ci sarebbe del teologo, del vescovo e del Papa? Avrebbe ragione Lutero, che ha abolito la Gerarchia cattolica.

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Terza. L’eccessiva benevolenza dei giudizi di S.E. Mons. Ladaria Ferrer nei confronti di Rahner fa temere che egli non abbia compreso e approfondito abbastanza le radici del pensiero rahneriano, ormai analizzate da tempo, come per esempio dal Padre Cornelio Fabro, e che quindi non si renda conto a sufficienza dei gravi errori metafisici, gnoseologici, antropologici e morali di Rahner.

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Una funzione essenziale della Congregazione per la dottrina della fede è quella di avvertire i fedeli, in aiuto e a nome del Papa, degli errori più pericolosi non facilmente diagnosticabili, mettendoli in luce e correggendoli. Ed è proprio qui che si trova il problema Rahner. Alla direzione della Congregazione per la dottrina della fede, S.E. Mons. Ladaria Ferrer avrà tutto il tempo per colmare queste lacune, le quali, se erano tollerabili nel suo passato, non lo saranno più adesso.

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La riforma della Congregazione per la dottrina della fede

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S.E. Mons. Luis Francisco Ladaria Ferrer, S.J. dal 1° luglio 2017 Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede

In conclusione, diciamo che il compito che attende S.E. Mons. Ladaria Ferrer è complesso, rischioso e difficile, ma siamo certi che Dio gli darà luce e forza nell’aiutare il Santo Padre e nel servire la Chiesa.

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Dobbiamo confessare con tutta franchezza e cognizione di causa, dopo cinquant’anni di studi su questo tema, che la riforma degli studi e della formazione del clero promossa dal Concilio è stata fraintesa e mal realizzata, sicché oggi non abbiamo una riforma, ma una deformazione delle vere intenzioni del Concilio, il quale aveva raccomandato San Tommaso come guida degli studi, anche se certamente non secondo il modulo pre-conciliare di un tomismo troppo polemico verso la modernità, ma  di un tomismo criticamente ed evangelicamente aperto ai valori della modernità, secondo l’esempio di Jacques Maritain, raccomandato da San Giovanni Paolo II nell’enciclica Fides et Ratio.

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Voler sostituire Karl Rahner a San Tommaso d’Aquino è stato un errore gravissimo, le cui conseguenze le vediamo oggi nel caos dottrinale e morale — quello che già nel 1974 Fabro chiamava «sconquasso»[6] —, del quale stiamo soffrendo, il che sia detto e lo ripeto, senza dover affatto misconoscere i meriti di Rahner, ai quali S.E. Mons. Ladaria Ferrer accenna nel suo saggio.

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S.E. Mons. Luis Francisco Ladaria Ferrer, S.J. dal 1° luglio 2017 Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede

Per questo immane compito occorrerà un rafforzamento del personale della Congregazione per la dottrina della fede, da rendere maggiormente specializzato e più competente in rapporto alle varie discipline teologiche da impiegare negli interventi da intraprendere e proporzionato all’entità delle questioni da risolvere, liberandola da incombenze estranee alla sua competenza, come per esempio il perseguimento del delitto di pedofilia, incombenza questa che, nella fattispecie, può essere opportunamente demandata alla Congregazione per il Clero o alla magistratura civile.

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La Chiesa non funziona solo come un «ospedale da campo». Questo può operare opportunamente nei casi minori, comuni o di emergenza, come pronto soccorso, o per la cura di piccoli traumi o malattie leggere; la cura di questi casi può essere demandata ai vescovi, agli istituti religiosi e alle parrocchie. Ma per le eresie più pericolose e diffuse occorrono cliniche dello spirito altamente specializzate, sul modello, per fare un paragone in campo medico, degli istituti specialistici della complessa e vasta struttura ospedaliera Sant’Orsola di Bologna. Qui abbiamo il ruolo della Congregazione per la dottrina della fede, la quale deve occuparsi delle eresie più gravi, più diffuse e più difficilmente diagnosticabili e curabili, unendo ed alternando giustizia e misericordia, a seconda delle necessità. Se è cosa importante la cura del corpo, ben più importante è la salute dell’anima.

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Varazze, 15 luglio 2017

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[1] Edizione francese Les principes de la théologie catholique, Téqui, Paris 1985.

[2] Quanto questo sia falso, lo dimostro nel mio libro Karl Rahner. Il Concilio tradito, Edizioni Fede&Cultura, Verona 2009. Quando Papa Benedetto XVI parlava della “ermeneutica di rottura”, si riferiva appunto all’interpretazione rahneriana.

[3] Cf il mio saggio La radice teoretica della dottrina rahneriana del cristianesimo anonimo, in Karl Rahner. Un’analisi critica, a cura di S.Lanzetta, Atti del convegno teologico internazionale organizzato dai Francescani dell’Immacolata a Firenze nei giorni 22 e 23 novembre 2007, Edizioni Cantagalli, Siena 2009.

[4] Cf. Prologo del Vangelo di San Giovanni

[5] Cf P.P. Saldanha, Revelation  as “self-communication of God”. A study of the influence of Karl Barth and Karl Rahner on the Concept of Revelation in the Documents of the Second Vatican Council, Urbaniana University Press, Roma 2005

[6] Nel suo libro L’avventura della teologia progressista, Rusconi Editore, Milano 1974, p.20.

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«Dio è morto e noi lo abbiamo ucciso», il suo nome e Charlie Gard. Assieme al Cardinale Carlo Caffarra L’Isola di Patmos urla: «Fermatevi in nome di Dio!»

1 Luglio 2017/7 Commenti/in Attualità/da Padre Ariel

«DIO È MORTO E NOI LO ABBIAMO UCCISO», IL SUO NOME È CHARLIE GARD. ASSIEME AL CARDINALE CARLO CAFFARRA L’ISOLA DI PATMOS URLA: «FERMATEVI IN NOME DI DIO!»

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Esulta il coro dei Diavoli, esulta l’assemblea infernale, un inno di gioia saluti, il trionfo del nemico del Risorto: un bambino, come novello Agnello di Dio, rischia di essere ucciso sull’altare sacrificale dell’Europa senza Dio, il piccolo Charlie Gard [notizie QUI, QUI].

 

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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PDF  articolo formato stampa 
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Fermatevi, in nome di Dio. Altrimenti vi dico con Gesù: «Sarebbe meglio che vi legaste al collo una macina da mulino e vi gettaste nel più profondo del mare» [testo dichiarazione,  QUI]

† Carlo Caffarra

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Una sana democrazia, fondata sugl’immutabili principi della legge naturale e delle verità rivelate, sarà risolutamente contraria a quella corruzione, che attribuisce alla legislazione dello Stato un potere senza freni né limiti, e che fa anche del regime democratico, nonostante le contrarie ma vane apparenze, un puro e semplice sistema di assolutismo [testo intero, QUI]

S.S. Pio XII, 24 dicembre 1944 

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il piccolo Charlie Gard – per aprire il video cliccare sopra l’immagine

La frase di Friedrich Nietzsche riportata nel titolo è tratta dalla sua opera La gaia scienza, per leggerla interamente nella traduzione italiana basta aprire QUI

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Detto questo faccio notare ― come scrissi in un mio libro del 2011 che a breve sarà ristampato ―, che sul finire del XIX secolo, quella mente acuta di Nietzsche aveva già intuito che l’attacco decisivo al Cristianesimo non poteva essere basato sul tema della verità ma su quello della morale cristiana.

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Spesso amo parlare della “innaturalezza della morte”, alla quale si tende a dare altri nomi e ad indicarla in altro modo: « … è venuto a mancare … è scomparso … si è spento … non c’è più …» e vari altri eufemismi, pur di non usare quella parola naturale che a suo modo grida per la sua intima “innaturalezza”: morte. Il tutto in una società nella quale sempre meno persone, dinanzi alla morte, hanno il coraggio di dire : «È morto».

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La morte è a suo modo innaturale perché non rientra nei progetti della natura creata da Dio; è opera del Demonio che indusse Adamo ed Eva a ribellarsi al Creatore [cf. Gen 1,3]. È infatti attraverso il peccato originale che la morte entra nel mondo come conseguenza di quella ribellione che rompe gli equilibri della divina armonia creata. Lo spiega il Beato Apostolo Paolo in una sua epistola:

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[…] come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato […] Come dunque per la colpa di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l’opera di giustizia di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione che dà vita. Similmente, come per la disobbedienza di uno solo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti [Rm 5, 12-18].

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Spesso mi sono domandato se il rifiuto della morte e della sofferenza, non dipenda in parte dal fatto che nella nostra memoria umana più antica rimane sempre vivo nel profondo il ricordo, anche se in molti inconsapevole, di quando eravamo immortali e liberi dalla morte come conseguenza del peccato originale.

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A tacere su quel piccolo Cristo in terra di Charlie Gard, che rischia di essere ucciso affinché l’Europa atea possa esorcizzare la propria paura della morte, sacrificando sulla croce del moderno ateismo un Agnello di Dio, non sono stati semplicemente “i preti” o “i vescovi”, come molti cattolici e non cattolici hanno lamentato in questi giorni in giro per vari blog, riviste telematiche e quotidiani su carta stampata; a tacere su questo piccolo Agnello sulla croce sono stati “certi” preti … “certi” vescovi …

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… se volete vi spiego quali, indicandovi che sotto questo pontificato in modo particolare, questi pessimi soggetti con una idea a dir poco erronea di vita, di famiglia e di morale, sono tutti lanciati in gran carriera ai vertici ecclesiastici.

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A tacere sono stati quei vescovi e preti che anno dopo anno sono stati deformati dentro il santissimo seminario, senza che all’interno dell’immondo pretificio nessuno si accorgesse, dal vescovo per primo ed a seguire col rettore ed i padri spirituali, che numerosi candidati al sacerdozio provenivano da famiglie completamente disastrate. Nessuno di questi soloni messi dai vescovi a far danni dentro i pretifici, si è mai curato del fatto che una persona nata, cresciuta ed educata in una famiglia non cristiana, che risente come tale di tutte le peggiori derive morali di questo mondo e che le vive come se il male fosse in verità bene ed il bene fosse invece male da rifuggire, sempre e di rigore diventerà un pessimo prete. A uno di questi soggetti potete imporre le mani sulla testa cento volte, rovesciargli sui palmi delle mani tutto l’orcio del sacro crisma consacrato dal vescovo durante la Santa Messa Crismale, potete mandarlo alla Pontificia Università Gregoriana o al Pontificio Istituto Biblico, farlo specializzare, dottorare e infine tornare in diocesi con l’aura di grande intellettuale, senza che però riesca, come prete e come pseudo-teologo o biblista, a capire che la famiglia è la Chiesa domestica, che la prima e imprescindibile maestra di vita cristiana è la famiglia. E chi non ha avuto una famiglia cristiana e dei genitori cristiani, prima di entrare in un seminario deve essere messo nella condizione di acquisire e di elaborare nel corso di un lungo processo di anni, tutti quei valori e quella educazione che solo una famiglia cristiana e dei genitori cristiani possono dare e trasmettere. In caso contrario ci ritroveremo poi dinanzi a preti carenti nelle basi fondamentali del Cristianesimo che invitano a parlare negli studi teologici dei filosofi atei, dei sostenitori del gender e dei sociologi che considerano l’aborto una conquista di grande importanza sociale e civile. E siccome non hanno mai superato il trauma del divorzio dei genitori e soprattutto le rispettive belle gesta del padre e della madre, fatte di egoismi e di tradimenti varî, non pochi di costoro si sfogheranno riversando cattiveria su interi presbitèri, nei quali troveranno l’immagine di un padre e di una madre sulla quale riversare vendetta distruttiva. Per non parlare dei danni disastrosi che costoro faranno se messi nel ruolo di formatori, di insegnanti, o peggio … di vescovi!

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Le sacre ordinazioni di questi soggetti, sono spesso un brulicare di genitori pluridivorziati, di fratelli e di sorelle conviventi col loro ultimo ganzo o ganza di turno, che dopo il solenne sacro rito, tra un calice di Champagne e una tartina, raccontano ai convitati che loro non sono credenti, però rispettano le scelte degli altri. Nel corso di questi ultimi anni, a siffatte oscene ordinazioni, durante il rinfresco si sono sentiti padri, madri e sorelle che a malapena sapevano farsi il segno della croce, esordire con espressioni di “alta cultura” cristiana del tipo … «adesso le cose nella Chiesa si stanno rivoluzionando, grazie a quel grande che è Papa Francesco, che ormai aprirà alla coppie di divorziati, ai gay, all’aborto, all’eutanasia …». Inutile dire e ricordare che il Sommo Pontefice Francesco I, non aprirà mai a nulla di tutto questo, ma l’anti-cristiano parentado del neo-consacrato sacerdote, ci crede però per davvero. Anzi semmai è pure convinto che loro figlio, fratello o cugino, sia entrato nella grande Multinazionale Chiesa Cattolica Apostolica Romana, proprio nel momento giusto, proprio quando le cose si stanno “rivoluzionando”.

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Questo bel clero uscito fuori negli ultimi anni dai nostri santissimi seminari, a quanti elementi ammonta? Provate a chiederlo a quell’autentico uomo di Dio nonché santo pastore in cura d’anime, tale è sempre stato il Cardinale Beniamino Stella, Prefetto della Congregazione per il clero, perché lui i numeri ce li ha tutti, basta solo saper contare …

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Da elementi di questo genere, come possiamo aspettarci delle parole decise e necessariamente dure sul povero Cristo in croce Charlie Gard? E ancora una volta torno a ripetere: Giovanni Paolo II è stato proclamato santo, ma del suo santo insegnamento, a così pochi anni di distanza, non è proprio rimasto niente? Perché questo pare purtroppo dimostrare a suo modo il clero contemporaneo, ma ahimè lo stesso Augusto Pontefice felicemente regnante, il quale si è cimentato negli ultimi giorni in molti discorsi varianti dagli improperi contro i mafiosi ed i corrotti, per i quali è allo studio persino un appropriato decreto di scomunica [cf. QUI], sino alla politica sindacale ed ai discorsi sul «nuovo patto sociale» [cf. QUI]. Ovviamente ben guardandosi dal nominare quel monumento straordinario che è la Dottrina sociale della Chiesa, dalla Rerum novarum del Sommo Pontefice Leone XIII [cf. QUI] sino  alla Centesimus annus del Santo Pontefice Giovanni Paolo II [cf. QUI].

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In questa estate mi trovo come sempre in Sicilia, ed in verità debbo dirvi che dalla suprema cupola dei mammasantissima sino agli ultimi picciotti di Cosa Nostra, inclusi quelli che all’ombra dei campanili gestiscono a botte di decine di milioni di euro il gran carnevale della Festa di Sant’Agata a Catania e quello di Santa Rosalia a Palermo, tutti quanti i malavitosi vivono con angoscia e terrore l’idea di vedersi notificare una bolla di scomunica dalle cancellerie vescovili. Non oso neppure immaginare in che colata di cemento finirebbe un gaio cancelliere sculettante che si presentasse loro con la voce in falsetto a notificargli che il vescovo li ha scomunicati in quanto mafiosi e corrotti, perché se c’è una cosa che i mafiosi non rispetterebbero mai, sono certi preti-donnetta che abbondano soprattutto nel Meridione d’Italia. I preti-donnetta sono infatti tanto numerosi quanto utili alle mafie, che conoscono tutti i peggiori vizi morali nascosti dei preti, per meglio tenere così intere diocesi sotto ricatto, perché dinanzi a qualsiasi serio e deciso sospiro contro le mafie, i loro capi farebbero letteralmente esplodere intere fosse biologiche; e per riprendersi dalla marea di quel magma che inonderebbe interi presbitèrî, alcune diocesi dovrebbero lavorare per decenni e decenni nel tentativo di rifarsi un barlume di credibilità, ammesso che infine ci riescano. Se però il Santo Padre Francesco volesse convocarmi, posso spiegarglielo io che cosa sono le mafie italiane e soprattutto sotto quali ricatti morali e patrimoniali tengono le Chiese locali del Meridione d’Italia; e glielo spiegherò molto meglio di quanto mai potrebbe spiegarglielo un imprenditore dell’anti-mafia a cinque stelle lusso come don Luigi Ciotti.

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Però, il Santo Padre Francesco, dopo tanti tuoni contro le mafie e tante accorate parole sul «nuovo patto sociale», ha dedicato un tweet che recita:

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«Difendere la vita umana, soprattutto quando è ferita dalla malattia, è un impegno d’amore che Dio affida ad ogni uomo».

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Neppure la meritata dignità del nome, è stata a lui conferita, che pure un nome ce l’ha: Charlie Gard. Peggio de L’Innominato dei Promessi Sposi. E allora torno ancora a chiedere: perché è stato proclamato santo Giovanni Paolo II? perché a lui sono state titolate molte chiese in giro per il mondo, perché? O forse che i santi servono solo per costruire nuovi stabili, destinati di questi tempi a rimanere sempre più vuoti di fede e di fedeli?

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Mentre il falegname aveva già preparata la croce per il piccolo Agnello di Dio Charlie Gard, il Sommo Pontefice parlava di … «nuovo patto sociale» in materia di lavoro e di sindacato, mentre la stampa laicista dei laudatores inneggiava viva Francisco el revolucionario che adesso scomunicherà mafiosi e corrotti, mettendo finalmente in ginocchio la Camorra, la N’drangheta e Cosa Nostra. Figurarsi, a sconfiggere la Mafia non c’è riuscito neppure il Fascismo in un ventennio con un uomo abile e dotato come il prefetto Cesare Mori, detto non a caso il prefetto di ferro, ma sicuramente ci riuscirà il Santo Padre Francesco con la potenza di una scomunica, o mandando semmai cento guardie svizzere con l’alabarda in ausilio alle forze di polizia dell’anti-mafia.

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Ovviamente evito di dire con chi, la Chiesa visibile, rischia di fare — se non peggio di avere già fatto — un terribile patto. E vi garantisco che il proprio “patto sociale”, non l’ha fatto con i Sindacati, ma con un’altra terribile Persona di cui si parla nel Libro dell’Apocalisse, quello che “certi” vescovi e “certi” preti considerano però soltanto una leggendaria allegoria.

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Sul piccolo Agnello di Dio Charlie Gard, hanno taciuto i vescovi ed i preti di ultima generazione, molti dei quali non hanno avuto una famiglia come Chiesa domestica. Hanno taciuto quei vescovi e preti per i quali non esiste l’assolutezza della fede, che vuol dire teologica assolutezza di Cristo inizio, centro e fine ultimo del nostro intero umanesimo, dal quale conseguono altre assolutezze legate sia alla vita umana sia alla famiglia; e queste assolutezze, che sono un termine teologico da non confondere mai con l’assolutismo socio-politico, costituiscono il cuore di quei valori non negoziabili che per noi cattolici rimarranno sempre tali, anche se la Chiesa visibile dovesse decidere di brindare a taralucci e vino con il Padrone di questo mondo.

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A tacere sull’Agnello di Dio Charlie Gard sono stati quindi i vescovi ed i preti del “possibile”, del “probabile”, del “bisogna valutare caso per caso”, ovviamente “dopo lungo discernimento”. E questi vescovi e preti vanno a braccetto con le peggiori derive di questo mondo nel quale i nemici della vita e della famiglia: gli ultra laicisti, i massoni e gli omosessualisti con la loro potente gaystapo, prendono e portano sempre come esempi e modelli dei casi limite, oltre che rarissimi, per giustificare così l’ingiustificabile, ossia la distruzione della famiglia, l’aborto, l’eutanasia, le sperimentazioni genetiche …

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Mai che portino casi ordinari, perché nel loro diabolico tentativo di far passare delle norme decisamente sataniche, portano sempre come esempio l’eccezione estrema, tentando di usarla affinché da essa possa essere imposta la regola. Mi domando e vi domando: come si fa, a portare come esempio per legittimare l’aborto, una bambina brasiliana di nemmeno dieci anni, violentata dal nonno e rimasta incinta? In tutto il mondo, quanti casi di questo genere conosciamo? E infatti, quel caso, fu talmente eccezionale che ne parlò per giorni la stampa di tutto il mondo. La stessa stampa mondiale non parla però dell’esercito di cagnette in calore che senza alcuno scrupolo e turbamento di coscienza, prima del compimento del diciottesimo anno di età si sono già presentate per la terza volta al consultorio per abortire. E siccome era venerdì, la loro preoccupazione è stata quella di chiedere all’assassino fabbricante di angeli … «Sabato sera, non ci sono problemi se vado in discoteca, vero?». Oppure: «Dottore, quando posso riprendere con il mio ragazzo. Capisce, cosa voglio dire …?».

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Questa è la norma della gran parte degli aborti, non le donne distrutte che piangono per tutta la vita, non il caso assolutamente eccezionale della bambina violentata dal nonno e rimasta incinta, dinanzi alla quale, in ogni caso, non è ammissibile e giustificabile l’aborto, con buona pace di non pochi vescovi e preti, che per non irritare il mondo ed il suo terribile Padrone, all’epoca risposero sommessamente che bisogna valutare caso per caso, o che l’Arcivescovo della Diocesi di Recife era stato un esagerato e un inopportuno a scomunicare tutta quanta la equipe che aveva praticato l’aborto alla bambina [vedere QUI]. Forse, se l’Arcivescovo di Recife avesse invece scomunicato i corrotti che sfruttano el pueblo, che persino con soli bastoni e pietre può cercare di difendersi o di fare anche una rivoluzione, cosa che invece non può fare un feto nel ventre di sua madre, oggi sarebbe stato elevato alla dignità cardinalizia su segnalazione del Cardinale Cláudio Hummes e con un panegirico laudatorio di Enzo Bianchi e di Alberto Melloni.

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Dinanzi al piccolo Cristo in Croce Charlie Gard, tutti costoro hanno invece taciuto, preferendo parlare semmai contro i mafiosi e sul «nuovo patto sociale»; ed a tacere è stata la nuova generazione di vescovi e preti senza famiglia, senza etica, senza morale e infine senza fede. Proprio come uno degli ultimi vescovi italiani di recente consacrati sotto questo Augusto Pontificato. Durante il party, il fratello e la sorella della nuova Eccellenza Reverendissima, uno di quelli manco a dirsi tutto poveri, profughi e periferie esistenziali, entrambi divorziati e presenti alla solenne cerimonia con i loro nuovi rispettivi compagni, si sono lasciati sfuggire con una certa fierezza questa affermazione: «Alla fine, nostro fratello, ce l’ha fatta!». In pratica hanno detto: voi non immaginate neppure quanto ci sperasse.

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E qualcuno si domanda come mai, tra immigrati, profughi e discorsi sindacali sul «nuovo patto sociale», qualcuno rischia di mandare di nuovo Cristo in croce per l’ennesima volta trincerandosi dietro al silenzio? In fondo, sarebbe la ripetizione del tradimento di Giuda Iscariota:

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E intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda Iscariota, figlio di Simone. E allora, dopo quel boccone, Satana entrò in lui. Gesù quindi gli disse: «Quello che devi fare fallo al più presto». Nessuno dei commensali capì perché gli aveva detto questo; alcuni infatti pensavano che, tenendo Giuda la cassa, Gesù gli avesse detto: «Compra quello che ci occorre per la festa», oppure che dovesse dare qualche cosa ai poveri. Preso il boccone, egli subito uscì. Ed era notte [Gv, 13, 26-30].

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Ed era notte, la grande notte della fede …

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da L’Isola di Patmos, 30 giugno 2017

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2017/04/padre-Aiel-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Ariel https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Ariel2017-07-01 04:58:592017-07-01 20:48:26«Dio è morto e noi lo abbiamo ucciso», il suo nome e Charlie Gard. Assieme al Cardinale Carlo Caffarra L’Isola di Patmos urla: «Fermatevi in nome di Dio!»

Il Santo Padre Francesco «eretico» e «apostata». E se fosse un provvidenziale “pifferaio magico”?

27 Giugno 2017/35 Commenti/in Attualità/da Redazione

Rispondono i Padri de L’Isola di Patmos

IL SANTO PADRE FRANCESCO «ERETICO» E «APOSTATA». E SE FOSSE UN PROVVIDENZIALE PIFFERAIO MAGICO ?

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Non si ha memoria storica di un Sommo Pontefice che come quello regnante sia stato bollato come “eretico” e “apostata” da un numero di cattolici affatto irrilevante e non riconducibili ai soli ambiti degli “integralisti”. Pertanto riteniamo che questo nuovo fenomeno meriti una chiara e onesta risposta sul piano teologico ed ecclesiologico, fornita qui di seguito dai Padri de L’Isola di Patmos in due loro diversi scritti dedicati al delicato tema.

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Capisco bene i Vostri limiti di manovra, dire tuttavia che “il Santo Padre si trova in una «gabbia» nella quale è stato messo da alcuni oscuri personaggi che lo circondano e dalla quale purtroppo non è facile uscire …», è francamente poco credibile, considerata la personalità del Santo Padre, che ha oramai al suo fianco chi egli ha voluto. Gli altri sono emarginati. O sbaglio?

Licio Zuliani

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I Reverendi Padri di questa isola che sostengono questa teoria [Ndr. «il Santo Padre si trova in una “gabbia” nella quale è stato messo da alcuni oscuri personaggi che lo circondano e dalla quale purtroppo non è facile uscire»], non sanno di aggravare ulteriormente la situazione. Rendono un cattivo servigio che va a discapito della salvezza delle anime. Il dottore privato sta demolendo tutto. Che scandalo la visita sulla tomba del don Milan, addirittura vorrebbe emularlo invitando i sacerdoti a fare lo stesso. Dal 2013 abbiamo una tale quantità di elementi oggettivi (scritti, omelie, discorsi, video) per definirlo un apostata […]. Cari Padri di quest’Isola, abbiate la carità di dire per intero la verità è in gioco la salvezza delle anime di cui voi risponderete dinanzi al tribunale di Dio. Nessuno può essere convinto che il sole sia un granello di sale.

Aquila

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Autore
Giovanni Cavalcoli, O.P.

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il compianto Lucio Battisti [Rieti 1943 – Milano 1998], uno dei “mostri sacri” della storia della musica pop italiana, autore del brano Confusione. Per ascoltare cliccare sopra l’immagine

Il problema del Santo Padre Francesco è un problema sostanzialmente morale, cioè è il problema della sua condotta morale e della sua pastorale, non della sua dottrina di Vicario di Cristo. Su questo punto dobbiamo ascoltarlo da buoni cattolici e non fare come i lefebvriani e i luterani, che lo accusano di eresia. È questo, in sostanza, quello che il Padre Ariel ricorda nella sua risposta secca e decisa.

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Il problema del Santo Padre, a comune avviso dei Padri de L’Isola di Patmos, che a questo tema dedicano due diverse risposte, è proprio quello di non avere una forte personalità, ma di essere una persona influenzabile, salvo ad assumere a volte atteggiamenti autoritari, che però colpiscono i deboli e lasciano prosperare i forti.

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Il Santo Padre si trova a doversi misurare con un ambiente modernista molto potente, che è quello che ha spinto il Sommo Pontefice Benedetto XVI a fare atto di rinuncia. Il Papa è accerchiato, circonvenuto e adulato da falsi amici e traditori. La Chiesa ha il nemico in casa, ormai giunto ai più alti posti: pensiamo al caso del Cardinale Gianfranco Ravasi, per il quale i massoni sono nostri «cari fratelli» [cf. QUI, QUI] o del Cardinale Walter Kasper, per il quale il dogma è mutevole, o del Preposito generale della Compagnia di Gesù Arturo Sosa [cf. QUI], per il quale non sappiamo che cosa abbia insegnato Cristo, dato che a quel tempo non esistevano i registratori [cf. QUI], o dell’Arcivescovo Vincenzo Paglia, devoto di Pannella o di Bianchi, per il quale l’omosessualità è un dono di Dio.

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Alberto Melloni è invece convinto che ormai il sacerdozio è finito e che il Papa è alla pari del Patriarca di Costantinopoli [cf. QUI]. I modernisti sono penetrati nelle Facoltà Pontificie, nella Curia Romana e nella stessa Segreteria di Stato. Il Demonio bussa all’ingresso dell’Ospizio Santa Marta travestito da immigrato musulmano. Il Papa è costretto a scegliere i collaboratori tra quelli che di fatto si trova ad avere attorno. Deve fare buon viso a cattivo gioco.

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I modernisti giocano perfidamente la carta della forte capacità che il Papa ha di contatto umano e di comprensione umana, ed avendo in mano i grandi mass-media, diffondono la falsa immagine di un Papa simpaticone, populista e rivoluzionario, “leader della sinistra internazionale” contro Donald Trump, dipinto come odiatore dei poveri immigrati e servo del capitalismo americano, celando alla gente la sua identità di Vicario di Cristo e presentandolo come un modernista o un nuovo Che Guevara. La storia sembra veramente retrocessa al 1968 ed oggi si ha l’impressione di vivere, all’interno della Chiesa, a inizi anni Settanta del Novecento.

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In questa difficilissima situazione di emergenza, sotto questo assalto di forze diaboliche mai successo nella storia della Chiesa, il Papa deve barcamenarsi, deve fare attenzione ad ogni passo che fa, deve in qualche modo adattarsi alla situazione proprio per proteggere il suo ruolo di Romano Pontefice.

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I modernisti infatti hanno capito e favoriscono nel Papa il suo eccessivo affetto per la gente, organizzando delle adunate popolari, circa le quali ci si può chiedere cosa vale questo successo, ossia se esso nasce da una retta interpretazione del ruolo del Papa o forse piuttosto dalla sua semplice carica di umanità. Queste folle, che cosa vedono nel Papa? Il messaggero del Vangelo o il grande conduttore di entusiasmanti spettacoli di folla? Questo dubbio successo, secondo noi, rende il Papa influenzabile e cedevole alla formidabile, danarosa ed astuta pressione modernista.

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Questa incresciosa situazione si trascina sin dai tempi di Paolo VI ed oggi è ancora peggio. Il fatto è pertanto che il Papa non ha i mezzi per difendersi e per difendere la Chiesa dai modernisti. Il Papa deve fare, come si suol dire, buon viso a cattivo gioco. Per questo non ci sentiamo assolutamente di accusare il Papa di favorire gli eretici. E se accusandoci di «non dire tutto», alcuni vorrebbero che noi dicessimo che il Papa è eretico, o peggio ancora apostata, ebbene cavatevelo pure dalla testa, perché ciò ci sarebbe impossibile sia come sacerdoti sia come teologi. Oltre al fatto che dire ciò ― ossia accusare il Pontefice regnante di “eresia” o “apostasia” ―, non sarebbe «dire tutto», come sollecita un nostro Lettore, ma dire invece il falso.

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Nessun problema invece ad affermare che a nostro parere il Santo Padre sia cedevole è troppo accondiscendente, o troppo buono, come si suol dire, mosso dal desiderio di non causare alla Chiesa ulteriori sofferenze e non farle patire nuovi scandali. Se infatti egli rivelasse apertamente le trame di modernisti, accadrebbe nella Chiesa uno scompiglio maggiore di quello che avvenne nel 1943 in Italia con la caduta del Fascismo.

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In tale evenienza drammatica, il Papa potrebbe essere processato e deposto e i modernisti potrebbero eleggere un antipapa, Giovanni XXIV, dietro illuminata proposta di Gianfranco Ravasi e Walter Kasper, offesissimi, nonché di Alberto Melloni e di Andrea Grillo. I lefebvriani, per reazione a questo affronto intollerabile, potrebbero a loro volta eleggere, dietro suggerimento di Antonio Socci, Don Alessandro Minutella e degli Ecc.mi Monsignori Bernard Fallay e Richard Williamson, un altro antipapa, Pio XIII, del loro partito. Così si avrebbero tre Papi, senza contare il quarto, Benedetto XVI, sempre che sia ancora vivo. Frattanto, il deposto Francesco I, beneficiando di un indulto speciale, potrebbe dedicarsi a tempo pieno all’assistenza agli immigrati sull’isola di Lampedusa. Certo, il tutto può sembrare fanta-ecclesiologia, ma non ci siamo poi tanto lontani.

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Pertanto, i fedeli, per non scandalizzarsi del Papa e mancargli del dovuto rispetto come a Vicario di Cristo, devono fare questa lettura di quello che sta succedendo: occorre combattere i modernisti e difendere il Papa, perché se in qualsiasi modo viene attaccato il Papa, come spiega Padre Ariel nel suo commento di risposta che segue: si scardina la pietra che regge l’intera costruzione, con conseguenze non poi così difficili da immaginare …

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da L’Isola di Patmos, 26 giugno 2017

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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un vecchio 45 giri del complesso I Camaleonti: Non c’è niente di nuovo, una canzone che oggi sarebbe adatta da suonare e cantare in diverse chiese cattedrali, al posto dell’inno Ecce sacerdos magnus.  Per ascoltare cliccare sopra l’immagine

I Padri de L’Isola di Patmos sono coscienti della situazione ecclesiale ed ecclesiastica attuale e per questo si guardano dall’andare a scardinare la pietra sulla quale Cristo ha edificata la sua Chiesa [cf. Mt 13,16-20], perché sono uomini di fede. Non c’è infatti cosa peggiore che distruggere la casa sulla base del “perché io penso”, “perché io sento”…

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I misteri della fede non si fondano sul “io penso”, “io sento”… due presupposti che danno vita ad una “fede” emotiva, immatura e infantile, priva peraltro di una prospettiva fondamentale legata all’azione di grazia dello Spirito Santo che alla fine trasformò, uno spocchioso debole e pauroso come Pietro, in un martire e testimone della fede.

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Se il Pontefice regnante è «apostata», come afferma un nostro Lettore, allo stesso Lettore va ricordato che Pietro, scelto e voluto da Cristo in persona, era molto peggiore di Francesco I. Anche perché Pietro, atto di apostasia dalla fede nel Verbo di Dio incarnato la fece sul serio. Invece, Francesco I, non ha mai rinnegato pubblicamente Cristo e dinanzi al pericolo non s’è dato alla fuga. Pietro invece non solo lo rinnegò pubblicamente, ma lo fece giurando il falso e imprecando: «Allora egli cominciò a imprecare e a giurare: “Non conosco quell’uomo!”» [Mt 26,69-75].

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Noi non abbiamo mai negati i difetti, le carenze teologiche e la pastorale ambigua e confusa del Santo Padre Francesco, come fanno invece certi pavidi ecclesiastici in carriera, improvvisatisi oggi tutti quanti poveri&profughi. Non abbiamo mai negato i suoi difetti nella stessa misura in cui crediamo nello Spirito Santo «che è Signore e da la vita e procede dal Padre e dal Figlio» [cf. Simbolo di fede], inviato da Cristo alla Chiesa nascente nel giorno di Pentecoste. Pertanto non escludiamo che una persona limitata e ambigua come mostra d’esserlo il Pontefice regnante possa, anche alla fine della sua vita, come accaduto con Pietro, mutarsi in un grande confessore e difensore della fede.

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Di questa prospettiva molti sono purtroppo privi, semplicemente perché non hanno fede nelle azioni di grazia, perché la loro fede si gioca tutta sui clik del “mi piace”, “non mi piace”, perché vivono la Chiesa come un fenomeno socio-politico utile come valvola di sfogo per litigare nel microcosmo del loro cortile, laddove esiste solo nero e bianco, buoni e cattivi, dove si sentenzia “è così e basta“, ma non perché lo stabiliscono i dati oggettivi o le somme verità della fede, ma perché lo stabilisce il “io penso”, “io sento”, che finisce con l’essere il solo vero e oggettivo, il nuovo tragico dogma dell’essere e dell’esistere di molti uomini immersi nel mondo dell’iocentrismo e della auto-referenzialità. La fede è però altra cosa: «La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono» [Eb 11, 1-7].

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Mai cesseremo di rendere grazie al Santo Padre Francesco per avere portato allo scoperto un esercito così fitto e numeroso di cristiani la cui “fede”, di fatto, si basava sul niente. Infatti, al primo colpo di vento sono caduti, urlando in modo concitato ed emotivo «eresia!», «apostasia!», ed ogni altro genere di rabbia verso la Cattedra di Pietro. Ma soprattutto lo ringraziamo per avere portato allo scoperto soggetti di gran lunga più pericolosi, vale a dire tutte quelle frange di cardinali, vescovi e sacerdoti, oltre ad un esercito di teologi eretici in cattedra da alcuni decenni, che sotto i pontificati di Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, hanno a lungo lavorato con “ammirevole” pazienza nel nascondimento, dietro le quinte, giocando finché hanno potuto al trasformismo dettato da palesi mire di carriera, il tutto secondo la tecnica tanto acuta quanto pericolosa dei modernisti, che non mancano né di progettualità né di pazienza.

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Nessun problema, da parte mia, a fornire a tal proposito esempi. Figurarsi se io, come esorta a fare lo stesso Sommo Pontefice [vedere QUI], ho paura a «denunciare con nomi e cognomi». Semmai il problema è che il Santo Padre, al di là delle sue parole pronunciate nei predicozzi mattutini, i denunciati con nome e cognome se li tieni tutti attorno come edera avvolta attorno alla Cattedra di Pietro, mentre i pochi che hanno osato denunciare il covo dei serpenti attorno al sacro soglio, sono finiti come sono finiti, a lode e gloria di Dio. Pertanto, il Sommo Pontefice, oltre a essere limitato è purtroppo anche incoerente, perché mostra che tra il suo predicare a colpi di slogan a effetto per la gioia della stampa laicista, ed il suo agire concreto, non c’è corrispondenza.

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All’esortazione racchiusa in questo ennesimo predicozzo mattutino, rispondo offrendo quindi alla Santità di Nostro Signore Gesù Cristo l’Augusto Pontefice felicemente regnante, un nome di alto lignaggio che può valere per molti altri: il Cardinale Gualtiero Bassetti, Arcivescovo di Perugia e oggi Presidente della Conferenza Episcopale Italiana …

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… il Cardinale Bassetti, è riuscito ad andare avanti con quella “furbizia contadina” che induce a dire al padrone ciò che esso desidera sentirsi dire, sino a convincersi che quel semplice colono agisce come un servo davvero fedele nel migliore interesse del padrone e della proprietà. Adesso vedremo in che modo egli ha portata avanti la propria scalata, visto che al Successore di Pietro pare piacciano tanto le «denunce» corredate di «nomi e cognomi» — oltre che di fatti, naturalmente —, alle quali egli ci esorta nei suoi predicozzi mattutini.

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Gualtiero Bassetti, entrato nelle grazie del Cardinale Silvano Piovanelli, Arcivescovo metropolita di Firenze, è favorito infine nella sua promozione episcopale. Egli non è mai stato un’aquila teologica né uomo di profonda cultura, cosa che non costituisce in sé e di per sé alcun problema, anzi tutt’altro, conosciamo infatti bene i danni immani recati sotto il pontificato dell’ultimo Giovanni Paolo II dalle infauste infornate di vescovi professori. Va quindi precisato che oggi, il Popolo di Dio e noi stessi ministri in sacris veneriamo dei santi che erano persone di una limitatezza teologica e culturale a volte desolante, ma ciò non ha pregiudicato l’eroicità delle loro virtù, sino a essere canonizzati e proclamati modelli di santità per gli stessi sacerdoti, a partire dal nostro patrono, che con buona pace del Sommo Pontefice e del Cardinale Bassetti, rimane il Santo Curato d’Ars Giovanni Maria Vianney. Pur malgrado, pochi giorni fa, si è assistita alla elevazione del Priore di Barbiana Don Lorenzo Milani a sublime modello di prete per opera della Santità di Nostro Signore Gesù Cristo l’Augusto Pontefice felicemente regnante, al quale l’Enzo Bianchi e l’Alberto Melloni di turno hanno detto in modo diretto o indiretto le due parole magiche dinanzi alle quali Francesco I giunge persino a perdere la ragione, ma soprattutto ogni spirito obbiettivo: «un vero prete dei poveri … un prete degli ultimi … un prete di frontiera sperduto nelle periferie esistenziali …», ed il gioco è stato fatto, a lode dell’eretico di Bose e del politicante non meno eretico della Scuola di Bologna.

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Il futuro vescovo cardinale e presidente della C.E.I Gualtiero Bassetti, con certi santi condivide sicuramente la mediocrità e la limitatezza, non però la eroicità delle virtù e la santità. Ed a parte una giovanile “nomina d’ufficio” a vice-parroco, di fatto ha trascorso tutta la sua vita sacerdotale precedente l’episcopato tra i meandri della curia fiorentina: assistente presso il seminario, poi rettore del seminario minore, poi rettore del seminario maggiore, poi pro-vicario generale … Nel 1994 è nominato vescovo di una piccola ma antica diocesi della Maremma toscana, Massa Marittima, eretta nel V secolo in un angolo di quella splendida terra etrusca e retta dal proto-vescovo Cerbone; una Chiesa particolare nella quale egli, ragionevolmente, avrebbe dovuto raggiungere i suoi 75 anni d’età.

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Sappiamo però bene, ma soprattutto abbiamo sperimentato più volte amaramente sulla nostra pelle sacerdotale, sia nella nostra veste di sottoposti sia nella nostra veste di vittime, che mentre gli uomini di Dio tremano se chiamati a certi incarichi, giacché più son dotati di sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà, timor di Dio, più si sentono inadeguati, al loro contrario i mediocri che tendono a essere ammantati di esteriore umiltà e sopra i quali i doni dello Spirito Santo rimbalzano all’indietro come palle di gomma su di un muro di cemento, dentro sé stessi non sono mai contenti di quanto di immeritato hanno ottenuto, per questo cercano di supplire a tutti i loro demeriti aspirando ad ottenere sempre di più. Ecco allora che con tutta la fedeltà tipica dello sposo amorevole e devoto, Gualtiero Bassetti lascia solo dopo quattro anni, nel 1998, la diocesi di Massa Marittima, per divenire vescovo della Diocesi di Arezzo, che per estensione territoriale e numero di presbiteri è la seconda diocesi più grande della Toscana. Ovviamente — ci mancherebbe altro! —, questi soggetti sono adusi rivolgersi dalla loro cattedra episcopale al clero ed ai fedeli con la lacrima da teatro d’arte drammatica all’occhio, pronunciando la fatidica frase che … «mio malgrado, diletti figli e figlie amatissime, il Santo Padre mi ha comandato, ed io ubbidisco» …

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… ma anche una sposa come la Chiesa di Arezzo non era all’altezza di cotanto marito, proprio come quei mariti vicini ai sessant’anni che una volta ben piazzatisi nella società come professionisti o imprenditori e fatto un certo gruzzolo di soldi, per prima cosa lasciano la moglie a dibattersi con i problemi della sua menopausa e si prendono come fidanzata una ragazza di 25 anni che potrebbe essere loro figlia, la quale si unisce a loro per amore, solo ed esclusivamente per profonda passione d’amore. In questo caso, lo sposo devoto Gualtiero Bassetti, lascia la sposa aretina per divenire Arcivescovo metropolita di Perugia. E, per la seconda volta, ripete la rappresentazione d’arte drammatica di rito, con l’annuncio dato dalla cattedra episcopale di Arezzo: «mio malgrado, il Santo Padre mi ha comandato, ed io ubbidisco».

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È veramente insolito che nel corso dell’ultimo ventennio, dinanzi a questi comandi dati dal Santo Padre, che semmai non conosceva neppure l’esistenza, il nome e l’ubicazione geografica di certe piccole e medie diocesi d’Italia, ma che pur malgrado comandava e manco a dirsi offriva per la terza volta allo sposo una sposa più “ricca” e “bella” … mai, dico mai, uno solo di questi “mariti fedifraghi” che abbia risposto: «Beatissimo Padre, ho già cambiato ben due spose, pertanto vi supplico: lasciatemi sposo della mia sposa. Non assegnatemi per la terza volta ad una nuova e più grande diocesi». Nessuno sposo fedele ha invece agito a questo modo, in un episcopato che pare favorevole al divorzio e alle seconde e terze nozze con spose più allettanti. Comprensibile il motivo: perché tutti sono di rigore degli indefessi obbedienti quando si tratta di passare da una piccola a una media diocesi, poi da una media diocesi a una grande sede storica che beneficia del pallio metropolitano. Insomma, se un ometto, in prime nozze, ha avuto il colpo di grazia di sposare la figlia di un barone di provincia, poi in seconde nozze la figlia di un conte di città, può essere forse così sciocco da non accettare di lasciare la seconda per prendersi come terza moglie la figlia di un principe che vive nella capitale? In fondo, nei cammini pastorali della fede — perché qui è di pura fede che si tratta, intendiamoci! —, bisogna da una parte puntare sempre più in alto, dall’altra puntare al duc in altum, ossia prendere il largo, ce lo insegna Cristo stesso nel Vangelo della pesca miracolosa, anzi lo comanda proprio Egli stesso a Pietro: «Prendi il largo» [Lc 5,1-11]. Resta però un dubbio: Cristo Signore, a Pietro, lo fece capo dei pescatori di uomini, o capo di un gruppo di pescatori di mogli sempre più altolocate?

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Per inciso sia chiaro, è legittimo, anzi a volte auspicabile che a certe grandi sedi metropolitane siano assegnati dei vescovi che hanno già maturata esperienza pastorale, cosa che in rari casi avveniva anche in passato, quando pure un vescovo, una volta eletto a una sede, era inamovibile sino alla morte. Ma si tratta, appunto, di casi molto rari. Per esempio, in Italia, dove abbiamo oltre duecento diocesi, le grandi sedi che potrebbero richiedere un vescovo con esperienza pastorale già maturata, saranno più o meno dieci: Palermo, Napoli, Firenze, Bologna, Genova, Milano, Torino … E qui faccio nuovamente notare che mentre la Diocesi di Arezzo, più grande ed estesa dell’Arcidiocesi umbra, ha 245 parrocchie e un presbiterio formato da 270 sacerdoti tra secolari e regolari, l’Arcidiocesi di Perugia ha 155 parrocchie e  un clero composto da 190 sacerdoti, tra secolari e regolari. Però, quello di Perugia, è un arcivescovo metropolita, mentre quella di Arezzo, sebbene diocesi di maggiori proporzioni come parrocchie, clero ed estensione territoriale, è una diocesi suffraganea della sede metropolitana di Firenze. E proprio in quel di Firenze, città che al futuro cardinale iper-bergogliano ha dato i natali, dinanzi a certe figure si è soliti motteggiare: «Eh, ti conosco, mascherina …». 

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Il Cardinale Gualtiero Bassetti è un paradigma per un motivo che adesso illustro sul finire: sotto il pontificato di Giovanni Paolo II, tutti ricordano questo personaggio, a Massa Marittima prima e ad Arezzo in seguito, come un pubblico difensore della famiglia e dei valori non negoziabili. Sotto il pontificato di Benedetto XVI, tutti lo ricordano a Perugia come un pubblico difensore della ortodossia teologica e della buona liturgia. Sotto il pontificato di Francesco I, tutti lo stiamo vedendo, nel suo nuovo ruolo di Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, come un uomo tutto poveri, profughi e jus soli. Ecco, mi domandavo se per caso, i grandi padri del Diritto Romano, oltre al jus soli, non abbiamo anche coniato l’istituto giuridico del … jus sòla.

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Forse, quella lingua biforcuta di Pietro l’Aretino, dinanzi al quale Giovanni Boccaccio era pressoché una “timida educanda”, avrebbe esordito con qualche sonetto più o meno a questo modo … « perlomeno le baldracche cambian clienti, ma eziandio restan sempre se stesse, allo contrario d’altri, che mutan invece vezzi e forme secondo le diverse esigenze di lor novi clienti ».

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Come capite, stiamo parlando di persone non solo prive di coerenza, ma prive di comune senso del ridicolo, convinte che il Popolo di Dio sia formato di poveri beoti incapaci di cogliere, capire e analizzare. Non c’è problema, perché capiranno, volenti o nolenti, vuoi per obbligo vuoi in modo forzato, quando giungendo un giorno parati a festa nella piazza della loro chiesa cattedrale si sentiranno strillare da una turba inferocita: «buffoni, buffoni!». E da questa eventualità tutt’altro che fantascientifica e remota, oggi io vi dico — o se mi permettete “vi profeto” — che non siamo affatto lontani. E siccome, di questo, sono in cuor loro consapevoli anche diversi episcopetti e cardinaletti, potete ben capire come mai, dinanzi a questioni morali e sociali di inaudita gravità, hanno piegato il capo e calato il silenzio sul matrimonio tra coppie omosessuali, sugli ennesimi colpi dati al poco che resta della famiglia, sulle forme ideologiche violente di un laicismo sempre più aggressivo verso ogni sentimento cristiano, sulla dittatura del gender, sulle azioni da polizia repressiva della gaystapo e via dicendo, perché da una parte non hanno il virile coraggio, dall’altra vivono col terrore di perdere il loro potere sociale ed economico, che presto però perderanno, perché il conto alla rovescia è iniziato sin dagli inizi di questo nuovo millennio, ed oggi siamo ormai agli sgoccioli degli ultimi grani di sabbia della clessidra. Vogliamo capirla o no, che a breve, in Europa saremo messi fuorilegge, mentre il miope episcopato italiano si scalda in seno la pericolosa serpe islamica che domani metterà le nostre teste nei campanili al posto dei batacchi delle campane? È che le teste saranno le nostre, non quelle di Gualtiero Bassetti e di Nunzio Galantino, loro saranno frattanto emigrati in Svizzera, dove seguiteranno a parlare di accoglienza sulla nostra pelle e sul nostro sangue, seguitando a garantire che l’Islam è una religione di pace.

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O pensate che l’episcopato italiano si sia prostituito sino a lisciare il pelo a quel demonio incarnato di Marco Pannella per pura carità cristiana? Suvvia, mica siamo bambini! Se hanno chinato il capo dinanzi al padre delle leggi sull’aborto, sulle unioni civili, sul matrimonio gay, nonché ideologo indefesso della cultura omosessualista, del gender, dell’eutanasia, delle sperimentazioni genetiche, degli uteri in affitto … è stato solo per un semplice motivo: con un Pontefice che da una parte ha dato inizio al proprio pontificato invocando una Chiesa povera per i poveri [cf. QUI], una forte crisi economica in corso, ed al contempo una caduta libera in corso della credibilità del clero, vessato da scandali morali ed economici senza precedenti, in siffatta situazione all’indemoniato Marco Pannella sarebbe bastato solo mezzo fischio per segnare un trionfo elettorale senza precedenti chiamando alle urne gli italiani per un referendum popolare sulla abolizione del tributo dell’Otto per Mille alla Chiesa Cattolica; ed i primi a votare a favore sarebbero stati molti cattolici. Proprio così … l’episcopato italiano si è svenduto come Esaù svendette la primogenitura per un piatto di lenticchie [Gen 12,50] …

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… e per la prima volta, attorno alla Cattedra di Pietro, si sono visti volteggiare degli accoliti di Satana come Marco Pannella ed Emma Bonino, colei che tutt’oggi chiama l’aborto «grande conquista sociale degna di un Paese civile», mentre il Pontefice che sogna una Chiesa povera per i poveri, non esitava ad accoglierla ripetutamente — cosa invece più volte negata a quattro pii cardinali —, ed a definirla «una grande d’Italia», assieme al comunista ateo e anticlericale Giorgio Napolitano [cf. QUI]. E qui facciamo notare per inciso che il grande ateo e comunista italiano Giorgio Napolitano, rivolse nel suo discorso ufficiale queste parole al Romano Pontefice:

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«Ci ha colpito l’assenza di ogni dogmatismo, la presa di distanze da “posizioni non sfiorate da un margine di incertezza”, il richiamo a quel “lasciare spazio al dubbio” proprio delle “grandi guide del popolo di Dio”» [testo del discorso, QUI].

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Che tradotto vuol dire: finalmente, un Pontefice che non parla dei dogmi della fede, o del fatto che certi temi non sono negoziabili da parte della morale cattolica, come per esempio il valore e la tutela della vita umana sin dal momento del concepimento e via dicendo. Segue poi un discorso improntato sul relativismo, l’antropocentrismo e via dicendo, dietro al quale non è difficile individuare, per noi addetti ai lavori, la mano di certi teologi, o meglio di qualche nota scuola teologica italiana, i cui fondatori frequentarono fin troppo la politica ed il palazzi politici …

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Ah, la Chiesa povera per i poveri! Speriamo che domani la gente non ci prenda a colpi di spranga per la strada, quando tra non molto scapperanno fuori i raggiri di vari preti trafficoni che dalla sera alla mattina hanno messo in piedi centri di accoglienza per “profughi”, gestendo da una parte grosse somme di danaro e dall’altra donando qualche appartamento agli amati nipoti. Cosa accadrà, per la mancanza di vigilanza delle nostre «guide cieche» [cf. Mt 23,16], quando saranno denunciate svariate Onlus fondate da preti per i più disparati scopi benefici, sociali e assistenziali, ivi inclusa persino una benemerita associazione per la lotta contro la pedofilia, ed il tutto specie nel Meridione d’Italia, quando si scoprirà che queste “pie fondazioni” non hanno mai presentato un bilancio, che ricevono finanziamenti generosi da vari enti statali ed europei, pur avendo dei consigli d’associazione “segretissimi” formati tutti quanti da fratelli, sorelle, nipoti e cugini, nessuno dei quali ha semmai un lavoro, ma vivono come suol dirsi alla grande sul gran mercato della “carità”? E cosa accadrà quando si scoprirà che grazie ai “profughi”, diverse strutture della Caritas, soprattutto da Napoli in giù, lungi dal beneficiare al novanta per cento di volontari gratis et amor Dei, hanno risolto certi problemi di disoccupazione, o più facilmente di carente voglia di lavoro, garantendo uno stipendio a fratelli, sorelle, nipoti, cugini, amici e … persino “fidanzati” di certi preti? 

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Torniamo quindi ai vescovi ed ai cardinali del nostro discorso in questione, che forse è meglio …

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Anche il Cardinale Giuseppe Betori, attuale Arcivescovo metropolita di Firenze, è stato sotto il pontificato di Giovanni Paolo II, a partire da quand’era Segretario generale della C.E.I. sotto la presidenza del Cardinale Camillo Ruini, un difensore della famiglia e dei valori non negoziabili; in seguito, come vescovo diocesano e come cardinale, sotto il pontificato di Benedetto XVI è stato un difensore della ortodossia teologica e della buona liturgia. La differenza che però corre tra il Cardinale Giuseppe Betori e il Cardinale Gualtiero Bassetti, è che il primo, memore di ciò che pensavano sia Giovanni Paolo II sia Benedetto XVI, ed ancor prima di loro Paolo VI e Giovanni XXIII, s’è ben guardato dal beatificare Don Lorenzo Milani, anzi ha dichiarato «per me non è santo» [cf. QUI, QUI], ed in tal modo è rimasto in coscienza se stesso dinanzi al mondo e alla storia. Tutt’altra pasta il Cardinale Gualtiero Bassetti, che cambiata non natura, ma cambiato semplicemente cliente, si è immediatamente adeguato dichiarando «per me è santo», mostrando in tal modo il proprio sé stesso nella miracolosa evoluzione dei tempi [cf. QUI, vedere video QUI], il cosiddetto … jus sòla.

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In conclusione ribadisco che al Santo Padre Francesco noi dobbiamo profonda gratitudine, perché come il pifferaio magico di Hamelin ha portato allo scoperto tutti questi topi; e qui permettetemi di dirvi che, questa analisi, non l’ho fatta adesso, ma quattro anni fa, dopo appena tre mesi di pontificato [vedere QUI]. E noi, dopo l’opera straordinaria del pifferaio magico, i topi li condurremo tutti a gettarsi nelle acque del fiume. Perché domani, queste persone paralizzate nel potere presente, certe che questo presente è una sorta di motore immobile che non passerà mai, prive come tali di una prospettiva escatologica futura perché paralizzate nel tutto e subito, nell’immediato, non potranno più in alcun modo riciclarsi sul carro del nuovo condottiero, cosa di cui dovremo rendere profonde grazie al Sommo Pontefice Francesco I, per sempre. In caso contrario, dinanzi a qualsiasi tentativo di gattopardesco riciclaggio clericale, per noi sarà un cosiddetto gioco da ragazzi, ricordare a tutti costoro come hanno vissuto e con quale piaggeria hanno agito sotto questo pontificato, pur di ottenere cariche ecclesiastiche e benefici d’ogni genere al merito dei poveri, dei profughi e delle periferie esistenziali. Infine sarà nostra cristiana missione “tagliar loro le teste”, a partire da quella del Cardinale Gualtiero Bassetti, uno dei diversi ai quali, casomai fosse stata eretta nell’Urbe, avrebbero dovuto dare come titolo cardinalizio quello della Chiesa di Santa Maria del Camaleonte. Perché costui, domani, come prova ampiamente la sua vita vissuta, al minimo cambio di vento non esiterebbe a presentarsi in pubblico con sette metri di cappa magna ed a dichiarare che i crociati salvarono intere popolazioni dagli attacchi dei musulmani e che pertanto vanno venerati come autentici difensori della fede. Ma soprattutto, al primo cambio di vento, non esiterebbe a dichiarare che andrebbero ripristinati i sani e santi metodi della vecchia inquisizione per procedere ad ardere al rogo Enzo Bianchi e Alberto Melloni.

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Che la Chiesa fosse santa e meretrice, questo lo afferma il Santo vescovo e dottore Ambrogio, ma dicendo ciò in un proprio sermone [casta meretrix, in Lucam III, 23], egli si rifaceva alla letteratura dell’Antico Testamento ed in particolare all’episodio della prostituta di Rahab che aiutò a Gerico gli israeliti come una «meretrice casta», che «molti amanti frequentano per le attrattive dell’amore ma senza la contaminazione della colpa». In modo contrario, personaggi come Gualtiero Bassetti e affini, hanno mutata invece la Chiesa in una baldracca che va dove tira il vento; e questo è tutt’altra cosa, rispetto al casto meretricio. O per dirla con il Reverendo Prof. Joseph Ratzinger, ciò vuol dire mutare la Santa Chiesa di Cristo «in una struttura di peccato» [cf. Introduzione al Cristianesimo, ed 1968], con buona pace del pretesto dei poveri, dei profughi, delle periferie esistenziali e dei tanti preti improvvisatisi oggi di strada, di frontiera e di periferia, per seguire con tutti gli stereotipi da Repubblica delle Banane sudamericana degli anni Settanta oggi in gran voga, sui quali molti stanno facendo folgoranti e dannose carriere ecclesiastiche, senza che l’Augusto Inquilino di Santa Marta si renda conto dei danni che sta favorendo, ma soprattutto di ciò di cui in futuro dovrà rispondere a Cristo, che gli ha affidata la propria Santa Sposa, non una ideale e idealizzata villas de las miseria …

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Nonostante tutto questo, noi crediamo con fede profonda e certa che quello del Sommo Pontefice Francesco I, per opera di grazia dello Spirito Santo, finirà con l’essere e col risultare a posteriori un pontificato che come pochi altri avrà reso grande servizio e grande bene alla Chiesa di Cristo per il suo futuro.

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Nel maggio 2016, quando ancora nessuno poteva immaginare certi eventi presenti, per sincera onestà intellettuale reputai opportuno indirizzare queste parole al Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, Cardinale Angelo Bagnasco, verso il quale fui durissimo nel 2013 in occasione del funerale porcino del presbìtero Andrea Gallo:

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«Eminentissimo Padre Cardinale, non passerà molto tempo che noi, con la morte nel cuore e le lacrime agli occhi risogneremo i tempi recenti nei quali avevamo come punto di riferimento e modelli di equilibrio pastorale uomini straordinari come lei. Domani noi vivremo nel vostro ricordo e sentiremo in modo drammatico la vostra mancanza. E quelli che, come il sottoscritto, in alcuni momenti vi hanno trattati con severità, si pentiranno − ma se è per questo io sono già pentito – d’esser stati severi con voi e renderanno la vostra vecchiaia meno sofferente venendovi a baciare la mano e dicendovi con profonda devozione che in verità voi eravate degli autentici Padri della Chiesa; e ve lo diremo sinceri e convinti dopo avere provato il peggio del peggio che sulla nostra pelle di presbìteri fedeli alla Santa Chiesa di Cristo e alla sua dottrina si sta ormai preparando» [l’intero articolo è leggibile QUI].

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Io non sono mai saltato sul carro del vincitore, basti dire che ho vissuto anni di formazione sacerdotale a Roma e poi altri anni a seguire di sacerdozio nella Diocesi del Sommo Pontefice, senza mai avere visto una sola volta da vicino né Giovanni Paolo II né Benedetto XVI né Francesco I. Anche perché non ho mai cercato di avvicinarli, persino quando più e più volte ho prestato servizio liturgico ai pontificali di Benedetto XVI. E perché mai avrei dovuto? Menziono tutti i giorni il Sommo Pontefice nel canone della Santa Messa, cosa questa che basta a loro e basta a me. Semmai, io mi avvicino a coloro che dal gran carro sono scesi, cessando alla loro discesa di essere delle stelle, ed oggi nessuno li cerca, forse nemmeno li ricorda, a partire dai giornalisti che li inseguivano come segugi. A quelli io sono da sempre vicino, nella loro solitudine e nel loro cammino; ed è lì che nascono le più belle relazioni, quando il rapporto tra colui che avvicina e colui che si lascia avvicinare, è caratterizzato dalla totale mancanza di qualsiasi genere di interesse, non certo dalla speranza di finire in una terna per una nomina episcopale.

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Ciò premesso concludo: su queste parole scritte oltre un anno fa al Cardinale Angelo Bagnasco, c’è forse qualcuno che oggi intende darmi torto, sia dinanzi al nuovo episcopato italiano, sia dinanzi alla nuova presidenza della C.E.I, che mi suona tanto come la nuova presidenza del jus sòla  sul carro del gran carnevale di Rio de Janeiro?

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da L’Isola di Patmos, 26 giugno 2017

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Cari Lettori,

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2016/06/lettere-dei-lettori.jpg?fit=303%2C244&ssl=1 244 303 Redazione https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Redazione2017-06-27 03:57:372021-04-21 01:17:34Il Santo Padre Francesco «eretico» e «apostata». E se fosse un provvidenziale “pifferaio magico”?

I porno-teologi del galantiniano Avvenire: una profanazione sacrilega dell’Eucaristia di Padre Ermes Ronchi

25 Giugno 2017/10 Commenti/in Attualità/da Redazione

— bollettino di guerra: è in corso una guerra contro la fede? —

I PORNO-TEOLOGI DEL GALANTINIANO AVVENIRE : UNA PROFANAZIONE SACRILEGA DELL’EUCARISTIA DI PADRE ERMES RONCHI SUL GIORNALE DEI VESCOVI ITALIANI.

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… bisogna delineare la differenza sostanziale e formale che corre tra due “benemerite” riviste erotiche come Playboy e Penthouse, ed il galantiniano Avvenire : le prime due, sono delle riviste erotiche, mentre il secondo ― il galantiniano Avvenire ―, tramite questo articolo di Ermes Ronchi è “consacrato” in tutto e per tutto come quotidiano porno nel senso etimologico del termine.

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Autori
Giovanni Cavalcoli, O.P. – Ariel S. Levi di Gualdo

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«Fino ad oggi si è voluto riformare Roma senza Roma, o magari contro Roma. Bisogna riformare Roma con Roma; fare che la riforma passi attraverso le mani di coloro i quali devono essere riformati. Ecco il vero ed infallibile metodo; ma è difficile. Hic opus, hic labor»

Don Ernesto Buonaiuti [Roma 1881 – Roma 1946]

 

 

 

L’articolo del porno-teologo Ermes Ronchi su Avvenire [vedere QUI ]

Sull’ineffabile Avvenire galantiniano del 15 giugno è apparso un commento al Vangelo della Solennità del Corpo e del Sangue del Signore [cf. Gv 6,51-58], in cui si afferma e si scrive candidamente che in questa liturgia «non adoriamo il Corpo e il Sangue del Signore» e che non è esatto affermare che «celebriamo Cristo che si dona, corpo spezzato e sangue versato» [vedere articolo, QUI] .

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Seguendo la logica filosofico-teologico-pedagogica «non pigliateli sul serio, pigliateli per il culo», campagna pastorale lanciata tempo fa da L’Isola di Patmos [cf. QUI], questa volta tocca al porno-teologo Ermes Ronchi O.S.M, autore di questo commento sull’organo della Conferenza Episcopale Italiana e personaggio del quale già ci siamo occupati quando fu invitato a sparare raffiche di eresie a tutta la curia romana per la predicazione dei pii esercizi spirituali [vedere precedente articolo, QUI]. Dinanzi a quella predicazione a parlare non furono i commenti dei convenuti ma le immagini delle loro facce: il Cardinale Gianfranco Ravasi era ritratto in foto sorridente, distante alcuni metri dal prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, Cardinale Gerhard Ludwig Müller, impietrito e sbiancato in volto come uno ch’è in procinto d’accasciarsi a terra colto da un colpo apoplettico. Inutile dire che se al posto del Cardinale Müller fosse stato presente un suo predecessore come il Cardinale Alfredo Ottaviani, prima sarebbero partite le legnate, poi, direttamente nel cortile della casa di esercizi spirituali che si trova in quel di Ariccia e che è gestita dai membri della Compagnia delle Indie, già Compagnia di Gesù, sarebbe stato issato un rogo. Se ci pensate bene sarebbe stato un gesto salutare di giubilo misericordioso, una espressione della più perfetta carità cristiana che avvolge con tutto l’amore del fuoco che arde il corpo dell’eretico, purificandone l’anima. Certo, oggi è difficile parlare di arrosti salvifici in un mondo nel quale sono in continuo aumento i fedeli della “chiesa dei vegetariani ” e della “chiesa dei vegani ”, pertanto chiudiamo il discorso per non recare offesa ai membri di questi altri culti religiosi oggi sempre più diffusi e anche agguerriti.   

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l’attrice Kim Basinger su una castigatissima copertina di Playboy

Dinanzi alla parola «porno» poc’anzi richiamata, qualcuno potrebbe pensare a due riviste come Playboy e Penthouse, che però non sono pornografiche. Infatti, questi due mensili sono catalogati tra le riviste erotiche, che come sappiamo si differenziano parecchio in sostanza e forma da quelle porno. Una cosa è infatti ἔρως [eros], cosa ben diversa è invece πόρνη [pòrne]. Detto questo i nostri Lettori non si lascino sviare per i rivoli delle varie tangenti, perché noi intendiamo rimanere sulla più squisita autostrada etimologica del πόρνη, che per intendersi è la precisa e diritta autostrada greca, sia sul piano lessicale che su quello etimologico.

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Al termine greco πόρνηια, da cui derivano i lemmi porno e pornografia, noi diamo l’originario significato filosofico per così dire autostradale, poi trasposto nel lessico sia evangelico che in quello dell’Apocalisse del Beato Apostolo Giovanni. Il termine πόρνη [pòrne], che è sinonimo indicativo anche di prostituta ― in nobile romanesco mignotta ―, è presente nella letteratura apocalittica [Ap 17:1], ed è citato per ben quaranta volte nell’Antico Testamento.

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il porno-quotidiano Avvenire ed i suoi mostri in prima pagina pel gaudio di tutte le Sinistre del mondo. Potrebbe infatti, il politicamente corretto quotidiano dei Vescovi italiani, prendersela con gli eretici?

Detto questo va delineata la differenza sostanziale e formale che corre tra due “benemerite” riviste erotiche come Playboy e Penthouse, ed il galantiniano Avvenire : le prime due, sono delle riviste erotiche, mentre il secondo ― il galantiniano Avvenire ―, tramite questo articolo di Ermes Ronchi è “consacrato” in tutto e per tutto come quotidiano porno nel senso etimologico del termine.

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Fece ricorso al termine di porno-teologia l’insigne filosofo tomista e teologo Padre Cornelio Fabro, che nel lontano 1973 apostrofò così i porno-teologi :

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«Chi pretende di avanzare tagliando i ponti con il passato non avanza, ma precipita nel vuoto, non incontra l’uomo storico in cammino verso il futuro della salvezza, ma viene risucchiato dai gorghi del tempo senza speranza». 

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il porno-quotidiano Avvenire ed i suoi mostri in prima pagina pel gaudio di tutte le Sinistre del mondo. Potrebbe infatti, il politicamente corretto quotidiano dei Vescovi italiani, prendersela con gli eretici?

L’articolo di Ermes Ronchi, prima di essere eretico è sacrilego, o come sin qui spiegato è porno-teologico. Infatti, per costui, nell’Eucaristia non si tratta di adorare ma di mangiare, perché in caso contrario disprezzeremmo il dono che Cristo ci fa: «che dono è quello che nessuno accoglie? Che regalo è se ti offro qualcosa e tu non lo gradisci e lo abbandoni in un angolo?».

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Ebbene, secondo Ermes Ronchi, lasciare Gesù nel tabernacolo, vuol forse dire disprezzarLo e «lasciarLo in un angolo»? Perché seguendo le sue parole è presto detto che non si tratta di guardare al tabernacolo e alla pisside «con ciò che contiene», ma si tratta solo di mangiare. Inutile ricordare che questi sono i presupposti fondanti attraverso i quali Giovanni Calvino distrusse il mistero della presenza reale di Cristo nella Santissima Eucaristia, riducendola ad un banchetto, ad un solo mangiare tra fratelli, che ricordava simbolicamente la presenza di Cristo nel mondo.

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Prosegue Ermes Ronchi: «Nel Vangelo della Messa, Gesù non sta parlando del sacramento dell’Eucaristia, ma del sacramento della sua esistenza, che diventa mio pane quando la prendo come misura, energia, seme, lievito della mia umanità […]. Mangiare e bere la vita di Cristo non si limita alle celebrazioni liturgiche, ma si dissemina sul grande altare del pianeta, nella “messa del mondo”» [Teilhard de Chardin]».

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il porno-quotidiano Avvenire ed i suoi mostri in prima pagina pel gaudio di tutte le Sinistre del mondo. Potrebbe infatti, il politicamente corretto quotidiano dei Vescovi italiani, prendersela con gli eretici?

Osserviamo che nel Vangelo Gesù ci invita a mangiare la sua carne e a bere il suo sangue: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane unito a me e io a lui» [cf. Gv 6, 51-58]. E detto questo ricordiamo che nell’Ultima Cena, Cristo Dio prese il pane e disse «questo è il mio corpo»; e preso il vino, disse: «Questo è il mio sangue» [cf. Mt 26; Mc 14; Lc 22; I Cor 11]. l’Eucaristia è pertanto il sacramento del corpo e del sangue del Signore, ed è falso affermare che nel Vangelo della Messa Cristo non stia parlando dell’Eucaristia. È falso anche affermare che l’Eucaristia non sia il sacramento dell’esistenza del Signore, giacché al contrario essa contiene tutto Cristo: corpo, sangue, anima e divinità, basti leggere neppure i grandi trattati di dogmatica sacramentaria, né le stupende encicliche dedicate alla Santissima Eucaristia dai Sommi Pontefici del Novecento, ma solo il Catechismo della Chiesa Cattolica, che forse Ermes Ronchi non conosce, o se lo conosce, lo capovolge male [cf. CCC 1322-1405]. E siccome l’Eucaristia contiene per concomitanza la divinità di Cristo che dev’essere adorato come nostro Dio, è falso negare che nella liturgia della Messa «non adoriamo il Corpo e il Sangue del Signore» …

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… ciò equivale a dire con giochi di fatua semantica poetica — ed i misteri della fede non sono poesia —, che Dio non è realmente presente nell’Eucaristia, il che è eresia. Infine c’è da notare che il «pianeta» non è affatto l’altare del sacrificio di Cristo e quindi della Messa. Sul «pianeta» non si celebra alcuna liturgia. Il luogo nel quale si celebra la liturgia, di norma non è il «mondo», ma è un luogo e un edificio sacro, è il tempio. Perché mai vengono costruite le chiese? Per tenerci che cosa? Si deve dire dunque che l’altare sul quale si è consumato il sacrificio di Cristo, l’altare sul quale Cristo Sommo Sacerdote della Nuova Alleanza ha celebrato la sua Messa, il sacrificio liturgico, grazie al quale abbiamo l’Eucaristia, non è genericamente il «mondo», ma è la croce, capisci Ronchi ― oh, marrucine asini  ― la croce!

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Dunque l’altare della Messa non è «il mondo», ma l’altare è il simbolo della croce e sull’altare il sacerdote, pronunciando le parole della consacrazione del pane e del vino, rinnova in modo incruento il sacrificio di Cristo, che è il fondamento e la ragion d’essere del sacramento dell’Eucaristia.

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Il mondo è la creazione che è salvata e redenta dal sacrificio della croce che si perpetua nella Messa. L’altare è il luogo del sacro, dove il sacer-dote celebra il sacri-ficio e confeziona [conficit] il sacra-mento. Il mondo è la profanità [pane], che viene purificata, consacrata ed innalzata al sacro [corpo di Cristo], ma non è di per sé sacro.

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È vero che grazie all’Eucaristia Cristo viene in me, Dio è in me. Tuttavia, se nell’Eucaristia non c’è Dio, diversamente la si potrebbe e dovrebbe adorare? Come fa Dio a venire in me per il tramite dell’Eucaristia? Allora, delle due cose una: o l’Eucaristia contiene Dio per concomitanza, ed allora vale e ha senso l’adorazione eucaristica; oppure Dio non c’è nell’Eucaristia, ma .. «Dio è egualmente in me». Ma che Dio è, questo Dio che è «ugualmente in me»? È presto detto: non è il Dio cristiano, ma ha tutta l’aria di essere il Dio panteistico dell’immanentismo hegeliano. Dunque un falso Dio, un idolo.

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Ci vuole una bella dose di fantasia o di ignoranza teologica o di empietà o di spudoratezza o di confusione mentale o come meglio la vogliamo chiamare, per collezionare un tale cumulo di errori e di eresie in così poche righe su di un tema così fondamentale della fede come il mistero eucaristico, per di più su di un quotidiano cattolico controllato dai vescovi italiani, i quali evidentemente non hanno fatto caso ad Ermes Ronchi, occupati in più importanti impegni pastorali, a partire da S.E. Mons. Nunzio Galantino loro segretario generale, da una parte impegnato ad affermare che Dio non castigò le città di Sodoma e Gomorra [cf. QUI], dall’altra a definire «paganesimo senza limiti» l’affermazione legata alla teologia del peccato originale [cf. QUI]. Tutto questo dinanzi ad una generale incuranza: se c’è davvero un problema «senza limiti», è purtroppo la palese ignoranza dottrinale manifestata da certi soggetti con le loro improvvide e infauste dichiarazioni. E dopo che qualcuno osò scuotere con una orrenda “bestemmia” il mondo galantiniano misericordista, molliccio, buonista ed ecologista, affermando che «Dio castiga e usa misericordia» [cf. QUI], lo scandalo prodotto fu tanto e tale che poco dopo si videro alcuni membri dell’episcopato italiano muoversi in mutande tra una dichiarazione concitata e l’altra, dopo che si furono stracciati di dosso le vesti come il Sommo Sacerdote nel Tempio di Gerusalemme [cf. Mt 27,56-68; Mc 14,53-55]. Pare che in quei giorni, la sartoria ecclesiastica romana del nostro amico Ety Cicioni in Borgo Santo Spirito, fece affari d’oro, nel rifare corredi interi a diversi vescovi [cf. QUI], con i Padri de L’Isola di Patmos che riscuotevano gioiosi percentuali sottobanco per avergli procurato svariati clienti di riguardo.

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Noi non pretendiamo che S.E. Mons. Nunzio Galantino faccia scrivere su Avvenire che lo scritto di Ermes Ronchi è di un «paganesimo senza limiti», anche perché di prassi, i ladri della fede, quando si mettono in coppia agiscono di solito a questo modo: uno ruba e l’altro gli regge il sacco. Sicuramente, i nostri Lettori, dinanzi a queste evidenze capiranno meglio ancora il senso del lancio della nostra accorata e disperata campagna … «non pigliateli sul serio, pigliateli per il culo» [cf. QUI]. Cos’altro ci resta da fare, dinanzi ad eresie sul mistero eucaristico pubblicate dal giornale dei Vescovi italiani e quindi diffuse a mezzo stampa col marchio C.E.I, le cui iniziali, purtroppo, come tutti ben sappiamo non indicano affatto i tarocchi China Export, ma la Conferenza Episcopale, che di questi tempi, in quanto a tarocchi …

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da L’Isola di Patmos, 25 giugno 2017

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… e daije: famose ‘na cultura teologgica !

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2017/06/Giovanni-e-Ariel-miniatura-isola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Redazione https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Redazione2017-06-25 16:59:252021-04-26 17:09:26I porno-teologi del galantiniano Avvenire: una profanazione sacrilega dell’Eucaristia di Padre Ermes Ronchi

Lettera del Cardinale Carlo Caffarra al Sommo Pontefice: «Mossi dalla nostra coscienza …».

21 Giugno 2017/12 Commenti/in Attualità/da Padre Ariel

LETTERA DEL CARDINALE CARLO CAFFARRA AL SOMMO PONTEFICE: « MOSSI DALLA NOSTRA COSCIENZA … »

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Riproduciamo la lettera che il Cardinale Carlo Caffarra ha inviato nel mese di aprile al Sommo Pontefice e che a distanza di due mesi è stata resa pubblica. Il teologo Carlo Caffarra è riconosciuto come il più autorevole esperto sui temi legati alla famiglia ed alla vita. Il Santo Pontefice Giovanni Paolo II lo considerava un proprio punto di riferimento e più volte si è avvalso della sua collaborazione per la redazione di importanti atti di magistero. Anche il Sommo Pontefice Francesco I nutre verso di lui stima, non ultimo per la sua fedeltà al Successore di Pietro, ma purtroppo, il Santo Padre si trova in una “gabbia” nella quale è stato messo da alcuni oscuri personaggi che lo circondano e dalla quale purtroppo non è facile uscire …

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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il Sommo Pontefice Francesco I ed il Cardinale Carlo Caffarra

La recente lettera del Cardinale Carlo Caffarra, Arcivescovo emerito di Bologna, ha molto toccato il Padre Giovanni Cavalcoli e me, non a livello emotivo, ma nella più profonda dimensione spirituale, oltre che sul piano teologico e pastorale. Entrambi stimiamo profondamente il Cardinale Carlo Caffarra e conoscendolo sappiamo quanto sia un autentico uomo di Dio, un autentico modello di fede, un teologo di altissima levatura.

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Di questi tempi c’è poco da sorridere, ma con una espressione di devoto affetto, ci viene da dire al Cardinale: «Padre Cardinale, il giorno in cui come noi tutti, ella risponderà del proprio operato dinanzi a Dio, forse dovrà rispondere per alcuni pensieri, per alcune parole, per alcune opere … ma non per le omissioni! E forse — sebbene nessuno di noi possa interpretare e tanto più in anticipo il giudizio di Dio —, ci piace sperare che questa sua virile, pastorale e lodevole fuga dalle compiacenti omissioni, comporterà da parte del Supremo Giudice il pieno perdono per avere eventualmente peccato come noi tutti in pensieri, parole e opere. Infatti, la fuga da quelle omissioni nelle quali non solo gran parte dell’episcopato è caduto, ma sulle quali esso ha proprio improntato il proprio pavido agire ed operare pastorale, è da parte sua un atto di autentico eroismo per il quale Cristo sposo della Chiesa le renderà ampio merito». 

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il Cardinale Carlo Caffarra durante la Santa Messa

Il pubblico parlare del Cardinale Carlo Caffarra è tutt’altra cosa rispetto al parlare di coloro che nei chiusi salotti alto prelatizi lanciano fuochi e saette sul dire e non dire del Santo Padre, sulla confusione nella quale il Successore di Pietro ci ha fatti scivolare con certe sue espressioni ambigue. Il parlare del Cardinale Carlo Caffarra è mosso da gratuito amore eroico verso la Chiesa di Cristo, mentre il pettegolare salottiero di certi prelati e curiali è dovuto solo ad un livore che nasce principalmente da carriere e cariche non concesse. Infatti, se ad alcuni di essi il Santo Padre Francesco avesse imposta la agognata berretta cardinalizia, oggi costoro sosterrebbero che Amoris laetitia è il più grande documento del magistero pontificio degli ultimi cinquecento anni e che un Sommo Pontefice come Francesco I non lo si vedeva dai tempi in cui il Verbo di Dio Incarnato camminava sopra le acque dei laghi dell’antica Palestina. 

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il Cardinale Carlo Caffarra

In uomini di Dio come Carlo Caffarra, vediamo quella luce della nostra cristologica speranza futura dinanzi alla quale esprimiamo con fede più che mai: «Credo la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica». Invece, dinanzi ai politicanti in carriera, che sono a monte i responsabili della situazione sempre più insostenibile nella quale versiamo, non possiamo che dire: «Preserva la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica» dai danni immani ad essa recata dai difensori dei valori “politici” non negoziabili, che all’epoca in cui il vento tirava per altro verso, si vedevano già cardinali al merito della difesa dei valori “politici” non negoziabili. Personaggi il cui vivere e agire è stata una vita di schiavitù interamente condizionata dal desiderio di conseguire una grande sede arcivescovile ed una berretta cardinalizia; vescovi che nella migliore delle ipotesi hanno lasciato diocesi allo sfacelo composte oggi da preti divisi e litigiosi; vescovi che con i propri preti si sono palesati dotati di una paternità più o meno equiparabile a quella di un cocomero; vescovi che dinanzi a Dio e alla storia saranno giudicati come i responsabili ed i padri partorienti del pessimo episcopato odierno, nato proprio per meccanismi reattivi — tutto sommato anche comprensibili —, fatti scaturire nell’episcopato italiano dai soggetti devastanti che li hanno preceduti ieri …

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il Cardinale Carlo Caffarra durante una conferenza

… è vero, oggi abbiamo un episcopato formato purtroppo da numerosi elementi intrisi delle peggiori eresie moderniste, però, cercando persino nella tragedia un possibile “risvolto positivo”, possiamo perlomeno dire che non abbiamo più quei vescovi politiconi che mentre i loro preti in crisi abbandonavano il sacerdozio, loro erano a Montecitorio a parlare con Gianni Letta per vedere se anche lui, con una parola buona, poteva favorire il loro trasferimento alla sede arcivescovile di Milano o al Patriarcato di Venezia. E dovendo scegliere tra i vescovi che andavano e venivano dai salotti dei peggiori politici pluri-inquisiti e quelli che oggi, forse per conformismo o per convenienza, parlano in modo ossessivo solo di profughi, ahimè, sarei costretto per cristiana onestà intellettuale a scegliere questi secondi, a partire dal santegidino S.E. Mons. Matteo Maria Zuppi e dall’enfant prodige della scuola di Bologna S.E. Mons. Corrado Lorefice, baciando all’uno e all’altro dieci volte la mano. E ad ogni bacio di mano cercherei di cancellare dalla recente memoria il nefasto ricordo dei loro predecessori difensori “politici” dei valori non negoziabili, che dinanzi ai festini orgiastici di Silvio Berlusconi non si facevano scrupolo a dichiarare che … «un primo ministro non si giudica dalla sua vita privata, ma dai suoi atti di governo», aggiungendo a reprimenda verso molti italiani che osarono persino rimanere indignati per certi festini a luci rosse, che «L’indignazione non è un sentimento cristiano». E oggi questi vescovi, pensionati e come suol dirsi bellamente trombati, sono coloro che più di tutti strepitano come leoni da salotto sulla Amoris laetitia ed i divorziati risposati, mentre Silvio Berlusconi, che andava giudicato «non dalla sua vita privata ma dai suoi atti di governo», oggi ha ottant’anni e come terza compagna una ragazza appena trentenne, si è dichiarato favorevole a tutte le legislazioni più anticristiane, ed è più o meno patetico come lo erano e lo sono certi vescovi difensori “politici” dei valori non negoziabili, dietro ai quali speravano solo in una porpora cardinalizia, grazie a Dio mai giunta, mentre il loro beniamino, Berlusconi, come un albero lo abbiamo riconosciuto tutti quanti dai frutti che ha dato …

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C’è per caso qualche vergine vilipesa che intende lamentarsi perché oggi abbiamo un episcopato italiano che reattivamente, ed anche comprensibilmente, è per la gran parte tutto sbilanciato a sinistra? 

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da L’Isola di Patmos, 20 giugno 2017 

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Autore
Carlo Card. Caffarra

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Beatissimo Padre,

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è con una certa trepidazione che mi rivolgo alla Santità Vostra, durante questi giorni del tempo pasquale. Lo faccio a nome degli Em.mi Cardinali: Walter Brandmüller, Raymond L. Burke, Joachim Meisner, e mio personale.

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Desideriamo innanzi tutto rinnovare la nostra assoluta dedizione ed il nostro amore incondizionato alla Cattedra di Pietro e per la Vostra augusta persona, nella quale riconosciamo il Successore di Pietro ed il Vicario di Gesù: il «dolce Cristo in terra», come amava dire Santa Caterina da Siena. Non ci appartiene minimamente la posizione di chi considera vacante la Sede di Pietro, né di chi vuole attribuire anche ad altri l’indivisibile responsabilità del munus petrino. Siamo mossi solamente dalla coscienza della responsabilità grave proveniente dal munus cardinalizio: essere consiglieri del Successore di Pietro nel suo sovrano ministero. E del Sacramento dell’Episcopato, che «ci ha posti come vescovi a pascere la Chiesa, che Egli si è acquistata col suo sangue» [At 20, 28].

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Il 19 settembre 2016 abbiamo consegnato alla Santità Vostra e alla Congregazione della Dottrina della Fede cinque dubia, [Ndr. cf. QUI] chiedendoLe di dirimere incertezze e fare chiarezza su alcuni punti dell’Esortazione Apostolica post-sinodale Amoris Laetitia.

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Non avendo ricevuto alcuna risposta da Vostra Santità, siamo giunti alla decisione di chiederLe, rispettosamente ed umilmente, Udienza, assieme se così piacerà alla Santità Vostra. Alleghiamo, come è prassi, un Foglio di Udienza in cui   esponiamo i due punti sui quali desideriamo intrattenerci con Lei.

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      Beatissimo Padre,

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    è trascorso ormai un anno dalla pubblicazione di Amoris Laetitia. In questo periodo sono state pubblicamente date interpretazioni di alcuni passi obiettivamente ambigui dell’Esortazione post-sinodale, non divergenti dal, ma contrarie al permanente Magistero della Chiesa. Nonostante che il Prefetto della Dottrina della Fede abbia più volte dichiarato che la dottrina della Chiesa non è cambiata, sono apparse numerose dichiarazioni di singoli Vescovi, di Cardinali, e perfino di Conferenze Episcopali, che approvano ciò che il Magistero della Chiesa non ha mai approvato. Non solo l’accesso alla Santa Eucarestia di coloro che oggettivamente e pubblicamente vivono in una situazione di peccato grave, ed intendono rimanervi, ma anche una concezione della coscienza morale contraria alla Tradizione della Chiesa. E così sta accadendo ― oh quanto è doloroso constatarlo! ― che ciò che è peccato in Polonia è bene in Germania, ciò che è proibito nell’Arcidiocesi di Filadelfia è lecito a Malta. E così via. Viene alla mente l’amara constatazione di B. Pascal: “Giustizia al di qua dei Pirenei, ingiustizia al di là; giustizia sulla riva sinistra del fiume, ingiustizia sulla riva destra”.

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     Numerosi laici competenti, profondamente amanti della Chiesa e solidamente leali verso la Sede Apostolica, si sono rivolti ai loro Pastori e alla Santità Vostra, per essere confermati nella Santa Dottrina riguardante i tre sacramenti del Matrimonio, della Confessione e dell’Eucarestia. E proprio in questi giorni, a Roma, sei laici provenienti da ogni Continente hanno proposto un Seminario di studio assai frequentato, dal significativo titolo: «Fare chiarezza».

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     Di fronte a questa grave situazione, nella quale molte comunità cristiane si stanno dividendo, sentiamo il peso della nostra responsabilità, e la nostra coscienza ci spinge a chiedere umilmente e rispettosamente Udienza.

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     Voglia la Santità Vostra ricordarsi di noi nelle Sue preghiere, come noi La assicuriamo che faremo nelle nostre. E chiediamo il dono della Sua Benedizione Apostolica.

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† Carlo Card. Caffarra

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Roma, 25 aprile 2017
Festa di San Marco Evangelista

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FOGLIO D’UDIENZA

1. Richiesta di chiarificazione dei cinque punti indicati dai “dubia”; ragioni di tale richiesta.

2. Situazione di confusione e smarrimento, soprattutto nei pastori d’anime, in primis i parroci.

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2017/04/padre-Aiel-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Ariel https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Ariel2017-06-21 02:00:092023-09-07 17:00:49Lettera del Cardinale Carlo Caffarra al Sommo Pontefice: «Mossi dalla nostra coscienza …».

il terremoto come “teofania” e … la “supercazzola” dell’esegeta biblico Padre Giulio Michelini …

16 Giugno 2017/8 Commenti/in Attualità/da Redazione

 — bollettino di guerra: è in corso una guerra contro la fede? —

IL TERREMOTO COME TEOFANIA E … LA «SUPERCAZZOLA» DELL’ESEGETA BIBLICO PADRE GIULIO MICHELINI

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Chi interpreta il concetto e il dato di fede «Dio castiga e usa misericordia», come una espressione che denota «un giudizio di un paganesimo senza limiti», mostra di essere persona appartenente ad un’altra religione, o comunque ad un pensiero diverso da quello cattolico, oltre che immerso in pensieri “preistorici”. In caso contrario, si corre purtroppo il rischio di cercare risposta nelle supercazzole: «Supercazzola prematurata? Blindo come fosse antani, sbiricuda tapioca» [cf. Amici miei, II atto, 1982].

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Autori
Giovanni Cavalcoli O.P. – Ariel S. Levi di Gualdo

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Cari Padri,

sono un sacerdote della Diocesi di Milano impegnato al momento in studi biblici. Durante una lezione di pochi giorni fa, è emerso il tema dei “castighi di Dio” […] Il docente ci ha invitati a leggere un articolo del biblista francescano Giulio Michelini, che vi giro con la presente. A me, questo articolo non convince, ma forse sbaglio io, per questo domando un vostro parere.

don Emanuele (Milano)

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Premessa minore alla risposta:

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Supercazzola, definizione dal vocabolario italiano: «Parola o frase senza senso, pronunciata con serietà per sbalordire e confondere l’interlocutore».

Dizionario Zingarelli, 2016

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le supercazzole di Ugo Tognazzi, nel ruolo del mitico Conte Mascetti, al cimitero di San Miniato al Monte in Firenze – per aprire il video cliccare sopra l’immagine.

Ugo Tognazzi dette vita con altri mostri sacri del cinema italiano alla trilogia Amici miei, nella quale fu coniata l’espressione «supercazzola», oggi divenuta lemma letterario, come in precedenza lo divenne «il gattopardo» di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, tanto che gattopardo è ormai inserito nel vocabolario della lingua italiana e vari altri internazionali come sinonimo di trasformismo. Il lemma «supercazzola», che dal 2016 è stato inserito nel vocabolario della lingua italiana [vedere QUI, QUI], è un termine che indica invece una «Parola o frase senza senso, pronunciata con serietà per sbalordire e confondere l’interlocutore».

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Chiarito il significato letterario di «supercazzola» secondo il vocabolario della lingua italiana, procediamo adesso alla disamina dell’articolo del teologo francescano Padre Giulio Michelini, pubblicato in Avvenire del 9 novembre 2016 e così titolato: «Matteo e il racconto del sisma. Nel Vangelo il terremoto è teofania, non un castigo». Rispondiamo volentieri al quesito a noi rivolto da un giovane sacerdote ambrosiano che ci domanda lumi a tal proposito; e lo facciamo rimandando anzitutto i Lettori al testo integrale dell’articolo del dotto francescano, a noi proposto a distanza di sette mesi dalla sua pubblicazione [vedere QUI].

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Leggendo questo testo ci si accorge che l’Autore non sa né che cosa è una teofania, né che cos’è il castigo divino. Infatti, la osservazione di fondo da fare a Padre Giulio Michelini è che il castigo divino è una teofania e la teofania può essere il castigo divino, perché in caso contrario si rischia di cadere nelle espressioni senza senso di Ugo Tognazzi nella veste del mitico Conte Mascetti: «Supercazzola prematurata? Blindo come fosse antani, sbiricuda tapioca … » [vedere video riportato sopra].

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“Teofania”, infatti, non significa altro che “manifestazione” o “apparizione” di Dio. Naturalmente nella vita presente Dio non appare immediatamente nella sua intima essenza, «faccia a faccia» [I Cor 13,12], cosa che potrà avvenire solo nella visione beatifica del Paradiso. E tuttavia, come risulta dalle narrazioni bibliche, Dio può apparire ed appare in vari modi indirettamente, velatamente, «come in enigma» [ibid.], tramite immagini, simboli, visioni, creature e fenomeni naturali, che possono raccogliersi sostanzialmente in due categorie: a volte Dio appare in modo gratificante, incoraggiante e consolante, sì da mostrare la sua tenerezza, la sua dolcezza e la sua misericordia; a volte invece ci mostra un volto adirato e severo, benché sempre paterno, mandando sventure e sofferenze, per provare e rafforzare la nostra virtù, farci pentire dei nostri peccati ed esortarci alla conversione. Egli appare in modo terribile e spaventoso soprattutto ai peccatori e ai suoi nemici.

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In questo secondo caso abbiamo il castigo, che però dobbiamo intendere come correzione, ed accettare come espiazione per noi o per gli altri, sull’esempio di Cristo, sì che, se abbiamo da soffrire da innocenti per amore di Cristo, la prova si trasforma in «perfetta letizia» [Gc 1,2]. Solo ai dannati Dio appare come nemico irreconciliabile, non però per colpa di Dio, ma per colpa loro, perché fino alla fine della loro vita hanno rifiutato l’offerta della misericordia divina.

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I passi del Vangelo citati da Padre Giulio Michelini possono essere espressioni plastiche ed enfatiche per manifestare e significare la forza e il potere di Dio in eventi eccezionali. In tal senso conveniamo che in certi luoghi dei Vangeli un terremoto non significa necessariamente castigo, ma appunto è una teofania della potenza divina che segnala e sottolinea l’importanza di certi eventi della storia della salvezza.

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In altri luoghi della Scrittura, invece, il significato punitivo del terremoto è evidente [Ap 6,12; 8,5; 11,13.19; 16,18]. Del resto, come troviamo nel racconto racchiuso nel Libro della Genesi, dove si narra del castigo per il peccato originale, l’ostilità della natura è conseguenza di questo peccato [Gen 3,18]. Non è infatti pensabile l’esistenza di terremoti nel Paradiso terrestre.

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Se è vero che, come insegna la Scrittura, il peccato produce sofferenza e morte, non è difficile riconoscere come i danni che ci vengono dalla natura, senza escludere le trascuratezze, l’incuria e le improvvidenze dell’uomo, abbiano un legame col peccato originale ed anche, come indica la Bibbia, con i nostri stessi peccati, anche se è vero che un terremoto che colpisce intere popolazioni, può coinvolgere anche e soprattutto molti innocenti. Ma è appunto anche per questo fatto che la fede cristiana ha una risposta consolante, e cioè che questi innocenti ― ché poi nessuno di noi è mai perfettamente innocente ― hanno la possibilità di unirsi alla croce redentiva di Cristo.

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In tal modo la saggezza del cristiano sta nel vedere la presenza di Dio in tutto ciò che gli accade. Certamente, il termine “teofania” conviene soprattutto alle manifestazioni divine che danno gioia; eppure il cristiano sa vedere una teofania nel senso suddetto anche nei momenti della sventura, del dolore e della disgrazia. Anzi, sta proprio qui il cosiddetto asso nella manica del cristiano.

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Ogni uomo di buon senso, se non è uno stolto ateo, sa vedere Dio nelle cose che gli vanno bene. Il difficile è saper vedere un Dio di giustizia e di misericordia quando le cose vanno male. Saper vedere Dio, come diceva Lutero, «sub contraria specie». Saper capire il mistero del Crocifisso, «scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani» [I Cor 1,23]. Saper vedere la suprema bellezza sotto l’apparenza dello sfacelo, la vita sotto la sembianza del morente, la salvezza sotto l’apparenza del condannato, la beatitudine sotto le apparenze del disperato; perché anche e soprattutto in questi elementi, si manifesta la vera e solida fede in Dio Padre creatore del Cielo e della terra, nel Verbo Incarnato Suo Figlio unigenito, nello Spirito Santo che procede dal Padre e dal Figlio.

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Il cristiano che è scampato ad un terremoto, che cosa fa? Cosa pensa? Come reagisce? Quali idee, quali sentimenti dovrebbero ispirargli il prete o il vescovo? Non certo prendersela con un Dio crudele o impotente, col destino o con la natura matrigna, come ha fatto il poeta Giacomo Leopardi; non certo restarsene fatalisticamente intontito e muto davanti a un fatto che appare assurdo e incomprensibile; non basta a tranquillizzarlo, come farebbero Lucrezio o Spinoza, il pensiero delle “leggi della natura”; non impreca contro il Ministero dell’Ambiente o contro i geologi, non protesta per il ritardo dei soccorsi, ma ringrazia Dio di essere scampato; si ricorda del peccato originale e chiede a Dio misericordia; prega per le vittime, si dà a consolare i sofferenti, collabora all’opera di soccorso e, scosso dal forte richiamo di Dio, si pente dei propri peccati, aumenta i buoni propositi ed offre la sua sofferenza per la conversione dei peccatori.

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La novità del Cristianesimo rispetto all’antica religio greco-romana, è stata proprio quella di portare il pensare e il sentire umano al di fuori da una visione irascibile-punitiva degli dèi, guidando verso la visione preventiva e correttiva di un Padre amorevole e misericordioso, «lento all’ira e grande nell’amore» [Sal 102] che si prende cura della creazione e dell’uomo creato a propria immagine e somiglianza. Pertanto, chi interpreta il concetto ed il dato di fede «Dio castiga e usa misericordia» [cf. Tb 13,2], come un’espressione che denota «un giudizio di un paganesimo senza limiti» [cf. QUI], mostra di essere persona appartenente ad un’altra religione, o comunque ad un pensiero diverso da quello cattolico, oltre che immerso in pensieri “preistorici”. E qui, purtroppo, anziché cercare risposta e via per il nostro cammino nei misteri rivelati della fede, si corre purtroppo il rischio di cercare risposta nelle supercazzole: «Supercazzola prematurata? Blindo come fosse antani, sbiricuda tapioca …» [cf. Amici miei, II atto, 1982, cf. QUI].

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2017/06/Giovanni-e-Ariel-miniatura-isola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Redazione https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Redazione2017-06-16 19:53:422021-04-26 17:10:15il terremoto come “teofania” e … la “supercazzola” dell’esegeta biblico Padre Giulio Michelini …

Preti trendy? Non pigliateli sul serio, pigliateli per il culo, è un atto estremo di perfetta carità cristiana. E adesso vi spiego cos’è davvero volgare …

14 Giugno 2017/19 Commenti/in Attualità/da Padre Ariel

PRETI TRENDY ? NON PIGLIATELI SUL SERIO, PIGLIATELI PER IL CULO, È UN ATTO ESTREMO DI PERFETTA CARITÀ CRISTIANA. E ADESSO VI SPIEGO COS’È DAVVERO VOLGARE …

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Oggi, dinanzi a certi preti, per un verso, non ci resta che piangere, per altro verso, non ci resta che prenderli per il culo, perché posta la questione in questi termini, la presa di culo risulterà l’atto estremo, più perfetto e amorevole della carità cristiana, ve lo dice un pretaccio scurrile, che resta intimamente troppo preoccupato di non ingoiare il cammello dell’eresia [cf. Mt 23,24], per preoccuparsi dell’innocuo moscerino di una salutare parolaccia.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Caro Padre Ariel,

non sono un vecchio nostalgico, ho appena compito 24 anni, e alla mia età le dico che oggi un prete come don Camillo, nato dalla fantasia del mio conterraneo emiliano Giovannino Guareschi, riempirebbe le chiese, specie di giovani. Mentre i preti in abiti casual, tutti ecologia, pace e amore, venite immigrati che c’è posto per tutti e via cantando a seguire, le chiese le hanno vuotate. Dentro le chiese oggi sono rimasti quelli che vent’anni li avevano nel 1970, oggi sono in cammino per i settanta, ma sono sempre lì, a strimpellare con le chitarrine. Sa che le dico, forse il mio linguaggio sarà volgare e gliene chiedo perdono, ma i don Camillo di una volta erano uomini con le palle che ispiravano rispetto anche in quelli che non credevano. Oggi tanti preti trendy fanno proprio venir voglia di prenderli per il culo, specie da parte di chi crede ancora, perché a un prete si può perdonare tutto, ma non che sia diventato prete perché totalmente privo di palle […]

Edoardo M. (Modena)

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… i modi all’occorrenza garbati e persuasivi di Don Camillo …

Il giovane lettore modenese di cui ho riportato la prima parte della sua lettera, è stato l’ispiratore di questo nuovo articolo nel quale, tirato per i bordi della mia veste, torno ad affrontare il problema dell’abito del prete, sebbene inteso, come sarà spiegato avanti, in senso filosofico, teologico, mistico e morale. Di questo argomento mi sono già occupato in uno scritto pubblicato lo scorso anno, ponendo in rapporto i preti che nella culla storica del Cristianesimo si mimetizzano in abiti civili, mentre i musulmani ostentano tutti i segni della loro appartenenza tribale e religiosa, in un’Europa ormai ex cristiana divenuta loro facile terra di conquista [vedere precedente articolo QUI]. Spontanea sorge quindi la domanda: perché ritornare su quest’argomento? Ma soprattutto: come mai, dinanzi a fatti ben più gravi, come l’Europa ex cristiana al totale collasso, parlare di “quisquilie” come l’abito del prete? Forse in tal modo non si corre il rischio di preoccuparsi delle margherite che appassiscono per il calore prodotto dal fuoco, mentre la casa avvolta interamente dalle fiamme sta bruciando? In una situazione ecclesiale come la nostra, che sotto molti aspetti non ha dei precedenti storici, non vi sono forse cose ben più gravi a cui pensare? [vedere mio precedente articolo QUI]. Un esempio di cosa ben più grave è costituto dai non pochi preti che quando salgono all’altare mostrano in modo palese di non credere in ciò che fanno, dopo avere dimenticato che nel giorno della loro sacra ordinazione diaconale hanno ricevuto il Santo Vangelo con queste precise parole:

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«Ricevi il Vangelo di Cristo del quale sei divenuto l’annunziatore: credi sempre a ciò che proclami, insegna ciò che hai appreso nella fede, vivi ciò che insegni».

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Ricevendo poi la consacrazione sacerdotale, il presbìtero inginocchiato dinanzi al Vescovo ha ricevuto il calice e la patena che conterranno il Corpo e il Sangue vivo di Cristo Dio; e li ha ricevuti con delle precise parole che dovrebbe ricordare per tutta la vita. E se un giorno il prete fosse anche colpito da demenza senile o da morbo di Alzheimer, al punto da non trovare neppure la porta del gabinetto nel corridoio di casa sua, in ogni caso, pur non ricordando la propria data di nascita ed il proprio stesso nome, ricorderà comunque queste parole:

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«Ricevi le offerte del popolo santo per il sacrificio eucaristico. Renditi conto di ciò che farai, imita ciò che celebrerai. Conforma la tua vita al mistero della croce di Cristo Signore».

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… come eravamo: due contadini si inginocchiano al passaggio del parroco che porta la Santissima Eucaristia a un ammalato

Dinanzi a preti sempre più mal formati, o peggio deformati per anni dentro quei devastanti pretifici ai quali ormai sono stati ridotti i seminari, è il caso di aprire il discorso su un elemento apparentemente marginale come l’abito del prete, quando molti presbìteri, celebrando il Sacrificio Eucaristico, dimostrano di non credere che sotto le specie del pane e del vino, dopo la transustanziazione [1], Cristo Signore è veramente e realmente presente, tutto intero, in anima, corpo e divinità? E quando si riferiscono alla Santissima Eucaristia, questo genere di preti che convenzionalmente abbiamo definito preti trendy, di tutto parlano fuorché del Sacrificio vivo e santo, che è loro pessima abitudine chiamare invece in vario altro modo: banchetto d’amore, mensa gioiosa, cena dei fratelli, festa della gioia … insomma: Giovanni Calvino allo stato puro !

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… in effetti, Cristo Dio, dopo averci donato il mistero del Suo Corpo e del Suo Sangue [2], dopo avere sudato nel Getsemani [3], dopo essere stato tradito [4], poi abbandonato dai suoi discepoli [5], ingiustamente processato, insultato, fustigato e coronato di spine [6], è giunto infine sino al Calvario con un pesante legno caricato sulle spalle cantando una di quelle canzoncine demenzial-pop che le nostre povere orecchie devono udire all’interno di molte chiese …

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«Scatenate la gioia, oggi qui si fa festa, dai, cantate con noi, qui la festa siamo noi» [vedere QUI].

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… come eravamo: un sacerdote che porta la Santissima Eucaristia a un ammalato, accompagnato da un bimbo che lo precede portando un lume acceso e l’acquasanta

… con il prete parato col colore viola dei tempi penitenziali forti che batte le mani con aria beota e che rassicura tutti circa il fatto che lui, nel «banchetto della gioia», quella che oggi non si chiama più sacra liturgia del memoriale vivo e santo, tanto meno Sacrificio Eucaristico, al centro mette proprio loro: quattro giovani sfigati che se fossero belli e aitanti non scatenerebbero la gioia ballando davanti all’altare, ma si darebbero ai bagordi in tutt’altri luoghi, per esempio ballando sui cubi delle discoteche. 

E chi pensasse che centro della sacra liturgia, culmen et fons della vita cristiana, è Cristo col sacrificio incruento della croce che si rinnova, sbaglia. E oltre a sbagliare è vecchio e anacronista; e oltre a esser vecchio e anacronista è un «dogmatico ottuso», un «tridentino pre-conciliare», un «ossessionato dalla dottrina» …

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Inutile ricordare che dogma e dogmatico non sono parolacce scurrili, anche se oggi ridotte a tal rango, perché i dogmi – a partire dai dogmi cristologici e trinitari –, sono le colonne che reggono l’impianto della fede e dell’intero Mistero della Rivelazione [7]. Il termine tridentino, o Concilio di Trento, oggi usato come i figli di papà usavano nel Sessantotto il termine «fascista» e «borghese», non è nulla di sconveniente, perché senza il grande Concilio di Trento, celebrato in un momento storico di grande crisi e decadenza morale e politico-sociale della Chiesa, non sarebbe stato neppure pensabile, cinque secoli dopo, il Concilio Vaticano II, preceduto dal breve ma altrettanto grande Concilio Vaticano I. Pertanto, vivere e cercare di vivere la propria vita in conformità alla dottrina e alla morale cattolica, non è affatto sconveniente, tutt’altro! È l’unico sistema da sempre conosciuto attraverso il quale vivere quella vita cristiana che ci guiderà alla salvezza delle nostre anime, attraverso il perdono delle nostre colpe che ci preserva dalle fiamme dell’inferno, portando in cielo tutte le anime specialmente quelle più bisognose della misericordia di Dio, come insegnò la Beata Vergine Maria di Fatima ai pastorelli in una preghiera espiatoria divenuta poi una supplica della Chiesa universale.

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Per anni ho scritto sulle derive spirituali, dottrinali e morali del clero, che se ben analizzate capiremmo subito che hanno in sé e di per sé del luciferino; perché solo il Demonio può portare delle anime consacrate a certi livelli di degrado umano e morale. Il tutto con un unico risultato: a darmi ragione ― posto e premesso che su certe cose ed in certe mie analisi ho sempre desiderato e pregato di avere completamente torto ―, sono stati in privato un piccolo esercito di vescovi e cardinali, ed un numero di buoni sacerdoti purtroppo sempre più basso, che in questo sfacelo seguitano ad esistere, sebbene di rigore segregati come appestati nei posti più periferici e marginali, affinché con il loro essere degli autentici modelli di fede e di virtù sacerdotale, non disturbino il ben più elevato numero di pessimi preti, o di preti che sono delle autentiche vergogne del sacro ordine sacerdotale, sempre e di rigore piazzati dai loro vescovi in tutti i posti chiave delle diocesi, a partire dalle più grandi e ricche parrocchie.

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… una creatività del tutto diversa rispetto a quella dei preti che improvvisano liturgie balzane a suon di bonghi e danze: prete americano che ha istituito il confessionale portatile.

Le mie analisi fatte in ossequio alla verità e rette su basi dottrinarie, canoniche e dogmatico-sacramentarie, hanno mai scalfito questi soggetti? Quando ho tuonato che la odierna crisi del dogma nasce da una spaventosa crisi morale del clero, perché una crisi morale genera di conseguenza una crisi dottrinale [vedere mio precedente articolo QUI], qualcuno è forse corso ai ripari? Le mie analisi rimangono scritte e pubblicate, sicuramente ne farò anche altre in futuro, ma senza omettere di praticare, da oggi in poi, la strada forse più efficace: l’ironia, o se preferite la cosiddetta presa di culo. Perché certi soggetti, che sono insensibili alle verità della Santa fede ed alla morale cattolica nella stessa misura in cui un chirurgo è indifferente al sangue umano ed ai tagli di bisturi praticati sulle carni dei pazienti, mal tollerano di essere sfottuti; mal tollerano che i loro malvezzi siano mutati in oggetto di pubblico sberleffo. O per meglio dirla con un esempio: se un giovane alto un metro e sessanta centimetri per cinquanta chili di peso è convinto di essere un campione di football ; se una ragazza alta un metro e mezzo scarso sul quale sono distribuiti novanta chili di peso, si ostina a mettersi minigonne e tacchi alti perché è convinta di essere una fotomodella, a nulla varrà far loro un profondo discorso psicologico mirato a richiamarli al dato di fatto oggettivo, con relativi inviti al pericolo esistenziale che comporta per un uomo e per una donna la totale dissociazione dal reale, perché costoro seguiteranno imperterriti a sentirsi più che mai: il primo, un campione di football, la seconda una fotomodella. Diversamente, se l’uno e l’altra, dopo avere mostrato in ogni modo un deciso rifiuto a confrontarsi con la realtà, saranno invece esposti al pubblico ridicolo, in un modo o nell’altro si troveranno costretti a capire. E tutti coloro che fossero stati convinti che anche una donna di ottant’anni può, in quanto donna, partecipare al concorso di Miss Italia, o che un uomo di novanta affetto da artrite reumatoide può, in quando uomo, partecipare ad una gara di corsa con salto a ostacoli, non crederanno più a simili “potenziali” panzane, perché la illogicità sarà palese e posta in luce assieme a tutto il suo intrinseco elemento ridicolo.

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Durante i miei felici e dolorosi anni di sacro ministero sacerdotale ho più volte e inutilmente richiamato ― e Dio solo sa con quale sincera amorevolezza ―, molti confratelli sacerdoti a rifuggire la sciatteria, ad essere curati nell’aspetto esteriore e decorosi nel vestire, anche perché l’aspetto esteriore non è affatto mera formalità, ma svela l’aspetto interiore, il senso morale e spirituale della persona. Un po’ come le espressioni del volto e gli occhi, che se ben osservati svelano lo specchio dell’anima della persona. O vogliamo forse dimenticare che la nostra anima è racchiusa in un corpo che la contiene e che al tempo stesso la rivela per ciò che essa realmente è? 

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… come eravamo: chi ha conosciuto nella gioventù preti di questo genere, ne porta sempre vivo il ricordo e soprattutto il modello

Più volte, entrando in estate con la mia veste talare in qualche chiesa parrocchiale, mi è capitato di ritrovarmi dinanzi ad un confratello con i bermuda a fiori, la t-shirt colorata ed i sandali infradito ai piedi; e dinanzi a quella visione ho avvertito il colpo di lancia di Longino sul costato di Cristo. Quindi non ho mancato di prendere da parte quel confratello, spiegandogli a tu per tu quanto doloroso fosse stato per me quel colpo di lancia. Dinanzi a scene e fatti simili, di prassi è accaduto che il confratello mi abbia variamente irriso, unendo alla sua sciatteria ed alla sua mancanza di decoro sacerdotale la classica battuta sfottente: «Ah, capisco! Tu sei uno di quelli che non ha ancora avuto notizia che nella Chiesa c’è stato un Concilio». A quel punto ho risposto ― sbagliando ―, che in verità, nella Chiesa, di concili ve ne sono stati in totale ventuno e che a partire dal IV Concilio Lateranense celebrato nel 1215 sino ai quattro decenni successivi al Concilio Vaticano II celebrato tra il 1962 ed il 1965, la Chiesa ed i suoi Sommi Pontefici hanno in tutti i modi ribadito l’uso obbligatorio dell’abito talare, ricordando che la veste del prete è la talare e che in caso di necessità, non di comune prassi, può essere usato il clergyman. Inutilmente ho perso tempo a spiegare a molti di questi soggetti l’elemento profondamente spirituale e mistico dell’abito ecclesiastico, il suo essere segno di sobrietà e di morale distacco dal mondo, ma soprattutto testimonianza ed elemento di necessaria riconoscibilità del sacerdote. E mentre io parlavo con la passione della fede e l’amore profondo che nutro per la Chiesa di Cristo ed i suoi ministri, questi mi guardavano come si guarda un povero demente, semmai dicendo alla fine, come si dice ai pazzi per non contraddirli inutilmente … «Va bene … va bene, hai ragione!». Il tutto col tono di chi dà ragione ad un malato di mente che ti ha proprio rotto i coglioni col suo parlare ma che tu, persona di superiore sanità mentale, proprio per questo non vuoi irritare.

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Su quest’ultima riga è stata scritta la mia condanna da parte dei clericali in calzoncini corti, maglietta variopinta e sandali infradito ai piedi, perché un prete non può osare, meno che mai scrivere la esegesi inerente le varie rotture dei propri presbiterali coglioni. E questi clericali, sia ben chiaro, sono i moderni sepolcri imbiancati «pieni dentro di ossa di morti e di ogni putridume» [8], pronti in qualsiasi momento, ieri come oggi, ad affermare che ad essere volgari non erano certo loro. Volgare, oltre che aggressivo nel linguaggio, lo era Gesù Cristo con certe sue espressioni insultanti, al punto da vedersi più volte affibbiato persino il titolo di bestemmiatore. Dunque volgare non è un teologo intriso delle peggiori eresie moderniste come Andrea Grillo, che può sbeffeggiare il Venerabile Pontefice Benedetto XVI e con lui quel santo uomo di Dio del Cardinale Robert Sarah, dopo avere già preso a sfottò il Cardinale Carlo Caffarra ed il Cardinale Gerhard Ludwig Müller. Volgare non è quindi lui, ma lo sono io se oso affermare che questi eretici al potere, che da una parte attaccano con spocchia i pochi buoni cardinali che ci restano, ed al contempo rimangono in cattedra nelle università pontificie a insegnare teologia sacramentaria, mi creano un tale giramento di coglioni che se mi mettessero in acqua nel porto di Ostia Antica arriverei in quindici minuti nel porto di Napoli, dove sarei accolto in pompa magna dal Cardinale Crescenzio Sepe, che dichiarerebbe quella mia traversata via mare effettuata in tempi record per giramento dei coglioni come eliche a turbina, un miracolo più grande del prodigio di San Gennaro [su Andrea Grillo vedere l’ultimo articolo di Giovanni Cavalcoli, QUI].

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… come eravamo: Città di Avezzano d’Abruzzo. Un parroco celebra la Santa Messa all’aperto nello spazio della chiesa ridotta a macerie dopo i bombardamenti avvenuti durante la Seconda Guerra Mondiale.

Così ho cominciato ad adottare altro sistema, facendo irritare numerosi preti, diversi dei quali, come verginelle vilipese o come adolescenti prese dagli sconvolgimenti delle prime mestruazioni, son corsi dai loro vescovi a starnazzare come galline riferendo concitati che io sarei volgare e che oso perfino dire parolacce. Perché, come dicevo poc’anzi, il volgare sono io, reo d’aver chiamato gran pezzo di merda un prete che in ciabatte e pantaloni corti chiacchierava dentro la chiesa parrocchiale coi fedeli con le spalle voltate al Tabernacolo. Volgare, sia ben chiaro, non è questo prete con le spalle voltate al tabernacolo in ciabatte e braghe corte che fa salotto sul presbitèrio, ma io che l’ho chiamato con un titolo che il poverino non meritava. E diversi di questi poverini si sono ritrovati più volte di fronte ad un vescovo che, pur essendo uno degli artefici delle peggiori derive post-conciliari, nel suo ruolo episcopale si è trovato costretto, una volta adito per emettere inappellabile giudizio di condanna verso di me, a non evadere la richiesta ed a rispondere al prete:

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«Sicuramente, quel concentrato di linguaggio colorito tosco-romano è quel che è! Però, se ti ha irriso perché ti ha trovato dentro la chiesa parrocchiale a parlare con i fedeli con le spalle voltate al Tabernacolo, in pantaloni corti e ciabatte ai piedi, tutti i torti in fondo non li ha. Certo, come tu dici, un prete non deve rivolgersi a un altro prete chiamandolo gran pezzo di merda. Però ricordati: quel linguaggio da scaricatore di porto l’ha usato perché ti ha trovato dentro la chiesa parrocchiale in quello stato, se tu fossi stato inginocchiato con il breviario in mano davanti al Tabernacolo, dubito che ti avrebbe chiamato gran pezzo di merda, forse si sarebbe inginocchiato a pregare con te».

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Il giorno dopo mi giunge una telefonata da parte di quel vescovo: faccio appena in tempo a rispondere «pronto?» che costui mi aggredisce con testuali parole che adesso riferisco integralmente tali e quali:

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«Senti un po’, grandissima testa di cazzo, come ti sei permesso, ieri, di dare del gran pezzo di merda ad un prete? Ti rendi conto di quanto sei stronzo e volgare? Ecco, ti ho chiamato per la gioia di mandarti a fare in culo io di persona e per dirti che devi vergognarti del tuo linguaggio scurrile, anzi: ringrazia Dio se non ti sospendo a divinis !».

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Dopo essermi sorbito tutto quello sproloquio, domando:

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«Eccellenza, ho capito bene tutto ciò che mi ha detto, oppure mi sono perso qualche passaggio tra una giaculatoria e l’altra?».

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A quel punto, il vescovo, si mette a ridere e mi dice:

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«A dire il vero, ti ho chiamato per dirti che sono dalla parte tua, purché però tu non lo dica in giro, perché vedi, della sciatteria di questi preti io ne ho pieni i coglioni. Se però mi azzardo a dir loro qualche cosa, se non riescono a sbranarmi allora si limitano a farmi l’inferno. Dunque hai fatto bene a dirgli quel che si meritava ma che io purtroppo non posso dirgli. E detto questo adesso vedi d’andare a fa ‘n culo, perché io ho da fare, quindi ti saluto, grandissima faccia di merda !».

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… come eravamo: un presbitero romano su un ponte sul Tevere. Siamo proprio sicuri che i giovani, i preti, non li vogliano a questo modo?

Non ho mai narrato a nessuno questo ameno colloquio con un vescovo ormai emerito, ed oggi che l’ho fatto mi sono guardato dal fare anche un riferimento vago a persone e luoghi. Da soggetto volgare tal sono posso però aggiungere un altro esempio, sempre legato a questo vescovo ed a quella che fu a suo tempo la sua diocesi. Una volta egli entrò nella sala da pranzo dell’episcopio, dove un giovane prete trentenne, seduto a gambe larghe su una sedia, stava guardando la televisione. Il vescovo si rivolge per una informazione al giovane prete che resta sbracato sulla sedia a gambe larghe; ed in quella posa risponde al vescovo che sta invece in piedi dinanzi a lui. Dopo che il vescovo fu andato via, io presi quel povero cafone, che pure s’era fatto più di dieci anni di formazione nel santissimo seminario, tra seminario minore e seminario maggiore, dicendogli in tono amabile che quando entra il vescovo non si rimane a sedere, per giunta a gambe larghe, ma ci si alza subito in piedi, gli si accenna un inchino con la testa e si ascolta quel che lui dice, rispondendo a ciò che lui chiede. Ebbene, la prima persona che scatenò l’inferno contro di me per quel richiamo del tutto privato, ma a lui riferito dal povero cafone offeso, fu il vicario generale sempiterno di quella diocesi, tale indicato perché ricopre il proprio ruolo da tre vescovi che si sono succeduti in quasi un ventennio presso quella sede (!?). Però, come ribadisco, io sono un prete volgare. E sono volgare perché all’occorrenza oso dire persino parolacce, però m’inginocchio da sempre a baciare la mano soprattutto ai peggiori vescovi di questo mondo, nelle figure dei quali non cesserò mai di vedere e di venerare il mistero di Cristo ed il mistero della Chiesa. E se mio padre uscisse dalla tomba e d’improvviso me lo vedessi davanti accanto al vescovo, prima renderei omaggio al vescovo, poi saluterei mio padre. Ma io, come dicono certi preti trendy di provincia quando non sanno dove attaccarsi … «lui non può capire, perché non ha fatto il seminario, per questo vive in una Chiesa che non è mai esistita». Affermazione dinanzi alla quale a suo tempo replicai: … sì, benedicendo la grazia di Dio non ho fatto il santissimo seminario ! Anche perché la buona educazione cristiana e sociale ricevuta in famiglia dai miei genitori e poi coltivata dai santi vescovi e sacerdoti che in seguito mi hanno formato al sacerdozio, non sarebbe mai stata in alcun modo estirpata neppure dal più satanico dei santissimi seminari di questo mondo; a partire da quei non pochi seminari nei quali, anche di recente, sono stati scoperti nelle memorie dei computer migliaia e migliaia di foto porno e di porno-film gay. E a tal proposito si prega di chiedere lumi alla Congregazione per il clero ed al suo efficientissimo Prefetto, il Cardinale Beniamino Stella, canonicamente responsabile per quei seminari che nessuno si è ancora deciso a ripulire, anzitutto dai pessimi formatori ai quali parecchi di essi sono sempre affidati. E se in queste righe avessi dato notizie false e non documentate, quindi calunniose, che allora l’Eminentissimo Prefetto proceda con le dovute smentite e le relative pene canoniche a mio carico … Dubito però — purtroppo! —, che sia sollevato un solo sospiro su quanto ho affermato, se consideriamo che i casi con i quali la Santa Sede deve dibattersi sono più o meno questi … [aprire l’allegato, QUI].

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La cosa che oggi dovrebbe inquietare numerosi vescovi latitanti e omissivi, è che di prassi, queste immani vergogne del sacro ordine sacerdotale, quando salgono sul pulpito per fare l’omelia al Vangelo, ripetono in continuazione: «Come ha detto Papa Francesco … come ha detto Papa Francesco …». Prendendo del Sommo Pontefice non solo discorsi del tutto marginali, o battute più o meno felici o più o meno opportune, ma prendendo soprattutto discorsi di dubbia autenticità tratti da frasi o interviste riferite da giornalisti, spesso tutt’altro che cattolici e soprattutto per nulla ferrati nelle nostre fondamentali verità della fede. E dico che la cosa dovrebbe inquietare i vescovi perché questi stessi preti, anni fa, salendo sugli stessi pulpiti, si sono sempre ben guardati dal dire: «Come ha scritto e affermato il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II … come ha scritto e affermato il Sommo Pontefice Benedetto XVI …». E, si badi bene, non ciò che questi due Augusti Pontefici affermavano nel loro parlare a braccio del più e del meno, al quale entrambi non erano proprio avvezzi, ma quanto da loro scritto e affermato in importanti encicliche ed altrettanti importanti atti del loro sommo magistero. Per anni, tra le sacrestie, le canoniche e le sale parrocchiali, abbiamo sentito eccome, questi preti oggi mutati in grandi citatori di affermazioni del tutto marginali e irrilevanti fatte dal Sommo Pontefice Francesco I, citare i predecessori del Pontefice regnante, ma li citavano per dire in tono più o meno rabbioso cose di questo genere:

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«Il “polacco” ha fatta la sua nuova sparata sulla famiglia e sulla morale sessuale. Ma è proprio ossessionato! Possibile che non si renda conto che il mondo è cambiato e che noi bisogna andare incontro alle nuove esigenze della gente?».

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E nella loro logica, costoro hanno ragione, perché il principio teologico che oggi essi applicano – alla scuola del Cardinale Walter Kasper ed al codazzo dei suoi – è in pratica il seguente: “fottete, fottete che tanto Dio perdona tutti”.

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Oppure:

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«Il “pastore tedesco” ha fatto un discorso pre-tridentino sulla “unicità della Chiesa Cattolica”. Che vergogna! In un colpo solo ha cancellato il Concilio Vaticano II e l’ecumenismo riportandoci ai tempi in cui, la “vecchia” Chiesa, rivendicava il monopolio della verità e della salvezza».

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… come eravamo: siamo sicuri che i giovani, i preti, non li vogliano a questo modo?

E nella loro logica, anche costoro hanno ragione, perché quando nella professione di fede noi recitiamo «Credo la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica», questa non è una verità fondamentale e assoluta, ma solo un modo di dire che risale ai tempi nei quali eravamo degli ottusi esclusivisti. Infatti, Cristo non ha fondata sulla terra una sola Chiesa affidata a Pietro, ma ha dato vita ad una molteplicità di Chiese, compresa tra le tante quella Chiesa Cattolica che sta attendendo il miracolo accertato previsto dalla prassi canonica per poter procedere alla beatificazione di Martin Lutero, a meno che il Cardinale Kasper non intervenga con una dotta disquisizione teologica per sostenere che il vero miracolo di questo eresiarca è stata la sua cosiddetta “riforma”, la quale ha … «anticipato e ispirato il Concilio Vaticano II». Ce lo spiega tra le righe il Pastore valdese Paolo Ricca direttamente dalle colonne del galantino organo ufficiale della Conferenza Episcopale Italiana, Avvenire [cf. QUI], affermando, in virtù della sua idea soggettiva ed errata di Concilio Vaticano II, che con esso sarebbe «caduta l’accusa di eresia» ai luterani (!?). Ebbene, colgo l’occasione per informare questo Reverendo Pastore, invitato da anni a tenere corsi in diverse nostre università pontificie, a partire dal protestantico ateneo pontificio Sant’Anselmo, che per noi, il Luteranesimo, è sempre una pericolosa eresia e che Lutero, con buona pace della personale Congregazione per le cause dei santi istituita di motu suo dal Cardinale Kasper, non è neppure un semplice ed ordinario eretico, ma è proprio un eresiarca. Oltre al fatto che, le dottrine luterane, incluse quelle che insegna e che trasmette questo Reverendo Pastore, erano ieri e forse sono peggio ancora oggi un pericoloso concentrato delle peggiori eresie e deviazioni dalla fede apostolica. Se poi consideriamo che dal nucleo dell’originario Protestantesimo si sono nel tempo moltiplicate le eresie di un’eresia, a questo modo possiamo giungere sino alle nuove eresie di terza e quarta generazione: dai Mormoni ai Pentecostali. Per non parlare degli ulteriori rivoli, per esempio i Testimoni di Geova, che sono un esempio lampante dell’eresia di una eresia di una eresia che nasce a monte sempre dal Protestantesimo, non certo da una scissione dal nucleo Cattolico o dal nucleo dei Cristiani Ortodossi. 

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Adesso voi capite bene il vero senso dell’abito con il quale ho dato inizio a questo discorso; ma forse, le persone di fede e le persone intelligenti, quelle dotate per grazia di Dio di fides et ratio, avranno anche capito che cos’è veramente volgare, ed al tempo stesso quelli che invece sono i miei giochi retorici d’impatto, strutturati sia sulla iperbole sia su quello che i greci chiamavano τόπος.

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… una immagine di San Giovanni Bosco durante le confessioni dei giovani

La perdita dell’abito che da anni lamento inutilmente, non è la dismissione della vecchia talare, ma il deciso rifiuto dell’abito interiore, di cui quello esteriore è solo segno visibile. In questo scritto, condìto con retorica scienza di prese di culo e giramenti di coglioni, non ho scherzato, pur avendo data occasione a eretici varî che esigono non intendere, di potersi attaccare al fatto che il sottoscritto pretaccio ― tale io mi glorio di essere ―, dice persino parolacce. Ebbene sì, io dico parolacce più o meno come le diceva il Verbo di Dio fatto uomo agli scribi ed ai farisei, basterebbe solo che certi esegeti della new theology tutta quanta misericordismi ed emotivi cuoricini irrazionali palpitanti, capissero la portata severa e pure molto offensiva di certe sue invettive [9]. Ma, come risaputo, ieri farisei e sadducei, oggi eretici e modernisti che amoreggiano entrambi con i «Cari fratelli massoni» [vedere QUI], sono pronti più che mai a scansare scandalizzati il moscerino della parolaccia colorita per poi ingoiarsi tutto d’un fiato il cammello della immane eresia [10]. Perché la logica dei clericali ipocriti di ieri e di oggi è sempre quella: profondamente volgare, non è il Cardinale Gianfranco Ravasi che dal grembiulinesco quotidiano della Confindustria Il Sole 24 Ore indirizza una letterina d’amore ai «Cari fratelli massoni», volgare sono io, che dinanzi ad un cardinale vanesio che getta la Santa Sposa di Cristo sul marciapiede come se fosse una mignotta da due lire, potrei anche reagire sbottando: adesso basta, questa «guida cieca» [11] tale è il Ravasi, ci ha veramente rotto i coglioni, perlomeno a noi che, grazie a Dio, ce li abbiamo!

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Pertanto, iperboliche prese di culo a parte, concludo ricordando che l’abito, lungi dall’essere uno straccio nero che potrebbe in sé e di per sé lasciare il tempo che trova, ha un profondo significato filosofico, teologico e mistico. La parola abito deriva dal latino habitus, ed altro non è che la traduzione del termine greco ἕξις [hexis]. Nel suo profondo significato filosofico, abito significa abitudine, ed è una abitudine interamente eretta sul carattere [dal greco ἔθος]; quel nuovo carattere indelebile ed eterno che a noi ci ha segnati per sempre attraverso la grazia del Sacramento dell’Ordine Sacro.

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L’abito è quindi un modo di essere [in greco ουτός ἐkείν] che manifesta l’essere e soprattutto il comportarsi in un preciso modo, conforme a ciò che si è ed a quello che dottrinalmente e moralmente si predica.

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Per Aristotele l’abito è «cosa simile alla natura» [12], perché attraverso la pratica di precisi comportamenti esso porta a evidenziare in noi, attraverso le caratteristiche naturali che possediamo in potenza, delle caratteristiche mutate in abiti propri e costanti, quasi in una «seconda natura», che è una natura acquisita [13], nel caso nostro tramite quella grazia sacramentale che ci rende sacerdoti in eterno secondo l’Ordine di Melchisedech [14].

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… come eravamo: un gruppo di sacerdoti

Pensateci bene: chi è, che tra fine anni Sessanta e inizi anni Ottanta, su falsi pretesti di modernità, di abbattimento delle distanze e delle divisioni, ma soprattutto sulla base del pretesto dell’essere e dello stare più vicini ai giovani, ha distrutto il concetto stesso, dell’abito del prete? Ma c’è molto di peggio: basti dire che coloro ch’eran tanto bramosi di spogliare i preti, erano gli esponenti della sinistra radicale ed i massoni. Gli stessi massoni che, in combutta coi modernisti, a inizi Novecento progettavano che si doveva giungere a dare la Santa Comunione ai fedeli in piedi e in mano. Ci si domandi: da che cosa era dettato questo loro interesse, se non dal desiderio di colpire la Chiesa al cuore attraverso la de-sacralizzazione della Santissima Eucaristia mutata in una via di mezzo tra una metafora ed un banchetto sociale della gioia ? Non è però il caso di aprire un discorso dentro il discorso, pertanto rimando a quando sulla Santissima Eucaristia ha espresso in una sua lectio magistralis il Cardinale Robert Sarah [vedere articoli, QUI] …

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Questo articolo è stato ispirato, come spiegato all’inizio, dalla lettera a me indirizzata da un giovane cattolico modenese. Qualcuno pensa che costui sia l’unico? Mi scriveva giorni fa Melania, giovane mamma napoletana di 27 anni:

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«Togliete dalle chiese chitarre e bonghi, mettete in riga i carismatici che dondolano e svengono ed i neocatecumenali che danzano attorno agli altari, riempite le navate coi suoni d’organo e diffondete i canti liturgici classici, rimettete le assemblee in ginocchio durante la Messa, ponete al centro dell’altare Cristo crocifisso anziché il prete show-man, tornate a parlare nelle omelie dei misteri della fede anziché dei problemi sociali e dell’ecologia, perché la vostra missione è la salvezza delle anime, non la salvezza delle specie animali in via di estinzione. E vedrete come in breve tempo tornerete ad avere le chiese piene di giovani». 

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… a portare la veste talare siamo rimasti in pochi: Don Matteo, che però è un attore di una serie televisiva di successo, assieme a pochissimi altri preti, che non sono attori ma preti reali. Qualcuno si è mai chiesto come mai, i registi, nelle loro fiction, i preti che raffigurano figure positive od anche simpatiche, li presentano al pubblico sempre e di rigore tutti quanti con la “vecchia” talare?

Non è vero, bensì falso, che i giovani cattolici bramassero i loro preti in braghe di tela e scarpette da ginnastica; come non è vero che nessun figlio abbia mai bramato vedere suo padre muoversi per casa in mezzo agli ospiti vestito con un paio di mutande cadenti. Furono i devastanti psicologisti e sociologisti degli anni Settanta, cresciuti a Pane&Marx, che lanciarono quella pretestuosa moda della liberazione dei costumi e del corpo, per l’abbattimento delle «ideologie borghesi», in base alle quali i genitori dovevano ostentare la nudità coi figli e viceversa; furono loro a indicare come cosa buona ed educativa l’andare tutti assieme nella vasca da bagno; furono loro a lanciare il “mito” della «mamma amica-complice» e del «papà amicone». È che però, purtroppo, nessuno si premura di andare a vedere quali sono stati gli esiti successivi di molti miei coetanei che a metà anni Settanta componevano nelle scuole elementari struggenti temini raccontando che il padre e la madre erano i loro migliori amici. Nessuno si premura di andare a vedere quali sono stati gli esiti successivi di molte mie coetanee adolescenti, che a fine anni Settanta andavano in discoteca assieme alle loro mamme-vamp in veste di loro amiche e complici, che anziché fare le madri facevano le mezzane, in tutti i sensi, certe e sicure che con una pillola anticoncezionale e una scatola di preservativi messi nello zainetto delle loro piccole cagnette in fiore, tutto quanto fosse a posto, educazione sessuale impartita ed emancipazione sessuale perfettamente evasa …

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… l’autore di questo articolo con sempre indosso il suo “vecchio straccio anacronistico“

Lo stesso principio, in modo diverso ma simile, è stato applicato tal quale ai preti, con la sola differenza che loro non avevano a che fare col papà e la mamma «miei migliori amici», ma con rettori di seminario e con vescovi che negli zainetti di questi piccoli eretici in fiore hanno messo altri generi di pillole anticoncezionali e di scatolette di preservativi, per rendere infine del tutto infecondo il seme di Cristo, dimentichi, se non forse ignari, che la grazia di Dio perfeziona la natura che c’è, ma non supplisce e non può supplire la natura del prete che non c’è mai stato e che quindi non potrà mai esserci [15], anche se il non-prete nell’anima e nel corpo si è fatto anni e anni di santissimo seminario.

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… l’autore dei questo articolo: «in estate, presso le zone dove c’è molto caldo, esiste da sempre per i preti una alternativa alla veste nera, ed è la veste bianca, ma non certo i calzoncini corti sul presbitèrio della chiesa …»

Ribadisco che questi preti trendy, sotto certi aspetti quasi irredimibili e irrecuperabili nella loro ermetica chiusura ad ogni azione della grazia di Dio, non vanno presi sul serio né rimproverati; perché ogni rimprovero è inutile. Questi preti trendy vanno solo presi per il culo. Fidatevi di un pretaccio che dice parolacce e seguite il mio consiglio: al primo prete trendy che vi si presenta dinanzi con i jeans attillati a vita bassa e col cavallo del pantalone che nei nuovi modelli è sospeso in alto, non rimproveratelo per avere gettato alle ortiche il suo mistico habitus, perché quello reagirà ridendovi in faccia e dandovi degli anacronistici. O semmai dicendovi: « … ma tu non sai, che nella Chiesa c’è stato un Concilio»? Allora voi affrontatelo a questo modo: «Reverendo, ma che cosa s’è messo indosso? Col culo cadente da vedova sfatta che si ritrova, questo pantalone non le dona proprio; ma soprattutto, per la poca mercanzia che lei ha in mezzo alle gambe, questo pantalone col cavallo stretto sospeso in alto, non evidenzia quello che c’è, ma proprio quel che drammaticamente è carente in lei, perché la grazia perfeziona la natura che c’è, ma non esalta certo quella che non c’è. E lei, Reverendo, per carenza di grazia non ha proprio le palle. Ecco, al posto suo, visto che lei non ha un fisico da nuotatore, mi coprirei con una toga romana». E semmai, questo discorso, od un discorso diverso ma simile, non fateglielo fare da un uomo o da degli uomini, ma peggio: fateglielo fare da delle donne. Non c’è infatti cosa peggiore per un uomo, più o meno vero o anche e solo uomo anagraficamente, che sentirsi dire da delle donne: «Tu non hai proprio le palle !» 

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A quel punto questi soggetti s’incazzeranno parecchio, perché li avrete messi in ridicolo. E forse, in extremis, anche se non è detto, impareranno qualche cosa, grazie ad una salutare e molto caritatevole presa di culo. Perché oggi, dinanzi a certi preti, per un verso, non ci resta che piangere, per altro verso, non ci resta che prenderli per il culo, perché posta la questione in questi termini, la presa di culo risulterà l’atto estremo, più perfetto e amorevole della carità cristiana, ve lo dice un pretaccio scurrile, che resta intimamente troppo preoccupato di non ingoiare il cammello dell’eresia e della immoralità diffusa, per curarsi dell’innocuo moscerino di una salutare parolaccia.

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dall’Isola di Patmos, 12 giugno 2017

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CAMPAGNA PROMOZIONALE 2017: «UNA CHIESA VUOTA PER I VUOTI »

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Venerabili Vescovi e Fratelli Presbìteri,

volete definitivamente una «Chiesa vuota per i vuoti»? Allora seguitate a invitare a parlare nelle vostre Diocesi e nelle vostre chiese questi preti social-ecologisti, tutti giustizialismi sociali e sociologismi d’ormai trentennale e sperimentata fallimentarità, accompagnati in gloria dal loro seguito di fricchettoni della sinistra radical chic. Fatto questo, vedrete come le chiese si svuoteranno definitivamente di giovani, per essere finalmente «vuote per i vuoti», visto che quasi più nessuno pensa ormai alla ecologia delle anime da redimere e da salvare dall’inquinamento del peccato, essendo più urgente e politicamente corretto combattere contro l’inquinamento prodotto dai condizionatori d’aria.

Amen!

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NOTE

[1] Il testo del canone recita: « Si quis dixerit, in sacrosanto Eucharistiae sacramento remanere substantiam panis et vini una cum corpore et sanguine Domini nostri Iesu Christi, negaveritque mirabilem illam et singularem conversionem totius substantiae panis in corpus et totius substantiae vini in sanguinem, manentibus dumtaxat speciebus panis et vini, quam quidem conversionem catholica Ecclesia aptissime transubstantiationem appellat ». Trad. «Poiché, poi, Cristo, nostro redentore, disse che era veramente il suo corpo ciò che dava sotto la specie del pane (216), perciò fu sempre persuasione, nella chiesa di Dio, – e lo dichiara ora di nuovo questo santo concilio – che con la consacrazione del pane e del vino si opera la trasformazione di tutta la sostanza del pane nella sostanza del corpo di Cristo, nostro signore, e di tutta la sostanza del vino nella sostanza del suo sangue. Questa trasformazione, quindi, in modo adatto e proprio è chiamata dalla santa chiesa cattolica transustanziazione» [Concilio di Trento, Sess. XIII, 15 ottobre 1551, cap. IX La transustanziazione].

[2] Cf. Vangeli sinottici: Mt 26, 20-20; Mc 14, 17-26; Lc 22, 14-39. Vangelo di San Giovanni: 13, 1-20.

[3] Cf. Lc 22, 39-46.

[4] Cf. Mt 26, 36-46; Mc 14, 32-42; Lc 22, 39-46; Gv 18,1.

[5] Cf. Mt 26, 47-56.

[6] Cf. Gv 19, 1-16.

[7] Cf. Concilio di Nicea (325), Concilio di Costantinopoli (381), Concilio di Efeso (431), Concilio di Calcedonia (451), II Concilio di Costantinopoli (553), III Concilio di Costantinopoli (680-681), II Concilio di Nicea (787).

[8] Cf. Mt 23, 27.

[9] Cf. Mt 23, 1-39.

[10] Cf. Mt 23, 24.

[11] Cf. supra.

[12] Aristotele, in Retorica I 11, 1370° 7-8

[13] Aristotele, Etica Nicomachea II 1, 1103a 20 – 1103b 25

[14] Cf. Eb 7,17.

[15] «Gratia non tollit naturam, sed perficit, oportet quod naturalis ratio subserviat fidei, sicut et naturalis inclinatio volutantis obsequitur caritati», San Tommaso d’Aquino: S. Th. I, q.1 a 8, ad 2. Trad. La grazia non supplisce la natura che non c’è, ma perfeziona la natura che sussiste …

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2017/04/padre-Aiel-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Ariel https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Ariel2017-06-14 03:46:112017-06-18 22:05:30Preti trendy? Non pigliateli sul serio, pigliateli per il culo, è un atto estremo di perfetta carità cristiana. E adesso vi spiego cos’è davvero volgare …
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