IL VANGELO DELLE TENTAZIONI : IL DEMONIO CERCA DI COLPIRE IL VERBO DI DIO NELLA SUA UMANITÀ
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Se il Demonio riesce a prenderci nella superbia, facendo leva sui punti deboli dell’ambizione e della vanità, può fare di noi ciò che vuole e ottenere quel che brama sin dalla notte dei tempi: che ci prostriamo dinanzi a lui e che adorandolo lo chiamiamo Signore. E per meglio chiamarlo Signore, a quel punto andremo direttamente in casa di Satana, come di recente ha fatto il Presidente della Pontificia Accademia per la vita, l’Arcivescovo Vincenzo Paglia, per beatificare nella sede del Partito Radicale la «spiritualità» e «la preziosa eredità» di chi, come il defunto Marco Pannella, il supremo dono della vita lo ha attaccato e profanato, indicando come «diritto civile» e come «conquista sociale» il mostruoso crimine dell’aborto [sul tema si rimanda all’articolo di Giovanni Cavalcoli: «Marco Pannella, “santo subito !”», vedereQUI]
In questa breve pagina del Vangelo siamo di fronte a un paradosso: è veramente accaduto che il Demonio abbia tentato Dio Incarnato, il Verbum caro factum est ? [Cf. Mt 4, 1-11 ― testo QUI]. Forse il Demonio ha tentato di colpire Dio nella sua umanità, fingendosi ignaro di quanto Gesù fosse divino nella sua umanità e umano nella sua divinità. Gli accecati dalla superbia e dal delirio d’onnipotenza tendono sopravvalutare al massimo se stessi ed a sottovalutare gli altri, per questo sono destinati alla sconfitta. Può essere che non cadano nell’immediato, ma cadranno inevitabilmente al primo cambio di stagione, con l’appassire dei fiori di campo.
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Nel Vangelo delle tentazioni, verrebbe da pensare proprio questo: che il Demonio sopravvaluti se stesso e sottovaluti Dio [segue testo intero …]
https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2014/10/Patmos1.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Padre Arielhttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngPadre Ariel2017-03-06 00:36:102017-03-06 12:14:03il Vangelo delle “tentazioni”: il Demonio cerca di colpire il Verbo di Dio nella sua umanità
I FUOCHI DI PAGLIA: MARCO PANNELLA «SANTO SUBITO!»
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Ciò che l’Arcivescovo Vincenzo Paglia, prossimo postulatore di questa causa di beatificazione, non ha capito, è che l’aperturismo pannelliano non abbatte nessun muro, se non quello che fa da baluardo alla inviolabilità della legge morale, mentre nella sua concezione della coscienza, essa si chiude ermeticamente entro le mura della propria orgogliosa soggettività e da lì detta legge per la liberazione dell’umanità dai pregiudizi religiosi e dai rigidi dogmi di una fede cristiana autoritaria e fossilizzata nel medioevo.
a sinistra, Marco Pannella, che la vita l’ha distrutta sin dal grembo materno; a destra, S.E. Mons. Vincenzo Paglia, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita, che la vita dovrebbe invece difenderla …
Satana sa che se il Papa cade, la Chiesa crolla, ed egli potrebbe prevalere e distruggerla, perché Pietro è la pietra sulla quale Cristo ha voluto edificare la sua Chiesa. E se ad un edificio viene a mancare la pietra angolare, l’edificio crolla. È vero che il portinaio non è il padrone di casa. Ma senza il portinaio non si entra. È vero che Cristo, padrone di casa, se avesse voluto, avrebbe potuto far a meno del portinaio e far entrare Lui direttamente la gente in casa, ovvero governare la Chiesa senza il Papa. Ma di fatto ha voluto servirsi del Papa. Per questo sbagliano gli eretici, i quali credono che Cristo governi direttamente la Chiesa senza il Papa. Una Chiesa fatta così è una falsa Chiesa, è una Chiesa ideata da Satana.
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il Santo Pontefice che nel 1994 istituì con motu proprio Vitae Mysterium la Pontificia Accademia per la Vita. Nella foto: San Giovanni Paolo II ricoverato al Policlinico Gemelli dopo l’attentato subito il 13 maggio 1981, una sofferenza minore rispetto a quella che avrebbe provato dinanzi al Presidente della Pontificia Accademia per la Vita che oggi loda il gran distruttore della vita Marco Pannella, beatificando nella sede del Partito Radicale la “spiritualità” del padre dell’aborto, del “diritto” alla eutanasia, alle sperimentazioni genetiche, all’omosessualismo …
Così anche il Papa è braccato e tentato da Satana. Questi lo sta cercando per vagliarlo come il grano [cf. Lc 22, 31]. In ultima analisi, abbiamo oggi chiaro come non mai che la battaglia decisiva è in corso ed è lo scontro fra Cristo e Satana. Come dice Paolo: “quale intesa tra Cristo e Beliar?” [II Cor 6,15].
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Il tentativo di Satana è però vano ed egli dovrebbe saperlo, visto che già ci ha provato con Cristo e non c’è riuscito. Il Papa infatti partecipa della stessa infallibilità dottrinale di Cristo. Tutti nella Chiesa, a cominciare dal Cardinal Segretario di Stato in giù, possono cadere nell’eresia, tranne il Papa. In fatto di dottrina, invece, il Papa è quell’ «uomo spirituale, del quale parla San Paolo [I Cor 2, 15], che giudica ogni cosa senza poter esser giudicato da nessuno» [segue l’articolo intero …]
IL PREPOSITO GENERALE DELLA COMPAGNIA DI GESÙ, USA FORSE “ROBA” TAGLIATA MALE? LE GRAVI MENZOGNE DEL GESUITA ARTURO SOSA
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A Roma, in Via dei Penitenzieri, all’angolo della Curia Generalizia dei Gesuiti si trova una bella caffetteria storica, con una gran collezione di vini e liquori pregiati. «Non vorrei che questo venezuelano» ― sbraitava Ariel S. Levi di Gualdo dopo avere letta l’intervista fatta al Preposito Generale della Compagnia di Gesù ― « abbia aperta la succursale del proprio ufficio presso questa pregevole enoteca ! ».
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Veleno d’aspide sotto le labbra
Sal 140,4
Giovanni Cavalcoli, OP Ariel S. Levi di Gualdo
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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2017/02/giovanni-ariel-isola.jpg?fit=260%2C141&ssl=1141260Redazionehttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngRedazione2017-02-26 02:28:582022-08-29 17:26:53Il Preposito Generale della Compagnia di Gesù, usa forse “roba” tagliata male? Le gravi menzogne del Gesuita Arturo Sosa
TEOLOGIA DELLA SPERANZA: «DOPO IL SINODO IL PAPA TORNERÀ A INDOSSARE LE SCARPETTE ROSSE?». RILEGGENDO OGGI QUELLO CHE TRE ANNI FA SCRIVEVA IL PADRE ARIEL …
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[…] il Santo Padre Francesco può dunque piacere o non piacere, cosa del tutto legittima, ma per divina volontà e per divina istituzione rimane il clavigero, oggetto e soggetto come tale della nostra fede e della nostra speranza: «Tu sei Pietro», quindi della nostra autentica e inesauribile devozione per il mistero che egli incarna.
Tre anni fa, Ariel S. Levi di Gualdo pubblicava un articolo nel quale parlava con notevole anticipo delle vicende odierne nelle quali, a quanto si sta delineando all’orizzonte, sembrano risorgere dalle ceneri vecchi veleni mescolati a veleni nuovi, il tutto secondo tragici copioni già vissuti tra il 2012 e il 2013 dal Santo Padre Benedetto XVI, per non tornare ancora indietro, nella turbolenta stagione del Beato Paolo VI durante gli anni Settanta del Novecento.
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Purtroppo sembra che oggi, per il Santo Padre Francesco,si stiano confezionando di nuovo le scarpette rosse, ma per ciò che esse significano: il martirio di San Pietro che con i piedi sanguinanti fu condotto sul Colle Vaticano per essere crocifisso a testa all’ingiù.
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Per quanto restio,il Padre Ariel ha dovuto cedere al democratico imperativo dei suoi collaboratori di redazione che desideravano pubblicare di nuovo questo suo vecchio articolo. Uno spirito restio basato su un principio da lui spesso enunciato: «Quando io ipotizzo certe cose o esprimo che in un futuro più o meno vicino si potrebbero verificare certe situazioni, non desidero mai avere ragione, anzi prego e spero sempre di avere torto, ed avere così il grande piacere di smentire me stesso e ammettere che avevo sbagliato nel fare certe analisi».
https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2015/09/Jorge-anteprima.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Jorge Facio Lincehttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngJorge Facio Lince2017-02-17 00:42:592021-04-19 22:35:20Teologia della speranza: «Dopo il Sinodo il Papa tornerà a indossare le scarpette rosse?»
LA MADONNA MOLLICCIA E PACIOCCONA DEL PICCOLO PADRE LIVIO FANZAGA E IL GRANDE CUORE CATTOLICO DI ANTONIO SOCCI CHE INVITA ALLA PREGHIERA PER IL SOMMO PONTEFICE
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In questa rubrica lettere dei lettori, Padre Giovanni Cavalcoli risponde spiegando il motivo del suo licenziamento da Radio Maria, avvenuto sotto questo pontificato misericordioso nel quale si stanno verificando epurazioni degne dei vecchi regimi sovietici; Padre Ariel S. Levi di Gualdo elogia invece con affetto e stima quel “maledetto toscano” di Antonio Socci.
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Caro Padre Giovanni Cavalcoli,
ci farebbe piacere se lei stesso, che è stato protagonista della spiacevole vicenda di Radio Maria, dalla quale è stato poi espulso per delle affermazioni che in verità non avrebbe fatto, ci narrasse come i fatti si sono svolti.
Redazione del blog Cogitare Humanum Est [Ndr. cf. QUI]
il presbìtero Livio Fanzaga negli studi di Radio Maria
Io iniziai a collaborare con la emittente Radio Maria nel 1993 e non era mai accaduto alcun incidente, anzi, godevo della stima di Padre Livio Fanzaga, che si era fatto entusiasta diffusore del mio libro L’inferno esiste. La verità negata [Fede & Cultura, 2010].
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Da alcuni annistavo conducendo un corso per catechisti e quella domenica, spiegando il motivo e lo scopo del battesimo, avevo detto che esso serve a togliere la colpa e il castigo del peccato originale. Così, per fare un esempio, ricordai che i terremoti potevano esser considerati una conseguenza del peccato originale e un richiamo di Dio alla conversione dai peccati.
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Nella mia catechesi, il tutto era inquadrato nel mistero del peccato originale, a causa del quale non solo l’uomo perde la sua originaria perfezione, divenendo da angelica creatura immortale creatura mortale, ma anche la stessa natura del creato è alterata da questo peccato, divenendo ostile all’uomo e manifestando questa sua ostilità attraverso maremoti, terremoti, grandi eruzioni vulcaniche; od attraverso il cambio degli assetti geologici della terra stessa, come il mare che si ritira generando zone desertiche, od il mare che avanza e sommerge zone abitate e zone coltivabili, inducendo i sopravvissuti a emigrare altrove, a combattere con le carestie e con la fame. Insomma, quella calamità naturali descritte sia nell’Antico sia nel Nuovo Testamento.
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Tutto questo, in teologia, è da sempre collegato al peccato originale, che ha toccato sia l’uomo sia la natura, ossia l’intero creato, alterando e quindi corrompendo l’equilibrio perfetto creato in origine da Dio.
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Nel corso dei secoli, la misericordia di Dio si è servita anche di questi eventi per la salvezza dell’uomo. Per esempio: quando la popolazione europea fu decimata dalla grande peste nera del 1347, le popolazioni, all’epoca sempre cristiane nella loro totalità, interpretarono quell’evento come un monito di Dio per il richiamo alla loro conversione. E se guardiamo al solo aspetto architettonico, da una parte vediamo grandi opere incompiute antecedenti al 1374 — a tal proposito mi viene a mente tra le tante la grande chiesa di San Petronio a Bologna —, dall’altra parte abbiamo, nei decenni immediatamente successivi, la costruzione di splendidi stabili di culto che rappresentavano la nuova dedicazione a Dio dell’uomo attraverso la fede, manifestata non solo con le opere d’arte, ma anche attraverso le grandi produzioni filosofiche, letterarie e teologiche che seguirono, od anche attraverso la nascita di tante nuove forme di vita religiosa consacrata.
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In questo senso,le mie, espresse in quella trasmissione radio, erano parole che richiamavano alla mente la giustizia divina, ma che però, nel contempo, suscitano nel cristiano la pace nell’animo, perché il credente vede nelle sventure non solo il segno di un Dio giusto, ma anche misericordioso; n’è prova storica il fatto che dopo certi eventi catastrofici, ci sono sempre state espressioni di grande rinascita, e questo nessuno lo può ragionevolmente negare, perché è scritto nei nostri monumenti tutt’oggi visibili.
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Queste parole, ispirate alla più comune tradizione cristiana, suscitarono contro Radio Maria, ma in particolare contro di me, un immediato intervento sdegnato da parte di diversi prelati, che basarono i propri commenti “a caldo” su quanto era stato scritto e riportato dai giornali, anziché su quanto io avevo veramente detto nell’articolato contesto di una catechesi sul peccato originale, la sintesi della quale era già tutta racchiusa in un mio articolo pubblicato un anno prima sulla pagina di Theologia de L’Isola di Patmos:Dio castiga e usa misericordia [vedere QUI], che non suscitò scandalo alcuno [N.d.R. abbiamo verificato nei dettagli delle statistiche che dal 18.11.2015 alla data di oggi, questo articolo è stato aperto e letto per un totale di 71.203 volte].
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Le accuse che mi sono state rivolte ― a parte le calunnie diffamanti per un teologo conosciuto da decenni come fedele servitore della Chiesa ― sono tutte basate perlopiù su princìpi ereticali, per cui sono assolutamente nulle ed anzi meritevoli di essere esse stesse oggetto di severa condanna. A tal proposito rimando agli articoli di Ariel S. Levi di Gualdo, che in quei giorni di polemica — dopo che i miei Superiori mi chiesero in via “cautelare” di non intervenire né di pubblicare più scritti per il momento — intervenne sulla nostra Isola di Patmos con dei resoconti precisi e dettagliati, mettendo le cose in chiaro e indicando i pensieri apertamente ereticali espressi da alcuni vescovi, e purtroppo anche da qualche alto dignitario della Santa Sede [cf. QUI, QUI].
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Per esempio, vi fu chi mi accusò di partire da un «dio pre-cristiano», contrario alla misericordia. Ma affermando questo, il prelato mio accusatore, mostrò in tal modo di essere influenzato da Marcione, eretico del II secolo e padre della cosiddetta eresia marcionita, il quale sosteneva che, mentre il Dio dell’Antico Testamento era un Dio cattivo, che castiga, il Dio del nuovo è il Dio buono, che è solo misericordia e non castiga.
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Un altro Vescovo mi accusò d’avere un «dio paganissimo»,nella presupposizione che il Dio che permette i terremoti non sia il Dio biblico, ma quello pagano. Cosa del tutto falsa, giacché la Bibbia insegna chiarissimamente che anche i terremoti sono moniti della misericordia divina. Basti considerare l’Apocalisse o gli annunci escatologici del Vangelo.
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L’Evangelista Luca riporta precise parole pronunciate da Gesù che risponde ai suoi discepoli dicendo:
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«Guardate di non lasciarvi ingannare. Molti verranno sotto il mio nome dicendo: “Sono io” e: “Il tempo è prossimo”; non seguiteli. Quando sentirete parlare di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate. Devono infatti accadere prima queste cose, ma non sarà subito la fine». Poi disse loro: «Si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno, e vi saranno di luogo in luogo terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandi dal cielo [cf. Lc 21, 8-11].
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Con la sua notoria verve ironica, Ariel S. Levi di Gualdo, in quei giorni ironizzò:
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«Sicuramente, Cristo Signore, era proprio un “dio pre-cristiano”, perché una cosa resta fuori da ogni possibile discussione: Cristo, non era cristiano!».
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Possiamo forse dar torto a questo mio confratello sacerdote e teologo, che con una battuta spiritosa solo all’apparenza, sintentizzo un’ovvia verità teologica ?
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Se in quel momento io avessi avuto dinanzi quel Vescovo, gli avrei chiesto in che modo, ma soprattutto quale genere di risposta egli avrebbe dato, dinanzi al dramma di una creatura innocente di due anni morente in un reparto di oncologia pediatrica, consumata da un cancro inguaribile. Forse, questo Vescovo, una risposta non ce l’ha, io invece si, e non è certo una risposta di Giovanni Cavalcoli, ma della fede cattolica. Ebbene, premesso anzitutto che quella creatura innocente non è certo colpevole del cancro che la sta consumando, giacché nei progetti di Dio, noi, non siamo stati creati per essere assaliti dal cancro e infine dalla morte, la mia risposta di fede, di conseguenza la mia risposta teologica, è che il cancro e la morte, sono conseguenze del peccato originale che ha corrotto la natura e che ha consegnato alla discendente umanità una natura imperfetta, corrotta e mortale.
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Ma volendo c’è di peggio ancora. Se a questo Vescovo qualcuno avesse chiesto: «Perché Dio permette che una creatura innocente muoia consumata da un cancro a soli due anni, mentre fior di malfattori, che trascorrono i giorni della loro vita a fare il peggior male al prossimo ed a compiacersi del male che fanno, arrivano a vivere fino a novant’anni, morendo infine senza neppure essersi mai ammalati e senza avere sofferto per alcun genere di infermità? Noi uomini di fede, risposta a questi quesiti, l’abbiamo da sempre, perché il tutto ha la sua risposta e ragione all’interno di quel mistero che è il peccato originale.
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Un altro Vescovo, di recente nomina, mi accusò di dire delle «idiozie» e delle «sciocchezze», di «nominare il nome il di Dio invano» e di avere un «concetto puerile di Dio». Tutte queste accuse stolte e offensive rivolte a me, accademico pontificio, che insegno teologia tomista da quarant’anni, mi sento sinceramente di respingerle tutte ai vari mittenti, come feci da subito, mentre per tutta risposta i miei accusatori rincaravano la dose dicendo: «Ecco, nega anche di presentare le sue scuse!». Sinceramente, mi domandai ieri e mi domando ancor oggi: come può, un teologo, scusarsi per la dottrina cattolica ?
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Padre Livio mi ha accusato di aver offeso la misericordia della Madonna, giacché, affermando che Dio castiga, l’ho implicitamente concepita come donna crudele, associata a un Dio crudele. Qui, il povero Padre Livio, ha fatto un improvviso vergognoso voltafaccia, interrompendo pavidamente la sua coraggiosa linea pastorale, nella quale, nei suoi precedenti libri, mostrava giustamente Maria in lotta contro il Drago e rinnegando il mio libro sull’inferno.
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Ecco dunque all’improvviso venir fuori una Madonna molliccia e pacioccona, new look, aggiornata al più becero e pericoloso misericordismo e buonismo. Ma per Padre Livio non sarà sufficiente buttare a mare Giovanni Cavalcoli, come già in passato ha fatto con il Prof. Roberto de Mattei [cf. QUI], piuttosto dovrebbe capire che contro certi famelici nemici insaziabili che oggi ci circondano da tutti i lati e che da tempo sono penetrati all’interno della nostra casa, non si deve cedere, si deve combattere, ma non con una Madonna paciona ed imbelle, ma con Colei che ha vinto Satana e tutte le eresie.
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A vicenda grazie a Dio conclusa, ci si impongono alcune riflessioni. Nei giorni seguenti gli attacchi subìti mi sono giunti migliaia di messaggi di comprensione, lode e solidarietà, anche dall’estero, da parte di buoni semplici fedeli. Molti teologi laici hanno preso le mie difese su diversi siti cattolici. Invece nessun vescovo s’è fatto vivo, su 250 che ne abbiamo in Italia. L’unico che mi ha appoggiato è stato S.E. Mons. Giovanni D’Ercole, Vescovo di Ascoli Piceno. Questo fenomeno come si interpreta, come si spiega, che significa?
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Direi tre cose. Prima, un’evidente presenza dello Spirito Santo nel popolo di Dio più che nei pastori. Seconda, una crisi di fede diffusa tra i pastori. Terza, questi buoni laici difensori della fede hanno certamente alle spalle dei buoni preti e dei buoni vescovi, che però restano nell’ombra, non si espongono. E questo non va bene. Siamo in guerra e bisogna combattere. Abbiamo le armi per vincere, occorre uscire allo scoperto e combattere valorosamente. Non è dignitoso fare i cecchini. Il nemico deve abbassare la cresta. Ma perchè ciò possa avvenire, bisogna che mostriamo la nostra forza. Se ci mostriamo timidi e cedevoli, come per esempio un Padre Livio, il nemico ne approfitta.
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Bisogna che i preti e i vescoviche stanno alle spalle dei laici escano allo scoperto con coraggio. Non devono più dire ai laici: «Vai avanti tu, perché sai … io non posso mica compromettermi! Però ti proteggerò nell’ombra». No. Vescovi e preti devono scendere in campo per animare i combattenti. Il pastore dev’essere alla testa del gregge. Anche perchè dobbiamo contarci, sapere quanti siamo e chi siamo, dobbiamo sapere gli uni degli altri. Se stiamo nascosti, gli uni non sanno degli altri; questo diminuisce la forza, e ci impedisce di organizzarci e di avviare un’azione comune.
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Occorre in particolare liberare il Papa dal codazzo di cortigiani che gli sta attorno, che si fingono servitori della Chiesa e che invece la distruggono, che si autonominano collaboratori del Papa e invece lo adulano, lo ingannano e lo circuiscono, e probabilmente anche lo minacciano. Essi gli fanno apparire nemici i suoi veri fedeli, mentre essi si fingono fedeli e gli sono invece nemici.
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In questa situazione confusa, occorre più che mai contare sul Papa nella lotta al modernismo, benchè egli a volte sembri sposarne le apparenze. Occorre invece più che mai distinguere nel Papa la guida alla vittoria, dai suoi difetti umani, dei quali non si deve tener conto, se egli non riesce a correggersene, perchè ciò potrebbe farci perdere di vista la funzione di guida del Papa.
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Quindi, non solo il contenuto di quanto ho detto,ma anche l’opportunità di averlo detto, come ho fatto notare sopra, contrariamente a quanto è apparso a qualcuno, intendeva essere motivo di cristiano conforto, proprio per le povere vittime del terremoto.
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Ciò di cui mi rendo conto, oggi più che mai, è di quanto sia difficile per molti recepire il lessico cristiano, a volte per gli ecclesiastici stessi. Pertanto, parlando di certi temi, non bisogna mai dare per scontato niente, indugiando persino in spiegazioni che potrebbero apparire ovvie, mossi in tal senso dalla consapevolezza che tra gli ascoltatori, non solo possono esservi coloro che non sono disposti ad ascoltare, ma anche dei soggetti che in modo del tutto voluto, oserei dire diabolico, spesso fraintendono volutamente per poi seminare zizzania.
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Quanto mi è successo dimostra come, se da una parte stiamo vivendo una diffusa crisi di fede, tuttavia lo Spirito Santo non manca mai di farsi sentire anche nei momenti più bui perchè sopportiamo la sofferenza, alimentiamo la speranza e siamo forti nel compimento del bene.
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Riprendendo il mio pieno e attivo lavoro su L’Isola di Patmos, colgo l’occasione per ringraziare tutti coloro che hanno pregato per me e chiedo a tutti loro anche una preghiera per il mio amatissimo Ordine dei Frati Predicatori di San Domenico di Guzmán, perché mai io cesserò, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, di essere grato a Dio per avermi voluto a suo servizio come sacerdote e teologo domenicano, e sino alla fine della mia vita, a qualsiasi costo e costi quel che costi, porterò avanti la mia missione con l’ausilio della Beata Vergine Maria del Rosario.
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Varazze, 12 febbraio 2017
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IL GRANDE CUORE CATTOLICO DI ANTONIO SOCCI CHE INVITA ALLA PREGHIERA PER IL SOMMO PONTEFICE
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Autore Ariel S. Levi di Gualdo
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Caro Padre Ariel S. Levi di Gualdo.
Tempo fa lei confutò il libro di Antonio Socci, Non è Francesco”, con un suo lungo articolo. Vorrei sapere che cosa pensa dell’ultimo articolo pubblicato da Socci sul suo blog Lo Straniero [Ndr. cf. QUI].
Mattia Vizzini
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la più bella immagine di Antonio Socci: sua figlia Caterina, una “figlia condivisa” nella paternità cristiana da tutti noi che abbiamo pregato e che preghiamo per lei [vedere QUI]
Ho letto con piacerel’articolo bello e toccante di Antonio Socci [cf. QUI], commentato poco dopo da Roberto de Mattei sull’agenzia cattolica Corrispondenza Romana con l’equilibrio asciutto e asettico dello studioso che analizza un fatto e lo commenta, com’è nello stile di questo insigne storico della Chiesa [cf. QUI].
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Non so se Antonio Socciabbia riflettuto su alcuni tiri che in passato gli ho indirizzato, a partire dal mio saggio breve a confutazione del suo libro Non è Francesco [cf. QUI]. Se però c’è una cosa che ricordo molto bene — e qui vale il principio scripta maneant — è che proprio muovendogli delle critiche ho sempre messo in luce due diversi elementi, uno oggettivo e uno soggettivo. Il dato oggettivo: Antonio Socci è un autentico credente, un devoto cattolico figlio della Chiesa di Cristo. Il dato soggettivo: ad Antonio Socci voglio bene e verso di lui ho sempre nutrito stima, senza mai cessare di considerarlo un giornalista e un commentatore di indubitabile talento.
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Ma veniamo adesso al “fenomeno Socci”,la cui fenomenicità è legata anzitutto al fatto che egli appartiene ad una “razza maledetta da Dio e dagli uomini”, ossia i toscani, gente che io conosco bene per mio stesso ceppo di nascita. Non che voglia gareggiare in “spirito maledetto”, ma di certo sono più “maledetto io” di Antonio Socci, perché mentre lui è un toscano di indubbia purezza, io sono invece un “meticcio”. Toscana da generazioni è la mia famiglia materna, perché la mia famiglia paterna è di ceppo romano. E così, alla “cattiveria toscana”, sufficiente ad andare in Purgatorio sino alla parusia, aggiungo quello spirito romano che all’occorrenza fa di me una via di mezzo tra Boccaccio e Pasquino, sebbene io non vada in giro per l’Urbe Quirite ad affiggere manifesti scritti in romanesco su er papa …
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Per capire Antonio Socci anche come giornalista di talento, bisogna entrare nella toscanità, semmai facendo richiamo ad alcuni personaggi che nel mondo del giornalismo hanno lasciato un segno storico, forse anche in virtù del loro carattere di toscani, ossia di “gente maledetta da Dio e dagli uomini”.
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In Antonio Socci si rispecchia quella che fu la coerenza e il coraggio di Indro Montanelli, ed al tempo stesso il carattere sanguigno e intelligentemente impulsivo di Oriana Fallaci, che proprio quando giocava a fare l’impulsiva, aveva in verità studiato con prudenza e saggezza anche i sospiri alterati che poi fuoriuscivano dalla sua bocca o dalla sua penna. E chi come il sottoscritto ha conosciuto nella propria giovinezza questi due personaggi — non solo per la loro fama ed i loro scritti, ma anche di persona —, non esita a percepire che Antonio Socci è a suo modo una sintesi di questi due geniacci amabili e talentati, ma tutt’altro che facili da trattare.
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Il 29 gennaio inviai un messaggioai responsabili di varie riviste telematiche, blog e siti cattolici, incluso Antonio Socci, ai quali scrissi:
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«La cosa peggiore che in certe circostanze noi possiamo fare, è quella di rimanere nel nostro cosiddetto orticello. Possiamo anche litigare e attaccarci vicendevolmente su certe tematiche ecclesiali e pastorali, ma dinanzi a casi di questo genere, ogni cosa deve passare in terz’ordine perché la difesa della dottrina e della fede passa avanti a tutto, compresi attriti personali, simpatie o antipatie, modi diversi di pensare e via dicendo. Se infatti i soldati in guerra si mettono a litigare tra di loro anziché combattere, inutile dire quel che accadrebbe …»
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Quali erano «i fatti di questo genere»ai quali alludevo in quella email ? Il fatto era uno: gli attacchi intollerabili rivolti da un teologastro palesemente eretico, o in ogni caso non cattolico, tale alla prova dei fatti è Andrea Grillo, che più volte aveva attaccato il Cardinale Carlo Caffarra, considerato un maestro della morale cattolica di fama mondiale anche dagli stessi studiosi che non la pensano come lui, ma che con debita onestà intellettuale ne riconoscono da sempre l’indubbio valore.
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A difesa del Cardinale Carlo Caffarra, ed a confutazione delle stoltezze di Andrea Grillo, su L’Isola di Patmos era stato pubblicato un testo di indubbio spessore teologico [cf. QUI], che in quel messaggio privato mettevo a disposizione dei vari siti e blog cattolici, affinché quella difesa potessero farla propria, mostrando in tal modo, ai nostri sempre più potenti avversari, che all’occorrenza i veri cattolici fedeli alla dottrina e al Magistero della Chiesa sono uniti tra di loro.
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Figurarsi, questi cattoliconi neppure mi risposero. E ciò per il semplice fatto che ― come già scrivevo e lamentavo due anni fa ―, questi sedicenti cattolici, in verità sono solo dei rissosi, autoreferenziali e spesso anche tremendi narcisisti che tendono a parlarsi addosso, rinchiusi nel proprio ghetto o comunque delimitati nel loro psicotico orticello. Come teologo e come pastore in cura d’anime ho tentato più volte di dir loro, in varie occasioni e senza alcun esito, che di fronte a certi grandi temi della fede bisogna mostrare unità, anziché far ridere a giusta ragione i nostri nemici palesandoci come un gruppo di membra sparse per la foresta, all’interno della quale ci lanciamo semmai anche le frecce gli uni contro gli altri.
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A nulla è però servito l’invito rivolto a questi soggetti sparsi che adesso sbraitano adesso si piangono addosso, ma che soprattutto tanto si piacciono quanto si parlano addosso. Inutile il mio invito a formare tramite le varie riviste, siti e blog una “Lega Santa”, memori della sapiente esortazione paolina: «Ma se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!» [Gal 5, 15].
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A questi meschiniche spaziano tra il ghetto e l’orticello autoreferenziale circondato di filo spinato, oggi presi a stracciarsi le vesti persino su quelli che fino a ieri erano i lefebvriani loro beniamini, ai quali hanno cominciato a lanciare accuse d’alto tradimento per le loro trattative in corso con la Santa Sede, mi verrebbe da chiedere: pensate che oggi riusciremmo a vincere una nuova Battaglia di Lepanto al grido di «Ave Maria!»? Perchè con una sbandata armata Brancaleone di litigiosi come voi, i musulmani ci sconfiggerebbero sommergendoci con una risata, mentre i vostri vari gruppuscoli sarebbero presi a litigare tra di loro sul fatto che l’Ave Maria deve essere recitata in latino, a recto tono, con quaranta candelieri accesi e con le stoffe dei paramenti liturgici la cui fabbricazione deve essere antecedente al 20 settembre 1870, data della presa di Roma che segnò la caduta dello Stato Pontificio. Perchè questo è il grottesco teatrino al quale purtroppo siamo ridotti: litigare sulla irrigazione delle margherite del giardino che rischiano di appassire per il calore sviluppato dalle fiamme che stanno bruciando tutta quanta la casa.
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Ahimè sono miseramente rimbalzato su un muro di gomma,senza riuscire a far capire neppure l’ovvio: il male che oggi ammorba la Chiesa, per imperare deve anzitutto dividere, ed in questa opera di divisione, noi rendiamo agli accoliti del Maligno splendido servizio dando ad essi risultato di successo garantito e con il loro minimo sforzo.
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Solo Antonio Socci pare aver riflettuto su certe mie parole.E sia chiaro: è una mia pura supposizione basata sul fatto che il suo ultimo scritto testè riportato sposa tutte le istanze che inutilmente cerco di portare avanti da due anni, nel tentativo disperato e a tratti purtroppo inutile di togliere dalle mani l’innaffiatoio della bambola Barbie a coloro che stanno perdendo del tempo prezioso per innaffiare le margherite, spiegando in modo altrettanto inutile che bisogna spegnere quanto prima l’incendio che sta bruciando tutta quanta la casa.
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Adesso cercherò di delineare la differenza che corre tra due autentici credenti e uomini di fede come Antonio Socci e Roberto de Mattei, rispetto alla pletora di autoreferenziali che sui ghetti chiusi e sulle divisioni trovano la propria ragione di essere ed esistere. Ma prima di delineare certe differenze è necessario un chiarimento: perché, ad Antonio Socci e a Roberto de Mattei, in alcune circostanze ho riservato un trattamento duro, mentre ad altri soggetti li ho trattati sommergendoli con sarcastiche prese di giro [cf. QUI]? Per un fatto semplice: Antonio Socci e Roberto de Mattei sono due persone che vivono e che soffrono intimamente la Chiesa Cattolica, con la quale hanno un autentico rapporto figlio-madre. Gli altri, invece, sono perlopiù ex politicanti senza successo, variamente falliti o trombati, capaci ad esprimersi solo con la litigiosità dei consiglieri comunali dei paesi di provincia, che non essendo riusciti a sfondare neppure come consiglieri di circoscrizione, hanno trovato nella Chiesa Cattolica un luogo di sfogo per le loro psicopatologie. Detto questo faccio notare che dalle colonne de L’Isola di Patmos, l’insigne studioso veramente cattolico Roberto de Mattei è stato da me appoggiato e difeso più volte in tutti i grandi temi della fede e della dottrina [tra i vari scritti vedere QUI].
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Perché ho preso assieme due persone così diverse come Antonio Socci e Roberto de Mattei? Esattamente per questo: perché sono molto diversi ma alla fine simili attraverso l’unità nel mistero della fede.
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Roberto de Mattei,romano di nascita ma discendente da una famiglia dell’antica aristocrazia siciliana, possiede la naturale aplomb del perfetto nobiluomo, è persona sempre molto misurata, soprattutto quando si arrabbia, tanto che non è facile neppure capire quand’è arrabbiato. Antonio Socci, toscano da generazioni, nasce in una famiglia operaia della provincia di Siena, figlio di un minatore di profondi sentimenti cristiani, militante nella prima Democrazia Cristiana che fu. Uomo sul quale ― il suo babbo minatore ―, Antonio Socci ha scritto più volte parole toccanti legate soprattutto ai sentimenti e alla saggezza del suo amato genitore. Antonio Socci è un figlio sanguigno delle genti dell’antica Etruria e quando si arrabbia, la sua rabbia la manifesta in tutti i modi, ivi incluso il ricorso alla teatralità dei toscani, che riescono non di rado a essere eclatanti nelle loro espressioni iperboliche. Penso da sempre che certi toscani siano riusciti a far ridere persino Dio e la Beata Vergine Maria con le loro bestemmie, perché a volte sono talmente colorite, elaborate e fantasiose ― ma soprattutto dette senza la benché minima intenzione di offendere Dio e la Madonna ―, che mi riesce difficile immaginare qualcuno di questi popolani buzzurri all’inferno nel girone dantesco dei bestemmiatori, posto che per bestemmiare veramente occorre la cosciente, ferma e diabolica volontà di offendere Dio e la Beata Vergine Maria.
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Per Antonio Socci, il Romano Pontefice, altro non era quindi che il suo amato babbo fatta somma perfezione cristologica e apostolica. Antonio Socci ha venerato il proprio genitore come degno pater familias, come uomo culturalmente semplice, ma dotato di quella innata sapienza derivante dalla cultura di quel sensus fidei che condusse Santa Caterina da Siena, illetterata e analfabeta, nell’empireo dei dottori della Chiesa. Perché questo per ogni buon cristiano è il Romano Pontefice: il supremo padre della Familia Christi.
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Non intendo certo psicanalizzare il caro Antonio Socci, tanto più in un pubblico scritto, tutt’altro: intendo giustificare lui e molti altri devoti figli fedeli della Chiesa che sempre più spesso giungono ai nostri confessionali con dei quesiti non facili da risolvere, legati alle non poche e infelici espressioni del Regnante Pontefice, il quale più viene esaltato da tutti i peggiori nemici della Chiesa, più genera lo smarrimento nelle membra vive dei fedeli che compongono il Corpo di Cristo che è la Chiesa [rimando al mio precedente articolo, QUI].
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Antonio Socci, come molti di noi, incluso chi scrive, è stato benedetto da Dio con la grazia di un padre premuroso, saggio, dotato di paterna autorità e autorevolezza, capace come tale a essere credibile e preziosa guida per i figli.
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Tutte queste caratteristiche, possiamo riconoscerle nell’uomo Jorge Mario Bergoglio? Esso rispecchia, quelle che sono le caratteristiche del padre premuroso, saggio, dotato di paterna autorità e autorevolezza, capace come tale a essere credibile e preziosa guida per i figli? Ometto di rispondere, limitandomi a ribadire quanto risposi nei miei dettagliati commenti storico-teologici ad Antonio Socci a proposito del sul libro Non è Francesco [cf. QUI]. E detta in estrema sintesi la risposta fu questa: un cattivo padre, non cessa per questo di essere il legittimo padre.
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Il problema del “cattivo padre”, lo viviamo giorno dietro giorno, soprattutto a causa dei pericolosi cortigiani e dei perniciosi ruffiani di cui costui s’è circondato, agendo con tutta la pericolosità tipica delle persone poco intelligenti e altrettanto poco preparate sul piano filosofico, storico, teologico e giuridico, ma che pur malgrado ritengono di essere scaltre, o di riuscire a gestire e controllare tutto, senza neppure rendersi invece conto di essere gestiti e controllati, spesso anche da quanto di peggio possa esistere.
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In Antonio Socci, come in molti altri fedeli e devoti figli della Chiesa, doveva prima esplodere il disagio, anche attraverso quella rabbia che fece scrivere alla sanguigna Oriana Fallaci il libro intitolato La rabbia e l’orgoglio, che non fu affatto una espressione di rabbia, malgrado il titolo, ma la rappresentazione e la narrazione di una rabbia elaborata. Altrettanto Antonio Socci, scrivendo il suo Non è Francesco, ha prima tirato fuori e poi elaborata la propria rabbia, peraltro del tutto comprensibile e sotto molti aspetti anche condivisibile sia sul piano umano che su quello cristiano.
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Non credo che Antonio Socci oggi scriverebbe di nuovo quel libro, che però è stato prezioso per lui e anche per noi; e ritengo altresì che in un futuro, vicino o lontano, non abbia proprio alcun bisogno di dover ricorrere a smentire se stesso, perché quel libro è stato un momento di preziosa elaborazione della sua vita di autentico cattolico, che come tale non richiede e non necessita proprio di alcuna postuma smentita.
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Nel vero figlio fedele di Santa Madre Chiesa aperto all’ascolto, come dicevo poc’anzi prevale per dono e mistero di grazia il sensus fidei, che invece purtroppo non prevale nei rabbiosi fini a se stessi, nei litigiosi e nei narcisisti patologici richiamati in precedenza, ai quali se è tolta la lite e la divisione, è tolto proprio il loro senso di essere e di esistere. E costoro sono coloro che, come dicevo poco addietro, nella Lepanto di oggi si farebbero sconfiggere sommersi da una grassa risata da parte dei musulmani, mentre anzichè combattere sono presi a litigare tra di loro sui più formali e inutili cavilli delle rubriche liturgiche, dicendosi gli uni con gli altri: «la mia è la Messa di sempre », con gli altri che replicano … «Si, però la mia è la Messa di sempre, ma quella di sempre che come tale è molto sempre di più !».
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Antonio Socci ha capito, come molti di noi,che in questo momento storico abbiamo a che fare con un pater familias che sta esponendo la Santa Sposa di Cristo al meretricio sotto i lampioni dei marciapiedi; che bastona le pecore del proprio ovile e che dopo averle gonfiate di bòtte corre gioioso a dire a tutte le pecore smarrite che hanno fatto bene a smarrirsi e che soprattutto devono rimanere smarrite. O forse non è stato sotto questo Augusto Pontificato, che l’eresiarca Lutero, per le peggiori grinfie teutoniche calate da subito sul Successore di Pietro, è finito col divenire persino un «riformatore» e un animo tenero «animato da buone intenzioni» ?
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Antonio Socci, sin da bambino,ha imparato a essere un buon figlio degno di un buon padre; e come lui, questo, lo hanno imparato e vissuto anche molti di noi.
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Il figlio, specie un figlio adulto e maturo, deve però avere anche la capacità ad accettare la realtà di un cattivo padre, senza mai scegliere la strada più facile, quella assolutamente non praticabile che porta a dire: non è mio padre … non è il vero padre!
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L’esistenza del cattivo padreè una drammatica realtà, come lo è quella dei cattivi figli. Ma una cosa che in ogni caso non può essere negata, è la paternità.
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Come pastore in cura d’anime posso dire in coscienza una cosa: ho conosciuto, dentro e fuori dai confessionali, persone in cammino anche verso gli ottant’anni che sono stati figli di pessimi padri, dei quali ricordavano a una a una tutte le cattive azioni: la mancanza di cura per la famiglia, le percosse date alla madre, il maltrattamento dei figli. Eppure, diversi di questi figli, pur dinanzi al ricordo doloroso e disastroso di certi padri tutt’altro che modello, trovandosi ormai in cammino verso la fine della loro vita, sono riusciti a dire a me, loro confessore, alcune parole fondamentali per l’acquisto della pace interiore con sè stessi: «A suo modo, mio padre, mi ha lasciato comunque anche qualche cosa di buono. Una cosa è certa: è il padre che la vita mi ha dato, mai potrei negare di essere suo figlio, anche se avrei desiderato avere molto di meglio, rispetto a un padre tutto sommato disastroso com’è stato lui».
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Assieme ad Antonio Socci non cesseremo mai di pregare per il Regnante Pontefice,che con autentica devozione filiale ricordiamo ogni giorno nel canone della Santa Messa, con l’aggiunta di una particolare intenzione di preghiera: affinché la grazia di Dio protegga sempre Pietro e il ministero petrino sul quale si fonda il mistero della Chiesa, dalle imprudenze e dalle limitatezze dall’uomo Jorge Mario Bergoglio. Siamo infatti consapevoli che l’uomo Jorge Mario Bergoglio passerà, ma il ministero di Pietro sul quale si fonda il mistero della Chiesa, rimarrà sino al ritorno di Cristo alla fine dei tempi. E, molto misericordiosamente, quando Cristo Signore «tornerà nella gloria per giudicare i vivi e i morti», non dirà affatto: “Avanti tutti, che tutti siete salvi!”. Cristo Sommo Giudice separerà il grano dalla gramigna; e la gramigna sarà legata in fasci e bruciata all’Inferno, mentre il buon grano sarà riposto nel Paradiso per tutta l’eternità [cf. Mt 13, 24-30]. Questa è infatti la misericordia di Dio, non certo secondo le opinabili opinioni teologiche, ma secondo il deposito della fede Cattolica.
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Dall’Isola di Patmos, 12 febbraio 2017
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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2016/06/lettere-dei-lettori.jpg?fit=303%2C244&ssl=1244303Redazionehttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngRedazione2017-02-12 17:52:202021-04-26 16:58:01La Madonna “molliccia” e “pacioccona” del piccolo Padre Livio Fanzaga e il grande cuore cattolico di Antonio Socci che invita alla preghiera per il Sommo Pontefice
IL GRILLO E LA FORMICUZZA CONTRO UN GIGANTE DELLA MORALE CATTOLICA: IL CARDINALE CARLO CAFFARRA
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Il Cardinale Carlo Caffarra rimane quindi emblema e baluardo della sana difesa della fede che si oppone alla distruzione della fede posta in atto da Andrea Grillo e dai suoi numerosi sodali eretici e modernisti, oggi purtroppo al potere dentro la Chiesa visibile, all’interno della quale, per dono e mistero di fede, noi crediamo comunque che portae inferi non preaevalebunt
E c’era un grillo in un campo di lino, la formicuzza, gli chiese un pochettino … [cliccate sopra l’immagine per ascoltare la celebre filastrocca popolare italiana]
Andrea Grillo, nella sua difesa dannosa e maldestra del Sommo Pontefice Francesco I, ha pubblicato su Rivista Europea di Cultura un articolo dal titolo: «Ma questo papa sarà mica un kantiano? Carlo Caffarra contro la coscienza modernista». Questo articolo sarebbe una critica alle idee espresse dal Cardinale Carlo Caffarra in una sua recente intervista rilasciata al giornale Il Foglio circa le ragioni dei Dubia già espressi in precedenza da quattro Cardinali.
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A chi come Andrea Grillo manca di quel senso delle proporzioni dal quale nasce per logica conseguenza la mancanza di senso del ridicolo, è bene ricordare che il Cardinale Carlo Caffarra, nelle sfere teologico-morali di sua pertinenza, è considerato da sempre un grande maestro persino da coloro che non la pensano come lui poiché animati da una opposta visione delle cose, ma non per questo privi di senso delle proporzioni e di onestà intellettuale.
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L’eresia in cattedra ed il silenzio omissivo delle autorità della Santa Sede preposte a vigilare sulle università ecclesiastiche, a partire dalla Congregazione per la dottrina della fede per seguire con la Congregazione per l’educazione cattolica
I democratici, liberali, collegiali ed ecumenici personaggi come Andrea Grillo, lungi dal riconoscer le qualità dell’avversario, procedono con lo spirito denigratorio che nella storia ha connotato l’agire di due forze contrapposte ma parallele: il vecchio Regime Sovietico e la Massoneria, ai quali dobbiamo il “merito” d’aver formato molti nostri personaggi che oggi spadroneggiano nella Chiesa con immane danno per la Chiesa anzitutto, quindi per tutti noi suoi fedeli servitori, sempre più bastonati a causa della nostra fedeltà paolina alla sana dottrina: «Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole». Per questo abbiamo fatto nostro questo monito e soprattutto l’esortazione che segue rivolta al discepolo Timoteo dall’Apostolo Paolo: «Tu però vigila attentamente, sappi sopportare le sofferenze, compi la tua opera di annunziatore del vangelo, adempi il tuo ministero» [cf. II Tm 4, 1-5]. E oggi, la «sana dottrina», è variamente chiamata: chiusura al mondo e all’uomo, legalismo, rigidezza e via dicendo [segue l’intero testo …]
Nella nostra pagina Siti Amici che potete trovare sulla home-page dell’Isola di Patmos, c’è il collegamento al sito ufficiale del Cardinale Carlo Caffarra, nel quale è leggibile la sua raccolta di omelie. Molte di queste omelie, degne dei sermoni dei grandi Padri della Chiesa, costituiscono prezioso materiale per la edificazione spirituale del Popolo di Dio, in modo particolare di questi nostri tempi.
Potete aprire la pagina anche da qui cliccando sull’immagine sotto
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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2014/10/Patmos1.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Padre Arielhttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngPadre Ariel2017-01-29 18:43:382017-01-29 23:36:15il Grillo e la Formicuzza contro un gigante della morale cattolica: il Cardinale Carlo Caffarra
– I servizi dell’Isola di Patmos sulla Chiesa povera per i poveri –
SI ALLOGGIANO I BARBONI NELLE CHIESE E POI SI GUADAGNA CON GLI ALBERGHI A CINQUE STELLE DI PROPRIETÀ DEL PATRIMONIO ECCLESIASTICO. LETTERA AL MINISTRO DEI BENI CULTURALI
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Dal momento che a Roma, la Chiesa Cattolica, beneficia di numerose strutture operanti da anni come alberghi, non si capisce perché, per alloggiare i barboni, si debbano mettere a rischio delle strutture storico-artistiche come le nostre chiese monumentali.
Chiesa di San Callisto in Trastevere. Vedere servizio fotografico completoQUI
Nel linguaggio amministrativo dello Stato le Chiese sono indicate come edifici sacri o luoghi di culto, proprio perché erette a questo scopo e come tali riconosciute e tutelate.
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Non ci risulta invece che lo Stato riconosca né per legge né per convenzione internazionale con la Santa Sede, questi stabili come “centri di accoglienza”, come “dormitori”, come spazi per “servizi mensa” e via dicendo [vedere il servizio fotografico, QUI].
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Nella speranza che qualcuno ponga presto fine a questo scempio artistico, noi, piccola ma molto seguita voce cattolica dell’Isola di Patmos, come cittadini della Repubblica Italiana che professano la fede cattolica rivolgiamo un appello a Lei, Signor Ministro, affinché il Suo Ministero si affretti a porre freno e possibilmente fine a questo scempio.
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Chiesa dormitorio in Trastevere
Gran parte delle nostre chiese sono opere d’arte di straordinaria bellezza, destinazione d’uso delle quali non può essere né il servizio dormitorio per barboni né il servizio mensa per i bisognosi, che nell’uno e nell’altro caso possono recare gravi o persino irreparabili danni a questi beni culturali, che a prescindere dal credo o dal non credo, dalla fede o dalla non fede dei cittadini della Repubblica Italiana, sono e rimangono beni appartenenti al patrimonio artistico non solo d’Italia, ma dell’intera umanità. La Santa Sede può disporre come meglio desidera, ed in modo sovrano, degli stabili all’interno del territorio nazionale dello Stato della Città del Vaticano e delle zone che godono del regime di extraterritorialità secondo le convenzioni sancite dal Diritto Internazionale, ma non può disporre a proprio piacimento di tutti gli altri numerosi stabili di culto di alto interesse storico e artistico che si trovano invece sul territorio della Repubblica Italiana e che fanno parte del nostro patrimonio artistico nazionale, comprese le numerose chiese che in questi tempi di sfrenato e scellerato pauperismo sono usate in giro per il nostro Paese come dormitori e mense.
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Chiesa dormitorio in Trastevere
La Santa Sede potrebbe anche decidere – come ha fatto con la chiesa di San Callisto che gode col suo adiacente palazzo del regime della extraterritorialità – di allestire all’interno della Cappella Sistina un dormitorio per barboni o una mensa per poveri, perché quello stabile è nella sovranità del suo territorio; ma non può adibire a tale uso una chiesa monumentale del XV secolo che si trova sul territorio della Repubblica Italiana.
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Le facciamo presente, Signor Ministro, che solo a Roma esistono centinaia di strutture di proprietà della Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica, di proprietà del Vicariato di Roma, di proprietà della Congregazione dePropaganda Fide, di proprietà di alcune centinaia di congregazioni religiose maschili e femminili, già adibite da molti anni ad alberghi, sebbene chiamati in modo più blando “case di accoglienza” o “case per ferie”, beneficiando in tal modo delle relative agevolazioni, pur offrendo, alcune di esse, servizi alberghieri anche di qualità superiore [vedere elenco di queste strutture recettive religiose, QUI].
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“casa di accoglienza” Palazzo Cardinale Cesi in Via della Conciliazione di fronte a San Pietro [vedere servizio fotografico sugli interniQUI]
Dato che a Roma la Chiesa beneficia di tutte queste strutture operanti come “case di accoglienza” o “case per ferie”, non si capisce perché, per alloggiare i barboni, si debbano porre a serio rischio le nostre chiese monumentali.
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Considerando che il Romano Pontefice è molto sensibile ai barboni, sarebbe il caso di ricordare che a pochi passi dal Colonnato del Bernini, sotto al quale Sua Santità ha avuto la bontà di allestire bagni e docce per clochards, si trova una confortevole “casa di accoglienza” a cinque stelle ubicata nel Palazzo Cardinale Cesi di Via della Conciliazione, di proprietà della Curia Generalizia della Società del Divin Salvatore. Perché, i barboni, non sono stati alloggiati in questa “casa di accoglienza” di proprietà dei Padri Salvatoriani, anziché in una chiesa mutata in dormitorio? [vedere sito della confortevole “casa di accoglienza”, QUI]. A pochi metri dal colonnato del Bernini c’è anche la confortevole “casa di accoglienza Paolo VI”, che beneficiando anch’essa, come la Chiesa di San Callisto, del regime della extraterritorialità, non deve neppure disturbarsi a pagare le tasse di soggiorno alberghiere [vedere QUI, QUI].
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“casa di accoglienza” Palazzo Cardinale Cesi, camere
Perché, i barboni, non sono stati alloggiati in qualcuna delle numerose “case di accoglienza” di proprietà delle diverse congregazioni e ordini religiosi disseminati per tutta Roma? [vedere elenco di queste “case di accoglienza” religiose, QUI].
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Nel corso della storia, in occasione di eventi straordinari quali guerre, epidemie e terremoti, non si è reso neppure necessario requisire gli stabili di culto, perché è stata la Chiesa stessa a offrirli e ad allestire al loro interno infermerie, dormitori per senza tetto e mense; ed i primi a prestare servizio caritativo al loro interno, sono sempre stati sacerdoti, religiosi e religiose.
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“casa di accoglienza” Palazzo Cardinale Cesi, drink di benvenuto agli ospiti in camera
Dato che al presente non vi sono però emergenze di questo genere, ma soprattutto, considerando che la Chiesa e le sue strutture religiose dispongono di stabili in gran quantità, molti dei quali già adibiti a “case di accoglienza”, non sarebbe il caso di ospitare i poveri barboni infreddoliti all’interno di queste strutture di “accoglienza”, anziché all’interno delle chiese storiche ?
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“casa di accoglienza” Palazzo Cardinale Cesi, sala ristorante
Oltre le mura dello Stato della Città del Vaticano,qualcunopensa davvero di poter fare uso e scempio di quel nostro patrimonio d’arte di cui Lei, Signor Ministro, è responsabile, essendo stato preposto dal Governo della Repubblica Italiana alla tutela dei nostri beni storici, artistici e monumentali? Nessun barbone e nessun Rom, infatti, urina sulle pietre e sui marmi degli stabili che si trovano all’interno della Città del Vaticano, a partire da quelli della Domus Sanctae Marthae, giacché le loro urine, assieme alle loro feci lasciate per le strade adiacenti la Papale Basilica di San Pietro, le spargono tutte e di rigore solo sul territorio italiano [vedere nostro precedente articolo, QUI].
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Per questo motivo, un numero tutt’altro che basso di cittadini della Repubblica Italiana che professano la fede cattolica e che sono ormai sempre più indignati per questo sprezzo verso i nostri beni storici, artistici e monumentali, La prega di intervenire quanto prima e di esercitare le prerogative a Lei concesse dalle Leggi del nostro Paese, evitando il protrarsi di questo immane scempio.
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“casa di accoglienza” Palazzo Cardinale Cesi, salotto prime colazioni
Le saremo pertanto grati se volesse prendere perlomeno in considerazione questa nostra legittima istanza, affinché il potere civile e politico di questo nostro Paese laico e democratico, possa intervenire per porre freno ai danni arrecati da non pochi ecclesiastici agli stabili di culto di alto interesse storico e artistico, perché a nessuno può essere concesso di deturpare il nostro enorme patrimonio di arte e di cultura; neppure a coloro che riescono a vedere una autentica manifestazione della fede cristiana solo nelle Villas de las miserias. Noi, la fede cristiana espressa dall’arte dell’ingegno umano, siamo più propensi a vederla nella Pietà di Michelangelo, molto meno invece nella pisciata fatta da un “fratello barbone” sopra un marmo pregiato del XV secolo.
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ALLOGGIATE IL VOSTRO “FRATELLO BARBONE” NELLA “CASA DI ACCOGLIENZA” PALAZZO CARDINALE CESI DEI PADRI SALVATORIANI, OPPURE NELLA “CASA DI ACCOGLIENZA” PAOLO VI DI PROPRIETÀ DELLA SANTA SEDE
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SI TROVANO ENTRAMBE DI FRONTE A SAN PIETRO, A POCHI METRI DAI BAGNI FATTI ALLESTIRE DAL SOMMO PONTEFICE SOTTO IL MONUMENTALE COLONNATO DEL BERNINI. PER PRENOTARE ALLOGGIO A FAVORE DEI BARBONI, COLLEGATEVI AI SITI DI QUESTE “CASE DI ACCOGLIENZA” QUIEQUI,SEMMAI FATECI POI SAPERE CHE COSA VI HANNO RISPOSTO …
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QUESTO È CIÒ CHE SI DICE, MA COME STANNO VERAMENTE LE COSE ? NOI NON LO SAPPIAMO, PERCHÈ NON SIAMO ESPERTI IN DIRITTO TRIBUTARIO. CI AUGURIAMO SOLAMENTE CHE CHI COMMERCIA DIA SEMPRE «A CESARE QUEL CHE È DI CESARE» [cf. Mc 12, 13-17], E SEMMAI ANCHE UN LUOGO CALDO AI “FRATELLI BARBONI” IN QUALCHE BELLA “CASA DI ACCOGLIENZA”, EVITANDO IN TAL MODO CHE SIANO MUTATE IN DORMITORI LE CHIESE MONUMENTALI
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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2014/10/Aquila-reale.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Redazionehttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngRedazione2017-01-16 01:37:072021-04-20 19:56:11Si alloggiano i barboni nelle chiese e poi si guadagna con gli alberghi a cinque stelle di proprietà del patrimonio ecclesiastico. Lettera al Ministro dei beni culturali
MANCANO SOLO LE MIGNOTTE AI LAMPIONI DI VIA DELLA CONCILIAZIONE
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Non cogliere nel bello e nell’arte una espressione della autentica fede in Cristo, ma riuscire a vedere solo l’espressione della fede nelle villas de las miserias, vuol dire, nella migliore delle ipotesi, avere una fede immatura e infantile, a prescindere dall’età dell’immaturo, che potrebbe essere un ragazzo di vent’anni come un anziano di ottant’anni.
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Autore Ipazia gatta romana
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Per entrare nel negozio-librario cliccare sulla copertina
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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2023/01/ipazia-tondo-piccolo.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Ipaziahttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngIpazia2017-01-13 16:50:262023-02-28 10:59:13Mancano solo le mignotte ai lampioni di Via della Conciliazione
I SANTI MESSI ALLA PROVA ANCHE DA MORTI: UN RICORDO DI PADRE TOMAS TYN
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Nella Chiesa di oggi, paragonata dal Sommo Pontefice ad un ospedale da campo della terza guerra mondiale, stracolmo di sofferenti e feriti di ogni genere, già con carenza di personale medico, sottrarre alla cura dei malati un medico valido e zelante come Padre Tomas Tyn, sotto pretesto che certi feriti non lo accetterebbero o che addirittura non esistono, o sono stati inventati dallo stesso Tomas, appare un’idea di grave insipienza, tale da destare il forte sospetto che non venga da uomini veramente preoccupati del bene della Chiesa e delle anime, ma di restare a galla nel mare del mondo. Il celebre filosofo Ludwig Wittgenstein, accortosi dell’arduità della speculazione filosofica, ebbe l’umiltà di fare l’ortolano in un monastero femminile. Forse questo sarebbe il mestiere migliore per alcuni.
L’Isola di Patmos ricorda il Servo di Dio Tomas Tyn, frate e sacerdote dell’Ordine Domenicano, modello di vita sacerdotale e teologo equiparabile ad un Aquinate del XX secolo, tornato alla Casa del Padre il 1° gennaio 1990, ad appena 39 anni d’età.
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il teologo domenicano Tomas Tyn, morto ad appena 39 anni, uomo di grande pietà cristiana e scienza teologica, fu un potenziale Tommaso d’Aquino del XX secolo
I Santi sono messi alla prova non solo da vivi,ma anche da morti. Da vivi sono messi alla prova da Dio e sono trovati giusti; da morti sono messi alla prova dagli uomini, che non avendo capito o non volendo capire il giudizio di Dio, non sanno o non vogliono riconoscere e apprezzare la loro santità. In questi casi, può capitare che la Congregazione per le cause dei santi stessa voglia fare una verifica, aprendo un processo di Beatificazione. È quello che è avvenuto per il Servo di Dio Padre Tomas Tyn, del quale i Padri dell’Isola di Patmos hanno avuto modo di occuparsi.
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In questo articolo desidero segnalare e anche raccomandare il bel libro dedicato dal giurista reatino e studioso di scienze teologiche Gianni T. Battisti: «La pipa di Padre Tomas. Scritti teologici» [1].
Il libro raccoglie un’introduzione di Roberto Rivera, dirigente del Cenacolo e dell’Associazione Internazionale Tomas Tyn, una presentazione del Battisti e del teologo domenicano Giovanni Cavalcoli, quindi un’antologia di testi teologici del Servo di Dio. In particolare, Battisti, col calore, la cultura e l’eloquenza che caratterizzano l’espressione letteraria della sua profonda, persuasiva e illuminata fede cattolica, illustra le qualità salienti del pensiero teologico di Padre Tomas Tyn, mettendo particolarmente in luce la purezza e genuinità della sua dottrina, frutto non solo di studio, ma anche di intensa vita di carità, una dottrina esemplarmente fedele al Magistero della Chiesa e a San Tommaso d’Aquino, generosa nel distribuire, da buon Domenicano, l’ “acqua della sapienza”, prudente e provvidente nel guarire i mali dello spirito del nostro tempo, lucidamente diagnosticati e curati con la medicina del discernimento critico e della misericordia intellettuale, partendo da una posizione di grande equilibrio pacificatore ed imparzialità dottrinali e morali, tali da favorire l’avvicinamento e la conciliazione tra i due partiti opposti dei lefebvriani e dei modernisti, nella linea del principio di “progresso nella continuità”, enunciato e spiegato dal Sommo Pontefice Benedetto XVI.
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Merita anche segnalare il prezioso opuscolo «Quel caffè in riva al mare. Saggi di filosofia e teologia»[2], con prefazione del Cardinale Raymond Leo Burke, il quale, nell’elogiare la fedeltà agli insegnamenti del Servo di Dio alla sublime e immortale dottrina di San Tommaso, coglie l’occasione per ricordare l’importanza del Doctor Angelicus, da sempre raccomandato dai Sommi Pontefici, anche per comprendere criticamente la situazione del pensiero moderno, assumendo gli aspetti positivi e confutandone gli errori.
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I Santi del Paradiso, ormai per sempre nella gloria celeste e liberi da «questa aiuola che ci fa tanto feroci», per dirla con Dante, gioiscono per aver superato la prova davanti a Dio ed ai buoni, che hanno saputo apprezzarli; quanto al fatto di non ricevere onore e gloria dagli uomini di questo mondo, fossero pure uomini di Chiesa, se ne infischiano, ma siccome anche da lassù continuano la loro opera benefica a salvezza delle anime, hanno compassione per questi poveri ciechi, soprattutto se sono in buona fede, per aver frainteso la loro testimonianza o perché timorosi di prender le difese di un Santo, o perché male informati da invidiosi o male lingue.
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Tomas Tyn, in alto a destra, nel Convento di Bologna
E per questo continuano anche dal cielo a dar segni su questa terra della loro intercessione, animando e incoraggiando i loro devoti, nonostante le opposizioni degli empi, a proseguire la promozione della loro conoscenza e della loro venerazione ed aumentando il numero di coloro che ne apprezzano e ne imitano le qualità.
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In ogni caso, i Santilasciano sempre in questo mondo, anche se magari presso pochi o pochissimi, il ricordo della loro santità; soprattutto presso quei buoni cattolici, che studiano la loro dottrina, in primis se teologi, ne imitano l’esempio e domandano ad essi intercessione.
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La fama della loro santità, però, se l’ambiente è sano e recettivo, si sparge a volte rapidamente ed ampiamente; altre volte lentamente e faticosamente, perché viene ostacolata e falsificata da forze ottuse od ostili, le quali o divulgano delle calunnie o fanno di tutto perché non si parli del Santo o perseguitano i suoi devoti. E questo, sotto certi aspetti, per usare due diversi paradigmi, è il caso del Venerabile Pontefice Pio XII, come per altri versi lo è quello del Padre Leon Dehon, di cui fu bloccata a processo definitivamente chiuso la cerimonia di beatificazione, in seguito a delle proteste del tutto infondate fatte dalla Comunità Ebraica che rivolse a questo santo uomo di Dio delle accuse peregrine e ingiustificate di antisemitismo.
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Tomas Tyn, durante la consacrazione sacerdotale ricevuta dal Beato Paolo VI
Queste forze sono più efficaci e dannose se hanno influsso nella Chiesa, se hanno potere politico o se riescono a diffondere idee e costumi errati, che finiscono col nuocere all’autorevolezza ed alla fama del Santo.
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Dio permette queste opposizioni non certo per spegnere la memoria del Santo, ma al contrario per mettere alla prova, irrobustire e diffondere la devozione nei suoi riguardi, addestrando i suoi devoti a rispondere agli attacchi ed alle obiezioni.
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Dopo duemila anni di civiltà cristiana,siamo abituati da una certa agiografia più interessata a lodare il Santo che alla verità storica, a concepire la via che conduce alla loro canonizzazione come una specie di cammino trionfale in mezzo ad una folla acclamante di entusiasti fedeli, mettendo in ombra, minimizzando o tacendo del tutto l’azione di quelle forze, spesso dall’interno stesso della Chiesa, che si sono opposte alla canonizzazione del Santo, quasi nel timore che ciò possa gettare una qualche ombra sulla sua venerabilità.
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Del resto la Chiesa, nella sua millenaria saggezza ed esperienza delle cose umane, ha ormai elaborato da secoli un’apposita procedura giuridica per regolare lo svolgimento del dibattito circa la verifica dell’effettiva santità del candidato. È questo il processo di beatificazione e canonizzazione. Ovvero si tratta di verificare, mediante un vaglio di testimonianze, se la fama sanctitatis del candidato ha o non ha un effettivo fondamento fattuale e giuridico.
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Tomas Tyn, poco prima della sua morte
Non è escluso che gli avversari della beatificazione possano produrre, in sede processuale, testimonianze o prove contro la santità del candidato, tali da indurre il giudice ad annullare la Causa. Ma è evidente che un’eventuale azione di forza, tesa a fermare il processo dall’esterno, sarebbe giuridicamente nulla e moralmente molto riprovevole, anche se ciò, purtroppo, è avvenuto nel caso di Padre Tomas Tyn, figura particolarmente cara ai Padri dell’Isola di Patmos ed a tutta la nostra redazione.
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Un fatto del genere è stato reso possibile dall’attuale clima di confusione nel campo della fede, per il quale molti non sanno distinguere ciò che è cattolico da ciò che è eretico o ciò interessa loro relativamente, perché è diffusa l’opinione che, a seguito dell’ecumenismo, l’essere cattolico od eretico, le idee di San Tommaso o quelle di Lutero, non si oppongono come vero e falso, ma semplicemente come opinioni diverse.
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Così molti, non solo teologi, ma anche tra i pastori, sono cattolici di nome, ma non di fatto. Di fatto sono eretici; ma nessuno è capace di toglier loro dalla mente di essere più che mai cattolici, ed anzi cattolici moderni e avanzati.
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Avviene così che il vero cattolico, per esempio un Tomas Tyn, venga perseguitato ed osteggiato da falsi cattolici, presenti nel suo stesso Ordine. Certamente, questo è sempre avvenuto nella storia della Chiesa. Si pensi solo alle persecuzioni dei protestanti contro i cattolici nel XVI secolo.
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Il Domenicano San Giovanni di Colonia, in quel periodo fu martirizzato dai luterani. Ed è sempre successo che certi Santi siano stati perseguitati o incompresi o subissero prove dai Superori. Qui gli esempi non si contano. Basti solo pensare ad un San Pio da Pietrelcina o un San Giovanni della Croce o una Santa Teresa di Gesù o un Padre Marie–Joseph Lagrange.
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Due riformatori
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il Sommo Pontefice Alessandro VI e il domenicano Girolamo Savonarola
Tuttavia non può accadere che un Papa martirizzi un Santo. A tale proposito basti pensare al caso del domenicano Girolamo Savonarola, che nella realtà dei fatti fu abbandonato alla pena capitale dal Papa, non perché eretico, ma perché a detta di Alessandro VI, disobbediente.
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Il Papa infatti riconobbe l’ortodossia di Fra Girolamo, né si può sospettare di eresia il Papa, perché non è possibile. Certo, Savonarola fu vittima del Papa, non però per motivi di fede, ma perché il Papa non sopportò il suo messaggio profetico e morale, e la sua riforma dei costumi, di ispirazione cateriniana, che suonava aspro rimprovero verso la Corte Romana e per il Papa stesso.
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Era una riforma che toccava solo i costumie non come quella falsa di Lutero, che corruppe la dottrina ed ebbe la sfrontatezza inaudita non solo di accusare Papa Leone di eresia, ma addirittura di rifiutare l’istituto stesso del papato. Invece, il rimprovero fatto al Papa dal Savonarola toccava solo la sua condotta morale e il suo governo della Chiesa, perché per quanto riguarda il Magistero pontificio, egli sapeva benissimo che il Papa non può errare nel dogma e che quindi non può accadere che un Papa eretico condanni un innocente con l’accusa di eresia.
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la statua posta dinanzi al Castello Estense di Ferrara, città natale di Girolamo Savonarola
Dunque al Savonarola non conviene propriamente il titolo di “martire”, perché sarebbe ingiusto ed offensivo per il Papa, fosse anche un Alessandro VI che non brillava di virtù nella sua vita privata, ma semmai quello di “confessore”. Si può comunque e si deve parlare di ingiusta condanna, della quale poi il Papa stesso si pentì, anche perché egli in un primo tempo dette ascolto a male lingue. Facendo in recente passato alcune ricerche storiche sulla figura del Savonarola, ho potuto scoprire che una pessima figura la fece anche il Maestro Generale dell’Ordine Domenicano, Gioacchino Turriani, che alla morte di questo celebre Frate scrisse una meschina lettera adulatoria al Papa rallegrandosi con lui per quella che egli giudicava la punizione di un criminale.
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Il Savonarola non è stato dunque ucciso in odio alla fede, che nel Domenicano era purissima, ma in odio al suo messaggio profetico e riformatore. Se dunque la Causa di Padre Tomas Tyn è stata bloccata dai modernisti, Roma, che non erra nella fede, e che un giorno, prima o poi, condannerà l’attuale riflusso di modernismo, riconoscerà la santità del Servo di Dio. Il modernismo passerà, Padre Tomas Tyn resterà. Deposuit potentes de sede, et exaltavit humiles.
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La problematica delle canonizzazioni
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Il Sommo Pontefice Pio XII, difensore della fede e difensore dell’umanità, inclusi gli ebrei perseguitati dal regime nazista. Il suo processo è concluso da tempo ma di procedere alla sua beatificazione non se ne parla. Nell’aprile del 2007, la foto di Pio XII fu esposta in modo oltraggioso a Gerusalemme al Museo Yad Vashem tra le immagini dei gerarchi nazisti … [cf. QUI]
Sono rare le glorificazioni di Santi che avvengono senza intoppi e per una specie di plebiscito di popoli e suppliche di principi al Papa, come accadeva per i Santi della Riforma tridentina.
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Ricordiamo infatti che la santitàdello stesso Fondatore del cristianesimo, Nostro Signore Gesù Cristo, è stata riconosciuta dai suoi discepoli, nonostante la fortissima opposizione esercitata proprio da quelle Autorità, che avrebbero dovuto riconoscerla. Ed ancor oggi, dopo duemila anni, le autorità dell’ebraismo si rifiutano di riconoscere la santità di Cristo.
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Questi problemi nascono soprattutto quando si pone la questione dell’opportunità o possibilità, da parte della Chiesa, di avviare una Causa di Beatificazione. Esistono infatti autentici santi giuridicamente canonizzabili, ma, siccome il canonizzare è anche un atto con intenti e riflessi pastorali, che devono essere adatti ed utili nella situazione ecclesiale presente, può capitare l’esistenza di Santi che abbiano anche tutti i requisiti richiesti, ma è possibile che la Chiesa, almeno per il momento, ritenga inopportuno o impossibile procedere alla canonizzazione, come nel caso dei due diversi ma simili paradigmi riportati inizialmente: il Venerabile Pontefice Pio XII ed il Padre Leon Dehon.
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Questo accadde, per esempio, quando ai tempi del Beato Paolo VI ci fu chi cercò di promuovere la Causa dei martiri della Guerra civile spagnola, ma l’Episcopato spagnolo, omnibus perpensis, giudicò che per il momento la cosa non era opportuna o conveniente. Giunsero però i tempi favorevoli, col pontificato di San Giovanni Paolo II e la cosa fu fatta.
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il Padre Leon Dehon, a processo finito e concluso, la cerimonia di beatificazione è rimandata a tempo indefinito in seguito ad una protesta della Comunità Ebraica che avanza una improbabile e peregrina accusa di antisemitismo nei suoi confronti. Cosa accadrebbe se la Chiesa Cattolica entrasse nello stretto merito delle decisioni della Comunità Ebraica, o meglio ancora, del Bene Berit o della Federazione Sionista Mondiale ?
Per i miei contatti giornalieri con il Padre Ariel S. Levi di Gualdo e per la mia vicinanza anche col Padre Giovanni Cavalcoli, che si sono entrambi occupati delle cause dei santi, ho potuto apprendere che se una Causa si mette in moto, vuol dire che esiste, come dettano le norme della Chiesa in merito, una fama sanctitatis nel Popolo di Dio, data da una sua sufficiente diffusione, a giudizio del Vescovo competente o della Santa Sede, che su questa base danno il via al processo o all’inchiesta diocesana. Dopodiché occorrono anche altri elementi attinenti alla regolarità e libertà del processo, come per esempio lo zelo del postulatore, la rettitudine del giudice, la diligenza dei periti, l’obbiettività e la credibilità dei testimoni, fino alla disponibilità di sufficienti mezzi finanziari necessari per portare avanti la causa, considerando che alcuni processi possono richiedere ricerche anche in varie parti del mondo, perizie clinico-scientifiche quando si tratta di accertare miracoli, nell’esame dei quali sono quasi sempre coinvolte intere equipe di studiosi, e ciò con i relativi costi.
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Nella storia dei processi di beatificazionele cose non scorrono sempre lisce, perché il candidato può essere discusso, incompreso e contrastato all’interno stesso della Chiesa e anche per lungo tempo, finchè non si fa chiarezza e le opposizioni sono vinte. Si pensi ai casi di Antonio Rosmini o di Duns Scoto, di Pio IX, di Pio XII o di Marie–Joseph Lagrange.
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Del Savonarola si discute da cinque secoli se meriti di essere beatificato, ed ancora la Chiesa non è giunta ad una conclusione. Meister Eckhart è stato un uomo virtuoso, ma il suo era un pensiero con radici panteiste. Chissà quanti Santi si sarebbero potuti proclamare nei Paesi comunisti, se il regime non avesse messo il bavaglio alla Chiesa. Dio permette che i malvagi blocchino o impediscano il formarsi o la continuazione di alcune Cause, per fortificare i fedeli nel martirio e punire gli empi sacrileghi.
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un gruppo dei martiri della Guerra civile spagnola, i Padri Redentoristi. Dopo lo scoppio di quel conflitto interno, alcune famiglie religiose furono interamente sterminate sul territorio spagnolo, i soli Frati Agostiniani, persero 98 religiosi
Ciò può ritardare anche di molto l’avvio stesso del processo. La Causa dei martiri della Guerra civile spagnola è iniziata solo con San Giovanni Paolo II, una volta superata l’opposizione da parte dei comunisti spagnoli. E queste difficoltà avvengono non tanto per i Santi delle opere della misericordia corporale, le Cause dei quali procedono di solito in modo veloce, con successo e senza scosse, poiché ogni persona di buon cuore, anche se non credente, riesce ad apprezzare chi si dedica ai poveri, ai piccoli, ad anziani o ammalati.
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I casi di martirio evidente hanno sempre avuto la possibilità di un iter veloce. Ma non sempre sono sicuri e può esserci il sospetto che non si tratti di vero martirio, in odium fidei. È poi necessario che non vi siano ostacoli da parte del potere politico, perchè o un potere anticristiano potrebbe opporsi o perché certi casi di supposto martirio possono essere in realtà ribellione civile o sovversione politica. Certi regimi totalitari sono abili nel far passare per sovversione casi di vero martirio.
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Napoleone perseguitò i monaci, i Domenicani e i Gesuiti, ma fu benevolo verso gli istituti ospedalieri o di assistenza sociale. Tutti capiscono la santità di Don Luigi Orione, di San Camillo de’ Lellis, di San Giovanni Bosco, pochi quella di San Tommaso d’Aquino o di Sant’Atanasio d’Alessandria, di San Giovanni Crisostomo o di San Roberto Bellarmino.
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Il Cardinale Rafael Merry del Val, Segretario di Stato di San Pio X e “grande mano ispiratrice” della enciclica di condanna al modernismo Pascendi Dominici Gregis. La sua causa di beatificazione è ferma, grazie anzitutto alla inettitudine del Collegio Spagnolo che da mezzo secolo è titolare della postulazione …
In un momento come questo sarebbe cosa ardua, per non dire veramente impossibile, portare avanti la causa di beatificazione di un modello di virtù e di dottrina come il Cardinale Rafael Merry del Val, che da giovane diplomatico della Santa Sede fornì tutti i necessari materiali a Papa Leone XIII che procedette poi a dichiarare la invalidità delle sacre ordinazioni nella Comunità Anglicana, essendo venuta meno la continuità della successione apostolica, tanto che non possiamo neppure più parlare di ordinazioni illecite, trattandosi di ordinazioni del tutto invalide. Per non parlare del contributo fondamentale e insostituibile dato dal Merry del Val a San Pio X per la sua condanna al modernismo. Sicuramente, un giorno, Merry del Val conoscerà gli onori degli altari, ma non certo in questo momento storico caratterizzato da terribili derive teologiche.
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Le Cause più contrastate sono quelle che toccano le opere della misericordia spirituale, come, per esempio, l’insegnare agli ignoranti ed ammonire i peccatori, benché esse in se stesse siano più importanti. Infatti non fa difficoltà riconoscere i bisogni fisici nostri e degli altri. Invece l’orgoglio ci acceca, quando cerchiamo la gloria di questo mondo, quando dobbiamo riconoscere di essere caduti nell’eresia, quando non vogliamo rinunciare al peccato, e quando non vogliamo lasciarci correggere.
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Per questo, coloro che educano alla virtù, alla sapienza e alla santità, i riformatori, le guide spirituali, coloro che difendono gli oppressi o cacciano i venditori dal tempio, i fustigatori dei vizi, gli annunciatori dei castighi divini, coloro che scoprono le magagne dei furbi o che tentano di correggere i Superiori, sono spesso incompresi, contrastati, ed a volte odiati, persino dai Superiori, dai fratelli di fede, e dai confratelli di religione o di sacerdozio.
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il Sommo Pontefice Pio X ? Oggi non avrebbero neppure permessa l’apertura della prima fase diocesana per il suo processo di beatificazione, ed i modernisti ne avrebbero decretata la damnatio memoriae
I malati nel corpo normalmente si lasciano guarire e ne hanno piacere, ma non sempre è così per i malati dello spirito, anzi a volte non riconoscono neppure di essere malati. E allora comprendiamo perché le Cause di coloro che si sono dedicati saggiamente, eroicamente e coraggiosamente, con immensa carità, alla cura di questo tipo di malati, siano di difficile avvio e, quando sono avviate, gli avversari le vedono come fumo negli occhi, ed oppongono slealmente mille ostacoli e mille cavilli e false ragioni, quando non ricorrono alla costrizione, per fermarle o annullarle. “Chi compie il peccato, dice Cristo, odia la luce”.
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Nel campo della cura del corpo, esiste un’unica scienza medica, con le relative prescrizioni terapeutiche, accettate da tutti. Invece, nel campo della cura dello spirito, esiste bensì una scienza morale oggettiva, corroborata dalla teologia morale, di per sé oggettiva ed universale.
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In questo caso è più difficile analizzare il problema e dare poi adeguata cura, perché la materia è più complessa ed oscura e le passioni intorbidano maggiormente il lume dell’intelletto. Da qui la lotta delle filosofie e delle religioni fra di loro e la difficoltà della condivisione unanime dei valori universali. Da qui, anche all’interno stesso della Chiesa, i contrasti di valutazione nel giudicare della santità o meno di un dato soggetto.
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La problematica della Causa di Padre Tomas Tyn
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Tomas Tyn
Padre Tomas Tyn,come il lettore che lo conosce avrà già capito, si trova, come teologo e moralista, in questa categoria dei medici dello spirito. Egli ha lasciato una fama di santità, diffusasi poi nel mondo, a cominciare da Bologna, dove egli operò dal 1972 al 1989.
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Anche nella sua Patria, la Repubblica Ceca, ha lasciato una fama di santità, tanto che è là che la Causa è stata ufficialmente promossa, a seguito della notizia impressionante che il giorno della sua pia morte, il 1° gennaio 1990, aveva coinciso con la data dell’inaugurazione del nuovo governo nella Patria, liberata dal regime comunista. Infatti, come narrato negli atti, il Servo di Dio, il giorno della sua ordinazione sacerdotale, per le mani del Beato Paolo VI, il 29 giugno 1975, aveva fatto offerta a Dio della propria vita per la liberazione della Patria e della Chiesa dal comunismo.
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Padre Tomas ha rivissuto quello che San Giovanni dice di Cristo: «Venne tra i suoi, ma i suoi non l’hanno accolto». In vita fu perseguitato dai comunisti della sua Patria, tanto da doverla lasciare. Dopo la morte, benché ammirato e venerato dai buoni, dentro e fuori del suo Ordine, egli è ancora oggetto di ostilità, disprezzo ed incomprensione da parte del mondo.
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l’immagine di Tomas Tyn diffusa dall’ufficio della postulazione per la sua causa di beatificazione
L’alto spirito di servizio della sua parola profetica di Domenicano, la confutazione inoppugnabile degli errori, la franca, tonante e coraggiosa predicazione del Vangelo nella sua integralità, nella linea del Concilio Vaticano II e della Tradizione, la veemenza della sua denuncia dei traviamenti e della rilassatezza all’interno della Chiesa e dell’Ordine, fu certamente apprezzata da molti cattolici e non cattolici, ma gli procurarono anche forti ostilità, ora sorde ora aperte, all’interno e fuori dell’Ordine.
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Infatti, iniziata l’inchiesta diocesana nel 2006 a Bologna, in un’atmosfera serena e ricca di speranze, subito le ostilità maligne cominciarono a emergere nell’ombra, tanto che i lavori per la Causa furono purtroppo improvvisamente, inopinatamente e bruscamente interrotti nel 2012 per un ingiusto, inspiegabile ed inspiegato intervento dall’esterno del tribunale diocesano, quasi certamente sotto la pressione delle forze ostili di impronta modernista, comunista e massonica, che erano i principali obbiettivi polemici della buona battaglia del Servo di Dio.
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Tomas Tyn
In tal modo Padre Tomas, nel cui insegnamento e nella cui vita è contenuto un alto anelito di libertà, come ha dovuto sperimentare in vita il regime comunista, così similmente dopo la morte, la Provvidenza ha permesso che la sua santa memoria dovesse sopportare in realtà una sorta di martirio di un intervento dispotico incompetente e repressivo, che ha fermato il regolare decorso dell’inchiesta, senza previa discussione nella sede adatta, che sarebbe stata quella del tribunale, circa l’opportunità o la necessità di una decisione così grave, un fatto in certo senso ancora più grave della persecuzione comunista, in quanto proveniente dall’interno stesso di quell’Ordine, nel quale il Servo di Dio era stimato da molti confratelli; Ordine che egli ha tanto amato e così esemplarmente ha servito ed onorato.
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L’auspicio vivo e appassionato di noi devoti, degli studiosi e ammiratori di Padre Tomas Tyn, presenti nell’Ordine Domenicano come nel laicato e in tutta la Chiesa, sia in Italia che nella sua Patria e all’estero, nei ceti colti come in quelli popolari, cattolici e non cattolici, è che i Superiori competenti dell’Ordine e della diocesi di Bologna, resisi consapevoli del grave errore commesso dai responsabili di questo infelice gesto, prendano gli opportuni provvedimenti o iniziative per rimediare a questo guasto, ordinando le cose in modo da far ripartire una Causa tanto valida ai fini della nuova evangelizzazione, della confutazione dei numerosi errori, che corrompono la fede e i buoni costumi, e della pacificazione, nella Chiesa, tra le fazioni contrapposte.
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Tomas Tyn
Forse i Superiori,più che lasciarsi intimorire per una ricerca poco dignitosa del quieto vivere, dagli atti ostili effettivi o possibili contro il Servo di Dio, da parte di quelle correnti ecclesiali ed extraecclesiali, contro le quali egli mette in guardia con tanta acribia e saggezza, dovrebbero guardare all’esempio dei Santidell’Ordine e dello stesso Servo di Dio, che non si lasciavano intimidire davanti alla potenza degli avversari, ma li sfidavano impavidamente, da forti cavalieri della fede, secondo un motto dell’Ordine: Fortiter, viri fortes.
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Nella Chiesa di oggi, paragonata dal Papa ad un ospedale da campo della terza guerra mondiale, stracolmo di sofferenti e feriti di ogni genere, già con carenza di personale medico, sottrarre alla cura dei malati un medico valido e zelante come Padre Tomas Tyn, sotto pretesto che certi feriti non lo accetterebbero o che addirittura non esistono, o inventati dallo stesso Tomas, appare un’idea di grave insipienza, tale da destare il forte sospetto che non venga da uomini veramente preoccupati del bene della Chiesa e delle anime, ma di restare a galla nel mare del mondo. Il celebre filosofo Ludwig Wittgenstein, accortosi dell’arduità della speculazione filosofica, ebbe l’umiltà di fare l’ortolano in un monastero femminile. Forse questo sarebbe il mestiere migliore per alcuni.
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la tomba di Tomas Tyn, frate e sacerdote dell’Ordine dei Frati Predicatori, uomo di fede e di sublime scienza teologica
Peccato che in occasione dell’VIII° centenario della fondazione dell’Ordine Domenicano, non sia stata colta questa circostanza per rilanciare la Causa di Tomas Tyn. Gli organizzatori darebbero prova che questo anniversario non si risolva solo in commemorazioni storiche, toccanti liturgie, manifestazioni artistiche, simpatici filmati e dotti discorsi accademici, ma, cosa fondamentale, possa essere uno stimolo potente per la Famiglia Domenicana e per la Chiesa tutta, alla ricerca della santità, con lo sguardo ammirato ai Santi dell’Ordine, nella volontà di imitarli e onorarli, e nella coscienza che l’ideale domenicano è tuttora fecondo di frutti ubertosi.
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Dall’Isola di Patmos, 6 Gennaio 2017
Epifania del Signore Gesù
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NOTE
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[1] Edizioni IF Press, 2016, a cura del Cenacolo di San Domenico e dell’Associazione Internazionale Tomas Tyn [AITT], fondata dallo stesso Battisti che ne è presidente dal 2013, col fine di promuovere la conoscenza della figura e delle opere di Padre Tomas Tyn.
https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2015/09/Jorge-anteprima.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Jorge Facio Lincehttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngJorge Facio Lince2017-01-08 23:38:582021-04-19 22:36:39I Santi messi alla prova anche da morti: un ricordo di Padre Tomas Tyn
TEOLOGIA DEL TERRORE ? IN VERITÀ I TERRORISTI DELL’ ISIS SONO “CRISTIANI ANONIMI”
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Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, pur di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo i propri capricci, rifiutando di dare ascolto alla verità per perdersi dietro alle favole [ II Tm 4,3 ]
quando la correttezza politica clericale diventa stoltezza: un parroco di Potenza, per “costruire ponti e non muri”, mette dentro il presepe la Vergine Maria vestita con il burka
Secondo la dottrina della grazia ― quella cattolica, s’intende ― mi domando: come vedrebbe un seguace di Karl Rahner i terroristi dell’ISIS? È interessante metterci nella sua mente per comprendere le conseguenze che ne vengono fuori.
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Vediamo anzitutto qual è il concetto rahneriano del “cristiano anonimo”[1]. Non si tratta, come alcuni ingenuamente e benevolmente hanno interpretato, del semplice fatto, assodato dal Magistero della Chiesa sin di tempi del Beato Pio IX e confermato dal Concilio Vaticano II, che qualunque uomo in buona fede e di buona volontà che non conosce il Vangelo, riceve comunque da Dio la possibilità di salvarsi. Il discorso di Rahner è del tutto diverso, perché si tratta invece di una modalità della concezione dell’uomo, inteso come soggetto spirituale autotrascendente nella storia, essenzialmente in grazia. Per capire allora che cosa è il cristiano anonimo di Rahner, bisogna che vediamo che cosa è per lui la grazia in rapporto a Dio e alla natura umana.
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Usiamo, come criterio di giudizio, la concezione cattolica. In questa concezione, la grazia divina è un dono, una “somiglianza con Dio”[2], una vita divina, una qualità soprannaturale gratuita, partecipata all’anima a modo di accidente, dato che solo Dio può essere grazia sostanziale e sussistente, quindi infinita o increata. Se la grazia non fosse in noi a questo modo accidentale, noi saremmo Dio e questo sarebbe panteismo.
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senza limiti la gara clerical-corretta alla stoltezza : a Montefiore Conca nel riminese, il presepe di Gesù Bambino dentro il canotto [cf. QUI]
La grazia non scaturisce dalla natura e non ne completa l’essenza, ma solo la risana e perfeziona nelle operazioni. La natura razionale è già presupposta in se stessa, come soggetto della grazia, sicché la grazia è aggiunta gratuitamente da Dio all’anima, al di sopra delle sue forze ed aspirazioni naturali[3], per liberare l’uomo dal peccato e guarire la natura umana (gratia sanans) ed elevarla, in Cristo, oltre i suoi limiti, alla condizione di figlio di Dio (gratia elevans).
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La grazia non è una proprietà essenzialeo necessaria della natura, benché nella natura ci sia una disponibilità a riceverla[4]. La grazia purifica e perfeziona la natura, ma è una qualità accidentale operativa, acquistabile con la buona volontà e distruttibile col peccato.
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La grazia è necessaria alla salvezza, perché, nella condizione di corruzione e di miseria conseguente al peccato originale, l’uomo, con le forze che gli restano, non sarebbe capace, senza di essa, di realizzare sufficientemente le virtù e di possedere Dio come suo fine ultimo e sommo bene.
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senza limiti la gara clerical-corretta alla stoltezza : ecco un altro gommone, quello del Vescovo di Mazzara del Vallo, che allestisce “il presepe dei migranti” [cf. QUI]. Facciamo notare che il Vescovo di questa diocesi, sotto il precedente pontificato, indossava paramenti disegnati da Giorgio Armani [cf. QUI, QUI], sotto quello attuale è invece tutto migranti&Povertà. In Sicilia, il Tomasi di Lampedusa, questi soggetti li chiamava … gattopardi.
La grazia rende l’uomo “figlio di Dio”[5]ad immagine del Figlio, per cui anche il credente sull’esempio di Cristo, può chiamare Dio “Padre” sotto l’impulso dello Spirito Santo[6].
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La grazia dà vita all’anima e vivifica le potenze, intelletto e volontà, come radice delle virtù teologali: fede, speranza e carità. La fede non è un sapere apriori, ma aposteriori, preceduto dalla ragione. I concetti di fede, definiti nel dogma ecclesiale, sono sempre, universalmente e assolutamente veri, anche se esiste un progresso nella conoscenza del dato rivelato. Dio esiste prima del mondo, ma la nostra conoscenza parte dal mondo per arrivare a Dio. Dio è apriori nell’essere e nel sapere che Egli ha di Se stesso, non nel nostro sapere.
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La grazia della fede sboccia nella carità, per la quale l’uomo diventa “amico” di Dio[7] e si unisce a Lui tanto intimamente, che Gesù parla di “una cosa sola con Dio”[8], espressione evidentemente enfatica, che non va presa alla lettera, sennò comporterebbe confusione della natura umana con quella divina, e sarebbe panteismo.
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La grazia aumenta con l’esercizio delle virtù. Sotto l’influsso dello Spirito Santo la carità produce l’esperienza mistica, che è la pregustazione, la “caparra” [9] e la “primizia” [10]della gloria futura della beatitudine celeste.
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senza limiti la gara clerical-corretta alla stoltezza : il Presbìtero Vitaliano Della Sala è una vecchia conoscenza, in pratica ha fatto il seminario nei circoli no-global ed ha studiato teologia sui testi di Mario Capanna e Rossana Rossanda, ed in modo coerente eccolo mettere il Verbo Incarnato dalla stalla al gommone … [cf. QUI]
Per Rahner, la grazia in noi, non è invece un dono divino creato, ma è Dio stesso, è un’autocomunicazione così piena ed intima di Dio all’anima, che Dio diventa “quasi causa formale” dell’anima, il costitutivo più radicale della natura umana. Dice Rahner: “Il mysterium che la fede cristiana confessa consiste assolutamente in ciò che la Realtà assoluta di Dio può non solo opporre a Sé l’altro da Sé” (=creazione), “ma vuole arrischiarSi a comunicare Se stessa a questo altro”[11]. Essa ha un carattere apriorico, di “esperienza preconcettuale”, cioè non si aggiunge alla natura umana, che in precedenza ne è priva per il peccato, ma come radicalizzazione e vertice supremo ed orizzonte infinito dell’autotrascendenza umana. Con la grazia la natura da finita diventa infinita. Non riguarda l’operare ma l’esistere: è un “esistenziale soprannaturale”.
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Si noti che per Rahner il possesso della grazia non è possesso di questo e non di quell’individuo, possesso ora presente, ora assente, sì che uno possa possedere la grazia e l’altro no, o che il medesimo individuo nello scorrere del tempo possa ora possederla ora non possederla, ma è fattore necessario, permanente, obbligatorio ed universale della pienezza della natura umana come tale. Essa è richiesta dalla natura come esigenza della natura. Per questo, secondo Rahner, nessuno è privo della grazia.
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senza limiti la gara clerical-corretta alla stoltezza: titola trionfalmente il settimanale Famiglia Cristiana, da anni ormai scaduto in Fanghiglia Cristiana: «Il Natale dei Profughi» [cf. QUI]. Noi siamo rimasti indietro parecchio, nel credere che il Natale sia il mistero del Verbo Incarnato
Rahner ammette la concettualizzazione della fede, ma secondo lui il concetto di fede è solo un’espressione incerta, contingente, facoltativa, rivedibile, correggibile, discutibile e particolare, storicamente condizionata e relativa alle varie culture, dell’esperienza trascendentale ed atematica della grazia.
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In base a queste idee ogni uomo come tale – diversamente non sarebbe uomo – è un “cristiano anonimo”, ossia è sempre in grazia fino alla morte, cosicché tutti gli uomini si salvano. Il peccato esiste, ma non può vincere o togliere la grazia. Secondo Rahner, il peccato non ha bisogno di essere espiato. Per questo egli nega che la passione di Cristo abbia avuto una funzione soddisfattoria o riparatrice. È stata solamente la sofferenza di chi ha voluto sentirsi lontano da Dio.
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Per questo Rahner ritiene che il peccato venga immediatamente perdonato da Dio: “l’esperienza della colpa radicale ― egli dice[12] ― senza sbocco, è tuttavia subito perdonata in maniera inconcepibile”. Altre volte ritiene il peccato come un’azione abortita o fallita che crolla da sola.
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senza limiti la gara clerical-corretta alla stoltezza : il presepe dell’Associazione Salesiana di Bari, Gesù nato sul gommone [cf. QUI]
In base a queste considerazioni risulta chiaro che noi cattolici e i terroristi dell’ISIS, siamo tutti soggetti dell’ “esperienza trascendentale” della grazia. Sul piano categoriale, ossia dottrinale, invece, noi e loro abbiamo concezioni religiose opposte, ma non ha importanza, perché secondo Rahner i contrasti di idee tra le varie religioni non compromettono l’universale esperienza della grazia.
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Secondo Rahner, una medesima proposizione teologica o dogmatica può andar soggetta ad interpretazioni tra di loro contraddittorie, senza che sia possibile stabilire un’unica interpretazione. Così, per esempio, il concetto di Dio in noi e negli islamici presenta elementi di contrasto. Ma non occorre né è possibile stabilire una unica interpretazione valida per noi e per loro.
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Del resto, ritiene Rahner, all’interno dello stesso mondo cattolico esistono posizioni conservatrici ancora legate al tomismo, accanto ad altre che assumono la filosofia moderna o quella trascendentale. Le prime pretenderebbero di trovare eresie nelle seconde. Ma queste, che secondo Rahner hanno una visuale aperta, non accettano di essere portate sul terreno dell’alternativa eresia-ortodossia per l’incertezza e la soggettività del giudizio che – a loro avviso – su di essa si fonda. Per i rahneriani, categorie decisive di approvazione o rifiuto sono invece rispettivamente il moderno e il superato. Non esiste infatti per Rahner una verità al di sopra della storia, ma ogni verità è sempre immersa nella storia, sicché la verità di oggi è l’errore di ieri e l’errore di ieri è la verità di oggi.
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senza limiti la gara clerical-corretta alla stoltezza : Diocesi di Lamezia Terme, uno tra i presepi italiani celebrati dal quotidiano l’Avvenire come simbolo di accoglienza dei migranti [cf. QUI]
I rahneriani respingono l’idea di una verità certa, universale, immutabile e soprastorica. La verità ― essi pensano ― non è un’astrazione immobile fuori dal tempo; la verità è la modernità, è quello che oggi si ritiene esser vero, è la verità concreta ed esistenziale della storia, del moderno, del tempo presente, è adeguarsi alla prassi e alla forze attive dell’oggi. E’ la verità di chi comanda. Quindi i rahneriani, convinti del fatto che gli Islamici si salvano col Corano e scettici circa l’universale obbligatorietà dei dogmi cattolici, non avrebbero certamente difficoltà, una volta che la religione, la cultura, il costume, la politica e la finanza dell’Islam dovessero prender piede in Europa, a costruire un cattolicesimo biblico-coranico, così come Rahner ha costruito un cattolicesimo hegheliano ed heideggeriano.
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Bisogna dire allora, seppur con rammarico, che ai rahneriani non interessa la verità astratta, ma la verità del potere politico del momento, come oggi essi sono soggetti socialmente ed economicamente della massoneria, del liberalismo, del sionismo, del luteranesimo e del comunismo.
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senza limiti la gara clerical-corretta alla stoltezza : presepe realizzato da un gruppo Scouts, ennesima nascita sul barcone, con tanto di mezzaluna rossa a poppa dell’imbarcazione [cf. QUI]
Un domani che gli islamici,aumentati di numero, dovessero conquistare in Europa una forte egemonia culturale e politico-economica, i rahneriani certamente non avrebbero difficoltà, per mantenere il loro prestigio, per non avere noie o per non subire persecuzioni, ad avvicinarsi al Corano, magari in sintesi con Hegel, così come Rahner ha accostato San Tommaso d’Aquino ad Hegel. Potrebbero quindi tentare un incontro di Hegel con Maometto, e comunque tale sintesi verrebbe considerata da loro una delle molteplici espressioni categoriali dell’esperienza trascendentale. Resta però a vedere se gli islamici saranno disposti ad accettare una simile operazione, che assomiglia a quella con la quale i modernisti sono riusciti a mescolare l’Aquinate con Hegel. È nota infatti l’intransigenza islamica, per la quale i musulmani non sono disposti ad ammettere altra teologia al di fuori di quella del Corano, che peraltro è alla base della religione di Stato degli Stati islamici e quindi fruisce del potere coercitivo dello Stato, come avviene nei paesi comunisti per l’ateismo.
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Ma i rahneriani sono talmente astuti, che non ci sarebbe da stupirsi se riuscissero ad avvicinare il Corano all’idealismo tedesco, così come sono riusciti ad avvicinare ad esso larghi strati della teologia cattolica. In fin dei conti nell’ idealismo tedesco i dogmi della Trinità e dell’Incarnazione non sono che pallide immagini (Vorstellung) dell’unico Assoluto. Certo, resterebbe l’ostacolo che il Dio coranico è trascendente e creatore, mentre quello hegeliano è immanente al mondo. Ma come i rahneriani sono riusciti a convincere i cattolici circa il valore del loro Dio, che cosa ci impedisce di credere che riuscirebbero a fare la stessa cosa per gli islamici?
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Se i rahneriani dovessero trovarsi a mal partito nelle trattative con gli islamici, e se questi intimassero loro sotto minaccia di morte di convertirsi all’Islam, senza alcun sincretismo, i rahneriani potrebbero sempre adottare come soluzione l’assunzione del Corano a livello categoriale, ma resterebbe sempre salva l’ esperienza trascendentale.
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senza limiti la gara clerical-corretta alla stoltezza : messaggio in bottiglia … Puer natus est ! Gesù è nato sul barcone-bottiglia, con lo sfondo dei colori della bandiera della pace e tutti gli annessi e connessi [cf. QUI].
La Chiesa Cattolica europea, che conosce già da tempo al suo interno tendenze che si considerano accoglienti e aperte al diverso, come ora è sotto l’orbita dei rahneriani, così passerebbe sotto l’egemonia musulmana, come del resto avviene da 14 secoli nei paesi dove i cristiani vivono in mezzo ai musulmani.
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Resterebbe la resistenza, magari fino al martirio, dei cattolici che rifiutano gli errori del Corano, e che sarebbero considerati da rahneriani e musulmani come chiusi e retrivi fondamentalisti. Il problema più grosso sarebbe quello di come convincere il Papa ad accogliere Maometto. Per risolvere il problema i rahneriani potrebbero interporsi per ottenere un accordo.
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Avanziamo allora alcune ipotesi di eventuali accordi[13]. Le autorità islamiche in accordo con i rahneriani cercherebbero di convincere il Papa, già un po’ inclinato in tal senso, che i terroristi ― persone in fondo in buona fede, dato che tutti si salvano ―, interpretano male il Corano, che promuove la pace e rifugge dalla guerra di religione. E, a tal fine, potrebbero sottoporgli alcune idee. I terroristi potrebbero incentivare le conversioni all’Islam, mentre i cattolici potrebbero ottenere il paradiso grazie al martirio, pertanto …
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– Gli islamici, assieme ai rahneriani, potrebbero proporre al Papa di essere coadiuvato nel governo della Chiesa dal Gran Muftì dell’Università Al-Azar del Cairo. Papa Benedetto XVI, se è ancora in vita, verrebbe in tal caso allontanato dal Vaticano e posto in un pensionato per anziani sotto sorveglianza islamica.
– Per diventare vescovo bisognerà aver trascorso almeno 5 anni come imam in una moschea.
– Si potrebbe realizzare una riforma degli studi ecclesiastici per mezzo di una commissione mista di teologi rahneriani e musulmani.
– Gli studi tomistici saranno permessi solo a coloro che hanno raggiunto i 70 anni. Mentre la teologia di Rahner volgarizzata e il Corano saranno insegnati fin dalle scuole elementari.
– Così pure la liturgia sarebbe riformata in modo da accogliere nella Messa riti musulmani e letture del Corano.
– Si potrebbe adottare come modello per il digiuno quaresimale il digiuno del Ramadan.
– Potrebbe essere conservato l’uso della lavanda dei piedi fatta dal Sommo Pontefice a donne musulmane nella Messa in Coena Domini del Giovedì Santo.
– Nel Consiglio di amministrazione economica della Santa Sede entrerebbero a far parte tre importanti emiri dell’Arabia Saudita.
– Ogni parrocchia, al suo interno, dovrebbe avere una moschea.
– Nelle scuole della Chiesa, il Crocifisso, sarebbe affiancato dalla Mezza Luna.
– Nelle spiagge private degli istituti religiosi si dovrebbe concedere una par condicio al topless come il burkini.
– I cittadini dovranno ascoltare, oltre al suono delle campane delle chiese, anche l’invito alla preghiera rivolto al popolo dai muezzin sette volte al giorno.
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… molto meglio una Fiat 500 d’epoca che questi monotoni barconi che percorrono ormai da quasi quattro anni le chiese d’Italia in modo ripetitivo … [cf. QUI]
Dubitiamo però che il Papa si lascerebbe convincere. A quel punto egli potrebbe concepire il sospetto che i rahneriani non cerchino veramente gli interessi della Chiesa, ma abbiano di mira soltanto di dominare in essa, per cui avrebbero bisogno di un forte richiamo da parte del Santo Padre al fine di indirizzare la loro fede al vero servizio della Chiesa e delle anime.
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Varazze, 30 agosto 2016
Pubblicato il 4 gennaio 2017
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NOTE
[1] Cf il mio saggio La radice teoretica della dottrina rahneriana del cristianesimo anonimo, in Karl Rahner. Un’analisi critica, Atti del convegno teologico organizzato dai Francescani dell’Immacolata a Firenze nel 2007, a cura di S. Lanzetta, Edizioni Cantagalli, Siena 2009, pp.51-71.
[3] L’uomo sarebbe già felice unendosi Dio come fine ultimo dell’universo. La grazia invece fa desiderare all’uomo di vedere immediatamente la sua essenza trinitaria.
https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2014/10/cavalcoli56.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Padre Giovannihttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngPadre Giovanni2017-01-05 03:16:592021-04-20 19:55:20Teologia del terrore? In verità, i terroristi dell’ISIS, sono “cristiani anonimi”
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