RICORDATEVI CHE L’ISOLA DI PATMOS È LA VOSTRA ISOLA E CHE OGGI PIÙ CHE MAI È «IL LUOGO DELL’ULTIMA RIVELAZIONE»
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Quando il Padre Ariel propose per questa rivista il nome L’Isola di Patmos, dove il Beato Apostolo Giovanni scrisse il Libro dell’Apocalisse, uno dei padri fondatori suggerì di aggiungere come sottotitolo: “Il luogo dell’ultima rivelazione“. Da quel 20 ottobre 2014 a oggi, alla nostra Isola di Patmos sono approdate oltre sette milioni di visite, in questi tempi di mare in gran tempesta, ed a tutti abbiamo cercato di offrire vero asilo e vero conforto, basati solo ed esclusivamente sulla cristianità …
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Cari Lettori.
i Padri dell’Isola di Patmos: il presbitero Ariel S. Levi di Gualdo
Siamo lieti di comunicarvi che dal 1° gennaio 2016 a oggi sono stati superati i cinque milioni di visite, mentre dal 20 ottobre 2014, data della sua apertura, alla data odierna, L’Isola di Patmos ha superato complessivamente sette milioni di visite in due anni di attività.
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Nella foto in fondo inserita sono riprodotti i dati delle visite aggiornati in automatico dal sistema interno di misurazione, sono numeri che parlano e che lasciamo alle vostre valutazioni.
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Il sito che ospita questa rivista telematica non è un blog casalingo appoggiato su un server gratuito ma ha dei costi pari a 5.200 euro all’anno per le diverse voci di spesa, costituite soprattutto dal nostro acquisto di servizi e programmi editoriali, grafici, video e audio, per i servizi di protezione e manutenzione del sistema, per le memorie di archivio, per il servizio newsletter che superati i 2.000 iscritti è a pagamento, etc …
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i Padri dell’Isola di Patmos: il domenicano Giovanni Cavalcoli
Vi forniamo due soli esempi di spesa: il sistema internet a fibra ottica per uso aziendale con la possibilità di scaricare e caricare materiali pesanti da più computer e il costo annuo del server business per accessi illimitati di visite, ci costano 1.460 euro all’anno; e sono appunto solo due voci di spesa.
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Questo per ricordare, ma anche per spiegare a chi non lo sapesse, che su internet nulla è gratis ma tutto è a pagamento, quando si lavora in modo professionale.
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i preziosi collaboratori dell’Isola di Patmos: il giovane filosofo e teologo Jorge A. Facio Lince (a sinistra), allievo e segretario di Ariel S. Levi di Gualdo
A fine d’ogni anno dobbiamo acquistare per l’anno entrante gli abbonamenti di servizio. Cosa che sino ad oggi è stata possibile grazie alla generosità dei nostri Lettori, ai quali torniamo a rivolgere in anticipo l’invito ad aiutarci con le loro offerte, consentendoci in tal modo di poter acquistare tutti i servizi di gestione necessari entro la fine del mese di dicembre per il nuovo anno 2017, dando così modo ai Padri dell’Isola di Patmos di poter proseguire ad offrirvi il loro servizio gratuito.
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i preziosi collaboratori dell’Isola di Patmos: la domenicana Matilde Giuseppina Nicoletti, già segretaria di Giovanni Cavalcoli, OP per la postulazione di Tomas Tyn, OP
Tra novembre e dicembre del corrente anno abbiamo registrato un altro ulteriore incremento: la media giornaliera di questo periodo risulta infatti pari a 24.703 visite giornaliere.
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Anche se alla data odiernamancano tre settimane a fine anno, la media statistica di quest’anno 2016 è alquanto entusiasmante: abbiamo avuto oltre cinque milioni di visite.
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i preziosi collaboratori dell’Isola di Patmos: Licia Oddo, storica dell’arte cristiana
Preghiamo e speriamo che anche quest’anno i nostri Lettori possano venirci incontro come sino a oggi hanno fatto, consentendoci di sostenere le spese vive e di poter lavorare gratis et amor Dei per tutte le persone sempre più smarrite e sempre più alla ricerca di un sano orientamento dottrinale e teologico.
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i preziosi collaboratori dell’Isola di Patmos: Manuela Luzzardi, webmaster, ideatrice e curatrice del sito L’Isola di Patmos
Con L’Isola di Patmos collaborano varie persone alle quali esprimiamo gratitudine: il Sig. Ettore Ripamonti che con certosina attenzione controlla le bozze di stampa con un occhio al quale non sfugge neppure un marginale errore di battitura; il Reverendo Wilhelm F. Müller che traduce e diffonde i nostri articoli in lingua tedesca; il Reverendo Karol Shaikewitz che ha dato ampia diffusione all’Isola di Patmos in Polonia, il Reverendo Paulo Currao dos Santos in Brasile, il Reverendo Paul Antony Salerno negli Stati Uniti d’America. Un ringraziamento anche al Presbitero svizzero Reto Nay che ospita e diffonde nostri articoli e video-conferenze su Gloria Tv.
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Ipazia gatta romana, filosofa, che fa sentire tutto il peso della sua scolastica metafisica a Jorge A. Facio Lince
Ogni tanto compaiono sull’Isola di Patmos anche articoli di due personaggi particolarmente illustri: Sua Eccellenza Rev.ma il Vescovo di Laodicea Combusta, ed i commenti saltuari, ma profondi, di Ipazia gatta romana, insigne filosofa nata sulla Via Salaria nei pressi delle Catacombe di Priscilla.
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il Vescovo di Laodicea Combusta, firma illustre dell’Isola di Patmos
Ci affidiamo ancora a voi cari Lettorie soprattutto al vostro buon cuore. A seguirci siete davvero in tanti, per ciò basterebbe che solo alcune delle molte migliaia di persone che ci seguono ci offrissero un caffè …
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Dio vi renda merito per l’aiuto che anche quest’anno avrete la bontà di offrirci e che di certo non ci farete mancare.
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TABELLA STATISTICA GENERALE DELL’ANNO [dal 1° gennaio al 4 dicembre 2016]
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Come sempre potete inviarci le vostre offerte usando il comodo e sicuro sistema Paypal
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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2014/10/Aquila-reale.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Redazionehttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngRedazione2016-12-07 10:25:552021-04-20 23:31:42Ricordatevi che L’Isola di Patmos è la vostra isola e che oggi più che mai è «il luogo dell’ultima rivelazione»
un tenero ricordo di Fidel Castro (nella foto quello con la barba al centro) e del suo rapporto del tutto privilegiato con la classe operaia: un contadino cubano al quale è concesso di ricevere l’assoluzione prima della condanna a morte per presunto tradimento del regime comunista.
Alcuni amici che lavorano presso il WWFnella sezione speciale delle specie a rischio, ci hanno informati del grave lutto che ha colpito il Popolo Cubano: Fidel Castro, el leader maximo, è morto.
Da molti anni il dittatore cubano era entrato nei piani di protezione della sezione del WWF che si occupa delle specie protette in via di estinzione. È infatti dalla fine degli anni Ottanta che gli orfani del vecchio Partito Comunista sono entrati in questo piano di tutela e salvaguardia.
Nella zona ultra vip di Capalbio, nella Maremma toscana, pare che alcuni locali abbiano assistito al pianto di dolore di Giulio Napolitano, figlio del Presidente emerito della Repubblica, mentre si trovava in quella zona per un fine settimana, prontamente interrotto per fare rientro a Roma, dove la sera si è tenuta una veglia presso un club in del quartiere Parioli, alla quale hanno partecipato, assieme a lui, molti altri figli di papà; gli stessi che da giovincelli parlavano di classe operaia nella ultra comunista università di Pisa, per poi meglio accingersi — una volta conseguiti dottorari all’Istituto Superiore Sant’Anna per meriti accademici e di cognome — a riscuotere parcelle milionarie come consulenti d’imprese pubbliche e private. Ovviamente a lode e gloria della classe operaia,perché anzitutto e sopra a tutto … hasta siempre la victoria !
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SOSTENETE IL WWF PER LA PROTEZIONE DELLE SPECIE IN VIA DI ESTINZIONE
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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2014/10/Aquila-reale.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Redazionehttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngRedazione2016-11-26 15:11:552021-04-20 19:53:41Fidel Castro è morto: il WWF ne dà il triste annuncio
SE TUTTI I PRETI POSSONO ASSOLVERE IL PECCATO DI ABORTO, TUTTI I PRETI POSSONO ASSOLVERE DAL PECCATO DI ATTENTATO AL SOMMO PONTEFICE
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Togliere la riserva al peccato di aborto è stato un gesto di grande misericordia e tenerezza, manifestata attraverso la facoltà di assoluzione data a tutti quei sacerdoti che oggi più che mai mostrano di essere sempre più ferrati e preparati nel sacro ministero di confessori, soprattutto spiritualmente, basti solo vederli quando in jeans e camicia a mezze maniche passeggiano direttamente dentro le basiliche romane con i penitenti appresso, confessando in maniera colloquiale tra un sorriso e l’altro, o rispondendo durante la confessione anche al telefono cellulare …
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Sua Eccellenza Monsignor Ariel S. Levi di Gualdo Vescovo di Laodicea Combusta
La mia Lettera Pastoralenasce da una esperienza mistica che ho avuto sulle alture della nostra amata Chiesa particolare. Mentre infatti meditavo tra le pietre delle vetuste rovine della mia antica Chiesa cattedrale in questo angolo sperduto di Anatolia, lo Spirito Santo mi si è manifestato nella forma di una Colomba che ha preso a volteggiare su un pistacchieto. La Colomba s’è posta poi sopra una pianta di pistacchi, scomparendo poco dopo; ed alla sua sparizione la pianta ha preso fuoco. Sul momento mi sono addolorato per la inspiegabile autocombustione, anche perché i pistacchi dell’Anatolia sono molto pregiati, dicono che lo siano ancor più di quelli di Bronte. La cosa che però mi ha colpito è stato che la pianta del pistacchieto bruciava, ma non si consumava. Quella immagine mi ricordava qualche cosa, ma sul momento non capivo che cosa. Poi mi sono ricordato di una conferenza tenuta anni fa presso il Cortile dei Gentili dal Cardinale Gianfranco Ravasi, quello che parla con i massoni al sole per 24 ore [cf. QUI], ma di cui non ricordo bene il titolo esatto, all’incirca suonava così: «Rudolf Bultmann e le allegorie bibliche». A quel punto, come se la mia memoria si fosse d’improvviso risvegliata, ho sbottato: εὕρηκα ! [eureka, che significa: ho trovato!]. Quindi mi sono detto: «Ma certo, è l’allegoria del roveto ardente del Patriarca Mosè!» [cf. Es 3,1-15]. A quel punto, mentre il fuoco ardeva la pianta di pistacchi senza consumarla, in una calma totale che pareva un fermo d’immagine, senza alito di vento e senza alcun movimento, la voce dello Spirito del Signore mi ha investito in tono di rimprovero:
– «… dimmi un po’: ma io ti sembro forse una allegoria?».
Mi sono prostrato a terra ed ho risposto:
– «No, mio Dio e mio tutto, inizio, centro e fine ultimo di ogni cosa nei cieli e sulla terra. Tu non sei una allegoria. Il mio era un modo di dire tutto teologico, conforme alle moderne esegesi vetero e novo testamentarie, o forse non hai mai sentito parlare di Walter Kasper, di Bruno Forte, di Nunzio Galantino e di Enzo Bianchi, di Alberto Melloni …?».
Mi domanda ancòra lo Spirito del Signore:
– «E dove hai udito, di queste cosiddette allegorie?».
Replico con la faccia a terra:
– «A Roma, mio Signore. Di queste allegorie se ne parla in tutte le università pontificie. Tutto l’Antico Testamento è allegoria, ma anche il Nuovo Testamento: i miracoli del Figlio consustanziale al Padre dal quale tu procedi, sono spiegati come allegoria; il Corpo di Cristo nella Eucaristia, è una allegoria, o per meglio dire una transfinalizzazione, una transignificazione, che nasce dall’ingegno di uno dei più grandi riformatori della storia della Cristianità, Martin Lutero, che parlava di consustanziazione, lo insegnano all’istituto liturgico del Pontificio Ateneo Sant’Anselmo [cf. QUI]».
A quel punto è silenzio. Io non osavo più replicare, perché allo Spirito del Signore si risponde se lui t’interroga, l’uomo non può certo interrogare la Divina Persona dello Spirito Santo, lo può pregare, adorare e glorificare con il Padre e con il Figlio, ma non interrogare, ci mancherebbe altro, mica sono un carismatico del Rinnovamento nello Spirito Santo o un pentecostale! E mentre ero in silenzio, lo Spirito Santo ha di nuovo parlato:
– «Dovrò decidermi prima o poi ad andare a Roma per visitare la Città del Vaticano. Ne parlai tempo fa anche con le altre due Persone della Santissima Trinità. Mi hanno riferito che meriterebbe visitare la Cappella Sistina e vedere i suoi affreschi, dicono che siano molto belli. Di recente, Dio Padre, disse che sarebbe andato a visitare un luogo; Dio Figlio, il generato non creato della stessa sostanza del Padre, disse che sarebbe andato in visita a un altro luogo della Terra. A quel punto, io che procedo dal Padre e dal Figlio, dissi che sarei andato volentieri a Roma per visitare la Città del Vaticano, visto che non ci sono mai stato. Se però le cose stanno come tu “allegoricamente” dici, forse una mia visita sarebbe proprio opportuna, semmai facendomi accompagnare da uno dei miei body guard preferiti, l’Angelo Sterminatore di Sodoma e Gomorra, così gliele facciamo vedere noi, come sono fatte le allegorie, ma soprattutto com’è fatta quella vera misericordia di Dio da voi ormai mutata in melassa !».
Mi domanda lo Spirito del Signore:
– «Perché, ti eri ritirato qui in preghiera e in riflessione? Che cosa stai leggendo, su questo schermo portatile? E pensare che a Mosè dovemmo far incidere a suo tempo su due tavole di pietra. Oggi sarebbe bastato fosse salito sul Monte Sinai con un Ipad, semmai avrebbe ripreso il roveto ardente e poi l’avrebbe caricato sul canale You Tube».
Rispondo:
− «Stavo leggendo l’ultima Lettera Apostolica del Vicario in Terra del Divino Figlio, il Verbo Incarnato, Cristo Dio …
Replica lo Spirito Santo:
– «Capisco. Tempo fa, durante uno dei nostri consueti briefing tra Padre, Figlio e Spirito Santo, il Figlio ha sollevato diverse perplessità riguardo questo suo Vicario sulla Terra esprimendoci: “Per la prima volta, sulla Terra ho un Vicario più buono e misercordioso di me, lodato da tutti coloro che hanno sempre odiato e che tutt’oggi seguitano a odiare me e la mia Chiesa, come provano i segni della mia passione rimasti impressi nel mio Corpo Glorioso. Perché se oggi mi incarnassi di nuovo, troverebbero modo e maniera per farmi fare una fine peggiore ancòra della precedente”. All’udir quelle parole del Figlio, espressi al Padre ed a Lui la domanda: “Forse siamo giunti alla fine dei tempi, alla parusia?” Il Padre mi ha replicato: “Tu, Spirito Santo, da quando hai stretto amicizia con l’Angelo Sterminatore di Sodoma e Gomorra, non vedi l’ora di seminare statue di sale nella Chiesa di mio Figlio, ed hai ragione a desiderarlo. Il Figlio ha ripreso il discorso dicendomi: “Non è ancora giunto il momento, perché il peggio non è ancora giunto”. E rivolto al Padre ed a me, ha precisato: “Eppure, a mio tempo, fui così chiaro quando dissi … “quando il Figlio dell’uomo tornerà, troverà ancora la fede sulla terra?” [cf. Lc 18, 1-8]».
E di nuovo si rivolge a me con una domanda:
– «Tu pensi che questo quesito rivolto a suo tempo dal Verbo Incarnato, il Figlio Consustanziale al Padre, l’abbiano preso anch’esso come una allegoria, o come una licenza poetica? Comunque, mi stavi dicendo poc’anzi che eri intento a leggere ed a meditare l’ultima Lettera Apostolica …».
– «Si, la stavo meditando perché pensavo di scrivere a mia volta una Lettera Pastorale indirizzata da queste antiche rovine alle anime dei Presbiteri e dei Fedeli della Chiesa particolare di Laodicea Combusta. Sai, io sono un Vescovo, ma Vescovo titolare, la mia Diocesi esiste solo sulle carte archeologiche. Per questo mi rivolgo ogni tanto alle anime dei Sacerdoti e dei Christi Fideles che un giorno furono, in questa ormai inesistente Chiesa di Laodicea Combusta».
Risponde lo Spirito del Signore:
– «Di questo non ti devi preoccupare, anche i Vescovi che sono titolari di molte grandi Diocesi, ormai sono anch’essi ridotti a rivolgersi agli spiriti dei morti, pensa a quelli della Germania, del Belgio, dell’Olanda … Può essere però che i morti tuoi ti ascoltino, perché sono morti veramente, intendo dire fisicamente morti; mentre quelli di molti altri Vescovi, che sono invece dei morti viventi, morti al senso della vita e della grazia che io elargisco a chi la accoglie e la accetta, ecco, quelli sì che sono i morti veri. O come mi disse una volta l’Apostolo Pietro, mentre in Paradiso narrava delle sue vicende a Roma, dove prima di morire crocifisso imparò durante il suo soggiorno varie espressioni dialettali: “ogni Vescovo, in fonno, se’ merita sempreli mortacci sua !». Ah, che duro lavoro ho dovuto fare con Simone, chiamato Pietro dal Verbo Incarnato, il Divino Figlio. Forse Cristo Dio lo chiamò Pietro proprio perché quel pescatore galileo aveva la testa dura come una pietra. Feci appena in tempo a riprenderlo per i capelli, mentre si stava dando di nuovo alla fuga a Roma durante le persecuzioni. Sai, la vicenda del Quo vadis Domine, non è affatto un’allegoria, è accaduto per davvero. Insomma, la grazia e la gloria del martirio, a Pietro abbiamo proprio dovuto offrirgliela tutti e tre su un piatto d’argento. Ma devo dire che lui, giunto al patibolo, ci ha messo del suo, devotamente umile com’era, chiedendo d’esser crocifisso a testa all’ingiù, non sentendosi degno di patire come il Verbo di Dio fatto uomo.
– «Spirito del Signore, posso osare, come fece Abramo durante la sua “trattativa” con Dio Padre [cf. Gen 18, 1-33], quindi chiedere …».
– «E vuoi che io non abbia già letto nel tuo cuore? Figurati, appena io ho nominato Pietro, tu hai pensato immediatamente a Paolo, vero? Ma parla … dimmi».
– «Ecco, immagino che i due Beati Apostoli, dopo il loro abbraccio a Roma, oggi nel Paradiso veglino sulla Chiesa di Cristo …».
– «Figliolo, che veglino sulla Chiesa di Cristo, puoi starne certo, per quanto però riguarda il fatto che si siano abbracciati a Roma prima di giungere rispettivamente al loro martirio, questa sì che è una vostra bella allegoria! Figurati, per trovare un altro soggetto permaloso e dalle idee confuse come il Beato Pietro, bisogna fare un salto in avanti di duemila anni e arrivare ai tempi vostri. O pensi forse che ad Antiochia, quando il Beato Paolo lo rimproverò in toni aspri e duri [cf. Gal 2, 1-11] il Beato Pietro la prese bene? Altro che abbraccio, si impermalì come una scimmia alla quale è strappata di mano una banana! E in fondo, qual era il problema di Pietro? Il suo problema era il dire e il non dire, il cercare di stare con un piede su una staffa e uno in un’altra, ondivago e ambiguo. Ti ricorda per caso qualcuno? In ogni caso sappi una cosa: il Beato Paolo fu solamente la bocca offerta in prestito, perché il lavoro, ad Antiochia, fu tutta quanta opera mia. Fui io che per la bocca del Beato Paolo misi il Beato Pietro con le spalle al muro».
– «Spirito Santo del Signore, con l’umiltà di Abramo, vorrei ancora osare … anche se tu hai già letto cosa ho nel mio animo …»
– «Certamente, però apri la bocca, crea, parla …»
– «Mi chiedevo: non sarebbe possibile parlare anche oggi per bocca del Beato Apostolo Paolo? ».
– «E tu pensi che io non l’abbia già fatto? Di recente ho fatto di meglio ancora, perché se ad Antiochia mi rivolsi al Beato Pietro per bocca di un solo Apostolo, oggi, a Pietro, mi ci sono rivolto per bocca di ben quattro Apostoli [cf. i dubia dei quattro Cardinali QUI]. E tu dovresti anche sapere quel che è accaduto, o pensi forse che noi, nel Paradiso, non abbiamo un gruppo di Angeli che curano la rassegna stampa tutti i giorni? Presto detto quel che è accaduto: Pietro non s’è degnato neppure di rispondere. Ma lasciamo perdere, piuttosto veniamo alla tua Lettera Pastorale indirizzata ― come direbbe il Beato Pietro nato giudeo e morto romano ―, ali mortacci tua … se vuoi posso darti un paio di ispirazioni per questa tua epistola …».
A quel punto, lo Spirito del Signore, ha ispirato questa mia Lettera Pastorale …
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Venerabili Presbiteri e Diletti Figli e Figlie della Chiesa di Laodicea Combusta:pace a tutti voi e grazia dal Signore Nostro Gesù Cristo.
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il Vescovo di Laodicea Combusta riceve la grazia dello Spirito Santo prima di scrivere la sua Lettera Pastorale
Attraverso questa Lettera Pastorale desidero illustrarvi due passi della Lettera Apostolica della Santità di Nostro Signore Gesù Cristo il Sommo Pontefice Francesco, che nel ribadire il turpe e grave peccato di aborto procurato, conferisce a tutti i Sacerdoti una facoltà che sino a poco tempo fa competeva a me, vostro Vescovo; facoltà da me delegata al Penitenziere Maggiore della nostra Diocesi, un Presbitero anziano, modello di profonda pietà sacerdotale, autorizzato ad assolvere da questo peccato riservato al Vescovo. Scrive il Romano Pontefice nella sua Lettera Apostolica:
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[12] In forza di questa esigenza, perché nessun ostacolo si interponga tra la richiesta di riconciliazione e il perdono di Dio, concedo d’ora innanzi a tutti i sacerdoti, in forza del loro ministero, la facoltà di assolvere quanti hanno procurato peccato di aborto. Quanto avevo concesso limitatamente al periodo giubilare viene ora esteso nel tempo, nonostante qualsiasi cosa in contrario. Vorrei ribadire con tutte le mie forze che l’aborto è un grave peccato, perché pone fine a una vita innocente. Con altrettanta forza, tuttavia, posso e devo affermare che non esiste alcun peccato che la misericordia di Dio non possa raggiungere e distruggere quando trova un cuore pentito che chiede di riconciliarsi con il Padre. Ogni sacerdote, pertanto, si faccia guida, sostegno e conforto nell’accompagnare i penitenti in questo cammino di speciale riconciliazione [cf. QUI].
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Come ben capite, togliere la riserva al peccato di aborto è stato un gesto di grande misericordia e tenerezza, manifestata attraverso la facoltà di assoluzione data a tutti quei Sacerdoti che mostrano oggi più che mai di esser parecchio ferrati e preparati nel sacro ministero di confessori, soprattutto spiritualmente, basti solo vederli quando in jeans e camicia a mezze maniche passeggiano direttamente dentro le basiliche romane con i penitenti appresso, confessando in maniera colloquiale tra un sorriso e l’altro, o rispondendo durante la confessione anche al telefono cellulare …
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Ebbene, Venerabili Sacerdoti della Chiesa di Laodicea Combusta,«in forza del vostro ministero» io ho deciso di concedervi la facoltà di assolvere non solo dal peccato di aborto procurato, ma anche dal delitto previsto dal canone 1370 – §1, il quale recita:
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Chi usa violenza fisica contro il Romano Pontefice, incorre nella scomunica latae sententiae riservata alla Sede Apostolica, alla quale, se si tratta di un chierico, si può aggiungere a seconda della gravità del delitto, un’altra pena, non esclusa la dimissione dallo stato clericale.
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Vi concedo facoltà di assolvere da questo peccato riservato alla Sede Apostolica,sulla base del senso di quelle proporzioni edificate sul senso comune. Infatti, riservarsi l’assoluzione di un peccato, lungi dall’essere mancanza di misericordia e di tenerezza, implica anzitutto indicare e chiarire, con la riserva stessa, la estrema gravità di quel particolare peccato; e questa si chiama sana pedagogia pastorale, da non confondere mai col legalismo, meno che mai con la mancanza di misericordia. Se infatti il peccato è una malattia e il sacerdote è il medico preposto alla cura, sempre a rigore logico domando: chi, scoprendo di essere affetto da un tumore, anziché affidarsi alle cure di uno specialista in oncologia, si rivolgerebbe al medico generico del paese? Riservarsi un peccato e rimettere l’assoluzione di tale peccato al Vescovo, od in alcuni altri casi alla Sede Apostolica, vuol semplicemente dire che il medico generico, appurando la presenza di un tumore, indirizza subito il paziente presso un bravo specialista in oncologia.
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Rivolgersi alle competenze cliniche dello specialista oncologo, implica anche ricordare e riconoscere la particolare gravità della malattia, del peccato commesso, a tal punto grave da richiedere adeguate cure specialistiche, che sarebbe la assoluzione dello stesso da parte di un particolare confessore. Questo è sempre stato il senso, tutto quanto pedagogico pastorale, non certo meramente o freddamente giuridico e legalista, del criterio della riserva di quei peccati riservati al Vescovo, come di altri riservati invece alla Sede Apostolica.
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La concessione data ai miei Presbiteridi assolvere dal delitto riservato alla Sede Apostolica previsto dal canone 1370 – §1, si basa sul genus di quella aequitas che precede lo stesso jus graeco-romanum e che risale all’antico jusgentium ; e la aequitas regge in sé e di per sé anche il senso delle proporzioni. Mi spiego meglio: attentare alla sacra persona del Romano Pontefice, può essere possibile, ma si tratta di un intento non facile da realizzare, godendo infatti Sua Santità di una rete di protezione sia interna allo Stato del Vaticano, sia soprattutto esterna, ad esempio quando si sposta in altri territori nazionali. L’attentato a San Giovanni Paolo II in Piazza San Pietro, ed ancora prima quello al Beato Paolo VI a Manila, ci dimostrano che realizzare questo delitto può essere possibile, ma proprio in virtù di questi due recenti episodi la sacra persona del Romano Pontefice oggi è particolarmente vigilata e protetta.
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Il feto abortito, come invece ben sappiamo,non gode affatto di certi meccanismi di protezione e di tutela, ed abortirlo tutto sommato è cosa estremamente facile. A questo va aggiunto che il feto non è protetto dalla Gendarmeria Vaticana, dai servizi di sicurezza, dalle varie forze di polizia durante i suoi spostamenti, ma soprattutto e anzitutto non è protetto dalla sua stessa madre che decide di sopprimere una vita umana innocente, spesso da ella giudicata come un bene disponibile e quindi sopprimibile. Il tutto grazie proprio a quell’aborto che la Signora Emma Bonino — già più volte ospite illustre del Sommo Pontefice Francesco che ebbe di recente anche a definirla «una grande italiana» [cf. QUI, QUI] — seguita a chiamare con orgoglio «grande conquista sociale».
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Se pertanto voi tutti, Presbiteri,da oggi potete assolvere senza riserva l’abominevole peccato della soppressione di una vita umana innocente priva di qualsiasi difesa, per aequitas e comune senso delle proporzioni, io vostro Vescovo vi concedo facoltà di assolvere dal delitto previsto dal canone 1370 – §1 riservato tutt’oggi alla Sede Apostolica, qualora chicchessia attentasse alla sacra persona di uno degli uomini più difesi, protetti e controllati del mondo.
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A questa concessione, segue per altrettanto spirito diaequitas, basato anch’esso sul senso delle proporzioni, la inevitabile riforma del sacro rito della consacrazione dei Presbiteri e di conseguenza quello della Santa Messa Crismale. Durante il rito della sacra ordinazione il Presbitero promette infatti obbedienza al Vescovo ed a tutti i suoi successori, in spirito di libera e filiale devozione, mentre durante la Santa Messa del Crisma i Presbiteri rinnovano le loro sacre promesse sacerdotali dinanzi al Vescovo.
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Nella sua Lettera Apostolica, il Romano Pontefice,rivolgendosi con paterna misericordia e tenerezza ai membri della Fraternità di San Pio X, afferma con premuroso cuore di pastore :
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[12 – §1] Nell’Anno del Giubileo avevo concesso ai fedeli che per diversi motivi frequentano le chiese officiate dai sacerdoti della Fraternità San Pio X di ricevere validamente e lecitamente l’assoluzione sacramentale dei loro peccati. Per il bene pastorale di questi fedeli, e confidando nella buona volontà dei loro sacerdoti perché si possa recuperare, con l’aiuto di Dio, la piena comunione nella Chiesa Cattolica, stabilisco per mia propria decisione di estendere questa facoltà oltre il periodo giubilare, fino a nuove disposizioni in proposito, perché a nessuno venga mai a mancare il segno sacramentale della riconciliazione attraverso il perdono della Chiesa [cf. QUI]
Vi comunico pertanto, Venerabili Presbiteri della Chiesa di Laodicea Combusta, che l’obbedienza al Sommo Pontefice ed ai Vescovi in Comunione con lui e con la Chiesa, da oggi è da ritenersi abrogata «affinché a nessuno venga mai a mancare il segno sacramentale della riconciliazione attraverso il perdono della Chiesa». Infatti, se a questa Fraternità Sacerdotale che nega l’autorità dell’ultimo Concilio Ecumenico ritenendolo infarcito di eresie moderniste, che giudica i suoi documenti in palese contraddizione con la Traditio catholica ed il magistero perenne della Chiesa, ciò malgrado sono date dal Romano Pontefice di simili concessioni, per aequitas ― ma qui è il caso di dire anche per umana e cristiana coerenza ―, a qualsiasi Presbitero deve essere parimenti concessa e riconosciuta la piena facoltà di disobbedire al proprio Vescovo, ed altresì essergli soprattutto riconosciuta la facoltà di rigettare il Magistero del Sommo Pontefice. Per questo vi dico che da oggi, ciascuno, può ritenersi libero di non riconoscere, dell’Autorità e del Magistero della Chiesa, ciò che a proprio parere ed a suo libero piacimento riterrà opportuno non riconoscere, ed il tutto «per il bene pastorale di questi fedeli, e confidando nella buona volontà dei loro sacerdoti perché si possa recuperare, con l’aiuto di Dio, la piena comunione nella Chiesa Cattolica».
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Con questa sua disposizione,la Santità di Nostro Signore Gesù Cristo, il Sommo Pontefice Francesco, ci ha detto tra le righe, sulle righe e oltre le righe che agli scismatici eretici è data facoltà di amministrare lecitamente i Sacramenti, affinché «si possa recuperare, con l’aiuto di Dio, la piena comunione nella Chiesa Cattolica». Sappiate pertanto, Venerabili Presbìteri, che tutti noi, fino a poco tempo fa, sbagliando in modo grossolano abbiamo creduto che amministrare lecitamente i Sacramenti dipendesse proprio dalla sussistente e piena comunione con la Chiesa Cattolica, non dalla speranza che un giorno, forse, questa comunione potesse essere recuperata. Pertanto, da oggi, la celebrazione e la amministrazione dei Sacramenti è da ritenersi non più vincolata alla comunione con la Chiesa, ma solo basata sulla speranza che un giorno, dopo avere celebrato e amministrato i Sacramenti a proprio piacimento, si finisca col riconoscere, forse, l’autorità della Chiesa in materia di dottrina e di fede, ed in particolare l’autorità di un intero Concilio Ecumenico ostinatamente rifiutata da coloro ai quali, il Romano Pontefice, ha ritenuto giusto concedere di sua autorità la lecita amministrazione dei Sacramenti.
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Mi rallegro, comunque, Venerabili Presbiteri, Figli e Figlie dilettissime della Chiesa di Laodicea Combusta, che tutti voi siate ormai da molti secoli anime defunte di spiriti beati, mentre io, seduto su un sasso dinanzi alle poche rovine che restano della mia Chiesa cattedrale, vi ho indirizzato questa Lettera Pastorale, dopo avere visto una pianta di pistacchio bruciare ma non consumare; dopo avere parlato con lo Spirito Santo di Dio dal quale ho appreso, tra l’altro, il suo desiderio di vedere la Città del Vaticano, che sino ad oggi non ha avuto ancora modo di visitare, ma soprattutto di poter ammirare gli affreschi della Cappella Sistina, nella quale egli dice di non essere mai entrato.
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Benedico le vostre anime,Presbiteri amatissimi, Figli e Figlie dilettissime della Chiesa di Laodicea Combusta, assicurandovi il perenne ricordo nelle mie Sante Messe di suffragio per voi.
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+Ariel Stefano
Vescovo di Laodicea Combusta
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uno scorcio di Laodicea Combusta, provincia di Pisidia, nell’Anatolia centrale, territorio nazionale della attuale Turchia.
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POSTILLA
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Diversi lettori dell’Isola di Patmos ci hanno chiesto lumi sulla lettera di fuoco scritta da S.E. Mons. Fragkiskos Papamanolis, Ofm. capp, Vescovo emerito di Syros, Santorini e Creta, Presidente della Conferenza episcopale di Grecia [cf. QUI], ed indirizzata contro i quattro Cardinali che hanno espresso dei dubia, secondo quanto concesso dagli ordinamenti ecclesiali e dalla tradizione apostolica stessa della Chiesa [cf. Gal 2, 1-11]; si tratta delle Loro Eminenze Rev.me Walter Brandmüller, Raymond Leo Burke, Carlo Caffarra, Joachim Meisner [cf. QUI]. Già da come il Presule greco si esprime, si capisce che egli ha la rigida arroganza di un vescovo ortodosso della Georgia, ed al tempo stesso l’ignoranza di un pope che ha studiato un po’ di teologia a bastonate nelle campagne feudali della Russia zarista. Per tutta risposta vi invitiamo quindi a commiserarlo, ma al tempo stesso a riflettere su quanto oggi possiamo versare in una grave e irreversibile crisi, se a soggetti di questo genere, non contenti di averli fatti vescovi, si affida persino la presidenza di un’intera Conferenza Episcopale. Se infatti il suo argomentare fanta-dottrinale e fanta-ecclesiale non fosse tragico, sarebbe davvero degno di un comico.
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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2016/07/Ariel-vescovo-di-Laodicea-miniatura-e1467375358231.jpg?fit=150%2C200&ssl=1200150Padre Arielhttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngPadre Ariel2016-11-24 05:16:512016-12-05 01:04:38Se tutti i preti possono assolvere il peccato di aborto, tutti i preti possono assolvere dal peccato di attentato al Sommo Pontefice
DA GIOVANNI CAVALCOLI A DONALD TRUMP: « I SODOMITI HANNO PERSO ». LE LOBBY GAY NON DENUNCINO IL TEOLOGO DOMENICANO PER CIÒ CHE NON HA DETTO, MA IL CORPO ELETTORALE STATUNITENSE PER QUELLO CHE COL VOTO HA ESPRESSO
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«Non illudetevi: né immorali, né idolàtri, né adùlteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapaci erediteranno il regno di Dio» [I Cor 6, 9-10]
Mentendo spudoratamente ed estrapolando dalla vicenda ciò che ad essi solo interessa, ma, quel che è peggio, sapendo in tal modo di alterare i fatti, quindi di mentire, i suscittibili Sommi Sacerdoti della “chiesa dogmatica” LGBT, hanno querelato sulla base del nulla il teologo domenicano Giovanni Cavalcoli entro questi termini: «L’Associazione nazionale contro le discriminazioni da orientamento sessuale pubblica un comunicato stampa in merito alle famose frasi di Padre Cavalcoli pronunciate a Radio Maria: “La frase pronunciata ai microfoni di Radio Maria, secondo la quale il terremoto sarebbe un castigo divino per le unioni civili, ha suscitato imbarazzo e dissenso da parte del Vaticano. In molti, tra vescovi e cardinali, si sono precipitati a sconfessare l’idea del Dio vendicativo e a chiedere scusa ai terremotati. Nessuno, tuttavia, ha voluto affrontare il punto nodale della questione, chiedendo scusa anche alle persone LGBT» [vedere testo QUI]. Questi iper-ideologizzati, sul pretesto delle discriminazioni sull’orientamento sessuale, mirano di fatto, ed in modo luciferino, a togliere la libertà di pensiero, di parola e di espressione a chiunque non consideri la sodomia come una cosa meravigliosa. Ciò al quale essi di fatto mirano, è di instaurare, a colpi di legge, una dittatura del gender, dinanzi alla quale, il vecchio regime fascista italiano, risulterebbe a confronto dei novelli dittatori genderisti null’altro che la pia confraternita delle Dame della Carità di San Vincenzo de’ Paoli.
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l’accademico pontificio domenicano Giovanni Cavalcoli
Mentre nei giorni passati quattro rumorosi lobbisti cattolicisi accanivano sul teologo domenicano con lo stesso stile in cui i lobbisti americani si accanivano sul candidato alla presidenza degli Stati Uniti d’America, nell’uno e nell’altro caso el Pueblo ha votato mostrando non solo la propria dissociazione dalle lobby, ma mostrando che il pensiero delle lobby è un pensiero fallimentare che rappresenta solo la loro chiusura irragionevole in se stesse, ma non il sentire del Popolo reale.
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I vari ecclesiastici che nel caso di Giovanni Cavalcoli si sono lanciati nella critica indignata e feroce, peraltro in clima di iper-misericordia verso tutto ciò che non è cattolico [cf. mio precedente articolo,QUI], rappresentano solo se stessi, non il Popolo di Dio, che invece ha approvato e appoggiato il teologo domenicano, difeso a spada tratta persino da riviste telematiche e blog cattolici con i quali sia lui sia io abbiamo avuto più e più volte duramente da questionare a livello teologico ed ecclesiale; primo avanti a tutti nella difesa di Giovanni Cavalcoli è stato lo storico Roberto de Mattei.
https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2014/10/Patmos1.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Padre Arielhttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngPadre Ariel2016-11-10 05:31:042017-02-21 22:46:42Da Giovanni Cavalcoli a Donald Trump: « i sodomiti hanno perso ». Le lobby gay non denuncino il teologo domenicano per ciò che non ha detto, ma il corpo elettorale statunitense per quello che col voto ha espresso
DAL GRILLO TEOLOGANTE DEL SANT’ANSELMO AL DOMENICANO CHE ESALTA SCHILLEBEECKX
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Parlando solo sul piano prettamente teologico, giammai su quello umano, va’ rilevato che questo accademico, dottrinalmente parlando, è una sorta di antitesi del mitico Re Mida che mutava in oro tutto ciò che toccava. Al suo contrario, Andrea Grillo, come una specie di Re Mirda, tutto ciò che teologicamente e dottrinalmente tocca diventa merda, perché palesemente e radicalmente viziato nel suo pensiero dalla madre di tutte le eresie: il Modernismo.
Il mio vescovo mi mandò anni fa al Sant’Anselmo di Roma per far la specializzazione. Non terminai neppure il primo semestre, perché dopo aver partecipato a una serie di lezioni tenute dal prof. Elmar Salmann e dal prof. Andrea Grillo, dissi al vescovo che non intendevo proseguire, dato che in quell’ateneo non s’insegnava teologia e sacramentaria cattolica. Il vescovo non la prese bene, mi destituì dall’incarico di cerimoniere, ma accettò la mia decisione. Leggendo quest’ultimo articolo del prof. Grillo [Ndr vedere QUI], mi glorio di quella mia decisione passata. Tu che cosa ne pensi?
Lettera Firmata
il Pontificio Ateneo Sant’Anselmo, un nome, ed una garanzia, oggi, di eresia …
Andrea Grillo è un uomo intellettualmente sgradevole, come lo sono di prassi le persone d’indole altezzosa. Lo abbiamo visto anche di recente, attraverso il modo in cui ha dibattuto col vaticanista della Rai Aldo Maria Valli, noto a tutti ― anche ai suoi colleghi non in linea con lui ― come uomo amabile dallo stile espressivo delicato e signorile [link del dibattito, QUI].
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Trovo sgradevole Andrea Grillo non come persona, perché come persona non è affatto sgradevole, tutt’altro! Lo trovo sgradevole sul piano squisitamente teologico, come trovo sgradevoli tutti quei teologastri dell’ultimo cinquantennio che non parlano di Dio e dei Misteri della Fede, ma delle fenomenologie politico-clericali. Si prenda come esempio tra i tanti l’articolo segnalato dal Sacerdote nostro lettore [cf. QUI], lo si analizzi e poi si dica: dove, quante volte, in qual modo Andrea Grillo, parlando della sua fenomenologia clerical-politica di un Sacramento come l’Ordine Sacro, ha menzionato solo di sfuggita Dio, o il Verbo di Dio, il Figlio consustanziale al Padre che il Sacramento dell’Ordine lo ha istituito per la perpetuazione del Memoriale vivo e santo? Una sola volta lo menziona — ed a sproposito — affinché: «la “presenza di Cristo” esca dalle contrapposizioni storiche tra “transustanziazione” e “consustanziazione”». E ciò equivale a leggere il concetto di “presenza di Cristo” non in una dimensione metafisica, ma come problema politico da risolvere, affinché trionfi il supremo dogma di quel dialogo inaugurato dal falso ecumenismo distruggente, quello che sta protestantizzando la Chiesa da dentro, grazie ai Pony di Troia come Andrea Grillo. Pertanto, in modo intellettualmente molto più onesto, questo accademico dovrebbe fare il sociologo o l’esperto in fenomenologia ecclesiale, anzi meglio ancora: ecclesiastica, non però il teologo sacramentario liturgico, posto che quanti i Sacramenti li vivono e quanti come noi li celebrano per mistero di grazia, hanno con essi tutt’altro rapporto, che è un rapporto di fede, un rapporto mistico, non un rapporto clerical-politico-fenomenologico.
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Sempre parlando solo sul piano teologico, giammai su quello umano, va’ rilevato che questo accademico, dottrinalmente parlando, è una sorta di antitesi del mitico Re Mida che mutava in oro tutto ciò che toccava. Al suo contrario, Andrea Grillo, come una specie di Re Mirda, ciò che teologicamente e dottrinalmente tocca diventa merda, perché palesemente e radicalmente viziato nel suo pensiero dalla madre di tutte le eresie: il Modernismo. E sempre a scanso di equivoci torno a ripetere: “tutto ciò che teologicamente e dottrinalmente tocca”, perché solo a questo è riferita l’espressione del mirdiano mutamente dell’oro delle Verità di fede, nella merda delle eresie. Infatti, per quanto poi riguarda tutto l’altro resto, quest’uomo è sicuramente il più degno ed esemplare cittadino della Repubblica Italiana, la persona più splendida, il marito più fedele al sacro vincolo del matrimonio, il modello di padre di famiglia più lodevole di questo mondo e via dicendo a seguire. Infatti — ribadisco — io non contesto la persona, né le sue indubbie qualità umane e morali, ciò che contesto è solo la sua eterodossia teologica, alla quale ho applicata la parola più appropriata: «Merda». Perché l’eresia rimane ed è tale per ogni buon cattolico: la peggiore merda di Satana, principe della corruzione e della falsificazione, colui che muta il vero in falso ed il falso in vero.
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Andrea Grillo è degno allievo del monaco benedettino tedesco Elmar Salmann [cf.QUI], al quale va’ il merito di avere protestantizzato nel corso di un trentennio di suo dominio il Pontificio Ateneo Sant’Anselmo. Basti solo ricordare ― e con me lo ricordano molti altri ―, che quando Elmar Salmann teneva tra il 2010 e il 2011 i corsi in preparazione al dottorato presso questo ateneo, soleva dilettarsi a definire il Beato Pio IX come «un caso psichiatrico», citando a suffragio di queste sue idee il Gesuita Giacomo Martina, che risulta esser stato un insigne storico, non però uno psichiatria specializzato in disturbi psicosomatici della personalità pontificia. E menzionando i quattro volumi editi dallo storico Gesuita avverso alla beatificazione di questo Sommo Pontefice [cf. QUI e QUI] ― che non risultano essere “verità di fede” ma opinioni di uno studioso ―, il buon Benedettino affermava in che modo quel caso clinico-psichiatrico di Pio IX « si è posto la sua medaglietta sul petto inventandosi un nuovo dogmino », con chiara allusione al dogma della infallibilità pontificia.
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Sberleffi teutonico-romanofobi del tutto comprensibili, considerata la testa e la bocca in questione, oltre al fatto che gli adoranti allievi modernisti della corte dei miracolisalmanniana, consigliavano ― ovviamente a livello critico, s’intende! ― la lettura di due opere dell’eretico Hans Küng, tra le quali: Infallibile? Una domanda. Dopo di ché, il sacro fuoco luteran-teutonico di Elmar Salmann procedeva avanti e si abbatteva sul Santo Pontefice Pio X, il quale ― cito testualmente ― «con la sua Pascendi Dominici Gregis, tentò di frenare il progresso e la speculazione scientifica, mentre gli esegeti protestanti facevano meraviglie sul piano delle ricerche filosofiche, teologiche e bibliche». E detto questo merita ricordare che tra il ristretto pubblico beneficiario di siffatte perle di saggezzasalmanniana, era presente come uditore anche il celebre giornalista Giuliano Ferrara, che proprio non mi risulta esser privo di eccellente memoria.
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Questo è l’uomo, o meglio il minuscolo eretico che ha messo in cattedra al Sant’Anselmo la propria corte dei miracoli modernista, Andrea Grillo incluso, con questa logica conseguenza: all’interno di quelle mura, oggi non può neppure avvicinarsi ciò che teologicamente e dottrinalmente è cattolico. Basti dire che gli interscambi tra il Sant’Anselmo e la Facoltà teologica valdese spaziano tra l’idolatria pseudo-ecumenica e la vera e propria prostrazione ai protestanti, a tal punto che il Pastore evangelico Paolo Ricca è da anni professore ospite in quel pontificio ateneo.
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Questo per dire che se un cattolico,per sua somma sventura, si avvicinasse a siffatto ambiente avvelenato e avvelenante, radicalmente corrotto poiché infarcito di modernismi e protestantismi, verrebbe arso al rogo dai membri della ereticale corte dei miracoli insediata al suo interno da Elmar Salmann, inclusi non pochi monaci sculettanti che lanciavano occhiate languide a vari studenti, perché l’eresia ― per parafrasare il mio Confratello polacco Darius Oko [cf.QUI e QUI] ―, diventa spesso omoeresia, con tutto il nubifrociouniversale che ne consegue nella Chiesa, com’ebbi a spiegare io senza troppe perifrasi in un mio libro del 2011.
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Molto vi sarebbe da scrivere sull’eretico modernista Andrea Grillo, che dell’ingegno dei grandi modernisti del calibro di Ernesto Buonaiuti, dotati di notevole intelletto, di scienza e di sapienza usata però purtroppo al contrario, non ha proprio niente, perché ormai siamo divenuti mediocri persino nell’eresia. E che il Grillo teologante sia un modernista, è fuori discussione, non perché lo dica io, ma perché lo provano i suoi scritti, le sue idee non cattoliche sulla Eucaristia, sul Sacramento dell’Ordine, sul Sacramento del Matrimonio, o più generalmente sulla dogmatica sacramentaria. Per non parlare dell’ecumenismo, della esaltazione della inter-comunione coi protestanti, dell’ipotesi sugli ordini sacri alle donne, del secondo matrimonio cattolico, per seguire con tutto il devastante corollario che ha portato al collasso le varie aggregazioni luterane e anglicane. Perché con le loro ideologie liberali sostituite ai vecchi dogmi della fede, il loro femminismo esasperato, le loro “donne prete”, le loro pittoresche “vescovesse” lesbiche sposate che adottano bambini con la loro coniuge [cf. QUI], nei concreti fatti, i tanto ammirati teologisti luterani, hanno solo ottenuto il risultato di svuotare le loro chiese, da tempo molto più vuote di quelle cattoliche, dove capita invece che entrino per professare la fede nella Chiesa «una santa cattolica e apostolica» numerosi loro fuoriusciti, in particolare gli anglicani. Se infatti il Grillo teologante fosse un teologo cattolico anziché un teologista-ideologico, dovrebbe anzitutto ricordare a se stesso che nel Simbolo di fede niceno-costantinopolitano, noi non professiamo la fede nella “molteplicità delle Chiese”, seguitiamo a professare: «Credo la Chiesa una, santa cattolica e apostolica» [Εἰς μίαν, Ἁγίαν, Καθολικὴν καὶ Ἀποστολικὴν Ἐκκλησίαν]. Perché Il Verbo di Dio Incarnato, tramite il Beato Apostolo Giovanni, ci esorta a essere perfetti nell’unità [cf. Gv 17, 23], non nella molteplicità e nella frammentarietà delle “chiese”. Pertanto, l’unico ecumenismo che noi possiamo cattolicamente concepire, è quello che mira a riportare i fratelli separati nell’unità della Chiesa «una, santa cattolica e apostolica», non certo a conferire al loro scisma ereticale il rango di “riforma” ed al loro eresiarca Lutero il rango di “riformatore”.
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Ciò malgrado, il Grillo teologante non perde occasione per insistere in modo oggi aperto, non più subliminale, di quanto sarebbe a suo parere opportuno discutere sulla ammissione delle donne ai sacri ordini, sebbene dolosamente consapevole che questo discorso è stato chiuso per sempre con un pronunciamento di San Giovanni Paolo II, che rifacendosi a quanto già affermato dal conciliarissimo Beato Paolo VI — e non dalla “vecchia Chiesa” dei Santi Pontefici Pio X o Pio V —, ribadì che la Chiesa «non si riconosce l’autorità di ammettere le donne all’ordinazione sacerdotale» [vedere documento, QUI]. Affermazione alla quale il Grillo teologante ribatte con sofismi di bassa lega definendola come: «una dichiarazione di “non autorità”» [vedere articolo integrale, QUI]. A quel punto, il Grillo Teologante, giocando più sul giuridico che sul teologico, afferma: «la non irreformabilità di Ordinatio Sacerdotalis che, in una prospettiva più lunga, la autorità ecclesiale potrebbe riconoscere domani di avere la autorità di estendere la ordinazione sacerdotale anche alla donna. Infatti il testo del 1994 è definitive tenendum, ma non in modo assoluto. Solo finché la Chiesa non riterrà di avere quella autorità che nel 1994 ha ritenuto di escludere. Mancando dei requisiti di “infallibilità”, il documento è solo relativamente irreformabile».
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Purtroppo, questo giocatore per niente abile, giocando pro domo sua con il fallibile e l’infallibile, non tiene conto del Vangelo e soprattutto della vita del Verbo di Dio Incarnato, proprio quella dinanzi alla quale, i Sommi Pontefici, hanno affermato che la Chiesa «non si riconosce l’autorità di ammettere le donne all’ordinazione sacerdotale». Semplice il motivo per il quale la Chiesa non si riconosce questa autorità, perchè chi vive una dimensione della fede cristocentica anziché politicocentrica, sa bene che Cristo, con le donne, non aveva problemi di alcun genere, come invece li avevano i giudei soggetti, ancor più che alla Legge Mosaica, alle cavillosità rabbiniche. Basti pensare al genere di scandalo più volte destato dal Cristo che permetteva alle donne di avvicinarlo e persino di toccarlo; in una società e dinanzi a una Legge che non consentiva neppure ai padri stessi, di toccare le proprie figlie, ma soprattutto viceversa, per non parlare dei criteri meticolosi di separazione tra uomini e donne, dei relativi riti di purità e via dicendo. Cose queste di cui, il Cristo, non si curava affatto. E allora perché mai, istituendo il Sacerdozio e l’Eucaristia, non scelse come Sacerdoti delle donne? E che genere di donne, stavano vicine a Cristo Dio! A partire dalla Mater Dei, nata senza macchia di peccato originale. Perché scelse invece Giuda che lo tradì, Pietro che lo rinnegò tre volte, ed altri che, dinanzi alla mal parata, come narra il Vangelo della Passione: «Allora tutti i discepoli, abbandonatolo, fuggirono»? [cf. Mt 26,56]? Perché non scelse quella figura straordinaria di Maria Maddalena, che lo seguì fin sotto la croce e che giunse per prima il mattino al sepolcro? Probabilmente, il Verbo di Dio, non scelse le donne perché non era ancora un cristiano adulto, non c’era stata ancora la “riforma” del grande “riformatore” Lutero grazie al quale oggi possiamo assistere al grottesco carnevale delle “vescovesse” lesbiche che si pavoneggiano con mitria e pastorale; non c’era ancora stato il post-concilio dei teologi interpreti fautori del loro personale concilio egomenico, ma soprattutto non era stata sviluppata la ermeneutica della rottura e della discontinuità da parte della Scuola di Bologna di Dossetti & Alberigo. Adesso che però abbiamo avuto questo e molto altro, potremmo andare anche oltre, rispetto a certe “limitatezze” del … povero Cristo, per causa delle quali la Chiesa «non si riconosce l’autorità di ammettere le donne all’ordinazione sacerdotale». In fondo, basterebbe solo porsi al di sopra di Dio, ed agire di conseguenza come meglio riteniamo opportuno. Non è forse questa l’essenza della bestemmia contro lo Spirito Santo?
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Andrea Grillo è un eretico perché nel suo pensiero eterodosso e pseudo ecumenico ricorrono tutti i principali errori indicati nella dichiarazione Dominus Jesus dell’anno 2000, mentre nelle sue errate concezioni della sacra liturgia ricorre tutto ciò che è indicato come errore dalla istruzione Redemptionis Sacramentum, posto che egli stesso si è prestato a gravissimi abusi liturgici in varie chiese parrocchiali della Liguria, dove più volte ha tenuto le omelie al Vangelo al posto del Presbitero durante la celebrazione del Sacrificio Eucaristico, che è appunto “sacrificio”, attraverso il quale il pane e il vino si transustanziano nel Corpo e Sangue di Cristo, realmente presente in anima, corpo e divinità. L’Eucaristia non è una luterana transignificazione, né una protestantica transfinalizzazione, né una festosa cena alla maniera calvinista nella quale l’Eucaristia è intesa come mero simbolo svuotato di ogni sacralità. Perché per il Grillo Teologante qualsiasi termine è buono, specie se protestante, fuorché il termine di sacrificio vivo e santo. Senza infatti andare neppure a sfiorare le alte sfere della dogmatica sacramentaria, basterebbe limitarsi a ricordare ciò che insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica sulla Santissima Eucaristia:
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Nel SS. Sacramento dell’Eucaristia è contenuto veramente, realmente, sostanzialmente il Corpo e il Sangue di nostro Signore Gesù Cristo, con l’anima e la divinità e, quindi, il Cristo tutto intero. Tale presenza si dice “reale” non per esclusione, quasi che le altre non siano “reali”, ma per antonomasia, perché è sostanziale, e in forza di essa Cristo, Dio e uomo, tutto intero si fa presente [cf. CCC, n. 1374]
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Ma in fondo, chi sono io, per giudicare una celebrità come il Grillo teologante, lasciato libero da anni di avvelenare le menti con le proprie eresie in un Pontificio Ateneo, direttamente sotto le finestre della Congregazione per la dottrina della fede presieduta dal Cardinale Gerhard Ludwig Müller e della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei Sacramenti presieduta dal Cardinale Robert Sarah? Se infatti non ci pensano questi due Cardinali, vestiti di rosso non per coreografia, bensì qual simbolo di fedeltà e di obbedienza alla fede sino allo spargimento del loro stesso sangue, preposti come tali a dirigere questi due dicasteri strettamente competenti per le eresie moderniste spacciate dalla cattedra pontificia del Grillo Teologante, dovrei forse pensarci io? Purtroppo non ho la potestas per destituire dalle cattedre certi personaggi palesemente e orgogliosamente non cattolici. Fossi stato in carica al posto di certi Prefetti, lo avrei fatto da tempo, incurante delle ire e degli attacchi della potente cordata dei modernisti che da mezzo secolo a questa parte la fa da padrona all’interno della Chiesa.
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Questo per dire quanto io sia memore d’esser davvero poca cosa, dinanzi a questa realtà andata ormai ben oltre la stessa «Immaginazione al potere», perché neppure la più fervida fantasia avrebbe mai immaginato che un giorno, tutto ciò che fu condannato dal Santo Pontefice Pio X, riguardo il Modernismo qual madre di tutte le eresie, avrebbe spadroneggiato all’interno della Chiesa, al punto che oggi sono gli eretici, a punire ed estromettere i devoti alla dottrina e al sacro deposito della fede cattolica, a partire dalle più blasonate università e atenei pontifici, ed in specie quelli più antichi, nei quali non si insegna ai futuri teologi quanto perniciosi siano stati gli errori della eresia protestante, tutt’altro! Si chiama l’eresiarca Lutero «riformatore», si giunge persino a dire che grazie alla “riforma” protestante si è potuto avere, dopo quasi cinque secoli, il Concilio Vaticano II, che «ha accolto le istanze di Lutero» (!?) cosa vera solo parzialmente e come tale da analizzare e spiegare con molta cura, posto che alcune delle istanze nate da non poche legittime proteste di Lutero ― come già in passato ho scritto ―, non solo furono accolte in seguito dal Vaticano II, ma già prima, il Concilio di Trento, in diversi dei suoi canoni disciplinari, fece proprie diverse di queste sue legittime istanze. Diverso è invece attribuire a Lutero certe riforme del Vaticano II e, casomai ciò non bastasse, accogliere direttamente i protestanti in casa nostra come professori invitati nelle università ecclesiastiche dove si formano i nostri futuri teologi, gran parte dei quali presbiteri e religiosi, che una volta titolati in eresia mediante il suggello delle sante carte accademiche romane, saliranno poi sui pulpiti delle chiese per annunciare fieramente altrettante eresie, con aura da intellettuali sopraffini e scimmiottando in modo peggiorativo i loro cattivi maestri.
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Consapevole pertanto della mia pochezza,lascio che a rispondere alle eterodossie del Grillo teologante sia il Sommo Pontefice San Pio X, che riguardo la corte dei miracoli modernista posta dal capo eretico Elmar Salmann sulle cattedre del Pontificio Anteneo Sant’Anselmo, afferma con parole chiare e inequivocabili quanto sotto segue …
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dall’Isola di Patmos, 3 novembre 2016
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.DISCORSO DEL SOMMO PONTEFICE PIO X RIVOLTO AI NUOVI CARDINALI *
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Città del Vaticano, 17 aprile 1907
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il Santo Pontefice Pio X, autore della solenne sconfessione dell’eresia modernista [Vedere Pascendi Domici Gregis, QUI]
Accogliamo colla più viva compiacenza i sentimenti di devozione e di amore figliale verso di Noi e di questa Sede Apostolica, che Ci avete significati in nome vostro e dei vostri dilettissimi confratelli per l’onore della Porpora a cui foste chiamati [1]. Ma se accettiamo i vostri ringraziamenti, dobbiamo pur dire, che le preclare virtù, di cui siete adorni, le opere di zelo, che avete compiute, e gli altri segnalati servigi, che in campi diversi avete resi alla Chiesa, vi rendevano pur degni di essere annoverati nell’albo del Nostro Sacro Senato.
E Ci allieta non solo la speranza, ma la certezza, che anche rivestiti della nuova dignità consacrerete sempre, come per il passato, l’ingegno e le forze per assistere il Romano Pontefice nel governo della Chiesa.
Se sempre i Romani Pontefici hanno avuto bisogno anche di aiuti esteriori per compiere la loro missione, questo bisogno si fa sentire più vivamente adesso per le gravissime condizioni del tempo in cui viviamo e pei continui assalti, ai quali è fatta segno la Chiesa per parte dei suoi nemici.
E qui non crediate, Venerabili Fratelli, che Noi vogliamo alludere ai fatti, per quanto dolorosi, di Francia, perché questi sono largamente compensati dalle più care consolazioni: dalla mirabile unione di quel Venerando Episcopato, dal generoso disinteresse del clero, e dalla pietosa fermezza dei cattolici disposti a qualunque sacrificio per la tutela della fede e per la gloria della loro patria; si avvera un’ altra volta che le persecuzioni non fanno che mettere in evidenza e additare all’ ammirazione universale le virtù dei perseguitati e tutto al più sono come i flutti del mare, che nella tempesta frangendosi negli scogli, li purificano, se fosse necessario, dal fango che li avesse insozzati.
E voi lo sapete, Venerabili Fratelli, che per questo non temeva la Chiesa, quando gli editti dei Cesari intimavano ai primi cristiani: o abbandonare il culto a Gesù Cristo o morire; perché il sangue dei martiri era semente di nuovi proseliti alla fede. Ma la guerra tormentosa, che la fa ripetere: Ecce in pace amaritudo mea amarissima, è quella che deriva dalla aberrazione delle menti, per la quale si misconoscono le sue dottrine e si ripete nel mondo il grido di rivolta, per cui furono cacciati i ribelli dal Cielo. E ribelli pur troppo sono quelli, che professano e diffondono sotto forme subdole gli errori mostruosi sulla evoluzione del dogma, sul ritorno al Vangelo puro, vale a dire sfrondato, com’ essi dicono, dalle spiegazioni della teologia, dalle definizioni dei Concilii, dalle massime dell’ascetica, — sulla emancipazione dalla Chiesa, però in modo nuovo senza ribellarsi per non esser tagliati fuori, ma nemmeno assoggettarsi per non mancare alle proprie convinzioni, e finalmente sull’ adattamento ai tempi in tutto, nel parlare, nello scrivere e nel predicare una carità senza fede, tenera assai pei miscredenti, che apre a tutti purtroppo la via all’eterna rovina.
Voi ben vedete, o Venerabili Fratelli, se Noi, che dobbiamo difendere con tutte le forze il deposito che Ci venne affidato, non abbiamo ragione di essere in angustie di fronte a quest’attacco, che non è un’eresia, ma il compendio e il veleno di tutte le eresie, che tende a scalzare i fondamenti della fede ed annientare il cristianesimo.
Sì, annientare il cristianesimo, perché la Sacra Scrittura per questi eretici moderni non è più la fonte sicura di tutte le verità che appartengono alla fede, ma un libro comune; l’ispirazione per loro si restringe alle dottrine dogmatiche, intese però a loro modo, e per poco non si differenzia dall’ ispirazione poetica di Eschilo e di Omero. Legittima interprete della Bibbia è la Chiesa, però soggetta alle regole della così detta scienza critica, che s’impone alla Teologia e la rende schiava. Per la tradizione finalmente tutto è relativo e soggetto a mutazioni, e quindi ridotta al niente l’autorità dei Santi Padri. E tutti questi e mille altri errori li propalano in opuscoli, in riviste, in libri ascetici e perfino in romanzi e li involgono in certi termini ambigui, in certe forme nebulose, onde avere sempre aperto uno scampo alla difesa per non incorrere in un’ aperta condanna e prendere però gli incauti ai loro lacci.
Noi pertanto contiamo assai anche sull’opera vostra, Venerabili Fratelli, perché qualora conosciate coi Vescovi Vostri suffraganei nelle vostre Regioni di questi seminatori di zizzania, vi uniate a Noi nel combattere, Ci informiate del pericolo a cui sono esposte le anime, denunciate i loro libri alle Sacre Congregazioni Romane e frattanto, usando delle facoltà che dai Sacri Canoni vi sono concesse, solennemente li condanniate, persuasi dell’obbligo altissimo che avete assunto di aiutare il Papa nel governo della Chiesa, di combattere l’ errore e di difendere la verità fino all’ effusione del sangue.
Del resto confidiamo nel Signore, o diletti figli, che ci darà nel tempo opportuno gli aiuti necessarii; e la benedizione Apostolica, che avete invocata, discenda copiosa su voi, sul clero e sul popolo delle vostre diocesi, sopra tutti i venerandi Vescovi e gli eletti figli, che decorarono con la loro presenza questa solenne cerimonia, sui vostri e sui loro parenti; e sia fonte per tutti e per ciascuno delle grazie più elette e delle più soavi consolazioni.
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Pius, PP X
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NOTE
[1] Card. Aristide Cavallari, Patriarca di Venezia.
* AAS, vol. XL (1907), pp. 259-262.
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QUEL DOMENICANO CHE ESALTA SCHILLEBEECKX
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Uno dei gravi difetti di Edward Schillebeeckx è che egli confonde concetto e linguaggio. I linguaggi variano, mutano e devono mutare; devono essere aggiornati e adattati all’ambiente; ma certe realtà di ragione o di fede, che essi esprimono, sono universali e immutabili, sono, per dirla con Benedetto XVI, valori “non negoziabili”, irrinunciabili. Quindi andiamo cauti prima di definire Schillebeeckx un “grande teologo”.
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Autore Giovanni Cavalcoli, OP
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Caro Padre Giovanni ,
vi seguo da sempre sull’Isola di Patmos e ricordo d’aver letto suoi giudizi critici sul teologo olandese domenicano Schillebeeckx, da lei accusato di modernismo, gnoseologia, ecc.. Giorni fa, mi sono imbattuta in una presentazione fatta sul sito ufficiale dell’Ordine Domenicano [Ndr. QUI], dove questo teologo da lei più volte criticato è presentato nella lista delle “grandi figure domenicane”. Sono un po’ confusa, potrei chiederle una spiegazione?
Francesca Papa
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nella foto: Edward Schillebeeckx – Caratteristica degli ecclesiastici e dei religiosi modernisti, è che rimangono agli annali loro foto ufficiali che li ritraggono di rigore in giacca e cravatta, con in mano un boccale di birra (Kark Rahner) o con una sigaretta (Edward Schillebeeckx), ma nessuno di loro si è fatto immortalare con il proprio abito ecclesiastico o religioso, meno che mai con il breviario o con la corona del rosario in mano …
Sul sito della Provincia domenicana di San Tommaso d’Aquino dell’Ordine dei Frati Predicatori è apparsa la presentazione della figura e dell’opera del domenicano Edward Schillebeeckx per la penna di Padre Gerardo Cioffari, OP [Vedere QUI].
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L’Autore ne fa grandi lodi,molte delle quali sono immeritate, perché io sin dal 1984 [1], insieme con altri critici e in consonanza con le censure, che Edward Schillebeeckx a suo tempo ha ricevuto dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, ho segnalato in molte occasioni e in alcune pubblicazioni[2], i suoi gravi errori, che trovano la loro radice nella sua gnoseologia storicista e relativista e che mettono la sua teologia in contrasto con la dottrina della fede.
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Il fatto che Schillebeeckx sia stato tra gli ispiratori del Catechismo olandese,messo così in rilievo da Gerardo Cioffari, non fa onore a Schillebeeckx, dato che il Catechismo conteneva errori contrari alla fede e così gravi lacune, che il Beato Paolo VI fu costretto a farlo correggere e completare da una commissione cardinalizia appositamente istituita. Il Catechismo Olandese senza le correzioni apportate da Roma, è la bandiera dell’attuale neo-modernismo filo-protestante e si spaccia falsamente per interpretazione del Concilio Vaticano II.
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Il vizio fondamentale della gnoseologia di Schillebeeckx sta in una radicale sfiducia nella ragione, sostituita da una “fede” esperienziale ed atematica, che ricorda molto l’impostazione di Lutero. Egli infatti crede che il concetto non coglie la realtà, quindi non può essere una rappresentazione oggettiva e fedele del reale, ma è l’espressione o interpretazione relativa al soggetto di una precedente “esperienza atematica” della realtà, sicché il concetto si limita ad indicare l’oggetto, senza identificarsi intenzionalmente con esso, ma lo rappresenta solo in forma convenzionale, linguistica o simbolica, così come, per esempio, un cartello stradale indica la direzione da seguire per giungere alla meta, ma non è ancora il luogo che occorre raggiungere.
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Da notare che l’ “esperienza atematica” non è l’esperienza dei sensi, ma è una intuizione intellettuale apriorica del reale concreto mista a senso, che Schillebeeckx desume dalla fenomenologia husserliana. Il sapere, quindi, per Schillebeeckx, non inizia con l’esperienza sensibile, come per Aristotele e San Tommaso, ma con questa esperienza o intuizione apriorica, che ricorda anche l’apriorismo cartesiano e kantiano.
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L’esperienza sensibile, per Schillebeeckx, non avviene prima della concettualizzazione, come nel tomismo, ma nell’orizzonte dell’esperienza atematica, che non esiste in San Tommaso, e che invece per Schillebeeckx è il punto di partenza del conoscere. Egli ammette che il concetto sia legato all’esperienza del senso, ma esso è formato solo dopo l’esperienza atematica, come interpretazione ed espressione “inadeguata” (nel senso che vedremo) di questa esperienza. Il tutto è accompagnato da una spiccata antipatia per l’astrazione intellettuale, di origine occamistica, che rende Schillebeeckx incapace, in nome di un’indiscreta concretezza e storicità, di cogliere e apprezzare il valore oggettivo e realista dell’astrazione dell’essenza universale dal particolare concreto, e quindi l’indipendenza dell’essere sovratemporale ed immutabile dal temporale e mutevole.
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Secondo il vecchio pregiudizio occamista,l’astrarre è inevitabile, ma esso toglie qualcosa o impoverisce il contenuto del conoscere, che sarebbe raggiunto solo dall’esperienza atematica, ed aggiunge un elemento soggettivo, che sarebbe la “interpretazione”, se si tratta di cogliere l’oggetto; o l’espressione concettuale nel linguaggio, se si tratta di comunicarlo agli altri.
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Per Schillebeeckx, noi, per mezzo del concetto non possiamo conoscere oggettivamente la realtà, ma solo “interpretarla” secondo categorie mutevoli e diversificate, compresi i dogmi. L’esperienza atematica coglierebbe il reale, ma è in se stessa, in quanto atematica, incomunicabile nel concetto e nel linguaggio. È presto detto che tutto ciò ovviamente è deleterio per la comprensione dei dogmi della fede, il cui contenuto è notoriamente immutabile ed eterno, essendo interpretazione infallibile della Parola di Dio. Per questo, meraviglia sommamente, per non dire che scandalizza, che lo Schillebeeckx sia stato proprio docente di teologia dogmatica. Del resto, casi simili nella storia del pensiero non sono nuovi. Basti pensare che Kant era docente di metafisica. Si direbbe che per Schillebeeckx l’enciclica Pascendi Dominici Gregis di San Pio X sia venuta per niente.
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Per comprendere la teoria di Schillebeckx sul concetto,non comprensore ma “indicatore”, possiamo fare un esempio. Se io vedo per la strada il cartello “Bologna”, conosco la direzione che devo mantenere per arrivare a Bologna, ma non posso dire ancora di essere a Bologna. Ma questa separazione dalla realtà si aggrava nella visione Schillbeecckxiana, per la quale il concetto indica la realtà, ma non la fa mai raggiungere.
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Così si spiega la dichiarazione di Schillebeeckx citata da Gerardo Cioffari: «L’espressione concettuale non è che l’imperfetta, inadeguata ed astratta esplicitazione dell’atto conoscitivo costituito da una intuizione implicita. Essa dipende sempre da una determinata esperienza terrena, da un dato momento storico e da una particolare cultura».
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Questa “intuizione implicita” è un’esperienza originaria pre-concettuale, globale ed ineffabile della realtà, che successivamente viene “interpretata” o espressa in concetti che tendono ad essa, ma non la raggiungono.
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La realtà, per Schillebeeckx, è una ed oggettiva; dà la verità, ma gli approcci concettuali sono molti e contingenti, così come sono molti i segnali stradali, che indicano Bologna nelle diverse direzioni. Di una sola realtà, quindi, non si dà un solo concetto, ma molti nel tempo e nello spazio. Da qui la mutabilità e relatività dei concetti dogmatici.
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Per esempio, uno è il mistero di Cristo.Ma un conto è la cristologia neotestamentaria, un conto quella calcedonese, un conto quella medioevale, un conto quella moderna. Confrontate tra di loro in assoluto, si contraddicono tra di loro. Esse invece risultano vere, se riferite ciascuna al proprio tempo. Veritas filia temporis. Il concetto ontologico di persona andava bene per i tempi di Calcedonia. Oggi bisogna usare quello esistenzialista. La bandiera si muove a seconda del vento.
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Osserviamo altresì che “espressione inadeguata” non è solo sinonimo di “imperfetta” — l’imperfezione è connaturale al concetto umano, soprattutto in teologia, nel senso che il concetto non comprende totalmente la cosa —, ma vuol dire che manca quell’ adaequatio intellectus et rei, che condiziona e costituisce la verità del conoscere. E manca appunto perché il concetto non raggiunge la realtà, non la fa propria, non la assimila, non la interiorizza, ma le resta fuori, impenetrabile, inconoscibile ed estranea, ci gira solo attorno, come nella gnoseologia kantiana.
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In tal modo il soggetto — “una determinata esperienza terrena, un dato momento storico, una particolare cultura” — entra, mediante l’ “interpretazione”, a costituire l’oggetto, per cui la verità non è più una semplice adaequatio all’oggetto, ma è relativa al soggetto. È il relativismo gnoseologico. Non posso conoscere la cosa com’è, ma come è per me. L’oggetto non è in sé, ma è relativo a me. Non c’è più pura oggettività, ma il soggetto concorre a costituire o a formare l’oggetto, come in Kant.
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Osserva Gerardo Cioffari:«Non si tratta però di un’affermazione di agnosticismo, in quanto l’inadeguatezza del concetto non significa che non corrisponde ad alcunché di reale, bensì che non coglie adeguatamente il reale, ma lo indica, ne offre la direzione ed il senso. Il che vale specialmente per il discorso su Dio, del quale conosciamo, al dire di S. Tommaso, ciò che non è, e non ciò che è. Di conseguenza la rivelazione resta un mistero insondabile, e le definizioni dogmatiche hanno la funzione di orientarci verso il mistero della salvezza».
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Per evitare l’agnosticismonon basta che il concetto corrisponda a “qualcosa di reale”, se poi il concetto non lo raggiunge e non si sa cosa sia questo qualcosa. Anche per Kant la cosa in sé esiste, ma il guaio è che è inconoscibile. Occorre invece che la mente sappia qual è l’essenza della cosa. Se manca questo atto della mente, manca la stessa conoscenza, perchè conoscere vuol dire appunto sapere, di una cosa, che cosa è, vuol dire conoscerne l’essenza. La conoscenza è conoscenza di qualcosa.
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Riguardo poi alla conoscenza di Dio,bisogna ricordare la distinzione fatta dal Gaetano tra il cognoscere quidditatem, conoscere l’essenza in qualunque modo e il cognoscere quidditative, conoscere per modo di essenza o in forza dell’essenza.
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Quando San Tommaso dice che di Dio razionalmente sappiamo solo ciò che non è,piuttosto che ciò che è, si riferisce al conoscere quidditativamente, ossia conoscere Dio per essenza o nella sua essenza propria. E’ impossibile definire l’essenza di Dio o formare un concetto di Dio per genere e differenza, perchè Dio è purissimo Essere, al di sopra di tutti i generi e le specie. Conosciamo Dio quidditativamente solo nella fede e soprattutto nella visione beatifica. Ma ciò non vuol dire che sia del tutto impossibile formare un qualunque concetto di Dio o definirne la essenza — cognoscere quidditatem — in un modo qualunque, per quanto imperfetto ed analogico. Si utilizza, come ci suggerisce la stessa Sacra Scrittura [Es 3,14], la categoria dell’ente, che è al di sopra di tutti i generi, e quindi meglio di ogni altra si presta per formare un concetto di Dio, come appunto fa San Tommaso con la sua famosa nozione dell’ipsum Esse per Se Subsistens.
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Il concetto, come già sapeva Hegel, non è altro che la cosa “nell’elemento del pensiero”; la cosa in quanto pensata, la cosa in anima, come diceva San Tommaso. Questo non vuol dire che non occorra distinguere il pensiero dall’essere, o la cosa dal concetto della cosa. Confondere questi due termini, con la pretesa di conoscere esaustivamente l’oggetto, come fece Hegel, sarebbe idealismo gnostico, più volte condannato da Papa Francesco[3].
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Gerardo Cioffari cita poi altre parole di Schillebeeckx: «Teologicamente mi sembra insostenibile e anche impossibile voler fissare una volta per sempre i concetti teologici ricorrendo ad una regolazione ecclesiastica del linguaggio. Perché ogni asserzione, anche dogmatica, significa qualcosa soltanto entro un contesto concreto. Se viene portata dentro un altro contesto, il significato di quanto era stato asserito viene inevitabilmente spostato».
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Un altro grave difetto dello Schillebeeckxè che egli confonde concetto e linguaggio. I linguaggi variano, mutano e devono mutare; devono essere aggiornati ed adattati all’ambiente; ma certe realtà di ragione o di fede, che essi esprimono, sono universali e immutabili, sono, per dirla con Benedetto XVI, valori “non negoziabili”, irrinunciabili.
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È vero che una medesima cosa può essere espressa in modi diversi.Ma non bisogna prendere a pretesto il mutamento dell’espressione o del linguaggio, cose che possono essere utili o necessarie, per cambiare la cosa. Se si cambia il significato o il concetto di una cosa, la cosa non può più essere la stessa. E se un valore è immutabile, è sleale e ingannevole presentarlo come mutevole. Deve permanere il concetto di ciò che permane e mutare il concetto di ciò che muta. Il sapere, certo, deve progredire; ma se l’oggetto conosciuto è immutabile, non si tratta di cambiar concetto, ma di migliorarlo.
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Il linguaggio certamente non è fatto solo di termini verbali o segni linguistici.È troppo evidente che questi variano e mutano. Ma esistono anche modi espressivi di carattere concettuale, come per esempio i concetti metaforici, le immagini, i simboli, i miti, i paragoni, differenti da cultura a cultura, da tempo a tempo in una medesima cultura. È chiaro che anche questi elementi espressivi variano e devono cambiare, restando lo stesso il significato dell’oggetto.
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Stando così le cose,bisogna dire che il Magistero della Chiesa fissa una volta per sempre i concetti teologici, soprattutto dogmatici, non ricorrendo anzitutto “ad una regolazione ecclesiastica del linguaggio”, ma approfondendo il significato della Parola di Dio. Il Magistero non è l’Accademia della Crusca. Esso fissa per sempre tali concetti, soprattutto nelle solenni definizioni dogmatiche, semplicemente perchè le realtà o verità che sono oggetto di queste definizioni sono eterne e divine.
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Si tratta dell’interpretazione infallibile, sotto l’assistenza dello Spirito Santo, di quella Parola di Dio, che “non passa” (Mt 24,35) e che è “stabile come il cielo” [Sal 119,89]. Che poi il Magistero tenga anche alla proprietà del linguaggio, questo è vero; ma sempre e solo al fine di far comprendere al fedele il vero significato del dogma e quindi di quella Parola di Dio che il dogma interpreta.
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È quindi falso che «ogni asserzione, anche dogmatica, significa qualcosa soltanto entro un contesto concreto». Al contrario, essa significa qualcosa, ossia la verità di fede, entro qualunque contesto, anche se dev’essere mediata da un certo contesto, perché la verità di fede è una verità universale ed immutabile. Il significato delle verità di fede, quale che sia il contesto nel quale esso viene espresso, è sempre lo stesso, perché esso è al di sopra del tempo ed appartiene all’orizzonte dell’eterno e del divino, non è legato a nessun particolare contesto storico e vale per tutti. Verbum Domini manet in aeternum.
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Diverso discorso vale per il linguaggio, col quale la Chiesa esprime la verità dogmatica. Il suo linguaggio è e può effettivamente essere legato al variare dei contesti storici e dei sistemi linguistici. La formula dogmatica, però, può variare nel suo aspetto linguistico e semantico, ma giammai nel concetto di fede che essa esprime.
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Altre dichiarazioni di Schillebeeckx riferite da Gerardo Cioffari:«Il Magistero stabilisce ogni volta nelle mutevoli circostanze temporali quale linguaggio è valido nella Chiesa; in altre parole esso regola l’uso del linguaggio ecclesiastico e stabilisce: Chi non parla così e così della fede, espone, almeno in questa situazione culturale con i suoi presupposti specifici, se non se stesso, certamente gli altri fedeli, al pericolo di alterare il senso inteso del messaggio evangelico riguardo alla realtà salvifica».
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Compito della Chiesanon è anzitutto stabilire delle parole o delle formule verbali, ma dei concetti, chiarire i concetti, i concetti di fede, sia pure espressi in parole adatte e comprensibili. Certamente la Chiesa ha la preoccupazione di esprimere il messaggio evangelico nella maniera più adatta, così da farsi comprendere dagli uomini del suo tempo. Ma ciò che le sta più a cuore è di farci sapere che cosa Cristo ci ha insegnato per la nostra salvezza. E per capire queste cose, occorre una gnoseologia che ammetta che l’intelletto coglie il reale mediante il concetto, altrimenti la conoscenza svanisce e noi perdiamo l’altissima dignità che Dio ci ha dato di essere stati creati a sua immagine e somiglianza. Quindi andiamo cauti prima di definire Schillebeeckx un “grande teologo”.
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Varazze, 3 novembre 2016
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NOTE
[1] Cf Il criterio della verità in Schillebeeckx, in Sacra Doctrina, 2, 1984, pp.188-205.
[2] Accenno a Schillebeeckx anche nel mio recente articolo “Decadenza e ripresa dell’Ordine Domenicano” [vedere testo QUI].
[3] Cf il mio saggio “La dipendenza dell’idea dalla realtà nell’ Evangelii Gaudium di Papa Francesco, in PATH, 2, 2014, pp.287-316.
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Nota
La Redazione aveva titolato questo articolo della rubrica dei Lettori pubblicato il 3 novembre alle ore 21: «Piccoli eretici crescono: dal Grillo teologante del Sant’Anaselmo al Domenicano burlone che esalta Schillebeeckx». Titoli e fotografie sono frutto del lavoro redazionale e non degli Autori, ho provveduto a cambiare il titolo dato comulativamente a due scritti diversi pubblicati assieme. Infatti, la “accusa” di eresia e di modernismo che io ho reputato opportuno rivolgere alle posizioni del teologo sacramentario liturgico Andrea Grillo, nell’ambito di quelle che sono le ordinarie dispute teologiche, non si possono estendere al domenicano Gerardo Cioffari OP, per quanto riguarda lo scritto che segue e che tratta tutt’altro argomento. Ho provveduto così a titolare: «Dal Grillo teologante del Sant’Anaselmo al Domenicano che esalta Schillebeeckx»
Ariel S. Levi di Gualdo
4 novembre 2014 ore 20.30
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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2016/06/lettere-dei-lettori.jpg?fit=303%2C244&ssl=1244303Redazionehttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngRedazione2016-11-03 00:07:122021-04-26 16:55:36Dal Grillo Teologante del Sant’Anselmo al Domenicano che esalta Schillebeeckx
LA COMMEMORAZIONE DEI DEFUNTI E LA SOCIETÀ ATTUALE: ESISTE ANCORA UN’IDEA DI NECROPOLI CRISTIANA NEL SUO ASPETTO ECCLESIALE?
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Nella società contemporanea la morte è sempre più demonizzata, esorcizzata mediante la costruzione di veri e propri quartieri “dormitorio” che attraverso la realizzazione di “colombari” tutti uguali tra loro, degli enormi palazzoni con ascensori, il cui meccanismo sembra turbare il sonno dei defunti, dove si colgono gli aspetti più devastanti e tristi di una solitudine disumana, reflusso di un meccanismo societario ormai più votato alla serialità che alla sostanza o alla voce del cuore.
Risurrezione del Cristo (1966) nella pittura di Quirino De Ieso [tempera, cm.50X35)
Gesù ci dice: «Non vi meravigliate di questo,poiché verrà l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e ne usciranno: quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna» [cf. Gv 5, 28-29]. Ed ancora Gesù disse in un brano precedente: «I morti udranno la voce del Figlio di Dio e quelli che avranno prestato ascolto vivranno» [cf. Gv 5, 25]. Per seguire con l’Apocalisse nella quale è scritto: «Coloro che “prestano ascolto”, o ubbidiscono, alle istruzioni che ricevono dopo essere stati risuscitati avranno i loro nomi scritti nel “rotolo della vita”» [Ap 20, 12-13].
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Cratere di Eufronio, raffigurante ypnos e thanatos, il sonno e la morte [Museo etrusco-romano di Cerveteri]
Il sonno della morte rende l’uomo un’entità impotente, muta di fronte all’inesorabile accadimento scientifico e razionalistico, ma fortunatamente consolatorio per la memoria umana che esprimendosi attraverso sia i carmina, l’epigrafe, sia la rappresentazione artistica soccorre alla perpetuazione dell’identità individuale di ciascuno di noi. Così come ci avvisa l’Evangelista Giovanni, con le parole di Cristo, la persona defunta, deve essere riconosciuta tale, con il proprio bagaglio culturale, la propria esperienza, con una propria missione, mediante “la celebrazione funebre o in suffragio” ovvero il ricordo assicurato dall’epitaffio; per poi essere infine, la morte, sconfitta da Cristo Risorto attraverso il riconoscimento della vita eterna, tramite quella resurrezione del corpo che ci rende partecipi alla risurrezione del Cristo.
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Sergio Alessandro Ughi, 1981: Partita a scacchi con la morte [Collezione Cassa di Risparmio di Ferrara]
Il monito dell’Evangelista Giovanni è chiaro:il vissuto dell’uomo non può essere dimenticato per quella moltitudine di scritti, manufatti, lavori di più vasto e vario genere sia intellettuali che artigianali che siamo abituati ad apprezzare o meno attraverso libri, giornali, città vere e proprie, che rivelano oltre alla mente, la presenza di un’anima e che oggi gli stessi mezzi di comunicazione, invenzioni e strumentazioni tecnologiche ne rendono quasi perfetta la stessa esistenza terrena. Ma siamo così troppo concentrati a vivere questa vita che talvolta dimentichiamo persino di essere mortali. Quindi ci si chiede quanta ancora sia l’attenzione, l’interesse, la cura a che i propri defunti siano riconosciuti come uomini di straordinaria o meno attitudine, inclinazione, anche dopo aver vissuto questa vita mortale.
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Eppure un tempo lontano l’uomo si premurava di conferir “giusta sepoltura” ai morti, soprattutto nella società greca testimoniata dai poemi omerici in cui l’angosciosa tensione di una mancata sepoltura inficiava il destino dell’anima, che poteva raggiungere la sua dimora definitiva nell’aldilà solo nel momento in cui il corpo avesse ricevuto gli onori e i riti di una degna sepoltura. Pertanto le cure nei confronti della custodia del cadavere erano pari a quelle dell’anima e funzionali al benessere di quest’ultima per garantirne il ricordo persino attraverso i secoli.
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Tomba etrusca Della Pietrera a Vetulonia, nella Maremma grossetana
Sin dalle origini della comparsa dell’uomo sulla terra, stili e modalità di sepoltura hanno contribuito alla continuità del “ricordo” funerario oltrepassando i confini del tempo, e il cimitero (dal greco κοιμητήριον luogo di riposo) quale luogo dell’eterno riposo, ha interessato ed interessa diversi aspetti della vicenda umana, dalla antropologia, alla storia dell’arte alla politica, alla società, finanche alla moda, per trovare conforto e motivazione al senso escatologico presente in ognuno di noi. La sepoltura, infatti, sin dall’antichità si è espressa nei modi più disparati attraverso forme e modi vari: dalla incinerazione alla inumazione, configurandosi strutturalmente mediante sarcofagi, tombe a grotticella artificiale, a tumulo, a cista, ad enchytrismos, simbolicamente legate alle varie credenze religiose pagane e pervenendo in epoca cristiana all’inumazione mediante cospargimento di oli sul corpo che veniva ricoperto dalla sindone (lenzuolo di lino).
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Basilica Sant’Isidoro, Leon (Castiglia), le tombe
L’unico spartiacque che ha da sempre distintoil modus sepolturae anche tra gli stessi cristiani riguarda la realizzazione di tombe, che siano state più o meno decorate a seconda delle possibilità economiche delle famiglie, o meglio talvolta istoriate delle vicende gloriose o distintive che in vita caratterizzarono il defunto, nella cornice dei differenti periodi storici. Non è certo trascurabile ancora, accennare al periodo bizantino tra IV e VI secolo, quando si procedette ad inumare personalità di spicco, alti prelati, o signorotti della città all’interno delle chiese, chiedendone l’intercessione ai martiri ivi sepolti, attraverso le cosiddette sepolture ad sanctos, un elemento talmente distintivo della società di allora che divenne persino una moda. Solo in epoca napoleonica, con il famoso Editto di Saint Cloud del 1804, esteso poi anche all’Italia, si vietarono costruzioni cimiteriali all’interno dei centri abitati, imponendone la collocazione extra moenia con lapidi tutte uguali collocate lungo la stessa cinta muraria.
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scorcio della necropoli di Pantalica (Siracusa)
Vere e proprie necropoli, calco delle città dei vivi si estenderanno fuori i centri abitati, caratterizzati da giardini, quasi immensi parchi lussureggianti di vegetazione e lapidi ivi piantate a mo di “steli” si, ma non floreali, bensì funerarie. Il cimitero viene considerato così un museo all’aperto, testimonianza della storia dell’identità di un popolo, simbolo della rappresentazione religiosa e sociale. Retaggio di quest’ultimo è il cimitero contemporaneo non più inteso come un tempo, semplicemente luogo dell’eterno riposo ma piuttosto oggi più che mai la tomba adempie alla funzionalità di una dimora per il defunto, abbellendone la morte, e procedendo ad una pianificazione del paesaggio necrofilo caratterizzato da cappelle di famiglia che assumono l’aspetto di vere e proprie case, in cui non esiste più solamente lo spazio dedicatorio alla memoria del compianto, ma si procede ad una celebrazione enfatizzata del ruolo economico sociale di colui che è scomparso.
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i colombari dei moderni cimiteri
Nella società contemporanea la morte è sempre più demonizzata, esorcizzata mediante la costruzione di veri e propri quartieri “dormitorio” che attraverso la realizzazione di “colombari” tutti uguali tra loro, degli enormi palazzoni con ascensori, il cui meccanismo sembra turbare il sonno dei defunti, dove si colgono gli aspetti più devastanti e tristi di una solitudine disumana, reflusso di un meccanismo societario ormai più votato alla serialità che alla sostanza o alla voce del cuore.
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«All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne confortate di pianto è forse il sonno della morte men duro?», recitava Ugo Foscolo nel carme i “Sepolcri”, ed ancora Kafka, nei suoi Diari, reclamava: la morte è considerata «lato crudele del male è quello di una fine apparente che produce un dolore reale». Ma oggi cosa resta di questi due preziosi “moti dell’anima”? Se si è persino giunti a congelare le spoglie mortali attraverso un procedimento complesso di crio-fusione per dare vita mediante il meccanismo del ciclo generativo ad un vegetale, o ancora un’insolita agenzia di pompe funebri è in grado di produrre “diamanti della memoria” [Cf.QUI] in cui le ceneri umane vengono trasformate in pietre preziose da incastonare e portare a spasso per la velleità dell’essere umano.
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Cupola affrescata da Correggio nella Cattedrale di Parma, raffigurante la risurrezione dei morti
Qui di arte c’è ben poco, ma ancor meno di spirito,perché non si tratta più di contattare l’artista che realizzi il sepolcro marmoreo o ligneo concentrando tutte le sue energie nel disegno adorno di punzonature o bassi rilievi dal profondo significato iconologico, simbolico e spirituale, quindi riporlo nel mausoleo o nella cappella funeraria più elegante della necropoli. La morte è certamente sempre uguale, ma l’uomo tenta di esorcizzarla in ben altro modo, non conferendogli più il significato della memoria di colui che fu, così come da secoli si è abituati a ricordare, ma di colui che sarà, ossia un pezzo di minerale o un vegetale, privando ormai anche il prossimo del senso escatologico della morte stessa, legata ad una speranza che è una certezza di fede: «Credo nella risurrezione dei morti e nella vita del mondo che verrà», come recitiamo nella nostra Professione di Fede.
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*storica dell’arte
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NOTA.
[1] Et iterum venturus est cum gloria, iudicare vivos et mortuos, cuius regni non erit finis.
E di nuovo verrà, nella gloria,
per giudicare i vivi e i morti,
e il suo regno non avrà fine.
[ Simbolo di Fede Niceno-Costantinopolitano (381) ]
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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2015/11/Licia-foto-formato-piccolo.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Licia Oddohttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngLicia Oddo2016-11-01 00:40:172021-04-20 23:33:41La commemorazione dei defunti e la società attuale: esiste ancora un’idea di necropoli cristiana nel suo aspetto ecclesiale?
IL TERREMOTO A NORCIA NON PUÒ DISTRUGGERE QUELLO CHE HANNO GIÀ DISTRUTTO I BENEDETTINI TRA SOLDI, SESSO, DROGA E PERSINO IL ROCK AND ROLL DEL LORO ABATE PRIMATE
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Sulle figure e le personalità “di spicco” del mondo Benedettino degli ultimi decenni si potrebbero scrivere fiumi di pagine, tutte provate e documentate, per quanto riguarda sesso, soldi e persino uso di droghe, come nel caso dell’Arciabate di Montecassino, cocainomane all’ultimo stadio. Alla triade: soldi, sesso e droga, mancava solo il Rock and Roll, cosa alla quale pensò l’Abate Primate Nokter Wolf, tanto per non farsi mancare proprio niente.
Poi disse loro: «Si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno, e vi saranno di luogo in luogo terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandi dal cielo».
[Lc 21, 10-11]
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le rovine della basilica di San Benedetto da Norcia nella cittadina di Norcia
Sulla rivista La Nuova Bussola Quotidiana è apparso un articolo firmato dal Priore Benedettino del Monastero di San Benedetto a Norcia [vedere QUI], finito raso al suolo per le scosse sismiche. Dal momento che viviamo in una società che dal pensiero liquido è passata ormai a quello vaporoso e che per questo vive ogni evento con irrazionale emotività, senza memoria storica e capacità di lettura, credo meriti ricordare che «Dio castiga e usa misericordia», per parafrasare un articolo di Giovanni Cavalcoli OP [vedereQUI].
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La caduta della basilica benedettina, nella Città natale del Beato Padre Benedetto da Norcia, fondatore del monachesimo d’Occidente, è solamente la caduta visibile di un Ordine storico che da svariati decenni è stato distrutto dai membri delle varie famiglie benedettine.
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Nella Chiesa contemporanea vi sono due Ordini storici che sono paradigma della nostra irreversibile decadenza: i Gesuiti e i Benedettini. Non che gli altri Ordini e Congregazioni siano messe meglio, perché la decadenza della vita religiosa in generale, è ormai ad uno stato nel quale da tempo si è superata la soglia del non-ritorno.
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Dom Nokter Wolf, Abate Primate della Confederazione Benedettina in concerto rock
I Gesuiti sono il paradigma delle peggiori derive teologiche. Se infatti andiamo ad analizzare con lucidità la storia dei loro ultimi cinquant’anni di vita, scopriamo che la diffusione dei peggiori teologismi e sociologismi eterodossi sono tutta opera loro, sebbene lasciati liberi, sotto il pontificato di San Giovanni Paolo II, poi sotto quello di Benedetto XVI, di diffondere i peggiori errori dottrinari in America Latina e nei Paesi dell’Oriente.
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Il soprannome da me coniato: Compagnia delle Indie, mira a indicare in modo tragicomico la progressiva trasformazione della vecchia, gloriosa e benemerita Compagnia di Gesù fondata dal Beato Padre Ignazio di Loyola. Quest’Ordine, da decenni in caduta libera — anche a livello numerico, se consideriamo che in un solo anno d’inizio millennio furono registrati circa 500 decessi e 20 nuove ordinazioni sacerdotali in tutto il mondo —, ha il proprio attuale serbatoio di vocazioni in India e Africa, con una non lieve conseguenza: non pochi dei nuovi Padri sono palesemente animisti e sincretisti, con buona pace di quella che fu la lunga e rigida formazione cattolica alla quale i Gesuiti erano sottoposti in passato. Ovvie le conseguenze: se andiamo ad analizzare a fondo il problema scopriamo che dietro alle peggiori aberrazioni nate dalla Teologia della Liberazione, dalla Teologia del Popolo, dalla Teologia Indigenista, dalla Teologia Sincretista, sino alla Teologia della morte di Dio, per seguire con l’infiltrazione dei peggiori teologismi protestanti e dell’ebraismo biblico all’interno della Chiesa Cattolica, sempre e immancabilmente scopriamo che dietro al tutto vi sono come capocomici dei teologisti e dei sociologisti Gesuiti.
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Quando dinanzi all’evidenza dei fatti non si sa come rispondere,ma soprattutto come negare l’ovvio e orrido vero, a quel punto giunge solitamente il monito: «Il tuo spirito pessimista e assolutista rasenta la mancanza di luce e di carità cristiana. Insomma, possibile che tutto sia marcio? Ci saranno anche dei buoni gesuiti!». Or bene, che vi siamo dei buoni Gesuiti, io posso testimoniarlo meglio ancora di altri, essendo stato prima seguito nel percorso vocazionale, poi appresso formato per il Sacerdozio ministeriale anche da due gesuiti appartenenti alla vecchia Compagnia di Gesù, non certo alla modernistica e sincretistica Compagnia delle Indie. Ma stiamo per l’appunto parlando d’uomini di tutt’altra generazione, come prova l’età di uno dei due ancora vivente, che da tempo ha superato i novant’anni d’età. Uomini formati nella più rigida ortodossia, con un’impostazione da compagnia militare, con una cultura enciclopedica acquisita nel corso delle loro esistenze. Insomma: la Compagnia di Gesù che fu e che purtroppo oggi non è più. Quella gloriosa Compagnia che io, attraverso alcuni anziani ridotti oggi a quattro gatti in marcia verso la tomba, ho avuto l’onore e il privilegio di conoscere e di frequentare.
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Dom Nokter Wolf, Abate della Confederazione Benedettina durante un concerto rock
La pia illusione― perché d’illusione si tratta ―, circa il fatto che «… ci saranno anche dei buoni Gesuiti!», nulla toglie a un dato oggettivo: se in una vigna le viti sono assalite da plasmopara viticola, meglio nota come peronospora[1], è inutile consolarsi dicendo che sparsi per i filari vi sono ― per quanto pochissimi ― anche alcuni grappoli d’uva sani, perché a prescindere da essi, la vigna è malata, in modo diffuso e purtroppo irreversibile.
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Chi, non ha mai visto piante o alberi completamente marciti,che però avevano una o due foglie ancora verdi e sane? Eppure, dinanzi a delle piante affette da malattie trasmissibili anche alle altre coltivazioni, non mi risulta che alcun agronomo abbia mai detto che siccome nella pianta marcia e infetta sopravvivevano una o due foglie sane, poteva non essere tagliata, o meglio lasciata al suo posto affinché potesse infettare anche le altre piante. Cosa questa di cui ― parlando della Compagnia di Gesù ―, rimangono responsabili il Beato Paolo VI ed a seguire San Giovanni Paolo II, che, pur avendo pensato di scioglierla, pare sia stato convinto a non farlo, o forse egli stesso si convinse a non farlo, come ci spiega Giovanni Cavalcoli in un suo articolo dedicato tempo fa alla Compagnia di Gesù [vedereQUI].
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Se i Gesuiti sono paradigma della decadenza dottrinale,i Benedettini lo sono della peggiore decadenza morale, sempre secondo il principio delle piante e degli alberi completamente marciti, nei quali sopravvivono una o due foglie ancora verdi e sane. Basti dire a tal proposito che il caso di Montecassino, Abbazia Madre dell’Occidente, non è affatto un caso isolato, ma solo la punta dell’iceberg. Già in passato ho scritto sulle vicende e il vissuto luciferino dell’Abate di quest’Abbazia, attenendomi rigorosamente ai fatti e agli atti giudiziari, nei quali sono contenuti materiali dinanzi ai quali prenderebbero le distanze persino gli abitanti di Sodoma e Gomorra. A Capo della storica abbazia dell’Occidente, era infatti finita una gaiaprincipessa capricciosa che dilapidava danaro tra vita di lusso, festini omosessuali e droghe [vedere seconda parte di questo mio precedente articoloQUI].
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Dom Nokter Wolf, Abate Primate della Confederazione Benedettina, durante un concerto rock
Alla Badia Primaziale di Sant’Anselmo in Urbe, sede dell’Abate Primate della Confederazione Benedettina, sede del Pontificio Ateneo Sant’Anselmo, sede dell’annesso collegio internazionale per gli studenti di teologia, La Congregazione per l’Educazione Cattolica, tra il 2007 e il 2008, dopo alcuni precedenti inviti, impose infine ai Superiori maggiori benedettini di ripulire quelle “sacre” mura dall’orda di omosessuali che al loro interno avevano creato un vero e proprio lupanare, con tanto di coppiette conviventi più o meno ufficiali o ufficiose. Chiunque ne voglia conferma può sempre chiederla al tutt’oggi sano e vegeto Cardinale Zenon Grocholewski, all’epoca Prefetto di questo dicastero, che per la gravità del caso trattò personalmente la cosa e fece dettare infine l’ultimatum: «O ripulite il vostro Collegio, oppure ve lo facciamo chiudere».
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Di recente, l’Abbazia di Grottaferrata, prelatura immediatamente soggetta alla Santa Sede, ha perduto questo antico status. Dopo la nomina del nuovo superiore, il Benedettino belga Dom Michel Van Parys, la Santa Sede ha tolto la giurisdizione diocesana all’Abate dell’Abbazia affidandola al vicino Vescovo di Albano Laziale. Esattamente come avvenuto poco più di un anno fa per l’Abbazia di Montecassino, privata di quella giurisdizione diocesana esercitata per secoli dagli Abati cassinesi e passata alla vicina Diocesi di Sora, il cui Ordinario Diocesano ha assunto il titolo di Vescovo di Sora-Aquino-Pontecorvo-Montecassino.
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Cos’è accaduto nell’Abbazia di Grottaferrata? Solita menata, anzi peggio, i soliti e ormai cristallizzati frocismi monacali, di cui ci dà notizia in modo paludato il quotidiano cattolico francese La Croix, imputando la grave decisione della Santa Sede al «frequente viavai notturno nell’abbazia». E questo viavai notturno, rigorosamente a base di giovanotti, è risultato a tal punto grave che la Santa Sede ha successivamente dichiarate invalide le ordinazioni sacerdotali di alcuni monaci, poiché affetti da palese e grave difetto di fabbrica. Scrive il quotidiano cattolico francese:
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le Saint-Siège aurait en effet demandé à l’abbé de Grottaferrata de démissionner après des plaintes de riverains pour «activités nocturnes répétées» et «va-et-vient fréquents». Rome aurait également demandé que soit prononcée la nullité de plusieurs ordinations sacerdotales de moines de l’abbaye[2].
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i Feedback, gruppo tedesco che annovera tra i suoi componenti Dom Notker Wolf, Abate Primate della Confederazione benedettina [vedereQUI]
Ricordo sempre con orrore i racconti a me fatti a Roma da un ambasciatore, cattolico devoto, anch’egli sempre sano e vegeto oltre che dotato di straordinaria memoria, quando mi narrò che al ritorno dalla sua missione in una zona di guerra agli inizi del 2000, decise di ritirarsi per qualche giorno nell’Abbazia di Praglia per il Triduo Pasquale. Mi narrò desolato il diplomatico davanti al mio collaboratore: «Nella foresteria dell’Abbazia erano stati ospitati due giovani francesi, quelli che in gergo romano sono comunemente indicati come marchettari, uno dei quali dormiva in una stanza adiacente la mia. E durante tutta la notte fui costretto a udire l’andirivieni dei monaci». E concluse con amarezza il diplomatico: «Questo fu il mio Triduo Pasquale nell’Abbazia di Praglia dopo la mia lunga missione diplomatica in una zona di guerra, nella quale avevo vissuto per un paio di anni totalmente blindato all’interno dell’ambasciata».
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Sull’Abbazia di Monte Oliveto Maggiore ed il suo attuale Abate, conosciuto dai monaci anziani sin da quand’era giovane chierico ― e del quale chi scrive ha avuto a suo tempo diretta e personale conoscenza ― stendo un velo pietoso, sicuro che nessuno avrà l’imprudenza di sollevarmi questioni per vilipeso onore monastico, considerato che all’interno di quelle “sacre” mura è accaduto proprio di tutto, come possono testimoniare non pochi ex monaci, diversi dei quali usciti da quell’abbazia per passare al clero secolare, pronti a riferire a qualsiasi Autorità Ecclesiastica ciò che più volte hanno testimoniato a me: «Dentro quelle mura ho visto prima la corruzione morale, appresso l’inferno». Forse lo stesso inferno che avrà visto il postulante di 38 anni che nel 2007 si uccise lanciandosi da una finestra. Ovviamente, di fronte a simile dramma, la giustificazione fu bella e pronta: «Il poverino soffriva di disturbi mentali». Una giustificazione dinanzi alla quale sorge però un quesito tanto pertinente quanto logico: da quando, sono ammessi nelle più antiche e blasonate abbazie benedettine dei poverini affetti da disturbi mentali? O dobbiamo forse dedurre che un’antica abbazia svolga servizio di volontariato come centro di igiene mentale? Insomma: il vero disturbato, è quello che si è suicidato in preda alla disperazione, o quelli che vi sono rimasti dentro, a partire dall’allora Abate Dom Michelangelo Maria Tiribilli, quantomeno privo di capacità introspettive e di spirito di cristiano discernimento vocazionale, pur avendo seguito a suo tempo per molti anni la formazione dei chierici candidati ai sacri ordini, molti dei quali divenuti dei gai monaci sfarfallanti, tra i quali poi, appresso, sono stati scelti ed eletti degli abati muniti di altrettanza e leggiadra gaiezza?
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copertina del CD della rock band di Dom Nokter Wolf, Abate Primate della Confederazione Benedettina
Non sono poche le personalità del mondo benedettino coinvolte negli ultimi decenni in scandali spesso inenarrabili, tutti legati di rigore a problemi morali dai quali sono nate sempre storie di ordinaria omosessualità, alcune volte anche di pedofilia, come nel caso dell’Arcivescovo Metropolita di Vienna, il Benedettino Hans Wilhelm Groër, costretto a lasciare la guida dell’Arcidiocesi nel 2005. Il suo successore, Christoph von Schönborn, dell’Ordine dei Frati Predicatori, nel 2008 chiese pubblicamente perdono ai cattolici austriaci per gli atti commessi dal suo predecessore, ammettendo in tal senso tutti i fatti a lui addebitati [cf. QUI].
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Altrettanta sorte indignitosa toccò all’ex Abate Primate della Confederazione Benedettina, Dom Rembert G. Weakland, punta di diamante dell’ultra progressismo, che alla fine del suo mandato fu eletto Vescovo di Milwaukee negli Stati uniti d’America, dove fu accusato di molestie sessuali da un ex studente di teologia, dal quale cercò di comprare il silenzio con ingenti somme di danaro sottratte alle casse della diocesi[3].
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Dom Nokter Wolf, Abate dell’Abbazia bavarese di Sankt Ottilien,di lampante impostazione catto-protestante ed esponente del progressismo modernista più rozzo — posto che vi sono fior di modernisti dotati di profonda e straordinaria cultura —, fu il successore degnissimo di Dom Rembert G. Weakland nella carica di Abate Primate della Confederazione Benedettina. Abile sfruttatore della propria posizione, Dom Nokter Wolf si è dedicato perlopiù alla propria personale imprenditoria, dando alle stampe uno appresso all’altro libri resi ridicoli dalla mancanza di elementare dignità teologica, oltre che privi di senso logico. Un bavarese piccolo di statura e sempre sorridente, il buon Dom Nokter Wolf, più simile allo stereotipo della macchietta napoletana anziché al nordico teutonico biondo slavato dagli occhi di ghiaccio e dalla elevata statura fisica. Ricordato come tale — ossia come una macchietta — da decine e decine di ex studenti del Sant’Anselmo, specie quando al mattino, giungendo nel coro monastico, mostrava segni visibili che rivelavano quanto forse non avesse ancora smaltito lo spirito alcolico della serata precedente.
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Dom Nokter Wolf, Abate Primate della Confederazione Benedettina, durante le ovazioni di fine concerto
Sulle figure e le personalità “di spicco” del mondo Benedettino degli ultimi decenni si potrebbero scrivere fiumi di pagine, tutte provate e documentate per quanto riguarda sesso, soldi e persino droga, come nel caso dell’Abate di Montecassino, cocainomane all’ultimo stadio. Alla triade: soldi, sesso e droga, mancava però il Rock and Roll, cosa alla quale pensò il penultimo Abate Primate, Dom Nokter Wolf, tanto per non far mancare niente a questa impietosa e penosa decadenza della gloria benedettina che fu.
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Domanda da un milione di euro, alla quale dovrebbe rispondere la Santa Sede, lucrando in tal modo questa somma da distribuire tra i poveri delle periferie esistenziali : se un numero così preoccupante ed elevato di monaci benedettini, che dopo essere divenuti abati di storiche abbazie, abati primati della confederazione benedettina, promossi dai Sommi Pontefici vescovi ed elevati alla dignità cardinalizia, sono finiti coinvolti in scandali di sesso, soldi e persino droga; se costoro sono stati eletti alle più alte cariche in seno alle comunità monastiche, ed in seguito in seno alla Chiesa universale, perché erano al momento i migliori da scegliere, qualcuno intende forse interrogarsi, presto e bene, a quali livelli possano essere invece i peggiori che popolano abbazie e monasteri?
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Quando quest’anno gli Abati delle Congregazione della Confederazione Benedettina si sono riuniti a Roma per eleggere il successore di Dom Nokter Wolf, un paio di amici che hanno stretti rapporti interni con la Badia Primaziale di Sant’Anselmo in Urbe, mi hanno riferito: «Per giorni abbiamo “gustato” una visione “straordinaria”. Sotto gli occhi abbiamo avuto una sfilza di abati riuniti per eleggere il nuovo Abate Primate». E hanno concluso dicendo: «Pareva di essere a un raduno del gay pride ».
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Lungo sarebbe il discorso delle origini e dei motivi del tutto.I Benedettini, che in Germania hanno sempre avuto il loro nucleo più numeroso e la loro roccaforte numerica, hanno fortemente risentito del meglio del peggio dei teologi del post-concilio che hanno dato vita al proprio personale concilio egomenico. Ma siccome il discorso sarebbe per l’appunto lungo, mi limito a sintetizzare una mia vecchia conferenza tenuta a Rieti anni fa assieme all’accademico pontificio Giovanni Cavalcoli, nella quale lui per un verso, io per altro verso, spiegammo alla nutrita platea che la crisi del dogma genera una crisi della dottrina, quindi della fede. E la perdita della dottrina, di conseguenza la perdita della dimensione di fede, genera inevitabilmente prima la crisi morale e poi la peggiore decadenza morale, che è tutto quanto frutto e conseguenza della crisi dottrinale.
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uno dei vari libercoli di Dom Nokter Wolf, casomai ai nostri Lettori non fosse ancora chiaro quanto sia bene non imparare dai monaci come lui …
E di questa crisi morale i Benedettini sono paradigma.Sempre senza generalizzare, ma ribadendo il principio dell’albero e della pianta ormai malata e marcita, nella quale sopravvivono una o due foglie sane. Pertanto, la caduta della Basilica Benedettina eretta a Norcia nella natale cittadina del Beato Padre Benedetto, è la caduta visibile di un Ordine che da tempo è decaduto dottrinalmente, quindi moralmente. Proprio come moralmente è decaduta l’Europa, dopo avere perduta la fede. Un’Europa nata come idea e poi sviluppatasi in concreto proprio nel grande circuito delle antiche e gloriose abbazie benedettine, nelle quali, dopo la caduta dell’Impero Romano, fu prima preservata e poi diffusa la migliore scienza del sapere; quella stessa Europa di cui il Beato Padre Benedetto è Santo e Venerato Patrono, dopo essere stato della stessa Europa il principale artefice.
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dall’Isola di Patmos, 31 ottobre 2016
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[1]Microrganismo appartenente alla classe degli oomiceti, originario dell’America e importato accidentalmente in Francia intorno al 1878, da cui si è poi diffuso in tutta Europa.
[2]La Croix, 04.11.2013: Démission de l’abbé exarchal de Grottaferrata, en Italie [testo dell’articolo leggibile QUI, riportato in versione italiana da Sandro Magister i 6.9.2016, QUI].
[3]Cf. Sandro Magister: «Dimesso d´urgenza il vescovo di Milwaukee, capofila mondiale dell´ala progressista. I capi d´accusa: sesso e soldi», [articolo del 28.05.2002, leggibileQUI]
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QUESTO È STATO L’INIZIO GLORIOSO …
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… E QUESTA È STATA LA FINE INGLORIOSA
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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2014/10/Patmos1.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Padre Arielhttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngPadre Ariel2016-10-31 03:07:552016-11-05 00:55:07Il terremoto a Norcia non può distruggere quello che hanno già distrutto i Benedettini tra soldi, sesso, droga e persino il rock and roll del loro Abate Primate
DAVVERO IL «IL PROSELITISMO È UNA SOLENNE SCIOCCHEZZA» COME HA DETTO IL SANTO PADRE? ALCUNE COSE DA CHIARIRE SU “PROSELITISMO” ED “ECUMENISMO”
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In un’intervista del 2013 il Sommo Pontefice Francesco affermò: «Il proselitismo è una solenne sciocchezza» [cf.QUI]. Alcuni cattolici accusarono il Successore di Pietro di demolire la dottrina cattolica e di contraddire il precetto evangelico che comanda: «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato» [Mc 16, 15-16]». Oggi, gli stessi stanno rilanciando queste accuse mentre il Sommo Pontefice è in procinto di recarsi in Svezia per partecipare alla celebrazione dei 500 anni della psuedo “riforma” luterana …
Il Santo Padre Francesco in visita alla Comunità luterana di Roma
In un’intervista del 2013 il Sommo Pontefice Francesco affermò: «Il proselitismo è una solenne sciocchezza» [cf.QUI]. Alcuni cattolici accusarono il Successore di Pietro di demolire la dottrina cattolica e di contraddire il precetto evangelico che comanda: «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato»[1]. Oggi, gli stessi stanno rilanciando queste accuse mentre il Sommo Pontefice è in procinto di recarsi in Svezia per partecipare alla celebrazione dei 500 anni della psuedo “riforma” luterana; una visita che forse poteva anche evitare, dato che niente noi cattolici abbiamo da festeggiare dinanzi all’eresiarca Lutero. Il Vicario di Cristo in terra non necessita certo delle nostre difese d’ufficio, merita però ricordare che il proselitismo, nella sua accezione negativa, non è stato condannato solo dal Santo Padre Francesco, ma da Gesù Cristo in persona: «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che percorrete la terra e il mare per fare un solo proselito e, ottenutolo, lo rendete figlio della geenna peggio di voi!»[2].
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Più volte il Santo Padre Francesco ha definito il proselitismo come contrario all’ecumenismo, forse non chiarendo i guai che di per sé il proselitismo può creare. Procediamo allora noi a chiarire, a partire dallo stesso termine che potrebbe essere frainteso da chi non conosce anzitutto la radice etimologica delle parole. Esso deriva infatti da “proselito”, dal greco prosèlytos, lemma usato nel Nuovo Testamento per indicare il “convertito”, alla lettera: colui-che-si-è-avvicinato[3]. L’origine della parola non ha nulla di spregiativo o sconveniente. In origine “proselitismo” vuol dire semplicemente “far proseliti”, il che è evidentemente un’opera buona. Sennonché già Cristo indica un modo del tutto sbagliato per far proseliti:
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«Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che percorrete la terra e il mare per fare un solo proselito e, ottenutolo, lo rendete figlio della geenna peggio di voi!»[4].
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Da qui nasce il senso negativo del proselitismo.Occorre quindi fare attenzione a come annunciamo il Vangelo, a come esortiamo gli uomini a convertirsi e ad avvicinarsi a Cristo e alla Chiesa, con quali mezzi, con quale metodo, con quale animo, per qual fine. Bisogna poi interrogarci: è il vero Vangelo quello che annunciamo, o sono idee raccattate da impostori della teologia alla moda? Nell’opera di evangelizzazione, seguiamo le indicazioni che ci vengono dalla Chiesa o agiamo per attirare le simpatie del mondo? Vogliamo in quest’opera affermare le nostre idee e attirare discepoli che ci applaudano, o insegnare umilmente e coraggiosamente ciò che insegna la Chiesa accettando sofferenze e contrarietà? Siamo mossi da autentico spirito di servizio e da compassione per i peccatori, o semplicemente dal desiderio di imporci sugli altri con le nostre novità dottrinali?
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Il proselitismo non punta sulla persuasione, ma sulla suggestione,non fornisce segni di credibilità, ma gioca sul sentimento, non mostra le cose ardue, ma solo le comodità. Non dimostra la ragionevolezza del credere, ma stimola le emozioni, nasconde da una parte i difetti dei propri correligionari ed esagera le loro qualità, mentre dall’altra denigra la religione della controparte. Usa mezzi sleali per convincere, o esercita indebite pressioni, prospettando magari vantaggi inesistenti. Tace sulle difficoltà della religione che gli propone e solletica le sue passioni, non stimola la responsabilità, ma crea delle persone plagiate. Non forma delle persone libere, ma crea, come nel caso degli islamisti, dei pecoroni e dei fanatici, pronti all’occorrenza ad uccidere chi non accetta la conversione forzata, ignari che il dono della libertà e del libero arbitrio è contenuto nel mistero stesso della creazione dell’uomo, al quale Dio si è sempre proposto nel corso dell’intero Mistero della Rivelazione, mai si è imposto, tanto meno con violenza.
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Il proselitismo è contrario all’ecumenismo non perché il proselitismo voglia persuadere la controparte della bontà dei valori che le propone, questo c’è anche nell’ecumenismo; né perché il proselitista vuol convincere il fratello separato ad entrare nella Chiesa Cattolica — pur essendo invece questo il fine ultimo dell’ecumenismo —, ma perché il proselitista si rifiuta di ammettere che la controparte conserva certi valori del cattolicesimo, o perché non vuole ammettere certi errori storici della Chiesa, o perché il proselitista tratta il fratello con disprezzo o alterigia. Il proselitismo, quindi, è un eccesso di zelo, o uno zelo sleale, per sua natura amaro e aggressivo nel compiere un’opera in sé importantissima e doverosissima: l’evangelizzazione. Esso è privo di motivazioni e finalità soprannaturali e si basa su metodi e fini meramente umani, poco puliti o disonesti, a volte solo nazionalistici, politici o di potere. È un lavoro in sé buono, ma compiuto male, in modo tale che si ottengono risultati illusori o controproducenti: o il fratello resta ingannato, o abbraccia il cattolicesimo su basi fasulle, o abbraccia un falso cattolicesimo. In questi casi i “convertiti” non sono veri convertiti, ma persone che fingono di credere per ottenere vantaggi temporali o per non essere perseguitati o emarginati.
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Il Concilio Vaticano II insegna al n. 3 della Unitatis Redintegratio :«All’unico corpo di Cristo sulla terra» ― la Chiesa Cattolica ― «bisogna che siano pienamente incorporati tutti quelli che già in qualche modo appartengono al Popolo di Dio», cioè i cristiani non cattolici, appartenenti a «comunità non piccole, che si sono staccate dalla piena comunione della Chiesa Cattolica». Quindi devono riunirsi alla Chiesa Cattolica. Queste comunità, pur avendo talvolta delle «carenze» gravi − eresie – che «costituiscono impedimenti alla piena comunione ecclesiastica», mantengono tuttavia «una certa comunione, sebbene imperfetta, con la Chiesa Cattolica». Esse infatti, benchè «non godano di quella unità, che Gesù Cristo ha voluto elargire a tutti quelli che ha rigenerato e vivificati insieme per un sol corpo e per una vita nuova», tuttavia «conservano alcuni elementi ed anzi parecchi e segnalati» – dogmi –, «dai quali la stessa Chiesa Cattolica è edificata e vivificata. Tutte queste cose provengono da Cristo e a Lui conducono, per cui esse appartengono all’unica Chiesa di Cristo», che è la Chiesa Cattolica, la quale possiede «la pienezza della grazia e della verità», per cui «solo per mezzo della Cattolica Chiesa di Cristo, che è lo strumento generale della salvezza, si può ottenere tutta la pienezza dei mezzi della salvezza». Tuttavia «lo Spirito di Cristo non ricusa di servirsi di queste comunità come di strumenti di salvezza», strumenti utili ma non sufficienti.
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Le comunità non-cattoliche posseggono quindi solo alcuni mezzi di salvezza e per questo, per averli tutti, devono entrare nella Chiesa Cattolica, la quale sola possiede la pienezza dei mezzi della salvezza.
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Da questo documento conciliare risulta che, sebbene esistano divisioni tra cristiani, ciò non comporta che la Chiesa cattolica sia divisa in se stessa o che l’attuale contrasto fra la Chiesa cattolica e le altre chiese si risolva nell’unione di tutte in una supposta «Chiesa» più vasta e superiore, che le abbracci tutte, perché questo è falso ecumenismo. Questa supposta “Chiesa”, suprema e superiore alla stessa Chiesa cattolica, non esiste, perchè la Chiesa, l’unica fondata da Cristo, non è altro che la Chiesa Cattolica Romana, una e indivisibile, quindi, in questo senso, una Chiesa Cattolica divisa dalle altre o in se stessa, che dovrebbe confluire con le altre in una super-Chiesa, non è mai esistita, né mai esisterà.
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L’esistenza di comunità non-cattoliche separate da Romanon è il segno che l’unità della Chiesa si è spezzata, che la Chiesa è per così dire “frantumata”, per cui le parti o i pezzi di Chiesa ― le varie Chiese ― andrebbero ricondotte all’unità, a somiglianza di un vaso, che va ricomposto riunendo tra di loro i pezzi, perché le cose, da come risulta sempre dal n. 3 di questo documento, non stanno così. L’immagine che invece esso ci suggerisce ― «si sono staccate» ― è quella del tralcio che si stacca dalla vite[5]. Il fenomeno delle comunità non-cattoliche non è il segno che la vite si è lacerata, non è il segno che essa è, per così dire, andata in brandelli: è evidente infatti che in tali condizioni la vite non potrebbe neanche vivere, ma suppone una vite ben viva e robusta, dalla quale si sono staccati dei tralci. Un conto infatti è la separazione tra A e B e un conto è la separazione di A da B. Il fenomeno delle comunità dissidenti è del secondo tipo e non del primo. Sono i tralci che non possono vivere senza la vite, non viceversa. E se le comunità di fratelli separati vivono ancora, vuol dire che non si sono staccati del tutto, ma che conservano una certa unione con la vite. È questo che il Concilio intende, quando dice che le comunità dissidenti non sono in piena comunione con la Chiesa cattolica.
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Vi sono però anche i falsi ecumenisti che dicono:non dobbiamo metterla così sul tragico. Non si tratta di lacerazioni o cose del genere. Le comunità cosiddette «separate» da Roma non sono propriamente separate, ma semplicemente “diverse”. Ora, la diversità è una ricchezza, non è un difetto. Quindi non va tolta, ma rispettata e promossa. Per questo, Roma, non può pretendere che tutte le altre comunità siano uguali a se stessa. Si tratta dunque, secondo loro, di un fenomeno positivo, un fenomeno di pluralismo e diversità, di diversi modi, parimenti legittimi, di vivere il Vangelo e di essere cristiani. Da qui le “molte fedi” e il prevalere dell’interesse per la diversità a scapito della verità, come uno che apprezzasse il malato perché è “diverso” dal sano. Costoro concepiscono la fede come fosse un’opinione: come ci sono molte opinioni, così ci sono “molte fedi”. Ma la fede è verità e la verità come adesione all’oggetto è una sola. Se Gesù è Dio, negare che Gesù è Dio non è una fede diversa, ma è una fede falsa. Se Dio è Trino, negare che Dio sia Trino non è una fede diversa, è una falsità e così via. Esistono bensì molte verità di fede, nel senso che esistono molti dogmi; ma per ognuno di essi si dà una sola interpretazione, quella data dalla Chiesa, al di fuori della quale non ce ne sono altre.
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Costoro concepiscono l’unità e il pluralismo della Chiesasul modello della Confederazione Elvetica: non un solo ovile con un solo pastore, ma una federazione di ovili sotto un collegio di pastori. Ma se qui Gesù parla al futuro ― «diventeranno» ― non intendeva dire che l’unità della Chiesa sotto di Lui è una meta escatologica, ma si riferiva semplicemente al fatto che allora Gesù la stava convocando, stava raccogliendo le pecore ― «ho altre pecore» ― perché era il momento della formazione della Chiesa. Ma essa, ai tempi di San Paolo è già formata, è già «un solo corpo, un solo Spirito, una sola speranza, un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo»[6], anche se essa è come un corpo organico con molteplici diversificate funzioni sotto un solo capo, Cristo, il cui Vicario in terra è Pietro[7].
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Da come il Concilio presenta l’ecumenismo, vediamo quanto siano invece false quelle concezioni di ecumenismo che vorrebbe presentarsi come interpretazione della dottrina conciliare e che vorrebbe chiamare “proselitismo” proprio quello che invece il Concilio prescrive. Tale falsa interpretazione, infatti, pretende che ecumenismo voglia dire limitarsi a prendere atto delle posizioni del fratello separato nell’idea che esse riflettano semplicemente un “diverso” cammino di salvezza, che va rispettato nella sua diversità, per cui si perde di vista la presenza in quelle posizioni, di errori che necessitano di essere confutati e quindi si trascura di aprire al fratello l’ingresso nella Chiesa cattolica.
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Il vizio per difetto nel campo dell’ecumenismo, tipico del modernismo, è dato dalla negligenza, effetto a sua volta dell’indifferentismo e del relativismo, che è un falso ecumenismo. Il falso ecumenista confonde il valore della verità con quello della diversità. L’ecumenista modernista non si cura dell’oggettività e dell’universalità del vero nella sua assoluta opposizione al falso, ma bada solo alla diversità e ne fa un assoluto, un idolo, al quale sacrifica la distinzione tra vero e falso, riducendo tutto al soggettivo, all’opinabile e al “diverso”. Per lui, colui che è caduto in eresia, non è vittima del falso, ma è semplicemente un “diverso”, così come semplicemente un francescano è diverso da un domenicano. Il fratello separato non deve quindi essere corretto, ma lasciato nella sua idea, così come a nessun domenicano viene in mente di dire a un francescano che per salvarsi deve farsi domenicano, anche se i tomisti non sempre concordano con gli scotisti.
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Oggi, con la scusa dell’ecumenismo,del pluralismo e della libertà di pensiero, non ci si accorge dei fratelli in pericolo, di chi vive «nelle tenebre e nell’ombra della morte», per cui non si fa niente per salvarli. Si risponde a Dio che chiede conto del fratello: «Sono forse il custode di mio fratello»?[8]. Ecco allora che per ignavia, negligenza, scetticismo, paura, opportunismo o accondiscendenza al peccato, non si comprende o non si vuol comprendere che l’ammonire il peccatore nei modi dovuti e al momento giusto non è un litigare, un condannare, un importunarlo o fargli violenza, non è uno strapparlo alle sue giuste convinzioni, ma è esser un medico premuroso che offre la cura, è un’opera di misericordia.
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Altra concezione sbagliata dell’ecumenismo è quella che lo concepisce come un semplice “incontrarsi a mezza strada” tra cattolici e non-cattolici, come se l’una e l’altra parte dovesse lasciare qualcosa per incontrare l’altra. Ora questo può esser vero e doveroso sul piano umano e della carità, ma non in rapporto alle esigenze della verità, che sono quelle che caratterizzano maggiormente l’ecumenismo. Infatti, per fermarci al solo rapporto con i luterani, che è il massimo problema dell’ecumenismo, questi fratelli devono rendersi conto che non è Roma che deve lasciarsi correggere da Lutero, ma sono loro che devono lasciarsi correggere da Roma. Quindi Roma può e deve andar loro incontro nella carità, ma il percorso della veritàdevono farlo tutto loro fino a Roma, che li aspetta con le braccia aperte, non possiamo certo essere noi ad andare a celebrare Lutero, come se costui fosse stato veramente un riformatore.
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Un’altra forma di ecumenismo sbagliatoè quella di quei cattolici che, sulla base di loro studi da loro considerati più avanzati, si permettono di accusare di ingiustizia e di eccessiva severità le condanne contro Lutero pronunciate dal Pontefice Leone X e dal Concilio di Trento, quasi che la Chiesa non si sia accorta che su certi temi luterani da essa considerati eretici, egli non fosse eretico, ma cattolico. Ora, se un simile giudizio può valere contro certi avversari di Lutero passionali, sbrigativi, effettivamente ingiusti ed eccessivamente severi, che hanno frainteso certe sue intenzioni e posizioni, questo giudizio è del tutto insensato e gravemente ingiurioso e presuntuoso, se riferito agli interventi fatti dalla Chiesa, soprattutto da parte di studiosi che si dicono cattolici, i quali dimenticano che la Chiesa, se è infallibile nell’insegnarci la verità di fede, sarà infallibile anche nell’indicarci ciò che le è contrario.
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Il vero ecumenismo si inquadra con tutte le sue conseguenti difficoltà nell’esercizio più ampio della evangelizzazione compiuta nella carità, nella giustizia e nella misericordia. Pertanto, esso assume alcuni paradigmi evangelici, come i seguenti: esso fa capo anzitutto alle parabole del figliol prodigo e della pecorella smarrita, senza dimenticare la parabola del re che fece un banchetto di nozze per suo figlio e manda i servi a chiamare gli invitati alle nozze[9]. La Chiesa cattolica è questo banchetto e gli invitati sono i fratelli separati. Sappiamo bene che molti di essi non si sentono affatto figli prodighi o pecorelle smarrite, ma grandi teologi e biblisti. E non vedono nella Chiesa cattolica nessun banchetto, ma solo cibi grami e andati a male, o al massimo uno di quegli incontri studenteschi dove per poter mangiare bisogna portarsi dietro del proprio. Ma questo vuol dire allora che compito iniziale e irrinunciabile dell’ecumenismo è che i cattolici facciano capire a questi fratelli, con ogni carità, competenza e pazienza, che hanno bisogno di conversione e che la luce del mondo non sono loro, ma la luce viene da Roma.
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Il Beato Pontefice Pio IX, nell’imminenza della convocazione del Concilio Vaticano I, scrisse la Lettera Apostolica Iam vos omnes [10]ai protestanti per invitarli a congiungersi alla Chiesa Romana. Una iniziativa simile la prese anche il Venerabile Pontefice Pio XII nell’Enciclica Mystici corporis [11]del 1943. Purtroppo la risposta è stata assai debole. Nel frattempo erano frequenti gli incontri ecumenici fra non-cattolici, ma il Papato, sul momento, non fu favorevole a che vi partecipassero anche i cattolici, per il timore che si potesse in qualche modo diffondere l’idea tra i dissidenti che Roma avesse rinunciato al suo primato. Intanto però cresceva tra molti cristiani, cattolici e non-cattolici, forse anche come reazione agli orrori della recente guerra mondiale, il desiderio di ritrovarsi assieme nei valori comuni. È accaduto così che il Concilio Vaticano II è andato incontro a questo desiderio col decreto sull’ecumenismo, nel quale però si ribadisce con tutta chiarezza il valore del primato pontificio e della stessa Chiesa cattolica.
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Le attività ecumeniche spettano a tutti i cristianidesiderosi dell’unità e della comunione, ma è evidente che il Sommo Pontefice, come Vicario di Cristo, padre comune di tutti i cristiani, principio, garante, custode e promotore dell’unità di tutti i figli di Dio, non può non sentire sommamente il desiderio che tutti i discepoli di Cristo attualmente separati o dissidenti entrino pienamente nella Chiesa da Lui fondata e non si sentano coinvolti in prima persona ad operare tutto il possibile per questo scopo. Le continue visite che i Papi dalla fine del Concilio fanno nei loro viaggi ai fratelli separati, esprimono e incarnano la speranza di tutti i cattolici che questi fratelli, come dice il Concilio, «siano pienamente incorporati» alla Chiesa cattolica.
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Nell’ecumenismo i teologi delle due parti svolgono una funzione importante nel chiarimento e nella proposta di soluzioni delle vertenze sempre aperte. I teologi cattolici operano con efficacia nei confronti della controparte non-cattolica mostrandole i punti della dottrina cattolica assenti nella loro teologia, rispondendo al tempo stesso alle obiezioni contro il cattolicesimo. Ma è chiaro che nei punti che maggiormente riguardano la dottrina della fede, solo il Romano Pontefice può dire l’ultima parola, per ribadirli, o per chiarirli o per correggere o per rispondere alle difficoltà. Tali punti che impegnano la fede e non la semplice teologia, possono essere quindi trattati con definitiva autorevolezza solo dal Sommo Pontefice.
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Il fratello separato, quindi, non è semplicemente un “diverso” da rispettare e lasciare com’è, da “lasciar libero”, come alcuni dicono, perché questa è una comoda scusa per scaricarsi delle proprie responsabilità. Il fratello separato è un fratello che sbaglia, in buona o cattiva fede, che è in pericolo di perdersi, quindi va aiutato, avvertito e corretto, sempre naturalmente che si lasci correggere. Certo, a rimproverare o smascherare il superbo c’è solo da tirarsi addosso il suo odio con la conseguenza che faccia di più e di peggio. A Gesù stesso è costato caro rimproverare i farisei, ma d’altra parte, non dobbiamo seguire il suo esempio? E non hanno fatto così tutti i santi? Qual è quel santo che non si è tirato addosso l’odio del mondo e dei falsi fratelli? Chi non si preoccupa del peccatore e non lo rimprovera, potendo farlo, dice di amarlo, ma in realtà odia lui e se stesso. Non dimentichiamoci che anche il rimprovero fatto nei dovuti modi è carità, anche questo è ecumenismo. Non è carità solo la misericordia, ma anche la severità.
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L’ecumenismo comporta due finalità. Esso ha come fine immediato e più specifico quello di fare in modo, per mezzo del dialogo e di una comune ricerca, che tutti i cristiani si ritrovino assieme nella condivisione delle medesime verità fondamentali, che sono rimaste a tutti comuni, pur dopo le rotture. Occorre qui conoscersi meglio, con maggior benevolenza e con un metodo storico-critico più efficace di quello del passato, dissipare alcuni equivoci o correggere alcuni errori interpretativi del passato., illustrare meglio le verità comuni.
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Questo ritrovarsi insieme nelle medesime verità, è già una grande conquista, è una meta alta e bella, fonte di concordia e di pace; però, non è fine a se stessa, c’è ancora del cammino da fare, perché essa è solo la base per la prosecuzione di un dialogo proficuo e costruttivo, che ha come fine ulteriore quello di mettere sul tavolo con franchezza, oggettività, serenità e speranza i punti controversi. È a questo punto che occorre più che mai invocare lo Spirito Santo. È questo il punto più difficile, dove il dialogo oggi si è inceppato e a volte è stato anche falsificato. Bisogna avere il coraggio di andare oltre, verso la meta finale. Infatti, mentre i cattolici si fanno troppo riguardi, sembrano intimiditi, senza prendere iniziative apostoliche davanti alle posizioni rigide e fiere dei non-cattolici, questi ultimi ― pensiamo soprattutto ai teologi protestanti ― pare invece abbiano fatto tacitamente o esplicitamente un patto scellerato, una liaison dangereuse, con i teologi modernisti, al fine di far penetrare le idee protestanti tra i cattolici, in una forma subdola e mascherata, sotto colore di “progressismo”, in modo che i cattolici diventino di fatto protestanti senza accorgersene e credendo di restare cattolici, dando in tal modo vita ad una colossale falsificazione dell’ecumenismo.
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Facciamo un esempio di questo stallo nel quale appare con evidenza la resistenza dei dissidenti e la debolezza delle argomentazioni e prese di posizione dei cattolici, i quali spesso, anziché sostenere l’autorità pontificia con buone ragioni, confutando le posizioni protestanti, mostrando scarso rispetto per l’Autorità Pontificia o disprezzandone l’esercizio post-conciliare, come fanno i lefebvriani; oppure indebolendone la forza dottrinale, come fanno i modernisti. Ma ecco l’esempio: verità di fede accettata da tutti i cristiani è che Cristo è il capo celeste della Chiesa, ma, al di fuori dei cattolici, tutti gli altri credono essere verità di fede che Cristo non governi la Chiesa terrena per mezzo di un Vicario da Lui stabilito, ossia il Sommo Pontefice, successore di Pietro, come capo visibile di tutti cristiani su questa terra, ma la governa direttamente per mezzo dello Spirito Santo.
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L’idea del Romano Pontefice come capo della Chiesa e rappresentante di Cristo in terra, agli occhi dei non-cattolici sarebbe un’invenzione umana, un sopruso di Roma, desiderio di dominio, nostalgia dell’Impero romano, sviante e pericolosa, perché il Sommo Pontefice, che è uomo fallibile come tutti gli altri, anziché condurci a Cristo, potrebbe metterci contro di Lui. Il Sommo Pontefice, al massimo, potrà essere il Vescovo di Roma, o un vescovo come tutti gli altri, Successore di Pietro solo perchè Pietro è stato Vescovo a Roma, ma non può pretendere di essere il Vescovo della Chiesa universale. Per loro, Cristo, non avrebbe affatto voluto un capo visibile suo Vicario, ma la Chiesa terrena sarebbe già abbastanza bene organizzata come un insieme di comunità unite sotto la guida di Cristo e dello Spirito Santo. Quali guide più infallibili di queste? Sarebbe questa, secondo loro, la vera volontà di Cristo. Ecco un tema importantissimo, circa il quale noi cattolici siamo chiamati a fornire prove e a mostrare ai fratelli separati, con ogni carità e saggezza, ma anche con sicura competenza ed indefettibile fermezza e chiarezza, la via per avvicinarsi a Roma e, come dice il Concilio, affinchè, sotto la mozione Spirito Santo, «siano pienamente incorporati» nella Chiesa. Non dobbiamo, su di un punto come questo, rassegnarci alla loro incredulità o dar loro l’impressione che diamo loro ragione, o che andiamo a festeggiarli, anziché a correggerli.
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L’ecumenismo comporta anche due livelli di attuazione.Essi sono quello dottrinale e quello caritativo, i quali si implicano e si sostengono a vicenda. Ci si basa sul primo per passare al secondo. Il secondo, tuttavia, è di immediata e facile attuazione, mentre il primo, almeno nella sua pienezza finale, è molto difficile da conseguire e non è stato ancora pienamente raggiunto. Il livello dottrinale è quello più specifico, e non è altro che un’applicazione del dovere generale della evangelizzazione nel campo dei rapporti dei cattolici con i cristiani non-cattolici. La evangelizzazione, in generale, è l’annuncio del Vangelo, per mezzo del quale, con l’aiuto dello Spirito Santo, conduciamo il mondo ad obbedire a Cristo.
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Con l’ecumenismo, noi cattolici, sulla base dell’accettazione comune, insieme con i fratelli separati, di quelle verità di fede che abbiamo con essi in comune, ci adoperiamo affinchè essi, liberati dagli «impedimenti» e da quelle «carenze», che fanno da ostacolo alla loro assunzione della «pienezza di quella verità che è stata affidata alla Chiesa cattolica» possano, sotto la mozione dello Spirito Santo, essere «pienamente incorporati» nella Chiesa cattolica[12].
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Il cattolico, nell’esercizio di questo delicato aspetto o livello dell’ecumenismo, deve fare molta attenzione a distinguere bene la dottrina cattolica in se stessa, nella sua divina pienezza, infallibilmente e perfettamente custodita dal Magistero della Chiesa, al quale deve sempre far capo con totale fedeltà, dalla sua personale cultura cattolica, la quale, per quanto pura e ortodossa, non può essere infallibile, per cui essa può, su qualche punto, essere lacunosa o erronea, senza che egli se ne renda conto. Per questo, mentre un non-cattolico non può permettersi di correggere o integrare la dottrina cattolica come tale, può benissimo, in forza della sua conoscenza delle verità della fede cristiana, correggere o istruire un cattolico, che manca su di un dato punto.
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L’altro livello dell’ecumenismo è un’applicazione della virtù generale della carità al campo specifico dell’ecumenismo. E qui è chiaro che se nel campo dottrinale il cattolico farà da guida al non-cattolico e lo aiuterà a correggersi dai suoi errori e a colmare le lacune, come insegna il Concilio, in questo aspetto della carità è d’obbligo una reciprocità, giacchè il cattolico come il non-cattolico non sfuggono alla comune condizione di peccatori, figli di Adamo, dotati nel contempo da Dio di doni reciprocamente complementari, che devono essere messi a frutto a vantaggio l’uno dell’altro. E benchè il cattolico in linea di principio disponga di maggiori e migliori mezzi di grazia che non il dissidente, non si può escludere che questi sia più virtuoso e meno peccatore, grazie a una maggiore buona volontà e ad un migliore impiego dei mezzi soprannaturali a sua disposizione.
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L’ecumenismo, espressione indubbia della carità fraterna, racchiude i propri profondi benefici ed è una buona regola di convivenza pacifica tra cattolici e non-cattolici. Ora, la carità fraterna si muove in una duplice direzione: operare il bene e togliere il male. Esiste dunque una carità promotrice e una carità correttiva. Entrambe hanno la loro applicazione nell’ecumenismo. Infatti, nell’ambito della promozione del bene, l’ecumenismo incentiva l’umiltà, la lealtà, l’onestà, l’amore alla verità, la reciproca comprensione e solidarietà, il comune impegno per le opere della giustizia e della misericordia, per il bene pubblico e per i diritti umani, per la promozione delle scienze, delle arti e della cultura, una comune testimonianza cristiana, laddove esistono valori comuni.
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Ci sono poi due modi per togliere il male nel fratello: o la compassione, grazie alla quale liberiamo il fratello dal male di pena, cioè dalla sofferenza, o la correzione o ammonizione, per la quale lo liberiamo dal male di colpa, dal peccato e dall’errore. Nell’uno e nell’altro caso, affinchè l’operazione riesca, bisogna che il fratello ci metta la buona volontà. Non c’è peggior malato di quello che non vuol guarire e non c’è peggior peccatore di quello che non si pente.
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In questo campo della carità, sia la compassione che lo zelo della correzione devono spingere il cattolico a guidare il fratello separato verso la pienezza della verità e della comunione con la Chiesa. Il dissidente, dal canto suo, deve ascoltare gli impulsi dello Spirito di verità e di amore, che lo spingono ad abbandonare i suoi errori e cattive abitudini, non conformi alla pienezza della virtù cristiana e a cercare la piena comunione con la Chiesa.
https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2014/10/Aquila-reale.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Redazionehttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngRedazione2016-10-20 23:44:192021-08-26 13:26:31Davvero «il proselitismo è una solenne sciocchezza», come ha detto il Santo Padre Francesco? Alcune cose da chiarire su “proselitismo” e “ecumenismo”
IL N. 84 DELLA FAMILIARIS CONSORTIO È PIÙ IMPORTANTE DEL PROLOGO DEL VANGELO DI GIOVANNI CHE NARRA IL MISTERO DELLA INCARNAZIONE DEL VERBO DI DIO ?
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Ciò che in fondo si chiede a certe persone è lo spirito di umana e cristiana coerenza: o forse credono davvero di poter attaccare da una parte l’intero Magistero della Chiesa degli ultimi cinquant’anni, ma al tempo stesso sostenere che il n. 84 della Familiaris Consortio, scritto da un Pontefice conciliare, presente come Vescovo al concilio e poi attuatore del concilio come Successore di Pietro, sia intoccabile, in quanto più importante e più dogmatico di quanto possa esserlo l’intero Prologo del Vangelo di Giovanni ?
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Autore Ariel S. Levi di Gualdo
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Non esistono “casi” da valutare se concedere la comunione ai divorziati risposati [Ndr. in riferimento alle precedenti risposte date dai PadriQUI]. Esiste invece un solo ed unico “caso” che permetta a dei divorziati risposati di accostarsi alla Comunione e cioè che vivano da “fratello e sorella”. Il n. 84 della Familiaris Consortio nega l’accesso alla Comunione dei risposati per il semplice fatto che questi non trovandosi in stato di Grazia, “mangiano la loro condanna” avvicinandosi a questo Sacramento. Il discorso dello scandalo nei confronti dei fedeli è del tutto secondario rispetto alla motivazione principale.
Gianluca Bazzorini
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Caro Lettore.
Nove su dieci dei suoi commenti non sono stati pubblicati perché contenevano delle affermazioni gravemente insultanti nei riguardi del Sommo Pontefice, variamente indicato da lei come “eretico“, “accolito dell’Anticristo” e via dicendo; per non parlare del modo in cui lei è solito demonizzare il Concilio Vaticano II e i suoi documenti, però difende a spada tratta il n. 84 della Familiaris Consortio, che deduco sia per lei come per altri più importante del Simbolo di fede niceno-costantinopolitano.
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Non ci risulta che la esortazione apostolica Amoris Laetitia abbia mutata per adesso la disciplina. Quindi è del tutto inutile sollevare una questione che non esiste, perché il Sommo Pontefice non ha mai stabilito in alcun documento ufficiale che la disciplina contenuta nel n. 84 della esortazione apostolica Familiaris Consortio [cf.QUI] è abrogata. Pertanto, tutti noi pastori in cura d’anime, ci atteniamo con scrupolo a quella che è la attuale disciplina della Chiesa in materia. Se poi qualche Vescovo o Sacerdote non lo fa, sbaglia, ma sbaglia — se vogliamo anche gravemente — a livello suo personale, non certo perché il Sommo Pontefice abbia stabilito discipline contrarie alla dottrina e alla morale cattolica.
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Esistono purtroppo “cattolici” che da una parte discutono e rigettano per intero le discipline di un concilio ecumenico, ossia l’ultimo celebrato dalla Chiesa, sentendosi non solo con la coscienza a posto, ma a tal punto nel giusto da considerare se stessi degli Araldi della Verità. Cosa dunque volete che sia, a confronto, discutere senza rigettare il n. 84 della Familiaris Consortio ? Infatti, a certi Araldi della Verità — inclusa l’altra papessa, la Signora Maria Guarini del blog Chiesa e Post Concilio [vedere nostra lettera QUI] — , forse è bene ricordare che l’Autore dell’oggi tanto citato n. 84 della Familiaris Consortio, il Santo Pontefice Giovanni Paolo II, dopo il Beato Pontefice Paolo VI è stato il secondo grande attuatore di quel Concilio Vaticano II, vale a dire quel concilio da questi stessi indicato come “origine di tutti gli attuali mali della Chiesa”.
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Io credo che i soggetti avvezzi a pensare e agire a questo modo dovrebbero fare ordine in se stessi, perché prima di sbandierare il n. 84 della Familiaris Consortio, dovrebbero accettare in toto l’autorità di un concilio intero, salvo cadere, in caso contrario, come la Signora Cristina Siccardi di cui ho parlato nel mio precedente articolo [cf.QUI], nella psicologia borderline, che è esattamente la seguente: “Evviva il n. 84 della Familiaris Consortio del Papa conciliare, abbasso il conciliabolo Vaticano II celebrato dai Padri della Chiesa riuniti in assisa ecumenica ” (!?).
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Credo altresì opportuno ricordare a tutti costoro — il parlare e l’agire dei quali si muove in una spaventosa confusione ecclesiale e dottrinale — che il Giovanni Paolo II eletto a loro beniamino per il n. 84 della Familiaris Consortio elevato a dogma di fede intangibile, è lo stesso Giovanni Paolo II da loro vilipeso in modo feroce per i suoi incontri ecumenici ad Assisi.
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E siccome io faccio il prete e il teologo e non il neuropsichiatra, capite bene che dinanzi a simili personalità affette da siffatti disturbi dello spettro bipolare [cf. QUI], getto la spugna e passo doverosamente la competenza ad altro genere di specialisti, vale a dire ai neuropsichiatri.
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Duole che la Signora Cristina Siccardi seguiti a cimentarsi in sproloqui fanta ecclesiologici ferocemente anti-conciliari pubblicati a puntate su quel sito di cupi farisei al quale s’è ridotta ormai Riscossa Cristiana [vedereQUI]. Perché ciò che i Padri dell’Isola di Patmos chiedono a certe persone, è solo un po’ di basilare spirito di umana e cristiana coerenza. O forse credono davvero di poter attaccare da una parte l’intero Magistero della Chiesa degli ultimi cinquant’anni, ma al tempo stesso sostenere che il n. 84 della Familiaris Consortio, scritto da un Pontefice conciliare, presente come Vescovo al concilio e poi attuatore del concilio come Successore di Pietro, sia più importante e più dogmatico di quanto possa esserlo l’intero Prologo del Vangelo di Giovanni, che narra il mistero dell’Incarnazione del Verbo di Dio [cf. QUI]?
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Da cosa deriva questa ossessione sul tema della Comunione ai divorziati risposati? Ma è presto detto: deriva dalla morbosa teologia della mutanda [cf. mio precedente articolo QUI], grazie alla quale certuni identificano nel sesso e nella sessualità umana non solo il peccato dei peccati, ma il centro e il motore dell’intero mistero del male.
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Per questo chiediamo coerenza. Quella coerenza basata sulla fides e sulla ratio umana e cristiana. Ma purtroppo, queste persone, su forme di autentico odio ideologico hanno strutturata la loro rabbia contro la Chiesa e contro Pietro, riducendo tutto ad una ossessiva teologia della mutanda. E la rabbia contro la Chiesa e l’odio contro Pietro, di cattolico non hanno proprio niente, con buona pace degli Araldi della Verità, di tutte le loro papesse e dell’ossessione per la teologia della mutanda, in virtù della quale sono indotti a ignorare tutta una serie di gravissimi peccati che vanno dalla cintura in su, ma dei quali questi soggetti non vogliono proprio parlare, sicuri come sono che i peccati siano solo quelli che vanno dalla cintura in giù.
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La Siccardi così come i siti tradizionalisti da lei citati si rifanno, nella maggior parte dei casi, ad illustri teologi cattolici che non possono essere di certo accusati di ignoranza o ridicolaggine, mi riferisco a Romano Amerio e Brunero Gherardini. Risponda, se può, a loro, e poi potrà permettersi di tacciare di eresia la Siccardi e tutti i siti “siccardiani”, ma con loro all’inferno nel girone degli eretici e dei superbi, dovrà metterci pure Amerio e Gherardini, se ci riesce, s’intende. Le auguro un buon lavoro …
Atanasio
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Caro Lettore.
non sapevo che Romano Amerio e Brunero Gherardini fossero il Padre e il Figlio dal quale procede lo Spirito Santo, che «con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato e ha parlato per mezzo dei profeti».
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Risponda piuttosto lei a se stesso: è meglio rifarsi al sommo magistero dei Pontefici — ivi inclusi tutti quelli che vanno dal San Giovanni XXIII a seguire — oppure è meglio rifarsi ai sopracitati Padre e Figlio usati e abusati da certa gente per screditare e attaccare il magistero pontificio, per non parlare del pericoloso pensiero gherardiniano, seguito in questo da Serafino Lanzetta, circa il Concilio Vaticano II “solo pastorale”, vale a dire … senza alcun peso e conto, “non essendo”, a dire di questi teologi, “dogmatico”, quindi, di fatto, non vincolante ?
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Citare il Iota Unum di Romano Amerio come s’esso fosse al di sopra della Professione di Fede, per colpire attraverso di esso Pietro, come fanno certi cattolici, è semplicemente aberrante.
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Autore Giovanni Cavalcoli, OP
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Rev. Padri Ariel e Giovanni Cavalcoli.
Vi scrivo per manifestarvi la seguente preoccupazione: a mio parere la vostra risposta cattolica a Lutero [Ndr. cf. QUIe QUI] rischia di risultare poco incisiva perché si accusano le idee, ma poi non vengono riportate le fonti. Infatti qualcuno potrebbe avere la sfacciatezza di dire “ma guarda che Lutero non ha detto questo, né ha voluto dire questo!”. Inoltre un conto è Lutero e un conto sono i luterani che si ispirano a Lutero, i quali affermano di non condividere tutte le idee del loro illustre predecessore e di non essere tenuti a farlo; poi ci sono quelli che si dichiarano semplicemente protestanti e si ispirano ad aspetti del pensiero di Lutero e della sua “Riforma” ma su altri punti ne prendono le distanze. È chiaro che, se la situazione è questa, sia i luterani che i protestanti possono avere gioco facile nell’eludere le critiche e le accuse dei teologi cattolici: ciò significa che anche quando si accusa il luteranesimo e i vari teologi e predicatori protestanti è importante citare le fonti.
Lettera Firmata
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Le tesi di Lutero che citoo alle quali mi rifaccio nel mio ultimo articolo [cf. QUI] sono note da secoli, almeno presso i conoscitori di Lutero e si relazionano alle ben note condanne della Chiesa. Le fonti, oltre a quelle da me citate, si trovano negli Autori ai quali rimando.
. Non chiedo quindi al lettore di fidarsi della mia autorità;ma egli stesso può controllare per mezzo dei miei rimandi sia agli Autori che al Magistero della Chiesa. .
L’intento del mio articolonon è stato quello di esporre una mia nuova interpretazione del pensiero luterano. Solo in tal caso avrei dovuto abbondare nelle citazioni delle fonti, al fine di documentare e dimostrare il mio assunto e confutare gli avversari. Quindi nel mio articolo non dico niente di nuovo, che non sia già noto dalla critica, ma che però rischia di essere dimenticato dall’attuale rettorica celebrativa. .
ll mio intento invece è statodivulgativo e formativo,ma anche di approfondimento teologico, nell’ambito dell’ecumenismo e dell’apologetica cattolica, sia per far conoscere al cattolico di media cultura alcuni punti validi del pensiero di Lutero e sia per confutare gli errori, cosa che oggi si fa poco, mentre si loda Lutero a sproposito, per cui questi errori rischiano di sedurre anche i cattolici.
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Io non sono uno storico del luteranesimo, ma un teologo.Per questo mi interessa Lutero come tale; non mi interessano le varie interpretazioni dei suoi seguaci più o meno fedeli, gli abbellimenti o i tagli che essi operano nel pensiero del loro maestro.
. Non voglio mettermi in questo ginepraio,anche se riconosco che il pensiero di Lutero, nella sua ricchezza e complessità, ma anche per l’incoerenza, ambiguità, oscurità e paradossalità di certe sue posizioni, può richiedere che si consultino suoi autorevoli seguaci e far sì che certe interpretazioni del suo pensiero rimangano dubbie o incerte.
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Per questo chiedo al lettore che mi vuol giudicare, di stare a quello che dico su Lutero e non a quello che dicono i luterani, che peraltro non cito neanche nel mio articolo.
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Scrive Padre Giovanni Cavalcoli: «Come ho già avuto modo di spiegare pubblicamente in più occasioni sull’Isola di Patmos e altrove, il Papa ha, in forza del potere delle chiavi, la facoltà a sua discrezione di mutare le leggi della Chiesa, anche se fondate sul diritto divino. Ora la legge dell’esclusione dei divorziati risposati dalla Comunione eucaristica è una di queste» [cf. QUI]. Mi dispiace ma cambiare le leggi fondate sul diritto divino non è possibile perché si tratta appunto di diritto divino e quindi per sua natura immutabile. Il Papa in virtù del potere delle chiavi non ha autorità alcuna per cambiare ciò che Dio ha stabilito, se lo facesse commetterebbe un abuso e i suoi insegnamenti in materia non sarebbero vincolanti, in quanto espressione di uno pseudo magistero pastorale (non dogmatico e quindi non infallibile), la cui falsità risulta palese nella misura in cui si discosta dal dogma cattolico per rincorrere le false filosofie moderne, ricettacolo di ogni eresia.
Atanasio
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Caro Lettore.
bisogna distinguere l’istituzione dei sacramenti dalla disciplina dei sacramenti. La prima si deve a Cristo e costituisce il diritto divino o legge divina; la seconda è stata affidata da Cristo a Pietro e costituisce il diritto canonico o legge ecclesiastica.
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La proibizione della Comunione ai divorziati risposati, tuttora in vigore in base alla Amoris laetitia, certamente è fondata sul diritto divino, ma non in modo così necessario e stringente, che, se il Papa un domani vorrà, egli non abbia la facoltà, in base al potere delle chiavi (disciplina dei sacramenti), concedere il permesso della Comunione in casi speciali, che dovranno essere determinati dal diritto.
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Si può dire infatti che anche questo permesso potrà fondarsi sul diritto divino, benchè con ragioni differenti da quelle che hanno giustificato la proibizione. Infatti, mentre questa, come emerge dal n. 84 della Familiaris consortio, era motivata dall’opportunità di evitare lo scandalo, l’eventuale permesso dato dal Santo Padre Francesco, come si evince dalla Amoris laetitia (c. VIII), potrebbe esser motivato dall’opportunità di fornire alla coppia ulteriori mezzi di grazia, tali da consentir loro di affrontare con maggior fiducia e forza soprannaturale i doveri del loro stato, il quale, costituendo una forte occasione di peccato, in quanto stato irregolare, appare come un più difficile cammino di salvezza, che non quello delle coppie regolari.
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Avremmo qui un altro modo di rispettare la dignità del Matrimonio, della Confessione e dell’Eucaristia, ossia del diritto divino, adatto alla loro situazione, e diverso da quello attuato dalle coppie regolari e da quello previsto dalla legge della proibizione.
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Sarà bene che il Sommo Pontefice emani un’Istruzione per i Confessori, al fine di aiutarli per una corretta amministrazione del Sacramento in questa materia così complessa e difficile, come è quella dello stato dei divorziati risposati, distinguendo i casi nei quali i Confessori possono ammetterli ai sacramenti da quelli nei quali non possono, e lasciando ad essi un congruo spazio per il discernimento e la decisione.
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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2016/06/lettere-dei-lettori.jpg?fit=303%2C244&ssl=1244303Redazionehttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngRedazione2016-10-09 23:46:062023-09-07 17:05:45il n. 84 della Familiaris Consortio è più importante del Prologo del Vangelo di Giovanni che narra il mistero dell’Incarnazione del Verbo di Dio ?
CON LUTERO L’ARCIVESCOVO LUIGI NEGRI È TROPPO INDULGENTE E TROPPO SEVERO
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Presentare il luteranesimo come semplicemente differente o diverso dal cattolicesimo vuol dire dargli una patente di legittimità. Infatti l’esser differente o diverso è un pregio e non un difetto.
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Autore Giovanni Cavalcoli, OP
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Eccellenza Reverendissima
Luigi Negri
Arcivescovo di Ferrara-Comacchio
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S.E. Mons. Luigi Negri, Arcivescovo di Ferrara-Comacchio
A nome mio e del confratello sacerdote Ariel S. Levi di Gualdo, col quale mando avanti la bella esperienza di questa sempre più visitata rivista telematica L’Isola di Parmos, desidero esprimerle i miei vivi rallegramenti per le acute osservazioni critiche che Vostra Eccellenza Rev.ma ha espresso nella recente intervista al Timone, poi riportata appresso dalla Nuova Bussola Quotidiana [cf. QUI]. Pur tuttavia mi permetto di esporle alcune mie riserve nei seguenti punti:
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1) Il parlar della fede come «esperienza» è già un concedere a Lutero ciò che non gli deve esser concesso, giacchè l’esperienza è proprietà della carità e non della fede. E difatti, appunto, Lutero confonde proprio la fede con la carità. Sarebbe meglio invece far riferimento al vero concetto di fede insegnato dal Concilio Vaticano I: «Fides est virtus supernaturalis, qua, Dei aspirante et adiuvante gratia, ab Eo revelata vera esse credimus, non propter intrinsecam rerum veritatem naturalis rationis lumine perspectam, sed propter auctoritatem ipsius Dei revelantis » [Denz. 3008] [1]
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Il suo giudizio sul Luteranesimo, da una parte è troppo indulgente, ma dall’altra è troppo severo.
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a) Troppo indulgente, perchè presentarlo come semplicemente «differente» o diverso dal cattolicesimo vuol dire dargli una patente di legittimità. Infatti l’esser differente o diverso è un pregio e non un difetto. Un francescano è diverso dal domenicano; ma non per questo l’esser francescano è un difetto o un’eresia. Bisogna dire invece con franchezza che quanto di proprio ha Lutero contro il cattolicesimo non è “diverso”, ma falso.
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b) Ma non bisogna neppur troppo accentuare gli errori. Quindi non è il caso di parlare di differenza «incommensurabile»: in realtà, come osserva il decreto sull’ecumenismo Unitatis redintegratio [cf. QUI], noi e i luterani abbiamo una comune misura, che è Cristo, dal quale vengono i dogmi fondamentali, che ci sono rimasti in comune: la Santissima Trinità, l’Incarnazione, la Redenzione, il Battesimo, nel comune amore per la Bibbia e la fede che siamo salvi per grazia. Ignorare questi dati comuni è ingiusto ed offensivo per i luterani.
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2) Non condivido neppure l’atteggiamento rinunciatario di Jean Guitton. Egli sembra infatti dire: “Essi sono irrimediabilmente diversi. Lasciamoli così”. Niente affatto! Non è questo l’insegnamento della Unitatis Redintregatio la quale dice invece al n. 3 che i fratelli separati «devono essere incorporati alla Chiesa cattolica», il che ovviamente suppone che nel «riconoscimento di valori comuni» li aiutiamo a correggersi dai loro errori.
. La Chiesa, insomma, ci ordina di avere nei loro confronti l’atteggiamento che ha il medico nei confronti del malato. Il medico parte dalla considerazione delle risorse sane, che restano al malato, basandosi su di esse per prescrivergli la cura più opportuna e migliore.
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Con sincera devozione, suo
Giovanni Cavalcoli, O.P.
Varazze, 27 settembre 2016
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[1] NdR. trad. it. «La fede è una virtù soprannaturale, con la quale, sotto l’ispirazione e la grazia di Dio, crediamo che le cose da Lui rivelate sono vere, non per la loro intrinseca verità individuata col lume naturale della ragione, ma per l’autorità dello stesso Dio rivelante» [Costituzione dogmatica Dei Filius, Concilio Ecumenico Vaticano I, cap III, La Fede]
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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2014/10/cavalcoli56.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Padre Giovannihttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngPadre Giovanni2016-09-27 18:14:192021-04-20 23:37:35Con Lutero l’Arcivescovo Luigi Negri è troppo indulgente e troppo severo
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