Gesù discese agli inferi. Esistono davvero Inferno e Paradiso ?

—  Settimana Santa —

GESÙ DISCESE AGLI INFERI. ESISTONO DAVVERO INFERNO E PARADISO ?

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«Questa discesa dell’anima di Gesù non si deve immaginare come un viaggio geografico, locale, da un continente all’altro. È un viaggio dell’anima […] Questa parola della discesa del Signore agli Inferi vuol soprattutto dire che anche il passato è raggiunto da Gesù, che l’efficacia della Redenzione non comincia nell’anno zero o trenta, ma va anche al passato, abbraccia il passato, tutti gli uomini di tutti i tempi» [S.S. Benedetto XVI, Domande su Gesù, programma A Sua Immagine, 22 aprile 2011]

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Autore
Giovanni Cavalcoli, O.P.

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MAURIZIO GASPARI ― All’Inferno molti non credono, altri sostengono che non può essere eterno ed altri ancora che sia vuoto. Lo stesso dicasi dell’Angelo caduto e del peccato. Per molti si tratta di invenzioni della Chiesa Cattolica e comunque in tanti vivono come se Dio non esistesse, e Inferno e Paradiso sarebbero solo illusioni. Per cercare di spiegare come può un Dio buono come quello cristiano permettere la rivolta degli angeli, la diffusione del male, l’esistenza dell’Inferno e del Paradiso, padre Giovanni Cavalcoli, dell’Ordine Domenicano, ha scritto e pubblicato il libro: L’Inferno esiste. La verità negata [cf. QUI]. Padre Giovanni Cavalcoli è docente di Metafisica presso lo Studio Filosofico Domenicano di Bologna e di Teologia sistematica alla Facoltà Teologica dell’Emilia-Romagna. Officiale della Segreteria di Stato dal 1982 al 1990, è Accademico pontificio dal 1992. Autore di innumerevoli libri e saggi, svolge una intensa opera di formazione.

ZENIT, 29 marzo 2010

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Per il mondo secolarizzato ed anche per alcuni credenti l’Inferno non esiste. Si tratterebbe di una invenzione. Qual è il suo parere in proposito?

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Tintoretto discesa agli inferi

Tintoretto, Discesa del Cristo agli inferi

Il mondo secolarizzato ha perso la fede nell’Aldilà, si tratti del Paradiso o si tratti dell’Inferno. E una certa misura di secolarismo purtroppo si è insinuata anche tra alcuni credenti, i quali, anche se ammettono un Aldilà, questo è soltanto il Paradiso. È questa la mentalità cosiddetta buonista, per cui non c’è da stupirsi che, secondo queste tendenze, l’Inferno è un’invenzione. In realtà, come ho dimostrato nel mio libro, l’Inferno non è affatto un’invenzione, ma è una verità di fede insegnata da Nostro Signore Gesù Cristo, dal Nuovo Testamento, dalla Sacra Tradizione e da alcuni Concili. Quindi si tratta di un dato della divina Rivelazione, che la Chiesa ha il compito di custodire e di insegnare.

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Sulla base di quali argomenti sostiene che l’Inferno esista?

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La dottrina dell’Inferno è una dottrina teologica. Ora, gli argomenti della teologia non sono di tipo empirico, ma sono le Parole di Gesù Cristo, le quali possono essere accettate solo sulla base della fede in Gesù Cristo e nella Chiesa che ci media le Parole di Cristo.

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Esistono davvero Inferno e Paradiso?

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Da questo punto di vista, gli argomenti sono molti. Mi limiterò qui a citarne uno solo [cf. pag. 33 del mio libro sull’Inferno], che mi sembra particolarmente efficace, perché lo troviamo nel Concilio Vaticano II [Lumen Gentium, n. 48] e nel Catechismo della Chiesa Cattolica [n. 1034]. Si tratta del passo di Matteo [cf. 25, 31-46] dove Gesù Cristo non si limita ad annunciare la semplice possibilità della dannazione, ma semplicemente prevede il fatto dell’esistenza dei dannati.

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Dove e quando è nato l’Inferno?

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Per rispondere a questa domanda, dobbiamo tener presente che cosa è esattamente l’Inferno. Esso, per quanto riguarda gli uomini, consiste nel rifiuto irrevocabile della misericordia che ci è offerta dal Padre per mezzo di Gesù Cristo, Figlio di Dio. In questo senso, possiamo dire che la dannazione infernale ha cominciato ad esistere con la venuta di Cristo. Invece, se consideriamo il peccato degli angeli all’inizio della creazione, l’Inferno esiste per loro sin da quel momento [cf. Mt 25,41; 2 Pt 2,4].

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Dove è nato l’Inferno?

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Per quanto riguarda gli angeli peccatori, siccome si trovavano prima in cielo, si può dire che è nato in cielo, da cui furono precipitati [Ap 12,8]. Per quanto riguarda gli uomini, l’Inferno è nato in questo mondo nel momento in cui Gesù è stato rifiutato.

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Esiste nell’Aldilà o è presente anche sulla Terra?

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Secondo una certa tesi del cristianesimo secolaristico-buonista, se si può parlare di “Inferno”, questo esiste solo su questa terra, nel senso che il castigo per i malvagi c’è solo quaggiù e poi c’è il Paradiso per tutti. Esiste poi un’altra tesi, del tutto pagana, secondo la quale l’Inferno sarebbe quella condizione di sofferenza che colpisce anche gli innocenti oppressi dai prepotenti. Mentre in questo secondo caso la parola “Inferno” viene usata in un senso improprio, nel primo caso c’è una parte di verità, in quanto lo stato di peccato mortale è già in un certo senso l’Inferno. Ma questa tesi trascura il fatto che la pienezza irrevocabile della condizione infernale per l’uomo è solo dopo la morte. Tuttavia, ogni uomo, prima della morte si può pentire, può riacquistare lo stato di grazia di Cristo, per cui, se persevera in questo stato fino alla morte, può evitare l’Inferno.

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Cosa dicono le Sacre Scritture in merito?

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La voce più autorevole è quella di Nostro Signore Gesù Cristo. Di essa ne troviamo un’eco negli altri Libri del Nuovo Testamento, e in particolare nell’Apocalisse, nella quale abbiamo una grandiosa visione del trionfo finale di Cristo su tutte le potenze del male, le quali saranno messe in condizione di non più nuocere agli eletti.

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La descrizione mirabile dell’Inferno della Divina Commedia è credibile?

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Certamente nella sua sostanza è credibile, perché, come si sa, Dante non solo era cattolico, ma aveva acquistato una notevole cultura teologica di stampo tomistico frequentando il convento domenicano di Santa Maria Novella di Firenze. Nel contempo, Dante, da grande poeta qual era, si è permesso delle cosiddette licenze poetiche, per cui ha creato ambienti, eventi e personaggi che evidentemente esulano da quanto ci viene insegnato dalla Rivelazione cristiana, anche se nel contempo, nel complesso, non le sono contrari. Una cosa curiosa che potremmo notare al riguardo e che non è un dato della fede cristiana, è la condizione dei cosiddetti «ignavi», i quali vissero «sanza fama e sanza lodo» e pertanto vengono collocati da Dante non nell’Inferno, ma in un luogo a parte.

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Ammettere l’esistenza dell’Inferno presuppone temere il Diavolo. In che modo l’angelo caduto e l’Inferno si collocano nel disegno divino?

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Il cristiano deve avere un certo timore del Diavolo, così come noi possiamo avere un ragionevole timore di prenderci una malattia o di cadere in un qualche peccato. Da qui il dovere del cristiano di guardarsi dai pericoli morali che possono venire dalle tentazioni diaboliche, evitando atteggiamenti di eccessiva sicurezza. Detto questo, tuttavia, il cristiano fondamentalmente non ha paura del Diavolo, perché il cristiano che vive in Cristo gode della stessa forza di Cristo, il quale ha vinto Satana. Anzi, da questo punto di vista, si può dire che è il Demonio che ha paura del cristiano. Come dice infatti Santa Caterina da Siena, noi siamo vinti dal Demonio solo se lo vogliamo, commettendo o amando il peccato. Il Demonio e l’Inferno si collocano nel disegno divino in quanto costituiscono un deterrente che ci aiuta ad evitare il peccato. In secondo luogo, per quanto riguarda il demonio, anch’egli va visto come uno strumento della divina Provvidenza per due finalità: per rafforzarci nella virtù e per richiamarci paternamente quando commettiamo il male. Il diavolo di per sé vorrebbe solo il nostro male, solo che la Provvidenza divina lo utilizza secondo i suoi sapientissimi disegni per il nostro bene.

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Perchè Dio permette all’Angelo di ribellarsi?

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Perché ha un grande rispetto per il libero arbitrio della creatura. Ora, appunto, l’Angelo ribelle è una creatura dotata di libero arbitrio. Allora, a questo punto, si può dire che Dio, pur di rispettare questo libero arbitrio, accetta di essere respinto da quella creatura che in realtà potrebbe trovare solo in Lui la sua piena felicità. Questo discorso vale analogicamente anche per la vicenda umana. Inoltre si può dire che Dio ha permesso la disobbedienza dell’Angelo, perché dall’eternità aveva progettato l’Incarnazione del Verbo, grazie alla quale l’umanità, salvata da Cristo, avrebbe in Cristo vinto Satana e raggiunta una condizione di vita – quella di figli di Dio – superiore a quella che ci sarebbe stata se l’Angelo non avesse peccato.

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Che relazione c’è tra il male e l’Inferno?

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Possiamo dire che l’Inferno è una vittoria sul male morale, ovvero sul peccato, anche se resta il male di pena, cioè la sofferenza dei dannati. Qui però si tratta di una giusta pena, per cui, da questo punto di vista si può dire che è bene che ci sia questo male, per cui noi vediamo che, dal punto di vista escatologico, tutto si risolve nel bene. C’è inoltre da precisare con tutta chiarezza che sarebbe blasfemo incolpare Dio di questo male, del quale invece è responsabile soltanto la creatura angelica o umana, mentre d’altra parte l’esistenza del male di pena manifesta semplicemente la giustizia divina, la quale peraltro è sempre mitigata dalla misericordia.

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Cosa devono fare le persone per sfuggire l’Inferno e guadagnare il Paradiso?

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Praticamente si tratta di mettere in opera tutti i precetti della vita cristiana, a cominciare dall’odio per il peccato, dalla consapevolezza delle sue conseguenze, per passare al dovere di obbedire con tutte le nostre forze ai comandi del Signore, di vivere in grazia, nella pratica continua della conversione e della vita cristiana, in una illimitata fiducia nella misericordia divina, frequentando i sacramenti nella comunione con la Chiesa, nella devozione ai Santi e soprattutto alla Santa Vergine Maria, coltivando un forte desiderio del Paradiso e della santità e combattendo coraggiosamente giorno per giorno contro le insidie del tentatore, sotto la protezione di San Michele Arcangelo. In casi di eccezionale aggressività da parte del diavolo, esiste la pratica dell’esorcismo. Queste raccomandazioni naturalmente valgono per i cattolici, però siccome tutti gli uomini sono chiamati alla salvezza e quindi sono chiamati ad evitare l’Inferno e a guadagnare il Paradiso, il loro dovere è quello di seguire la loro retta coscienza, nella misura in cui conoscono le esigenze del bene e coltivando, con l’aiuto della grazia, una fede almeno implicita in Dio come rimuneratore di buoni e giudice dei malvagi.

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[ © Innovative Media, Inc. Servizi a cura dell’Agenzia ZENIT ]

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Antiche e nuove menzogne sulla risurrezione: l’impronta del Volto di Cristo nel velo della Veronica

— Settimana Santa —

ANTICHE E NUOVE MENZOGNE SULLA RISURREZIONE: L’IMPRONTA DEL VOLTO DI CRISTO NEL VELO DELLA VERONICA

 

Veronica non appare nelle cronache evangeliche e la sua figura fa parte da molti secoli della pietà e della tradizione popolare. Indicazioni su questa figura femminile le troviamo invece in alcuni dei numerosi Vangeli apocrifi, per l’esattezza al VII° capitolo degli Atti di Pilato. Ma quali problemi possono derivare da certi testi, come per esempio i Vangeli apocrifi, se messi in mano a taluni studiosi o presunti tali, più o meno intellettualmente onesti?

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Autore Padre Ariel

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Veronica

Veronica nel pio esercizio della Via Crucis

Asciugare il volto del Signore che si offre per la nostra redenzione vuol dire “fare nostro” quel suo sangue prezioso, dietro al quale e sul quale c’è il mistero della nostra salvezza di creature create a immagine e somiglianza di Dio, chiamate a contemplare in eterno e per sempre la gloria del suo volto [Sal 27-29].

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Anne Bancroft

la grande e indimenticabile Anna Maria Italiano, in arte Anne Bancroft [1931-2005], nel ruolo filmico di Maria Maddalena

Tra le varie figure femminili che hanno vissuto a contatto col Verbo di Dio fatto Uomo, emerge la figura della Veronica, che si offre nei secoli come profondo spunto di riflessione. Questa pia donna è nota come colei che lungo la via dolorosa, nel vedere Gesù trasportare la croce col volto sporco di sangue a causa della corona di spine, lo asciugò con un panno di lino sopra il quale sarebbe rimasta impressa l’impronta del volto del Signore, il cosiddetto velo della Veronica.

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Vangelo apocrifo 3

frammento di Vangelo apocrifo

Veronica non appare nelle cronache evangeliche e la sua figura fa parte da molti secoli della pietà e della tradizione popolare. Indicazioni su questa figura femminile le troviamo invece in alcuni dei numerosi Vangeli apocrifi, per l’esattezza al VII° capitolo degli Atti di Pilato.

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Vangelo apocrifo 1

testo di un Vangelo apocrifo

È bene precisare che i Vangeli apocrifi, che pure contengono interessanti notizie storiche e di costume dell’epoca, non sono riconosciuti dalla Chiesa e spesso non hanno neppure alcun legame col Mistero della Rivelazione; anche se alcuni biblisti vogliono dare ad essi un riconoscimento di carattere storico che però non può reggersi in piedi, con libera pace di ciò che insegnano certi docenti al Pontificio Istituto Biblico ed alla Pontificia Università Lateranense, mentre sulla Gregoriana non stendiamo neppure il classico “velo pietoso”, ma direttamente una trapunta di lana pesante. Separare infatti il vero dal verosimile e l’autentico dal falso nei testi dei Vangeli apocrifi, è come cercare un ago in un pagliaio; nobile impresa che non può né deve essere impedita, purché chi procede in certe ricerche sia di ciò pienamente consapevole, quindi agisca e soprattutto insegni con prudente conseguenza.

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Vangelo apocrifo 2

Vangelo apocrifo

Diverso ma simile discorso vale per certi studiosi laicisti come Umberto Eco, che è stato un vero studioso; o come Corrado Augias, che invece è uno studioso fasullo. Per non parlare di un romanziere da infima ma ricchissima cassetta come Dan Brown, che nei suoi best-seller tradotti in venti lingue e venduti per milioni di copie offre “rivelazioni sensazionali” su notizie “tenute nascoste dalla Chiesa”, per esempio le teorie peregrine sul Signore Gesù e la Maddalena, per le quali sono offerte come fonti di autentica prova scritti spuri non riconosciuti proprio perché non attendibili. Questo il motivo per il quale i Vangeli apocrifi non sono accettati, non perché dicano o contengano “verità scomode”, ma perché raccolgono notizie palesemente inesatte e spesso studiatamente false.

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corrado augias inchiesta su gesù

uno dei testi di Corrado Augias al quale segue il libro Inchiesta su Maria

Chi poi come Corrado Augias presume invece di conoscere ciò che di fatto non conosce, nel rivolgersi a milioni di telespettatori col potente mezzo televisivo per propinare la fandonia dei quattro Vangeli canonici «scelti al Concilio di Nicea per ordine dell’Imperatore Costantino che aveva bisogno di dare una religione unitaria all’Impero», dovrebbe essere per lo meno a conoscenza ― lui che si picca peraltro di essere pure un conoscitore di Ebraismo ― che esistono persino Vangeli apocrifi ideati da ambienti giudaici profondamente ostili al Cristianesimo. E proprio prendendo spunto da certe notizie false gli stessi Vangeli canonici affermano: «Così questa diceria si è divulgata fra i Giudei fino ad oggi» [Mt 28, 15]. Dicerie messe prima per scritto e poi diffuse, tanto che tra il IV e il VI secolo principieranno a circolare in ambito ebraico le תולדות ישו [Toledot Yeshu], una raccolta satirica e dissacrante sulla vita e la morte di Gesù di Nazareth, indicato tra l’altro come ממזר [alla lettera bastardo] figlio illegittimo nato dall’unione proibita di sua madre con un soldato romano; tutte notizie poi riportate nel Talmud babilonese tra il VII e l’VIII secolo qual “prova” della grande menzogna cristiana, ed oggetto tutt’oggi d’insegnamento nelle scuole rabbiniche degli ultra ortodossi e non solo, come spiegherò più avanti. Ma su tutto questo Corrado Augias sorvola, essendo in parte un epico ignorante nelle complesse materie storiche e teologiche che presumerebbe trattare ed in parte perché intellettualmente disonesto.

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Lubavitch

la sètta ebraica di matrice gnostico-esoterica dei Chassidim di Lubavitch, una tra le più potenti e affermate all’interno del mondo ebraico, in particolare negli Stati Uniti d’America

Non parliamo poi del dialogo interreligioso fatto non secondo verità ma secondo correttezza politica, al quale da parte nostra, vari eminenti e illustri studiosi del mondo cattolico, non esitano a sacrificare da mezzo secolo persino alcuni fondamenti della nostra fede. E costoro sorvolano “prudentemente” su un dato storico accertato e palese: diversi cosiddetti Vangeli apocrifi nascono nel mondo giudaico durante la prima epoca apostolica e sono dei clamorosi falsi studiati a tavolino — o meglio ai tavoli delle Sinagoghe —, quindi diffusi allo scopo di mettere in pessima luce il primo movimento giudaico-cristiano ed il Cristo stesso, sul quale sono offerte cronache e racconti a dir poco imbarazzanti. E più la figura del Cristo, in alcuni di questi testi, è presentata come quella di un soggetto iracondo, violento e persino immorale, più è evidente e scontata la matrice di certe scuole rabbiniche dell’epoca. Purtroppo però, nel dialogo alla “volemose bene“, questi argomenti di studio non sono affrontati. Anzi, ci si guarda dal far presente che questi testi falsi sono tutt’oggi presentati come verità incontrovertibili in molti ambienti dell’ortodossia ebraica, in particolare all’interno delle ישיבות [scuole rabbiniche] di varie sètte cosiddette ultra-ortodosse appartenenti al mondo dei vari movimenti cassidici. E dall’ambiente ebraico, queste falsità sono appresso passate al venefico mondo dell’esoterismo massonico, ed i massoni hanno data gran diffusione ad esse suonando le trombe a tutto fiato. Come però ho indicato poco sopra, nei Vangeli autentici che narrano il mistero della risurrezione del Cristo, a chiarimento del tutto sta scritto :

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« alcune guardie giunsero in città e annunciarono ai capi dei sacerdoti tutto quanto era accaduto. Questi allora si riunirono con gli anziani e, dopo essersi consultati, diedero una buona somma di denaro ai soldati, dicendo: “Dite così: I suoi discepoli sono venuti di notte e l’hanno rubato, mentre noi dormivamo. E se mai la cosa venisse all’orecchio del governatore, noi lo persuaderemo e vi libereremo da ogni preoccupazione”. Quelli presero il denaro e fecero secondo le istruzioni ricevute. Così questo racconto si è divulgato fra i Giudei fino ad oggi » [cf. Mt 28, 11-15].

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Ciò con buona pace del dialogo interreligioso, almeno fino a quando la Chiesa seguiterà a insegnare che i Santi Vangeli contengono sia verità di fede sia fatti e verità storiche, al di là delle ben poco edificanti acrobazie bultmaniane del Cardinale Gianfranco Ravasi che nel tempo ha ripetuto più volte il loro elemento non storico ma bensì allegorico da interpretare quindi con le categorie della teologia …

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flores arcais

Gesù. L’invenzione del Dio cristiano

La teoria che la Chiesa avrebbe paura delle “scomode verità” contenute in questi testi non attendibili e spesso falsi, o che certi insulti dissacranti vadano invece presi come “fonti storiche” inoppugnabili, la lasciamo affermare e scrivere a Paolo Flores d’Arcais che nel suo libro Gesù. L’invenzione del Dio cristiano [Add Editore, 2011] propina al pubblico tesi e teorie smentite già prima dell’anno Mille dagli studi dei più grandi Padri della Chiesa, per poi essere smentite appresso da antropologi e storici tutt’altro che cristiani o lungi comunque dall’essere cattolici praticanti. Queste tesi e teorie, frutto di dicerie spesso calunniose messe in piedi dopo essere state studiate a tavolino, caddero infine per molti secoli in oblio; un oblio dal quale furono riesumate nel Settecento dagli illuministi, appresso a inizi Ottocento dalle agguerrite correnti massoniche anti-cattoliche, infine rispolverate nel primo decennio del nuovo Millennio dal vetero comunista Paolo Flores d’Arcais, che non avendo ancora elaborato in appropriata sede psicanalitica il trauma del lutto derivante dalla caduta del muro di Berlino, attraverso una vera e propria traslazione sfoga il proprio insuperabile disagio derivante della dissoluzione del suo Credo Marxista pigliandosela coi Padri della Chiesa riuniti nel primo grande concilio ecumenico a Nicea nell’anno 325, dove a suo dire avrebbero inventato il dio cristiano e abbozzato il Simbolo di Fede, il Credo della Chiesa Cattolica Apostolica Romana, poi perfezionato in seguito nell’assise del Concilio di Costantinopoli.

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flores arcais retro copertina

risvolto di copertina: “Non si è mai proclamato messia. Era un profeta ebreo apocalittico itinerante che annunciava nei villaggi della Galilea la prossima fine del mondo

Paolo Flores d’Arcais è libero di scrivere ciò che vuole, come io lo sono di smentirlo. Avrei invece parecchio da discutere sul diritto alla libertà di certi nostri teologi ed esegeti — molto solidali con la sinistra radical chic — di citarlo in certi nostri ambiti accademici ecclesiastici, sino a suggerire persino nelle case dove si formano i futuri preti la lettura di certi “interessanti” testi pubblicati sulla rivista Micromega. E detto questo reputo necessario porgere i più vivi complimenti alla Congregazione per il Clero oggi responsabile della vigilanza sui seminari, alla Congregazione per l’Educazione Cattolica responsabile dei nostri centri di formazione accademica, ed infine all’episcopato italiano; tutti costoro meritano infatti i più sentiti ringraziamenti per il lodevole modo nel quale non esercitano il loro apostolico obbligo di controllo sulle nostre case di formazione e su quegli studi teologici nei quali pare a volte entrare di tutto, fuorché ciò ch’è cattolico.

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veronica paul de la roche

Veronica, in un dipinto del XIX sec. di Paul de la Roche

Il nome Veronica deriva dal greco Φερενικη [pherenike] ed è composto da φερω [phero, che porta] e νικη [nike, vittoria], che vuol dire: colei che porta vittoria. Questo nome, trasposto poi in latino – Veronica – assume il significato di passaggio con vera icon, che significa “vera icona”, “vera immagine”, prestandosi in tal modo come immagine iconografica nel quadro complessivo della passione, che a partire dal secondo medioevo cominciò a illustrare questa pia donna che asciuga il volto del Signore. Figura, quella di Veronica, prudentemente estrapolata dalle storie spesso confuse, spesso altrettanto non veritiere e non coerenti con la storia che emergono numerose dai Vangeli apocrifi, alcune delle quali cariche d’indubbio interesse, se prese con tutta la debita scienza e prudenza con la quale si deve cercare di trarre fuori uno spillo di vero da un pagliaio di falso.

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veronica icona bizantina

Veronica nella iconografia bizantina

Dal XV secolo Veronica è venerata come una delle pie donne che seguirono lungo la Via Dolorosa fino al Calvario la crocifissione di Gesù, ed è menzionata nella VI° stazione del pio esercizio della Via Crucis. Secondo alcune tradizioni Santa Veronica sarebbe la stessa donna che avrebbe asciugato il volto di Cristo, ma su questo non c’è alcun riscontro storico e documentale. Sempre secondo queste antiche tradizioni Veronica consacrò la propria vita nella diffusione del Vangelo, viaggiando per varie città d’Europa, lasciando a Roma il prezioso lino con il quale asciugò il volto del Signore e da lì proseguendo verso la Gallia, la attuale Francia, dove morì dedicandosi alla conversione dei galli al Cristianesimo.

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Cristo pantocratore cattedrale di cefalù

il Cristo Pantocratore nella cattedrale di Cefalù

Nel Mistero della Santa Passione del Signore Veronica ci invita a meditare sul volto di Cristo, un volto che va molto al di là del reale volto fisico in sé e di per sé, per giungere alla contemplazione del quale ci è di grande utilità uno dei Salmi di Davide: «Ascolta, Signore, la mia voce. Io grido: abbi pietà di me! Rispondimi. Di te ha detto il mio cuore: “Cercate il suo volto”; il tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto, non respingere con ira il tuo servo. Sei tu il mio aiuto, non lasciarmi, non abbandonarmi, Dio della mia salvezza» [Sal 26].

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volto di cristo piacenza

Cristian Pastorelli. Volto di Cristo, 2007. Collezione Privata. Caritas di Piacenza

Il vero volto del Signore che noi cerchiamo e che dobbiamo cercare è il mistero della sua costante presenza nella storia dell’uomo e dell’intera umanità; quel Christus Totus, come ebbe a definirlo Sant’Agostino, che è l’inizio, il centro e il fine ultimo del nostro intero umanesimo. La storia del mondo è infatti storia della presenza di Dio, dal giardino di Eden nel quale il “volto di Dio” crea l’uomo a propria immagine e somiglianza, sino alla pietra rovesciata del sepolcro del Cristo Risorto, dove il “volto di Dio”, dopo essersi offerto come agnello immolato, risplende nella gloria e nella pienezza della sua divinità, portando sempre nel proprio corpo glorioso i segni indelebili della passione [Lc 24,40; Gv 20,20.27].

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veronica bresciano

Scuola veneta del XVIII secolo, La Veronica asciuga il volto di Gesù

Asciugare il volto del Signore che si offre per la nostra redenzione, vuol dire “fare nostro” quel suo sangue prezioso, dietro al quale e sopra al quale è impresso il mistero della nostra salvezza di creature create a immagine e somiglianza di Dio, chiamate a contemplare in eterno e per sempre la gloria del suo volto; il volto di quel Risorto che è mistero della nostra fede indicata dall’Autore della Lettera agli Ebrei come «fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono» [Eb 11,1]. Come infatti dice l’Apostolo Paolo: … se Cristo non fosse veramente risorto, vana sarebbe la nostra fede, vana la nostra speranza [I Cor 15, 14]. Una speranza che assieme al salmista deve stimolarci a cercare quel Volto che s’è impresso coi segni della sua passione nella nostra storia e nel mistero della salvezza dell’uomo che lo cerca con fede e con cuore sincero.

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Cattedrale dell’Urbe, esecuzione dell’inno Anima Christi al termine di un pontificale del Sommo Pontefice Francesco

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Le ragioni di don Alessandro Minutella devono rimanere nella comunione della Chiesa ed a servizio della Chiesa in obbedienza alla Chiesa

LE RAGIONI DI DON ALESSANDRO MINUTELLA DEVONO RIMANERE NELLA COMUNIONE DELLA CHIESA ED A SERVIZIO DELLA CHIESA IN OBBEDIENZA ALLA CHIESA

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Oggi, certi pensatori, ed ahimè non pochi ecclesiastici, hanno superato lo stesso Lutero, che a loro confronto ― va da sé è un paradosso ―, finisce col risultare più ortodosso di loro. Da tutti questi esempi vediamo quindi che c’è più contrasto tra modernisti e cattolici, che non tra luterani e cattolici. I cattolici sono più uniti a Lutero che ai modernisti. Il principale problema dell’unità fra cristiani, oggi, non è tanto quello dell’unione con i luterani ― c’è anche questo, ovviamente ―, quanto piuttosto quello dell’unità fra cattolici.

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Autore Giovanni Cavalcoli OP

Autore
Giovanni Cavalcoli, OP

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Caro Confratello Sacerdote

ALESSANDRO MINUTELLA

Presbìtero della Chiesa di Palermo

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minutella omelia

il Presbìtero Alessandro Minutella, omelia «L’imbarazzo della falsa Chiesa» [per aprire il video cliccare sopra l’immagine]

la notizia del decreto del tuo Vescovo mi ha sorpreso e addolorato, perché recentemente ho ascoltato alcune tue omelie nelle quali hai denunciato accoratamente la diffusione nella Chiesa di molte eresie di tipo modernistico, dichiarando nel contempo, in tono critico verso i lefebvriani, il tuo rispetto per i decreti del Concilio Vaticano II e lamentando la loro interpretazione in senso modernista.

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Queste tue parole coincidono con quanto vado sostenendo pubblicamente da molti anni, per cui ho patito ingiusti provvedimenti da parte delle autorità. Come sostieni tu, oggi nella Chiesa la corrente modernista si è talmente affermata, che si è diffusa anche tra i Vescovi, sicché essi favoriscono i modernisti e castigano gli anti-modernisti. E come puoi appurare, noi Padri de L’Isola di Patmos scriviamo da alcuni anni su questi gravi problemi, basta solo consultare il nostro archivio per trovare decine di scritti su questo specifico argomento.

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So che il tuo Vescovo ha motivato il decreto adducendo che tu, pur essendo esente da infezioni ereticali, rompi la comunione ecclesiale. Tu, invece, dal canto tuo, ti ritieni punito ingiustamente ed hai citato l’autorità di San Tommaso in merito. Premetto che non ho sufficienti elementi per formulare un giudizio, ma ti offro alcuni criteri desunti dal Doctor Angelicus.        

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minutella appello a Francesco

appello di Alessandro Minutella al Sommo Pontefice Francesco [per aprire il video cliccare sopra l’immagine]

Innanzitutto dev’essere per te motivo di grande soddisfazione il fatto di aver avuto assicurazione dal tuo Vescovo di non essere eretico, considerata, come dicevo poc’anzi, l’attuale larga diffusione dell’eresia anche tra la Gerarchia e i teologi. Al contempo rimango stupìto dell’incoerenza del tuo Vescovo che permette però a un eretico come Enzo Bianchi di fare una conferenza pubblica nella sua Chiesa cattedrale [cf. recente articolo di Ariel S. Levi di Gualdo, QUI]. Infatti, di Enzo Bianchi, esistono autorevoli confutazioni, come quella del nostro caro e stimato confratello Antonio Livi, mentre su questa rivista telematica i Padri de L’Isola di Patmos lo hanno confutato più volte e severamente; è anche in preparazione uno studio documentale al quale il Dott. Jorge Facio Lince sta lavorando da mesi [alcuni dei nostri diversi articoli sulle eresie di Enzo Bianchi sono comunque leggibili QUI, QUI, QUI, QUI, etc ..]

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Quanto all’insegnamento dell’Aquinate in fatto di decreti penali, egli distingue un decreto indebito [excommunicatio indebita] a causa del disprezzo del diritto da parte dell’autorità [sententia iuris ordine praetermisso]. «Per cui, se da parte della sentenza c’è un errore tale, da render nulla la sentenza, essa non ha effetto».  Per cui chi ne è colpito può non tenerne conto.

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«Se invece la sentenza è giusta, essa ha effetto e il punito deve obbedire umilmente, e sarà suo merito; oppure deve chiedere al Superiore l’annullamento del decreto; oppure deve ricorrere ad un’istanza superiore. Se invece mostrasse disprezzo per il decreto, per ciò stesso peccherebbe mortalmente» [Sum.Theol., Suppl., q.21, a.4]. Io non sono in grado di consigliarti su quale strada prendere. Sta a te, in coscienza, davanti a Dio, prendere la decisione. Io posso citarti il mio caso personale, che ha trovato la seguente soluzione. A seguito di una mia trasmissione a Radio Maria, il 30 ottobre scorso, nella quale avevo parlato dei castighi divini, il mio Superiore mi sospese parzialmente a divinis il 5 novembre successivo, facendo pubblicare contro di me un comunicato infetto dall’eresia, che nega il peccato originale [in questi articoli c’è la mia difesa: QUI, QUI, in questa successiva trilogia si dimostra invece come il mio caso fu montato da ambienti legati alla lobby gay, QUI, QUI, QUI].

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notizie di cronaca sul “caso Alessandro Minutella” [per aprire il video cliccare sopra l’immagine]

Sentenza evidentemente ingiusta quella a mio carico, alla quale io mi adeguai in spirito di obbedienza, senza mancare di spiegare nei dettagli le mie buone ragioni al Superiore. Non vi fu però nulla da fare. Egli non mi rispondeva neanche. Allora, a fine gennaio, feci ricorso a istanza superiore, ricevendo soddisfazione. Due giorni dopo il Superiore mi ha reintegrato nella pienezza delle mie funzioni sacerdotali. Ma la questione, gravissima, dei castighi divini, resta aperta nel campo della teologia contemporanea. Lo stesso Pontefice, nel suo discorso ai terremotati in occasione della sua visita a Carpi il 2 aprile scorso, ha accennato alle conseguenze del peccato originale con le seguenti parole: «La nostra anima, creata per la vita, soffre sentendo che la sua sete di eterno bene è oppressa da un male antico e oscuro» [cf. video, QUI, QUI].

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La Chiesa insegna al sacerdote che deve vedere nel Vescovo il suo Superiore immediato, il quale però gli rappresenta il Sommo Pontefice, al quale, in ultima istanza va l’obbedienza a livello supremo su questa terra. La comunione col Vescovo e con la Chiesa locale è subordinata alla comunione col Sommo Pontefice.

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Oggi siamo in una situazione ecclesiale nella quale esistono Vescovi modernisti o lefebvriani, che non sono in piena comunione col Vicario di Cristo o fingono di esserlo; anzi, mentre i primi, carrieristi e prepotenti, lo adulano e premono su di lui con uno stile che assomiglia a quello mafioso, i secondi, in base ad un errato richiamo alla Tradizione, respingono le dottrine del Concilio Vaticano II e la Messa novus ordo, e disobbediscono al Papa apertamente [cf. articolo del 2015 di Ariel S. Levi di Gualdo, QUI].

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circa tremila fedeli hanno gremita la cattedrale di Palermo per stringersi in preghiera attorno al loro Vescovo [per aprire il video cliccare sopra l’immagine]

L’unità della Chiesa locale va sempre curata ― sacerdoti e Vescovo insieme ― facendo capo all’unità della Chiesa Romana universale, da essa traendo ispirazione e ad essa sottomettendosi. Questa fedeltà ed obbedienza al Papa e al Magistero della Chiesa è il tesoro che solo noi cattolici possediamo tra tutti i fratelli cristiani non-cattolici. Questi sommi valori ho potuto approfondirli grazie all’esperienza che ho fatto dal 1982 al 1990 come officiale della Segreteria di Stato di San Giovanni Paolo II. Vicino al Papa e come collaboratori del Papa si può fare una bellissima e fruttuosissima esperienza della Chiesa universale, la quale non sminuisce affatto, anzi fa meglio comprendere la dignità e l’autonomia della Chiesa locale.

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Questo sguardo largo e universale, questo legame col Papa senza dimenticare il Superiore immediato, ma proprio per il suo tramite, è, per così dire, nel DNA della spiritualità di noi Domenicani, che facciamo la nostra professione di obbedienza al nostro Superiore Provinciale, certamente, ma al di là di lui e al di sopra di lui, la nostra totale obbedienza la professiamo al Sommo Pontefice.

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Oggi il papato ha più che mai bisogno di essere aiutato, avvertito e difeso nel suo ministero da tutto il popolo di Dio, soprattutto dai veri profeti e dalle anime-vittima, sia perché mai come oggi egli è tentato, insidiato ed assediato dalle forze sataniche che si fingono amiche, e invece vogliono abbatterlo, e sia perché purtroppo — cosa mai successa in tutta la storia della Chiesa ― una crisi di fede si è insinuata all’interno dello stesso episcopato e del collegio cardinalizio e, per conseguenza, sono sorte nella Chiesa divisioni e fazioni aspramente contrapposte [cf. Ariel S. Levi di Gualdo, QUI] — caso emblematico l’opposizione tra lefevriani e modernisti ― proprio sulla tematica delle verità di fede.

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S.E. Rev.ma Mons. Corrado Lorefice, Arcivescovo Metropolita di Palermo e Primate di Sicilia [per aprire il video cliccare sopra l’immagine]

C’è più contrasto fra Rahner e San Tommaso d’Aquino che non tra Lutero e San Tommaso d’Aquino. Per Lutero Dio è creatore, per Teilhard de Chardin Dio è organizzatore della materia. Per Lutero l’ateo è nell’errore, invece per Rahner l’ateo è un credente inconsapevole. Per Lutero Dio è onnipotente, per David Maria Turoldo è debole. Per Lutero Dio è un Tu davanti all’Io, per Marco Vannini l’Io è il «soggetto assoluto». Lutero ammetteva l’immutabilità del dogma, Walter Kasper la nega. Lutero condannava l’ateismo, il Cardinale Carlo Maria Martini diceva che nella coscienza del credente c’è sempre un ateo. Per Lutero la fede è conoscenza della verità — cioè della Parola di Dio —, per molti teologi cattolici è un «incontro atematico ed esistenziale» con Cristo …

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… per Lutero il cristianesimo è al vertice delle altre religioni, per Dupuis è una religione tra le altre, alla pari delle altre. Per Lutero la vera religione è il cristianesimo, invece per Schillebeeckx è la federazione mondiale di tutte religioni [cf. miei articoli QUI, QUI]. Per Lutero solo il cristiano possiede il dono dello Spirito, invece per Raimundo Panikkar la mistica indiana è uguale a quella cristiana. Per Lutero i musulmani sono nemici del Vangelo, invece per Rahner sono “cristiani anonimi” [cf. mio articolo QUI]. Lutero credeva nell’altro mondo; Gutiérrez dice che l’unico mondo è questo mondo. Lutero pensava che Adamo ed Eva fossero veramente esistiti; il Cardinale Gianfranco Ravasi dice che il racconto della creazione dell’uomo è un mito eziologico [cf. mio articolo QUI, Ariel S. Levi di Gualdo QUI]. Lutero ammette il racconto biblico della creazione dell’uomo, mentre Teilhard de Chardin sostiene che l’uomo proviene dalla scimmia.

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Lutero distingue il corpo dallo spirito; Teilhard de Chardin dice che nell’evoluzione la materia diventa spirito [cf. mio articolo QUI]. Lutero credeva nell’immortalità dell’anima, Vito Mancuso la nega. Lutero credeva alla resurrezione dei morti alla fine del mondo, per Rahner, invece, la resurrezione avviene subito dopo la morte. Lutero crede nei castighi divini,  Raniero Cantalamessa ed Hermes Ronchi non ci credono [cf. mio articolo QUI, Ariel S. Levi di Gualdo, QUI]. Lutero credeva nell’inferno, von Balthasar dice che «esiste» ma che «è vuoto». Lutero credeva nell’esistenza del diavolo, molti esegeti cattolici non ci credono.   

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preghiera di S.E. Rev.ma Mons. Corrado Lorefice, Arcivescovo Metropolita di Palermo e Primate di Sicilia [per aprire il video cliccare sopra l’immagine]

Per Lutero la Trinità sono tre Persone, per Rahner sono tre modi di essere Dio. Lutero riconosceva il Filioque, per Melloni, che invece è filo-ortodosso, se ne può fare a meno. Lutero era ben certo di ciò che ha detto Cristo, Padre Arturo Sosa S.J. dice che non ne siamo sicuri [cf. articolo di Ariel S. Levi di Gualdo, QUI]. Per Lutero Ario era un eretico, per Bianchi Ario aveva ragione, come sembra abbia affermato di recente nella vostra chiesa cattedrale [cf. testi delle lectiones di Enzo Bianchi, QUI, QUI]. Lutero riconosceva la divinità di Cristo, Schillebeeckx considera Cristo solo il «profeta escatologico». Per Lutero credere che Cristo è il Redentore, è una verità assoluta, invece per Marcello Bordoni, Cristo si può liberamente interpretare, a scelta, o come redentore o come «profeta martire», come uno preferisce. Per Lutero Cristo è l’unico Salvatore, per Giuseppe Dossetti gli Ebrei si salvano anche senza Cristo.

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Lutero accettava il dogma cristologico di Calcedonia, Bruno Forte interpreta l’Incarnazione in senso hegeliano [cf. mio articolo, QUI]. Per Lutero Cristo è il Dio Verità, mentre per de la Potterie Cristo semplicemente ci insegna il Vangelo. Mentre per Lutero il sacrificio espiatorio di Cristo è verità di fede, per il Cardinale Robert Zollitsch l’idea dell’espiazione è un’immagine medioevale superata. Per Lutero il sacrificio di Cristo è stato voluto dal Padre per la nostra salvezza, per Schillebeeckx la morte di Cristo non è stata un sacrificio espiatorio, ma solo un delitto causato dalla cattiveria umana.

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Lutero distingueva il pensiero dalla realtà: dovere del pensiero è adeguarsi al reale. Invece per Rahner, il reale si identifica col pensiero, per cui la mia idea è la realtà: l’io ha sempre ragione. Lutero riconosceva che dobbiamo obbedire ai dieci comandamenti, mentre per Rahner ognuno è libero di decidere da sé della propria identità. Per Lutero la coscienza è sottomessa alla Parola di Dio, mentre per il Cardinale Walter Kasper è la fonte della verità [il cogito di Cartesio] e per il Padre Arturo Sosa primeggia su tutto [cf. mio articolo, QUI, nostre risposte ai Lettori QUI, etc ..]. Lutero sa che il peccato è un male tremendo, che è tolto solo dalla Croce di Cristo, per Teilhard de Chardin, invece, il peccato è semplicemente un trascurabile incidente di percorso nel cammino inarrestabile dell’Evoluzione [su Kasper vedere i miei articoli QUI, QUI]

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preghiera di S.E. Rev.ma Mons. Corrado Lorefice, Arcivescovo Metropolita di Palermo e Primate di Sicilia [per aprire il video cliccare sopra l’immagine]

Lutero era contrario a Pelagio, per il quale la grazia era il premio alle opere, invece, per Rahner, la grazia è il vertice dell’autotrascendenza umana. Lutero diceva che è giustificato solo chi crede, chi non crede, è condannato, invece, per Rahner, tutti sono giustificati, perché tutti hanno la fede, almeno «implicita, preconscia ed atematica». Lutero credeva nel peccato originale, Nunzio Galantino non ci crede [cf. mio articolo QUI, Ariel S. Levi di Gualdo QUI]. Lutero condannava la sodomia, Bianchi l’approva. Vincenzo Paglia fa le lodi di Pannella, che approvava la confusione fra i sessi [cf. mio articolo QUI], Lutero riconosceva la distinzione fra uomo e donna ed avrebbe condannato Pannella come immorale. Lutero giudica la modernità in base al Vangelo, i modernisti giudicano il Vangelo in base alla modernità.

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Oggi, certi pensatori, ed ahimè non pochi ecclesiastici, hanno superato lo stesso Lutero, che a loro confronto ― va da sé è un paradosso ―, finisce col risultare più ortodosso di loro. Da tutti questi esempi vediamo quindi che c’è più contrasto tra modernisti e cattolici, che non tra luterani e cattolici. I cattolici sono più uniti a Lutero che ai modernisti. Il principale problema dell’unità fra cristiani, oggi, non è tanto quello dell’unione con i luterani ― c’è anche questo, ovviamente ―, quanto piuttosto quello dell’unità fra cattolici. I modernisti, che si vantano di dialogare con i luterani, finiscono per assorbire le eresie di Lutero, dando ad esse una verniciatura cattolica e disprezzando in realtà Lutero, da loro considerato come un fondamentalista superato dalla «esegesi storico-critica».

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Caro Don Alessandro, la tua battaglia contro il modernismo è più che mai legittima, necessaria ed opportuna. I modernisti sono giunti ad altissimi posti direzionali, fra i collaboratori del Papa o presentandosi come amici del Papa, mentre sono degli astuti adulatori e dei Giuda, che vorrebbero imporre, come mafiosi, i loro loschi piani di asservimento massonico della Chiesa ai poteri del mondo [cf. articolo del 2015 di Ariel S. Levi di Gualdo, QUI] . Dobbiamo fare il possibile per liberare il Santo Padre da questo abbraccio mortale e da questi poteri occulti, che hanno messo il Venerabile Pontefice Benedetto XVI nelle condizioni di dover liberamente rinunciare al ministero petrino.

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telecronaca, l’Adorazione Eucaristica in cattedrale presieduta da S.E. Rev.ma Mons. Corrado Lorefice, Arcivescovo Metropolita di Palermo e Primate di Sicilia [per aprire il video cliccare sopra l’immagine]

Credo che sia questa una missione purificatrice e santificatrice, che la Madonna ti affida, insieme col tuo servizio alla nobile e antichissima Chiesa palermitana, che oggi soffre in te, soffre nel Vescovo, soffre nei buoni fedeli, soffre per i peccati di tutti, ma nel contempo a questa di Palermo non manca la misericordia del Padre e la consolazione dello Spirito Santo, Che tutti convoca alla penitenza, alla riconciliazione, alla comunione ed alla pace, sotto la guida del legittimo Pastore, non esente dall’umana debolezza, eppure Servo delle vostre anime a nome e per mandato di Cristo. Pertanto ascoltate, aiutate e seguite il vostro Vescovo !

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Prenditi, caro Don Alessandro, un lungo periodo di sosta e riflessione eremitica, in ascolto della voce del Signore, come il profeta Elia: «Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore» [I Re 19, 11] e attendi «un mormorio di vento leggero» [v.12]. È il vento dello Spirito Santo. Accetta gli ordini, vinci le tentazioni. China il capo davanti alla Maestà divina. Implora misericordia per i tuoi peccati e per quelli dei peccatori. Abbandonati nelle mani del Dio di misericordia. Come dice Santa Caterina da Siena: «Ripòsati sulla Croce». Presto tu potrai riprendere in pienezza le tue funzioni sacerdotali e far fruttare a pieno i doni che Dio ti ha dato.

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Nuovi e grandiosi compiti ti attendono, nuove conquiste per la santificazione tua, per quella del Papa, per il bene della Chiesa universale, per la Chiesa palermitana, per l’Italia, per l’evangelizzazione del mondo, per la salvezza delle anime, per il regno di Cristo, per il trionfo di Maria, per la sconfitta di Satana.

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S.E. Rev.ma Mons. Corrado Lorefice, Arcivescovo Metropolita di Palermo e Primate di Sicilia, appello all’unità della Chiesa [per aprire il video cliccare sopra l’immagine]

Molto commovente e foriera di celesti favori è stata la recente e felice adorazione eucaristica collettiva in cattedrale con quattromila persone e il Vescovo umilmente prostrato in ginocchio davanti al Santissimo Sacramento, per implorare con canti e lacrime luce, pace, perdono, amore, concordia ed unità per la Chiesa palermitana. Provo per voi tutti, fratelli cari nella fede, ammirazione, compassione e tenerezza. Vi ricordo nella preghiera. Pregate per me.

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Confermate il patto di sangue con Cristo: Egli vi dona il suo sangue; voi donateGli il vostro. Il peccato si lava con il sangue, il sangue della Nuova Alleanza. Noi romagnoli ― per non parlare dei toscani! ―, come voi siciliani abbiamo il sangue caldo: forse a volte siamo verbalmente violenti, ma sempre generosi.

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La Madonna vera, in carne e sangue, è misericordiosa e tenerissima con gli umili, ma è terribile con i superbi; è quella Madonna che a Fatima fece vedere ai pastorelli i dannati dell’inferno; è quella Madonna che magnifica il Signore perché ha «disperso i superbi nei pensieri del loro cuore» [Lc 1,51]. Quella Madonna, Sede della Sapienza, che è vincitrice di Satana e di tutte eresie.

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cattedrale di Palermo

la splendida cattedrale metropolitana primaziale di Palermo, dedicata alla Beata Vergine Maria assunta al cielo

Ella vi protegga e vi difenda tutti, a cominciare dal vostro Vescovo; sia Ella, o Palermitani, il Presidio celeste della vostra Diocesi contro le insidie e le infiltrazioni del nemico e vi sostenga nella buona battaglia.

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Combattete contro i Principati e le Potestà! [Ef 6, 12]. Con Caterina da Siena, confidate, generosi Palermitani, che presto sarete un segno per la Chiesa italiana e gridate con Caterina: «Fuoco! Fuoco! Fuoco!». Presto scenderanno grazie abbondanti su tutti voi e l’Italia sarà infiammata.

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Con stima e affetto nel Signore.

Varazze,  7 aprile 2017

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Alessandro Minutella non è un modello di pietà sacerdotale che i fedeli cattolici devono seguire

ALESSANDRO MINUTELLA NON È UN MODELLO DI PIETÀ SACERDOTALE CHE I FEDELI CATTOLICI DEVONO SEGUIRE

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Quando fosti consacrato sacerdote promettesti obbedienza al Vescovo ed a tutti i suoi successori. Questo ti dovrebbe ricordare che noi siamo chiamati all’obbedienza nella fede, non all’obbedienza nel sentimentalismo e nella emotività. Pertanto, il vero e fedele Sacerdote, non ubbidisce solo al Vescovo che gli piace, che egli ritiene degno o che stima, ma ubbidisce al Vescovo in quanto tale, in quanto Sommo Sacerdote e membro del Collegio Apostolico.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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I Padri de L’Isola di Patmos sono rimasti amareggiati per il caso del presbìtero palermitano Alessandro Minutella [vedere QUI], sicché hanno deciso di dedicargli due diversi scritti: Giovanni Cavalcoli, una riflessione indiretta ma a lui preziosa legata al fatto che tutto ciò che è moderno non è modernismo; Ariel S. Levi di Gualdo, in modo più diretto, ha invece ritenuto in coscienza di doverlo richiamare ai doveri delle sue promesse sacerdotali.

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Al Venerabile Fratello in Cristo

ALESSANDRO MINUTELLA

Presbitero della Chiesa di Palermo

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il presbitero palermitano Alessandro Minutella

Presso la nostra rivista telematica L’Isola di Patmos abbiamo ricevuto messaggi da parte di Lettori che chiedevano lumi su tue predicazioni e catechesi diffuse in video nella rete telematica. Ho risposto cercando di “correggere il tiro” dello scandalo verso il quale tu stavi precipitando.

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Poi sono stato contattato da giornalisti che si occupano di faccende ecclesiali ed ecclesiastiche, tra i quali due della stampa straniera, che mi hanno chiesto parere teologico e canonico. A quel punto non mi è stato più possibile “correggere il tiro”, ed in coscienza sacerdotale, in scienza teologica ed in ossequio alle Leggi della Chiesa, ho dovuto rispondere in modo imparziale e preciso.

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per aprire il documento video cliccare sopra questa immagine

Il tuo video qui riprodotto, contiene gravi difetti di sostanza e di forma. In esso tu dai avvio al tuo discorso riportando i casi di due tuoi confratelli sacerdoti dell’antica e nobile Chiesa panormitana che sviliscono la dignità del Sacro Ordine Sacerdotale. Di questi due non fai i nomi [vedere video-omelia QUI], pur lasciando però capire che si tratta di Fabrizio Fiorentino [vedere QUI] e Cosimo Scordato [vedere QUI]. Tra i due il più nocivo è di certo Cosimo Scordato, al quale non dovrebbe esser permesso insegnare teologia sacramentaria presso la Pontificia Facoltà Teologica di Palermo, per le sue palesi e documentate derive eterodosse legate sia alla ecclesiologia sia alla dogmatica sacramentaria.

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il presbitero palermitano Fabrizio Fiorentino, foto pubblica tratta dal suo pubblico profilo Facebook

Usare due figure di sacerdoti discutibili sul piano pastorale e teologico, dovrebbe essere per te motivo di dolore, non ragione per costruire la tesi che … l’altro è peggiore, quindi presentando te stesso dinanzi al Popolo di Dio come vittima innocente in quanto modello di virtù sacerdotale. Infatti, la tua veste talare ― la stessa che io indosso sempre tutti i giorni ―, perderà ogni significato pastorale e senso di testimonianza visibile della tua rinuncia al mondo, se dentro di essa non alberga un’anima capace a riconoscere per mistero di grazia il segno indelebile del sacerdozio anche in un confratello che in modo incauto diffonde le proprie fotografie in costume da bagno sulla rete telematica. Infatti, se la tua talare sacerdotale non è intimamente vissuta anche con pietà cristiana verso i visibili difetti altrui, diverrà parecchio peggiore del costume da bagno ostentato dal tuo confratello nelle fotografie da lui pubblicate sulla rete telematica. E questo, in profonda coscienza, te lo dico nella mia qualità di confessore di molti Sacerdoti.

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il presbitero palermitano Fabrizio Fiorentino, foto pubblica tratta dal suo pubblico profilo Facebook

Nessuno dei Discepoli ha mai accusato Cristo Dio di avere accolto nel Collegio degli Apostoli anche Giuda Iscariota, che poi lo ha tradito. Né alcuno ha mai negata l’autorità di Pietro ricordandogli di avere rinnegato Cristo per tre volte e di essersi dato alla fuga altrettante volte. Tutt’altro, il Beato Apostolo Paolo, che pure lo rimproverò duramente ad Antiochia [cf.  Gal 2, 1-11], non mise mai in dubbio l’autorità di Pietro, sapendo che il mandato di pascere il gregge [cf. Gv 21, 1-19] e di confermare i fratelli nella fede [cf. Lc 22, 31-34], a quel pescatore galileo debole, indegno e anche culturalmente limitato, era stato conferito per mistero di grazia da Cristo Dio in persona [cf. Mt 16, 13-20].

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Detto questo ti faccio notare quanto segue :

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1. dai video delle tue omelie e catechesi, emerge una formazione teologica lacunosa e strutturata sullo stile dei predicatori di certe sètte evangeliche, sino a scivolare nella eterodossia nel tentativo di salvaguardare l’ortodossia del deposito della fede cattolica ;

2. i tuoi richiami al teologo Hans Urs von Balthasars sono audaci e arbitrari e da essi si deduce che la tua conoscenza dell’opera di questo studioso del Novecento è approssimativa, quindi falsante, perché avere letto e studiato non vuol dire avere capito, ed in specie discorsi altamente complessi come quelli di questo Autore, per vagliare i quali non basta un’infarinatura di neoscolastica decadente, è richiesta una solida formazione scolastica e metafisica aristotelico-tomista ;

3. la tua mariologia trascende in forme di mariolatria, peraltro in un contesto latino-mediterraneo nel quale i pastori in cura d’anime hanno l’obbligo e il dovere di correggere certe forme deviate di devozione popolare legate a culti tradizional-popolari della Beata Vergine e dei Santi.

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il presbitero palerminato Fabrizio Fiorentino, foto pubblica tratta dal suo pubblico profilo Facebook

Mi fermo a questi brevi aspetti teologici per invitarti a riflettere sul modo in cui hai recato scandalo nel Popolo di Dio attaccando il tuo Vescovo durante una azione liturgica dall’interno della chiesa parrocchiale a te affidata, perché attraverso siffatti sproloqui hai dimostrato:

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  1. di usare i difetti altrui, quindi le stesse ragioni e la stessa emotività aggressiva tramite la quale Martin Lutero attaccò l’Autorità Ecclesiastica e quella Roma che già l’eresiarca tedesco chiamava prima di te «la grande prostituta», termine al quale tu hai aggiunto di tuo: «multinazionale della falsità» [cf. QUI] ;
  1. analogamente a Lutero, che denunciava i malcostumi, le corruzioni e le decadenze morali del mondo ecclesiastico ― tutte realmente esistenti e come tali da disapprovare, ieri come oggi ―, tu credi che la soluzione risieda nel tuo “ego” e nella frattura con la comunione ecclesiale ;
  1. tu hai gravemente mancato di rispetto al Sommo Pontefice accusandolo implicitamente di eresia, sovente anche con discorsi farneticanti, ed hai mancato altresì gravemente di rispetto all’autorità apostolica del tuo Vescovo, dichiarando di agire in nome di quella “difesa della verità” che di fatto costituisce però solo la tua personale idea di verità, posto che la custodia della verità non è affidata a te, tanto meno alla tua soggettività intrisa di un sentimentalismo che denota una emotività che tu non riesci e controllare.

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il presbitero palermitano Fabrizio Fiorentino, foto pubblica tratta dal suo pubblico profilo Facebook

Penso di potermi esprimere in tal senso con autorevolezza e credibilità proprio perché più volte ho criticato il dottore privato Corrado Lorefice, di cui non condivido l’impostazione teologica improntata su quella Scuola di Bologna che giudico da sempre perniciosa, il tutto entro la libertà dei figli di Dio e la legittima disputa teologica da sempre riconosciuta e promossa dalla Chiesa, purché fatta in sapienza e soprattutto con carità [puoi vedere a tal proposito una mia lectio dello scorso anno, QUI]. Non ho neppure esitato a manifestare disagio per la nomina di Vescovi italiani appartenenti tutti e di rigore ad una scuola di pensiero ben precisa e portati all’episcopato da coloro che rivendicano la “pluralità di idee all’interno della Chiesa”, ma al tempo stesso impongono di fatto un pensiero unico, cosa questa che in altri linguaggi si chiama golpe. Ciò detto potrei seguitare a lungo nel dipingere il pensiero univoco, le carenze e soprattutto la mediocrità dei Vescovi di ultima nomina, ma senza mai porre in minima discussione la loro autorità apostolica, pure si trattasse dei peggiori Vescovi della storia della Chiesa, ai quali noi dobbiamo obbedienza, a prescindere dalla loro intelligenza e dalle loro qualità umane, teologiche e morali; e ciò fin quando essi non finissero col cadere nell’eresia. In questo secondo caso, a sentenziare sulla eterodossia di un Vescovo, può procedere solo il Romano Pontefice attraverso gli appositi dicasteri della Sede Apostolica. Noi dobbiamo denunciare all’Autorità della Chiesa gli eventuali casi di Vescovi eterodossi, non possiamo però condannarli, perché il nostro grado sacramentale è inferiore, quindi non possiamo erigerci a giudici di quanti sono rivestiti del supremo grado sacramentale della pienezza del Sacerdozio Apostolico.

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S.E. Rev.ma Mons. Corrado Lorefice, Arcivescovo Metropolita di Palermo e Primate di Sicilia

Quando fosti consacrato sacerdote promettesti obbedienza al Vescovo ed a tutti i suoi successori. Questo ti dovrebbe ricordare che noi siamo chiamati all’obbedienza nella fede, non all’obbedienza nel sentimentalismo e nella emotività. Pertanto, il vero e fedele Sacerdote, non ubbidisce solo al Vescovo che gli piace, che egli ritiene degno o che stima, ma ubbidisce al Vescovo in quanto tale, in quanto Sommo Sacerdote e membro del Collegio Apostolico. E nella sua Chiesa particolare il Vescovo personifica Cristo che regge e unisce tutte le membra vive del corpo che è la Chiesa. Pertanto, S.E. Rev.ma Mons. Corrado Lorefice, Arcivescovo Metropolita di Palermo e Primate di Sicilia, è il Vescovo al quale tu devi rispetto e filiale obbedienza, perché il Sacerdozio, a te come a tutti noi, è stato dato in “comodato d’uso”, non in “possesso”. E tu sei chiamato a esercitare il sacro ministero sacerdotale in comunione col  tuo Vescovo nei modi e nelle forme da lui stabilite. La validità delle Eucaristie che tu celebri, non dipendono dal tuo “potere magico“, ma dalla Eucaristia celebrata dal Sommo Sacerdote della Chiesa di Palermo, il quale ti ha conferita facoltà di celebrare il Sacrificio Eucaristico, amministrare confessioni e predicare. E come queste facoltà te le ha date secondo le leggi canoniche della Chiesa, queste facoltà può revocartele per ragionevoli motivi, perché è sì vero che noi tutti siamo sacerdoti segnati da un carattere indelebile ed eterno, ma resta altrettanto vero che il Sacerdozio non ci appartiene, non è un nostro possesso, è un servizio al quale siamo chiamati; e come servire la Chiesa attraverso il Sacerdozio, lo stabilisce il Vescovo della Chiesa particolare in comunione col Vescovo di Roma e Sommo Pontefice della Chiesa universale, non puoi certo stabilirlo tu ponendoti dinanzi ai fedeli al di sopra dell’autorità del Sommo Sacerdote della Chiesa panormitana, perché questo tuo agire è empio, censurabile e scandaloso dinanzi al Popolo di Dio.

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corrado lorefice consegna pallio

S.E. Rev.ma Mons. Corrado Lorefice, il giorno che ricevette il pallio metropolitano dal Sommo Pontefice Francesco I

Nel tuo pubblico discorso tu affermi in modo chiaro e implicito di non riconoscere l’Autorità del tuo Vescovo, di cui non manchi di farti beffa. E ripieno di egocentrismo dichiari che non può interessarti nulla di eventuali sospensioni dall’esercizio del ministero e via dicendo, quindi che proseguirai la tua opera nel modo che meglio reputerai giusto e opportuno.

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Sappi che prima di te, Martin Lutero, ha agito nello stesso modo dinanzi al decreto del Sommo Pontefice, al quale rispose chiamando il Successore di Pietro: «asino», «Satana», «sacco di sterco». E come te questo eretico “dette fuoco” al decreto pontificio, lui materialmente, tu con le parole.

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corrado lorefice con pastorale

S.E. Rev.ma Mons. Corrado Lorefice, Arcivescovo metropolita di Palermo

Ritengo che l’Arcivescovo di Palermo sia stato paziente e prudente, caritatevole e misericordioso. Fossi stato io il tuo Vescovo ― ovviamente è un esempio accademico ―, sarei stato ugualmente paziente, prudente, caritatevole e misericordioso, ma da tempo avrei provveduto a revocarti la facoltà di celebrare la Santa Messa in pubblico, di amministrare confessioni e di predicare. E dopo averti convocato e chiuso in una stanza con me, ti avrei fatto pentire dei tuoi peccati, se da quella stanza tu non fossi uscito dopo avermi baciata la mano col ginocchio flesso riconoscendo la mia autorità apostolica, rinnovandomi obbedienza e dichiarando che avresti agito nei modi da me indicati e comandati in virtù della grazia di stato a me conferita, posto che la grazia di stato tua non sussiste e soprattutto non può operare e produrre frutti senza la superiore grazia di stato del Vescovo.

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Di diverso, tra il tuo Vescovo e me, c’è però una cosa: dopo avere redarguito te avrei anche revocata la licenza per l’insegnamento della teologia ad un pericoloso avvelenatore di cervelli come Cosimo Scordato e avrei fatto passare la voglia a Fabrizio Fiorentino di andarsene in giro per il mondo vestito come un trendy scapolo spensierato a farsi selfie da pubblicare sulla rete telematica. Questa è la sostanziale differenza che corre tra me ed una persona carente di aequitas e di senso delle proporzioni come Corrado Lorefice, che per Grazia di Dio e volontà della Sede Apostolica è il Pastore legittimo della Chiesa particolare di Palermo.

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Ti suggerisco fraternamente di chiedere anzitutto pubblicamente perdono al tuo Vescovo, scusandoti con i fedeli per averlo attaccato durante la celebrazione della Santa Messa. Fatto questo sarebbe opportuno che ti ritirassi per un periodo di due anni in un monastero, facendoti seguire da un bravo direttore spirituale per la cura della tua anima e da un esperto teologo anziano che possa sanare le gravi deformazioni del tuo pensare teologico intriso di adulterazioni e di gravi errori.

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corrado lorefice in cattedra

S.E. Rev.ma Mons. Corrado Lorefice, Arcivescovo Metropolita di Palermo

Se in modo lungimirante, maturo e umile non farai questo, il futuro che ti attende rischia di essere quello del “pastore” di una sètta cristiana vestito esteriormente da sacerdote cattolico, avvolto dall’aura del prediletto dallo Spirito Santo e animato da una visione catastrofica che costituisce la negazione stessa della nostra Santa Fede, non certo del grande messaggio di speranza racchiuso nell’Apocalisse del Beato Apostolo Giovanni. Un catastrofismo, il tuo, basato su quel pessimismo che è negazione stessa della nostra Santa Fede, che si regge su quella virtù teologale della speranza che non a caso è posta nel mezzo tra le altre due virtù teologali, proprio per unire assieme la fede e la carità.

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Non attendere né indugiare oltre a chiedere in modo docile e umile il perdono del tuo Vescovo, al quale non sei tenuto a tributare stima, perché non gliel’hai mai promessa, come nessuno di noi ha mai promesso di stimare il proprio Vescovo, però l’obbedienza sì, quella gliela devi, perché gliel’hai solennemente promessa.

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Ti benedico con fraternità sacerdotale e ti garantisco il mio ricordo nella preghiera per la tua conversione e per la tua rinnovata comunione con il Vescovo dell’antica e nobile Chiesa di Palermo.  

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dall’Isola di Patmos, 02 aprile 2017

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Tutto ciò che è moderno non è modernismo. Riflessioni sul modernismo: modernisti e tradizionalisti

TUTTO CIÒ CHE È MODERNO NON È MODERNISMO. RIFLESSIONI SUL TRADIZIONALISMO: MODERNISTI E TRADIZIONALISTI

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Il dialogo più urgente ed importante che oggi bisogna promuovere non è il dialogo con i protestanti, con gli ortodossi, con gli ebrei, con i musulmani o con i non credenti, tutte cose utili e da fare; ciò che urge è il dialogo intra-ecclesiale, il dialogo tra noi cattolici, perché ci sono in noi e tra di noi delle divisioni dottrinali e morali gravissime e intollerabili.

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Autore Giovanni Cavalcoli OP

Autore
Giovanni Cavalcoli, OP

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I Padri de L’Isola di Patmos sono rimasti amareggiati per il caso del presbìtero palermitano Alessandro Minutella [vedere QUI], sicché hanno deciso di dedicargli due diversi scritti: Giovanni Cavalcoli, una riflessione indiretta ma a lui preziosa legata al fatto che tutto ciò che è moderno non è modernismo; Ariel S. Levi di Gualdo, in modo più diretto, ha invece ritenuto in coscienza di doverlo richiamare ai doveri delle sue promesse sacerdotali.

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Immagine video minutella

da una scarsa formazione teologia e spirituale al sacerdozio, può nascere l’idea del tutto errata che ciò che è moderno sia di per sé modernista. il presbitero palermitano Alessandro Minutella ne ha data purtroppo prova. Per aprire il video cliccare sopra l’immagine

Il dialogo più urgente ed importante che oggi bisogna promuovere non è il dialogo con i protestanti, con gli ortodossi, con gli ebrei, con i musulmani o con i non credenti, tutte cose utili e da fare; ciò che urge è il dialogo intra-ecclesiale, il dialogo tra noi cattolici, perché ci sono in noi e tra di noi delle divisioni dottrinali e morali gravissime e intollerabili.

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Non si sa più cosa vuol dire essere cattolico, perché ognuno mette sotto questo titolo quel che gli pare e piace, e quindi le idee più strane, estranee e contraddittorie. Si va al supermercato delle religioni, si sceglie ciò che si preferisce, si passa dal vescovo alla cassa per pagare, e poi a casa, con i prodotti acquistati, si organizza il menù della settimana e si invitano gli amici.

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È dunque urgente che ci stringiamo tutti attorno al Papa, Maestro della Fede e supremo custode e promotore in terra dell’unità, della riconciliazione e della pace nella Chiesa, tutti attenti e fedeli alle linee fondamentali del suo servizio pastorale, senza stare a litigare per certe sue scelte contingenti, occasionali che sono e che restano discutibili con filiale libertà di pensiero, ma rinunciando al tempo stesso ad ogni sciocca adulazione e ad ogni critica malevola.

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Per leggere tutto l’articolo cliccare sotto:

02.04.2017  Giovanni Cavalcoli, OP   —   TUTTO CIO CHE È MODERNO NON È MODERNISMO. RIFLESSIONI SUL TRADIZIONALISMO: MODERNISTI E TRADIZIONALISTI

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Risposta ai dubia dei Cardinali? Il Sommo Pontefice risponderà attraverso gli scismatici lefebvriani …

RISPOSTA AI DUBIA DEI CARDINALI? IL SOMMO PONTEFICE RISPONDERÀ ATTRAVERSO GLI SCISMATICI LEFEBVRIANI …

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La mancanza di diritto, sostituito con la emotività, il sentimentalismo ed il singolo arbitrio, oltre alla mancanza di senso comune, ed a tratti anche alla mancanza di comune senso del ridicolo, è la migliore, ma sotto certi aspetti anche peggiore risposta, che i quattro Cardinali autori dei dubia rischiano purtroppo di ricevere.

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Ariel vescovo di Laodicea

            S.E. Mons.              Ariel S. Levi di Gualdo Vescovo titolare di Laodicea Combusta

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Laodicea Combusta

le rovine della chiesa cattedrale di Laodicea Combusta, Diocesi suffraganea dell’Arcidiocesi di Antiochia

A tutti voi, Lettori di questa giovannea Isola di Patmos, luogo dell’ultima rivelazione, nella quale il Beato Apostolo scrisse il Libro dell’Apocalisse, il mio benedicente saluto di pace e grazia dal Signore Nostro Gesù Cristo.

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Nelle nostre alture dell’Anatolia il clima è abbastanza mite e tra i quattro sassi delle rovine della mia antica chiesa cattedrale si sta vivendo una Quaresima ricca di frutti spirituali verso la Pasqua di Risurrezione.

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turkmeno 2

Arak, il pastore tukmeno devotissimo al Vescovo di Laodicea Combusta con un gruppo di pecore da lui guidate alla Via Crucis diretta dal vescovo laodiceo

Venerdì ho diretto la Via Crucis, alla quale hanno partecipato un nutrito gruppo di pecore di montagna, a me condotte da Arak, un pastore turkmeno dell’Asia Centrale che mi è molto devoto e che oggi protegge dagli archeologi di frodo tedeschi i ruderi della mia chiesa cattedrale bruciata molti secoli fa, proprio da questo prende nome la mia sede titolare: Laodicea Combusta, ossia Laodicea la bruciata.

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Terminata la Via Crucis le pecore mi hanno baciata la mano a una a una ricevendo la mia apostolica benedizione, dopodiché, il pastore turkmeno Arak, le ha riportate edificate e santificate da questo pio esercizio presso il loro ovile, mentre io mi immergevo nella mia apostolica solitudine, tra le rovine visibili della mia chiesa, a riflettere su ciò che oggi accade nell’antica Roma, ridotta sempre più a rovina invisibile.

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Pecore anatolia

le pecore devote alla Via Crucis nei pressi delle rovine della Chiesa di Laodicea Combusta

Durante le mie solinghe meditazioni mi sono venuti a mente quattro miei Fratelli Vescovi, i Padri Cardinali Walter Brandmüller, Leo Burke, Carlo Caffarra e Joachim Meisner, che ho sempre stimato autentici uomini di Dio, ed ai quali desidero donare questa mia riflessione quaresimale a proposito dei loro Dubia [cf. QUI].

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Desidero anzitutto far notare ai miei quattro Eminenti Fratelli che come Vescovo di Laodicea Combusta mantengo molto vivo un ricordo legato alla prima epoca apostolica, perché la mia sede titolare è suffraganea dell’antica Arcidiocesi di Antiochia [cf. QUI], dove, come narra il Beato Apostolo Paolo nella Lettera Apostolica ai Galati [Gal 2,1-2.7-14], egli procedette ad ammonire e riprendere pubblicamente Pietro, di cui non mise mai in dubbio l’autorità, tutt’altro: a massima tutela della sua stessa autorità apostolica ritenne cosa buona e giusta indicargli l’errore e l’ambiguità nella quale era caduto.

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pecore della anatolia

il pastore turkmeno Arak, assieme alla sua gentile consorte Shakira, in compagnia delle pecore che meditano sui commenti alla Via Crucis del Vescovo di Laodicea combusta

Con questi vivi ricordi che fanno parte della storia antica di questa terra dove ha sede la mia diocesi, ho particolarmente pregato per questi miei fratelli Vescovi, ai quali il Romano Pontefice può rispondere in vari modi, più o meno diretti o indiretti. Nel particolare caso di specie penso si stia accingendo a dar loro una risposta indiretta, ma non per questo meno esauriente, risolvendo così in modo definitivo il problema generato da alcune ambiguità contenute nel documento post-sinodale Amoris Laetitia.

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A tutti è nota la storia non poco dolorosa di quella frangia di cattolici scismatici e per questo tecnicamente e canonicamente eretici, tali sono i seguaci del Vescovo Marcel Lefebvre. Questo insigne presule ritenne opportuno, a tutela del deposito della fede cattolica, rifiutare l’ultimo Concilio Ecumenico della Chiesa. Beninteso, riguardo questo Concilio si potrebbe discutere sia sulle proprietà di certi linguaggi sia su alcune vaghezze o ambiguità. Sempre però chiarendo che un conto è discutere nell’obbedienza della fede, animati dallo scopo che la Chiesa – la sola ed unica legittimata a farlo – corregga o integri certe espressioni, peraltro di un concilio pastorale; altro conto auto-eleggersi novelli Atanasio di Alessandria e negare l’autorità della Chiesa. E detto questo è bene far notare, a tutti coloro che nel tempo hanno paragonato Marcel Lefebvre a questo Santo Padre della Chiesa, che il Vescovo Alessandrino non negò mai l’Autorità della Chiesa, ma la difese dall’eresia dei vescovi ariani, non combatté certamente contro la Chiesa; egli accusò di eresia i vescovi ariani, non accusò di eresia il Magistero della Chiesa.

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pecore anatolia 2

il rientro delle pecore nel loro ovile dopo avere participato al pio esercizio della Via Crucis diretta dal vescovo laodiceo

Il grave errore dei lefebvriani e di tutti i loro seguaci, è credere e insegnare che il Concilio Vaticano II, essendo stato pastorale, non è vincolante. E se questo non bastasse, lo giudicano e indicano pure colmo di eterodossie, affermando da alcuni decenni ch’esso è intriso di eresie moderniste. In tal modo, i lefebvriani ed i loro seguaci, si ergono per un verso a giudici della purezza della fede, per altro verso a unici custodi dell’unica e vera fede. Il tutto dimentichi con superbia a tratti sconfortante, che la custodia del deposito della fede non è stata affidata da Cristo Signore a loro, ma alla Chiesa governata dal Successore del Principe degli Apostoli. Ribadisco pertanto che i lefebvriani, allo stato attuale, sono scismatici ed eretici, perché chiunque accusi di eresia l’alto Magistero della Chiesa, è solo per questo eretico e fuori dalla comunione cattolica.

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consacrazione lefebvre

l’atto scismatico del Vescovo Marcel Lefebvre: la consacrazione episcopale di quattro vescovi senza mandato della Santa Sede. Per aprire il video cliccare sopra l’immagine

Il Santo Pontefice Giovanni Paolo II e in seguito il Venerabile Pontefice Benedetto XVI, furono molto chiari nel precisare che i lefebvriani dovevano accettare il magistero del Concilio ed i suoi testi senza riserve. In seguito Benedetto XVI fece precisare alla apposita commissione Ecclesia Dei, che ai lefebvriani non era richiesto di accettare l’interpretazione del Concilio ― per intendersi il post-concilio ― ma i documenti del suo solenne magistero. E con animo misericordioso egli rimise ai quattro Vescovi consacrati da Marcel Lefebvre senza mandato pontificio la scomunica nella quale erano incorsi, ma precisando che al momento, questi Vescovi, ed i Sacerdoti da essi consacrati, non avevano alcun ruolo all’interno della Chiesa Cattolica [cf. QUI]; né potevano averlo, non essendo de facto in comunione con la Chiesa Cattolica.

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Stando a quando da settimane viene dichiarato, pare che il Pontefice felicemente regnante abbia superato il grande scoglio dell’accettazione del Magistero del Concilio, forse dichiarando di motu proprio dopo colazione, parlando con un giornalista alla presenza di un portinaio della Domus Sanctae Marthae, che in ogni caso, i cosiddetti lefebvriani, sono cattolici. E da alcuni mesi si sta parlando di istituire per loro una prelatura personale col pieno riconoscimento della Santa Sede, senza che questa pongo loro condizioni di alcun genere, a partire dalla accettazione senza riserve dell’alto magistero del Concilio Ecumenico Vaticano II.

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Bernard fellay video ok

il vescovo scismatico Bernard Fellay in una lunga intervista nella quale parla dell’accordo senza condizioni con la Santa Sede. Per aprire il video cliccare sopra l’immagine

Una volta la Chiesa aveva un diritto proprio codificato. Fin da quando s’è deciso di eliminare questo fastidioso odore di legalismo, sostituito in parte dall’odore delle pecore, in parte da una misericordia tutta da chiarire, posto che l’una e l’altra cosa non possono dare vita né ad un diritto fai-da-te, né ad un diritto secondo-come-mi-batte-il-cuoricino.

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Il Superiore Generale della Fraternità di San Pio X, il Vescovo Bernard Fellay, ha più volte ripetuto in varie interviste ufficiali che ormai, l’accordo con Roma, è in pratica quasi fatto e che adesso «manca solo il timbro» [vedere video-intervista QUI]. Ebbene è doveroso far notare ― casomai il timbro arrivasse sul serio ―, che questo Vescovo non è eretico ipso facto in quanto scismatico, ma lo è perché segue e trasmette le mai smentite teorie del Vescovo Marcel Lefebvre che ha sempre accusato il Concilio di derive liberali, illuministiche ed indifferentistiche, insomma: un autentico ricettacolo di modernismo. E qui ricordiamo che il modernismo, fu definito dal Santo Pontefice Pio X come la madre di tutte le eresie attraverso la sua Enciclica Pascendi Dominici Gregis. È questo che rende eretico il Vescovo Marcel Lefebvre, il Vescovo Bernard Fellay, ed i loro sacerdoti che, così formati e ordinati, accusando imperterriti la Chiesa di eresia, sono e restato eretici, quindi sacerdoti validi ma illeciti, al momento senza alcun ruolo all’interno della Chiesa Cattolica.

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Pare quindi che i lefebvriani, dichiarati motu proprio cattolici un bel mattino dopo colazione alla presenza del portinaio della Domus Sanctae Marthae, sarà concessa una prelatura, ed in tal modo legittimati dalla Santa Sede a negare il Magistero della Chiesa, perché a prescindere da esso, sono comunque cattolici (!?).

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la Messa Kika [“convivenza“], quella ideata da Kiko Arguello e Carmen Hernandez in palese spregio al Sacrificio Eucaristico vivo e santo della Santa Messa cattolica, con allestimento del tavolo ristorante con pane e copponi di vino, dai quali poi i neocatecumenali riceveranno l’Eucaristia seduti sulle sedie. Potete vedere il rito kikiano di offertorio cliccando sul video.

Il Regnante Pontefice, forse mira a mettere assieme, come in una minestra di verdure che assume un unico nome – in questo caso il nome di Chiesa Cattolica anziché di minestrone – ogni genere di ortaggio, inclusi i finocchi, ingredienti determinanti a qualsiasi genere di brodo ecclesiastico vegetale. E con ciò è presto detto: tra poco ci ritroveremo in una Chiesa nella quale dovranno convivere sotto lo stesso tetto: da una parte gli scalmanati di Kiko Arguello e di Carmen Hernandez che celebrano imperterriti la metodica profanazione dell’Eucaristia con le loro celebrazioni sui generis, dall’altra i non meno scalmanati lefebvriani pronti a mettere in discussione la transustanziazione delle specie eucaristiche per un involontario errore formale del celebrante.

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cardinale Rylko messa neucatecumenale

una Messa Kika presieduta presso il centro della Domus Galileae (Israele) da Sua Beatitudine il Patriarca Fouad Boutros Ibrahim Twal che spezza una pagnotta eucaristica, segue poi la fractio panis mentre Kiko Arguello, fautore con la sua sodale Carmen Hernadez di simili abomini, canta. di fronte a queste immagini, la domanda è semplice: chi tratta così l’Eucaristia, crede veramente alla presenza reale di Cristo nelle sacre specie eucaristiche? Per aprire il video cliccare sopra l’immagine.

Da una parte i kikiani che ballano al suono dei bonghi attorno alla mensa allestita il sabato sera in qualche salone per fare Eucaristia allegra, dall’altra i canti gregoriani dei lefebvriani con le mani giunte all’unisono. E dentro la stessa minestra racchiusa nell’unico pentolone, i lefebvriani daranno a sacrosanta ragione degli eretici ai kikiani, mentre i kikiani daranno degli olezzanti naftalina pre-conciliare ai lefebvriani, ma senza aver però dal canto loro alcuna ragione, perché …

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… perché è indubitabile, oltre che lodevole, che i lefebvriani celebrino con sacra devozione la Santa Messa intesa come Sacrificio Eucaristico, non come festa degli amici attorno alla mensa. Anzi, a meritato onore dei lefebvriani, posso aggiungere che seguitando di questo passo, nel giro di dieci anni, per avere memoria di come una volta era la Messa cattolica, bisognerà andare necessariamente ad assistere alle celebrazioni fatte dai Sacerdoti della Fraternità Sacerdotale di San Pio X, mentre nei luoghi di culto della nuova Chiesa misericordiosa aperta a tutto e tutti, specie a tutto ciò che non è cattolico, avverrà ogni genere di abominio, dalle Eucaristie kikiane alle celebrazioni inter-confessionali con gli eretici scismatici luterani e anglicani.

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Bernard Fellay predica

il vescovo scismatico Bernard Fellay durante una sacra celebrazione. Resta indubitabile che i lefebvriani siano delle autentiche cattedre di sacra liturgia, animati non certo da mero formalismo ma da autentica e lodevole pietà eucaristica. Per aprire il video cliccare sopra l’immagine.

Se ai lefebvriani, per come sono e la pensano, sarà concessa una prelatura personale, quindi il massimo riconoscimento canonico da parte della Santa Sede, il tutto sarà una risposta indiretta ma chiara ai miei quattro Fratelli Vescovi, che seguendo la più antica tradizione apostolica hanno rivolto dei quesiti in forma di dubia, ai quali potrebbe far seguito quella fraterna correzione che il Beato Apostolo Paolo rivolse al Beato Apostolo Pietro qua ad Antiochia.

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Nulla di questo sarà però necessario, ve ne spiego il motivo: legittimando a questo modo e in questi termini i Lefebvriani, qualsiasi singolo Vescovo e qualsiasi Presbìtero sarà libero di accettare o di rigettare in modo del tutto legittimo le parti del Magistero della Chiesa che non gli piacciono.

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Messa San Pio V

la celebrazione della Santa Messa fatta da un sacerdote della Fraternità Sacerdotale di San Pio X. Per aprire il video cliccare sopra l’immagine.

È presto detto: il problema dei dubia, in tal senso decadrà dinanzi ad una risposta data implicitamente. Se infatti i lefebvriani, che non accettano un intero concilio della Chiesa, sono cattolici e possono avere un loro ruolo ed un loro status giuridico all’interno della Chiesa, che cosa volete che sia, a loro confronto, rifiutare una semplice esortazione post-sinodale che aleggia in alcuni punti di ambiguità?

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Da diversi decenni è oggetto di discussione – benché non dovrebbe esserlo – ciò che sancisce il Beato Paolo VI nella sua enciclica Humanae Vitae. Ma anche in questo caso il problema è risolto, perché in fondo si tratta solo di una singola enciclica che contiene delle discipline morali ben precise, che alcuni potranno accettare, altri invece rifiutare. Dov’è il problema? In fondo, la Humane Vitae, contiene solo delle discipline morali vincolanti, non sancisce mica un dogma di fede! Ma soprattutto, quale autorità ecclesiastica potrebbe mai più richiamare Vescovi, Presbìteri o singoli teologi? Perché anche in questo caso la risposta sarebbe tanto semplice quanto coerente: avete legittimato e dato uno status giuridico ai lefebvriani che rigettano per intero l’ultimo concilio della Chiesa, a quale titolo richiamate noi, che invece non accettiamo solo alcuni documenti che non ci piacciono, senza mettere assolutamente in discussione alcun dogma della fede, a partire dalla infallibilità del magistero solenne della Chiesa?

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messa neocatecumenali napoli

celebrazione della Messa kika, solita tavola imbandita, copponi di vino, frazione delle pagnotte di pane spesso senza alcuna attenzione ai frammenti eucaristici … e tutti gli annessi e connessi del “rito particolare” dei Neocatecumenali ideato da Kiko e Carmen, inclusa Comunione ricevuta a sedere ai propri posti. ecc … Per aprire il video cliccare sopra l’immagine.

Pertanto, miei diletti Fratelli Vescovi e Padri Cardinali, attendete assieme a me, che da queste alture dell’Anatolia prego per voi, che il Romano Pontefice metta veramente questo annunciato timbro mancante ai lefebvriani. A quel punto ogni dubbio cadrà, ed ogni risposta diretta da parte di Sua Santità non sarà più necessaria. E chiunque lo reputi in coscienza opportuno, potrà rigettare in toto o in parte la Amoris Laetitia, assieme a quell’enciclica che pare scritta per la gioia della sinistra ecologista, la Laudato si’, senza che alcuna Autorità Ecclesiastica, a partire dall’Autorità Suprema della Chiesa, possa dir niente a chi rifiuta solo qualche documento, dopo che sarà stata data piena legittimazione e status giuridico a chi rifiuta e giudica invece eterodosso e inficiato di eresie moderniste un intero concilio della Chiesa, ed invita da decenni a considerarlo tale, vale a dire: un concilio solo pastorale e privo di autorità che contiene al proprio interno gravissimi errori.

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L’inosservanza del diritto, sostituito con la emotività, il sentimentalismo ed il singolo arbitrio, oltre alla mancanza di senso comune, ed a tratti anche alla mancanza di comune senso del ridicolo, è la migliore e sotto certi aspetti anche la peggiore risposta, che voi rischiate purtroppo di ricevere.

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bernard fellay distribuisce la comunione

il vescovo scismatico Bernard Fellay distribuisce la Santa Comunione ai fedeli durante una sacra celebrazione. Per aprire il video cliccare sopra l’immagine.

In conclusione una precisazione, perché anche se certe cose si tende a darle per scontate, è bene — specie di questi tempi —, non dare mai nulla per conoscenza comune scontata. Per questo preciso che la definizione di scismatico e per logica conseguenza eretico data al Vescovo Bernard Fellay, lungi dall’essere una mancanza di rispetto nei suoi riguardi, è una affermazione che rientra nel lessico delle ordinarie dispute sia teologiche sia canoniche. Ciò che invece mai sarà imputato da queste colonne a questo Vescovo ed ai suoi Sacerdoti della Fraternità Sacerdotale di San Pio X, è di essere uomini senza fede. Perché costoro, oltre ad essere dotati di fede, sono anche dotati di autentica, profonda e lodevole pietà sacerdotale, come del resto lo era il Vescovo Marcel Lefebvre, che fu anzitutto modello di umane virtù e modello di Vescovo missionario.

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neocatecumenali preghiera eucaristica

Messa kika, Preghiera Eucaristica. Per aprire il video cliccare sopra l’immagine.

Non possiamo invece dire altrettanto nei riguardi di chi tratta la Santissima Eucaristia nel modo in cui documentano i filmati inseriti tra i testi di questo articolo. A maggior ragione si ribadisce quanto già detto in precedenza: seguitando di questo passo, nel giro massimo di dieci anni, per avere memoria di come una volta era la Messa cattolica, bisognerà andare di necessità ad assistere alle celebrazioni fatte dai Sacerdoti della Fraternità Sacerdotale di San Pio X, mentre nei luoghi di culto della nuova Chiesa misericordiosa aperta a tutto ed a tutti, specie a tutto ciò che non è cattolico, avverrà ogni genere di liturgica abominazione.

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dalle rovine della Chiesa cattedrale di Laodicea Combusta

27 marzo 2017

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Nel nostri cuori sacerdotali, resta indelebile il ricordo della Santa Messa celebrata dai Santi, che per tutta la vita hanno amata, servita e ubbidita la Chiesa …

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Padre Pio celebra la messa

San Pio da Pietrelcina, celebrazione della Santa Messa. Per aprire il video cliccare sopra l’immagine.

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… invece, su questo, stendiamo un velo veramente pietoso.

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danze neocatecumenali

danze tribali della liturgia pasquale kika. Per aprire il video cliccare sopra l’immagine.

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Su prezioso suggerimento di un Sacerdote nostro lettore, postumamente alla pubblicazione di questo testo, inseriamo, in formato PDF lo studio fatto dal Padre Enrico Zoffoli sul Cammino Neocatecumenale ed edito nel 1991. Potete leggerlo cliccando sotto:

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Enrico Zoffoli  —  « LE ERESIE DEL CAMMINO NEOCATECUMENALE »

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Il Concilio Vaticano secondo il Cardinale Walter Kasper, in un articolo che è tutto un programma

IL CONCILIO VATICANO SECONDO IL CARDINALE WALTER KASPER, IN UN ARTICOLO CHE È TUTTO UN PROGRAMMA

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Bisogna riconoscere che alcune tesi dottrinali del Concilio possono apparire ambigue o avere un certo sapore modernista, ma questa preoccupazione è fugata da un’opportuna interpretazione, qual è stata quella fatta dal Magistero post-conciliare e da autorevoli teologi fedeli alla Chiesa.

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Autore Giovanni Cavalcoli OP

Autore
Giovanni Cavalcoli, OP

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PDF  articolo formato stampa

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Kasper

il Cardinale Walter Kasper

In un articolo su LOsservatore Romano del 12 aprile 2013 sotto il titolo Un Concilio ancora in cammino, [testo QUI] il Cardinale Walter Kasper, ad un mese e poco più la rinuncia del Sommo Pontefice Benedetto XVI e l’elezione del Pontefice regnante, afferma che Paolo VI, nel tentativo di impedire formulazioni proposte da una maggioranza progressista che lo preoccupava, «coinvolse» la minoranza tradizionalista permettendole di introdurre alterazioni nella redazione, che attenuavano o confondevano il senso dei passi modernizzanti.

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Se il Sommo Pontefice si sentì in dovere di moderare l’intervento di questi cosiddetti “progressisti”, dando spazio ai tradizionalisti, vuol dire che egli, col fine intùito del quale era dotato, e col senso di responsabilità del Successore di Pietro, si era accorto della trama in atto e che questi sedicenti e sbandierati progressisti in realtà erano dei criptomodernisti, che con le loro manovre rischiavano di contaminare la purezza della dottrina conciliare.

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PAOLO VI concilio

il Beato Paolo VI in cattedra durante il Concilio Vaticano II

Paolo VI non era un conservatore e sin quando era Arcivescovo di Milano mostrò di apprezzare un sano ammodernamento della vita della Chiesa e della stessa vita cristiana, un’esigenza, questa, intrinseca al cristianesimo stesso, animato da quello Spirito Santo che rinnova tutte le cose e che conduce la Chiesa nella storia alla pienezza della verità. Dunque se il “progressismo” della detta maggioranza lo preoccupava, vuol dire che si trattava di una falsa promozione del progresso della fede ed una scriteriata assunzione della modernità.

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Il Cardinale Walter Kasper sembra non aver colto la saggezza e la prudenza di questo Sommo Pontefice, oggi beatificato, giacché giunge ad affermare che con l’intervento del Papa «si pagò un prezzo» con delle «formule di compromesso, in cui, spesso le posizioni della maggioranza si trovano immediatamente accanto a quelle della minoranza, pensate per delimitarle». Vale a dire, se capisco bene le parole del Cardinale, che la spinta innovatrice, secondo lui, fu frenata dai conservatori, sicchè essa non poté dare tutto quello che poteva dare. Ma c’è da chiedersi anche se questi “conservatori” non furono poi in fondo in questa circostanza i custodi dell’ortodossia, considerando l’importanza ad essi data da Paolo VI, il quale approvò i loro  emendamenti  atti a correggere le iniziative dei “progressisti” filo-modernisti.

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Paolo VI con il Cardinale LUciani

Paolo VI in visita apostolica a Venezia, ricevuto dal Patriarca Albino Luciani, che nel 1978 gli succederà al sacro soglio con il nome di Giovanni Paolo I

Secondo l’Autore di questo articolo che suona quasi come un programma attuativo per l’immediato futuro, queste  “limitazioni”, delle quali egli parla non modificavano del tutto gli originari testi “progressisti”, cioè ― diciamola con franchezza ― modernisti, ma li lasciavano intatti, limitandosi a star loro accanto in modo incongruo e contradditorio, sottintendendo in modo offensivo nei confronti di Paolo VI l’incapacità di mettere d’accordo i Padri del Concilio.

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L’articolo prosegue spiegando ― e ciò discende logicamente da quanto l’Autore ha detto ― che, in ragione di queste «formule di compromesso», «i testi conciliari hanno in sé un enorme potenziale conflittuale; aprono la porta a una ricezione selettiva nell’una o nell’altra direzione».

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In questo articolo, il Cardinale dichiara inoltre che «neanche la ricezione ufficiale è rimasta ferma. In parte, ha superato il Concilio», come a dire, a quanto pare, che nel Concilio affermazioni ortodosse e moderniste stanno le une accanto alle altre, come se poi il lettore potesse scegliere quelle che preferisce, a meno che non si ponga su di una posizione contraddittoria dando un colpo al cerchio e uno alla botte.

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Paolo VI con il Carinale Woytila

Paolo VI con il Cardinale Karol Woytila, che nel 1978 succederà a Giovanni Paolo I con il nome di Giovanni Paolo II

In che consiste questo «cammino» del Concilio secondo l’Autore? Sembrerebbe il cammino di un ubriaco che ora pende di qua ora pende di là: un’interpretazione assolutamente irrispettosa e tendenziosa, per cui si resta sorpresi che essa abbia trovato ospitalità in un quotidiano prestigioso come L’Osservatore Romano, che per sua natura dovrebbe riflettere in modo supremamente oggettivo e imparziale gli insegnamenti pontifici, chiarendone o difendendone eventualmente le posizioni, soprattutto se poi si tratta di un evento così importante come il Concilio Vaticano II e la parte che in esso ebbe il Beato Pontefice Paolo VI.

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Con tutto il rispetto dovuto a questo notissimo ed autorevole Porporato, qual è il Cardinale Walter Kasper, che per vent’anni è stato a capo del Dicastero per l’Ecumenismo e gode di gran fama di studioso di cristologia, devo dire che dissento nettamente da questa interpretazione che egli dà delle dottrine conciliari, interpretazione che nega all’evidenza la continuità con la Tradizione, cosa che tutti i Papi, da Giovanni XXIII a Benedetto XVI, hanno insistentemente sostenuto, per limitarci solo a ricordare la famosa formula di Benedetto XVI «progresso nella continuità», dalla quale ho tratto il titolo di un mio approfondito studio sull’argomento, che mi permetto di segnalare al lettore [1].

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Paolo VI berretta cardinalizia a Ratzinger

Paolo VI impone la berretta cardinalizia all’Arcivescovo di Monaco di Baviera Joseph Ratzinger, che succederà nel 2005 a Giovanni Paolo II

La cosa grave, in sintesi, è che il Cardinale Walter Kasper pare insinui che tra le dottrine del Concilio si siano comunque infiltrate certe tesi neomoderniste che Paolo VI avrebbe voluto impedire, ma alle quali si sarebbe rassegnato lasciandole giustapposte a quelle ortodosse al «prezzo» di «un enorme potenziale conflittuale».

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È la stessa falsa lettura che vien fatta dal Vescovo Marcel Lefèbvre, perché a ben vedere gli estremi si toccano. Il tutto con una differenza: mentre il Cardinale Walter Kasper se ne compiace come di un «progresso» o un «cammino», il Vescovo Marcel Lefebvre se ne dispiace come di smentita della Tradizione. Ma lo sbaglio dei due è comune: vedere nel Concilio un modernismo che non esiste, rifiutando i chiarimenti addotti da tutti i Papi del post-concilio.

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Paolo VI sulla gestatoria

Paolo VI sulla sedia gestatoria, di cui fece uso per l’ultima volta Giovanni Paolo I

Bisogna riconoscere che alcune tesi dottrinali del Concilio possono apparire ambigue o avere un certo sapore modernista; ma questa preoccupazione è fugata da un’opportuna interpretazione, qual è stata quella fatta dal Magistero post-conciliare e da autorevoli teologi fedeli alla Chiesa.

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Insistere, come fanno alcuni, nella convinzione che il Concilio contenga passi modernisti equivale a pensare che un Concilio possa sbagliarsi quando tratta di temi attinenti alla fede e alla morale. Il che per un cattolico non ha senso, anche se è vero che il Concilio non contiene nuovi dogmi solennemente definiti. Discutibili semmai potranno essere alcune indicazioni pastorali, dove la Chiesa certo non è infallibile, ma comunque sempre meritevole di grande considerazione.

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La tesi del Cardinale Walter Kasper, secondo la quale le dottrine del Concilio comporterebbero una semplice giustapposizione malcelata o rattoppata tra opposte tesi contraddittorie, tradizionali e moderniste, è assolutamente insostenibile, perché equivarrebbe ad accusare il Concilio di eresia, dato il carattere ereticale del modernismo; e ciò sarebbe il segno che Paolo VI non riuscì a impedire comunque la presenza del modernismo nel Concilio, che tanto e giustamente lo preoccupava, benchè egli non fosse affatto notoriamente un arretrato conservatore.

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Paolo VI pranzo bambini vincitori concorso presepi 30 gennaio 1966

Paolo VI, serve il pranzo ai bambini vincitori del concorso per il più bel presepe, 30 gennaio 1966

Se il Concilio ha uno stile pastorale e non un tono definitorio anche negli insegnamenti dogmatici, ciò non autorizza nessuno a prenderli sottogamba negando la loro infallibilità, perché nel giudicare dell’autorevolezza di un insegnamento della Chiesa non si deve badare tanto a come insegna ma a che cosa insegna.

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La definizione solenne è una modalità rarissima dell’insegnamento magisteriale, per cui non si deve prendere a pretesto il fatto che questo stile manca nel Concilio, per accusarlo di errore o di modernismo o di rottura con la Tradizione. Anche quando Cristo insegnava seduto in una barca o a tavola con suoi e non nel tempio, si trattava sempre della Parola di Dio da accogliere con fede.

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È vero che Paolo VI, dopo il Santo Pontefice Giovanni XXIII, permise al Concilio la presenza di Karl Rahner e di altri criptomodernisti. Fece bene? Fece male? È difficile giudicare. Sta comunque di fatto che, come risulta dagli studi che sono stati fatti sul contributo di questi periti, essi nell’assemblea conciliare offrirono un contributo innovatore ma sostanzialmente nei limiti dell’ortodossia. E come avrebbe potuto essere diversamente?

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Paolo VI 7 dicembre 1965 chiusura del concilio

Paolo VI, 7 dicembre 1965, atto di chiusura del Concilio Ecumenico Vaticano II

È dopo il Concilio che Rahner, con sorprendente baldanza, senza essere purtroppo censurato dall’Autorità Ecclesiastica, dette sfogo indisturbato e con grande astuzia alle sue tendenze moderniste. Ma siccome egli si era ormai acquistato un prestigio mondiale, persino tra i vescovi,  anche il Papa dovette fare buon viso a cattivo gioco.

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Bisogna precisare che è vero che al Concilio vi fu uno scontro fra un tradizionalismo retrivo e un cripto modernismo, che si paludava di veste progressista, per ottenere un lasciapassare; ma occorre anche dire che questo confronto ― che in alcune circostanze assunse toni aspri e drammatici e preoccupò profondamente Paolo VI ―, ebbe termine, grazie a Dio, con accordi finali votati a larghissime maggioranze e certo di tono progressivo. Il Concilio è stato un Concilio profondamente innovatore, ma non assolutamente modernista, quale temeva il Papa, il quale era notoriamente nella linea progressista maritainiana ma assolutamente per niente favorevole al modernismo, che è notoriamente un’eresia condannata dal Santo Pontefice Pio X.

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Parlare dunque di «enorme potenziale conflittuale» è un’offesa gravissima fatta alla sapienza soprannaturale delle dottrine del Concilio, quasi ci trovassimo davanti a dei pateracchi politici o ai conflitti della dialettica hegeliana, ed è quindi fraintendere completamente i risultati equilibrati e coerenti dei dibattiti conciliari, dove, grazie all’assistenza dello Spirito Santo, i Padri, giunti ad un fraterno accordo, hanno saputo offrirci una conoscenza più avanzata della Parola di Dio senz’alcuna impensabile rottura o contraddizione col patrimonio dottrinale precedente il Concilio.

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Paolo VI colomba

Paolo VI, riceve in omaggio una colomba bianca

Trovare qui delle contraddizioni vuol dire misconoscere alla radice la sapienza e la elevatezza di queste dottrine, vera luce per il nostro tempo, segnali indicatori del cammino che oggi deve fare la Chiesa per confrontarsi col pensiero moderno ed aumentare il numero dei suoi figli. Non si tratta quindi di fare nessuna «recezione selettiva nell’una o nell’altra direzione», ma di prendere un’unica direzione, con ovvia possibilità di scelte particolari, risultante dall’armoniosa confluenza di fedeltà e progresso: quella che ci è indicata appunto dai documenti del Concilio nella loro autentica interpretazione, che i Papi del post-concilio non si stancano da cinquant’anni di proporre a tutta la Chiesa per il bene e il progresso della Chiesa e di tutti gli uomini di buona volontà.

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Chi crede di dover scegliere nel Concilio tra un tradizionalismo e un criptomodernismo non ha capito niente dell’insegnamento del Concilio ed è solo un fautore di divisioni all’interno della Chiesa.

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Paolo VI anziano

Paolo VI, immagine dell’anzianità, anno 1977

La recezione ufficiale del Concilio certamente non è rimasta ferma e ha in certo senso superato il Concilio, ma non nel senso inteso dal Cardinale Walter Kasper, ossia oscillando tra due tesi opposte e lasciando scegliere di volta in volta fra l’una e l’altra a seconda delle convenienze, ma bensì approfondendo questa saggia sintesi di modernità e tradizione.

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Non so quanto questa interpretazione del Concilio data dal Cardinale Walter Kasper, che sembra fatta apposta per attizzare il fuoco delle polemiche tra opposti estremismi, possa servire a quel dialogo tra credenti, al quale tuttavia egli si è dedicato con tanto zelo per tanti anni. Le dottrine dei Concili, come dice la stessa parola Concilio: conciliare, hanno sempre avuto nella Chiesa è un’importante funzione pacificatrice e conciliatrice; e l’ultimo Concilio, purchè ben interpretato e ben inteso, non viene meno a questa funzione provvidenziale.

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Paolo Vi beatificazione

19 ottobre 2014, l’arazzo scoperto sotto la loggia centrale della Papale Arcibasilica di San Pietro per la beatificazione del Sommo Pontefice Paolo VI

Certo, il Magistero della Chiesa anche oggi è in movimento, ma non per smentire la verità di fede precedentemente insegnata, ma bensì per guidarci maternamente ed infallibilmente ad un sempre suo maggiore approfondimento nel solco della tradizione e con lo sguardo a mète sempre più avanzate nel cammino verso il regno di Dio e la pienezza della verità.

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In certo senso alcune indicazioni del Concilio sono superate, non però che siano state abbandonate, ma nel senso che sono vissute meglio e più santamente in conformità alle nuove situazioni che non esistevano all’epoca del Concilio, ma sempre ovviamente in continuità col patrimonio immutabile di fede consegnato da Cristo una volta per sempre alla Chiesa da trasmettere inalterato a tutta l’umanità fino alla fine dei secoli.

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Varazze, 22 marzo 2017

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[1] PROGRESSO NELLA CONTINUITÀ. LA QUESTIONE DEL CONCILIO VATICANO II E DEL POSTCONCILIO, Fede&Cultura, Verona 2011.

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Cari Lettori,

ogni tanto ricordate di sostenere il nostro lavoro apostolico e teologico con le vostre preziose offerte.

Grazie!

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Riguardo il falso profeta Enzo Bianchi: «disobbedire a certi Vescovi è doveroso, salvo cadere nelle giustificazioni dei nazisti al Processo di Norimberga»

RIGUARDO IL FALSO PROFETA ENZO BIANCHI: « DISOBBEDIRE A CERTI VESCOVI È DOVEROSO, SALVO CADERE NELLE GIUSTIFICAZIONI DEI NAZISTI AL PROCESSO DI NORIMBERGA »

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Non amo dare dei codardi ai miei Confratelli Sacerdoti. Se però lo faccio, ciò può avvenire solo in caso davvero estremo, mosso nella mia accusa da profondo e straziante dolore. Detto questo devo prendere doloroso atto che la codardia, all’interno del nostro Clero, ha ormai da tempo superato ogni limite di guardia, adesso vi spiego perché …

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Autore Padre Ariel

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Enzo Bianchi, Cattedrale di Fidenza, presentato come “Padre“, forse … Padre della Fede ?

Se esiste un’ipotesi che nessun Presbìtero si augura possa mai divenire realtà, è quella di rifiutare in modo deciso l’obbedienza al proprio Vescovo. Per qualsiasi buon Sacerdote risulterebbe infatti più facile affrontare la morte, animato dalla certezza di fede nella vita eterna e nella risurrezione dei morti. Dalla disobbedienza al Vescovo può infatti nascere solo la certezza della morte ecclesiale, con questa grave conseguenza: recare grave danno alla Chiesa di Cristo con conseguente smarrimento e scandalo nei Christi fideles.

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Anche se oggi la Chiesa di Cristo pare sospinta verso la trasformazione in una multinazionale dedita al buonismo, all’ecumenismo, all’ecologismo, con tutte le sue fabbriche interne di melassa e di miele di bassa qualità, con i massoni che d’improvviso si sono scoperti papisti e con i membri del satanico Partito Radicale che d’improvviso si sono innamorati del Vaticano e che non minacciano più un referendum per chiedere l’abolizione dell’Otto per Mille alla Chiesa Cattolica, resta pacifico che pure al più incolto e ignorante dei Presbìteri, è chiaro che nella Chiesa particolare il Vescovo incarna il Cristo che regge tutte le membra vive che formano il Corpo della Chiesa. Noi siamo infatti il Corpo Mistico di Cristo, non una istituzione filantropica dedita all’assistenza sociale, perchè come dice il Verbo di Dio: « … quale merito ne avete ? Non fanno così anche i pagani ?» [cf. 5, 38-48]. E nella definizione «pagani» possiamo leggere sia i massoni infiltrati nella Chiesa, sia i satanici radicali convinti che ormai, a breve, la Chiesa “si converta del tutto” e che dichiari finalmente l’aborto una grande conquista sociale, l’eutanasia un atto di carità cristiana, l’omosessualismo un modo del tutto naturale di amare. Tutto questo senza che molti dei nostri vescovoni e cardinaloni si rendano conto che il Diavolo, quando ci accarezza, non lo fa perché è buono e ci ama, ma solo perché vuol rubarci l’anima e portarci con sé all’Inferno, che esiste e che non è affatto vuoto.

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Anche il più superficiale dei Presbìteri, quando in modo svogliato e frettoloso celebra il Sacrificio Eucaristico della Santa Messa, sbrigandosi velocemente perché dopo ha cose “più importanti” da fare ― tipo assistere i profughi o partecipare a un incontro “ecumenico” con la locale sètta degli eretici Pentecostali ―, sa bene di celebrare in comunione col suo Vescovo, a sua volta in piena e perfetta comunione col Vescovo di Roma.

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Enzo Bianchi, Cattedrale di Arezzo

Nel canone della Santa Messa, i nomi del Sommo Pontefice e del Vescovo della Diocesi non sono nominati per ricordare ai presenti chi siede al momento sulla cattedra di Pietro e chi sulla cattedra episcopale della Chiesa particolare, anche perché le parole pronunciate dal celebrante sono molto chiare: «Ricordati Padre della tua Chiesa diffusa su tutta la terra, rendila perfetta nell’amore in comunione con il nostro Papa Francesco, il nostro Vescovo …». E in questa frase recitata dal Celebrante sul Corpo e Sangue di Cristo deposti sull’altare, è racchiusa l’essenza dell’obbedienza, unita ad un’ovvia consapevolezza: il Sacerdote celebra sempre l’Eucaristia in comunione col Vescovo, perché la validità di tutte le Eucaristie celebrate nella Diocesi, dipendono dalla validità dell’Eucaristia celebrata dal Sommo Sacerdote, il Vescovo.

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Enzo Bianchi, Diocesi di Civita Castellana

Durante il solenne atto sacramentale della consacrazione sacerdotale, dinanzi al presbitèrio ed al Popolo di Dio radunato nella Chiesa, noi tutti abbiamo risposto liberamente e coscientemente «si» ad una domanda molto chiara e precisa rivolta dal Vescovo: «Prometti a me e ai miei successori filiale rispetto e obbedienza?». Se pertanto vengono meno rispetto e obbedienza nei confronti del Vescovo, decade nel Presbìtero il sensus Ecclesiae, col rischio che appresso decada in esso anche il sensus fidei. E se nel Presbìtero decade l’obbedienza dovuta al Vescovo, in quel caso viene a mancare il principio di quella comunione sulla quale la Chiesa si fonda e si regge, con una conseguenza molto grave: l’Eucaristia celebrata dal Presbìtero che disubbidisse al Vescovo, dalla cui Eucaristia celebrata dipende la validità di tutte le Eucaristie celebrate nelle sua Chiesa particolare, in base alla gravità del caso rischia di essere una sacra celebrazione valida ma illecita. E detto questo è bene ricordare che il Presbitero non ha “il potere” di celebrare la Santa Messa o “il potere” di amministrare i Sacramenti, lo dimostra il fatto che noi Sacerdoti riceviamo dal Vescovo “la facoltà” di celebrare la Santa Messa, di amministrare confessioni e di predicare, non riceviamo un “potere irrevocabile” e tanto meno a “titolo personale”. E le facoltà a noi conferite e concesse, come dal Vescovo sono date, dallo stesso Vescovo possono essere revocate.

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Adesso è necessario intendersi su cosa realmente sia l’obbedienza, ma soprattutto su che cosa si fonda. La nostra obbedienza nasce dalla fede che prende vita dalla libertà dei figli di Dio benedetti dall’accoglimento delle sue azioni di grazia santificante. L’obbedienza non può né deve svilupparsi da un istinto irrazionale, ma solo dalla ragione. Ce lo insegna il Santo Dottore della Chiesa Anselmo d’Aosta: «Fides quaerens intellectum » [la fede richiede la ragione] e viceversa «Intellectus quaerens fidem » [l’intelletto richiede la fede]. Pertanto, l’obbedienza cristiana, esiste solo in relazione alla fede, ad una fede che richiede la ratio, per parafrasare la celebre enciclica di San Giovanni Paolo II: Fides et ratio.

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Il rapporto tra ragione e volontà umana, sta quindi alla base del principio stesso di obbedienza nella fede, che è obbedienza razionale, non irrazionale, tanto che la ragione umana è norma della volontà, come insegna San Tommaso d’Aquino:

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«La ragione umana è norma della volontà, di cui misura pure il grado di bontà, per il fatto che deriva dalla legge eterna, che si identifica con la stessa ragione divina […] È quindi chiaro che la bontà della volontà umana dipende molto più dalla legge eterna che non dalla ragione umana» [Summa Theol., I-II, q. 19, a. 4; cf a. 9]

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Enzo Bianchi, Diocesi di Assisi, Papale Basilica di Santa Maria degli Angeli

Il Presbìtero deve al Vescovo filiale rispetto e obbedienza perché costui è rivestito per mistero di grazia di quella pienezza del sacerdozio apostolico attraverso la quale è stato istituito legittimo custode del deposito della fede e della Legge Divina.

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In questo complesso discorso si inserisce anche quello della coscienza cristiana, quindi della coscienza sacerdotale, che è cosa del tutto diversa dalla coscienza modulata secondo il caso, o secondo la convenienza, o peggio quella a intermittenza propagata nell’ultimo mezzo secolo dai sociologismi e dai teologismi di molti membri della Compagnia delle Indie, già Compagnia di Gesù di Sant’Ignazio di Loyola. La coscienza cristiana è infatti quella che in poche e lapidarie parole è sintetizzata dal Beato John Henry Newman:

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«La coscienza non consiste […] in un desiderio di essere coerenti con se stessi; essa è un messaggero che viene da Colui che, tanto nella natura che nella grazia, ci parla quasi attraverso un velo e ci ammaestra e ci guida col mezzo dei suoi rappresentanti. La coscienza è un vicario aborigeno, il primo fra tutti, di Cristo, un profeta delle sue informazioni, un monarca nei suoi ordini, un sacerdote nelle sue benedizioni e nei suoi anatemi; ed anche se l’eterno sacerdozio che si trova incarnato nella Chiesa potesse cessare di esistere, nella coscienza permarrebbe il principio sacerdotale ed avrebbe il predominio » [cf. Lettera al duca di Norfolk, c. 5].

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Chiarito che il Presbìtero esercita il sacro ministero sacerdotale in comunione col Vescovo e che non può mai esercitarlo a prescindere dal Vescovo e dalla sua autorità apostolica, il problema che a noi si pone è il seguente: cosa accade quando il Vescovo, anziché mostrarsi attento custode e difensore della fede, pone invece a serio rischio l’integrità e la custodia della fede ?

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Passiamo agli esempi concreti: i Vescovi empi che invitano il Signor Laico Enzo Bianchi a predicare nelle loro cattedrali ai propri fedeli, o peggio a tenere corsi di formazione e ritiri spirituali al proprio clero, si rivelano in tutto e per tutto dei Pastori indegni, come quelli verso i quali tuonava il Profeta Ezechiele:

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«Guai a voi pastori […] non avete reso la forza alle pecore deboli, non avete curato le inferme, non avete fasciato quelle ferite, non avete riportato le disperse. Non siete andati in cerca delle smarrite, ma le avete guidate con crudeltà e violenza. Per colpa del pastore si sono disperse e son preda di tutte le bestie selvatiche: sono sbandate» [cf. Ez 34, 4-5].

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Enzo Bianchi, Diocesi di Padova

Pastori empi, questi Vescovi, perché invitano il lupo dell’eresia dentro i loro ovili. Infatti, Enzo Bianchi, come dimostrano ore e ore di pubblici filmati e di registrazioni di sue conferenze e lectiones pubbliche, brulica eresie cristologiche, pneumatologiche ed ecclesiologiche come un fiume in piena. Da mesi la redazione de L’Isola di Patmos è impegnata a studiare e raccogliere materiali costituiti perlopiù da “sermoni” pubblici tenuti dal Bianchi anche all’interno delle chiese cattedrali delle varie diocesi italiane dinanzi a Vescovi compiacenti, riguardo ai quali possiamo solo chiederci sconsolati: sono forse, costoro, custodi del deposito della fede? Non possiamo che rispondere decisamente: no! Perché un Vescovo che persino all’interno della propria cattedrale offre tribuna per il florilegio di simili eresie, null’altro è che un povero funzionario in carriera afflitto da una mediocrità tale da renderlo incapace a fare memoria dei fondamenti basilari del Catechismo della Chiesa Cattolica.

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Quando un Vescovo invita un eretico a parlare ai propri Presbìteri ed al Gregge a lui affidato da pascere e custodire; quando un Vescovo è a tal punto ignorante da non distinguere neppure una clamorosa eresia cristologica enunciata sotto le navate della sua chiesa cattedrale … ebbene, questo Vescovo, nel caso specifico testè enunciato, non va mai e in alcun caso ubbidito. E non va ubbidito perché il primato dell’obbedienza nella fede spetta alla coscienza cristiana, all’interno della quale ogni battezzato racchiude e conserva per mistero di grazia il naturale sensus fidei, assieme al senso naturale del bene e del male.

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… ancora: Diocesi di Padova, dove stavolta scopriamo persino “Padre” Enzo Bianchi …

Nessun Vescovo, in nome della propria apostolica autorità, o peggio in nome di quel devastante e distruttivo autoritarismo tipico dei mediocri al potere, può far passare il bene per male, né può definire l’eresia come “gran respiro spirituale”, com’ebbe a dire un Vescovo sciagurato dentro la sua Chiesa cattedrale all’interno della quale il Bianchi aveva appena negato attraverso le sue eterodossie il mistero del peccato originale, con una confusa esegesi biblica basata in parte sulle teorie di Rudolf Bultmann, in parte sui peggiori criteri storicisti.

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È assolutamente sbagliato, dinanzi a situazioni di siffatta gravità, cercare di cavarsela dicendo: «Se il Vescovo mi ordina o mi impone qualche cosa di sbagliato, io eseguo l’ordine, pur consapevole che si tratta di un comando errato, poi, con Dio, se la vedrà lui». Questa e altre affermazioni simili non sono manifestazione di specchiata virtù sacerdotale, al contrario sono nefasta e peccaminosa pavidità. O per dirla con un esempio: un Vescovo non può comandare ai propri Presbìteri di accompagnare per dovere di “carità cristiana” delle donne ad abortire. E il Presbìtero che dinanzi a un fatto simile reagisse dicendo: «So che è sbagliato, ma il Vescovo me lo ha comandato, quindi io eseguo l’ordine, poi a Dio ne risponderà lui», forse non tiene conto — o meglio gli fa comodo per quieto vivere non tenere conto — che in nome di alcuna obbedienza si può accondiscendere ad un turpe peccato, perché ciò farebbe di noi non solo dei complici, ma dei peccatori responsabili tanto e quanto lo è colui che ha dato un comando empio contro la Legge Divina.

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Non amo dare dei codardi ai miei Confratelli Sacerdoti. Se però lo faccio, ciò può avvenire solo in caso davvero estremo, mosso nella mia accusa da profondo e straziante dolore. Detto questo devo prendere doloroso atto che la codardia, all’interno del nostro Clero, ha ormai da tempo superato ogni limite di guardia, vi spiego perché …

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Diocesi di Faenza-Modigliana, Enzo Bianchi

… da anni, a proposito del Signor Enzo Bianchi, noi Padri de L’Isola di Patmos riceviamo lettere e messaggi privati da vari Sacerdoti italiani che lamentano la onnipresenza dell’illustre bosiano a incontri promossi dai loro Vescovi, ma soprattutto sono costretti a doverselo sorbire come invitato a tenere corsi di aggiornamento o ritiri spirituali al Clero. Inutile dire che la gran parte dei Presbìteri, in particolare quelli con quaranta o cinquant’anni di esperienza pastorale alle spalle, mal digeriscono che il laico Enzo Bianchi sia invitato dai loro Vescovi per istruirli e formarli su come essere buoni pastori, su come esercitare il sacro ministero, sul come fare liturgia, su come fare più generalmente Chiesa. E devo dire che i messaggi e le lettere private a noi indirizzate da questi Presbìteri sono sempre molto addolorate e contenenti racconti di non lieve gravità, vale a dire le svariate eresie enunciate dal Bianchi, con tutte le sue relative e conclamate punte gnoseologiche del caso.

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Siccome a chi domanda si risponde, la mia risposta di sempre è stata la seguente: «Caro Confratello, la cosa è molto semplice: ai simposi promossi dal tuo Vescovo col Bianchi, tu non ci vai, punto e basta». Diversi di questi Confratelli mi hanno risposto che il loro Vescovo, alla successiva assemblea del clero, aveva pubblicamente redarguito quelli che non erano andati. Pronta anche in questo caso la mia risposta: «E perché, dinanzi a un pubblico richiamo ingiusto, tu non gli hai risposto avanti a tutti che lui non può abusare delle propria autorità apostolica per imporre ai suoi Presbìteri di andare a udire le stoltezze di un eretico?». Ma è proprio qui che nasce il vero dramma …

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Diocesi di Roma, Enzo Bianchi

… alcuni Confratelli mi hanno risposto che il Vescovo non avrebbe esitato, per ritorsione, a togliergli la parrocchia; altri mi hanno detto che tenevano nella casa canonica i loro anziani genitori ammalati e che non potevano correre il rischio di essere spostati in qualche cappellania, senza più un adeguato alloggio per tenersi vicino a sé i genitori anziani e ammalati; altri mi hanno risposto con il classico «… e chi me lo fa fare, tanto non cambierò certo io le cose».

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A questi Confratelli pronti a fulminare il Bianchi nel nascondimento delle loro sacrestie, unico luogo dove sono capaci a prendere pro tempore sembianze da leoni, od a lamentarsi di lui in messaggi privati o nella segretezza del foro interno, debbo ricordare che a nessuno può essere imposto l’eroismo, però, essere un Sacerdote in cristiana linea con i principi basilari della cattolica coerenza, questo è sì un obbligo. Se pertanto un Sacerdote, per la tutela della propria posizione, della propria tranquillità e dei propri interessi privati, soprassiede pavido su ciò che egli sa essere gravemente sbagliato sul piano dottrinale e pastorale, si rivelerà in tal modo un sacerdote non in grado ― oltre che indegno ― di celebrare il Triduo Pasquale. E se proprio lo celebra, dovrebbe farlo con la consapevolezza che lo stile del suo sacerdozio è tutto racchiuso nel Vangelo della Passione all’interno di una frase ben precisa: «Allora, tutti i discepoli, abbandonatolo fuggirono» [cf. Mt 26,56].

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Arcidiocesi di Lyon, Enzo Bianchi ospite nella chiesa cattedrale

Più grave dello spirito codardo è sicuramente quello mosso da quell’interesse privato che genera in taluni Sacerdoti il timore che mettendosi contro il Vescovo che sbaglia in modo grave a porre in cattedra dinanzi ai suoi Presbìteri un eretico, possano rischiare di non giungere alla prestigiosa arcipretura cittadina alla quale agognano, o di non essere nominati canonici del capitolo metropolitano, o di non ricevere in premio la fascetta da monsignore, o di non essere messi a capo di un ufficio di curia, o di essere esclusi da qualche terna per la candidatura all’episcopato. Questo genere di Presbìteri mossi da interessi così meschini, sono peggiori assai dei codardi, posto che talvolta, la codardia, può nascere da limiti puramente caratteriali del tutto indipendenti dalla volontà, mentre invece rientra nella studiata e premeditata volontà la scelta di vivere un sacerdozio di comodo all’interno del quale si mira a raggiungere e ottenere il massimo col minimo sforzo, ma soprattutto senza correre rischi. Inutile dire che questo secondo genere di Sacerdoti, col loro modo di vivere e agire ci dimostrano in qual misura, i martiri della fede, siano soltanto una via di mezzo tra degli idealisti strampalati e dei poveretti che non hanno mai capito nella loro vita come funzionano le cose a questo mondo, ed in che modo bisogna invece essere scaltri e falsi per ottenere i benefici massimi col minimo sforzo.

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Poi ci sono i seminaristi inviati obbligatoriamente dai loro Vescovi a fare ritiri nella confusa comunità multi-religiosa di Bose prima delle loro sacre ordinazioni diaconali e presbiterali. Diversi di loro hanno lamentato questo dovere coatto, spiegando la totale mancanza di stima da essi nutrita verso il Bianchi. Anche in questo caso la mia risposta è stata semplice e chiara: «Non ci andare, rifiutati!». Ma ecco che il seminarista, candidato a diventare solo per questo un pessimo sacerdote, prontamente risponde: «Se non ci vado, il Vescovo non mi ordina». E dinanzi a questa “giustificazione” che non è una giustificazione, bensì la cronaca di una morte sacerdotale annunciata, più volte ho replicato: «Sappi che al posto tuo io non mi farei proprio ordinare, da un Vescovo che prima di farti diacono ti obbliga ad andare ad abbeverarti presso quella fonte di eresie».

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Arcidiocesi di Milano, Enzo Bianchi

A questi Sacerdoti lamentatori eterni in privato, ma complici e sostenitori dell’errore e dello scandalo in pubblico, possiamo solo ricordare ciò che risposero a uno a uno i nazisti posti sotto interrogatorio presso il Tribunale di Norimberga. Dinanzi alle atrocità del Nazismo si giustificarono rispondendo che in quei momenti erano dei militari in guerra e che come tali avevano solo ubbidito a degli ordini superiori.

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Inutile ricordare le condanne che ebbero e la fine che fecero questi zelanti e ciechi obbedienti ad ordini superiori, grazie a quali fu possibile la realizzazione di alcuni tra i peggiori crimini contro l’umanità. Perché il crimine contro l’umanità, diversamente da una azione di guerra in cui possono anche perdere la vita degli innocenti, non è mai giustificabile dietro al paravento di un ordine ricevuto, perché non esiste ordine superiore che possa totalmente inibire la coscienza sino a spingere l’essere umano a farsi fedele esecutore dei peggiori crimini contro l’umanità.

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Pertanto, Venerabili Confratelli lamentatori in privato, sappiate anzitutto che l’eresia è il peggiore crimine contro la fede e che a fronte di tutto questo, il giudizio di Dio su di voi sarà particolarmente severo, perché voi siete colpevoli di assistere passivamente alle verità della fede gasate da certi vostri Vescovi e poi dagli stessi incenerite dentro i forni crematori, ma sentendovi pur malgrado con la “coscienza” a posto, perché avete solo ubbidito a un ordine superiore, proprio come i criminali nazisti processati alle sbarre del Tribunale di Norimberga, che alla domanda: «Lei ammette di avere guidato e rinchiuso per due anni migliaia di esseri umani dentro le camere a gas?». Con incredibile freddezza rispondevano: «Si, l’ho fatto, ma non per mia scelta e volontà, ma solo perché ho ubbidito a degli ordini superiori».

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Diocesi di Foggia, Enzo Bianchi

Vi sia pertanto di monito la frase del Vangelo che tutti voi avete letto e predicato in vari periodi dell’anno liturgico: «A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più» [cf. Lc 12, 39-48]. E, come ben sapete, alle nostre indegne mani Cristo ha affidato il mistero del Suo Corpo e del Suo Sangue, alla nostra custodia e protezione ha affidato la sua Santa Chiesa.  

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Segue adesso l’elenco dettagliato dei Vescovi che hanno invitato dal febbraio sino all’ottobre 2017, il cattivo maestro Enzo Bianchi nelle loro Diocesi e chiese cattedrali [cf. QUI]. L’invito che rivolgiamo ai Confratelli Sacerdoti che non vogliano fare la fine dei nazisti alle sbarre del Tribunale di Norimberga, è quello di non giocare ai leoni da sacrestia in privato ed ai pavidi che ubbidiscono a ordini superiori in pubblico; ed a quanti di loro è caro e prezioso il mistero della Rivelazione ed il deposito della fede cattolica, non esitino a disertare questi incontri, evitando di partecipare a simposi nei quali questo eretico è celebrato come ospite d’onore da diversi vescovi stolti ed empi, che agendo a questo modo spingono il deposito della fede verso le camere a gas e poi verso i forni crematori.

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Spero altresì — e ciò per loro, non per me che non aspirando a una veste rossa sono per grazia di Dio libero — che taluni Vescovi si guardino bene dal tuonare allo spirito «intollerante» e «aggressivo» da parte mia, giacché a loro dire «nella Chiesa convivono da sempre opinioni diverse» (!?). L’eresia non è una libera opinione diversa, è una lancia sul costato di Cristo, un attentato al Mistero della Rivelazione, quindi a quella fede di cui i Vescovi sono supremi custodi, non certo opinionisti opinabili, secondo le mode, i vezzi ed i malvezzi di questo mondo. Pertanto, ai Vescovi che non tutelano la verità dall’errore, ma che anzi invitano nelle loro chiese cattedrali coloro che il veleno dell’errore lo diffondono, è cosa doverosa, giusta, santa e meritoria ― nel caso specifico e solo nel caso specifico ― di non ubbidire, mai !

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Dal febbraio all’ottobre 2017, Enzo Bianchi sarà ospite e relatore nelle Diocesi dei seguenti Vescovi :

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S.E. Mons. Riccardo Fontana, Vescovo di Arezzo

S.E. Mons. Gabriele Mana, Vescovo di Biella

S.E. Mons. Alberto Silvani, Vescovo di Volterra

S.E. Mons Claudio Cipolla, Vescovo di Padova

S.E. Mons. Gianfranco Agostino Gardin, Vescovo di Treviso

S.E. Mons. Corrado Lorefice, Arcivescovo Metropolita di Palermo

S.E. Mons. Erio Castellucci, Arcivescovo Metropolita di Modena

S.E. Mons. Erminio Descalzi, Vescovo ausiliare di Milano

S.E. Mons. Enrico Dal Covolo, SDB, Magnifico Rettore dell’Università Lateranense

S.E. Mons. Gabriele Mana, Vescovo di Biella

S.E. Mons. Gianni Ambrosio, Vescovo di Piacenza

S.E. Mons. Piergiorgio De Bernardi, Vescovo di Pinerolo

S.E. Mons. Giovanni Scanavino, Vescovo emerito di Orvieto

S.E. Mons. Andrea Migliavacca, Vescovo di San Miniato

S.E. Mons. Roberto Filippini, Vescovo di Pescia

S.E. Mons. Arrigo Miglio, Arcivescovo Metropolita di Cagliari

S.E. Mons. Italo Castellani, Arcivescovo di Lucca

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POSTILLA

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Quando presso la Santa Sede supplicai chi di dovere di non promuovere alla dignità episcopale il Presbìtero pisano Roberto Filippini, oggi Vescovo di Pescia, già noto a Pisa come il maestro dell’abuso liturgico e della più spinta e distorta idea di ecumenismo e di dialogo interreligioso, ovviamente non mi dettero ascolto. Il manifesto dell’Ufficio Culturale della Diocesi di Pescia qui riprodotto [cf. QUI], dimostra quali siano stati i risultati: la adulterazione e la falsificazione del Concilio Vaticano II, il quale affermando «La Chiesa in cammino verso la meta è chiamata da Cristo a una continua riforma», non intende dire che i cattolici debbano essere spinti da certi loro Vescovi ad abbracciare la pseudo “riforma” di Martin Lutero. Questo eresiarca tedesco non ha proprio riformato niente, ha solo rotto in modo drammatico la comunione della Chiesa attraverso l’eresia e la ribellione a Pietro istituito dal Verbo di Dio come Vicario di Cristo sulla terra, unico e legittimo custode della integrità del suo Corpo Mistico della Chiesa una, santa cattolica e apostolica, nella quale non sono affatto contemplate dal Mistero della Rivelazione una “molteplicità” di “chiese”, perché Cristo, sulla terra, ha fondato una sola e unica Chiesa affidata a Pietro ed agli Apostoli. Questa è la nostra fede, questa è la fede che è nostro dovere diffondere, proteggere e tutelare.

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Diocesi di Pescia

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Enzo Bianchi e il “violino tzigano”: i falsi profeti e le loro sviolinate al Sommo Pontefice

difendere il Santo Padre dai falsi amici

ENZO BIANCHI E IL VIOLINO TZIGANO : I FALSI PROFETI E LE LORO SVIOLINATE AL SOMMO PONTEFICE

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Quanto poi il Papa sia personalmente misericordioso e liberatore, questo è un discorso diverso. Certamente, ha compiuto molti gesti significativi verso i poveri, gli sfruttati, i piccoli, gli emarginati, le famiglie ferite, gli anziani, i malati, gli immigrati; ma ci si può chiedere quanta misericordia usi verso i fedeli turbati e scandalizzati dagli eretici, dai modernisti e da falsi profeti, o se non scambi per misericordia l’eccessiva benevolenza nei confronti dei nemici della Chiesa, o quanta misericordia  ― o se ci sia misericordia ― in certi suoi interventi verso persone, prelati, teologi o istituti tutto sommato benemeriti e fedeli alla Chiesa, magari da lunga data.

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Autore Giovanni Cavalcoli OP

Autore
Giovanni Cavalcoli, OP

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Guardatevi dai falsi profeti

Mt 7,15

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BIanchi Papa

Pietro, guardati dai falsi profeti …

In questa giornaliera gara al chi le spara più grosse da parte di non pochi e autorevoli membri dell’Episcopato e della Curia Romana, i Padri de L’Isola di Patmos hanno avviata la rubrica «Difendere il Santo Padre dai cattivi amici», dedicata a smentire una serie di noti modernisti, che, da qualche tempo, si stanno succedendo, con ritmo serrato, sulla passerella loro offerta dai grandi mass-media, per lavorare alla demolizione della Chiesa. Questa volta è di turno Enzo Bianchi, intervistato da Bruno Quaranta ne La Stampa del 14 febbraio scorso [vedere testo intervista QUI]. Questi personaggi sembrano aver concordato tra di loro un piano per adulare e strumentalizzare il Papa in un modo subdolo per gli inesperti, ma smaccato per gli esperti, per cui il cattolico fedele al Papa, che apre gli occhi davanti a queste manovre, prova sdegno e ripugnanza per simili piaggerie, che non fanno altro che il danno della Venerabile Persona del Santo Padre, da loro esaltata in modo così smodato, come facevano i cortigiani degli antichi imperi orientali.

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Punto centrale dell’intervista è il confronto che Bianchi fa tra l’attuale Pontefice e San Giovanni Paolo II. L’elemento di confronto è il tema delicatissimo e importantissimo della libertà. Sappiamo noi cattolici quanto per noi è preziosa la libertà. È la vocazione stessa del cristiano: «Fratelli, siete stati chiamati a libertà» [Gal 5,13]. Ma ecco subito la precisazione: « […] purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate al servizio gli uni degli altri» [v.13]. Si comprende allora quanto sia arduo e delicato, quale saldezza ed oculatezza di criteri di giudizio, quanta finezza di giudizio, quante informazioni, quante verifiche, quanta prudenza, quale discernimento, quante precisazioni siano necessarie, per giudicare un Papa in relazione alla grande, vitale questione della libertà, così strettamente legata al destino dell’uomo, alla storia della Chiesa e all’essenza stessa del cristianesimo.

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Enzo bianchi con Giovanni Paolo II

Enzo Bianchi in visita al Sommo Pontefice  Giovanni Paolo II

Enzo Bianchi, invece, non trova nessuna difficoltà a catalogare in modo categorico, tranchant, con la massima disinvoltura e il più incredibile semplicismo, in tema di libertà, l’intera figura e vicenda di due Pontefici, San Giovanni Paolo II e l’attuale, con l’opporli l’uno all’altro in maniera plateale e radicale; il primo, incastrato nella totale negatività: «la chiusura nella Chiesa, impermeabile qual era alla libertà», dunque un dittatore della risma di Stalin, di Hitler o di Ivan il Terribile; il secondo, innalzato alle stelle: «con lui la libertà si è riconciliata con la Chiesa», come se prima di Papa Francesco la libertà nella Chiesa non esistesse. Chissà se Papa Francesco ha telefonato a Bianchi scongiurandolo di non dire simili sciocchezze.

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Queste due uscite sulla relazione dei due Papi con la libertà denotano in Bianchi la totale assenza di discrezione nel giudicare due grandi personalità, quali sono due Sommi Pontefici, dei quali uno è un Santo canonizzato, che viene offeso con un insulto di estrema gravità, quale non potrebbe lanciargli il peggiore dei massoni o dei comunisti, mentre l’altro, ancora in vita, non può, nella sua umiltà e nel suo buon senso, non sentirsi in imbarazzo nel sentirsi messo, ancora in vita, al di sopra di un Santo Pontefice, e non può non aver trovato estremamente sgradevole, fuori luogo ed offensiva una lode così sperticata, che dimentica che la libertà non ha nessun bisogno di «riconciliarsi con la Chiesa», essendo questa, sotto la guida del Papa e di ogni Papa, libera da sé, per conto proprio e maestra di libertà per tutta l’umanità, fino alla fine del mondo.

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Enzo Bianchi con Benedetto XVI

Enzo Bianchi in visita al Sommo Pontefice Benedetto XVI

Se Bianchi crede che la libertà sia mai stata separata dalla Chiesa o in contrasto con la Chiesa, sì che possa essere stato necessario «riconciliarla» con la Chiesa, vuol dire ch’egli non sa che cosa è la libertà o ne ha un concetto massonico o liberale e crede che la Chiesa debba imparare la libertà dalla massoneria o dal liberalismo, pertanto il suo è un concetto sbagliato della libertà. Perché al contrario, la vera libertà è solo quella insegnata e praticata dalla Chiesa. Se può esistere una libertà che si riconcilia con la Chiesa, sarà la falsa libertà che diventa vera ascoltando l’insegnamento cristiano sulla libertà e imitando la prassi cristiana della libertà. Una Chiesa senza libertà non esiste, anche se in essa possono esistere cristiani che non vivono la libertà dei figli di Dio.

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Enzo Bianchi si contraddice, quando nega che San Giovanni Paolo II sia stato promotore di libertà, mentre gli riconosce il merito della sua ostilità al comunismo e la sua apertura al dialogo ecumenico. Riguardo al primo punto, Bianchi ignora completamente quale lottatore sia stato Giovanni Paolo II da Papa e prima di diventare Papa, contro la tirannide comunista per la libertà della Chiesa, della sua patria e della stessa umanità. Riguardo al secondo punto, è evidente che il dialogo ecumenico è somma espressione di libertà religiosa.

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La libertà promossa da Giovanni Paolo II nella Chiesa è stata vera libertà, fondata sullo zelo per la sana dottrina, giacché è la verità che rende liberi [cf Gv 8,32]. Così, se da una parte, con l’aiuto del valoroso Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede il Cardinale Joseph Ratzinger, il Papa ha difeso validamente la dottrina della fede contro diversi errori insorgenti, dall’altra egli ci ha lasciato la poderosa enciclica Veritatis Splendor, nella quale il grande Pontefice ci propone, tra l’altro, un ampio insegnamento sulla libertà cristiana nel suo rapporto con l’atto morale, la coscienza, la legge morale, la virtù e il vizio, la grazia, la Parola di Dio e il fine ultimo dell’uomo.

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bianchi 3

Enzo Bianchi in Piazza San Pietro rende omaggio al Sommo Pontefice Benedetto XVI

Viene da chiedersi in base a quale concetto di libertà Bianchi osi parlare, a proposito di San Giovanni Paolo II, di «chiusura nella Chiesa, impermeabile qual era alla libertà». Evidentemente egli non si riferisce a quella libertà che il Papa ha descritto nella Veritatis splendor, fondandosi sulla quale ha governato la Chiesa, ed ha quindi respinto la libertà di Bianchi, che Paolo avrebbe definito «secondo la carne» [Gal 5,13]. E come è scriteriato per un verso ― oltre che empio, trattandosi di un Santo ― il giudizio di Bianchi su San Giovanni Paolo II, altrettanto è scriteriato nel senso opposto e smaccatamente adulatorio lo è il giudizio sull’attuale Pontefice, che indubbiamente è contrario alla chiusura e al conformismo intellettuale, al legalismo farisaico e ad un rigido tradizionalismo, è attento alla libertà religiosa e della coscienza, alla liberazione dei poveri e degli oppressi, alla libertà dei figli di Dio, aperto alla novità dello Spirito, sensibile al pluralismo culturale e religioso, all’ecumenismo, al dialogo, all’elasticità e duttilità delle scelte, attento ai casi concreti, allo spazio di libertà nei confronti della legge.

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Sarebbe ridicolo considerare Papa Francesco tout court come il «riconciliatore della libertà con la Chiesa», come se la Chiesa di Giovanni Paolo II sia stata in conflitto con la libertà, affermazione falsa, ingiusta e blasfema nei confronti della Chiesa e dei precedenti Pontefici, falsità comprensibile sulle labbra di  un massone o di un liberale o di un mazziniano o di un comunista, ma non certo di un monaco cattolico, e tanto meno di un profeta, quale Bianchi passa per essere presso molti.

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Il fatto di accorgerci dei limiti nei quali il Papa si fa promotore di libertà nella Chiesa, lo sentiamo come motivo in più per esprimere la nostra devozione filiale e volontà di essergli vicino nelle prove e di aiutarlo, difenderlo e sostenerlo, per quanto sta in noi, nel suo servizio alla Chiesa universale ed all’umanità. Nascondere al fratello i suoi difetti, veri o apparenti, fosse anche il Papa, per lanciarsi imprudentemente in iperboliche e ridicole adulazioni, come fa Bianchi, non è vero rispetto, non è franchezza, non è obbedienza, non è sincerità, non è carità, non è confidenza, non è fiducia, non è misericordia, non è collaborazione, non è fedeltà, soprattutto quando gli stessi criteri di giudizio, come nel caso di Bianchi, non sono desunti dal Vangelo, ma dallo spirito mondano. Ebbene, se il Papa ovviamente, in quanto Papa, in forza dell’assistenza dello Spirito Santo, non può non avere idee corrette, sulla libertà, invece, in quanto pastore e uomo di governo, non è al riparo dai difetti a causa della sua fragilità umana. Egli infatti si mostra troppo indulgente e quasi timido verso i modernisti, e viceversa repressivo, troppo severo, verso i tradizionalisti. I primi li lascia troppo liberi, cosicché ne approfittano per causare grande danno alla Chiesa; degli altri coarta la libertà, tenendo inutilizzate o addirittura reprimendo forze sane, che potrebbero invece essere fruttuosamente impiegate per il bene della Chiesa. È interessante come in un recente incontro ecumenico, il Papa, richiesto di un parere su Lutero, ha rimandato al Cardinale Walter Kasper, confessando candidamente di «aver paura» di lui, come potrebbe fare uno scolaretto davanti al maestro.

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Enzo bianchi con Francesco

Enzo Bianchi rende omaggio al Sommo Pontefice Francesco I poco dopo la sua elezione al sacro soglio

Giustamente il Papa si è proposto di portare avanti le riforme del Concilio Vaticano II; ma accentua troppo la tendenza buonista del Concilio, quando invece, dopo cinquant’anni nei quali abbiamo sperimentato il danno che la tendenza buonista arreca alla Chiesa, si sente sempre più la necessità, senza per questo rinunciare alla maggiore comprensione della misericordia apportata dal Concilio, di  ripristinare o ritrovare o riscoprire, senza vane nostalgie di un passato che è passato, la funzione educatrice, liberatrice e correttiva della disciplina umana e divina, nonché della chiarezza, saldezza e fermezza dei princìpi della ragione e delle fede, del dogma e della morale. Il Papa, invece, purtroppo, paradossalmente, sembra voler imporre il buonismo con la forza. Per cui ci sono adesso dei Superiori, pedestri seguaci del Papa, che castigano coloro che sostengono l’esistenza dei divini castighi.

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La libertà va certamente disciplinata e regolata dalla legge, per evitare l’anarchia e il buonismo individualista, relativista e liberale dell’homo homini lupus. Infatti il buonismo è il peggior nemico della bontà e quindi della libertà. La libertà va edificata nella libertà e se, in casi gravi, bisogna ricorrere alla coercizione, ciò va  sempre fatto per difendere e per promuovere la libertà.

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Bianchi-Martini

Enzo Bianchi e il Cardinale Carlo Maria Martini

Si vede che il Papa ha ricevuto una formazione progressista, forse rahneriana; per cui, se non ha difficoltà ad apprezzare la libertà, il concreto, il divenire, il moderno, il nuovo, il progresso e la storicità, fa fatica ad apprezzare, ovviamente senza respingerli, i valori astratti, immutabili, universali, assoluti e tradizionali. Inoltre, il Papa stesso, da molti segni e fatti, non pare pienamente libero di estrinsecare in pienezza le sue facoltà apostoliche; ma si ha l’impressione che sia attorniato da invadenti e intriganti collaboratori, i quali, per la loro falsa obbedienza al Papa ed incongruenza con i doveri del Papa, sembrano, più che essere oggetto di una libera scelta del Pontefice, essere essi stessi, con arti diaboliche e chissà quali false promesse, ad imporglisi, o forse sono a lui imposti da astute e potenti forze estranee, nocive alla Chiesa e al Papa stesso, probabilmente la massoneria, la quale si mostra benevola verso il Papa per acquistare credito e ingannarlo meglio, in attesa di colpirlo quando lo avrà reso più debole. Egli, peraltro, che parla spesso del demonio, deve aver sentore di ciò, ma probabilmente non sa come liberarsi.

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Difficile sapere con quanta libertà il Papa si muova e quanto egli invece è frenato da oscure o palesi forze dannose, esteriormente ossequienti, ma nascostamente nemiche. Ma questa situazione anomala di un Papato impotente, ostaggio di finti amici, si trascina ormai sin dai tempi del Beato Paolo VI, le cui stasi, omissioni, inavvertenze, ingenuità, eccessivi riguardi, tergiversazioni, tentennamenti, incapacità e debolezze, non furono dovuti a vere colpe, perché fu un Santo, ma ai suoi umani limiti oggettivi, dei quali hanno perfidamente saputo approfittare tenebrosi cospiratori, diabolici personaggi e astuti collaboratori, facendo leva su di una massa di fedeli indebolita nella fede e disorientata, preda di quei lupi travestiti da agnelli.

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Enzo Bianchi e Nunzio Galantino

Enzo Bianchi durante una conferenza, alla sua sinistra il Segretario Generale della Conferenza Episcopale Italiana S.E. Mons. Nunzio Galantino

È rimasta storica, per esempio, la cocente delusione di Paolo VI per il tradimento del Cardinale Léon-Joseph Suenens, prima  da lui molto apprezzato; e, per fare un altro esempio, si accorse troppo tardi dei guai combinati nella liturgia da Mons. Annibale Bugnini. Così pure, ingannato dai rahneriani, non pensò mai a condannare Karl Rahner, mentre quello sarebbe stato il momento giusto. Ebbe sentore soltanto minimo delle eresie di Edward Schillebeeckx, che trattò con troppi riguardi. Solo San Giovanni Paolo II cercò di rimediare, ma ci riuscì solo in parte, perché non ebbe l’appoggio dell’Ordine Domenicano.

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Per questo, nel regolare l’esercizio della libertà nella Chiesa, Papa Francesco stenta ad attuare la giustizia, e per conseguenza compromette anche l’esercizio della misericordia, che pure gli sta tanto a cuore, per il fatto che la misericordia suppone che riconosciamo con giustizia i meriti altrui, soprattutto se siamo costituiti in autorità, sostenendo e premiando i buoni e reprimendo i malvagi. Solo a questo punto il misericordioso interviene sollevando i deboli e perdonando ai pentiti. Ma i ribelli impenitenti, che magari vorrebbero i favori divini, senza mutare la loro volontà perversa, costoro è bene che continuino ad essere puniti. In questi casi non è Dio che è “perverso”, come vorrebbe Bianchi: sono loro che sono perversi.

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Enzo Bianchi e Paolo Romeo

Enzo Bianchi nella chiesa cattedrale con l’allora Arcivescovo Metropolita di Palermo Cardinale Paolo Romeo

Nel proprio falso giudizio sul Papa, Bianchi sembra voler presentare il Santo Padre come un liberalone permissivo sulla linea di Marco Pannella o di Emma Bonino. Ma, se meditiamo con attenzione sul suo grossolano peana al Papa: «con lui la libertà si è riconciliata con la Chiesa», che ho già commentato, e sulle parole che immediatamente seguono, allora scopriamo il suo gioco. Fermiamoci infatti su queste parole e valutiamone il peso. Bianchi qui la spara grossa, come se quello che ha già detto non bastasse. Ma adesso capiamo cosa egli vuol dire. Dice infatti che Papa Francesco sarebbe «artefice di gesti fino a ieri inconcepibili». Ecco, dunque, il mito escatologico e fantapolitico del Papa rivoluzionario che piace a Eugenio Scalfari, che in realtà, del Papa, non ha capito niente. O del Papa che, secondo i comunisti, sta coagulando nel mondo tutte le forze di sinistra, speranza dei castristi cubani e dei rivoluzionari argentini, terrore dei capitalisti americani.

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A me settantacinquenne, che ho vissuto il famoso Sessantotto quand’ero studente all’Università di Bologna, dove studiai prima di intraprendere la via vocazionale verso la vita religiosa ed il sacerdozio ministeriale, sembra di essere tornato a quei tempi, come se da allora la storia non fosse andata avanti, e come se la calamitosa messa in pratica, nei decenni successivi delle idee di quei fanatici esaltati, non fosse sotto gli occhi di tutti. Ma la cosa esilarante è che questi pericolosi attardati si considerano progressisti e riformatori della Chiesa, prendendo magari Lutero a modello e interprete del Concilio Vaticano II! Ecco allora le grida di giubilo delle povere masse manovrate dai vari Bianchi: «Un Papa così non si è mai visto!», «finalmente il Papa che ci piace!», «il Papa di tutti!» e balle di questo genere, solo che queste balle fanno presa su molti ingenui, ingannati dai modernisti, che vorrebbero presentare un Papa camaleontico e modernista, e molti abboccano o per piangere o per ballare.

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Enzo Bianchi con arcivescovo di Palermo

Enzo Bianchi di nuovo nella cattedrale di Palermo con il nuovo Arcivescovo S.E. Mons. Corrado Lorefice, che lo ha invitato a parlare poco dopo la sua elezione alla sede vescovile

Ma in che consisterebbero questi «gesti fino a ieri inconcepibili»? Non credo che Bianchi pensi qui a quando il Papa è andato da solo dall’ottico in città a farsi riparare gli occhiali o ha confessato un ragazzo in Piazza San Pietro, o quando lo si è visto senza le scarpe rosse. Dev’essere qualcosa di ben più serio e importante per Bianchi, ossia «gesti» che fino a Papa Bergoglio apparivano inconcepibili e che invece il Papa ha messo in opera. Ora, ciò che diventa «concepibile» con il Papa attuale e che prima, sembra ab immemorabili, “inconcepibile”, Bianchi non lo specifica, ma, guardando al contesto e in particolare alle sue idee sulla libertà e a ciò che dice sul tema per ciascuno dei due Papi, lo si può ben immaginare.

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Quali sono questi gesti che resteranno alla storia dei secoli futuri? La risposta non sembra difficile e si ricava facendo riferimento al confronto che Bianchi fa tra i due Papi in tema di libertà e alle sue idee sulla libertà: ne risulta che per Bianchi Bergoglio ha rovesciato l’idea wojtyliana tradizionale della libertà, sostituendo quella vera a quella propria di una Chiesa illiberale, autoritaria e dispotica nei secoli e forse millenni precedenti. Ma posto che San Giovanni Paolo II, santo come è stato, è invece un grande maestro ed eroico testimone di libertà, che conseguenza ne viene? Che il buon Bianchi, profeta dilettante, opponendo stoltamente in tema di libertà San Giovanni Paolo II al Papa attuale, viene logicamente ad attribuire a questi un falso concetto della libertà, credendo con ciò di osannare nel Papa il sensazionale scopritore o riscopritore della libertà cristiana.

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Con questa gigantesca spacconata, Bianchi rende in ciò al Papa un buon servizio? O tutto si risolve in una penosa buffonata, umiliante ed offensiva per lo stesso Papa Francesco, che vi avrà fatto su una grande risata, ma non senza amarezza, nel constatare fino a che punto può abbassarsi un suo figlio, peraltro non privo di doti spirituali?

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Enzo bianchi predica ai sacerdoti di siena

Enzo Bianchi tiene un ritiro spirituale al clero dell’Arcidiocesi di Siena nel seminario arcivescovile, attualmente chiuso per mancanza di vocazioni

Ma qui allora casca l’asino; comprendiamo il perchè dei giudizi di Bianchi sui due Papi, sicché egli scopre il suo gioco. Bianchi, nel momento in cui respinge il tradizionale concetto cattolico di libertà fino a Papa Bergoglio, non può che cadere proprio in quella concezione carnale ― oggi diremmo liberale ― della libertà, che San Paolo esclude e condanna [Gal 5,13], finendo col far dire al Papa quello che è assolutamente estraneo al suo pensiero di Maestro della Fede. E detto questo ricordo che La condanna della concezione liberale della libertà è ormai di vecchia data: la troviamo negli insegnamenti del Beato Pio IX e nell’enciclica di Leone XIII Libertas praestantissinmum del 1888. Tale concezione, originata dal soggettivismo luterano e dall’antropocentrismo rinascimentale, giunge al culmine o alle estreme conseguenze nell’idealismo di Hegel, che pareggia la libertà umana addirittura a quella divina: «la volontà vuole se stessa». Tale concezione panteistica è ripresa da Rahner, duramente criticato dal Ratzinger nel suo libro Les principes de la Théologie catholique [Cf. Téqui, Paris 1982, pp.187-188]. È quella libertà, a proposito della quale Emanuel Mounier, onesto cattolico di sinistra degli anni Trenta e amico del Maritain, proclamò, in un programma di filosofia politica rimasto famoso: «Bisogna liberare la libertà dai liberali». Questa  libertà nulla ha a che vedere con la vera libertà cristiana, nell’obbedienza al Magistero della Chiesa, libertà che si basa sulla verità cf. Gv 8,32] e consiste nel rispetto della legge, quella libertà che non dà alcuno spazio ai “conflitti”, ma che è il clima della loro soluzione, libertà che sa evitarli nella carità e accettazione reciproca, dando spazio invece a un legittimo pluralismo e ad un sereno confronto di opinioni, nell’unità liberamente condivisa dell’unica e comune verità di fede, nella piena comunione con la Chiesa ed obbedienza ai legittimi pastori.

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L’opposizione che Bianchi vorrebbe trovare tra San Giovanni Paolo II ed il Santo Padre Francesco in tema e pratica della libertà, è del tutto falsa. In entrambi la libertà è congiuntamente libertà di scelta responsabile ed operosa, oltre che dono di Dio, che fa grazia e misericordia. San Giovanni Paolo II accentuava maggiormente le basi metafisiche, razionali e dogmatiche della libertà, che è espressione somma della comunione ecclesiale, creata dallo Spirito Santo. A Papa Francesco stanno invece più a cuore il dinamismo e l’inventiva della libertà, come espressione privilegiata della persona creata ad immagine di Dio e mossa dallo Spirito Santo, al servizio dei fratelli, soprattutto dei più poveri e sofferenti.

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Enzo Bianchi in cattedrale ad arezzo

Enzo Bianchi tiene una conferenza nella cattedrale di Arezzo, alla sua destra il Vescovo della Città S.E. Mons. Riccardo Fontana

Non c’è dubbio che l’insistenza con la quale Papa Francesco ha presentato il cristiano come uomo della misericordia, ha uno stretto rapporto con l’ideale della libertà. Effettivamente, il misericordioso è un liberatore: liberatore dalle miserie del corpo e dello spirito, liberatore dal potere di Satana. Il giusto, invece, ricompensa i meriti, fino a togliere la libertà ai malfattori. Quanto poi il Papa sia personalmente misericordioso e liberatore, questo è un discorso diverso. Certamente, ha compiuto molti gesti significativi verso i poveri, gli sfruttati, i piccoli, gli emarginati, le famiglie ferite, gli anziani, i malati, gli immigrati; ma ci si può chiedere quanta misericordia usi verso i fedeli turbati e scandalizzati dagli eretici, dai modernisti e da falsi profeti, o se non scambi per misericordia l’eccessiva benevolenza nei confronti dei nemici della Chiesa, o quanta misericordia  ― o se ci sia misericordia ― in certi suoi interventi verso persone, prelati, teologi o istituti tutto sommato benemeriti e fedeli alla Chiesa, magari da lunga data.

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L’intervistatore tenta poi di scavare più a fondo nell’anima di Bianchi e qui veniamo a scoprire la radice teologica del suo liberalismo: un “cambiamento nell’idea di Dio”, in pratica … dal Dio cattivo al Dio buono (!?). Dice infatti Bianchi: «Negli anni della mia formazione Dio risaltava come un giudice, severo. Un volto che mano a mano mi apparirà perverso. Gesù Cristo è l’unica narrazione di Dio. Non riuscirei a credere in Dio senza Cristo». E da queste parole vediamo come Bianchi abbia abbracciato il misericordismo fideista di origine luterana. Il suo percorso spirituale è simile a quello di Lutero: partito da un Dio che lo rimproverava dei suoi peccati, il Dio “severo” e “punitore” dell’Antico Testamento, ha cominciato a provarne insofferenza, e ad apparirgli “perverso”; e allora, per essere “libero”, senza troppe preoccupazioni o sensi colpa, si è immaginato e foggiato un Dio buono e tenero, che sarebbe il Dio del Nuovo Testamento, dolce e “misericordioso”, perdonante, Gesù Cristo, che scusa tutto, non punisce e gli ha già promesso il Paradiso. Si tratta, in sostanza, dell’antica eresia di Marcione. Non risulta che Lutero ne fosse consapevole. Ma il fatto resta.

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enzo bianchi duomo di padova

Enzo Bianchi tiene una conferenza dall’ambone della cattedrale di Padova

Così come è forzata l’immagine bianchiana del Dio dell’Antico Testamento,  altrettanto lo è quella della bontà di Gesù Cristo, tutto e solo svenevole tenerezza, completamente rammollito, come quei piumini, che, se vengono colpiti da un pugno, il pugno sprofonda senza incontrare resistenza. Col Dio dell’Antico Testamento non si scherza. Invece col Dio “buono” del Nuovo, per chi lo offende, non ci sono conseguenze spiacevoli: si è sempre perdonati. Ecco allora che il Cristo che si immagina Bianchi non è quello reale, ma, volendo dare un parere psicanalitico, è il sogno puerile del bambino che vuol poter fare le sue marachelle senza essere punito dal papà. Ricordo che già quando ero alle scuole elementari, c’erano dei miei compagnucci birichini o «compagnacci», per usare il linguaggio savonaroliano, per i quali le maestre “buone” erano quelle che non punivano, mentre le altre erano le “cattive”.

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La cristologia buonista di oggi è l’espressione accademicamente paludata, con citazioni da Bultmann, Rahner e Lutero, di una psiche rimasta ferma a quel livello dello sviluppo mentale ed emotivo. A questa cristologia svampita e gelatinosa corrisponde una mariologia pacioccona e dolciastra, nella quale la Madonna “misericordiosa” è una di quelle mamme “moderne”, che accontentano il figlio unico in tutti i suoi capricci, non gli fanno mai il minimo richiamo o la minima correzione, perché possano crescere “liberi” e “fare le loro scelte”. E invece vengono fuori dei frustrati intolleranti, come certi teologi e vescovi dei nostri giorni.

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Enzo Bianchi ad un convegno sulla liturgia a Gubbio, alla sua destra il Vescovo S.E. Mons. Claudio Maniago, all’epoca Ausiliare dell’Arcidiocesi di Firenze

In realtà il Dio del Vangelo è più severo del Dio di Mosè, e ciò è del tutto logico, appunto perchè il Dio di Cristo è più misericordioso del Dio di Mosè. Mentre infatti il Dio dell’Antico Testamento si limita ad inviare semplici profeti, il Dio Padre del Nuovo Testamento ci manda il Suo stesso Figlio a renderci figli di Dio e a morire sulla croce per noi. Di conseguenza, l’etica cristiana è più esigente [cf. Mt 5, 20-43], appunto perché, come etica dei figli di Dio, ad immagine di Cristo, è l’etica di coloro che, essendo oggetto di una maggiore misericordia, ossia vivificati e fortificati da una grazia maggiore, e maggiormente illuminati dalla verità, sono tenuti ad una «maggiore giustizia» [cf. Mt 5,20], a una maggiore virtù ― la carità ― ed a migliori opere buone ― le opere della misericordia ― , anche se è vero che il cristianesimo, facendo meglio conoscere la debolezza umana, insegna una maggiore misericordia, tolleranza e comprensione  verso il prossimo. Ma nel contempo, il Vangelo, mostrandoci meglio i segreti del cuore umano, ci fa meglio conoscere la malizia del peccato, per cui è più severo nei confronti del peccatore. Da qui il severo, ma salutare avvertimento della Lettera agli Ebrei: «fratelli, se pecchiamo volontariamente dopo aver ricevuto la conoscenza della verità», cioè del Vangelo, «non rimane alcun sacrificio per i peccati», ossia il culto divino diventa inutile ipocrisia, «ma soltanto una terribile attesa del giudizio e la vampa di un fuoco che dovrà divorare i ribelli», altro che misericordia! «Quando qualcuno ha violato la legge di Mosè, viene messo a morte senza pietà sulla parola di due o tre testimoni. Di quanto maggior castigo allora pensate che sarà ritenuto degno chi avrà calpestato il Figlio di Dio e ritenuto profano quel sangue dell’Alleanza, dal quale è stato un giorno santificato e avrà disprezzato lo Spirito della grazia?» [Eb 10, 26-29]. E ciò accade anche nei rapporti umani. Infatti, se io mi mostro verso una persona più benevolo e misericordioso che con altre, non avrò forse motivo di attendermi da quella persona una maggiore riconoscenza e, per conseguenza, di sentirmi più offeso, se tale riconoscenza non giunge o addirittura quella persona mi ripaga con l’ingratitudine e il disprezzo?

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il … “Padre” Enzo Bianchi

In queste teologie del Dio “cattivo”, c’è la confusione tra il concetto del castigo e quello della crudeltà. Manca il vero concetto del castigo, per cui non si riesce a distinguere un castigo giusto da un castigo ingiusto. Il castigo come tale è sempre ingiustizia, crudeltà, e violenza o rivalsa rancorosa. Non c’è l’idea del castigo come ristabilimento della giustizia violata, ma come rappresaglia della persona offesa, tale da scatenare una sequela di odî e di vendette senza fine. Non ci si interroga su chi dei due contendenti ha ragione, perché non si crede in una verità oggettiva, assoluta ed universale. Il vero è ciò che penso io. Il giudice stesso in tribunale non è visto come un arbitro, rappresentante di una legge comune ed uguale per tutti, ma come il nemico che ci perseguita. E lo stesso giudizio divino viene visto così, come confessa candidamente Bianchi. L’importante è rispondere pan per focaccia in base alla “propria” verità. E questa dialettica senza fine, maledetta ed infernale, viene applicata persino nel rapporto tra l’uomo e Dio. L’uomo si sente un Prometeo, vittima innocente di un Dio invidioso e vendicativo, che, con i suoi castighi e i terremoti, vorrebbe fargli paura, schiacciare la sua libertà e renderlo suo schiavo. E queste concezioni sono quelle che, col protesto della volontà di pace, della mitezza cristiana e del “perdono”, non ammettono alcuna distinzione tra guerra giusta e guerra ingiusta, tra ira giusta e ira ingiusta, tra l’assalto del delinquente e quello del carabiniere, e riducono a violenza, odio o ingiustizia qualunque forma virtù bellica, di valor militare, di coercizione o di uso della forza.

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È chiaro che se attuassimo rigorosamente le esigenze di questo pacifismo ipocrita e imbelle, occorrerebbe sciogliere le forze armate, l’Arma dei Carabinieri, la Guardia di Finanza e il Corpo degli Alpini, abolire le carceri, distruggere il codice di diritto canonico, come fece Lutero, e tante altre forze e istituzioni del genere, mentre l’ordine giudiziario apparirebbe come il sistema della malvagità e gli stessi àrbitri delle partite di calcio sarebbero aboliti. Lo stesso dicasi dei castighi e della giustizia divini. Ma ― così ragiona Bianchi insieme con tutti i buonisti ―, siccome Dio è buono, Dio non castiga, ma approva o perdona tutto quello che faccio e che mi piace. E invece dobbiamo dire che Dio ci promette sì misericordia, ma a patto che scontiamo le nostre colpe. I profeti ci annunciano un Dio giusto e misericordioso. Arrabbiarsi o sentirsi offesi davanti agli avvertimenti dei profeti, è da stolti e, ben lungi dall’attirare la misericordia divina, aumenta l’ira. Saggia cosa invece è quella di far penitenza come fecero gli abitanti di Ninive alla predicazione di Giona. È infatti solo sforzandosi di evitare il peccato col santo timor di Dio, accettando da Dio, umilmente, serenamente e fiduciosamente, prove e castighi come fattori di  riparazione e purificazione, che ci si prepara a ricevere la divina misericordia e ad entrare in intimità con Dio, come dice Sant’Agostino: «Per essere riempiti, bisogna prima svuotarsi. Tu devi essere riempito del bene e quindi devi liberarti dal male. Supponi che Dio voglia riempirti di miele” (ecco la misericordia). “Se sei pieno di aceto, dove metterai il miele? Bisogna liberare il vaso da quello che conteneva, anzi occorre pulirlo. Bisogna pulirlo magari con fatica e impegno, se occorre, perché sia idoneo a ricevere qualche cosa» [cf.Trattati sulla Iª Lettera di San Giovanni, Tratt. 4,6; PL 2008-2009]. Ecco la funzione dell’ascetica, ecco la funzione purificatrice delle sventure e dei castighi, quelle che San Giovanni della Croce chiamava «purificazioni passive» e delle quali il “profeta” Bianchi, come Lutero, pare non sapere nulla o averne orrore, perchè vorrebbe godere subito e a basso prezzo della mistica, senza la dovuta preparazione consistente nell’accettazione fiduciosa della divina giustizia.

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l’accoppiata vincente: Enzo Bianchi e Luigi Ciotti …

Nei buonisti come Bianchi manca invece il concetto stesso del castigo o della sanzione penale come espressione della giustizia umana e divina. Sembrano non capire che è bene e giusto che chi fa il male subisca per contrappeso o anche, come si dice, per “contrappasso”, quel male stesso che ha fatto ― “chi la fa, l’aspetti” ―, in modo tale che il peccatore stesso, anche se contro voglia, venga riportato nell’ordine, nel che consiste la pena o punizione. Il delinquente contrae un debito con la giustizia, che deve pagare. Infatti, la giustizia deve compensare, restituire, rimettere ordine, riportare al suo posto ciò che è fuori posto e rendere diritto [Recht in tedesco, right in inglese] o raddrizzare ciò che è storto. In tal modo la giustizia ricompensa il merito, ripara il torto fatto, dà soddisfazione all’offeso, toglie il male del disordine, ma può restare la giusta pena. La misericordia, oltre a togliere il disordine, toglie la colpa e la pena. E quindi la giustizia è un pareggiare, un rendere uguale, un bilanciare, non pendere né da una parte né dall’altra, senza parzialità, senza accezione di persone, senza fare favoritismi, ma riconoscendo a ciascuno il proprio diritto e i propri meriti (unicuique suum), con equilibrio ed equità. Questo significa il simbolo della bilancia, che vediamo nella statua della Giustizia nei nostri tribunali.

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Il fatto innegabile che in questa vita spesso gli innocenti sono colpiti dalle sventure, mentre i malfattori la fanno franca, crea dubbi sulla divina giustizia. Ma bisogna considerare tre cose: prima, che lo stesso disordine nella distribuzione delle pene è conseguenza del peccato originale. Seconda, che la giustizia divina comanda bensì alla giustizia umana, civile ed ecclesiastica di amministrare bene la giustizia, ma purtroppo, a causa delle conseguenze del peccato originale o di errori o di peccati dei giudici, la giustizia umana è difettosa. Terza, Dio non sempre punisce subito i malfattori, perchè vuole dar loro tempo per pentirsi [cf. Is 30,18; Sap 12,19; II Pt 3,9]. Ma se essi perseverano nella colpa, giunge prima o poi, in un modo o nell’altro, la resa dei conti, che può comportare anche la pena dell’inferno. Dio dimentica, quando perdona; ma ricorda, quando deve punire.

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«Danzare all’inferno», diceva Nietzsche. È così anche per Bianchi? E qui è bene fare un breve discorso su questo argomento. Bianchi, commosso dalla divina misericordia, ci assicura: «Canterò la tua misericordia anche stando all’inferno». Io credo che nell’Inferno ci sia poco da cantare. E se posso immaginare  qualche canto, certamente non si tratterà dei cori degli angeli rappresentati negli affreschi del Beato Angelico, e mi ripugna assolutamente che il canto di Bianchi possa essere un inno alla divina misericordia, atteso che uno si danna proprio perchè odia la divina misericordia e ritiene di non averne alcun bisogno, dato che, a suo giudizio, non aveva fatto niente di male e non ha bisogno di niente, come rispose Adolf Eichmann, il boia di Auschwitz, interrogato, il giorno prima dell’esecuzione, se era pentito di quello che aveva fatto. O semmai posso pensare a qualche inno blasfemo, come l’Inno a Satana del Carducci, o come quelli che si trovano nelle sètte sataniche o sono intonati nei riti magici, come per esempio in Proclo, Giamblico o Giordano Bruno, o in quelli pagani o woodoo, o quelli prodotti o dalla musica rock o dal comunismo o dal nazismo o dalla massoneria esoterica.

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Enzo Bianchi parla della propria idea soggettiva di misericordia

Queste parole assurde di Bianchi  fanno venire in mente l’altrettanto assurda e blasfema espressione di Lutero, il quale, convinto dell’esistenza di una predestinazione divina alla dannazione, giunse ad affermare che egli sarebbe andato volentieri all’inferno, se quella doveva essere la volontà di Dio. Resta sempre e comunque impossibile percepire il Dio misericordioso senza prima accettare il Dio giusto. È dal Dio dell’Antico Testamento che si giunge a comprendere Gesù, Dio del Nuovo Testamento. È perché conosciamo Dio in base alla ragione, che possiamo giungere, nella fede, a credere in Cristo. Il Vangelo è annuncio della possibilità di ottenere la vita eterna, offerta a tutti, ma esso pone delle condizioni per ottenerla: «Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti» [Mt 19,17]. C’è la possibilità di ottenere misericordia; ma occorre fare penitenza. Cristo promette la possibilità di entrare nel regno di Dio, ma avverte che chi non crede, sarà condannato [Mc 16,16].

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Il Vangelo suppone che è nelle possibilità dell’uomo scegliere o per Dio o contro Dio. Il regno di Dio è dono della grazia; eppure occorre conquistarlo [Mt 11,12]; è un “premio”, per il quale occorre gareggiare [I Cor 9,24]; è una “perla preziosa”, che dev’essere comprata [Mt 13,45]; è la paga del buon operaio [Mt 20,1]. Ma anche il merito è dono della grazia. Tutto l’agire buono del giusto, in fin dei conti, è dono di grazia e di misericordia. Ma se la scelta è contro Dio, ecco entrare in funzione la giustizia punitrice, fino alla pena infernale. Il Vangelo, quindi, arreca gioia agli umili, agli afflitti, a coloro che cercano Dio, che sono pentiti dei loro peccati, che hanno rispetto per la giustizia divina e credono nella sua misericordia; ma ai superbi, agli impenitenti, ai malvagi, la promessa del perdono divino della vita eterna non interessa, perché sono già pieni di se stessi, a loro basta la vita presente e non ritengono di aver bisogno di perdono, mentre la minaccia dei castighi divini li irrita e li fa bestemmiare.

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Enzo Bianchi ospite sulla rivista del Clero Italiano, nella quale mai sarebbero ospitati scritti e articoli di molti illustri presbìteri anziani con una vita trascorsa a servire la Chiesa e il Popolo di Dio

Bianchi capovolge il cammino dello spirito: occorre dire con tutta fermezza e chiarezza che noi non potremmo accettare Cristo, se non credessimo in Dio. Come infatti potremmo giungere a sapere che Cristo è Dio, se non sapessimo che Dio esiste? Cristo non ci fa sapere che Dio esiste, ma questo lo sappiamo già da soli in base alla ragione, già prima di essere informati su Cristo dalla predicazione ecclesiale. Pertanto l’ordine è: da Dio a Cristo, non da Cristo a Dio. Cristo ci dà quella conoscenza di Dio e della sua volontà per noi ― la Santissima Trinità, il battesimo, la fede, la Redenzione, la grazia, la vita eterna, la Chiesa ―, che con la nostra semplice ragione, fosse stata quella di Aristotele o di Platone, non avremmo mai potuto raggiungere o immaginare, se il Padre stesso, per sua misericordia, senza che ne fosse obbligato, per mezzo del suo Figlio, non ce l’avesse donata nello Spirito Santo. Cristo ci fa conoscere i misteri del Padre, che solo Lui e il Padre conoscono, ma sulla base di una conoscenza che già possediamo dalla ragione e dall’Antico Testamento. Gli Ebrei e i Musulmani conoscono già il vero Dio, anche se non sono illuminati dal mistero di Cristo. Per mezzo di Cristo non si giunge a credere in Dio sic et simpliciter, ma si giunge ad una conoscenza di Dio soprannaturale, rivelata, infinitamente superiore a quella della semplice ragione. La nostra intelligenza non passa direttamente dalla conoscenza del mondo a Cristo, ma giunge a Cristo, oggetto della fede, noto dalla predicazione ecclesiale, passando per la mediazione della conoscenza razionale di Dio, causa e fine dell’universo, creatore del cielo e della terra.

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Tutti gli uomini sanno che Dio esiste in base alla ragione, che tutti posseggono come uomini. Solo alcuni tra di essi, partendo dalla conoscenza naturale di Dio, e informati dalla catechesi ecclesiale, giungono, se giungono, illuminati dalla grazia, a credere in Cristo. Gli altri possono essere illuminati da Dio senza saperlo. Il discorso capovolto di Bianchi è quindi  quello di uno che non sa né chi è Dio né chi è Cristo. Per partire da Cristo e giungere a Dio, bisognerebbe essere Cristo stesso, il che è l’inganno del panteismo cristologico di Hegel. Oppure, occorrerebbe possedere una fede intuitiva o esperienziale, precedente alla ragione, come avviene nel fideismo luterano. Invece è dalla ragione che si passa alla fede e non viceversa.

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Bianchi, molte fedi

… troppe confusioni “sotto lo stesso cielo”

La fede è un sapere divino. Ora, è solo il sapere divino che parte da se stesso e passa all’umano, perché lo crea. Mentre per noi è partendo dall’umano che possiamo elevarci al divino. Credere di poter percorrere il cammino opposto, vuol credere che il nostro sapere possa aver inizio da Dio e non dall’uomo, il che è idealismo hegeliano e scellinghiano.

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Concludendo, il profetismo di Bianchi si guarda bene dallo scontentare i gaudenti, che chiedono ai profeti: «diteci cose piacevoli» [Is 30,10]. È questo il messaggio che  Bianchi, giovane “profeta”, ha lasciato all’umanità, scrivendolo a 30 anni di età, in un libro che ha avuto un successo mondiale, tanto da essere stato tradotto in 35 lingue, mentre preziose opere di teologi e mistici domenicani medioevali o rinascimentali aspettano ancora di essere tradotte. Già San Tommaso osserva infatti argutamente che il numero degli stolti è immensamente maggiore a quello dei sapienti. Ebbene, mai come oggi si rivela valida questa osservazione dell’Aquinate. Ma quello che maggiormente oggi meraviglia è come un personaggio di tal fatta e con simili idee sia riuscito ad ottenere credito addirittura presso la Santa Sede, come è successo a partire dal Beato Paolo VI, con San Giovanni Paolo II, Benedetto XVI, fino al Regnante Pontefice. Bisogna proprio dire che il demonio è abile nel mascherarsi da angelo della luce, se riesce a circuire e circonvenire persino i Papi [cf. II Cor 11,14]. Naturalmente, anche Bianchi ha le sue buone qualità, lo studio e il culto della Parola di Dio, la sensibilità per lo Spirito Santo, l’ecumenismo, la venerazione per i Santi Padri della Chiesa, l’amore per la preghiera e la contemplazione. Consiglio ad ogni modo, per chiarire le idee su di lui, gli studi critici fatti da Mons. Antonio Livi, oltre al testo di prossima uscita curato dal giovane filosofo e teologo Dott. Jorge A. Facio Lince.

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Varazze, 12 marzo 2017

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Enzo Bianchi, il Cardinale Edoardo Menichelli e Paul McCartney: la Chiesa vive in un sottomarino giallo …

difendere il Santo Padre dai falsi amici

ENZO BIANCHI, IL CARDINALE EDOARDO MENICHELLI E PAUL McCARTNEY: LA CHIESA VIVE IN UN SOTTOMARINO GIALLO …

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Nulla da dire se Sua Maestà Britannica nomina baronetto Paul McCartney, sappiamo da tempo che questa Casa Regnante gareggia in pazzia coi cavalli da corsa delle proprie scuderie. Non ci saremmo invece aspettati che Sua Santità nominasse Cardinale Edoardo Menichelli, anche perché dobbiamo sempre comprendere per quali meriti ciò sia avvenuto.

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Autore Ipazia gatta romana

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Ipazia gatta romana

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