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il rapporto tra Papa Benedetto e Papa Francesco, e l’arroganza di Andrea Grillo …

12 Giugno 2017/4 Commenti/in Attualità/da Padre Giovanni

IL RAPPORTO TRA PAPA FRANCESCO E PAPA BENEDETTO, E L’ARROGANZA DI ANDREA GRILLO …

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Benedetto XVI ragionò troppo in termini umani, pensò eccessivamente alla sua debolezza umana ― come risulta dal motivo ufficiale del suo atto di rinuncia – e troppo poco in termini di fede, ossia pensò troppo poco alla forza soprannaturale del carisma di Pietro. In ogni caso, non ce l’ha fatta. Difficile sapere se per limiti oggettivi insuperabili, indipendenti dalla sua volontà, per umiltà o per mancanza di coraggio e fede nel carisma di Pietro. Lasciamo a Dio il giudizio sulla sua coscienza e sulle sue responsabilità. Ma il fatto in se stesso resterà alla storia. Benedetto ci è stato di esempio di fedeltà alla dottrina, ma non di esempio nel coraggio.

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Autore
Giovanni Cavalcoli, O.P.

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  Accoglietevi gli uni gli altri come Cristo accolse voi, per la gloria di Dio

Rm 15,7

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il Sommo Pontefice Benedetto XVI e il Sommo Pontefice Francesco I, ritratti entrambi in tempi diversi sulla stessa cattedra

La coesistenza e quasi convivenza nello stesso luogo, lo Stato della Città del Vaticano, di due Papi legittimi, dei quali uno regnante e l’altro cosiddetto emerito, non si era mai verificata nel corso della storia della Chiesa. Il tutto ci porta a interrogarci legittimamente sul misterioso status giuridico del Santo Padre Benedetto XVI. È un fatto del tutto nuovo, che può sorprendere, ma non deve turbare, perché non intacca per nulla la continuità della tradizione e successione apostoliche e il primato del Romano Pontefice. Certamente infatti è salvo il principio monarchico della guida della Chiesa, né altrimenti potrebbe essere, dato che esso è voluto da Cristo per l’unità, la stabilità, l’universalità, la giustizia, la concordia, la libertà, il progresso e la pace nella Chiesa.

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Certo, è un fatto legittimo di primaria importanza per le sorti della Chiesa, interessata in tal caso al suo vertice, fatto che però richiede l’invenzione e l’adozione di espedienti, ritrovati ed accorgimenti giuridici del tutto inediti, che consentano di affrontare, valutare e regolamentare con prudenza, alla luce della fede, questa nuova situazione, benché non pare che siamo del tutto digiuni di casi simili, come per esempio il vescovo emerito di una diocesi o le dimissioni o la cessazione dall’incarico di un Superiore in un Istituto Religioso.

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In un evento inaudito del genere, dobbiamo vedere una di quelle che Papa Francesco chiama «sorprese dello Spirito Santo». Apparentemente un fatto del genere sembrerebbe segnalare che ci troviamo in una situazione che contrasta con l’essenza o quanto meno col buon vivere della Chiesa. Se così fosse, certamente tale situazione andrebbe sanata, anche se si può prevedere che essa durerà poco, data l’età avanzata di entrambi i Pontefici, ai quali tuttavia auguriamo vita lunga e serena, ricca di buone opere e frutti spirituali.

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Il Sommo Pontefice Benedetto XVI in cattedra presso la Pontificia basilica di San Paolo fuori le mura

L’eventualità che un Papa faccia atto di rinuncia, era già prevista dal diritto canonico [cf. can. 332 §2. Vedere testo QUI]. Ma esso poi non regola quelli che devono essere la condotta e lo status giuridico del rinunciante. L’espressione Papa emerito suscita pertanto in alcuni dei problemi. Essi obiettano infatti che non è possibile fare il paragone col vescovo emerito, perché questi resta comunque vescovo; ma un Papa che dà le dimissioni non è più Papa. Il caso di Benedetto XVI è unico nella storia della Chiesa, sul piano canonico ed ecclesiale, perché nei rarissimi precedenti che si sono registrati, il rinunciatario è sempre tornato al proprio status precedente l’elezione al Sacro Soglio. Pertanto, a parere di diversi canonisti e teologi, Benedetto XVI avrebbe dovuto ritornare nella semplice condizione di cardinale. Lasciando infatti che lo si chiami Papa emerito, può dar l’impressione che voglia in qualche modo mantenere almeno moralmente, se non giuridicamente, un’influenza speciale sul Papa regnante, similmente appunto a quello che può fare un vescovo emerito nei confronti di quello titolare. D’altra parte, Benedetto XVI ha professato piena obbedienza a Papa Francesco come Papa legittimo sin da prima della sua elezione, com’ebbe ad affermare prima che i Padri Cardinali si riunissero in conclave per l’elezione del successore [vedere video ufficiale QUI].

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Lo stesso Benedetto XVI, in un’intervista a Peter Seewald, si riconosce ancora Papa, ma in un senso «più profondo e più intimo» [1]; dice di «mantenere la responsabilità che ha assunto in un senso interiore, ma non nella funzione. Per questo a poco a poco si capirà che il ministero papale non viene sminuito, anche se forse risulta più chiaramente la sua umanità».

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Coloro che non approvano l’espressione Papa emerito vedono con maggior favore e cosa più giusta, per non dire doverosa, citare l’esempio famoso della rinuncia di Papa Celestino V, che tra l’altro è stato fatto Santo, il quale, lasciato il governo della Chiesa, se ne tornò alla semplice condizione di monaco qual era prima.

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Il Sommo Pontefice Francesco I in cattedra presso la Pontificia basilica di San Paolo fuori le mura

Per illuminare convenientemente questa complessa situazione, per comprenderne il senso alla luce della fede, trovare vie giuridiche per dirimerla e darle un’opportuna regolazione, correggere difetti e allontanare eventuali rischi o pericoli presenti e futuri, ci permettiamo di suggerire al Pontefice regnante, in collaborazione col Santo Padre Benedetto XVI, con l’aiuto e il consiglio di validi collaboratori, canonisti, moralisti, ecclesiologi e profeti,  di valersi del seguente quadruplice criterio di giudizio, tenendo sempre presente la volontà di Cristo, il bene della Chiesa, l’onore di Dio e la salvezza delle anime.

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La prima verifica da fare, che non dovrebbe presentare difficoltà, è se questa coesistenza di due Papi offende in qualche modo la giustizia naturale o la legge morale cristiana o la carità fraterna. Se la cosa passa a questo primo controllo, bisogna vedere se essa risponde a un impulso dello Spirito Santo. Se la cosa passa anche a questo vaglio, allora bisogna verificare se contrasta in qualche modo con la costituzione essenziale della Chiesa e del papato. Ma per fare un’opera veramente saggia e adeguata all’importanza spirituale della questione, bisognerà consultare la storia della Chiesa e gli esempi dei Santi, nei quali, seppure in altri campi, è apparso evidente l’operare innovatore e sorprendente dello Spirito Santo. Solo a questo punto si potrà passare all’istituzione di opportune norme giuridiche attinenti non solo al caso presente, ma anche ad eventuali casi futuri.

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Una cosa è certa, a distanza di oltre quattro anni dall’atto di rinuncia di Benedetto XVI, la figura del cosiddetto Papa emerito non è stato istituita, meno che mai inserita nel Codice di Diritto Canonico e regolamentata dalle leggi della Chiesa, proprio perché il titolo di “emerito” dato ad un Sommo Pontefice che ha fatto libero atto di rinuncia, crea dei problemi forse non facili da risolvere sia sul piano giuridico e teologico. Pertanto, fin quando l’emeritato applicato al Romano Pontefice non sarà istituito e regolato dalle leggi canoniche, rimarrà solo un modo di dire per indicare una situazione insolita e provvisoria. E tra una situazione insolita e provvisoria, ed un istituto giuridico, la differenza che corre non è certo cosa di poco conto.

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Un tribunale rivoluzionario

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Ti siedi, parli contro il tuo fratello, getti fango contro il figlio di tua madre

Sal 49,20

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Il Sommo Pontefice Benedetto XVI, immagini d’archivio

Con quanto sin qui premesso diamo atto al Professor Andrea Grillo di aver preso in considerazione il grave e non facile problema dello status giuridico di Benedetto XVI. Grillo, che è anche un giurista, si è accorto dell’esistenza di una zona giuridica rimasta scoperta e bisognosa come tale di essere regolata in un settore delicatissimo della vita della Chiesa: nientedimeno che il diritto pontificio [vedere testo integrale della sua intervista, QUI].

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Papa Francesco sembra curarsi poco di questa questione. Ma ciò fa sì che su di essa stiano imperversando gli interventi e i pareri più strani e contradditori, riflettenti, come al solito, la sciagurata contrapposizione fra lefebvriani e modernisti, col risultato da una parte di far piacere al mondo e ai nemici della Chiesa esterni ed interni e dall’altra, di sconcertare e turbare gli animi dei buoni fedeli su quello che è un cardine della concezione cattolica della Chiesa, ossia il ministero petrino.

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Purtroppo Grillo ha affrontato questa gravissima ed urgentissima questione senza dar mostra di basarsi sui criteri suddetti, al contrario, in modo superficiale ed a tratta anche irresponsabile, come se si trattasse di allontanare o di punire in un partito politico un ex-dirigente che vuol ancora influire sul legittimo successore. Per giunta, dal tono della reprimenda del misericordista Grillo contro Benedetto XVI, si evince uno stato d’animo fazioso e giustizialista e un argomentare apparentemente razionale, ma in realtà sofistico contro il cosiddetto Papa emerito, da lui chiamato sibillinamente «vescovo emerito».

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Il Sommo Pontefice Benedetto XVI, immagini d’archivio

Grillo, con lo stile di un tribuno del popolo dell’’89 o di un sessantottino che decreta giustizia sommaria contro i padroni, sembra ingiungere più che suggerire, al Papa emerito, di andarsene in esilio lontano dal Vaticano e di tacere per sempre, motivando ciò con argomenti capziosi ed inconsistenti, che mostrano solo la rabbia di Grillo per un grande teologo che ha scoperto i suoi altarini. Per questo,  secondo me, Grillo ― mi rivolgo a lui fraternamente, da teologo a teologo ―, per evitare di aumentare la cattiva fama che già si è procurato con altre uscite del genere, farebbe bene lui a tacere. E se vuol parlare, cosa che, sia come teologo cattolico sia come giurista ha diritto e dovere di fare, parli pure, ma cum grano salis e cum sobrietate ma soprattutto evitando di spegnere il fuoco con la benzina.

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Forse Grillo non si rende conto della gravissima portata dei suoi giudizi in una situazione ecclesiale ed ecclesiastica già tormentata e lacerata da ostinate contrapposizioni estremistiche interne tra gli avversi partiti dei lefebvriani e dei modernisti, dove gli spazi di mediazione sembrano ridursi di giorno in giorno e il solco tra i nemici sta diventando un abisso per il continuo emergere sulla scena di personaggi sovversivi e farneticanti, che si spacciano per amici e collaboratori del Santo Padre, mentre in realtà il loro cattolicesimo assomiglia alla dottrina della Chiesa come la strega dei sette nani assomiglia a Biancaneve.

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Il Sommo Pontefice Benedetto XVI, immagini d’archivio

Suscita davvero sofferenza l’impudenza con la quale Grillo accusa Benedetto XVI di disprezzo della ragione per il solo fatto di aver sostenuto con sagge parole il valore del silenzio liturgico, se teniamo presente la forza e l’autorevolezza con le quali egli, sul solco della sua precedente attività come Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, a fianco del poderoso Autore della Fides et Ratio e nella linea dei grandi ultimi Papi vindici e promotori della ragione nella fede, dal  Beato Pio IX, a San Pio X, Pio XI, Pio XII, San Giovanni XXIII, il Beato Paolo VI, ha coraggiosamente e sapientemente sostenuto e difeso la dignità dell’umana ragione («l’allargamento della ragione»), come premessa alla morale (i «valori non negoziabili»), preambolo della fede e strumento della teologia, sopportando le opposizioni provenienti da scientisti, irrazionalisti, luterani, modernisti, idealisti, massoni, comunisti e musulmani.

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Infelice e fuori luogo è quindi l’idea di Grillo di mettere a tacere nel Professor Joseph Ratzinger il più grande dei teologi del Novecento, mostrando di essere in tal modo scarsamente capace di cogliere la robustezza e nobiltà di pensiero di colui che per vent’anni ha combattuto come capo della Congregazione per la dottrina della fede per i valori della ragione e della fede. Infatti, con la sua recente critica rasente lo sfottò rivolta all’etica del Cardinale Carlo Caffarra e di San Giovanni Paolo II, Grillo mostra chiaramente di esser pronto a stravolgere il dato reale, se è vero, come egli sostiene, che Papa Francesco ha rivoluzionato il concetto del matrimonio del Beato Pio IX, di Pio XI e di San Giovanni Paolo II [vedere precedenti articoli, QUI, QUI, QUI, QUI, QUI].

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Il Sommo Pontefice Benedetto XVI, immagini d’archivio

Grillo pare proprio ignorare quello che è il sacrosanto diritto e dovere di Papa Benedetto di esprimere il proprio autorevolissimo pensiero, in sua qualità di grande teologo annoverato ormai tra i più grandi teologi contemporanei. È semplicemente ridicolo che Grillo, infetto di modernismo, pretenda di insegnare a Benedetto come deve atteggiarsi nei confronti di Papa Francesco. L’accusa che Grillo fa a Benedetto di uscire dal suo posto e di mettere a disagio Francesco o addirittura di interferire nella sua autorità apostolica con la sua prefazione al libro del Cardinale Robert Sarah è assolutamente infondata. Benedetto sa molto meglio di Grillo come, in che termini ed entro quali limiti un teologo può e deve esprimere il proprio pensiero in aiuto al magistero pontificio, proprio lui che da Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede emanò nel 1990 la Donum veritatis, un’illuminante istruzione sulla vocazione ecclesiale del teologo [vedere testo QUI].

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Sono sicuro invece che il Santo Padre, che ha venerazione per Benedetto e se lo tiene vicino, ad manus, come suo autorevolissimo e saggio consigliere, ha molto gradito l’intervento umile, utile e misurato di Benedetto, che sa benissimo come destreggiarsi col Sommo Pontefice, avendo congiunto egli stesso nella sua persona il ruolo di Papa con quello di teologo fedelissimo al Magistero.

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Un’enciclica scritta a quattro mani

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Il Sommo Pontefice Benedetto XVI, immagini d’archivio

La stessa enciclica di Papa Francesco, Lumen Fidei, come è noto, riprende e completa il lavoro che Benedetto aveva iniziato e lasciato interrotto con il suo atto di rinuncia, tanto che è stata chiamata enciclica scritta “a quattro mani”.  In essa si può avvertire un’eco della venerazione ratzingheriana per Sant’Agostino, cultore di Platone come mistagogo ai misteri della fede: «Nella vita di Sant’Agostino troviamo un esempio significativo del cammino in cui la ricerca della ragione, con il suo desiderio di verità e di chiarezza, è stata integrata nell’orizzonte della fede, da cui ha ricevuto nuova comprensione» [n. 33].

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Sappiamo altresì quanto Benedetto XVI ha messo in rilievo l’apporto della filosofia greca per la comprensione della Parola di Dio spiegata e formulata dalla Chiesa nel dogma. E difatti il testo così prosegue: «Da una parte, Agostino accoglie la filosofia greca della luce con la sua insistenza sulla visione. Il suo incontro con il neoplatonismo gli ha fatto conoscere il paradigma della luce, che discende dall’alto per illuminare le cose, ed è così un simbolo di Dio […] D’altra parte, però, nell’esperienza concreta di Sant’Agostino, che egli stesso racconta nelle sue confessioni, il momento decisivo del suo cammino di fede non è stato quello di una visione di Dio, oltre questo mondo, ma piuttosto quello dell’ascolto, quando nel giardino sentì una voce che gli diceva: “prendi e leggi”; egli prese il volume con le Lettere di San Paolo soffermandosi sul capitolo tredicesimo di quella ai Romani. Apparve così il Dio personale della Bibbia, capace di parlare all’uomo, di scendere a vivere con lui e di accompagnare il suo cammino nella storia, manifestandosi nel tempo dell’ascolto e della risposta. E tuttavia, questo incontro con il Dio della Parola non ha portato Sant’Agostino  a rifiutare la luce e la visione. Egli ha integrato ambedue le prospettive, guidato sempre dalla rivelazione dell’amore di Dio in Gesù. E così ha elaborato una filosofia della luce che accoglie in sé la reciprocità propria della parola e apre uno spazio alla libertà dello sguardo verso la luce» [ibid.].

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In Sant’Agostino l’ascolto della Parola di Dio nella fede è la preparazione e l’introduzione alla beata visione di Dio in cielo. Infatti egli è ben consapevole del fatto che quaggiù è possibile conoscere Dio solo indirettamente, per la mediazione delle creature, come dice San Paolo: «Ora vediamo come in uno specchio e in enigma, ma allora vedremo faccia a faccia» [I Cor 13,12].

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Il Sommo Pontefice Benedetto XVI, immagini d’archivio

Benedetto XVI e Francesco I s’incontrano, come è ovvio per due Papi, nel riconoscimento di questa funzione essenziale della ragione nell’acquisto della fede, gesto sommamente importante per la salvezza degli uomini del nostro tempo, smarriti nella ragione ancor prima che nella fede. E se Papa Benedetto insisteva tanto da teologo nel mettere in luce la ragione come base della fede, Papa Francesco, consapevole anch’egli dell’urgenza di ricostruire la dignità e i poteri della ragione,  a suo modo anch’egli opera per questo nobile fine, da un punto di vista di pastore e non di teologo, quando con tanta insistenza esalta i valori umani, tanto da suscitare fastidio se non scandalo in coloro che vorrebbero i suoi discorsi più intonati e più attenti ai valori dello spirito, del sacro, della religione e del soprannaturale.

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Ma già Pio XII, che non si può certo accusare di poca attenzione alla spiritualità, si era accorto della necessità di ripristinare l’umano come condizione per poter edificare il cristiano e il Beato Paolo VI sottolineava la necessità di far precedere all’evangelizzazione la promozione umana in un mondo che ha perduto la nozione della ragione e con ciò stesso la nozione dell’uomo, se è vero che l’uomo è l’animale ragionevole.

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Benedetto e Francesco si completano a vicenda

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Il Sommo Pontefice Benedetto XVI, immagini d’archivio

La cosa che è sotto gli occhi di tutti sono i buoni rapporti esterni e gli attestati di reciproca stima fra i due Papi, rapporti che essi hanno espresso pubblicamente in più occasioni; questa è già una buona base per affrontare e risolvere la questione di un certo contrasto ad una maggiore profondità. A mio modo di vedere Papa Francesco farebbe bene a raccogliere e far fruttare la ricca e preziosa eredità di Benedetto XVI, come ho cercato di mostrare in un mio recente articolo su L’Isola di Patmos. Papa Francesco ha voluto dare impulso alla riforma conciliare, ma forse che ciò non stava anche negli intenti di Benedetto? Solo che Benedetto era preoccupato di difendere il Concilio dall’interpretazione modernista rahneriana. Viceversa, il modo col quale Francesco esalta il Concilio fa sì che a volte egli dia l’impressione di avvicinarsi all’interpretazione modernista e lo si vede dal fatto che evita di evidenziare l’opposizione, della quale parlava Benedetto XVI tra continuità e rottura circa la questione del rapporto del Concilio con la tradizione. Sembra che per Francesco i problemi vengano soprattutto dal fariseismo, dal conservatorismo e dalla «rigidezza», mentre è troppo indulgente verso le ben più gravi deviazioni storiciste, relativiste, mutabiliste, sovversive e moderniste. Egli peraltro accentua una certa tendenza misericordista della pastorale conciliare, che Ratzinger aveva tentato di arginare.

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Occorrerebbe che i due Papi sapessero meglio sostenersi e completarsi a vicenda e collaborare meglio, nell’utilizzazione delle qualità proprie di ciascuno: Benedetto XVI può aiutare il Pontefice regnante insieme al Cardinale Gerhard L. Müller nella promozione e nella difesa della sana dottrina, correggendo l’ecumenismo opportunista, inconcludente e relativista del Cardinale Walter Kasper. A Papa Francesco, pertanto, resta tuttora il gravoso compito di adoperarsi per il raggiungimento dell’obbiettivo ultimo della Unitatis redintegratio, ancora disatteso dalla linea Kasper, obbiettivo che prevede, tolti «ostacoli» e «carenze», «l’accesso dei fratelli separati nella piena comunione con la Chiesa cattolica» [cf. n.3].

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Il Sommo Pontefice Benedetto XVI, immagini d’archivio

Così pure nel dialogo con l’Islam, occorre che Papa Francesco, fedele all’insegnamento conciliare sull’Islam della Nostra aetate, che evidenzia i punti di contatto della teologia islamica con quella cristiana, ai fine di offrire alla Chiesa una visione completa della teologia islamica, integri l’insegnamento conciliare con quello di Papa Benedetto espresso nella famosa lectio magistralis di Ratisbona, che evidenzia l’aspetto irrazionale e fatalistico del Dio coranico, cosa che Grillo dovrebbe tenere presente prima di accusare Benedetto di irrazionalismo [testo e video QUI e QUI].

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Nella vicenda della Fraternità Sacerdotale San Pio X, Papa Francesco ha mostrato benevolenza concedendo ai sacerdoti permessi di confessare e di celebrare matrimoni, ma resta ancora l’opposizione della Fraternità alle dottrine del Concilio segnalata da Benedetto XVI ed il giudizio di filo-protestantesimo dato dall’Arcivescovo Marcel Lefèbvre alla Messa novus ordo, cose che, come ha avvertito il predecessore del Pontefice regnante:  «impediscono alla Fraternità di essere in piena comunione con la Chiesa» [cf. QUI].

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Papa Francesco sopperisce e rimedia alla limitata sensibilità sociale di Papa Benedetto ― da lui umilmente riconosciuta ―, con la indefessa predicazione dell’apertura al prossimo, con l’enunciazione dei princìpi della giustizia sociale ed economica, con interventi concreti in questo campo, con la promozione della misericordia, della conversione, del perdono, della pace e della riconciliazione, riguardo alle grandi questioni umanitarie di come affrontare il degrado morale nelle famiglie e nella società, l’educazione dei giovani, l’opera di pacificazione da condurre fra belligeranti, la corruzione politica e dei costumi, l’opposizione ai fondamentalismi e al terrorismo, i problemi dell’alimentazione e della salute, quelli posti dalle disuguaglianze e sperequazioni economiche, lo sfruttamento del lavoro dei minori e delle donne, il dramma dell’immigrazione e il problema della sopravvivenza di immense masse umane prive del necessario, l’urgenza della cura e del rispetto della natura, il problema dei mutamenti climatici, con le relative conseguenze dannose nelle popolazioni povere.

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Il Sommo Pontefice Benedetto XVI, immagini d’archivio

Nella delicata questione della teologia della liberazione, il Cardinale Müller mette in luce con la citazione di alcune dichiarazioni di Gustavo Gutiérrez, gli elementi positivi di detta teologia, che l’allora Cardinale Joseph Ratzinger, come Capo della Congregazione per la dottrina della fede, aveva già evidenziato nell’Istruzione Libertatis nuntius del 1986. Dice il Cardinale Müller: «In un discorso tenuto a metà degli anni Novanta alla presenza del cardinale Ratzinger, Gustavo Gutiérrez sottolineò che «è importante che nel suo passo finale l’opzione per i poveri sia un’opzione per il Dio di quel regno annunciato da Gesù Cristo», e aggiunse: «il motivo ultimo per l’impegno a favore dei poveri e degli oppressi non risiede quindi in un’analisi della società, né nell’esperienza diretta che possiamo fare della povertà, e neanche nella nostra compassione umana. Tutte queste cose sono motivazioni utili, che senza dubbio giocano un ruolo importante nella nostra vita e nei nostri rapporti umani. Ciononostante, il nostro impegno di cristiani si fonda sulla fede nel Dio di Gesù Cristo. Si tratta di un’opzione teocentrica e profetica, che affonda le sue radici nella gratuità dell’amore di Dio, che la rende necessaria”» [2].

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È noto come Papa Francesco simpatizzi per gli aspetti positivi della teologia della liberazione, il che ovviamente non vuol dire che egli ignori il rischio che essa sia contaminata dal marxismo, segnalato dalla Congregazione per la dottrina della fede nell’Istruzione su alcuni aspetti della “teologia della liberazione” del 1984 [vedere testo QUI].

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Il Sommo Pontefice Benedetto XVI, immagini d’archivio

La pubblicazione dell’Amoris laetitia ha fatto pensare ad alcuni un contrasto fra il Magistero di Papa Francesco e quello di Papa Benedetto, con particolare rifermento al permesso della Comunione ai divorziati risposati. Come ho spiegato più volte su L’Isola di Patmos, l’eventualità che Francesco conceda in casi speciali, come quelli indicati dal Cardinale Francesco Coccopalmerio, il detto permesso, rientra nella sua facoltà di disciplinare l’amministrazione dei Sacramenti, per cui resta salva la continuità magisteriale fra i due Papi in campo dogmatico, come del resto diversamente non potrebbe essere. Piuttosto, coloro che creano confusione in questo campo col loro storicismo situazionista e relativista sono il Cardinale Kasper e il Grillo. Vero interprete del documento papale, indicato dallo stesso Pontefice, è invece il Cardinale Christoph  Schönborn.

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Il maggior successo di popolo che Papa Francesco ottiene nei suoi viaggi rispetto a Papa Benedetto non è tanto dovuto a una migliore evangelizzazione o ad una proposta cristiana più elevata, quanto ad una maggiore attenzione agli aspetti antropologici e sociali. L’elevato numero di non credenti o di ex nemici della Chiesa, che rimangono tali, ma che tessono lodi sperticate a Papa Francesco non sembra per lo più motivato dal fatto che esse vedono maggiormente in lui l’uomo di Dio o il testimone del regno di Dio o forse il Vicario di Cristo, ma sembra in parte influenzato e frastornato dai potenti mass-media controllati dalla massoneria, che presentano abilmente al pubblico un Papa liberazionista, modernista, populista, filo-luterano e misericordista, lassista e permissivo. Tutti difetti che il Santo Padre sembrerebbe avere, ma che in realtà non ha, perché la cosa sarebbe troppo grave, benché il suo linguaggio non sempre chiaro, l’imprudenza di certe sue scelte pastorali, la durezza di certi sui interventi che sanno di autoritarismo, la parzialità di certi giudizi che dividono anziché unire, e l’ambiguità della sua condotta morale, che sa di opportunismo, sembrino favorire questa interpretazione.

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Il Sommo Pontefice Benedetto XVI, immagini d’archivio

Il successo popolare non è sempre segno che il predicatore ha annunciato il Vangelo nella sua integralità scandalosa e irritante per il mondo. Se il predicatore piace al mondo, non è detto che sia un buon segno. Il messaggio evangelico, per la verità, si pone a due livelli contenutistici, che appaiono chiaramente dall’esempio stesso di Gesù: uno, attinente ai bisogni e ai diritti dell’uomo, soprattutto dei poveri, dei sofferenti e degli oppressi. Gesù infatti inizia la sua predicazione chiamando alla conversione ed esortando alle buone opere, ed annunciando la prossima venuta del regno di Dio, regno di misericordia, di perdono, di libertà, di giustizia e di pace, e compiendo miracoli. Le folle, comprensibilmente, sono molto soddisfatte per un simile benefattore e accorrono a frotte dal Signore, tessendone le lodi. Ma poi Gesù, a un certo punto, dopo essersi reso credibile con queste opere di carità e di misericordia ed insegnamenti di comune saggezza umana, passa ad annunciare il cuore del messaggio evangelico, che è il mistero della croce e sono i misteri propri della salvezza e della vita eterna, apparentemente ostici alla ragione ed agli interessi umani, ma in realtà sorgenti della vera  beatitudine, come per esempio, quando parla dell’Eucaristia [cf. Gv 6] o annuncia a Pietro la sua passione, per non parlare di quando annuncia di essere il Messia Figlio di Dio giudice dei vivi e dei morti. È a questo punto che le folle si diradano, Gesù resta solo ed incontra un’opposizione tale, che Lo condurrà alla croce.

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Papa Francesco si è fermato finora soprattutto al primo livello e ha fatto del bene. Ma i buoni cattolici e veri evangelizzatori, e non le masse manovrate dai furbi e gli adulatori del Papa, attendono che egli passi al secondo livello di predicazione, dando egli l’impressione di indugiare troppo sul primo, quasi per rispetto umano o per timore delle minacce dell’opposizione che viene dal mondo, oggi soprattutto dalla massoneria, penetrata nella Chiesa, sin dall’epoca del Beato Paolo VI, per mezzo dei modernisti e dei rahneriani. Certo, il Papa avrà sotto gli occhi quello che è successo a Benedetto per aver annunciato Cristo Crocifisso, soprattutto nella sua bellissima e dottissima trilogia cristologica. Francesco va molto cauto per non tirarsi addosso l’aggressione dei modernisti, dei rahneriani, dei comunisti, dei  luterani e degli islamici. Egli cerca ogni possibile punto di contatto e di dialogo; e questo va bene. Ma a volte ha delle espressioni a doppio senso, che possono avere un senso ortodosso, ma anche eterodosso, quindi facilmente strumentalizzabile dai nemici della Chiesa. E questo difetto, atto a generare equivoci, difetto che gli è stato più volte rimproverato da molti, anche da buoni Cardinali, non va bene; quindi è necessario che si corregga. Inoltre, Francesco non potrà tacere all’infinito circa gli errori dei nemici della Chiesa. E poi, secondo me, farebbe bene a mettere in maggior luce quella che è la sostanza originale del Vangelo, della quale parla troppo poco. Chiediamo allo Spirito Santo e all’intercessione della Madonna che ottengano a Papa Francesco la forza di resistere a questi nemici e di vincerli.

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Come e perché si è giunti a questa situazione? E come si può uscire?

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Il Sommo Pontefice Benedetto XVI, immagini d’archivio

Quello che semmai potremmo chiederci è come mai e a causa di quali eventi o per quali motivi la Chiesa si trova oggi ad avere contemporaneamente due Papi e come potrebbero e dovrebbero essere considerati e regolati i rapporti fra di loro. I recenti interventi di Andrea Grillo in merito, danno l’impressione, come si suol dire, di un elefante entrato in un negozio di cristalli. Non si potrebbe infatti immaginare nulla di più grossolano ed offensivo nei confronti di Benedetto XVI, né di smaccatamente adulatorio e cortigiano nei confronti di Papa Francesco. È evidente l’incapacità del Grillo di mitigare, come dovrebbe, l’indubbio benché non grave contrasto esistente fra la pastorale elitaria ratzingeriana e quella populista bergogliana. Occorre invece con ogni mezzo operare per favorire la collaborazione fra i due Papi per il bene della Chiesa.

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Il Sommo Pontefice Benedetto XVI, immagini d’archivio

C’è peraltro da notare che dall’epoca del Beato Paolo VI ha cominciato ad apparir sempre più chiaro, fino a giungere all’evidenza palmare dei nostri giorni, che il papato è oggetto, da parte della massoneria, di una sistematica operazione di accerchiamento ed isolamento dal resto della Chiesa, tesa a conservare l’istituto tributandogli apparente ossequio, ma in realtà rendendone inoperante l’azione di  governo, al fine di svuotarlo del suo valore proprio, voluto da Cristo, per svilirlo ad una semplice funzione simbolica o di rappresentanza, sul tipo della monarchia britannica o della presidenza dell’O.N.U o dei patriarcati ortodossi o dei pastori protestanti, mentre il governo effettivo della Chiesa verrebbe affidato a un gruppo di potere modernista, longa manus della massoneria, sorto all’interno dell’episcopato e del collegio cardinalizio. E lo strumento teologico del quale la massoneria si è servita e si serve per condurre questa operazione, è la teologia di Rahner, la quale, spacciata per teologia del Concilio Vaticano II, grazie a una metodica perseveranza ed ad un’ottima organizzazione, lautamente finanziata dalla massoneria, è stata fatta penetrare subdolamente negli istituti educativi della Chiesa, senza che il papato sia riuscito ad impedirlo, così da ottenere un episcopato e un cardinalato rahneriano, soggetto non al papato, ma alla massoneria. Questa colossale operazione diabolica, oggi come oggi, è in gran parte riuscita. È sorta così una Chiesa massonica ― la Chiesa modernista ― all’interno della Chiesa cattolica. Alcuni la chiamano «neochiesa». Usiamo allora l’espressione giusta: è una falsa chiesa.

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A proposito di Rahner, alcuni potrebbero ricordarmi che in fin dei conti Ratzinger e Rahner collaborarono assieme nei lavori del Concilio Vaticano II. È  vero. Ma quando Ratzinger fu eletto al Sacro Soglio, molta acqua era passata sotto i ponti. Infatti, come narra lo stesso Ratzinger nella detta intervista a Seewald, e come risulta dalla storia della teologia post-conciliare, finito il Concilio, Ratzinger si accorse che Rahner, sotto la maschera del progressista ― nel che non c’è nulla di male ― in realtà era un modernista,  il che è chiaramente eresia. A quel punto, Ratzinger, che intendeva mantenersi fedele al magistero della Chiesa, cominciò non solo a prendere le distanze da Rahner, ma ad attaccarlo severamente, come meritava. Per tutta risposta, Rahner e compagni kunghiani mossero guerra contro Ratzinger, una guerra che tuttora è in corso.

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San Giovanni Paolo II, dal canto suo premiò il coraggio dell’Arcivescovo Joseph Ratzinger facendolo nel 1981 Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. Il conclave del 2005 lo premiò ulteriormente con la sua elezione a Sommo Pontefice. Ma intanto, i potentissimi rahneriani che erano penetrati nel sacro collegio, riuscirono a ottenere il favore dei filo-rahneriani, per cui capovolsero da favorevole a sfavorevole l’orientamento nei confronti di Benedetto. Così è giunto l’atto di rinuncia di Benedetto XVI, dopo che lo si era spinto in una situazione insostenibile. Poco dopo Benedetto XVI è stato succeduto da Papa Francesco, che nella mente dei rahneriani doveva essere un loro docile strumento da manovrare a piacere. Ma non hanno fatto bene i conti. Si sono lasciati sfuggire il fatto che Papa Francesco, pur con tutti i suoi limiti umani, è Vicario di Cristo. Per questo Papa Francesco terrà saldo il timone della Chiesa, nonostante la sua apparente manovrabilità.

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Il libero atto di rinuncia di Papa Benedetto, avvenuto com’egli stesso ha dichiarato in piena libertà e senza alcuna coartazione, si spiega dunque come volontà di non prestarsi a questa abbietta operazione, di non cedere a questa imposizione e nel contempo suppongono la convinzione di non riuscire a farvi fronte. Chi si trova a combattere contro un nemico troppo forte, si arrende, rifiutando di cedere alle sue richieste o di aderire o di aver parte alle sue intenzioni malvagie e di lasciarsi usare da lui. Questa è stata la scelta di Benedetto, dettata da piena e cosciente libertà. Tuttavia in questa scelta c’è un aspetto lodevole e un aspetto riprovevole. L’aspetto lodevole, in quanto, da finissimo teologo qual era, Ratzinger conosceva bene l’inganno e la seduzione del modernismo, per cui rifiutò assolutamente di farsene complice. L’aspetto riprovevole, in quanto Benedetto ragionò troppo in termini umani, pensò eccessivamente alla sua debolezza umana ― come risulta dal motivo ufficiale del suo atto di rinuncia – e troppo poco in termini di fede, ossia pensò troppo poco alla forza soprannaturale del carisma di Pietro.

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il Sommo Pontefice Benedetto XVI durante la lettura ufficiale del proprio atto di rinuncia alla Cattedra di Pietro – Per aprire il video del CTV cliccare sopra l’immagine.

Forse che nei secoli precedenti molti Romani Pontefici non si erano trovati in situazioni simili? Eppure non hanno fatto atto di rinuncia, hanno resistito fino all’ultimo ed alcuni hanno affrontato il martirio. Il capo di un’azienda non possiede un carisma divino che gli permette di restare sempre al suo posto, ma il Capo della Chiesa sì, lo possiede per la promessa e la volontà di Cristo che lo assiste attraverso l’opera e le azioni di grazia dello Spirito Santo [cf. Lc 22, 31-34; Gv 20, 19-29]. Benedetto XVI, comunque, non ce l’ha fatta. Difficile sapere se per limiti oggettivi insuperabili, indipendenti dalla sua volontà, per umiltà o per mancanza di coraggio e fede nel carisma di Pietro. Lasciamo a Dio il giudizio sulla sua coscienza e sulle sue responsabilità. Ma il fatto in se stesso resterà alla storia. Benedetto ci è stato di esempio di fedeltà alla dottrina, ma non di esempio nel coraggio.

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discorso di congedo del Sommo Pontefice Benedetto XVI dai Padri Cardinali – per aprire il video cliccare sopra l’immagine

Papa Benedetto ha fatto atto di rinuncia perché si è accorto di essere tradito persino dai suoi intimi collaboratori, come apparve chiaro nella vicenda di Paolo Gabriele. E poiché la croce si stava facendo troppo pesante, non se la è sentita di continuare a lavorare con collaboratori infidi. «Il Papa», dice Benedetto [3], «incontra quotidianamente la croce […] Se un Papa ricevesse solo gli applausi, si dovrebbe chiedersi se non stia facendo qualcosa di sbagliato […] Il Papa sarà sempre segno di contraddizione, … ma ciò non significa che deve morire sotto la mannaia». Non gli è proibito sottrarsi a un carico troppo pesante. Benedetto si è trovato a un certo punto circondato da collaboratori infidi, modernisti e rahneriani. E si è accorto che in quelle condizioni non era più in grado di governare la Chiesa, ostacolato da chi maggiormente doveva aiutarlo.

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Papa Francesco, dal canto suo, carattere più energico e coriaceo, consapevole del fatto che la Chiesa deve pur avere una guida, benché consapevole della situazione, si è messo con fiducia nelle mani dello Spirito Santo, avviando un’azione difficilissima, con la quale da una parte salva l’essenziale del ministero petrino; ma dall’altra deve cedere su punti secondari per evitare il peggio. Ma egli ha già detto che, per amore di Cristo, è pronto ad affrontare il martirio.

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il Successore eletto al Sacro Soglio di Pietro, il Sommo Pontefice Francesco I

Intanto l’operazione dei massoni e dei Giuda è giunta a tal punto di maturazione, che, dopo decenni di scalata al potere, e di cedimento del papato, ormai sono giunti nelle immediate vicinanze del trono di Pietro, all’interno della stessa Segreteria di Stato. La pentola è pronta. Manca il coperchio. Ma questo non ci sarà mai, giacché, come dice il proverbio, il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi. La vera Chiesa resisterà, sotto la guida del Papa, nonostante l’opera che attualmente la massoneria sta tentando per convincerlo, tra adulazioni e minacce, circondandolo di falsi collaboratori, a cedere alla sua concezione del papato non come guida della Chiesa ma semplicemente come rappresentante ed espressione della collegialità dei credenti.

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un incontro di cui non si aveva memoria, anche se nella storia della Chiesa, in pochissimi e rarissimi casi, vi sono state rinunce al Sacro Soglio di Pietro: l’incontro tra il Predecessore e il Successore.

Siccome Dio vuol tutti salvi e dà a tutti i mezzi per salvarsi, dobbiamo, tutti insieme col Santo Padre, aver più fiducia, come sempre la Chiesa ha avuto fiducia, di poter condurre, sotto l’impulso dello Spirito Santo, con la predicazione e il buon esempio, tutti i popoli della terra alla Chiesa cattolica, quale che sia la cultura o religione alla quale appartengono. Questo è il senso della Evangelii Gaudium, in linea con la spinta evangelizzatrice del Concilio e di tutti i Papi del post-concilio. In particolare, contro il buonismo di oggi, che è una vera e propria droga dello spirito, e per un’autentica concezione della misericordia, sulla quale tanto insiste il Papa, occorre ricordare che la predicazione della misericordia e della confidenza in Dio dev’essere bensì accompagnata dall’amore per il peccatore, ma nel contempo dall’odio per il peccato, e quindi dall’avvertimento che Dio punisce il peccato, per cui deve suscitare il timor di Dio e la volontà assoluta di non offenderLo. In questo modo la Chiesa, suscitando nei cuori il senso della loro responsabilità davanti a Dio, tornerà a proporre in maniera persuasiva la vera via del Vangelo e della santificazione degli uomini, liberandosi da un falso misericordismo che la conduce alla rovina.

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Varazze, 12 giugno 2017

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LA RISPOSTA DEL PREFETTO DELLA CONGREGAZIONE PER IL CULTO DIVINO E LA DISCIPLINA DEI SACRAMENTI, CARDINALE ROBERT SARAH, NON SI È FATTA ATTENDERE A LUNGO:

 

«Prego devotamente per coloro che hanno il tempo e la pazienza di leggere attentamente questo volume [La forza del silenzio, vedere QUI]: che Dio li aiuti a dimenticare la volgarità e la bassezza usate da alcune persone quando si riferiscono alla “Prefazione” e al suo autore, Papa Benedetto XVI. L’arroganza, la violenza del linguaggio, la mancanza di rispetto e il disprezzo inumano per Benedetto XVI sono diabolici e coprono la Chiesa con un manto di tristezza e di vergogna. Queste persone demoliscono la Chiesa e la Sua profonda natura. Il Cristiano non combatte contro nessuno. Il Cristiano non ha nemici da sconfiggere» [vedere in La Nuova Bussola Quotidiana, QUI].

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NOTE

[1] Benedetto XVI, Ultime conversazioni, Garzanti, Milano 2016, p.39.

[2] G.L.Müller, Benedetto&Francesco Successori di Pietro al servizio della Chiesa, Edizioni ARES, 2016, pp.84-85.

[3] Ultime conversazioni, op.cit., p.36.

 

 

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2017/06/cavalcoli56.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Giovanni https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Giovanni2017-06-12 23:59:332021-08-26 13:56:39il rapporto tra Papa Benedetto e Papa Francesco, e l’arroganza di Andrea Grillo …

Nota chiarificatrice circa alcune parole ambigue del Santo Padre: l’uomo ha bisogno di Dio, ma Dio non ha bisogno dell’uomo

8 Giugno 2017/26 Commenti/in Attualità/da Redazione

  ― aiutiamo il Santo Padre con filiale chiarezza ―

 

NOTA CHIARIFICATRICE CIRCA ALCUNE PAROLE AMBIGUE DEL SANTO PADRE: L’UOMO HA BISOGNO DI DIO, MA DIO NON HA BISOGNO DELL’UOMO

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Non possiamo assolutamente neppure sospettare che il Santo Padre abbia inteso cose del genere, benché il suo modo di esprimersi non sia stato dei più felici, ed avrebbe necessitato, a nostro avviso, almeno di qualche precisazione. Inoltre, il Santo Padre non avrebbe fatto male a mettere in guardia dal rischio di un’interpretazione che porta al panteismo e all’ateismo, oggi molto diffusi.

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Autori
Giovanni Cavalcoli O.P. – Ariel S. Levi di Gualdo

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Se avessi fame, a te non lo direi [Sal 50,12]

Dov’eri tu quando Io ponevo le fondamenta della terra? [Gb 38,4]

A chi ha chiesto consiglio, perché Lo istruisse? [Is 40,14]

 

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Udienza del 7 giugno 2017 – per aprire il video cliccare sopra l’immagine

Nell’udienza generale del 7 giugno, il Santo Padre ha pronunciato le seguenti parole:

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«[…] il Vangelo di Gesù Cristo ci rivela che Dio non può stare senza di noi: Lui non sarà mai un Dio “senza l’uomo”; è Lui che non può stare senza di noi, e questo è un mistero grande! Dio non può essere Dio senza l’uomo: grande mistero è questo! E questa certezza è la sorgente della nostra speranza, che troviamo custodita in tutte le invocazioni del Padre nostro» [testo ufficiale QUI].

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Queste parole potrebbero a tutta prima farci venire in mente la famosa tesi di Hegel: «Dio senza il mondo non è Dio». Se così veramente fosse, sarebbe un’affermazione gravissima, gravida di conseguenze disastrose sul piano teologico e su quello morale, giacché è chiaro che Dio è del tutto sufficiente a Se stesso e può esistere benissimo anche senza l’uomo. E difatti, Egli, esisteva già perfetto, beato e completo da solo e da Sé, dall’eternità, prima che creasse il mondo. Egli è perfezione suprema, infinita ed assoluta. Nulla Gli si può aggiungere. Nulla Gli manca. Nulla Gli si può donare. Ciò che Gli doniamo sono quei doni che ha dato a noi. Da nulla la sua essenza può essere completata, neppure dalle creature più sublimi. Dio è l’assolutamente Necessario, mentre l’uomo è contingente creatura. Egli è di per Sé Tutto; le creature di per sé sono nulla e, tutto ciò che la creatura è, lo è da Dio.

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Egli certo è Amore per essenza, ha dato suo Figlio per la nostra salvezza, ma resta sempre che avrebbe potuto benissimo non esercitare questo amore verso il mondo, perché, se avesse voluto, avrebbe anche potuto non crearlo.

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Dio ha creato il mondo per puro amore e con un atto di liberissimo consiglio ― liberrimo consilio ―, come dice il Concilio Vaticano I, lo ha creato per puro e gratuito amore, senza essere assolutamente necessitato dalla struttura della sua essenza, così come invece operano gli agenti fisici subumani.

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Pensare che Dio, per esistere, abbia bisogno del contributo fattivo o ideale dell’uomo, perché da solo non ce la fa, conduce l’uomo a credere di poter essere indispensabile a Dio e di plasmare l’essenza di Dio, per cui Dio diventa un idolo, «opera delle mani dell’uomo» [Sal 135, 15], prodotto del pensiero umano, come nell’idealismo. Da qui la tentazione dell’uomo di credersi un dio o di identificarsi con Dio o di sostituirsi a Dio. O per dirla in altre parole: se l’uomo non ci fosse, Dio non ci sarebbe.

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Nella letteratura della spiritualità degli ebrei askenaziti, alcuni rabbanim [rabbini] narrano che «Dio aveva talmente bisogno di essere amato e onorato, che ad un certo punto decise di creare l’uomo a propria immagine e somiglianza, affinché l’uomo lo amasse e lo onorasse». Si tratta, naturalmente, di un’espressione del tutto poetica. Anche se come sappiamo, in teologia, ed in specie nella teologia dogmatica, le licenze poetiche, per quanto belle, ed a volte pure efficaci a rendere l’idea, possono essere non di rado pericolose, se non spiegate, ma soprattutto se non spiegate bene e come tali, ossia come licenze poetiche.

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Ora, non possiamo assolutamente neppure sospettare che il Santo Padre abbia inteso cose del genere, benché il suo modo di esprimersi non sia stato dei più felici, ed avrebbe necessitato, a nostro avviso, almeno di qualche precisazione. Inoltre, il Santo Padre, non avrebbe fatto male a mettere in guardia dal rischio di un’interpretazione che porta al panteismo e all’ateismo, oggi entrambi molto diffusi.

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Le parole del Santo Padre possono essere quindi intese in un senso mistico-affettivo-operativo ed inoltre come riferite al mistero dell’Incarnazione, in tre modi:

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primo, in un senso mistico-affettivo: è come il linguaggio degli innamorati, come quando l’innamorato dice alla sua amata «senza di te non posso stare». O come quando l’uno dice all’altra o viceversa: «io ti adoro». Parola che rende l’idea di ciò che si vuol dire a livello di profonda espressione affettiva, ma che nel linguaggio teologico ha un significato e soprattutto una “applicazione” ben precisa, perché solo Dio può essere oggetto di adorazione, salvo correre in caso contrario il serio rischio di cadere nell’idolatria.

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Secondo, in Cristo Dio ha in certo modo voluto aver bisogno dell’uomo. Lo mostra Cristo che chiede da bere alla samaritana [cf. Gv 4, 1-26], ed ancor più lo mostra la sua richiesta di collaborazione all’opera della salvezza, benché poi la nostra libera risposta sia dono della sua misericordia.

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Terzo, le parole del Santo Padre vanno intese come riferite al mistero dell’Incarnazione: Dio si è unito in Cristo per sempre all’uomo, e nulla potrà mai scindere questa unione. L’unione dunque di Dio con l’uomo in Cristo è però una necessità di fatto, non di diritto. Se la concepissimo come fusione delle due nature umana e divina, cadremmo nell’eresia cristologica contraria al dogma della distinzione delle due nature del Concilio di Calcedonia.

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Questa consapevolezza, ci dice il Santo Padre, che Dio in Cristo Si è legato per sempre all’uomo, è certo sorgente per noi di grande confidenza nel Padre, di consolazione e di speranza, che tuttavia non deve eccedere in una falsa certezza di salvarci in ogni caso e senza condizioni, annullando un santo timor di Dio, perché resta sempre in ciascuno di noi la responsabilità di corrispondere o meno a tanto amore, perché, se ci sottraessimo col peccato, a nulla ci servirebbe l’opera della redenzione. Ricordiamo infatti le famose parole di Sant’Agostino: « Colui che ti ha creato senza di te, non ti salva senza di te ».

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da L’Isola di Patmos, 8 giugno 2017

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Cari Lettori,

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dopo la preannunciata parentesi di cui vi abbiamo informati il 19 maggio [vedere nota QUI], siamo tornati a lavoro su L’Isola di Patmos. Durante il soggiorno presso il Convento di Padre Giovanni Cavalcoli abbiamo registrato numerose video-lezioni attualmente in fase di montaggio, a breve saranno pubblicate per tutti voi sul  nostro canale.

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Varazze 2

i Padri de L’Isola di Patmos a lavoro durante le riprese video effettuate nel Convento San Domenico di Varazze (Savona)

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2017/06/Giovanni-e-Ariel-miniatura-isola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Redazione https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Redazione2017-06-08 17:25:082021-04-26 17:10:52Nota chiarificatrice circa alcune parole ambigue del Santo Padre: l’uomo ha bisogno di Dio, ma Dio non ha bisogno dell’uomo

Massimalismo ed eroismo. L’opportunismo di Andrea Grillo che tenta di giocare tra “Amoris Laetitia” e “Veritatis Splendor”. Con appendice postuma sul caso dell’Arcivescovo Luigi Negri

24 Maggio 2017/1 Commento/in Attualità/da Padre Giovanni

— difendere il Santo Padre dai falsi amici —

MASSIMALISMO ED EROISMO. L’OPPORTUNISMO DI ANDREA GRILLO CHE TENTA DI GIOCARE TRA AMORIS LAETITIA E VERITATIS SPLENDOR. CON APPENDICE POSTUMA SUL CASO DELL’ARCIVESCOVO LUIGI NEGRI

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Le idee morali di Andrea Grillo producono dei Don Abbondio, pronti ad obbedire al primo briccone che capita, dei furbi che vogliono farla franca a poco prezzo e con l’aurea del profeta, dei giullari di corte o degli adulatori del padrone che li paga bene, dei machiavellici al servizio del dittatore, degli opportunisti spinti dal vento che tira, dei Talleyrand che stanno sempre a galla, abili nel salvare la pelle in ogni circostanza, dei pavidi pronti ad inginocchiarsi fino a terra ed a baciare i piedi del primo prepotente che fa la voce grossa. Pertanto, certe idee e modi di agire, non producono il volo dell’aquila, ma lo starnazzare della gallina nel pollaio.

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Autore
Giovanni Cavalcoli, O.P.

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Ti scongiuro di conservare senza macchia e irreprensibile il comandamento fino alla manifestazione del Signore Nostro Gesù Cristo [I Tm 6,14]

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Giovanni Cafarra

Giovanni Cavalcoli nel convento domenicano di Bologna con il Cardinale Carlo Caffarra in occasione dell’apertura della fase diocesana del processo di beatificazione del teologo domenicano Tomas Tyn

Andrea Grillo è intervenuto il 3 maggio scorso sul suo sito Rivista Europea di Cultura con un breve articolo intitolato «Amoris Laetitia: Oltre Veritatis Splendor, ovvero al di qua del massimalismo morale» [cf. testo leggibile QUI]», nel quale vede nell’Amoris Laetitia un contrasto, anzi un approccio alla questione del rapporto fra legge morale e circostanze dell’atto morale, «che non sarebbe esagerato definire “diametralmente opposto”» rispetto alla Veritatis Splendor di San Giovanni Paolo II, che secondo lui sarebbe inficiata di «massimalismo», «razionalismo» e disprezzo per la «tradizione», mentre l’Amoris Laetitia, «realizza con grande forza e con vera profezia un recupero della tradizione», per cui essa «elabora, nel cap. VIII, una comprensione delle “ferite della famiglia” in cui si propone una relazione tra “norme” e “discernimento” che recupera una antica sapienza ecclesiale, rispetto a cui una “morale fredda da scrivania” [cf. Amoris laetitia, 312] aveva preteso di prendere le distanze in modo drastico e massimalistico».

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Questa contrapposizione fatta da Grillo fra questi due grandi documenti pontifici è del tutto falsa e sofistica, calunniosa verso San Giovanni Paolo II e smaccatamente  adulatoria nei confronti di Papa Francesco, secondo un riprovevole costume che si è diffuso fra gli adulatori modernisti del Pontefice regnante, come per esempio anche Enzo Bianchi. Semmai si deve dire che i due documenti si completano e si illuminano a vicenda, poiché mentre l’Enciclica di Giovanni Paolo II si ferma di più su alcuni princìpi di fondo della teologia morale, l’Esortazione apostolica di Papa Francesco prende in maggiore considerazione le condizioni, le circostanze e le modalità, nelle quali il soggetto agente deve applicare, nel caso della vita matrimoniale, la legge morale.

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Come sciocca è l’accusa fatta da alcuni al Papa di relativizzare la legge morale, o di mettere in dubbio l’indissolubilità del matrimonio o addirittura la sacralità dell’Eucaristia, quasi a favorire il lassismo morale, altrettanto sciocca è l’accusa fatta da Grillo a un Santo Pontefice, espertissimo nella cura pastorale, di “massimalismo” morale, ossia di astrattezza, rigidezza, eccessive esigenze, troppa severità e scarsa comprensione delle debolezze umane, quasi chè mancasse di misericordia e di senso delle circostanze.

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Non c’è dubbio che non solo per il Santo Pontefice Giovanni Paolo II, ma anche per il Santo Padre Francesco l’adulterio è un intrinsece malum, giacché questo concetto, come risulta chiaramente dalla Veritatis Splendor, è necessariamente connesso con le parole di Cristo stesso sull’indissolubilità del matrimonio e la proibizione dell’adulterio.

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Diverso però è il caso dell’adulterio e dello scioglimento del matrimonio. L’adulterio è sempre proibito senza eccezioni. Nel secondo caso, invece ― a parte la legge mosaica in merito mutata da Cristo ―, San Paolo dà il permesso al coniuge credente, la cui fede è messa in pericolo dal coniuge non-credente, di lasciarlo, sicché il matrimonio viene sciolto. È il cosiddetto privilegio paolino. Così troviamo scritto nel Dizionario di Teologia Morale diretto dal Cardinale Francesco Roberti [1], alla  voce privilegio paolino: «Il cosiddetto privilegio paolino è contenuto in I Cor  7, 11-16. […] Per esso può sciogliersi solo il matrimonio legittimo, anche consumato, cioè quello contratto da due non battezzati, se uno di essi si converta alla religione cristiana. Non si applica al matrimonio tra un battezzato e un infedele, contratto previa dispensa dall’impedimento della disparità di culto».

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Qui abbiamo un valore sacro – il vincolo matrimoniale ―, al quale in due modi differenti si oppone un certo atto umano. Ma quale abissale differenza nell’uno nell’altro caso! L’adulterio è un atto privato col quale l’uomo compie un grave peccato contro l’indissolubilità e la sacralità del matrimonio, per cui il vincolo resta intatto. Lo scioglimento del vincolo è atto pubblico della legittima autorità ecclesiastica, autorizzata dalla dottrina di San Paolo.

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Qui vediamo che differenza c’è, riguardo alla disciplina del sacramento del matrimonio, fra l’istituzione divina (volontà di Cristo) e il potere dell’autorità giuridica della Chiesa (“potere delle chiavi”). Mentre Cristo non concede alla Chiesa e quindi alla morale da essa insegnata — con buona pace di Grillo — di fare eccezioni alla proibizione dell’adulterio e del divorzio, ha concesso alla Chiesa, per il tramite di San Paolo, la facoltà, in certi casi, di sciogliere il vincolo coniugale.

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Un gioco sleale

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Grillo gioca slealmente sull’inveterato equivoco idealista, che dà il primato del soggetto sull’oggetto, intendendo per  soggetto la coscienza come la intende Cartesio, ossia non come regolata dalla verità, ma come regola della verità, non come pensiero che mediante l’idea si adegua al reale, ma come reale o essere (sum) dedotto dal pensiero (cogito) o dall’idea, per cui la verità per Cartesio non è ciò che esiste realmente davanti a me (obiectum), indipendentemente da me (semmai dipendente da Dio), ma ciò che io (subiectum, “soggetto”) decido essere la verità e la realtà. Ora, bisogna dire che è vero che se io penso, vuol dire che esisto, ma è ancor più vero che per poter pensare, devo prima esistere. Da qui il primato dell’essere sul pensiero e quindi sulla coscienza. La dissoluzione dell’essere nel pensiero e nella coscienza soggettiva è la follia dell’idealismo, produttrice di solipsismo metafisico, soggettivismo teoretico, relativismo e corruzione morali, disturbi emotivi, patologie allucinatorie o autistiche, illusioni a non finire.

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Questo principio, portato alle sue estreme conseguenze ha prodotto l’identificazione hegeliana e gentiliana dell’essere col pensiero. È questo il soggetto moderno che piace a Grillo e che egli senza accorgersene ha messo al posto di Dio, giacché è solo Dio, è solo l’Autocoscienza divina, che è regola dell’essere, della verità e della nostra coscienza.

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È chiaro che se per soggetto, secondo il linguaggio idealista, si intende il mondo dello spirito o la coscienza, mentre l’oggetto sono le cose materiali esterne, si ha il primato del soggetto, ossia dello spirito, sull’oggetto, cioè sulla materia. Ma se per soggetto, secondo il linguaggio realista, si intende il pensiero e per  oggetto si intende il reale, qui è il pensiero che deve adeguarsi al reale. Ma occorre dire che la coscienza non va intesa come fonte assoluta della verità, ma come obbligo morale di accogliere la verità. Invece, quello che Grillo chiama «soggetto moderno», non è altro che il concetto modernista della coscienza, per il quale Padre Arturo Sosa parla di «primato della coscienza», dimenticando, come ho dimostrato in un mio precedente articolo a lui dedicato, che la coscienza non ha nessun primato né nell’ambito del sapere, dove il primato va all’intuizione della realtà, nè tanto meno nell’ambito dell’essere, dove  il primato va alla verità dell’essere, regola oggettiva della verità della coscienza.

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Confronto tra Veritatis Splendor e Amoris Laetitia.

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 Quindi, se da una parte ha ragione Papa Francesco nel sostenere che:

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  1. «È vero che le norme generali presentano un bene che non si deve mai disattendere né trascurare, ma nella loro formulazione non possono abbracciare assolutamente tutte le situazioni particolari» [Amoris Laetitia 304]. Il che non nega affatto l’esistenza di valori irrinunciabili, ossia l’intrinsece bonum o bonum honestum, e neppure significa che il fatto che il legislatore ignori tutti i casi possibili ammetta la possibilità di casi nei quali si possa fare eccezione alla legge.

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  1. «La Chiesa possiede una solida riflessione circa i condizionamenti e le circostanze attenuanti. Per questo non è più possibile dire che tutti coloro che si trovano in qualche situazione cosiddetta “irregolare” vivano in stato di peccato mortale, privi della grazia santificante» [Amoris Laetitia 301]. È possibile l’alternanza di periodi nei quali essi sono in grazia a periodi nei quali sono in peccato, privi della grazia.

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  1. «È possibile che entro una situazione oggettiva di peccato – che non sia soggettivamente colpevole o che non lo sia in modo pieno – si possa vivere in grazia di Dio, si possa amare, e si possa anche crescere nella vita di grazia e di carità, ricevendo a tale scopo l’aiuto della Chiesa» [Amoris Laetitia 305].

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  1. «Bisogna accompagnare con misericordia e pazienza le possibili tappe di crescita delle persone che si vanno costruendo giorno per giorno, lasciando spazio alla misericordia del Signore che ci stimola a fare il bene possibile […] Gesù vuole una Chiesa attenta al bene che lo Spirito sparge in mezzo alla fragilità: una Madre che, nel momento stesso in cui esprime chiaramente un suo insegnamento obiettivo, non rinuncia al bene possibile, benché corra il rischio di sporcarsi con il fango della strada» [Amoris Laetitia, 308]. È chiaro che l’uso dell’accompagnamento, della misericordia, della comprensione, della tolleranza e della pazienza, in certe circostanze non esclude, in altre circostanze, lo stimolo, l’incitamento, l’ammonimento, il richiamo, il rimprovero e l’avvertimento.

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Dall’altra parte ha fatto bene San Giovanni Paolo II a ricordare che:

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  1. «Si danno degli oggetti dell’atto umano che si configurano come “non ordinabili a Dio”, perché contraddicono radicalmente il bene della persona, fatta a sua immagine» [Veritatis Splendor, 80].

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  1. Nella tradizione morale della Chiesa gli atti umani che si orientano a tali oggetti «sono denominati intrinsecamente cattivi (intrinsece malum): lo sono sempre e per sé, ossia per il loro stesso oggetto, indipendentemente dalle ulteriori intenzioni di chi agisce o dalle circostanze» [Veritatis Spendor, 80].

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  1. «Le circostanze e le intenzioni non potranno mai trasformare un atto intrinsecamente disonesto per il suo oggetto in un atto ‘soggettivamente’ onesto o difendibile come scelta» [Veritatis Splendor, 81].

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Qui non c’è nessun massimalismo, nessun rigorismo, nessuna rigidezza, nessun razionalismo, nessuna pretesa esagerata. Nessuna rigidezza o esigenza troppo rigorosa, ma duttilità sapiente e prudente nell’adattare l’appello alla perfezione, alle possibilità e ai bisogni propri di ciascuno. Il Papa sa quanto Dio può chiedere all’uomo, dove l’uomo  può essere responsabile e dove invece è degno di pietà.

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«La Chiesa ― dice San Giovanni Paolo II [Veritatis Splendor,95] ―, che non può mai rinunciare al “principio della verità” e della coerenza, per cui non accetta di chiamare bene il male e male il bene, dev’essere sempre attenta a non spezzare la canna incrinata e a non spegnere il lucignolo che fumiga ancora [cf Is 42,3]. Il Beato Paolo VI ha scritto: «Non sminuire in nulla la salutare dottrina di Cristo è eminente forma di carità verso le anime. Ma ciò deve sempre accompagnarsi con la pazienza e la bontà di cui il Signore stesso ha dato l’esempio nel trattare con gli uomini. Venuto non per giudicare ma per salvare [cf. Gv 3,17], Egli fu intransigente con il male, ma misericordioso verso le persone”».

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Si tratta di considerazioni perfettamente ragionevoli, basate sul concetto razionale del bene dell’uomo e del suo fine ultimo, che è Dio. La conoscenza di questo fine è dimostrabile, come è noto, dalla ragione naturale, trattandosi di un fine o bene assoluto, che obbliga assolutamente, mancando al quale l’uomo fallisce nella vita. Anche le norme da seguire per il conseguimento del fine ultimo, ossia la legge naturale, la ragione le ricava dalla considerazione dell’uomo come animale razionale.

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La morale cristiana crea dei santi, non delle mezze figure

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Se la guida alpina indica a valle al camminatore la vetta da conquistare, non pretende certo che egli la raggiunga di botto con un salto, né gli passa per la mente di redarguirlo se non lo fa subito, ma evidentemente è pronta ad aiutarlo e ad accompagnarlo, con premura e saggezza, nella lenta salita fino alla cima.

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Per facilitare il cammino della vita non dobbiamo abbassare l’ideale morale o far sconti di nostra iniziativa, ma metterci tutta la nostra buona volontà con l’aiuto della grazia, confidando nella misericordia di Dio, ma senza approfittare furbescamente della sua bontà per fare i nostri comodi. Dobbiamo saper presentare al prossimo, chiunque egli sia, l’ideale cristiano in tutta la sua elevatezza, assicurargli il nostro aiuto e soprattutto esortarlo a fare il massimo – ecco il buon “massimalismo”! – confidando nell’aiuto del Signore. 

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San Giovanni Paolo II non chiede a nessuno l’impossibile, ma  ricorda a tutti la dignità altissima della persona e della sua responsabilità, creata ad immagine di Dio, senza dimenticare affatto le sue miserie, conseguenti al peccato, soprattutto nel clima odierno di diffuso disorientamento intellettuale, e i sui limiti della natura umana fissati eternamente dal Creatore e superati in varia misura dalla vita della grazia e della santità, dono della misericordia del Salvatore.

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E Papa Francesco non è quel manovratore ambiguo o quell’astuto  lassista che alcuni vorrebbero farci credere. Occorre invece, con un’esegesi attenta e benevola, prender atto della sua saggezza pastorale e del fatto che Amoris Laetitia aggiunge a Veritatis Splendor indicazioni casuistiche, alle quali non dà spazio la Veritatis Splendor, di impostazione più teoretica.  È vero che alcuni passi di Amoris Laetitia, per poca chiarezza, possono far problema, ma molto si chiarisce facendo ricorso al Magistero precedente, a partire dalla Familiarsi Consortio.

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Diciamo invece a Grillo che non bisogna confondere la serietà e il rigore morale col rigorismo, lo sforzo morale col massimalismo, la fedeltà alle nostre promesse, alla nostra vocazione o all’ideale inviolabile e al fine sacro che ci siamo prefissi, col conservatorismo o la stagnazione o il fondamentalismo o la cocciutaggine o la «chiusura al nuovo».

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I princìpi morali di Grillo, viziati  di storicismo, sono troppo deboli e fragili per produrre non dico dei martiri e degli eroi, ma neppure persone di carattere, con la spina dorsale robusta. Se Maria Goretti avesse avuto le idee di Andrea Grillo sul sesso e sul matrimonio, avrebbe senz’altro acconsentito alle richieste di Alessandro Serenelli, che per lo meno distingueva l’uomo dalla donna e non faceva confusione tra i sessi.

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Le idee morali di Grillo producono dei Don Abbondio, pronti ad obbedire al primo briccone che capita, dei furbi che vogliono farla franca a poco prezzo e con l’aurea del profeta, dei giullari di corte o degli adulatori del padrone che li paga bene, dei machiavellici al servizio del dittatore, degli opportunisti spinti dal vento che tira, dei Taillerand che stanno sempre a galla, abili nel salvare la pelle in ogni circostanza, dei pavidi pronti ad inginocchiarsi fino a terra ed a baciare i piedi del primo prepotente che fa la voce grossa. Pertanto, certe idee e modi di agire, non producono il volo dell’aquila, ma lo starnazzare della gallina nel pollaio.

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Varazze, 23 maggio 2017

Traslazione del Santo Padre Domenico di Guzman

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[1] Editrice Studium, Roma 1961.

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APPENDICE POSTUMA SUL CASO DELL’ARCIVESCOVO LUIGI NEGRI

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Andrea Grillo ha colpito ancora. Questa volta ha attaccato alcune riflessioni di S.E. Mons. Luigi Negri, Arcivescovo emerito di Ferrara, sull’attentato di Manchester, episodio gravissimo al quale ha fatto seguito la recentissima strage un Egitto [vedere i testi integrali QUI].

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Dobbiamo rilevare con vero dolore la stoltezza e l’irresponsabilità dell’aggressione di Grillo all’Arcivescovo. Grillo, che, con diabolica astuzia, sfrutta un difetto di forma nei pensieri dell’illustre e coraggioso Pastore, non capendo il modulo letterario di cui Mons. Luigi Negri si è servito per esprimere, in un ideale accorato colloquio con i poveri fanciulli uccisi, da una parte la sua amarezza e il suo sdegno per l’ennesima aggressione islamica al cristianesimo, che continua una tradizione vecchia di XIV secoli e, dall’altra, denunciare con doveroso disgusto l’ipocrisia di una putrefatta e secolarizzata Europa ex-cristiana, ridotta al nichilismo, che nega con affettata ignoranza la matrice religiosa del terrorismo islamico e vorrebbe nascondersi dietro questo pretesto per tentare invano di tacitare la propria coscienza, che la accusa e la tormenta per aver tradito Cristo, per non difendere la causa della fede contro l’attacco islamico e per aver perso con ciò le ragioni ultime del vivere, del gioire, del soffrire e del morire.

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Grillo è un esponente pericoloso ed emblematico di un cristianesimo corrotto e ipocritamente papista, e gli brucia il fatto che Mons. Luigi Negri, da buon medico e pastore, abbia messo il dito sulla piaga per sanare, non per uccidere. 
Ma Grillo, questo, non lo ha capito o non lo vuol capire, e così, orgoglioso ed ostinato com’è, invece di riflettere sulle sagge considerazioni morali di questo Vescovo e convertirsi, accentua il suo livore e sciorina i suoi sofismi contro chi lo richiama paternamente ai suoi doveri di cristiano, appigliandosi invano ad una pretestuosa critica basata sull’incomprensione dell’infelice modulo letterario adottato da Mons. Luigi Negri. 

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2017/06/cavalcoli56.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Giovanni https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Giovanni2017-05-24 00:39:432021-04-20 19:43:22Massimalismo ed eroismo. L’opportunismo di Andrea Grillo che tenta di giocare tra “Amoris Laetitia” e “Veritatis Splendor”. Con appendice postuma sul caso dell’Arcivescovo Luigi Negri

I Padri de L’Isola di Patmos sono assieme in questi giorni a lavorare per voi. Riprenderemo le pubblicazioni agli inizi di giugno

19 Maggio 2017/in Attualità/da Jorge Facio Lince

I PADRI DE L’ISOLA DI PATMOS  IN QUESTI GIORNI SONO ASSIEME A LAVORARE PER VOI. RIPRENDEREMO LE PUBBLICAZIONI AGLI INIZI DI GIUGNO.

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Autore Jorge A. Facio Lince

Autore
Jorge A. Facio Lince

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Cari Lettori,

convento san domenico varazze

Convento San Domenico di Varazze (Savona)

il Padre Ariel S. Levi di Gualdo raggiungerà domani assieme a me il Padre Giovanni Cavalcoli nel suo convento di Varazze, una splendida località che si trova presso le Cinque Terre di Liguria.

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I Padri de L‘Isola di Patmos, oltre a parlare di vari progetti editoriali, lavoreranno assieme alcuni giorni per i nostri Lettori. Saranno infatti realizzate delle riprese video in HD di diverse lezioni teologiche di Padre Giovanni Cavalcoli, che poi pubblicheremo sul canale de L’Isola di Patmos.

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Il Padre Ariel ed io saremo quindi in viaggio per diverse parti d’Italia nel corso dei successivi dieci giorni, pertanto vi avvisiamo che riprenderemo le pubblicazioni agli inizi del mese di giugno.

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Una preghiera assicurata per tutti i nostri Lettori alla Beata Vergine Maria del Rosario.

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NOTA DEL 21 MAGGIO

Cari lettori,

come potete vedere, i Padri de L’Isola di Patmos, sono già a lavoro per voi …

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Varazze 3

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Varazze 2

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2017/05/Jorge-miniatura-isola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Jorge Facio Lince https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Jorge Facio Lince2017-05-19 16:19:142021-04-19 22:33:26I Padri de L’Isola di Patmos sono assieme in questi giorni a lavorare per voi. Riprenderemo le pubblicazioni agli inizi di giugno

Un Papa modernista? Le falsità di Raniero La Valle

19 Maggio 2017/6 Commenti/in Attualità/da Padre Giovanni

— difendere il Santo Padre dai falsi amici —

UN PAPA MODERNISTA? LE FALSITÀ DI RANIERO LA VALLE

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È molto triste e scandaloso che un uomo di valore e di lunga esperienza di vita come La Valle sia precipitato così in basso calunniando il Papa mentre crede di lodarlo, senza essersi accorto di esser divenuto, con le sue bestemmie, miserevole strumento di un piano massonico di distruzione della Chiesa, destinato inesorabilmente al fallimento, come falliscono inesorabilmente tutti i nemici di Dio.

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Autore
Giovanni Cavalcoli, O.P.

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Raniero la Valle e il Santo Padre

Raniero La Valle e il Sommo Pontefice Francesco I

Raniero La Valle, come è costume consueto dei modernisti, specialmente rahneriani, pretende di presentare le sue tesi ereticali come interpretazione delle dottrine del Concilio, ma, da quando regna il presente Pontefice, i modernisti hanno aumentato la loro audacia e sfrontatezza, e sono giunti al punto di presentare le loro eresie anche come il pensiero del Santo Padre stesso, approfittando di certe sue espressioni occasionali, che, a differenza del linguaggio dei Pontefici precedenti, che era sempre chiaro, si presta, se non è contestualizzato e rettamente interpretato, ad essere inteso in un senso modernista o rahneriano [segue l’articolo …].

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Per leggere tutto l’articolo cliccare sotto:

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Giovanni Cavalcoli, OP  —  UN PAPA MODERNISTA? LE FALSITÀ DI RANIERO LA VALLE

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2017/06/cavalcoli56.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Giovanni https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Giovanni2017-05-19 01:52:082021-04-20 19:42:55Un Papa modernista? Le falsità di Raniero La Valle

La gaystapo adesso si lancia all’attacco del sacerdozio. Ebbene ribadiamo: non sono legittime nè valide le ordinazioni sacerdotali di persone con tendenze omosessuali strutturalmente radicate

11 Maggio 2017/10 Commenti/in Attualità/da Redazione

LA GAYSTAPO ADESSO SI LANCIA ALL’ATTACCO DEL SACERDOZIO. EBBENE RIBADIAMO: NON SONO LEGITTIME NÈ VALIDE LE ORDINAZIONI SACERDOTALI DI PERSONE CON TENDENZE OMOSESSUALI STRUTTURALMENTE RADICATE

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Non ci si può mettere in pace la coscienza limitandosi a pubblici e severi proclami, quando nei fatti i preti gay aumentano in proporzione alla presenza di vescovi che ragionano con una psicologia omosessuale latente. O per dirla cruda: alcuni seminaristi che tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta capeggiavano all’interno dei seminari la pia confraternita gay, oggi sono vescovi, ed appena divenuti tali, per prima cosa si sono circondati di soggetti affini, piazzati sempre e di rigore in tutti i posti chiave delle diocesi, seminari inclusi. E questi soggetti, che si proteggono e si riproducono tra di loro, hanno finito col creare una potente lobby di potere all’interno della Chiesa. Il quesito che oggi si pone riguarda quindi la validità delle sacre ordinazioni di soggetti nei quali appaiono sempre più assenti i requisiti minimi richiesti per la validità del Sacramento dell’Ordine, a partire dalla fede e dalla corretta percezione del sacerdozio cattolico.

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Autori
Giovanni Cavalcoli, O.P. – Ariel S. Levi di Gualdo

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Sono passate leggi aberranti sul matrimonio tra coppie omosessuali, sono passate leggi luciferine sulla adozione dei bimbi dati alle coppie gay e lesbo, alle quali in molti Paesi è data possibilità di fabbricarsi e comprarsi creature da uteri in affitto. Il tutto sotto la bandiera dei “diritti” e di un non meglio precisato “amore“. Adesso, in nome dei “diritti” e di siffatto “amore“, si punta al “diritto” al sacerdozio per le persone omosessuali. Di questo passo, a quando la messa fuori legge di quel pericoloso omofobo del Beato Apostolo Paolo e la cancellazione dai sacri testi delle sue parole contrastanti con i supremi dogmi della lobby LGBT, specie laddove egli ammonisce: «Non illudetevi: né immorali, né idolàtri, né adùlteri, né effeminati, né sodomiti […] erediteranno il regno di Dio»? [I Cor 6, 9-10].

I Padri de L’Isola di Patmos

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omosessuali cristiani

… il sacerdozio non è un diritto rivendicabile dai gruppi LGBT

I Padri dell’Isola di Patmos hanno pubblicato nel luglio 2016 due saggi brevi nella sezione Theologica, affrontando un tema complesso e delicato sul piano teologico e giuridico: circa la effettiva validità delle ordinazioni sacerdotali di soggetti privi della corretta percezione del sacerdozio cattolico e circa la effettiva validità delle ordinazioni sacerdotali di candidati ai sacri ordini con tendenze omosessuali strutturalmente radicate.

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E non parliamo della moltiplicazione, non solo presso le parrocchie, ma persino presso gli stessi seminari, di gruppi di studio e di incontro per omosessuali cattolici. E questi incontri – sempre per essere onesti e chiari —, spesso si riducono a duri attacchi al sommo magistero del Santo Pontefice Giovanni Paolo II e del Venerabile Pontefice Benedetto XVI, mentre il prete stolto e improvvido lasciato dal suo Vescovo a seminare i peggiori veleni, tranquillizza di motus suos la platea di gay e di lesbiche rincuorandoli: «Oggi, le cose sono cambiate», perché «la Chiesa è uscita dal buio e divenuta finalmente accogliente e includente verso tutto e tutti». Compreso forse anche il peccato mortale?

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gay cattolici 2

… il sacerdozio non è un diritto rivendicabile dai gruppi LGBT

L’ormai potente e onnipresente lobby gay, con un linguaggio paludato e intriso di inaccettabili misericordismi e amorismi, tenta ormai da tempo di sferrare un attacco al cuore stesso della Chiesa: la legittimazione delle tendenze omosessuali in rapporto al sacro ministero sacerdotale. E ciò sino al punto di anticipare “direttive” sotto forma di “amabili proposte” al prossimo Sinodo dei Vescovi che si terrà sul tema: «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale » [vedere articolo QUI].

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Come a volte capita riguardo certi temi scottanti, numerosi nostri Lettori ci hanno scritto per chiedere lumi. A tutti rispondiamo riproponendo due nostri scritti su questo tema pubblicati dieci mesi fa [cf. QUI, QUI], nei quali riteniamo di avere analizzato il problema in tutta la sua grave profondità …

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Per aprire gli articoli cliccare sotto

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07.07.2016  Ariel S. Levi di Gualdo   —   DUBBI CIRCA LA VALIDITÀ DELLE ORDINAZIONI SACERDOTALI DEGLI OMOSESSUALI

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07.07.2016  Giovanni Cavalcoli, OP  —  LA QUESTIONE DELLA VALIDITÀ DELLE ORDINAZIONI SACERDOTALI OGGI 

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2017/06/Giovanni-e-Ariel-miniatura-isola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Redazione https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Redazione2017-05-11 02:26:202021-09-10 11:56:26La gaystapo adesso si lancia all’attacco del sacerdozio. Ebbene ribadiamo: non sono legittime nè valide le ordinazioni sacerdotali di persone con tendenze omosessuali strutturalmente radicate

La vera via domenicana alla Amoris Laetitia: lettera aperta al Prof. Andrea Grillo

3 Maggio 2017/9 Commenti/in Attualità/da Padre Giovanni

LA VERA VIA DOMENICANA ALLA AMORIS LÆTITIA: LETTERA APERTA AL PROF. ANDREA GRILLO

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Il Cardinale Carlo Caffarra non si oppone affatto alla libertà della coscienza, come Lei lo accusa di fare, ma si oppone, giustamente, alla concezione soggettivista, propria del modernismo, che fa della coscienza individuale, dell’ “io”,  il metro, il principio e il criterio ultimo della verità.

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Autore
Giovanni Cavalcoli, O.P.

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PDF  articolo formato stampa

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Domini canes - fumetto

Domenicani a fumetti …

Lo stato coniugale è detto “regolare”, in quanto si suppone un matrimonio valido, mentre il concubinato o lo stato dei divorziati risposati è detto “irregolare”, in quanto la loro unione è illegittima. La questione della regolarità o irregolarità tocca il foro esterno, non quello interno della coscienza davanti a Dio. Infatti uno può trovarsi in uno stato regolare (per esempio religioso) ed essere privo della grazia e, per converso uno può trovarsi in uno stato irregolare ed essere in grazia.

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Bisogna dunque distinguere lo stato giuridico-canonico dallo stato della volontà. Il primo è uno stato esteriore della persona o uno stato di vita, socialmente visibile, e può essere regolare, ossia secondo la regola; o irregolare, ossia contro la regola. Un religioso, votato alla vita regolare, può condurre una vita irregolare. Un laico, non tenuto a seguire una regola di vita religiosa, può essere più regolare di un cattivo religioso. Lo stato della volontà è uno stato interiore, per lo più noto solo a Dio e al soggetto. Può essere buono – buona volontà – ed è sostenuto dalla grazia; o cattivo – cattiva volontà – e allora è privo della grazia. Quest’ultimo è lo stato di peccato […] I divorziati risposati possono trovarsi in uno stato o situazione, che, per ragionevoli motivi o cause di forza maggiore, non può essere interrotto. Tuttavia, se peccano, essi hanno invece la possibilità di interrompere lo stato di peccato con la penitenza e recuperare la grazia perduta [segue tutto l’articolo …]

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Per leggere tutto l’articolo cliccare sotto:

Giovanni Cavalcoli, OP  —  LA VERA VIA DOMENICANA ALLA AMORIS LÆTITIA: LETTERA APERTA AL PROF. ANDREA GRILLO

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2017/06/cavalcoli56.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Giovanni https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Giovanni2017-05-03 03:20:162021-04-20 19:41:45La vera via domenicana alla Amoris Laetitia: lettera aperta al Prof. Andrea Grillo

il Sommo Pontefice Clemente XV corregge la «Amoris Laetitia» con il suo motu proprio: «Cum magna tristitia», confermando la disciplina di San Giovanni Paolo II sulla materia dei divorziati risposati

2 Maggio 2017/4 Commenti/in Attualità/da Redazione

IL SOMMO PONTEFICE CLEMENTE XV CORREGGE LA «AMORIS LÆTITIA» CON IL SUO MOTU PROPRIO «CUM MAGNA TRISTITIA», CONFERMANDO LA DISCIPLINA DI SAN GIOVANNI PAOLO II IN MATERIA DI DIVORZIATI RISPOSATI

.Clemente XV col isola

Lettera Apostolica in forma di motu proprio
CUM MAGNA TRISTITIA

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AI VENERABILI FRATELLI PATRIARCHI,
PRIMATI, ARCIVESCOVI, VESCOVI
E AGLI ALTRI ORDINARI LOCALI
CHE HANNO PACE E COMUNIONE
CON LA SEDE APOSTOLICA:
SUL PROBLEMA DELLA AMMISSIONE ALLA EUCARISTIA DEI DIVORZIATI RISPOSATI

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CLEMENTE PP. XV

Vescovo della Chiesa Cattolica

Servo dei Servi di Dio

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Clemente XV intestazione ok.

Con grande tristezza ma con viva premura apostolica, di Nostra Somma Autorità enunciamo che l’esortazione apostolica Amoris Laetitia va letta e collocata in un complesso contesto storico di decadenza caratterizzato da un profondo smarrimento dottrinale e pastorale, perché se isolata da questo humus, non sarà possibile capire né il suo stile lessicale né il lodevole sforzo compiuto nella sua redazione. Di questo documento rimangono e sono indiscusse le buone intenzioni che lo hanno animato, tutte tese ad affrontare e risolvere problemi legati alla famiglia e al matrimonio in rapporto alle molteplici e variegate società contemporanee del mondo, che a partire dagli anni Settanta del Novecento sono andate incontro ad una progressiva disgregazione, in una società che tende ormai a negare il divenire eterno, l’assoluto immutabile e l’indissolubile. Un grave problema, quest’ultimo, derivante dallo smarrimento del linguaggio metafisico all’interno della Santa Chiesa di Cristo, ed in specie nella speculazione teologica e nella trasmissione delle verità di fede. L’abbandono di questo linguaggio, ampiamente solidificato e connaturato alla missione ed alla natura stessa della Chiesa, è stato sovente sostituito con stili e forme espressive idiomatiche che, sul piano della trasmissione della Santa dottrina, hanno dato vita a conseguenze e problemi talora persino disastrosi.

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Il potere delle chiavi, la certezza e la chiarezza

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Amoris Laetitia è un testo lungo che tratta una gran varietà di argomenti perlopiù sociologici, finendo col risultare ambiguo in alcuni importanti passaggi e per questo rivelatosi debole, perché non sempre chiaro su certi elementi fondamentali nei quali non è sapiente né prudente lasciare spazio alla vaghezza ed alle libere interpretazioni dei singoli episcopati, dei singoli presbìteri o delle diverse correnti di pensiero teologico, che devono essere guidati e diretti con parole sempre chiare e precise. Infatti, Cristo Signore, conferendo al Beato Apostolo Pietro il potere delle chiavi [cf. Mt 16, 18-19], gli ha comandato di confermare i fratelli nella fede: «Simone, Simone, ecco Satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli» [Lc 22, 31-32]. Questo gravoso potere di servizio, dal Beato Apostolo Pietro è stato trasmesso a tutti i suoi Successori, fino a Noi, che ci professiamo devoto servo dei servi di Dio.

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Fondamentale presupposto del Nostro ministero petrino è quindi la certezza, la chiarezza e la fuga da ogni vaghezza, come ricordò il Beato Apostolo Paolo al Beato Apostolo Pietro durante il rimprovero ch’egli mosse ad Antiochia al Capo del Collegio degli Apostoli, con tutto il rispetto dovuto alla sua indiscussa autorità [Gal 2,1-2.7-14].

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Le interpretazioni che è possibile ricavare da diverse pagine della Amoris Laetitia possono essere opposte ed entrambe coerenti in base a ciò che da essa si può dedurre a livello speculativo e interpretativo, cosa che induce a ribadire che il linguaggio dottrinale deve essere chiaro, univoco e non passibile di opposte interpretazioni, posto che il nostro parlare deve essere «Si, si, no, no» [cf. Mt 5, 37]. Pertanto, di fronte a qualsiasi questione di dottrina morale, non è contemplato che si possa indurre a pensare che la risposta potrebbe essere “si” ma volendo anche “no”, semmai un po’ “si” e un po’ “no”.

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Come Supremo Custode del deposito della fede incombe su di Noi l’obbligo e il dovere di vigilare sull’ovile che il Divino Pastore ci ha affidato, impedendo che il seme piccolo ma pericoloso dell’ambiguità, germogli sino ad intaccare ed eludere la dottrina della Santa Chiesa di Cristo attraverso la prassi pastorale, perché permettere siffatta germinazione non equivarrebbe a venire incontro alle moderne esigenze della società odierna, ma disattendere una norma sancita dal Verbo di Dio riguardo il matrimonio sacramentale: «Per ciò l’uomo non separi ciò che Dio ha unito» [Mt 19,3-12].

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L’uomo si conformi a Cristo e non sia Cristo conformato all’uomo.

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Per questo ribadiamo che è il Santo Vangelo di Nostro Signore Gesù Cristo, il Verbo di Dio fatto uomo, morto, risorto e asceso al cielo, che deve trasformare l’uomo e le società umane; è l’uomo che deve conformarsi a Cristo, non può essere l’uomo a trasformare il Santo Vangelo né possono essere le società umane a conformare Cristo alle loro esigenze del momento. I comandi dati da Cristo Signore sono immutabili ed eterni e non possono essere né disattesi né elusi attraverso parole ambivalenti dalle quali trarre legittimazione per nuove prassi pastorali legate alla amministrazione della Santissima Eucaristia, che è centro e culmine della unità della Chiesa. Pertanto, la giusta medicina ed il giusto viatico per coloro che sono venuti meno agli impegni contratti attraverso il Sacramento del matrimonio e che vivono una nuova unione al di fuori della sfera sacramentale, non può essere l’Eucaristia, perché ben altre sono le opportune medicine da somministrare, a partire dalla accoglienza di questi Nostri figli, per seguire con la loro sollecita e attenta cura spirituale.

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Il no all’Eucaristia ai divorziati risposati è una disciplina ecclesiastica, non una verità dogmatica.

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La prudente scelta di non concedere la Santissima Eucaristia ai divorziati risposati non è un elemento dogmatico della fede cattolica ma una disciplina normativa adottata dal Magistero della Chiesa in ossequio alla morale insegnata e trasmessa dalla Santa tradizione cattolica. Dunque, per il potere a Noi conferito da Cristo Signore, di Nostra autorità potremmo modificare questa disciplina normativa, che però non intendiamo riformare né in modo diretto né lasciando autonomia creativa alle singole Chiese particolari e ad alcuni episcopati nazionali, perché da ciò prenderebbe vita una nuova prassi pastorale non omogenea diffusa a cosiddetta macchia di leopardo, mentre le discipline della Chiesa sono univoche e universali, come lo è la sua missione pastorale.

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La decisione di non concedere la Santissima Eucaristia ai divorziati risposati, ed in specie nel presente storico odierno in cui il matrimonio risulta fortemente indebolito, si basa anche sulla prudente convinzione che tale concessione finirebbe con l’indebolire ulteriormente l’istituto sacramentale del matrimonio ed il fondamento ineludibile e non riformabile della sua indissolubilità [cf. Mt 19,3-12].

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Questo è ciò che Noi temiamo e che con chiarezza esprimiamo ai Nostri Fratelli Vescovi: il fondato timore che attraverso la Santissima Eucaristia si possa finire col rendere più debole ancora di quanto purtroppo già lo sia il fondamento della indissolubilità del Sacramento del matrimonio al quale, purtroppo, ai giorni nostri non credono più neppure molti dei nostri fedeli cattolici. In tal caso la Santissima Eucaristia diverrebbe altro da ciò per cui è stata istituita, cessando di essere il cuore della comunione e dell’unità della Chiesa per mezzo della grazia sacramentale. E qui è doveroso ricordare che i Sacramenti non sono un diritto dovuto o acquisito, ma una azione gratuita della grazia divina, che ci tocca e che ci ricolma di beni «non per i nostri meriti ma per la ricchezza del Tuo perdono» [cf. S. Messa, Can. Rom.].

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Mai curarsi di piacere al mondo: la disciplina di “Familiaris consortio”.

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Pertanto, nella totale incuranza delle critiche interne e dei pubblici insuccessi che potrebbero ricadere su di Noi, memori che il Romano Pontefice deve anelare di piacere a Cristo Signore nel fare la Sua volontà, santificando se stesso e santificando col proprio munus docendi e le sue opere i Christi fideles; memore altresì che Noi non possiamo curarci di piacere al mondo, compiacendo il quale potremmo correre il rischio di condurre come guide cieche molte membra del gregge a Noi affidato verso la caduta nel fosso [cf. Mt 15,14], ribadiamo ai Nostri Fratelli Vescovi che per quanto concerne la pastorale dei cattolici divorziati risposati si deve applicare con scrupolo e zelo quanto indicato dal nostro Santo Predecessore Giovanni Paolo II nella esortazione apostolica Familiaris consortio, con particolare riferimento al n. 84, ribadendo la non liceità, quindi la impossibilità del loro accesso alla Santissima Eucaristia, per motivi sia legati a prudenza pastorale, sia legati alla sapiente tutela dell’istituto del matrimonio sacramentale, già sin troppo duramente colpito e svilito nel corso degli ultimi decenni di storia dell’umanità.

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I Vescovi si premurino di essere sempre amorevoli e accoglienti nei riguardi di questi Nostri fedeli divorziati risposati che per le loro situazioni irregolari necessitano ancor più di essere fatti sentire parte viva della Santa Chiesa, memori che Cristo non ha mancato di ricordarci: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori» [cf. Mt 9,13]. In nessun passo del Santo Vangelo e in alcun momento della Sua predicazione, il Verbo di Dio incarnato ha mai affermato che per essere accoglienti e misericordiosi bisogna accogliere e legittimare il disordine morale, o che bisogna temere a chiamare e ad indicare il disordine morale come tale, muovendosi su pretesti di falsa misericordia e di falsa accoglienza. Nostro compito è accogliere e assolvere i peccatori dai propri peccati, curandoli in tal modo dalla malattia del peccato; ed il presupposto per la remissione dei peccati è l’autentico pentimento unito al sincero proposito ed all’impegno di non ricadere nel peccato.

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Non si prospetta l’infattibile ed il non realizzabile per ottenere uno scopo.

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Accogliere e curare, per i pastori in cura d’anime è però molto difficile da farsi e da praticare, mentre sarebbe parecchio più facile cercare una soluzione a certi problemi legati alle cosiddette coppie irregolari concedendo loro l’accesso alla Santissima Eucaristia, quindi dichiarando la non esistenza del grave problema costituito dalla rottura della comunione sacramentale.

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È stato anche prospettato un cammino di “accompagnamento” di queste coppie di divorziati risposati, sostituendo peraltro il concetto della direzione spirituale con un non meglio precisato “accompagnamento spirituale”. E qui sarebbe bene notare che “dirigere” e “accompagnare” non sono due semplici modi diversi per esprimere la stessa cosa, ma per dire ed esprimere due cose diverse. È stato poi di seguito precisato che questo “accompagnamento” fosse di necessità “personalizzato” e come tale da valutare caso per caso, secondo le esigenze della singola coppia di divorziati risposati. Una prospettiva, questa, dinanzi alla quale è anzitutto necessario un deciso richiamo al realismo: il numero delle coppie di divorziati risposati è in progressivo aumento e dalle locali Conferenze episcopali giungono dati statistici preoccupanti i quali riferiscono che in alcune regioni del mondo le unioni che si concludono col divorzio civile sono superiori in percentuale al 50% dei matrimoni religiosi celebrati. A questi numeri va poi rapportata di necessità la situazione odierna del clero cattolico. Non sono infatti pochi i Vescovi del mondo che durante le loro visite ad limina Apostolorum riferiscono al Romano Pontefice che il numero dei sacerdoti deceduti è parecchio superiore a quello dei nuovi sacerdoti ordinati e che l’età media del clero, in non poche diocesi, si è ormai attestata anche al di sopra dei settant’anni d’età. Nella stessa Italia, antica culla storica del cattolicesimo e sul cui territorio si trova da due millenni la Nostra Sede Apostolica, alla fine dell’Ottocento si contavano circa ottantamila sacerdoti per una popolazione di circa ventinove milioni di abitanti. A distanza di appena un secolo, alla fine del Novecento, i sacerdoti presenti all’alba del nuovo millennio erano circa trentamila per una popolazione di circa sessanta milioni di abitanti. Oggi, in molte diocesi di questo Paese, vi sono sacerdoti ottantenni che di domenica celebrano la Santa Messa in tre diverse parrocchie, tutte ormai senza parroco, mentre l’età dei sacerdoti è sempre più elevata ed i decessi molto più numerosi delle nuove ordinazioni sacerdotali. In molte regioni del mondo vi sono sacerdoti che previo indulto del loro Ordinario Diocesano celebrano nelle feste e nei giorni di precetto anche sette, otto Sante Messe al giorno. In molte altre regioni della orbe catholica è ormai impossibile garantire a molte comunità anche la Santa Messa della domenica, perché è disponibile un solo sacerdote itinerante incaricato di recarsi nelle varie zone pastorali ormai prive di una presenza sacerdotale fissa, presso le quali può recarsi una sola volta al mese, ed unicamente per la celebrazione della Santa Messa. In questi casi, spesso, è persino impossibile amministrare le confessioni sacramentali ai singoli fedeli riuniti in gran numero per la celebrazione mensile della Santa Messa, ed il sacerdote è così costretto ad impartire l’assoluzione collettiva con il proposito da parte dei fedeli di confessarsi appena sarà loro possibile.

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Illustrato il dato reale e premesso che non è Nostra intenzione istituire dei processi alle altrui intenzioni, dobbiamo seriamente domandarci: qual è il rapporto con la realtà ecclesiale, ecclesiastica e pastorale di coloro che in una situazione come quella testé illustrata, hanno pur malgrado avanzata ipotesi e proposta di tale “accompagnamento”, mediante il quale seguire con cura ogni singola coppia in un lungo cammino “personalizzato” di discernimento e di crescita? Perché la realtà sino a qui riassunta potrebbe anche indurre a sollevare un quesito serio e obiettivo: coloro che avanzano proposte di per sé non possibili da realizzare ed altrettanto non possibili da percorrere, lo fanno forse solo per ottenere lo scopo che si sono prefissati, interiormente consapevoli che nessun “accompagnamento”, mediante il quale seguire con cura ogni singola coppia in un lungo cammino “personalizzato” di discernimento e di crescita, potrà essere neppure in minima parte realizzato, nel mondo attuale in generale, ma in particolare in quelle numerose regioni della terra dove le medie statistiche indicano la presenza di un sacerdote ogni 18.000/ 22.000 battezzati? O forse avanzano proposte di per sé non possibili da realizzare, ed altrettanto non possibili da percorrere, perché del tutto avulsi dalla vera e concreta realtà ecclesiale e pastorale?

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Certezza della pena per i trasgressori.

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Concludiamo affermando che una disposizione data può produrre effetti relativi, se non accompagnata da adeguata pena per i trasgressori. Pertanto stabiliamo che i Vescovi diocesani, i quali non si atterranno a quanto da Noi dettato, siano destituiti dalle loro cattedre episcopali. I Presbìteri, i quali predicheranno e attueranno discipline diverse, che siano sospesi per un tempo non inferiore a un anno dall’esercizio del sacro ministero sacerdotale. I teologi, i quali nelle università ecclesiastiche, nei centri di formazione teologica e nelle case di formazione per sacerdoti, religiosi e laici, insegnassero una dottrina diversa rispetto a quella da Noi ribadita, che siano privati della licenza per l’insegnamento della teologia cattolica. Se in caso di necessità questo non sarà fatto, allora le competenti Autorità Ecclesiastiche dovranno rispondere dinanzi a Dio per avere omesso di applicare una norma data a tutela della dottrina cattolica e delle anime affidate da Dio Padre alle cure della Santa Chiesa di Cristo, perché «a chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più» [Lc 12, 48]. E ogni volta che tutti noi facciamo l’atto penitenziale, a Dio chiediamo perdono per avere peccato non solo in pensieri, in parole ed in opere, ma anche in omissioni.

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Clemente.bmp.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 13 maggio 2027, nel 110° anniversario delle apparizioni della Beata Vergine Maria di Fatima, primo del Nostro Pontificato.

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PDF  Lettera Apostolica formato stampa

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Ariel articoliL’Autore del testo dello pseudo Clemente XV è, ovviamente, Ariel S. Levi di Gualdo. D’altronde, chi altri poteva essere? Dopo essersi infatti auto-nominato in passato Vescovo titolare di Laodicea Combusta attraverso le linee telematiche, adesso si auto-candida con l’occasione al prossimo conclave, animato dalla certezza che, peggio di quanto è stato fatto in questi ultimi anni sul piano dottrinale e pastorale, sarà alquanto difficile a compiersi, anche se si è soliti dire che al peggio, purtroppo, non c’è mai fine.

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Dall’Isola di Patmos, 1° maggio 2017 – Festa di San Giuseppe Lavoratore

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2017/05/Clemente-XV-col-isola1.jpg?fit=800%2C799&ssl=1 799 800 Redazione https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Redazione2017-05-02 15:09:092021-04-20 19:40:35il Sommo Pontefice Clemente XV corregge la «Amoris Laetitia» con il suo motu proprio: «Cum magna tristitia», confermando la disciplina di San Giovanni Paolo II sulla materia dei divorziati risposati

Una notizia storica: Alberto Melloni annuncia l’estinzione del Sacerdozio

21 Aprile 2017/7 Commenti/in Attualità/da Padre Giovanni

— difendere il Santo Padre dai falsi amici —

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UNA NOTIZIA STORICA: ALBERTO MELLONI ANNUNCIA L’ESTINZIONE DEL SACERDOZIO

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Alle assurde e pericolose affermazioni del capo della Scuola di Bologna, è d’obbligo replicare che il prete non l’ha inventato il Concilio di Trento, come lui falsamente afferma, ma Nostro Signore Gesù Cristo, per quanto differente sia il sacerdozio dai tempi di Cristo, a quelli di Trento, al nostro.

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Autore
Giovanni Cavalcoli, O.P.

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PDF  articolo formato stampa

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Melloni e Francesco

il Sommo Pontefice Francesco I ed il capo della Scuola di Bologna Alberto Melloni [© L’Osservatore Romano]

Nella rubrica difendere il Santo Padre dai falsi amici, offriamo questa volta ai Lettori un commento all’articolo dello storico Alberto Melloni, che alcuni anni aveva in progetto di proporre al Papa di condividere paritariamente la guida della Chiesa col Patriarca Ortodosso di Costantinopoli, mentre di recente ha esaltato Papa Francesco per aver fatto la pace, dopo mille anni, con il Patriarcato Ortodosso di quella città, ponendo fine alla controversia dottrinale.

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Ci riferiamo all’articolo intitolato «La Messa è finita. Così dopo cinque secoli tramonta la figura del prete» [cf. QUI], apparso su La Repubblica di mercoledì 22 marzo scorso a firma di Alberto Melloni, il quale si prodiga in un breve quadro della figura del prete promossa dal Concilio di Trento, accennando a taluni aspetti psicologici, comportamentali, culturali e pastorali ― il cosiddetto “clericalismo” ―, che effettivamente hanno caratterizzato un certo stile sacerdotale diffuso fino al Concilio Vaticano II, e al quale il Concilio e il Magistero post-conciliare hanno rimediato. Sebbene egli trascuri completamente di ricordare i meriti dogmatici ed anti-eretici del Concilio tridentino, per esempio il sacerdote come guida delle anime, uomo del sacro e della fermezza dottrinale; ed al tempo stesso analizzando certi limiti pastorali della riforma del Vaticano II, per esempio la tendenza secolarizzante, buonista e pacifista, tutti elementi ulteriormente aggravati dal risorgere del modernismo, del quale Alberto Melloni, capofila della Scuola di Bologna, è uno dei più noti esponenti nel campo della storia della Chiesa.

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Il difetto più grave di questo fazioso trafiletto è il perfido equivoco col quale Alberto Melloni gioca slealmente tra il rifiuto del modello tridentino del prete ― cosa sulla quale si potrebbe anche essere d’accordo, non per nulla il Vaticano II ha proposto una riforma, anche se parzialmente discutibile ―, e il rifiuto del prete come tale, ovvero del Sacramento dell’Ordine, sulle orme di Lutero, come appare chiaramente dal titolo dell’articolo.

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Passiamo adesso in rassegna le perle di questa splendida collana melloniana. Ad ogni asserzione del Alberto Melloni farà adesso seguito la mia risposta.

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Scrive Alberto Melloni – In sordina si è esaurito un grande ciclo: quello del prete. Quella formidabile invenzione cinquecentesca che ha plasmato la cultura e la politica, la psicologia e la vita interiore, l’arte e la teologia dell’Occidente e delle sue antiche colonie non si è estinta (sono circa 420.000 i preti nel mondo), ma da oltre un secolo è in crisi: in Italia siamo passati in novant’anni da 15mila a circa 2.700 seminaristi.

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Replico a tal proposito che l’Autore esordisce col rievocare la riforma tridentina. Il prete, secondo la sua interpretazione del Tridentino, non lo ha istituito Gesù Cristo, ma è un’invenzione del papato, che si tratti del IV secolo, come pensano Schillebeeckx e Rahner o del Medioevo, come crede Lutero, o col Concilio di Trento, come pensa Melloni, poco importa. Il fatto è che, secondo loro, qui Cristo non c’entra per nulla, ma solo la sete di potere del papato.

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La crescita delle vocazioni sacerdotali non è in crisi perché la Chiesa si rifà tuttora alla dogmatica del Tridentino circa il Sacramento dell’Ordine e alle direttive  del Concilio Vaticano II; la crisi delle vocazioni dipende dal fatto che i modernisti hanno messo in giro una falsa idea del sacerdozio, che è un rifiuto della dogmatica tridentina e una falsa interpretazione delle direttive del Vaticano II. Il maggiore responsabile di questa truffa colossale è Karl Rahner[1], mentre Alberto Melloni è uno dei caporali di questo esercito di modernisti.

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Scrive Alberto Melloni – Conta in questa fase storica il riverbero sul clero della caduta della qualità intellettuale delle classi dirigenti alle quali appartiene sia chi sceglie il sacerdozio che chi glielo conferisce.

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Replico a tal proposito che questo è un falso storico. Qualunque seminarista che studia la storia della Chiesa ― non con Melloni, ma con uno storico normale ―, sa che la riforma tridentina degli studi e della formazione del clero, alla quale dobbiamo appunto la nascita dei Seminari, ravvivò potentemente la deperita teologia scolastica, guastata dal neo-paganesimo umanistico rinascimentale, nonché dall’occamismo che è alle origini della teologia di Lutero, e fece risorgere una nuova fecondissima stagione della teologia scolastica, e quindi della formazione sacerdotale, soprattutto ad opera dei Domenicani e dei Gesuiti, i quali, come è noto, alla fine del XVI secolo, sino agli albori del seguente, si sfidarono in una nobile disputa, che mise in campo i migliori campioni delle due parti.

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Famoso è rimasto il Domenicano Domingo Bañez contro il Gesuita Luigi Molina, iniziatore della controversia, nel tentativo di precisare il rapporto tra l’azione della grazia e quella del libero arbitrio, una gravissima, sottile e affascinante questione suscitata dalla problematica luterana.

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Il nobile torneo ebbe ben 164 sedute, nelle quali grandi teologi disputarono appassionatamente o turno alla presenza del Papa. I Domenicani sottolineavano la potenza della grazia, utilizzando la categoria metafisica della causalità, la cosiddetta “premozione fisica”; i Gesuiti, invece, sottolineavano il potere della volontà umana, utilizzando la categoria biblica della “Alleanza”. Non c’è dubbio che questa disputa, benché fra dotti, non mancò di vitalizzare potentemente la cultura intellettuale dei vescovi e dei sacerdoti, rendendoli più esperti del gioco misterioso della grazia e della libertà e quindi più capaci di guidare le anime sulla via della salvezza e della santità.

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Inoltre, tutti sanno come la Riforma Tridentina avviò una formazione del clero animato da un forte spirito missionario. La recente scoperta di nuovi continenti rese cosciente la cristianità europea di non esaurire, come credeva il medioevo, tutto il mondo abitato. Così la Chiesa cominciò ad espandersi rapidamente nelle nuove immense terre e proseguì l’evangelizzazione dell’Asia e dell’Africa.

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Scrive Alberto Melloni – Ma la questione si incunea più profondamente nella storia. Questo “prete tridentino” sembra attraversare la svolta della modernità senza danni: anzi la nascita dei nuovi ordini e società di preti dell’Ottocento, e lo zelo nel fare seminari grandi come fabbriche, sembrano garantire che la sua funzione resti intatta dentro lo stesso guscio istituzionale e teologico. Ma non è vero: la chiesa che si arrocca a difesa del proprio recinto ne fa un funzionario il cui profilo interiore si usura nel controllo sociale.

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Replico a tal proposito che la nascita di numerosi istituti religiosi e clericali dell’Ottocento testimonia di una Chiesa attenta ai segni dei tempi e alle grandi necessità sociali: ai più poveri, ai sofferenti ed emarginati, all’educazione dei fanciulli e dei giovani, al loro avviamento al lavoro, al bene delle famiglie, alla dignità della donna, alla cultura cattolica, all’impegno politico del laicato, alle missioni.

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Scrive Alberto Melloni – Lo scrutinio della coscienza di una umanità di cui non ha esperienza ne indebolisce la compassione.

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Replico a tal proposito che l’esperienza umana del sacerdote non necessita di applicarsi all’orizzonte proprio del laico ― economia, finanza, milizia, politica, famiglia, tecnologia, industria e commercio ―, perché essa verte sui valori umani che vanno alla radice e allo scopo dell’esistenza, più attinenti al senso della vita e della storia, al problema della  sofferenza, del peccato e della salvezza, al bisogno di verità, di giustizia, di pace, di libertà e di felicità, ai valori morali, religiosi e spirituali, al rapporto con Dio.

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Nel Sacramento della Penitenza, il confessore, che conosce bene la dignità e la fragilità della coscienza, conosce bene le risorse e le debolezze dell’uomo, e sa bene di essere anche lui un peccatore perdonato, entra sì con delicatezza e rispetto nella coscienza del penitente e giudica di essa, con competenza, prudenza e carità, come un chirurgo che opera sul cuore, ma solo perché lo stesso penitente, conoscendo nella fede l’insostituibile aiuto che può dargli il sacerdote nel campo della vita di grazia, ne ha bisogno, lo desidera e glielo chiede, e quindi gliela apre, per essere valutato, analizzato, compreso, guarito, perdonato, purificato, illuminato, guidato, liberato, confortato, consolato, incoraggiato, rappacificato.

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Il laico, uomo o donna, che cerca il sacerdote, non si attende di riscontrare o ritrovare in lui una analoga esperienza mondana, secolare o laicale, della quale può averne fin troppa, ma quello che cerca è l’uomo di Dio, l’uomo della verità e dell’amore, che ha la conoscenza analogica e sapienziale di Dio, sa parlargli di Lui, sa elevare il suo spirito ed educarlo alla santità (anagogia), sa introdurlo al suo Mistero (mistagogia), e farglielo sperimentare nella preghiera, nell’adorazione e nella liturgia, nella comunione ecclesiale e col Sommo Pontefice.

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Il fedele sa bene, come dice il profeta Malachia, che «le labbra del sacerdote devono custodire la scienza e dalla sua bocca si cerca l’istruzione, perché egli è il messaggero del Signore degli eserciti» (Ml 2,7). Il fedele sa che il sacerdote è «costituito per offrire doni e sacrifici» (Eb 8,3). Nella Santa Messa egli, in persona di Cristo, offre al Padre, nello Spirito Santo, il sacrificio redentivo ed espiatorio di Cristo per la remissione dei peccati. Egli è il “pontefice” che, in Cristo e grazie a Cristo, “getta un ponte fra Dio e l’uomo”.

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È l’uomo che, come Cristo, conosce profondamente l’uomo (Gv 2,25; Mt 9,4), i problemi, i valori e i sentimenti universalmente umani, del dubbio, della certezza, della passione, dell’amore, dell’odio, della gioia, del dolore, del piacere, dell’angoscia, del timore, della speranza, del pentimento, del perdono. È l’uomo che, nel rapporto col prossimo, mira anzitutto alla salvezza delle anime, secondo il detto di San Giovanni Bosco: «da mihi animas, caetera tolle» [dami le anime, e prendi tutto il resto], il che, evidentemente, non esclude affatto che il prete si adoperi, secondo le sue forze e competenze, anche per il bene fisico degli uomini, soprattutto poveri e sofferenti. Resta comunque che per il buon pastore vale sempre la legge di San Gregorio Magno: «salus animarum suprema lex esto» [la salute delle anime è la legge suprema].

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Il prete dev’essere un doctor humanitatis, senza che gli si chieda di essere un antropologo, un sociologo o uno psicologo. Egli, senza essere un politico o un assistente sociale, sa però stimolare in tutti la solidarietà umana, senza faziosità o partigianerie, obbediente alle autorità, soprattutto al Papa, ma senza adulazioni, carrierismi o piaggerie, e senza essere servo dei potenti. Il prete apre il cuore del fedele a tutti i valori umani e alle necessità della carità fraterna col cuore stesso di Cristo, gli comunica, nei sacramenti, il perdono divino e la vita della grazia. Sa mostrargli i tesori della dignità umana, per renderlo di essi partecipi e nel contempo le miserie dell’uomo, per guarirle nella misericordia e nella  giustizia. In base alla Rivelazione biblica, alla Tradizione e alla dottrina della Chiesa, lo introduce delle realtà future e lo rende edotto dell’origine e del fine della storia.

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Scrive Alberto Melloni – La sua antica scienza comparata a trasmissioni del sapere sempre più sofisticate, ne fa un sotto-acculturato.

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Replico a tal proposito che il prete sa che la cultura, veramente preziosa, essenziale e più importante non è quella tecnologica o scientifica, ma quella morale, religiosa e spirituale. Per questo, se un San Giovanni Maria Vianney, un San Pio da Pietrelcina o un San Leopoldo Mandić fossero vissuti oggi, non si sarebbero curati delle “trasmissioni del sapere sempre più sofisticate”, consapevoli che stavano svolgendo un servizio ben più importante.

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Scrive Alberto Melloni – Lo zelo ecclesiastico nel condannare tutto ciò a cui si può attaccare il suffisso “ismo”, ne impoverisce le letture e lo rende estraneo ai “suoi”, che diventano di colpo “lontani”.

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Replico a tal proposito che Melloni, uomo “carnale” com’è, che “non comprende le cose dello Spirito di Dio” (I Cor 2,14), non capisce niente del discernimento sacerdotale, col quale il ministro di Cristo,  grazie al dono di sapienza dello Spirito Santo, è quell’ “uomo spirituale, che giudica ogni cosa, senza poter essere giudicato da nessuno” (v.15), se non da Dio stesso (I Cor 4,4).

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Scrive Alberto Melloni – La perdita di ruolo e l’ incuria affettiva lo espone al peggio: fino alla svenevole esaltazione del celibato, che intrappola le sessualità in cerca di sublimazione e attira nel presbiterato persone irrisolte o addirittura malate.

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Replico a tal proposito che con perfida e calunniosa insinuazione, il Melloni sembra estendere alla generalità del clero le idee e il comportamento vizioso di alcuni sacerdoti indegni, anche se bisogna effettivamente riconoscere che tra i moralisti serpeggiano idee ereticali, o lassiste o rigoriste, circa il valore dell’etica sessuale e, per conseguenza, del celibato sacerdotale, così come risulta dal Magistero della Chiesa, per cui effettivamente c’è da temere che la corruzione del clero su questo punto sia più estesa di quanto sembri.

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Scrive Alberto Melloni – E nella storia europea recente il mestiere di prete viene appaltato, come le mansioni marginali, a chierici d’importazione, eletti a badanti di comunità abbandonate.

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Replico a tal proposito che questa ulteriore, perfida ed ottusa incomprensione, è adesso quella della carità, del mutuo soccorso, della solidarietà, della generosità e della disponibilità sacerdotali e fra sacerdoti, nel servire la Chiesa e il prossimo, carità esemplare, della quale oggi danno prova tanti preti e religiosi, pronti a lasciare la loro patria, magari assai lontana, per soccorrere diocesi bisognose o che offrono possibilità di ministero o altre comunità del proprio istituto in territori con carenza di vocazioni.

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Scrive Alberto Melloni – Perfino la discussione sulla donna-prete — dimenticando che il “sacerdozio” che si riceve col battesimo le donne lo hanno già, e che non è poco —, si mescola pericolosamente alla logica tutta maschilista che concede all’altro genere i mestieri diventati obsoleti.

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Replico a tal proposito che la Chiesa non dimentica affatto che la donna cristiana è battezzata; piuttosto è Melloni che ― fatta propria un’eresia di Schillebeeckx ― dimentica che la Chiesa, per volontà di Cristo, non consente alla donna di accedere al sacerdozio ministeriale.

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Scrive Alberto Melloni – Il Vaticano II si è limitato a tentare di togliere al prete quel tono semi-monastico che aveva. Non il papato che si limita a confezionare una poetica del prete. Non ne parlano i vescovi che impacchettano le comunità in quelle che in Italia si chiamano “unità pastorali”, e condannano i preti a diventare funzionari affannati, travolti da una poligamia comunitaria in cui nessuno vuol loro bene e loro non riescono a voler bene, col rischio di diventare santi o naufragare su scogli erotici non sempre candidi.

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Replico a tal proposito che è gravemente insultante nei confronti del magistero pontificio del passato e del presente affermare che esso «si limita a confezionare una poetica del prete». Così pure lo storico Melloni dimentica i sinodi mondiali e nazionali dei vescovi dedicati al sacerdozio. Il tono derisorio col quale accenna alle unità pastorali, è del tutto sconveniente e denota la presunzione di chi tratta argomenti delicati, nei quali non ha competenza.

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Temeraria ed offensiva del ceto sacerdotale, segno di faziosità e non di oggettività storica, è l’indebita generalizzazione, che estende a tutto il clero disfunzioni e anomalìe magari esistenti, ma isolate ed accidentali. Quanto al «rischio di diventare santo», Melloni stia tranquillo, chè, con queste calunnie, esagerazioni e falsità, egli non lo corre certamente.

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Scrive Alberto Melloni – È cosa così grave che non ne parla neanche papa Francesco.

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Replico a tal proposito che anche questo non è vero, anche se ovviamente il Papa non può echeggiare le falsità di Melloni. Il Santo Padre è intervenuto più volte a condannare i vizi del clero e i difetti della stessa Curia Romana, e ad indicare ai sacerdoti la via della santità vivendo la loro fede (cf. Lumen Fidei) e il modo migliore per annunciare il Vangelo (cf. Evangelii Gaudium), pascere il gregge loro affidato in certe circostanze difficili (cf. Amoris Laetitia), oltre a tutte le volte nelle quali ha parlato delle vocazioni, delle opere della misericordia, del ministero della confessione, della preghiera, della liturgia, sforzandosi di essere egli stesso di esempio per i sacerdoti.

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Semmai vorremmo chiedere al Papa di promuovere meglio la sacralità della liturgia, ricordando il carattere sacrificale della Santa Messa. La preoccupazione ecumenica di convergere con i fratelli protestanti nella Memoria della Cena del Signore, è certo cosa buona e in linea col Concilio; ma dobbiamo attendere nella preghiera e dai dialoghi ecumenici, nella carità reciproca, quel momento benedetto, nascosto nei piani del Signore, ma anche legato alla buona volontà di tutti, nel quale i fratelli separati riconosceranno il Sacramento del sacerdozio ministeriale, il mistero della transustanziazione e la Messa come sacrificio, onde poter finalmente celebrare assieme l’Eucaristia. Non si tratta di cedere al lefebvrismo, ma semmai di riprendere quella riforma della riforma, che aveva avviato Papa Benedetto.

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Scrive Alberto Melloni – Toccherebbe dunque ai vescovi e agli episcopati di sollevare un tema sul quale si gioca la vita delle loro chiese: ma l’indolenza prevale, incoraggiata dalla speranza che la riforma domani abbia lo stesso coraggio di quella che “inventò il prete”.

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Replico a tal proposito che il prete non l’ha inventato il Concilio di Trento, ma Nostro Signore Gesù Cristo, per quanto differente sia il sacerdozio dai tempi di Cristo, a quelli di Trento, al nostro. Il problema dell’episcopato non è quello dell’indolenza ― alcuni sono fin troppo attivi ―, ma il fatto della diffusione tra i vescovi del modernismo, per cui, chi è affetto da questo morbo, preferisce ascoltare Alberto Melloni e altri caporioni rahneriani e modernisti, piuttosto che il Papa, la Scrittura e la Tradizione.

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Varazze, 21 aprile 2017

tra l’Ottava di Pasqua

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Note:

[1] Cf. il mio studio Il concetto del sacerdozio in Rahner, in Il Sacerdozio ministeriale, “L’amore del Cuore di Gesù”, a cura di S.Lanzetta e S.Manelli, Casa Mariana Editrice, Frigento-Napoli 2010, pp.183-229.

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2017/06/cavalcoli56.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Giovanni https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Giovanni2017-04-21 16:36:552021-04-20 19:39:35Una notizia storica: Alberto Melloni annuncia l’estinzione del Sacerdozio

Gesù discese agli inferi. Esistono davvero Inferno e Paradiso ?

11 Aprile 2017/5 Commenti/in Attualità/da Padre Giovanni

—  Settimana Santa —

GESÙ DISCESE AGLI INFERI. ESISTONO DAVVERO INFERNO E PARADISO ?

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«Questa discesa dell’anima di Gesù non si deve immaginare come un viaggio geografico, locale, da un continente all’altro. È un viaggio dell’anima […] Questa parola della discesa del Signore agli Inferi vuol soprattutto dire che anche il passato è raggiunto da Gesù, che l’efficacia della Redenzione non comincia nell’anno zero o trenta, ma va anche al passato, abbraccia il passato, tutti gli uomini di tutti i tempi» [S.S. Benedetto XVI, Domande su Gesù, programma A Sua Immagine, 22 aprile 2011]

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Autore
Giovanni Cavalcoli, O.P.

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PDF  intervista formato stampa

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MAURIZIO GASPARI ― All’Inferno molti non credono, altri sostengono che non può essere eterno ed altri ancora che sia vuoto. Lo stesso dicasi dell’Angelo caduto e del peccato. Per molti si tratta di invenzioni della Chiesa Cattolica e comunque in tanti vivono come se Dio non esistesse, e Inferno e Paradiso sarebbero solo illusioni. Per cercare di spiegare come può un Dio buono come quello cristiano permettere la rivolta degli angeli, la diffusione del male, l’esistenza dell’Inferno e del Paradiso, padre Giovanni Cavalcoli, dell’Ordine Domenicano, ha scritto e pubblicato il libro: L’Inferno esiste. La verità negata [cf. QUI]. Padre Giovanni Cavalcoli è docente di Metafisica presso lo Studio Filosofico Domenicano di Bologna e di Teologia sistematica alla Facoltà Teologica dell’Emilia-Romagna. Officiale della Segreteria di Stato dal 1982 al 1990, è Accademico pontificio dal 1992. Autore di innumerevoli libri e saggi, svolge una intensa opera di formazione.

ZENIT, 29 marzo 2010

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Per il mondo secolarizzato ed anche per alcuni credenti l’Inferno non esiste. Si tratterebbe di una invenzione. Qual è il suo parere in proposito?

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Tintoretto discesa agli inferi

Tintoretto, Discesa del Cristo agli inferi

Il mondo secolarizzato ha perso la fede nell’Aldilà, si tratti del Paradiso o si tratti dell’Inferno. E una certa misura di secolarismo purtroppo si è insinuata anche tra alcuni credenti, i quali, anche se ammettono un Aldilà, questo è soltanto il Paradiso. È questa la mentalità cosiddetta buonista, per cui non c’è da stupirsi che, secondo queste tendenze, l’Inferno è un’invenzione. In realtà, come ho dimostrato nel mio libro, l’Inferno non è affatto un’invenzione, ma è una verità di fede insegnata da Nostro Signore Gesù Cristo, dal Nuovo Testamento, dalla Sacra Tradizione e da alcuni Concili. Quindi si tratta di un dato della divina Rivelazione, che la Chiesa ha il compito di custodire e di insegnare.

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Sulla base di quali argomenti sostiene che l’Inferno esista?

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La dottrina dell’Inferno è una dottrina teologica. Ora, gli argomenti della teologia non sono di tipo empirico, ma sono le Parole di Gesù Cristo, le quali possono essere accettate solo sulla base della fede in Gesù Cristo e nella Chiesa che ci media le Parole di Cristo.

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Esistono davvero Inferno e Paradiso?

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Da questo punto di vista, gli argomenti sono molti. Mi limiterò qui a citarne uno solo [cf. pag. 33 del mio libro sull’Inferno], che mi sembra particolarmente efficace, perché lo troviamo nel Concilio Vaticano II [Lumen Gentium, n. 48] e nel Catechismo della Chiesa Cattolica [n. 1034]. Si tratta del passo di Matteo [cf. 25, 31-46] dove Gesù Cristo non si limita ad annunciare la semplice possibilità della dannazione, ma semplicemente prevede il fatto dell’esistenza dei dannati.

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Dove e quando è nato l’Inferno?

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Per rispondere a questa domanda, dobbiamo tener presente che cosa è esattamente l’Inferno. Esso, per quanto riguarda gli uomini, consiste nel rifiuto irrevocabile della misericordia che ci è offerta dal Padre per mezzo di Gesù Cristo, Figlio di Dio. In questo senso, possiamo dire che la dannazione infernale ha cominciato ad esistere con la venuta di Cristo. Invece, se consideriamo il peccato degli angeli all’inizio della creazione, l’Inferno esiste per loro sin da quel momento [cf. Mt 25,41; 2 Pt 2,4].

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Dove è nato l’Inferno?

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Per quanto riguarda gli angeli peccatori, siccome si trovavano prima in cielo, si può dire che è nato in cielo, da cui furono precipitati [Ap 12,8]. Per quanto riguarda gli uomini, l’Inferno è nato in questo mondo nel momento in cui Gesù è stato rifiutato.

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Esiste nell’Aldilà o è presente anche sulla Terra?

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Secondo una certa tesi del cristianesimo secolaristico-buonista, se si può parlare di “Inferno”, questo esiste solo su questa terra, nel senso che il castigo per i malvagi c’è solo quaggiù e poi c’è il Paradiso per tutti. Esiste poi un’altra tesi, del tutto pagana, secondo la quale l’Inferno sarebbe quella condizione di sofferenza che colpisce anche gli innocenti oppressi dai prepotenti. Mentre in questo secondo caso la parola “Inferno” viene usata in un senso improprio, nel primo caso c’è una parte di verità, in quanto lo stato di peccato mortale è già in un certo senso l’Inferno. Ma questa tesi trascura il fatto che la pienezza irrevocabile della condizione infernale per l’uomo è solo dopo la morte. Tuttavia, ogni uomo, prima della morte si può pentire, può riacquistare lo stato di grazia di Cristo, per cui, se persevera in questo stato fino alla morte, può evitare l’Inferno.

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Cosa dicono le Sacre Scritture in merito?

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La voce più autorevole è quella di Nostro Signore Gesù Cristo. Di essa ne troviamo un’eco negli altri Libri del Nuovo Testamento, e in particolare nell’Apocalisse, nella quale abbiamo una grandiosa visione del trionfo finale di Cristo su tutte le potenze del male, le quali saranno messe in condizione di non più nuocere agli eletti.

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La descrizione mirabile dell’Inferno della Divina Commedia è credibile?

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Certamente nella sua sostanza è credibile, perché, come si sa, Dante non solo era cattolico, ma aveva acquistato una notevole cultura teologica di stampo tomistico frequentando il convento domenicano di Santa Maria Novella di Firenze. Nel contempo, Dante, da grande poeta qual era, si è permesso delle cosiddette licenze poetiche, per cui ha creato ambienti, eventi e personaggi che evidentemente esulano da quanto ci viene insegnato dalla Rivelazione cristiana, anche se nel contempo, nel complesso, non le sono contrari. Una cosa curiosa che potremmo notare al riguardo e che non è un dato della fede cristiana, è la condizione dei cosiddetti «ignavi», i quali vissero «sanza fama e sanza lodo» e pertanto vengono collocati da Dante non nell’Inferno, ma in un luogo a parte.

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Ammettere l’esistenza dell’Inferno presuppone temere il Diavolo. In che modo l’angelo caduto e l’Inferno si collocano nel disegno divino?

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Il cristiano deve avere un certo timore del Diavolo, così come noi possiamo avere un ragionevole timore di prenderci una malattia o di cadere in un qualche peccato. Da qui il dovere del cristiano di guardarsi dai pericoli morali che possono venire dalle tentazioni diaboliche, evitando atteggiamenti di eccessiva sicurezza. Detto questo, tuttavia, il cristiano fondamentalmente non ha paura del Diavolo, perché il cristiano che vive in Cristo gode della stessa forza di Cristo, il quale ha vinto Satana. Anzi, da questo punto di vista, si può dire che è il Demonio che ha paura del cristiano. Come dice infatti Santa Caterina da Siena, noi siamo vinti dal Demonio solo se lo vogliamo, commettendo o amando il peccato. Il Demonio e l’Inferno si collocano nel disegno divino in quanto costituiscono un deterrente che ci aiuta ad evitare il peccato. In secondo luogo, per quanto riguarda il demonio, anch’egli va visto come uno strumento della divina Provvidenza per due finalità: per rafforzarci nella virtù e per richiamarci paternamente quando commettiamo il male. Il diavolo di per sé vorrebbe solo il nostro male, solo che la Provvidenza divina lo utilizza secondo i suoi sapientissimi disegni per il nostro bene.

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Perchè Dio permette all’Angelo di ribellarsi?

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Perché ha un grande rispetto per il libero arbitrio della creatura. Ora, appunto, l’Angelo ribelle è una creatura dotata di libero arbitrio. Allora, a questo punto, si può dire che Dio, pur di rispettare questo libero arbitrio, accetta di essere respinto da quella creatura che in realtà potrebbe trovare solo in Lui la sua piena felicità. Questo discorso vale analogicamente anche per la vicenda umana. Inoltre si può dire che Dio ha permesso la disobbedienza dell’Angelo, perché dall’eternità aveva progettato l’Incarnazione del Verbo, grazie alla quale l’umanità, salvata da Cristo, avrebbe in Cristo vinto Satana e raggiunta una condizione di vita – quella di figli di Dio – superiore a quella che ci sarebbe stata se l’Angelo non avesse peccato.

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Che relazione c’è tra il male e l’Inferno?

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Possiamo dire che l’Inferno è una vittoria sul male morale, ovvero sul peccato, anche se resta il male di pena, cioè la sofferenza dei dannati. Qui però si tratta di una giusta pena, per cui, da questo punto di vista si può dire che è bene che ci sia questo male, per cui noi vediamo che, dal punto di vista escatologico, tutto si risolve nel bene. C’è inoltre da precisare con tutta chiarezza che sarebbe blasfemo incolpare Dio di questo male, del quale invece è responsabile soltanto la creatura angelica o umana, mentre d’altra parte l’esistenza del male di pena manifesta semplicemente la giustizia divina, la quale peraltro è sempre mitigata dalla misericordia.

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Cosa devono fare le persone per sfuggire l’Inferno e guadagnare il Paradiso?

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Praticamente si tratta di mettere in opera tutti i precetti della vita cristiana, a cominciare dall’odio per il peccato, dalla consapevolezza delle sue conseguenze, per passare al dovere di obbedire con tutte le nostre forze ai comandi del Signore, di vivere in grazia, nella pratica continua della conversione e della vita cristiana, in una illimitata fiducia nella misericordia divina, frequentando i sacramenti nella comunione con la Chiesa, nella devozione ai Santi e soprattutto alla Santa Vergine Maria, coltivando un forte desiderio del Paradiso e della santità e combattendo coraggiosamente giorno per giorno contro le insidie del tentatore, sotto la protezione di San Michele Arcangelo. In casi di eccezionale aggressività da parte del diavolo, esiste la pratica dell’esorcismo. Queste raccomandazioni naturalmente valgono per i cattolici, però siccome tutti gli uomini sono chiamati alla salvezza e quindi sono chiamati ad evitare l’Inferno e a guadagnare il Paradiso, il loro dovere è quello di seguire la loro retta coscienza, nella misura in cui conoscono le esigenze del bene e coltivando, con l’aiuto della grazia, una fede almeno implicita in Dio come rimuneratore di buoni e giudice dei malvagi.

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