Il Cardinale Carlo Caffarra è morto crocifisso, come il crocifisso e con il crocifisso
/1 Commento/in Attualità/da Padre GiovanniIL CARDINALE CARLO CAFFARRA MORTO CROCIFISSO, COME IL CROCIFISSO E CON IL CROCIFISSO
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[…] in questo caso il Papa s’è comportato male, parecchio. L’abbraccio di Carpi al Cardinale Carlo Caffarra è stato ben poca cosa, anche perché è stato un saluto di pochi secondi, solo il tempo necessario per una fotografia, mentre la ferita di quest’uomo di Dio è rimasta. Il Cardinale Carlo Caffarra è morto crocifisso. Anzi, spieghiamoci meglio: è morto come il Crocifisso e con il Crocifisso.
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Il dolore propriamente religioso è quello che piange o il peccato proprio o quello degli altri. Né si duole perché questo male è colpito dalla giustizia divina, ma, se si rattrista, lo fa per quanto viene commesso dall’iniquità umana.
San Leone Magno, Discorso 95, 4-5, PL 54, 462-463
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un ricordo del Cardinale Carlo Caffarra a cura del canale televisivo della Arcidiocesi di Bologna, per aprire il video cliccare sopra l’immagine
Abbiamo perso un Santo, un Santo Cardinale, onore e vanto del sacro collegio, quel sacro collegio, che oggi purtroppo è ferito e turbato da spinte moderniste, che ne minano l’unità e la funzionalità come sostegno del Papa nel governo della Chiesa. È quel collegio di eletti pastori che più da vicino aiutano il Successore di Pietro nel suo arduo ufficio apostolico. Il colore della loro veste, come ricordava loro Santa Caterina da Siena, è il rosso, che simboleggia il sangue di Cristo, a significare che devono esser pronti a dare il proprio sangue per il bene della Chiesa. Col Cardinale Carlo Caffarra abbiamo perso un umile principe e una robusta colonna della Chiesa, un uomo di Dio, luminare della teologia morale, soprattutto nel campo del sacramento del matrimonio e della famiglia, dunque in prima linea a subire gli attacchi e gli insulti del mondo e pertanto disprezzato, calunniato e sbeffeggiato dai modernisti, strumentalizzato e vanamente corteggiato dai lefebvriani, ammirato, ascoltato ed imitato dai buoni cattolici, viventi di quella “continuità nel progresso”, che fu la massima consegna alla Chiesa fatta da un’altra grande guida spirituale: Benedetto XVI.
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Ed egli sempre sulla breccia, con indomita fermezza, fino all’ultimo, perché fondato su di una salda preparazione dottrinale e ancor più una fede calda e illuminata, non certo quella del Cardinale Carlo Maria Martini sempre in irresolubile discussione con l’ateo “interiore”.
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«Misericordia e conversione», una conferenza del Cardinale Carlo Caffarra, tenuta ad Ancona il 30 maggio 2016, per aprire il video cliccare sull’immagine
Riguardo la personalità di Carlo Caffarra, si è parlato di intelligenza, cultura, onestà, amore alla Chiesa, pastoralità. Tutto vero. Ma secondo me, il vero cuore della sua spiritualità, è testimoniato da alcuni episodi della sua vita, dove l’amore s’intreccia al dolore. Con San Paolo, egli ha potuto dire e ci dice ancora: «Non ci sia altro vanto per me che nella croce del Signore Nostro Gesù Cristo» [Gal 6,14].
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Come il Padre Ariel che due giorni fa ha preceduto questo mio ricordo su L’Isola di Patmos con un ricordo suo [cf. QUI], posso testimoniarvi anch’io d’aver conosciuto molto bene il Cardinale Carlo Caffarra. Ci fu tra di noi una reciproca stima ed amicizia, che trasse occasione e stimolo da quattro fattori: primo, l’esser stato il mio vescovo fino al 2012, ossia finché abitai nel Convento di Bologna; secondo, esser stato mio Superiore come Cancelliere della Facoltà Teologica di Bologna, dove insegnai fino al 2011, quando divenni emerito; terzo, l’esser stato incaricato da lui esorcista della diocesi; quarto, l’esser stato, fino alla fine del suo mandato episcopale, Giudice del Tribunale diocesano per la Causa di Beatificazione del Servo di Dio Padre Tomas Tyn, inchiesta diocesana nella quale, fino al 2013, ho svolto la funzione di vice-postulatore.
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omelia del Cardinale Carlo Caffarra nella Papale Arcibasilica di San Pietro nel 2013, durante l’Anno della Fede, per aprire il video cliccare sopra l’immagine
In occasione di una visita al Cardinale nel 2012, legata al mio ufficio di vice-postulatore, egli mi raccontò con emozione che fin da seminarista amava far frequenti pellegrinaggi a piedi, partendo da Busseto, suo paese natale, a pochi chilometri di distanza, fino al Santuario della Madonna del Rosario a Fontanellato, presso Parma, diretto dai Domenicani. Carlo Caffarra visse la sua vita nella luce di Maria e quando dalla sede suffraganea di Ferrara fu promosso alla sede arcivescovile metropolitana di Bologna, fervente fu da allora in poi la sua devozione per la Vergine di San Luca.
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Vorrei ricordare tre importanti episodi della sua attività di pastore da Vescovo e da Cardinale. Pur nella loro diversità, sono tutti e tre legati da un filo rosso: sante, opportune e nobili iniziative, preparate, avviate e condotte con rettitudine d’intenzione, competenza, saggezza e coraggio, dalle quali Carlo Caffarra aveva diritto di attendersi molto per il bene della sua diocesi e della Chiesa e la diffusione del Vangelo, e pur tuttavia tutte e tre bloccate e frustrate non solo da ostacoli provenienti dall’esterno della Chiesa, ma soprattutto dall’interno, addirittura da parte dell’autorità superiore.
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Carlo Caffarra è apparso ad alcuni uno sconfitto, come ha scritto Padre Ariel di recente facendo un sottile riferimento a «noi cristologici falliti» [cf. QUI]. E sconfitto è forse apparso a un modernista come Andrea Grillo [1], che lo ha dipinto tra le righe come un uomo superato dalla storia. Eppure, poiché la causa di Carlo Caffarra era giusta ― anzi sacrosanta ―, sarà proprio la storia a dargli ragione, e Grillo sarà svergognato, mentre fin da adesso il santo Cardinale si trova trionfante sui suoi nemici nella gloria celeste, alla quale è salito per essere stato un servo fedele di Cristo.
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«avrei avuto più piacere si dicesse che l’Arcivescovo di Bologna ha una amante, anziché si dicesse che è contro il Papa», da un’intervista a Tv2000, per aprire il video cliccare sopra l’immagine
I tre episodi salienti della sua vita sono: primo, la deposizione da Segretario del Pontificio istituto per studi su matrimonio e famiglia da parte di San Giovanni Paolo II nel 1984; secondo, gli ostacoli posti da autorità ecclesiastiche al procedere dell’inchiesta diocesana relativa alla Causa di Beatificazione del Servo di Dio Padre Tomas Tyn, che fu approvata, ufficialmente aperta e appoggiata dal Cardinale; terzo, il rifiuto del Pontefice regnante di rispondere agli ormai famosi dubia e di riceverlo in udienza. Adesso vedremo come dietro a tutti tre questi episodi, che a tutta prima potrebbero dare l’impressione di una non piena consonanza con il Chiesa e il Sommo Pontefice, in realtà essi, se ben considerati e valutati con giusti criteri, mostrano invece la figura di un cattolico tutto d’un pezzo, fedelissimo alla sana dottrina, eccellente nella testimonianza cristiana, dotto e sapiente, specchio di Cristo crocifisso, splendido esempio di pastore ed educatore, soprattutto dei giovani, in pienissima comunione con la Chiesa e col Papa, a proposito del quale qualche anno fa, per controbattere alle voci maligne, ebbe a dire con fanciullesco candore che egli era papista dalla nascita, lo era allora e lo sarebbe stato fino alla morte. Uomo dotato anche di elegante umorismo, che non esitò a rispondere: «Preferirei che si dicesse che l’Arcivescovo di Bologna ha un’amante, piuttosto che si dicesse che è contro il Papa» [cf. video-intervista QUI].
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Cominciamo allora dal primo episodio e precisamente dagli antecedenti. Nella Chiesa Carlo Caffarra scelse, in sua qualità di moralista e pastore, di dedicarsi, preferenzialmente all’approfondimento, in piena comunione con la dottrina della Chiesa, dello studio del sacramento del matrimonio ― mysterium magnum [Ef 5,32] ― in tutti i suoi aspetti liturgici, spirituali, umani, morali, psicologici, sociologici, canonistici, civili ed educativi.
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Rome Life Forum 2017, intervento del Cardinale Carlo Caffarra, agenzia di informazione Corrispondenza Romana, per aprire il video cliccare sopra l’immagine
In questo campo si acquistò prestigio e fama internazionali. Per questo San Giovanni Paolo II, altro grande Maestro in questa delicata ed importante materia, lo nominò, ad appena quarantatre anni, nel 1981, a capo del Pontificio Istituto per studi su matrimonio e famiglia [cf. QUI]. Il buon Carlo Caffarra, carattere mite e fiducioso nella bontà degli altri, forse non si rese conto della terribile ed insidiosa zona di guerra nella quale lo aveva posto il Successore di Pietro. Ma partì fiducioso, forte della sua fede e della sua salda preparazione. Ecco però che il potere delle tenebre, celato sia all’interno che all’esterno della Chiesa, gli preparava un perfido agguato. Nel 1984 fu intervistato da un giornalista, che gli chiese che cosa ne pensava dell’aborto. E lui, con tutto candore, con semplicità, chiarezza e sincerità, secondo il dettato della legge naturale e il precetto della fede, senza immaginare che cosa sarebbe successo, rispose tranquillamente come suo solito: «L’aborto è un omicidio!». E scoppiò così la tempesta: qualcosa come 450 teologi “cattolici”, in realtà modernisti, quello che già il Beato Paolo VI aveva chiamato il «magistero parallelo», si scatenarono non contro il povero Caffarra, ma contro il Papa, con accuse roventi di essere un tiranno medioevale, a gruppi di 40, 50, 60 teologi, da vari paesi europei, diversi dei quali, negli anni a seguire, elevati alla dignità episcopale. Cominciò il Belgio, per seguire uno appresso all’altro con gli altri Paesi di passata tradizione cattolica: la Germania, l’Olanda, la Francia, la Spagna, ed infine l’Italia, che funse da “fanalino di coda”, come commentò il mio capo-ufficio Monsignor Tommaso Mariucci, all’epoca in cui mi trovavo a lavorare come consulente teologico presso la Segreteria di Stato di Sua Santità. Che cosa fece, in quella circostanza, il Sommo Pontefice? Tolse Carlo Caffarra dall’incarico. Alcuni in Segreteria di Stato commentarono: «Ha fatto male, doveva lasciarlo al suo posto!». Ma Carlo Caffarra ricevette in ogni caso una ferita terribile. Fu per lui una prova spaventosa e, cosa che probabilmente lo turbò e lo addolorò ancora di più, ricevuta proprio da un Santo Pontefice, che pure lo stimava, ed al quale se c’era qualcosa che gli stava proprio a cuore, era proprio la famiglia. Dovette sentirsi piombare addosso come un macigno tutto lo scherno ed il trionfo dei modernisti. Dovette sentirsi trattato con immensa ingratitudine per tutto l’impegno che aveva profuso in quella delicatissima carica e probabilmente dovette avere l’impressione di una resa ai nemici sghignazzanti della Chiesa. Perché mai accontentarli, anziché premiare e confermare il fedele servitore?
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Carlo Caffarra «Matrimonio, Eucaristia, Comunione», 20 marzo 2014, a cura del canale televisivo dell’Arcidiocesi di Bologna, per aprire il video cliccare sopra l’immagine
Nella storia della santità, per la verità, si danno altri casi del genere, nei quali un santo, senza sapere o senza volere, o semplicemente perché ingannato da soggetti maligni o perché mal consigliato da altri, fa un grave torto a un altro santo. Ma egli restò in silenzio, non si difese, non protestò, continuò nella sua dirittura morale, pregò e offrì al Signore. Solo dopo lunghi anni su questa linea di santità riuscì a guarire, a rasserenarsi, incrementando il suo impegno pastorale, finché San Giovanni Paolo II, nel 1995, lo nominò Vescovo di Ferrara. Trascorsi otto anni, nel 2003 lo promosse alla sede arcivescovile metropolitana di Bologna, la dotta e la gaudente. Nel 2006, Benedetto XVI lo creò Cardinale.
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Secondo episodio, la Causa di Beatificazione di Tomas Tyn. Non sto qui a ricordare la figura di questo santo e dotto teologo domenicano, di origine cèca, morto a 39 anni nel 1990, vissuto nel convento di Bologna dal 1972 fino alla morte e docente nello Studio Teologico Domenicano di Bologna. Padre Tomas, del quale si possono visitare i due siti [QUI e QUI], è ben noto ai lettori de L’Isola di Patmos ed ormai noto nel mondo cattolico.
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apertura del processo di beatificazione di Padre Tomas Tyn, Bologna 25 febbraio 2006, relazione introduttiva di Padre Giovanni Cavalcoli alla presenza dell’Arcivescovo Metropolita di Bologna Carlo Caffarra, per aprire il video cliccare sopra l’immagine
Carlo Caffarra ammirava Tomas Tyn, oltre che per le sue virtù, anche per la sua sapienza teologica, ed in essa vedeva una guida nella ricerca di Dio e nella fondazione dei valori morali, a rimedio degli errori del nostro tempo. Egli aveva ben intuìto, come pure lo stesso Cardinale Joseph Ratzinger scrisse a Padre Tyn [2], quanto fosse importante, seguendo la migliore tradizione domenicana, dar fondamento, giustificazione e certezza alle asserzioni morali con una solida filosofia e teologia teoretica. E qui ricordo alcune parole significative dell’Arcivescovo Metropolita di Bologna Carlo Caffarra, con le quali, nel Decreto di Introduzione della Causa del 2006 loda il Servo di Dio per la sua fedeltà alla dottrina di San Tommaso d’Aquino e rileva come:
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«[…] oggi la sua beatificazione e canonizzazione è richiesta da numerose persone che mantengono viva la memoria delle sue virtù e fama di santità già riconosciuta da tanti, quando era in mezzo a noi» [3].
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Dal 2 al 3 dicembre 2011, presso il Convento di San Domenico di Bologna, si tenne un convegno internazionale organizzato dall’Associazione Cenacolo di San Domenico di Bologna, dal tema «La figura e il pensiero di Padre Tomas Tyn» [4]. Il Cardinale Carlo Caffarra aprì i lavori con un breve discorso, nel quale ribadì la sua alta stima per il Servo di Dio come teologo esemplarmente fedele, perché tomista, al Magistero della Chiesa.
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Prolusione del Cardinale Carlo Caffarra sul pensiero di Padre Tomas Tyn, Tele Radio Buon Consiglio, dicembre 2011. Per aprire il video cliccare sull’immagine
Per Carlo Caffarra, la Causa di Padre Tyn era dunque motivo di vanto per la sua diocesi, un’Arcidiocesi come Bologna, antica e prestigiosa sede universitaria, nella quale si incontrano e si scontrano le principali correnti filosofiche del nostro tempo. La presenza dinamica ed incisiva di Padre Tomas in questo complesso e non facile ambiente forniva un appoggio e una difesa alla pastorale dell’Arcivescovo nel campo culturale e teologico.
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Al contempo, Tomas Tyn non lesinava critiche alle tendenze moderniste, secolariste, liberali, marxiste, laiciste, idealiste massoniche, protestanti ed esistenzialiste presenti nella composita cultura bolognese, delle quali qualche infiltrazione non era assente neppure tra i suoi colleghi dello Studio Teologico, allora chiamato STAB (Studio Teologico Accademico Bolognese).
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Anche in questa impresa il Cardinale fu intralciato, fino al punto che nel 2013 l’inchiesta diocesana dovette sospendere temporaneamente il suo regolare lavoro, a causa di un intervento d’autorità evidentemente ostile al Servo di Dio, intervento incompetente ed illegittimo pilotato dal di fuori del tribunale diocesano, che sospese dal suo ufficio il vice-postulatore, sicché tale ufficio, ancora dopo 5 anni, è tuttora vacante, benché fino al momento della sospensione nel 2013 il tribunale non avesse affatto riscontrato fatti o irregolarità così gravi da giustificare la sospensione dell’attività del vice-postulatore.
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Giovanni Cavalcoli, O.P. presenta la figura di Tomas Tyn a Ferrara nel marzo del 2011, per aprire il video cliccare sull’immagine
Altro dolore e umiliazione per Carlo Caffarra, il quale, nel constatare un’interferenza nelle sue funzioni di Giudice del Tribunale, rinunciò a far valere il suo diritto, ma possiamo immaginare che anche in questa occasione egli abbia trovato consolazione nella Croce. Nel corso della visita che gli feci e della quale ho parlato poc’anzi, avendogli chiesto se, anche dopo la destituzione del vice-postulatore, egli continuava ad essere favorevole alla Causa di Padre Tomas Tyn, mi disse: «Si». Poi, seduto com’era vicino a me, chinò il capo tra le mani, stette un minuto in silenzio e mi disse molto seriamente: «Non riesco a capire il perché di questa ostilità del tuo Ordine nei suoi confronti».
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Negli anni successivi al 2013 fino ad oggi, di fatto, su mandato della Postulazione Generale dell’Ordine Domenicano, l’ex vice-postulatore prosegue un lavoro non ufficiale per la Causa, anche in riferimento all’esistenza citata dal Decreto dei numerosi devoti del Servo di Dio, soprattutto in Italia e nella Repubblica Ceca [5], i quali mantengono l’interesse per il pensiero e la vita di Padre Tomas, ne studiano gli scritti e ne imitano gli esempi, lo difendono dalle critiche e ne approfondiscono il pensiero, continuano a farsi vivi, attendono e pregano per la ripresa del processo.
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“Fede e cultura di fronte al matrimonio”, conferenza tenuta nell’aprile 2015 dal Cardinale Carlo Caffarra alla Pontificia Università della Santa Croce, per aprire il video cliccare sull’immagine
Terza grande croce del Cardinale Carlo Caffarra è stata la tormentata vicenda dei dubia. Ancora una volta, un dolore che gli è venuto dal Papa, a lui, che se c’era un uomo sulla terra che fin da bimbo era per lui l’oggetto della sua tenera fiducia e il garante delle sue sicurezze assolute, questo era proprio il Romano Pontefice. E la prova tremenda doveva riguardare quel mysterium magnum al quale aveva dedicato la parte principale dei suoi studi, dei suoi interessi, delle sue pubblicazioni: il matrimonio e la famiglia. Aveva già sofferto per questo nel 1984: ora gli toccava di essere un’altra volta crocifisso. Anche adesso, di nuovo, i lazzi, le derisioni, le calunnie.
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Non che vacillasse la sua fede nell’autorità del Sommo Pontefice Francesco I. Di ciò neanche a parlarne. Ma ai suoi occhi la Amoris Laetitia conteneva dei passi ambigui, che avevano bisogno di essere chiariti dal Papa, in forza della sua autorità, anche perché di fatto, attorno a quei passi, s’era scatenata un’enorme discordia, tutt’ora non sedata. Il Papa doveva ribadire con inequivocabile chiarezza il dogma del matrimonio.
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Ma come mai il Papa non rispondeva? Come mai non lo rassicurava? Questa è stata la sua angoscia. L’atteggiamento di Caffarra peraltro è stato ben diverso da quello del Card. Raymond Burke. Questi ha parlato illegittimamente di «correggere il Papa». Caffarra non si è mai sognato di prospettare un’irriverenza simile. Evidentemente i due hanno interpretato in senso opposto i dubia, benché li abbiano formulati assieme.
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meditazione del Cardinale Carlo Caffarra sul valore del martirio in una cristianità malata, aprile 2015, per aprire il video cliccare sull’immagine
Accortosi delle strumentalizzazioni alle quali venivano sottoposti i dubia, si premurò di fare questa commovente dichiarazione di fedeltà al Successore di Pietro: «Desidero rinnovare la mia assoluta dedizione ed il mio amore incondizionato alla Cattedra di Pietro e per la Vostra augusta persona, nella quale riconosco il Successore di Pietro ed il Vicario di Gesù: il “dolce Cristo in terra”, come amava dire Santa Caterina da Siena» [cf. QUI]. Ma quello che lo ha ferito è stata la mancata risposta del Papa, per lungo tempo attesa, alla quale è seguito ― ulteriore ferita ― il rifiuto di riceverlo in udienza. Qui il Papa s’è comportato male, parecchio. L’abbraccio di Carpi è stato ben poca cosa, anche perché è stato un saluto di pochi secondi, solo il tempo necessario per una fotografia. Mentre la ferita, al Cardinale Carlo Caffarra, è rimasta.
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Il Cardinale Carlo Caffarra è morto crocifisso. Anzi, spieghiamoci meglio: è morto come il Crocifisso e con il Crocifisso.
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Varazze, 9 settembre 2017
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NOTE
[1] Vedete le nostre confutazioni delle accuse e degli argomenti — se di “argomenti” si può parlare e non piuttosto di insulti — di Andrea Grillo contro Caffarra pubblicata su questo sito. Il Cardinale ci fu grato di questa difesa portata avanti da me e da Ariel S. Levi di Gualdo su L’Isola di Patmos, vedere gli articoli seguenti: QUI, QUI, QUI.
[2] Testo della lettera nel mio libro: Padre Tomas Tyn. Un tradizionalista postconciliare, Edizioni Fede&Cultura, Verona 2007, p.129.
[3] Testo completo del Decreto nel mio citato libro, pp.147-149.
[4] Gli atti del convegno sono stati pubblicati nel numero unico di Sacra Doctrina, dal titolo “Tomas Tyn”, a cura di G.Cavalcoli, n.2, 2013.
[5] Ma anche in altri paesi, come per esempio negli Stati Uniti, in Francia, in Germania, in Spagna, in Brasile, nel Messico, in Argentina, nelle Filippine.
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I cattivi amici del Santo Padre: il Gesuita Antonio Spadaro tra utopismo e secolarismo
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/7 Commenti/in Attualità/da Padre ArielIl Santo Padre Francesco «eretico» e «apostata». E se fosse un provvidenziale “pifferaio magico”?
/35 Commenti/in Attualità/da RedazioneRispondono i Padri de L’Isola di Patmos
IL SANTO PADRE FRANCESCO «ERETICO» E «APOSTATA». E SE FOSSE UN PROVVIDENZIALE PIFFERAIO MAGICO ?
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Non si ha memoria storica di un Sommo Pontefice che come quello regnante sia stato bollato come “eretico” e “apostata” da un numero di cattolici affatto irrilevante e non riconducibili ai soli ambiti degli “integralisti”. Pertanto riteniamo che questo nuovo fenomeno meriti una chiara e onesta risposta sul piano teologico ed ecclesiologico, fornita qui di seguito dai Padri de L’Isola di Patmos in due loro diversi scritti dedicati al delicato tema.
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Capisco bene i Vostri limiti di manovra, dire tuttavia che “il Santo Padre si trova in una «gabbia» nella quale è stato messo da alcuni oscuri personaggi che lo circondano e dalla quale purtroppo non è facile uscire …», è francamente poco credibile, considerata la personalità del Santo Padre, che ha oramai al suo fianco chi egli ha voluto. Gli altri sono emarginati. O sbaglio?
Licio Zuliani
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I Reverendi Padri di questa isola che sostengono questa teoria [Ndr. «il Santo Padre si trova in una “gabbia” nella quale è stato messo da alcuni oscuri personaggi che lo circondano e dalla quale purtroppo non è facile uscire»], non sanno di aggravare ulteriormente la situazione. Rendono un cattivo servigio che va a discapito della salvezza delle anime. Il dottore privato sta demolendo tutto. Che scandalo la visita sulla tomba del don Milan, addirittura vorrebbe emularlo invitando i sacerdoti a fare lo stesso. Dal 2013 abbiamo una tale quantità di elementi oggettivi (scritti, omelie, discorsi, video) per definirlo un apostata […]. Cari Padri di quest’Isola, abbiate la carità di dire per intero la verità è in gioco la salvezza delle anime di cui voi risponderete dinanzi al tribunale di Dio. Nessuno può essere convinto che il sole sia un granello di sale.
Aquila
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il compianto Lucio Battisti [Rieti 1943 – Milano 1998], uno dei “mostri sacri” della storia della musica pop italiana, autore del brano Confusione. Per ascoltare cliccare sopra l’immagine
Il problema del Santo Padre Francesco è un problema sostanzialmente morale, cioè è il problema della sua condotta morale e della sua pastorale, non della sua dottrina di Vicario di Cristo. Su questo punto dobbiamo ascoltarlo da buoni cattolici e non fare come i lefebvriani e i luterani, che lo accusano di eresia. È questo, in sostanza, quello che il Padre Ariel ricorda nella sua risposta secca e decisa.
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Il problema del Santo Padre, a comune avviso dei Padri de L’Isola di Patmos, che a questo tema dedicano due diverse risposte, è proprio quello di non avere una forte personalità, ma di essere una persona influenzabile, salvo ad assumere a volte atteggiamenti autoritari, che però colpiscono i deboli e lasciano prosperare i forti.
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Il Santo Padre si trova a doversi misurare con un ambiente modernista molto potente, che è quello che ha spinto il Sommo Pontefice Benedetto XVI a fare atto di rinuncia. Il Papa è accerchiato, circonvenuto e adulato da falsi amici e traditori. La Chiesa ha il nemico in casa, ormai giunto ai più alti posti: pensiamo al caso del Cardinale Gianfranco Ravasi, per il quale i massoni sono nostri «cari fratelli» [cf. QUI, QUI] o del Cardinale Walter Kasper, per il quale il dogma è mutevole, o del Preposito generale della Compagnia di Gesù Arturo Sosa [cf. QUI], per il quale non sappiamo che cosa abbia insegnato Cristo, dato che a quel tempo non esistevano i registratori [cf. QUI], o dell’Arcivescovo Vincenzo Paglia, devoto di Pannella o di Bianchi, per il quale l’omosessualità è un dono di Dio.
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Alberto Melloni è invece convinto che ormai il sacerdozio è finito e che il Papa è alla pari del Patriarca di Costantinopoli [cf. QUI]. I modernisti sono penetrati nelle Facoltà Pontificie, nella Curia Romana e nella stessa Segreteria di Stato. Il Demonio bussa all’ingresso dell’Ospizio Santa Marta travestito da immigrato musulmano. Il Papa è costretto a scegliere i collaboratori tra quelli che di fatto si trova ad avere attorno. Deve fare buon viso a cattivo gioco.
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I modernisti giocano perfidamente la carta della forte capacità che il Papa ha di contatto umano e di comprensione umana, ed avendo in mano i grandi mass-media, diffondono la falsa immagine di un Papa simpaticone, populista e rivoluzionario, “leader della sinistra internazionale” contro Donald Trump, dipinto come odiatore dei poveri immigrati e servo del capitalismo americano, celando alla gente la sua identità di Vicario di Cristo e presentandolo come un modernista o un nuovo Che Guevara. La storia sembra veramente retrocessa al 1968 ed oggi si ha l’impressione di vivere, all’interno della Chiesa, a inizi anni Settanta del Novecento.
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In questa difficilissima situazione di emergenza, sotto questo assalto di forze diaboliche mai successo nella storia della Chiesa, il Papa deve barcamenarsi, deve fare attenzione ad ogni passo che fa, deve in qualche modo adattarsi alla situazione proprio per proteggere il suo ruolo di Romano Pontefice.
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I modernisti infatti hanno capito e favoriscono nel Papa il suo eccessivo affetto per la gente, organizzando delle adunate popolari, circa le quali ci si può chiedere cosa vale questo successo, ossia se esso nasce da una retta interpretazione del ruolo del Papa o forse piuttosto dalla sua semplice carica di umanità. Queste folle, che cosa vedono nel Papa? Il messaggero del Vangelo o il grande conduttore di entusiasmanti spettacoli di folla? Questo dubbio successo, secondo noi, rende il Papa influenzabile e cedevole alla formidabile, danarosa ed astuta pressione modernista.
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Questa incresciosa situazione si trascina sin dai tempi di Paolo VI ed oggi è ancora peggio. Il fatto è pertanto che il Papa non ha i mezzi per difendersi e per difendere la Chiesa dai modernisti. Il Papa deve fare, come si suol dire, buon viso a cattivo gioco. Per questo non ci sentiamo assolutamente di accusare il Papa di favorire gli eretici. E se accusandoci di «non dire tutto», alcuni vorrebbero che noi dicessimo che il Papa è eretico, o peggio ancora apostata, ebbene cavatevelo pure dalla testa, perché ciò ci sarebbe impossibile sia come sacerdoti sia come teologi. Oltre al fatto che dire ciò ― ossia accusare il Pontefice regnante di “eresia” o “apostasia” ―, non sarebbe «dire tutto», come sollecita un nostro Lettore, ma dire invece il falso.
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Nessun problema invece ad affermare che a nostro parere il Santo Padre sia cedevole è troppo accondiscendente, o troppo buono, come si suol dire, mosso dal desiderio di non causare alla Chiesa ulteriori sofferenze e non farle patire nuovi scandali. Se infatti egli rivelasse apertamente le trame di modernisti, accadrebbe nella Chiesa uno scompiglio maggiore di quello che avvenne nel 1943 in Italia con la caduta del Fascismo.
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In tale evenienza drammatica, il Papa potrebbe essere processato e deposto e i modernisti potrebbero eleggere un antipapa, Giovanni XXIV, dietro illuminata proposta di Gianfranco Ravasi e Walter Kasper, offesissimi, nonché di Alberto Melloni e di Andrea Grillo. I lefebvriani, per reazione a questo affronto intollerabile, potrebbero a loro volta eleggere, dietro suggerimento di Antonio Socci, Don Alessandro Minutella e degli Ecc.mi Monsignori Bernard Fallay e Richard Williamson, un altro antipapa, Pio XIII, del loro partito. Così si avrebbero tre Papi, senza contare il quarto, Benedetto XVI, sempre che sia ancora vivo. Frattanto, il deposto Francesco I, beneficiando di un indulto speciale, potrebbe dedicarsi a tempo pieno all’assistenza agli immigrati sull’isola di Lampedusa. Certo, il tutto può sembrare fanta-ecclesiologia, ma non ci siamo poi tanto lontani.
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Pertanto, i fedeli, per non scandalizzarsi del Papa e mancargli del dovuto rispetto come a Vicario di Cristo, devono fare questa lettura di quello che sta succedendo: occorre combattere i modernisti e difendere il Papa, perché se in qualsiasi modo viene attaccato il Papa, come spiega Padre Ariel nel suo commento di risposta che segue: si scardina la pietra che regge l’intera costruzione, con conseguenze non poi così difficili da immaginare …
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da L’Isola di Patmos, 26 giugno 2017
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un vecchio 45 giri del complesso I Camaleonti: Non c’è niente di nuovo, una canzone che oggi sarebbe adatta da suonare e cantare in diverse chiese cattedrali, al posto dell’inno Ecce sacerdos magnus. Per ascoltare cliccare sopra l’immagine
I Padri de L’Isola di Patmos sono coscienti della situazione ecclesiale ed ecclesiastica attuale e per questo si guardano dall’andare a scardinare la pietra sulla quale Cristo ha edificata la sua Chiesa [cf. Mt 13,16-20], perché sono uomini di fede. Non c’è infatti cosa peggiore che distruggere la casa sulla base del “perché io penso”, “perché io sento”…
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I misteri della fede non si fondano sul “io penso”, “io sento”… due presupposti che danno vita ad una “fede” emotiva, immatura e infantile, priva peraltro di una prospettiva fondamentale legata all’azione di grazia dello Spirito Santo che alla fine trasformò, uno spocchioso debole e pauroso come Pietro, in un martire e testimone della fede.
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Se il Pontefice regnante è «apostata», come afferma un nostro Lettore, allo stesso Lettore va ricordato che Pietro, scelto e voluto da Cristo in persona, era molto peggiore di Francesco I. Anche perché Pietro, atto di apostasia dalla fede nel Verbo di Dio incarnato la fece sul serio. Invece, Francesco I, non ha mai rinnegato pubblicamente Cristo e dinanzi al pericolo non s’è dato alla fuga. Pietro invece non solo lo rinnegò pubblicamente, ma lo fece giurando il falso e imprecando: «Allora egli cominciò a imprecare e a giurare: “Non conosco quell’uomo!”» [Mt 26,69-75].
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Noi non abbiamo mai negati i difetti, le carenze teologiche e la pastorale ambigua e confusa del Santo Padre Francesco, come fanno invece certi pavidi ecclesiastici in carriera, improvvisatisi oggi tutti quanti poveri&profughi. Non abbiamo mai negato i suoi difetti nella stessa misura in cui crediamo nello Spirito Santo «che è Signore e da la vita e procede dal Padre e dal Figlio» [cf. Simbolo di fede], inviato da Cristo alla Chiesa nascente nel giorno di Pentecoste. Pertanto non escludiamo che una persona limitata e ambigua come mostra d’esserlo il Pontefice regnante possa, anche alla fine della sua vita, come accaduto con Pietro, mutarsi in un grande confessore e difensore della fede.
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Di questa prospettiva molti sono purtroppo privi, semplicemente perché non hanno fede nelle azioni di grazia, perché la loro fede si gioca tutta sui clik del “mi piace”, “non mi piace”, perché vivono la Chiesa come un fenomeno socio-politico utile come valvola di sfogo per litigare nel microcosmo del loro cortile, laddove esiste solo nero e bianco, buoni e cattivi, dove si sentenzia “è così e basta“, ma non perché lo stabiliscono i dati oggettivi o le somme verità della fede, ma perché lo stabilisce il “io penso”, “io sento”, che finisce con l’essere il solo vero e oggettivo, il nuovo tragico dogma dell’essere e dell’esistere di molti uomini immersi nel mondo dell’iocentrismo e della auto-referenzialità. La fede è però altra cosa: «La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono» [Eb 11, 1-7].
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Mai cesseremo di rendere grazie al Santo Padre Francesco per avere portato allo scoperto un esercito così fitto e numeroso di cristiani la cui “fede”, di fatto, si basava sul niente. Infatti, al primo colpo di vento sono caduti, urlando in modo concitato ed emotivo «eresia!», «apostasia!», ed ogni altro genere di rabbia verso la Cattedra di Pietro. Ma soprattutto lo ringraziamo per avere portato allo scoperto soggetti di gran lunga più pericolosi, vale a dire tutte quelle frange di cardinali, vescovi e sacerdoti, oltre ad un esercito di teologi eretici in cattedra da alcuni decenni, che sotto i pontificati di Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, hanno a lungo lavorato con “ammirevole” pazienza nel nascondimento, dietro le quinte, giocando finché hanno potuto al trasformismo dettato da palesi mire di carriera, il tutto secondo la tecnica tanto acuta quanto pericolosa dei modernisti, che non mancano né di progettualità né di pazienza.
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Nessun problema, da parte mia, a fornire a tal proposito esempi. Figurarsi se io, come esorta a fare lo stesso Sommo Pontefice [vedere QUI], ho paura a «denunciare con nomi e cognomi». Semmai il problema è che il Santo Padre, al di là delle sue parole pronunciate nei predicozzi mattutini, i denunciati con nome e cognome se li tieni tutti attorno come edera avvolta attorno alla Cattedra di Pietro, mentre i pochi che hanno osato denunciare il covo dei serpenti attorno al sacro soglio, sono finiti come sono finiti, a lode e gloria di Dio. Pertanto, il Sommo Pontefice, oltre a essere limitato è purtroppo anche incoerente, perché mostra che tra il suo predicare a colpi di slogan a effetto per la gioia della stampa laicista, ed il suo agire concreto, non c’è corrispondenza.
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All’esortazione racchiusa in questo ennesimo predicozzo mattutino, rispondo offrendo quindi alla Santità di Nostro Signore Gesù Cristo l’Augusto Pontefice felicemente regnante, un nome di alto lignaggio che può valere per molti altri: il Cardinale Gualtiero Bassetti, Arcivescovo di Perugia e oggi Presidente della Conferenza Episcopale Italiana …
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… il Cardinale Bassetti, è riuscito ad andare avanti con quella “furbizia contadina” che induce a dire al padrone ciò che esso desidera sentirsi dire, sino a convincersi che quel semplice colono agisce come un servo davvero fedele nel migliore interesse del padrone e della proprietà. Adesso vedremo in che modo egli ha portata avanti la propria scalata, visto che al Successore di Pietro pare piacciano tanto le «denunce» corredate di «nomi e cognomi» — oltre che di fatti, naturalmente —, alle quali egli ci esorta nei suoi predicozzi mattutini.
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Gualtiero Bassetti, entrato nelle grazie del Cardinale Silvano Piovanelli, Arcivescovo metropolita di Firenze, è favorito infine nella sua promozione episcopale. Egli non è mai stato un’aquila teologica né uomo di profonda cultura, cosa che non costituisce in sé e di per sé alcun problema, anzi tutt’altro, conosciamo infatti bene i danni immani recati sotto il pontificato dell’ultimo Giovanni Paolo II dalle infauste infornate di vescovi professori. Va quindi precisato che oggi, il Popolo di Dio e noi stessi ministri in sacris veneriamo dei santi che erano persone di una limitatezza teologica e culturale a volte desolante, ma ciò non ha pregiudicato l’eroicità delle loro virtù, sino a essere canonizzati e proclamati modelli di santità per gli stessi sacerdoti, a partire dal nostro patrono, che con buona pace del Sommo Pontefice e del Cardinale Bassetti, rimane il Santo Curato d’Ars Giovanni Maria Vianney. Pur malgrado, pochi giorni fa, si è assistita alla elevazione del Priore di Barbiana Don Lorenzo Milani a sublime modello di prete per opera della Santità di Nostro Signore Gesù Cristo l’Augusto Pontefice felicemente regnante, al quale l’Enzo Bianchi e l’Alberto Melloni di turno hanno detto in modo diretto o indiretto le due parole magiche dinanzi alle quali Francesco I giunge persino a perdere la ragione, ma soprattutto ogni spirito obbiettivo: «un vero prete dei poveri … un prete degli ultimi … un prete di frontiera sperduto nelle periferie esistenziali …», ed il gioco è stato fatto, a lode dell’eretico di Bose e del politicante non meno eretico della Scuola di Bologna.
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Il futuro vescovo cardinale e presidente della C.E.I Gualtiero Bassetti, con certi santi condivide sicuramente la mediocrità e la limitatezza, non però la eroicità delle virtù e la santità. Ed a parte una giovanile “nomina d’ufficio” a vice-parroco, di fatto ha trascorso tutta la sua vita sacerdotale precedente l’episcopato tra i meandri della curia fiorentina: assistente presso il seminario, poi rettore del seminario minore, poi rettore del seminario maggiore, poi pro-vicario generale … Nel 1994 è nominato vescovo di una piccola ma antica diocesi della Maremma toscana, Massa Marittima, eretta nel V secolo in un angolo di quella splendida terra etrusca e retta dal proto-vescovo Cerbone; una Chiesa particolare nella quale egli, ragionevolmente, avrebbe dovuto raggiungere i suoi 75 anni d’età.
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Sappiamo però bene, ma soprattutto abbiamo sperimentato più volte amaramente sulla nostra pelle sacerdotale, sia nella nostra veste di sottoposti sia nella nostra veste di vittime, che mentre gli uomini di Dio tremano se chiamati a certi incarichi, giacché più son dotati di sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà, timor di Dio, più si sentono inadeguati, al loro contrario i mediocri che tendono a essere ammantati di esteriore umiltà e sopra i quali i doni dello Spirito Santo rimbalzano all’indietro come palle di gomma su di un muro di cemento, dentro sé stessi non sono mai contenti di quanto di immeritato hanno ottenuto, per questo cercano di supplire a tutti i loro demeriti aspirando ad ottenere sempre di più. Ecco allora che con tutta la fedeltà tipica dello sposo amorevole e devoto, Gualtiero Bassetti lascia solo dopo quattro anni, nel 1998, la diocesi di Massa Marittima, per divenire vescovo della Diocesi di Arezzo, che per estensione territoriale e numero di presbiteri è la seconda diocesi più grande della Toscana. Ovviamente — ci mancherebbe altro! —, questi soggetti sono adusi rivolgersi dalla loro cattedra episcopale al clero ed ai fedeli con la lacrima da teatro d’arte drammatica all’occhio, pronunciando la fatidica frase che … «mio malgrado, diletti figli e figlie amatissime, il Santo Padre mi ha comandato, ed io ubbidisco» …
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… ma anche una sposa come la Chiesa di Arezzo non era all’altezza di cotanto marito, proprio come quei mariti vicini ai sessant’anni che una volta ben piazzatisi nella società come professionisti o imprenditori e fatto un certo gruzzolo di soldi, per prima cosa lasciano la moglie a dibattersi con i problemi della sua menopausa e si prendono come fidanzata una ragazza di 25 anni che potrebbe essere loro figlia, la quale si unisce a loro per amore, solo ed esclusivamente per profonda passione d’amore. In questo caso, lo sposo devoto Gualtiero Bassetti, lascia la sposa aretina per divenire Arcivescovo metropolita di Perugia. E, per la seconda volta, ripete la rappresentazione d’arte drammatica di rito, con l’annuncio dato dalla cattedra episcopale di Arezzo: «mio malgrado, il Santo Padre mi ha comandato, ed io ubbidisco».
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È veramente insolito che nel corso dell’ultimo ventennio, dinanzi a questi comandi dati dal Santo Padre, che semmai non conosceva neppure l’esistenza, il nome e l’ubicazione geografica di certe piccole e medie diocesi d’Italia, ma che pur malgrado comandava e manco a dirsi offriva per la terza volta allo sposo una sposa più “ricca” e “bella” … mai, dico mai, uno solo di questi “mariti fedifraghi” che abbia risposto: «Beatissimo Padre, ho già cambiato ben due spose, pertanto vi supplico: lasciatemi sposo della mia sposa. Non assegnatemi per la terza volta ad una nuova e più grande diocesi». Nessuno sposo fedele ha invece agito a questo modo, in un episcopato che pare favorevole al divorzio e alle seconde e terze nozze con spose più allettanti. Comprensibile il motivo: perché tutti sono di rigore degli indefessi obbedienti quando si tratta di passare da una piccola a una media diocesi, poi da una media diocesi a una grande sede storica che beneficia del pallio metropolitano. Insomma, se un ometto, in prime nozze, ha avuto il colpo di grazia di sposare la figlia di un barone di provincia, poi in seconde nozze la figlia di un conte di città, può essere forse così sciocco da non accettare di lasciare la seconda per prendersi come terza moglie la figlia di un principe che vive nella capitale? In fondo, nei cammini pastorali della fede — perché qui è di pura fede che si tratta, intendiamoci! —, bisogna da una parte puntare sempre più in alto, dall’altra puntare al duc in altum, ossia prendere il largo, ce lo insegna Cristo stesso nel Vangelo della pesca miracolosa, anzi lo comanda proprio Egli stesso a Pietro: «Prendi il largo» [Lc 5,1-11]. Resta però un dubbio: Cristo Signore, a Pietro, lo fece capo dei pescatori di uomini, o capo di un gruppo di pescatori di mogli sempre più altolocate?
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Per inciso sia chiaro, è legittimo, anzi a volte auspicabile che a certe grandi sedi metropolitane siano assegnati dei vescovi che hanno già maturata esperienza pastorale, cosa che in rari casi avveniva anche in passato, quando pure un vescovo, una volta eletto a una sede, era inamovibile sino alla morte. Ma si tratta, appunto, di casi molto rari. Per esempio, in Italia, dove abbiamo oltre duecento diocesi, le grandi sedi che potrebbero richiedere un vescovo con esperienza pastorale già maturata, saranno più o meno dieci: Palermo, Napoli, Firenze, Bologna, Genova, Milano, Torino … E qui faccio nuovamente notare che mentre la Diocesi di Arezzo, più grande ed estesa dell’Arcidiocesi umbra, ha 245 parrocchie e un presbiterio formato da 270 sacerdoti tra secolari e regolari, l’Arcidiocesi di Perugia ha 155 parrocchie e un clero composto da 190 sacerdoti, tra secolari e regolari. Però, quello di Perugia, è un arcivescovo metropolita, mentre quella di Arezzo, sebbene diocesi di maggiori proporzioni come parrocchie, clero ed estensione territoriale, è una diocesi suffraganea della sede metropolitana di Firenze. E proprio in quel di Firenze, città che al futuro cardinale iper-bergogliano ha dato i natali, dinanzi a certe figure si è soliti motteggiare: «Eh, ti conosco, mascherina …».
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Il Cardinale Gualtiero Bassetti è un paradigma per un motivo che adesso illustro sul finire: sotto il pontificato di Giovanni Paolo II, tutti ricordano questo personaggio, a Massa Marittima prima e ad Arezzo in seguito, come un pubblico difensore della famiglia e dei valori non negoziabili. Sotto il pontificato di Benedetto XVI, tutti lo ricordano a Perugia come un pubblico difensore della ortodossia teologica e della buona liturgia. Sotto il pontificato di Francesco I, tutti lo stiamo vedendo, nel suo nuovo ruolo di Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, come un uomo tutto poveri, profughi e jus soli. Ecco, mi domandavo se per caso, i grandi padri del Diritto Romano, oltre al jus soli, non abbiamo anche coniato l’istituto giuridico del … jus sòla.
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Forse, quella lingua biforcuta di Pietro l’Aretino, dinanzi al quale Giovanni Boccaccio era pressoché una “timida educanda”, avrebbe esordito con qualche sonetto più o meno a questo modo … « perlomeno le baldracche cambian clienti, ma eziandio restan sempre se stesse, allo contrario d’altri, che mutan invece vezzi e forme secondo le diverse esigenze di lor novi clienti ».
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Come capite, stiamo parlando di persone non solo prive di coerenza, ma prive di comune senso del ridicolo, convinte che il Popolo di Dio sia formato di poveri beoti incapaci di cogliere, capire e analizzare. Non c’è problema, perché capiranno, volenti o nolenti, vuoi per obbligo vuoi in modo forzato, quando giungendo un giorno parati a festa nella piazza della loro chiesa cattedrale si sentiranno strillare da una turba inferocita: «buffoni, buffoni!». E da questa eventualità tutt’altro che fantascientifica e remota, oggi io vi dico — o se mi permettete “vi profeto” — che non siamo affatto lontani. E siccome, di questo, sono in cuor loro consapevoli anche diversi episcopetti e cardinaletti, potete ben capire come mai, dinanzi a questioni morali e sociali di inaudita gravità, hanno piegato il capo e calato il silenzio sul matrimonio tra coppie omosessuali, sugli ennesimi colpi dati al poco che resta della famiglia, sulle forme ideologiche violente di un laicismo sempre più aggressivo verso ogni sentimento cristiano, sulla dittatura del gender, sulle azioni da polizia repressiva della gaystapo e via dicendo, perché da una parte non hanno il virile coraggio, dall’altra vivono col terrore di perdere il loro potere sociale ed economico, che presto però perderanno, perché il conto alla rovescia è iniziato sin dagli inizi di questo nuovo millennio, ed oggi siamo ormai agli sgoccioli degli ultimi grani di sabbia della clessidra. Vogliamo capirla o no, che a breve, in Europa saremo messi fuorilegge, mentre il miope episcopato italiano si scalda in seno la pericolosa serpe islamica che domani metterà le nostre teste nei campanili al posto dei batacchi delle campane? È che le teste saranno le nostre, non quelle di Gualtiero Bassetti e di Nunzio Galantino, loro saranno frattanto emigrati in Svizzera, dove seguiteranno a parlare di accoglienza sulla nostra pelle e sul nostro sangue, seguitando a garantire che l’Islam è una religione di pace.
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O pensate che l’episcopato italiano si sia prostituito sino a lisciare il pelo a quel demonio incarnato di Marco Pannella per pura carità cristiana? Suvvia, mica siamo bambini! Se hanno chinato il capo dinanzi al padre delle leggi sull’aborto, sulle unioni civili, sul matrimonio gay, nonché ideologo indefesso della cultura omosessualista, del gender, dell’eutanasia, delle sperimentazioni genetiche, degli uteri in affitto … è stato solo per un semplice motivo: con un Pontefice che da una parte ha dato inizio al proprio pontificato invocando una Chiesa povera per i poveri [cf. QUI], una forte crisi economica in corso, ed al contempo una caduta libera in corso della credibilità del clero, vessato da scandali morali ed economici senza precedenti, in siffatta situazione all’indemoniato Marco Pannella sarebbe bastato solo mezzo fischio per segnare un trionfo elettorale senza precedenti chiamando alle urne gli italiani per un referendum popolare sulla abolizione del tributo dell’Otto per Mille alla Chiesa Cattolica; ed i primi a votare a favore sarebbero stati molti cattolici. Proprio così … l’episcopato italiano si è svenduto come Esaù svendette la primogenitura per un piatto di lenticchie [Gen 12,50] …
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… e per la prima volta, attorno alla Cattedra di Pietro, si sono visti volteggiare degli accoliti di Satana come Marco Pannella ed Emma Bonino, colei che tutt’oggi chiama l’aborto «grande conquista sociale degna di un Paese civile», mentre il Pontefice che sogna una Chiesa povera per i poveri, non esitava ad accoglierla ripetutamente — cosa invece più volte negata a quattro pii cardinali —, ed a definirla «una grande d’Italia», assieme al comunista ateo e anticlericale Giorgio Napolitano [cf. QUI]. E qui facciamo notare per inciso che il grande ateo e comunista italiano Giorgio Napolitano, rivolse nel suo discorso ufficiale queste parole al Romano Pontefice:
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«Ci ha colpito l’assenza di ogni dogmatismo, la presa di distanze da “posizioni non sfiorate da un margine di incertezza”, il richiamo a quel “lasciare spazio al dubbio” proprio delle “grandi guide del popolo di Dio”» [testo del discorso, QUI].
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Che tradotto vuol dire: finalmente, un Pontefice che non parla dei dogmi della fede, o del fatto che certi temi non sono negoziabili da parte della morale cattolica, come per esempio il valore e la tutela della vita umana sin dal momento del concepimento e via dicendo. Segue poi un discorso improntato sul relativismo, l’antropocentrismo e via dicendo, dietro al quale non è difficile individuare, per noi addetti ai lavori, la mano di certi teologi, o meglio di qualche nota scuola teologica italiana, i cui fondatori frequentarono fin troppo la politica ed il palazzi politici …
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Ah, la Chiesa povera per i poveri! Speriamo che domani la gente non ci prenda a colpi di spranga per la strada, quando tra non molto scapperanno fuori i raggiri di vari preti trafficoni che dalla sera alla mattina hanno messo in piedi centri di accoglienza per “profughi”, gestendo da una parte grosse somme di danaro e dall’altra donando qualche appartamento agli amati nipoti. Cosa accadrà, per la mancanza di vigilanza delle nostre «guide cieche» [cf. Mt 23,16], quando saranno denunciate svariate Onlus fondate da preti per i più disparati scopi benefici, sociali e assistenziali, ivi inclusa persino una benemerita associazione per la lotta contro la pedofilia, ed il tutto specie nel Meridione d’Italia, quando si scoprirà che queste “pie fondazioni” non hanno mai presentato un bilancio, che ricevono finanziamenti generosi da vari enti statali ed europei, pur avendo dei consigli d’associazione “segretissimi” formati tutti quanti da fratelli, sorelle, nipoti e cugini, nessuno dei quali ha semmai un lavoro, ma vivono come suol dirsi alla grande sul gran mercato della “carità”? E cosa accadrà quando si scoprirà che grazie ai “profughi”, diverse strutture della Caritas, soprattutto da Napoli in giù, lungi dal beneficiare al novanta per cento di volontari gratis et amor Dei, hanno risolto certi problemi di disoccupazione, o più facilmente di carente voglia di lavoro, garantendo uno stipendio a fratelli, sorelle, nipoti, cugini, amici e … persino “fidanzati” di certi preti?
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Torniamo quindi ai vescovi ed ai cardinali del nostro discorso in questione, che forse è meglio …
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Anche il Cardinale Giuseppe Betori, attuale Arcivescovo metropolita di Firenze, è stato sotto il pontificato di Giovanni Paolo II, a partire da quand’era Segretario generale della C.E.I. sotto la presidenza del Cardinale Camillo Ruini, un difensore della famiglia e dei valori non negoziabili; in seguito, come vescovo diocesano e come cardinale, sotto il pontificato di Benedetto XVI è stato un difensore della ortodossia teologica e della buona liturgia. La differenza che però corre tra il Cardinale Giuseppe Betori e il Cardinale Gualtiero Bassetti, è che il primo, memore di ciò che pensavano sia Giovanni Paolo II sia Benedetto XVI, ed ancor prima di loro Paolo VI e Giovanni XXIII, s’è ben guardato dal beatificare Don Lorenzo Milani, anzi ha dichiarato «per me non è santo» [cf. QUI, QUI], ed in tal modo è rimasto in coscienza se stesso dinanzi al mondo e alla storia. Tutt’altra pasta il Cardinale Gualtiero Bassetti, che cambiata non natura, ma cambiato semplicemente cliente, si è immediatamente adeguato dichiarando «per me è santo», mostrando in tal modo il proprio sé stesso nella miracolosa evoluzione dei tempi [cf. QUI, vedere video QUI], il cosiddetto … jus sòla.
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In conclusione ribadisco che al Santo Padre Francesco noi dobbiamo profonda gratitudine, perché come il pifferaio magico di Hamelin ha portato allo scoperto tutti questi topi; e qui permettetemi di dirvi che, questa analisi, non l’ho fatta adesso, ma quattro anni fa, dopo appena tre mesi di pontificato [vedere QUI]. E noi, dopo l’opera straordinaria del pifferaio magico, i topi li condurremo tutti a gettarsi nelle acque del fiume. Perché domani, queste persone paralizzate nel potere presente, certe che questo presente è una sorta di motore immobile che non passerà mai, prive come tali di una prospettiva escatologica futura perché paralizzate nel tutto e subito, nell’immediato, non potranno più in alcun modo riciclarsi sul carro del nuovo condottiero, cosa di cui dovremo rendere profonde grazie al Sommo Pontefice Francesco I, per sempre. In caso contrario, dinanzi a qualsiasi tentativo di gattopardesco riciclaggio clericale, per noi sarà un cosiddetto gioco da ragazzi, ricordare a tutti costoro come hanno vissuto e con quale piaggeria hanno agito sotto questo pontificato, pur di ottenere cariche ecclesiastiche e benefici d’ogni genere al merito dei poveri, dei profughi e delle periferie esistenziali. Infine sarà nostra cristiana missione “tagliar loro le teste”, a partire da quella del Cardinale Gualtiero Bassetti, uno dei diversi ai quali, casomai fosse stata eretta nell’Urbe, avrebbero dovuto dare come titolo cardinalizio quello della Chiesa di Santa Maria del Camaleonte. Perché costui, domani, come prova ampiamente la sua vita vissuta, al minimo cambio di vento non esiterebbe a presentarsi in pubblico con sette metri di cappa magna ed a dichiarare che i crociati salvarono intere popolazioni dagli attacchi dei musulmani e che pertanto vanno venerati come autentici difensori della fede. Ma soprattutto, al primo cambio di vento, non esiterebbe a dichiarare che andrebbero ripristinati i sani e santi metodi della vecchia inquisizione per procedere ad ardere al rogo Enzo Bianchi e Alberto Melloni.
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Che la Chiesa fosse santa e meretrice, questo lo afferma il Santo vescovo e dottore Ambrogio, ma dicendo ciò in un proprio sermone [casta meretrix, in Lucam III, 23], egli si rifaceva alla letteratura dell’Antico Testamento ed in particolare all’episodio della prostituta di Rahab che aiutò a Gerico gli israeliti come una «meretrice casta», che «molti amanti frequentano per le attrattive dell’amore ma senza la contaminazione della colpa». In modo contrario, personaggi come Gualtiero Bassetti e affini, hanno mutata invece la Chiesa in una baldracca che va dove tira il vento; e questo è tutt’altra cosa, rispetto al casto meretricio. O per dirla con il Reverendo Prof. Joseph Ratzinger, ciò vuol dire mutare la Santa Chiesa di Cristo «in una struttura di peccato» [cf. Introduzione al Cristianesimo, ed 1968], con buona pace del pretesto dei poveri, dei profughi, delle periferie esistenziali e dei tanti preti improvvisatisi oggi di strada, di frontiera e di periferia, per seguire con tutti gli stereotipi da Repubblica delle Banane sudamericana degli anni Settanta oggi in gran voga, sui quali molti stanno facendo folgoranti e dannose carriere ecclesiastiche, senza che l’Augusto Inquilino di Santa Marta si renda conto dei danni che sta favorendo, ma soprattutto di ciò di cui in futuro dovrà rispondere a Cristo, che gli ha affidata la propria Santa Sposa, non una ideale e idealizzata villas de las miseria …
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Nonostante tutto questo, noi crediamo con fede profonda e certa che quello del Sommo Pontefice Francesco I, per opera di grazia dello Spirito Santo, finirà con l’essere e col risultare a posteriori un pontificato che come pochi altri avrà reso grande servizio e grande bene alla Chiesa di Cristo per il suo futuro.
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Nel maggio 2016, quando ancora nessuno poteva immaginare certi eventi presenti, per sincera onestà intellettuale reputai opportuno indirizzare queste parole al Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, Cardinale Angelo Bagnasco, verso il quale fui durissimo nel 2013 in occasione del funerale porcino del presbìtero Andrea Gallo:
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«Eminentissimo Padre Cardinale, non passerà molto tempo che noi, con la morte nel cuore e le lacrime agli occhi risogneremo i tempi recenti nei quali avevamo come punto di riferimento e modelli di equilibrio pastorale uomini straordinari come lei. Domani noi vivremo nel vostro ricordo e sentiremo in modo drammatico la vostra mancanza. E quelli che, come il sottoscritto, in alcuni momenti vi hanno trattati con severità, si pentiranno − ma se è per questo io sono già pentito – d’esser stati severi con voi e renderanno la vostra vecchiaia meno sofferente venendovi a baciare la mano e dicendovi con profonda devozione che in verità voi eravate degli autentici Padri della Chiesa; e ve lo diremo sinceri e convinti dopo avere provato il peggio del peggio che sulla nostra pelle di presbìteri fedeli alla Santa Chiesa di Cristo e alla sua dottrina si sta ormai preparando» [l’intero articolo è leggibile QUI].
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Io non sono mai saltato sul carro del vincitore, basti dire che ho vissuto anni di formazione sacerdotale a Roma e poi altri anni a seguire di sacerdozio nella Diocesi del Sommo Pontefice, senza mai avere visto una sola volta da vicino né Giovanni Paolo II né Benedetto XVI né Francesco I. Anche perché non ho mai cercato di avvicinarli, persino quando più e più volte ho prestato servizio liturgico ai pontificali di Benedetto XVI. E perché mai avrei dovuto? Menziono tutti i giorni il Sommo Pontefice nel canone della Santa Messa, cosa questa che basta a loro e basta a me. Semmai, io mi avvicino a coloro che dal gran carro sono scesi, cessando alla loro discesa di essere delle stelle, ed oggi nessuno li cerca, forse nemmeno li ricorda, a partire dai giornalisti che li inseguivano come segugi. A quelli io sono da sempre vicino, nella loro solitudine e nel loro cammino; ed è lì che nascono le più belle relazioni, quando il rapporto tra colui che avvicina e colui che si lascia avvicinare, è caratterizzato dalla totale mancanza di qualsiasi genere di interesse, non certo dalla speranza di finire in una terna per una nomina episcopale.
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Ciò premesso concludo: su queste parole scritte oltre un anno fa al Cardinale Angelo Bagnasco, c’è forse qualcuno che oggi intende darmi torto, sia dinanzi al nuovo episcopato italiano, sia dinanzi alla nuova presidenza della C.E.I, che mi suona tanto come la nuova presidenza del jus sòla sul carro del gran carnevale di Rio de Janeiro?
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da L’Isola di Patmos, 26 giugno 2017
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Cari Lettori,
L’Isola di Patmos è ripiena di Spirito ma non vive di solo spirito, ed il mantenimento del sito che ospita questo osservatorio, questa rivista, ha dei costi, tra l’altro in aumento. Noi siamo sempre andati avanti grazie alle vostre offerte, di cui vi ringraziamo. La verità ve la offriamo gratis di tutto cuore ed a nostro totale “rischio e pericolo”, però ricordate che lavorarla, confezionarla e diffonderla, purtroppo costa.
Dio ve ne renda merito.
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I porno-teologi del galantiniano Avvenire: una profanazione sacrilega dell’Eucaristia di Padre Ermes Ronchi
/10 Commenti/in Attualità/da Redazione— bollettino di guerra: è in corso una guerra contro la fede? —
I PORNO-TEOLOGI DEL GALANTINIANO AVVENIRE : UNA PROFANAZIONE SACRILEGA DELL’EUCARISTIA DI PADRE ERMES RONCHI SUL GIORNALE DEI VESCOVI ITALIANI.
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… bisogna delineare la differenza sostanziale e formale che corre tra due “benemerite” riviste erotiche come Playboy e Penthouse, ed il galantiniano Avvenire : le prime due, sono delle riviste erotiche, mentre il secondo ― il galantiniano Avvenire ―, tramite questo articolo di Ermes Ronchi è “consacrato” in tutto e per tutto come quotidiano porno nel senso etimologico del termine.
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«Fino ad oggi si è voluto riformare Roma senza Roma, o magari contro Roma. Bisogna riformare Roma con Roma; fare che la riforma passi attraverso le mani di coloro i quali devono essere riformati. Ecco il vero ed infallibile metodo; ma è difficile. Hic opus, hic labor»
Don Ernesto Buonaiuti [Roma 1881 – Roma 1946]

L’articolo del porno-teologo Ermes Ronchi su Avvenire [vedere QUI ]
Sull’ineffabile Avvenire galantiniano del 15 giugno è apparso un commento al Vangelo della Solennità del Corpo e del Sangue del Signore [cf. Gv 6,51-58], in cui si afferma e si scrive candidamente che in questa liturgia «non adoriamo il Corpo e il Sangue del Signore» e che non è esatto affermare che «celebriamo Cristo che si dona, corpo spezzato e sangue versato» [vedere articolo, QUI] .
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Seguendo la logica filosofico-teologico-pedagogica «non pigliateli sul serio, pigliateli per il culo», campagna pastorale lanciata tempo fa da L’Isola di Patmos [cf. QUI], questa volta tocca al porno-teologo Ermes Ronchi O.S.M, autore di questo commento sull’organo della Conferenza Episcopale Italiana e personaggio del quale già ci siamo occupati quando fu invitato a sparare raffiche di eresie a tutta la curia romana per la predicazione dei pii esercizi spirituali [vedere precedente articolo, QUI]. Dinanzi a quella predicazione a parlare non furono i commenti dei convenuti ma le immagini delle loro facce: il Cardinale Gianfranco Ravasi era ritratto in foto sorridente, distante alcuni metri dal prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, Cardinale Gerhard Ludwig Müller, impietrito e sbiancato in volto come uno ch’è in procinto d’accasciarsi a terra colto da un colpo apoplettico. Inutile dire che se al posto del Cardinale Müller fosse stato presente un suo predecessore come il Cardinale Alfredo Ottaviani, prima sarebbero partite le legnate, poi, direttamente nel cortile della casa di esercizi spirituali che si trova in quel di Ariccia e che è gestita dai membri della Compagnia delle Indie, già Compagnia di Gesù, sarebbe stato issato un rogo. Se ci pensate bene sarebbe stato un gesto salutare di giubilo misericordioso, una espressione della più perfetta carità cristiana che avvolge con tutto l’amore del fuoco che arde il corpo dell’eretico, purificandone l’anima. Certo, oggi è difficile parlare di arrosti salvifici in un mondo nel quale sono in continuo aumento i fedeli della “chiesa dei vegetariani ” e della “chiesa dei vegani ”, pertanto chiudiamo il discorso per non recare offesa ai membri di questi altri culti religiosi oggi sempre più diffusi e anche agguerriti.
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Dinanzi alla parola «porno» poc’anzi richiamata, qualcuno potrebbe pensare a due riviste come Playboy e Penthouse, che però non sono pornografiche. Infatti, questi due mensili sono catalogati tra le riviste erotiche, che come sappiamo si differenziano parecchio in sostanza e forma da quelle porno. Una cosa è infatti ἔρως [eros], cosa ben diversa è invece πόρνη [pòrne]. Detto questo i nostri Lettori non si lascino sviare per i rivoli delle varie tangenti, perché noi intendiamo rimanere sulla più squisita autostrada etimologica del πόρνη, che per intendersi è la precisa e diritta autostrada greca, sia sul piano lessicale che su quello etimologico.
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Al termine greco πόρνηια, da cui derivano i lemmi porno e pornografia, noi diamo l’originario significato filosofico per così dire autostradale, poi trasposto nel lessico sia evangelico che in quello dell’Apocalisse del Beato Apostolo Giovanni. Il termine πόρνη [pòrne], che è sinonimo indicativo anche di prostituta ― in nobile romanesco mignotta ―, è presente nella letteratura apocalittica [Ap 17:1], ed è citato per ben quaranta volte nell’Antico Testamento.
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il porno-quotidiano Avvenire ed i suoi mostri in prima pagina pel gaudio di tutte le Sinistre del mondo. Potrebbe infatti, il politicamente corretto quotidiano dei Vescovi italiani, prendersela con gli eretici?
Detto questo va delineata la differenza sostanziale e formale che corre tra due “benemerite” riviste erotiche come Playboy e Penthouse, ed il galantiniano Avvenire : le prime due, sono delle riviste erotiche, mentre il secondo ― il galantiniano Avvenire ―, tramite questo articolo di Ermes Ronchi è “consacrato” in tutto e per tutto come quotidiano porno nel senso etimologico del termine.
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Fece ricorso al termine di porno-teologia l’insigne filosofo tomista e teologo Padre Cornelio Fabro, che nel lontano 1973 apostrofò così i porno-teologi :
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«Chi pretende di avanzare tagliando i ponti con il passato non avanza, ma precipita nel vuoto, non incontra l’uomo storico in cammino verso il futuro della salvezza, ma viene risucchiato dai gorghi del tempo senza speranza».
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L’articolo di Ermes Ronchi, prima di essere eretico è sacrilego, o come sin qui spiegato è porno-teologico. Infatti, per costui, nell’Eucaristia non si tratta di adorare ma di mangiare, perché in caso contrario disprezzeremmo il dono che Cristo ci fa: «che dono è quello che nessuno accoglie? Che regalo è se ti offro qualcosa e tu non lo gradisci e lo abbandoni in un angolo?».
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Ebbene, secondo Ermes Ronchi, lasciare Gesù nel tabernacolo, vuol forse dire disprezzarLo e «lasciarLo in un angolo»? Perché seguendo le sue parole è presto detto che non si tratta di guardare al tabernacolo e alla pisside «con ciò che contiene», ma si tratta solo di mangiare. Inutile ricordare che questi sono i presupposti fondanti attraverso i quali Giovanni Calvino distrusse il mistero della presenza reale di Cristo nella Santissima Eucaristia, riducendola ad un banchetto, ad un solo mangiare tra fratelli, che ricordava simbolicamente la presenza di Cristo nel mondo.
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Prosegue Ermes Ronchi: «Nel Vangelo della Messa, Gesù non sta parlando del sacramento dell’Eucaristia, ma del sacramento della sua esistenza, che diventa mio pane quando la prendo come misura, energia, seme, lievito della mia umanità […]. Mangiare e bere la vita di Cristo non si limita alle celebrazioni liturgiche, ma si dissemina sul grande altare del pianeta, nella “messa del mondo”» [Teilhard de Chardin]».
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Osserviamo che nel Vangelo Gesù ci invita a mangiare la sua carne e a bere il suo sangue: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane unito a me e io a lui» [cf. Gv 6, 51-58]. E detto questo ricordiamo che nell’Ultima Cena, Cristo Dio prese il pane e disse «questo è il mio corpo»; e preso il vino, disse: «Questo è il mio sangue» [cf. Mt 26; Mc 14; Lc 22; I Cor 11]. l’Eucaristia è pertanto il sacramento del corpo e del sangue del Signore, ed è falso affermare che nel Vangelo della Messa Cristo non stia parlando dell’Eucaristia. È falso anche affermare che l’Eucaristia non sia il sacramento dell’esistenza del Signore, giacché al contrario essa contiene tutto Cristo: corpo, sangue, anima e divinità, basti leggere neppure i grandi trattati di dogmatica sacramentaria, né le stupende encicliche dedicate alla Santissima Eucaristia dai Sommi Pontefici del Novecento, ma solo il Catechismo della Chiesa Cattolica, che forse Ermes Ronchi non conosce, o se lo conosce, lo capovolge male [cf. CCC 1322-1405]. E siccome l’Eucaristia contiene per concomitanza la divinità di Cristo che dev’essere adorato come nostro Dio, è falso negare che nella liturgia della Messa «non adoriamo il Corpo e il Sangue del Signore» …
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… ciò equivale a dire con giochi di fatua semantica poetica — ed i misteri della fede non sono poesia —, che Dio non è realmente presente nell’Eucaristia, il che è eresia. Infine c’è da notare che il «pianeta» non è affatto l’altare del sacrificio di Cristo e quindi della Messa. Sul «pianeta» non si celebra alcuna liturgia. Il luogo nel quale si celebra la liturgia, di norma non è il «mondo», ma è un luogo e un edificio sacro, è il tempio. Perché mai vengono costruite le chiese? Per tenerci che cosa? Si deve dire dunque che l’altare sul quale si è consumato il sacrificio di Cristo, l’altare sul quale Cristo Sommo Sacerdote della Nuova Alleanza ha celebrato la sua Messa, il sacrificio liturgico, grazie al quale abbiamo l’Eucaristia, non è genericamente il «mondo», ma è la croce, capisci Ronchi ― oh, marrucine asini ― la croce!
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Dunque l’altare della Messa non è «il mondo», ma l’altare è il simbolo della croce e sull’altare il sacerdote, pronunciando le parole della consacrazione del pane e del vino, rinnova in modo incruento il sacrificio di Cristo, che è il fondamento e la ragion d’essere del sacramento dell’Eucaristia.
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Il mondo è la creazione che è salvata e redenta dal sacrificio della croce che si perpetua nella Messa. L’altare è il luogo del sacro, dove il sacer-dote celebra il sacri-ficio e confeziona [conficit] il sacra-mento. Il mondo è la profanità [pane], che viene purificata, consacrata ed innalzata al sacro [corpo di Cristo], ma non è di per sé sacro.
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È vero che grazie all’Eucaristia Cristo viene in me, Dio è in me. Tuttavia, se nell’Eucaristia non c’è Dio, diversamente la si potrebbe e dovrebbe adorare? Come fa Dio a venire in me per il tramite dell’Eucaristia? Allora, delle due cose una: o l’Eucaristia contiene Dio per concomitanza, ed allora vale e ha senso l’adorazione eucaristica; oppure Dio non c’è nell’Eucaristia, ma .. «Dio è egualmente in me». Ma che Dio è, questo Dio che è «ugualmente in me»? È presto detto: non è il Dio cristiano, ma ha tutta l’aria di essere il Dio panteistico dell’immanentismo hegeliano. Dunque un falso Dio, un idolo.
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Ci vuole una bella dose di fantasia o di ignoranza teologica o di empietà o di spudoratezza o di confusione mentale o come meglio la vogliamo chiamare, per collezionare un tale cumulo di errori e di eresie in così poche righe su di un tema così fondamentale della fede come il mistero eucaristico, per di più su di un quotidiano cattolico controllato dai vescovi italiani, i quali evidentemente non hanno fatto caso ad Ermes Ronchi, occupati in più importanti impegni pastorali, a partire da S.E. Mons. Nunzio Galantino loro segretario generale, da una parte impegnato ad affermare che Dio non castigò le città di Sodoma e Gomorra [cf. QUI], dall’altra a definire «paganesimo senza limiti» l’affermazione legata alla teologia del peccato originale [cf. QUI]. Tutto questo dinanzi ad una generale incuranza: se c’è davvero un problema «senza limiti», è purtroppo la palese ignoranza dottrinale manifestata da certi soggetti con le loro improvvide e infauste dichiarazioni. E dopo che qualcuno osò scuotere con una orrenda “bestemmia” il mondo galantiniano misericordista, molliccio, buonista ed ecologista, affermando che «Dio castiga e usa misericordia» [cf. QUI], lo scandalo prodotto fu tanto e tale che poco dopo si videro alcuni membri dell’episcopato italiano muoversi in mutande tra una dichiarazione concitata e l’altra, dopo che si furono stracciati di dosso le vesti come il Sommo Sacerdote nel Tempio di Gerusalemme [cf. Mt 27,56-68; Mc 14,53-55]. Pare che in quei giorni, la sartoria ecclesiastica romana del nostro amico Ety Cicioni in Borgo Santo Spirito, fece affari d’oro, nel rifare corredi interi a diversi vescovi [cf. QUI], con i Padri de L’Isola di Patmos che riscuotevano gioiosi percentuali sottobanco per avergli procurato svariati clienti di riguardo.
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Noi non pretendiamo che S.E. Mons. Nunzio Galantino faccia scrivere su Avvenire che lo scritto di Ermes Ronchi è di un «paganesimo senza limiti», anche perché di prassi, i ladri della fede, quando si mettono in coppia agiscono di solito a questo modo: uno ruba e l’altro gli regge il sacco. Sicuramente, i nostri Lettori, dinanzi a queste evidenze capiranno meglio ancora il senso del lancio della nostra accorata e disperata campagna … «non pigliateli sul serio, pigliateli per il culo» [cf. QUI]. Cos’altro ci resta da fare, dinanzi ad eresie sul mistero eucaristico pubblicate dal giornale dei Vescovi italiani e quindi diffuse a mezzo stampa col marchio C.E.I, le cui iniziali, purtroppo, come tutti ben sappiamo non indicano affatto i tarocchi China Export, ma la Conferenza Episcopale, che di questi tempi, in quanto a tarocchi …
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da L’Isola di Patmos, 25 giugno 2017
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… e daije: famose ‘na cultura teologgica !
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Lettera del Cardinale Carlo Caffarra al Sommo Pontefice: «Mossi dalla nostra coscienza …».
/12 Commenti/in Attualità/da Padre ArielLETTERA DEL CARDINALE CARLO CAFFARRA AL SOMMO PONTEFICE: « MOSSI DALLA NOSTRA COSCIENZA … »
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Riproduciamo la lettera che il Cardinale Carlo Caffarra ha inviato nel mese di aprile al Sommo Pontefice e che a distanza di due mesi è stata resa pubblica. Il teologo Carlo Caffarra è riconosciuto come il più autorevole esperto sui temi legati alla famiglia ed alla vita. Il Santo Pontefice Giovanni Paolo II lo considerava un proprio punto di riferimento e più volte si è avvalso della sua collaborazione per la redazione di importanti atti di magistero. Anche il Sommo Pontefice Francesco I nutre verso di lui stima, non ultimo per la sua fedeltà al Successore di Pietro, ma purtroppo, il Santo Padre si trova in una “gabbia” nella quale è stato messo da alcuni oscuri personaggi che lo circondano e dalla quale purtroppo non è facile uscire …

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo
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La recente lettera del Cardinale Carlo Caffarra, Arcivescovo emerito di Bologna, ha molto toccato il Padre Giovanni Cavalcoli e me, non a livello emotivo, ma nella più profonda dimensione spirituale, oltre che sul piano teologico e pastorale. Entrambi stimiamo profondamente il Cardinale Carlo Caffarra e conoscendolo sappiamo quanto sia un autentico uomo di Dio, un autentico modello di fede, un teologo di altissima levatura.
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Di questi tempi c’è poco da sorridere, ma con una espressione di devoto affetto, ci viene da dire al Cardinale: «Padre Cardinale, il giorno in cui come noi tutti, ella risponderà del proprio operato dinanzi a Dio, forse dovrà rispondere per alcuni pensieri, per alcune parole, per alcune opere … ma non per le omissioni! E forse — sebbene nessuno di noi possa interpretare e tanto più in anticipo il giudizio di Dio —, ci piace sperare che questa sua virile, pastorale e lodevole fuga dalle compiacenti omissioni, comporterà da parte del Supremo Giudice il pieno perdono per avere eventualmente peccato come noi tutti in pensieri, parole e opere. Infatti, la fuga da quelle omissioni nelle quali non solo gran parte dell’episcopato è caduto, ma sulle quali esso ha proprio improntato il proprio pavido agire ed operare pastorale, è da parte sua un atto di autentico eroismo per il quale Cristo sposo della Chiesa le renderà ampio merito».
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Il pubblico parlare del Cardinale Carlo Caffarra è tutt’altra cosa rispetto al parlare di coloro che nei chiusi salotti alto prelatizi lanciano fuochi e saette sul dire e non dire del Santo Padre, sulla confusione nella quale il Successore di Pietro ci ha fatti scivolare con certe sue espressioni ambigue. Il parlare del Cardinale Carlo Caffarra è mosso da gratuito amore eroico verso la Chiesa di Cristo, mentre il pettegolare salottiero di certi prelati e curiali è dovuto solo ad un livore che nasce principalmente da carriere e cariche non concesse. Infatti, se ad alcuni di essi il Santo Padre Francesco avesse imposta la agognata berretta cardinalizia, oggi costoro sosterrebbero che Amoris laetitia è il più grande documento del magistero pontificio degli ultimi cinquecento anni e che un Sommo Pontefice come Francesco I non lo si vedeva dai tempi in cui il Verbo di Dio Incarnato camminava sopra le acque dei laghi dell’antica Palestina.
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In uomini di Dio come Carlo Caffarra, vediamo quella luce della nostra cristologica speranza futura dinanzi alla quale esprimiamo con fede più che mai: «Credo la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica». Invece, dinanzi ai politicanti in carriera, che sono a monte i responsabili della situazione sempre più insostenibile nella quale versiamo, non possiamo che dire: «Preserva la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica» dai danni immani ad essa recata dai difensori dei valori “politici” non negoziabili, che all’epoca in cui il vento tirava per altro verso, si vedevano già cardinali al merito della difesa dei valori “politici” non negoziabili. Personaggi il cui vivere e agire è stata una vita di schiavitù interamente condizionata dal desiderio di conseguire una grande sede arcivescovile ed una berretta cardinalizia; vescovi che nella migliore delle ipotesi hanno lasciato diocesi allo sfacelo composte oggi da preti divisi e litigiosi; vescovi che con i propri preti si sono palesati dotati di una paternità più o meno equiparabile a quella di un cocomero; vescovi che dinanzi a Dio e alla storia saranno giudicati come i responsabili ed i padri partorienti del pessimo episcopato odierno, nato proprio per meccanismi reattivi — tutto sommato anche comprensibili —, fatti scaturire nell’episcopato italiano dai soggetti devastanti che li hanno preceduti ieri …
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… è vero, oggi abbiamo un episcopato formato purtroppo da numerosi elementi intrisi delle peggiori eresie moderniste, però, cercando persino nella tragedia un possibile “risvolto positivo”, possiamo perlomeno dire che non abbiamo più quei vescovi politiconi che mentre i loro preti in crisi abbandonavano il sacerdozio, loro erano a Montecitorio a parlare con Gianni Letta per vedere se anche lui, con una parola buona, poteva favorire il loro trasferimento alla sede arcivescovile di Milano o al Patriarcato di Venezia. E dovendo scegliere tra i vescovi che andavano e venivano dai salotti dei peggiori politici pluri-inquisiti e quelli che oggi, forse per conformismo o per convenienza, parlano in modo ossessivo solo di profughi, ahimè, sarei costretto per cristiana onestà intellettuale a scegliere questi secondi, a partire dal santegidino S.E. Mons. Matteo Maria Zuppi e dall’enfant prodige della scuola di Bologna S.E. Mons. Corrado Lorefice, baciando all’uno e all’altro dieci volte la mano. E ad ogni bacio di mano cercherei di cancellare dalla recente memoria il nefasto ricordo dei loro predecessori difensori “politici” dei valori non negoziabili, che dinanzi ai festini orgiastici di Silvio Berlusconi non si facevano scrupolo a dichiarare che … «un primo ministro non si giudica dalla sua vita privata, ma dai suoi atti di governo», aggiungendo a reprimenda verso molti italiani che osarono persino rimanere indignati per certi festini a luci rosse, che «L’indignazione non è un sentimento cristiano». E oggi questi vescovi, pensionati e come suol dirsi bellamente trombati, sono coloro che più di tutti strepitano come leoni da salotto sulla Amoris laetitia ed i divorziati risposati, mentre Silvio Berlusconi, che andava giudicato «non dalla sua vita privata ma dai suoi atti di governo», oggi ha ottant’anni e come terza compagna una ragazza appena trentenne, si è dichiarato favorevole a tutte le legislazioni più anticristiane, ed è più o meno patetico come lo erano e lo sono certi vescovi difensori “politici” dei valori non negoziabili, dietro ai quali speravano solo in una porpora cardinalizia, grazie a Dio mai giunta, mentre il loro beniamino, Berlusconi, come un albero lo abbiamo riconosciuto tutti quanti dai frutti che ha dato …
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C’è per caso qualche vergine vilipesa che intende lamentarsi perché oggi abbiamo un episcopato italiano che reattivamente, ed anche comprensibilmente, è per la gran parte tutto sbilanciato a sinistra?
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da L’Isola di Patmos, 20 giugno 2017
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Beatissimo Padre,
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è con una certa trepidazione che mi rivolgo alla Santità Vostra, durante questi giorni del tempo pasquale. Lo faccio a nome degli Em.mi Cardinali: Walter Brandmüller, Raymond L. Burke, Joachim Meisner, e mio personale.
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Desideriamo innanzi tutto rinnovare la nostra assoluta dedizione ed il nostro amore incondizionato alla Cattedra di Pietro e per la Vostra augusta persona, nella quale riconosciamo il Successore di Pietro ed il Vicario di Gesù: il «dolce Cristo in terra», come amava dire Santa Caterina da Siena. Non ci appartiene minimamente la posizione di chi considera vacante la Sede di Pietro, né di chi vuole attribuire anche ad altri l’indivisibile responsabilità del munus petrino. Siamo mossi solamente dalla coscienza della responsabilità grave proveniente dal munus cardinalizio: essere consiglieri del Successore di Pietro nel suo sovrano ministero. E del Sacramento dell’Episcopato, che «ci ha posti come vescovi a pascere la Chiesa, che Egli si è acquistata col suo sangue» [At 20, 28].
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Il 19 settembre 2016 abbiamo consegnato alla Santità Vostra e alla Congregazione della Dottrina della Fede cinque dubia, [Ndr. cf. QUI] chiedendoLe di dirimere incertezze e fare chiarezza su alcuni punti dell’Esortazione Apostolica post-sinodale Amoris Laetitia.
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Non avendo ricevuto alcuna risposta da Vostra Santità, siamo giunti alla decisione di chiederLe, rispettosamente ed umilmente, Udienza, assieme se così piacerà alla Santità Vostra. Alleghiamo, come è prassi, un Foglio di Udienza in cui esponiamo i due punti sui quali desideriamo intrattenerci con Lei.
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Beatissimo Padre,
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è trascorso ormai un anno dalla pubblicazione di Amoris Laetitia. In questo periodo sono state pubblicamente date interpretazioni di alcuni passi obiettivamente ambigui dell’Esortazione post-sinodale, non divergenti dal, ma contrarie al permanente Magistero della Chiesa. Nonostante che il Prefetto della Dottrina della Fede abbia più volte dichiarato che la dottrina della Chiesa non è cambiata, sono apparse numerose dichiarazioni di singoli Vescovi, di Cardinali, e perfino di Conferenze Episcopali, che approvano ciò che il Magistero della Chiesa non ha mai approvato. Non solo l’accesso alla Santa Eucarestia di coloro che oggettivamente e pubblicamente vivono in una situazione di peccato grave, ed intendono rimanervi, ma anche una concezione della coscienza morale contraria alla Tradizione della Chiesa. E così sta accadendo ― oh quanto è doloroso constatarlo! ― che ciò che è peccato in Polonia è bene in Germania, ciò che è proibito nell’Arcidiocesi di Filadelfia è lecito a Malta. E così via. Viene alla mente l’amara constatazione di B. Pascal: “Giustizia al di qua dei Pirenei, ingiustizia al di là; giustizia sulla riva sinistra del fiume, ingiustizia sulla riva destra”.
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Numerosi laici competenti, profondamente amanti della Chiesa e solidamente leali verso la Sede Apostolica, si sono rivolti ai loro Pastori e alla Santità Vostra, per essere confermati nella Santa Dottrina riguardante i tre sacramenti del Matrimonio, della Confessione e dell’Eucarestia. E proprio in questi giorni, a Roma, sei laici provenienti da ogni Continente hanno proposto un Seminario di studio assai frequentato, dal significativo titolo: «Fare chiarezza».
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Di fronte a questa grave situazione, nella quale molte comunità cristiane si stanno dividendo, sentiamo il peso della nostra responsabilità, e la nostra coscienza ci spinge a chiedere umilmente e rispettosamente Udienza.
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Voglia la Santità Vostra ricordarsi di noi nelle Sue preghiere, come noi La assicuriamo che faremo nelle nostre. E chiediamo il dono della Sua Benedizione Apostolica.
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† Carlo Card. Caffarra
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Roma, 25 aprile 2017
Festa di San Marco Evangelista
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FOGLIO D’UDIENZA
1. Richiesta di chiarificazione dei cinque punti indicati dai “dubia”; ragioni di tale richiesta.
2. Situazione di confusione e smarrimento, soprattutto nei pastori d’anime, in primis i parroci.
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il terremoto come “teofania” e … la “supercazzola” dell’esegeta biblico Padre Giulio Michelini …
/8 Commenti/in Attualità/da Redazione— bollettino di guerra: è in corso una guerra contro la fede? —
IL TERREMOTO COME TEOFANIA E … LA «SUPERCAZZOLA» DELL’ESEGETA BIBLICO PADRE GIULIO MICHELINI
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Chi interpreta il concetto e il dato di fede «Dio castiga e usa misericordia», come una espressione che denota «un giudizio di un paganesimo senza limiti», mostra di essere persona appartenente ad un’altra religione, o comunque ad un pensiero diverso da quello cattolico, oltre che immerso in pensieri “preistorici”. In caso contrario, si corre purtroppo il rischio di cercare risposta nelle supercazzole: «Supercazzola prematurata? Blindo come fosse antani, sbiricuda tapioca» [cf. Amici miei, II atto, 1982].
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Cari Padri,
sono un sacerdote della Diocesi di Milano impegnato al momento in studi biblici. Durante una lezione di pochi giorni fa, è emerso il tema dei “castighi di Dio” […] Il docente ci ha invitati a leggere un articolo del biblista francescano Giulio Michelini, che vi giro con la presente. A me, questo articolo non convince, ma forse sbaglio io, per questo domando un vostro parere.
don Emanuele (Milano)
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Premessa minore alla risposta:
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Supercazzola, definizione dal vocabolario italiano: «Parola o frase senza senso, pronunciata con serietà per sbalordire e confondere l’interlocutore».
Dizionario Zingarelli, 2016
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le supercazzole di Ugo Tognazzi, nel ruolo del mitico Conte Mascetti, al cimitero di San Miniato al Monte in Firenze – per aprire il video cliccare sopra l’immagine.
Ugo Tognazzi dette vita con altri mostri sacri del cinema italiano alla trilogia Amici miei, nella quale fu coniata l’espressione «supercazzola», oggi divenuta lemma letterario, come in precedenza lo divenne «il gattopardo» di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, tanto che gattopardo è ormai inserito nel vocabolario della lingua italiana e vari altri internazionali come sinonimo di trasformismo. Il lemma «supercazzola», che dal 2016 è stato inserito nel vocabolario della lingua italiana [vedere QUI, QUI], è un termine che indica invece una «Parola o frase senza senso, pronunciata con serietà per sbalordire e confondere l’interlocutore».
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Chiarito il significato letterario di «supercazzola» secondo il vocabolario della lingua italiana, procediamo adesso alla disamina dell’articolo del teologo francescano Padre Giulio Michelini, pubblicato in Avvenire del 9 novembre 2016 e così titolato: «Matteo e il racconto del sisma. Nel Vangelo il terremoto è teofania, non un castigo». Rispondiamo volentieri al quesito a noi rivolto da un giovane sacerdote ambrosiano che ci domanda lumi a tal proposito; e lo facciamo rimandando anzitutto i Lettori al testo integrale dell’articolo del dotto francescano, a noi proposto a distanza di sette mesi dalla sua pubblicazione [vedere QUI].
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Leggendo questo testo ci si accorge che l’Autore non sa né che cosa è una teofania, né che cos’è il castigo divino. Infatti, la osservazione di fondo da fare a Padre Giulio Michelini è che il castigo divino è una teofania e la teofania può essere il castigo divino, perché in caso contrario si rischia di cadere nelle espressioni senza senso di Ugo Tognazzi nella veste del mitico Conte Mascetti: «Supercazzola prematurata? Blindo come fosse antani, sbiricuda tapioca … » [vedere video riportato sopra].
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“Teofania”, infatti, non significa altro che “manifestazione” o “apparizione” di Dio. Naturalmente nella vita presente Dio non appare immediatamente nella sua intima essenza, «faccia a faccia» [I Cor 13,12], cosa che potrà avvenire solo nella visione beatifica del Paradiso. E tuttavia, come risulta dalle narrazioni bibliche, Dio può apparire ed appare in vari modi indirettamente, velatamente, «come in enigma» [ibid.], tramite immagini, simboli, visioni, creature e fenomeni naturali, che possono raccogliersi sostanzialmente in due categorie: a volte Dio appare in modo gratificante, incoraggiante e consolante, sì da mostrare la sua tenerezza, la sua dolcezza e la sua misericordia; a volte invece ci mostra un volto adirato e severo, benché sempre paterno, mandando sventure e sofferenze, per provare e rafforzare la nostra virtù, farci pentire dei nostri peccati ed esortarci alla conversione. Egli appare in modo terribile e spaventoso soprattutto ai peccatori e ai suoi nemici.
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In questo secondo caso abbiamo il castigo, che però dobbiamo intendere come correzione, ed accettare come espiazione per noi o per gli altri, sull’esempio di Cristo, sì che, se abbiamo da soffrire da innocenti per amore di Cristo, la prova si trasforma in «perfetta letizia» [Gc 1,2]. Solo ai dannati Dio appare come nemico irreconciliabile, non però per colpa di Dio, ma per colpa loro, perché fino alla fine della loro vita hanno rifiutato l’offerta della misericordia divina.
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I passi del Vangelo citati da Padre Giulio Michelini possono essere espressioni plastiche ed enfatiche per manifestare e significare la forza e il potere di Dio in eventi eccezionali. In tal senso conveniamo che in certi luoghi dei Vangeli un terremoto non significa necessariamente castigo, ma appunto è una teofania della potenza divina che segnala e sottolinea l’importanza di certi eventi della storia della salvezza.
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In altri luoghi della Scrittura, invece, il significato punitivo del terremoto è evidente [Ap 6,12; 8,5; 11,13.19; 16,18]. Del resto, come troviamo nel racconto racchiuso nel Libro della Genesi, dove si narra del castigo per il peccato originale, l’ostilità della natura è conseguenza di questo peccato [Gen 3,18]. Non è infatti pensabile l’esistenza di terremoti nel Paradiso terrestre.
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Se è vero che, come insegna la Scrittura, il peccato produce sofferenza e morte, non è difficile riconoscere come i danni che ci vengono dalla natura, senza escludere le trascuratezze, l’incuria e le improvvidenze dell’uomo, abbiano un legame col peccato originale ed anche, come indica la Bibbia, con i nostri stessi peccati, anche se è vero che un terremoto che colpisce intere popolazioni, può coinvolgere anche e soprattutto molti innocenti. Ma è appunto anche per questo fatto che la fede cristiana ha una risposta consolante, e cioè che questi innocenti ― ché poi nessuno di noi è mai perfettamente innocente ― hanno la possibilità di unirsi alla croce redentiva di Cristo.
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In tal modo la saggezza del cristiano sta nel vedere la presenza di Dio in tutto ciò che gli accade. Certamente, il termine “teofania” conviene soprattutto alle manifestazioni divine che danno gioia; eppure il cristiano sa vedere una teofania nel senso suddetto anche nei momenti della sventura, del dolore e della disgrazia. Anzi, sta proprio qui il cosiddetto asso nella manica del cristiano.
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Ogni uomo di buon senso, se non è uno stolto ateo, sa vedere Dio nelle cose che gli vanno bene. Il difficile è saper vedere un Dio di giustizia e di misericordia quando le cose vanno male. Saper vedere Dio, come diceva Lutero, «sub contraria specie». Saper capire il mistero del Crocifisso, «scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani» [I Cor 1,23]. Saper vedere la suprema bellezza sotto l’apparenza dello sfacelo, la vita sotto la sembianza del morente, la salvezza sotto l’apparenza del condannato, la beatitudine sotto le apparenze del disperato; perché anche e soprattutto in questi elementi, si manifesta la vera e solida fede in Dio Padre creatore del Cielo e della terra, nel Verbo Incarnato Suo Figlio unigenito, nello Spirito Santo che procede dal Padre e dal Figlio.
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Il cristiano che è scampato ad un terremoto, che cosa fa? Cosa pensa? Come reagisce? Quali idee, quali sentimenti dovrebbero ispirargli il prete o il vescovo? Non certo prendersela con un Dio crudele o impotente, col destino o con la natura matrigna, come ha fatto il poeta Giacomo Leopardi; non certo restarsene fatalisticamente intontito e muto davanti a un fatto che appare assurdo e incomprensibile; non basta a tranquillizzarlo, come farebbero Lucrezio o Spinoza, il pensiero delle “leggi della natura”; non impreca contro il Ministero dell’Ambiente o contro i geologi, non protesta per il ritardo dei soccorsi, ma ringrazia Dio di essere scampato; si ricorda del peccato originale e chiede a Dio misericordia; prega per le vittime, si dà a consolare i sofferenti, collabora all’opera di soccorso e, scosso dal forte richiamo di Dio, si pente dei propri peccati, aumenta i buoni propositi ed offre la sua sofferenza per la conversione dei peccatori.
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La novità del Cristianesimo rispetto all’antica religio greco-romana, è stata proprio quella di portare il pensare e il sentire umano al di fuori da una visione irascibile-punitiva degli dèi, guidando verso la visione preventiva e correttiva di un Padre amorevole e misericordioso, «lento all’ira e grande nell’amore» [Sal 102] che si prende cura della creazione e dell’uomo creato a propria immagine e somiglianza. Pertanto, chi interpreta il concetto ed il dato di fede «Dio castiga e usa misericordia» [cf. Tb 13,2], come un’espressione che denota «un giudizio di un paganesimo senza limiti» [cf. QUI], mostra di essere persona appartenente ad un’altra religione, o comunque ad un pensiero diverso da quello cattolico, oltre che immerso in pensieri “preistorici”. E qui, purtroppo, anziché cercare risposta e via per il nostro cammino nei misteri rivelati della fede, si corre purtroppo il rischio di cercare risposta nelle supercazzole: «Supercazzola prematurata? Blindo come fosse antani, sbiricuda tapioca …» [cf. Amici miei, II atto, 1982, cf. QUI].
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Il sito di questa Rivista e le Edizioni prendono nome dall’isola dell’Egeo nella quale il Beato Apostolo Giovanni scrisse il Libro dell’Apocalisse, isola anche nota come «il luogo dell’ultima rivelazione»

«ALTIUS CÆTERIS DEI PATEFECIT ARCANA»
(in modo più alto degli altri, Giovanni ha trasmesso alla Chiesa, gli arcani misteri di Dio)

La lunetta usata come copertina della nostra home-page è un affresco del Correggio del XVI sec. conservato nella Chiesa di San Giovanni Evangelista a Parma
ratrice del sito di questa rivista:
MANUELA LUZZARDI













