Avviso ai Lettori: «Cari Lettori, il nostro compleanno scocca al superamento dei tredici milioni» in soli tre anni di attività apostolica

AVVISO AI LETTORI: «CARI LETTORI, IL NOSTRO COMPLEANNO SCOCCA AL SUPERAMENTO DEI TREDICI MILIONI»

.

il 19 ottobre 2014 la nostra webmaster caricava su internet il sito di questa rivista telematica, quarantotto ore dopo, il 22 ottobre, entrava in funzione. Da allora ad oggi, la felice esperienza de L’Isola di Patmos ha superato i tredici milioni di visite in soli tre anni di attività apostolica.

.

Autori
Giovanni Cavalcoli, O.P. – Ariel S. Levi di Gualdo

.

.

.

Cari Lettori,

la redazione de L’Isola di Patmos, da sinistra a destra: Padre Giovanni Cavalcoli, Padre Ariel S. Levi di Gualdo ed il suo collaboratore Jorge Facio Lince, responsabile della gestione della nostra redazione

tre anni fa prese vita la felice esperienza de L’Isola di Patmos, un progetto dinanzi al quale mai avremmo immaginato il successo che abbiamo registrato e che rientra a nostro parere tra le azioni della grazia di Dio. Anche se nessuno di noi è un abile esperto in scienze matematiche, è il caso di parafrasare quel noto motto che dice: «parlano i numeri».

.

In tre anni abbiamo superato i tredici milioni di visite, per un totale complessivo di quasi cinque milioni di singoli visitatori, come illustrato dal grafico riportato a fine pagina. Di questi dodici ed oltre milioni registrati sino a oggi, ben oltre sette milioni e mezzo sono le visite registrate dal 1° gennaio al 22 ottobre 2017, per una media mensile attestata sulle 750.000 visite al mese.

.

i nostri due preziosi collaboratori: il filosofo e teologo Jorge Facio Lince, collaboratore del Padre Ariel S. Levi di Gualdo; Suor Matilde Nicoletti, da molti anni collaboratrice di Padre Giovanni Cavalcoli

La nostra webmaster ci ha spiegato che i numeri effettivi sono più alti, perché in gran parte dei casi, oggi, ad una singola rete sono collegati più computer dai quali più persone si connettono. Molte sono le abitazioni private nelle quali da una singola rete, si collegano tre o quattro computer. Poi vi sono reti aziendali o sistemi wi-fi ai quali i computer collegati a una singola rete sono addirittura decine. Pertanto, a suo parere, i numeri registrati dal motore che misura gli accessi al sito andrebbero perlomeno triplicati.

.

Abbiamo prodotto sino ad oggi 342 articoli per un totale di circa 8.000 pagine. Ma soprattutto abbiamo instaurato preziose e proficue relazioni sia con un numero molto considerevole di devoti fedeli cattolici, sia con numerosi confratelli sacerdoti residenti in varie parti del mondo, che ci seguono e che sempre con più frequenza ci interpellano per consigli e pareri di carattere teologico, pastorale e spirituale.

.

Padre Giovanni Cavalcoli e Padre Ariel S. Levi di Gualdo, presso il convento domenicano di Varazze (Sv) durante le video registrazioni delle lectiones di Padre Giovanni

A novembre saranno apportate alcune variazioni grafiche ed i Lettori noteranno sulla home-page la dicitura indicante l’iscrizione della rivista al Tribunale e all’albo delle riviste specializzate, perché L’Isola di Patmos è una rivista vera e propria, anche se per adesso solo on-line.

.

Abbiamo in progetto di stampare I quaderni de L’Isola di Patmos ogni quattro mesi, dove raccogliere gli articolo teologici e, prima possibile, procederemo ad aprire le Edizioni L’Isola di Patmos, stampando sia libri nuovi, sia ristampando libri dei Padri ormai fuori stampa. Nella realizzazione di questi progetti siamo andati molto lentamente, perché in certe imprese la prudenza è di rigore, specie se non si dispone né di sponsor né di somme di danaro sicure e garantite. Però, a poco a poco, stiamo realizzando questi progetti. Come infatti abbiamo più volte accennato nei nostri diversi articoli, accettare dei finanziamenti o essere coperti nelle spese di gestione da uno sponsor, può essere rischioso, per persone non ideologiche e senza bandiera di partito come noi, che proprio per questo non possono correre il rischio di ritrovarsi con finanziamenti ad elastico, in virtù dei quali i finanziatori potrebbero anche finire col dirci cosa scrivere e come scriverlo, ma soprattutto cosa scrivere e cosa non scrivere.

.

I Padri de L’Isola di Patmos a passeggio, una immagine che è un paradigma del cammino verso la luce …

In occasione del nostro compleanno, ricordiamo che i nostri Lettori sono gli unici sostenitori della nostra opera attraverso le loro offerte grazie alle quali abbiamo potuto sostenere sino ad oggi le spese di gestione. E nel “fatidico” mese di novembre, dobbiamo raccogliere il necessario per il rinnovo dei programmi e degli abbonamenti indispensabili al nostro lavoro. Dobbiamo anche provvedere a pagare il server provider, che senza averci aumentato il prezzo, ma mantenendoci la stessa quota, ha trasferito il sito in una cosiddetta piattaforma aziendale, dotato di maggiori memorie d’archivio, velocità ed accesso illimitato di visitatori. Più volte, in occasione dell’invito rivolto ai Lettori a volerci sostenere, abbiamo ricordato che in internet non è vero che tutto è gratis, ma che tutto è a pagamento, quando si lavora avvalendosi per obbligo e per necessità di tutta una serie di servizi professionali a pagamento.

.

… senza dimenticare che su L’Isola di Patmos veglia da sempre anche Ipazia gatta romana

Nel 2017 le spese sono state pari a 5.200 euro, quest’anno, avendo aggiunto altri servizi d’abbonamento, siamo saliti a 6.400 euro. Invitiamo i nostri Lettori a sostenere anche quest’anno il nostro lavoro, che come sapete è del tutto gratuito, ma soprattutto mirato, oggi più che mai, ad aiutare un numero sempre più elevato di fedeli cattolici smarriti e disorientati, ed anche a sostenere un numero non indifferente di sacerdoti non meno smarriti e disorientati. La virtù teologale della speranza, che unisce fede e carità [cf. I Cor 13, 1-13], ci aiuterà ad uscire fuori dal buio di questo tunnel, che come tutti i tunnel ha un inizio nebuloso e scuro, ma anche una fine nella luce, perché «La luce splende fra le tenebre, e le tenebre non l’hanno vinta» [Gv 1,5].

.

l’obolo della povera vedova [cf. Lc 21, 1-4]

Desideriamo offrirvi infine qualche esempio edificante, scegliendone due tra i tanti: un sacerdote italiano che senza l’aiuto dei genitori pensionati avrebbe difficoltà a fare la spesa ed a pagare la bolletta della luce della chiesa — perché questa è la realtà di molti sacerdoti di quella Chiesa italiana definita più volte in pubblico e in privato dal Pontefice regnante come «principesca», o come gestita da «vescovi prìncipi» —, tutti i mesi ci manda 10 euro. Un sacerdote dello Sri Lanka, rettore di un seminario costruito con materiali prefabbricati, tutti i mesi ci manda 3 dollari. 

.

Offriteci anche voi i mezzi per lavorare contro le tenebre, mentre porgiamo un sentito e profondo ringraziamento a tutti coloro che sino a oggi ci hanno sostenuti con affetto e con preziosa generosità. E che Dio ve ne renda merito.

.

Dall’Isola di Patmos, 22 ottobre 2017 – III° anno di attività apostolica

.

.

.

.

«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» [Gv 8,32],
ma portare, diffondere e difendere la verità non solo ha dei
rischi ma anche dei costi. Aiutateci sostenendo questa Isola
con le vostre offerte attraverso il sicuro sistema Paypal:



oppure potete usare il conto corrente bancario:
IBAN IT 08 J 02008 32974 001436620930 
in questo caso, inviateci una email di avviso, perché la banca
non fornisce la vostra email e noi non potremmo inviarvi un
ringraziamento [ isoladipatmos@gmail.com ]

.

.

.

.

.

Me lo impone l’ossequio alla verità: «La petizione a favore di Amoris laetitia è molto peggiore della Correctio filialis che accusa di eresia il Sommo Pontefice». E in appendice: una piccola profezia in morte di Benedetto XVI

ME LO IMPONE L’OSSEQUIO ALLA VERITÀ: «LA PETIZIONE A FAVORE DI AMORIS LAETITIA È MOLTO PEGGIORE DELLA CORRECTIO FILIALIS CHE ACCUSA DI ERESIA IL SOMMO PONTEFICE». E IN APPENDICE: UNA PICCOLA PROFEZIA IN MORTE DI BENEDETTO XVI

.

Giorno dietro giorno, il Sommo Pontefice Francesco si sta mostrando un genitore all’apice della propria irresponsabilità, ma non per questo cesserà mai di essere, nel bene come nel male, il nostro legittimo genitore. Pertanto, il figlio addolorato, può anche dire: «Mi sarebbe piaciuto avere un genitore diverso», ma sempre animato dalla piena consapevolezza che il suo genitore è quello. E come tale deve anche accettarlo e rispettarlo, sino ad accettare, con non poca sofferenza, il fatto che correggere e formare il genitore non è mai stato compito dei figli, mentre aiutare il genitore sì, questo è un vero e proprio dovere dei figli.  

.

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

.

.

PDF  articolo formato stampa

 

.

.

«Nella Chiesa visibile voi siete ormai i presbiteri sopravvissuti di una Chiesa militante e salvifica che non esiste più, per questo potete definirvi dei paleo-presbìteri, in attesa di congiungervi alla Chiesa trionfante nella Gerusalemme celeste»

Jorge Facio Lince, Colloqui privati con Ariel S. Levi di Gualdo

.

.

.

Nuova copertina per la prossima edizione de I miserabili, di Victor Hugo. Nella foto: il Sommo Pontefice Francesco I intervistato dal presbitero padovano Marco Pozza, degno figlio di … Frate Cipolla [cf. articolo QUI]

L’ambiguità del Santo Padre, il suo rifiuto a rispondere e chiarire, forse dovuto a una gabbia nella quale è stato chiuso o nella quale senza volere s’è lasciato chiudere [cf. risposta a un lettore, QUI], equivale a un lancio dall’aereo senza paracadute. E dinanzi a simile lancio, non si può parlare di fine prevedibile, ma solo di fine certa.

.

Provate a immaginare una di quelle famiglie numerose composta da due genitori e cinque figli in età compresa tra i cinque e i quindici anni, nella quale il padre e la madre non danno precise indicazioni e direttive su che cosa fare e cosa non fare, su quello che si deve fare e su quello che non si deve mai fare, su quello che è consentito e su quello che è proibito. E supponiamo che questi genitori, semmai anche facendo capire o indicando quel che non si deve fare e quel che è proibito fare, non indichino in alcun modo quella che sarebbe la giusta punizione data a chi trasgredisse il loro comando. Ebbene: che cosa accadrebbe?

.

A questa domanda posso rispondere attraverso un’immagine eloquente, triste e umiliante nel suo squallore per la Chiesa di Cristo e per questo pontificato. Si tratta della foto che accompagna questo articolo, nella quale è ripreso il presbìtero Marco Pozza, cappellano del carcere di Padova, seduto dinanzi al Sommo Pontefice vestito come un giovanottino casual in scarpette da ginnastica [cfr. QUI].

.

Per chiarire l’esempio scelto attraverso il quale parleremo poi di altro, bisogna ricordare che il Codice di Diritto Canonico stabilisce tutt’oggi:

.

I chierici portino un abito ecclesiastico decoroso secondo le norme emanate dalla Conferenza Episcopale e secondo le legittime consuetudini locali [can. 284]. I chierici si astengano del tutto da ciò che è sconveniente al proprio stato, secondo le disposizioni del diritto particolare [Can. 285 §1]. Evitino ciò che, pur non essendo indecoroso, è alieno dallo stato clericale [Can. 285 §2].

.

Citato il canone, conosciamo però anche la risposta di certi soggetti, che è più o meno questa: «Ma per piacere, non formalizziamoci! Ciò che solo conta sono la pace, l’amore, la misericordia, l’accoglienza. Non fossilizziamoci sulla dura e arida legge, roba da legalismi farisaici! Quel che importa è di stare vicini alle pecore, prenderne l’odore, puzzare di pecora come loro».

.

E proprio dinanzi a risposte di questo genere è necessario ricordare che oltre a questo “arido” canone 284, privo sicuramente di pace, amore, misericordia, accoglienza e puzzo di pecore, esistono quarantotto anni di magistero pontificio nell’esercizio del quale, ben tre Predecessori del Pontefice regnante, uno dei quali canonizzato e l’altro beatificato ― forse sbagliando in nome della arida legge non misericordiosa né pecoreccia ―, sulla base di questo “arido” canone hanno fatto ripetuti richiami ai membri del clero secolare e regolare, ribadendo in tutti i modi che l’abito ecclesiastico, non è affatto un semplice accessorio del tutto inutile. E richiami in tal senso li fece il Beato Pontefice Paolo VI alla Catechesi nell’Udienza generale del 17 settembre 1969 [cfr. QUI], per seguire con la Allocuzione al Clero del 1° marzo 1973. Segue la lettera circolare Per venire incontro della Congregazione per i Vescovi a tutti i Rappresentanti Pontifici del 27 gennaio 1976. Per seguire con la Lettera Apostolica del Santo Pontefice Giovanni Paolo II, Novo incipiente, del 7 aprile 1979, rivolta ai sacerdoti in occasione del Giovedì Santo. Sempre sotto il pontificato del Santo Pontefice Giovanni Paolo II — canonizzato ma non ascoltato e tanto meno seguito — segue la Circolare della Congregazione per l’Educazione Cattolica del 6 gennaio 1980, ed appresso quella della Congregazione per il Clero in Direttorio per il ministero e la vita dei presbiteri, paragrafo 66, Sull’obbligo dell’abito ecclesiastico, del 31 gennaio 1994. E ancora: l’8 settembre 1982 il Santo Pontefice Giovanni Paolo II scrisse una lettera al Vicario Generale per la Diocesi di Roma, pubblicata su L’Osservatore Romano il 18-19 ottobre 1982 — all’epoca in cui l’organo ufficiale della Santa Sede non parlava ancora di San Martin Lutero e della sua “riforma” —, ribadendo l’obbligo dell’abito ecclesiastico e stabilendo che nella sua Diocesi desiderava che i presbiteri portassero la veste talare [si invita a leggere il testo QUI]. Su questo argomento torna infine anche il Venerabile Pontefice Benedetto XVI con la sua locuzione rivolta alla riunione plenaria della Congregazione per il Clero il 16 marzo 2009 [cfr. QUI].  

.

Premesso che noi rifuggiamo qualsiasi spirito di puro e arido formalismo, ogni buon cattolico valuti da sé stesso la indignitosa portata della pubblica immagine di un pretino fashion in abiti casual, che con le scarpette da ginnastica puntate sul pavimento intervista il Romano Pontefice. Dalla stessa posa del prete chiunque può infatti dedurne che nei suoi lunghi anni di santissimo seminario, sicuramente teso già da allora a quel social-pecoreccio che oggi fa tanta tendenza, forse non ha mai appreso neppure i rudimenti della buona educazione, che non è formalismo, perché l’educazione rientra in uno stile di vita ecclesiale ed ecclesiastico legato ai più profondi elementi della spiritualità sacerdotale e del sacro ministero pastorale [rimando al mio articolo sui pretini trendy: «Non pigliateli sul serio, pigliateli per il culo» QUI].

.

Se da una parte abbiamo cordate di critici che aggrediscono a volte in modo irrispettoso e persino violento il Sommo Pontefice per ogni suo sospiro, dall’altra ci piacerebbe che, i suoi strenui difensori, spesso non meno squilibrati, entrassero nell’ordine d’idee che il Santo Padre non è perfetto e che, proprio per la migliore tutela e salvaguardia del suo ruolo, bisogna all’occorrenza mettere in luce anche i suoi difetti, che non sono pochi e sovente producono anche danni [cfr. mio precedente articolo QUI]. In caso contrario si cade nello squilibrio totale dall’una e dall’altra parte, danneggiando, nell’uno e nell’altro caso, la Chiesa di Cristo, il Pontefice regnante e l’istituto del Papato.

.

Pochi giorni fa, con decisa severità, ho criticato gli autori della Correctio filialis [cfr. testo, QUI] che hanno imputato al Pontefice regnante sette eresie espresse in modo più o meno diretto [cfr. precedente articolo QUI]. In quelle mie righe, in toni rasenti in alcuni passaggi quasi la “crudeltà”, ho duramente attaccato uno dei firmatari, Antonio Livi [cfr. precedente articolo QUI]. E l’ho attaccato perché anzitutto gli voglio molto bene, lo venero come presbitero anziano e lo considero sul piano filosofico e teologico l’ultimo grande esponente della gloriosa Scuola Romana.

.

L’ossequio alla verità e l’onesta intellettuale, oggi mi impongono a maggior ragione di affermare che quella Correctio filialis è veramente niente, a confronto di un testo di difesa del Sommo Pontefice che snatura completamente il testo della Amoris laetitia, dando per scontate e spacciando all’opinione pubblica cattolica delle aperture mai scritte e delle permissioni mai date [vedere testo, QUI]. La Correctio filialis, sulla quale spicca per il gaudio dei rumorosi cattolici filo-lefebvriani la inopportuna firma del vescovo scismatico Bernard Fellay, Superiore generale della Fraternità Sacerdotale di San Pio X, che ricordiamo non è in comunione con Roma, malgrado le improvvide e unilaterali concessioni a loro fatte dal Sommo Pontefice Francesco, non è davvero niente, a confronto delle firme che compaiono alla fine del testo di questa sperticata difesa: quelle di molti eretici conclamati. Inclusi tra di essi due scomunicati: Martha Heizer, presidente della cosiddetta associazione di base Wir sind kirche [Noi siamo Chiesa], alla quale è stata comminata nel 2014 la scomunica, non dal Sommo Pontefice Benedetto XVI, ma dal Pontefice felicemente regnante. Scomunica estesa anche a suo marito Ehemann Gert [cfr. QUI, QUI]. E se questi sono alcuni dei firmatari della difesa, c’è di che essere inquietati [cfr. QUI].

.

Proprio in virtù della severità usata pochi giorni fa, l’evolvere dei fatti mi obbliga a dire che mentre gli accusatori di ieri sono dei cattolici in errore, i difensori di oggi sono invece perlopiù eretici manifesti, incancreniti in una propria visione soggettiva di Chiesa Cattolica, non corrispondente alla Chiesa di Cristo, che con la scusa di Amoris laetitia e della pretestuosa difesa del Sommo Pontefice, tentano invece di difendere e di portare  avanti solo le loro pericolose eresie di sempre.

.

Ho usato il paradigma dell’abito ecclesiastico e della penosa foto del casual pretino fashion dinanzi al Sommo Pontefice in condizioni indignitose per ribadire che Francesco è l’emblema del genitore diseducativo. È il paradigma del genitore che, una volta presa una decisione, dinanzi alle richieste di spiegazione del figlio, anziché rispondere, gli dice: «Vai a chiedere al vicino di casa, perché lui è un genitore esperto, ci penserà lui a darti la giusta interpretazione di ciò che volevo dire». Esattamente come l’Augusto Pontefice rispose quando incalzato dalle domande dei giornalisti li invitò a chiedere lumi al Cardinale Christoph von Schönborn. E voi capite bene che, se non ci fosse da piangere, ci sarebbe da ridere.

.

Se un genitore non risponde al figlio, o non indica al figlio, assieme alla direttiva o al comando dato, anche la eventuale punizione nella quale incorrerebbe, rischia di ritrovarsi con un adolescente che gli torna a casa ubriaco e drogato alle tre di notte, consapevole che dall’altra parte non c’è un genitore misericordioso, accogliente e includente, ma un perfetto irresponsabile incapace ad assumersi le proprie responsabilità. Anzi peggio: persino capace, all’occorrenza, di prendersela con l’altro figlio adolescente che, consapevole della propria età e dei rischi che si possono correre, conduce una vita morigerata e non va a farsi di spinelli in giro per i bassifondi con persone ad alto rischio. E, detto questo, prego gli specialisti dell’uso a sproposito del Santo Vangelo e della sua peggiore adulterazione, di non azzardarsi a tirare in ballo la Parabola del figlio prodigo [cfr. Lc 15, 11-32], perché essa non insegna a prendere a legnate il figlio fedele e ad innalzare a modello il figlio dissoluto, affatto pentito e non disposto a correggersi. Anzi, avendo finito i soldi chiesti e dati in precedenza dal padre, il dissoluto torna da lui per chiedergli altri soldi e per poi tornare a dilapidarli con le prostitute. Perché questi sono i modelli che spesso, nella Chiesa contemporanea, sono fatti passare per il figliol prodigo, in sprezzo massimo a Cristo Signore ed al suo Santo Vangelo che insegnano tutt’altro.

.

Giorno dietro giorno, il Sommo Pontefice Francesco si sta mostrando un genitore all’apice della propria irresponsabilità, ma non per questo cesserà mai di essere, nel bene come nel male, il nostro legittimo genitore. Pertanto, il figlio addolorato, può anche dire: «Mi sarebbe piaciuto avere un genitore diverso», ma sempre animato dalla piena consapevolezza che il suo genitore è quello. E come tale deve anche accettarlo e rispettarlo, sino ad accettare con non poca sofferenza che correggere e formare il genitore non è mai stato compito dei figli, mentre aiutare il genitore si, questo è un vero e proprio dovere dei figli.

.

Offro infine una piccola “profezia” al termine di questo mio commento, intitolata: In morte del Sommo Pontefice Benedetto XVI. Cosa che potrebbe suonare come una caduta di stile inverosimile, se non spiegata a dovere. E la mia piccola “profezia” è questa: il Santo Padre Benedetto XVI, seppure acciaccato per comprensibili questioni di età, sebbene sempre perfettamente lucido, a novant’anni suonati si sta avviando verso la fine naturale della sua esistenza, che potrebbe avvenire da un giorno all’altro. Se infatti tutti, sin dalla nascita, inclusi infanti, bambini e giovani, possono essere còlti in qualsiasi momento dalla morte, a maggior ragione lo è un novantenne.

.

Premesso che le nostre chiese sono sempre più vuote, che i cameramen del Centro Televisivo Vaticano e di Sat2000 non sanno più da quale angolo inquadrare una piazza San Pietro sempre più deserta, cercando di farla apparire più o meno piena di fedeli … ebbene, ciò premesso vi dico: il giorno che saranno celebrate le esequie funebri del Sommo Pontefice Benedetto XVI, predecessore del Pontefice regnante, il Popolo di Dio regalerà l’ultima piazza stracolma della storia della Chiesa universale. E quella piazza stracolma, come poi mai più la si vedrà in futuro, sarà il segno e al contempo il giudizio dato dal Popolo di Dio sul pontificato di un Sommo Pontefice che ha ricevuto ed elargito sorrisi e parole a tutti, persino a un figlio di Lucifero come Marco Pannella, a una abortista indomita e impenitente come Emma Bonino, a un lupo oggi mascherato da agnello come Eugenio Scalfari [cfr. Giovanni Cavalcoli, QUI]. Ha ricevuto in udienza e ha abbracciato i peggiori dittatorelli dell’America Latina, che con gran caduta di stile lo hanno trattato a pacche sulle spalle e abbracci attorno al suo girovita; usando poi queste immagini nei propri Paesi per far credere al popolo Boliviano o al popolo Venezuelano che il Sommo Pontefice era dalla parte loro, cosa ovviamente falsa, totalmente falsa! Ma purtroppo, certe immagini, a livello mediatico hanno degli impatti devastanti, con buona pace dei guru delle comunicazioni come Padre Antonio Spadaro e Mons. Dario Edoardo Viganò, la prudenza dei quali è forse equiparabile a quella di chi li ha scelti ed eletti a certi delicati uffici.

.

Per tutti il Sommo Pontefice Francesco ha avuto sorrisi e risposte, meno che per i suoi devoti fratelli nell’episcopato, come i quattro Cardinali che in tono molto rispettoso gli chiesero una risposta, attraverso la forma ecclesiale dei cosiddetti Dubia.

.

Questo è ciò che accadrà alla morte del Sommo Pontefice Benedetto XVI. A meno che certi clericali luciferini, intuendo anch’essi che la piazza non si può controllare e che una piazza gremita stretta attorno al feretro del 265° Successore di Pietro, sarebbe un visibile giudizio clamoroso su questo pontificato caratterizzato da interviste rilasciate a giornali laici di grande tradizione anticlericale, ma al tempo stesso caratterizzato da piazze e chiese sempre più vuote, “parino il danno d’immagine” imponendo la celebrazione delle esequie funebri in forma privata. Semmai inventandosi — perché in quanto ad essere bugiardi non li batte nessuno —, che il Sommo Pontefice Benedetto XVI aveva lasciata disposizione che le sue esequie funebri fossero celebrate in forma privata. 

.

Sono stati versati fiumi d’inchiostri sul Venerabile Pontefice Benedetto XVI che ha rinunciato al ministero petrino ritirandosi a vita privata, ma nessuno ha valutato ancora la sua “terribile pericolosità” da morto, dinanzi ad una piazza gremita come mai, con un esercito di cattolici polacchi capaci a raggiungere Roma — come tra l’altro hanno più volte fatto —, anche a piedi e con l’autostop, per essere presenti alla definitiva sepoltura del pontificato di San Giovanni Paolo II, canonizzato, ma non ascoltato e  non seguito. E quella piazza gremita come mai, sarebbe un giudizio sul pontificato del Santo Padre Benedetto XVI, odiato dalla peggiore intellighenzia teologica catto-luterana, ma amato dai fedeli cattolici. Però, quella piazza gremita, sarebbe anche un giudizio terribile sul pontificato del suo Successore, che da una parte ha elargito sorrisi a Marco Pannella e ad Emma Bonino, interviste ad Eugenio Scalfari ed abbracci ad arcivescove lesbiche luterane rivestite delle insegne sacerdotali, ed al tempo stesso inaugurando l’èra di un pontificato con le chiese romane sempre più vuote e la Piazza San Pietro sempre più deserta, mentre due suoi devoti cardinali morivano dopo avere servita devotamente la Chiesa per tutta la vita ed avere confermata devozione in tutti i modi all’Augusto Pontefice, ma lui — il misericordioso —, non si è degnato di riceverli e di rispondergli. Forse non li ha ricevuti e non gli ha risposto perché era troppo impegnato a salutare l’arrivo di orde di giovanottoni in perfetta salute fisica, tutt’altro che fuggiti dalla fame e dalle guerre, tutti in fascia d’età molto al di sotto dei trent’anni, ad assoluta maggioranza musulmani, che si sono lanciati nella colonizzazione della morente Europa ormai scristianizzata foraggiati dai fondi dell’Arabia Saudita e del Qatar, ma pur malgrado chiamati in modo stolto e imprudente con tutt’altro nome: profughi. Il tutto dopo avere dimostrato di saper leggere e di saper scandire bene due sole parole latine: jus soli

.

E chi vivrà, vedrà, il giorno in cui seppelliremo il suo Venerabile Predecessore Benedetto XVI, se non decideranno di evitare il grosso problema facendogli un funerale zitti, zitti …

.

Dall’Isola di Patmos, 19 ottobre 2017

.

.

The Marco Pozza’s show

.

.

Ecco un altro prete che purtroppo non ha capito che i giovani in modo del tutto particolare, i Sacerdoti di Cristo non li vogliono conciati così, a fare i divetti di bassa lega in jeans davanti all’altare, lo dimostrano le chiese nelle quali costoro parlano, dove in platea, più che i giovani, ci sono solo vecchi sessantottini ormai settantenni, con l’artrite reumatoide, rimasti con le loro chitarrine in mano a cantare Dio e morto di Francesco Guccini, sempre paralizzati nel “vietato vietare” e nella dolce icona del “Cristo-Che Guevara“. Ma che alla loro sciatteria, desse corda e credito il Sommo Pontefice e la miseranda televisione della Conferenza Episcopale Italiana, questo non ce lo saremmo aspettato …

.

.

.
.
«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» [Gv 8,32],
ma portare, diffondere e difendere la verità non solo ha dei
rischi ma anche dei costi. Aiutateci sostenendo questa Isola
con le vostre offerte attraverso il sicuro sistema Paypal:

oppure potete usare il conto corrente bancario:
IBAN IT 08 J 02008 32974 001436620930 
in questo caso, inviateci una email di avviso, perché la banca
non fornisce la vostra email e noi non potremmo inviarvi un
ringraziamento [ isoladipatmos@gmail.com ]

.

.

.

.

.

Le domande al Santo Padre su Amoris laetitia e il dramma delle sue “mani legate”, in una Chiesa governata da chi?

Rispondono i Padri de L’Isola di Patmos

LE DOMANDE AL SANTO PADRE SU AMORIS LAETITIA  E  IL DRAMMA DELLE SUE “MANI LEGATE”, IN UNA CHIESA GOVERNATA DA CHI ?

.

Sono sempre più autorevoli, attendibili e numerose le persone che, dopo essere riuscite a portare certi problemi direttamente all’attenzione del Santo Padre, si sono sentite da lui rispondere: « … ho le mani legate». La domanda è quindi di rigore: allora chi è che governa la Chiesa?

.

.

.

Cari Padri,

vi seguo da tempo con assiduità e profitto, perché vedo nelle vostre posizioni quella via media che ha sempre caratterizzato la Chiesa Cattolica e che oggi sembra essere quasi sparita, sopraffatta dai due opposti estremi del tradizionalismo e del progressismo. Volevo chiedervi però un parere su questo passo di Amoris laetitia n. 303 […] Come va intesa bene questa parte di Amoris laetitia? Cioè, in che senso non si cade qui nella morale della situazione ? Da un po’ di tempo sono in crisi su questo punto, perché non ne riesco a venire a capo in modo convincente. Vi ringrazio e che Gesù e Maria vi benedicano e accompagnino sempre!

Don Carlo

.

.

Autore
Giovanni Cavalcoli, O.P.

.

.

PDF  articolo formato stampa

 

.

.

Cari Lettori, tra poco abbiamo bisogno di soldi, perché a dicembre dobbiamo rinnovare tutti gli abbonamenti di servizio per il sito de L’Isola di Patmos. In attesa che ci giunga come sempre il vostro sostegno, ci siamo frattanto inventati lo sponsor del Digestivo Tonetto, in questi tempi di acidità, reflussi gastrici e bruciori di stomaco …

L’Esortazione apostolica Amoris Laetitia recita al n. 303:

.

«A partire dal riconoscimento del peso dei condizionamenti concreti, possiamo aggiungere che la coscienza delle persone dev’essere meglio coinvolta nella prassi della Chiesa in alcune situazioni che non realizzano oggettivamente la nostra concezione del matrimonio. Naturalmente bisogna incoraggiare la maturazione di una coscienza illuminata, formata e accompagnata dal discernimento responsabile e serio del Pastore, e proporre una sempre maggiore fiducia nella grazia. Ma questa coscienza può riconoscere non solo che una situazione non risponde obiettivamente alla proposta generale del Vangelo; può anche riconoscere con sincerità e onestà ciò che per il momento è la risposta generosa che si può offrire a Dio, e scoprire con una certa sicurezza morale che quella è la donazione che Dio stesso sta richiedendo in mezzo alla complessità concreta dei limiti, benché non sia ancora pienamente l’ideale oggettivo. In ogni caso, ricordiamo che questo discernimento è dinamico e deve restare sempre aperto a nuove tappe di crescita e a nuove decisioni che permettano di realizzare l’ideale in modo più pieno».

.

Le ripetute domande che molti lettori hanno rivolto, inclusi nostri Confratelli Sacerdoti, sono più o meno quelle che seguono: di quale situazione si tratta? Chiaramente si tratta della situazione nella quale la coppia si unisce sessualmente in modo illecito. E per questo la situazione non corrisponde obiettivamente alla proposta generale del Vangelo, il quale proibisce l’adulterio, sempre e in ogni caso. Tanto che molti, inclusi nostri Confratelli Sacerdoti, si domandano: non c’è forse il rischio di cadere nella “morale della situazione?”.

Ora, la coscienza di certe coppie in stato di irregolarità, può riconoscere “con sincerità e onestà che per il momento” questa situazione “è la risposta generosa che si può offrire a Dio, e scoprire con una certa sicurezza morale che quella è la donazione che Dio stesso sta richiedendo” ? Può esistere un caso nel quale Dio considera un’unione adulterina come “donazione che Egli sta richiedendo?” .

Inoltre: un’unione adulterina, si può considerare in certi casi una situazione che “non è ancora pienamente l’ideale oggettivo”, ossia una situazione in sé onesta ― anzi persino un “dono di Dio” ―, ma solo imperfetta, “che ha bisogno di maturare per raggiungere la situazione ideale?” . E qual sarebbe, in tal caso, questa “situazione ideale?”. Il matrimonio e la legittima unione che ne consegue?

Altri ancora si domandano: “allora un’unione adulterina, in certi casi, non è un’unione illecita, ma potrebbe essere semplicemente un’unione imperfetta, bisognosa di maturare per raggiungere l’ideale del matrimonio ?”. Ma allora il matrimonio, che è il vertice di un’unione fra uomo e donna, “può comportare, in certi casi, come stadio inferiore ed imperfetto, un’unione adulterina o non piuttosto l’unione adulterina in ogni caso è sempre illecita?” . L’unione adulterina, quindi illecita, non è forse sempre proibita dal Vangelo?

Nelle righe precedenti ho riportato tutta una serie di quesiti che molti si pongo e che altrettanti ci pongono sempre più di frequente. Per non parlare delle situazioni a fronte delle quali, non pochi nostri Confratelli Sacerdoti che esercitano il ministero di confessori, si dichiarano sempre più in stato di confusione, o peggio nella condizione di non poter dare adeguate risposte.

Detto questo mi domando: forse ci si poteva ― anzi forse ci si doveva ― esprimere in altro modo. Per esempio si sarebbe dovuto dire che la coppia, quando si trova in una situazione irregolare per ipotesi non eliminabile, moralmente molto pericolosa, dove la tentazione è pressoché irresistibile, si trova di per sé in una situazione nella quale facilmente, o quasi inevitabilmente, è indotta dalla spinta erotica a commettere il peccato di adulterio. Tuttavia, la misericordia divina non è assente anche in queste situazioni. Il peccato, benché oggettivamente comporti materia grave, può avere delle attenuanti  soggettive tali che, se i due perdono la grazia, la possono recuperare con un sincero pentimento, con opere di penitenza e chiedendo perdono a Dio che, in tal caso, restituisce la grazia perduta. Come infatti più volte i Padri de L’Isola di Patmos hanno espresso in ormai numerosi articoli di spiegazione e chiarimento sul tema, sin dalla fine del Sinodo della Famiglia [vedere i nostri articoli di archivio], è che nessuno può presumere, tanto meno stabilire, che una persona, o una coppia di persone, siano di per sé, sempre e in ogni caso, fuori della grazia di Dio in modo permanente. Dio solo, infatti, può leggere e soprattutto giudicare la profonda coscienza dell’uomo. Elemento questo che non deve certo portarci alla comoda de-responsabilizzazione, a rinunciare a chiamare il peccato per ciò che esso è, vale a dire peccato, meno che mai a mutare il peccato in bene. Se infatti, per grazia di Dio e con la grazia di Dio, anche dal peccato può nascere il bene, ciò non vuol dire che il peccato sia bene. Non è questo che s’intende quando, nella lode del Cero, sulle parole di un sermone di Sant’Agostino si canta nel Preconio Pasquale: « O felix culpa, quae talem ac tantum meruit habere Redemptorem » [O beata colpa, che ci fece meritare un tale e così grande Redentore].

È chiaro che queste considerazioni e queste norme, come in generale quelle dell’Amoris Laetitia, accennando alla questione della pratica dei Sacramenti [cf. nota n. 351] valgono solo per le coppie cattoliche, e non interferiscono affatto, ed in alcun modo, nell’autonomia della Legge civile dello Stato per quanto riguarda le cosiddette unioni civili di persone non interessate alla vita cristiana, spesso neppure appartenenti o legate alla Chiesa Cattolica.

.

Varazze, 17 ottobre 2017

.

____________________________  

 

.

Rev. Padri,

Stanotte, rigirandomi nel letto, m’è affiorato nella mente il passo di Matteo 5, 23-24 : «Se stai per presentare la tua offerta all’altare, e là ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa  contro di te, lascia là il tuo dono, davanti all’altare, e va’ prima a riconciliarti col tuo fratello. Poi torna a offrire il tuo dono» L’ho associato prima a me stesso naturalmente, facendo un esame di coscienza. ai miei comportamenti, alle mie azioni, all’impegno che devo dedicare per osservare faticosamente tale insegnamento, poi l’ho associato al Papa, alle sue mancate risposte ai dubia dei suoi fratelli cardinali, alle suppliche sottoscritte da vescovi, teologi, e fedeli. E così mi sono sorte alcune domande: Possibile che il Papa non conosca queste parole del Vangelo? e per quali ragioni dia l’impressione di non volerle osservare? Vanno forse interpretate diversamente, senza alcuna bi-direzionalità? Potete chiarirmi voi queste mie perplessità?

Ettore, Milano

.

.

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

.

 

 

 

 

 

 

 

 

.

Cari Lettori, tra poco abbiamo bisogno di soldi, perché a dicembre dobbiamo rinnovare tutti gli abbonamenti di servizio per il sito de L’Isola di Patmos. In attesa che ci giunga come sempre il vostro sostegno, S.E. il Presidente Vladimir Putin, visti i contenuti di certi scritti del Padre Ariel, ha offerto lo sponsor della fabbrica di carri armati della Federazione Russa, in attesa di nominarlo cappellano delle Forze di Artiglieria Pesante, ovviamente con lauto stipendio  …

«Se stai per presentare la tua offerta all’altare, e là ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia là il tuo dono, davanti all’altare, e va’ prima a riconciliarti col tuo fratello. Poi torna a offrire il tuo dono» [Mt 5, 23-24]. Questa frase tratta dal Vangelo del Beato Evangelista Matteo, è usata come monito nel Rito Ambrosiano. Infatti, durante la Santa Messa, prima dei riti di offertorio, il celebrante rivolge questo monito all’assemblea per invitarla allo scambio del segno di pace.

Dopo la riforma liturgica, nel Messale Romano del Beato Paolo VI fu inserito lo “scambio della pace”. Da anni vado ripetendo che la sua collocazione, a mio modesto parere, è stata a dir poco infelice. Infatti, sul Santo Vangelo, non sta scritto che lo riconosceremo dallo scambio del segno di pace, ma sta scritto che i discepoli, in cammino lungo la Via di Emmaus, lo riconobbero dallo spezzare del pane [cf. Lc 24, 13-35].

Nel Rito Romano lo scambio del segno di pace avviene spesso tra musiche inopportune, battimani, bonghi ritmati e canti sinagogali fuori luogo al grido di «shalom, shalom!», ed è collocato in un contesto liturgico molto particolare: la fractio panis. E così, mentre il sacerdote che agisce in Persona Christi e che come alter Christus fraziona quel sacro pane nel quale il Signore Gesù è presente in anima, corpo e divinità, capita spesso che i membri dell’assemblea, formata perlopiù da persone rumorose impegnate in altro, si muovano a destra e a manca per elargire strette di mano e via dicendo a seguire. E certe brutte abitudini sono ormai così radicate che da tempo, gran parte dei Sacerdoti, hanno gettata la spugna e fanno finta di niente, come se assieme al munus santificandi non avessero anche quel munus docendi che gli impone di insegnare e di istruire il Popolo di Dio, che deve riconoscere Cristo dallo spezzare del pane, non da danzanti scambi di segni di pace. E non parliamo poi dei preti superstar, che giunti allo scambio del segno di pace, per meglio male educare il Popolo di Dio, lasciano incustodito il Corpo e il Sangue di Cristo sopra la mensa eucaristica per scendere tra l’assemblea a dare strette di mano, abbracci e pacche sulle spalle a tutti.

Usando un’espressione iperbolica, un nostro Lettore si domanda se il Sommo Pontefice conosca quelle parole del Beato Apostolo Matteo che abbiamo riportate all’inizio. Così, facendo anch’io uso di altrettanta iperbole, da prendere ovviamente come tale e non certo come ironica mancanza di rispetto, potrei aggiungere: chissà se conosce quelle parole che dicono:

«Simone, Simone, ecco Satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli» Lc 22, 31-32].

Perché è proprio questo che noi stiamo aspettando: che si ravveda, per poi confermare i fratelli nella fede [cf. nostri precedenti articoli QUI, QUI]. Ma, per confermare, occorre anzitutto essere chiari; e se chiarezza non c’è, in tal caso va fatta, perché altrimenti non si conferma nessuno, si rischia di confondere.

Capisco che per molti devoti cattolici non è cosa facile ― e neppure per noi sacerdoti, spesso lo è ―, ma dobbiamo in tal senso metterci l’animo in pace, perché ormai abbiamo prova, riprova e controprova che il Romano Pontefice non governa la Chiesa. Le scelte infelici si moltiplicano giorno dietro giorno assieme a nomine disastrose nelle diocesi e presso i dicasteri della Santa Sede stessa, in un inquietante brulicare di persone improponibili, spesso gravate di seri problemi morali e dottrinali.

Nella stessa Diocesi di Roma, a breve rimpiangeranno con le lacrime agli occhi il precedente Vicario Generale di Sua Santità, Cardinale Agostino Vallini, visto il modo in cui il suo successore ha sistemato in parrocchie storiche di rilievo anche non pochi preti che sarebbe un eufemismo definire problematici e disturbati, compreso quello che in una grande basilica romana foraggiava un giro di giovani marchettari romeni, dei quali conservava intere collezioni di servizi fotografici dei loro nudi mentre facevano la doccia nella domus presbiterorum. Cosa risaputa, per intendersi, da tutto il Vicariato, sin dall’epoca in cui era Vicario il Cardinale Camillo Ruini e Segretario generale dello stesso Vicariato l’attuale Vescovo di Tivoli, Mauro Parmeggiani. Così come era noto a tutti che quella basilica era stata soprannominata la basilica bancomat, presso la quale i giovani gay entravano a fare rifornimento, uscendone poi fuori con duecento o trecento euro in tasca. Pur malgrado oggi, grazie alla lungimiranza del Vicario Angelo De Donatis, costui è stato sistemato in una monumentale parrocchia del centro, dalla quale dipendono sette rettorie storiche, con probabile incremento di marchettari e di servizi di nudi fotografici sotto la doccia, perché l’esperienza dovrebbe insegnare alla Chiesa che certi problemi non si risolvono spostando i disturbati da una grande parrocchia all’altra, ma curandoli ― se accettano di essere curati ― e soprattutto mettendoli in condizione di non poter nuocere più. Se però avviene che un buon presbìtero romano sia sbattuto come suol dirsi in culo al mondo in una parrocchia sperduta sul grande raccordo anulare di Roma, ed un disturbato del genere abbia invece una simile sistemazione, ciò può avvenire solo perché i disturbati ― che oggi gestiscono molte diocesi, inclusa a quanto pare anche quella di Sua Santità ―, sono protetti e portati avanti da soggetti disturbati tanto e quanto loro, come forse lo è lo stesso Vicario Generale di Sua Santità per la Diocesi di Roma, a ben valutare certe pericolose scelte dinanzi alle quali tutto potrà dire, al presente e nel futuro, meno che la fatidica frase: «Ah, ma io, non ne sapevo niente!». In tal caso allora s’informi, perché su questo soggetto ad alto rischio, c’è sempre agli atti una mia relazione corredata di prove e di testimoni consegnata a mano nel 2011 dal mio Ordinario Diocesano dell’epoca all’allora Prefetto della Congregazione per il Clero, Cardinale Mauro Piacenza. La stessa relazione fu da me personalmente consegnata al Nunzio Apostolico uscente in Italia, Cardinale Giuseppe Bertello, oggi Governatore della Città del Vaticano, che la trasmise sollecitamente alla Segreteria di Stato di Sua Santità, la quale a sua volta la trasmise al Vicario Generale per la Diocesi di Roma, Cardinale Agostino Vallini.

E se io mento, o se dicessi anche la verità, ma la dicessi in modo parziale ed alterando i dati di fatto oggettivi, o peggio ancòra usassi la verità per chissà quali sporchi scopi nascosti, sarebbe quantomeno opportuno che fossi prima smentito, poi sottoposto a tutti i dovuti procedimenti canonici, specie avendo affermato, dinanzi ad un uditorio di decine di migliaia di lettori, che un Vicario di Sua Santità per la Diocesi di Roma che sistema in simili posti di rilievo dei disturbati così conclamati, lungi dal poter dire oggi o domani «non ne sapevo niente», non può che essere, a sua volta, una persona altrettanto disturbata. Oppure si tratta di un soggetto sottoposto a ricatti che come tale deve di necessità sistemare gli elementi peggiori nei luoghi migliori, se vuole avere quieta vita con i membri di quella pretaglia che per una fascetta da monsignore venderebbero la loro stessa madre al mercato di Campo dei Fiori, per non dire di peggio …

Quando in privato alcuni hanno chiesto qualche cosa al Santo Padre, o semplicemente sono corsi da lui per supplicarlo di annullare la scelta di quel vescovo appena selezionato da qualche cosca mafiosa ecclesiastica, prima che lo nomina fosse ufficializzata, trattandosi di un soggetto che dava grossi problemi sin da quand’era seminarista, tanto che sarebbe stato opportuno non solo, non farlo vescovo, ma non farlo proprio prete a suo tempo, lui, più volte, ha risposto a varie persone: «Non posso fare niente, ho le mani legate». Altrettanto è accaduto quando qualcuno, riuscendo a parlare personalmente col Santo Padre, ha fatto presenti alcune gravi violazioni ed altrettante gravi ingiustizie: «Vedrò cosa posso fare», ed ha concluso «… non so se riuscirò a fare qualche cosa, perché con certe persone ho le mani legate».

Sono sempre più autorevoli, attendibili e numerose le persone che, dopo essere riuscite a portare certi problemi direttamente all’attenzione del Santo Padre, si sono sentite da lui rispondere: « … ho le mani legate».

Inizialmente pensavamo che dietro a certi dire o non dire del Santo Padre, dinanzi a certe sue fughe da risposte che comportavano un semplice “si” o un semplice “no”, vi fosse un suo elemento caratteriale, tipico di certe culture dell’America Latina, nelle quali le cose non vengono mai dette in modo diretto, ma con uso di sottintesi, a volte con ambiguità. Invece abbiamo ormai appurato che ci sono situazioni molto più complesse, delle quali lui per primo è vittima; e sicuramente, dentro sé stesso, solo Dio può sapere quanto ne soffra, sperimentando lui per primo, come tutti noi che amiamo la Chiesa, un senso di profonda impotenza.

Il Santo Padre sorride, a volte fa anche il piacione più o meno opportuno, altre volte sembra persino che sia un autoritario, ed invece non lo è, perché se c’è una cosa che qualsiasi autoritario sa fare benissimo, è quella di dire “si” o “no”, oppure “si può fare” o “non si può fare”. E dopo che l’autoritario ha fatta la sua affermazione, è molto bene non contraddirlo.

Io propendo a credere che il Santo Padre sarebbe capace a dire “si” o “no”, ma non può farlo, perché per avere libertà di movimento non basta vivere nella suite di un albergo anziché nell’appartamento pontificio, per accedere al quale c’era il filtro ― tutto sommato anche molto utile ― della Segreteria di Stato. Di conseguenza, se posto dinanzi a dei quesiti molto precisi, il Santo Padre si dilegua e, di fatto, ai figli devoti che lo supplicano, non risponde. È presto detto: se non può dire “si” o “no”, il motivo è in parte semplice, in parte doloroso: non è lui a governare la Chiesa. O nell’ipotesi migliore: non ha il controllo del governo. A governare la Chiesa, oggi sono cordate di persone più o meno note; e dico più o meno note perché i governatori veri, quelli che non si conoscono perché celati dietro le quinte, sono i veri responsabili dell’attuale disastro. Qualche esempio concreto in tal senso? Presto detto: siamo giunti all’apoteosi della fantascienza con le Poste dello Stato della Città del Vaticano che dedicano un francobollo commemorativo a Martin Lutero [cf. Vittorio Messori, QUI], mentre in più articoli, l’organo ufficiale della Santa Sede, L’Osservatore Romano, ha persino conferito titolo di “riforma” e “riformatore” a questo tragico e doloroso scisma col quale questo eresiarca ha lacerata la Chiesa. Siamo giunti alle cosiddette inter-comunioni con i protestanti, o peggio alle concelebrazioni ecumeniche della Santa Messa con persone che non hanno la successione apostolica, non riconoscono il Sacramento dell’Ordine e la Presenza Reale di Cristo nell’Eucaristia. Siamo giunti ai pastori valdesi invitati a tenere l’omelia nelle nostre chiese durante l’azione liturgica, perché averli invitati in precedenza a tenere corsi presso le nostre disastrate università ecclesiastiche non era abbastanza sufficiente, perché ciò che il Demonio voleva e doveva colpire era il cuore del Sacrificio Eucaristico della Santa Messa. E via dicendo a seguire, grazie a un esercito incontrollato e ormai incontrollabile di preti esibizionisti e narcisisti, composto da soggetti che variano da coloro che sostengono la teoria del gender a quelli che benedicono due promesse spose lesbiche all’altare, ed avanti a seguire …

A questo punto si potrebbe incenerire il Codice di Diritto Canonico come libro del tutto inutile, posto che su di esso, tra i vari delicta graviora ― che ricordiamo comportano ipso facto la scomunica e implicano al tempo stesso la commissione di un peccato la cui assoluzione è riservata alla Santa Sede ― seguita ad essere chiaramente indicato:

«I delitti più gravi contro la santità dell’augustissimo Sacrificio e sacramento dell’Eucaristia riservati al giudizio della Congregazione per la Dottrina della Fede sono: […] 4° la concelebrazione del Sacrificio eucaristico vietata dal can. 908 del Codice di Diritto Canonico e dal can. 702 del Codice dei Canoni delle Chiese Orientali, di cui  di cui al can. 1365 del Codice di Diritto Canonico e al can. 1440 del Codice dei Canoni delle Chiese Orientali, insieme ai ministri delle comunità ecclesiali che non hanno la successione apostolica e non riconoscono la dignità sacramentale dell’ordinazione sacerdotale» [vedere testi, QUI].

E oggi, dinanzi a certi scempi eucaristici fatti in nome di una non meglio precisata, esotica e soprattutto arbitraria idea sbagliata di ecumenismo, se qualcuno osa ricordare che esiste ed è sempre in vigore una Legge ecclesiastica che certi delitti li relega nella fattispecie dei delicta graviora, c’è da essere tacciati di legalismo e di fariseismo, o persino di idolatria della dura e arida legge, con l’immancabile prete empio che, sotto lo sguardo impotente del suo vescovo inetto e per questo più empio ancòra di lui, replica: «Macché Diritto Canonico, roba da legalismo tridentino! Quello che oggi conta è il dialogo, la pace, l’amore …». E nessuno di questi soggetti ha purtroppo un vescovo che, prima, se li mette a sedere dinanzi e gli chiede: «Adesso tu mi spieghi che cosa sono secondo te dialogo, pace e amore», poi lo tonifica nell’anima e nel corpo con una bella sospensione a divinis per uno o due anni, inviandolo in un adeguato centro di spiritualità con l’obbligo di studiare bene i fondamenti della Dottrina Cattolica, senza più facoltà di celebrare la Santa Messa in pubblico, di predicare e di amministrare le confessioni, fino a quando non avrà dimostrato di averla imparata e di conoscerla bene, la Dottrina Cattolica.

Signori, non è che « Something is rotten in the state of Denmark » [“c’è del marcio in Danimarca”], come diceva Amleto, perché nella Santa Chiesa di Cristo, dal marcio, siamo ormai passati all’anarchia. Nella Chiesa è scoppiata l’anarchia, ed oggi, questa anarchia, è incontrollabile e ingestibile, ma soprattutto auto-distruttiva. Pertanto, a onore del vero, a varie persone molto critiche nei riguardi del Sommo Pontefice Francesco I, da un po’ di tempo a questa parte sono solito rispondere dicendo che in un momento di decadenza avanzata e di profonda crisi ecclesiale ed ecclesiastica come quello che stiamo vivendo oggi, neppure i Santi Pontefici Gregorio Magno e Leone Magno riuscirebbero a gestire un simile caos.

La Chiesa visibile è un corpo malato in stato terminale, dinanzi al quale nessuno può pretendere che il Santo Padre guarisca le metastasi diffuse che si trovano nello stato degenerativo finale; e dicendo questo, come al solito sono buono e ottimista, perché forse, allo stato attuale, più che di metastasi in stato degenerativo finale, si dovrebbe parlare di quanto impossibile sia rianimare un cadavere disteso sul lettino dell’obitorio.

La speranza, come spesso ho scritto e ripetuto, rimane quindi quella virtù teologale che sta nel mezzo e che a suo modo unisce tra di loro la fede e la carità. È pertanto con autentica speranza che noi speriamo e crediamo che, «una volta ravveduto», il Sommo Pontefice confermerà i fratelli nella fede, memore delle parole dette da Cristo Signore a Pietro, il suo primo Sommo Predecessore :

 .

«Simone, Simone, ecco Satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede».

 .

Se però ci pensiamo bene, anche in questo caso era tutto scritto, ed al tempo stesso confermato con parole inequivocabili indirizzate dal Beato Apostolo Paolo al discepolo Timoteo:

« Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù che verrà a giudicare i vivi e i morti, per la sua manifestazione e il suo regno: annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina. Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole. Tu però vigila attentamente, sappi sopportare le sofferenze, compi la tua opera di annunziatore del vangelo, adempi il tuo ministero » [II Tm 4, 1-5].

 .

Si, tutto era stato già scritto, ma giunti a questo punto, al cadavere agonizzante di questa Chiesa visibile non resta ormai che morire, perché la Chiesa che sopravvivrà sino al ritorno di Cristo alla fine dei tempi, non è certo la Chiesa visibile dei modernisti o dei lefebvriani, meno che mai la Chiesa della ormai potentissima lobby clerical gay al potere, con tutti i suoi affiliati ed i suoi potenti protettori gay friendly. Colei che sopravvivrà è la Chiesa Corpo Mistico di Cristo, quella di cui Lui è capo e noi membra vive [cf. Col 1, 18]. Quella, è la Chiesa che mai morirà e che si ricongiungerà al Divino Sposo nella Gerusalemme Celeste alla fine dei tempi nella perfetta comunione dei Santi. O forse qualcuno pensava per davvero che la Chiesa eterna che convolerà a nozze con l’Agnello Vittorioso, era il teatrino di questi quattro squallidi clericali spesso in bilico tra degli eretici e dei pervertiti?

Suvvia! Noi non siamo mica sull’Isola di Patmos per vacanza, o perché era un nome stravagante che colpiva. A Patmos ci soggiorniamo sulle orme dell’Autore dell’Apocalisse, il grande esiliato Giovanni, ed assieme all’Apostolo viviamo nel luogo dell’ultima rivelazione, proiettati verso l’ ἔσχατον, le cose ultime, seppure circondati da uomini di Chiesa che affogano nel presente del tutto e subito, ubriachi di quello gnostico e godereccio «di doman non c’è certezza» che aprì le porte prima all’Illuminismo anti-cristico col pretesto politico dell’anticlericalismo, poi al modernismo, ed infine ― storia dei nostri giorni ― a quell’ateismo clericale per il quale tutto è lecito, al di là del bene e del male, inclusa la profanazione dei nostri corpi consacrati nel Sacro Ordine Sacerdotale.

Credo nella risurrezione dei morti e nella vita del mondo che verrà.

Amen!

da L’Isola di Patmos, 17 ottobre 2017 

.

.

.

«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» [Gv 8,32],
ma portare, diffondere e difendere la verità non solo ha dei
rischi ma anche dei costi. Aiutateci sostenendo questa Isola
con le vostre offerte attraverso il sicuro sistema Paypal:



oppure potete usare il conto corrente bancario:
IBAN IT 08 J 02008 32974 001436620930 
in questo caso, inviateci una email di avviso, perché la banca
non fornisce la vostra email e noi non potremmo inviarvi un
ringraziamento [ isoladipatmos@gmail.com ]

.

.

.

.

.

Quel canuto pagliaccio di Eugenio Scalfari continua ad offendere il Sommo Pontefice, mentre la Santa Sede continua a tacere, anziché smentire

— difendiamo il Santo Padre dai falsi amici  —

QUEL CANUTO PAGLIACCIO DI EUGENIO SCALFARI CONTINUA AD OFFENDERE IL SOMMO PONTEFICE, MENTRE LA SANTA SEDE CONTINUA A TACERE, ANZICHÉ SMENTIRE

 

È nostro sacro dovere difendere il Successore di Pietro, al quale è richiesto di essere maestro di sapienza e di prudenza. Noi possiamo anche smascherare i giochi di Scalfari, ma non possiamo omettere di prendere atto che il Santo Padre si manifesta a volte imprudente. Se non ammettessimo questo, un esercito di fedeli smarriti, feriti e addolorati, ci porrebbe questo quesito al quale non sarebbe facile rispondere: ammesso che Scalfari affermi e scriva scempiaggini attribuite al Santo Padre, chi è che lo riceve e che ci parla, se non il Santo Padre stesso? E dopo che Scalfari ha fatto certe sparate, come mai, i competenti organi informativi della Santa Sede, non lo smentiscono? E rispondere a un simile quesito, non è purtroppo facile.

.

.

Autore
Giovanni Cavalcoli, O.P.

.

.

PDF  articolo formato stampa

.

Dio prende i sapienti per mezzo della loro astuzia

I Cor 3,19

.

.

Giovanni Cavalcoli non è vegetariano, è solo paziente …

La escalation di chi le spara più grosse, pare proprio non avere fine. Il Demonio, che nel corso della storia mostra notevole inventiva nel sempre reiterato e sempre vano tentativo di distruggere la Chiesa di Cristo, a cominciare dal papato, che è la pietra su cui Cristo ha voluto che essa poggi [cf. Mt 16, 13-20], sta suggerendo ai suoi strumenti umani riguardo al pontificato di Papa Francesco, una nuova, subdola ed efficace tattica, per screditare ed abbattere il papato. Questa tattica sottile è ispirata ad un metodo che finora, il Maligno, non aveva mai adottato; una tecnica raffinatissima quanto paradossale, che non è più quella tradizionale della denigrazione, ossia di attaccare il Papa in nome della modernità e del progresso. Non è più quella di accusare il Sommo Pontefice di opporsi alle riforme e alla libertà, indicandolo come persona chiusa alle voci profetiche, o come reazionario baluardo della conservazione e della peggiore arretratezza, rappresentante delle classi dominanti e di un Dio proibizionista e legalista, oltre che terrorizzante suscitatore di sensi di colpa. Tutte accuse, queste, che furono diversamente ma similmente rivolte, in periodi storici molto turbolenti, sia al Beato Pontefice Pio IX sia al Santo Pontefice Pio X.

Nulla di tutto questo, nel nostro presente che è un autentico brulicare di abili e smaccati adulatori, falsi ammiratori e finti collaboratori che sorgono come funghi dovunque. Questi personaggi, falsamente interpretando l’insegnamento del Papa, vorrebbero darci ad intendere che egli è modernista o, come loro dicono, «progressista», intendendo ovviamente il progresso alla loro maniera, non certo in quella accezione improntata sulla più profonda e cristologica ecclesiologia che portò il Beato Paolo VI a donarci la Enciclica Populorum progressio [cf. testo QUI].

Tra tutti gli adulatori, il più famoso, il più geniale, il maggior falsario e provocatore, è certamente Eugenio Scalfari, del quale vogliamo commentare un paio di uscite formidabili, una risalente al 2 agosto e una al 9 ottobre. La prima delle due uscite ― quella di agosto ―, è indicata ironicamente da Francesco Agnoli sul quotidiana La Verità come un’uscita formidabile, di portata storica: «Il solito Scalfari si serve di Bergoglio per mostrare una chiesa fallita». Le cose, però, non stanno esattamente così [cf. QUI].

L’operazione è più diabolicamente sottile: Scalfari si finge ammiratore del Papa e quindi affetta di non volere affatto distruggere la Chiesa, ma si fa entusiasta portavoce e interprete ― lui, ateo ― di come oggi il Papa «rivoluzionario», intende la Chiesa. Egli infatti vorrebbe farci credere che il Papa propone un nuovo modello di Chiesa, che in realtà, se vi facciamo attenzione, è quella falsa Chiesa buonista, secolarizzata, relativista, polpettona, voltagabbana e politicizzata, progettata e profetizzata dalla massoneria già dal XVIII secolo e dai modernisti ritardatari, come società filantropica e a-dogmatica, tale da entrare, come membro malleabile, nella federazione internazionale delle religioni sotto la presidenza della comunità internazionale. Quello che fu già il sogno di Leibniz e della società segreta dei Rosa Croce nel XVII secolo, che poi è il sogno di tutti gli gnostici.

A questo episodio citato da Francesco Agnoli possiamo aggiungerne un nuovo recentissimo riportato dal Sismografo del 9 ottobre scorso e preso da Repubblica. Le parole di Scalfari sono le seguenti:

.

«Papa Francesco … ha abolito i luoghi dove dopo la morte le anime dovrebbero andare: Inferno, Purgatorio, Paradiso […] Tutte le anime sono dotate della Grazia e quindi nascono perfettamente innocenti e tali restano a meno che non imbocchino la via del male. Se ne sono consapevoli e non si pentono neppure al momento della morte, sono condannate. Papa Francesco ― lo ripeto ― ha abolito i luoghi di eterna residenza nell’ Aldilà delle anime. La tesi da lui sostenuta è che le anime dominate dal male e non pentite cessino di esistere mentre quelle che si sono riscattate dal male saranno assunte nella beatitudine contemplando Dio. Questa è la tesi di Francesco» [testo, QUI].

.

Queste cose che Scalfari attribuisce al Papa sono false, farebbero del Papa un eretico e sono solo pure, purissime invenzioni di quell’incredibile sfrontato che è Eugenio Scalfari. Che i malvagi al momento della morte cessino di esistere e non vadano all’inferno non è un’idea del Papa, ma un’eresia di Edward Schillbeeckx [1].  E per dar prova di ciò, se ce ne fosse bisogno, basterà citare queste parole dette del Pontefice ai mafiosi, che riprendono un severo monito già rivolto dal Santo Pontefice Giovanni Paolo II [cf. video QUI] ai membri delle aggregazioni mafiose:

.

«Convertitevi, ancora c’è tempo, per non finire all’inferno. È quello che vi aspetta se continuate su questa strada. Voi avete avuto un papà e una mamma: pensate a loro. Piangete un po’ e convertitevi» [cf. QUI].

.

Ed inoltre badiamo a queste altre parole dell’Apostolo Giovanni che prosegue ancora: «Poi la morte e gli inferi furono gettati nello stagno di fuoco» [cf. Ap 20, 14]. Si tratta di quelli dannati. Il Papa ha voluto soffermarsi proprio su questa frase dell’Apocalisse: «Questa è la  seconda morte, lo stagno di fuoco» [cf. supra]. In realtà, ha spiegato, «la dannazione eterna non è una sala di tortura, questa è una descrizione di questa seconda morte: è una morte». E «quelli che non saranno ricevuti nel regno di Dio — ha spiegato — è perché non si sono avvicinati al Signore: sono quelli che sono sempre andati per la loro strada, allontanandosi dal Signore e passano davanti al Signore e si allontanano da soli». Perciò «la dannazione eterna è questo allontanarsi continuamente da Dio, è il dolore più grande: un cuore insoddisfatto, un cuore che è stato fatto per trovare Dio ma per la superbia, per essere stato troppo sicuro di se stesso, si è allontanato da Dio» [cf. QUI].

Altra cosa nella quale Scalfari mostra un’ignoranza crassa della dottrina cristiana, è quando si chiede:

.

«A chi si deve l’esistenza del Demonio? È una potenza contraria a Dio, oppure è Dio stesso in una veste volutamente opposta a quella naturale? La religione cattolico-cristiana distingue ovviamente tra il bene e il male, ma non affronta l’origine del male: è Dio stesso ad averlo creato nel momento in cui riconosceva alle sue creature umane il diritto al libero arbitrio?» [cf. QUI]

.

Ci potremmo limitare a rispondere a queste parole sorprendenti rimandando al Catechismo della Chiesa Cattolica. Tuttavia, diamo una breve risposta. Come insegna il Concilio Lateranense IV del 1215, «il diavolo e gli altri demòni sono stati indubbiamente creati da Dio buoni, ma essi da se stessi si sono resi malvagi» [Denz. 800]. Quanto all’origine del male, la Bibbia insegna con chiarezza che essa va attribuita alla malvagità di Satana: «la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono» [Sap 2,24].

Dio ha donato alle sue creature, angeli e uomini, il libero arbitrio; ma il cattivo uso di questo non è colpa di Dio, ma della creatura. Gli uomini non nascono innocenti, ma con la macchia del peccato originale, che viene tolta dal Battesimo. La nuova tattica dei nemici del papato si è veramente raffinata. Vediamo più nel dettaglio l’astuzia dell’operazione diabolica di questi adulatori, che ha dell’incredibile, se non avesse riscontro nei fatti. Essa, che per adesso ― finché dura ―, funziona, consiste nel fatto che i tradizionali nemici della Chiesa: protestanti, massoni, liberali, epicurei, atei, positivisti, relativisti, idealisti, panteisti, gnostici, comunisti, un tempo accaniti nemici, aperti e dichiarati della Chiesa, oggi hanno fatto, in un grandioso patto tacito, una specie di spudorato voltafaccia. Con incredibile faccia tosta, spesso sotto gli occhi di vescovi reticenti, si sono infiltrati nella Chiesa nelle vesti di modernisti e rahneriani e, dall’interno stesso della Chiesa, atteggiandosi a punte avanzate del progressismo, sono passati dalle accuse roventi ai Papi del passato alla lode sperticata di quello di oggi, lode evidentemente interessata, ad usum delphini, storcendo a loro favore alcuni discorsi del Papa, che non sempre brilla per chiarezza e che, onestamente, dobbiamo riconoscere pure che non sono a volte poco ambigui. Il tutto per supportare le loro menzogne, tacendo sulle grandi tematiche della fede e della morale alle quali loro palesemente contrari, quindi prendendo disonestamente, ciò su cui il Papa tace, come una negazione o come un rifiuto formale da parte sua. Dunque, una truffa di proporzioni epocali gigantesche, facendo apparire il Papa, con sogghigno di compiacimento, come fosse uno di loro. In tal modo ― fàteci caso ― la Chiesa oggi non ha più nemici esterni, perché d’improvviso piace al mondo. I nemici sono ormai tutti interni e sono: o mascherati, come i modernisti, oppure aperti, come i lefebvriani.

I modernisti, che fino a Benedetto XVI attaccavano il papato, ora ne fanno le lodi. Ma sono rimasti modernisti; e per questo credono e fanno credere che il Papa sia uno di loro. Ma ― per chi non lo sapesse ― il modernismo è un’eresia e non è possibile che un Papa sia consapevolmente eretico.

Come però si suol dire, il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi. Per questo, il loro gioco, non può non lasciar filtrare delle crepe; e di queste la più evidente è la sparata di Scalfari ― che subito vedremo ―, sparata che, fra tutte quelle degli adulatori, è la più grossa, la più sfrontata e la più pacchiana, ma anche la più geniale, la quale come tale, mentre denota una mente indubbiamente acuta, scopre all’evidenza la sporcizia e la disonestà del gioco.  È una pugnalata che ferisce a fondo. Ma possiamo guarirne. «Bisogna studiare la cosa a fondo», come dice Scalfari. Ed ha ragione. Ma non con i suoi criteri. Verrebbe da lanciargli una maledizione. E invece dobbiamo restare calmi ed esaminare a fondo la questione.

Ma qual è questa sparata? È la seguente. Il Papa, afferma Scalfari quattro anni fa 

.

«[…] è rivoluzionario per tanti aspetti del suo sia pur breve pontificato, ma soprattutto su un punto fondamentale: di fatto ha abolito il peccato. Un Papa che abbia modificato la Chiesa, anzi la gerarchia della Chiesa, su una questione di questa radicalità, non si era mai visto, almeno dal terzo secolo in poi della storia del cristianesimo e lo ha fatto operando contemporaneamente sulla teologia, sulla dottrina, sulla liturgia, sull’organizzazione. Soprattutto sulla teologia […] Questa è la rivoluzione di Francesco e questa va esaminata a fondo, specie dopo la pubblicazione dell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium, dove l’abolizione del peccato è la parte più sconvolgente di tutto quel recentissimo documento» [articolo, QUI].

.

Questa sparata di Scalfari richiede una adeguata analisi psicologico-morale, perché con indubbia, anche se maliziosa acutezza di vista, va a toccare o, potremmo dire, a pizzicare, sia pur con grossolana brutalità, ma anche con una certa franchezza, seppure alla rovescia, proprio quello che a noi pare il nodo centrale della predicazione del Papa, non abbastanza chiaro su questo punto, ed evoca, quale apprendista stregone, un fantasma della cattiva coscienza del buonismo contemporaneo: la questione del peccato.

Se Scalfari non fosse quell’intellettualmente disonesto che è, Dio gli avrebbe dato le capacità di essere un consigliere intellettuale del Papa. Forse ― se non sono ingenuo io ― bisognerebbe leggere il suo messaggio alla rovescia o in negativo, come a dire: “Francesco, parlaci del peccato!”. Certo, che, prese ut sonant, le parole di Scalfari sono obbiettivamente un terribile insulto e una calunnia al magistero del Papa ― anche se Scalfari crede di fargli una lode ―, e alla stessa dottrina cattolica. Si tratta forse di una boutade? La cosa è troppo seria per scherzare. Una sparata per farsi della pubblicità? È possibile, ma Scalfari non paga un prezzo troppo alto per la sua reputazione? Un ateo non ha forse niente da perdere? No, anch’egli ha una coscienza, con la quale deve rispondere a Dio. E per questo voglio prenderlo sul serio e rispondere brevemente, benché il tema richiederebbe addirittura un libro.

Anzitutto la domanda di rigore: ma il Papa che fa? Si accorge di tutto questo? Per la verità, purtroppo, non dà segni in tal senso. Né lui né chi per lui interviene a correggere le cattive interpretazioni. Come mai? Non riesce a tener dietro a tutte? Le snobba? Ha paura delle reazioni? Non viene informato? Difficile rispondere. Che le approvi, quando si tratta di eresie, è impensabile. Il minimo che si possa dire è che la situazione è anormale, mai verificatasi in tali dimensioni e frequenza con Papi precedenti.

Scalfari, approfittando del silenzio del Papa e della benevolenza di questi nei suoi confronti, alza il tiro. Ma quanto potrà durare questa orribile buffonata? Questo affronto alla dignità pontificia? È la cosa che turba di più. Occorre indubbiamente interpretare il fenomeno in modo da salvaguardare la dignità magisteriale del Papa, e non dar spazio ai lefebvriani che lo accusano di essere eretico. Che dire, dunque?

Vediamo allora quali sono le responsabilità dall’una e dall’altra parte. La colpa di questo enorme equivoco e di questo terribile inghippo sta, secondo me, da entrambe le parti. Sembra un gioco a rimpiattino o degli specchi, se la situazione non fosse tragica e non ci andassero di mezzo le anime. Il Papa è pastoralmente avventato e imprudente, si presta al gioco, sembra spinto da un certo opportunismo, e i modernisti, che sono dei mascalzoni, ne approfittano spudoratamente. Il Papa è manovrato e ad un tempo si lascia manovrare. Crede di essere avveduto, ma gli la fanno senza che se ne accorga. Occorre aiutare il Papa  a liberarsi dai modernisti.

Così la tesi degli adulatori del papato palingenetico, sbandierata con entusiasmo e abbondanza di mezzi ai quattro venti a milioni di ingenui e gongolanti fedeli, è che, dopo secoli e millenni, abbiamo finalmente la svolta epocale di un Papa «rivoluzionario» (Scalfari), il Papa del Dio che non castiga, ma che perdona tutti (Rahner), il Papa dei poveri, dei lavoratori, degli sfruttati e degli immigrati, promotore della libertà dei popoli (Maduro), leader della sinistra internazionale (Castro, Gutiérrez, Maradiaga), anzi il Papa che finalmente ha introdotto la libertà nella Chiesa (Bianchi), Papa della misericordia e della tenerezza (Ronchi, Cantalamessa), della riconciliazione ecumenica (Kasper, Küng), del dialogo fra le “fedi” e della Chiesa “spontanea” e “rilassata” (Radcliffe), il Papa del primato della coscienza (Sosa), della modernità (Grillo), della tolleranza e della tenerezza (Paglia), il Papa della fratellanza universale, anche con i massoni (Ravasi) e i musulmani, il Papa dell’accoglienza (Galantino) e del Concilio (La Valle), Papa della «svolta profetica» (prossimo convegno di Assisi) e delle svolte epocali (Melloni).

È interessante che nessuno loda mai il Papa nel suo compito fondamentale e primario, che è quello di essere maestro della fede ed oppugnatore delle eresie. Forse si scoprirebbe qualche altarino, che metterebbe in imbarazzo gli ammiratori. Come fa Scalfari a dire un’enormità del genere? È possibile che egli parta da un concetto sbagliato del peccato. Ma non ci sembra il caso di esaminare negli scritti di Scalfari che cosa egli intende per ”peccato”. Credo che qui sia sufficiente ricordare che cosa è veramente il peccato, secondo la morale cattolica e quindi secondo il pensiero del Papa, che ne è il Maestro.

Ma che cosa è il peccato? Diciamo dunque che il peccato è un atto umano libero, col quale il soggetto coscientemente e volontariamente fa ciò che è male, ossia ciò che è proibito dalla legge divina, la quale è partecipata dalla ragion pratica [2]. L’infrazione alla legge umana è il delitto o crimine. La messa in pratica del comando divino ordina l’atto umano al conseguimento del fine ultimo dell’agire umano, che è Dio, sommo bene dell’uomo. L’agire umano è relativo ad una pluralità di fini, fondati sulla natura umana e gerarchizzati fra di loro, al vertice dei quali c’è Dio. La volontà, in certi suoi atti, può dirigersi direttamente a Dio. Ma anche se l’atto umano persegue un fine intermedio, per essere un atto moralmente buono, occorre che comunque l’agente ordini almeno implicitamente a Dio il fine intermedio. Il peccato sorge quando la volontà o respinge Dio direttamente oppure, anziché orientarsi a Dio come fine ultimo, sia pur per il tramite di un fine intermedio, sceglie come fine ultimo un fine intermedio [conversio ad bonum commutabile] respingendo implicitamente Dio [aversio a Deo]. Il peccato lascia la coscienza e la volontà in uno stato di turbamento o inquietudine, che è detto “colpa”. Essa può essere tolta mediante lo sconto o espiazione della pena, nel caso del delitto, mentre, se si tratta di peccato, che provoca la perdita della grazia divina, il peccato è rimesso, ossia annullato, e la colpa  è tolta dal perdono divino, che ridona la grazia, a condizione del pentimento e della penitenza del peccatore. La colpa si attenua o manca del tutto nei casi in cui il soggetto agisce o per ignoranza o per debolezza o perché sopraffatto dalle passioni. Se la coscienza erra in buona fede, il soggetto compie, con tale coscienza, un’azione oggettivamente cattiva, ma resta innocente, almeno davanti a Dio.

La nozione del peccato è una nozione fondamentale, intuitiva, spontanea ed inestirpabile della coscienza giuridica, morale naturale e cristiana. Essa entra nel deposito della divina rivelazione, custodito ed interpretato dal Sommo Pontefice. Per questo, il solo immaginare che il Papa possa «abolire» la nozione del peccato o il peccato stesso, è un’idea blasfema, assolutamente e gravemente offensiva del magistero pontificio.

Bisogna precisare che la volontà umana, nella vita presente, non può non opporsi al male né può evitare il peccato. Tutto sta a vedere che cosa intendiamo per “male” e per “peccato”. Questo avviene pertanto anche nel buonista, con la differenza, rispetto all’uomo giusto, che questi si riconosce peccatore e lotta contro il peccato, e dispone di una regola per la pratica della giustizia e della severità, per la quale egli tiene a freno i suoi peccati e si oppone ai peccati altrui con una giusta severità. Il buonista, invece, privo di questa regola di giustizia e ingannato appunto dall’errore buonista, che non riconosce l’esistenza del peccato, se qualcuno gli si oppone citando l’esistenza del peccato e l’esigenza che sia punito, si imbestialisce e lo aggredisce o se gli si presenta l’occasione di dover far giustizia, non disponendo di un retto criterio di giudizio, si sfoga nella violenza e nella prepotenza. Così la falsa misericordia si trasforma nella crudeltà.

Credere che tutti i problemi morali si possano risolvere semplicemente con la buona volontà, in un continuo progresso ― le “magnifiche sorti e progressive”, sulle quali ironizzava Giacomo Leopardi ―, senza il soccorso della grazia e di un’adeguata disciplina ascetica, è l’illusione tragica, tipica delle morali razionaliste, come il liberalismo e la massoneria. Ma d’altra parte, la fiducia nella divina misericordia non dispensa dalla lotta contro il peccato e dal dovere di obbedire alla legge, che punisce i malfattori. Infatti, la coercizione e l’uso della forza con giustizia e moderazione, al momento opportuno, sono necessari per frenare i malvagi ed hanno una funzione educativa.

Quella concezione buonista del peccato che porta alla negazione del peccato si trova in certo modo nell’attuale tendenza buonista, per la quale tutti in fondo sono buoni e benintenzionati. In questa visione c’è un panteismo e quindi un ateismo latente: il soggetto ritiene di essere buono, perché in fondo egli è Dio. Cattivi, semmai, sono gli altri, che non riconoscono la mia idea che tutti sono buoni. Non esistono pertanto “conseguenze” del peccato originale. Peccare e soffrire rientra nella natura umana. La morte è naturale. Se la natura è ostile, Dio non c’entra. È la natura che è fatta così. Tutti si salvano. Chi fa il male lo fa o per ignoranza o per fragilità. Il peccato sembra un male per il singolo, ma in realtà rientra nell’ordine generale dell’universo. Alcuni arrivano a dire che, dato che tutto è Dio, tutto è bene. Il peccato non è un vero male, ma è un’imperfezione. Il peccato è solo un incidente di percorso nel cammino dell’evoluzione. Tutti sono scusati e chi fa il male non dev’essere punito, né corretto, né minacciato, ma dev’essere lasciato libero e tollerato. Non possiamo giudicare gli altri con criteri esterni alla loro coscienza, perché ciò sarebbe un’imposizione. Infatti, ciò che è male per noi può essere bene per gli altri. Occorre pertanto mettersi dal loro punto di vista. Non esistono regole o leggi universali e immutabili, ma solo norme particolari e situazioni concrete. Ognuno è libero di comportarsi secondo la sua coscienza. Dio perdona sempre e non castiga. Non esiste male di colpa, ma solo di pena. I sensi di colpa non sono segni che si ha peccato, ma sono semplici patologie da curare con la psicanalisi. Non esistono persone malvagie, ma tutti sono in grazia e si salvano. All’inferno non c’è nessuno. La delinquenza si spiega con predisposizioni psichiche (Lombroso) o influssi ambientali (Rousseau) o condizioni economiche di classe (Marx) o inclinazioni sessuali (Freud).

Analizzando il problema della verità nascosta nell’errore, viene spontaneo offrire un suggerimento al Santo Padre. D’altra parte osserviamo che le grandi aberrazioni della mente umana, come è per esempio ciò che  Scalfari attribuisce al Papa, non sono mai così false da non nascondere una punta di verità e non sono mai così assurde, da non ricevere una qualche spiegazione, soprattutto se partorite da una mente raffinata e genialmente maligna ― da un’intelligente stoltezza, si potrebbe dire paradossalmente ― come quella di Scalfari. Chiediamoci allora come può essergli venuta in mente quell’idea balzana? Su quali basi o fatti? Partendo da che cosa? Riteniamo che in qualche modo essa possa essere messa in rapporto con un difetto della predicazione del Papa in tema di peccato. Senza essere un buonista, il Papa è pericolosamente vicino alle idee dei buonisti. Nella sua ansia di essere accanto a tutti, di accogliere tutti e di andare verso tutti, soprattutto gli “scartati”, i poveri, gli oppressi, i sofferenti, proiettato com’è verso le “periferie”, egli è, come si diceva un tempo, “troppo di manica larga”. Egli, invece di moderare la tendenza buonista già presente nel Concilio Vaticano II, per un moderato recupero di disciplina, regolarità, osservanza, austerità e severità, del quale da tempo la Chiesa sente il bisogno nell’educazione, nella formazione del clero, come nella pastorale, nel governo delle anime, della Chiesa e della società, il Papa, dicevo, come suol dire, è “troppo buono”, permissivo e accondiscendente, col rischio poi di uscire in atteggiamenti duri con chi non li merita, secondo quel meccanismo che ho illustrato prima.

Il Santo Padre è troppo severo verso i lefevriani, troppo indulgente verso i modernisti. Fa bene a riconoscere i punti in comune con i luterani, ma dovrebbe anche correggere i loro errori. Fa bene a riconoscere il monoteismo nel Corano, ma dovrebbe anche esortare i musulmani a convertirsi a Cristo. Fa bene a riconoscere nel comunismo un’istanza di giustizia sociale; ma dovrebbe anche condannarne il materialismo ateo; fa bene ad esortare ad accogliere gli immigrati, ma dovrebbe anche invitare alla vigilanza contro terroristi, i parassiti ed i sabotatori; fa bene a coltivare il dialogo inter-religioso, ma dovrebbe anche ricordare che il cristianesimo cattolico è la suprema delle religioni, l’unica senza errori; chiami pure la Bonino «grande italiana», ma sia più chiaro nella condanna dell’aborto; fa bene ad esortare gli omosessuali a volersi bene, ma condanni con forza la sodomia; la pace non si ottiene solo col dialogo, ma anche con l’uso moderato della forza; le famiglie irregolari non sono solo famiglie “ferite”, ma ce ne sono anche di quelle che feriscono, corrotte e scandalose.

Non basta annunciare le verità del Vangelo che piacciono al mondo, ma bisogna annunciare anche quelle che dispiacciono. Il Papa dice che non gli vanno gli adulatori: ebbene, allora, se li tolga di mezzo sostituendoli con collaboratori competenti, leali e sinceri. Questo sarebbe veramente un Papa rivoluzionario, un Papa mai prima visto, un Papa delle riforme. In tal modo il Papa toglierà ogni appiglio alle sciocchezze di Scalfari e dei suoi “simili”.

È nostro sacro dovere difendere il Successore di Pietro, al quale è richiesto di essere maestro di sapienza e di prudenza. Noi possiamo anche smascherare i giochi di Scalfari, ma non possiamo omettere di prendere atto che il Santo Padre si manifesta a volte imprudente. Se non ammettessimo questo, un esercito di fedeli smarriti, feriti e addolorati, ci porrebbero questo quesito al quale non sarebbe facile rispondere: ammesso che Scalfari affermi e scriva scempiaggini attribuite al Santo Padre, chi è che lo riceve e ci parla, se non il Santo Padre stesso? E dopo che Scalfari ha fatto certe sparate, come mai, i competenti organi informativi della Santa Sede, non lo smentiscono?

.

Varazze, 13 ottobre 2017

.

.

_____________________

[1] Egli sostiene questa tesi in Umanità. La storia di Dio, Queriniana, Brescia 1992, p.183.

[2] San Tommaso, Summa Theologiae, I-II, q.91, a.2.

 

.

.

«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» [Gv 8,32],
ma portare, diffondere e difendere la verità non solo ha dei
rischi ma anche dei costi. Aiutateci sostenendo questa Isola
con le vostre offerte attraverso il sicuro sistema Paypal:



oppure potete usare il conto corrente bancario:
IBAN IT 08 J 02008 32974 001436620930 
in questo caso, inviateci una email di avviso, perché la banca
non fornisce la vostra email e noi non potremmo inviarvi un
ringraziamento [ isoladipatmos@gmail.com ]

.

.

.

.

.

.

La Nuova Bussola Quotidiana e le puttane del Vangelo che «vi precedono nel Regno dei Cieli». E’ stata data vita ad una religione peggiore del Protestantesimo: il Puttanesimo

LA NUOVA BUSSOLA QUOTIDIANA E LE PUTTANE DEL VANGELO CHE «VI PRECEDONO NEL REGNO DEI CIELI». È STATA DATA VITA AD UNA NUOVA RELIGIONE PEGGIORE DEL PROTESTANTESIMO: IL PUTTANESIMO

.

Purtroppo nel Cattolicesimo contemporaneo si è da tempo insidiata un’altra religione parallela, che è quella del Puttanesimo. E di questo Puttanesimo, a livello d’informazione, ne è paradigma La Nuova Bussola Quotidiana, che potremmo definire come un vera e propria rivista on-line vetero democristiana.

.

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

.

.

.

 

 

 

 

PDF  articolo formato stampa

.

.

«[…] E poi il carisma non si conserva in una bottiglia di acqua distillata! Fedeltà al carisma non vuol dire “pietrificarlo”, è il diavolo quello che “pietrifica”, non dimenticare! Fedeltà al carisma non vuol dire scriverlo su una pergamena e metterlo in un quadro. Il riferimento all’eredità che vi ha lasciato Don Giussani non può ridursi a un museo di ricordi, di decisioni prese, di norme di condotta. Comporta certamente fedeltà alla tradizione, ma fedeltà alla tradizione ― diceva Mahler ― “significa tenere vivo il fuoco e non adorare le ceneri”. Don Giussani non vi perdonerebbe mai che perdeste la libertà e vi trasformaste in guide da museo o adoratori di ceneri. Tenete vivo il fuoco della memoria di quel primo incontro e siate liberi!

[S.S. Francesco I, discorso a Comunione e Liberazione, 2015. Testo integrale QUI]

.

.

non è cattiveria, è solo … de natura et gratia

Non amo parlare di me stesso, del mio passato e neppure del mio presente privato. Non sono un soggetto da selfies pubblicati a ogni piè sospinto sulle pagine whatsapp e Facebook, perché il luogo idoneo dove “mi manifesto” in pubblico è dal pulpito della chiesa, da dove si annuncia e si predica il Santo Vangelo. E quando sono costretto a parlare di me stesso, devo compiere un grande sforzo, a volte un vero e proprio sacrificio, specie quando si tratta di narrare episodi affatto edificanti della mia vita passata.

Anche se non ho mai avuto alcun legame né formativo né di appartenenza all’Opus Dei, di cui apprezzo molto la Pontificia Università della Santa Croce, che stimo al presente come l’unica istituzione veramente cattolica nel disastroso panorama delle università ecclesiastiche [cf. QUI], a suo tempo mi colpì molto una risposta lapidaria data dal Santo Fondatore dell’Opera, Josemaría Escrivá de Balaguer ― il quale diceva anch’egli parolacce come me ―, che ad un giovane prete che si riteneva meritevole di assurgere a certe cariche ecclesiastiche, rispose: «Ricordati che sei diventato prete per celebrare il Sacrificio Eucaristico, per amministrare le Confessioni ed i Sacramenti di grazia pertinenti al tuo grado, per servire ed edificare il Popolo di Dio. Per questo, sei diventato prete».

Parole che mi toccarono profondamente e che tanto condivisi, io che all’interno della Chiesa non ho mai aspirato a niente, specie essendo consapevole che per certi ruoli ― lasciati sempre agli altri con profonda gioia ―, avrei per grazia di Dio qualità e capacità che coloro che li esercitano in modo a dir poco mediocre, non hanno neppure lontanamente; e non li hanno né per grazia di Dio, né per quei doni di natura legati comunque anch’essi al principio del de natura et gratia [cf. Mt 25, 14-30].

La prima santa lezione che feci mia sin dagli inizi della formazione al sacerdozio, la ricavai dalle manifeste brame e dalle alte aspirazioni di carriera nutrite da un vescovo. La lezione che ne trassi fu la seguente: se il Demonio riesce a prenderci nell’ambizione, può fare di noi tutto ciò che vuole, togliendoci anzitutto la libertà dei figli di Dio, perché a quel punto ogni sospiro, azione, rapporto umano e via dicendo, sarà condizionato e finalizzato solo alle proprie sfrenate ambizioni. Quel vescovo, che era un ambizioso patologico, non ha mai capito di avermi dato, proprio attraverso questo suo grave difetto, la lezione più preziosa e salvifica della mia futura vita sacerdotale. E sono purtroppo certo che un giorno costui, ricevuta la Santa unzione degli infermi ed il Santo viatico, prima di spirare pronuncerà queste ultime parole: “Signore, perché quel tale e quel tal altro coglione sono stati fatti cardinali, mentre invece io no?”. E, detto questo, renderà l’anima a Dio, mentre io pregherò molto per lui, perché gli ho voluto tanto bene, mentre egli trascorreva la propria vita a circondarsi di adulanti ruffiani, tenendosi a gran distanza da coloro che  per affetto e per autentica venerazione gli avrebbero detta la verità, ma soprattutto non lo avrebbero mai tradito, neppure se lui ha tradito se stesso.   

Nell’esercizio del mio sacro ministero, alcune volte mi è capitato di portare me stesso come esempio, ma sia chiaro: come esempio quasi sempre negativo. È così capitato che durante alcune omelie, affrontando certi temi di attualità, rigorosamente legati alle parole del Santo Vangelo proclamato poco prima, abbia ricordato a che cosa portano certe dissolutezze di vita che ci immettono come delle Ferrari sulla gran pista da corsa di quel peccato mortale che io ho percorso a tutto gas. Ecco allora che più volte, nella segretezza del foro interno, durante le Confessioni sacramentali, a qualche giovane ragazzo o ragazza che mi spiegava quanto fosse «importante un periodo di prova di convivenza, prima di compiere un passo importante come il matrimonio», nel rispondere che quella scelta era una strada sbagliata, ho spiegato: «Non pensare che io non sappia di cosa tu stia parlando, perché non sono un prete entrato a undici anni in un seminario. Certe esperienze le ho fatte prima di te, ma soprattutto più e peggio di te. Quindi posso spiegarti sulla mia stessa pelle che una de-responsabilizzante parodia di matrimonio, non porta a niente, per questi motivi  …».

Per non dire con quale severità ho trattato certe mammine cattoliche impegnate, di quelle che in giro per la rete si stracciano le vesti sulla Amoris laetitia, o sul sacrilego pericolo della Santa Comunione ai divorziati risposati, ma che al tempo stesso giustificano loro figlio o loro figlia che convive col compagno o con la compagna, perché in quel caso si tratta di «una convivenza a fin di bene», o perché «tanto presto si sposeranno». A questo esercito di sante mammine, per evitare che qualcuna potesse replicare “che ne sa, lei prete, di certe realtà?”, senza andare per il sottile ho risposto: «Mia madre, che è cattolica per davvero, quando io facevo il puttaniere, o quando nei momenti di “serietà” facevo il convivente saltando da una compagna all’altra, non mi ha mai permesso di farle visita assieme a qualcuna delle mie ganze occasionali. E una volta, in tono molto severo, mi disse: “Quando ti sarai sposato, allora potrai portarmi tua moglie, ma le tue amanti non le voglio né vedere né incontrare in casa mia”». Io rimasi così male e mi sentii a tal punto offeso, che non volli vedere e sentire più mia madre per diversi anni. Ma mia madre, che una coscienza cristiana ce l’ha per davvero, così come l’aveva il mio defunto genitore, non accettò mai le mie dissolutezze, pur di non perdere il figlio. Dissolutezze che invece, pur di non perdere i propri figli, sono accettate da quell’esercito di sante mammine che poi si sfogano da un blog all’altro tuonando contro «concubini» e «adulteri», ai quali la “famigerata” Amoris laetitia avrebbe aperto le porte alla Santissima Comunione Eucaristica. Cosa in ogni caso non vera, come già abbiamo spiegato noi Padri de L’Isola di Patmos [vedere QUI e QUI]. Queste persone che impazzano per la rete telematica, sono in gran numero perlopiù donne frustrate che, se andiamo a indagare, scopriamo che hanno figli e figlie beatamente conviventi e mariti che se la spassano più o meno alla luce del sole con la giovane segretaria d’ufficio. Ecco allora che per reazione, dopo aver tuonato contro «adulteri» e «concubini», cominciano a legare «pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito» [cf. Mt 23,4]. E mentre impongono «fardelli sulle spalle della gente», non si curano del fatto che le loro figlie non si limitano neppure a fare le conviventi nelle “coppie di fatto”, ma vivono e si comportano come delle autentiche zoccole. Certo, nessuno di coloro che leggono su internet certe invettive contro «adulteri» e «concubini» scritte da questa razza di persone, può vedere le gesta delle loro figliole e figlioli, forse anche perché, per vedere all’opera la prole di certi cattolici sempre così rigorosi e zelanti sulla pelle dei figli altrui, più che sui siti della Vera&Pura Traditio Catholica bisognerebbe andare sui siti porno. E se qualcuno vuol vedere il vero e proprio tripudio dei divorziati risposati, o di quei diversamente sposati che nessuno chiama in certi casi «adulteri» e «concubini» ma «preziosi benefattori delle nostre opere di salvaguardia della vera fede e della autentica dottrina», basta che si affacci in certi ambienti della cosiddetta e impropriamente detta Vera&Pura Traditio Catholica, inclusi i lefebvriani, visto che alla Fraternità Sacerdotale di San Pio X non sono mai puzzati i soldi di quei non pochi «adulteri» e «concubini» che vantano quarti veri o presunti di vecchia nobiltà e che si sciolgono come neve al sole, assieme ai loro portafogli, dinanzi all’aromatico fumo degli incensi e al magico latinorum. Semmai presentandosi alle solenni liturgie vetero-cattoliche, a settant’anni abbondantemente superati, con le loro “infermiere” che non somigliano affatto alla talentata quanto brutta Tina Pica [cf. QUI], ma che paiono uscite fuori da un film erotico. Oppure giungono alla cosiddetta “messa di sempre” con la loro amabile nipotina di venticinque anni, appena giunta fresca e bella da Kiev. E questo ed altro ancora la dice lunga sul fatto che i farisei erano meno ipocriti del vescovo eretico e scismatico Bernard Fellay, colui che molto filialmente corregge il Sommo Pontefice, ma che si guarda bene dal correggere non pochi dei benefattori della sua Fraternità, ed in specie quei non pochi e generosi brasiliani e nord-americani appartenenti alla ultra destra, che collezionano divorzi con la disinvoltura con la quale un collezionista colleziona francobolli. Ma d’altronde, lo disse anche l’imperatore Vespasiano quando gli fu rivolto rimprovero per avere messo la tassa sull’orina: «Pecunia, non olet » [i soldi non puzzano, cf. QUI].

Ma torniamo a me ed alle mie dissolutezze per giungere più avanti al cuore di tutt’altra questione … soltanto vent’anni dopo la morte di mio padre, quand’ero già prete, mi fu confidato che il mio genitore, morto ad appena 56 anni, pregò e offrì durante la sua malattia le proprie sofferenze anche per il ritorno alla fede di suo figlio, che da dieci anni si rifiutava di passare anche davanti ad una chiesa. Ma volendo, a suo tempo, feci di peggio: chiesi persino che sul registro di battesimo ― quello dove oggi è annotata la mia sacra ordinazione sacerdotale ―, fosse annotato che io non appartenevo alla Chiesa Cattolica.

Non che intenda giustificare quel mio gesto scellerato, però è bene precisare che fu una reazione giovanile del tutto sbagliata ― ma comunque sempre una reazione ―, a delle figure sacerdotali veramente devastanti che avevo conosciute e con le quali avevo avuto a che fare in più occasioni, sino a formarmi l’idea che nel clero cattolico non vi erano solo alcune mele marce, ma che si faceva sempre più fatica a trovare una sola mela sana. E tutto questo generava in me particolare dolore e disagio, perché da bimbo, poi da adolescente, io avevo avuto da Dio la grazia e il privilegio di venire a contatto con sacerdoti veramente santi, cito tra tutti loro uno particolarmente noto al gran pubblico cattolico: Padre Divo Barsotti.

So bene pertanto cosa voglia dire, ed in che modo i giovani in particolare possono allontanarsi per sempre dalla Chiesa, quando anziché dei modelli di sacerdotale virtù, si presentano a loro innanzi certi pretini sculettanti immessi nel Collegio Sacerdotale dalla scelleratezza di quei vescovi che tra la fine degli anni Settanta e gli inizi degli anni Ottanta si ritrovarono con i seminari deserti, al punto da riempirli spesso di checche e checchine, dive e divine

Di tutto questo e di peggio ancòra, la colpa non è però del Pontefice regnante, che ha dato inizio al suo pontificato dopo quattro decenni di scelte anche devastanti compiute dai suoi Sommi Predecessori, o da coloro ai quali costoro si sono affidati, o dei quali si sono fidati, mentre da una parte i preti si cimentavano in ogni porcheria, al punto tale che spesso, più erano maiali, più facevano carriera sotto i diversi pontificati oggi tanto rimpianti da coloro che hanno data vita ad una mitica storia passata imbalsamata, che però in verità non è mai esistita. E mentre il nostro clero diventava moralmente sempre più improponibile, di documento in documento non si esitava ad entrare a colpi di morale nelle camere da letto dei nostri fedeli col bilancino dell’orefice, per misurarne fatti e misfatti. E queste ultime non sono mie ingenerose opinioni, meno che mai “opinioni sovversive” contro quella morale cattolica che ben conoscono e che io stesso pratico; quella testé descritta è la storia della Chiesa degli ultimi quarant’anni, una storia scritta e documentata atto su atto, discorso ufficiale su discorso ufficiale, molti dei quali ci riportano alla mente quel terribile monito: «Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito» [cf. Mt 23,4].

Se più volte la grazia di Dio si è servita di me per riprendere e riportare a sé diversi di questi traumatizzati e allontanati dalle prodezze di certi preti, forse è anche perché, per esperienza di vita, io potevo capire a fondo che cosa avevano vissuto e che cosa avevano provato, di conseguenza quale rifiuto reattivo avevano sviluppato nei confronti della Chiesa Cattolica e soprattutto del suo clero precipitato ai minimi morali storici. E mentre la situazione morale del clero era ormai precipitata, la Santa Chiesa di Dio governata dal Santo Pontefice Giovanni Paolo II era impegnata a ribadire il suo categorico “no ai preservativi”, ma ordinando al tempo stesso un prete omosessuale dietro l’altro, sino a permettere lo sviluppo di una vera e propria epidemia di frocismo clericale, pagato infine negli Stati Uniti d’America con diocesi costrette a dichiarare bancarotta poiché subissate di sentenze di risarcimenti danni alle vittime di molestie, o sino al collasso della Chiesa d’Irlanda subissata di scandali a sfondo sessuale veramente inenarrabili. E fu soprattutto da questo punto di vista che il Venerabile Pontefice Benedetto XVI dovette affrontare una crisi morale del clero di proporzioni a tratti spaventose, mentre il Pontefice regnante ha ereditato tutti i postumi di una situazione al totale collasso, essendo ormai venuti a mancare da molto tempo i collaboratori fidati, fedeli e capaci, indispensabili per tenere in piedi un buon pontificato e per renderlo davvero tale.

Spesso, parlando con persone ri-convertite al Cattolicesimo, ho detto e spiegato che l’esperienza del Beato Apostolo Paolo o del Beato Vescovo Agostino, non sono, come spesso si pensa e si crede, dei casi isolati, unici ed eccezionali. Tutt’altro: sono un paradigma. Per questo motivo ho narrato tra queste righe la sintesi della mia vicenda personale e del mio conseguente cambiamento radicale di esistenza; l’ho fatto per dimostrare che tutto questo corrisponde alle dinamiche della folgorazione del Beato Apostolo Paolo lungo la Via di Damasco, od alla conversione del Beato Vescovo Agostino, dietro al quale c’erano le preghiere della sua santa madre Monica, come dietro a molte delle nostre conversioni o ri-conversioni ci sono state altrettante sante madri Monica. E come Saul di Tarso prese il nome di Paolo, ed Aurelio di Tagaste quello di Agostino, io che col battesimo sono stato chiamato dai miei genitori Stefano Maria, prima della mia sacra ordinazione ho chiesto di potermi chiamare Ariel, che significa Leone di Dio, avendo ritenuto ― se non ho sbagliato nelle analisi e nella interpretazione dei segni dello Spirito Santo ―, che da me, Dio Padre, voleva proprio quel che è stato impresso nel nome che ho assunto prima della sacra ordinazione. Nell’economia della salvezza, c’è infatti il monaco certosino che tace, ed il leone che ruggisce. A me, sarebbe piaciuta la clausura della Certosa ed il ritiro dal mondo nel silenzio e nel nascondimento totale, ma lo avrei voluto io, non lo voleva Dio; ed una scelta di egoistico piacere, non può mai chiamarsi vocazione. Non può infatti tacere chi è chiamato a ruggire, non può ruggire chi è chiamato a tacere.

La parola chiave di tutto questo discorso, come ripeto è la parola «coerenza». O come scrivevo poc’anzi: se una persona non è stata e non è a suo modo coerente nelle proprie scelte di peccato, non potrà mai essere riafferrata e recuperata alla grazia di Dio ed essere quindi coerente nella fede.

Il convertito o ri-convertito, non esiterà mai, senza disagio, a portare se stesso come esempio, lanciando senza alcuna vergogna, ai tanti cattolici leggeri e superficiali, questo chiaro messaggio: «Figliolo caro, ma se ce l’ho fatta io che ero a suo tempo un cittadino onorario di Sodoma e Gomorra, vuoi non farcela tu?».

Tutto questo comporta anche un altro aspetto: la capacità di ammettere, di dichiarare e di ribadire pubblicamente un radicale cambio di opinioni. Perché una conversione o ri-conversione, comporta anche questo: un modo radicalmente diverso di ragionare e di affrontare la realtà e la vita stessa. Se infatti io fossi un vescovo ― è un esempio puramente accademico, s’intende ―, al costo di chiudere delle parrocchie per mancanza di preti, me ne guarderei bene dal consacrare nel Sacro Ordine Sacerdotale dei soggetti che dopo anni di seminario, cambiato unicamente l’aspetto superficiale esteriore, sono rimasti tali e quali erano. Chi giunge infatti al Sacerdozio rimanendo tal quale, non può ricevere attraverso il Sacramento dell’Ordine un nuovo carattere che trasforma e che forma per tutta la vita. Ecco perché a nessuno è mai passato per la mente di nominarmi rettore di un seminario o di eleggermi ad una sede vescovile. E hanno fatto bene a non farlo, perché io non riempio la Chiesa d’immondizia, io svuoto la Chiesa dall’immondizia. E un rettore svuota-seminario o un vescovo-netturbino non interessa a nessuno, neppure alla Chiesa «rivoluzionaria» di Francesco I. E ciò detto desidero sia chiaro che con queste parole non mi sono auto-candidato, chi mi conosce sa perfettamente che non è così.

Purtroppo nell’odierno Cattolicesimo s’è insidiata da tempo un’altra religione parallela: il Puttanesimo. Di questo Puttanesimo, a livello d’informazione, n’è paradigma quella rivista on-line di indomiti e irriducibili politicanti de La Nuova Bussola Quotidiana, che potremmo definire come un vera e propria rivista vetero democristiana.

Cambiano i tempi, le persone e le situazioni, ma certi soggetti sono sempre lì, con i loro vescovetti di riferimento che lavorano a stillare veleno dietro le quinte, ad agire come se fossimo sempre nell’italietta democristiana degli anni Cinquanta, dove per essere assunto come bidello in una scuola pubblica era determinante la lettera di raccomandazione del Parroco, per essere assunto come impiegato in un ufficio del Comune cittadino, quella del Vescovo. E quando si avvicinavano le elezioni, non pochi vescovi convocavano tutto il clero non per dei necessari corsi di aggiornamento, né per istruirli su come edificare al meglio il Popolo di Dio, ma per trasformarli in propagandisti elettorali. E per settimane, dai pulpiti delle chiese, anziché le spiegazioni al Santo Vangelo, si udivano logorroici comizi elettorali. Ecco, i vescovetti di riferimento del direttore de La Nuova Bussola Quotidiana, sognano ancora questo, che equivale a dire: come sognare il calessino trainato dal ciuco mentre i missili volano verso la Luna.

Dinanzi alla mia accusa di Puttanesimo rivolta a La Nuova Bussola Quotidiana, non basta come reazione l’indignazione, anche perché, come diceva un loro vescovetto politicante di gran riferimento quando c’era da difendere Silvio Berlusconi ed i suoi bordelli a cielo aperto: «L’indignazione non è un sentimento cristiano». Quindi non è con l’indignazione che si reagisce, ma con la verità, che è sempre oggettiva, mai soggettiva, perché la verità soggettiva non è la verità, ma è la propria opinione, che come tale lascia sempre il tempo che trova.

A partire dal marzo 2013 a seguire, La Nuova Bussola Quotidiana si è palesata più papista del Papa. Fare un sospiro sul Sommo Pontefice Francesco I sarebbe stato impensabile. Diverse firme che tentarono una espressione critica velata e delicata sullo stile pastorale del Pontefice regnante, si sentirono rispondere dal segretario provinciale mancato della Democrazia Cristiana, ossia Riccardo Cascioli, che «La linea editoriale non permette alcuna espressione anche indirettamente critica di questo pontificato». E sia chiaro: i testimoni vivi, vegeti e dotati in tal senso di buona memoria, non mancano affatto, casomai l’interessato intendesse protestare, ma soprattutto smentire.

All’epoca, su La Nuova Bussola quotidiana scriveva il sociologo Massimo Introvigne, che per inciso è un eccellente specialista in sociologia delle religioni, nonché fondatore del benemerito CESNUR [cf. QUI, QUI]. Ad ogni articolo nel quale egli magnificava le meraviglie di questo pontificato, Massimo Introvigne era attaccato da tutte le fronde cattoliche che mostravano perplessità per certi stili pastorali del Sommo Pontefice Francesco I. C’erano persino dei blog che avevano creato apposite pagine di sfottò più o meno intitolate «la introvignata quotidiana », ed avanti a seguire.

È quindi di rigore chiedersi: cosa è accaduto a questa benemerita rivista, che oggi critica legittimamente Avvenire, L’Osservatore Romano, i collaboratori più stretti del Sommo Pontefice, ma soprattutto le scelte pastorali del Sommo Pontefice stesso? Qual è, il nucleo centrale della “conversione” che ha portato a siffatto cambiamento radicale, ma soprattutto alla scoperta di quel senso critico per il quale tra il 2013 e il 2014, La Nuova Bussola Quotidiana, defenestrò diversi collaboratori poiché ritenuti non sufficientemente papisti, o come si direbbe oggi bergogliani ? Com’è potuto accadere che il direttore de La Nuova Bussola Quotidiana, ieri come oggi consigliato dietro le quinte dallo stesso vescovetto ― ossia quello che tra una telefonata e l’altra sugli Eurostar augurava che il Pontefice regnante raggiungesse presto la Casa del Padre, per poi appresso pompare, sempre dietro le quinte, svariati firmatari della Correctio filialis ―, sia andato incontro a questa metamorfosi? Perché invero a confronto, le Methamorphosis di Ovidio, rischiano di essere solo una barzelletta, assieme a Elogio della Follia di Erasmo da Rotterdam.

Vediamo allora che cosa è accaduto per indurre l’allora ultra papista Nuova Bussola Quotidiana a scoprire d’improvviso che anche un Sommo Pontefice può essere all’occorrenza criticato, con tutto il buon garbo del caso e purché non si ponga in discussione la sua legittima autorità. È accaduto questo: nel 2015 il Sommo Pontefice Francesco I, ha elargito due sonore e meritate sberle al Movimento Comunione e Liberazione, attraverso un discorso molto deciso e molto severo che vi invitiamo a leggere tutto quanto per intero, perché così potrete capire l’origine della improvvisa “conversione” alla libertà dei figli di Dio de La Nuova Bussola Quotidiana e del suo direttore [cf. vedere testo QUI].

Dopo quel discorso pontificio è avvenuta prima una conversione, poi una trasformazione. E, d’improvviso, abbiamo assistito alla metamorfosi che oggi abbiamo sotto gli occhi: dalla pubblicazione della Correctio filialis fatta passare per puro dovere di cronaca, al successivo articolo di Antonio Livi che è stato come una pezza nuova posta su un vestito vecchio [cf. Mt 9, 14-17], oltre che offensivo sia all’intelligenza di colui che lo ha scritto sia all’intelligenza di chi, ed in specie i canonisti ed i teologi, lo hanno letto. Per seguire con gli attacchi rivolti ad Andrea Tornielli, reo di essere papista e cosiddetto bergogliano.

Premetto che io sono amico da molti anni di Andrea Tornielli, come lo sono di Antonio Socci e di Marco Tosatti. Si tratta di tre persone diverse, con un approccio dissimile a quello che giornalisticamente è indicato come il fenomeno Bergoglio.

Andrea Tornielli è una persona che per suo stile caratteriale e professionale si muove cauto, ed in lui io non ho mai ravvisato uno spirito improntato su quell’opportunismo dei voltagabbana che spesso gli viene contestato proprio da coloro che la gabbana l’hanno voltata per diritto e per rovescio, ma non solo, perché dopo averla voltata e rivoltata, l’hanno persino tinta con colori diversi, come ha fatto Riccardo Cascioli alla direzione de La Nuova Bussola Quotidiana.

Antonio Socci è un cristiano di fuoco, un passionario e sotto vari aspetti un uomo di Dio passato attraverso prove e sofferenze da non augurare a nessuno, nelle quali non solo ha mantenuto la sua fede, ma l’ha rafforzata, dando in tal senso un esempio non certo di poco conto. La sua posizione nei riguardi di questo pontificato è molto critica, ed è suo legittimo diritto essere critico, criticando in modo duro, a volte anche spietato, certe scelte del Sommo Pontefice, senza mai avere mancato di rispetto alla sua Augusta Persona e senza mai mettere in discussione la sua autorità.

Marco Tosatti è un gran signore in delicatezza ed in spirito espressivo, anche lui è perplesso dinanzi a certe scelte pastorali del Sommo Pontefice, ma il suo stile è diverso e tutto quanto improntato alla maniera di un “vecchio” galantuomo del giornalismo.

Tutti e tre questi professionisti, nella loro diversità, sono caratterizzati da un elemento: sono uomini di fede, mariti e padri esemplari, modelli di vita familiare cristiana, persone che amano veramente la Chiesa ed anche il papato.

Io posso stimare ed avere relazioni con persone animate da sentimenti del tutto opposti, in rapporto alla attuale situazione ecclesiale ed ecclesiastica, che come spesso ho scritto versa in uno stato di decadenza e di crisi senza precedenti storici. Ma non posso nutrire stima per i voltagabbana palesi all’insegna del “non è successo niente ”; i quali non trovano di meglio da fare che dare esplicitamente o implicitamente del voltagabbana ad Andrea Tornielli, che dirige un’agenzia d’informazione, Vatican Insider, che non fa opinione o analisi, ma da notizie e le commenta, quando non si limita a dare notizie e basta.

L’ultimo attacco in ordine di serie rivolto ad Andrea Tornielli in questi giorni è stata una vera e propria falsificazione. Un editorialista de Il Corriere della Sera, Gian Antonio Stella, che è un ottimo giornalista ma non un esperto in questioni ecclesiali ed ecclesiastiche, supportandosi proprio per questo su un articolo scritto da Andrea Tornielli lo scorso anno, ha scritto testuali parole:

.

«[…] I cattolici integralisti che giorni fa, nell’anniversario della battaglia di Lepanto, hanno detto il rosario contro gli immigrati, in particolare islamici (compresi i siriani in fuga dalla ferocia di Assad e dai tagliagole dell’Isis), fingono di ignorare che il “loro” Papa non mollò mai su certi principi. Primo: il dovere cristiano dell’accoglienza. Mai. Lo ricordava un anno fa il vaticanista Andrea Tornielli in un pezzo intitolato «Immigrati, così la Polonia “seppellisce” Giovanni Paolo II» [testo di A. Tornielli del 10.15.2016, QUI, testo di G.A. Stella del 10.10.2017, QUI].

.

La reazione falsante de La Nuova Bussola Quotidiana è stato un articolo così titolato: «Perché il potere infama i polacchi aiutato da certi cattolici». Articolo nel quale, a partire dal titolo stesso, Andrea Tornielli è infilato in un calderone di accuse, senza che mai egli abbia dileggiato i cattolici polacchi che, nella ricorrenza della vittoria dei Cristiani sui Musulmani a Lepanto il 7 ottobre 1571, hanno organizzata la recita di un Santo Rosario sui confini del territorio polacco, con la partecipazione di circa un milione di fedeli [testo di B. Frigerio del 12.10.2017, QUI].    

Ora voi capite bene che sulle righe e dietro le righe de La Nuova Bussola Quotidiana, che da ultra papista tal era tra il 2013 e il 2014, è diventata oggi critico-acidula dopo che il Pontefice regnante ha mollato due salutari sganascioni a Comunione e Liberazione, non è che non sia successo propriamente niente, ma è successo molto, specie in incoerenza ed in conseguente strafottenza verso altri professionisti del giornalismo. Nessuno infatti, dalle colonne de La Nuova Bussola Quotidiana che elargisce implicite o esplicite patenti di voltagabbana a destra ed a manca, ha mai detto: “abbiamo cambiato opinione”. Cosa non solo legittima, perché come credo d’aver spiegato sulla mia pelle e sulla mia stessa vita di passate dissolutezze e peccati mortali, il cambiare opinione è cosa spesso salvifica, a volte imprescindibile per un vero cammino di fede. Se infatti io stesso non avessi cambiata radicalmente opinione a suo tempo, oggi sarei tutt’altro genere di uomo, ma soprattutto non sarei un Sacerdote di Cristo.

Pertanto affermo in tutta serenità che quella sberla data dal Sommo Pontefice a Comunione e Liberazione, oltre ad essere stata del tutto meritata, ha contribuito a far venire ulteriori topi allo scoperto, a partire da Riccardo Cascioli che fa le pulci ad altri suoi colleghi indicandoli con gran caduta di stile professionale come degli snipers, ossia dei cecchini. Ora, io non so se il direttore de La Nuova Bussola Quotidiana ha fatto come il sottoscritto il servizio militare, oppure se è stato riformato alla visita di leva, o se si è dichiarato pacifista ed ha fatto il servizio civile alternativo passando il tempo a giocare con i videogames, in ogni caso non occorre aver studiata L’arte della guerra per sapere che lo sniper, il cecchino, specie dopo la sanguinosa guerra nella ex Jugoslavia, è divenuto sinonimo di vigliacco. I cecchini appostati sui palazzi di Sarajevo, sparavano addosso ai civili inermi, inclusi donne e bambini, spesso colpendoli volutamente alle spalle, ed erano solitamente imbottiti di droghe euforizzanti; e quando l’euforia passava, diventavano ancor peggiori e più sanguinari.

Ecco descritti i topi che il Sommo Pontefice Francesco I ha fatto venire allo scoperto con due sberle. Si tratta di topi opportunisti e incoerenti, di politicanti di bassa lega che rappresentano il paradigma dei topi di una religione del tutto nuova e molto peggiore di quel Protestantesimo che prende vita da uno scisma e da una eresia nata dal nucleo cristiano per opera di Martin Lutero. E questa nuova religione, che non nasce proprio da alcun nucleo cristiano, è il Puttanesimo.

È a questi personaggi che Nostro Signore Gesù Cristo dice: «Le prostitute vi precedono nel Regno dei Cieli» [cf. Mt 21, 38-32]. Cosa questa che a Riccardo Cascioli avrebbe dovuto spiegare con dovizia di particolari il suo vescovetto di riferimento, quello che, se dal Sommo Pontefice Francesco I fosse stato fatto cardinale, avrebbe incenerito sul rogo chiunque avesse sospirato su questo pontificato, anziché augurare al Pontefice regnante di tirare presto le cuoia parlando al telefono in mezzo alla gente dalla prima classe di un Eurostar.

E se questi sono tutti i topi oggi all’impazzimento che il Sommo Pontefice Francesco I ha fatto saltare fuori da dietro quelle quinte dove per decenni hanno lavorato a danneggiare la Chiesa, ebbene vi dico: io che pure sono stato e sono critico verso non poche scelte pastorali del Santo Padre ― come dimostrano inconfutabilmente non pochi miei scritti ―, per il solo merito di avere disseminato il topicida pontificio, sarei pronto a gridare, già mentre si trova sempre in vita … santo subito!

Ultima nota sia di stile sia di carattere professionale: la nostra rivista telematica L’Isola di Patmos ha raggiunto in questi giorni di ottobre i dodici milioni di visite. Il nostro lavoro, che è tutto gratuito, comporta però dei costi elevati di gestione, come accade quando si lavora con mezzi, strumenti, programmi, server-provider aziendali e via dicendo. Da sempre e da subito noi ci siamo affidati alla provvidenziale e gratuita carità dei Lettori, che sino ad oggi ci hanno sostenuti, anzitutto nella nostra piena e completa libertà. Quando invece si hanno certi sponsor o certi mecenati, si finisce sempre sullo spiacevole libro paga di chi, alla fine, giunge ad importi cosa dire e cosa non dire.

Alla Nuova Bussola Quotidiana che oggi da degli snipers agli altri, vogliamo dare anche questa lezione di stile e soprattutto di libertà cristiana, visto il modo in cui ha voltato gabbana come se nulla fosse, dopo i primi due schiaffi dati dal Sommo Pontefice, a giusto e santo merito, al Movimento di Comunione e Liberazione.

Non è che per caso — è solo una domanda —, hanno imposto un cambio di linea editoriale i loro finanziatori?

L’imperatore Vespasiano, affermando pecunia non olet, aveva torto, perché i soldi, in verità, puzzano sempre, quando comprano la tua libertà e quando rendono la tua coscienza cristiana alla stregua di un elastico che aziona un portafoglio a fisarmonica.

.

dall’Isola di Patmos, 12 ottobre 2017

.

.

Video del discorso del Sommo Pontefice Francesco I

.

.

«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» [Gv 8,32],
ma portare, diffondere e difendere la verità non solo ha dei
rischi ma anche dei costi. Aiutateci sostenendo questa Isola
con le vostre offerte attraverso il sicuro sistema Paypal:



oppure potete usare il conto corrente bancario:
IBAN IT 08 J 02008 32974 001436620930 
in questo caso, inviateci una email di avviso, perché la banca
non fornisce la vostra email e noi non potremmo inviarvi un
ringraziamento [ isoladipatmos@gmail.com ]

.

.

.

.

.

Il Cardinale Müller fa «proposte folli» su Amoris laetitia? No, ha solo proposto una di quelle disputatio che fanno parte della storia della teologia che il direttore del Sismografo, Luis Badilla, mostra di non conoscere

IL CARDINALE MÜLLER FA «PROPOSTE FOLLI» SU AMORIS LÆTITIA ? NO, HA SOLO PROPOSTO UNA DI QUELLE DISPUTATIO CHE FANNO PARTE DELLA STORIA DELLA TEOLOGIA CHE IL DIRETTORE DE IL SISMOGRAFO LUIS BADILLA MOSTRA DI NON CONOSCERE 

.

In questa proposta del Prefetto emerito della Congregazione per la dottrina della fede, non è contenuto nulla di «folle», come afferma Badilla, né si tratta assolutamente di sospettare dell’ortodossia del Sommo Pontefice, tanto meno di «correggere» il Santo Padre Francesco I sotto questa angolatura, cosa impensabile per un cattolico. Chi pretendesse ciò, non farebbe una correctio “filialis”, ma una praesumptuosa, illicita et impia correctio.  

.

.

Autore
Giovanni Cavalcoli, O.P.

.

.

 PDF  articolo formato stampa 

.

il Sommo Pontefice Francesco I e l’allora Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede Cardinale Gerhard Ludwig Müller durante una sessione dell’ultimo Sinodo sulla famiglia

Luis Badilla, su Il Sismografo del 27 settembre, dimostrando carenza di cultura teologica e ignoranza della storia della teologia, ha insultato in modo sfrontato il Cardinale Gerhard Ludwig Müller per la sua proposta saggia e opportuna di istituire una commissione cardinalizia che chiarisca, mediante franca e fraterna discussione, cum Petro e sub Petro, gli ormai noti e segnalati punti poco chiari della Amoris Laetitia [cf. Il SismografoQUI].

..

In questa proposta del Prefetto emerito della Congregazione per la dottrina della fede, non è contenuto nulla di «folle», come afferma Badilla, né si tratta assolutamente di sospettare dell’ortodossia del Sommo Pontefice, tanto meno di «correggere» il Santo Padre Francesco I sotto questa angolatura, cosa impensabile per un cattolico. Chi pretendesse ciò, non farebbe una correctio “filialis”, ma una praesumptuosa, illicita et impia correctio.  

.

Non è invece proibito avanzare in linea di principio, oppure mostrare obiezioni o riserve motivate circa la correttezza o prudenza pastorale di un documento pontificio, qual è l’Amoris Laetitia, che contiene appunto direttive pastorali, che possono mutare quanto disposto da un Papa precedente e possono a loro volta essere mutate da un Papa successivo o dallo stesso Papa in un momento successivo del suo pontificato, in quanto non mettono in gioco l’inviolabile ed immutabile legge divina o naturale, ma semplicemente il potere giurisdizionale ― la potestas clavium ― del Romano Pontefice, cosa che evidentemente non può capitare per i documenti dottrinali o dogmatici, morali o speculativi, espressioni infallibili di verità immutabili.

.

Si tratterebbe invece di chiarire e mettere in evidenza come Amoris laetitia supponga e confermi, almeno implicitamente, la dottrina della Chiesa concernente:

.

  1. l’indissolubilità del matrimonio e quindi la gravità oggettiva del peccato di adulterio;
  2. i differenti livelli di autorità della legge divina, della legge ecclesiastica e di quella naturale;
  3. il valore e la fallibilità della coscienza morale;
  4. la necessità di essere in grazia per poter accedere alla Comunione;
  5. la differenza tra stato irregolare e stato di peccato e quindi la possibilità di essere in grazia pur trovandosi in uno stato irregolare, possibilità fondata sulla differenza tra tendenza al peccato (concupiscentia) e atto del peccato ;
  6. Dio può salvare anche senza i sacramenti;
  7. le condizioni soggettive per la attenuazione della colpa;
  8. il divieto o precetto negativo, ossia “non fare il male” obbliga sempre ed assolutamente [semper et ad semper, intrinsece malum]; il comando o precetto positivo “fa’ il bene” obbliga sempre [semper sed non ad semper, extrinsece bonum], ma ammette dispensa o eccezione in casi speciali (casistica), nei quali occorre obbedire ad una legge superiore. Alcuni casi sono riservati alla legge, altri sono lasciati alla prudenza dell’agente.

.

Si tratterebbe altresì di discutere l’impostazione pastorale della Amoris laetitia che sembra, per timore del rigorismo e della rigidezza, improntata ad un certo facile permissivismo e eccessiva indulgenza e possedere uno scarso incentivo alla penitenza, alla perfezione ed alla  santità nei confronti della condotta e dello stato giuridico delle coppie irregolari. Sembra stimolare poco a correggersi, ad affaticarsi, a sforzarsi e a sacrificarsi per raggiungere l’ideale.

.

Da nessuno si può esigere di più di quanto può fare, e occorre ricordare che il progresso avviene per tappe e per gradi e che dobbiamo perdonare settanta volte sette.  Ma quello che si può fare si deve fare, altrimenti non ci sono scuse, né si può pretendere di essere compassionati. Ma, al fine di comprendere la situazione attuale, con i suoi problemi e le sue prospettive, vediamo brevemente come siamo giunti a questo punto.

.

Amoris laetitia non costituisce affatto un caso senza precedenti. È nel suo insieme un documento di enorme complessità e ricchezza, è una summa del matrimonio cristiano, risultato del lavoro di due sinodi mondiali dei vescovi sotto la presidenza del Romano Pontefice. Per questo, essa costituisce un passo avanti sotto il profilo pastorale, rispetto alla Familiaris consortio del Santo Pontefice Giovanni Paolo II, più attenta ai princìpi, ma soprattutto legata ad un altro genere di società, nonché collocata in un contesto mondiale in frenetica evoluzione, sia nel bene come nel male. Certo, ci si attendeva la risposta a diverse questioni importanti, ma non si può negare soprattutto l’attesa diffusa della parola del Papa circa la questione, tutto sommato marginale, ma molto sentita, del permesso o meno della Comunione ai divorziati risposati.

.

San Giovanni Paolo II, al n. 84 della Familiaris consortio non permette ai divorziati risposati di fare la Comunione, a meno che non vivano come fratello e sorella. Ora, da diversi anni alcuni moralisti si domandavano se questa disciplina non poteva essere mitigata o allargata, così da consentire, almeno in alcuni casi speciali, l’accesso dei divorziati risposati alla Comunione.

.

La pubblicazione di Amoris Laetitia fu attesa con molto interesse da tutti coloro che attendevano dal Papa una risposta autorevole su questa delicata e difficile questione. Alcuni si aspettavano una conferma della norma di San Giovanni Paolo II, che rispecchia un’antichissima tradizione; altri invece, consapevoli che questa materia è disciplinata dal potere giurisdizionale del Papa, speravano ch’egli avrebbe concesso il permesso della Comunione ai divorziati risposati.

.

Il Papa non si è invece fermato con chiarezza su questa questione ― difficile sapere per quale motivo ― limitandosi a fare ad essa fuggevole accenno soltanto nell’ormai famosissima nota 351, nella quale si dice, in forma del tutto ipotetica, che «in alcuni casi» la Comunione «potrebbe» essere concessa ai divorziati risposati, ma senza precisare in quali di questi casi.

.

Un simile pronunciamento non ha il carattere di una legge, sia perché espresso al condizionale ― mentre una legge è formulata all’indicativo o all’imperativo ―; sia perché, una legge legata ad alcuni casi, per aver valore di legge deve precisare quali sono questi casi, non rimanere invece mera ipotesi. Inoltre, la nota 351 esprime bensì una «possibilità», ma non nel senso che  sia adesso possibile e quindi permesso e lecito dare la Comunione ai divorziati risposati, ma, essendo formulata al condizionale, esprime una legge possibile ma non attuale al momento presente. Come a dire che, se il Papa vorrà, in futuro, potrà concedere il permesso. Ma finché questo non avverrà, resta allora in vigore la norma di San Giovanni Paolo II. O come ha espresso trattando il tema da altra angolatura il Padre Ariel S. Levi di Gualdo: «Non si può chiedere, al Sommo Pontefice, di ritirare ciò che egli, di fatto, non ha mai ammesso e quindi concesso» [cf. QUI].

.

Il Cardinale Francesco Coccopalmerio, canonista della Santa Sede di alta autorità, ha di recente proposto i casi che, in riferimento alla nota 351, potrebbero, a suo giudizio, essere ufficializzati, col consenso del Papa, nel caso in cui il tenore ― al momento soltanto ipotetico ― della dibattuta nota in questione, fosse eventualmente mutato ed elevato dal Papa al rango di legge. Ma questo, come ripetiamo, al momento non è ancora accaduto. Pertanto nessuno, come dice il vecchio proverbio, può ragionevolmente invocare che si corra al pronto soccorso per fasciare una testa quando di fatto, al momento, questa testa non si è ancora spaccata.

.

Per quanto riguarda la nota Lettera inviata al Papa dai vescovi della regione di Buenos Aires l’anno scorso, essa dice, con riferimento alla nota 351, che «Amoris Laetitia apre la possibilità di accesso ai sacramenti della Riconciliazione e dell’Eucaristia». È altrettanto nota la risposta del Papa: «Lo scritto è molto buono ed esplicita chiaramente il senso del capitolo VIII°. Non ci sono altre interpretazioni» [cf. QUI].

.

Il guaio è che le parole dei vescovi argentini non sono affatto univoche e possono prestarsi due sensi, nonostante il giudizio benevolo del Papa che però, di conseguenza, si esprime in modo equivoco anche lui. Sicché, non essendo chiaro cosa hanno inteso dire i vescovi, non è di conseguenza chiaro se il Papa li abbia capiti e che cosa intende dire, benché egli li elogi per essersi espressi con chiarezza. Essi giocano invece purtroppo in modo scorretto ― vogliamo pensare in buona fede ― sul termine «possibilità». E una volta fatto questo, hanno tentato di conferire ad una lettera rango di Motu proprio Summorum Pontificum.

.

Un conto è se i Vescovi argentini intendano dire che la nota 351 accenna a una legge «possibile» ― e questa è l’interpretazione giusta della nota, come abbiamo visto ―; altro conto è interpretare la nota come se essa dichiarasse la possibilità, ossia la concessione o il permesso o l’ammissibilità, adesso e subito, della Comunione ai divorziati riposati.

.

Per questo quella risposta del Sommo Pontefice non fa testo, non per la forma ― non sarebbe la prima volta che un Papa interpreta un suo documento scrivendo a qualche vescovo ―, ma per il contenuto ambiguo che il Papa dovrebbe chiarire, se vuol essere obbedito. Non si può infatti obbedire a un superiore, pur volendolo, se prima non si capisce che cosa intende dire, comandare o invitarci ad eseguire o attuare.

.

Gli estensori della Correctio filialis citano alcuni passi dell’Amoris Laetitia per ricavarne proposizioni eretiche, circa le quali non è chiaro se essi intendono considerarle attribuibili al Papa, oppure se si tratta di eresie che possono essere ricavate dal testo dell’Amoris Laetitia. Beninteso: non intendo dirimere questa questione, specie dopo che il Padre Ariel S. Levi di Gualdo, sulle colonne della nostra Isola di Patmos, s’è messo a ruggire come un leone che gira per la foresta a caccia di zebre e gazzelle da sbranare, saltellando poi festoso attorno ai brandelli sicuro di avere lucrato in tal modo l’indulgenza plenaria. Quindi mi limito soltanto, dal canto mio, a precisare che in ogni caso non è lecito accusare il Sommo Pontefice di eresia in un documento ufficiale del suo magistero, come è appunto l’Esortazione Apostolica Amoris laetita.

.

Se l’accusa di eresia al Romano Pontefice è inammissibile [cf. QUI, QUI, QUI] è invece lecito discutere sul fatto che alcuni dei passi del documento citati dai firmatari della Correctio filialis a sostegno delle loro accuse, appaiono effettivamente viziati da una impostazione misericordista, che trae però le sue origini non da un fatto, ma da un fraintendimento di alcune parole del Santo Pontefice Giovanni XXIII nel famoso Discorso di apertura del Concilio Vaticano II «Gaudet Mater Ecclesia», allorché il Santo Pontefice ebbe a dire che «oggi la Chiesa preferisce far uso della misericordia piuttosto che della severità». Attenzione però: Disse «preferisce», mai affermò che abbia totalmente abbandonato o che debba tralasciare del tutto l’uso della severità. E malgrado la chiarezza di quel discorso, purtroppo, dai tempi del Concilio ad oggi s’è diffusa nella Chiesa una prassi pastorale successivamente codificata e solidificata dottrinalmente, con pretese esegetiche, morali, antropologiche e teologiche, che vanta e promuove la pratica della pura misericordia, senza alcun ricorso alle minacce, alle misure coercitive o repressive, all’uso della forza, alle sanzioni penali, alle proibizioni, alle condanne e alle scomuniche.

.

In campo esegetico si sono tolti dalla Scrittura i passi relativi al Dio severo, minaccioso, bellicoso e punitore, che manda all’inferno, lasciando solo, col pretesto dell’Incarnazione, l’immagine del Dio pietoso, compassionevole, misericordioso, mite, dolce,  perdonante,  paziente, tollerante e comprensivo, fino ad essere debole, mutevole, sofferente e mortale. Sono tornate così le antiche eresie del marcionismo, del teopaschismo e dell’apocatastasi origeniana. È il misericordismo.

.

In campo morale, l’etica ha perduto la sua assolutezza, fermezza, austerità e severità; è divenuta flessibile, mutevole, facoltativa, comoda, possibilista, accondiscendente, lassista, malleabile, piacevole, allegra, rilassata, permissiva, istintiva, libertaria. È nato lo spontaneismo liberale ed edonista. Non si deve escludere nessuno, ma bisogna accogliere tutti. Non si deve correggere nessuno, ma solo dialogare. Non bisogna fare la guerra, ma solo l’amore, come motteggia il pacifismo. La condotta umana progredisce e migliora continuamente e necessariamente nella storia, come motteggia il progressismo.

.

In campo antropologico si è cominciato a concepire l’uomo come essenzialmente buono, innocente ed orientato a Dio, di retta intenzione, buona fede e buona volontà. Il peccato non è una colpa da correggere, punire ed espiare, ma è una debolezza da compatire. Nessun peccato originale con conseguenze penali nella vita. La sofferenza è naturale, ma non ha senso e va semplicemente combattuta. Il male è solo la sofferenza, non il peccato. È il buonismo.

.

Tra difetti e pregi, L’Amoris Laetitia è chiaramente guidata da un metodo pastorale  misericordista. Non è infetta da errori dottrinali, ma da un errore pratico, da un difetto pastorale: la sottovalutazione della gravità dello stato delle coppie irregolari. Il peccato di adulterio è troppo scusato e non abbastanza redarguito. Si cerca di rassicurare i divorziati risposati di essere in grazia di Dio senza dir loro cosa devono fare per essere in grazia di Dio. Le famiglie formatesi dall’adulterio non son solo famiglie “ferite”, ma anche feritrici e scandalose.

.

L’intento del metodo della Amoris laetitia è quello di non disprezzare o scoraggiare queste coppie, di far sì che non siano emarginate. Questo è certamente un buon intento, già espresso con parole molto profonde e amorevoli dalla Esortazione apostolica post-sinodale Familiaris consortio del Santo Pontefice Giovanni Paolo II. Ma la vera misericordia non è il minimizzare la miseria nella quale si trova il misero o il peccatore, ma è proprio il renderlo consapevole, sia pur con delicatezza, della gravità della situazione nella quale si trova, appunto perché la misericordia non si spaventa nel riconoscere fino in fondo i mali del prossimo, perché essa è potenza divina, e libera pertanto anche da mali gravissimi. E quale male più grave della colpa mortale? Per questo, la titubanza di Amoris laetitia su questo punto nuoce al suo lodevole intento di mostrare alla coppia la potenza della misericordia divina e della Chiesa.

.

In questo si ha l’impressione che il Santo Padre Francesco si rivolga a persone che abbiano solo bisogno di essere «accompagnate» e compassionate, non però anche richiamate, corrette e, all’occasione, avvertite e rimproverate. Va bene accogliere e integrare; ma c’è anche chi non vuole essere accolto e integrato, almeno alle condizioni poste dalla Chiesa. E se stiamo alle condizioni che vuole lui, la Chiesa si falsifica. A che pro?

.

Tuttavia nella Amoris laetitia, affermando che la coppia può essere in grazia [n.301] e che «è possibile che entro una situazione oggettiva di peccato ― che non sia soggettivamente colpevole o che non lo sia in modo pieno ― si possa vivere in grazia di Dio» [n.305], il Santo Padre smentisce quel pregiudizio secondo il quale essa, essendo in uno stato irregolare, sarebbe con ciò stesso sempre in uno stato di peccato mortale. E con ciò egli pone le premesse, dalle quali potrebbe ricavare la liceità della Comunione; e qui va ribadito il condizionale “potrebbe”. Naturalmente deve trattarsi di quelle coppie le quali, per motivi ragionevoli e cause di forza maggiore, non possono e quindi non devono interrompere  la loro relazione [n. 298].     

.

Amoris laetitia contiene al proprio interno diversi punti che potrebbero essere seramente discussi, ne accenno alcuni:

.

– Non è vero che “due logiche percorrono tutta la storia della Chiesa: emarginare e reintegrare” [n. 296]. Esiste anche la scomunica, che non è né integrazione, perché lo scomunicato non la vuole, ma non è neppure emarginazione, perché serve a indurre al pentimento. Non può essere in comunione chi rifiuta le condizioni per essere in comunione. Pertanto non può essere integrato chi non è integrabile. È falsa l’alternativa tra l’accoglienza a braccia aperte e l’esclusione discriminante: c’è di mezzo l’accoglienza condizionata, alla quale l’aspirante deve sottostare, se vuol appartenere alla Chiesa, la quale è la casa di Dio e non il mercanteggiare nel tempio. Non può partecipare al banchetto di nozze chi non ha l’abito di nozze.

– Definire «espressioni di intimità» [n. 298] il rapporto sessuale fra i divorziati è un eufemismo ingannevole, che non pare per nulla conveniente, atteso che essi, in fin dei conti, commettono pur sempre oggettivamente un grave peccato, benché possano avere delle attenuanti e non perdere la grazia e, se cadono in una colpa mortale, possono, pentendosi, recuperare la grazia. Ma queste cose bisognerebbe dirle apertamente, benché siano implicite nel testo. Occorrerebbe essere più chiari nello spiegare qual è la dinamica, nel loro caso, tra il peccato e la grazia. Non si parla mai di peccato mortale.

– Si dice giustamente che i pastori devono discernere bene le situazioni. E poi si aggiunge laconicamente: «non esistono semplici ricette» [n. 298]. Che vuol dire? Detto così, sembrerebbe che si negasse l’esistenza di princìpi assoluti, validi in ogni caso, indipendentemente dalle situazioni.  È vero che il termine «ricetta” vuol forse essere ironico, per evitare il legalismo, il fariseismo, la ristrettezza mentale e la pedanteria. Ma non è chiaro.

– Dichiara che l’unione della coppia può essere e deve essere una «risposta generosa che si può offrire a Dio» e come «donazione che Dio stesso sta richiedendo» [n.303]. Non è una lode eccessiva? Che dire allora delle coppie regolari e fedeli? È la stessa cosa essere regolare o irregolare? Ma allora che senso ha essere regolare? Chi glielo fa fare? Non sarebbe bastato dire che l’unione, benché irregolare e spesso causa di scandalo per fedeli, posto che i due si dedichino alle opere buone e facciano penitenza, possono mantenersi in grazia? Visti i pericoli che corrono continuamente di peccare, non è già questa una notevole concessione della misericordia divina, senza che sia necessario presentarli quasi come modelli per gli sposi regolari?

– «Il confessionale non dev’essere una sala di tortura, bensì un luogo della misericordia del Signore» [n. 305]. C’è anche una terza possibilità: che il confessionale sia un luogo che avverte il penitente che per poter accedere alla Comunione occorre respingere decisamente il peccato, riconoscerlo, farne penitenza, riparare e ripetere il buon proposito di non più peccare.

– Dice il Papa: «Comprendo coloro che preferiscono una pastorale più rigida, che non dia luogo ad alcuna confusione» [n. 308]. Non è la rigidezza, ma la chiarezza, che non dà luogo alla confusione. Anzi la rigidezza, che è un tratto delle menti grette, è proprio quella che favorisce la confusione, perché non è capace di distinguere ciò che è rigido da ciò che è saldo, la rigidità del cadavere dalla fermezza dei princìpi. La debolezza sui princìpi non produce la duttilità e l’elasticità della prudenza, ma la banderuola mossa dal vento. La misericordia non è fare sconti sui princìpi, ma sollevare all’altezza dei princìpi chi è inguaiato nelle sabbie mobili dell’incertezza e nello squallore della miseria.

.

Per quanto riguarda il metodo della discussione ci si potrebbe ispirare a famosi dibattiti o trattative teologiche del passato, come per esempio alla famosa disputa De Auxiliis, tra Domenicani e Gesuiti, alla presenza del Papa, tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo, col problema del rapporto fra grazia e libero arbitrio. Del resto, anche nel nostro caso, non si tratta forse del rapporto fra grazia e libero arbitrio nel matrimonio e nel rapporto di coppia?

.

Il Papa potrebbe istituire una doppia commissione cardinalizia di numero limitato ― cinque o sei per parte ―, formata da membri che si offrono spontaneamente, così da rendere libero e spontaneo il dibattito. Una commissione potrebbe essere formata dai cardinali obicienti, i quali avanzano le riserve e sollevano le difficoltà. Potrebbe essere presieduta dal Cardinale Raymond Leo Burke; mentre l’altra sarebbe formata dai cardinali risolventi, sostenitori della Amoris laetitia, e potrebbe essere presieduta dal Cardinale Cristoph von Schönborn, col compito di chiarire e di rassicurare gli obicienti circa le loro preoccupazioni e di concedere la parte di verità contenuta nelle loro obiezioni.

.

Ovviamente il Papa potrebbe intervenire d’autorità in qualunque momento, sia per determinare o per correggere, sia per rispondere a domande rivolte a lui, in modo simile a quanto avviene nei dibattiti dei Concili. Il risultato finale delle discussioni, andrebbe presentato alla fine della discussione al giudizio finale del Papa, il quale pone termine a sua discrezione alla discussione, come già avvenne nella congregazione De Auxiliis. E tutta questa impresa potrebbe essere affidata al patrocinio della Beata Vergine Maria, Madre della Famiglia, e di San Tommaso d’Aquino, Doctor Communis Ecclesiae.

.

Quanto sin qui spiegato per ribadire che se Luis Badilla, che scrive di cose di Chiesa e di faccende vaticane, conoscesse i rudimenti della storia della teologia e della lunga tradizione delle sue disputationes, si sarebbe risparmiato la pessima caduta di stile di dare del folle al Prefetto emerito della Congregazione per la dottrina della fede, “colpevole”, a suo dire, di avere proposto nulla di più di ciò che avviene da sempre all’interno della Chiesa, perlomeno di quella Cattolica, alla quale noi apparteniamo, con buona pace di questo giornalista che ci illumina ora dai microfoni di Radio Vaticana ora da Il Sismografo

.

Monastero delle Monache Domenicane di Alba,

29 settembre 2017

.

.

.

.

«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» [Gv 8,32],
ma portare, diffondere e difendere la verità non solo ha dei
rischi ma anche dei costi. Aiutateci sostenendo questa Isola
con le vostre offerte attraverso il sicuro sistema Paypal:



oppure potete usare il conto corrente bancario:
IBAN IT 08 J 02008 32974 001436620930 
in questo caso, inviateci una email di avviso, perché la banca
non fornisce la vostra email e noi non potremmo inviarvi un
ringraziamento [ isoladipatmos@gmail.com ]

.

.

.

.

.

.

Sulla Correzione filiale: «E Gesù disse alle donne che sciacquavano i panni nei pressi del Lago di Tiberiade: «”Mollate calzini e mutande e seguitemi! Io vi farò lavatrici di uomini”»

SULLA CORREZIONE FILIALE: «E GESÙ DISSE ALLE DONNE CHE SCIACQUAVANO I PANNI NEI PRESSI DEL LAGO: MOLLATE CALZINI E MUTANDE E SEGUITEMI! IO VI FARÒ LAVATRICI DI UOMINI »

.

Esortiamo i nostri Lettori a non seguire le teorie fuorvianti di questi rumorosi e velenosi internauti, che si muovono su un equivoco che più volte, su queste colonne, vi abbiamo chiarito nel corso degli ultimi due anni: nella Amoris laetitia il Pontefice regnante non ha abrogato e modificato con alcun suo atto di magistero la disciplina dettata dal suo Santo e Sommo Predecessore San Giovanni Paolo II nella Familiaris Consortio circa il divieto, per i divorziati risposati, di poter accedere alla Comunione eucaristica.

.

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

.

.

.

 

 

 

 

 

PDF  articolo formato stampa

.

da Nostro Signore Gesù Cristo al Sommo Pontefice Francesco I, passando per tutti gli altri Sommi Pontefici della storia della Chiesa: nell’Orto degli Ulivi, a sudare sangue, da sempre si è soli …

Sulla Correzione filiale [cf. testo QUI], ci sono giunti tanti commenti che non abbiamo potuto pubblicare perché molti di essi sollevavano polemiche non attinenti al tema, o perché intrisi di sfoghi personali, o perché stillanti impeti d’umore che generano soggettivismi fondati sulla insussistenza del dato reale. Su questo fatto abbiamo già scritto e commentato in due articoli del 26 e 27 settembre ai quali vi rimandiamo [cf.  QUI e QUI].

.

Dispiacere molto che non poche persone citino la Esortazione post-sinodale Amoris laetitia mostrando di non conoscerne né il testo né i contenuti, ma solo qualche brandello letto tra un blog e l’altro [Cf. testo integrale, QUI], opponendola ad un altro documento del Santo Pontefice Giovanni Paolo II, la Esortazione post-sinodale Familiaris consortio. In questo gioco affatto onesto, certi giocatori d’azzardo mostrano alla prova dei fatti di avere letto nella Familiaris consortio [Cf. testo integrale, QUI] ciò che vorrebbero leggere, ma che in essa non è stato scritto. Infatti, la Amoris laetitia del Sommo Pontefice Francesco I, si rifà proprio alla struttura portante della Familiaris consortio essenzialmente nei passi che mettono in risalto quello spirito di carità e di accoglienza di queste coppie irregolari, sulle quali il Santo Pontefice Giovanni Paolo II si è espresso in toni molto chiari, basterebbe solo leggerlo, ma soprattutto leggerlo tutto:

.

«La sollecitudine pastorale della Chiesa non si limiterà soltanto alle famiglie cristiane più vicine, ma, allargando i propri orizzonti sulla misura del Cuore di Cristo, si mostrerà ancor più viva per l’insieme delle famiglie in genere, e per quelle, in particolare, che si trovano in situazioni difficili o irregolari. Per tutte la Chiesa avrà una parola di verità, di bontà, di comprensione, di speranza, di viva partecipazione alle loro difficoltà a volte drammatiche; a tutte offrirà il suo aiuto disinteressato affinché possano avvicinarsi al modello di famiglia, che il Creatore ha voluto fin dal “principio” e che Cristo ha rinnovato con la sua grazia redentrice» [Familiaris consortio, n. 65].

.

Il Santo Pontefice Giovanni Paolo II chiarisce la posizione di irregolarità dei divorziati risposati, ed al tempo stesso mostra a loro misericordia, accoglienza e aiuto, perché questo recita l’ormai pluri-citato n. 84 della Familiaris consortio :

.

«[…] esorto caldamente i pastori e l’intera comunità dei fedeli affinché aiutino i divorziati procurando con sollecita carità che non si considerino separati dalla Chiesa, potendo e anzi dovendo, in quanto battezzati, partecipare alla sua vita. Siano esortati ad ascoltare la Parola di Dio, a frequentare il sacrificio della Messa, a perseverare nella preghiera, a dare incremento alle opere di carità e alle iniziative della comunità in favore della giustizia, a educare i figli nella fede cristiana, a coltivare lo spirito e le opere di penitenza per implorare così, di giorno in giorno, la grazia di Dio. La Chiesa preghi per loro, li incoraggi, si dimostri madre misericordiosa e così li sostenga nella fede e nella speranza […]

.

Eppure, di questo n. 84, da certuni elevato al di sopra dello stesso dogma trinitario, è preso, tagliato e poi unicamente commentato il solo passo finale. Un passo che ― ed è bene ripeterlo ―, funge da chiusa dopo vari periodi improntati sulla più profonda amorevolezza pastorale e misericordia cristiana:

.

«[…] La Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati» [cf. n. 84].

.

Non essendo questa la sede idonea, sorvolo su disquisizioni puramente tecnico dottrinarie e mi limito a chiarire solo per inciso che «prassi» non è sinonimo di dogma, se non è fatto espresso riferimento alla prassi dogmatica, perché le «prassi» non sempre sono legate ai dogmi di fede. Quando infatti una «prassi» o disciplina canonica o ecclesiastica si supporta su uno o più dogmi di fede, i testi lo indicano sempre in modo chiaro. Se infatti il Beato Paolo VI avesse potuto supportare la Enciclica Humanae vitae con un “pronunciamento dogmatico”, lo avrebbe fatto, invece l’ha appoggiata e strutturata su criteri legati al diritto naturale, perché per sorreggere con un pronunciamento solenne la proibizione della contraccezione ― che ribadisco è una norma e disciplina morale espressa con alto grado di certezza ―, i supporti non c’erano. Altrimenti, il Beato Paolo VI, avrebbe fatto ricorso ad un pronunciamento solenne del magistero infallibile. Ma, piaccia o non piaccia a taluni, egli non l’ha fatto; e non l’ha fatto perché non lo poteva fare [si rimanda all’articolo di Giovanni Cavalcoli, QUI].

.

Faccio quindi notare che lo spirito di amorevolezza e di misericordia che pervade la Familiaris consortio, non rispecchia la personalità soggettiva del Santo Pontefice Giovanni Paolo II o quella dei Padri Vescovi che presero parte a quel Sinodo del 1981, ma pervade la Divina Persona di Colui che della Chiesa è il Fondatore e Capo del suo Corpo Mistico, il quale afferma:

.

« “Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori? Gesù li udì e disse: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori”» [Mt 9, 11-13].

.

Detto ciò capite bene quanto diverso sia questo spirito e questo magistero, rispetto al “magistero” di quegli internauti che senza alcun lume di carità cristiana usano in forma spregiativa dei termini quali «concubini», «adulteri» e «pubblici peccatori». Beninteso, esistono da sempre «concubini», «adulteri» e «pubblici peccatori», forse oggi più di ieri, ma lasciamo che a trattare certi delicati argomenti di morale cattolica che investono la vita di intere famiglie, sia la Chiesa mater et magistra, con la grazia di stato della carità che le è propria, ed evitino, certi laici arrabbiati che hanno scelto dei delicati terreni per dare sfogo alle proprie frustrazioni e disagi interiori sotto il vessillo del loro non meglio precisato Vero Cattolicesimo, di insegnare alla Chiesa come deve essere mater et magistra. Come esserlo gliel’ha insegnato e comandato Nostro Signore Gesù Cristo, ed a lui devono attenersi pontefici, vescovi e sacerdoti, che non devono prendere ordini da certi laici, ma soprattutto da quelle laiche passionarie inviperite dalla loro mancanza di umanità e di carità cristiana, incuranti del monito di Cristo Dio il quale ci ricorda che la Legge è stata fatta per l’uomo e non l’uomo per la legge [cf. Mc 2, 27]. Purtroppo, l’idolatria della legge ci sottrae da sempre al Diocentrismo per farci sprofondare nell’omocentrismo :

.

«Ipocriti! Bene ha profetato di voi Isaia, dicendo: Questo popolo mi onora con le labbra ma il suo cuore è lontano da me. Invano essi mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini”» [Mt 15, 7-9].

.

Purtroppo sono molti i Lettori che ci hanno scritto citando come fossero testi del magistero infallibile le stoltezze scritte in forme a volte deliranti su vari siti e blog della impropriamente detta vera traditio catholica; quelli dai quali più volte, nel corso di questi anni, noi Padri de L’Isola di Patmos abbiamo messo in guardia i fedeli cattolici agendo in tal senso per imperativo di coscienza sacerdotale, non ultimo considerando che Cristo Dio, il suo gregge da pascere, lo ha affidato ai suoi sacerdoti, non a certi laici arrabbiati di non meglio precisata cattolicità che imperversano per la rete e che sfuggono a ogni correzione ed a qualsiasi contraddittorio, mostrando all’occorrenza una mancanza totale di rispetto quando sacerdoti con esperienza pastorale e adeguata formazione teologica, dottrinale e giuridica, li richiamano e li invitano a correggersi dall’errore. Il tutto, manco a dirsi, prende vita dal dramma generato della gran confusione di ruoli che oggi imperversa all’interno della Chiesa, dove anche l’ultima delle catechiste non esita a fare pelo e contropelo in pubblico ― e si noti bene ― neppure al parroco, ma direttamente al vescovo. E se qualcuno le fa presente che è uscita fuori di senno, perché il custode del deposito della fede è per Sacramento di grazia il vescovo e non certo lei, ella ribadirà senza alcun problema, più convinta che mai: «Ah, ma io faccio la catechista da trent’anni ed ho esperienza sufficiente per dire che il vescovo sbaglia, perché è mio dovere difendere la fede, come Santa Caterina da Siena!». E qui va detto tra le righe, prima di procedere oltre nel discorso, che a Santa Caterina non passò mai per la mente di dare pubblicamente del bischero al Vescovo di Siena, neppure se alcuni di essi furono tali in epoche passate e in epoche recenti.  Alla catechista passionaria possiamo poi aggiungere la capitolina ripiena di sacro fuoco, che forte del suo diplomino preso presso quella notoria fabbrica di geni della teologia del Theresianum, rincara la dose dicendo: «Ma io sono una teologa!». E questo le da quindi il diritto di criticare tutto e tutti dal suo blog, a partire dal Sommo Pontefice sino all’ultimo vescovo dell’orbe catholica, per non parlare delle bacchettate elargite ai preti conciliaristi ai quali ella insegna da anni come devono celebrare il Santissimo Sacrificio della Messa. Inutile dire, a questa come all’altra pia donna che tra libri e articoli sproloquia da anni indicando il vescovo scismatico ed eretico Marcel Lefebvre come un novello Sant’Atanasio di Alessandria, che cosa accadrebbe a tutto questo rumoroso e invadente gineceo se costoro si azzardassero fare le pulci ai preti lefebvriani, od a dire anche all’ultimo dei sacerdoti ordinati appena venticinquenne presso la loro adorata Fraternità Sacerdotale San Pio X, come deve celebrare la Santa Messa. Perché non provano a farlo? E, dopo averlo fatto, ci narrino a quanti metri di distanza sono state fatte rimbalzare come delle palle di gomma lanciate a gran forza sul muro  …

.

… insomma, proprio come se Gesù Cristo avesse preso un gruppetto di Signore impegnate a sciacquare i panni ai lavatoi nei pressi del Lago di Tiberiade, ed avesse detto loro: «Donne, mollate calzini e mutande e seguitemi, perché io vi farò lavatrici di uomini!».  

.

Faccio pertanto notare che tutte le teorie dannose propinate da questi soggetti accecati da vero e proprio odio aggressivo nei riguardi del Pontefice regnante, possono essere smontate con una semplice constatazione: questi internauti che sulla rete telematica hanno istituito le loro fantastiche cattedre di diritto canonico, di teologia dogmatica e di morale cattolica, presentandosi come difensori della vera e pura Traditio, da una parte negano l’autorità di un intero Concilio ecumenico della Chiesa, sino ad indicare il Vaticano II in toni sfottenti come «conciliabolo», ma al tempo stesso pretendono di conferire rango di dogma, al pari dei grandi dogmi cristologici, al n. 84 della Familiaris Consortio del Santo Pontefice Giovanni Paolo II. E qui verrebbe da dire: scusate, Gentili Signori e Signore dall’evidente spirito border-line, ma quel Pontefice di cui elevate a “vessillo dogmatico” il n. 84 della Familiaris Consortio, non è forse lo stesso che voi, poco prima, in pagine e pagine insultanti intrise di acrimonia, avete accusato di eresia per il «diabolico» incontro ecumenico promosso ad Assisi dalla Comunità di Sant’Egidio? Sia chiaro, neppure a me è mai piaciuto quell’incontro e non ho mancato in diversi miei scritti intrisi al santo vetriolo di definirlo persino il «Gran carnevale di Rio de Janeiro in trasferta ad Assisi». Però non mi è mai passato per la mente di ergermi a censore del Santo Pontefice Giovanni Paolo II o peggio di accusarlo di «apostasia dalla fede cattolica», come invece hanno scritto, affermato e ripetutamente dichiarato coloro che considerano però come dogma superiore al Simbolo di fede niceno-costantinopolitano le sole due ultime righe del n. 84 della Familiaris Consortio,  scritta da quello stesso Santo Pontefice Giovanni Paolo II da loro ripetutamente tacciato di eresia e indicato come «l’apostata ecumenista». E nel dogmatizzare le ultime due righe di questo numero, ignorano completamente e dolosamente le venti che lo precedono, che sono un richiamo, anzi un vero e proprio inno di lode alla carità, alla misericordia ed alla accoglienza di queste coppie irregolari, molte delle quali vivono con disagio la loro situazione in rapporto ai loro intimi sentimenti cristiani.

.

Vi prego, cari Lettori e devoti Fedeli cattolici «siate sobri e vigilate, il vostro avversario, il Diavolo, va attorno a guisa di leone ruggente cercando chi possa divorare. Resistetegli stando fermi nella fede» [I Pt 5, 8-9]. E se la mia grazia sacerdotale può esservi di ausilio, valutate bene, ve ne prego, queste mie parole basate su dati di fatto oggettivi, su testi scritti e su lunghi anni di campagne denigratorie portate avanti contro gli ultimi cinque Sommi Pontefici della storia della Chiesa, ad opera di coloro che oggi vi si presentano come difensori della vera fede dinanzi ad una Chiesa dagli stessi definita «eretica e apostata». Affermazione basata su una ignoranza teologica e dottrinaria sconcertante, perché la Chiesa è il Corpo di Cristo, di cui lui è capo e noi membra vive. Può forse dunque, Cristo Dio, essere «eretico e apostata»? Che la Chiesa visibile ― ossia la struttura ecclesiastica ― sia invasa e pervasa da peccato e da corruzione morale, è tanto indubitabile quanto evidente, ma la Chiesa corpo mistico di Cristo è santa e immacolata, per noi credenti. Purtroppo non è però così per le cordate di questi disagiati spirituali, che proseguono a trattarla come un fenomeno politico, per dare sfogo al suo interno a scontri politici basati su pretesti dottrinari.

.

Ah, se i miei Confratelli Sacerdoti tornassero solo a insegnare e trasmettere i fondamenti del Catechismo della Chiesa Cattolica, in questa nostra Chiesa visibile sempre più ridotta ad una via di mezzo tra una associazione filantropica, una associazione politica della sinistra radical chic e, non ultimo, un’associazione a delinquere!

.

Esortiamo pertanto i nostri Lettori a non seguire le teorie fuorvianti di questi rumorosi e velenosi internauti, che si muovono su un equivoco che più volte, su queste righe, vi abbiamo chiarito nel corso degli ultimi due anni: nella Amoris laetitia il Pontefice regnante non ha abrogato e modificato con alcun suo atto di magistero la disciplina dettata dal suo Santo e Sommo Predecessore Giovanni Paolo II nella Familiaris Consortio circa il divieto, per i divorziati risposati, di poter accedere alla Comunione eucaristica.

.

Valutate poi quanto sia cosa aberrante ed empia il pretendere di dogmatizzare da una parte delle discipline ecclesiastiche che non sono affatto dogmi della fede né pronunciamenti vincolati dal grado solenne della infallibilità pontificia [cf. Ad tuendam fidem], ma al tempo stesso negare in modo ostinato e aggressivo l’autorità delle due Costituzioni dogmatiche del Concilio Vaticano II, che a dire di certi aggressivi internauti sarebbe stata solo un’assise pastorale, quindi si tratterebbe di un cosiddetto concilietto di terza classe senza alcuna validità. Insomma, quattro “chiacchiere tra amici” fatte dai Vescovi di tutto il mondo col Romano Pontefice negli anni Sessanta del Novecento, non avendo gli uni e l’altro di meglio da fare per impiegare il loro tempo. E una volta affermato questo e rigettato un intero concilio della Chiesa, in quanto a loro dire non dogmatico, ecco che i soliti noti procedono poi ad elevare a rango di dogma della Santa Fede Cattolica ― e di grado ben superiore allo stesso dogma della Incarnazione del Verbo di Dio fatto uomo ―, il Motu proprio Summorum Pontificum del Venerabile Pontefice Benedetto XVI sulla liturgia antecedente la riforma liturgica del 1970. Ora, è davvero inutile aggiungere che se i risultati di questo Motu Proprio sono stati di fatto anche il dare in mano a non poca gente un Messale di San Pio V usato oggi come un machete affilato per aggredire la Chiesa ed il Papato e per creare divisioni, forse sarebbe bene che il Pontefice regnante valutasse l’opportunità di revocarlo quanto prima per ragioni di prudenza pastorale, evitando che l’Eucaristia, centro della vita e dell’unità della Chiesa universale, finisca con l’essere usata in modo diabolico per creare attriti e divisioni tra il Popolo di Dio, ad opera di non pochi disagiati spirituali e di gruppi di politicanti mossi da ideologia aggressiva e distruttiva.

.

Tutto questo, sia ben chiaro, è stato testé espresso da un sacerdote che come il sottoscritto si sentirebbe molto a proprio agio se una nuova riforma liturgica riportasse il celebrante sull’altare volto coram Deo, con il messale in lingua latina del Beato Paolo VI, ad eccezione della liturgia della parola proclamata in lingua nazionale, con dei canti liturgici idonei e rigorosamente approvati dall’Autorità Ecclesiastica, col suono dell’organo classico, senza più chitarrine strimpellate, bonghi ritmati e, meno che mai, danze e battimani, ma soprattutto col rispetto del sacro silenzio liturgico e via dicendo a seguire …

.

La Correzione filiale, sempre per usare terminologie del lessico puramente teologico, è “stolta” ed “empia”. Ma soprattutto è un autentico processo alle intenzioni basato non su quanto affermato dal testo scritto della Amoris laetitia, ma su ciò che i redattori presumono che il testo scritto possa voler dire ed eventualmente affermare, attribuendo in tal modo al Romano Pontefice cose che egli, di fatto, non ha mai affermato, né tanto meno concesso. Poi, che su certi temi legati ai fondamenti dogmatici della fede e della morale cattolica, viga oggi la massima confusione, questo è un dato di fatto incontrovertibile; ma è un fatto molto antecedente al pontificato del Sommo Pontefice Francesco I, ed è anche un fatto parecchio antecedente la pubblicazione di Amoris laetitia, che contiene indubbiamente anche lacune o espressioni non felici e chiare, che però non sono le prime, né tanto meno nuove nella storia dei testi della Chiesa. Io che per varie ragioni ha avuto modo di seguirne per anni sia il processo di beatificazione, sia di partecipare attivamente con mie pubblicazioni alla smentita delle false accuse rivolte al Venerato Pontefice Pio XII da diversi autori, ho più volte spiegato e documentato che la crisi della Chiesa, assieme alle derive teologiche, avevano già preso tutte forma definitiva sul finire del suo pontificato alla metà degli anni Cinquanta del Novecento. Più volte ho anche cercato di spiegare e dimostrare che la celebre enciclica del Pontefice Pio XI, Ad catholici sacerdotii [cf. testo QUI], scritta nella metà degli anni Trenta, contiene già tutte le critiche al germe di questa crisi, oltre al fatto che tra le righe di questa enciclica emergono molte delle istanze impresse da Antonio Rosmini il secolo prima nel suo testo Sulle cinque piaghe della Chiesa, che pure concorse a giovargli la messa all’indice, salvo poi esser proclamato in seguito beato.

 .

Purtroppo, gli estensori della Correzione filiale, incluso tra di essi anche un epistemologo, ignorano che periodi ripetitivi, lacune per carenza di spiegazioni più approfondite e talune espressioni che potevano essere formulate in modo migliore, emergono anche dal testo del Concilio di Trento, che dopo quello di Nicea è considerato da molti studiosi uno dei più articolati e completi concili della storia della Chiesa, in tutti i suoi aspetti dogmatici, disciplinari e pastorali; ed io personalmente lo considero tale. 

.

Sul piano canonico, la Correzione Filiale è uno scritto insussistente che non rispetta la struttura e la formulazione propria richiesta, ed è privo di quella chiarezza e di quella necessaria concretezza che i firmatari accusano essere carente nel testo della Amoris laetitia del Sommo Pontefice Francesco I.

.

Sul piano teologico, manca tutta la spiegazione circostanziata ed approfondita in base alla quale possa essere supportata anche una sola e mera ipotesi di eresia diretta o indiretta, indicando anzitutto i dogmi contro i quali vanno a configgere certe espressioni, ed in che modo, queste espressioni, eventualmente ereticali, sono state formulate.

.

Anche se il documento Amoris laetitia contenesse al proprio interno dei passaggi ambigui o non chiari ― e indubbiamente li contiene ―, esso non contiene però alcuna concessione o dispensa data dal Sommo Pontefice in deroga al n. 84 della Familiaris consortio. E chi afferma che «con la prassi pastorale si vuole distruggere la dottrina», cade di fatto, oggettivamente, nel processo alle intenzioni. Anche perché, se alcuni tentassero davvero di intaccare la dottrina attraverso la prassi pastorale, ciò che alla fine conta, non è che essi ci provino, ma che essi ci riescano, posto che in una simile impresa non potranno mai beneficiare sul consenso esplicito o tacito di questo come di nessun altro Pontefice. Pertanto, non si può domandare al Sommo Pontefice, dopo avere fatto il processo alle sue intenzioni, di ritirare la concessione di ciò che egli non ha mai concesso, vale a dire la possibilità, mai data ai divorziati risposati che vivono in situazioni di adulterio, o in situazioni cosiddette irregolari, di poter accedere alla Santissima Eucaristia.

.

Sebbene quella lamentata nella Correzione filiale fosse la ambiguità di alcuni passaggi della Amoris laetitia, i redattori hanno mescolato nel loro testo vari frammenti di discorsi fatti “in modo colloquiale” dal Romano Pontefice nella propria veste di dottore privato, aggiungendo altresì, sul finale dello scritto, aspetti legati alla critica del modernismo e del protestantesimo. Tutto questo da vita ad un testo confuso, o come si direbbe in altro gergo espressivo “ad un minestrone”, privo di criteri giuridici e teologici, formulato in modo molto scorretto.

.

Oltre all’inconsistenza canonica e teologica, la Correzione filiale è soprattutto una grave mancanza di rispetto e di carità cristiana verso la Augusta Persona della Santità di Nostro Signore Gesù Cristo il Sommo Pontefice Francesco I, formulata principalmente anche da un gruppo di teologi che, da tempo, hanno perduto di vista il fatto che loro sono a servizio del magistero della Chiesa, non sono al di sopra di esso e tanto meno suoi censori. Il teologo che rigetta gli atti del magistero cessa di essere cattolico, assumendo di conseguenza ― sia esso tradizionalista o progressista ―, degli atteggiamenti molto peggiori di quelli assunti dal Reverendo Prof. Hans Küng, che si è solo “limitato” a criticare certi atti del magistero, ma non li ha mai definiti o indicati come eterodossi. E chi tra tutti pare non aver capito questo, alla prova dei fatti pare purtroppo essere stato il caro Antonio Livi, col quale non so, se per grazia o sventura, morirà sommersa nel microcosmo dell’egocentrismo la grande Scuola teologica romana. Pertanto complimenti al caro Antonio Livi, al quale sarebbe bastato solo un pizzico di narcisismo in meno e un livicentrismo più moderato; sarebbe bastato che avesse imparato ad ascoltare anche gli altri, anziché solo se stesso, per evitare di far stravincere la Scuola di Bologna. Proprio così: la Scuola di Bologna ha vinto, mentre Antonio Livi, ultimo esponente della gloriosa Scuola romana, era impegnato a parlarsi addosso con l’estetizzante Enrico Maria Radaelli, mentre tutti gli incazzati della Fondazione Lepanto, appoggiata all’angolo la loro alabarda cavalleresca, gli battevano le mani e gli dicevano: «Siete dei grandi!». Intanto, la casa avvolta dalle fiamme bruciava, mentre loro cercavano di mordere le mani a chi, inutilmente, come il Padre Giovanni Cavalcoli, me e vari altri, hanno tentato in ogni modo di invitarli a salvarsi, ed a salvare con sé stessi anche un grande patrimonio di cultura teologica. Perché l’egolatria di certe persone si è spinta sino all’apice della peggiore distruzione: non lasciare neppure un allievo, perché per avere dei degni allievi, bisogna avere anzitutto la capacità e l’umiltà di confrontarsi con loro, ed all’occorrenza di imparare dal loro acume e dal loro ingegno. Ma se a questi egolatri, nel corso degli anni, si è avvicinato qualche allievo di potenziale talento, non hanno trovato di meglio da fare che distruggerlo, terrorizzati dall’idea che questi, in un futuro vicino o lontano, potesse impedire a loro di brillare di luce propria. Pertanto, Antonio Livi, quando se ne va in giro a pontificare nei circoli degli alabardieri e delle aspiranti contessine tutte pizzi e magico latinorum, affermando che «Alla Lateranense hanno distrutta la mia scuola», ebbene sappiate che mente spudoratamente senza sapere di mentire, perché la Scuola romana l’ha distrutta lui con il suo egocentrismo e la sua incapacità di ascolto e confronto, non l’hanno distrutta né i modernisti né i rahneriani, che né ad Antonio Livi né ad altri illustri teologi e studiosi hanno mai data considerazione, perché da mezzo secolo hanno vinto e non hanno certo bisogno di difendersi dagli attacchi di tre zanzare.

.

E così, un altro patrimonio, è andato perduto. Sempre e di rigore per la gloria distruttiva del maledetto “io” di coloro che, quando rimangono soli e non hanno più con chi litigare, a quel punto cominciano a litigare con se stessi e ad auto-distruggersi.

.

Riposi quindi in pace la Scuola romana e, il più tardi possibile, il suo ultimo allievo di indubbio e grande talento, Antonio Livi.

.

Non hanno dovuto neppure attaccarci e farci la guerra, ci siamo distrutti da soli, annegati neppure nella gloria ma nel ridicolo, visto che l’ultima cosa che molto spesso rimane impressa nella memoria è la faccia cadaverica del vecchio morto truccato dall’estetista dell’impresa di pompe funebri, non l’immagine di quello che fu il massimo splendore della sua giovinezza, ma la penosa faccia imbellettata del Caro Estinto, mentre alabardieri e contessine piangono uno struggente lamento in magico latinorum sul colle Aventino presso la Fondazione Lepanto, gridando «eresia, eresia, siamo allo scisma!». 

.

È il misero trionfo delle tre zanzare incazzate che hanno infine tentato di pungere il vecchio e antico elefante che siede da duemila anni sulla Cattedra di Pietro, correggendolo però in modo filiale, molto filiale …

.

da L’Isola di Patmos, 30 settembre 2017

.

.

«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» [Gv 8,32],
ma portare, diffondere e difendere la verità non solo ha dei
rischi ma anche dei costi. Aiutateci sostenendo questa Isola
con le vostre offerte attraverso il sicuro sistema Paypal:


oppure potete usare il conto corrente bancario:
IBAN IT 08 J 02008 32974 001436620930 
in questo caso, inviateci una email di avviso, perché la banca
non fornisce la vostra email e noi non potremmo inviarvi un
ringraziamento [ isoladipatmos@gmail.com ]

.

.

.

.

.

il Papa eretico, Antonio Livi e la toppa che finisce con l’essere peggiore dello strappo, il dramma della superbia intellettuale

IL PAPA ERETICO, ANTONIO LIVI E LA TOPPA CHE FINISCE CON L’ESSERE PEGGIORE DELLO STRAPPO, IL DRAMMA DELLA SUPERBIA INTELLETTUALE

.

«Per mezzo di parole, atti e omissioni e per mezzo di passaggi del documento Amoris laetitia, Vostra Santità ha sostenuto, in modo diretto o indiretto (con quale e quanta consapevolezza non lo sappiamo né vogliamo giudicarlo), le seguenti proposizioni false ed eretiche, propagate nella Chiesa tanto con il pubblico ufficio quanto con atto privato» [dalla Correctio filialis]

.

.

Autori
Ariel S. Levi di Gualdo
Jorge Facio Lince

.

.

PDF  articolo formato stampa
.

«Non pigliateli sul serio, pigliateli per il culo»

[Lettera apocrifa di Sant’Ireneo di Lione]

 

 

Buongiorno!

per aprire il testo del Rev. Prof. Antonio Livi, cliccare sopra l’immagine tratta da La Nuova Bussola Quotidiana del 27.07.2017

Oggi, su La Nuova Bussola Quotidiana, è apparso un articolo di Mons. Antonio Livi, uno dei firmatari della supplica filiale nella quale si formula una accusa di sette eresie che, a quanto pare, non sarebbe tale. E, chi lo pensa, sbaglia, perché ha frainteso il testo [cf. Correctio filialis – testo italiano].

.

Con questo articolo Mons. Antonio Livi entra in piena comunione col Sommo Pontefice Francesco I, condividendo con Sua Santità un elemento che caratterizza questo pontificato: «il Santo Padre è stato capito male», «è stato male interpretato», «con quell’espressione voleva dir tutt’altro, ma è stato travisato per colpa dei giornalisti che hanno riportate male le sue parole». 

 

Uno scritto col quale Mons. Antonio Livi s’inserisce a pieno titolo in quello che è il cosiddetto e impropriamente detto spirito bergogliano, per usare questo infelice termine giornalistico che nulla ha da spartire col linguaggio ecclesiale ed ecclesiastico, meno che mai con quello teologico.

.

Nel testo latino della supplica filiale, molti, inclusa la Santa Sede e gli organi della Conferenza Episcopale Italiana, pensano d’aver ravvisato la formulazione di sette eresie, cadendo però sicuramente in errore dinanzi a questo testo latino:

.

His verbis, actis, et omissionibus, et in iis sententiis libri Amoris Laetitia quas supra diximus, Sanctitas Vestra sustentavit recte aut oblique, et in Ecclesia (quali quantaque intelligentia nescimus nec iudicare audemus) propositiones has sequentes, cum munere publico tum actu privato, propagavit, falsas profecto et haereticas.

.

Un testo tradotto dagli stessi Supplicanti a questo modo in lingua italiana:

.

Per mezzo di parole, atti e omissioni e per mezzo di passaggi del documento Amoris laetitia, Vostra Santità ha sostenuto, in modo diretto o indiretto (con quale e quanta consapevolezza non lo sappiamo né vogliamo giudicarlo), le seguenti proposizioni false ed eretiche, propagate nella Chiesa tanto con il pubblico ufficio quanto con atto privato.

Nella altre lingue in cui questo testo è stato scritto, il verbo italiano «sostenuto» è stato tradotto: upheld, sostenido, soutenu …

.

Malgrado la lapalissiana ed evidente chiarezza di queste parole, oggi, diversi degli estensori, affermano di non avere mai accusato di eresia il Sommo Pontefice, neppure dopo avere firmato un testo che recita: «Vostra Santità ha sostenuto, in modo diretto o indiretto […] le seguenti proposizioni false ed eretiche». Insomma, dinanzi all’articolo di smentita e di chiarimento di Mons. Antonio Livi tornano davvero alla mente le parole di quel “Santo dottore della Chiesa ” di Hegel, che in una frase a lui attribuita afferma: «Se i fatti non si adeguano alla teoria, tanto peggio per i fatti».

.

Nel Santo Vangelo possiamo leggere queste parole: «Nessuno mette un pezzo di stoffa grezza su un vestito vecchio, perché il rattoppo squarcia il vestito e si fa uno strappo peggiore» [cf. Mt, 16]. Esattamente quel che fa Antonio Livi che su La Nuova Bussola quotidiana di oggi si straccia le vesti sotto il titolo «Correzione al Papa, la verità che i lettori meritano». Ecco, se c’è una cosa che i Lettori proprio non meritano, tutti, ed in particolare i nostri fedeli, è quella di essere trattati da perfetti imbecilli. Perché quando si comincia a giocare sulle parole, si esce dall’ambito della teologia, che richiede sempre e di per sé termini chiari e precisi che significano e possono significare una sola cosa, non una molteplicità di cose. In caso contrario si esce appunto dall’ambito teologico per entrare nei sofismi ed in quei bizantinismi giuridici che funsero da preludio alla caduta dell’Impero Romano, cosa questa che, come storico della Chiesa, dovrebbe sapere anzitutto Roberto de Mattei [cf. QUI]. Altrettanto la dolce Cristina Siccardi, che oggi cerca di nascondersi dietro la «materna protezione di Maria» [QUI], che è bene ricordare essere Madre della Chiesa e Madre dei Sacerdoti, non Madre dei politicanti maldestri di siffatta bassa lega, che dietro pretesti dottrinali e teologici celano tutt’altri fini, malumori, frustrazioni, caste nobiliari venute meno e non ultimo anche interessi economici, visto che fare gli ultra-tradizionalisti, da una parte è per alcuni molto costoso, mentre per altri è invece molto redditizio.

.

Pertanto, chi di parola ferisce di parola perisce: Infatti, l’accusa — va da sé legittima — che è fatta a diversi passaggi del testo della esortazione post sinodale Amoris laetitia, è proprio quella di non essere chiara, di essere a tratti ambigua, foriera della più diverse e disparate interpretazioni, in quanto scritta in un linguaggio e con termini non sempre chiari.

.

Antonio Livi è caduto nello stesso gioco attraverso il testo da lui firmato, del quale a suo dire sarebbero state male interpretate le parole, od il senso delle parole stesse. Il tutto detto da un filosofo e teologo che dovrebbe sapere molto bene che il termine ipostasi, ha un preciso significato e non una varietà di significati, perché al proprio interno esso non contiene solo la spiegazione precisa, ma anche l’interpretazione già data attraverso la enunciazione di un dogma, così come il termine transustanziazione e via dicendo. E questi termini, nella loro sostanza e nel loro significato, rimangono tali anche se trasposti o tradotti in altre lingue.

.

A meno che non si viva in un mondo nel quale tutti fraintendono tutto, in tal caso, Mons. Antonio Livi dovrebbe anche spiegare questa sua affermazione, perché alla domanda, ripetuta per la seconda volta … «Ripetiamo: ci sono eresie in Bergoglio?». Egli risponde:

.

«Lui non è personalmente e formalmente in eresia, non ne ha dette in modo palese. Lui non proclama cose che risultino eretiche, però le fa dire agli altri senza correggerle o smentirle, pertanto avallandole. Penso che sia quantomeno un peccato contro la prudenza ed è una prassi pastorale dannosa. Noi cerchiamo di farlo ravvedere sia nella prassi sia nella dottrina che risente negativamente del modernismo. Questa iniziativa è doverosa» [cf. QUI].

Mons. Antonio Livi non si è forse reso conto di avere affermato, con questa sua risposta, che il Sommo Pontefice, a suo dire, è di fatto a tal punto pavido e privo di virili attributi, che neppure ha il coraggio di enunciare eresie, le fa proclamare agli altri, poi lui le avalla in modo tacito? O forse abbiamo capito e interpretato male anche questa sua magistrale risposta?

Il Santo Padre Francesco ha tanti difetti, più volte noi li abbiamo messi in luce e ne abbiamo discusso su L’Isola di Patmos [cf. QUI], ma se c’è una cosa della quale egli non è privo, sono proprio gli attributi virili.

Duole riportare certi fatti, ma Mons. Antonio Livi non è nuovo a certe sparate a raffica pericolose e fuorvianti proprio sul piano dottrinario. Ci limitiamo solo a un paio di esempi: dopo aver pubblicamente definito «famigerato» il discorso del Santo Pontefice Giovanni XXIII all’apertura del Concilio Vaticano II, egli prosegue rincarando la dose affermando «faccio fatica a chiamarlo San Giovanni XXIII, perché una canonizzazione che avviene fuori dalle leggi canoniche pone dei problemi». Dinanzi a queste parole, è per noi molto doloroso dover ricordare all’improvvido relatore che si picca di essere uno degli ultimi puri difensori del dogma rimasti nella devastata Orbe Catholica, che questa canonizzazione non dovrebbe creargli proprio alcun problema, perché ogni canonizzazione comporta un pronunciamento che implica quella infallibilità suggellata come dogma di fede dal Beato Pio IX. Pertanto duole ricordare, a questo difensore di una dogmatica che rischia di essere una dogmatica a elastico soggettivo, che il Prof. Andrea Grillo, da noi più volte duramente criticato in dispute teologiche su queste colonne e indicato come un esponente del modernismo, reso “pericoloso” dalla sua profonda preparazione e dalla sua spiccata intelligenza, non si è mai permesso — che finora se ne sappia — di mettere in discussione né la beatificazione di Pio IX né tanto meno la canonizzazione di Pio X. Inoltre, l’onestà intellettuale e teologica, ci impone oggi di rimanere molto ben colpiti per il modo ed contenuti attraverso i quali, il Prof. Andrea Grillo, ha commentato la vexata quaestio [cf. QUI]. E, detto questo, tragga Mons. Antonio Livi le sue debite conclusioni, a ben considerare che sempre in questo suo lungo intervento egli prosegue affermando:

.

«[…] come ho scritto più volte a proposito dell’esortazione apostolica post-sinodale Amoris laetitia, il Papa ha voluto essere volutamente ambiguo. Perché? Perché da una parte vorrebbe dire cose sostanzialmente eretiche, e dall’altra sa che non le può dire».

.

Leggendo questa frase infelice alla luce della logica, del diritto e della stessa teologia, questo meschino parlare ed esprimersi si chiama “processo alle intenzioni”. E per oltre un’ora, dinanzi ad un numeroso pubblico, Mons. Antonio Livi, registrato e filmato, infine sbobinato e pubblicato, ha affermate queste ed altre cose ben peggiori. Senza quindi procedere oltre, rimandiamo i Lettori alla lettura di questa sua lectio magistralis tenuta lo scorso anno [la lectio magistralis è leggibile QUI], in attesa che il direttore de La Nuova Bussola Quotidiana pubblichi presto un altro suo articolo di smentita più o meno improntato sul principio che «Se i fatti non si adeguano alla teoria, tanto peggio per i fatti». E, va da sé, con l’aggiunta, da parte di Mons. Antonio Livi che, chi non la pensa come me, è uno storicista, un rahneriano ed un pericoloso eretico modernista. Ignaro del fatto che, per essere teologi ortodossi, non basta essere contrari alle speculazioni teologiche di Karl Rahner, salvo poi agire, in certi concreti fatti, in modo molto peggiore di quanto non abbia agito questo pericoloso teologo gesuita tedesco. Pertanto, il caro Mons. Antonio Livi, anche in questo abbia l’umiltà di imparare da un autentico uomo di Dio come Padre Giovanni Cavalcoli, che studiato per un trentennio e poi criticato in ogni modo il pericoloso pensiero di Karl Rahner, non ha mai mancato di metterne sempre in luce, anche e soprattutto, i non pochi aspetti interessanti in esso contenuti. Così come più volte, il Padre Ariel S. Levi di Gualdo, nemico giurato del modernismo, non ha mancato di mettere in luce sia il problema oggettivo del «modernismo reattivo ad un rigore eccessivo», sia il fatto che il povero Don Ernesto Buonaiuti, dopo la sua meritata condanna, fu trattato dall’Autorità Ecclesiastica con una mancanza di carità veramente disumana; perché la Madre Chiesa non può trattare disumanamente neppure un pericoloso eretico, severamente si, ma disumanamente no.

.

E questa, per inciso, si chiama: onestà intellettuale, in assenza della quale si cade nella cieca ideologia, ed anziché fare teologia, si rischia di fare solo soggettiva egologia

.

Dinanzi alla penosa vicenda di Mons. Antonio Livi torna alla mente Socrate, che poco prima di bere la cicuta affermò: «Meglio morire con il corpo sano per evitare la decadenza».

. 

In ogni caso siamo certi che Mons. Antonio Livi, uomo di fede e di gran pietà sacerdotale, non avrebbe alcuna difficoltà, a pena della salute o della dannazione eterna della sua anima, a dichiarare solennemente che, a partire dal 2014 a oggi, egli non ha mai sostenuto che il Sommo Pontefice Francesco I è eretico. Non ha mai detto nulla di simile ad alcuna persona, ad alcun gruppo di persone, in nessun circolo e raduno scelto di persone. Mai, in alcun suo messaggio privato, indirizzato a una o più persone, ha risposto a quesiti a lui posti da fedeli smarriti e disorientati, dichiarando che il Sommo Pontefice Francesco è eretico, né mai ha spiegato a nessuno, con tutti i dettagli del caso, quali fossero le sue eresie.

.

Analoga dichiarazione, non avrebbe difficoltà a farla neppure quel vescovo emerito che dietro le quinte di questo testo ha caricato diversi laici in buona fede, usando la propria autorità episcopale per trarli in grave errore. Questo prelato, che mai ha superata e digerita la rabbia di non essere stato creato cardinale, dal canto suo, sempre a pena della salute o della dannazione eterna della propria anima, potrebbe aggiungere anche la rassicurazione che in alcun dove, ad alcuna persona e ad alcun gruppo di persone, egli ha mai affermato, a partire dalla fine del 2013, che il Sommo Pontefice Francesco I, oltre a essere eretico, sarebbe persino legato alla Massoneria internazionale (!?).

.

Dinanzi a questa straziante desolazione, è nostro desiderio rimandare i Lettori ad un articolo scritto nel 2015 dal Padre Giovanni Cavalcoli e dedicato alla apologia della superbia. È un articolo molto illuminante, nel quale il teologo domenicano indica e spiega in qual misura, quella intellettuale, è da sempre la forma di superbia peggiore. Quella che tra le varie cose impedisce al superbo di chiedere scusa, dopo avere palesemente sbagliato, trasformando di fatto quel «Confesso a Dio Onnipotente e a voi fratelli che ho molto peccato in pensieri, parole, opere e omissioni», solo in una filastrocca ritmata, particolarmente suggestiva se recitata poi in latino [l’articolo di Giovanni Cavalcoli è leggibile QUI].

.

Buon pranzo!

L’Isola di Patmos, 27 settembre 2017

 

 

 




«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» [Gv 8,32],
ma portare, diffondere e difendere la verità non solo ha dei
rischi ma anche dei costi. Aiutateci sostenendo questa Isola
con le vostre offerte attraverso il sicuro sistema Paypal:

oppure potete usare il conto corrente bancario:
IBAN IT 08 J 02008 32974 001436620930 
in questo caso, inviateci una email di avviso, perché la banca
non fornisce la vostra email e noi non potremmo inviarvi un
ringraziamento [ isoladipatmos@gmail.com ]

.

.

.

.

.

Un Sommo Pontefice eretico? La cieca stoltezza del “partito dei bergogliani”: per difendere il Santo Padre Francesco e con lui il ministero petrino, è necessario mettere in luce anche i suoi molti difetti, anziché cantargli “osanna, osanna nell’alto dei cieli!” e trattarlo come fosse più perfetto di Cristo

UN SOMMO PONTEFICE ERETICO? LA CIECA STOLTEZZA DEL «PARTITO DEI BERGOGLIANI »: PER DIFENDERE IL SANTO PADRE FRANCESCO E CON LUI IL MINISTERO PETRINO, È NECESSARIO METTERE IN LUCE ANCHE I SUOI MOLTI DIFETTI, ANZICHÉ CANTARGLI «OSANNA, OSANNA NELL’ALTO DEI CIELI !» E TRATTARLO COME FOSSE PIÙ PERFETTO DI CRISTO

.

L’eretico vescovo scismatico Bernard Fellay, con la propria firma su questo documento in cui si accusa il Pontefice regnante di sette eresie, ha data una sonora e meritata sberla all’imprudente Francesco I, il quale pensava che, tra offerte di pasticcini della tenerezza e di torte aromatizzate al misericordismo, potesse addolcire dei concentrati di fiele come i seguaci dell’eretico che si trova a monte: Marcel Lefebvre, conferendo ad esempio ai suoi seguaci facoltà di amministrare in modo lecito i Sacramenti. E questi sono stati poi i conseguenti risultati piovuti a breve addosso all’uomo Jorge Mario Bergoglio, che tende a non ascoltare nessuno. E, quando ascolta, tende ad ascoltare le persone sbagliate …

.

.

 

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

.

.

PDF  articolo formato stampa

.

.

Carlo Caffarra: «Se un vescovo ha un pensiero contrario a quello del Papa se ne deve andare, ma proprio se ne deve andare dalla diocesi. Perché condurrebbe i fedeli su una strada che non è più quella di Gesù Cristo. Quindi perderebbe se stesso eternamente e rischierebbe la perdita eterna dei fedeli» – per ascoltare il video intervista cliccare sopra l’immagine

È stato reso pubblico un documento, inviato al Sommo Pontefice Francesco l’11 agosto, poi reso pubblico il 24 settembre da un nutrito gruppo di studiosi, perlopiù laici, che hanno dolcemente intitolato la missiva «correzione filiale» e nella quale il Successore di Pietro è accusato di eresia [cf. documento QUI]. Siccome il testo era «filiale», gli estensori si sono limitati ad attribuirgli solo sette eresie, meno male! Immaginate che cosa sarebbe accaduto, se anziché «filiale» fosse stato invece un testo arrabbiato.

La vera gran colpa dei firmatari è anzitutto la desolante stupidità, come prova il loro testo di venticinque pagine contenenti accozzaglie, temi nei temi e fuori tema a non finire, assai più numerosi di quanti non se ne trovino invece nelle pagine ben più numerose che compongono il testo della esortazione apostolica post-sinodale Amoris laetitia, che non è propriamente chiara e felice, ma che non è però un testo tacciabile di eresia.

Il problema delle sette eresie lo esamineremo a breve, perché prima è necessario un preambolo nel quale è doverosa la difesa di alcune persone, ma al tempo stesso anche la doverosa presa di culo di altre [cf. QUI]. Detto questo si tranquillizzino i puritani, perché San Josemaria Escriva de Balaguer diceva molte più parolacce di me, che a confronto del Santo fondatore dell’Opus Dei ho una lingua comparabile in candore a quella della Beata Imelda. Poi si tenga presente che la lingua mia, dinanzi a quella di San Pio da Pietrelcina, è comparabile a quella di Sant’Agnese vergine e martire che sussurra dolci parole all’orecchio del tenero agnellino che tiene in braccio. A tal guisa basti rammentare che il Santo confessore di Pietrelcina fece fuggire dal confessionale una trentenne urlandole nel dialetto del gargano: «Vattene via grandissima puttana!». Anni dopo, la «grandissima puttana», entrò nel monastero di clausura delle monache clarisse, morendo novantenne oltre mezzo secolo dopo, in fama di santità, dopo quella brutale cacciata dal confessionale del Santo Cappuccino. E questa monaca io l’ho conosciuta, ho predicato più volte nel suo monastero. E sempre lo stesso confessore, ad un altro giovane, poi divenuto uno dei suoi devoti figli spirituali, disse: «Tu non sei un semplice peccatore, sei proprio un uomo di merda!». Ora, essendo io anche postulatore delle cause dei santi, prendendo spunto da certe venerate figure, conto un giorno di giungere a quella santità alla quale tutti i battezzati sono chiamati, usando all’occorrenza anche un linguaggio pastoral pedagogico da carrettiere di Dio.

Il nome usato dalla gran parte dei giornalisti per dare risalto alla notizia, incluso uno tra i più celebri vaticanisti,  più ancòra che al fatto ed al testo in sé, è stato quello del Professor Ettore Gotti Tedeschi, fino al 2012 presidente dello I.O.R. la cosiddetta banca vaticana [cf. QUI]. Chi, come il sottoscritto e Padre Giovanni Cavalcoli, ha avuto modo di conoscere questo cattolico devoto, nonché uomo di fede e specchiate virtù di vita, capisce anzitutto la purezza delle sue intenzioni. Gotti Tedeschi ha infatti agito seguendo un istinto improntato sul suo amore verso la Chiesa ed il papato, ma anche verso lo stesso Pontefice regnante. Come lui, presumo abbiano agito la gran parte degli altri laici firmatari, che per la quasi totalità non conosco, fatta eccezione per il Professor Roberto de Mattei, che è uno studioso che tende ad applicare alla Chiesa schemi e criteri socio-politici celati dietro la difesa della purezza della fede. Come del resto fanno i lefebvriani, che non sono devoti eredi del Santo Pontefice Pio X, al quale è titolata la loro Fraternità Sacerdotale, ma devoti eredi inconsapevoli dello stile di Martin Lutero: abbattere il pontefice col falso pretesto di difendere il papato che non difende a loro dire la purezza della fede.

Tra i firmatari intrisi di questo stile socio-politico filo-luterano non poteva mancare la Katharina von Bora della situazione, la deliziosa Cristina Siccardi, compito della quale dovrebbe essere quello di lavare e stirare le tovaglie d’altare della Fraternità Sacerdotale di San Pio X, inamidare i corporali con la colla di pesce e rammendare gli amitti recitando le litanie del Sacro Cuore di Gesù, non quello di fare la storica della Chiesa in modo a dir poco maldestro e soprattutto accecato di ideologia. E ciò detto ricordiamo per inciso che la von Bora era una ex monaca cistercense divenuta poi moglie dell’eresiarca Lutero.

La mia stima verso un uomo di fede come Gotti Tedeschi non è diminuita, valutata la purezza delle sue intenzioni. Ciò sul quale merita riflettere è che non sempre, la purezza delle intenzioni, porta a scelte giuste, almeno sin da quando esiste il peccato originale, che per noi credenti e teologi ortodossi è un fatto reale, non una metafora allegorica. E, come tutte le persone esposte al peccato, merita ricordare che un conto è errare in buona fede nella certezza di fare la cosa buona e giusta, altra cosa è errare mossi da una mala fede resa tale dai molteplici secondi fini che certe pretestuose esternazioni spesso nascondono. Or bene, se il primo dei due casi testé esposti, è quello di Gotti Tedeschi, la cui “colpa” è attenuata sin quasi alla inesistenza della colpa stessa, il secondo ― lungi dal voler giudicare la sua coscienza ―, è invece il caso di Roberto de Mattei, di chi lo segue e di chi oltre oceano foraggia le sue attività a botte di parecchi soldi. Perché una fondazione come la Lepanto, con le sue molteplici attività nazionali e internazionali, incluse attività editoriali a perdere, fatte di libri stampati e diffusi i cui proventi non riescono a coprire neppure le spese vive di stampa, non può essere sostenuta con la vendita per abbonamento del mensile Radici Cristiane ; e chi sostenesse questo od altro di simile, recherebbe grave offesa all’intelligenza altrui.

Mentre un coretto di adulanti vaticanisti della prima e dell’ultima ora si sono sbizzarriti a prendersi perlopiù beffa di questi firmatari, facendo dal mio canto quel mestiere che mi compete, che è quello di teologo dogmatico e di persona che ha acquisita un po’ di formazione giuridica, indicherò agli uni e agli altri di questi vaticanologi, quelli della prima e quelli dell’ultima ora, chi sono coloro che tra i firmatari vanno veramente sbeffeggiati: i ministri in sacris che hanno apposte le loro firme su un testo che è giuridicamente e teologicamente empio e delirante.

Noi tutti ricordiamo con qual garbo e umiltà, seguendo una antica tradizione apostolica, quattro Padri Cardinali hanno presentato dei dubia al Romano Pontefice chiedendo una sua risposta [cf. QUI]; il tutto nel legittimo esercizio del loro sacro ministero episcopale, muovendosi all’interno di una Chiesa a tal punto “aperta” e “collegiale” da avere cessato di disquisire sulle materie di dottrina e di fede dopo la morte del Santo Pontefice Giovanni Paolo II e dopo l’atto di rinuncia del Venerabile Pontefice Benedetto XVI. Che dire poi delle contestazioni alle quali fu sottoposto il Beato Pontefice Paolo VI, a difesa del quale mai si levarono tutti gli atei anticlericali che al presente si sono eletti papafranceschisti, o che senza pena di ridicolo ricordano oggi, a noi teologi talvolta legittimamente perplessi per certe posizioni pastorali del Sommo Pontefice Francesco I e per certe sue espressioni foriere di ogni peggiore ambiguità, che ogni suo sospiro è infallibile e che compito nostro è solo quello di tacere e di ubbidire dopo avere spento il cervello e la coscienza cattolica, prendendo semmai come atti di solenne magistero infallibile i proclami pubblicati sull’organo ufficioso della Santa Sede, il quotidiano La Repubblica. E, mentre si è costretti a vivere e spesso subìre questi assurdi paradossi, ecco che Eugenio Scalfari, Alberto Melloni, Enzo Bianchi, Andrea Grillo e via dicendo a seguire, proseguono indisturbati, ma soprattutto mai smentiti dalla Santa Sede, nel diffondere una immagine assurdo-grottesca di un “Papa Francesco” che è soltanto la loro personale parodia sia del ministero petrino, sia del papato, sia dello stesso Pontefice regnante.

Accettabile sarebbe stata anche una eventuale “correzione fraterna” da parte di un gruppo di vescovi, fatta con tutti i crismi dell’umiltà e del riconoscimento della somma autorità del Principe degli Apostoli, ovviamente in privato, nell’ambito dei colloqui più intimi e segreti. E, detto questo, merita ricordare ― in questi tempi d’abissale ignoranza esercitata da molti che scrivono di “faccende di Chiesa” sui vari giornali o blog ―, che i vescovi, non sono dei dipendenti subalterni del Romano Pontefice, ma suoi fratelli a pari dignità sacramentale, chiamati come membri del Collegio Apostolico al governo pastorale della Chiesa. Infatti, sia il Supremo Pastore della Chiesa, sia i Pastori di tutte le Chiese particolari che formano il corpo della Chiesa universale, sono rivestiti dello stesso grado in dignità sacramentale: la pienezza del sacerdozio apostolico [cf. C.I.C. can. 334]. Il Romano Pontefice non è superiore per grado sacramentale neppure all’ultimo vescovo della più sperduta diocesi missionaria di questo mondo, è solo superiore nel primato di giurisdizione sull’intera Chiesa universale [cf. C.I.C. cann. 331-332], perché a lui spetta presiedere il Collegio degli Apostoli e scegliere all’occorrenza gli Apostoli stessi.

I vescovi hanno quindi, anzitutto, titolo canonico per rapportarsi da pari a pari in dignità sacramentale al Romano Pontefice [cf. C.I.C. can. 333 – §1], il quale esercita la potestà di primato su tutti loro [cf. C.I.C. can. 333 §2]. I presbiteri non hanno tale titolo, né noi teologi, che siamo chiamati a servire e diffondere il magistero della Chiesa, possiamo correggerlo, nemmeno i maestri di logica aletica possono farlo, meno che mai i laici, posto che le pecore del gregge non possono né guidare né tanto meno correggere il pastore, con buona pace di Roberto de Mattei che per meglio inguaiare i Frati Francescani dell’Immacolata, anni fa mise in piedi una via di mezzo tra una raccolta firme e un referendum contro un provvedimento preso dal Romano Pontefice [cf. QUI], verso il quale non è possibile fare appello né ricorso [cf. C.I.C. can 333 §3]. In caso contrario, non si cade neppure nel luteranesimo, ma proprio nel peggiore calvinismo, nel quale il sacerdozio ministeriale ordinato non esiste, di conseguenza, laddove esiste, va considerato come «una invenzione politica della Chiesa».

Tutta quanta la questione sollevata in quel testo, elaborato con magistrale e non poco confusa artificiosità, è anzitutto priva di una solida struttura giuridica che lo rende per questo privo di logico senso comune, anche se uno dei presbìteri firmatari si picca d’esser maestro della filosofia del senso comune, rifacendosi, lui come altri, ai migliori criteri logici e metafisici di San Tommaso d’Aquino. Pertanto, i due Padri de L’Isola di Patmos, prendono atto che queste persone hanno conosciuto e studiato un Tommaso d’Aquino diverso dal nostro. Ovviamente, l’Aquinate autentico, è il nostro e non il loro, vale a dire quello che per logico e autentico senso comune ci insegna tra le righe di tutta la sua magna opera che dare dell’eretico al Sommo Pontefice, comporta ipso facto essere eretici palesi e manifesti, con buona pace della logica aletica e delle varie supercazzole prematurate con scappellamento a destra [cf. QUI].

Detto questo passiamo all’accusa, premettendo ch’essa, se non fosse tragica sarebbe comica: il Sommo Pontefice è stato pubblicamente accusato di ben sette eresie. E, come sopra appena spiegato, è bene ribadire che rivolgere una pubblica accusa formale di eresia al Supremo Custode del Santo deposito della fede cattolica, comporta essere eretici. Pertanto, i firmatari, sono caduti in eresia sostanziale e formale.

In questi giorni, il teologo domenicano Giovanni Cavalcoli si trova a predicare gli esercizi spirituali alle monache di clausura, ed il prezioso ministero al quale sta adempiendo non gli consente di dedicarsi alla redazione di un appropriato testo sulla questione in corso, data però la nostra comunione sacerdotale e teologica, unita ad una conoscenza reciproca molto profonda, ritengo di poter parlare io anche a nome di questo insigne accademico pontificio, col quale a suo tempo ho potuto approfondire gli aspetti più delicati della metafisica e della dogmatica alla scuola di San Tommaso d’Aquino.

Se a spingere diversi dei firmatari sono state ragioni di carattere più politico che teologico, il risultato è stato anzitutto quello di avere trasformato il difettoso Sommo Pontefice Francesco I in una vittima vilipesa e insolentita nel peggiore dei modi, facendo così il gioco di coloro che al suo seguito, o manovrandolo con diabolica astuzia, stanno distruggendo la Chiesa attraverso scelte pastorali discutibili e nomine di persone improponibili piazzate in tutti i posti chiave di governo della Chiesa [cf. QUI].

I Padri de L’Isola di Patmos non possono essere accusati di spirito adulatorio nei riguardi del Sommo Pontefice, al quale abbiamo rivolto numerose volte delle critiche parecchio dure e severe, senza mai perdere di vista per un solo istante che egli è la pietra attraverso la quale, sopra la roccia di Cristo, il Verbo di Dio incarnato ha edificata la sua Chiesa [tra i numerosi articoli, vedere QUI]. A riprova di quanto io non sia tacciabile di spirito adulatorio, a parte i miei numerosi scritti pubblicati e tutti reperibili nell’archivio de L’Isola di Patmos, mi limito a citarne solo alcuni, per esempio quello nel quale mi interrogo sulla sanità mentale del Sommo Pontefice [cf. QUI], oppure quel saggio breve nel quale esprimevo un anno fa un timore che oggi, alla prova dei fatti, si sta rivelando tutt’altro che infondato, purtroppo! Ossia che «questo pontificato rischia di finire a fischi in piazza e fratture drammatiche» [cf. QUI]. E quando il Pontefice regnante sarà ― Dio non voglia, mai! ― preso a fischi in piazza, a difenderlo, a prezzo della nostra pelle, ci saremo noi, che siamo stati bistrattati nel peggiore dei modi dai cortigiani ruffiani della sua corte dei miracoli, lanciatisi in grandi carriere ecclesiastiche all’insegna di poveri&profughi e di periferie esistenziali varie [cf. QUI], ma pronti come nulla fosse a indossare domani una cappa magna di sette metri al primo cambio di vento [cf. QUI]. Pertanto penso di avere tutta quella libertà e di conseguenza tutta quella credibilità che mi porta ad affermare in chiari termini ciò che penso: temo sempre di più ― possa Dio concedermi la grazia di avere assolutamente torto! ― che l’uomo Jorge Mario Bergoglio, seguitando di questo passo, può correre il rischio di passare veramente alla storia come uno dei peggiori pontefici che la Chiesa abbia mai avuto. Non mi piace il suo modo di porgersi, di parlare, di fare pastorale; considero molti dei suoi atti di magistero intrisi di accozzaglie confuse e soprattutto di non poche ambiguità; giudico molto pericoloso che la corte dei miracoli del manipolo di delinquenti che lo circonda e lo circuisce, stia riaprendo in modo subdolo delle questioni trattate e chiuse dai suoi Sommi Predecessori, che sono peraltro, rispettivamente, un Beato e un Santo: dal diaconato alle donne [cf. QUI] alla “reinterpretazione” della Humanae vitae [cf. QUI]. Però non ho mai messo, ne mai metterò in discussione la sua autorità, a prescindere dal fatto che possa temere che passi alla storia come uno dei peggiori Sommi Pontefici della Chiesa. Un pensiero del tutto soggettivo, questo mio, che non tocca in alcun modo la mia fede nel ministero petrino e la mia devota obbedienza tributata a chi al momento lo esercita nella Chiesa universale, il Sommo Pontefice Francesco I.

In caso contrario sarebbe a dir poco incoerente che io proseguissi a esercitare il sacro ministero sacerdotale, per il quale è richiesta la comunione col Vescovo in piena comunione col Vescovo di Roma, non certo la comunione con quel che “io penso”. E non potrei esercitare il sacro ministero perché ogni giorno, sul Corpo e sul Sangue vivo di Cristo, durante la celebrazione del Sacrificio Eucaristico recito con autentica fede queste parole: «Ricordati Padre della tua Chiesa diffusa su tutta la terra, rendila perfetta nell’amore in comunione con il nostro Papa Francesco, il nostro Vescovo …». Ora, io non so, il maestro della filosofia del senso comune e delle supercazzole aletiche che celebra il Sacrificio Eucaristico come me, in che modo possa, dall’alto della sua fumosa ego-teologia, recitare delle parole del genere dopo avere firmato un documento nel quale si accusa il Romano Pontefice di ben sette eresie. Ma soprattutto mi domando come queste parole possa recitarle quel tal vescovo emerito, inesorabilmente trombato nella sua spasmodica corsa ad alcune delle più grandi e prestigiose sedi arcivescovili italiane, ma soprattutto escluso dalla dignità cardinalizia, che oggi vaga da un salotto all’altro a gettare benzina sul fuoco di questi scontenti che si sentono disorientati ― a volte anche a giusta ragione ―, da certi discorsi o da certe espressioni ambigue del Pontefice regnante. È forse questo il compito di un vescovo? E che dire di quel teologo e liturgista, oggi tutto tradizione liturgica e difesa della vera dottrina, anch’esso più o meno salottiero vagante, che dieci anni fa, quanto ancora non era settantenne ed era in speranzosa corsa per la carica di arcivescovo segretario della Congregazione per la dottrina della fede, non avrebbe mai proferito neppure un peto per fisiologico eccesso di gas intestinali, neppure se il Sommo Pontefice avesse ― per ipotesi pressoché impossibile ― enunciata per davvero un’eresia? Perché questi, miei cari Lettori, sono i perniciosi vigliacchi che si trovano dietro le quinte, alle spalle di questi firmatari, che sono stati da loro usati in modo spregiudicato e diabolico come “utili idioti”, per poter consumare a questo modo non la difesa della vera fede o della autentica dottrina, ma per consumare la loro ennesima vendetta per le aspettative di carriera a loro non concesse.

Sia chiaro, neppure il Beato Apostolo Pietro era uno stinco di santo, pur essendo stato scelto da Cristo in persona. Ma soprattutto merita ricordare che santo lo divenne poco prima di morire, attraverso il martirio, che fu una grazia da Dio concessa e da lui accettata, dopo che anche nella vecchiaia stava per fuggire la seconda volta lungo la Via Appia, detta anche la via del «Quo vadis Domine? » [cf. QUI].

Ora, le cose stanno in questi termini: lamentare che Amoris laetitia è un testo scritto male e foriero di potenziali ambiguità, è vero, ma affermare che contenga eresie sostanziali è falso; una falsità grave che rende eretici coloro che asseriscono una simile empietà.

Discutendo tra di noi nella redazione de L’Isola di Patmos, la nostra saggia domenicana Suor Matilde Nicoletti faceva giustamente notare che le accuse formulate e dalle quali i firmatari vogliono ricavare delle eresie, non stanno in piedi. E assieme al nostro giovane filosofo e teologo Jorge Facio Lince, siamo giunti tutti e tre ad una conclusione consequenziale: queste persone sono le stesse che attribuiscono al Concilio Vaticano II, anche a causa del linguaggio usato nei suoi testi ― indubbiamente nuovo e non sempre felice rispetto al consolidato linguaggio metafisico della Chiesa [cf. QUI] ―, le deviazioni e le conseguenti interpretazioni moderniste dei teologi della stagione del post-concilio. Questa incapacità di analisi e di distinzione li porta da sempre ad affermare con cieco accanimento che il post-concilio è generato in verità dal vero male che si trova a monte e che, a loro dire, è proprio il concilio, che peraltro sarebbe «solo un concilio pastorale», come afferma quel degno sacerdote e religioso di Padre Serafino Lanzetta sulla scia errata della buonanima non meno degna e pia di Monsignor Brunero Gherardini. Come se il Concilio Vaticano II, che non ha certamente proclamati nuovi dogmi della fede, non avesse promulgate delle nuove dottrine e delle riforme che sono e che restano vincolanti per l’intera Chiesa universale.

Per smentire queste persone occorre poco, anche se, dinanzi alla loro cecità, a poco servirebbe la migliore logica, più o meno aletica. Per smentirli e metterli dinanzi al loro ragionamento oggettivamente idiota, sarebbe sufficiente questa semplice domanda: all’epoca in cui il Messale Romano in uso era quello del Santo Pontefice Pio V, dinanzi ai non pochi preti che nel corso di cinque secoli celebravano male, in modo frettoloso e sciatto la Santa Messa, sarebbe stato pertinente, sempre previa applicazione della stessa logica, affermare che un elevato numero di sacerdoti celebravano male e senza dovuta devozione e venerazione verso i sacri misteri, perché la colpa era a monte, ed andava ricercata tutta quanta, nella mala stesura del testo liturgico promulgato da quel Pontefice? Io credo che, fatte salve alcune imperfezioni, poi corrette come spesso accade in tutti i testi della Chiesa, il Venerabile Messale del Santo Pontefice Pio V, che io stesso tengo da sempre in alta considerazione, sia stato redatto molto bene e che per cinque secoli ha costituito ― e tutt’oggi costituisce ― un patrimonio inestimabile di fede e di pietà liturgica che non deve essere in alcun modo perduto, allo stesso modo in cui, fatte salve alcune imperfezioni legate al linguaggio espressivo non sempre felice e idoneo, sono stati redatti molto bene i testi del Concilio Vaticano II.

L’eretico vescovo scismatico Bernard Fellay, con la propria firma su questo documento in cui si accusa il Pontefice regnante di sette eresie, ha data una sonora e meritata sberla all’imprudente Francesco I, il quale pensava che, tra offerte di pasticcini della tenerezza e di torte aromatizzate al misericordismo, potesse addolcire dei concentrati di fiele come i seguaci dell’eretico che si trova a monte: Marcel Lefebvre, conferendo ad esempio ai suoi seguaci facoltà di amministrare in modo lecito i Sacramenti [cf. QUI, QUI]. E questi sono stati poi i conseguenti risultati piovuti a breve addosso all’uomo Jorge Mario Bergoglio, che tende a non ascoltare nessuno. E, quando ascolta, tende ad ascoltare le persone sbagliate …

Il Sommo Pontefice non può essere dichiarato eretico, meno che mai accusato pubblicamente di eresia. È necessario tenere in considerazione e accettare i limiti oggettivi dell’uomo Jorge Mario Bergoglio, facendogli giungere accorata supplica di far pubblicare quanto prima dalla Congregazione per la dottrina della fede e dalla Congregazione per il culto divino e la disciplina dei Sacramenti, una Istruzione che spieghi gli insegnamenti di Amoris laetitia e che chiarisca i seguenti punti :

.

1) le ragioni dell’indissolubilità del matrimonio;

2) il concetto di “stato irregolare” dei divorziati risposati;

3) se ci sono e quali sono in casi nei quali i divorziati risposati possono fare la Comunione  [cf. nota 351];

4) potere e autorità della legge morale naturale, ecclesiastica e divina;

5) l’oggettività, la fallibilità e la scusabilità del giudizio morale della coscienza;

6) la gravità del peccato di adulterio;

7) come e perché i divorziati risposati possono essere in grazia;

8) come possono essere perdonati da Dio i loro peccati;

9) come, perché e quando la colpa dei divorziati risposati può essere attenuata;

10) che cosa significa “stato di peccato”;

11) quali precisi vincoli crea il grado di autorità dottrinale legato alla recezione della esortazione apostolica post sinodale Amoris laetitia ed alla sua applicazione.

.

Le venticinque pagine del testo sottoscritto dai firmatari, perlopiù laici, contengono testi intrisi di teorie oggettivamente errate, ma molto elaborate a livello tecnico. È pertanto quasi impossibile che il tutto sia stato redatto in modo autonomo da dei semplici fedeli laici. La domanda è pertanto di rigore: quali prelati si nascondono dietro a questo testo, a parte i due citati poc’anzi a titolo di esempio nel corso del discorso? Perché, questi prelati, anziché mandare avanti i laici non escono loro allo scoperto? Sono domande del tutto retoriche, perché sappiamo bene come mai non escono allo scoperto, è stato spiegato in precedenza ma lo ripetiamo ancora: perché molti di loro, anche se già avanti con l’età, non si sono ancora rassegnati ad essersi vista negata la porpora cardinalizia. Probabilmente sperano che il Sommo Pontefice Francesco I renda l’anima al Creatore anche e solo qualche settimana prima di loro, che muovendosi col deambulatore o con la sedia a rotelle giungerebbero dinanzi al Successore per essere creati finalmente cardinali. Perché questo, è ciò che solo conta, non la salvezza della propria anima, ma la agognata berretta rossa, con la quale bruciare meglio tra le fiamme eterne dell’Inferno. 

In questo susseguirsi di vicende che hanno sempre più i connotati del gioco al massacro e dei tiri incrociati dei cecchini sulla folla sempre più esigua dei nostri devoti fedeli, la domanda di rigore è: che cosa sta facendo, di piacioneria in piacioneria, il Sommo Pontefice? Perché al contrario di certi opinionisti affetti dalla devozione a senso unico, per amare e onorare veramente il Sommo Pontefice, noi dobbiamo prenderlo per ciò che egli realmente è, facendo i conti anche con quei suoi limiti e difetti che non emergono da alcun articolo di certa stampa più o meno cattolica, che pensa forse di calcare in eterno la cresta dell’onda, quasi come se questo pontificato non dovesse finire mai.

Per questo temo che il Sommo Pontefice Francesco I corra il serio rischio di passare alla storia come uno dei peggiori Pontefici della Chiesa, come un umorale tiranno sorridente in pubblico ma capace a essere disumano in privato, ma rimanendo sempre, per mistero di grazia, il legittimo Successore di Pietro. E questo mi basta e mi avanza per dire, assieme ad uno dei miei compianti maestri di sana e ortodossa dottrina cattolica, quelle parole che oggi, coloro che dopo morto vorrebbero tirarselo da una parte e dall’altra, si guardano bene dal dire e dal riferire:

.

«Se un vescovo ha un pensiero contrario a quello del Papa se ne deve andare, ma proprio se ne deve andare dalla diocesi. Perché condurrebbe i fedeli su una strada che non è più quella di Gesù Cristo. Quindi perderebbe se stesso eternamente e rischierebbe la perdita eterna dei fedeli» [video registrazione intervista, QUI]..

.

Questo disse il Cardinale Carlo Caffarra di venerata memoria, non mancando di precisare:

.

«[…] avrei avuto più piacere che si dicesse che l’Arcivescovo di Bologna ha un’amante piuttosto che si dicesse che ha un pensiero contrario a quello del Papa».

.

Queste ultime parole, desidero possano fungere da monito ai cacciatori politici di eresie papali, ai quali, più che dire, io intimo con molta chiarezza: scrivete quel che volete sui vostri giornali e blog di Vera&Pura Traditio, accusate pure il Sommo Pontefice Francesco I di eresia a colazione, pranzo e cena, ma non coinvolgete mai, a supporto di certe vostre empietà, la memoria di quel santo uomo di Dio del Cardinale Carlo Caffarra, oppure dovrete fare i conti con il Padre Giovanni Cavalcoli e con me, che siamo due pitt-bull di Dio, non siamo due barboncini toy da biscottini al burro.

Il Cardinale Carlo Caffarra è morto con la lancia di Longino nel cuore [cf. QUI e QUI], dopo una vita offerta ai più alti e preziosi servigi resi alla Chiesa ed ai suoi Sommi Pontefici, senza essere mai ricevuto dal Pontefice regnante; lo stesso Pontefice che però ha ricevuto atei orgogliosi, eretici pentecostali, grottesche arcivescove luterane lesbiche dichiarate, dittatorelli da quattro soldi, abortiste ed eutanasisti fieri del loro sprezzo per la vita ed in ciò indomiti e impenitenti … però non ha ricevuto un autentico uomo di Dio, nonché suo fratello nell’episcopato. Cosa questa che dà indubbiamente il polso della permalosità e della disumanità insita nell’uomo Jorge Mario Bergoglio, che per alcuni vaticanisti è però più perfetto dello stesso Cristo. Eppure, il Cardinale Carlo Caffarra, autentico uomo di Dio, è morto venerando il Sommo Pontefice e pregando per lui. E che questo possa essere di esempio per tutti, riguardo l’obbedienza e la venerazione sempre dovuta anche al peggiore dei Successori di Pietro; lezione che vale, anche e soprattutto, per tutti gli avvelenati cacciatori di eresie papali.   

.

da L’Isola di Patmos, 26 settembre 2017

.



«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» [Gv 8,32],
ma portare, diffondere e difendere la verità non solo ha dei
rischi ma anche dei costi. Aiutateci sostenendo questa Isola
con le vostre offerte attraverso il sicuro sistema Paypal:

oppure potete usare il conto corrente bancario:
IBAN IT 08 J 02008 32974 001436620930 
in questo caso, inviateci una email di avviso, perché la banca
non fornisce la vostra email e noi non potremmo inviarvi un
ringraziamento [ isoladipatmos@gmail.com ]

.

.

.

.

.

.

L’Anticristo e la profezia di Vladimir Soloviev: il S.O.S. del Titanic e la Chiesa che cola a picco …

 

L’ANTICRISTO E LA PROFEZIA DI VLADIMIR SOLOVIEV: IL S.O.S. DEL TITANIC E LA CHIESA CHE COLA A PICCO …

.

«Ma se proprio vuoi una regola, ecco cosa ti posso dire: sii saldo nella fede, non per timore dei peccati, ma perché è molto piacevole per un uomo intelligente vivere con Dio» [Vladimir Sergeevič Solov’ëv, I tre dialoghi e il racconto dell’Anticristo]

.

.

Autore Ariel S. Levi di Gualdo

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

.

PDF  articolo formato stampa

.

.

Cari Lettori,

se c’è una cosa che mi reca profondo fastidio sono le affermazioni, spesso trionfali, a volte compiaciute di certi soggetti che citando se stessi esordiscono: «… come avevo detto in anticipo vedendoci giusto», «come avevo scritto in passato avendo poi ragione». Dinanzi alla prova provata dei fatti, devo ammettere che certe severe analisi da me fatte sulle sorti future della Chiesa, scritte e pubblicate dieci anni fa, in tempi e momenti nei quali certi elementi della nostra attualità sarebbero stati presi come vera e propria fantascienza, sono risultate oggi tristemente vere. Detto questo ammetto però che il mio intento è sempre stato quello di avere torto, quindi poter scrivere un giorno, con la debita onestà intellettuale, che anni prima mi ero sbagliato, nello scrivere certe cose. Non provo infatti alcun compiacimento ad averci visto giusto, dinanzi alla Chiesa che oggi affonda come il Titanic nelle gelide acque, mentre l’orchestrina seguita a suonare e la gente prosegue a danzare nel salone delle feste di un piroscafo che — scrissero i giornali britannici in occasione della sua prima traversata — «neppure l’ira di Dio avrebbe mai affondato». Questo è lo spirito col quale vi ripropongo oggi uno dei miei primi articolo pubblicati su L’Isola di Patmos nel 2014 [vedere archivio, QUI].

Ariel S. Levi di Gualdo 

.

.

una splendida immagine fotografica di San Giovanni Paolo II

Nella sua seconda visita in Germania, San Giovanni Paolo II disse nel lontano 1984: «… oggi il mondo sta vivendo il XII capitolo del Libro dell’Apocalisse dell’Apostolo Giovanni». Affermazione che dovrebbe indurci ad un preciso quesito: se il Santo Pontefice si esprimeva trent’anni fa a questo modo, oggi, in quali termini si esprimerebbe?

.

Come però i fatti dimostrano, pare che da un po’ di tempo a questa parte gli Augusti Pontefici è più facile proclamarli santi e beati anziché ascoltarli e seguirli, venerando in essi e nel loro sommo magistero il mistero ed il dogma di fede del mandato conferito dal Verbo di Dio a Pietro [cf. Mt 16, 14-18]. È infatti noto e risaputo che il fare una bella cerimonia di canonizzazione in fondo non costa niente. Come non costa mettere in piedi fondazioni dedicate a San Giovanni XXIII, a San Giovanni Paolo II, al Beato Paolo VI. Qualche banca con un consiglio di amministrazione composto da massoni sempre lieti di foraggiare a botte di soldi la spocchia incontenibile di qualche vescovo e cardinale, allo scopo di colpire e di distruggere quanto meglio possibile la Chiesa da dentro, in giro per l’Italia si trova sempre, ciò che paiono invece scarseggiare sono vescovi e cardinali che facendosi carico di tutti i pericolosi rischi del caso accettino di essere linciati dalla piazza non più disposta ad ascoltare e recepire certi messaggi evangelici. O peggio: ad essere dilaniati all’interno dello stesso mondo ecclesiale per avere invitato l’esercito sempre più fitto di modernisti e di eretici a mettere in pratica ciò che certi santi e beati pontefici esortano a praticare attraverso gli atti del loro magistero, scritto per la gloria di Dio e per la salvezza dell’uomo, non per la gloria dell’uomo, che di secolo in secolo è capace di usare come pretesto Dio, la sua Chiesa e tutti i suoi Santi a gloria del proprio egocentrismo.

.

Benedetto XVI atto di rinuncia

Cliccare sopra l’immagine per ascoltare l’atto di rinuncia del Sommo Pontefice Benedetto XVI con traduzione del testo latino

Oggi che abbiamo mezzi di comunicazione in grado di trasmettere immagini in tempo reale, il ricordo della cerimonia di beatificazione, appresso quella di canonizzazione di Giovanni Paolo II, dovrebbe indurre a riflettere, perché mai s’erano visti sino a prima tutti i principali responsabili della condizione di degrado in cui versa oggi la Chiesa di Cristo immortalati dalle televisioni come stars a quello che loro stessi chiamavano «grande evento», intrisi di mondano clericalese e privi ormai di adeguati linguaggi ecclesiali. A festeggiare il nuovo beato e santo pontefice hanno così sfilato, in rosso e violaceo, sulle passerelle d’onore, anche tutti coloro sui quali incombe la responsabilità d’aver gettato la Sposa di Cristo sul marciapiede come una prostituta. Gli stessi a causa dei quali il Sommo Pontefice Benedetto XVI farà atto di rinuncia al ministero petrino pochi anni dopo, dichiarando di non essere più in grado, per età e per mancanza di forze fisiche, di reggere certe situazioni, che in altre parole equivale a dire: l’incapacità di far fonte a certe persone, posto che “situazioni” — semmai a qualcuno sfuggisse — vuol dire “persone”, ossia coloro che siffatte situazioni le hanno generate e che tutt’oggi le reggono in piedi facendo uso del peggiore autoritarismo e delle peggiori vessazioni verso coloro che osano denunciare il male solo perché desiderano risollevare la propria amata sposa dal marciapiede dove questi scellerati l’hanno gettata, non certo per l’inutile piacere di denunciare il male fine a se stesso.

.

Lapidazione di Santo Stefano, opera pittorica del XVI sec.

Alla cerimonia di beatificazione di Giovanni Paolo II, per reale paradosso legato come tale a quel mistero del male che ci insidia sin dall’alba dei tempi, in pratica s’è assistito a questo: … come se coloro che avevano assassinato il diacono Stefano a colpi di pietre [Cf. At 6, 8-12; 7, 54-60], pochi anni dopo lo avessero dichiarato protomartire, partecipando primi avanti a tutti alla sua cerimonia di beatificazione e magnificando a giornali, televisioni e ad un nugolo di vaticanisti privi di memoria storica, la eroicità delle sue virtù. E pensare che molti romantici sono convinti che le meretrici esercitano il loro antico mestiere solo dentro i lupanare e non dentro i palazzi ecclesiastici …

.

Vladimir Soloviev

ritratto di Vladimir Sergeevič Solov’ëv [Mosca, 16 gennaio 1853 – Uzkoe, 31 luglio 1900]

Solov’ëv scompare a inizi Novecento, secolo nel quale s’era affacciato dopo aver vissuto i travagli dell’Ottocento e profetando un futuro fatto di tanti ismi: filosofismi, liberalismi, modernismi, comunismi, psicanalismi, sociologismi, teologismi. Egli si colloca quindi nel mondo della belle époque, in anni in cui l’uomo era certo del sorgere di un mondo felice, ispirato dalle nuove grandi spinte di un progresso tecnologico che giunge talora a vere e proprie forme di idolatria della tecnologia; una tecnologia in nome della quale spesso, il pensiero moderno, ha cercato di sfrattare l’idea stessa di Dio dalla società contemporanea. Il tutto all’ombra orientata e ispirata dalla nuova religione del progresso, del principio evangelico di carità divenuta mecenatismo svuotato di sentimenti e di sostegni metafisici, in un mondo sicuro di marciare verso una èra illuminata dalla libertà di una nuova sicurezza sociale.

.

titanic 1

Una copia d’epoca del New York Times che annuncia il disastro del Titanic

Nel primo decennio del Novecento, il mondo fu toccato da un episodio che scosse l’opinione pubblica: l’affondamento del Titanic inabissatosi alle ore 2.20 nella notte tra il 14 e il 15 aprile del 1912 in acque temperate attorno a zero gradi. Di 2.223 passeggeri 1.523 persero la vita morendo per assideramento. Tutti erano provvisti di salvagente ed avrebbero potuto salvarsi grazie ai soccorsi, che quando giunsero poterono solo raccogliere centinaia di corpi che galleggiavano nelle acque gelide. Questo disastro, considerato il più grande nella storia della navigazione, ha prodotto una copiosa letteratura, alla quale s’è poi unita la cinematografia.

.

titanic 2

cliccare sopra l’immagine per vedere il filmato del relitto

Il Titanic fu l’espressione di un uomo certo di dominare sulle leggi della natura, invincibile e sicuro di dare vita a cose indistruttibili, inattaccabili. C’è poi un forte elemento simbolico, per dirla con un celebre maestro e col suo celebre allievo divenuti poi avversari: Sigmund Freud e Carl Gustav Jung: il ghiaccio. Questo titano inaffondabile e invincibile creato da un uomo auto proclamatosi altrettanto invincibile, non è colpito dalla calda passione del sole, ma dal ghiaccio, dal gelo al quale aveva iniziato a dare vita l’uomo moderno che può fare a meno di Dio. E mentre i maestri del moderno pensiero spingevano i locomotori verso barriere di ghiaccio, Solov’ëv non si lascia ammaliare e preannunzia in modo lucido e profetico i mali che sarebbero nati dalle metastasi che l’uomo stava mettendo in circolo; mali che poi, alla concreta prova dei fatti, ad uno ad uno si sono avverati.

.

lenin e stalin

Lenin e Stalin, dipinto sovietico degli anni Cinquanta

Discorrendo nel 1880 sul Secondo discorso sopra Dostoevskij, sembra quasi che Solov’ëv intuisca le brutalità del Comunismo che dopo la Rivoluzione di Ottobre del 1917 principieranno a ripercuotersi sull’umanità, dando al mondo un assetto del tutto diverso dopo la fine della Prima Guerra Mondiale. L’uomo viene spersonalizzato nel progetto sociale e politico del Socialismo Reale, divenendo da protagonista biblico dell’umanità creata a immagine e somiglianza di Dio, anonimo ingranaggio vittima di una ideologia creata a immagine e somiglianza di un uomo socialmente e umanamente corrotto, attraverso il quale si giungerà ai noti processi di disumanizzazione portati avanti da Lenin e soprattutto da Stalin.

.

San Michele giardini vaticani

Statua a San Michele Arcangelo eletto protettore della Città del Vaticano, voluta dal Sommo Pontefice Benedetto XVI e poi collocata nei pressi del Palazzo del Governatorato, con la scritta sottostante a Lucifero trafitto dalla lancia: “Et portae Inferi non praevalebunt“…

Nella sua ultima pubblicazione, I tre dialoghi e il racconto dell’Anticristo, [leggibile qui] opera compiuta la domenica di Pasqua del 1900, è impressionante rilevare la chiarezza con cui Solov’ëv prevede che il secolo XX° sarà l’epoca delle ultime grandi guerre, delle discordie intestine e delle rivoluzioni [Cf. Ed. Marietti pag. 184]. Dopo di che afferma che tutto sarà pronto perché perda di significato la vecchia struttura in nazioni separate e quasi ovunque scompaiano gli ultimi resti delle istituzioni monarchiche [pag. 188]. Si arriverà così alla Unione degli Stati Uniti d’Europa [pag. 195]. È invero stupefacente la perspicacia con cui Solov’ëv descrive la gran crisi che colpirà il Cristianesimo negli ultimi decenni del Novecento, raffigurata attraverso l’Anticristo che riuscirà ad influenzare e condizionare un po’ tutti. In lui, come qui è presentato, non è difficile ravvisare l’emblema della religiosità confusa e ambigua di questi nostri anni: egli — seguita a narrare Solov’ëv — sarà un convinto spiritualista, un ammirevole filantropo, un pacifista impegnato e solerte, un vegetariano osservante, un animalista determinato e attivo. Sarà, tra l’altro, anche un esperto esegeta: la sua cultura biblica gli propizierà addirittura una laurea honoris causa della facoltà di Tubinga. Soprattutto, si dimostrerà un eccellente ecumenista, capace di dialogare con parole piene di dolcezza, saggezza ed eloquenza [pag. 211]. Nei confronti di Cristo non avrà un’ostilità di principio [pag. 190]; anzi ne apprezzerà l’alto insegnamento. Ma non potrà sopportarne — e perciò la censurerà — la sua assoluta unicità [pag. 190]; e dunque non si rassegnerà ad ammettere ed a proclamare che egli sia risorto e oggi vivo.

.

Marietti soloviev

I Tre Dialoghi ed i Racconti dell’Anticristo editi dall’Editrice Marietti

In queste righe prende forma la critica al Cristianesimo dei “valori”, delle “aperture” e del “dialogo”, dove pare rimanga poco spazio al mistero della Persona del Verbo di Dio fatto Uomo, crocifisso per noi e risorto. Tutto appare assorbito nelle melasse sentimentali delle tenerezze vaporose. Certo, abbiamo di che riflettere, se pensiamo alla militanza di fede ridotta ad un’azione umanitaria di tipo socio-culturale; al messaggio evangelico identificato nel confronto irenico con tutte le filosofie e con tutte le religioni; alla Chiesa di Dio scambiata per un’organizzazione di promozione sociale nella quale si moltiplicano “eventi” costruiti su strategie di marketing. Siamo sicuri che Solov’ëv non abbia davvero previsto ciò che è effettivamente avvenuto e che non sia proprio questa l’insidia odierna più pericolosa per la “nazione santa” redenta dal sangue di Cristo? È un interrogativo molto inquietante che proprio per questo non dovrebbe essere eluso; ed invece proprio per questo viene rifiutato, a volte anche in modo violento, dentro la Chiesa e fuori dalla Chiesa.

.

martiri del 2014

tavolta si ha l’impressione che il mondo sul baratro della follia sia troppo impegnato a difendere i “diritti” alle peggiori perversioni proprinate dalla cultura del gender, per volgere lo sguardo verso un massacro di cristiani che negli ultimi anni ha superato quello dei primi secoli di storia del Cristianesimo

Solov’ëv ha compreso a fondo il XX° secolo, forse siamo noi che non abbiamo capito lui, o non vogliamo capirlo per una chiusura reattiva-difensiva, tanto da non avergli mai prestato ascolto. Lo dimostrano molti atteggiamenti odierni di numerosi cristiani che si reputano colti ed impegnati sul versante ecclesiale, o che si reputano “cristiani adulti”. Proviamo solamente a pensare alle forme sempre più esasperate ed esasperanti di individualismo egoistico determinanti i nostri costumi e le nostre leggi attraverso le quali è progressivamente sovvertito l’ordine naturale. Basta solo analizzare quella “cultura” del gender che sta assumendo sempre più i connotati di una devastante dittatura, con tanto di censure ai sensi di legge e di condanne dei tribunali a carico di soggetti riconosciuti rei di avere espresso attraverso la libertà di pensiero e di parola un pacifico dissenso, considerato però non più diritto alla libertà di pensiero e di parola bensì reato, se in qualche modo tocca la potente mafia sociale e politica dei sodomiti, che già in più Stati hanno imposto protocolli attraverso i quali si insegnano i “valori” delle peggiori perversioni sessuali sin dalle scuole elementari, camuffati sotto la falsa etichetta luciferina di “diritto alle diversità“. In certi Paesi della decadente Europa — che ormai ammalata d’odio verso se stessa e verso le proprie radici cristiane si sta progressivamente consegnando all’Islam —, chi afferma che quella propinata da certe potenti mafie di pederasti e di lesbiche incattivite è una venefica cultura di morte che ci porterà al collasso, come già accaduto nel corso della storia a molte antiche civiltà sprofondate dalla gloria alla decadenza e per questo spazzate via, rischia ormai di finire condannato per omofobia. Per seguire col pacifismo mutato spesso in violento pacifondismo e la non-violenza mutata spesso in aggressione ideologica intrisa di sprezzo verso gli altri.

.

Gli ideali di pace e di fraternità non sono più letti in chiave evangelica ma illuministica e come tali strutturati sul furore giacobino, vale a dire in chiave ideologica anti-cristiana, col conseguente risultato che dinanzi alle aggressioni ed alle peggiori prepotenze, non pochi dei nostri pastori finiscono debolmente col cedere e correndo subito a trattare con i padroni di questo mondo, oppure, come Esaù, svendono la legittima primogenitura per un piatto di lenticchie [Cf. Gen 25, 29-34], lasciando senza alcuna difesa i deboli e gli oppressi, in modo del tutto particolare se sono cattolici e cristiani perseguitati a causa della loro fede, dentro la Casa di Dio e fuori dalla Casa di Dio, perché oggi, le peggiori persecuzioni, non sono quelle dei perseguitati per la Chiesa, ma dei perseguitati dentro la Chiesa ad opera degli uomini di Chiesa. 

.

In tutto questo si collocano certi potenti filoni della moderna teologia che, dopo avere confuso il concetto metafisico di assoluto inteso come assolutezza della fede, col concetto socio-politico del tutto diverso di assolutismo, hanno proceduto ad una vera e propria de-costruzione e distruzione del dogma, dopo avere minato quel concetto di assolutezza della fede in virtù del quale Cristo è per noi il Verbo di Dio incarnato, morto è risorto, che come tale rappresenta il centro del nostro presente, del nostro essere e divenire futuro, quindi il fine ultimo escatologico del nostro intero umanesimo.

.

giornata del massone

Della serie ” e mo’ che m’envento pe’ stupì ” – Padre Geraldo Magela de Silva, presbitero della Diocesi di Pesqueira nel Brasile, celebra una Santa Messa per i massoni che sfilano nella Parrocchia di Nostra Signore della Concezione, ricevono l’Eucaristia e salgono sul presbiterio con squadre e compassi.

Cosa dire della virtù teologale della Carità, la più importante, come la definisce San Paolo [Cf. I Cor 13, 13], alla quale a poco a poco si è sostituito uno dei concetti più cari alla cultura massonica: la solidarietà? Non mi ripeto e mi limito a rimandare al mio articolo sulla neolingua in cui parlo delle parole svuotate del loro significato e riempite d’altro [vedere qui], il tutto sulla scia di un dramma odierno che a volte pare irreversibile: abbiamo perduto il nostro linguaggio, che è quello metafisico, per andare incontro non a “parole nuove”, ma a concetti senza senso che minano i fondamenti della nostra fede, che per esprimersi ha bisogno di chiare e precise parole, di un vocabolario comune che ci permetta di ricercare la perfezione nell’unità [Cf. Gv 17, 20-21.23].

.

Qual è invece quella concreta realtà ecclesiale che molti nostri vescovoni e cardinaloni fingono di non vedere, per evitare di dover correre quanto prima ai ripari? Narrata da chi come me vive molto da dentro la vita ecclesiale come membro del Collegio Sacerdotale, la desolante realtà è questa: se mettiamo assieme tre o quattro preti scopriremo che ciascuno di loro ha un “suo” linguaggio, una “sua” ecclesiologia, una “sua” pastorale … e tutto questo finisce spesso per tradursi in una “sua” dottrina. In una sola cosa questi preti saranno uniti in un nefasto elemento comune: nello spirito clericale, nella malitia clericorum, perché quando si mina e si distrugge lo spirito ecclesiale sorge al suo posto il peggio dello spirito clericale. Se poi prendiamo come paradigma la Diocesi delle Diocesi, quella di Roma, sede della Cattedra Episcopale di Pietro, ed andiamo in giro per le parrocchie durante la celebrazione delle Sante Messe, scegliendone per esempio dieci a caso sparse per l’Urbe, scopriremo in esse dieci preti che celebrano il Sacrificio Eucaristico in dieci modi diversi, alcuni mossi pure dall’evidente spirito del …”e mo’ che m’envento pe’ stupì “? Sorvoliamo del tutto su certi gruppi neocatecumenali e carismatici che ormai hanno di fatto dei “riti” propri, inclusi riti propiziatori, animisti e sincretistici finiti nel rituale cattolico; ma sorvoliamo allo stesso modo anche su certi cosiddetti tradizionalisti, nell’ambito dei quali il numero di coloro che “adorano” gli accidenti esterni della sacra liturgia anziché le sostanze immutabili ed eterne del Memoriale Vivo e Santo, è purtroppo molto alto. Insomma: sembra talvolta di essere in un campo aperto senza possibilità alcuna di riparo con le granate che piovono da tutte le parti.

.

dolce e gabbana

Se non fossero chiari i risultati della “mitica” rivoluzione sessuale e della “liberazione” della donna, ecco una pubblicità dell’azienda degli stilisti Dolce&Gabbana nella quale si simula lo stupro di una autentica donna oggetto del XXI secolo, figlia della donna finalmente “liberata” quattro decenni prima dal furore dei movimenti femministi

Dopo una rivoluzione sessuale che ha manifestato un tripudio di egoismo che non ha liberato affatto la donna, ma l’ha resa veramente “oggetto” più di quanto storicamente e socialmente sia mai stata e che ha scisso la sessualità dall’amore umano, il Novecento è infine giunto a livelli tali di perversione istituzionalizzata da rendere difficile trovare adeguati eguali storici, persino andando a prendere a prestito le immagini di Sodoma e Gomorra, che però non rendono l’idea, soprattutto non rendono “giustizia” alla realtà del nostro presente.

.

Il Novecento è stato il secolo più oppressivo della storia, privo di rispetto per la vita umana e privo di misericordia; e certi istinti ormai in circolo da un secolo nel sangue delle nuove generazioni non si eliminano con inviti cinetelevisivi alla tenerezza, perché il lavoro che si richiede è molto più complesso, ma soprattutto più drastico, perché basato su un rischio che non si può evitare di correre: il non piacere alle masse ed alle elites di potere. Per non parlare della misericordia vera, quella correttamente intesa, recepita e praticata secondo il Mistero della Rivelazione, esposta e riassunta in numerosi passi dei Vangeli, prendiamone solo uno tra i diversi:

.

«Se il tuo occhio destro è motivo di scandalo cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geenna. E se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geenna» [Mt 5, 29-30]

.

piede diabetico 2

quale saggio medico, sarà così scelleratamente “misericordioso”, da lasciare che la cancrena assalga l’intero corpo, anziché salvarlo attraverso l’amputazione dell’arto infetto?

Se all’interno della Chiesa contemporanea qualcuno è però convinto che dinanzi ad un corpo assalito da un devastante diabete degenerativo che ha generato una cancrena al piede, sia invece molto misericordioso non amputarlo, perché non è bene privare un essere umano di un arto, in tal caso è presto detto: ci si prepari alla inevitabile conseguenza della cancrena che da lì a breve assalirà anche tutti gli altri arti del corpo.

.

Il Novecento è stato il secolo che ha assistito allo sterminio degli ebrei, che non è stato il solo, anche se pochi ricordano il genocidio degli armeni a cavallo della prima guerra mondiale. Nessuno commemora le decine e decine di milioni di uccisi sotto il regime sovietico e pochi si avventurano a fare il conto delle vittime sacrificate nelle varie parti del mondo all’utopia comunista. Nel corso di questo secolo si è imposto a intere popolazioni l’ateismo di Stato, mentre nell’Occidente secolarizzato si è diffuso un ateismo edonistico e libertario, fino ad arrivare all’idea grottesca della “morte di Dio”.

.

Soloviev foto

Vladimir Sergeevič Solov’ëv

Solov’ëv è stato profeta e maestro inattuale e inascoltato, a lungo relegato nella letteratura visionaria. In realtà è stato un appassionato difensore dell’uomo schivo ad ogni filantropia. È stato un apostolo infaticabile della pace e avversario del pacifismo. Auspicò l’unità tra i cristiani e fu duramente critico verso ogni irenismo. Fu innamorato della natura ma totalmente distaccato dalle odierne infatuazioni ecologiche, o per dirla in breve: fu amico innamorato della Verità rivelata del Verbo di Dio e nemico ostile di ogni ideologia e di ogni socio-teologia pseudo religiosa. Queste sono le guide di cui oggi abbiamo estremo bisogno, assieme alla vera misericordia. Non abbiamo bisogno, né mai un corpo infetto da arti in cancrena sarà salvato con l’acqua distillata della vaporosa tenerezza, né con la misericordia mutata in misericordismo, perché è solo con la grande misericordia del bisturi, che un corpo affetto da cancrena può essere salvato …

.

da L’Isola di Patmos, 29 dicembre 2014

.

.

«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» [Gv 8,32],
ma portare, diffondere e difendere la verità non solo ha dei
rischi ma anche dei costi. Aiutateci sostenendo questa Isola
con le vostre offerte attraverso il sicuro sistema Paypal:



oppure potete usare il conto corrente bancario:
IBAN IT 08 J 02008 32974 001436620930 
in questo caso, inviateci una email di avviso, perché la banca
non fornisce la vostra email e noi non potremmo inviarvi un
ringraziamento [ isoladipatmos@gmail.com ]

.

.

.

.

.