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Padre Ariel S. Levi di Gualdo nominato alla sede arcivescovile di Napoli. Il sommo Pontefice Francesco è rimasto commosso dalla sua meditazione: «I poveri e la povertà sono il volto del Corpo mistico di Cristo»

16 Novembre 2017/2 Commenti/in Attualità/da Padre Ariel

PADRE ARIEL S. LEVI di GUALDO NOMINATO ALLA SEDE ARCIVESCOVILE DI NAPOLI. IL SOMMO PONTEFICE FRANCESCO È RIMASTO COMMOSSO DALLA SUA MEDITAZIONE: «I POVERI E LA POVERTÀ SONO IL VOLTO DEL CORPO MISTICO DI CRISTO»

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Cari Lettori de L’Isola di Patmos, è con trepidazione e gioia che vi do questo lieto annuncio: sono stato scelto come Arcivescovo Metropolita di Napoli, ed allo scoccare del 75° anno di età di Sua Eminenza il Cardinale Crescenzio Sepe, prenderò io il suo posto sulla cattedra episcopale di San Gennaro. Dato questo annuncio, intendo adesso rendere pubblico il mio scritto attraverso il quale, il Romano Pontefice, per gli amici “Padre Francesco”, ha visto in me il candidato ideale ed ha deciso: «Tu sarai il Vescovo delle periferie esistenziali di Napoli».

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Dio è la salvezza nel povero suo vero volto e nel profugo che è il suo corpo, essendo Egli solo il figlio di un operaio, detto in arte Figlio di Dio.

Yĕhošūah ben Joseph

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lo stemma episcopale del Padre Ariel S. Levi di Gualdo, spiegato più avanti nella seconda parte di questo saggio breve nel quale è riportata la sua meditazione teologico-pastorale sui poveri e sulla povertà che gli è valsa la nomina episcopale

Questo mio saggio breve si apre e si chiude con una esortazione fatta dal Beato Apostolo Paolo in una epistola indirizzata al suo discepolo Timoteo:

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«Se uno aspira all’episcopato, desidera un nobile lavoro. Ma bisogna che il vescovo sia irreprensibile, non sposato che una sola volta, sobrio, prudente, dignitoso, ospitale, capace di insegnare, non dedito al vino, non violento ma benevolo, non litigioso, non attaccato al denaro […]» [I Tm 1, 2-3].

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In un altro passo, il Beato Apostolo esorta:

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« Aspirate ai carismi più grandi! E io vi mostrerò una via migliore di tutte […]» [I Cor 12, 31].

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Ma soprattutto, il Verbo di Dio fatto Uomo è molto chiaro quando in una apposita parabola parla dei talenti che a ciascuno di noi sono stati dati [cf. Mt 25, 14-30]. Anzitutto, ciascuno di noi, deve essere consapevole dei talenti ricevuti, perché se non lo fosse non potrebbe mai farli fruttare. Va da sé che i più talentati in modo particolare, non devono cadere mai nelle diaboliche insidie della superbia, temibile regina e locomotrice di tutti gli altri peccati capitali, perché la consapevolezza delle proprie oggettive capacità deve essere sempre unita a un’altra consapevolezza: i talenti non sono merito nostro, ma dono misterioso della grazia di Dio; non ci sono dati per il nostro onore, ma per la gloria di Dio, per servire attraverso di essi Cristo Dio e la sua Chiesa. Per quanto mi riguarda non dubito che mi farò un po’ di meritato Purgatorio per la purificazione della mia anima, ma è altrettanto vero che se dovessi presentarmi tra poco dinanzi al giudizio immediato di Dio, su una cosa andrei sicuro al cospetto del Creatore: la certezza oggettiva di avere amata, venerata e ubbidita la Chiesa, ed avere servito in ogni modo il Popolo di Dio, trascorrendo la mia vita sacerdotale a supplire le mille pigrizie di non pochi miei confratelli, a partire da quelli che trincerandosi dietro non meglio precisati “impegni pastorali”, non hanno mai tempo per confessare, per visitare gli ammalati, per portar loro la Santa Comunione, per amministrare la sacra unzione agli infermi ed ai morenti, per stare vicini alle persone in difficoltà e via dicendo a seguire, perché per questo siamo diventati preti, non per mandare le “pie donne”, o come qualsivoglia le invadenti “pretesse”, a visitare gli ammalati ed a portare loro la Santissima Comunione.

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A me piace fare il teologo e attraverso la teologia credo di rendere un prezioso servizio alla Santa Chiesa di Dio, specie in questi tempi di selvaggia eterodossia diffusa, ma non esiterei ad abbandonare qualsiasi speculazione teologica se ciò comportasse il trascurare la dimensione pastorale ed apostolica, perché sono diventato prete per celebrare il Sacrificio Eucaristico, per assolvere dai peccati, per amministrare i Sacramenti secondo le potestà del mio grado sacramentale, per assistere i Christi fideles. Questa è la priorità, ed a questa priorità si sacrifica tutto, anche la speculazione teologica. O per dirla con un esempio: se dei fedeli, come più volte è capitato, vengono a chiamarmi a casa perché non trovano un prete in tutte le parrocchie della Città che vada a dare l’unzione ad un infermo ― essendo i giovani parroci impegnati in estenuanti e imprecisate “attività pastorali” ―, ed io sto uscendo in quel momento per andare a tenere una lectio magistralis sul mistero dell’Incarnazione del Verbo di Dio, ebbene: prima vado ad amministrare la sacra unzione all’infermo, poi vado a tenere la lectio magistralis, perché, se non facessi così, dimostrerei di non aver capito come mai, il Verbo di Dio si è fatto Uomo. Cosa che tra i preti, a non averlo capito, sono purtroppo davvero in molti, ahimè sempre di più.

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Volete poi sapere dov’è che si trovano, sempre e di rigore, il genere di preti pigri e assenteisti poc’anzi menzionati? Presto detto: piazzati dai loro Vescovi nelle più grandi e ricche parrocchie delle diocesi, protetti e resi intoccabili da autentiche cosche mafiose formate perlopiù da sacerdoti pigri e mediocri tanto e quanto loro, che vivono col terrore che chicchessia possa in qualsiasi modo alterare lo stato di morte cerebrale da essi generato nelle Chiese particolari, offrendo esempi di vita sacerdotale del tutto diversi dai loro. E, se tutto va bene, spesso questi preti li troviamo a fare i figli non cresciuti a casa di mammà e papà, ripeto: se tutto va bene. Oppure li troviamo circondati dai loro amati nipoti, pieni di mille bisogni e di altrettanti vizi, i quali attendono che lo zio prete tiri prima o poi le cuoia, per avere in legittima eredità tutto ciò che in una vita di pigrizia e di avarizia hanno rubato dalle casse della Chiesa, dalla quale tutto hanno avuto, ed alla quale tutto dovrebbero dare ‒ o perlomeno restituire ‒ alla loro morte.

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Malgrado i miei peccati sono sereno riguardo il giudizio di Dio, perché esso non si basa sulla “emotività divina”, perché Dio non è emotivo, è giusto. E la sua giustizia si sorregge sulla pura aequitas, che all’occorrenza è aequitas compensativa. Quanti erano i santi e le sante che avevano veramente un brutto carattere, o che quando aprivano bocca erano capaci ― come suol dirsi ― a lasciare all’occorrenza vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose letteralmente “in pasto ai maiali”? Eppure tutti loro sono stati giudicati sulla carità, per questo si sono santificati; così come ciascuno di noi, sarà giudicato sulla carità. E la carità, dinanzi agli occhi ed al giudizio di Dio, produce un grande effetto compensativo. O come spesso mi capita di dire in confessionale ai penitenti: «La carità è come un battesimo che ci rinnova alla grazia e che cancella la colpa, a volte, chissà, agli occhi di Dio può cancellare persino la pena da scontare per il peccato perdonato, ma questo Lui solo può saperlo, perché solo Lui, malgrado i nostri difetti e peccati commessi, può decidere di ammetterci, per meriti di carità compensativa, direttamente nel Paradiso tra le anime beate».

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SE PER DONO DELLA GRAZIA DI DIO CREDO DI ESSERE UN PRETE DI TALENTO, NON È PERCHÉ ME LO DICONO GLI AMICI, MA PERCHÉ LO AFFERMANO I MIEI PEGGIORI NEMICI

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Se credo d’essere un uomo dotato di talenti, non è che lo creda perché me lo dicono gli amici, od i cosiddetti ammiratori, perché quelli non fanno proprio testo. Lo credo perché da sempre lo affermano i miei peggiori nemici. Infatti, nessuno tra quegli ecclesiastici che se potessero mi avrebbero tolto non solo il Sacramento dell’Ordine, ma persino il Sacramento del Battesimo e poi bruciato vivo, ha mai affermato che sono un mediocre teologo, od un prete immorale, perché proprio i miei peggiori nemici, ben guardandosi da qualsiasi genere di confronto con me in materie di dottrina e di fede, sono soliti affermare da sempre: «È dotato di brillante intelligenza e profonda preparazione teologica». Aggiungendo appresso: «E ciò lo rende molto pericoloso». Per seguire con affermazioni del tipo: «Ha una cultura enciclopedica», «ha una intelligenza diabolica», «Non è un emotivo sentimentale che può essere fatto cadere in trappola nei suoi sentimentalismi, perché quando rivolge dure critiche costruisce sempre le sue tesi sul dato oggettivo e con criteri basati sulla pura logica, ed in tal caso è bene non smentirlo, perché si corre il rischio di essere fatti più neri ancora dalla sua maledetta lingua e dalla sua penna ancor più maledetta della sua lingua stessa». Ma soprattutto, loro malgrado, sono costretti ad ammettere: «Conduce una vita sacerdotale moralmente impeccabile». Se infatti non ammettessero questo, si farebbero ridere dietro dalla gente, visto che la mia vita si svolge alla pubblica luce del sole, sotto gli occhi delle persone che sanno sempre dove sono, con chi sono e che cosa faccio, ma soprattutto sanno bene cosa non faccio e con chi non sono. E, questi cari nemici, perlopiù caratterizzati da una mediocrità desolante, da sempre mi hanno tenuto lontano da tutti gli àmbiti accademici, senza che nessuna autorità ecclesiastica abbia mai avuti gli urologici attributi virili per dire: «Insomma, se Dio manda alla sua Chiesa uomini di capacità e di talento, possiamo forse emarginarli per non irritare l’esercito di soggetti altamente scadenti che stanno facendo affondare giorno dietro giorno la Chiesa universale nel ridicolo, proferendo eresie a raffica dalle cattedre delle nostre istituzioni accademiche e dai pulpiti delle più grandi chiese storiche?».

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Detto questo possiamo poi aggiungere che nessuno dei Vescovi alla cui autorità apostolica sono stato sottoposto nel corso degli anni, ha mai sollevato mezzo sospiro sulla mia condotta di vita, perché, sempre alla prova dei fatti non passibili di facile smentita, io sono un sacerdote che non ha mai dato alcun problema di natura morale, dottrinale e patrimoniale. Pur malgrado, proprio i Vescovi che si trovano con un clero improponibile sotto i più gravi aspetti morali, dottrinali e patrimoniali, a me non hanno mai dato alcun incarico pastorale ufficiale, perché se lo avessero fatto vi sarebbe stato un violento sollevamento contro di loro da parte di preti le cui condotte morali, dottrinali e patrimoniali, costituiscono pubblici scandali alla luce del sole, rigorosamente tollerati, a volte persino nascosti e protetti, da quegli stessi vescovi pronti poi a trincerarsi dietro discorsi patetici quali ad esempio: «Ah, la situazione è delicata, io devo gestire fragili equilibri». Per giungere poi alla vergognosa frase conclusiva: «Che cosa ci posso fare?». E dinanzi a questo quesito, qualcuno si è sentito rispondere da me in questi termini: «Quando le fu prospettata la nomina episcopale, ed assieme ad essa le fu illustrato in modo chiaro e realistico l’effettivo grave stato in cui versava la diocesi che intendevano affidarle, per quale motivo ella ha accettato? Forse per poi dire … “Che cosa ci posso fare?”».

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Purtroppo si tratta del mistero umano ― non certo del mistero della fede ―, dei poveri omuncoli che scalpitano per avere certi onori, ma che per nessun verso e per alcuna ragione vogliono però assumersi i ben più gravosi oneri derivanti dal loro alto ufficio.

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I VESCOVI ELETTI NEGLI ULTIMI ANNI SOMIGLIANO AGLI ADOLESCENTI SPOCCHIOSI CHE SI DANNO ARIE DA AUTENTICI SCIUPA FEMMINE

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Non pochi, tra i vescovi eletti negli ultimi anni, somigliano a certi piccoli e spocchiosi adolescenti che, allo spuntar del primo fragile pelo sul pube, se ne vanno in giro a narrare, come degli autentici sciupa femmine, d’aver fatto mirabolanti scorribande con delle donne trentenni ultra navigate, oltre che impossibili pressoché da raggiungere in virtù della loro bellezza e posizione sociale. Questo genere di adolescenti, da sempre, nella società civile fanno tenerezza, perché, con i loro racconti assurdo-fantasiosi, inducono al morir dal ridere chiunque li ascolti. Purtroppo, nel corpo ecclesiastico di oggi, questo genere di adolescenti vengono invece eletti sciupa femmine ufficiali dalla Santa Sede, quindi dichiarati sposi di qualche grande ed antica Chiesa particolare che, per loro, dovrebbe essere in tutto equiparabile ad una donna impossibile pressoché da raggiungere per la sua bellezza e la sua posizione sociale. E, una volta divenuti vescovi, non fanno tenerezza né fanno morir dal ridere, ma fanno piangere, perché col loro agire incompetente produrranno tanti e tali danni che solo per essere riparati parzialmente richiederanno decenni di lavoro da parte di vescovi santi, ammesso che domani se ne trovino sempre, di vescovi santi, dopo la immane devastazione della Gerusalemme terrena operata da questa nuova generazione di Vescovi che al primo fragile pelo spuntato sul loro pube presbiterale affetto da patologia da micropene congenito, si sono però creduti più dotati di uno stallone di razza e più belli di Rodolfo Valentino.

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Essendo ormai un uomo di 54 anni, ecco che nella maturità, o per meglio dire ormai in cammino verso la vecchiaia, mi sono messo ad aspirare ai «carismi più grandi». E, come ben capite, dinanzi ad una fetta sempre più ampia di episcopato che mostra d’aver seri problemi sulla conoscenza del Catechismo della Chiesa Cattolica, seguendo il monito del Beato Apostolo Paolo «se uno aspira all’episcopato, desidera un nobile lavoro», mi sono messo ad aspirare all’episcopato. E vi ho aspirato animato dalla serena e cosciente consapevolezza che di questi tempi sarei anche un ottimo vescovo, rispetto a certi adolescenti che allo spuntar del primo pelo sul pube sono stati dichiarati dalla Santa Sede stalloni di razza e quindi sposi di qualche grande ed antica Chiesa particolare.

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CHIESA ED ECONOMIA BANCARIA. COME FARMI STRADA VERSO L’EPISCOPATO, NON POTENDO IO ESSERE BENEFICIATO CON UNO DI QUEGLI ASSEGNI IN BIANCO FATTI FIRMARE AL ROMANO PONTEFICE DA UNA “CORTE DEI MIRACOLI” FORMATA DA DEGLI AUTENTICI BANCAROTTIERI POST SESSANTOTTINI AL POTERE ?

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Come tutti gli uomini di fede dotati al tempo stesso di talenti a me elargiti per mistero di grazia da Dio, ho dovuto anzitutto fare i conti con quelli che al tempo stesso sono i miei grandi limiti; perché un uomo non capace a confrontarsi con i propri limiti umani, non può essere né un uomo dotato di autentica intelligenza, né un uomo di fede. E il mio primo insormontabile limite era costituito dal fatto di non avere da parte mia contatti con la “corte dei miracoli” che da tempo circuisce il Romano Pontefice, portando a Sua Santità i pizzini con i nomi dei vescovi selezionati secondo tutti i migliori crismi del modernismo, ma incensati col fumo del gran turibolo dei poveri e della povertà. Insomma, tanto per essere chiari: tutti sappiamo che il Pontefice regnante ha dato chiare disposizioni sulla scelta dei nuovi Vescovi, precisando che li vuole «pastori con l’odore delle pecore» e con una «particolare predilezione per i poveri». Or bene, capisco che la storia sarebbe davvero lunga, ma forse, il Pontefice regnante, non è sufficientemente illuminato su che cosa è stato, in un Paese come l’Italia, il Sessantotto. Allora, casomai la Santità di Nostro Signore Gesù Cristo mi leggesse, provo a narrarglielo in breve io, che cosa è stato il nostro patetico Sessantotto …

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… il Sessantotto italiano è stato un movimento di contestazione formato e portato avanti dai più ricchi figli di papà che parlavano di proletariato, di classe operaia e di lotta di classe, per poi rientrare nelle loro case dove erano serviti dalle governanti e dai domestici in livrea. I contestatori con l’odor di proletariato addosso, erano i rampolli delle famiglie di industriali e d’imprenditori presi a lottare contro la classe politica borghese e le vecchie baronìe accademiche. Erano anche e soprattutto dei grandi ignoranti, perché mentre i vecchi e meritoriamente contestati vecchi baroni accademici, alle spalle avevano una grande tradizione, ma soprattutto una grande cultura, i contestatori finto-proletari, alle spalle avevano invece una ignoranza abissale, ed uno appresso all’altro si sono laureati nei collettivi politici discutendo sulla immaginazione al potere, sul vietato vietare, o dissertando sui sigari cubani fumati da Ernesto Guevara detto El Che. E così, nel post Sessantotto, ci siamo ritrovati nelle scuole e nelle strutture accademiche un esercito di ignoranti patentati, altrettanto è accaduto nella classe politica. Degli ignoranti caratterizzati da una impostazione ben precisa: erano aggressivi e coercitivi come pochi ‒ o sotto certi aspetti come mai s’era visto prima ‒, con coloro che non la pensavano come loro. E, a partire dagli anni Settanta, questi post sessantottini in cattedra hanno devastate generazioni intere di studenti, prendendo di mira con raro spirito distruttivo tutti coloro che non erano disposti ad omologarsi al loro indiscutibile pensiero. E di questo, chi scrive, ne è stato sia vittima sia testimone.

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Ecco, non sapendo e non immaginando con quali falsi opportunisti e trasformisti avrebbe finito col giocare, il Pontefice regnante, al grido di «Odor di pecore», «poveri e povertà», ad un cinquantennio di distanza dal Sessantotto ha creato nell’episcopato la stessa identica situazione rovinosa. Una situazione che, con tutto il più devoto e sacro rispetto, poteva essere creata solo da un argentino ingenuo che non ascolta nessuno e che non vive nel mondo, ma nella sua idea di mondo. E, detto questo, per quanto riguarda queste mie parole, concludo dicendo che sarà il tempo, a darmi torto o ragione nel giorno di domani, mentre l’episcopato post sessantottino affonda sempre di più, tra l’ignoranza delle pecore e la più desolante povertà della dottrina e dello spirito. 

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I membri di questa “corte dei miracoli” stile Sessantotto clericale, formata come più volte ho scritto e ripetuto da degli autentici delinquenti, che con la proposta di certe nomine episcopali inducono il Romano Pontefice a firmare degli assegni in bianco senza che sopra di essi sia neppure indicata la cifra per la messa all’incasso, un soggetto come me lo giudicano come fumo agli occhi, anzi peggio: mi considerano più pericoloso delle radiazioni del reattore nucleare di Cernobyl.

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Per quanto riguarda il giro di assegni in bianco, sia anzitutto chiaro che certi rapporti sono unilaterali e non bilaterali. Infatti, quando al Vescovo che in piena e perfetta comunione col Vescovo di Roma mi ha consacrato sacerdote, io ho promesso obbedienza e filiale rispetto a lui ed a tutti i suoi successori, in un certo senso ho firmato un assegno in bianco con il carnet di assegni tratto dalla Banca della Fede, presso la quale non esistono limiti di spesa, perché alla Banca della Fede la copertura è illimitata. Attenzione però, perché il Vescovo in piena e perfetta comunione col Vescovo di Roma, dal canto suo non ha firmato, né mai ha messo nelle mie mani un assegno in bianco senza cifra e data per l’incasso, perché sono io che ho promesso solennemente a lui, non lui ad aver promesso solennemente a me. Purtroppo oggi, quel che sta accadendo, è una pericolosa alterazione e inversione di tutti i criteri economico-commerciali: basta infatti che al Sommo Pontefice si presentino i delinquenti della “corte dei miracoli” che lo lusingano e lo circuiscono, dicendogli che quel tal prete ha scritto un libello sui poveri e sulla povertà secondo i migliori crismi socio-politici della Scuola di Bologna, o che quell’altro s’è occupato dei poveri migrantes e che considera lo jus soli più importante di quanto invece non lo siano le cupe dottrine sui grandi dogmi cristologici, che questi si mette a firmare a raffica i pericolosi assegni in bianco delle nomine episcopali, senza indicare in essi né la cifra né la data. Inutile dire che, siccome presso la Banca della Fede, per questo genere di assegni non c’è né liquidità né copertura, non avendo lasciato il Fondatore della Chiesa alcun genere di fondo a garanzia per simili spese scellerate, presto accadrà che uno dietro l’altro, questi assegni, finiranno protestati. Perché a questo i delinquenti della “corte dei miracoli” ci stanno conducendo: alla bancarotta. Infine, all’improvvido firmatario, il Divino Direttore della banca ritirerà il blocchetto degli assegni, ed a poco varrà che costui si metta a scalpitare dicendo di essere l’unico, valido, lecito e legittimo titolare del conto corrente, perché a quel punto, il Divino Direttore, gli ricorderà che la ricchezza a lui affidata avrebbe dovuto gestirla e farla fruttare secondo i migliori criteri dell’economia cristologica che sono tutti riassunti nella celebre Parabola dell’amministratore fedele e saggio [cf. Lc 12, 39-48]. Coloro che poi avranno sofferti e subìti danni a causa di questo gran smercio di  assegni a vuoto, al Divino Giudice del Supremo Tribunale ‒ il quale è misericordioso perché anzitutto è giusto ‒, chiederanno che sia aperta la procedura di fallimento dell’Azienda Chiesa Cattolica e che si proceda immediatamente con i sequestri per cercare di recuperare anche e solo in parte i crediti. E forse, il primo bene immobile che sarà posto sotto sequestro, sia per la tutela del credito sia per evitare ulteriori danni futuri, sarà proprio la Cappella Sistina …

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… in questo clima di amministrazione controllata che fa da preludio alla procedura di fallimento, per raggiungere il mio scopo ho preso alla lettera il monito di Cristo Dio che ci esorta: «Ecco: io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe» [Mt 10, 16], memore del fatto che «I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce» [Lc 16, 8].

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HO PROVATO A IMPARARE DAI SERVI FALSI E IPOCRITI, CHE IN QUANTO TALI SONO RUFFIANI E INFEDELI VERSO IL PADRONE, ED AGENDO COME LORO HO AVUTO ANCH’IO IL MIO ASSEGNO IN BIANCO SENZA COPERTURA …

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Adesso vi rivelo pubblicamente quel che ho fatto per raggiungere il mio scopo: anzitutto mi sono tolto la talare romana di dosso, ho bruciato il saturno di castorino che ogni tanto indosso durante l’inverno quanto tira vento, sono andato in un negozio di abbigliamento ecclesiastico ed ho acquistato una di quelle orrende camicie sintetiche col francobollino bianco estraibile sotto il collo, che naturalmente ho lasciato mezzo slacciato; mi sono messo un paio di jeans sotto la camicia, badando bene di arrotolarmi su le maniche fino al gomito, ho indossato un paio di scarpe da ginnastica e mi sono lasciato la barba per tre giorni. Ho poi corretto la mia camminata cercando di incurvare la schiena, casomai apparisse troppo diritta; ho prudentemente evitato di procedere con una andatura elegante ed ho preso a camminare in modo ciondolante. Infine mi sono presentato in Vaticano alla Domus Sanctae Marthae dicendo in portineria che stavo prodigandomi per la tutela di uno zingaro di etnia sinti, il quale era sottoposto a gravi discriminazioni solo perché si era difeso in modo legittimo dalle domande di un giornalista fastidioso e insistente spaccandogli il setto nasale e massacrando di botte il suo cameraman [cf. filmati  QUI, QUI, QUI]. E così hanno riferito al Sommo Pontefice che nella hall dell’albergo c’era un prete molto pecoreccio che reclamava di parlare col Sommo Pontefice per una questione legata a dei poveri zingari discriminati. Ebbene, forse non ci crederete, ma è venuto lui di persona nella hall a ricevermi.

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Quando ho visto spuntare a distanza e poi venir verso di me il Romano Pontefice, con l’ausilio della grazia di Dio ho corretto il mio istinto incorreggibile impresso nel mio DNA di prete, seguendo il quale avrei piegata la testa, mi sarei messo in ginocchio per il bacio della mano e, rialzandomi, non avrei aperta bocca se non per rispondere, perché dinanzi al Romano Pontefice non si inizia alcun discorso, si attende a testa bassa che lui dia inizio ad un discorso; non si chiede, si risponde solo se lui ti interroga, sebbene oggi sia uso che il Romano Pontefice si faccia intervistare anche da giornalisti che hanno trascorse le loro esistenze a sprezzare i fondamenti più basilari del deposito della fede cattolica. Ripeto, con l’ausilio della grazia di Dio non sono caduto in questa serie di errori che sarebbero stati letali, ed appena l’ho visto a distanza mi sono messo a sbracciare come un perfetto zoticone dicendo ad alta voce: «Padre Francesco!». E mi sono precipitato verso di lui, senza piegare il ginocchio destro dinanzi alla sua Augusta Persona e men che mai baciandogli la mano, ma abbracciandolo stretto. Poi, battendogli una mano sulla spalla, gli ho detto: «Padre, ti ringrazio per avermi ricevuto, perché solo tu, in questa società sempre più discriminatoria, puoi aiutarmi a render giustizia a un gruppo di zingari discriminati appartenenti alla famiglia Spada. Si tratta infatti di un clan familiare veramente molto per bene, grazie al quale è salvaguardata e tutelata la grande cultura di questi zingari, che sono tutte persone che vivono di onesto lavoro [cf. QUI]. E io, caro Francesco, ti posso testimoniare la bontà, l’onestà e il grande spirito di lavoro di questa gente, perché quando in Via Merulana mi cadde di tasca il portafogli, due zingare, una delle quali gravemente infortunata, invalida permanente e con gravi problemi di deambulazione ‒ entrambe per inciso appartenenti al giro degli accattoni organizzato nel centro di Roma dal Clan dei Casamonica [cf. vedere filmato QUI] ‒, si alzò in piedi da terra dall’angolo nel quale chiedeva l’elemosina, rincorrendomi con la stampella assieme all’altra, anch’essa invalida perché con un braccio mutilato, gridandomi entrambe alle spalle: «Signore, il portafogli, il portafogli! Signore, le è caduto di tasca il portafogli!». E, narrato il tutto, preciso al Romano Pontefice: «Sai, Padre Francesco, mi chiamarono in modo gentile “Signore” perché non sapevano che ero un prete. Perché io, essendo un prete per il popolo, con il popolo e in il Popolo ― perché questo significa veramente a livello mistagogico per Cristo, con Cristo e in Cristo ―, viaggio sempre in abiti civili. O vogliamo forse tornare a spaventare la gente con le nostre lunghe vesti nere da corvi tristi e semmai pure mettendoci in testa quel ridicolo saturno che alcuni irriducibili considerano elegante?».

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Gli occhi del Sommo Pontefice sono diventati luminosi e, ve lo confesso, in quel momento si è realizzata la scrittura: «Allora Gesù, fissatolo, lo amò» [Mc 10. 21].

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LA MIA POVERA MAMMA CHE PULIVA LE SCALE DEI PALAZZI ALLE LUCI DELL’ALBA E MIO PADRE CHE RACCOGLIEVA I PEZZI BUONI GETTATI PER ERRORE TRA GLI SCARTI DELLA FRUTTA E VERDURA

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Se il cuore del Pontefice regnante è una cassaforte colma di grandi tesori spirituali, per aprirla io ho usata la combinazione giusta: “poveri & povertà”. Quindi non sono andato da lui a mani vuote, ma come fanno da quattro anni tutti i peggiori scassinatori mi sono portato dietro la “combinazione di apertura”, o per meglio dire un mio studio intitolato «I poveri e la povertà sono il volto del Corpo Mistico di Cristo». E quando il Sommo Pontefice mi ha chiesto quale rapporto avessi avuto con i poveri e la povertà a livello familiare e sociale, anzitutto ho risposto narrandogli che la mia famiglia era così povera, ma così povera, che quando i topi entravano nella dispensa della nostra cucina, non trovandovi niente dentro ne uscivano fuori con le lacrime agli occhi. Né mi sono sentito umiliato a narrargli che la nostra casa era così povera che non avevamo neppure il bagno, come gabinetto usavamo la lettiera del gatto. Poi gli ho parlato degli immani sacrifici di mia madre, all’epoca già vedova in giovane età, avendo perduto il marito ad appena 48 anni. E sebbene straziata dal dolore, alle cinque del mattino già lavorava ricurva a pulire le scale dei palazzi prima ancòra del sorger del sole, per pagare al figlio dei corsi di studio negli Stati Uniti d’America, costo dei quali erano all’epoca 18.000 U.S. $. Quindi spiegai in dettaglio che questa donna povera, tra le mie spese di viaggio, il costo degli studi ed il soggiorno, dovette pulire le scale dei palazzi per la bellezza di circa 25.000 U.S. $, il tutto in anni nei quali un dollaro equivaleva nel nostro vecchio conio a 1.500/1.600 Lire italiane, all’incirca trentotto milioni delle vecchie Lire. Tanto che mia madre incominciò ad anticipare i lavori di pulizia delle scale, ed anziché cominciare alle cinque del mattino, cominciava alle quattro. Il Sommo Pontefice si è molto commosso dicendomi: «Ah, che cosa sono capaci a fare, le madri povere, per i loro figli. Tu sei veramente figlio di una santa!».

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Poi gli ho narrato le incomprensioni patite dai miei genitori poveri da parte della vecchia Chiesa, quella gestita dai vescovi-principi senza amore e misericordia; una vecchia Chiesa nella quale un prete-fariseo minacciò i miei nonni che non avrebbe battezzato loro figlio, ossia mio padre, solo perché volevano chiamarlo Palmiro, in onore del capo dei comunisti italiani Palmiro Togliatti. Durissima sin dalla prima infanzia fu la vita del mio genitore, che a causa di denutrizione si ammalò da bimbo di tubercolosi, perché i suoi genitori non potevano curarlo e nutrirlo, motivo per il quale crebbe rachitico, ed essendo brutto ebbe in seguito grossi problemi a sposarsi. Lo sposò comunque mia madre, in parte per carità, in parte perché, essendo anch’ella brutta a causa dei postumi di una poliomelite infantile e poi per una varicella avuta in età adulta che le lasciò la pelle tutta quanta butterata, finì per formare con mio padre una coppia affine e solidale.

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Per tutta la vita mio padre lavorò a raccogliere la verdura scartata dai fruttivendoli al mercato generale della frutta e verdura, per poi rivendere a pochi soldi i pezzi buoni che riusciva a ricuperare tra gli scarti. Malgrado però tutto questo dolore e queste umiliazioni sofferte dalla mia famiglia povera, esistono persino delle malelingue farisaiche e dei cristiani tristi che osano smentire queste verità rendendomi oggetto di infami calunnie, pur di tagliarmi le gambe per la nomina episcopale, per esempio narrando in giro che io provengo da una famiglia benestante e che mio padre era bello come un attore di Hollywood. Ma si tratta di menzogne, di pure e vergognose calunnie messe in giro falsamente su di me per impedirmi di poter essere promosso all’episcopato. Basti dire che mio fratello, che è paraplegico e che riesce ad articolare solo la parte destra del corpo, mentre nella bassa Maremma, tra la Toscana ed il Lazio, si guadagna da vivere come guardiano di un branco di cinghiali d’allevamento, nel tempo libero, con l’uso di una mano sola, mi sta intagliando un pastorale fatto con del legno di ulivo, che vuole essere simbolo di pace, amore e povertà.

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Terminato quest’ultimo racconto ho dovuto allungare al Romano Pontefice una salvietta per detergersi le lacrime dagli occhi, perché ormai era profondamente commosso. Ripresosi poi dalla commozione dopo quegli struggenti racconti, egli ha sospirato, mi ha battuto una mano sulla spalla e mi ha detto: «Non te la prendere, perché a dire certe falsità sul tuo conto possono esser solo coloro che io chiamo i “cristiani pipistrelli”, quelli che cercano il male ovunque».

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Quando in seguito il Romano Pontefice mi ha detto che vedeva in me un prete dal profilo episcopale, in virtù della mia sensibilità verso i poveri, io mi sono affrettato a rispondere: «Padre Francesco, io posso anche accettare la nomina episcopale, purché mi venga però affidata una diocesi piena di periferie esistenziali e mi sia concesso di mettere, sullo scudo del mio stemma episcopale, l’immagine della piccola fiammiferaia» [Vecchia fiaba di H.C. Andersen, testo leggibile QUI]. Il Romano Pontefice mi ha chiesto quale, tra le tante, tra le troppe diocesi italiane potesse essere quella a me più adatta per portare il mio lieto annuncio ai poveri, ed io, senza esitare, ho risposto: «Padre Francesco, io credo di essere nato per fare il Vescovo di Napoli». E ho precisato: «Nota bene, Padre Francesco, ho detto solo: Vescovo. Mica ho detto Arcivescovo Metropolita di Napoli, antica e grande sede arcivescovile, con dodici diocesi suffraganee, tradizionalmente sede cardinalizia, con un clero di oltre mille sacerdoti e via dicendo a seguire. No, nulla di tutto questo, perché io desidero essere solo il vescovo dei poveri; e se la cosa ai ricchi non dovesse andar bene, che vadano pure a cercarsi un vescovo-prìncipe modello vetero-feudale o borbonico. E ti dirò di più, Padre Francesco: prendendo possesso della cattedra, non dirò cose banali e scontate, tipo che mi propongo di portare di nuovo il Vangelo e la sana dottrina cattolica in una terra ormai più pagana che cristiana, tal è tutta l’Italia, ma in particolar modo il nostro Meridione ridotto ormai a una fede pagano-folcloristica. Nulla di tutto questo, io annuncerò in modo chiaro che lo scopo del mio episcopato sarà quello di sconfiggere la Camorra ed i camorristi e, come bussola di orientamento del mio episcopato, prenderò a modello i documenti della Commissione Nazionale dell’Antimafia. Perché là dove non sono riusciti i governi sia monarchici che repubblicani degli ultimi centocinquant’anni, vi riuscirò io con la potenza di una scomunica episcopale. E tutte le migliaia e migliaia di poveri ai quali la Camorra paga le case, gli stipendi, le pensioni e le assicurazioni, mantenendo intere famiglie di condannati al carcere per reati di mafia ― perché la Camorra è un vero e proprio Stato nello Stato, con una propria “legge” e soprattutto con una propria ricca economia ―, saranno tutti quanti e di rigore dalla parte mia, pronti a sollevarsi in massa contro il potere camorristico, perché io sarà il loro vescovo sociale, il loro vescovo rivoluzionario».

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Cari Lettori de L’Isola di Patmos, è con trepidazione e gioia che vi do quindi il lieto annuncio: sono stato scelto come Arcivescovo Metropolita di Napoli, ed allo scoccare del 75° anno di età di Sua Eminenza Rev.ma il Cardinale Crescenzio Sepe, prenderò io il suo posto sulla cattedra episcopale di San Gennaro. Dato questo annuncio, intendo adesso rendere pubblica la mia meditazione attraverso la quale, il Romano Pontefice, per gli amici “Padre Francesco”, ha visto in me il candidato ideale ed ha deciso: «Tu sarai il Vescovo delle periferie esistenziali di Napoli». Si tratta di una meditazione che sarà la bussola di orientamento pastorale e dottrinale del mio episcopato.

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ECCO IL TESTO DELLA MEDITAZIONE TEOLOGICO PASTORALE PREMIATA CON L’EPISCOPATO

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IN VIRTÙ DI QUESTA MEDITAZIONE PASTORALE-TEOLOGICA: «I POVERI E LA POVERTÀ SONO IL VOLTO DEL CORPO MISTICO DI CRISTO» PADRE ARIEL S. LEVI DI GUALDO È STATO NOMINATO ARCIVESCOVO METROPOLITA DI NAPOLI, NEL SUO STEMMA ARCIVESCOVILE L’IMMAGINE DELLA PICCOLA FIAMMIFERAIA CON IL MOTTO «ECCO LA FIAMMA DEI POVERI»

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Quando il Romano Pontefice ha riconosciuto in me un sacerdote dal profilo episcopale e mi ha chiesto in quale eventuale diocesi avrei gradito svolgere il sacro ministero apostolico, ho risposto che in mia qualità di membro di questa nostra grande multinazionale di esperienze religiose umanizzanti, nota da secoli come Chiesa Cattolica Apostolica Romana, mi reputavo adatto a coordinare le attività sociali della vecchia e gloriosa città di Napoli e che ritenevo di poter essere un degno rappresentante e diffusore della verità di fede della «Chiesa povera per i poveri». Specie poi se rivestito di rosso, ma sia chiaro: non il rosso inteso secondo gli stereotipi della vecchia Chiesa che in esso ravvisava la fedeltà sino al martirio di sangue, bensì un rosso inteso come sangue che dovrà essere versato per ottenere finalmente la rivoluzione proletaria della misericordia.

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Era infatti necessaria ― come ho spiegato in privato al Sommo Pontefice ― una persona carismatica, che al tempo stesso fosse come me anche un uomo di spettacolo, per organizzare e poi gestire i due eventi di massa che a mio parere possono servire a una maggiore unione della popolazione partenopea: la tradizionale devozione al sangue di San Gennaro e le partite di calcio del Napoli. Per questo uno dei miei primi doveri pastorali, dopo avere adempiuto al principale, ossia la mia solenne dichiarazione di scomunica contro la Camorra ed i camorristi, sarà quella di dare vita al gemellaggio inter-calcistico tra le squadre di calcio e le rispettive tifoserie del Napoli con le squadre argentine di San Lorenzo e Boca Juniors. Non possiamo infatti dimenticare che proprio a Napoli dimorò oltre un trentennio fa quell’uomo di Dio di Diego Armando Maradona, che da buon argentino, nonché appartenente alla specie dei piojos resusitados [1], ha lasciato un ricordo indelebile soprattutto tra i poveri ed i bisognosi dell’antica Partenope, che tutt’oggi narrano ancora di lui quando, a bordo della sua Ferrari, accompagnato da un esercito di soubrettes, si recava a servire i pasti caldi ai senzatetto.

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La mia missione pastorale, nella mia veste di maestro e custode della fede, sarà incentrata sulla riformulazione del concetto paolino di Corpo Mistico [cf. Col 1,18], il cui vero significato è la testimonianza di Dio tra di noi attraverso il povero che è il suo viso e il profugo che è il suo corpo secondo gli scritti degli Atti degli apostoli e delle lettere Paoline, sino all’ apocalisse del Beato Apostolo Giovanni, dove si narra di come i compagni di Gesù portarono nelle zone più abbandonate dal potere romano di dominazione, come l’Africa e l’Asia, sino alla penisola iberica, il manifesto di questa nuova classe unificata e unitaria sotto il concetto di “regno”, dove non è né la nascita, né la razza, né la pelle e tanto meno il capitale a determinare il soggetto, bensì questa dignità paritaria, superiore ed in conflitto con lo spirito oppressivo e schiavista dell’aristocrazia regale e imperiale di Roma. Le stesse testimonianze scritte dal Beato Apostolo Pietro a Roma [cf. Pt Iᵃ e IIᵃ] ci parlano di come questo compagno di avanguardia rivoluzionaria egualitaria, Gesù il Nazareno, povero tra i poveri, condusse la propria missione solo tra le classi più umili e tra gli emarginati, tali erano gli schiavi, le prostitute ed i profughi. Mai, Gesù frequentò le case dei ricchi, mai prese con loro i pasti, mai fu da essi unto con preziosi olî, tanto meno si lasciò rivestire con pregiate vesti. La moderna archeologia ha inoltre dimostrato che Egli, alla sua morte, non fu sepolto in un sepolcro di pregio fornito dal ricco Giuseppe di Arimatea [cf. Mc 15, 42-46; Mt 27, 57-60; Lc 23, 50-53; Gv 19, 38-42], perché il suo corpo finì assieme a quello di tutti i poveri in una fossa comune dalla quale, come narrerò avanti, prenderà poi vita la grande metafora spirituale della risurrezione. Tutta questa serie di racconti, finiti perlopiù nei Vangeli sinottici, sono solo delle errate trascrizioni che i redattori dei Vangeli canonici hanno prese dai testi non attendibili dei Vangeli apocrifi, intrisi di molti racconti romantici e surreali. Notizie dunque false e sovrapposte all’immagine del Gesù povero che molto presto saranno epurate, grazie alla migliore esegesi scientifica che da quattro anni è ormai all’opera attraverso una apposita commissione di studio finanziata da un gruppo di teologi tedeschi, in grado di pagare questi studi lunghi e costosi, dato che la Chiesa della Germania, grande sostenitrice del concetto del Gesù povero per i poveri, può beneficiare da parte della Repubblica Federale Tedesca di un contributo annuo di circa dieci miliardi di euro derivanti dal gettito fiscale. E siccome, tra non molto, i Vescovi tedeschi avranno più Euro stipati nelle casse delle loro diocesi che non invece fedeli seduti tra le panche ormai deserte delle loro chiese, possono ben impiegare il cospicuo capitale a loro disposizione per finire di distruggere ciò che di vetusto resta della vecchia Chiesa pre-misericordiosa, o per finanziare l’ultima grande trovata ideologica in corso: i preti sposati nella regione delle Amazzoni del Brasile.

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Attraverso la loro vita i compagni dell’uomo Gesù di Nazareth furono i primi grandi propagandisti di questo epocale cambio rivoluzionario. Infatti, gran parte di loro, dopo la distruzione di Gerusalemme furono dei profughi [Mt 24:4-28], soffrendo come tali la non accoglienza e, come si legge nei vari racconti racchiusi negli Atti degli Apostoli: le prime comunità cristiane erano al servizio di tutti, ed all’interno di esse vigeva il primitivo santo comunismo, giacché non esisteva in esse quell’immane furto tale era la proprietà privata, perché i beni erano in comune ed il possesso personale era bandito.

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STORIA DELLA PRIMA RIVOLUZIONE EVANGELICO-PROLETARIA: LA VECCHIA CHIESA SI LIMITAVA SOLO AD ACCOGLIERE IL PECCATORE, SENZA CAPIRE CHE LA VERA MISERICORDIA DI DIO, CI SPINGE AD ACCOGLIERE, ASSIEME AL PECCATORE, ANCHE LA RICCHEZZA DEL PECCATO

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Dopo la prima rivoluzione operata dall’uomo Gesù di Nazareth, per il quale era necessario vivere al di fuori della schiavitù delle ideologie umane diffuse dalle religioni rette su caste sacerdotali ― ricordiamo infatti che Gesù non era un appartenente alla casta dei Sacerdoti e dei Leviti, ma alla tribù di Beniamino e di Davide, che fu un guerriero che portò alla liberazione del popolo dal potere dei dominatori esterni ―, per ovvia conseguenza, secoli e secoli dopo, doveva giungere inevitabilmente la Rivoluzione Francese, seguita dal liberalismo e appresso ancora dal comunismo, che assieme alla grande riforma di Martin Lutero costituiscono i più grandi doni di grazia elargiti dallo Spirito Santo all’umanità.

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L’uomo Gesù di Nazareth non aveva dei precisi progetti politici, egli ha lanciato quei semi che nei secoli avvenire sarebbero poi germogliati grazie alla sua idea iniziale che mirava a trasformare l’etica individuale e sociale sorretta sulla  esaltazione dei più alti valori dell’umanità, in elementi strutturali mirati a sorreggere le società sui princìpi della generosità, della compassione e della accoglienza. E si badi bene: non solo e non tanto sull’accoglienza del peccatore, come a lungo tempo, sbagliando gravemente, si è creduto e insegnato, ma sull’accoglienza del peccato stesso, che costituisce una grande ricchezza umana singola e collettiva. In questo consiste la vera grande rivoluzione della nuova Chiesa, contrariamente a quanto ha invece fatto la cupa vecchia Chiesa, che per secoli si è ostinata ad accogliere il peccatore, semmai facendolo sentire persino in colpa per il suo peccato e spingendolo quindi al pentimento, ma mostrandosi al tempo stesso incapace ad accogliere col peccatore anche il peccato, perché è in questo che consiste quella grande rivoluzione ecclesiale ed ecclesiastica dei giorni nostri sorretta sul concetto di misericordia di Dio: accogliere, assieme al peccatore, anche la grande ed inestimabile ricchezza del peccato.

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Nel corso degli ultimi anni, all’interno della Chiesa ha cominciato a soffiare forte più che mai un nuovo vento, soprattutto negli ambiti della teologia e della esegesi. Questo vento ha portato alla riscoperta del vero messaggio di Gesù di Nazareth che per tanti secoli è stato oscurato dalla classe dominante di quella ideologia cristiana che, a partire dai meccanismi fallimentari che furono propri dei dominatori dell’Impero Romano, avevano trasformata la libera Chiesa post gesuana in una struttura piramidale di caste, basata sulla burocrazia ed il legalismo giuridico, lontana dal popolo e per ciò aliena dall’insegnamento dell’amore universale. Questa forma piramidale di caste ecclesiastiche che per secoli si è sorretta sulla burocrazia e sul legalismo, giunse persino a esprimere, sul modello dell’antico Diritto Romano, quella autentica aberrazione anti-evangelica e anti-libertaria tale è il Codice di Diritto Canonico, limitando così in modo terribile la creatività umana e spirituale, perché una sola è la vera legge per il cristiano: è legge vera e autentica ciò che io penso, ciò che io sento, quindi ciò che io voglio.

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La più chiara dichiarazione dell’uomo Gesù di Nazareth contro il potere totalitario è racchiusa nella sua espressione «Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che e di Dio» [Mt 22,21; Mc 12,17; Lc 20,12]. Espressione che contiene un messaggio ben preciso, anche se per tanti secoli mai correttamente interpretato, vale a dire: il potere non può accumulare tutta l’autorità, sia essa effettiva o anche e solo simbolica, su un solo essere umano, perché chi esercita il potere deve essere limitato e sottomesso alla stessa voce e volontà del popolo sovrano, perché la sovranità appartiene al popolo che la esercita tramite il democratico meccanismo sinodale dei Vescovi, che a breve torneranno a essere eletti anch’essi dal popolo.

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GESÙ DI NAZARETH, IL GRANDE RIVOLUZIONARIO DE EL PUEBLO UNIDO IN UNA CHIESA DI “CRISTIANI ANONIMI”

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Gesù di Nazareth era, anzitutto, un grande rivoluzionario, molto sensibile a quella lotta di classe di cui egli getta i primi fondamentali pilastri. Per capire veramente la portata rivoluzionaria del suo messaggio, basti comprendere il vero senso delle sue parole quando afferma di non essere venuto a portare la pace ma la guerra e che, anche tra fratelli o all’interno della stessa famiglia si sarebbero messi uno contro l’altro, se una delle parti non avesse accettato questo cambiamento necessario [Mt 10, 34-36], perché chi non è con Lui è contro di Lui [Mt 12,30].

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La storia dell’umanità è piena di “cristiani anonimi”, come ci insegna il più grande teologo di tutti i tempi, il gesuita tedesco Karl Rahner, che spero sia presto proclamato dottore della Chiesa e voce profetica. Tra i tanti “cristiani anonimi” della storia, basti pensare ad esempio al cinese Mao Zedong, che proprio ispirandosi a questo passo del Vangelo ― pur senza saperlo, essendo egli un “cristiano anonimo” ―, durante la sua gloriosa rivoluzione improntata sul già sperimentato modello sovietico, invitava anche i bambini, adeguatamente formati, a denunciare i loro stessi genitori; oppure i fratelli a denunciare all’occorrenza i loro fratelli e sorelle che mostrassero anche un vago segno di dissenso verso questo grande sorgere del Sol dell’Avvenire. E nel fare questo, nel mettersi all’occorrenza uno contro l’altro, erano giustamente convinti che alla fine la rivoluzione proletaria sarebbe stata portata a termine, perché come sta scritto: non tutti, ma solo alcuni di quelli che avranno fatto parte della rivoluzione, non conosceranno la morte prima di aver visto il suo regno, perché questo è il vero significato di questo celebre passo del Vangelo [cf. Mt 16,28]. Ormai, il cambiamento radicale operato dagli ultimi passi compiuti da questa rivoluzione che ha dato vita alla nuova e vera Chiesa della pace, dell’amore e della misericordia, in grado finalmente di accogliere assieme al peccatore anche il peccato, è giunto al suo apice, perché questo è il vero significato dell’avvertimento dato dall’uomo Gesù di Nazareth quando afferma: «Non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga». [Mt 24,34].

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La predicazione del Nazareno era centrata sull’uguaglianza, come quando egli afferma che non esistono i padroni, palesandosi così contro il capitalismo borghese rappresentato in quel tempo dai mercanti del tempio, oppure dagli antichi speculatori di Wall Street, che erano invece i cambiavalute [cf. Mc 11, 7-19; Mt 21, 8-19; Lc 19, 35-48; Gv 2, 12-25]

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L’unica volta che l’uomo Gesù di Nazareth guardò in faccia ― «e guardandolo lo amo», come è scritto nel Vangelo ― fu quando indicò al giovane ricco l’unica cosa che a lui mancava di fare: «Va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri» [cf. Mc 10,21]. Egli è infatti molto chiaro nel dire che la perfezione si può raggiungere solo quando si vendono tutti i nostri averi per darne il ricavato ai poveri [Mt 19, 21]. Gesù di Nazareth, più volte se la prende con i ricchi, in particolare quando afferma: guai a voi ricchi perché avete già ricevuto la vostra consolazione [Lc 6,24]. Purtroppo, per molti secoli, i teologi della vecchia Chiesa hanno spiegato ― ovviamente sbagliando gravemente ― che il termine “ricchezza” è usato dall’uomo Gesù di Nazareth come sinonimo di egoismo, di mancanza di altruismo, di attaccamento alla dimensione puramente materiale della vita e dell’essere. Comprensibile il motivo per il quale la vecchia Chiesa abbia sostenuto questo, perché purtroppo ella ― e di ciò non dobbiamo mai finire di chiedere perdono al mondo del proletariato ―, era in combutta con i ricchi, con gli sfruttatori del popolo. Mentre in verità la ricchezza, per l’uomo Gesù di Nazareth, era solo un mezzo disonesto per guadagnarsi dei protettori nei momenti difficili [cf. Lc 16, 9]. Egli infatti afferma: «Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano». Ed era tanto il suo astio verso la ricchezza, che più avanti seguitò a lanciare invettive contro i farisei che, essendo attaccati al denaro, ascoltavano tutte queste cose e si facevano beffa di lui. Finché Gesù disse loro: «Voi siete quelli che si ritengono giusti davanti agli uomini, ma Dio conosce i vostri cuori: ciò che fra gli uomini viene esaltato, davanti a Dio è cosa abominevole» [LC 16, 14.15].

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L’ALLEGORIA DEL PECCATO ORIGINALE: IL VERO PECCATO ORIGINALE NASCE PER LA MANCANZA DI CURA DEI POVERI

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Per secoli noi abbiamo creduto e insegnato che l’allegoria del peccato originale ― perché ormai è assodato che il peccato originale non è un fatto, ma solo una allegoria dalla quale nasce il tradizionale battesimo altrettanto allegorico-simbolico ―, fosse dovuto ad un atto di ribellione a Dio Creatore attraverso la superbia dell’uomo. Ebbene, a parte il fatto che un altro grande “cristiano anonimo”, Sigmund Freud, ci spiega che il brano biblico di Genesi non è altro che l’allegoria del figlio che in età evolutiva si ribella legittimamente al dominio del padre, se veramente vogliamo parlare di peccato originale, questi non è da ravvisare nella sana e legittima ribellione verso il dominio del padre, che fa appunto parte della dimensione evolutiva umana, ma va ravvisato nella mancata cura dei poveri e nell’attaccamento al danaro. Questo il motivo per il quale, dal metaforico Paradiso Terrestre, l’uomo è caduto nel metaforico peccato originale.

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La missione dell’uomo Gesù di Nazareth non fu quella di fondare una religione o una casta, o un potere parallelo per dominare con ritualismi, cerimonie e lavaggio del cervello i poveri e gli oppressi, ma di portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e a rimettere in libertà gli oppressi [cf. Lc 4, 18], dando come vincolo unico quello dell’amicizia, perché la prospettiva della salvezza e santità che Egli ci offre, è di diventare suoi «amici» [Gv 15,15]. Inoltre, Egli non solo è un grande rivoluzionario, ma è un vero e proprio rivoluzionario radicale, lo chiarisce gli stesso: «Chi non è con me, è contro  di me» [cf. Mt 12,30]. E nella lunga schiera dei numerosi “cristiani anonimi”, molti hanno seguito questo suo insegnamento di radicalismo, senza neppure sapere quanto fossero veramente e radicalmente cristiani nell’agire in un dato modo. Per esempio, tra i diversi contemporanei, limitandosi al solo Novecento, basti rammentare quel grande uomo di “fede anonima” tale fu Stalin, che questo radicalismo evangelico lo portò al massimo compimento, tanto che grazie alla sua opera, circa venti milioni di russi poterono raggiungere il Paradiso nel giro di pochi anni.  

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L’uomo Gesù di Nazareth chiamò quindi presso di sé quelli che volle, ed essi si avvicinarono a lui. Quindi ne costituì dodici perché stessero con lui e potesse mandarli a predicare, ed avessero il potere di guarire le infermità e di scacciare i Demoni [cf. Mc 3, 13-15]. Inutile precisare che i Demoni, sono l’allegoria delle tentazioni borghesi capital-imperialiste che cercano di corrompere il popolo. Pertanto, il cacciare i Demoni, è da intendere come un cacciare le corruzioni dell’ideologia capitalista che tende a possedere il popolo. Purtroppo, la vecchia Chiesa intrisa di atteggiamenti regali a lei derivanti da quel grande alteratore del Cristianesimo tale fu l’imperatore romano Costantino, non ha mai capito che quei Dodici costituivano un collettivo basato sui concetti della democrazia proletaria, perché l’uomo Gesù di Nazareth chiamò a sé dei Compagni dai campi e dalle officine [cf. QUI] per rivoluzionare il mondo; una rivoluzione che passa attraverso la trasformazione dell’individuo.

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Quando l’uomo Gesù di Nazareth, a Ponzio Pilato, che rappresenta la massima carica rappresentativa del regime romano, dice: «Il mio regno non è di questo mondo», si riferisce a se stesso posto come uomo in prima fila come vittima oppressa, chiamato a essere il simbolo della dissociazione da quel regno di schiavitù e di dominazione, di oppressione e di autoritarismo, di povertà e di guerra, di vedove e di orfani, di profughi e di poveri per le alte tasse e le continue appropriazioni di terre e di capitali. Egli si fece così proclama e propaganda vivente dell’imminente cambio sociale cominciato con la sua condanna ed esecuzione in quanto caudillo rivoluzionario che, non riuscendo a sconfiggere le idee contrarie con la discussione, ha lasciato che esse si esprimessero, perché sapeva che non si possono sconfiggere le idee sbagliate con la forza, perché ciò arresterebbe il libero sviluppo dell’intelligenza, infatti, le idee sbagliate, devono essere lasciate sempre libere di svilupparsi al massimo.

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Quando l’uomo Gesù di Nazareth disse ai suoi compagni di non salutare i familiari e non seppellire i morti, quel che intende trasmettere è l’invito a non tornare mai indietro neanche per prendere la rincorsa, costasse anche cadere nel precipizio che si trova tra una sponda e l’altra.

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Quando nel Vangelo si fa riferimento a Simone detto lo zelota [cf. Lc 6 14-16], che vuol dire guerrigliero o partigiano, ciò che s’intende dire è che la caratteristica positiva della guerriglia consiste nel fatto che ogni individuo è disposto a morire non per difendere astrattamente un ideale, ma per farlo diventare realtà, affinché l’immaginazione possa andare al potere, perché è dalla immaginazione che nasce il reale, anche se questo non è mai stato compreso dalla vecchia Chiesa che per secoli si è ostinata a sorreggere il proprio pensiero teologico sui criteri superati e improponibili della logica di Aristotele, portata avanti in modo anacronistico da San Tommaso d’Aquino, sul quale grava la grande responsabilità di avere limitato le grandi speculazioni teologiche fino a quando ‒ vivaddio! ‒, agli inizi del XX° secolo prese vita quel Modernismo che oggi è il punto di riferimento e di azione dottrinale e pastorale di gran parte dell’episcopato contemporaneo.

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In Matteo leggiamo che l’uomo Gesù di Nazareth disse ai suoi compagni: «In verità vi dico, difficilmente un ricco entrerà nel regno» [cf. Mt 19, 23-30]. Basta questo per capire che egli ha voluto diventare povero e proporsi come pietra angolare di quella grande rivoluzione epocale contro il capitalismo borghese, unica e vera grande rovina dell’umanità. Purtroppo sono occorsi molti secoli per giungere a capire che Dio non può essere cattolico, ma è di tutti, perché conosce tutti e perché è per tutti, soprattutto di coloro che lo negano e lo rifiutano. Questo il motivo per il quale il Nazareno, in arte Figlio di Dio, ha predicato nel corso della propria esistenza terrena la netta distinzione tra oppressi e oppressori, gettando così il grande ponte sul fiume di quella che poi sarà la Chiesa povera per i poveri.

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LE ALLEGORIE DEI MIRACOLI, IL VERO SENSO DELL’EUCARISTIA, LA MORTE DI GESÙ IL LIBERATORE E LA SUA RISURREZIONE

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I più grandi miracoli dell’uomo Gesù di Nazareth non sono stati quelli del risveglio di Lazzaro da un evidente stato di morte apparente, non diagnosticata in quel tempo per la mancanza di conoscenze scientifiche; ne tanto meno i segni da lui operati sui malati. Il vero grande miracolo è stato quello di sfamare delle masse proletarie in diversi occasioni [cf. Mt 14, 13-21. 15, 32-39; Mc 6, 30-44. 8,1-10; Lc 9,10-17]. E qui si percepisce quanto profonda fosse la preoccupazione di Gesù di Nazareth per il problema della fame delle grandi masse del sottoproletariato, tanto che nell’ultima cena, prima di essere condannato a morte dal potere imperial-capitalista di quel tempo, Gesù dette l’incarico ai suoi compagni di sfamare il popolo proletario con il pane della liberazione [Mt 26, 20-30; Mc 14, 17-26; Lc 22,14-39; Gv 13, 1-20], ed a tale scopo usò una grande metafora allegorica: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui» [Gv 6, 56].

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L’uomo Gesù di Nazareth si incamminò infine verso Gerusalemme con i suoi compagni perché sapeva che il tempo era pronto per la rivoluzione, giacché la rivoluzione non è una mela che cade quando è matura, ma va’ fatta cadere. Da questo momento in poi segue il cosiddetto Vangelo della Passione, incentrato per secoli, nelle interpretazioni date dalla vecchia Chiesa, nella dimensione cruenta del sacrificio, attraverso il quale l’uomo Gesù di Nazareth, equiparato all’Agnello di Dio, laverebbe il peccato. Si tratta però, anche in questo caso, di una lettura errata, molto tridentina e pre-conciliare, di due frasi evangeliche: «Ecco l’Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo!» [Gv 1,29], ed ancora «fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: “Ecco l’agnello di Dio!”». Il grande equivoco da cui nasce la mala interpretazione, è legato al concetto stesso di peccato, con il quale per lungo tempo la vecchia Chiesa ha terrorizzato i suoi fedeli. I Vangeli sono infatti degli scritti meramente allegorici, da interpretare con le categorie della moderna teologia. E il termine “peccato” è una metafora che va interpretata non in senso cruento e sacrificale, ma in senso sociale: l’uomo Gesù di Nazareth, con tutta la mitezza di quella non violenza che secoli dopo ritroveremo in una figura come Ghandi ― da qui la metafora dell’agnello ―, lava dal mondo il grande peccato della ingiustizia sociale e della oppressione dei poveri. A questo, come dicevo poc’anzi, si ricollega quell’altra grande metafora che è l’Eucaristia, il cui vero e autentico significato non è certo quello sacrificale, bensì l’essere pane della giustizia sociale, la festa dei compagni che si riuniscono attorno alla mensa per il banchetto della gioia, della pace, dell’amore e della misericordia, danzando attorno all’altare al ritmo dei bonghi.

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La nostra fede si regge sul grande evento allegorico della risurrezione del Nazareno, per secoli considerata dalla vecchia Chiesa come un fatto storico, oltre che un fatto fisico, mentre sappiamo che si tratta di un evento spirituale, di una allegoria da interpretare come conclusione dell’esperienza terrena dell’uomo Gesù di Nazareth, in arte Figlio di Dio. Quando infatti nelle Lettere Apostoliche si afferma: «Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede» [cf. I Cor 15.14], s’intende dire che nel simbolo allegorico della risurrezione c’è il riscatto dei poveri e del popolo oppresso, lo prova il fatto che in un altro passo si afferma che siamo già risuscitati con Cristo [cf. Col 3,1]. E chi è, che è risuscitato con l’uomo Gesù di Nazareth, forse i ricchi, forse i borghesi, o forse peggio i capitalisti? Certo che no, con l’uomo Gesù di Nazareth, alla grande allegoria della sua risurrezione sono partecipi i poveri, gli emarginati, i profughi; per risorgere davvero con questo grande rivoluzionario, bisogna affrettarsi affinché sia approvata la legge sullo jus soli. L’allegoria dell’uomo Gesù di Nazareth che risorge dalla fossa comune nella quale il suo corpo fu gettato assieme a quello dei sottoproletari condannati dal potere imperial-capitalista, è l’immagine del Sol dell’Avvenire che sorge. Non a caso, diversi celebri “cristiani anonimi” della storia, come i già richiamati Stalin e Mao Zedong, seppure inconsapevoli di manifestare in tal modo la loro fede nella risurrezione dell’uomo Gesù di Nazareth, fecero uso proprio della iconografia allegorica del Sol dell’Avvenire, mostrandosi in tal modo degli straordinari “cristiani anonimi”.

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Gli altri due eventi della nostra fede sono le allegorie della ascensione al cielo dell’uomo Gesù di Nazareth e la Pentecoste dello Spirito Santo. Il fatto che dopo la risurrezione, Egli abbia continuato ad apparire ed a rendersi presente tra il collettivo democratico-proletario dei discepoli, come narra uno dei più celebre racconti allegorici ‒ quello dei due compagni in cammino lungo la Via di Emmaus [cf. Lc 20, 30-31] ‒, sta ad indicare il fatto che nessun vero padre della rivoluzione ha mai lasciato il popolo, prima che il popolo fosse maturo. Ecco perché a questa allegoria si unisce la seconda allegoria, la Pentecoste dello Spirito Santo. Con questo secondo evento, i compagni di lotta dell’uomo Gesù di Nazareth divengono dei veri cristiani adulti; dunque la Pentecoste racchiude quella sublime metafora che il grande “cristiano anonimo” Sigmund Freud definisce come la emancipazione del figlio dalla dipendenza del padre. Con la Pentecoste, abbiamo quindi il superamento definitivo del complesso edipico.

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AFFINCHÉ IL DIALOGO POSSA PORTARE ALLA SINCRETISTICA UNIONE È NECESSARIO METTERE DA PARTE LA FIGURA INGOMBRANTE DELLA BEATA VERGINE MARIA

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Tra queste righe, ho volutamente evitato di parlare della figura materna, che è quella di Maria madre dell’uomo Gesù di Nazareth. Si tratta infatti di una figura che può costituire ostacolo al dialogo con i fratelli delle diverse Chiese cristiane, anche se tutt’oggi, nella Professione di Fede scritta a Nicea e poi perfezionata a Costantinopoli, si risente purtroppo dello spirito esclusivo ed escludente che i Padri di questi due concilî acquisirono all’epoca dall’imperatore romano Costantino. In questo testo si recita infatti: «Credo la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica». Questa santità e apostolicità, non può essere però patrimonio esclusivo della Chiesa Cattolica, perché appartiene a tutte le diverse Chiese cristiane. Anche se nel corso dei secoli, il concetto di unità, che ha rasentato una vera e propria ossessione limitante, ci ha impedito di accogliere la grande ricchezza della diversità, per non dire di peggio: la vecchia Chiesa è giunta persino a chiamare eresia la rottura dell’unità, incapace di vedere e di cogliere quale enorme ricchezza potesse nascere da quella diversità che implica spesso la rottura di questo gran feticcio dell’unità, affinché possa darsi spazio alla grande preziosità della diversità. Tra i tanti esempi in tal senso, si pensi alla straordinaria figura di Martin Lutero.

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Ebbene, la figura di Maria è di ostacolo all’accoglienza delle varie diversità e delle grandi ricchezze dei fratelli delle altre Chiese cristiane, anch’esse apostoliche e sante, che più volte hanno accusato i cattolici di vere e proprie forme di mariolatria, facendo capire che questa donna, a suo modo troppo ingombrante, era di serio ostacolo al dialogo. Pertanto, per amore del dialogo e per realizzare la comune vicinanza, se è necessario deve essere sacrificata la figura di questa madre ingombrante. Sia pertanto benedetta l’opera di quei santi uomini di Dio dei pastori pentecostali che negli ultimi tempi, nel Messico, in Ecuador, in Perù e via dicendo, si sono cimentati in uno sport tanto istruttivo: frantumare e poi spazzare via da terra, in pubblico, le statue della Beata Vergine di Guadalupe [vedere QUI, QUI, etc …]. Anche perché, se i pentecostali che da sempre godono della particolare simpatia del Pontefice regnante, fanno questo, lo fanno perché indubbiamente ispirati dallo Spirito Santo.

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È in questo che consiste la vera ricchezza di Maria: la capacità di farsi da parte, di lasciarsi mettere da parte e di far si che i pentecostali alla conquista dell’America Latina facciano in pezzi la sua effigie. Di tutto questo, Maria è felice, pur di non ostacolare il cammino di dialogo e di vicinanza con i fratelli delle altre numerose ed autentiche Chiese cristiane. È questo che rende Maria veramente santa, ed è in questa nuova ottica che andrebbe studiata la mariologia, evitando d’esser giustamente rimproverati dai fratelli delle altre vere ed autentiche Chiese cristiane di mariolatria.

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Come però capite, questo è un discorso a parte che potremo affrontare in seguito. Anche perché, quanto sin qui ho scritto ed espresso, mi è stato sufficiente per la mia promozione all’episcopato, esattamente come a Nunzio Galantino, che di recente ha definito Martin Lutero e la sua grande riforma come un dono dello Spirito Santo [cf. QUI], questa sua felice dichiarazione è stata sufficiente per mantenerlo nella carica di Segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana. In caso contrario, rapportandosi invece alla fede con gli schemi della vecchia Chiesa, tutta strutturata su cupe dottrine e dogmi oppressivi, attraverso i quali taluni vorrebbero ostacolare il trionfo della misericordia e dell’amore, non solo, non si diventa vescovi, ma si rischia di essere spinti e relegati a suon di bastonate negli estremi più dimenticati e desertici delle periferie esistenziali. Ma sono tutte quante bastonate ‒ sia ben chiaro ‒, frutto della più grande misericordia, di quella misericordia che nasce dall’amore più profondo di un santo pastore che porta impresso su di sé l’odore delle pecore.

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C O N C L U S I O N E

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quel breve e indimenticabile colloquio del 2013 col Cardinale Francis George, Arcivescovo Metropolita di Chicago [1937-2015]

Questo scritto, costruito sull’ironico e apparente gioco dei paradossi, ma privo di qualsiasi forma di irriverenza verso chicchessia, parla da sé. E parla perché è uno scritto drammaticamente serio, oserei dire, in modo umile e sommesso, che è uno scritto a suo modo profetico. D’altronde, la linea che ho scelto di prendere da un po’ di tempo a questa parte, fu spiegata in un apposito articolo nel quale ho chiarito per dove vanno presi certi soggetti e situazioni … [vedere articolo QUI].

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Pochi giorni dopo il conclave del 2013, prima che facesse rientro negli Stati Uniti d’America, ebbi modo di conoscere presso il Collegio Nord Americano di Roma quell’uomo di Dio del Cardinale Francis George, Arcivescovo Metropolita di Chicago [1937-2015], col quale parlai in privato per poco più di mezz’ora, un tempo sufficiente per cogliere ciò che dovevo cogliere. Anzitutto mi dichiarai colpito da una sua affermazione risalente a circa un anno prima, quando egli dichiarò la propria comprensibile contrarierà di vescovo alla legge sulle unioni civili, per poi seguitare ad affermare che la potente e sempre più aggressiva lobby gay, si stava trasformando attraverso il Gay Pride in un «Ku Klux Klan che manifesta nelle strade contro il Cattolicesimo». La dichiarazione che mi colpì, non fu però quella rivolta al sempre più evidente spirito aggressivo dei sodomiti orgogliosi verso tutto ciò che ricorda anche vagamente la Chiesa Cattolica, perché a colpirmi da parte di quest’uomo già gravemente ammalato di cancro, fu la frase: «Io morirò nel mio letto, il mio successore morirà in prigione, il suo successore morirà martire». Meditando su questa frase, ebbi la sensazione che forse, un giorno, vescovo lo sarei divenuto per davvero. E potrei veramente diventarlo nella mia vecchiaia, assieme a pochi altri sacerdoti cattolici sopravvissuti a ciò che di peggio deve ancòra venire, perché in un futuro non affatto lontano, la Chiesa Cattolica sarà ridotta ad un ammasso di rovine informi.

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Da tre anni a questa parte, l’accademico pontificio domenicano Giovanni Cavalcoli ed io, ormai noti al pubblico come i Padri de L’Isola di Patmos, ribattiamo senza mai stancarci che la Chiesa di Cristo non è un corpo statico da mummificare nell’acqua ferma ristagnante, ma è un corpo in evoluzione, perché di per sé, un corpo, è sempre in crescita, persino nella fase della vecchiaia. Se infatti la vecchiaia segna da una parte il decadimento fisico, dall’altra segna spesso l’apice della maturità spirituale e intellettuale. Se così non fosse stato, tutto quanto si sarebbe risolto nell’anno 325 con il primo grande concilio celebrato a Nicea. Ma se la Chiesa, di concilî, in due millenni di vita ne ha celebrati in totale ventuno, ci sarà pure un motivo, o no? Da qui il concetto di Ecclesia semper reformanda, purché questa necessità della Chiesa di essere sempre riformata, non finisca con l’essere confuso col fatto che la Chiesa debba finire invece trasformata in altro, anziché riformata, ossia purificata. E questo, purtroppo, è quello che sta accadendo oggi: un gruppo potente e agguerrito di delinquenti, cercano di portare a compimento proprio questo nefasto e diabolico progetto: trasformare la Chiesa in altro. E la trasformazione in altro, non ha nulla da spartire con le grandi riforme di alcuni grandi concilî, da Trento al Vaticano II.

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Ecco perché da altrettanti anni vado scrivendo ed affermando che tutto questo porterà la Chiesa ad essere totalmente svuotata di Cristo, per essere poi riempita di altro. In siffatta situazione non lontana dal realizzarsi, essere vescovi vorrà dire correre il rischio di vivere una vita da martiri. Per questo il Beato Apostolo Paolo, richiamato non a caso all’inizio di questo mio scritto, affermava che «se uno aspira all’episcopato, desidera un nobile lavoro» [I Cor 12, 31]. Affermava ciò perché all’epoca, divenire vescovi, comportava quasi sempre morire martiri, come ci dimostra il martirologio romano ed il sinassario bizantino dei primi secoli di vita del Cristianesimo.

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Naturalmente, quando si parla di martirio, tutti abbiamo presente il cosiddetto martirio di sangue. Ma non sarà questo, il lento e doloroso martirio che ci attende domani, perché il nostro futuro non sarà segnato da un martirio di sangue, ma da un lungo martirio bianco che si protrarrà per generazioni e generazioni.

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Quel poco che rimarrà del Cattolicesimo e dei cattolici, finirà con l’essere totalmente incompatibile con le società civili, ma soprattutto con le leggi che le regoleranno; perché saranno delle leggi radicalmente anti-cristiane. Nessuno, metterà in carcere gli appartenenti allo sparuto gruppo di cattolici sopravvissuti sparsi in giro a piccoli gruppi, né alcuno li condannerà a morte. O, come dissi in quel colloquio al Cardinale Francis George: «Lo credo anch’io che il successore del successore di Vostra Eminenza morirà martire, ma attraverso una nuova forma di martirio che oggi, noi, non possiamo forse neppure immaginare, perché questa nuova forma di martirio sarà la totale indifferenza. Pertanto, il potere che regolerà la vita degli Stati e delle società civili, userà verso di noi la stessa identica indifferenza che oggi, gli uomini di potere della nostra Chiesa decadente, stanno usando verso tutte le voci profetiche che continuano a vivere ed a parlare al suo interno». E detto questo precisai: «Il Demonio, essendo intelligenza allo stato puro, non è uno sprovveduto. Nel corso degli ultimi venti secoli di storia ha imparata molto bene la lezione, quindi sa benissimo che il sangue dei martiri ha sempre purificata, rivitalizzata e di conseguenza santificata la Chiesa. E lui non può certo permettere che la Chiesa di Cristo sia purificata, rivitalizzata e soprattutto santificata. Sicché cos’ha fatto, questa autentica essenza di intelligenza tal è il Demonio? Prima, ha seminato e favorito lo sviluppo della massima indifferenza tra le nostre sempre più miserevoli autorità ecclesiastiche, dopodiché le ha ridotte a vivere e ad agire in uno spirito di totale accidia omissiva, affinché questa indifferenza distruttiva potesse colpirci prima dall’interno, poi dall’esterno».

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Forse, per meglio illustrare il tutto, può essere utile il ricorso ad altri esempi chiarificatori: andando a leggere certi miei scritti, capita di trovare in diversi di essi delle vere e proprie denunce costruite su accuse circostanziate, basate su gravi fatti non passibili di smentita. Parole dure e severe che ho vergato nero su bianco non certo ispirandomi agli umori di me stesso, ma allo stile degli antichi profeti ed allo stile del precursore San Giovanni Battista. Numerosi gli scritti nei quali più volte ho ad esempio indicato che persone altamente problematiche, poiché gravate di problemi morali e dottrinali molto seri ed imbarazzanti per la società ecclesiale ed ecclesiastica, sono stati pur malgrado posti ‒ grazie alla protezione di soggetti in autorità a loro volta gravati da problemi di natura morale e dottrinale ‒ in ruoli di pericoloso rilievo, con tutto ciò che può derivarne a livelli di mala gestione delle strutture ecclesiastiche e pastorali, ed a livello di scandali pubblici. Ebbene, dinanzi a scritti così severi, il minimo che avrebbe dovuto capitare sarebbe stata una mia pronta convocazione da parte della competente Autorità Ecclesiastica. Io non sono infatti né un giornalista né un opinion-maker, sono un presbitero ed un teologo soggetto in tutto e per tutto all’Autorità Ecclesiastica. E a questa Autorità non sono soggetto per “contratto di lavoro a tempo indeterminato”, ma per Sacramento di grazia, oltre che per obbedienza. E un presbìtero che in un suo pubblico scritto spiega che l’attuale Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede è stato promotore e protettore di quel giovane monsignore che giunto ai vertici di quel delicato dicastero si è poi dichiarato gay ed oggi vive gioiosamente sposato in Spagna col suo amato compagno, come minimo lo si chiama e, in tono semmai anche severo, gli si chiede: «Come ti sei permesso di lanciare una simile accusa al Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede?» [vedere articolo QUI]. E, una volta fatto questo, semmai lo si chiama di nuovo chiedendogli: «Come ti sei permesso, di scrivere in un altro tuo articolo di fuoco, che l’attuale Vicario Generale di Sua Santità per la Diocesi di Roma, ha piazzato in una delle parrocchie storiche del centro un prete che in una antica e prestigiosa basilica romana era già noto a tutte le Autorità Ecclesiastiche perché foraggiava a botte di soldi un giro di giovani marchettari romeni? [vedere articolo QUI]. Insomma, se le Autorità ecclesiastiche, pur di fronte ad un fatto noto e acclarato, hanno deciso di far finta di niente, vuoi sollevare questioni propri tu, che non sei niente e nessuno?». E se in quelle mie affermazioni, indubbiamente gravi, anzi gravissime, vi fosse stata anche una sola e minima alterazione della realtà dei fatti, ecco che in quel caso, l’Autorità Ecclesiastica, avrebbe dovuto farmi veramente pentire di tutti i miei peccati attraverso le più severe sanzioni canoniche.

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Qualche ecclesiastico cosiddetto esperto, a questi miei quesiti retorici ha risposto dicendomi più volte: «Scordati, che facciano mai nulla di simile, perché sarebbe dare importanza a ciò che scrivi, cosa che non faranno mai, perché per loro, tanto più griderai “al disastro” e tanto più li accuserai di distruggere la Chiesa, tanto più ti ignoreranno, perché per loro non meriti alcuna attenzione».

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Ebbene, premesso che nella Chiesa della misericordia ossessivo-compulsiva non voglio alcuna attenzione e neppure desidero che chicchessia mi conceda considerazione, forse a questo punto è bene chiarire anzitutto che io non sono affatto un prete incattivito che scrive su un blog letto dal sacrestano, dalle due o tre signore che la sera recitano il Santo Rosario in Chiesa e dal barista del bar che si trova nella piazza di fronte alla casa canonica. Perché i soloni della Santa Sede che si occupano di comunicazioni sociali, possono appurare in qualsiasi momento che la rivista telematica L’Isola di Patmos è molto più seguita, ed ha un numero di visite di gran lunga molto superiore di quante invece non ne abbia l’edizione italiana de L’Osservatore Romano, il quotidiano della Conferenza Episcopale Italiana Avvenire, il settimanale Famiglia Cristiana e via dicendo a seguire. Pertanto, il principio clerical-accidioso del «Non diamogli importanza», non regge proprio. E non parliamo di quante e quante volte, non solo in Italia ma anche e soprattutto il giro per il mondo, insigni teologi e prelati hanno fatte proprie ed elaborate certe analisi fatte dai Padri de L’Isola di Patmos, che lungi dall’aver costituito un blog casalingo ‒ posto che la nostra è una rivista ‒, godono nei concreti fatti di tutta quella autorevolezza di cui invece non godono, agli occhi dei Christi fideles, certi cardinaloni e vescovoni all’avanguardia; il tutto, ovviamente, sempre stando ai dati di fatto, rigorosamente provabili e documentabili. Pertanto, la realtà e la verità, è tutt’altra: poniamo che qualcuno mi rimproveri dicendo per esempio che la mia forma di esprimermi, per la sua durezza ed il suo spirito di denuncia, non è accettabile. A quel punto, l’Autorità Ecclesiastica, si sentirebbe rispondere da me: «Premesso che chiedo perdono seduta stante per la forma, per lo spirito duro, per lo spirito di denuncia; e premesso altresì che nei modi e nelle forme che voi mi indicherete, provvederò a estendere questa richiesta di perdono in pubblico, affinché sia letta da decine di migliaia di lettori in un solo giorno, una volta chiarita però la forma, per quanto invece riguarda la sostanza, che cosa mi dite? O per meglio intendersi: è vero che l’attuale Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede ha portato avanti nella carriera ed ha protetto un soggetto che ha finito col dare nella Chiesa uno dei più clamorosi scandali dell’ultimo secolo? Perché questo fatto, io non lo ipotizzo, ve lo documento. E, detto questo, proseguirei dicendo: a parte la forma, per la quale posso chiedere scusa non una ma mille volte, ma del Vicario Generale di Sua Santità, che piazza in una delle più prestigiose parrocchie del centro di Roma un prete psicologicamente instabile che fotografava a pagamento i ragazzi nudi sotto la doccia presso la domus presbyterorum di una antica basilica romana, collezionando poi questi servizi fotografici “artistici” … ebbene, a parte la forma, per quanto invece riguarda la concreta sostanza, che cosa mi dite? Perché a parte la mia recriminata forma, resta il fatto che l’attuale Vicario Generale di Sua Santità, delle bravate di questo prete, era perfettamente al corrente, come lo erano e come lo sono tutti i monsignorini omertosi che tutt’oggi lavorano al Vicariato di Roma e che con la loro pura e semplice vigliaccheria, consentono il perpetrarsi di certi abominî, perché nessun topolino entrato dentro la forma del formaggio, gradisce esser sbattuto fuori da essa».

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La verità, non è che mi ignorano, ma che hanno semplicemente paura, perché un qualsiasi eventuale richiamo, comporterebbe prima il confronto privato, poi, qualora fossi assoggettato a qualsiasi genere di arbitraria ingiustizia ‒ all’interno di questa Chiesa all’apice della misericordia staliniana nella quale per logica conseguenza il diritto non esiste più ‒, il confronto privato dal quale fosse eventualmente nata una arbitraria ingiustizia verrebbe reso rigorosamente pubblico, sempre premesso che a leggermi non sono il sacrestano, le tre vecchiette che recitano il Santo Rosario in chiesa ed il barista del bar di fronte alla casa canonica.

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Mentre scrivevo questo lungo testo, ho ripercorso la storia di uno dei dittatori tra i più sanguinari dell’epoca moderna, che non è Adolf Hitler, come tutti pensano, ma Stalin. I morti, si misurano infatti in numeri, posto che i numeri dei morti assassinati sono sempre tanti, sono sempre troppi. Quindi non esistono numeri che pesano di più, come per esempio gli ebrei trucidati dal regime nazista, i quali ammontano a circa oltre cinque milioni, rispetto agli oltre venti milioni di russi trucidati da Stalin, che sulla bilancia degli storici orrori non possono certo pesare di meno per il semplice fatto che non erano ebrei. I morti trucidati pesano infatti tutti allo stesso modo, ed il loro sangue sparso grida ugualmente “vendetta al cospetto di Dio”, per usare questa antica espressione biblica, che siano essi israeliti o che siano ex sudditi del Grande Zar di Russia finiti sotto le fauci del Grande Macellaio Stalin.

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Scrivendo questo articolo ho ripensato a Stalin perché mai e poi mai, un ventennio fa, avrei immaginato che le sorti della Chiesa sarebbero finite col risultar simili a quelle del vecchio regime sovietico. Se infatti analizziamo bene i dati di fatto storici, scopriremo che l’inesorabile decadimento dell’Unione Sovietica comincia a prendere vita attorno al 1954/1955, uno due anni dopo la morte del grande e sanguinario dittatore. È sbagliato dire che il Comunismo Sovietico è caduto improvvisamente nel 1989, perché la sua caduta era in verità cominciata un trentennio prima. Proprio come la Chiesa Cattolica, che non sta cadendo oggi, all’improvviso, perché la gestazione di questa cronaca di una morte annunciata, è cominciata quarant’anni fa, nella stagione del post-concilio, seguendo tutti gli schemi tipici di quelle rivoluzioni passionali e romantiche dalle quali sono sempre nate le dittature peggiori, a partire dalla Rivoluzione Francese col suo periodo del terrore dal quale nasce poi la stagione inaugurata da quel grande guerrafondaio di Napoleone Bonaparte. E così come i giovani contestatori del Sessantotto gridavano «Pace e Amore» con le spranghe di ferro in mano, lanciando sassi alla polizia e bombe molotov tra un grido d’amore e l’altro, oggi nella Chiesa, i dittatori nati nella stagione del post-concilio, menano sprangate sulle ginocchia e spezzano le gambe a chiunque dissenta dinanzi alla grande Rivoluzione della Misericordia.

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Il fatto poi che il termine «rivoluzione» e «rivoluzionario» sia del tutto incompatibile con l’essenza stessa del Cristianesimo, o che definire il Verbo di Dio, Cristo Signore, come «rivoluzionario», rasenti invero la blasfemia, questo lo spiegherò in dettaglio in un alto scritto successivo, perché non posso aprire adesso un tema nel tema, tanto più in una conclusione finale.

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In questo mio scritto ho fatto riferimento anche ai delinquenti, ovviamente in senso puramente figurato, non in senso criminale e penalistico, riferendomi più volte ai grandi delinquenti che stanno massacrando il poco che ormai resta della Chiesa Cattolica. Non posso per ciò concludere senza aver fatto perlomeno il nome di uno tra i più illustri delinquenti figurati, sempre ribadendo che il lemma “delinquente” e “delinquenza” va inteso solo ed esclusivamente come sinonimo di disonestà intellettuale. Il delinquente intellettuale in questione è il sempre più onnipotente Alberto Melloni, grande leader della Scuola di Bologna e grande piazzatore diretto o indiretto di vescovi disastrosi. Per capire la delinquenzialità intellettuale di siffatto soggetto, a parte i suoi simposi presso le Logge Massoniche e amenità di vario genere [cf. QUI, pag. 6-9], basti solo leggere, dalle colonne del Corriere della Sera, in quale modo sprezzante e aggressivo egli commenta la profezia, oserei dire quasi ovvia, fatta dal Cardinale Francis George nel 2012 [articolo leggibile QUI], sino ad accusarlo di omofobia. E la omofobia, diversamente dalla mia recriminata delinquenza intellettuale, che è una pura figura retorica, è invece considerata un vero e proprio reato dalle leggi penali di diversi Paesi del mondo.

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Ecco, Alberto Melloni, tra i delinquenti intellettuali che si librano attorno al Romano Pontefice come degli avvoltoi sulla carcassa della Chiesa, è uno tra i più quotati. E con questo, ho detto e concluso tutto, sia riguardo agli avvoltoi, sia riguardo a chi, imperterrito, se li tiene attorno, in questa Chiesa auto-distruttiva della misericordia ossessivo-compulsiva, ridotta ormai ad una pantomima del paradiso del proletariato di Stalin.

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Forse un giorno, quando sarò vicino agli ottant’anni, vestito in modesti abiti civili, perché tutto ciò che ricorda vecchi simboli religiosi, anche nel vestiario stesso, non sarà consentito nelle strade di una società ormai completamente multi etnica, multi razziale, ma soprattutto liberata dall’immagine e dal ricordo di Dio, accompagnato da un paio di eroici candidati agli ordini sacri, che seguirò personalmente, perché non esisteranno più certe strutture ecclesiastiche, inclusi i seminari, passeggiando per Roma indicherò loro grandi e prestigiose strutture alberghiere, sedi di grandi società, musei, centri di esposizione d’arte, sale da concerto, teatri e via dicendo a seguire, che una volta erano le nostre grandi strutture religiose. E narrerò a loro che, nella mia età giovanile, io ho anche conosciuto e frequentato molti di quegli ambienti. E passando davanti agli stabili di quelle che furono le grandi università pontificie, nelle quali si troveranno le sedi di strutture accademiche dove si studierà l’ermeneutica delle vecchie religioni, patrocinate dal grande centro della cultura religiosa mondiale finanziato e dipendente da un apposito dipartimento delle Nazioni Unite, narrerò loro che in quegli stabili, una volta, insegnavano i nostri più “grandi” teologi, quelli ai quali si deve questa grande «caduta dell’impero» [vedere precedente articolo, QUI]. E se i due eroici candidati si rivolgeranno a me, loro vecchio vescovo, dicendomi: «Paternità, devono essere stati, quelli, dei tempi veramente belli». Io risponderò loro: «No, figlioli cari, erano tempi non solo brutti, ma terribili, nei quali una gerarchia ecclesiastica decadente si era ridotta a vivere di potere per il potere, avulsa dal reale, paralizzata nel tutto e subito, incapace di ogni prospettiva escatologica futura». E dirò loro: «Questi che stiamo vivendo adesso, sono i tempi veramente belli, perché sono i tempi di una lenta, dolorosa e lunga rinascita».

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È in questa situazione, che si potrà realizzare ciò al quale ci esorta il Beato Apostolo Paolo: «[…] se uno aspira all’episcopato, desidera un nobile lavoro» [I Tm 1, 2-3]. E sarà un «nobile lavoro» quando l’episcopato, svuotato di ogni potere e prestigio mondano, potrà essere vissuto solo ed esclusivamente a lode e gloria di Dio. E sarà in questa futura piccola, emarginata e dispersa Chiesa che forse, nella mia vecchiaia, diventerò vescovo per davvero, affinché al drammatico interrogativo «Ma quando il Figlio dell’uomo tornerà troverà ancora fede sulla terra?» [Lc 18, 1-8], un piccolo gruppo di cristiani possa rispondere: sì, nostro Signore e nostro Dio, abbiamo mantenuta accesa la lampada della fede sino al Tuo ritorno, senza mai avere perduto la consapevole speranza che a Te è sufficiente anche una piccola fiammella. E sulla base di questa consapevolezza, sono rimaste sempre accese in noi la fede e la carità.

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Dall’Isola di Patmos, 15 novembre 2017

Sant’Alberto Magno, vescovo e dottore della Chiesa

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[1] NdR. “Pidocchio risalito”, in inglese new riches o new money, persona di origini sociali povere che riesce a elevarsi con i suoi sforzi o facendo uso di un particolare talento, ma che finisce col diventare l’incarnazione della superbia e della volgarità più arrogante.

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2017/04/padre-Aiel-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Ariel https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Ariel2017-11-16 18:13:032021-02-25 22:05:53Padre Ariel S. Levi di Gualdo nominato alla sede arcivescovile di Napoli. Il sommo Pontefice Francesco è rimasto commosso dalla sua meditazione: «I poveri e la povertà sono il volto del Corpo mistico di Cristo»

Cresce il numero di sacerdoti e teologi che mettono in guardia il Sommo Pontefice dai suoi falsi amici, anche correndo tutti i rischi del caso, come Padre Thomas G. Weinandy

3 Novembre 2017/4 Commenti/in Attualità/da Padre Giovanni

CRESCE IL NUMERO DI SACERDOTI E TEOLOGI CHE METTONO IN GUARDIA IL SOMMO PONTEFICE DAI SUOI FALSI AMICI, ANCHE CORRENDO TUTTI I RISCHI DEL CASO, COME PADRE THOMAS G. WEINANDY

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«Santità […] Lo Spirito Santo è dato alla Chiesa, e in particolare a lei, per sconfiggere l’errore, non per favorirlo. Inoltre, solo dove c’è verità può esserci amore autentico, perché la verità è la luce che rende liberi uomini e donne dalla cecità del peccato, un’oscurità che uccide la vita dell’anima»

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Autore
Giovanni Cavalcoli, O.P.

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PDF  articolo formato stampa 

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Mi percuota il giusto e mi rimproveri; ma l’olio del peccatore non profumi il mio capo.

Sal 140,6

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il teologo statunitense Padre Thomas G. Weinandy, dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini

Ci hanno inviato da Washington una lettera di Padre Thomas G. Weinandy, Sacerdote e Frate Cappuccino. Questo confratello sacerdote e collega teologo è membro della Commissione Teologica Internazionale dal 2014. Il testo della sua lettera è riportato nella traduzione italiana dal vaticanista Sandro Magister, al quale rimandiamo [vedere testo della lettera QUI].

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Non commenterò questa lettera pacata e moderata nelle critiche, degna come tale di un autentico uomo di Dio; perché la sua chiarezza parla da sé, senza bisogno di note interpretative. Prendo invece atto che oltre oceano, un sacerdote e teologo, esprime argomentazioni che Padre Ariel S. Levi di Gualdo scrive e porta avanti da anni, per esempio indicando [lo ha fatto anche di recente assieme a me, vedere QUI], che «oggi, il grande problema, è costituito dall’episcopato». Ecco perché queste parole dirette al Pontefice regnante da questo nostro confratello statunitense mi sono suonate subito familiari, scrive infatti Padre Thomas G. Weinandy:

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«[…] i fedeli cattolici possono essere solo sconcertati dalle sue nomine di certi vescovi, uomini che non solo appaiono aperti verso quanti hanno una visione contrapposta alla fede cristiana, ma addirittura li sostengono e difendono».

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Una espressione che si ritrova in molti scritti del Padre Ariel [cf. nostri articoli QUI, QUI,  QUI, QUI, ecc..].

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E che dire di questa frase di Padre Thomas G. Weinandy:

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«[…] il suo pontificato ha dato a coloro che sostengono punti di vista teologici e pastorali rovinosi la licenza e la sicurezza di uscire in piena luce e di esibire la loro oscurità precedentemente nascosta».

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Sembra di leggere l’articolo nel quale Padre Ariel spiega che il Pontefice regnante, come il «pifferaio magico di Hamelin», ha un grande merito: «Avere fatto venire allo scoperto tutti i topi sino a poco prima nascosti» [cf. QUI]. 

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Se qualcuno mi avesse riportate frasi di questo genere e chiesto di individuare l’autore, sicuramente avrei risposto che si trattava di frasi estrapolate dagli scritti del Padre Ariel.

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Nel testo del Padre Thomas G. Weinandy affiorano varie argomentazioni da me espresse in diversi miei articoli, per esempio laddove scrive:

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«Lo Spirito Santo è dato alla Chiesa, e in particolare a lei, per sconfiggere l’errore, non per favorirlo. Inoltre, solo dove c’è verità può esserci amore autentico, perché la verità è la luce che rende liberi uomini e donne dalla cecità del peccato, un’oscurità che uccide la vita dell’anima».

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E ancora prosegue scrivendo:

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«Ma lei ha notato che la maggioranza dei vescovi di ​​tutto il mondo stanno fin troppo in silenzio? Perché è così?».

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Le similitudini tra noi e questo confratello sacerdote d’oltre oceano, sono tante è tali che mi sento quasi in dovere, a nome mio e del Padre Ariel, di informare i nostri numerosi Lettori che ci seguono da varie parti del mondo — diversi dei quali si sono affrettati a indicarci se eravamo in contatto con questo teologo cappuccino —, che non abbiamo mai avuto contatti con l’Autore di questa lettera e che tutto questo è frutto di pura casualità dovuta ad un modo per certi versi simile di analizzare alcuni gravi problemi intra-ecclesiali [vedere nostri articoli QUI, QUI, QUI].

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Il testo del Padre Thomas G. Weinandy parla da sé. Ciò che posso fare è di offrire ai nostri Lettori una riflessione sui nemici del Sommo Pontefice, i peggiori dei quali non sono coloro che lo criticano, spesso in modo anche duro, con stili e argomenti a volte giusti od a volte del tutto sbagliati; i peggiori sono coloro che lo lodano e che tentano di usarlo per imporre la loro personale dittatura all’interno della Chiesa.

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Che cosa è l’inimicizia

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Per trattare questo argomento occorre premettere alcune considerazioni sulla inimicizia in generale. Nemico è uno che, in disaccordo con un altro, gli vuole del male. Esiste un’inimicizia giusta e un’inimicizia ingiusta. La prima è l’essere nemici di una persona malvagia. Tuttavia, il male che gli si vuole, non è odio, ma una giusta pena. La seconda, è l’esser nemici di una persona buona. In questo caso, il nemico, è un odiatore.

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Un’inimicizia è giusta o ingiusta in base al motivo che la causa. Per quanto riguarda dunque il motivo, un’inimicizia può essere motivata o immotivata. È motivata, se si basa su di una buona ragione, ossia la costatazione della reale malvagità dell’altro. Si ha allora un’inimicizia giusta o giustificata. È immotivata, se basata su di una falsa ragione, ossia una malvagità non vera, ma supposta o apparente, sicché il nemico non è mosso da giustizia, ma da odio. Da qui nasce un’inimicizia ingiusta.

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Occorre considerare che il motivo dell’inimicizia può mettere in gioco o solo motivi umani oppure motivi che riguardano la fede. Nel primo caso, si è nemici o per amore della ragione o in odio alla ragione. Nel secondo, o per amore della fede o in odio alla fede. È giusto l’esser nemico per amore o della ragione o della fede, in nome della giustizia o in nome della carità. È invece ingiusta e peccaminosa l’inimicizia in odio o della ragione o della giustizia o della fede o della carità.

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Il concetto dell’amicizia e dell’inimicizia gioca un ruolo fondamentale nell’etica biblica. Nell’Antico Testamento il giusto è l’ «amico di Dio». Il demonio è il «Satàn», che significa il nemico, l’avversario. La prospettiva della salvezza e santità che ci offre Cristo, è diventare suoi «amici» [Gv 15,15]. E San Tommaso d’Aquino, basandosi appunto su questo passo di Giovanni, interpreta l’essenza della carità tra Dio e l’uomo con la categoria dell’amicizia, che implica l’idea di comunione tra i due amanti [Summa Theologiae, II-II, q.23, a.1].

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Tutta la dinamica della vita cristiana si risolve dunque in un’alternativa tra l’essere amici o nemici di Cristo: «chi non è con me, è contro  di me» [Mt 12,30]. Da qui viene che, essendo il Papa Vicario di Cristo, l’essere col Papa o contro il Papa non è indifferente per la salvezza. Naturalmente qui non si tratta dell’essergli amico o nemico per motivi umani, ma in relazione a Cristo.

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Una terza considerazione: un’inimicizia può essere solo apparente, ma può nascondere una reale amicizia. È proprio perché vogliamo bene all’amico, che può capitare che lo rimproveriamo o lo avversiamo, al fine di correggerlo, dandogli forse l’impressione di essergli nemici. Se infatti l’amico, per orgoglio, è attaccato al difetto che gli rimproveriamo, la prenderà male e penserà che gli siamo nemici, ed a volte, purtroppo, tenderà anche a comportarsi di conseguenza, ossia a trattarci da nemici.

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Così similmente un’amicizia può essere falsa, ossia può nascondere una reale inimicizia. Il falso amico è un simulatore che blandisce i difetti dell’altro come fossero virtù, evidentemente non perché gli vuol  bene, ma per fini disonesti, come per esempio ottenere favori, per corromperlo o per strumentalizzarlo o per altri disonesti motivi. Può capitare peraltro che all’altro piaccia essere amato in questo modo falso per disonesti motivi simili, sicché nasce tra di loro un legame disonesto da ambo le parti.

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Come regolarsi quando si tratta di giudicare un Pontefice?

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Padre Thomas G. Weinandy ce ne ha dato equilibrato esempio concreto, su come regolarsi quando si tratta di giudicare un Pontefice. Infatti, Nel caso del Romano Pontefice, bisogna aggiungere alcune distinzioni. Che vuol dire essere amico o nemico del Romano Pontefice? Quello del Romano Pontefice è infatti un caso specialissimo. Certo, nulla gli impedisce di coltivare virtuosamente o meno virtuosamente amicizie in senso umano e nulla può impedire che egli sia amato o avversato per motivi semplicemente umani, magari non sempre onesti. Può avere amici, che in realtà sono nemici; e può avere amici che sembrano nemici. Egli stesso può faticare e sbagliare nel discernimento. Qui certamente non ha il carisma di Pietro.

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Il Romano Pontefice può essere avvertito, consigliato, messo in guardia da veri amici, che però, se egli non comprende il loro intento, possono dargli fastidio. Anche lui, su questo piano, può non esser corretto e prudente nelle amicizie ed essere vittima involontaria o consenziente di amicizie discutibili per non dire false e dannose. E quindi può meritar rimproveri e avvertimenti. Dobbiamo infatti tener presente che ogni Pontefice è simultaneamente ed inscindibilmente il Romano Pontefice, ed il legittimo Pontefice è questo Romano Pontefice. Bisogna cioè distinguere il Pontefice in quanto Pontefice, maestro infallibile della verità evangelica e il Pontefice in quanto uomo, peccatore o santo, fallibile, redento da Cristo, con pregi e difetti psicologici, intellettuali, morali e culturali.

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Ma la vera e santa amicizia nei confronti del Pontefice, amicizia salvifica, non può non essere quella soprannaturale, di carità, basata sulla fede, che gli viene dai cattolici. Ed egli stesso, come Successore del Prìncipe degli Apostoli, non può non sentire un’amicizia privilegiata con i fedeli cattolici, anche se ad essi non è proibito correggerlo nella condotta morale. Falsa invece è l’amicizia di coloro che vorrebbero correggerlo nella dottrina.

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Egli dunque è tenuto ad amare di più i cattolici che sono in piena comunione con lui, soprattutto se virtuosi, anziché chi non è in piena comunione con la Chiesa, come per esempio i protestanti, i modernisti, i lefebvriani, o che addirittura è fuori, come per esempio gli ebrei ed i musulmani, o che a lui è contro, come i massoni o i comunisti. Invece, purtroppo qui si notano nel Romano Pontefice delle parzialità. Fa eccessive lodi e mostra familiarità indiscreta con chi dovrebbe andare più cauto e tenere a distanza, facendogli sempre più spesso grandi smancerie, ed al tempo stesso non esita a lesinare freddezza, durezza o scortesia con certi cattolici, anche di alto rango, magari conservatori, ma tutto sommato ortodossi e amanti del Vicario di Cristo in terra, solo perché si permettono di fargli qualche osservazione o di sollevare qualche dubbio.

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Come pure è falsa l’amicizia per il Romano Pontefice di quei cattolici che si allontanano dalla sana dottrina, della quale il Romano Pontefice è il sommo custode. Egli, da parte sua, è purtroppo trascurato in questo suo supremo ufficio e sembra troppo benevolo o accondiscendente verso costoro, che sono abilissimi simulatori, tanto che presso i modernisti si sono fatti la fama di “amici del Papa”, mentre i ”nemici” sarebbero coloro che lo richiamano al suo dovere di custode della sana dottrina. E su ciò, purtroppo, egli non interviene a rettificare, sia restando insensibile alle suppliche, sia permettendo che questa calunnia abbia credito, e sia anzi trattando con durezza chi giustamente e rispettosamente lo redarguisce, quasi gli sia nemico, mentre in realtà è vero suddito e devoto, che non desidera altro che il Romano Pontefice faccia il Romano Pontefice.

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Falsi amici e apparenti nemici

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È vero però che ci sono falsi amici che assomigliano ai farisei, cattolici che riconoscono l’ufficio petrino, al contrario degli ”amici” modernisti, che fingono di accettarlo, ma in realtà lo negano, perché sono dei cripto-luterani. Questi ultimi, cosiddetti “amici” o sedicenti tali, dogmatizzano infatti certe parole e certi gesti incauti e discutibili del Pontefice regnante come fossero interventi divini e per converso negano tranquillamente i dogmi della fede cattolica come fossero miti antiquati o stravolgono in senso modernista le dottrine del Concilio Vaticano II. Mettono in discussione l’insegnamento dogmatico del Sommo Pontefice e prendono i suoi sbagli e le sue imprudenze come oro colato, come alte profezie e valori indiscutibili e non negoziabili, sicché, toccati nel vivo, giudicano con disprezzo ”nemici del Papa” coloro che scoprono i loro altarini e non fanno altro che esercitare nella Chiesa il legittimo dissenso.

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Ma bisogna pur riconoscere l’azione nefasta dei suddetti cattolici farisaici che, in nome di un falso concetto della Tradizione e considerando “moderniste” le dottrine del Concilio, sono purtroppo animati nei confronti del Sommo Pontefice da uno zelo occhiuto ed amaro, inquisitoriale e saccente, privi di comprensione e carità e sempre interpretando in male tutto quello che egli fa, sempre lanciati nella ricerca di ogni suo passo falso vero o presunto e mai attenti alla sue virtù e buone qualità. Essi colgono bensì alcuni suoi difetti morali, ma poi passano il limite accusandolo di eresia, cosa gravemente calunniosa ed inammissibile per un cattolico e che lasciamo piuttosto a Lutero, anche se è vero che il Pontefice regnante ogni tanto scrive o si lascia scappare qualche frase, che potrebbe essere interpretata in quel senso, ma che si chiarisce con un’opportuna esegesi. Difetto però del Pontefice regnante — cosa che bisogna riconoscerlo con dispiacere —, è quello dell’imprudenza e quasi della doppiezza nell’esprimersi, senza rettificare o confutare le cattive interpretazioni.

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Questi cattolici piantagrane e retrivi, onde avere una scappatoia per rifiutare come errato il Magistero ordinario del Sommo Pontefice, sostengono che l’infallibilità pontificia è limitata alle sole definizioni solenni di nuovi dogmi, cosa che avviene rarissimamente. Per cui, per rendere ossequio alle omelie che il Pontefice regnante fa presso la Domus Sanctae Marthae, e per ritenerle non falsificabili, si direbbe che essi vogliano porre come condizione che ogni volta che le pronuncia egli le dichiari ipso facto verità di fede definita.

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Come si ama il Successore di Pietro? Anzitutto dicendogli sempre la verità, specie quella scomoda

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Che vuol dire allora amare il Successore di Pietro? Come possiamo essergli amici? Rispondiamo che occorre amare il Romano Pontefice in quanto Romano Pontefice, quindi di un’amicizia soprannaturale, fondata sulla consapevolezza che egli è il Vicario di Cristo, senza escludere la possibilità di nutrire per lui anche una simpatia umana o al contrario senza escludere la liceità che non ci sia umanamente simpatico [cf rimando a un vecchio articolo del Padre Ariel QUI]. La prima amicizia è dovere di carità basato sulla fede nell’ufficio petrino; la seconda, se c’è, è un bene, né dipende da noi ottenerla, anche se non è male desiderarla; ma non è cosa essenziale per la salvezza, come invece lo è la prima. È chiaro peraltro che se siamo nemici del Romano Pontefice in quanto Romano Pontefice, come fece Lutero, rischiamo l’Inferno; ma lo rischiamo anche se gli siamo nemici personali, ossia come semplice uomo o fratello.

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Come e in che senso il Sommo Pontefice ci può essere amico? Che tipo di amicizia possiamo ricevere da lui o donargli? Certamente, l’amicizia è sempre una benevolenza disinteressata di predilezione o di preferenza nei confronti di coloro con i quali ci sentiamo spontaneamente e particolarmente vicini, simili o affini; è un legame più stretto, più profondo e più gratificante di quello che è dato dal comune ed universale amore per il prossimo, obbligatorio per tutti. Invece l’essere amico non è un dovere che abbiamo verso tutti, ma solo con quelli con i quali abbiamo una affinità elettiva, come diceva Goethe, in ordine ad una maggior perfezione di vita. Il prossimo mi è comunque accanto senza che l’abbia scelto; invece le amicizie me le scelgo. Posso essere obbligato ad incontrare quel dato prossimo, ma nessuno può obbligarmi ad avere quel dato amico. Come però ci sono obblighi verso il prossimo, così ci sono obblighi verso l’amico e talvolta più stringenti.

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In tal senso è normale che il Sommo Pontefice abbia i suoi amici, mentre per noi non è esclusa la possibilità di diventare amici del Sommo Pontefice. Discorso simile va fatto per i nemici: sarebbe patologico che uno fosse nemico di tutti o sentisse tutti come suoi nemici. Ogni persona normale ha i suoi amici, anche se pochi. E il Sommo Pontefice, ovviamente, è tra queste. Se dunque parliamo di amici del Sommo Pontefice, intendiamo anzitutto quella cerchia limitata di persone, le quali, da un punto di vista umano o spirituale, per fortuiti eventi, si trovano ad essere predilette da lui, o si sentono in particolare sintonia con lui. In ciò non c’è nulla di male.

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Che differenza c’è tra l’essere nemico del Sommo Pontefice e l’avversarlo giustamente e legittimamente? Non qualunque opposizione o critica o disobbedienza al Sommo Pontefice è con ciò stesso mancanza di rispetto alla sua augusta persona di uomo e di Vicario di Cristo, ma può essere doveroso richiamo ai difetti o ai vizi dell’uomo o alle inadempienze del Vicario di Cristo. L’errore di Lutero non fu tanto quello di rimproverare al Romano Pontefice il suo fasto, il suo attaccamento al potere e alle ricchezze, e lo sfruttamento economico del popolo tedesco sotto pretesto di religione, ma fu quello di pretendere di correggerlo sul piano della dottrina e della morale. Un Pontefice che non accettasse osservazioni o appelli o suppliche o non ammettesse nessuna protesta o lamentela o di essere criticato, laddove è criticabile da veri amici e saggi e fidati consiglieri, mancherebbe di umiltà e sarebbe un tiranno, cosa molto incresciosa, oltre che danno suo e della Chiesa, cosa che avvilirebbe gravemente la dignità e il prestigio morale del Servus servorum Dei.

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Le contestazioni legittime

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L’odio è un cattivo consigliere. Le critiche livorose, anche se colgono nel segno, sono inefficaci od ottengono un effetto controproducente e fanno passare l’autore dalla parte del torto. Le correzioni vanno sempre fatte con amore, che però non esclude la severità e la combattività, perché a volte esse possono raggiungere quello che la mitezza non riesce a raggiungere. Chi parla a voce bassa non è udito dai sordi: bisogna alzar la voce. Gesù ha preso la frusta per cacciare i venditori dal tempio, perché non c’era altro mezzo.

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Santa Caterina da Siena, nello scrivere al Sommo Pontefice, lo intimorisce col ricordo delle sue tremende responsabilità. San Francesco di Sales diceva che si prendono più mosche con un cucchiaino di miele che con un barile d’aceto. È vero. Ma dipende anzitutto dalla circostanza, ed anche da che cosa vogliamo ottenere, perché si gusta molto meglio l’insalata dopo averla cosparsa con delle gocce di pregiato aceto balsamico di Modena, che non dopo avervi versato sopra del miele siciliano di Sortino, che pure è un miele di altissima qualità. Ma le contestazioni legittime possono essere fatte proprio perché si vuole bene al Sommo Pontefice e si vuole che il suo altissimo ufficio venga svolto bene, mentre i suoi falsi amici, che in realtà sono pericolosi nemici, si stracceranno le vesti contro i ”nemici del Papa”, perché vedono in pericolo la sedia episcopale ottenuta con tanta fatica per mezzo di molte incensazioni ai rahneriani e i favoritismi a loro concessi da un Papa ingenuo e manovrabile.

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Qui allora non si tratta di una pretesa presuntuosa di insegnare al Vicario di Cristo a guidare la Chiesa, ma è semplicemente il ricordargli ciò che egli stesso ci insegna sul suo ufficio di guida della Chiesa, sempre con la riserva di volergli essere sempre fiduciosamente sottomessi, anche se le sue direttive ci paiono a volte ingiuste.

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Certo, occorre modestia in queste opposizioni, perché, se è vero che lui può sbagliare, ancor di più possiamo sbagliare noi; e questa modestia l’ha dimostrata tutta quanta il Padre Thomas G. Weinandy attraverso la sua lettera amabile ed equilibrata. Certo non si possono escludere circostanze eccezionali nelle quali, per fatti gravi ed evidenti, abbiamo ragione contro il Sommo Pontefice. Allora occorrono molta parresia e coraggio profetico, pronti a subire  persecuzioni. Tali circostanze, però — si badi bene —devono riferirsi non al suo magistero dottrinale, ma alla sua condotta morale o pastorale o al governo della Chiesa. Perché nel primo caso, il Sommo Pontefice è infallibile, mentre nel secondo, può cadere sia in errore che in grave peccato. Nel primo caso, il Sommo Pontefice non può essere corretto, perché è solo lui che può correggere noi. Nel secondo caso, possiamo correggerlo noi, ma ancor più è lui che corregge noi.

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Varazze, 2 novembre 2017

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La grande Chiesa di Siracusa e la piccola Massoneria locale: storia di una fake news

30 Ottobre 2017/in Attualità, Tutte/da Padre Ariel

LA GRANDE CHIESA DI SIRACUSA E LA PICCOLA MASSONERIA LOCALE: STORIA DI UNA FAKE NEWS

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Per noi cattolici, la memorabile condanna lanciata dal Sommo Pontefice Leone XIII nella sua Enciclica Humanum genus del 1884, nella quale condanna il relativismo filosofico e morale della Massoneria, rimane, oggi più che mai, di grande attualità.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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PDF  articolo formato stampa

 

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La scritta sopra le navate della cattedrale di Siracusa: Ecclesia Syracusana prima Divi Petri filia et prima post Antiochenam Christo dicata [la Chiesa di Siracusa è prima figlia del Beato Apostolo Pietro e seconda dopo la Chiesa di Antiochia]

Entro in una questione non attinente i temi della nostra rivista, che non si occupa di attualità, ma solo di teologia ecclesiale e aggiornamento pastorale, anche se il fatto sul quale spenderò dei commenti riguarda un fatto di carattere ecclesiastico.

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Partiamo da un dato: il titolo dato non rende l’idea, perché quella di Siracusa non è solo una grande Chiesa resa tale dal suo essere antica, è una Chiesa gloriosa. Chi entra nella sua cattedrale metropolitana rimane colpito dalle colonne che reggono le due file di navate, si tratta delle colonne dell’antico tempio dorico dedicato ad Atena, risalente al VII secolo a.C. Sopra le colonne di queste navate troneggia la scritta: «Ecclesia Syracusana prima Divi Petri filia et prima post Antiochenam Christo dicata».

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La scritta sopra le navate della cattedrale di Siracusa

Chiesa di fondazione apostolica, Siracusa è «la prima figlia del Beato Apostolo Pietro e seconda dopo la Chiesa di Antiochia», come indica quella vetusta scritta latina sopra le navate. Il Beato Apostolo vi mandò infatti il Vescovo Marziano ad erigerla e, pochi anni dopo, fu visitata dal Beato Apostolo Paolo durante un viaggio apostolico documentato in Atti degli Apostoli: «Approdammo a Siracusa, dove rimanemmo tre giorni» [At 28,13]. Con la locale comunità cristiana il Beato Apostolo si intrattenne presso le catacombe dedicate in seguito a San Giovanni Evangelista, che per inciso sono più antiche delle catacombe di Roma.

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Siracusa, basilica paleocristiana di San Pietro, risalente agli inizi del IV secolo [vedere galleria, QUI]

Siracusa ha donato alla Chiesa una figura di particolare rilievo, se consideriamo che la Beata martire siracusana Lucia, assieme ad Agata, Agnese, Cecilia e Anastasia, sono le grandi martiri menzionate nel Canone Romano della Santa Messa. E mentre molte delle attuali grandi diocesi del centro e del nord del nostro Paese erano ancora lontane di secoli dall’essere erette, durante i primi concili e sinodi della Chiesa la firma del Vescovo di Siracusa compare nei documenti poco dopo quella del Vescovo di Roma. Tutt’oggi, nel cuore dell’antica città greca di Siracusa, che è l’isola di Ortigia [cf. QUI], è visitabile la basilica paleocristiana dedicata a San Pietro, una delle chiese più antiche d’Europa, edificata prima del Concilio celebrato a Nicea nell’anno 325 [vedere immagini e guida, QUI].

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Siracusa, basilica paleocristiana di San Pietro, risalente agli inizi del IV secolo [vedere galleria, QUI]

Ricordo con tenera commozione quando nell’ottobre del 2010, mentre si trovavano in soggiorno a Roma per vari incontri presso la Santa Sede, accompagnai due vescovi americani a visitare Siracusa, uno dei quali oggi cardinale. Negli sguardi di questi due uomini posti alla guida di due rispettive grandi diocesi, colsi più volte un senso di tremore e timore, o come mi disse uno dei due: «Negli Stati Uniti d’America noi consideriamo antica la mia arcidiocesi fondata nel lontano 1790, ma dinanzi a queste antiche pietre io mi sento veramente poco più che un vescovo-bambino ».

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Siracusa, Catacombe di San Giovanni, la cripta del protovescovo Marziano [ Antiochia, I sec. – Siracusa, inizi II secolo]

Su Siracusa ebbi a scrivere sulle pagine di un libro commemorativo della Nunziatura Apostolica in Italia, al quale collaborai per la parte storico-teologica; libro poi edito nel 2016 dalla Libreria Editrice Vaticana. E partendo proprio dall’antica Siracusa trattai la figura degli antichi apocrisari ― gli antenati degli attuali nunzi apostolici ― che si muovevano tra Oriente e Occidente. Ma soprattutto trattai storie risalenti alle remote epoche del V° e VIII° secolo legate ad un particolare istituto ecclesiastico: la Legazia di Sicilia, risalente all’anno 1098. Mi sono permessa questa menzione tra le righe solo perché un libro è un atto pubblico, ed in esso si trova riportato anche il mio nome di contributore, se invece si fosse trattato di “lavori d’ufficio”, me ne sarei ben guardato dal fare qualsiasi genere di menzione.

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locandina della conferenza promossa dal Grande Oriente d’Italia a Siracusa

Molto vi sarebbe da narrare, questa introduzione può però bastare per dare una meritata lezioncina ai diffusori di cosiddette fake news, od a coloro che su due righe od un solo titolo scrivono e diffondono per la rete notizie con lo stomaco anziché col cervello, se non peggio dando sentenze inappellabili.

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È infatti accaduto che a partire da questa mattina sono giunte alla redazione de L’Isola di Patmos numerose email dall’Italia e dall’estero scritte da persone che, gridando più o meno allo scandalo, domandano come sia possibile che a Siracusa venga promossa la Massoneria dalla Chiesa locale.

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S.E. Mons. Salvatore Pappalardo, Arcivescovo Metropolita di Siracusa, in una breve intervista nell’occasione della festa di Santa Lucia [cliccare sull’immagine per aprire il video]

La Chiesa di Siracusa è governata da S.E. Mons. Salvatore Pappalardo, 72 anni, uomo tutt’altro che sprovveduto, con alle spalle tutta l’esperienza del caso. Dopo avere lavorato da giovane sacerdote in una parrocchia di Catania, sua diocesi di origine, fu scelto come vicario generale diocesano. Nove anni dopo fu promosso alla sede vescovile di Nicosia, una piccola diocesi nella quale tutt’oggi è sempre vivo nella gente il suo ricordo di uomo amabile dotato di solarità mediterranea. Su di lui penso di potermi esprimere per diretta conoscenza, perché lo conosco da molti anni, apprezzandone quei tratti di cristiana umiltà spesso sconosciuti ad alcuni suoi pretini trendy, che dopo essere andati a Roma ed aver presa una cartina di tornasole detta dottorato, cominciano a pavoneggiarsi col flûte di Martini con l’oliva, tra un colloquio notturno e l’altro a Gerusalemme, guardandosi bene dall’imparare dal proprio vescovo la virtù dei veri pastori in cura d’anime, che è appunto quella dell’umiltà. Come però sappiamo, a mancar d’umiltà sono da sempre i mediocri che non accettano confronti e che fuori dal circondario del campanile attorno al quale si trova il loro fan club sono degli emeriti sconosciuti nell’ambito canonico, teologico e biblico, con buona pace delle loro cartine di tornasole imbevute di quantità d’acido direttamente proporzionato alla loro effettiva mancanza di scienza e sapienza.

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S.E. Mons. Salvatore Pappalardo, Arcivescovo Metropolita di Siracusa

Un uomo di esperienza pastorale, prudente e anche umile come l’attuale Arcivescovo Metropolita di Siracusa, non cadrebbe mai in un simile tranello, ed infatti non c’è caduto. Ciò che è realmente accaduto è semplicemente questo: quei quattro liberi professionisti e clinici più o meno tromboni che compongono una delle locali logge massoniche, hanno chiesto un confronto durante un convegno promosso dal Grande Oriente d’Italia. Poi, che i picciotti della Libera Muratoria abbiano stampato nella locandina dell’evento un Cristo col compasso, è una mancanza di buon gusto non imputabile certo all’Arcidiocesi, perché sul manifesto non c’è né lo stemma dell’Arcivescovo Metropolita né la dicitura “Col patrocinio dell’Arcidiocesi di Siracusa”. Pertanto, a chi chiede un confronto, la Chiesa offre da sempre confronto. E questo confronto sarà tenuto da un vescovo e da un presbìtero, entrambi teologi. A confrontarsi con gli esoteristi massoni saranno infatti S.E. Mons. Antonio Staglianò, Vescovo della diocesi suffraganea di Noto, che per l’occorrenza non si presenterà con la sua chitarra cantando un riadattamento di Edoardo Bennato: “Meno male, che adesso non c’è il massone” [cf. originale QUI], ed il Reverendo Prof. Maurizio Aliotta, presbitero siracusano e vicario generale emerito dell’arcidiocesi.

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un gruppo di cavalieri dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme, uno dei vari ordini cavallereschi cattolici che gode di ampie infiltrazioni da parte di aderenti alle logge massoniche

L’uno e l’altro metteranno sicuramente in luce perché, tra la Chiesa e la Massoneria, può esserci un confronto o uno scambio di opinioni divergenti, ma che l’appartenenza alla Massoneria rimane cosa incompatibile con l’appartenenza alla Chiesa Cattolica. E di questo, sia il vescovo sia il presbìtero, nella loro qualità di teologi ne spiegheranno di certo i motivi. E sarà una cosa molto utile e istruttiva, ribadire  questo. Sarà utile e istruttivo quando alle successive festività religiose, i Cavalieri di Malta ed i Cavalieri del Santo Sepolcro — non pochi dei quali dividono le loro serate tra le riunioni presso le Logge Massoniche e quelle presso le sedi di questi antichi Ordini Equestri Cattolici —, si presenteranno parati con i loro mantelli alle processioni di quei Santi e di quelle Sante sui quali gli esoteristi frammassoni ridono da sempre sopra con ironico spirito alla Voltaire.

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un gruppo di cavalieri dell’Ordine di Malta, uno degli ordini cavallereschi cattolici tra i più infiltrata da aderenti a logge massoniche

Spetterà poi al Vescovo di Noto, in sua qualità di teologo e soprattutto di membro del Collegio Episcopale, spiegare ai frammassoni che cercare di usare e abusare la figura del Sommo Pontefice Francesco I — come in recente passato è stato fatto a Roma dinanzi allo storico Alberto Melloni ed alla civettuola teologa femminista Marinella Perroni [cf. QUI, pag. 6-9] —, non è cosa possibile né fattibile, perché nel suo approccio verso la Massoneria, il Pontefice regnante non la pensa in modo diverso da come la pensavano il Beato Pontefice Pio IX ed il Sommo Pontefice Leone XIII, basti prendere atto di che cosa egli afferma riguardo ad essa [cf. QUI]. Non a caso, il Sommo Pontefice Francesco I, al Cardinale Raymond Leo Burke chiese con chiarezza di ripulire l’Ordine dei Cavalieri di Malta dalle infiltrazioni massoniche e dalla doppia appartenenza di certi sui membri all’Ordine ed alle Logge, ribadendo implicitamente che l’appartenenza alle Logge Massoniche è cosa incompatibile con l’appartenenza alla Chiesa Cattolica.

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il Beato Pontefice Pio IX [Senigallia 1792-Roma 1878]

Il richiamo fatto al Beato Pontefice Pio IX non è casuale, perché i massoni ed i liberali, molto prima di tentare di strumentalizzare il Sommo Pontefice Francesco I, tentarono di strumentalizzare questo suo predecessore al grido di: «Viva il Papa liberale!». Esattamente come oggi pensano di poterci gabbare gridando «Viva il Francesco “il rivoluzionario”».

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Dinanzi a quest’incontro non c’è da rimanere turbati, basta sapere le cose come stanno, senza fermarsi a due righe scritte su una locandina. In fondo, questa ennesima trovata massonica, si svolge nella terra dei gattopardi nella quale i preti, con i loro duemila anni di storia, tra tutti i gattopardi sono i più raffinati, ben più di quei ragazzini col grembiulino che giocano con le squadre ed i compassi, nati appena tre secoli fa e noti come Frammassoni. Ma alla prova dei fatti gli stessi di sempre, quelli che gridarono al Romano Pontefice Pio IX «Viva il Papa liberale», quelli che oggi vorrebbero gridare «Viva Francesco “il rivoluzionario”», parlando con prosopopea di una storia della Chiesa che non conoscono, di una teologia che ignorano, di un Concilio Vaticano II del quale hanno letto solo qualche articolo sui giornali radical chic, ma di cui ignorano la conoscenza dei fondamentali documenti. Questo è ciò che io stesso ho potuto appurare più volte parlando con dei massoni non di provincia, come nel caso in questione, ma con massoni ai più alti vertici della Massoneria internazionale. Una cosa è certa, per noi cattolici la memorabile condanna lanciata dal Sommo Pontefice Leone XIII nella sua Enciclica Humanum genus del 1884, contro il relativismo filosofico e morale della Massoneria, rimane oggi più che mai di grande attualità [vedere testo, QUI]. 

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il testo della Enciclica Humanum genus del Sommo Pontefice Leone XIII è leggibile QUI

Se c’è una pagina di storia che i giovani massoni di provincia non hanno capito riguardo la vecchia Chiesa Cattolica, è questa: quando Napoleone Bonaparte nel 1806 portava via prigioniero verso la Francia il Sommo Pontefice Pio VII, con la sua tipica arroganza disse al Cardinale Ercole Consalvi Segretario di Stato di Sua Santità: «In pochi anni, io avrò distrutto la Chiesa!». Ma il Cardinale, in modo molto sereno gli rispose: «No, Maestà! non ci siamo riusciti noi preti in diciassette secoli a distruggerla, non ci riuscirà neppure lei». E pochi anni dopo, il Bonaparte, era imprigionato a Sant’Elena, dove finì la propria vita, mentre il Sommo Pontefice Pio VII rientrò a Roma il 24 maggio del 1814 accolto dal popolo romano in festa al grido di «Viva Maria viva Pio VII !»

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Sono troppo esoterici, questi quattro giovani ragazzini in carriera aspiranti alla carica di primario ospedaliero, allo studio professionale più in vista della Città, alla corsa in politica … altro che “alti ideali massonici”! Sappiamo bene, quale lobby di affaristi sia da sempre la Massoneria e quali giri clientelari gestisca. Anche per questo ripeto: sono troppo esoterici, questi quattro giovani ragazzini, per imparare dallo storia della Chiesa che è antica di duemila anni, ma con la quale pensano ogni tanto di poter giocare, senza neppure sapere se il suo santo utero racchiuso nel proprio Corpo Mistico ha l’apertura orizzontale o verticale … 

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dall’Isola di Patmos, 29 ottobre 2017

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Le Catacombe di San Giovanni Evangelista a Siracusa

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Mentre i vescovi bastonano le pecore e dialogano con il lupo, lo Spirito Santo soffia in quel Popolo di Dio che salverà la Chiesa

29 Ottobre 2017/14 Commenti/in Attualità/da Redazione

MENTRE I VESCOVI BASTONANO LE PECORE E DIALOGANO CON IL LUPO, LO SPIRITO SANTO SOFFIA IN QUEL POPOLO DI DIO CHE SALVERÀ LA CHIESA 

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Come si può “correggere” in modo immediato e sollecito il Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti ― cosa del tutto legittima da parte di qualsiasi Romano Pontefice in cattedra ―, ma al tempo stesso soprassedere però sul numero due della Conferenza Episcopale Italiana che inneggia a Lutero in modo veramente blasfemo ad un simposio tenutosi presso la Pontificia Università Lateranense? Si è forse abolita la legge ecclesiastica, ed assieme ad essa anche il comune buon senso, per dare spazio sfrenato al puro arbitrio ed alla tirannide in nome del dialogo, della collegialità e soprattutto della misericordia?

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Autori
Giovanni Cavalcoli, O.P – Ariel S. Levi di Gualdo

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 PDF  articolo formato stampa

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Profetizza contro i pastori di Israele [Ez 34,2]

I tuoi pastori dormono [Na 3,18]

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raffigurazione dello Spirito Santo nella Arcibasilica di San Pietro

Dio guida normalmente la Chiesa per mezzo dei pastori, ma tuttavia, il suo intero Popolo possiede lo Spirito Santo. Se per ciò in questi momenti eccezionali i pastori non fanno il loro dovere, lo Spirito Santo illumina direttamente i fedeli, che facendo sempre riferimento al Magistero della Chiesa, conoscono ugualmente il sentiero della verità e i mezzi per mantenersi in esso, anche se molti pastori trascurano di indicarlo, di mettere in guardia contro deviazioni e pericoli, di riportare sulla buona strada chi ne è uscito o si fosse smarrito, di punire coloro che guidano fuori strada con l’inganno. Per non parlare dei pastori che, con la loro condotta riprovevole o le loro idee perverse, sono di ostacolo a chi vuol camminare per il giusto cammino. E in queste situazioni può accadere che il Supremo Pastore, Vicario di Cristo, la Pietra sulla quale Cristo vuole edificare la sua Chiesa [cf. Mt 16, 13-20], non sia in grado di controllare e di gestire convenientemente la comunità ecclesiale ed ecclesiastica.

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A distanza di pochi giorni l’uno dall’altro, si sono verificati due fatti emblematici, dinanzi ai quali, anche i più strenui difensori, coloro per i quali il Pontefice regnante è più perfetto di Cristo stesso [vedere precedente articolo, QUI], non possono non interrogarsi, se in loro sopravvive anche un solo barlume di lucidità analitica. I due fatti sono i seguenti: S.E. Mons. Nunzio Galantino, Segretario generale della Conferenza Episcopale italiana, ha empiamente sproloquiato che la “riforma” di Martin Lutero è stata «un dono dello Spirito Santo», mentre l’Eminentissimo Cardinale Robert Sarah, che è potuto giungere ai suoi attuali settantadue anni perché l’allora sanguinario dittatore della Guinea non fece in tempo ad ammazzarlo [cf. QUI], è stato smentito dal Sommo Pontefice per la questione riguardante la traduzione dei testi liturgici. Il fatto è riportato dalla rivista La Nuova Bussola Quotidiana [cf. QUI] che ha messo a disposizione anche il testo originale della lettera pontificia [cf. QUI]. L’agenzia di informazione Vatican Insider, limitandosi a riportare il fatto di cronaca, come fa in linea di massima proprio nella sua qualità di agenzia di informazione, offre a tal proposito un riassunto preciso del fatto [cf. QUI].

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Noi che non facciamo cronaca ma teologia ed ecclesiologia, ci addentriamo invece proprio nell’ambito delle interpretazioni socio-ecclesiali, perché questo è il nostro mestiere e la nostra missione. E il fatto a dir poco inquietante è questo: come si può “correggere” in modo immediato e sollecito il Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti ― cosa del tutto legittima da parte di qualsiasi Romano Pontefice in cattedra ―, ma al tempo stesso soprassedere però sul numero due della C.E.I che inneggia a Lutero in modo veramente blasfemo ad un simposio tenutosi presso la Pontificia Università Lateranense? [cf. nostro articolo QUI]. Si è forse abolita la legge ecclesiastica, ed assieme ad essa anche il comune buon senso, per dare spazio sfrenato al puro arbitrio ed alla tirannide in nome del dialogo, della collegialità e soprattutto della misericordia? Perché dinanzi a dati oggettivi come quello testé riportato, dire che siamo dinanzi ad un modo di agire pastorale squilibrato, è davvero un eufemismo. Ciò che infatti il Vescovo Nunzio Galantino ha enunciato, ed il contesto nel quale lo ha enunciato, rivelandosi anzitutto un autentico asino nell’ambito della teologia e della storia della Chiesa, avrebbe dovuto comportare come ovvia conseguenza la sua immediata rimozione dalla carica di Segretario generale della C.E.I. I primi a invocare la sua rimozione immediata, avrebbero dovuto essere i membri di questa Conferenza, se alla prova dei fatti non fossero dei coniglietti adagiati dentro quella tremolante conigliera chiamata appunto Conferenza Episcopale Italiana.

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Ecco perché quando non si può fare affidamento sulla guida e sulla protezione dei Pastori ai quali è affidato il Popolo di Dio, bisogna confidare che lo Spirito Santo illumini e guidi con altri mezzi e illuminazioni il Popolo di Dio. Infatti, il caso recente e scandaloso del Vescovo Nunzio Galantino apologeta di Lutero, è il sintomo impressionante e chiaro di una grave crisi di identità in atto nell’episcopato italiano. Chiunque voglia fare un giro a ritroso nell’archivio di questa nostra giovannea Isola di Patmos, potrà trovare decine di articoli, nei quali si parla della situazione ormai drammatica del nostro episcopato [tra i tanti vedere QUI, QUI, ecc ..]. Ma, come è noto, situazioni simili ― se non parecchio peggiori ―, ci sono anche in altri episcopati, soprattutto europei.

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Vogliamo dedicare due parole all’episcopato che il Cardinale Cláudio Hummes, attuale gran sostenitore dei “preti sposati in via sperimentale”, ha lasciato in eredità al Brasile? Perché tanto per cominciare, vista la situazione morale del clero brasiliano, il pio Cardinale teutonico-brasilero dovrebbe anzitutto specificare se per preti sposati egli intenda quelli sposati con donne o quelli più probabilmente sposati con uomini. Un esempio concreto in tal senso? Presto detto: un sacerdote brasiliano che tra il 2009 e il 2010 si trovava a Roma presso una Casa sacerdotale internazionale, poi rientrato in Brasile al termine degli studi specialistici svolti nell’antica Urbe, alla fine dello scorso anno fu convocato e informato che era stato scelto come Vescovo della diocesi suffraganea di una grande sede arcivescovile metropolitana. Dopo avere immediatamente anteposto il proprio rifiuto, questo santo sacerdote spiegò anche il motivo del suo rifiuto, facendo delle precise affermazioni che il giorno dopo scrisse in confidenza al Padre Ariel S. Levi di Gualdo, col quale visse a contatto per un anno intero, per l’esattezza scrisse a lui testuali parole:

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«In quella diocesi, una media di sette preti su dieci sono omosessuali, gran parte dei quali con problemi dottrinali veramente molto gravi. Come può, un vescovo, governare e curare pastoralmente una diocesi senza poter disporre di sacerdoti che siano affidabili e presentabili?».

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A questo si aggiunga anche il fatto che il vescovo di quella diocesi, benché lontano svariati anni dal compimento del settantacinquesimo anno d’età, era stato rimosso sotto il pontificato di Benedetto XVI, dopo che la Santa era stata informata ed aveva preso atto della sua pericolosa conduzione della diocesi, specie per quanto riguardava la moralità del clero. E la risposta motivata di questo mio confratello, trasmessa poi alla Santa Sede, qualcuno l’ha letta sia presso la Segreteria di Stato sia presso la Congregazione per i Vescovi. Ebbene, che cosa ha da dirci, a tal proposito, il Cardinale  Cláudio Hummes, che per molti anni, del Brasile, è stato sia Dominus, sia grande inceneritore ? Perché la sua idea peregrina dei preti sposati in via “sperimentale” nella regione delle Amazzoni del Brasile, produrrà effetti molto peggiori dell’incenerimento delle foreste portato avanti dalle multinazionali anti-ecologiste. E, dopo questo suo incendio, non sarà per niente facile riparare l’errore scrivendo o cantando … Laudato si’.

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Questa debolezza o desistenza dell’episcopato è un fenomeno morboso che ebbe i suoi inizi sin dall’immediato post-concilio, allorché, per un fraintendimento della nuova pastorale e della nuova evangelizzazione promosse dal Concilio, cominciò a diffondersi tra i vescovi la convinzione che tutti gli uomini sono di buona volontà ― ciò che oggi chiamiamo “buonismo” ―, per cui non esistono più colpe da punire o condotte o idee da correggere, ma sbagli per ignoranza o in buona fede, o debolezze da tollerare, compassionare e perdonare; che essi non dovevano più esercitare il potere coercitivo o disciplinare o condannare eresie, ma solo dialogare con tutti, cercare solo ciò che unisce e rinunciando a risolvere i problemi che sorgono da ciò che divide; che la Chiesa non avesse più nemici da combattere o escludere, ma solo “diversi” da capire, apprezzare, integrare, accogliere ed accettare.

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Purtroppo questo male, negli ultimi decenni, si è venuto aggravando, fino a giungere al caso sintomatico e inaudito del Vescovo Nunzio Galantino; caso che dovrebbe essere per tutti i vescovi un campanello d’allarme che occorre finalmente mutar rotta e recuperare quella saggezza pastorale che caratterizza il vero buon pastore evangelico, che sa congiungere sapientemente sana dottrina e prudenza pastorale, comunione  col Romano Pontefice e comunione collegiale, giustizia e misericordia, fermezza e dolcezza, mitezza e coraggio, accoglienza e vigilanza, pietà e zelo, fedeltà e rinnovamento, disinteresse  e generosità.

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L’escalation della prepotenza

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raffigurazione di San Michele Arcangelo che colpisce il Demonio

Stanno sorgendo altresì casi estremi, nei quali buoni cattolici, che intendono restar fedeli alla verità e ne danno franca testimonianza, non vengono più soltanto mal tollerati da vescovi modernisti e rilassati, ma addirittura perseguitati, magari in nome della “misericordia”, tanto avanti si è giunti nell’ipocrisia e nell’ingiustizia. Nemmeno Pontefici santi come Paolo VI e Giovanni Paolo II sono riusciti a fermare la marea montante dell’episcopato modernista e secolarista, il quale dispone ora di infiltrati nella stessa Santa Sede vicini al Sommo Pontefice o di sedicenti o cosiddetti ”amici del Papa”.

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Il Pontefice regnante ha ereditato una realtà ecclesiale molto pesante per non dire tragica, e non c’è da stupirsi se egli ha grande difficoltà nel governare la Chiesa e correggere gli abusi. Un Pontefice può essere anche un santo ― e ne abbiamo gli esempi recenti ―, ma se l’episcopato non è unito e docile, non ha spirito di collaborazione e non lo aiuta, soprattutto per difenderlo, egli può fare ben poco e in certo modo, come pare abbia detto in privato lo stesso Santo Padre Francesco: «ha le mani legate» [vedere precedente articolo, QUI]. Poi, che queste mani siano finite legate in parte per causa ed opera sua, questo è un altro e altrettanto complesso discorso.

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Si Aggiunga poi che purtroppo, come abbiamo già fatto notare più volte sulle nostre righe, il Pontefice regnante non corregge l’interpretazione modernistica del Concilio data nella turbolenta stagione del post-concilio, come avevano fatto i suoi Sommi Predecessori, né corregge gli ormai noti difetti pastorali dello stesso Vaticano II, che com’ebbe a dire il suo Sommo Predecessore, non va trattato «come un inizio totalmente nuovo, come se fosse un superdogma che rende tutto il resto irrilevante» [cf. QUI]. La sua tendenza buonista e troppo acriticamente aperta ad un dialogo ottimista a tutti i costi e costi quel che costi, con la conseguenza di aggravare non poco i problemi ecclesiali ed ecclesiastici che da mezzo secolo ci trasciniamo dietro. Inoltre, anziché imitare gli esempi degnissimi dei Pontefici che lo hanno immediatamente preceduto, il Pontefice regnante pare voler fare troppo a modo suo, per giunta mal consigliato, con la conseguenza che la situazione della Chiesa è oggi più che mai confusa, conflittuale e problematica.

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 Che cosa sta facendo il Pontefice regnante ?

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la Cattedra del Vescovo di Roma nella basilica maggiore di San Giovanni in Laterano

Difficile capire dove il Pontefice regnante vuol guidarci. Si mostra molto attivo, miete successo, ma lo miete purtroppo tra i nemici della Chiesa, mentre i devoti cattolici si manifestano sempre più disorientati. Forse anche da questo, nasce la perplessità dell’episcopato. Non che a lui manchino le iniziative, ma una domanda ci viene spontanea: che cosa sta annunciando? Qual è il suo messaggio? Quali sono le sue idee-guida? Che cosa ci propone? Egli ha firmata un’enciclica, peraltro bella, sull’annuncio del Vangelo [cf. testo QUI]. Ma, all’atto pratico, ci sta annunciando veramente il Vangelo? Ci sta annunciando Cristo unico Salvatore del mondo? Ci sta dicendo che solo in Cristo c’è salvezza? Ci sta annunciando il dovere di far penitenza, perché si sta avvicinando il  regno dei cieli? Ci insegna a vincere il mondo, a salvarlo e a condurlo a Cristo? Ci sta annunciando la venuta di Cristo giudice? O si limita a promuovere un incontro pacifista tra tutte le religioni nel comune lavoro per la causa dell’uomo, soprattutto dei poveri e degli oppressi? Sta chiamando tutti a Cristo o si accontenta di dialogare e di fare accordi solo sul piano umano?

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La missione storica che forse lo Spirito Santo ha affidato al Pontefice regnante è quella di convocare, sullo stimolo del Vaticano II, tutte le genti attorno a Cristo. È, in fondo, quello che era racchiuso nel motto inciso sullo scudo pontificio del Santo Pontefice Pio X: instaurare omnia in Christo. Nel Sommo Pontefice Francesco si vede questo sforzo di accettare tutti, di contattare tutti, di accogliere tutti, di andare verso tutti, con particolare attenzione ai poveri. Raramente fa questione di vero o di falso, non parla mai di dogma o di eresia, ma è quasi sempre impegnato in una tematica economica, sociale, ecologica, umanitaria  e morale, per non dire politica.

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Il Vangelo, però, non annuncia solo la misericordia, ma anche il giorno del giudizio, di cui Cristo Signore parla molto chiaramente:

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«Ma io vi dico che di ogni parola infondata gli uomini renderanno conto nel giorno del giudizio».

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Non c’è solo la giustizia sociale, ma c’è anche la giustizia e l’ira divina:

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«Chi crede nel Figlio ha la vita eterna; chi non obbedisce al Figlio non vedrà la vita, ma l’ira di Dio incombe su di lui» [Gv 3, 36].

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Non c’è solo l’apertura, ma anche la  chiusura e il preannuncio di un castigo molto severo, un esempio tra i tanti:

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«[…] Se quella casa ne sarà degna, la vostra pace scenda sopra di essa; ma se non ne sarà degna, la vostra pace ritorni a voi. Se qualcuno poi non vi accoglierà e non darà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dai vostri piedi. In verità vi dico, nel giorno del giudizio il paese di Sòdoma e Gomorra avrà una sorte più sopportabile di quella città» [Mt 10, 13-15].

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Ci vogliono i ponti, ma anche i muri. Al banchetto di nozze sono sì invitati tutti, ma bisogna andare con l’abito nuziale, altrimenti non si è ammessi:

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«[…] scorto un tale che non indossava l’abito nuziale, gli disse: Amico, come hai potuto entrare qui senz’abito nuziale? Ed egli ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti» [Mt 22, 11-14].

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Dinanzi a parole inequivocabili e chiare come queste impresse sul Santo Vangelo, le soluzioni sono soltanto due, non ne esiste una terza che sia vaga o intermedia, pertanto: o prendiamo atto che il Verbo di Dio fatto Uomo, che è misericordia incarnata, parla e ammonisce con estrema chiarezza, oppure, dinanzi a certe odierne derive olezzanti un rifiuto ostinato ad accettare parole come ira di Dio, castigo, pena, dannazione eterna … dobbiamo prendere atto che c’è qualcuno che è più accogliente, includente, accomodante e misericordioso di Cristo Dio stesso. Come infatti ci istruisce il Beato Apostolo Paolo:

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«Orbene, se anche noi stessi o un angelo dal cielo vi predicasse un Vangelo diverso da quello che vi abbiamo predicato, sia anàtema! L’abbiamo già detto e ora lo ripeto: se qualcuno vi predica un Vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anàtema! Infatti, è forse il favore degli uomini che intendo guadagnarmi, o non piuttosto quello di Dio? Oppure cerco di piacere agli uomini? Se ancora io piacessi agli uomini, non sarei più servitore di Cristo!» [Gal 1, 8-10].

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In queste righe, il Beato Apostolo, rivolgendosi soprattutto alle guide del Popolo di Dio, insegna come deve agire un apostolo, ma soprattutto a chi l’apostolo deve cercare sempre di piacere: a Dio, non agli uomini.

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Dovrebbe essere alquanto chiaro, ed in specie in questi tempi nei quali nella Chiesa si accoglie tutto e soprattutto tutto ciò che non è cattolico, che escludere il danno e il pericolo, non è esclusivismo, elitarismo e discriminazione, ma è prudenza e difesa di noi e dei nostri cari. Che ci sta a fare il cane attorno al gregge? Forse a dialogare con le pecore? E che dice Cristo del pastore che fugge all’arrivare del lupo? Forse è bene ricordare le sue precise parole:

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«Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore. Il mercenario invece, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge e il lupo le rapisce e le disperde» [Gv 10, 11-12].

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O qualcuno crede che oggi i lupi non esistono più? Altro che, se i lupi esistono, vanno persino in Vaticano a fare interviste al Pastore e poi scrivono, senza essere smentiti dalla Santa Sede, scempiaggini di questo genere:

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«Papa Francesco … ha abolito i luoghi dove dopo la morte le anime dovrebbero andare: Inferno, Purgatorio, Paradiso […] Tutte le anime sono dotate della Grazia e quindi nascono perfettamente innocenti e tali restano a meno che non imbocchino la via del male. Se ne sono consapevoli e non si pentono neppure al momento della morte, sono condannate. Papa Francesco ― lo ripeto ― ha abolito i luoghi di eterna residenza nell’ Aldilà delle anime. La tesi da lui sostenuta è che le anime dominate dal male e non pentite cessino di esistere mentre quelle che si sono riscattate dal male saranno assunte nella beatitudine contemplando Dio. Questa è la tesi di Francesco» [vedere articolo di Giovanni Cavalcoli, QUI].

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L’appartenenza alla Chiesa non coincide con la pura e semplice appartenenza a questo mondo: per appartenere alla Chiesa, occorre impegnarsi a vincere il mondo nelle sue seduzioni e nei suoi pericoli, ed a salvarlo dove può essere salvabile. Se manca un criterio di discernimento tra chi può appartenere alla Chiesa e chi no, dato che comunque bisogna ben dire o sì o no [cf. Mt 5,37] si verifica un’accoglienza indiscriminata, che ha per contropartita l’esclusione indiscriminata. Si dice sì a chi merita il no e si dice no a chi merita il sì. A quel punto accade così che una misericordia non illuminata e non controbilanciata dalla giustizia, da un buon criterio per distinguere l’una dall’altra, finisce per produrre il suo contrario, che sono l’ingiustizia, il favoritismo e il dispotismo, insomma: la tirannide. L’errore pastorale del Sommo Pontefice Francesco I è il rischio di presentare un Vangelo monco che annuncia la misericordia e trascura la giustizia.

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Occorre tuttavia rintracciare il Vicario di Cristo al di là delle apparenze, che possono ingannare e scandalizzare, anche se la cosa non è facile. E l’impressione che pervade da tempo i Padri del L’Isola di Patmos è che la parte meno degna dell’episcopato stenti a superare questa difficoltà, fraintenda il vero intento e dovere del Sommo Pontefice, influenzata dal modernismo e da poteri occulti molto pericolosi, mentre la parte buona, sofferente ma fedele, resti in silenzio perplessa, o manchi di coraggio per farsi sentire. I buoni ci sono, sono pochi e timidi, perché «Sono più scaltri i figli di questo mondo che i figli della luce» [Lc 16, 8]. Sono più saldi gli eretici nel loro errore che i fedeli nella verità. Comunque, a nostro modo di vedere, tutto sommato, quello che oggi non funziona non è tanto il papato, ma è l’episcopato. Certo, il Sommo Pontefice ha la sua grave responsabilità di non essere chiaro; una responsabilità che i Padri de L’Isola di Patmos non hanno mancato a più riprese di segnalare, permettendosi anche di esortarlo alla chiarezza e mettendolo in guardia contro finti amici e traditori. Siamo infatti certi che il Sommo Pontefice sarebbe più chiaro nel suo messaggio, se i buoni vescovi lo sollecitassero ad essere più chiaro. Ma come si spiega questo silenzio? 

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Il problema grave è quindi quello dell’episcopato

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la Beata Vergine Maria con il serpente sotto i propri piedi

Riteniamo in fin dei conti sia meglio che, invece di attaccare o ”correggere” ― per non dire ingiuriare ― il Sommo Pontefice, si ritrovasse il tono degli antichi Profeti di Israele, non certo le eresie seminate da Enzo Bianchi di cattedrale in cattedrale sotto il compiacente sorriso di vescovi sempre più sdottrinati che lo invitano a seminare empietà. E il tono degli antichi Profeti di Israele ci è indicato nella Sacra Scrittura: il loro zelo e la parola infuocata per la causa di Dio, i rimproveri, i richiami e gli avvertimenti ai pastori per il loro bene e per bene del popolo, il loro coraggio, la loro franchezza, la loro dedizione, la loro misericordia e la loro combattività, l’accettazione dei sacrifici e delle sofferenze, perseguitati a causa della giustizia. Citeremo allora qualche loro passo significativo, che appare di un’enorme ed urgente attualità. Il tutto in un momento nel quale non si riesce a capire il silenzio dei pastori davanti al dilagare delle eresie, al disprezzo conclamato e sfacciato della legge morale naturale e divina ed alla gravissima corruzione dei costumi, soprattutto religiosi, personali e familiari.

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Perché mai dovremmo leggere o sentire solo le denunce, le proteste e le confutazioni date da semplici piccoli gruppi di laici, spesso giornalisti, in siti, blog e pubblicazioni di modesta diffusione? Da dove prendono essi la preparazione teologica, la saggezza, la tempestività, l’acume critico e il coraggio dei quali i vescovi non danno prova? Sicuramente dallo Spirito Santo. Noi però non siamo come i luterani che ritengono che la Chiesa sia semplicemente la comunità dei battezzati guidati dallo Spirito, indipendentemente ed anzi contro le frodi di un cosiddetto magistero episcopale, nel quale essi non credono, ma che è invece oggetto di fede per noi  cattolici. Se noi infatti rimproveriamo ed accusiamo i nostri vescovi, maestri della fede e non di frottole, non è perché non crediamo nella pienezza sacramentale del sacerdozio da essi ricevuto, ma è proprio perché ci crediamo e vogliamo che i vescovi facciano il loro dovere di vescovi.

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La saggezza dei laici

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laici e santi, una immagine del Beato Pier Giorgio Frassati [Torino 1901 – Torino 1925] terziario domenicano

I buoni laici che si levano contro le eresie e le ingiustizie, per la promozione della fede, pagando spesso di persona e dando uno splendido esempio di fedeltà alla Chiesa e allo stesso Sommo Pontefice, nonostante la sua poca chiarezza, richiamandosi agli insegnamenti della Chiesa, dando spesso prova di cultura teologica, solidità di convinzioni, parresia evangelica, acume critico ed abile oratoria cristiana, non possono essere degli autodidatti. Non essendo noi Padri de L’Isola di Patmos propriamente degli sprovveduti, è presto detto: molti di questi cattolici laici e giornalisti cattolici, alle spalle hanno maestri e protettori ecclesiastici di alto rango e competenza, forse vescovi, teologi accademici e cardinali. Non solo, leggendo certi scritti, capiamo all’istante di quale livello e rango siano gli ispiratori, ma più volte abbiamo anche indicato tra le nostre righe le generalità di questi ispiratori, suggeritori o mandanti impliciti o espliciti, che però restano nell’ombra in modo pavido e deplorevole. Pertanto, se da una parte certi laici sono da lodare come difensori della sana dottrina e dei buoni costumi, dall’altra, i loro suggeritori vestiti di rosse o paonazze vesti, danno invece squallida prova di un’irragionevole e poco dignitosa pavidità e di meschino opportunismo, salvo però spacciarsi, coi loro fedeli “portavoce”, per dei politici sopraffini.

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Si potrebbe anche dire che per riconoscere le eresie e gli spropositi dei pastori insensati e dei teologastri cantafrottole, non occorrono l’intelligenza di San Tommaso d’Aquino o il possesso di speciali titoli accademici, che di questi tempi sono solo carte il cui valore è equiparabile a quello del marco tedesco durante la grande iper-inflazione degli anni Venti del Novecento. Basta solo confrontare gli spropositi di questi pastori insensati e dei teologastri cantafrottole con gli insegnamenti del Catechismo della Chiesa Cattolica, ed a volte coi princìpi stessi della sana ragione naturale a tutti noti, per cogliere tutta la enormità dei loro controsensi e delle loro assurdità.

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Si ricordino poi i nostri vescovi dei tempi gloriosi nei quali gli Atanasio e gli Agostino si opponevano con zelo apostolico contro i Nestorio, i Pelagio e gli Ario per l’onore di Cristo e il bene del gregge turbato dall’eresia. Oggi i tempi sono molto simili a quelli, ed il vescovo zelante non deve temere per queste nobili cause di mettersi contro i nemici della verità, fossero pure confratelli nell’episcopato. Ma purtroppo, non pochi di questi pavidi membri dell’episcopato, confidando sugli ormai ottantuno anni del Pontefice regnante, hanno già fatto i loro cinici e politici conti a cosiddetto babbo morto, mandando avanti i laici a lanciare dure accuse [vedere QUI, QUI, QUI, QUI], mentre loro pensano di poter tornare sulla cresta dell’onda al cambio di vento, semmai conseguendo ottantenni quella “maledetta” porpora rossa che hanno rincorsa per tutta la vita sino alla perdita ed alla dannazione eterna delle loro anime [si rimanda a questo duro articolo, QUI].

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Venerabili Padri del Collegio Episcopale, prendete a modello il Santo Vescovo Atanasio di Alessandria che mirava alla gloria di Dio e non alla gloria propria, scendendo nel santo campo di battaglia senza temere, ma soprattutto ricordando che il giudizio di Dio su di voi, sarà veramente severissimo, perché «A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più» [Lc 12, 48].

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Come dunque gli impostori ed i falsari non temono di far bella mostra con sfrontatezza e sfacciataggine delle loro vergognose sconcezze e di propalare ai quattro venti con intollerabile arroganza le loro perverse dottrine, così a ben maggior ragione i buoni vescovi devono uscire allo scoperto; devono scendere sul santo campo di battaglia a rivendicare con zelo e coraggio l’onore di Dio, i diritti della verità, la salvezza delle anime, la dignità del sacro ceto episcopale, l’obbedienza e la devozione al Sommo Pontefice, fraintesa dagli adulatori, dai mestatori, dai traditori e dai falsi amici. Rimanere dietro le quinte e mandare avanti i laici, usandoli per esprimere ciò che non si ha il coraggio di esprimere, non rende affatto questi soggetti dei politici sopraffini, come loro credono di essere, ma solo dei vigliacchi e, come tali, delle autentiche vergogne del sacro collegio episcopale, dei seminatori di veleni e di sconcerto nel Popolo di Dio già fin troppo confuso e smarrito. 

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Possibile che davanti a tante scempiaggini e peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio e che si commettono quasi ogni giorno da personaggi d’alto rango ecclesiastico, su 250 vescovi che abbiamo in Italia non se trovi uno solo che con parresia evangelica, mosso dal timor di Dio, sappia affrontare la buona battaglia della fede, forte del suo carisma episcopale, pronto a subire l’umiliazione della croce, fidente nella futura gloria celeste? Possibile che non ci sia un solo vescovo capace a far risuonare con forza la voce apostolica della verità per svergognare gli empi e i criminali, salvando le anime pericolanti dal fuoco dell’Inferno? A che serve, essere vescovi, quando poi si fanno di simili figure meschine? Che cosa sono questa inerzia vergognosa, questa paura dell’insuccesso, questa prudenza carnale, questa latitanza riprovevole, questo silenzio colpevole e questa ignavia ripugnante?

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Nella nostra diversa ma simile esperienza di predicatori e confessori, noi Padri de L’Isola di Patmos abbiamo riscontrato molte volte più parresia evangelica e acume critico nelle parole di certe monache di clausura, che non in certi vescovi tromboni e latitanti che non si vedono e non si sentono, nascosti chissà dove dietro le quinte a mandare avanti gli altri per lanciare al posto loro, spesso, anche vere e proprie stilettate velenose.

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Santa Caterina da Siena, rivolgendosi al Romano Pontefice, lo supplica di istituire buoni pastori, perché sono i buoni pastori che rendono buono il gregge. Così si fanno le vere riforme della Chiesa. Se il pastore infatti tace davanti i vizi del gregge e non li corregge ― osserva la Santa Senese con fine psicologia ―, è un brutto segno: è segno che il pastore è frenato dal disagio della sua coscienza, che gli ricorda che egli stesso è impigliato in quei peccati dai quali dovrebbe liberare i fedeli.

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Oggi più che mai appaiono di attualità ed utilità per i nostri pastori gli appelli e i richiami dei grandi profeti biblici Isaia, Geremia ed Ezechiele, come il rimprovero:

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«i suoi guardiani sono tutti ciechi, non si accorgono di nulla. Sono tutti cani muti, incapaci di abbaiare; sonnecchiano accovacciati» [Is 56,10].

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I pastori hanno trascurato il gregge. Dio stesso allora se ne prende cura direttamente col suo Spirito, suscitando laici coraggiosi, affinché i pastori siano scossi dal loro torpore e facciano il loro dovere:

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«Oracolo del Signore: Voi avete disperso le mie pecore, le avete scacciate e non ve ne siete preoccupati; ecco, io mi occuperò di voi e della malvagità delle vostre azioni. Radunerò Io stesso il resto del delle mie pecore da tutte le regioni dove le ho lasciate scacciare e le farò tornare ai loro pascoli; saranno feconde e si moltiplicheranno. Costituirò sopra di esse pastori che le facciano pascolare, così che non dovranno più temere né sgomentarsi; di esse non ne mancherà neppure una» [Ger 23,1-4].

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Il Signore rimprovera i pastori per la loro trascuratezza. Egli stesso allora, per mezzo di buoni laici e sacerdoti, docili allo Spirito Santo, si prende cura direttamente del gregge, ma con ciò stesso stimola i pastori a compiere il loro dovere:

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«Eccomi contro i pastori: chiederò loro conto del mio gregge e non li lascerò più pascolare il mio gregge, così i pastori non pasceranno più se stessi, ma strapperò loro di bocca le mie pecore e non saranno più il loro pasto. Perché così dice il Signore Dio: Ecco, Io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura. Come un pastore passa in rassegna il suo gregge, quando si trova in mezzo alle sue pecore che erano state disperse, così passerò in rassegna le mie pecore e le radunerò da tutti i luoghi dove erano disperse nei giorni nuvolosi e di caligine. … Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita; fascerò quella ferita e curerò quella malata; avrò cura della grassa e della forte e le pascerò con giustizia» [Ez 34,10-12; 16].

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Si ricordino dunque i pastori del severo avvertimento di Cristo:

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«chi si vergognerà di me davanti a questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui, quando verrà nella gloria del Padre suo con gli angeli santi» [Mc 8,38].

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Si può ridurre un episcopato a scimmiette tristi in gabbia ?

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una amabile scimmietta triste

E si ricordi, il Pontefice regnante, in che modo prudente e universale, i suoi recenti predecessori, hanno scelto e selezionato i nuovi vescovi e cardinali. Nell’uno e nell’altro Collegio sono stati chiamati ed eletti uomini che rappresentavano tutti i diversi volti della Chiesa. O per usare dei termini sociologici e giornalistici che a noi non piacciono, ma in ogni caso utili per essere compresi da tutti: sotto gli Augusti Pontificati del Beato Pontefice Paolo VI, del Santo Pontefice Giovanni Paolo II e del Venerabile Pontefice Benedetto XVI, con lodevole e sapiente equilibrio sono stati consacrati vescovi ed elevati alla dignità cardinalizia uomini appartenenti alle più diverse correnti della Chiesa. Abbiamo così avuto, ed abbiamo visto convivere e lavorare assieme, spesso anche tra dibattiti e accesi scontri teologici, vescovi e cardinali di area progressista, conservatrice o cosiddetta tradizionalista, sempre per usare questi termini impropri ma comprensibili.

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Oggi pare invece di assistere all’episcopato delle scimmiette tristi in gabbia. Quasi tutti i vescovi eletti nel corso degli ultimi quattro anni, sono dei penosi e sotto-mediocri duplicati ed emulatori ― o cosiddetti scimmiottatori ― del Pontefice regnante, tutti presi in una gara spasmodica a parlare di poveri, di profughi e di jus soli. In gara gli uni con gli altri a promuovere incontri di studio sul grande Lutero “riformatore” e sulla preziosità della sua “riforma”. In concorrenza gli uni con gli altri a chi organizza nelle loro chiese cattedrali il pranzo per i poveri che faccia più colpo su giornali e televisioni. Tutti in processione col pastorale di legno prodotto in falegnameria, gareggiando a chi sfoggia la croce pettorale più “umile” e “povera”. Insomma: oggi, un vescovo, si vergognerebbe molto di meno a giungere all’assemblea plenaria dei vescovi accompagnato da due fotomodelle ucraine in minigonna e abiti trasparenti, piuttosto che indossare una “vergognosa” croce pettorale d’oro, che peraltro simboleggia da sempre, come metallo, la incorruttibilità della fede. 

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Avere generato questo, ha comportato uccidere la dimensione della pluralità e della stessa collegialità, facendo sprofondare la Chiesa nel provincialismo e applicando surreali categorie socio-politiche di Popolo che non corrispondono al grande respiro universale della realtà del Popolo di Dio. Uno stile, questo, non certo degno di un uomo dotato di straordinarie e geniali capacità come poteva esserlo e come lo era uno Stalin, ma uno stile degno purtroppo dei peggiori e più provinciali dittatorelli della storia dell’America Latina. E chi col livellamento verso il basso uccide l’episcopato, uccide la Chiesa, ed a poco vale affermare poi, nei colloqui privati: «Ho le mani legate», perché il giorno in cui Cristo le mani gliele slegherà e gli dirà «adesso mostrami i palmi», saranno sicuramente dolori, grandi dolori, dinanzi al Rex tremendae maiestatis, al quale sarà molto difficile poter rispondere … “ma io sono povero e misericordioso”.

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Dall’Isola di Patmos, 28 ottobre 2017

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Il Sommo Pontefice ad alta quota: «Martin Lutero era intelligente». Certo, come lo era anche Jack lo Squartatore

23 Ottobre 2017/3 Commenti/in Attualità/da Redazione

IL SOMMO PONTEFICE AD ALTA QUOTA: MARTIN LUTERO «ERA INTELLIGENTE». CERTO, COME LO ERA ANCHE JACK LO SQUARTATORE

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Anche il famoso serial killer noto come Jack lo Squartatore era sicuramente intelligente, n’è prova il fatto che il meglio della polizia di Scotland Yard non riuscì mai a scoprire chi fosse e tutt’oggi la sua identità è avvolta nel mistero. Sebbene sulla sua intelligenza si potrebbe discutere, analizzando la cosa da altra angolatura. Così come si dovrebbe discutere sul fatto che non è da cristiani veramente intelligenti cadere nell’eresia e distruggere la Chiesa, per cui, come era ovvio, Lutero non ha saputo dare alcuna giustificazione intelligente e plausibile dei danni che ha fatto.

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Autori
Giovanni Cavalcoli, O.P – Ariel S. Levi di Gualdo

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PDF  articolo formato stampa

 

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Anche il famoso serial killer noto come Jack lo Squartatore era sicuramente intelligente, n’è prova il fatto che il meglio della polizia di Scotland Yard non riuscì mai a scoprire chi fosse …

In uno dei nostri colloqui privati, il Padre Ariel S. Levi di Gualdo è tornato a esprimermi una sua convinzione: «Pare che il Sommo Pontefice tenda a dare il meglio di sé in aereo, ad alta quota, parlando coi giornalisti». Detto questo ha espresso altre sue personali teorie legate alla «ossigenazione del cervello», sulle quali sorvolo. In verità fu ad alta quota, intervistato da un giornalista durante il viaggio di ritorno dall’Armenia, che il Santo Padre ha espresso a braccio alcune opinioni sue personali su Lutero, prive di qualunque valore magisteriale, alcune certamente notevoli, altre del tutto discutibili, perché in parte contrastanti con quanto il Magistero della Chiesa ha già espresso su Lutero, soprattutto con Leone X e il Concilio di Trento [la risposta del Santo Padre è registrata QUI dal minuto 30,53 — N.d.R. In questo filmato si noti a destra il volto di Padre Federico Lombardi s.j. che alla domanda rivolta dal giornalista al Santo Padre «… se non è arrivato il momento di ritirare la scomunica a Martin Lutero», si mette a sorridere. Poi, durante la risposta data del Santo Padre, fin quando non è distolta l’inquadratura da lui, la sua faccia e tesa come una corda d’arco. D’altronde, nel mondo dell’immagine, nel quale la Chiesa è voluta entrare a spron battuto e spesso anche in modo imprudente, le immagini parlano, inevitabilmente le immagini parlano].

Jack lo Squartatore a caccia di vittime …

Questo non vuol dire che l’idea della Chiesa su Lutero sia ferma a quei famosi interventi del XVI secolo, contenenti giudizi che non vanno corretti, ma integrati, utilizzando criteri di giudizio forniti del Concilio Vaticano II e tenendo conto dei risultati dell’attuale ecumenismo, come la Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione, pubblicato dal Pontificio Consiglio per la Promozione dell’unità dei cristiani, del 31 ottobre 1999, il quale, peraltro, ricordiamo che è un organo semplicemente consultivo della Santa Sede, che come tale non fa magistero [1], tanto per essere chiari.

Prima di commentare le parole del Papa, credo sia bene premettere una breve presentazione dello status quaestionis. Nell’impresa di Lutero giocano due fattori fondamentali, caratteristici della spiritualità agostiniana: il problema del proprio personale rapporto con Dio e la cura del bene della Chiesa. Mentre però Agostino è riuscito a mettere come cardine della sua spiritualità lo amor Dei usque ad contemptum sui, Lutero fu sempre tentato dall’amor sui usque ad contemptum Dei. Egli così cercò la soluzione non nella carità, ma nella sua fede fiduciale:  Dio mi salva nonostante il mio peccato. Sant’Agostino gli avrebbe detto: vis fugere a Deo? Fuge in Deum! In Lutero invece la fede in Dio prende il posto dell’amore di Dio.

A questi temi si aggiunge una forte attrazione per il Cristo di San Paolo Apostolo che «ha dato se stesso per me» [Gal 2,20], tema questo carissimo, a tutta la spiritualità medioevale, soprattutto francescana e domenicana.

Jack lo Squartatore a caccia di vittime …

Lutero, inizialmente tormentato, irritato, angosciato e spaventato da una coscienza esagerata dei propri peccati e della sua fragilità, da un’eccessiva esigenza di perfezione e dall’idea di un Dio inesorabilmente severo, con lui adirato e minaccioso, credette di risolvere il suo insopportabile dramma interiore con la famosa dottrina della fede fiduciale, o giustificazione forense, per la quale egli si convinse irremovibilmente per tutta la vita che Dio non avrebbe tenuto conto dei suoi peccati e lo avrebbe salvato, a patto soltanto che egli credesse questo, senza preoccuparsi dei peccati, che gli sarebbero sempre stati comunque perdonati. Si trattava in sostanza dell’incapacità di praticare serenamente il sacramento della penitenza, che a lui appariva una tortura, un’umiliazione ed un esercizio inutile, a causa del suo orgoglioso perfezionismo, per il quale non sopportava di doversi accusare sempre degli stessi peccati.

Lutero credette che la fede fiduciale fosse un atto di grande umiltà davanti a Dio, in quanto si riconosceva peccatore, affermava l’inutilità ed anzi l’impossibilità delle opere buone e si convinceva che nell’opera della giustificazione il Dio «misericordioso» faceva tutto, mentre lui non aveva niente da fare, per cui poteva tranquillamente continuare a peccare, che del resto non avrebbe potuto fare a meno, dato che confondeva la permanente tendenza a peccare ― “concupiscenza” ― col peccato. Per questo, decise di smettere di confessarsi, giacché era convinto di essere sempre in grazia, benché sempre immerso ― come egli credeva ― nel peccato mortale. Invece la vera umiltà è quella di riconoscere che le opere buone sono doverose, possibili e necessarie, benché non sufficienti, ed insieme con i conseguenti meriti esse sono doni di Dio.

Jack lo Squartatore a caccia di vittime …

Il grande dramma di Lutero, non era però ancora cominciato, perché egli, soprattutto come religioso e sacerdote, ed anche per un’apertura naturale del suo animo ― suo padre voleva indirizzarlo all’avvocatura ―, non sentiva solo il bisogno di curare la propria salvezza, ma anche quella degli altri e il bene della Chiesa. E difatti i suoi Superiori nell’Ordine notarono subito queste attitudini e ben presto gli affidarono numerosi incarichi, soprattutto quello dell’insegnamento della teologia.

L’idea della fede fiduciale che Lutero considerava però come basata sull’umiltà e la fiducia nella misericordia di Dio, aveva messo tali radici nel suo animo sottilmente superbo [2], che egli la sosteneva come fosse vera Parola di Dio e la scoperta del vero Vangelo.

Lutero possedeva un carattere molto attivo ed energico, generoso ma anche autoritario, capace di grandi sforzi e fatiche nelle opere esterne, nel contempo debole nel dominio delle passioni. La sua ben nota  tesi dell’inutilità delle “opere” non va intesa in senso quietistico, come fece Molinos, ma si riferisce al rifiuto della disciplina ascetica, non all’occuparsi del bene del prossimo, dove Lutero invece spese molte energie e sapeva raccogliere collaboratori e seguaci. Da qui nasce il suo intento riformatore, sebbene questo suo attivismo e questo zelo spesso duro e violento non nasceva, a differenza da Sant’Agostino e di tutti i veri riformatori, da un’ardente carità divina, quindi da un’autentica motivazione soprannaturale ― quello che Santa Caterina da Siena chiamava «ardentissimo desiderio» ―, ma del suo eccezionale dinamismo naturale e dalla sua convinzione di essere giustificato dalla fede fiduciale.

immagine storica dell’archivio forense: le vittime di Jack lo Squartatore

Quindi non si trattava di vera carità fraterna, che sgorga dalla carità divina, o di vero servizio a Dio e al prossimo, ma ― senza probabilmente che se ne rendesse conto ―, di bisogno o impulso di autoaffermazione e di dominio sugli altri. E così la suddetta arbitraria e presuntuosa idea di essere giustificato gli procurò un’eccessiva sicurezza di sé e la cocciuta convinzione che Dio fosse sempre in lui e con lui, tanto da avere ad un certo punto l’audacia, lui, eretico, di accusare di eresia Papa Leone X che aveva “osato” censurarlo. In tal modo Lutero avocò a sé quell’infallibilità nell’interpretazione della Scrittura, che Cristo concesse a Pietro; e come ben capite, questo, non ha proprio nulla a che vedere con l’umiltà.

La svolta tragica nella vita di Lutero avviene quando egli rompe col Papa a proposito della questione della giustificazione, attorno al 1518-19. Fino a quel momento egli accetta la Chiesa nella sua divina essenza e, con le famose 95 tesi del 1517, è mosso dall’intento di riformarla, liberarla dalla mondanità, purificarla, ritrovare il Vangelo originario, togliere le incrostazioni e gli appesantimenti, gli elementi inutili e gli intralci, correggere i costumi, combattere i vizi, incrementare la virtù e lo studio della Parola di Dio, formare le coscienze, ridar loro slancio e fervore. Alcune delle idee di Lutero di questo periodo sarebbero state fatte proprie dalla riforma avviata dal Concilio Vaticano II, ma ovviamente in tutt’altri modi e termini dottrinali e pastorali.

storico ritratto di Martin Lutero

Quando però il Papa gli condanna la sua idea della giustificazione con la famosa bolla Exsurge Domine del 1520, esplode nell’animo di Lutero un vero furore contro il Papa e in generale contro il Magistero della Chiesa, che d’ora innanzi egli sente come sommo impostore, falsificatore del Vangelo, oppressore della libertà del cristiano e della Chiesa, servo del Demonio.

L’idea di riformare la Chiesa si trasforma così in distruzione della Chiesa: Lutero perde la percezione di ciò che può essere cambiato e ciò che dev’essere conservato e si mette a togliere o cambiare elementi essenziali. Da notare che adesso la sua istanza di fondo è una vantata o millantata istanza di verità e non soltanto e non principalmente una semplice riforma dei costumi o delle istituzioni. Egli solo sa e ha trovato o ritrovato, contro le menzogne del Papa, come si interpreta la Scrittura, qual è il vero insegnamento di San Paolo, che cosa è la fede, qual è il vero Vangelo, come si acquista la salvezza, che cosa è la Chiesa.

Fino al 1517 Lutero accetta la verità della Chiesa e la vuole solo riformare. Dal 1520, egli comincia a demolire la Chiesa, convinto di sapere lui qual è la vera Chiesa. Non più una ri-forma, ma una de-forma. Fu l’inizio della catastrofe. Per questo bisognerebbe andarci molto cauti ― come più volte da noi spiegato in numerosi articoli su questa nostra Isola di Patmos ―, a chiamare quella di Lutero e quella luterana “riforma”.

il grande squarcio di Lutero lo Squartatore

Ritenendosi infine libero dal controllo del Magistero della Chiesa interprete indiscutibile della Rivelazione, direttamente ispirato dallo Spirito Santo, Lutero finisce col divenire una fucina di eresie e le enormità si susseguirono in lui, una dietro all’altra, per il resto della sua vita, come un torrente in piena, incontrando notevole successo fino ai nostri giorni. Non sto qui ad elencarle, tanto esse sono note da cinque secoli. Tra i luterani, alcuni errori sono stati corretti, altri sono peggiorati. Fa però piacere il fatto che, anche a seguito delle attività ecumeniche, alcune frasi di Lutero, accostate da alcuni esegeti cattolici [3] con maggiore attenzione critica, hanno mostrato, al di là dell’espressione infelice, la loro intenzione ortodossa.

Volendo fare un bilancio della cosiddetta “riforma” luterana, lasciamo a Dio il giudizio sulle intenzioni intime di Lutero e stando invece alle sue intenzioni esplicite e dichiarate, stando a ciò che di fatto Lutero ha realizzato, stando ai risultati della sua “riforma”, stando al giudizio della Chiesa e della storia, al di fuori di ogni servile fanatismo e di ogni riprovevole demonizzazione, per dare una valutazione complessiva dell’opera di Lutero, bastano alcune semplici indiscutibili considerazioni accessibili a tutti, per dire con sicurezza, animo sereno e responsabile ― e questo è il giudizio più benevolo che si possa dare ― che la sua “riforma” ha fatto molto più male che bene.

la vittima di Lutero lo Squartatore: l’Unità della Chiesa

Prima considerazione. Vogliamo chiamarlo “riformatore”? Facciamolo pure, ma non senza tener conto del contrasto del personaggio Lutero con i veri riformatori santi, che hanno prodotto dei santi, molti canonizzati dalla Chiesa. Tanto per fare alcuni nomi noti a tutti:  San Benedetto da Norcia, Gregorio VII, San Pier Damiani, San Bernardo di Chiaravalle, Innocenzo III, San Francesco d’Assisi, San Domenico di Guzmán, Santa Caterina da Siena, il Servo di Dio Gerolamo Savonarola, Sant’Ignazio di Loyola. Per seguire con la grande Riforma operata dal Concilio di Trento in una stagione che è stata un grande fiorire di santi: Santa Teresa d’Avila, San Pio V, San Carlo Borromeo. Per seguire con i riformatori contemporanei: San Pio X, San Giovanni XXIII, la Riforma del Concilio Vaticano II che ha dato a sua volta vita a numerosi santi: il Beato Paolo VI, San Giovanni Paolo II, San Pio da Pietrelcina, San Josemaria Escrivà de Balaguer, Santa Teresa di Calcutta … Sono tutti confronti illuminanti che non hanno bisogno di commenti.

Seconda considerazione. Se c’è voluto il Concilio di Trento per rimediare alla “riforma” di Lutero, vuol dire che qualcosa non ha funzionato. Basti pensare alle guerre di religione ed alla tragica divisione religiosa dell’Europa. La riforma tridentina ha prodotto frutti immensi di santità. Quale santità ha prodotto invece quella luterana?

il Concilio Vaticano II ha riconosciuto che alcune istanze di Lutero potevano essere valide, ma non ha mai negata la portata di tutti i suoi elementi altamente negativi e dannosi

Terza considerazione. Il Concilio Vaticano II ha promosso il riconoscimento degli aspetti validi della riforma di Lutero, senza ignorare però quelli negativi. I fratelli protestanti in dialogo, ne stanno tenendo conto?

Il Santo Padre, con parole che hanno fatto il giro del mondo, ha affermato:

«Io credo che le intenzioni di Martin Lutero non fossero sbagliate: era un riformatore».

Credo che giudicare delle intenzioni non è facile, ma in certi casi può essere possibile ed utile, soprattutto quando si tratta di valutare il pensiero e l’azione di personaggi famosi, molto studiati, che ci hanno lasciato molte testimonianze e molti documenti Ma questo è proprio il caso di Lutero, benché nella sua condotta e nei suoi scritti si trovino contraddizioni, oscurità ed ambiguità. Le intenzioni intime, morali, al limite sono note solo a Dio che può leggere la coscienza dell’uomo, ed all’interessato. Esistono però intenzioni comunicabili di un autore, che appaiono dalla loro espressione linguistica e comportamentale. Su questo piano non è storicamente vero dire che tutte le intenzioni di Lutero fossero giuste, perché le sue parole ed i suoi comportamenti provano invece l’esatto contrario. Tanto per fare alcuni esempi: non fu giusto l’intento di separarsi dalla Chiesa Romana. Non fu giusto l’intento di abolire il papato. Non fu giusto l’intento di abolire la gerarchia. Non fu giusto l’intento di abolire il Magistero della Chiesa. Non fu giusto l’intento di abolire la Messa e i Sacramenti. Non fu giusto l’intento di abolire l’adorazione eucaristica. Non fu giusto l’intento di abolire il culto dei santi. Non fu giusto l’intento di abolire la vita religiosa. E con tutto ciò, è molto importante notare che Lutero non ha distrutto la Chiesa completamente; altrimenti non sarebbe stato un eretico, ma un apostata. Così, nel luteranesimo, sono rimasti i dogmi fondamentali della fede: Dio Uno, la creazione, la provvidenza, l’uomo immagine di Dio, gli angeli, il dogma trinitario, l’Incarnazione, la Redenzione. E assieme a questa “memoria” è rimasta anche la struttura fondamentale della Chiesa: il battesimo, la grazia di Cristo, la salvezza, il popolo di Dio, i ministri, la Scrittura, il profetismo, i carismi dello Spirito, la preghiera, la Cena del Signore, l’etica cristiana. Tutti questi valori sono alla base dei rapporti ecumenici.

Il Santo Padre ha affermato:

«Forse alcuni metodi non erano giusti, ma in quel tempo vediamo che la Chiesa non era proprio un modello da imitare: c’era corruzione nella Chiesa, c’era mondanità, c’era attaccamento ai soldi e al potere. E per questo lui ha protestato».

Lutero ha squarciato l’Unità della Chiesa …

Forse andrebbe ben precisato che non si tratta solo di metodi ingiusti, ma anche di obbiettivi e di contenuti ingiusti o sbagliati, come quelli esposti sopra, che hanno trasformato la “riforma” in una distruzione, in una eresia che ha dato vita ad un drammatico scisma.

Il Santo Padre seguita dicendo:

«Poi era intelligente, e ha fatto un passo avanti giustificando il perché faceva questo. E oggi luterani e cattolici, con tutti i protestanti, siamo d’accordo sulla dottrina della giustificazione: su questo punto tanto importante lui non aveva sbagliato. Lui ha fatto una “medicina” per la Chiesa». 

Anche il famoso serial killer noto come Jack lo Squartatore era sicuramente intelligente, n’è prova il fatto che il meglio della polizia di Scotland Yard non riuscì mai a scoprire chi fosse e tutt’oggi la sua identità è avvolta nel mistero. Sebbene sulla sua intelligenza si potrebbe discutere, analizzando la cosa da altra angolatura. Così come si dovrebbe discutere sul fatto che non è da cristiani veramente intelligenti cadere nell’eresia e distruggere la Chiesa, per cui, come era ovvio, Lutero non ha saputo dare alcuna giustificazione intelligente e plausibile dei danni che ha fatto. La vera intelligenza, è frutto dell’umiltà. L’eretico, di solito, è una persona intelligente, ma superba e manca di carità. Egli non ascolta l’avvertimento di San Paolo: «La scienza gonfia. La carità edifica» [I Co 8,2]. L’intelletto ci vuole, ma, come dice Dante, dev’essere un «intelletto d’amore». Infine, se davvero Lutero ha fatto una “medicina”, come mai allora, il Concilio di Trento, l’ha sostituita con un’altra? In tal caso: quale delle due medicine è quella giusta?

il Romano Pontefice a Lund (Svezia) per la celebrazione del 500 anni della “riforma” di Lutero, abbraccia al termine di una liturgia una Gentile Signora mascherata da “arcivescova” e come tale rivestita delle insegne sacerdotali. In un mondo che vive spesso di immagini, viene da domandarsi: una simile immagine d’impatto, era proprio necessaria? E se necessaria, a che cosa, è stata necessaria?

Il Santo Padre infine conclude: 

«Oggi il dialogo è molto buono e quel documento sulla giustificazione credo che sia uno dei  documenti ecumenici più ricchi, più ricchi e più profondi […] Ci sono divisioni, ma dipendono anche dalle Chiese».

Del documento sulla giustificazione ho già parlato sopra. In esso bisogna distinguere da una parte le divisioni tra le Chiese che toccano la carità ; dall’altra, la divisione o separazione dei luterani dalla Chiesa cattolica, in quanto, questa seconda, tocca molto a fondo la verità, la fede e  il dogma.

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dall’Isola di Patmos, 23 ottobre 2016 

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[1] Ne ho fatto un recente commento nel mio articolo «Il concetto di giustificazione in Lutero», luglio 2017, vedere QUI.

[2] Lutero stesso, qui eco della saggezza agostiniana, dice che esiste un orgoglio nascostissimo nel nostro animo. Cf il Salmo 19,14: “Dall’orgoglio nascosto salva il tuo servo”. Il problema della salvezza è tutto qui. Purtroppo Lutero cadde in quell’orgoglio, del quale aveva un eccessivo timore.

[3] Vedi per es: J.Lortz – E.Iserloh, Storia della Riforma, Società Editrice Il Mulino, Bologna 1990.

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Avviso ai Lettori: «Cari Lettori, il nostro compleanno scocca al superamento dei tredici milioni» in soli tre anni di attività apostolica

22 Ottobre 2017/in Attualità/da Redazione

AVVISO AI LETTORI: «CARI LETTORI, IL NOSTRO COMPLEANNO SCOCCA AL SUPERAMENTO DEI TREDICI MILIONI»

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il 19 ottobre 2014 la nostra webmaster caricava su internet il sito di questa rivista telematica, quarantotto ore dopo, il 22 ottobre, entrava in funzione. Da allora ad oggi, la felice esperienza de L’Isola di Patmos ha superato i tredici milioni di visite in soli tre anni di attività apostolica.

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Autori
Giovanni Cavalcoli, O.P. – Ariel S. Levi di Gualdo

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Cari Lettori,

la redazione de L’Isola di Patmos, da sinistra a destra: Padre Giovanni Cavalcoli, Padre Ariel S. Levi di Gualdo ed il suo collaboratore Jorge Facio Lince, responsabile della gestione della nostra redazione

tre anni fa prese vita la felice esperienza de L’Isola di Patmos, un progetto dinanzi al quale mai avremmo immaginato il successo che abbiamo registrato e che rientra a nostro parere tra le azioni della grazia di Dio. Anche se nessuno di noi è un abile esperto in scienze matematiche, è il caso di parafrasare quel noto motto che dice: «parlano i numeri».

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In tre anni abbiamo superato i tredici milioni di visite, per un totale complessivo di quasi cinque milioni di singoli visitatori, come illustrato dal grafico riportato a fine pagina. Di questi dodici ed oltre milioni registrati sino a oggi, ben oltre sette milioni e mezzo sono le visite registrate dal 1° gennaio al 22 ottobre 2017, per una media mensile attestata sulle 750.000 visite al mese.

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i nostri due preziosi collaboratori: il filosofo e teologo Jorge Facio Lince, collaboratore del Padre Ariel S. Levi di Gualdo; Suor Matilde Nicoletti, da molti anni collaboratrice di Padre Giovanni Cavalcoli

La nostra webmaster ci ha spiegato che i numeri effettivi sono più alti, perché in gran parte dei casi, oggi, ad una singola rete sono collegati più computer dai quali più persone si connettono. Molte sono le abitazioni private nelle quali da una singola rete, si collegano tre o quattro computer. Poi vi sono reti aziendali o sistemi wi-fi ai quali i computer collegati a una singola rete sono addirittura decine. Pertanto, a suo parere, i numeri registrati dal motore che misura gli accessi al sito andrebbero perlomeno triplicati.

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Abbiamo prodotto sino ad oggi 342 articoli per un totale di circa 8.000 pagine. Ma soprattutto abbiamo instaurato preziose e proficue relazioni sia con un numero molto considerevole di devoti fedeli cattolici, sia con numerosi confratelli sacerdoti residenti in varie parti del mondo, che ci seguono e che sempre con più frequenza ci interpellano per consigli e pareri di carattere teologico, pastorale e spirituale.

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Padre Giovanni Cavalcoli e Padre Ariel S. Levi di Gualdo, presso il convento domenicano di Varazze (Sv) durante le video registrazioni delle lectiones di Padre Giovanni

A novembre saranno apportate alcune variazioni grafiche ed i Lettori noteranno sulla home-page la dicitura indicante l’iscrizione della rivista al Tribunale e all’albo delle riviste specializzate, perché L’Isola di Patmos è una rivista vera e propria, anche se per adesso solo on-line.

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Abbiamo in progetto di stampare I quaderni de L’Isola di Patmos ogni quattro mesi, dove raccogliere gli articolo teologici e, prima possibile, procederemo ad aprire le Edizioni L’Isola di Patmos, stampando sia libri nuovi, sia ristampando libri dei Padri ormai fuori stampa. Nella realizzazione di questi progetti siamo andati molto lentamente, perché in certe imprese la prudenza è di rigore, specie se non si dispone né di sponsor né di somme di danaro sicure e garantite. Però, a poco a poco, stiamo realizzando questi progetti. Come infatti abbiamo più volte accennato nei nostri diversi articoli, accettare dei finanziamenti o essere coperti nelle spese di gestione da uno sponsor, può essere rischioso, per persone non ideologiche e senza bandiera di partito come noi, che proprio per questo non possono correre il rischio di ritrovarsi con finanziamenti ad elastico, in virtù dei quali i finanziatori potrebbero anche finire col dirci cosa scrivere e come scriverlo, ma soprattutto cosa scrivere e cosa non scrivere.

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I Padri de L’Isola di Patmos a passeggio, una immagine che è un paradigma del cammino verso la luce …

In occasione del nostro compleanno, ricordiamo che i nostri Lettori sono gli unici sostenitori della nostra opera attraverso le loro offerte grazie alle quali abbiamo potuto sostenere sino ad oggi le spese di gestione. E nel “fatidico” mese di novembre, dobbiamo raccogliere il necessario per il rinnovo dei programmi e degli abbonamenti indispensabili al nostro lavoro. Dobbiamo anche provvedere a pagare il server provider, che senza averci aumentato il prezzo, ma mantenendoci la stessa quota, ha trasferito il sito in una cosiddetta piattaforma aziendale, dotato di maggiori memorie d’archivio, velocità ed accesso illimitato di visitatori. Più volte, in occasione dell’invito rivolto ai Lettori a volerci sostenere, abbiamo ricordato che in internet non è vero che tutto è gratis, ma che tutto è a pagamento, quando si lavora avvalendosi per obbligo e per necessità di tutta una serie di servizi professionali a pagamento.

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… senza dimenticare che su L’Isola di Patmos veglia da sempre anche Ipazia gatta romana

Nel 2017 le spese sono state pari a 5.200 euro, quest’anno, avendo aggiunto altri servizi d’abbonamento, siamo saliti a 6.400 euro. Invitiamo i nostri Lettori a sostenere anche quest’anno il nostro lavoro, che come sapete è del tutto gratuito, ma soprattutto mirato, oggi più che mai, ad aiutare un numero sempre più elevato di fedeli cattolici smarriti e disorientati, ed anche a sostenere un numero non indifferente di sacerdoti non meno smarriti e disorientati. La virtù teologale della speranza, che unisce fede e carità [cf. I Cor 13, 1-13], ci aiuterà ad uscire fuori dal buio di questo tunnel, che come tutti i tunnel ha un inizio nebuloso e scuro, ma anche una fine nella luce, perché «La luce splende fra le tenebre, e le tenebre non l’hanno vinta» [Gv 1,5].

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l’obolo della povera vedova [cf. Lc 21, 1-4]

Desideriamo offrirvi infine qualche esempio edificante, scegliendone due tra i tanti: un sacerdote italiano che senza l’aiuto dei genitori pensionati avrebbe difficoltà a fare la spesa ed a pagare la bolletta della luce della chiesa — perché questa è la realtà di molti sacerdoti di quella Chiesa italiana definita più volte in pubblico e in privato dal Pontefice regnante come «principesca», o come gestita da «vescovi prìncipi» —, tutti i mesi ci manda 10 euro. Un sacerdote dello Sri Lanka, rettore di un seminario costruito con materiali prefabbricati, tutti i mesi ci manda 3 dollari. 

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Offriteci anche voi i mezzi per lavorare contro le tenebre, mentre porgiamo un sentito e profondo ringraziamento a tutti coloro che sino a oggi ci hanno sostenuti con affetto e con preziosa generosità. E che Dio ve ne renda merito.

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Dall’Isola di Patmos, 22 ottobre 2017 – III° anno di attività apostolica

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«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» [Gv 8,32],
ma portare, diffondere e difendere la verità non solo ha dei
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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2017/06/Giovanni-e-Ariel-miniatura-isola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Redazione https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Redazione2017-10-22 15:54:142021-04-26 17:13:19Avviso ai Lettori: «Cari Lettori, il nostro compleanno scocca al superamento dei tredici milioni» in soli tre anni di attività apostolica

Me lo impone l’ossequio alla verità: «La petizione a favore di Amoris laetitia è molto peggiore della Correctio filialis che accusa di eresia il Sommo Pontefice». E in appendice: una piccola profezia in morte di Benedetto XVI

19 Ottobre 2017/20 Commenti/in Attualità/da Padre Ariel

ME LO IMPONE L’OSSEQUIO ALLA VERITÀ: «LA PETIZIONE A FAVORE DI AMORIS LAETITIA È MOLTO PEGGIORE DELLA CORRECTIO FILIALIS CHE ACCUSA DI ERESIA IL SOMMO PONTEFICE». E IN APPENDICE: UNA PICCOLA PROFEZIA IN MORTE DI BENEDETTO XVI

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Giorno dietro giorno, il Sommo Pontefice Francesco si sta mostrando un genitore all’apice della propria irresponsabilità, ma non per questo cesserà mai di essere, nel bene come nel male, il nostro legittimo genitore. Pertanto, il figlio addolorato, può anche dire: «Mi sarebbe piaciuto avere un genitore diverso», ma sempre animato dalla piena consapevolezza che il suo genitore è quello. E come tale deve anche accettarlo e rispettarlo, sino ad accettare, con non poca sofferenza, il fatto che correggere e formare il genitore non è mai stato compito dei figli, mentre aiutare il genitore sì, questo è un vero e proprio dovere dei figli.  

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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«Nella Chiesa visibile voi siete ormai i presbiteri sopravvissuti di una Chiesa militante e salvifica che non esiste più, per questo potete definirvi dei paleo-presbìteri, in attesa di congiungervi alla Chiesa trionfante nella Gerusalemme celeste»

Jorge Facio Lince, Colloqui privati con Ariel S. Levi di Gualdo

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Nuova copertina per la prossima edizione de I miserabili, di Victor Hugo. Nella foto: il Sommo Pontefice Francesco I intervistato dal presbitero padovano Marco Pozza, degno figlio di … Frate Cipolla [cf. articolo QUI]

L’ambiguità del Santo Padre, il suo rifiuto a rispondere e chiarire, forse dovuto a una gabbia nella quale è stato chiuso o nella quale senza volere s’è lasciato chiudere [cf. risposta a un lettore, QUI], equivale a un lancio dall’aereo senza paracadute. E dinanzi a simile lancio, non si può parlare di fine prevedibile, ma solo di fine certa.

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Provate a immaginare una di quelle famiglie numerose composta da due genitori e cinque figli in età compresa tra i cinque e i quindici anni, nella quale il padre e la madre non danno precise indicazioni e direttive su che cosa fare e cosa non fare, su quello che si deve fare e su quello che non si deve mai fare, su quello che è consentito e su quello che è proibito. E supponiamo che questi genitori, semmai anche facendo capire o indicando quel che non si deve fare e quel che è proibito fare, non indichino in alcun modo quella che sarebbe la giusta punizione data a chi trasgredisse il loro comando. Ebbene: che cosa accadrebbe?

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A questa domanda posso rispondere attraverso un’immagine eloquente, triste e umiliante nel suo squallore per la Chiesa di Cristo e per questo pontificato. Si tratta della foto che accompagna questo articolo, nella quale è ripreso il presbìtero Marco Pozza, cappellano del carcere di Padova, seduto dinanzi al Sommo Pontefice vestito come un giovanottino casual in scarpette da ginnastica [cfr. QUI].

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Per chiarire l’esempio scelto attraverso il quale parleremo poi di altro, bisogna ricordare che il Codice di Diritto Canonico stabilisce tutt’oggi:

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I chierici portino un abito ecclesiastico decoroso secondo le norme emanate dalla Conferenza Episcopale e secondo le legittime consuetudini locali [can. 284]. I chierici si astengano del tutto da ciò che è sconveniente al proprio stato, secondo le disposizioni del diritto particolare [Can. 285 §1]. Evitino ciò che, pur non essendo indecoroso, è alieno dallo stato clericale [Can. 285 §2].

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Citato il canone, conosciamo però anche la risposta di certi soggetti, che è più o meno questa: «Ma per piacere, non formalizziamoci! Ciò che solo conta sono la pace, l’amore, la misericordia, l’accoglienza. Non fossilizziamoci sulla dura e arida legge, roba da legalismi farisaici! Quel che importa è di stare vicini alle pecore, prenderne l’odore, puzzare di pecora come loro».

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E proprio dinanzi a risposte di questo genere è necessario ricordare che oltre a questo “arido” canone 284, privo sicuramente di pace, amore, misericordia, accoglienza e puzzo di pecore, esistono quarantotto anni di magistero pontificio nell’esercizio del quale, ben tre Predecessori del Pontefice regnante, uno dei quali canonizzato e l’altro beatificato ― forse sbagliando in nome della arida legge non misericordiosa né pecoreccia ―, sulla base di questo “arido” canone hanno fatto ripetuti richiami ai membri del clero secolare e regolare, ribadendo in tutti i modi che l’abito ecclesiastico, non è affatto un semplice accessorio del tutto inutile. E richiami in tal senso li fece il Beato Pontefice Paolo VI alla Catechesi nell’Udienza generale del 17 settembre 1969 [cfr. QUI], per seguire con la Allocuzione al Clero del 1° marzo 1973. Segue la lettera circolare Per venire incontro della Congregazione per i Vescovi a tutti i Rappresentanti Pontifici del 27 gennaio 1976. Per seguire con la Lettera Apostolica del Santo Pontefice Giovanni Paolo II, Novo incipiente, del 7 aprile 1979, rivolta ai sacerdoti in occasione del Giovedì Santo. Sempre sotto il pontificato del Santo Pontefice Giovanni Paolo II — canonizzato ma non ascoltato e tanto meno seguito — segue la Circolare della Congregazione per l’Educazione Cattolica del 6 gennaio 1980, ed appresso quella della Congregazione per il Clero in Direttorio per il ministero e la vita dei presbiteri, paragrafo 66, Sull’obbligo dell’abito ecclesiastico, del 31 gennaio 1994. E ancora: l’8 settembre 1982 il Santo Pontefice Giovanni Paolo II scrisse una lettera al Vicario Generale per la Diocesi di Roma, pubblicata su L’Osservatore Romano il 18-19 ottobre 1982 — all’epoca in cui l’organo ufficiale della Santa Sede non parlava ancora di San Martin Lutero e della sua “riforma” —, ribadendo l’obbligo dell’abito ecclesiastico e stabilendo che nella sua Diocesi desiderava che i presbiteri portassero la veste talare [si invita a leggere il testo QUI]. Su questo argomento torna infine anche il Venerabile Pontefice Benedetto XVI con la sua locuzione rivolta alla riunione plenaria della Congregazione per il Clero il 16 marzo 2009 [cfr. QUI].  

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Premesso che noi rifuggiamo qualsiasi spirito di puro e arido formalismo, ogni buon cattolico valuti da sé stesso la indignitosa portata della pubblica immagine di un pretino fashion in abiti casual, che con le scarpette da ginnastica puntate sul pavimento intervista il Romano Pontefice. Dalla stessa posa del prete chiunque può infatti dedurne che nei suoi lunghi anni di santissimo seminario, sicuramente teso già da allora a quel social-pecoreccio che oggi fa tanta tendenza, forse non ha mai appreso neppure i rudimenti della buona educazione, che non è formalismo, perché l’educazione rientra in uno stile di vita ecclesiale ed ecclesiastico legato ai più profondi elementi della spiritualità sacerdotale e del sacro ministero pastorale [rimando al mio articolo sui pretini trendy: «Non pigliateli sul serio, pigliateli per il culo» QUI].

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Se da una parte abbiamo cordate di critici che aggrediscono a volte in modo irrispettoso e persino violento il Sommo Pontefice per ogni suo sospiro, dall’altra ci piacerebbe che, i suoi strenui difensori, spesso non meno squilibrati, entrassero nell’ordine d’idee che il Santo Padre non è perfetto e che, proprio per la migliore tutela e salvaguardia del suo ruolo, bisogna all’occorrenza mettere in luce anche i suoi difetti, che non sono pochi e sovente producono anche danni [cfr. mio precedente articolo QUI]. In caso contrario si cade nello squilibrio totale dall’una e dall’altra parte, danneggiando, nell’uno e nell’altro caso, la Chiesa di Cristo, il Pontefice regnante e l’istituto del Papato.

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Pochi giorni fa, con decisa severità, ho criticato gli autori della Correctio filialis [cfr. testo, QUI] che hanno imputato al Pontefice regnante sette eresie espresse in modo più o meno diretto [cfr. precedente articolo QUI]. In quelle mie righe, in toni rasenti in alcuni passaggi quasi la “crudeltà”, ho duramente attaccato uno dei firmatari, Antonio Livi [cfr. precedente articolo QUI]. E l’ho attaccato perché anzitutto gli voglio molto bene, lo venero come presbitero anziano e lo considero sul piano filosofico e teologico l’ultimo grande esponente della gloriosa Scuola Romana.

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L’ossequio alla verità e l’onesta intellettuale, oggi mi impongono a maggior ragione di affermare che quella Correctio filialis è veramente niente, a confronto di un testo di difesa del Sommo Pontefice che snatura completamente il testo della Amoris laetitia, dando per scontate e spacciando all’opinione pubblica cattolica delle aperture mai scritte e delle permissioni mai date [vedere testo, QUI]. La Correctio filialis, sulla quale spicca per il gaudio dei rumorosi cattolici filo-lefebvriani la inopportuna firma del vescovo scismatico Bernard Fellay, Superiore generale della Fraternità Sacerdotale di San Pio X, che ricordiamo non è in comunione con Roma, malgrado le improvvide e unilaterali concessioni a loro fatte dal Sommo Pontefice Francesco, non è davvero niente, a confronto delle firme che compaiono alla fine del testo di questa sperticata difesa: quelle di molti eretici conclamati. Inclusi tra di essi due scomunicati: Martha Heizer, presidente della cosiddetta associazione di base Wir sind kirche [Noi siamo Chiesa], alla quale è stata comminata nel 2014 la scomunica, non dal Sommo Pontefice Benedetto XVI, ma dal Pontefice felicemente regnante. Scomunica estesa anche a suo marito Ehemann Gert [cfr. QUI, QUI]. E se questi sono alcuni dei firmatari della difesa, c’è di che essere inquietati [cfr. QUI].

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Proprio in virtù della severità usata pochi giorni fa, l’evolvere dei fatti mi obbliga a dire che mentre gli accusatori di ieri sono dei cattolici in errore, i difensori di oggi sono invece perlopiù eretici manifesti, incancreniti in una propria visione soggettiva di Chiesa Cattolica, non corrispondente alla Chiesa di Cristo, che con la scusa di Amoris laetitia e della pretestuosa difesa del Sommo Pontefice, tentano invece di difendere e di portare  avanti solo le loro pericolose eresie di sempre.

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Ho usato il paradigma dell’abito ecclesiastico e della penosa foto del casual pretino fashion dinanzi al Sommo Pontefice in condizioni indignitose per ribadire che Francesco è l’emblema del genitore diseducativo. È il paradigma del genitore che, una volta presa una decisione, dinanzi alle richieste di spiegazione del figlio, anziché rispondere, gli dice: «Vai a chiedere al vicino di casa, perché lui è un genitore esperto, ci penserà lui a darti la giusta interpretazione di ciò che volevo dire». Esattamente come l’Augusto Pontefice rispose quando incalzato dalle domande dei giornalisti li invitò a chiedere lumi al Cardinale Christoph von Schönborn. E voi capite bene che, se non ci fosse da piangere, ci sarebbe da ridere.

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Se un genitore non risponde al figlio, o non indica al figlio, assieme alla direttiva o al comando dato, anche la eventuale punizione nella quale incorrerebbe, rischia di ritrovarsi con un adolescente che gli torna a casa ubriaco e drogato alle tre di notte, consapevole che dall’altra parte non c’è un genitore misericordioso, accogliente e includente, ma un perfetto irresponsabile incapace ad assumersi le proprie responsabilità. Anzi peggio: persino capace, all’occorrenza, di prendersela con l’altro figlio adolescente che, consapevole della propria età e dei rischi che si possono correre, conduce una vita morigerata e non va a farsi di spinelli in giro per i bassifondi con persone ad alto rischio. E, detto questo, prego gli specialisti dell’uso a sproposito del Santo Vangelo e della sua peggiore adulterazione, di non azzardarsi a tirare in ballo la Parabola del figlio prodigo [cfr. Lc 15, 11-32], perché essa non insegna a prendere a legnate il figlio fedele e ad innalzare a modello il figlio dissoluto, affatto pentito e non disposto a correggersi. Anzi, avendo finito i soldi chiesti e dati in precedenza dal padre, il dissoluto torna da lui per chiedergli altri soldi e per poi tornare a dilapidarli con le prostitute. Perché questi sono i modelli che spesso, nella Chiesa contemporanea, sono fatti passare per il figliol prodigo, in sprezzo massimo a Cristo Signore ed al suo Santo Vangelo che insegnano tutt’altro.

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Giorno dietro giorno, il Sommo Pontefice Francesco si sta mostrando un genitore all’apice della propria irresponsabilità, ma non per questo cesserà mai di essere, nel bene come nel male, il nostro legittimo genitore. Pertanto, il figlio addolorato, può anche dire: «Mi sarebbe piaciuto avere un genitore diverso», ma sempre animato dalla piena consapevolezza che il suo genitore è quello. E come tale deve anche accettarlo e rispettarlo, sino ad accettare con non poca sofferenza che correggere e formare il genitore non è mai stato compito dei figli, mentre aiutare il genitore si, questo è un vero e proprio dovere dei figli.

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Offro infine una piccola “profezia” al termine di questo mio commento, intitolata: In morte del Sommo Pontefice Benedetto XVI. Cosa che potrebbe suonare come una caduta di stile inverosimile, se non spiegata a dovere. E la mia piccola “profezia” è questa: il Santo Padre Benedetto XVI, seppure acciaccato per comprensibili questioni di età, sebbene sempre perfettamente lucido, a novant’anni suonati si sta avviando verso la fine naturale della sua esistenza, che potrebbe avvenire da un giorno all’altro. Se infatti tutti, sin dalla nascita, inclusi infanti, bambini e giovani, possono essere còlti in qualsiasi momento dalla morte, a maggior ragione lo è un novantenne.

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Premesso che le nostre chiese sono sempre più vuote, che i cameramen del Centro Televisivo Vaticano e di Sat2000 non sanno più da quale angolo inquadrare una piazza San Pietro sempre più deserta, cercando di farla apparire più o meno piena di fedeli … ebbene, ciò premesso vi dico: il giorno che saranno celebrate le esequie funebri del Sommo Pontefice Benedetto XVI, predecessore del Pontefice regnante, il Popolo di Dio regalerà l’ultima piazza stracolma della storia della Chiesa universale. E quella piazza stracolma, come poi mai più la si vedrà in futuro, sarà il segno e al contempo il giudizio dato dal Popolo di Dio sul pontificato di un Sommo Pontefice che ha ricevuto ed elargito sorrisi e parole a tutti, persino a un figlio di Lucifero come Marco Pannella, a una abortista indomita e impenitente come Emma Bonino, a un lupo oggi mascherato da agnello come Eugenio Scalfari [cfr. Giovanni Cavalcoli, QUI]. Ha ricevuto in udienza e ha abbracciato i peggiori dittatorelli dell’America Latina, che con gran caduta di stile lo hanno trattato a pacche sulle spalle e abbracci attorno al suo girovita; usando poi queste immagini nei propri Paesi per far credere al popolo Boliviano o al popolo Venezuelano che il Sommo Pontefice era dalla parte loro, cosa ovviamente falsa, totalmente falsa! Ma purtroppo, certe immagini, a livello mediatico hanno degli impatti devastanti, con buona pace dei guru delle comunicazioni come Padre Antonio Spadaro e Mons. Dario Edoardo Viganò, la prudenza dei quali è forse equiparabile a quella di chi li ha scelti ed eletti a certi delicati uffici.

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Per tutti il Sommo Pontefice Francesco ha avuto sorrisi e risposte, meno che per i suoi devoti fratelli nell’episcopato, come i quattro Cardinali che in tono molto rispettoso gli chiesero una risposta, attraverso la forma ecclesiale dei cosiddetti Dubia.

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Questo è ciò che accadrà alla morte del Sommo Pontefice Benedetto XVI. A meno che certi clericali luciferini, intuendo anch’essi che la piazza non si può controllare e che una piazza gremita stretta attorno al feretro del 265° Successore di Pietro, sarebbe un visibile giudizio clamoroso su questo pontificato caratterizzato da interviste rilasciate a giornali laici di grande tradizione anticlericale, ma al tempo stesso caratterizzato da piazze e chiese sempre più vuote, “parino il danno d’immagine” imponendo la celebrazione delle esequie funebri in forma privata. Semmai inventandosi — perché in quanto ad essere bugiardi non li batte nessuno —, che il Sommo Pontefice Benedetto XVI aveva lasciata disposizione che le sue esequie funebri fossero celebrate in forma privata. 

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Sono stati versati fiumi d’inchiostri sul Venerabile Pontefice Benedetto XVI che ha rinunciato al ministero petrino ritirandosi a vita privata, ma nessuno ha valutato ancora la sua “terribile pericolosità” da morto, dinanzi ad una piazza gremita come mai, con un esercito di cattolici polacchi capaci a raggiungere Roma — come tra l’altro hanno più volte fatto —, anche a piedi e con l’autostop, per essere presenti alla definitiva sepoltura del pontificato di San Giovanni Paolo II, canonizzato, ma non ascoltato e  non seguito. E quella piazza gremita come mai, sarebbe un giudizio sul pontificato del Santo Padre Benedetto XVI, odiato dalla peggiore intellighenzia teologica catto-luterana, ma amato dai fedeli cattolici. Però, quella piazza gremita, sarebbe anche un giudizio terribile sul pontificato del suo Successore, che da una parte ha elargito sorrisi a Marco Pannella e ad Emma Bonino, interviste ad Eugenio Scalfari ed abbracci ad arcivescove lesbiche luterane rivestite delle insegne sacerdotali, ed al tempo stesso inaugurando l’èra di un pontificato con le chiese romane sempre più vuote e la Piazza San Pietro sempre più deserta, mentre due suoi devoti cardinali morivano dopo avere servita devotamente la Chiesa per tutta la vita ed avere confermata devozione in tutti i modi all’Augusto Pontefice, ma lui — il misericordioso —, non si è degnato di riceverli e di rispondergli. Forse non li ha ricevuti e non gli ha risposto perché era troppo impegnato a salutare l’arrivo di orde di giovanottoni in perfetta salute fisica, tutt’altro che fuggiti dalla fame e dalle guerre, tutti in fascia d’età molto al di sotto dei trent’anni, ad assoluta maggioranza musulmani, che si sono lanciati nella colonizzazione della morente Europa ormai scristianizzata foraggiati dai fondi dell’Arabia Saudita e del Qatar, ma pur malgrado chiamati in modo stolto e imprudente con tutt’altro nome: profughi. Il tutto dopo avere dimostrato di saper leggere e di saper scandire bene due sole parole latine: jus soli …

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E chi vivrà, vedrà, il giorno in cui seppelliremo il suo Venerabile Predecessore Benedetto XVI, se non decideranno di evitare il grosso problema facendogli un funerale zitti, zitti …

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Dall’Isola di Patmos, 19 ottobre 2017

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The Marco Pozza’s show

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Ecco un altro prete che purtroppo non ha capito che i giovani in modo del tutto particolare, i Sacerdoti di Cristo non li vogliono conciati così, a fare i divetti di bassa lega in jeans davanti all’altare, lo dimostrano le chiese nelle quali costoro parlano, dove in platea, più che i giovani, ci sono solo vecchi sessantottini ormai settantenni, con l’artrite reumatoide, rimasti con le loro chitarrine in mano a cantare Dio e morto di Francesco Guccini, sempre paralizzati nel “vietato vietare” e nella dolce icona del “Cristo-Che Guevara“. Ma che alla loro sciatteria, desse corda e credito il Sommo Pontefice e la miseranda televisione della Conferenza Episcopale Italiana, questo non ce lo saremmo aspettato …

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«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» [Gv 8,32],
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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2017/04/padre-Aiel-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Ariel https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Ariel2017-10-19 00:06:132023-01-04 14:27:55Me lo impone l’ossequio alla verità: «La petizione a favore di Amoris laetitia è molto peggiore della Correctio filialis che accusa di eresia il Sommo Pontefice». E in appendice: una piccola profezia in morte di Benedetto XVI

Le domande al Santo Padre su Amoris laetitia e il dramma delle sue “mani legate”, in una Chiesa governata da chi?

17 Ottobre 2017/6 Commenti/in Attualità/da Padre Giovanni

Rispondono i Padri de L’Isola di Patmos

LE DOMANDE AL SANTO PADRE SU AMORIS LAETITIA  E  IL DRAMMA DELLE SUE “MANI LEGATE”, IN UNA CHIESA GOVERNATA DA CHI ?

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Sono sempre più autorevoli, attendibili e numerose le persone che, dopo essere riuscite a portare certi problemi direttamente all’attenzione del Santo Padre, si sono sentite da lui rispondere: « … ho le mani legate». La domanda è quindi di rigore: allora chi è che governa la Chiesa?

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Cari Padri,

vi seguo da tempo con assiduità e profitto, perché vedo nelle vostre posizioni quella via media che ha sempre caratterizzato la Chiesa Cattolica e che oggi sembra essere quasi sparita, sopraffatta dai due opposti estremi del tradizionalismo e del progressismo. Volevo chiedervi però un parere su questo passo di Amoris laetitia n. 303 […] Come va intesa bene questa parte di Amoris laetitia? Cioè, in che senso non si cade qui nella morale della situazione ? Da un po’ di tempo sono in crisi su questo punto, perché non ne riesco a venire a capo in modo convincente. Vi ringrazio e che Gesù e Maria vi benedicano e accompagnino sempre!

Don Carlo

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Autore
Giovanni Cavalcoli, O.P.

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PDF  articolo formato stampa

 

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Cari Lettori, tra poco abbiamo bisogno di soldi, perché a dicembre dobbiamo rinnovare tutti gli abbonamenti di servizio per il sito de L’Isola di Patmos. In attesa che ci giunga come sempre il vostro sostegno, ci siamo frattanto inventati lo sponsor del Digestivo Tonetto, in questi tempi di acidità, reflussi gastrici e bruciori di stomaco …

L’Esortazione apostolica Amoris Laetitia recita al n. 303:

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«A partire dal riconoscimento del peso dei condizionamenti concreti, possiamo aggiungere che la coscienza delle persone dev’essere meglio coinvolta nella prassi della Chiesa in alcune situazioni che non realizzano oggettivamente la nostra concezione del matrimonio. Naturalmente bisogna incoraggiare la maturazione di una coscienza illuminata, formata e accompagnata dal discernimento responsabile e serio del Pastore, e proporre una sempre maggiore fiducia nella grazia. Ma questa coscienza può riconoscere non solo che una situazione non risponde obiettivamente alla proposta generale del Vangelo; può anche riconoscere con sincerità e onestà ciò che per il momento è la risposta generosa che si può offrire a Dio, e scoprire con una certa sicurezza morale che quella è la donazione che Dio stesso sta richiedendo in mezzo alla complessità concreta dei limiti, benché non sia ancora pienamente l’ideale oggettivo. In ogni caso, ricordiamo che questo discernimento è dinamico e deve restare sempre aperto a nuove tappe di crescita e a nuove decisioni che permettano di realizzare l’ideale in modo più pieno».

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Le ripetute domande che molti lettori hanno rivolto, inclusi nostri Confratelli Sacerdoti, sono più o meno quelle che seguono: di quale situazione si tratta? Chiaramente si tratta della situazione nella quale la coppia si unisce sessualmente in modo illecito. E per questo la situazione non corrisponde obiettivamente alla proposta generale del Vangelo, il quale proibisce l’adulterio, sempre e in ogni caso. Tanto che molti, inclusi nostri Confratelli Sacerdoti, si domandano: non c’è forse il rischio di cadere nella “morale della situazione?”.

Ora, la coscienza di certe coppie in stato di irregolarità, può riconoscere “con sincerità e onestà che per il momento” questa situazione “è la risposta generosa che si può offrire a Dio, e scoprire con una certa sicurezza morale che quella è la donazione che Dio stesso sta richiedendo” ? Può esistere un caso nel quale Dio considera un’unione adulterina come “donazione che Egli sta richiedendo?” .

Inoltre: un’unione adulterina, si può considerare in certi casi una situazione che “non è ancora pienamente l’ideale oggettivo”, ossia una situazione in sé onesta ― anzi persino un “dono di Dio” ―, ma solo imperfetta, “che ha bisogno di maturare per raggiungere la situazione ideale?” . E qual sarebbe, in tal caso, questa “situazione ideale?”. Il matrimonio e la legittima unione che ne consegue?

Altri ancora si domandano: “allora un’unione adulterina, in certi casi, non è un’unione illecita, ma potrebbe essere semplicemente un’unione imperfetta, bisognosa di maturare per raggiungere l’ideale del matrimonio ?”. Ma allora il matrimonio, che è il vertice di un’unione fra uomo e donna, “può comportare, in certi casi, come stadio inferiore ed imperfetto, un’unione adulterina o non piuttosto l’unione adulterina in ogni caso è sempre illecita?” . L’unione adulterina, quindi illecita, non è forse sempre proibita dal Vangelo?

Nelle righe precedenti ho riportato tutta una serie di quesiti che molti si pongo e che altrettanti ci pongono sempre più di frequente. Per non parlare delle situazioni a fronte delle quali, non pochi nostri Confratelli Sacerdoti che esercitano il ministero di confessori, si dichiarano sempre più in stato di confusione, o peggio nella condizione di non poter dare adeguate risposte.

Detto questo mi domando: forse ci si poteva ― anzi forse ci si doveva ― esprimere in altro modo. Per esempio si sarebbe dovuto dire che la coppia, quando si trova in una situazione irregolare per ipotesi non eliminabile, moralmente molto pericolosa, dove la tentazione è pressoché irresistibile, si trova di per sé in una situazione nella quale facilmente, o quasi inevitabilmente, è indotta dalla spinta erotica a commettere il peccato di adulterio. Tuttavia, la misericordia divina non è assente anche in queste situazioni. Il peccato, benché oggettivamente comporti materia grave, può avere delle attenuanti  soggettive tali che, se i due perdono la grazia, la possono recuperare con un sincero pentimento, con opere di penitenza e chiedendo perdono a Dio che, in tal caso, restituisce la grazia perduta. Come infatti più volte i Padri de L’Isola di Patmos hanno espresso in ormai numerosi articoli di spiegazione e chiarimento sul tema, sin dalla fine del Sinodo della Famiglia [vedere i nostri articoli di archivio], è che nessuno può presumere, tanto meno stabilire, che una persona, o una coppia di persone, siano di per sé, sempre e in ogni caso, fuori della grazia di Dio in modo permanente. Dio solo, infatti, può leggere e soprattutto giudicare la profonda coscienza dell’uomo. Elemento questo che non deve certo portarci alla comoda de-responsabilizzazione, a rinunciare a chiamare il peccato per ciò che esso è, vale a dire peccato, meno che mai a mutare il peccato in bene. Se infatti, per grazia di Dio e con la grazia di Dio, anche dal peccato può nascere il bene, ciò non vuol dire che il peccato sia bene. Non è questo che s’intende quando, nella lode del Cero, sulle parole di un sermone di Sant’Agostino si canta nel Preconio Pasquale: « O felix culpa, quae talem ac tantum meruit habere Redemptorem » [O beata colpa, che ci fece meritare un tale e così grande Redentore].

È chiaro che queste considerazioni e queste norme, come in generale quelle dell’Amoris Laetitia, accennando alla questione della pratica dei Sacramenti [cf. nota n. 351] valgono solo per le coppie cattoliche, e non interferiscono affatto, ed in alcun modo, nell’autonomia della Legge civile dello Stato per quanto riguarda le cosiddette unioni civili di persone non interessate alla vita cristiana, spesso neppure appartenenti o legate alla Chiesa Cattolica.

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Varazze, 17 ottobre 2017

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Rev. Padri,

Stanotte, rigirandomi nel letto, m’è affiorato nella mente il passo di Matteo 5, 23-24 : «Se stai per presentare la tua offerta all’altare, e là ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa  contro di te, lascia là il tuo dono, davanti all’altare, e va’ prima a riconciliarti col tuo fratello. Poi torna a offrire il tuo dono» L’ho associato prima a me stesso naturalmente, facendo un esame di coscienza. ai miei comportamenti, alle mie azioni, all’impegno che devo dedicare per osservare faticosamente tale insegnamento, poi l’ho associato al Papa, alle sue mancate risposte ai dubia dei suoi fratelli cardinali, alle suppliche sottoscritte da vescovi, teologi, e fedeli. E così mi sono sorte alcune domande: Possibile che il Papa non conosca queste parole del Vangelo? e per quali ragioni dia l’impressione di non volerle osservare? Vanno forse interpretate diversamente, senza alcuna bi-direzionalità? Potete chiarirmi voi queste mie perplessità?

Ettore, Milano

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Cari Lettori, tra poco abbiamo bisogno di soldi, perché a dicembre dobbiamo rinnovare tutti gli abbonamenti di servizio per il sito de L’Isola di Patmos. In attesa che ci giunga come sempre il vostro sostegno, S.E. il Presidente Vladimir Putin, visti i contenuti di certi scritti del Padre Ariel, ha offerto lo sponsor della fabbrica di carri armati della Federazione Russa, in attesa di nominarlo cappellano delle Forze di Artiglieria Pesante, ovviamente con lauto stipendio  …

«Se stai per presentare la tua offerta all’altare, e là ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia là il tuo dono, davanti all’altare, e va’ prima a riconciliarti col tuo fratello. Poi torna a offrire il tuo dono» [Mt 5, 23-24]. Questa frase tratta dal Vangelo del Beato Evangelista Matteo, è usata come monito nel Rito Ambrosiano. Infatti, durante la Santa Messa, prima dei riti di offertorio, il celebrante rivolge questo monito all’assemblea per invitarla allo scambio del segno di pace.

Dopo la riforma liturgica, nel Messale Romano del Beato Paolo VI fu inserito lo “scambio della pace”. Da anni vado ripetendo che la sua collocazione, a mio modesto parere, è stata a dir poco infelice. Infatti, sul Santo Vangelo, non sta scritto che lo riconosceremo dallo scambio del segno di pace, ma sta scritto che i discepoli, in cammino lungo la Via di Emmaus, lo riconobbero dallo spezzare del pane [cf. Lc 24, 13-35].

Nel Rito Romano lo scambio del segno di pace avviene spesso tra musiche inopportune, battimani, bonghi ritmati e canti sinagogali fuori luogo al grido di «shalom, shalom!», ed è collocato in un contesto liturgico molto particolare: la fractio panis. E così, mentre il sacerdote che agisce in Persona Christi e che come alter Christus fraziona quel sacro pane nel quale il Signore Gesù è presente in anima, corpo e divinità, capita spesso che i membri dell’assemblea, formata perlopiù da persone rumorose impegnate in altro, si muovano a destra e a manca per elargire strette di mano e via dicendo a seguire. E certe brutte abitudini sono ormai così radicate che da tempo, gran parte dei Sacerdoti, hanno gettata la spugna e fanno finta di niente, come se assieme al munus santificandi non avessero anche quel munus docendi che gli impone di insegnare e di istruire il Popolo di Dio, che deve riconoscere Cristo dallo spezzare del pane, non da danzanti scambi di segni di pace. E non parliamo poi dei preti superstar, che giunti allo scambio del segno di pace, per meglio male educare il Popolo di Dio, lasciano incustodito il Corpo e il Sangue di Cristo sopra la mensa eucaristica per scendere tra l’assemblea a dare strette di mano, abbracci e pacche sulle spalle a tutti.

Usando un’espressione iperbolica, un nostro Lettore si domanda se il Sommo Pontefice conosca quelle parole del Beato Apostolo Matteo che abbiamo riportate all’inizio. Così, facendo anch’io uso di altrettanta iperbole, da prendere ovviamente come tale e non certo come ironica mancanza di rispetto, potrei aggiungere: chissà se conosce quelle parole che dicono:

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«Simone, Simone, ecco Satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli» Lc 22, 31-32].

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Perché è proprio questo che noi stiamo aspettando: che si ravveda, per poi confermare i fratelli nella fede [cf. nostri precedenti articoli QUI, QUI]. Ma, per confermare, occorre anzitutto essere chiari; e se chiarezza non c’è, in tal caso va fatta, perché altrimenti non si conferma nessuno, si rischia di confondere.

Capisco che per molti devoti cattolici non è cosa facile ― e neppure per noi sacerdoti, spesso lo è ―, ma dobbiamo in tal senso metterci l’animo in pace, perché ormai abbiamo prova, riprova e controprova che il Romano Pontefice non governa la Chiesa. Le scelte infelici si moltiplicano giorno dietro giorno assieme a nomine disastrose nelle diocesi e presso i dicasteri della Santa Sede stessa, in un inquietante brulicare di persone improponibili, spesso gravate di seri problemi morali e dottrinali.

Nella stessa Diocesi di Roma, a breve rimpiangeranno con le lacrime agli occhi il precedente Vicario Generale di Sua Santità, Cardinale Agostino Vallini, visto il modo in cui il suo successore ha sistemato in parrocchie storiche di rilievo anche non pochi preti che sarebbe un eufemismo definire problematici e disturbati, compreso quello che in una grande basilica romana foraggiava un giro di giovani marchettari romeni, dei quali conservava intere collezioni di servizi fotografici dei loro nudi mentre facevano la doccia nella domus presbiterorum. Cosa risaputa, per intendersi, da tutto il Vicariato, sin dall’epoca in cui era Vicario il Cardinale Camillo Ruini e Segretario generale dello stesso Vicariato l’attuale Vescovo di Tivoli, Mauro Parmeggiani. Così come era noto a tutti che quella basilica era stata soprannominata la basilica bancomat, presso la quale i giovani gay entravano a fare rifornimento, uscendone poi fuori con duecento o trecento euro in tasca. Pur malgrado oggi, grazie alla lungimiranza del Vicario Angelo De Donatis, costui è stato sistemato in una monumentale parrocchia del centro, dalla quale dipendono sette rettorie storiche, con probabile incremento di marchettari e di servizi di nudi fotografici sotto la doccia, perché l’esperienza dovrebbe insegnare alla Chiesa che certi problemi non si risolvono spostando i disturbati da una grande parrocchia all’altra, ma curandoli ― se accettano di essere curati ― e soprattutto mettendoli in condizione di non poter nuocere più. Se però avviene che un buon presbìtero romano sia sbattuto come suol dirsi in culo al mondo in una parrocchia sperduta sul grande raccordo anulare di Roma, ed un disturbato del genere abbia invece una simile sistemazione, ciò può avvenire solo perché i disturbati ― che oggi gestiscono molte diocesi, inclusa a quanto pare anche quella di Sua Santità ―, sono protetti e portati avanti da soggetti disturbati tanto e quanto loro, come forse lo è lo stesso Vicario Generale di Sua Santità per la Diocesi di Roma, a ben valutare certe pericolose scelte dinanzi alle quali tutto potrà dire, al presente e nel futuro, meno che la fatidica frase: «Ah, ma io, non ne sapevo niente!». In tal caso allora s’informi, perché su questo soggetto ad alto rischio, c’è sempre agli atti una mia relazione corredata di prove e di testimoni consegnata a mano nel 2011 dal mio Ordinario Diocesano dell’epoca all’allora Prefetto della Congregazione per il Clero, Cardinale Mauro Piacenza. La stessa relazione fu da me personalmente consegnata al Nunzio Apostolico uscente in Italia, Cardinale Giuseppe Bertello, oggi Governatore della Città del Vaticano, che la trasmise sollecitamente alla Segreteria di Stato di Sua Santità, la quale a sua volta la trasmise al Vicario Generale per la Diocesi di Roma, Cardinale Agostino Vallini.

E se io mento, o se dicessi anche la verità, ma la dicessi in modo parziale ed alterando i dati di fatto oggettivi, o peggio ancòra usassi la verità per chissà quali sporchi scopi nascosti, sarebbe quantomeno opportuno che fossi prima smentito, poi sottoposto a tutti i dovuti procedimenti canonici, specie avendo affermato, dinanzi ad un uditorio di decine di migliaia di lettori, che un Vicario di Sua Santità per la Diocesi di Roma che sistema in simili posti di rilievo dei disturbati così conclamati, lungi dal poter dire oggi o domani «non ne sapevo niente», non può che essere, a sua volta, una persona altrettanto disturbata. Oppure si tratta di un soggetto sottoposto a ricatti che come tale deve di necessità sistemare gli elementi peggiori nei luoghi migliori, se vuole avere quieta vita con i membri di quella pretaglia che per una fascetta da monsignore venderebbero la loro stessa madre al mercato di Campo dei Fiori, per non dire di peggio …

Quando in privato alcuni hanno chiesto qualche cosa al Santo Padre, o semplicemente sono corsi da lui per supplicarlo di annullare la scelta di quel vescovo appena selezionato da qualche cosca mafiosa ecclesiastica, prima che lo nomina fosse ufficializzata, trattandosi di un soggetto che dava grossi problemi sin da quand’era seminarista, tanto che sarebbe stato opportuno non solo, non farlo vescovo, ma non farlo proprio prete a suo tempo, lui, più volte, ha risposto a varie persone: «Non posso fare niente, ho le mani legate». Altrettanto è accaduto quando qualcuno, riuscendo a parlare personalmente col Santo Padre, ha fatto presenti alcune gravi violazioni ed altrettante gravi ingiustizie: «Vedrò cosa posso fare», ed ha concluso «… non so se riuscirò a fare qualche cosa, perché con certe persone ho le mani legate».

Sono sempre più autorevoli, attendibili e numerose le persone che, dopo essere riuscite a portare certi problemi direttamente all’attenzione del Santo Padre, si sono sentite da lui rispondere: « … ho le mani legate».

Inizialmente pensavamo che dietro a certi dire o non dire del Santo Padre, dinanzi a certe sue fughe da risposte che comportavano un semplice “si” o un semplice “no”, vi fosse un suo elemento caratteriale, tipico di certe culture dell’America Latina, nelle quali le cose non vengono mai dette in modo diretto, ma con uso di sottintesi, a volte con ambiguità. Invece abbiamo ormai appurato che ci sono situazioni molto più complesse, delle quali lui per primo è vittima; e sicuramente, dentro sé stesso, solo Dio può sapere quanto ne soffra, sperimentando lui per primo, come tutti noi che amiamo la Chiesa, un senso di profonda impotenza.

Il Santo Padre sorride, a volte fa anche il piacione più o meno opportuno, altre volte sembra persino che sia un autoritario, ed invece non lo è, perché se c’è una cosa che qualsiasi autoritario sa fare benissimo, è quella di dire “si” o “no”, oppure “si può fare” o “non si può fare”. E dopo che l’autoritario ha fatta la sua affermazione, è molto bene non contraddirlo.

Io propendo a credere che il Santo Padre sarebbe capace a dire “si” o “no”, ma non può farlo, perché per avere libertà di movimento non basta vivere nella suite di un albergo anziché nell’appartamento pontificio, per accedere al quale c’era il filtro ― tutto sommato anche molto utile ― della Segreteria di Stato. Di conseguenza, se posto dinanzi a dei quesiti molto precisi, il Santo Padre si dilegua e, di fatto, ai figli devoti che lo supplicano, non risponde. È presto detto: se non può dire “si” o “no”, il motivo è in parte semplice, in parte doloroso: non è lui a governare la Chiesa. O nell’ipotesi migliore: non ha il controllo del governo. A governare la Chiesa, oggi sono cordate di persone più o meno note; e dico più o meno note perché i governatori veri, quelli che non si conoscono perché celati dietro le quinte, sono i veri responsabili dell’attuale disastro. Qualche esempio concreto in tal senso? Presto detto: siamo giunti all’apoteosi della fantascienza con le Poste dello Stato della Città del Vaticano che dedicano un francobollo commemorativo a Martin Lutero [cf. Vittorio Messori, QUI], mentre in più articoli, l’organo ufficiale della Santa Sede, L’Osservatore Romano, ha persino conferito titolo di “riforma” e “riformatore” a questo tragico e doloroso scisma col quale questo eresiarca ha lacerata la Chiesa. Siamo giunti alle cosiddette inter-comunioni con i protestanti, o peggio alle concelebrazioni ecumeniche della Santa Messa con persone che non hanno la successione apostolica, non riconoscono il Sacramento dell’Ordine e la Presenza Reale di Cristo nell’Eucaristia. Siamo giunti ai pastori valdesi invitati a tenere l’omelia nelle nostre chiese durante l’azione liturgica, perché averli invitati in precedenza a tenere corsi presso le nostre disastrate università ecclesiastiche non era abbastanza sufficiente, perché ciò che il Demonio voleva e doveva colpire era il cuore del Sacrificio Eucaristico della Santa Messa. E via dicendo a seguire, grazie a un esercito incontrollato e ormai incontrollabile di preti esibizionisti e narcisisti, composto da soggetti che variano da coloro che sostengono la teoria del gender a quelli che benedicono due promesse spose lesbiche all’altare, ed avanti a seguire …

A questo punto si potrebbe incenerire il Codice di Diritto Canonico come libro del tutto inutile, posto che su di esso, tra i vari delicta graviora ― che ricordiamo comportano ipso facto la scomunica e implicano al tempo stesso la commissione di un peccato la cui assoluzione è riservata alla Santa Sede ― seguita ad essere chiaramente indicato:

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«I delitti più gravi contro la santità dell’augustissimo Sacrificio e sacramento dell’Eucaristia riservati al giudizio della Congregazione per la Dottrina della Fede sono: […] 4° la concelebrazione del Sacrificio eucaristico vietata dal can. 908 del Codice di Diritto Canonico e dal can. 702 del Codice dei Canoni delle Chiese Orientali, di cui  di cui al can. 1365 del Codice di Diritto Canonico e al can. 1440 del Codice dei Canoni delle Chiese Orientali, insieme ai ministri delle comunità ecclesiali che non hanno la successione apostolica e non riconoscono la dignità sacramentale dell’ordinazione sacerdotale» [vedere testi, QUI].

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E oggi, dinanzi a certi scempi eucaristici fatti in nome di una non meglio precisata, esotica e soprattutto arbitraria idea sbagliata di ecumenismo, se qualcuno osa ricordare che esiste ed è sempre in vigore una Legge ecclesiastica che certi delitti li relega nella fattispecie dei delicta graviora, c’è da essere tacciati di legalismo e di fariseismo, o persino di idolatria della dura e arida legge, con l’immancabile prete empio che, sotto lo sguardo impotente del suo vescovo inetto e per questo più empio ancòra di lui, replica: «Macché Diritto Canonico, roba da legalismo tridentino! Quello che oggi conta è il dialogo, la pace, l’amore …». E nessuno di questi soggetti ha purtroppo un vescovo che, prima, se li mette a sedere dinanzi e gli chiede: «Adesso tu mi spieghi che cosa sono secondo te dialogo, pace e amore», poi lo tonifica nell’anima e nel corpo con una bella sospensione a divinis per uno o due anni, inviandolo in un adeguato centro di spiritualità con l’obbligo di studiare bene i fondamenti della Dottrina Cattolica, senza più facoltà di celebrare la Santa Messa in pubblico, di predicare e di amministrare le confessioni, fino a quando non avrà dimostrato di averla imparata e di conoscerla bene, la Dottrina Cattolica.

Signori, non è che « Something is rotten in the state of Denmark » [“c’è del marcio in Danimarca”], come diceva Amleto, perché nella Santa Chiesa di Cristo, dal marcio, siamo ormai passati all’anarchia. Nella Chiesa è scoppiata l’anarchia, ed oggi, questa anarchia, è incontrollabile e ingestibile, ma soprattutto auto-distruttiva. Pertanto, a onore del vero, a varie persone molto critiche nei riguardi del Sommo Pontefice Francesco I, da un po’ di tempo a questa parte sono solito rispondere dicendo che in un momento di decadenza avanzata e di profonda crisi ecclesiale ed ecclesiastica come quello che stiamo vivendo oggi, neppure i Santi Pontefici Gregorio Magno e Leone Magno riuscirebbero a gestire un simile caos.

La Chiesa visibile è un corpo malato in stato terminale, dinanzi al quale nessuno può pretendere che il Santo Padre guarisca le metastasi diffuse che si trovano nello stato degenerativo finale; e dicendo questo, come al solito sono buono e ottimista, perché forse, allo stato attuale, più che di metastasi in stato degenerativo finale, si dovrebbe parlare di quanto impossibile sia rianimare un cadavere disteso sul lettino dell’obitorio.

La speranza, come spesso ho scritto e ripetuto, rimane quindi quella virtù teologale che sta nel mezzo e che a suo modo unisce tra di loro la fede e la carità. È pertanto con autentica speranza che noi speriamo e crediamo che, «una volta ravveduto», il Sommo Pontefice confermerà i fratelli nella fede, memore delle parole dette da Cristo Signore a Pietro, il suo primo Sommo Predecessore :

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«Simone, Simone, ecco Satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede».

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Se però ci pensiamo bene, anche in questo caso era tutto scritto, ed al tempo stesso confermato con parole inequivocabili indirizzate dal Beato Apostolo Paolo al discepolo Timoteo:

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« Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù che verrà a giudicare i vivi e i morti, per la sua manifestazione e il suo regno: annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina. Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole. Tu però vigila attentamente, sappi sopportare le sofferenze, compi la tua opera di annunziatore del vangelo, adempi il tuo ministero » [II Tm 4, 1-5].

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Si, tutto era stato già scritto, ma giunti a questo punto, al cadavere agonizzante di questa Chiesa visibile non resta ormai che morire, perché la Chiesa che sopravvivrà sino al ritorno di Cristo alla fine dei tempi, non è certo la Chiesa visibile dei modernisti o dei lefebvriani, meno che mai la Chiesa della ormai potentissima lobby clerical gay al potere, con tutti i suoi affiliati ed i suoi potenti protettori gay friendly. Colei che sopravvivrà è la Chiesa Corpo Mistico di Cristo, quella di cui Lui è capo e noi membra vive [cf. Col 1, 18]. Quella, è la Chiesa che mai morirà e che si ricongiungerà al Divino Sposo nella Gerusalemme Celeste alla fine dei tempi nella perfetta comunione dei Santi. O forse qualcuno pensava per davvero che la Chiesa eterna che convolerà a nozze con l’Agnello Vittorioso, era il teatrino di questi quattro squallidi clericali spesso in bilico tra degli eretici e dei pervertiti?

Suvvia! Noi non siamo mica sull’Isola di Patmos per vacanza, o perché era un nome stravagante che colpiva. A Patmos ci soggiorniamo sulle orme dell’Autore dell’Apocalisse, il grande esiliato Giovanni, ed assieme all’Apostolo viviamo nel luogo dell’ultima rivelazione, proiettati verso l’ ἔσχατον, le cose ultime, seppure circondati da uomini di Chiesa che affogano nel presente del tutto e subito, ubriachi di quello gnostico e godereccio «di doman non c’è certezza» che aprì le porte prima all’Illuminismo anti-cristico col pretesto politico dell’anticlericalismo, poi al modernismo, ed infine ― storia dei nostri giorni ― a quell’ateismo clericale per il quale tutto è lecito, al di là del bene e del male, inclusa la profanazione dei nostri corpi consacrati nel Sacro Ordine Sacerdotale.

Credo nella risurrezione dei morti e nella vita del mondo che verrà.

Amen!

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da L’Isola di Patmos, 17 ottobre 2017 

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2021/04/Giovanni-Cavalcoli-Patmos.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Giovanni https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Giovanni2017-10-17 20:26:132023-09-07 16:52:59Le domande al Santo Padre su Amoris laetitia e il dramma delle sue “mani legate”, in una Chiesa governata da chi?

Quel canuto pagliaccio di Eugenio Scalfari continua ad offendere il Sommo Pontefice, mentre la Santa Sede continua a tacere, anziché smentire

13 Ottobre 2017/in Attualità/da Padre Giovanni

— difendiamo il Santo Padre dai falsi amici  —

QUEL CANUTO PAGLIACCIO DI EUGENIO SCALFARI CONTINUA AD OFFENDERE IL SOMMO PONTEFICE, MENTRE LA SANTA SEDE CONTINUA A TACERE, ANZICHÉ SMENTIRE

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È nostro sacro dovere difendere il Successore di Pietro, al quale è richiesto di essere maestro di sapienza e di prudenza. Noi possiamo anche smascherare i giochi di Scalfari, ma non possiamo omettere di prendere atto che il Santo Padre si manifesta a volte imprudente. Se non ammettessimo questo, un esercito di fedeli smarriti, feriti e addolorati, ci porrebbe questo quesito al quale non sarebbe facile rispondere: ammesso che Scalfari affermi e scriva scempiaggini attribuite al Santo Padre, chi è che lo riceve e che ci parla, se non il Santo Padre stesso? E dopo che Scalfari ha fatto certe sparate, come mai, i competenti organi informativi della Santa Sede, non lo smentiscono? E rispondere a un simile quesito, non è purtroppo facile.

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Autore
Giovanni Cavalcoli, O.P.

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PDF  articolo formato stampa

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Dio prende i sapienti per mezzo della loro astuzia

I Cor 3,19

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Giovanni Cavalcoli non è vegetariano, è solo paziente …

La escalation di chi le spara più grosse, pare proprio non avere fine. Il Demonio, che nel corso della storia mostra notevole inventiva nel sempre reiterato e sempre vano tentativo di distruggere la Chiesa di Cristo, a cominciare dal papato, che è la pietra su cui Cristo ha voluto che essa poggi [cf. Mt 16, 13-20], sta suggerendo ai suoi strumenti umani riguardo al pontificato di Papa Francesco, una nuova, subdola ed efficace tattica, per screditare ed abbattere il papato. Questa tattica sottile è ispirata ad un metodo che finora, il Maligno, non aveva mai adottato; una tecnica raffinatissima quanto paradossale, che non è più quella tradizionale della denigrazione, ossia di attaccare il Papa in nome della modernità e del progresso. Non è più quella di accusare il Sommo Pontefice di opporsi alle riforme e alla libertà, indicandolo come persona chiusa alle voci profetiche, o come reazionario baluardo della conservazione e della peggiore arretratezza, rappresentante delle classi dominanti e di un Dio proibizionista e legalista, oltre che terrorizzante suscitatore di sensi di colpa. Tutte accuse, queste, che furono diversamente ma similmente rivolte, in periodi storici molto turbolenti, sia al Beato Pontefice Pio IX sia al Santo Pontefice Pio X.

Nulla di tutto questo, nel nostro presente che è un autentico brulicare di abili e smaccati adulatori, falsi ammiratori e finti collaboratori che sorgono come funghi dovunque. Questi personaggi, falsamente interpretando l’insegnamento del Papa, vorrebbero darci ad intendere che egli è modernista o, come loro dicono, «progressista», intendendo ovviamente il progresso alla loro maniera, non certo in quella accezione improntata sulla più profonda e cristologica ecclesiologia che portò il Beato Paolo VI a donarci la Enciclica Populorum progressio [cf. testo QUI].

Tra tutti gli adulatori, il più famoso, il più geniale, il maggior falsario e provocatore, è certamente Eugenio Scalfari, del quale vogliamo commentare un paio di uscite formidabili, una risalente al 2 agosto e una al 9 ottobre. La prima delle due uscite ― quella di agosto ―, è indicata ironicamente da Francesco Agnoli sul quotidiana La Verità come un’uscita formidabile, di portata storica: «Il solito Scalfari si serve di Bergoglio per mostrare una chiesa fallita». Le cose, però, non stanno esattamente così [cf. QUI].

L’operazione è più diabolicamente sottile: Scalfari si finge ammiratore del Papa e quindi affetta di non volere affatto distruggere la Chiesa, ma si fa entusiasta portavoce e interprete ― lui, ateo ― di come oggi il Papa «rivoluzionario», intende la Chiesa. Egli infatti vorrebbe farci credere che il Papa propone un nuovo modello di Chiesa, che in realtà, se vi facciamo attenzione, è quella falsa Chiesa buonista, secolarizzata, relativista, polpettona, voltagabbana e politicizzata, progettata e profetizzata dalla massoneria già dal XVIII secolo e dai modernisti ritardatari, come società filantropica e a-dogmatica, tale da entrare, come membro malleabile, nella federazione internazionale delle religioni sotto la presidenza della comunità internazionale. Quello che fu già il sogno di Leibniz e della società segreta dei Rosa Croce nel XVII secolo, che poi è il sogno di tutti gli gnostici.

A questo episodio citato da Francesco Agnoli possiamo aggiungerne un nuovo recentissimo riportato dal Sismografo del 9 ottobre scorso e preso da Repubblica. Le parole di Scalfari sono le seguenti:

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«Papa Francesco … ha abolito i luoghi dove dopo la morte le anime dovrebbero andare: Inferno, Purgatorio, Paradiso […] Tutte le anime sono dotate della Grazia e quindi nascono perfettamente innocenti e tali restano a meno che non imbocchino la via del male. Se ne sono consapevoli e non si pentono neppure al momento della morte, sono condannate. Papa Francesco ― lo ripeto ― ha abolito i luoghi di eterna residenza nell’ Aldilà delle anime. La tesi da lui sostenuta è che le anime dominate dal male e non pentite cessino di esistere mentre quelle che si sono riscattate dal male saranno assunte nella beatitudine contemplando Dio. Questa è la tesi di Francesco» [testo, QUI].

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Queste cose che Scalfari attribuisce al Papa sono false, farebbero del Papa un eretico e sono solo pure, purissime invenzioni di quell’incredibile sfrontato che è Eugenio Scalfari. Che i malvagi al momento della morte cessino di esistere e non vadano all’inferno non è un’idea del Papa, ma un’eresia di Edward Schillbeeckx [1].  E per dar prova di ciò, se ce ne fosse bisogno, basterà citare queste parole dette del Pontefice ai mafiosi, che riprendono un severo monito già rivolto dal Santo Pontefice Giovanni Paolo II [cf. video QUI] ai membri delle aggregazioni mafiose:

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«Convertitevi, ancora c’è tempo, per non finire all’inferno. È quello che vi aspetta se continuate su questa strada. Voi avete avuto un papà e una mamma: pensate a loro. Piangete un po’ e convertitevi» [cf. QUI].

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Ed inoltre badiamo a queste altre parole dell’Apostolo Giovanni che prosegue ancora: «Poi la morte e gli inferi furono gettati nello stagno di fuoco» [cf. Ap 20, 14]. Si tratta di quelli dannati. Il Papa ha voluto soffermarsi proprio su questa frase dell’Apocalisse: «Questa è la  seconda morte, lo stagno di fuoco» [cf. supra]. In realtà, ha spiegato, «la dannazione eterna non è una sala di tortura, questa è una descrizione di questa seconda morte: è una morte». E «quelli che non saranno ricevuti nel regno di Dio — ha spiegato — è perché non si sono avvicinati al Signore: sono quelli che sono sempre andati per la loro strada, allontanandosi dal Signore e passano davanti al Signore e si allontanano da soli». Perciò «la dannazione eterna è questo allontanarsi continuamente da Dio, è il dolore più grande: un cuore insoddisfatto, un cuore che è stato fatto per trovare Dio ma per la superbia, per essere stato troppo sicuro di se stesso, si è allontanato da Dio» [cf. QUI].

Altra cosa nella quale Scalfari mostra un’ignoranza crassa della dottrina cristiana, è quando si chiede:

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«A chi si deve l’esistenza del Demonio? È una potenza contraria a Dio, oppure è Dio stesso in una veste volutamente opposta a quella naturale? La religione cattolico-cristiana distingue ovviamente tra il bene e il male, ma non affronta l’origine del male: è Dio stesso ad averlo creato nel momento in cui riconosceva alle sue creature umane il diritto al libero arbitrio?» [cf. QUI]

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Ci potremmo limitare a rispondere a queste parole sorprendenti rimandando al Catechismo della Chiesa Cattolica. Tuttavia, diamo una breve risposta. Come insegna il Concilio Lateranense IV del 1215, «il diavolo e gli altri demòni sono stati indubbiamente creati da Dio buoni, ma essi da se stessi si sono resi malvagi» [Denz. 800]. Quanto all’origine del male, la Bibbia insegna con chiarezza che essa va attribuita alla malvagità di Satana: «la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono» [Sap 2,24].

Dio ha donato alle sue creature, angeli e uomini, il libero arbitrio; ma il cattivo uso di questo non è colpa di Dio, ma della creatura. Gli uomini non nascono innocenti, ma con la macchia del peccato originale, che viene tolta dal Battesimo. La nuova tattica dei nemici del papato si è veramente raffinata. Vediamo più nel dettaglio l’astuzia dell’operazione diabolica di questi adulatori, che ha dell’incredibile, se non avesse riscontro nei fatti. Essa, che per adesso ― finché dura ―, funziona, consiste nel fatto che i tradizionali nemici della Chiesa: protestanti, massoni, liberali, epicurei, atei, positivisti, relativisti, idealisti, panteisti, gnostici, comunisti, un tempo accaniti nemici, aperti e dichiarati della Chiesa, oggi hanno fatto, in un grandioso patto tacito, una specie di spudorato voltafaccia. Con incredibile faccia tosta, spesso sotto gli occhi di vescovi reticenti, si sono infiltrati nella Chiesa nelle vesti di modernisti e rahneriani e, dall’interno stesso della Chiesa, atteggiandosi a punte avanzate del progressismo, sono passati dalle accuse roventi ai Papi del passato alla lode sperticata di quello di oggi, lode evidentemente interessata, ad usum delphini, storcendo a loro favore alcuni discorsi del Papa, che non sempre brilla per chiarezza e che, onestamente, dobbiamo riconoscere pure che non sono a volte poco ambigui. Il tutto per supportare le loro menzogne, tacendo sulle grandi tematiche della fede e della morale alle quali loro palesemente contrari, quindi prendendo disonestamente, ciò su cui il Papa tace, come una negazione o come un rifiuto formale da parte sua. Dunque, una truffa di proporzioni epocali gigantesche, facendo apparire il Papa, con sogghigno di compiacimento, come fosse uno di loro. In tal modo ― fàteci caso ― la Chiesa oggi non ha più nemici esterni, perché d’improvviso piace al mondo. I nemici sono ormai tutti interni e sono: o mascherati, come i modernisti, oppure aperti, come i lefebvriani.

I modernisti, che fino a Benedetto XVI attaccavano il papato, ora ne fanno le lodi. Ma sono rimasti modernisti; e per questo credono e fanno credere che il Papa sia uno di loro. Ma ― per chi non lo sapesse ― il modernismo è un’eresia e non è possibile che un Papa sia consapevolmente eretico.

Come però si suol dire, il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi. Per questo, il loro gioco, non può non lasciar filtrare delle crepe; e di queste la più evidente è la sparata di Scalfari ― che subito vedremo ―, sparata che, fra tutte quelle degli adulatori, è la più grossa, la più sfrontata e la più pacchiana, ma anche la più geniale, la quale come tale, mentre denota una mente indubbiamente acuta, scopre all’evidenza la sporcizia e la disonestà del gioco.  È una pugnalata che ferisce a fondo. Ma possiamo guarirne. «Bisogna studiare la cosa a fondo», come dice Scalfari. Ed ha ragione. Ma non con i suoi criteri. Verrebbe da lanciargli una maledizione. E invece dobbiamo restare calmi ed esaminare a fondo la questione.

Ma qual è questa sparata? È la seguente. Il Papa, afferma Scalfari quattro anni fa 

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«[…] è rivoluzionario per tanti aspetti del suo sia pur breve pontificato, ma soprattutto su un punto fondamentale: di fatto ha abolito il peccato. Un Papa che abbia modificato la Chiesa, anzi la gerarchia della Chiesa, su una questione di questa radicalità, non si era mai visto, almeno dal terzo secolo in poi della storia del cristianesimo e lo ha fatto operando contemporaneamente sulla teologia, sulla dottrina, sulla liturgia, sull’organizzazione. Soprattutto sulla teologia […] Questa è la rivoluzione di Francesco e questa va esaminata a fondo, specie dopo la pubblicazione dell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium, dove l’abolizione del peccato è la parte più sconvolgente di tutto quel recentissimo documento» [articolo, QUI].

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Questa sparata di Scalfari richiede una adeguata analisi psicologico-morale, perché con indubbia, anche se maliziosa acutezza di vista, va a toccare o, potremmo dire, a pizzicare, sia pur con grossolana brutalità, ma anche con una certa franchezza, seppure alla rovescia, proprio quello che a noi pare il nodo centrale della predicazione del Papa, non abbastanza chiaro su questo punto, ed evoca, quale apprendista stregone, un fantasma della cattiva coscienza del buonismo contemporaneo: la questione del peccato.

Se Scalfari non fosse quell’intellettualmente disonesto che è, Dio gli avrebbe dato le capacità di essere un consigliere intellettuale del Papa. Forse ― se non sono ingenuo io ― bisognerebbe leggere il suo messaggio alla rovescia o in negativo, come a dire: “Francesco, parlaci del peccato!”. Certo, che, prese ut sonant, le parole di Scalfari sono obbiettivamente un terribile insulto e una calunnia al magistero del Papa ― anche se Scalfari crede di fargli una lode ―, e alla stessa dottrina cattolica. Si tratta forse di una boutade? La cosa è troppo seria per scherzare. Una sparata per farsi della pubblicità? È possibile, ma Scalfari non paga un prezzo troppo alto per la sua reputazione? Un ateo non ha forse niente da perdere? No, anch’egli ha una coscienza, con la quale deve rispondere a Dio. E per questo voglio prenderlo sul serio e rispondere brevemente, benché il tema richiederebbe addirittura un libro.

Anzitutto la domanda di rigore: ma il Papa che fa? Si accorge di tutto questo? Per la verità, purtroppo, non dà segni in tal senso. Né lui né chi per lui interviene a correggere le cattive interpretazioni. Come mai? Non riesce a tener dietro a tutte? Le snobba? Ha paura delle reazioni? Non viene informato? Difficile rispondere. Che le approvi, quando si tratta di eresie, è impensabile. Il minimo che si possa dire è che la situazione è anormale, mai verificatasi in tali dimensioni e frequenza con Papi precedenti.

Scalfari, approfittando del silenzio del Papa e della benevolenza di questi nei suoi confronti, alza il tiro. Ma quanto potrà durare questa orribile buffonata? Questo affronto alla dignità pontificia? È la cosa che turba di più. Occorre indubbiamente interpretare il fenomeno in modo da salvaguardare la dignità magisteriale del Papa, e non dar spazio ai lefebvriani che lo accusano di essere eretico. Che dire, dunque?

Vediamo allora quali sono le responsabilità dall’una e dall’altra parte. La colpa di questo enorme equivoco e di questo terribile inghippo sta, secondo me, da entrambe le parti. Sembra un gioco a rimpiattino o degli specchi, se la situazione non fosse tragica e non ci andassero di mezzo le anime. Il Papa è pastoralmente avventato e imprudente, si presta al gioco, sembra spinto da un certo opportunismo, e i modernisti, che sono dei mascalzoni, ne approfittano spudoratamente. Il Papa è manovrato e ad un tempo si lascia manovrare. Crede di essere avveduto, ma gli la fanno senza che se ne accorga. Occorre aiutare il Papa  a liberarsi dai modernisti.

Così la tesi degli adulatori del papato palingenetico, sbandierata con entusiasmo e abbondanza di mezzi ai quattro venti a milioni di ingenui e gongolanti fedeli, è che, dopo secoli e millenni, abbiamo finalmente la svolta epocale di un Papa «rivoluzionario» (Scalfari), il Papa del Dio che non castiga, ma che perdona tutti (Rahner), il Papa dei poveri, dei lavoratori, degli sfruttati e degli immigrati, promotore della libertà dei popoli (Maduro), leader della sinistra internazionale (Castro, Gutiérrez, Maradiaga), anzi il Papa che finalmente ha introdotto la libertà nella Chiesa (Bianchi), Papa della misericordia e della tenerezza (Ronchi, Cantalamessa), della riconciliazione ecumenica (Kasper, Küng), del dialogo fra le “fedi” e della Chiesa “spontanea” e “rilassata” (Radcliffe), il Papa del primato della coscienza (Sosa), della modernità (Grillo), della tolleranza e della tenerezza (Paglia), il Papa della fratellanza universale, anche con i massoni (Ravasi) e i musulmani, il Papa dell’accoglienza (Galantino) e del Concilio (La Valle), Papa della «svolta profetica» (prossimo convegno di Assisi) e delle svolte epocali (Melloni).

È interessante che nessuno loda mai il Papa nel suo compito fondamentale e primario, che è quello di essere maestro della fede ed oppugnatore delle eresie. Forse si scoprirebbe qualche altarino, che metterebbe in imbarazzo gli ammiratori. Come fa Scalfari a dire un’enormità del genere? È possibile che egli parta da un concetto sbagliato del peccato. Ma non ci sembra il caso di esaminare negli scritti di Scalfari che cosa egli intende per ”peccato”. Credo che qui sia sufficiente ricordare che cosa è veramente il peccato, secondo la morale cattolica e quindi secondo il pensiero del Papa, che ne è il Maestro.

Ma che cosa è il peccato? Diciamo dunque che il peccato è un atto umano libero, col quale il soggetto coscientemente e volontariamente fa ciò che è male, ossia ciò che è proibito dalla legge divina, la quale è partecipata dalla ragion pratica [2]. L’infrazione alla legge umana è il delitto o crimine. La messa in pratica del comando divino ordina l’atto umano al conseguimento del fine ultimo dell’agire umano, che è Dio, sommo bene dell’uomo. L’agire umano è relativo ad una pluralità di fini, fondati sulla natura umana e gerarchizzati fra di loro, al vertice dei quali c’è Dio. La volontà, in certi suoi atti, può dirigersi direttamente a Dio. Ma anche se l’atto umano persegue un fine intermedio, per essere un atto moralmente buono, occorre che comunque l’agente ordini almeno implicitamente a Dio il fine intermedio. Il peccato sorge quando la volontà o respinge Dio direttamente oppure, anziché orientarsi a Dio come fine ultimo, sia pur per il tramite di un fine intermedio, sceglie come fine ultimo un fine intermedio [conversio ad bonum commutabile] respingendo implicitamente Dio [aversio a Deo]. Il peccato lascia la coscienza e la volontà in uno stato di turbamento o inquietudine, che è detto “colpa”. Essa può essere tolta mediante lo sconto o espiazione della pena, nel caso del delitto, mentre, se si tratta di peccato, che provoca la perdita della grazia divina, il peccato è rimesso, ossia annullato, e la colpa  è tolta dal perdono divino, che ridona la grazia, a condizione del pentimento e della penitenza del peccatore. La colpa si attenua o manca del tutto nei casi in cui il soggetto agisce o per ignoranza o per debolezza o perché sopraffatto dalle passioni. Se la coscienza erra in buona fede, il soggetto compie, con tale coscienza, un’azione oggettivamente cattiva, ma resta innocente, almeno davanti a Dio.

La nozione del peccato è una nozione fondamentale, intuitiva, spontanea ed inestirpabile della coscienza giuridica, morale naturale e cristiana. Essa entra nel deposito della divina rivelazione, custodito ed interpretato dal Sommo Pontefice. Per questo, il solo immaginare che il Papa possa «abolire» la nozione del peccato o il peccato stesso, è un’idea blasfema, assolutamente e gravemente offensiva del magistero pontificio.

Bisogna precisare che la volontà umana, nella vita presente, non può non opporsi al male né può evitare il peccato. Tutto sta a vedere che cosa intendiamo per “male” e per “peccato”. Questo avviene pertanto anche nel buonista, con la differenza, rispetto all’uomo giusto, che questi si riconosce peccatore e lotta contro il peccato, e dispone di una regola per la pratica della giustizia e della severità, per la quale egli tiene a freno i suoi peccati e si oppone ai peccati altrui con una giusta severità. Il buonista, invece, privo di questa regola di giustizia e ingannato appunto dall’errore buonista, che non riconosce l’esistenza del peccato, se qualcuno gli si oppone citando l’esistenza del peccato e l’esigenza che sia punito, si imbestialisce e lo aggredisce o se gli si presenta l’occasione di dover far giustizia, non disponendo di un retto criterio di giudizio, si sfoga nella violenza e nella prepotenza. Così la falsa misericordia si trasforma nella crudeltà.

Credere che tutti i problemi morali si possano risolvere semplicemente con la buona volontà, in un continuo progresso ― le “magnifiche sorti e progressive”, sulle quali ironizzava Giacomo Leopardi ―, senza il soccorso della grazia e di un’adeguata disciplina ascetica, è l’illusione tragica, tipica delle morali razionaliste, come il liberalismo e la massoneria. Ma d’altra parte, la fiducia nella divina misericordia non dispensa dalla lotta contro il peccato e dal dovere di obbedire alla legge, che punisce i malfattori. Infatti, la coercizione e l’uso della forza con giustizia e moderazione, al momento opportuno, sono necessari per frenare i malvagi ed hanno una funzione educativa.

Quella concezione buonista del peccato che porta alla negazione del peccato si trova in certo modo nell’attuale tendenza buonista, per la quale tutti in fondo sono buoni e benintenzionati. In questa visione c’è un panteismo e quindi un ateismo latente: il soggetto ritiene di essere buono, perché in fondo egli è Dio. Cattivi, semmai, sono gli altri, che non riconoscono la mia idea che tutti sono buoni. Non esistono pertanto “conseguenze” del peccato originale. Peccare e soffrire rientra nella natura umana. La morte è naturale. Se la natura è ostile, Dio non c’entra. È la natura che è fatta così. Tutti si salvano. Chi fa il male lo fa o per ignoranza o per fragilità. Il peccato sembra un male per il singolo, ma in realtà rientra nell’ordine generale dell’universo. Alcuni arrivano a dire che, dato che tutto è Dio, tutto è bene. Il peccato non è un vero male, ma è un’imperfezione. Il peccato è solo un incidente di percorso nel cammino dell’evoluzione. Tutti sono scusati e chi fa il male non dev’essere punito, né corretto, né minacciato, ma dev’essere lasciato libero e tollerato. Non possiamo giudicare gli altri con criteri esterni alla loro coscienza, perché ciò sarebbe un’imposizione. Infatti, ciò che è male per noi può essere bene per gli altri. Occorre pertanto mettersi dal loro punto di vista. Non esistono regole o leggi universali e immutabili, ma solo norme particolari e situazioni concrete. Ognuno è libero di comportarsi secondo la sua coscienza. Dio perdona sempre e non castiga. Non esiste male di colpa, ma solo di pena. I sensi di colpa non sono segni che si ha peccato, ma sono semplici patologie da curare con la psicanalisi. Non esistono persone malvagie, ma tutti sono in grazia e si salvano. All’inferno non c’è nessuno. La delinquenza si spiega con predisposizioni psichiche (Lombroso) o influssi ambientali (Rousseau) o condizioni economiche di classe (Marx) o inclinazioni sessuali (Freud).

Analizzando il problema della verità nascosta nell’errore, viene spontaneo offrire un suggerimento al Santo Padre. D’altra parte osserviamo che le grandi aberrazioni della mente umana, come è per esempio ciò che  Scalfari attribuisce al Papa, non sono mai così false da non nascondere una punta di verità e non sono mai così assurde, da non ricevere una qualche spiegazione, soprattutto se partorite da una mente raffinata e genialmente maligna ― da un’intelligente stoltezza, si potrebbe dire paradossalmente ― come quella di Scalfari. Chiediamoci allora come può essergli venuta in mente quell’idea balzana? Su quali basi o fatti? Partendo da che cosa? Riteniamo che in qualche modo essa possa essere messa in rapporto con un difetto della predicazione del Papa in tema di peccato. Senza essere un buonista, il Papa è pericolosamente vicino alle idee dei buonisti. Nella sua ansia di essere accanto a tutti, di accogliere tutti e di andare verso tutti, soprattutto gli “scartati”, i poveri, gli oppressi, i sofferenti, proiettato com’è verso le “periferie”, egli è, come si diceva un tempo, “troppo di manica larga”. Egli, invece di moderare la tendenza buonista già presente nel Concilio Vaticano II, per un moderato recupero di disciplina, regolarità, osservanza, austerità e severità, del quale da tempo la Chiesa sente il bisogno nell’educazione, nella formazione del clero, come nella pastorale, nel governo delle anime, della Chiesa e della società, il Papa, dicevo, come suol dire, è “troppo buono”, permissivo e accondiscendente, col rischio poi di uscire in atteggiamenti duri con chi non li merita, secondo quel meccanismo che ho illustrato prima.

Il Santo Padre è troppo severo verso i lefevriani, troppo indulgente verso i modernisti. Fa bene a riconoscere i punti in comune con i luterani, ma dovrebbe anche correggere i loro errori. Fa bene a riconoscere il monoteismo nel Corano, ma dovrebbe anche esortare i musulmani a convertirsi a Cristo. Fa bene a riconoscere nel comunismo un’istanza di giustizia sociale; ma dovrebbe anche condannarne il materialismo ateo; fa bene ad esortare ad accogliere gli immigrati, ma dovrebbe anche invitare alla vigilanza contro terroristi, i parassiti ed i sabotatori; fa bene a coltivare il dialogo inter-religioso, ma dovrebbe anche ricordare che il cristianesimo cattolico è la suprema delle religioni, l’unica senza errori; chiami pure la Bonino «grande italiana», ma sia più chiaro nella condanna dell’aborto; fa bene ad esortare gli omosessuali a volersi bene, ma condanni con forza la sodomia; la pace non si ottiene solo col dialogo, ma anche con l’uso moderato della forza; le famiglie irregolari non sono solo famiglie “ferite”, ma ce ne sono anche di quelle che feriscono, corrotte e scandalose.

Non basta annunciare le verità del Vangelo che piacciono al mondo, ma bisogna annunciare anche quelle che dispiacciono. Il Papa dice che non gli vanno gli adulatori: ebbene, allora, se li tolga di mezzo sostituendoli con collaboratori competenti, leali e sinceri. Questo sarebbe veramente un Papa rivoluzionario, un Papa mai prima visto, un Papa delle riforme. In tal modo il Papa toglierà ogni appiglio alle sciocchezze di Scalfari e dei suoi “simili”.

È nostro sacro dovere difendere il Successore di Pietro, al quale è richiesto di essere maestro di sapienza e di prudenza. Noi possiamo anche smascherare i giochi di Scalfari, ma non possiamo omettere di prendere atto che il Santo Padre si manifesta a volte imprudente. Se non ammettessimo questo, un esercito di fedeli smarriti, feriti e addolorati, ci porrebbero questo quesito al quale non sarebbe facile rispondere: ammesso che Scalfari affermi e scriva scempiaggini attribuite al Santo Padre, chi è che lo riceve e ci parla, se non il Santo Padre stesso? E dopo che Scalfari ha fatto certe sparate, come mai, i competenti organi informativi della Santa Sede, non lo smentiscono?

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Varazze, 13 ottobre 2017

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[1] Egli sostiene questa tesi in Umanità. La storia di Dio, Queriniana, Brescia 1992, p.183.

[2] San Tommaso, Summa Theologiae, I-II, q.91, a.2.

 

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2017/06/cavalcoli56.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Giovanni https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Giovanni2017-10-13 15:32:202021-04-20 19:37:17Quel canuto pagliaccio di Eugenio Scalfari continua ad offendere il Sommo Pontefice, mentre la Santa Sede continua a tacere, anziché smentire

La Nuova Bussola Quotidiana e le puttane del Vangelo che «vi precedono nel Regno dei Cieli». E’ stata data vita ad una religione peggiore del Protestantesimo: il Puttanesimo

13 Ottobre 2017/4 Commenti/in Attualità/da Padre Ariel

LA NUOVA BUSSOLA QUOTIDIANA E LE PUTTANE DEL VANGELO CHE «VI PRECEDONO NEL REGNO DEI CIELI». È STATA DATA VITA AD UNA NUOVA RELIGIONE PEGGIORE DEL PROTESTANTESIMO: IL PUTTANESIMO

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Purtroppo nel Cattolicesimo contemporaneo si è da tempo insidiata un’altra religione parallela, che è quella del Puttanesimo. E di questo Puttanesimo, a livello d’informazione, ne è paradigma La Nuova Bussola Quotidiana, che potremmo definire come un vera e propria rivista on-line vetero democristiana.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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«[…] E poi il carisma non si conserva in una bottiglia di acqua distillata! Fedeltà al carisma non vuol dire “pietrificarlo”, è il diavolo quello che “pietrifica”, non dimenticare! Fedeltà al carisma non vuol dire scriverlo su una pergamena e metterlo in un quadro. Il riferimento all’eredità che vi ha lasciato Don Giussani non può ridursi a un museo di ricordi, di decisioni prese, di norme di condotta. Comporta certamente fedeltà alla tradizione, ma fedeltà alla tradizione ― diceva Mahler ― “significa tenere vivo il fuoco e non adorare le ceneri”. Don Giussani non vi perdonerebbe mai che perdeste la libertà e vi trasformaste in guide da museo o adoratori di ceneri. Tenete vivo il fuoco della memoria di quel primo incontro e siate liberi!

[S.S. Francesco I, discorso a Comunione e Liberazione, 2015. Testo integrale QUI]

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non è cattiveria, è solo … de natura et gratia

Non amo parlare di me stesso, del mio passato e neppure del mio presente privato. Non sono un soggetto da selfies pubblicati a ogni piè sospinto sulle pagine whatsapp e Facebook, perché il luogo idoneo dove “mi manifesto” in pubblico è dal pulpito della chiesa, da dove si annuncia e si predica il Santo Vangelo. E quando sono costretto a parlare di me stesso, devo compiere un grande sforzo, a volte un vero e proprio sacrificio, specie quando si tratta di narrare episodi affatto edificanti della mia vita passata.

Anche se non ho mai avuto alcun legame né formativo né di appartenenza all’Opus Dei, di cui apprezzo molto la Pontificia Università della Santa Croce, che stimo al presente come l’unica istituzione veramente cattolica nel disastroso panorama delle università ecclesiastiche [cf. QUI], a suo tempo mi colpì molto una risposta lapidaria data dal Santo Fondatore dell’Opera, Josemaría Escrivá de Balaguer ― il quale diceva anch’egli parolacce come me ―, che ad un giovane prete che si riteneva meritevole di assurgere a certe cariche ecclesiastiche, rispose: «Ricordati che sei diventato prete per celebrare il Sacrificio Eucaristico, per amministrare le Confessioni ed i Sacramenti di grazia pertinenti al tuo grado, per servire ed edificare il Popolo di Dio. Per questo, sei diventato prete».

Parole che mi toccarono profondamente e che tanto condivisi, io che all’interno della Chiesa non ho mai aspirato a niente, specie essendo consapevole che per certi ruoli ― lasciati sempre agli altri con profonda gioia ―, avrei per grazia di Dio qualità e capacità che coloro che li esercitano in modo a dir poco mediocre, non hanno neppure lontanamente; e non li hanno né per grazia di Dio, né per quei doni di natura legati comunque anch’essi al principio del de natura et gratia [cf. Mt 25, 14-30].

La prima santa lezione che feci mia sin dagli inizi della formazione al sacerdozio, la ricavai dalle manifeste brame e dalle alte aspirazioni di carriera nutrite da un vescovo. La lezione che ne trassi fu la seguente: se il Demonio riesce a prenderci nell’ambizione, può fare di noi tutto ciò che vuole, togliendoci anzitutto la libertà dei figli di Dio, perché a quel punto ogni sospiro, azione, rapporto umano e via dicendo, sarà condizionato e finalizzato solo alle proprie sfrenate ambizioni. Quel vescovo, che era un ambizioso patologico, non ha mai capito di avermi dato, proprio attraverso questo suo grave difetto, la lezione più preziosa e salvifica della mia futura vita sacerdotale. E sono purtroppo certo che un giorno costui, ricevuta la Santa unzione degli infermi ed il Santo viatico, prima di spirare pronuncerà queste ultime parole: “Signore, perché quel tale e quel tal altro coglione sono stati fatti cardinali, mentre invece io no?”. E, detto questo, renderà l’anima a Dio, mentre io pregherò molto per lui, perché gli ho voluto tanto bene, mentre egli trascorreva la propria vita a circondarsi di adulanti ruffiani, tenendosi a gran distanza da coloro che  per affetto e per autentica venerazione gli avrebbero detta la verità, ma soprattutto non lo avrebbero mai tradito, neppure se lui ha tradito se stesso.   

Nell’esercizio del mio sacro ministero, alcune volte mi è capitato di portare me stesso come esempio, ma sia chiaro: come esempio quasi sempre negativo. È così capitato che durante alcune omelie, affrontando certi temi di attualità, rigorosamente legati alle parole del Santo Vangelo proclamato poco prima, abbia ricordato a che cosa portano certe dissolutezze di vita che ci immettono come delle Ferrari sulla gran pista da corsa di quel peccato mortale che io ho percorso a tutto gas. Ecco allora che più volte, nella segretezza del foro interno, durante le Confessioni sacramentali, a qualche giovane ragazzo o ragazza che mi spiegava quanto fosse «importante un periodo di prova di convivenza, prima di compiere un passo importante come il matrimonio», nel rispondere che quella scelta era una strada sbagliata, ho spiegato: «Non pensare che io non sappia di cosa tu stia parlando, perché non sono un prete entrato a undici anni in un seminario. Certe esperienze le ho fatte prima di te, ma soprattutto più e peggio di te. Quindi posso spiegarti sulla mia stessa pelle che una de-responsabilizzante parodia di matrimonio, non porta a niente, per questi motivi  …».

Per non dire con quale severità ho trattato certe mammine cattoliche impegnate, di quelle che in giro per la rete si stracciano le vesti sulla Amoris laetitia, o sul sacrilego pericolo della Santa Comunione ai divorziati risposati, ma che al tempo stesso giustificano loro figlio o loro figlia che convive col compagno o con la compagna, perché in quel caso si tratta di «una convivenza a fin di bene», o perché «tanto presto si sposeranno». A questo esercito di sante mammine, per evitare che qualcuna potesse replicare “che ne sa, lei prete, di certe realtà?”, senza andare per il sottile ho risposto: «Mia madre, che è cattolica per davvero, quando io facevo il puttaniere, o quando nei momenti di “serietà” facevo il convivente saltando da una compagna all’altra, non mi ha mai permesso di farle visita assieme a qualcuna delle mie ganze occasionali. E una volta, in tono molto severo, mi disse: “Quando ti sarai sposato, allora potrai portarmi tua moglie, ma le tue amanti non le voglio né vedere né incontrare in casa mia”». Io rimasi così male e mi sentii a tal punto offeso, che non volli vedere e sentire più mia madre per diversi anni. Ma mia madre, che una coscienza cristiana ce l’ha per davvero, così come l’aveva il mio defunto genitore, non accettò mai le mie dissolutezze, pur di non perdere il figlio. Dissolutezze che invece, pur di non perdere i propri figli, sono accettate da quell’esercito di sante mammine che poi si sfogano da un blog all’altro tuonando contro «concubini» e «adulteri», ai quali la “famigerata” Amoris laetitia avrebbe aperto le porte alla Santissima Comunione Eucaristica. Cosa in ogni caso non vera, come già abbiamo spiegato noi Padri de L’Isola di Patmos [vedere QUI e QUI]. Queste persone che impazzano per la rete telematica, sono in gran numero perlopiù donne frustrate che, se andiamo a indagare, scopriamo che hanno figli e figlie beatamente conviventi e mariti che se la spassano più o meno alla luce del sole con la giovane segretaria d’ufficio. Ecco allora che per reazione, dopo aver tuonato contro «adulteri» e «concubini», cominciano a legare «pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito» [cf. Mt 23,4]. E mentre impongono «fardelli sulle spalle della gente», non si curano del fatto che le loro figlie non si limitano neppure a fare le conviventi nelle “coppie di fatto”, ma vivono e si comportano come delle autentiche zoccole. Certo, nessuno di coloro che leggono su internet certe invettive contro «adulteri» e «concubini» scritte da questa razza di persone, può vedere le gesta delle loro figliole e figlioli, forse anche perché, per vedere all’opera la prole di certi cattolici sempre così rigorosi e zelanti sulla pelle dei figli altrui, più che sui siti della Vera&Pura Traditio Catholica bisognerebbe andare sui siti porno. E se qualcuno vuol vedere il vero e proprio tripudio dei divorziati risposati, o di quei diversamente sposati che nessuno chiama in certi casi «adulteri» e «concubini» ma «preziosi benefattori delle nostre opere di salvaguardia della vera fede e della autentica dottrina», basta che si affacci in certi ambienti della cosiddetta e impropriamente detta Vera&Pura Traditio Catholica, inclusi i lefebvriani, visto che alla Fraternità Sacerdotale di San Pio X non sono mai puzzati i soldi di quei non pochi «adulteri» e «concubini» che vantano quarti veri o presunti di vecchia nobiltà e che si sciolgono come neve al sole, assieme ai loro portafogli, dinanzi all’aromatico fumo degli incensi e al magico latinorum. Semmai presentandosi alle solenni liturgie vetero-cattoliche, a settant’anni abbondantemente superati, con le loro “infermiere” che non somigliano affatto alla talentata quanto brutta Tina Pica [cf. QUI], ma che paiono uscite fuori da un film erotico. Oppure giungono alla cosiddetta “messa di sempre” con la loro amabile nipotina di venticinque anni, appena giunta fresca e bella da Kiev. E questo ed altro ancora la dice lunga sul fatto che i farisei erano meno ipocriti del vescovo eretico e scismatico Bernard Fellay, colui che molto filialmente corregge il Sommo Pontefice, ma che si guarda bene dal correggere non pochi dei benefattori della sua Fraternità, ed in specie quei non pochi e generosi brasiliani e nord-americani appartenenti alla ultra destra, che collezionano divorzi con la disinvoltura con la quale un collezionista colleziona francobolli. Ma d’altronde, lo disse anche l’imperatore Vespasiano quando gli fu rivolto rimprovero per avere messo la tassa sull’orina: «Pecunia, non olet » [i soldi non puzzano, cf. QUI].

Ma torniamo a me ed alle mie dissolutezze per giungere più avanti al cuore di tutt’altra questione … soltanto vent’anni dopo la morte di mio padre, quand’ero già prete, mi fu confidato che il mio genitore, morto ad appena 56 anni, pregò e offrì durante la sua malattia le proprie sofferenze anche per il ritorno alla fede di suo figlio, che da dieci anni si rifiutava di passare anche davanti ad una chiesa. Ma volendo, a suo tempo, feci di peggio: chiesi persino che sul registro di battesimo ― quello dove oggi è annotata la mia sacra ordinazione sacerdotale ―, fosse annotato che io non appartenevo alla Chiesa Cattolica.

Non che intenda giustificare quel mio gesto scellerato, però è bene precisare che fu una reazione giovanile del tutto sbagliata ― ma comunque sempre una reazione ―, a delle figure sacerdotali veramente devastanti che avevo conosciute e con le quali avevo avuto a che fare in più occasioni, sino a formarmi l’idea che nel clero cattolico non vi erano solo alcune mele marce, ma che si faceva sempre più fatica a trovare una sola mela sana. E tutto questo generava in me particolare dolore e disagio, perché da bimbo, poi da adolescente, io avevo avuto da Dio la grazia e il privilegio di venire a contatto con sacerdoti veramente santi, cito tra tutti loro uno particolarmente noto al gran pubblico cattolico: Padre Divo Barsotti.

So bene pertanto cosa voglia dire, ed in che modo i giovani in particolare possono allontanarsi per sempre dalla Chiesa, quando anziché dei modelli di sacerdotale virtù, si presentano a loro innanzi certi pretini sculettanti immessi nel Collegio Sacerdotale dalla scelleratezza di quei vescovi che tra la fine degli anni Settanta e gli inizi degli anni Ottanta si ritrovarono con i seminari deserti, al punto da riempirli spesso di checche e checchine, dive e divine …

Di tutto questo e di peggio ancòra, la colpa non è però del Pontefice regnante, che ha dato inizio al suo pontificato dopo quattro decenni di scelte anche devastanti compiute dai suoi Sommi Predecessori, o da coloro ai quali costoro si sono affidati, o dei quali si sono fidati, mentre da una parte i preti si cimentavano in ogni porcheria, al punto tale che spesso, più erano maiali, più facevano carriera sotto i diversi pontificati oggi tanto rimpianti da coloro che hanno data vita ad una mitica storia passata imbalsamata, che però in verità non è mai esistita. E mentre il nostro clero diventava moralmente sempre più improponibile, di documento in documento non si esitava ad entrare a colpi di morale nelle camere da letto dei nostri fedeli col bilancino dell’orefice, per misurarne fatti e misfatti. E queste ultime non sono mie ingenerose opinioni, meno che mai “opinioni sovversive” contro quella morale cattolica che ben conoscono e che io stesso pratico; quella testé descritta è la storia della Chiesa degli ultimi quarant’anni, una storia scritta e documentata atto su atto, discorso ufficiale su discorso ufficiale, molti dei quali ci riportano alla mente quel terribile monito: «Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito» [cf. Mt 23,4].

Se più volte la grazia di Dio si è servita di me per riprendere e riportare a sé diversi di questi traumatizzati e allontanati dalle prodezze di certi preti, forse è anche perché, per esperienza di vita, io potevo capire a fondo che cosa avevano vissuto e che cosa avevano provato, di conseguenza quale rifiuto reattivo avevano sviluppato nei confronti della Chiesa Cattolica e soprattutto del suo clero precipitato ai minimi morali storici. E mentre la situazione morale del clero era ormai precipitata, la Santa Chiesa di Dio governata dal Santo Pontefice Giovanni Paolo II era impegnata a ribadire il suo categorico “no ai preservativi”, ma ordinando al tempo stesso un prete omosessuale dietro l’altro, sino a permettere lo sviluppo di una vera e propria epidemia di frocismo clericale, pagato infine negli Stati Uniti d’America con diocesi costrette a dichiarare bancarotta poiché subissate di sentenze di risarcimenti danni alle vittime di molestie, o sino al collasso della Chiesa d’Irlanda subissata di scandali a sfondo sessuale veramente inenarrabili. E fu soprattutto da questo punto di vista che il Venerabile Pontefice Benedetto XVI dovette affrontare una crisi morale del clero di proporzioni a tratti spaventose, mentre il Pontefice regnante ha ereditato tutti i postumi di una situazione al totale collasso, essendo ormai venuti a mancare da molto tempo i collaboratori fidati, fedeli e capaci, indispensabili per tenere in piedi un buon pontificato e per renderlo davvero tale.

Spesso, parlando con persone ri-convertite al Cattolicesimo, ho detto e spiegato che l’esperienza del Beato Apostolo Paolo o del Beato Vescovo Agostino, non sono, come spesso si pensa e si crede, dei casi isolati, unici ed eccezionali. Tutt’altro: sono un paradigma. Per questo motivo ho narrato tra queste righe la sintesi della mia vicenda personale e del mio conseguente cambiamento radicale di esistenza; l’ho fatto per dimostrare che tutto questo corrisponde alle dinamiche della folgorazione del Beato Apostolo Paolo lungo la Via di Damasco, od alla conversione del Beato Vescovo Agostino, dietro al quale c’erano le preghiere della sua santa madre Monica, come dietro a molte delle nostre conversioni o ri-conversioni ci sono state altrettante sante madri Monica. E come Saul di Tarso prese il nome di Paolo, ed Aurelio di Tagaste quello di Agostino, io che col battesimo sono stato chiamato dai miei genitori Stefano Maria, prima della mia sacra ordinazione ho chiesto di potermi chiamare Ariel, che significa Leone di Dio, avendo ritenuto ― se non ho sbagliato nelle analisi e nella interpretazione dei segni dello Spirito Santo ―, che da me, Dio Padre, voleva proprio quel che è stato impresso nel nome che ho assunto prima della sacra ordinazione. Nell’economia della salvezza, c’è infatti il monaco certosino che tace, ed il leone che ruggisce. A me, sarebbe piaciuta la clausura della Certosa ed il ritiro dal mondo nel silenzio e nel nascondimento totale, ma lo avrei voluto io, non lo voleva Dio; ed una scelta di egoistico piacere, non può mai chiamarsi vocazione. Non può infatti tacere chi è chiamato a ruggire, non può ruggire chi è chiamato a tacere.

La parola chiave di tutto questo discorso, come ripeto è la parola «coerenza». O come scrivevo poc’anzi: se una persona non è stata e non è a suo modo coerente nelle proprie scelte di peccato, non potrà mai essere riafferrata e recuperata alla grazia di Dio ed essere quindi coerente nella fede.

Il convertito o ri-convertito, non esiterà mai, senza disagio, a portare se stesso come esempio, lanciando senza alcuna vergogna, ai tanti cattolici leggeri e superficiali, questo chiaro messaggio: «Figliolo caro, ma se ce l’ho fatta io che ero a suo tempo un cittadino onorario di Sodoma e Gomorra, vuoi non farcela tu?».

Tutto questo comporta anche un altro aspetto: la capacità di ammettere, di dichiarare e di ribadire pubblicamente un radicale cambio di opinioni. Perché una conversione o ri-conversione, comporta anche questo: un modo radicalmente diverso di ragionare e di affrontare la realtà e la vita stessa. Se infatti io fossi un vescovo ― è un esempio puramente accademico, s’intende ―, al costo di chiudere delle parrocchie per mancanza di preti, me ne guarderei bene dal consacrare nel Sacro Ordine Sacerdotale dei soggetti che dopo anni di seminario, cambiato unicamente l’aspetto superficiale esteriore, sono rimasti tali e quali erano. Chi giunge infatti al Sacerdozio rimanendo tal quale, non può ricevere attraverso il Sacramento dell’Ordine un nuovo carattere che trasforma e che forma per tutta la vita. Ecco perché a nessuno è mai passato per la mente di nominarmi rettore di un seminario o di eleggermi ad una sede vescovile. E hanno fatto bene a non farlo, perché io non riempio la Chiesa d’immondizia, io svuoto la Chiesa dall’immondizia. E un rettore svuota-seminario o un vescovo-netturbino non interessa a nessuno, neppure alla Chiesa «rivoluzionaria» di Francesco I. E ciò detto desidero sia chiaro che con queste parole non mi sono auto-candidato, chi mi conosce sa perfettamente che non è così.

Purtroppo nell’odierno Cattolicesimo s’è insidiata da tempo un’altra religione parallela: il Puttanesimo. Di questo Puttanesimo, a livello d’informazione, n’è paradigma quella rivista on-line di indomiti e irriducibili politicanti de La Nuova Bussola Quotidiana, che potremmo definire come un vera e propria rivista vetero democristiana.

Cambiano i tempi, le persone e le situazioni, ma certi soggetti sono sempre lì, con i loro vescovetti di riferimento che lavorano a stillare veleno dietro le quinte, ad agire come se fossimo sempre nell’italietta democristiana degli anni Cinquanta, dove per essere assunto come bidello in una scuola pubblica era determinante la lettera di raccomandazione del Parroco, per essere assunto come impiegato in un ufficio del Comune cittadino, quella del Vescovo. E quando si avvicinavano le elezioni, non pochi vescovi convocavano tutto il clero non per dei necessari corsi di aggiornamento, né per istruirli su come edificare al meglio il Popolo di Dio, ma per trasformarli in propagandisti elettorali. E per settimane, dai pulpiti delle chiese, anziché le spiegazioni al Santo Vangelo, si udivano logorroici comizi elettorali. Ecco, i vescovetti di riferimento del direttore de La Nuova Bussola Quotidiana, sognano ancora questo, che equivale a dire: come sognare il calessino trainato dal ciuco mentre i missili volano verso la Luna.

Dinanzi alla mia accusa di Puttanesimo rivolta a La Nuova Bussola Quotidiana, non basta come reazione l’indignazione, anche perché, come diceva un loro vescovetto politicante di gran riferimento quando c’era da difendere Silvio Berlusconi ed i suoi bordelli a cielo aperto: «L’indignazione non è un sentimento cristiano». Quindi non è con l’indignazione che si reagisce, ma con la verità, che è sempre oggettiva, mai soggettiva, perché la verità soggettiva non è la verità, ma è la propria opinione, che come tale lascia sempre il tempo che trova.

A partire dal marzo 2013 a seguire, La Nuova Bussola Quotidiana si è palesata più papista del Papa. Fare un sospiro sul Sommo Pontefice Francesco I sarebbe stato impensabile. Diverse firme che tentarono una espressione critica velata e delicata sullo stile pastorale del Pontefice regnante, si sentirono rispondere dal segretario provinciale mancato della Democrazia Cristiana, ossia Riccardo Cascioli, che «La linea editoriale non permette alcuna espressione anche indirettamente critica di questo pontificato». E sia chiaro: i testimoni vivi, vegeti e dotati in tal senso di buona memoria, non mancano affatto, casomai l’interessato intendesse protestare, ma soprattutto smentire.

All’epoca, su La Nuova Bussola quotidiana scriveva il sociologo Massimo Introvigne, che per inciso è un eccellente specialista in sociologia delle religioni, nonché fondatore del benemerito CESNUR [cf. QUI, QUI]. Ad ogni articolo nel quale egli magnificava le meraviglie di questo pontificato, Massimo Introvigne era attaccato da tutte le fronde cattoliche che mostravano perplessità per certi stili pastorali del Sommo Pontefice Francesco I. C’erano persino dei blog che avevano creato apposite pagine di sfottò più o meno intitolate «la introvignata quotidiana », ed avanti a seguire.

È quindi di rigore chiedersi: cosa è accaduto a questa benemerita rivista, che oggi critica legittimamente Avvenire, L’Osservatore Romano, i collaboratori più stretti del Sommo Pontefice, ma soprattutto le scelte pastorali del Sommo Pontefice stesso? Qual è, il nucleo centrale della “conversione” che ha portato a siffatto cambiamento radicale, ma soprattutto alla scoperta di quel senso critico per il quale tra il 2013 e il 2014, La Nuova Bussola Quotidiana, defenestrò diversi collaboratori poiché ritenuti non sufficientemente papisti, o come si direbbe oggi bergogliani ? Com’è potuto accadere che il direttore de La Nuova Bussola Quotidiana, ieri come oggi consigliato dietro le quinte dallo stesso vescovetto ― ossia quello che tra una telefonata e l’altra sugli Eurostar augurava che il Pontefice regnante raggiungesse presto la Casa del Padre, per poi appresso pompare, sempre dietro le quinte, svariati firmatari della Correctio filialis ―, sia andato incontro a questa metamorfosi? Perché invero a confronto, le Methamorphosis di Ovidio, rischiano di essere solo una barzelletta, assieme a Elogio della Follia di Erasmo da Rotterdam.

Vediamo allora che cosa è accaduto per indurre l’allora ultra papista Nuova Bussola Quotidiana a scoprire d’improvviso che anche un Sommo Pontefice può essere all’occorrenza criticato, con tutto il buon garbo del caso e purché non si ponga in discussione la sua legittima autorità. È accaduto questo: nel 2015 il Sommo Pontefice Francesco I, ha elargito due sonore e meritate sberle al Movimento Comunione e Liberazione, attraverso un discorso molto deciso e molto severo che vi invitiamo a leggere tutto quanto per intero, perché così potrete capire l’origine della improvvisa “conversione” alla libertà dei figli di Dio de La Nuova Bussola Quotidiana e del suo direttore [cf. vedere testo QUI].

Dopo quel discorso pontificio è avvenuta prima una conversione, poi una trasformazione. E, d’improvviso, abbiamo assistito alla metamorfosi che oggi abbiamo sotto gli occhi: dalla pubblicazione della Correctio filialis fatta passare per puro dovere di cronaca, al successivo articolo di Antonio Livi che è stato come una pezza nuova posta su un vestito vecchio [cf. Mt 9, 14-17], oltre che offensivo sia all’intelligenza di colui che lo ha scritto sia all’intelligenza di chi, ed in specie i canonisti ed i teologi, lo hanno letto. Per seguire con gli attacchi rivolti ad Andrea Tornielli, reo di essere papista e cosiddetto bergogliano.

Premetto che io sono amico da molti anni di Andrea Tornielli, come lo sono di Antonio Socci e di Marco Tosatti. Si tratta di tre persone diverse, con un approccio dissimile a quello che giornalisticamente è indicato come il fenomeno Bergoglio.

Andrea Tornielli è una persona che per suo stile caratteriale e professionale si muove cauto, ed in lui io non ho mai ravvisato uno spirito improntato su quell’opportunismo dei voltagabbana che spesso gli viene contestato proprio da coloro che la gabbana l’hanno voltata per diritto e per rovescio, ma non solo, perché dopo averla voltata e rivoltata, l’hanno persino tinta con colori diversi, come ha fatto Riccardo Cascioli alla direzione de La Nuova Bussola Quotidiana.

Antonio Socci è un cristiano di fuoco, un passionario e sotto vari aspetti un uomo di Dio passato attraverso prove e sofferenze da non augurare a nessuno, nelle quali non solo ha mantenuto la sua fede, ma l’ha rafforzata, dando in tal senso un esempio non certo di poco conto. La sua posizione nei riguardi di questo pontificato è molto critica, ed è suo legittimo diritto essere critico, criticando in modo duro, a volte anche spietato, certe scelte del Sommo Pontefice, senza mai avere mancato di rispetto alla sua Augusta Persona e senza mai mettere in discussione la sua autorità.

Marco Tosatti è un gran signore in delicatezza ed in spirito espressivo, anche lui è perplesso dinanzi a certe scelte pastorali del Sommo Pontefice, ma il suo stile è diverso e tutto quanto improntato alla maniera di un “vecchio” galantuomo del giornalismo.

Tutti e tre questi professionisti, nella loro diversità, sono caratterizzati da un elemento: sono uomini di fede, mariti e padri esemplari, modelli di vita familiare cristiana, persone che amano veramente la Chiesa ed anche il papato.

Io posso stimare ed avere relazioni con persone animate da sentimenti del tutto opposti, in rapporto alla attuale situazione ecclesiale ed ecclesiastica, che come spesso ho scritto versa in uno stato di decadenza e di crisi senza precedenti storici. Ma non posso nutrire stima per i voltagabbana palesi all’insegna del “non è successo niente ”; i quali non trovano di meglio da fare che dare esplicitamente o implicitamente del voltagabbana ad Andrea Tornielli, che dirige un’agenzia d’informazione, Vatican Insider, che non fa opinione o analisi, ma da notizie e le commenta, quando non si limita a dare notizie e basta.

L’ultimo attacco in ordine di serie rivolto ad Andrea Tornielli in questi giorni è stata una vera e propria falsificazione. Un editorialista de Il Corriere della Sera, Gian Antonio Stella, che è un ottimo giornalista ma non un esperto in questioni ecclesiali ed ecclesiastiche, supportandosi proprio per questo su un articolo scritto da Andrea Tornielli lo scorso anno, ha scritto testuali parole:

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«[…] I cattolici integralisti che giorni fa, nell’anniversario della battaglia di Lepanto, hanno detto il rosario contro gli immigrati, in particolare islamici (compresi i siriani in fuga dalla ferocia di Assad e dai tagliagole dell’Isis), fingono di ignorare che il “loro” Papa non mollò mai su certi principi. Primo: il dovere cristiano dell’accoglienza. Mai. Lo ricordava un anno fa il vaticanista Andrea Tornielli in un pezzo intitolato «Immigrati, così la Polonia “seppellisce” Giovanni Paolo II» [testo di A. Tornielli del 10.15.2016, QUI, testo di G.A. Stella del 10.10.2017, QUI].

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La reazione falsante de La Nuova Bussola Quotidiana è stato un articolo così titolato: «Perché il potere infama i polacchi aiutato da certi cattolici». Articolo nel quale, a partire dal titolo stesso, Andrea Tornielli è infilato in un calderone di accuse, senza che mai egli abbia dileggiato i cattolici polacchi che, nella ricorrenza della vittoria dei Cristiani sui Musulmani a Lepanto il 7 ottobre 1571, hanno organizzata la recita di un Santo Rosario sui confini del territorio polacco, con la partecipazione di circa un milione di fedeli [testo di B. Frigerio del 12.10.2017, QUI].    

Ora voi capite bene che sulle righe e dietro le righe de La Nuova Bussola Quotidiana, che da ultra papista tal era tra il 2013 e il 2014, è diventata oggi critico-acidula dopo che il Pontefice regnante ha mollato due salutari sganascioni a Comunione e Liberazione, non è che non sia successo propriamente niente, ma è successo molto, specie in incoerenza ed in conseguente strafottenza verso altri professionisti del giornalismo. Nessuno infatti, dalle colonne de La Nuova Bussola Quotidiana che elargisce implicite o esplicite patenti di voltagabbana a destra ed a manca, ha mai detto: “abbiamo cambiato opinione”. Cosa non solo legittima, perché come credo d’aver spiegato sulla mia pelle e sulla mia stessa vita di passate dissolutezze e peccati mortali, il cambiare opinione è cosa spesso salvifica, a volte imprescindibile per un vero cammino di fede. Se infatti io stesso non avessi cambiata radicalmente opinione a suo tempo, oggi sarei tutt’altro genere di uomo, ma soprattutto non sarei un Sacerdote di Cristo.

Pertanto affermo in tutta serenità che quella sberla data dal Sommo Pontefice a Comunione e Liberazione, oltre ad essere stata del tutto meritata, ha contribuito a far venire ulteriori topi allo scoperto, a partire da Riccardo Cascioli che fa le pulci ad altri suoi colleghi indicandoli con gran caduta di stile professionale come degli snipers, ossia dei cecchini. Ora, io non so se il direttore de La Nuova Bussola Quotidiana ha fatto come il sottoscritto il servizio militare, oppure se è stato riformato alla visita di leva, o se si è dichiarato pacifista ed ha fatto il servizio civile alternativo passando il tempo a giocare con i videogames, in ogni caso non occorre aver studiata L’arte della guerra per sapere che lo sniper, il cecchino, specie dopo la sanguinosa guerra nella ex Jugoslavia, è divenuto sinonimo di vigliacco. I cecchini appostati sui palazzi di Sarajevo, sparavano addosso ai civili inermi, inclusi donne e bambini, spesso colpendoli volutamente alle spalle, ed erano solitamente imbottiti di droghe euforizzanti; e quando l’euforia passava, diventavano ancor peggiori e più sanguinari.

Ecco descritti i topi che il Sommo Pontefice Francesco I ha fatto venire allo scoperto con due sberle. Si tratta di topi opportunisti e incoerenti, di politicanti di bassa lega che rappresentano il paradigma dei topi di una religione del tutto nuova e molto peggiore di quel Protestantesimo che prende vita da uno scisma e da una eresia nata dal nucleo cristiano per opera di Martin Lutero. E questa nuova religione, che non nasce proprio da alcun nucleo cristiano, è il Puttanesimo.

È a questi personaggi che Nostro Signore Gesù Cristo dice: «Le prostitute vi precedono nel Regno dei Cieli» [cf. Mt 21, 38-32]. Cosa questa che a Riccardo Cascioli avrebbe dovuto spiegare con dovizia di particolari il suo vescovetto di riferimento, quello che, se dal Sommo Pontefice Francesco I fosse stato fatto cardinale, avrebbe incenerito sul rogo chiunque avesse sospirato su questo pontificato, anziché augurare al Pontefice regnante di tirare presto le cuoia parlando al telefono in mezzo alla gente dalla prima classe di un Eurostar.

E se questi sono tutti i topi oggi all’impazzimento che il Sommo Pontefice Francesco I ha fatto saltare fuori da dietro quelle quinte dove per decenni hanno lavorato a danneggiare la Chiesa, ebbene vi dico: io che pure sono stato e sono critico verso non poche scelte pastorali del Santo Padre ― come dimostrano inconfutabilmente non pochi miei scritti ―, per il solo merito di avere disseminato il topicida pontificio, sarei pronto a gridare, già mentre si trova sempre in vita … santo subito!

Ultima nota sia di stile sia di carattere professionale: la nostra rivista telematica L’Isola di Patmos ha raggiunto in questi giorni di ottobre i dodici milioni di visite. Il nostro lavoro, che è tutto gratuito, comporta però dei costi elevati di gestione, come accade quando si lavora con mezzi, strumenti, programmi, server-provider aziendali e via dicendo. Da sempre e da subito noi ci siamo affidati alla provvidenziale e gratuita carità dei Lettori, che sino ad oggi ci hanno sostenuti, anzitutto nella nostra piena e completa libertà. Quando invece si hanno certi sponsor o certi mecenati, si finisce sempre sullo spiacevole libro paga di chi, alla fine, giunge ad importi cosa dire e cosa non dire.

Alla Nuova Bussola Quotidiana che oggi da degli snipers agli altri, vogliamo dare anche questa lezione di stile e soprattutto di libertà cristiana, visto il modo in cui ha voltato gabbana come se nulla fosse, dopo i primi due schiaffi dati dal Sommo Pontefice, a giusto e santo merito, al Movimento di Comunione e Liberazione.

Non è che per caso — è solo una domanda —, hanno imposto un cambio di linea editoriale i loro finanziatori?

L’imperatore Vespasiano, affermando pecunia non olet, aveva torto, perché i soldi, in verità, puzzano sempre, quando comprano la tua libertà e quando rendono la tua coscienza cristiana alla stregua di un elastico che aziona un portafoglio a fisarmonica.

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dall’Isola di Patmos, 12 ottobre 2017

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Video del discorso del Sommo Pontefice Francesco I

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La lunetta usata come copertina della nostra home-page è un affresco del Correggio del XVI sec. conservato nella Chiesa di San Giovanni Evangelista a Parma

ratrice del sito di questa rivista:

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