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«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi», ma purtroppo, anche la verità ha dei costi di gestione e di diffusione con i quali tutti hanno dovuto fare i conti, dai pastori in cura d’anime ai missionari evangelizzatori

12 Gennaio 2018/in Attualità/da Redazione

«CONOSCERE LA VERITÀ E LA VERITÀ VI FARÀ LIBERI», MA PURTROPPO, ANCHE LA VERITÀ HA DEI COSTI DI GESTIONE E DI DIFFUSIONE CON I QUALI TUTTI HANNO DOVUTO FARE I CONTI, DAI PASTORI IN CURA D’ANIME AI MISSIONARI EVANGELIZZATORI 

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I Vangeli narrano che gli Apostoli lasciarono i loro lavori, le loro case e le loro famiglie per seguire il Verbo di Dio fatto uomo, Cristo Signore. Ma i Vangeli e le Lettere Apostoliche narrano anche che gli Apostoli, per il loro vitale sostentamento necessario alla loro opera di evangelizzazione, erano sostenuti da generosi benefattori e benefattrici.

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Autori
Giovanni Cavalcoli, O.P – Ariel S. Levi di Gualdo

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«I presbìteri che tengono bene la presidenza siano reputati degni di doppio onore, specialmente quelli che si affaticano nella predicazione e nell’insegnamento; infatti la Scrittura dice: “Non mettere la museruola al bue che trebbia”; e ancora: “L’operaio è degno del suo salario”» [I Tm 5, 17-18] 

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Cari Lettori,

la disponibilità oggi sul conto de L’Isola di Patmos

anche quest’anno vi rivolgiamo un appello con piacere, timore e preoccupazione, spiegandovi i motivi di questo nostro sentire.

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Il piacere, da intendersi come comprensibile soddisfazione, è dato dal fatto che L’Isola di Patmos è tra le prime dieci riviste telematiche cattoliche più visitate in Europa. Abbiamo iniziato quest’anno 2018 lasciandoci alle spalle un anno che si è concluso il 31 dicembre 2017 con un numero pari a 8.230.271 visite. Il numero totale, dal 20 ottobre 2014, data di apertura de L’Isola di Patmos, è pari oggi ad un totale di 17.077.789 visite.

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La nostra webmaster e curatrice del sito ci ha spiegato che il numero effettivo è molto superiore ai diciassette milioni di visite totalizzate in tre anni, con la punta massima in crescendo raggiunta nell’anno 2017. Il contatore interno rileva infatti solo la rete di collegamento, ma ad una singola rete possono talvolta essere collegati decine di computer diversi, come dalla rete di un’abitazione domestica possono essere collegati più computer. Per questo ella ci ha fatto presente che le visite effettive sono pari perlomeno al triplo.

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Il timore, è dato dal fatto che L’Isola di Patmos, come più volte vi abbiamo precisato, si sostiene unicamente con le offerte dei propri Lettori. E ciò che noi proviamo ogni volta che siamo costretti a chiedere il vostro aiuto, è un senso di timore misto ad un senso di umano pudore tipico di coloro che, come noi, sono abituati a dare, non però a chiedere.

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La preoccupazione, è invece dovuta al comprensibile sentimento umano che ci porta a temere di non riuscire a farcela, perché di pari passo col soddisfacente aumento delle visite ― che nei nostri ormai oltre tre anni di vita non hanno mai conosciuto flessione ma solo continua crescita ― crescono purtroppo di pari passo anche le spese di gestione che dobbiamo sostenere.

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Se sino allo scorso anno abbiamo affrontato spese di gestione per 5.200 euro, a partire da quest’anno le spese sono lievitate a 8.000 euro. La voce maggiore di spesa per il 2018 sarà il server, il costo del quale si aggira attorno ai 4.000 euro. La mole crescente di visite ci obbliga infatti a passare dall’attuale servizio ad “accessi illimitati”, il cui costo totale è di 1.200 euro all’anno, ad un server autonomo, il cui costo è di quasi il quadruplo. Purtroppo, gli “accessi illimitati”, hanno a loro modo un limite, come infatti avrete notato più volte è accaduto che anziché aprirsi la pagina de L’Isola di Patmos è comparso l’avviso «errore 503», con la sottostante scritta in inglese che indicava il sito momentaneamente bloccato, cosa dovuta all’alto numero di visite.

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Nel corso del mese di gennaio speriamo di riuscire a raccogliere l’importo necessario per le spese di gestione dell’anno 2018, altrimenti … cominceremo ad avere qualche serio problema.

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Come molti lettori avranno notato, il Padre Ariel ha inserito nella pagina de L’Isola di Patmos il Libro delle Sante Messe [vedere QUI]. Se aprite il Calendario-Agenda delle Sante Messe [vedere QUI], troverete riportato alla fine dell’anno 2017 il conto delle offerte pervenute, interamente destinate dal Padre Ariel alle spese di gestione de L’Isola di Patmos, benché l’offerta per la Santa Messa, detta anche stipendium, è personale del sacerdote e destinata di per sé al suo sostentamento.

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Nel corso dell’anno 2017 abbiamo ricevuto offerte da parte dei Lettori, che ringraziamo con profonda riconoscenza. Alcuni hanno sottoscritto a nostro sostegno un versamento mensile tramite Paypal, anche a tutti loro siamo profondamente grati.

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Assieme alla nostra gratitudine, dobbiamo però informarvi che siamo giunti agli inizi di questo nuovo anno con un fondo deposito sul nostro conto di 728,17 Euro, a fronte di una spesa da affrontare di circa 8.000 Euro.

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Come ogni anno ci appelliamo alla vostra generosità, invitando i Lettori più affezionati e volenterosi a voler sottoscrivere anche una piccola donazione mensile per l’anno 2018.

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Se la nostra opera apostolica è opera di Dio, gradita a Dio per il servizio della sua Santa Chiesa che naviga oggi nella tempesta; se la nostra opera è improntata veramente sul giovanneo principio ispiratore «Conoscete la verità e la verità vi farà liberi» [Gv 8,32] anche quest’anno riusciremo a risolvere il problema ed a far fronte alle spese. Se invece non dovessimo riuscirci, in tal caso vuol dire che abbiamo sbagliato in qualche cosa, o forse anche in più cose. Sarà quindi per noi una santa lezione di fede la provvidenza, come altrettanto sarà una santa lezione di fede la eventuale mancanza di provvidenza, perché evidentemente non meritata.

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Vi ringraziamo rinnovandovi l’augurio di un felice inizio di anno 2018 nella grazia di Dio Padre e sotto l’intercessione della Beata Vergine Maria Madre della Chiesa.

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da L’isola di Patmos, 12 gennaio 2018

 

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«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» [Gv 8,32],
ma portare, diffondere e difendere la verità non solo ha dei
rischi ma anche dei costi. Aiutateci sostenendo questa Isola
con le vostre offerte attraverso il sicuro sistema Paypal:



oppure potete usare il conto corrente bancario:
IBAN IT 08 J 02008 32974 001436620930 
in questo caso, inviateci una email di avviso, perché la banca
non fornisce la vostra email e noi non potremmo inviarvi un
ringraziamento [ isoladipatmos@gmail.com ]

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2017/06/Giovanni-e-Ariel-miniatura-isola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Redazione https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Redazione2018-01-12 23:49:022021-04-26 17:21:20«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi», ma purtroppo, anche la verità ha dei costi di gestione e di diffusione con i quali tutti hanno dovuto fare i conti, dai pastori in cura d’anime ai missionari evangelizzatori

Da tutte le valli risuonano appelli al Santo Padre Francesco: «Come la Chiesa finì», il nuovo libro di Aldo Maria Valli

9 Gennaio 2018/1 Commento/in Attualità/da Padre Giovanni

DA TUTTE LE VALLI RISUONANO APPELLI AL SANTO PADRE FRANCESCO: «COME LA CHIESA FINÌ», IL NUOVO LIBRO DI ALDO MARIA VALLI

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Pare che in un recente drammatico colloquio a quattrocchi, un Cardinale abbia detto a chiare lettere al Santo Padre: «tu stai sfasciando la Chiesa!». Se questo fosse realmente accaduto come si narra, il Santo Padre, dopo un momento di sdegno, si spera abbia avuto modo di riflettere, per invocare dallo Spirito Santo quella saggezza e quella forza che lo renderà capace di far avanzare la Chiesa verso il Regno.

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Autore
Giovanni Cavalcoli, O.P.

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PDF  articolo formato stampa

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Mi percuota il giusto e il fedele mi rimproveri; ma l’olio dell’empio non unga il mio capo [Sal 141,5]                

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il vaticanista del TG1 Aldo Maria Valli, autore del libro Come la Chiesa finì – vedere QUI

Aldo Maria Valli, celebre giornalista del TG1 e amico dei Padri de L’Isola di Patmos, è molto noto ai cattolici italiani amanti della Chiesa e del Papa per la sua schietta e coraggiosa professione di fede, cosa rara nei pubblicisti di oggi; ma sebbene pochi, alcuni si salvano. Valendosi della libertà di opinione e di quella parresia, che lo stesso Pontefice regnante sollecita, anche tra i laici, il suo amore per il Papa non gli impedisce di esprimergli le sue difficoltà e le sue sofferenze, nonché di fargli delle rispettose critiche e di suggerirgli sommessamente rimedi o correzioni in quel campo della sua azione, che non tocca il magistero dottrinale, ma la sua condotta morale e il suo modo di governare la Chiesa.

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È così che egli ha pubblicato per le Edizioni Liberilibri di Macerata un agile libretto, dove ancora una volta egli mostra le sue doti di scrittore per il grande pubblico, capace di trattare con competenza, semplicità e chiarezza delicati temi e problemi di morale e della vita della Chiesa.

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Mi pare che il suo stile, i suoi interessi e il suo argomentare rendano Valli in qualche modo simile agli illuministi settecenteschi, ma con la grossa differenza che, mentre le critiche di questi alla Chiesa e al Papa erano distruttive e velenose, quelle di Valli, basate come sono sulla sua fede cattolica, per quanto severe, sono costruttive e benefiche. Per questo mi verrebbe voglia di definirlo come un ”illuminista cattolico”.

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Gli illuministi del Settecento erano dei sofisti saccenti e presuntuosi, con un linguaggio sarcastico, volgare, pettegolo ed oltraggioso. Valli si esprime invece con una fine ironia inoffensiva, tanto che ad ogni periodo del suo scritto  è impossibile trattenere una risata. Ma sia chiaro: Valli non prende in giro nessuno e non è un burlone: il suo è un nobile intento riformatore ed educativo in capite et in membris. È il classico castigat ridendo mores sulle orme di Giovenale, prezioso genere letterario che sorse nella classicità latina, ma che è raro nella letteratura cattolica. Valli lo recupera con tutta la signorilità che gli è caratterialmente propria. Il suo pamphlet sembra il racconto di un buon ragazzo, cristianamente educato, il quale, trovandosi in una chiassosa riunione di adulti che si stanno accapigliando tra di loro, mentre il presidente agitato non riesce a mantenere l’ordine, ingenuamente manifesta con semplicità e col suo buon senso, in base a quanto ha imparato dai suoi maestri dell’oratorio, cosa dovrebbero fare per creare l’accordo fra di loro, fiducioso di essere ascoltato.

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Valli conia egli stesso un termine apposito ― non l’ho trovato neppure nel vocabolario ―, chiamando questo suo racconto simbolico-parenetico “distopico”, ossia, se ben capisco non banalmente e offensivamente “fuori luogo”, come potrebbe apparire ad alcuni sedicenti “amici” del Papa, ma “al di fuori del luogo (topos) centrale”, un po’ come si parla della sede “dislocata” o di un distaccamento o una succursale di un’azienda industriale: non è la sede principale, anche se ha rapporto con essa e rimanda ad essa.

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Perché Valli è ricorso a questo curioso espediente? Per una forma, credo di poter dire, di modestia, per non sembrare un saccente od un ficcanaso irriguardoso, benchè in ciò che dice vi sia la franchezza e il coraggio di chi sa quello che dice e lo dice per amore e non per altro. Valli guarda da un altro luogo, ma da quello sa vedere bene. Non s’intromette, ma partecipa.

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Un’altra chiave di lettura del ”racconto” è data, secondo me, dal fatto che in realtà, sotto il velo letterario del racconto che sa di favola o di apologo, non c’è un vero racconto, ma c’è l’accorata apertura d’animo di un fedele figlio della Chiesa al proprio Padre in Cristo e Fratello nella fede, il Papa, per esortarlo a compiere bene il suo dovere, dovere che il Papa conosce meglio di lui, per cui da tutto lo stile pacato e bonario dello scritto, traspare la ferma convinzione dell’Autore, basata sulla fede nel carisma del Destinatario, che egli lo ascolterà, considerando le terribili catastrofiche conseguenze, ossia nientemeno che la fine della Chiesa ― e qui l’Autore si compiace evidentemente del paradosso ―, alle quali porterebbe il suo comportamento di eccessiva preoccupazione di non dispiacere al mondo e di ottenerne il plauso, a scapito di una fedele sequela di Cristo.

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Si potrà anche non essere d’accordo, ma l’accusa velata di fondo che l’Autore fa al Papa Francesco, ed attorno alla quale gira tutto il racconto, è svolta con chiarezza e coerenza e, a mio modo di vedere, con fondatezza e plausibilità, ed è la tendenza eccessiva del Papa ad avvicinare mondo e Chiesa tra di loro, quindi  l’attaccamento al mondo e a se stesso, il che appare come la chiave ermeneutica per spiegare una serie di difetti di Papa Francesco, dei quali peraltro egli non può non essere consapevole e che egli stesso, probabilmente, potrebbe desiderare di correggere, benché frenato e lusingato da indegni ed incapaci collaboratori, che con i loro maneggi finiscono per danneggiarlo anziché aiutarlo.

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Papa Francesco, per le sue peculiari qualità umane e per la sua eccezionale e simpatica comunicativa ― fa capire Valli ― è indubbiamente molto gradito al mondo. Ma dovrebbe chiedersi che cosa vale in fin dei conti tale successo; dovrebbe chiedersi se il successo dipende dal fatto che sa attirare le folle a Cristo o solo a se stesso? Cristo gli interessa più delle folle? Cerca le folle per condurle a Cristo o Cristo è il mezzo per comunicare con le folle? Cristo gli basta o ha bisogno anche del successo nel mondo? Se Cristo gli basta, perché si preoccupa tanto di non ricevere critiche dal mondo, come capitava ai Pontefici precedenti? Come mai il mondo gli è così favorevole? Si sta forse convertendo, il mondo, a Cristo? Stando ai fatti non parrebbe proprio, anzi sembra che il mondo sia sempre lo stesso, se non peggio. E allora? Come mai i tradizionali nemici della Chiesa oggi lodano il Papa? Non pare che essi abbiano rinunciato ai loro errori, anzi tutt’altro. Nel contempo egli suscita perplessità e scandalo nella Chiesa. Certo ha il consenso dei modernisti; ma costoro sono falsi cattolici e falsi amici. Il Santo Padre Francesco sa parlare di Cristo alle folle? Quali sono gli effetti dei suoi incontri con le folle? C’è chi si avvicina a Cristo? Voler rendersi graditi al mondo in sé non è male, purché ciò non sia al prezzo di rendersi sgraditi a Cristo. Si aggiunga alla situazione personale di Papa Francesco il nefando e diabolico progetto massonico, oggi fatto proprio dagli ambienti dell’ONU, di una religione unica ed universale meta-cristiana, sincretistica e razionale, senza soprannaturale e senza dogmi rivelati, obbligatoria per tutti, che raccolga al livello paritario tutte le religioni nei loro elementi comuni, senza gerarchizzazioni, con il rifiuto a priori di una religione eccellente sulle altre.

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Tutto ciò non è un incubo notturno, o una fantasia morbosa e pre-conciliare di Valli, ma è un preciso disegno già a suo tempo elaborato da Emanuele Kant [1] e fatto proprio da teologi cattolici come Edward Schillebeeckx, Karl Rahner, Jacques Dupuis e Timothy Radcliffe.

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La de-costruzione della Chiesa

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Valli immagina di porsi in un futuro nel quale la Chiesa, per una cattiva interpretazione del rinnovamento e dell’ammodernamento promossi dal Concilio Vaticano II, avrà condotto, sotto la pressione della massoneria, alle estreme conseguenze l’attuale processo modernistico di «auto-demolizione», come lo chiamava il Beato Paolo VI, quindi di soppressione dell’identità propria della Chiesa, in direzione di una piena  sua omologazione al mondo, sotto il pretesto del «dialogo col mondo» e dell’ «immersione nel mondo». La Chiesa annega nel mondo.

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Come paradigma di questa operazione dissolvente, Valli avrebbe avuto a disposizione diversi progetti ereticali, come per esempio quello di Rahner o quello di Schillebeeckx o lo storicismo relativista di Kasper o il progetto della teologia della liberazione o il teilhardismo o la “religione globale” inventata dalla massoneria. Invece sceglie un autore, del quale oggi nessuno parla, noto solo agli eresiologi: il progetto di Marcione, eretico del II secolo. Ma Valli, con fine intùito, ha colto l’enorme attualità di questo abile seduttore, ed immagina che nella futura Chiesa mondana e modernista avverrà la riabilitazione di Marcione [cf. pagg. 99-102]. Naturalmente ciò avverrà ― vuol dire Valli ― non a livello ufficiale, perché la Chiesa non potrà mai approvare un eretico, tuttavia il Papa lascerà che questa eresia si diffonda, trascurando di confutarla e di proteggere i fedeli. Sta qui la gravissima negligenza pastorale di questo Sommo Pontefice, in contrasto in ciò coi suoi Predecessori. Questo è ciò che Valli vuol dirci: pur essendo il Sommo Pontefice esente da eresia, né diversamente potrebbe essere, tuttavia lascia che il lupo faccia strage del gregge e non si cura di guarire i mali dell’intelligenza cristiana, dell’intellectus fidei.

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Ma in che cosa consiste il marcionismo, oggi rivivo nella teologia di Rahner? Lo espone Valli in 13 tesi, simili ai canoni di un concilio maledetto [cf. pagg. 101-102]. In sintesi: il Dio buono e misericordioso, il vero Dio, è il Dio del Vangelo, in contrasto col Dio punitore e crudele dell’Antico Testamento. Il Dio cristiano, al contrario del Dio truce ebraico ― continua Marcione ― è il Dio che ci accoglie e che ci approva in tutto quello che facciamo e che ci permette di godere à gogo di questo mondo, perché il mondo è buono, nella certezza di essere sempre e comunque perdonati, senza condizioni, anche se non siamo pentiti, giacché in fondo in fondo, molto in fondo ― «nell’esperienza atematica, ineffabile e trascendentale» ―, tutti siamo buoni. Il peccato non è quella tragedia cosmica colpevolizzante inventata dall’Antico Testamento col mito del cosiddetto ”peccato originale”, mito crudele, pessimista ed offensivo della dignità e della libertà umane. Il peccato, ammesso che esista, come dice saggiamente Teilhard de Chardin, non è che un inevitabile e normale incidente di percorso nell’inarrestabile ascendente evoluzione cosmica verso il Cristo cosmico, il quale non attua alcuna ”riparazione” o ”soddisfazione” a Dio per il peccato, ma Cristo è semplicemente il modello supremo dell’evoluzione dell’umanità fino al punto Omega.

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La Chiesa è la Lumen gentium.   

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Ora però, ci lascia comprendere Valli, le cose non stanno affatto così. Cristo non è semplicemente un santone tra gli altri. Il marcionismo-rahnerismo è un droga che addormenta la coscienza e, come diceva il Catechismo di San Pio X, ci illude di poterci salvare senza merito. La vera Chiesa, quella che non finirà, è tutt’altra cosa ed è mostrata dalla dottrina del Concilio Vaticano II. Così il libro di Valli potrebbe altrettanto bene intitolarsi “Come la Chiesa deve ricominciare”, tanto con chiarezza si intravvede, tra le righe della sua finissima ironia, il suo grande amore per la Chiesa, logicamente accompagnato dal dolore e dallo sconcerto, così come quando si ama una persona, non si può non essere addolorati per i suoi mali. Ma nel caso della Chiesa, sappiamo che essa ha la forza di vincere il potere delle tenebre. Infatti, uno dei grandi documenti del Concilio Vaticano II, è la sua Costituzione Dogmatica ― il che vuol dire dottrina infallibile ― sulla Chiesa Lumen Gentium, voluta dal Beato Paolo VI, per cui a quel punto gli insegnamenti del Concilio, fino ad allora solo pastorali per volontà di San Giovanni XXIII, acquistarono anche un aspetto dogmatico. Questo è il punto di riferimento di Valli. Chi non ha capito questo, allora del suo libro non ha capito nulla.

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«Il Concilio», dice l’esordio della Lumen Gentium [cf. n. 1] «ardentemente desidera che la luce di Cristo, splendente sul volto della Chiesa, illumini tutti gli uomini, annunziando il Vangelo ad ogni creatura». Ed è la certezza che Valli ha di questo indefettibile compito della Chiesa, che ne fonda l’esistenza per l’eternità, che gli consente paradossalmente di parlare di una Chiesa che “finisce”, quasi a sfidare e a prendersi gioco di quel potere satanico, oggi incarnato dalla massoneria, che egli è certo che sarà sconfitto. Ma questo potere, nel quale Satana è maestro, non è altro che quello del mondo, o meglio di «questo mondo», di cui Satana è il «principe» [cf. Gv 12,31; 14,30; 16,11]. Infatti, secondo la Scrittura, non è il mondo come tale che è cattivo, tutt’altro; esso è immensamente buono, in quanto creato da Dio; e se non fosse tale, quindi amabile, Gesù non avrebbe detto: «Dio ha tanto amato il mondo, da dare il suo Figlio Unigenito» [Gv 3,16]. Invece è cattivo, questo mondo, in quanto schiavo del peccato, della morte e di Satana. In tal senso Giovanni ci comanda di «non amare il mondo» [I Gv 2,16]. È questo il mondo, del quale il cristiano non può essere amico [cf. Gc 4,4], mondo dal quale è odiato [cf. I Gv 3,13], perché egli non gli appartiene, mentre sarebbe da esso amato, se gli appartenesse [cf. Gv 15,19] e da esso si lasciasse ingannare, se cedesse alle sue attrattive, alle sue lusinghe e alle sue seduzioni o si spaventasse per le sue minacce. Questo mondo dev’essere fuggito [cf. II Pt 2,20], combattuto [cf. I Tm 6,12] e vinto [cf. Gv 16,33]. E proprio in vista di essere luce e salvatori del mondo. La “fine del mondo”, quindi, non è altro che la fine di questo mondo. Ma il mondo vero e sano è destinato a risorgere e a vivere per l’eternità.

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Chiesa e mondo

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Per questo il n. 40 della Gaudium et spes [2], che parla di una «Mutua relazione fra Chiesa e mondo» ― dobbiamo dirlo con franchezza e cognizione di causa ― è un discorso monco e ingannevole, perché sembra che Chiesa e mondo siano come le due parti dell’umanità, allo stesso livello, con reciproche qualità, chiamate solamente a dialogare e a collaborare tranquillamente tra di loro per il bene della stessa umanità. Questa visione, spinta alle estreme conseguenze, porta alla identificazione della Chiesa col mondo, che è la concezione sciagurata del modernismo [3]. Purtroppo il Concilio trascura nel suddetto capitolo ― e solo qui in tutto il Concilio, sia chiaro ― di parlare della corruzione del mondo, della trascendenza della Chiesa nei confronti del mondo, della superiorità del suo fine rispetto a quello del mondo, del potere e del dovere che la Chiesa ha di essere luce e salvezza del mondo, nonché della sua capacità di donare al mondo una pace che il mondo non può dare. Dimentica, insomma, la Lumen Gentium. Questa è stata la fessura dalla quale è penetrato il ”fumo di Satana”, ossia sono sorti quel deleterio secolarismo e quella progressiva perdita del senso del sacro e del Trascendente, che sono all’origine del fascinoso, disastroso e devastante modernismo che, sotto pretesto del progresso e della riforma, sta scuotendo la Chiesa dalle fondamenta. In tal modo la Chiesa non è più al servizio di Dio, ma servizio del mondo, perché un al di là di questo mondo non esiste. Il potere che interessa non è quello spirituale, della carità, ma quello mondano, l’affermazione di sé nel mondo.

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Così, all’Eterno, si è sostituita la Storia, alla contemplazione si è sostituita l’azione; alla liturgia la festa della comunità; la religione si è trasformata in politica, la spiritualità in psicologia, la morale in sociologia. È scomparsa la carità verso Dio ed è rimasto uno scipito, arbitrario e non meglio precisato “amore del prossimo”, il quale, essendo privo del riferimento a Dio, pecca o per eccesso o per difetto, mentre il mondo ultraterreno del divino è scomparso e l’unico mondo è questo mondo. Non più il timore di Dio, ma il timore degli uomini. Quel che interessa non è più la gloria che viene da Dio, ma quella che viene dal mondo. Non più il successo presso i buoni, ma il successo mondano. Il sacro è stato profanato e il profano è stato sacralizzato. Il dialogo ― spesso ipocrita e inconcludente ― è stato assolutizzato e messo al posto dell’affermazione della verità, mentre la legge morale perde la sua assolutezza e viene relativizzata.

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Come già osservava Jacques Maritain nel 1966 in Le paysan de la Garonne: «ci si è messi in ginocchio davanti al mondo». Si vive sotto il terrore di essere “superati”. Ed è sorto l’idolo del “mondo moderno”, un nuovo dio, al quale Satana vuole che ci prostriamo. Il nuovo diventa buono per il semplice fatto di essere nuovo; il tradizionale, il perenne, il voler conservare il buono ed esser fedeli ad esso è fondamentalismo maledetto. Per i modernisti conservare il Vangelo è conservatorismo, mentre essi tengono più che mai a conservare il proprio lauto conto in banca. Oggi, il modernismo, in gran forze e più spavaldo che mai, dopo un’indefessa scalata durata mezzo secolo, è ormai giunto alle soglie stesse della Sede di Pietro. Gli manca solo un passo ― così esso crede ― per instaurare un papato modernista e far finire così la Chiesa. Ma Valli giustamente ha i suoi dubbi che ciò possa mai avvenire.

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Che la Chiesa oggi sia tranquilla ― si se esclude un gruppuscolo di disturbatori ― ed anzi non sia mai andata così bene come oggi, come opinava il Cardinale Carlo Maria Martini, è l’illusione dei modernisti, che hanno in mano larghe fette del potere. Infatti è appunto illusione tipica di chi detiene il potere, credere che le cose vanno bene, perché vanno  come vuole lui, almeno finché dura. A questo punto si pone la necessità di una vera riforma della Curia Romana. Il Papa, agli occhi dei modernisti, passa per essere un grande Papa riformatore, ma la sua idea di riforma non sembra chiara: è ancora quella del 1968, quando si gridava «evviva il  cambiamento»,  «abbasso la conservazione!». Ma oggi, dopo cinquantanni di cambiamenti spesso scriteriati, le persone sagge sentono il bisogno di recuperare tanti valori non negoziabili stoltamente abbandonati. Quindi la riforma oggi ― la vera riforma conciliare ― si impone come recupero di questi valori. E invece, purtroppo, il Papa insiste in questa mentalità sessantottina.

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Ai modernisti, naturalmente, non pare il vero; e allora si sono gettati a pesce su questo Papa per convincerlo a creare un papato modernista-luterano-massone, che nulla ha a che vedere con la riforma conciliare, se non per il possibile aggancio all’infelice n. 40 di Gaudium et spes poco prima richiamato tra queste righe. Il Papa, infatti, avrebbe dovuto correggere il trend utopistico e troppo ottimista di quel capitolo, mentre invece, purtroppo, ne esagera la portata, e ciò spiega la sua tendenza mondana, che giustamente Valli gli rimprovera nel  suo libro.

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Nel suo recente discorso alla Curia Romana, il Papa ha deprecato la formazione di complotti. Ebbene, è questo di cui sopra il complotto, del quale pare che il Papa non sappia. È il tentativo diabolico di secolarizzare, decurtare, rimpicciolire, profanare, svuotare e dissacrare la Chiesa al fine di ridurla alle misere misure del mondo, sul tipo di Amnesty International o Green Peace o dei Boy Scouts. È questo il complotto dal quale il Papa dovrebbe guardarsi per proteggere se stesso e la Chiesa da queste trame di Satana. Il pericolo vero, per la Curia Romana, per il Papa e per la Chiesa; il vero ”cancro”, i veri ”traditori” e gli ”infedeli”, diciamo pure gli eretici e gli apostati, non sono tanto i rumorosi e irrequieti lefebvriani e tanto meno i conservatori, che devono collaborare con i progressisti; il pericolo sono i modernisti, che sono la longa manus della massoneria, dei comunisti e dei luterani all’interno della Chiesa e della Curia Romana.

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Pasce oves meas

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Il dovere di accogliere i valori del mondo non dev’essere pretesto per mondanizzare la Chiesa; Il dovere di essere moderni non dev’essere un pretesto per favorire il modernismo; il dovere di favorire il progresso non dev’essere pretesto per offendere i conservatori; il dovere di evitare il conservatorismo, la rigidità e la stagnazione non dev’essere pretesto per denigrare chi vuol essere fedele alla verità immutabile e all’assolutezza della legge morale; il dovere dell’accoglienza non può scompagnarsi dal distinguere chi la merita da chi non la merita: un conto è accogliere in casa un bisognoso e un conto è accogliere un ladro. Il dovere di apprezzare il diverso non dev’essere pretesto per non correggere l’eretico. Il rispetto per le altre religioni, non esime dal dovere di correggere i loro errori. Il dovere di soccorrere la miseria materiale, non deve far dimenticare il più importante dovere di curare le malattie dello spirito. Con i miseri, gli umili e i pentiti si dev’essere misericordiosi, ma con i furbi, gli ostinati e gli arroganti si dev’essere severi. Il dovere di praticare l’ecumenismo non dev’essere un pretesto per favorire il sincretismo, il relativismo e l’indifferentismo. Il dovere di apprezzare il pluralismo non dev’essere pretesto per trascurare l’unità e l’universalità ― katholikòs ― della fede. Il dovere di procurarsi collaboratori fedeli deve accompagnarsi al discernimento tra quelli sinceri e gli impostori e adulatori.

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Eppure il Papa conosce il suo dovere. È solo attratto dalla vertigine del successo e del potere. Bisogna allora che glielo ricordiamo e gli diciamo: sic transit gloria mundi! “Passa la scena di questo mondo!” [I Cor 7,31]. Ravvèditi e metti in opera i talenti che Dio ti ha dato, in special modo il tuo ufficio petrino, che Cristo ti ha dato non per rappresentare te stesso, ma per rappresentare Lui, non per creare la tua Chiesa, ma per servire, proteggere e custodire la Sua Chiesa.

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Nei suoi prossimi scritti suggerirei a Valli di proporre i termini di una vera riforma, che consiste nel ri-orientare la Chiesa dallo sguardo rivolto verso la terra ad uno sguardo rivolto verso il cielo. Dallo sguardo delle galline allo sguardo dell’aquila. In questa ottica dobbiamo fare un richiamo alla coscienza del Santo Padre ed aver fiducia che egli ci ascolti. Un Papa dovrebbe infatti imitare i Santi Pontefici che lo hanno preceduto e non i teologi alla moda od i profeti che «annunziano la pace se hanno qualcosa tra i denti da mordere» [Mi 3,5]. E non è a dire che Papa Francesco non abbia modelli attuali davanti a sé. Si potrebbe dire, scherzando, che non ha che l’imbarazzo della scelta, potendo egli scendere, per non andare ancor più indietro, fino ai Pontefici dell’Ottocento.

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Il rapporto del Papa con Cristo

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Papa Francesco sembra aver allentato il suo rapporto con Cristo, rispetto ai Papi precedenti. Da qui la trascuratezza nel compiere il suo dovere di Vicario di Cristo. Sembra invece molto preoccupato di mantenere ed incrementare un rapporto con la gente e col mondo, non importa quale, purché questo rapporto ci sia. Ma il mandato di Cristo non è questo. Egli ci manda sì, in tutto il mondo, ma non per proclamare un messaggio che piaccia al mondo, anche se altamente sociale, ecologico o umanistico, ma per insegnare chiaramente e senza equivoci, tutte le cose precise che Egli ci ha comandato di insegnare, non una di più e non una di meno, senza tirar fuori la scusa che allora non c’erano i registratori, o che oggi i tempi sono cambiati.

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Il Papa è dunque incaricato da Cristo, con l’assistenza dello Spirito Santo, di insegnare il Vangelo a tutte le genti, di interpretare infallibilmente la Parola di Dio, di custodire, spiegare e difendere il deposito della fede, di convertire e chiamare i popoli a Cristo, di insegnare agli uomini di buona volontà i doveri inderogabili della legge morale naturale e i diritti umani. Egli ha inoltre ricevuto da Cristo il potere di «legare e di sciogliere» (potestas clavium), ossia di comandare e legiferare, vale a dire permettere o proibire nel campo dei sacramenti, del diritto canonico e della condotta dei fedeli in nome della Legge di Cristo. Ha il potere di sommo sacerdote, ossia di santificare e purificare il popolo santo di Dio, di governare e guidare a nome di Cristo la Chiesa verso il Regno di Dio, e l’ufficio sacro di «instaurare omnia in Christo», secondo il motto del Santo Pontefice Pio X. Ha il dovere di essere pieno di carità per tutti, giusto e misericordioso, di essere «servo dei servi di Dio», secondo il motto del Santo Pontefice Gregorio Magno, di ascoltare umilmente i profeti o i veggenti, ispirati dallo Spirito Santo, che umilmente lo richiamano ai suoi doveri, ci fosse pure tra di loro una povera giovane indotta e popolana come una Caterina da Siena, ed il dovere infine di offrirsi con Cristo in sacrificio di soave odore al Padre nella Santa Messa e nelle croci quotidiane per la salvezza dell’umanità.

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Questo Papa, che agli occhi del mondo e dei modernisti appare un «grande riformatore» (Walter Kasper), un Papa «rivoluzionario» (Eugenio Scalfari), un Papa ”profetico” (Marco Tarquinio), il Papa che «risolve i conflitti vecchi di secoli e millenni» (Alberto Melloni), il «padre dei popoli» (Nicolàs Maduro), il «Papa della modernità» (Raniero La Valle), «l’apologeta della coscienza» (Arturo Sosa); il «Papa della libertà» (Bianchi), il Papa della «Chiesa spontanea e rilassata» (Timothy Radcliffe), il «protettore degli omosessuali» (Andrea Grillo); il «patrono della famiglia» (Vincenzo Paglia), il «difensore dei profughi» (Nunzio Galantino), il «leader della sinistra internazionale» (Oscar Madariaga), «il nemico di Trump e dei capitalisti» (Antonio Spadaro); il «Papa della misericordia» (Raniero Cantalamessa), il «fratello dei massoni» (Gianfranco Ravasi), «l’amico dell’Islam» (Al-Fayyed) … Ma in realtà, a prescindere da tutti i suoi meriti, è il Papa che, trovandosi a dover governare una Chiesa agitatissima e soggetta ad una crisi di fede di una gravità mai successa nella storia, sembra che non riesca a controllare la situazione, tanto che, un degnissimo Cardinale che ha occupato posti altissimi alla Santa Sede, pare che in un recente drammatico colloquio a quattrocchi gli abbia detto a chiare lettere: «tu stai sfasciando la Chiesa!». Al che ― se questo fosse realmente accaduto come si narra ― il Santo Padre, dopo un momento di sdegno, si spera abbia avuto modo di riflettere, per invocare dallo Spirito Santo quella saggezza e quella forza che lo renderà capace di far avanzare la Chiesa verso il Regno.

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Varazze, 1° gennaio 2018 – Beata Vergine Maria Madre di Dio

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NOTE                                                                                    

[1] La religione entro i limiti della pura ragione, Laterza, Bari 1985.

[2] Da notare che la Gaudium et spes, a differenza della Lumen Gentium, è una semplice costituzione pastorale, quindi non esente da errore, non dottrinale, ma pastorale.

[3] Questa visione tendenzialmente massonica, forse di ispirazione rahneriana, dev’essere corretta con la dottrina dogmatica della Lumen Gentium.

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2017/06/cavalcoli56.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Giovanni https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Giovanni2018-01-09 16:55:152021-04-20 19:30:41Da tutte le valli risuonano appelli al Santo Padre Francesco: «Come la Chiesa finì», il nuovo libro di Aldo Maria Valli

Amoris Laetitia: pensavamo fosse amore, invece è una drammatica spaccatura all’interno della Chiesa. I forti dubbi del canonista newyorkese Gerald Murray

17 Dicembre 2017/2 Commenti/in Attualità, Tutte/da Redazione

AMORIS LAETITIA : PENSAVAMO FOSSE AMORE, INVECE È UNA DRAMMATICA SPACCATURA ALL’INTERNO DELLA CHIESA. I FORTI DUBBI DEL CANONISTA NEWYORKESE GERALD MURRAY

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« La Amoris Laetitia era già stata formulata dal Cardinale Jorge Mario Bergoglio all’epoca che era  arcivescovo di Buenos Aires. Se all’epoca egli l’avesse inviata a Roma, la Congregazione per la Dottrina della Fede, dopo averla esaminata, avrebbe risposto: “Questo testo non è conforme al magistero autentico insegnato dal Diritto Canonico, da Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI” »

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Autore
Redazione dell’Isola di Patmos

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«Pensavo fosse amore, invece era un calesse»

Massimo Troisi [Napoli 1953 – Roma 1994] 

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il compianto Massimo Troisi

Dopo le dichiarazione del Padre Thomas G. Weinandy, insigne teologo cappuccino di Washington [vedere precedente articolo QUI], in questi giorni altre precise e dettagliate dichiarazioni sono state rilasciate ad un seguito programma televisivo americano da un nostro confratello americano, il canonista Gerald Murray, presbìtero dell’Arcidiocesi di New York ed insigne studioso.

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A segnalarci il video è stato un presbìtero dell’Arcidiocesi di New York che per alcuni anni ha vissuto a contatto a Roma col Padre Ariel S. Levi di Gualdo, all’epoca in cui questo sacerdote statunitense risiedeva presso il Collegio Nord Americano durante i suoi studi specialistici svolti in una università pontificia romana. 

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Coloro che vivono nella loro realtà soggettiva, che in quanto tale pare davvero sempre più avulsa dal reale ecclesiale e pastorale, con uno spirito ormai in bilico tra accidia e indifferenza omissiva, possono anche fingere che tutto vada bene, mentre dovremmo prendere atto che l’ambiguità del Pontefice regnante non ha nulla da spartire con le riforme. Né nulla ha da spartire col fatto che nel corso della storia della Chiesa, molte importanti riforme hanno generato nei secoli discussioni e malumori a non finire, prima di essere accettate.

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La evidente rottura oggi drammatica all’interno della Chiesa, è dovuta al fatto che a dei problemi nati da espressioni ambigue, ambivalenti ed a doppio senso interpretativo, come risposte sono state fornire parole ancor più ambigue e confuse. E questo, a coloro ai quali non fosse ancora evidente, ricordiamo che sta generando il caos intra ed extra ecclesiale.

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Non abbiamo potuto tradurre dall’inglese il video segnalato dal presbìtero newyorkese ma possiamo sintetizzare che in esso, l’insigne canonista intervistato, precisa e ricorda:  

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«La Amoris Laetitia era già stata formulata dal Cardinale Jorge Mario Bergoglio all’epoca che era  Arcivescovo di Buenos Aires. Se all’epoca egli l’avesse inviata a Roma, la Congregazione per la Dottrina della Fede, dopo averla esaminata, avrebbe risposto: “Questo testo non è conforme al magistero autentico insegnato dal Diritto Canonico, da Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI” […] Oggi ci troviamo invece di fronte  ad un qualche cosa definito dal Papa come suo magistero autentico, ma che mai sarebbe stato riconosciuto come tale  in armonia con l’insegnamento cattolico, nel caso in cui egli lo avesse diffuso come Arcivescovo di Buenos Aires […] Dottrina e disciplina procedono assieme in modo inscindibile, ecco perché questa situazione è preoccupante […] Credo quindi che i Cardinali che presentarono i loro dubia abbiano ragione. Se l’insegnamento morale della Chiesa non è proposto e presentato in modo deciso e preciso, allora cadiamo nel caos».

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Rimandiamo alla visione del video nel quale Padre Gerald Murray espone e spiega il grande e pericoloso problema che oggi stiamo vivendo.

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2014/10/Aquila-reale.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Redazione https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Redazione2017-12-17 16:12:352023-09-07 16:45:56Amoris Laetitia: pensavamo fosse amore, invece è una drammatica spaccatura all’interno della Chiesa. I forti dubbi del canonista newyorkese Gerald Murray

Dalla porno-teologia di Avvenire all’ambiguità dei Vescovi argentini che non può produrre chiaro e inequivocabile magistero pontificio

14 Dicembre 2017/27 Commenti/in Attualità/da Padre Ariel

DALLA PORNO-TEOLOGIA DI AVVENIRE ALL’AMBIGUITÀ DEI VESCOVI ARGENTINI CHE NON PUÒ PRODURRE CHIARO E INEQUIVOCABILE MAGISTERO PONTIFICIO

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La pubblicazione della risposta del Romano Pontefice ai vescovi argentini sugli Acta Apostolicae Sedis sta facendo esultare i modernisti, che però non si rendono conto che la questione non è del tutto risolta, perché purtroppo, la sentenza pontificia, per quanto utile e degna di considerazione, non fa ancora piena chiarezza circa la tormentata questione, che è sempre quella: se possono darsi o no dei casi nei quali i divorziati risposati possono essere ammessi alla Confessione e alla Santa Comunione; ma soprattutto quali sono e quali possono essere, questi casi.

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Autori
Giovanni Cavalcoli, O.P. – Ariel S. Levi di Gualdo

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Per accedere al negozio-librario cliccare sulla copertina

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Dal deserto al Natale: in principio era il Verbo, non era il povero, non era il profugo, né lo jus soli

10 Dicembre 2017/4 Commenti/in Attualità/da Padre Ariel
— catechesi d’Avvento —

DAL DESERTO AL NATALE: IN PRINCIPIO ERA IL VERBO, NON ERA IL POVERO, NON ERA IL PROFUGO, NÈ LO JUS SOLI

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durante la solennità del Santo Natale, in tutte le nostre chiese proclameremo più volte il Prologo del Santo Vangelo del Beato Evangelista Giovanni, il quale recita: «in principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio». In nessuna chiesa dell’intera Orbe Catholica sarà possibile leggere, in ossequio al sempre più scristianizzante e mondano politicamente corretto: «In principio era il povero, ed il povero era il profugo, ed il profugo era presso Dio, ed il profugo reclamava lo jus soli dalle colonne di Avvenire e de L’Osservatore Romano »

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Inizio del Vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio. Come sta scritto nel profeta Isaìa: «Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero: egli preparerà la tua via. Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri», vi fu Giovanni, che battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati. Accorrevano a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati. Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava cavallette e miele selvatico. E proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo» [Mc 1, 1-18]

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Santo Natale 2017, imminente riapertura della bottega del politicamente corretto …

In questa Seconda Domenica d’Avvento, nella frase di apertura del Santo Vangelo del Beato Evangelista Marco: «Inizio del Vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio. Come è scritto nel profeta Isaia: Ecco, io mando il mio messaggero davanti a te, egli ti preparerà la strada», è racchiuso il nostro inizio remoto, il nostro passato, il nostro presente ed il nostro futuro. Nel messaggio in movimento della parola viva di Dio c’è la totalità del nostro essere presente e del nostro divenire futuro ed eterno. È il mistero del Cristo Dio indicato come Christus totus nella dottrina del Santo Vescovo e dottore della Chiesa Agostino, riconosciuta come l’elemento più fecondo della sua riflessione sulla Chiesa, che muove il passo dalla riflessione del Beato Apostolo Paolo che afferma «Voi siete corpo di Cristo e sue membra» [1].

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Essenziale, ed a tratti ombrosa, quasi selvatica come le locuste ed il miele di cui si cibava, è la figura di Giovanni detto il battista, il precursore. Uomo che non nasce dal nulla, né termina la propria vita morendo in un quieto letto colto da senile morte naturale. Giovanni, che amava la verità e la giustizia, fu sacrificato per una danza di Salomè; e la sua testa, in nome di quelle ragioni politiche alle quali pare talvolta non si possa mai dire di no, specie quando danneggiano la verità e la giustizia, fu recisa di netto e deposta su di un vassoio per la perversa gioia di Erodiade che la richiese in dono [2]. Un dono non negato, anzi prontamente concesso, perché da esso dipendeva il mantenimento di tanti fragili equilibri; non importa se immorali e perversi, ciò che solo contava era mantenerli, ieri come oggi, fuori dalla Chiesa come dentro la Chiesa.

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Santo Natale 2017, imminente riapertura della bottega del politicamente corretto ...

Il Beato Precursore porta a compimento un’antica e lunga stagione profetica segnata da uomini altrettanto straordinari: i grandi profeti d’Israele. Ma che cosa accomunava uomini come Geremia, finito lapidato. Isaia, condannato a morte, pare sia stato segato in due. Daniele, gettato in pasto ai leoni … e il Battista? Tutti questi uomini, servi anch’essi della verità e della giustizia, morti come Giovanni non di quieta morte naturale, erano tra di loro accomunati dall’intuizione, un dono racchiuso per natura nell’istinto di ogni uomo, che se sviluppato dal tocco della grazia di Dio può portare chiunque a percepire e vedere oltre il tempo e le ristrettezze dello spazio presente, nel quale spesso ci facciamo prigionieri anziché creature libere, perché se nel nostro spazio esistenziale sviluppiamo la libertà, la nostra esistenza sarà una continua emancipazione, nel senso romanistico del termine di emancipatio, cioè di liberazione dalla schiavitù, da non confondere con tante altre false emancipazioni, comprese quelle degli anni Settanta del Novecento, che dietro pretesti di libertà ci hanno spesso consegnati alle forme di schiavitù peggiore. Oppure basti ripensare, andando indietro nel tempo, alla cosiddetta èra dei lumi, quando si gridava Libertè, Égalité, Fraternité, ed a conclusione di questi proclami si urlava «ou la mort» [oppure la morte]. Infatti, nella Francia rivoluzionaria della grande imbécillité, a fine Settecento si tagliavano teste sulle ghigliottine in quantitativi industriali, in modo sommario e senza processi. Però, sia chiaro: il tutto avveniva sempre in nome della sacrosanta … Libertè.

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Se rimaniamo chiusi nel nostro spazio, o se ci gettiamo in pasto alle false emancipazioni, in tal modo ci riduciamo alla limitatezza di quel devastante “tutto e sùbito” al quale da anni faccio continuo richiamo e che cancella in noi ogni anelito verso l’eterno. Ecco allora che la nostra esistenza sarà una prigionia, semmai dorata, ma pur sempre una prigione, pur sempre una schiavitù. E non esiste schiavitù peggiore di quella che si vive senza neppure più rendersene conto poiché celata dietro pretesti di falsa libertà.

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Altro elemento sul quale oggi più che mai si dovrebbe parlare in modo approfondito, è il concetto di deserto. Dalla Parola di Dio abbiamo appena udito: «Voce di uno che grida nel deserto». Proviamo a pensare quali generi di sordi e muti deserti si è costretti a vivere oggi in mezzo al rumore, tra le fibre ottiche che corrono invisibili e le reti telematiche super tecnologiche del nostro mondo della notizia in tempo reale, per non parlare dell’intelligenza artificiale che finirà nel tempo con l’annichilire completamente l’intelligenza umana. Eppure mai, come oggi, l’uomo è stato solo, in questi nostri moderni spazi deserti dell’anima; totalmente diversi dai deserti in cui l’uomo si ritirava in passato, per trovare se stesso e avvertire il soffio della carezza di Dio su di lui.

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Santo Natale 2017, imminente riapertura della bottega del politicamente corretto …

Qual senso può avere la frase del profeta Isaia riportata dall’Evangelista: «Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri?» [3]. Si tratta di una frase chiara, indubbiamente. Ma chiara solo all’apparenza. C’è anche un saggio detto popolare che parafrasando questa pericope del Santo Vangelo motteggia: «Dio raddrizza le vie storte». Cosa che la sua grazia fa e che più volte nel corso della storia ha mostrato di fare. In questo caso, però, il soggetto chiamato in causa, o per meglio dire all’opera, pare proprio che sia l’uomo. Dio ha bisogno di sentieri adeguati per camminare tra gli uomini che, per andare incontro alla sua Maestà Divina, devono lavorare a raddrizzare dei sentieri che in ogni caso, all’origine, Dio aveva tracciati diritti. Volendo possiamo aggiungere che talvolta le vie non sono neppure più storte, ma molto di più e molto peggio: all’apparenza le vie non esistono proprio più! E non esistono perché la via è quel grande dono di grazia che può essere però distrutto dal libero arbitrio dell’uomo attraverso il peccato.

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Ammetto di rendermi conto di essere un presbìtero ed un teologo di quelli oggi definiti demodé, poiché come affermano taluni io parlo ancora di peccato «alla vecchia maniera», in questa nostra Chiesa contemporanea fatta ormai di pace, amore cuoricini palpitanti, uccellini che cinguettano di fronte ai gatti vegani che si struggono in emotive passioni vegetariane dinanzi al loro canto. Purtroppo io credo sempre che il peccato originale sia invece un fatto e non una metafora allegorica. Ma volendo c’è di peggio: io credo sempre all’esistenza del giudizio di Dio, credo al Paradiso al Purgatorio e all’Inferno. Credo che quando noi professiamo « … e un giorno tornerà nella gloria per giudicare i vivi ed i morti», il Divino e Sommo Giudice non dirà agli uomini: «Avanti, tutti siete salvi!». Pertanto, sulle orme del Beato Apostolo Paolo, è mio dovere dirvi:

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«Se anche noi stessi o un Angelo dal cielo vi predicasse un Vangelo diverso da quello che vi abbiamo predicato, sia anàtema! L’abbiamo già detto e ora lo ripeto: se qualcuno vi predica un Vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anàtema! Infatti, è forse il favore degli uomini che intendo guadagnarmi, o non piuttosto quello di Dio? Oppure cerco di piacere agli uomini? Se ancora io piacessi agli uomini, non sarei più servitore di Cristo!» [4].

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Se quindi annunciassi il contrario di quanto contenuto nel Santo Vangelo significherebbe che sarei come le «guide cieche» [5] che hanno smarrita la strada di Dio per seguire le strade degli uomini, incurante che Cristo Dio ci ammonisce nel capitolo VII° del Vangelo del Beato Evangelista Matteo:

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«Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa; quanto stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano!».

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Santo Natale 2017, imminente riapertura della bottega del politicamente corretto …

Quante antiche vie sono scomparse nel tempo, inghiottite dalla terra, dalla vegetazione, da strati urbani e architettonici sovrapposti gli uni sugli altri? Basti pensare alla nostra antica Roma, alla quale erano collegate già nell’antichità reti stradali disseminate per tutto il territorio europeo ed attraverso le quali si poteva raggiungere l’antica capitale dell’Impero Romano dalla Gallia, che è l’attuale Francia, come dalla Frigia, la Anatolia centrale che si trova nella attuale Turchia. Quelle antiche strade, gran parte delle quali non esistono più, in passato però esistevano. Strade che erano non solo reali, ma anche funzionali; e per lunghi periodi di tempo furono percorse. Oggi, oltre ai grandi tratti autostradali, la nostra Capitale è servita anche da due aeroporti internazionali e da collegamenti ferroviari con treni ad alta velocità. Eppure, molto più di ieri, oggi pare difficile che da Roma si raggiunga veramente il mondo e che dalle varie periferie del mondo si raggiunga agevolmente Roma, perché da un po’ di tempo sembra che proprio Roma stia offrendo porte larghe e spaziose su autostrade a nove corsie molto facili da percorrere, mentre la nostra naturale via cristologica, che è angusta e irta di ostacoli, ci porta infine ad una porta di accesso stretta.  

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La strada, oltre ad essere un tratto percorribile che conduce a varie destinazioni, è quindi anche elemento, segno e simbolo della nostra memoria. Non a caso Cristo Dio paragona se stesso ad una strada:

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«Gli disse Tommaso: “Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?”. Gli disse Gesù: “Io sono la via, la verità e la vita”» [6].

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Santo Natale 2017, imminente riapertura della bottega del politicamente corretto …

Quando l’uomo cessa di vedere in Cristo Dio la via, come potrà mai raggiungere la verità e la vita? Perché per vivere nella verità e conquistare il premio della vita eterna è necessario riconoscere, accogliere e percorrere Cristo Dio come via. Ecco allora che talvolta, la strada, per poter essere preparata richiede un attento e faticoso recupero, cosa questa che a suo tempo San Giovanni Battista intuì, tanto che dal deserto tracciò il primo percorso di recupero inducendo alla purificazione e al pentimento dei peccati, quindi alla preparazione annunciando:

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«Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo» [7].

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Le parole di apertura di questo Santo Vangelo «Inizio del Vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio», racchiudono anche un altro significato mistagogico: il Santo Vangelo è in sé e di per sé un inizio senza fine. In quale dei Santi Vangeli è infatti scritta, od anche solo vagamente sottintesa, la parola “fine”? Scrive infatti il Beato Evangelista Matteo:

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«Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che io vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo» [8].

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Scrive il Beato Evangelista Marco:

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«Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano» [9].

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Scrive il Beato Evangelista Luca:

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«Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo. Ed essi si prostrarono davanti a lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio» [10].

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L’Evangelista Giovanni, nella sua conclusione non manca di precisare:

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«Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere» [11].

 

Santo Natale 2017, imminente riapertura della bottega del politicamente corretto …

In modo diverso gli Evangelisti, al termine delle loro stesure non pongono la parola “fine” a un racconto, ma delineano che quel racconto racchiude il mistero della Rivelazione che dà avvio all’inizio: … adesso cominciate a partire, fate discepoli e battezzate [12] … allora partirono e cominciarono a predicare dappertutto [13] … E dopo che il Signore fu salito al cielo loro tornarono a Gerusalemme e cominciarono ad andare sempre al Tempio a lodare Dio [14]. Beninteso: questo è solo una piccola parte di tutto ciò che realmente è accaduto, come precisa nella conclusione del suo Vangelo il Beato Evangelista Giovanni [15].

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Il Vangelo procede di inizio in inizio sino alla parusia che traccerà un nuovo inizio eterno: Dio che irrompe nell’esperienza dell’uomo in modo reale, fisico e  corporeo  attraverso l’incarnazione. Sino a  giungere, dopo l’intera esperienza cristologia che pare culminare con l’infamia della croce, alla pietra rovesciata di un sepolcro che non segna la chiusura di una storia a lieto fine, ma l’inizio della vera storia dell’umanità che col Cristo è risorta. «Noi infatti», dice il Beato Apostolo Pietro nella seconda lettura che abbiamo udito in questa liturgia della parola: «Secondo la sua promessa, aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova, nei quali abita la giustizia» [16]. E sarà solo allora, come annuncia il Profeta Isaia, che

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«Il lupo dimorerà insieme con l’agnello, la pantera si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un fanciullo li guiderà. La vacca e l’orsa pascoleranno insieme; si sdraieranno insieme i loro piccoli. Il leone si ciberà di paglia, come il bue. Il lattante si trastullerà sulla buca dell’aspide; il bambino metterà la mano nel covo di serpenti velenosi. Non agiranno più iniquamente né saccheggeranno in tutto il mio santo monte, perché la saggezza del Signore riempirà il paese come le acque ricoprono il mare» [17].

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Santo Natale 2017, imminente riapertura della bottega del politicamente corretto …

Nulla di questo possono capire gli idolatri della nuova religione pagana vegana, per citare alcuni esponenti tra le numerose espressioni del paganesimo moderno. Se infatti oggi il leone sbrana il capretto e se lo divora, è perché Adamo ed Eva hanno alterata e sovvertita col proprio peccato la natura perfetta creata da Dio, lasciandoci in eredità una natura corrotta dal loro peccato [18]. Questa natura tornerà alla sua primigenia perfezione dopo il giudizio universale, non certo dopo le proteste degli integralisti religiosi vegani, atei e pagani, che danno di matto davanti agli allevamenti di bestiame, o davanti alle fattorie che commettono altri “grandi crimini”, tali a loro dire sono le produzioni di formaggi, latticini e uova. Per inciso: qualcuno ha mai visto un integralista religioso vegano, sempre pronto a stracciarsi le vesti per le sofferenze di una gallina costretta a produrre uova, a straziarsi di dolore dinanzi agli ospedali dove si sopprimono le vite di essere umani innocenti attraverso l’abominio dell’aborto, che grida ben più vendetta al cospetto di Dio, rispetto ad una povera mucca costretta a produrre latte?

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Affinché si realizzino «nuova terra e nuovi cieli», Dio non ci vuole certo spettatori, ma protagonisti costruttori, per bagnare questa nuova terra con l’acqua che stilla dalle fonti dell’eterna giustizia. L’amore di Dio è infatti giustizia e la giustizia è l’espressione divina più perfetta del suo immenso amore, è infatti dall’unione dell’amore e della giustizia di Dio che prende vita la sua misericordia. Perché chi ama, è sempre giusto; e nella giustizia trova senso ed espressione il suo amore di creatura creata a immagine e somiglianza del Dio Vivente, alla quale il sacrificio del Cristo e la rigenerazione al suo nuovo battesimo ci purifica dall’antica colpa del peccato originale di Adamo:

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« … se per la caduta di uno solo la morte ha regnato a causa di quel solo uomo, molto di più quelli che ricevono l’abbondanza della grazia e del dono della giustizia regneranno nella vita per mezzo del solo Gesù Cristo. Come dunque per la colpa di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l’opera di giustizia di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione che dà vita. Similmente, come per la disobbedienza di uno solo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti» [19].

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Questo è lo spirito attraverso il quale nel periodo dell’Avvento è nostro dovere cristiano prepararci al Santo Natale. E nel Natale, è bene ricordarlo, riviviamo il mistero della Incarnazione del Verbo di Dio in un mondo, ed in particolare in una vecchia è decadente Europa, oggi più che mai sempre più lontana da Dio. E, quando si chiudono le porte a Dio, si spalancano sempre le porte alle moderne religioni pagane, incluso il poc’anzi citato integralismo religioso vegano.

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… e dalla scristianizzante bottega del politicamente corretto, il passo verso l’industria della blasfemia della gaystapo è sempre molto breve …

Temo che anche quest’anno, come nei recenti anni passati, dovremo subìre e sorbirci messaggi e affermazioni già udite che faranno risuonare proclami del tipo: «Anche Gesù era un povero figlio di poveri», cosa tra l’altro non vera, come in passato ho spiegato [20] [vedere articolo QUI e video-lezione QUI]. Ma soprattutto torneremo a udire il Santo Natale indicato come: «festa della pace e dell’amicizia tra i popoli», «festa della solidarietà», «festa dell’accoglienza del diverso» … in un brulicare di raffigurazioni presepiali che sono un trionfo di mangiatoie costruite dentro barconi, di Bambinelli Gesù adagiati su di un gommone con la ciambella di salvataggio attorno alla vita, mentre Giuseppe e Maria indossano entrambi giubbotti salvagente. Da alcuni anni a questa parte, dai presepi sono spariti i pastori, sostituiti dagli agenti della guardia costiera e dagli operatori dei centri di accoglienza per profughi veri o presunti. Ma volendo c’è molto di peggio, perché è già accaduto che in ossequio al moderno “dogma” della cultura di morte introdotta dalla teoria del gender ― che come sappiamo è una fede assoluta molto superiore a quella sull’Incarnazione del Verbo di Dio ―, hanno già collocato in qualche presepe due Giuseppe, per seguire con varie altre amenità più o meno scristianizzanti e non di rado sacrileghe.

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Forse è doveroso ricordare che durante la solennità del Santo Natale, in tutte le nostre chiese proclameremo più volte il Prologo del Santo Vangelo del Beato Evangelista Giovanni, il quale recita: «in principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio». In nessuna chiesa dell’intera Orbe Catholica sarà possibile leggere, in ossequio al sempre più scristianizzante e mondano politicamente corretto: «In principio era il povero, ed il povero era il profugo, ed il profugo era presso Dio, ed il profugo reclamava lo jus soli dalle colonne di Avvenire e de L’Osservatore Romano ».

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Eppure, anche tutto questo era stato già anticipato:

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«Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole» [21] […] «Prima infatti dovrà avvenire l’apostasia e dovrà esser rivelato l’uomo iniquo, il figlio della perdizione, colui che si contrappone e s’innalza sopra ogni essere che viene detto Dio o è oggetto di culto, fino a sedere nel tempio di Dio, additando se stesso come Dio».

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… e dalla scristianizzante bottega del politicamente corretto, il passo verso l’industria della blasfemia della gaystapo è sempre molto breve …

Solamente dopo la fine dei tempi e l’inizio del suo regno che non avrà fine, avverrà che «il lupo dimorerà insieme con l’agnello» [22], mentre per adesso, attraverso vie impervie e porte strette verso la salvezza, Cristo Dio ci ha avvisati in modo molto chiaro e preciso: «Io vi mando come pecore in mezzo ai lupi» [23]. E una volta inviate come «pecore in mezzo ai lupi», le pecore, che nella prosecuzione di questo monito sono invitate da Cristo Dio a essere «prudenti come i serpenti e semplici come le colombe» [24], con i lupi non dovrebbero proprio trattare e mercanteggiare, specie all’accomodante ribasso ed alla svendita, perché al lupo non si costruiscono ponti, né con lui si dovrebbero andare a cercare punti di unione o di comunione. È inutile che le pecore dicano al lupo: «Suvvia, caro lupo, noi non ti condanniamo, anzi con te vogliamo dialogare e cercare ciò che ci unisce e non ciò che ci divide». Questo non è possibile, perché le pecore non possono diventare lupi ed i lupi non possono diventare pecore, ma soprattutto perché il lupo non è buono, non lo è mai. Tornerà ad essere buono solo dopo il giudizio universale, quando, dopo la fine dei tempi, nel nuovo inizio «il lupo dimorerà insieme con l’agnello», non però prima di allora, neppure sotto la nuova empietà di quel misericordismo distruttivo che accarezza i lupi e bastona le pecore dell’ovile di Cristo Redentore Buon Pastore.

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dall’Isola di Patmos, 10 dicembre 2017

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NOTE

[1] 1ª Lettera di San Paolo Apostolo ai Corinzi: 12, 27.

[2] Vangelo di San Marco: 6, 17-29.

[3] Libro del Profeta Isaia: 40,1-5.9-11.

[4] Lettera di San Paolo Apostolo ai Galati: 8, 1-10.

[5] Vangelo di San Matteo: 16, 23 e 24.

[6]  Vangelo di San Giovanni 14, 5-7.

[7]  Vangelo di San Matteo:  3, 11.

[8]  Vangelo di San Matteo: 28, 19-20.

[9]  Vangelo di San Marco: 16, 20.

[10]  Vangelo di San Luca: 24, 51-53.

[11] Vangelo di San Giovanni: 21, 25.

[12]  Cf. Supra: San Matteo.

[13]  Cf. Supra: San Luca.

[14]  Cf. Supra: San Marco.

[15]  Cf. Supra: San Giovanni.

[16]  IIª Lettera di San Pietro: 3, 8-14.

[17]  Libro del Profeta Isaia: 11, 6-9.

[18]  Libro della Genesi: 3, 1-22.

[19] Lettera di San Paolo Apostolo ai Romani: 5, 17-19.

[20] Ariel S. Levi di Gualdo, L’Isola di Patmos del 19 luglio 2017: «Contro la moderna idolatria ideologica della povertà: Gesù Cristo non era povero e mai da povero visse, mangiò e vestì, nè alla sua morte fu sepolto da povero» [link QUI]. Le video-lezioni de L’Isola di Patmos, 23 gennaio 2016: «L’oro dei magi e il falso amore per i poveri di Giuda Iscariota» [link QUI].

[21] IIª Lettera a Timoteo di San Paolo Apostolo: 4, 3-4.

22] Libro del Profeta Isaia: 11, 6-9.

[23] Vangelo di San Matteo: 10, 16.

[24] Vangelo di San Matteo: 10, 16.

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Circa la smania di proclamare certi nuovi “santi”: osservazioni sulla teologia di Teilhard de Chardin ed il suo pensiero poetico pericoloso

7 Dicembre 2017/16 Commenti/in Attualità/da Padre Giovanni

CIRCA LA SMANIA DI PROCLAMARE CERTI NUOVI “SANTI”: OSSERVAZIONI SULLA TEOLOGIA DI TEILHARD de CHARDIN ED IL SUO POETICO PENSIERO PERICOLOSO

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La sua teologia non è guidata da un rigoroso e lucido impegno speculativo fondato su solide base filosofiche, ed in essa scarseggia lo stesso intellectus fidei, sul quale prevale una vivace immaginazione poetica. Nascono allora visioni puramente soggettive, emotive e fantasiose, con danno non solo del corretto ragionare filosofico, ma, quel che è peggio, della stessa dottrina della fede. In Teilhard de Chardin si nota una sostanziale indocilità al Magistero della Chiesa, che egli presuntuosamente sostituisce con la sua fantasiosa visione soggettiva. Per questo alcuni hanno giustamente parlato, a suo riguardo, di “gnosi”.

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Autore
Giovanni Cavalcoli, O.P.

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PDF  articolo formato stampa

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Dio Padre ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà: il disegno di ricapitolare in Cristo tutte le cose [Ef 1, 3-10]

Si lasciano sedurre dall’apparenza, perché le cose vedute sono tanto belle [Sap 13,7]

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Padre Pierre Teilhard de Chardin, S.J. [1881-1981]

L’agenzia d’informazione Vatican Insider riferisce:

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«L’Assemblea plenaria del Pontificio Consiglio della cultura ha approvato a larga maggioranza una proposta da far giungere a Papa Francesco, in cui si chiede di contemplare se sia possibile rimuovere il Monitum della Sacra Congregazione del Sant’Uffizio sulle opere di padre Pierre Teilhard de Chardin, S.J. La petizione è stata approvata sabato 18 novembre durante i lavori dell’Assemblea riunitasi sul tema «Il futuro dell’umanità: nuove sfide all’antropologia». La proposta, come rilanciato dal quotidiano on-line SIR [Ndr. cf. QUI], è motivata così: “Riteniamo che un tale atto non solo riabiliterebbe lo sforzo genuino del pio gesuita nel tentativo di riconciliare la visione scientifica dell’universo con l’escatologia cristiana, ma rappresenterebbe anche un formidabile stimolo per tutti i teologi e scienziati di buona volontà a collaborare nella costruzione di un modello antropologico cristiano che, seguendo le indicazioni dell’enciclica Laudato si’, si collochi naturalmente nella meravigliosa trama del cosmo”» [vedere articolo su Vatican Insider, QUI]. 

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Dico subito che sono favorevole all’iniziativa, che ritengo accettabile ma con le debite riserve sulla sua motivazione, per questo vorrei fare alcune precisazioni. Innanzitutto, non si tratta di “riabilitare” Teilhard de Chardin, come se quel Monitum avesse errato nel giudicarlo e dovesse essere corretto. Bisogna infatti tener presente che, quando la Chiesa condanna una dottrina che mette in pericolo la fede, non può sbagliarsi, perché si vale di quell’assistenza dello Spirito Santo che Cristo ha promesso a Pietro come custode della verità di fede. E chi insegna qual è la verità, è evidentemente qualificato ad insegnare qual è l’errore contrario.

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Esistono però nel Monitum tre aspetti pastorali-disciplinari, che possono essere oggetto di riserve e quindi di correzione. Adesso, per ordine, vedremo quali:

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Primo, la cura di preservare i seminaristi dagli errori di Teilhard sembra un obbiettivo troppo limitato: perché preoccuparsi solo dei seminaristi e non anche dei docenti? Forse che le idee di Teilhard de Chardin non hanno provocato guasti anche negli ambienti accademici? 

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Secondo, il tono del Monitum, del 1962, riflette comprensibilmente quello che fino ad allora era stato lo stile del Sant’Offizio: limitarsi alla condanna degli errori, diversamente da quello che è l’attuale procedimento della Congregazione per la Dottrina della Fede, la quale, avendo fatte proprie le direttive del post-concilio, accompagna la condanna degli errori al rilievo degli aspetti positivi del pensiero l’autore censurato. Ma ovviamente, di questo fatto non si può incolpare il Sant’Offizio del 1962, il quale, stanti i metodi del tempo, aveva fatto semplicemente il suo dovere.           

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Ciò che invece desta vera meraviglia ― e questa è la terza osservazione, la più seria ― è il fatto che la condanna degli errori resta sulle generali e non precisa quali sono gli errori condannati, come da sempre invece è d’uso nella Chiesa ed è cosa saggia e necessaria, per dar modo ai fedeli di sapere con precisione da quali mali si devono guardare e,  per conseguenza, quali sono le cure del caso. Allora bisogna dire con franchezza che qui abbiamo un vero e proprio difetto, ovviamente di carattere pastorale e non dottrinale, che richiede però, già da solo, che il documento sia rimosso. Ed era ora, dopo tante contraddittorie ed incerte discussioni in questi sessant’anni su quali sono o non sono gli errori di Teilhard de Chardin!

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Attenzione però, perché adesso c’è un pericolo opposto a quello che proveniva dal Monitum. Se questo infatti favoriva un atteggiamento troppo severo verso Teilhard de Chardin senza decidere nel contempo con chiarezza la questione, adesso il rischio è quello di una ennesima subdola manovra dei soliti modernisti, manovra che non è difficile intravvedere dietro l’apparente ossequio al Papa, espresso con raffinata ipocrisia nella petizione. I modernisti, infatti, sotto pretesto del rispetto per Teilhard, sperano che il Papa abbocchi all’amo, si limiti a rimuovere l’odiato Monitum che li accusa, e tutto finisca lì, per aver maggior agio nel continuare spargere meglio le loro eresie, come fanno impunemente da cinquant’anni. Quindi, occorre dire con tutta chiarezza che non si tratta affatto di “riabilitare” dottrinalmente Teilhard. Se i modernisti sognano una cosa del genere, se la tolgano subito dalla testa. Si tratta, invece, di correggere l’atteggiamento pastorale nei confronti di Teilhard, trattandolo con maggior giustizia e carità.

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Il Sommo Pontefice, nel concedere la rimozione del Monitum, potrebbe e dovrebbe, secondo me, per non essere irriso dai modernisti, mettere alla prova la loro sincerità, incaricando la Congregazione per la dottrina della fede di pubblicare un’impegnativa Istruzione dottrinale su Teilhard de Chardin, nella quale le lodi per i suoi meriti si accompagnino con l’elenco dettagliato dei sui errori, cosa che stiamo inutilmente aspettando dal 1962. A quel punto si vedrà se gli estensori della petizione sono animati da un sincero amore per la sana dottrina e per la Chiesa, e quindi da un vero rispetto per Teilhard de Chardin, oppure vogliono servirsi di lui per continuare a farla franca, anche se non sappiamo ancora per quanto tempo.

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Procedo adesso col presentare un possibile elenco degli errori teologici di Teilhard de Chardin, sui quali non si può, né si dovrebbe affatto  soprassedere, ma anzi fare la massima chiarezza.

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  1. In Teilhard de Chardin manca la nozione analogica dell’ente, che consente di riconoscere il primato e la trascendenza dello spirito sulla materia.
  1. Egli pertanto non sa concepire un puro spirito esente da materia. Per questo, per lui Dio è sì sommo spirito, ma congiuntamente è il vertice massimo della materia. È un Dio materiale. La Scrittura parlerebbe di idolatria.
  1. Per lui «Dio è l’anima del mondo»: proposizione di sapore panteistico. Confonde il rapporto Dio-mondo col rapporto anima-corpo.
  1. La sua teologia è la copertura immaginaria di una sostanziale divinizzazione del mondo.
  1. Egli vuole sostituire la metafisica, che è superamento del fisico per cogliere lo spirituale, con una “iperfisica” di suo conio, che non è altro che una maggiorazione fantastica della fisica innalzata (“evoluta”) all’assoluto.
  1. Sulla base di questi presupposti, è evidente che vien meno la distinzione fra l’ordine naturale e quello soprannaturale, essendo la grazia, partecipazione alla vita divina, puro spirito senza materia.
  1. Sulla base di questi presupposti lo Spirito Santo dovrebbe comportare una essenziale componente materiale. Il che è evidente eresia.
  1. Occorre dire contro Teilhard de Chardin che l’unità di Dio non è l’unione o sintesi di una molteplicità, ma è unità assolutamente semplice senza composizione. Dio non si divide e ricompone, ma è indivisibile e ricompone ciò che è diviso.
  1. La Santissima Trinità non è una ”trinitizzazione” di Dio come effetto di un suo movimento interno di moltiplicazione e riunificazione, ma è la stessa divina essenza una e trina, immutabile, non molteplice e immoltiplicabile.
  1. Dio crea il mondo non nel senso di unificare un’infinita presupposta molteplicità materiale con Lui coesistente ab aeterno, ma nel senso di creare la stessa molteplicità dal nulla. Dio non è solo l’ordinatore del mondo, ma è causa della sua esistenza. Quando Dio ha creato il mondo, non aveva nulla accanto a Sé e indipendentemente da Lui, ma ha creato tutto, l’unità della singola creatura e la molteplicità degli enti e dal nulla.
  1. Il nulla non è un qualcosa di possibile o attuabile, che tende all’essere o ha bisogno di essere, ma è un semplice non-essere. Concepire il nulla in tal senso è arbitraria immaginazione e non corrisponde al concetto biblico del nulla, dal quale Dio trae l’essere.
  1. Non è esistita né può essere esistita ab aeterno, accanto a Dio e indipendentemente da Lui, una pura molteplicità infinita come pura quantità numerica senza la molteplicità dei rispettivi soggetti, perché la quantità è accidente della sostanza e non esiste da sola senza la sua sostanza.
  1. Quindi una pura molteplicità senza soggetti corrispondenti non può essere reale, ma è un puro ente astratto e immaginario. La verità è che Dio, creando il mondo, non ha semplicemente unificato una astratta molteplicità preesistente, ma ha creato una molteplicità reale dal nulla, la quale però non era in precedenza ad aeterno una pura molteplicità senza soggetti reali, perché altrimenti neppure essa avrebbe potuto essere reale, ma fu ed è creata come molteplicità reale e concreta di singoli enti, perchè la molteplicità e accidente di sostanze reali.
  1. Dio non è essenzialmente e necessariamente connesso al mondo, ma ne è completamente indipendente. Non ha bisogno del mondo per completare la sua essenza. Il suo atto creativo del mondo è del tutto libero ed Egli avrebbe potuto benissimo esistere da solo senza il mondo, perché Egli è Perfezione infinita, assolutamente autosussistente ed autosufficiente.
  1. Per questo, anche l’Incarnazione del Verbo e la Redenzione operata da Cristo sono stati liberi e gratuiti atti d’amore misericordioso del Padre per la salvezza dell’uomo peccatore.
  1. Se Dio è il vertice del mondo, la natura divina di Cristo è il vertice della natura umana e si cade nell’eresia.
  1. Teilhard de Chardin ammette in Cristo «una terza natura, che non sarebbe nè umana né divina, ma cosmica»[1]. Il che è chiaramente eretico.
  1. Dio, creando il mondo, non ha creato solo corpi che sarebbero evoluti sino al livello degli spiriti, ma insieme con i corpi (visibilia), ha creato anche i puri spiriti, ossia gli angeli (invisibilia).
  1. Teilhard de Chardin riconosce che lo spirito è superiore alla materia, ed ha ragione nel dire che la materia evolve in vista di preparare la creazione dello spirito. Tuttavia, egli non dice chiaramente che la materia può essere solo condizione dell’esistenza dello spirito (l’uomo), ma non può diventare spirito né può causarne l’esistenza.
  1. Teilhard de Chardin trascura il fatto che lo spirito può esistere senza soggetto materiale: Dio, l’angelo e l’anima umana separata dal corpo dopo la morte, mentre la materia non può esistere o sussistere da sola o da sé senza la sua forma sostanziale, che le dà forma, sì da costituire in unione con lei la sostanza materiale, composta di materia e forma. Egli sembra così confondere la materia con la sostanza materiale, che è composto di materia e forma.
  1. Teilhard de Chardin nega la creazione dell’anima umana immediatamente da Dio, affermando una mediazione della materia: «L’anima si crea per mezzo della materialità»[2].
  1. È vero che la sostanza materiale, cioè il corpo, muta nel tempo, evolve e si trasforma tendendo naturalmente ad elevare la sua natura con l’avvicinarla allo spirito. Ma il corpo non può diventare spirito, perché il divenire fisico o la trasformazione o l’evoluzione corporea comportano il fatto che una materia cambia  forma, ma resta materia con una forma. Perché diventasse spirito, ossia pura forma sussistente senza materia, dovrebbe scomparire come materia: cosa che di fatto non avviene.
  1. Teilhard de Chardin ha ragione nel sostenere che la materia e il corpo sono vera realtà e cosa buona, sana, innocente, utile, benefica, non contraria e non nemica dello spirito. Dio è creatore dell’una e dell’altro. Ma erra nel ritenere che la materia possa divenire spirito (vedere numero precedente.): significherebbe sopravvalutare la materia a danno della elevatezza dello spirito sulla materia e cadere nel materialismo, ossia nella divinizzazione della materia.
  1. La profonda, immutabile ed ineliminabile differenza ontologica ed essenziale (visibilia et invisibilia) tra materia e spirito non è segno di divisione o contrasto tra di loro, ma è effetto della divina sapienza creatrice, che distingue senza separare ed unisce senza confondere.
  1. Teilhard de Chardin sembra non aver tenuto conto del fatto che tra le cose materiali e quelle spirituali c’è sì diversità, ma anche somiglianza ed analogia, nella loro comune appartenenza alla realtà, tanto che la ragione umana, partendo dall’esperienza delle cose visibili, può salire per analogia alla conoscenza delle cose spirituali e persino di Dio (Sap 13,5; Rm 1, 19-20). Egli comunque ha compreso che la scienza sperimentale conduce alla teologia.
  1. Non è chiara in Teilhard de Chardin la distinzione fra viventi e non viventi. Occorre dire che l’evoluzione dai non viventi ai viventi è stata possibile grazie all’onnipotenza creatrice divina, quindi non nel senso che i corpi inanimati contenessero originariamente già da sé e in sé la vita allo stato latente, perché questa è pura immaginazione e non corrisponde affatto all’esperienza.
  1. Teilhard de Chardin ha ragione nel dire, come Darwin, che le specie dei viventi nel corso dell’evoluzione sono state passeggere e non sono state fisse, ma sono mutate l’una nell’altra, verso specie sempre più alte, fino a giungere alla soglia della specie umana, ma senza varcarla, se non forse grazie alla potenza creatrice divina.
  1. Non è documentato dalla scienza che un animale possa generare un uomo, benché non sia metafisicamente impossibile. Quindi non è documentato con certezza che l’uomo discenda dalla scimmia, semmai che possano avere dei geni comuni. Occorre peraltro notare contro Teilhard de Chardin che quello che sappiamo dalla divina rivelazione su questo argomento, è che tutta l’umanità trae origine, grazie ad un atto creatore divino, da un’unica coppia nel paradiso terrestre posto su questa terra.
  1. Non è impossibile, ma è estremamente improbabile e del tutto sconveniente che la coppia primitiva edenica, dotata, secondo la rivelazione biblica, di un’altissima perfezione spirituale, sia stata generata da una coppia di scimmie nel paradiso terrestre.
  1. Dalla scienza sappiamo che la terra ha avuto origine molto tempo prima della comparsa dell’uomo, e che detta comparsa è stata preceduta dalla scimmia. Ma ad oggi non è mai stato dimostrato che a un certo punto la scimmia abbia cominciato a generare uomini. Ed è impossibile peraltro l’esistenza di un vivente intermedio fra l’uomo e la scimmia, perché l’anima umana non è il risultato di un’evoluzione, ma, essendo una forma spirituale semplice, o c’è tutta o non c’è.
  1. Teilhard de Chardin trascura il fatto che la specie o natura umana o essenza dell’uomo è fissa ed immutabile, perché essa, pur concedendo una certa ”cristogenesi”, non è una tappa passeggera dell’evoluzione, uno stadio del divenire cosmico superato e superabile, termine di un divenire precedente e inizio di un divenire ulteriore, ma è «termine fisso d’eterno consiglio», perché è creata ad immagine e somiglianza di Dio, che non è divenuto e non diverrà.
  1. Con tutto ciò, Teilhard de Chardin ha ragione nel sostenere che l’uomo deve progredire verso Cristo e che Cristo (“Cristo Omega”) l’attira a sé. Ma il progresso umano e cristiano non è mutamento della natura od essenza, e quindi della legge morale che lo guida, ma è avanzamento, aumento, sviluppo, rafforzamento e crescita delle potenze di un soggetto che mantiene la stessa natura, sempre nell’obbedienza alla medesima legge.
  1. La legge morale, quindi, non è soggetta ad evoluzione, ma può e deve essere sempre meglio conosciuta ed applicata. La conservazione dei valori perenni è quindi la condizione del vero progresso.
  1. Ha ragione Teilhard de Chardin nel dire che Dio muove finalisticamente e intenzionalmente l’universo secondo un’evoluzione ascendente dalla materia allo spirito, il cui fine e vertice supremo ed insuperabile è Gesù Cristo. Egli riconosce che la causa efficiente è mossa dalla causa finale. Tuttavia, trascura il fatto che Cristo non è semplicemente il vertice e fine dell’uomo e del mondo (“Cristo cosmico” come “Punto Omega”), ma, in quanto Dio, lo trascende infinitamente e lo ha creato dal nulla.
  1. Secondo il dato di fede, la storia dell’uomo non consiste nel fatto che Dio unifica evolutivamente e progressivamente nel tempo il molteplice, in modo tale che alla fine tutta l’umanità è in comunione con Dio (“pleromizzazione”), ma manifesta la misericordia di Dio, che esalta gli umili, e la sua giustizia, che abbatte i superbi.
  1. È contrario alla fede credere che ogni uomo si lasci attirare da Dio, sicché tutti si salvano. Al contrario, in forza del libero arbitrio e delle scelte di ognuno, c’è chi accoglie la divina misericordia e si salva e c’è chi la rifiuta e si danna.
  1. Secondo il dato di fede, la coppia primitiva fu creata in uno stato di altissima perfezione fisica, morale e spirituale, superiore, per certi aspetti, a quella raggiunta oggi dalla specie umana, pur ferita dal peccato originale. Sembra pertanto del tutto improbabile, benché non impossibile, che Dio abbia fatto nascere la coppia edenica da genitori scimmie.
  1. Ciò che invece appare del tutto probabile è che, in castigo del peccato, la coppia primitiva, cacciata dal paradiso terrestre su questa misera terra, abbia assunto un aspetto scimmiesco. Ciò sarebbe confermato dai reperti paleoantropologici, studiati da Teilhard de Chardin, i quali testimoniano con chiarezza un’evoluzione ascensionale della forma umana dall’aspetto scimmiesco a quello progredito dell’uomo d’oggi. In questo campo del sapere egli ha indubbiamente i suoi meriti.
  1. Il peccato non ha semplicemente origine dalla nostra malizia, ma ha un’origine storica molto più profonda, che è il peccato originale commesso dai nostri progenitori, la cui colpa, trasmessa per generazione, infetta tutta l’umanità ed è tolta dal Battesimo grazie al sacrificio espiativo di Cristo.
  1. Il peccato non è un semplice inevitabile e trascurabile incidente di percorso dell’evoluzione verso il meglio, quasi prodotto di scarto o malriuscito nella catena di produzione di un’industria peraltro fiorente, ma un atto malvagio di disobbedienza a Dio, conseguente al peccato originale, che fa cadere l’uomo in una miseria tale, dalla quale lo solleva solo la croce di Cristo, la quale pertanto ci libera radicalmente dal peccato liberandoci dalle sue conseguenze, che sono la perdita della grazia, le pene della vita presente e la tendenza a peccare.
  1. il poligenismo è incompatibile con la fede cristiana, che dice che l’umanità ha avuto origine da una sola coppia e che la colpa originale, commessa da questa coppia, si è trasmessa per generazione da questa coppia a tutta l’umanità. Solo la Beata Vergine Maria è stata preservata da questa colpa.
  1. La storia della terra precedente alla creazione dell’uomo e al giardino dell’eden, così come risulta dalla paleontologia, presenta un ambiente inadatto alla vita umana e sembra pertanto da mettersi in rapporto, sia col peccato degli angeli, sia benché in modo anticipato, con le conseguenze del peccato originale. Infatti l’universo edenico era perfettamente sotto il dominio dell’uomo.
  1. Le leggi della natura su questa terra, oggetto della scienza, dato che regolano una natura ostile, dannosa e pericolosa per noi, benché leggi poste dal Creatore, accanto a leggi benefiche, rappresentano chiaramente, agli occhi della fede, una natura decaduta dalla condizione edenica, come castigo del peccato (Gen 3, 17-19). Teilhard de Chardin sembra non tener conto di questo fatto testimoniato dalla Bibbia.
  1. Le sofferenze della vita presente e l’ostilità della natura nei nostri confronti non sono momenti necessari al procedere dell’evoluzione, non sono semplici occasioni per portarla avanti, ma sono conseguenze del peccato originale ed anche dei nostri peccati, che servono ad unirci alla croce redentiva di Cristo.
  1. Per Teilhard de Chardin Cristo non soffre per espiare i nostri peccati, ma solo per fortificarci e guidarci nella sofferenza necessaria per il nostro compimento finale.
  1. L’opposizione ed inimicizia tra la «carne» e lo «spirito», della quale parla San Paolo Apostolo, non erano originariamente volute da Dio, ma sono una conseguenza del peccato originale e l’etica cristiana conduce alla loro riconciliazione. Per questo, l’ascetismo cristiano comanda, in certe circostanze, di saper rinunciare al piacere del corpo, per non perdere le gioie  dello spirito.
  1. L’eccessiva e indiscreta preoccupazione di Teilhard de Chardin di considerare carne e spirito come una cosa sola, fa temere un’etica lassista ed edonista, causata dal fatto che, col pretesto dell’unità tra spirito e carne, il soggetto umano, prono in questa vita, in seguito al peccato originale, a lasciarsi dominare dalle passioni, trascuri lo sforzo morale necessario al dominio dello spirito sulla carne.
  1. «Noi dichiariamo» ― dice Teilhard de Chardin [3] ― «di costruirci un avvenire concepibile della specie umana verso il quale potessero tendere tanto il comunismo che il razionalismo e il Cristianesimo». Tale dichiarazione sa di doppiezza ed è inconciliabile col dovere del cristiano di testimoniare pubblicamente la sua fede.
  1. La Chiesa non è il vertice dell’umanità in evoluzione, ma è la comunità dei figli di Dio viventi in grazia.
  1. Il fatto che la Chiesa progredisca continuamente verso la Parusia non vuol dire che tutti i membri della Chiesa progrediscano ugualmente. C’è chi progredisce e c’è chi retrocede o si arresta.
  1. La vita di grazia e la figliolanza divina non sono semplicemente i vertici dell’evoluzione dell’uomo, ma sono una vita divina superiore alla semplice vita umana.
  1. La materia del sacramento dell’Eucaristia non è il mondo («la Messa sul mondo»), ma il pane e il vino appositamente preparati per il Sacrificio Eucaristico della Santa Messa.
  1. Teilhard de Chardin sostiene che la transustanziazione eucaristica non ha per materia solo il pane, ma si completa nella «transustanziazione del mondo» [4]. In tal modo cade in una evidente falsificazione idolatrica del Sacramento dell’Eucaristia.
  1. La transustanziazione eucaristica della Santa Messa non avviene nel corso dell’evoluzione cosmica, come crede Teilhard de Chardin, ma nel momento in cui il celebrante pronuncia le parole della consacrazione del pane e del vino.
  1. Cristo non è soltanto il vertice del mondo in evoluzione («Cristo cosmico»), ma innanzitutto e soprattutto è il Figlio di Dio Creatore e Salvatore del mondo.
  1. La Comunione eucaristica non è comunione col «Cristo cosmico», ma col corpo e il sangue del Signore sotto le specie eucaristiche.
  1. È vero che nella Santa Messa il celebrante consacra a Dio se stesso insieme con la Chiesa. Ma non bisogna confondere questa consacrazione cultuale, che è un semplice atto della virtù di religione, conseguente alla consacrazione eucaristica del pane e del vino, ed è suo effetto e fine, con la medesima consacrazione del pane e del vino, che è atto col quale il sacerdote, in persona Christi, opera la transustanziazione, la quale è principio, ragione e causa della consacrazione cultuale.
  1. Cristo alla fine del mondo non accoglierà nella gloria l’intera umanità giunta al vertice dell’evoluzione (“pleromizzazione”), perché non tutti gli uomini lo desiderano, ma «separerà le pecore dai capri» (cf. Mt 25,32), ossia accoglierà i giusti, mentre i reprobi si allontaneranno da Lui.

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 Giudizio complessivo

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il punto omega fatto infine coincidere da Teilhard de Chardin col Cristo risorto

Il Padre Pierre Teilhard de Chardin appare animato da un forte fervore religioso e mistico, di carattere cristologico, con il lodevole intento apologetico di armonizzare la scienza sperimentale con la scienza teologica. Il suo cristocentrismo, però, appare immanentistico, mentre esagerata è l’esaltazione della materia, del mondo e dell’evoluzione, con pregiudizio alla trascendenza dello spirito e di Dio stesso.

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La sua teologia non è guidata da un rigoroso e lucido impegno speculativo fondato su solide base filosofiche, ed in essa scarseggia lo stesso intellectus fidei, sul quale prevale una vivace immaginazione poetica. Nascono allora visioni puramente soggettive, emotive e fantasiose, con danno non solo del corretto ragionare filosofico, ma, quel che è peggio, della stessa dottrina della fede.

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dal punto omega alla nuova ortogenesis

In Teilhard de Chardin si nota una sostanziale indocilità al Magistero della Chiesa, che egli presuntuosamente sostituisce con la sua fantasiosa visione soggettiva. Per questo alcuni hanno giustamente parlato, a suo riguardo, di “gnosi”.

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Si ha inoltre l’impressione di una specie di sostituzione della poesia alla teologia. Ma è una poesia pericolosa, questa sua, perché non si limita ad esprimere la Parola di Dio con immagini poetiche ― cosa del tutto legittima ed utile ―, ma la sostituisce con personali creazioni fantastiche. Giustamente, Jacques Maritain parla di theology-fiction [5] o quella che è stata chiamata fantateologia. Non c’è da meravigliarsi che Teilhard de Chardin confonda l’intelletto con l’immaginazione, perchè egli stesso la teorizza: «il pensiero è sensazione trasformata» [6].

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Rimuovere il monitum, senza chiarire questo “pensiero pericoloso”, o se vogliamo … “pericolosamente poetico”, potrebbe creare pericoli maggiori, specie poi in un momento parecchio delicato come quello che stiamo vivendo oggi a livello ecclesiale ed ecclesiastico.

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Varazze, 7 dicembre 2017

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La fantateologia di Teilhard de Chardin in versione filmica

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NOTE

[1] Cit. in G.Frénaud- L.Jugnet –Th.Calmel, Gli errori di Teilhard de Chardin, Edizioni dell’albero, Torino,1963, p.38.

[2] A.Drexel-L.Villa, Analisi di una ideologia. Pierre Teilhard de Chardin, Edizioni Civiltà, Brescia 1970, p.129. 

[3] Cit. in A.Drexel-L.Villa, op.cit., p.124.

[4] A.Drexel-L.Villa, op.cit., p.131.

[5] Le paysan de la Garonne, Desclée de Brouwer, Paris 1966, p.177.

[6] Cit. in A.Drexel-L.Villa, Analisi di una ideologia. Pierre Teilhard de Chardin, Edizioni Civiltà, Brescia 1970, p114.

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2017/06/cavalcoli56.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Giovanni https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Giovanni2017-12-07 01:25:542021-04-20 19:28:50Circa la smania di proclamare certi nuovi “santi”: osservazioni sulla teologia di Teilhard de Chardin ed il suo pensiero poetico pericoloso

Il Sommo Pontefice che non è un provinciale ma un quartierale, quando «conferma i fratelli nella fede» è sempre ignorato dai giornali laicisti e dai teologastri eretici

24 Novembre 2017/7 Commenti/in Attualità/da Padre Ariel

IL SOMMO PONTEFICE CHE NON È UN PROVINCIALE MA UN QUARTIERALE, QUANDO «CONFERMA I FRATELLI NELLA FEDE» È SEMPRE IGNORATO DAI GIORNALI LAICISTI E DAI TEOLOGASTRI ERETICI.

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Il Sommo Pontefice Francesco I non è un provinciale, è un quartierale. Quest’ultimo termine non esiste nel corretto lessico, me lo sono inventato io, a maggior ragione fornisco le debite spiegazioni: il quartieralismo è peggiore del provincialismo, perché il quartierale è una persona legata a livello psico-sociale al quartiere di un preciso contesto cittadino o metropolitano. I problemi sono quindi enormi ed i danni incalcolabili, quando si esige di sottomettere la dimensione della universalità cattolica al quartieralismo.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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PDF articolo formato stampa 

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Caro Amico,

ma per caso, il Santo Padre, legge forse i nostri articoli e poi fa certe sue omelie? Sai com’è, talvolta le coincidenze sono un po’ troppe …

Ah, se quest’uomo non fosse circondato da serpenti, che cosa potrebbe fare! A volte, egli mi pare come quel poveretto che giunge per ultimo al ristorante, animato da tutte le migliori e più oneste intenzioni, ma non prende neppure un piccolo antipasto, perché appena entra dentro è assalito dai gestori che gli presentano da pagare il conto di ciò che hanno divorato tutti gli altri entrati a pranzo ed a cena prima di lui. E noi sappiamo bene quanto questo, umanamente, non sia giusto.

Ariel S. Levi di Gualdo, messaggio privato a un amico, 21.11.2017

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il Cardinale Jorge Mario Bergoglio, immortalato in quella sua dimensione quartierale dalla quale non si è mai smosso e che oggi esige applicare all’intera Chiesa, nelle quale il particolare non dovrebbe mai essere applicato all’universale

Il Sommo Pontefice Francesco I è una personalità complessa, un uomo che non manca di essere contorto e ambiguo. Ma come più volte abbiamo scritto il tutto va analizzato nell’àmbito di una precisa psicologia. Per farlo bisogna però partire da un dato fondamentale: ciascuno di noi, compresi i Sommi Pontefici, possiede grandezze e limiti. Tutti siamo gravati di meriti e de-meriti, vizi privati e pubbliche virtù. Ciò vale per tutti, inclusi i santi che sono modelli di eroiche virtù, ma che non erano perfetti. Il tutto vale anche per il Romano Pontefice, Successore di quel Beato Apostolo Pietro che ‒ come più volte ho spiegato e ripetuto in varie miei scritti ‒, in quanto a limiti e inadeguatezze, non si fece mancare niente. Eppure, proprio come il suo primo Sommo Predecessore, la pietra sulla quale il Cristo roccia eterna, edificò la sua Chiesa, il Pontefice regnante potrebbe morire come un santo ed essere domani anch’esso un modello di eroiche virtù, pur con tutte le sue imperfezioni umane.

In uno dei miei articoli passati ho definito il Pontefice regnante un «argentinocentrico» [cf. articolo del 2015, QUI], senza mancare a lui di rispetto, meno che mai insolentirlo. Con questa espressione volli dare una precisa definizione psicologica, alla quale oggi potrei aggiungerne un’altra: il Pontefice regnante, non è un provinciale, ma è un quartierale. Quest’ultimo termine non esiste nel corretto lessico, me lo sono inventato io, a maggior ragione fornisco le debite spiegazioni: il quartieralismo è peggio del provincialismo, perché il quartierale è una persona legata a livello psico-sociale al quartiere di un preciso contesto cittadino o metropolitano.

Come molti di voi hanno letto, per scongiurare la probabile e infelice nomina di S.E. Mons. Nunzio Galantino alla sede arcivescovile di Napoli, di recente mi sono auto-nominato Arcivescovo Metropolita dell’antica Partenope [cf. QUI], dove come ho spiegato nella mia auto-candidatura, farebbero meglio a mandare me, anziché un soggetto dottrinalmente e pastoralmente problematico come il Segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana, o persino altri di peggior fatta.

In una grande e complessa metropoli come Napoli, che tutt’oggi, a livello sia storico sia sociologico, rimane una delle grandi capitali d’Europa ‒ ricordiamo infatti che Napoli è stata la capitale di un regno ‒, il quartieralismo fa parte della struttura psico-sociale, proprio come a Buenos Aires, o come in altre grandi capitali o megalopoli, si pensi ad esempio a Città del Messico, la cui area metropolitana conta oltre venticinque milioni di abitanti.

Se un napoletano incontra fuori dalla sua città un altro napoletano, nel fare la conoscenza del suo concittadino che gli si presenta dicendogli di essere napoletano, per prima cosa gli domanderà: «di Napoli, dove, sei?». Infatti, la grande e complessa Napoli, che è una città unitaria, al proprio interno è composta da tante città dentro la città. A Napoli vi sono dei quartieri che sono delle autentiche città a sé, i quali si differenziano da altri quartieri persino nella particolarità del dialetto, degli usi, dei costumi e delle tradizioni.

L’uomo Jorge Mario Bergoglio è profondamente attaccato e radicato a una precisa e particolare realtà quartierale di Buenos Aires, cosa questa che lo rende più chiuso di un provinciale. Inutile dire quali problemi e danni può produrre il quartieralismo in quella che dovrebbe essere una dimensione di universalità cattolica. Infatti, sottomettere l’universale al particolare, nella migliore delle ipotesi finisce col creare un grande squilibrio.

L’uomo Jorge Mario Bergoglio non ha esitato a mostrare verso Roma ‒ che è il cuore della universalità della Chiesa e che porta racchiuso storicamente in sé il meglio del meglio acquisito nei secoli da tutte le antiche civiltà ‒, le peggiori prevenzioni diffuse nel Latino America, ma si presti attenzione: non diffuse dai latinoamericani, ma dai barbari tedeschi che hanno usato questo Continente come luogo di sperimentazione e incubazione dei peggiori storicismi, sociologismi e teologismi, potendo beneficiare questi barbari, per siffatte malefatte, di risorse economiche che alla Chiesa cattolica tedesca derivano dalla propria ricchezza opulenta. Detto questo non si capisce come mai, proprio quel pontefice che da sùbito ha inneggiato alla Chiesa povera per i poveri, non abbia mai sollevato neppure un timido sospiro sulla opulenta ricchezza dei suoi – e diciamolo! – “elettori teutonici”, i quali non esitano persino a negare i Sacramenti ai fedeli che non sono in regola con il pagamento della tassa di culto alla Chiesa cattolica tedesca, salvo però giocare poi alle sacrileghe concelebrazioni “ecumeniche” ed alle inter-comunioni eucaristiche con i luterani. E qui va ricordato che la celebrazione eucaristica con ministri di culto non cattolici che non hanno la successione apostolica e non riconoscono il sacerdozio come sacramento rientrano nella fattispecie dei delictis gravioribus, cosa questa che non interesse tedeschi e nordeuropei vari che da decenni la praticano nella incuranza di Roma che sa ma che tace. A tal fine ricordiamo che costituisce graviora delictas la «concelebrazione proibita del Sacrificio eucaristico insieme a ministri di Comunità ecclesiali i quali non hanno la successione apostolica, né riconoscono la dignità sacramentale dell’ordinazione sacerdotale» (Cfr. Codice di Diritto Canonico, can. 908).

L’uomo Jorge Mario Bergoglio, ama bacchettare l’episcopato italiano parlando più o meno in privato coi suoi vari interlocutori, dei «vescovi prìncipi con i quali non si ragiona», od a quei «vescovi principi dinanzi ai quali ho le mani legate». E, nell’affermare questo, mostra di essere inconsapevole che i suoi tanto recriminati «vescovi prìncipi», se proprio vuole trovarli in tutto il loro più tracotante e soprattutto spocchioso “splendore”, deve cercarli tra i suoi grandi elettori della Germania, dove dietro a falsi pretesti di progressismo, apertura, ecumenismo e svecchiamenti dottrinali vari, non solo troverà sempre i vescovi-princìpi, ma troverà dei vescovi-colonizzatori che in modo barbaresco conquistano e poi impongono le proprie regole del gioco, a partire dal devastato Brasile del Cardinale Clàudio Hummes, il quale sta tentando, facendo uso anch’esso del proprio spirito ideologico-quartierale – vale a dire la mancanza di clero nella regione delle Amazzoni del Brasile –, di imporre alla Chiesa universale i preti sposati, ovviamente … ad experimentum. E noi che non siamo propriamente dei poveri fessi sappiamo molto bene in che cosa poi si trasformano le cose ad experimentum, perché ne abbiamo ormai mezzo secolo di devastata esperienza alle spalle, delle cose ad experimentum divenute poi molto più intoccabili dei grandi dogmi della fede cattolica.

Tutto questo rende l’uomo Jorge Mario Bergoglio squilibrato e incapace a formulare giudizi lucidi, che non è in grado di formulare non per chiusa malafede, ma per carenze di storica conoscenza. E tutto questo fa di lui ‒ che dovrebbe essere il supremo maestro della imparzialità ‒, un soggetto parziale e umorale.

Per raggirare, o come suol dirsi fregare un soggetto di questo genere, il gioco è molto semplice: fingere di credere che la sua dimensione quartierale sia giusto e sommo bene per la Chiesa. Di conseguenza egli eleggerà questi soggetti molto pericolosi a proprie figure di fiducia. Una volta entrati nelle sue grazie costoro — che personalmente ho più volte definito «autentici delinquenti» — lo rinchiuderanno dentro una gabbia, senza che lui neppure se ne accorga, visto che un’altra delle caratteristiche dell’uomo Jorge Mario Bergoglio è la sua oggettiva limitatezza, resa particolarmente grave dal suo quartieralismo che lo porta a trattare la Chiesa universale come se fosse un particolare quartiere di Buenos Aires.

Il quartieralismo induce l’uomo Jorge Mario Bergoglio a una pericolosa mancanza di analisi storica e socio-religiosa, con relative problematiche ecclesiali e pastorali di non poco conto, specie quand’egli tratta alcuni temi che gli stanno a cuore, ma che potrebbero purtroppo rientrare – come anche in questo caso più volte ho affermato – nella sfera delle vere e proprie ossessioni compulsive. Vale a dire: poveri, emigranti e profughi.

Il Pontefice regnante ha infatti data ampia prova nelle sue esternazioni o discorsi cosiddetti a braccio, di non comprendere che non è possibile parlare di migranti con categorie legate a realtà, storie e ricordi di un contesto tutto quanto argentino. Peraltro ‒ cosa ancora più grave ‒, di ricordi legati ad un contesto anche parecchio vecchio, perché ancorato a flussi migratori degli anni Venti e Trenta del Novecento.

Facendo poi una pericolosa confusione tra migranti e profughi, il Pontefice regnante sembra non tenere conto che nel suo Paese d’origine, gli immigrati, erano per la quasi totalità tutti provenienti da una cultura cristiana-cattolica. E, tra le poche cose messe alla partenza dentro le loro povere valigie, c’erano le immaginette o le statuine dei venerati santi patroni del Veneto Antonio da Padova e Giustina, quelle dei venerati patroni del Piemonte Giovanni Bosco e Maria Ausiliatrice, delle venerate martiri di Sicilia Agata e Lucia, della patrona di Palermo Rosalia, del venerato patrono di Calabria Francesco da Paola …

… come può, il Pontefice regnante, confondere tutto questo con delle orde islamiche che da anni e anni, nascoste dietro ai flussi migratori di persone che a gran maggioranza non fuggono affatto da guerre, persecuzioni e carestie, giungono nell’Europa sempre più scristianizzata al programmato scopo di conquistarla e colonizzarla? Perché forse è bene che qualcuno, al Pontefice regnante, spieghi con dovizia storica, sociologica e, non ultimo, anche pastorale, che mentre in Argentina e in vari altri Paesi del Latino America, gli immigrati, una volta divenuti lavoratori retribuiti davano offerte alle locali diocesi per la costruzione di chiese dedicate ai loro venerati santi e sante, in Europa, i colonizzatori musulmani nascosti dietro all’apparente pretesto dei profughi e dei migranti, con i soldi dell’Arabia Saudita e del Qatar stanno costruendo le moschee accanto alle nostre chiese parrocchiali sempre più vuote, mentre quegli scellerati di quel giornalaccio di Avvenire inneggiano allo jus soli, jus soli !

Per non toccare poi l’altro dolente e complesso discorso, quello legato ai poveri e alla povertà. Perché sia la realtà della povertà, sia il concetto stesso di povertà, nei nostri contesti sociali europei non è equiparabile a quello presente in certi Paesi del Latino America. O che forse il Pontefice regnante ha mai visto in Italia o in altri Paesi d’Europa, come accade ad esempio in Brasile e non solo, dei bambini abbandonati al di sotto dei dieci anni che vivono a branchi dentro le fognature metropolitane, dandosi ai furti e persino agli omicidi?

La categoria di povertà e di poveri, nei nostri Paesi è del tutto diversa. O che forse qualcuno è in grado di indicare, ad esempio in un Paese come la nostra Italia, dei poveri che muoiono di fame, dei bambini abbandonati che camminano scalzi per strada, degli anziani che muoiono ammalati riparati dietro a un cavalcavia senza alcun genere di assistenza sanitaria? Perché è bene che qualcuno documenti al Pontefice regnante che fuori dalle case dei nostri “poveri” italiani ci sono le antenne paraboliche e al loro interno troviamo quasi sempre gli strumenti tecnologici più inutili e costosi. E quando poi si presentano alla Caritas a chiedere che gli si paghi la bolletta della luce, dopo avere speso tutti i loro soldi per giocare ai gratta&vinci ed al super-enalotto, dalle tasche tirano fuori i telefonini di ultima generazione più costosi. E vogliamo forse parlare dei “poveri” che alla Caritas giungono direttamente con le loro automobili per mettere i generi di prima necessità dentro il bagagliaio? E che dire poi dei giovani accattoni professionisti, dotati nel loro pieno vigore di perfetta salute fisica, che anziché cercarsi un lavoro preferiscono importunare tutti i parroci della città per chiedere soldi?

Io appartengo a una cultura cattolica di ceppo europeo, non sono un calvinista o un mormone degli Stati Uniti d’America che considera la povertà una punizione di Dio, ma il mio povero cervello funziona a sufficienza per capire e prendere atto di un fatto sul quale non si dovrebbe tacere: molti poveri veri o presunti non sono tali per colpa della «società ingrata», dei «governi infami», dello «Stato assente», sino ad arrivare persino alla «sfortuna» e alla «cattiva sorte» … molti sono “poveri” perché totalmente incapaci di amministrare il danaro, altri perché non hanno proprio voglia di lavorare, pur riparandosi dietro al «dramma della disoccupazione». Quanti di questi “poveri” sono ad esempio ex commercianti andati a gambe all’aria perché, appena incassavano soldi, invece di tener conto che le prime cose di rigore da pagare sono i dipendenti, i rifornitori e le tasse, lasciavano i dipendenti senza stipendio, non pagavano i rifornitori e non versavano le tasse, ma andavano però a comprarsi un modello di auto extra lusso alla concessionaria della Mercedes, mentre moglie e figli andavano a fare shopping di abiti ultra griffati nelle più costose boutiques? E sapete, poi, cosa vengono a raccontare questi ex commercianti inesorabilmente falliti e finiti in mezzo a una strada? Questo: che «in Italia non si può vivere e lavorare», perché «le tasse» ‒ che per inciso loro non hanno mai pagato ma sempre evaso ‒ «ti mangiano tutto», a causa di uno Stato che «è un rapinatore». E non è raro poi scoprire, dietro a questo genere di poveri piagnucolosi che si dichiarano vittime dell’intero universo cosmico, dei soggetti che nella loro vita hanno bruciate splendide opportunità sia di lavoro sia di sistemazione sociale che molti altri non hanno mai avuto, sebbene questi secondi conducano vite profondamente dignitose pur nelle loro grandi ristrettezze economiche, senza fare il giro dei parroci a elemosinare il pagamento di una bolletta della luce, salvo poi andare a spendere quanto hanno raccolto in biglietti della lotteria.

Anche in questo caso merita fare riferimento all’ingegno e al vero e proprio genio partenopeo, anche perché, da quando mi sono eletto Arcivescovo di Napoli, amo portare ad esempio questa città nella quale, non poche persone, per riuscire a far fronte alle proprie necessità sono capaci a inventarsi persino lavori che non esistono. Alcuni esempi: fare i parcheggiatori di parcheggi inesistenti, fare le guide turistiche a pagamento senza i permessi, vendere sulle bancarelle senza licenza e senza il pagamento delle tasse sul suolo pubblico, semmai tenendo nel sottobanco anche qualche stecca di sigarette di contrabbando. E non solo tutte queste sono cose illecite, ma sono anche precise figure di reato. E terminata la giornata, queste persone portano il cosiddetto pane a casa. Si tratta, come ripeto, di commerci non propriamente leciti e di lavori non regolari. Ma di fronte a queste persone mi tolgo di testa il mio saturno invernale di castorino ‒ quello che piace tanto al Pontefice regnante ‒, provando invece al tempo stesso un senso di disgusto e forse pure di sprezzo nei confronti di tutti coloro che preferiscono andare piagnucolosi a elemosinare da una chiesa all’altra, dichiarandosi vittime di una «società ingrata», dei «governi infami», dello «Stato assente», sino ad arrivare alla «sfortuna» ed alla «cattiva sorte». A questo genere di persone non darò mai un centesimo, mentre al parcheggiatore e all’ambulante abusivo che si cerca degli espedienti non propriamente legali per guadagnarsi la giornata, sono capace anche a comprare una stecca di sigarette di contrabbando per poi regalarla in omaggio a un artigiano che lavora in nero senza licenza; tutte persone molto più dignitose degli accattoni professionisti che in giro per le nostre chiese trovano sempre gli immancabili parroci beoti abbonati a quel giornalaccio di Avvenire pronti a pagargli i biglietti della lotteria, presentati come bolletta della luce che non riescono a pagare.

Nell’omelia di martedì 21 novembre 2017 il Santo Padre ha trattato degli argomenti molto delicati legati alle «colonizzazioni ideologiche» [cf. testo, QUI]. E lo ha fatto in un modo così profondo e alto a livello dottrinale e pastorale da indurre a chiedersi: siamo dinanzi ad una psicologia borderline?

Come uomo di fede, come sacerdote e teologo, credo di essere abbastanza in grado di distinguere un soggetto che agisce condizionato da patologia borderline, da una persona che invece agisce su impulso dello Spirito Santo. Infatti, i problemi nascono quanto certe orde di neocatecumenali, carismatici e invasati del Rinnovamento nello Spirito Santo, confondono il loro spirito borderline con le cosiddette mozioni divine, facendo passare le loro psicopatologie o le loro nevrosi ossessive più o meno gravi, come rivelazioni o imperativi della Terza Persona della Santissima Trinità.

L’omelia in questione rientra nella azioni e nei doni di grazia dello Spirito Santo che ha parlato attraverso il Successore del Beato Apostolo Pietro, che con una precisione straordinaria ci ha illustrato tra le righe:

  1. la condanna del modernismo;
  2. la condanna del sincretismo religioso;
  3. la condanna del trasformismo;
  4. la condanna delle false novità;
  5. la condanna dell’uniformismo conformista.

Lodando al tempo stesso:

  1. la difesa della Tradizione;
  2. la fedeltà alla legge;
  3. il richiamo all’assolutezza della legge morale;
  4. il dovere di conservare il deposito della fede.

Tutto questo potrebbe spiazzare la lobby modernista che forse correrà ai ripari facendo semmai annunciare a La Repubblica ciò che il Sommo Pontefice non ha detto, o facendo passare per alto e infallibile magistero qualche sua inopportuna battuta a braccio fatta in privato a poche persone all’uscita dalla mensa della Domus Sanctae Marthae.

In questa splendida omelia rimangono comunque due precisi punti che il Sommo Pontefice dovrebbe chiarire, se egli non avesse come teologi di riferimento il Cardinale Walter Kasper e l’Arcivescovo Manuel Fernández.

Primo Punto: non si deve parlare della “mia fede” e della “tua fede”, perché la vera fede è una sola ed uguale per tutti: è mia ed è tua. Se io sono nella verità e tu sbagli, non devo dirti: «tu hai un’altra fede e la rispetto» ‒ come nello stile venefico del falso ecumenismo di Walter Kasper e affini ‒, ma è mio dovere e imperativo di coscienza correggerti dall’errore, perché è proprio per questo motivo che Noi siamo Romano Pontefice e che tutti noi siamo Cardinali, Vescovi e Sacerdoti. Altrimenti la fede cattolica non è più Verità assoluta e Parola di Dio, indirizzata a tutti e doverosa per tutti, per la salvezza di tutti, ma è solo una fallibile, soggettiva e relativa opinione umana. Altrimenti si corre il rischio di cadere nel relativismo e nell’indifferentismo.

Secondo punto: il fatto che la verità di fede è una sola e che tale deve essere uguale per tutti, non è monotono e piatto uniformismo, ma è necessità logica, in quanto la fede è una verità oggettiva ed universale, ed è richiesta dalla stessa fede [«una sola fede», Ef 4,5]. Ciò peraltro non impedisce affatto le differenze, ma le fonda e le legittima, altrimenti non ci sarebbe il pluralismo, ma il caos, proprio come sta succedendo oggi all’interno della Chiesa, dove coloro che fino a ieri hanno gridato «più dialogo» e «più collegialità», sotto questo pontificato hanno creata una vera e propria dittatura da regime sovietico, anzi peggio, degna del piccolo dittatore coreano.

Meditando su questa omelia, sono giunto a una conclusione: lo Spirito Santo sta compiendo sicuramente una grande fatica ad operare sull’uomo Jorge Mario Bergoglio e attraverso l’uomo Jorge Mario Bergoglio; ma siccome l’uomo Jorge Mario Bergoglio è il Successore del Beato Apostolo Pietro, che gode come tale di una assistenza del tutto speciale da parte dello Spirito Santo, ecco che, seppure con fatica, ogni tanto lo Spirito Santo ci riesce, semmai prendendolo quand’è stanco o quando si trova soprappensiero, ed in specie nelle cose particolarmente importanti. Proprio come ci riuscì con quella clamorosa e limitata testa di legno, tale fu alla prova dei fatti e secondo i più precisi racconti storici dei Santi Vangeli e degli Atti degli Apostoli il Beato Apostolo Pietro, che non fu eletto da un conclave, ma che con tutte le sue più evidenti limitatezze fu proprio scelto da Cristo Dio in persona [cf. Mt 16, 13-20], non dimentichiamolo mai, quando in modo rispettoso e legittimo accenniamo alle limitatezze oggettive di un Romano Pontefice che noi veneriamo e al quale vogliamo davvero bene. E ciò all’esatto contrario dei ruffiani in carriera che oggi, per diventare vescovi e cardinali, alla stregua delle puttane di basso livello che si concedono ai marinai ubriachi, gridano in modo falso, ipocrita e calcolato: «poveri, povertà e jus soli !». Meno che mai il Pontefice regnante è venerato e benvoluto da quell’esercito di vescovi pavidi che oggi tacciono “prudenti”, perché considerando con cinico clericalismo che ormai egli ha già superato gli ottant’anni, aspettano che se ne vada al Creatore per poi uscire di nuovo allo scoperto e saltare sul carro del nuovo vincitore, perché a nessuno di loro interessa il bene della Chiesa, ma solo il bene della loro carriera. E temo che questi secondi, oggi postisi da parte con spirito di calcolato silenzio, caricandosi però sempre più di veleno giorno dietro giorno, domani saranno purtroppo i nostri nuovi registi, affinché di male si possa andare ancóra in peggio, quando inevitabilmente cambierà vento.

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dall’Isola di Patmos, 23 novembre 2017

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2017/04/padre-Aiel-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Ariel https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Ariel2017-11-24 15:50:102024-01-14 13:15:51Il Sommo Pontefice che non è un provinciale ma un quartierale, quando «conferma i fratelli nella fede» è sempre ignorato dai giornali laicisti e dai teologastri eretici

Alcune addolorate obiezioni a Padre Timothy Radcliffe, che dovrebbe esprimersi come l’ex Maestro Generale dell’Ordine Domenicano, non come il maestro di una loggia massonica

23 Novembre 2017/in Attualità, Tutte/da Padre Giovanni

ALCUNE ADDOLORATE OBIEZIONI A PADRE TIMOTHY RADCLIFFE, CHE DOVREBBE ESPRIMERSI  COME L’EX MAESTRO GENERALE DELL’ORDINE DOMENICANO, NON COME IL MAESTRO DI UNA LOGGIA MASSONICA

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Mi meraviglia in un Domenicano questa imprecisione di linguaggio, che fa pensare ad una visione relativistica ed indifferentista della religione. Egli sembra confondere la fede con l’opinione. Le opinioni possono essere molte, anche in contrasto di loro, e questo è normale. Ma la fede in Dio è una sola, così come la verità è una sola, perché è verità oggettiva, certa, assoluta ed universale.

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Autore
Giovanni Cavalcoli, O.P.

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l’ex Maestro Generale dell’Ordine dei Frati Predicatori Padre Timothy Radcliff, O.P.

Essendo rimasto perplesso per varie risposte, un Lettore mi ha inviato il testo di una intervista fatta da Alain Elkann al Padre Timothy Radcliffe, ex Maestro Generale dell’Ordine dei Frati Predicatori, al quale io appartengo, chiedendomi un parere in tal senso  [cf. intervista su La Stampa, QUI].

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Mi sono piaciute alcune cose che egli ha detto, come l’importanza dell’amore per la verità e per il silenzio, la bellezza della  fede nel suo rapporto con la ragione, la vita fraterna domenicana, che ogni uomo è fatto per raggiungere Dio e quindi chiamato alla salvezza e la convivenza pacifica dei fedeli delle varie religioni. Non mi sento invece di condividere alcune sue affermazioni, che riporto qui con le mie relative osservazioni. Do un numero alle parole del Padre Timothy Radcliffe, e di seguito metto le mie osservazioni.

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  1. Alla domanda dell’intervistatore: «Lei pensa che tutte le religioni siano mezzi per raggiungere lo stesso luogo?» Padre Timothy Radcliffe risponde: «Sarei lieto di dirlo, ma è oltre la nostra capacità di comprensione».

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Io avrei risposto precisando che tutte le religioni sono mezzi umani più o meno imperfetti per raggiungere Dio. Ma solo la religione cristiana cattolica tra tutte è la più elevata, perché fondata dallo stesso Figlio di Dio, Gesù Cristo, Mediatore Unico e perfetto, Che ci fa sapere che Dio è Padre, Figlio e Spirito Santo.

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  1. «Le guerre fanno parte della storia dell’umanità e in guerra si usa ogni mezzo per vincere, tanto il nazionalismo quanto la religione. Non è corretto dire che c’è la religione all’origine della guerra. Direi piuttosto che gli esseri umani hanno coltivato la violenza usando la religione per imporla o per giustificarla».

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Faccio osservare che Padre Timothy Radcliffe fa una falsa generalizzazione. La guerra può avere un fine giusto: per esempio, la difesa della patria, la liberazione di un popolo oppresso, l’abbattimento di un regime tirannico, la riconquista di un territorio occupato dal nemico, la liberazione dei cristiani dall’oppressione degli islamici o dei comunisti.

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Non bisogna confondere la violenza col giusto uso della forza. La violenza è ingiustizia e viene punita dal codice civile e militare; il giusto uso della forza è atto di fortezza che può giungere all’eroismo ed è il principio del valor militare, degno del massimo onore. Il disprezzo o la condanna indiscriminata della guerra come tale, senza distinguere quella giusta da quella ingiusta, è segno di animo meschino, pavido e falsamente pacifico, che finisce per tollerare che i prepotenti opprimano i deboli e li lascino indifesi. La difesa della religione può giustificare una guerra, come avvenne per esempio nella battaglia di Lepanto o nelle guerre di Israele narrate dall’Antico Testamento, anche se è vero che la religione può essere un pretesto che nasconde avidità di potere o volontà di dominio, come fu la guerra dei prìncipi luterani contro la Chiesa per impossessarsi dei beni della Chiesa.

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Non è vero, pertanto, come pensava Karl Marx, che le guerre avvengono sempre per interessi materiali, e che quelli ideali servono solo a coprire i primi. Anche questa idea è segno di animo gretto e barbaro, che non capisce che l’uomo non è una bestia, ma tiene all’onore, alla giustizia e al diritto.

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Si nota nelle idee pacifiste di Padre Timothy Radcliffe l’utopismo razionalista ed ingenuo e alla fine, al di là delle intenzioni, pericoloso e guerrafondaio, tipico di Rousseau e dell’illuminismo massonico, che considera una “natura umana” elaborata a tavolino, astrattamente presa ed originariamente “buona”, a prescindere dalla sua drammatica condizione storica, conseguente al peccato originale, natura che invece ha bisogno di essere disciplinata e frenata, all’occorrenza, anche con severità. Infatti, come insegna l’esperienza, l’umanità con le sole forze della ragione e della volontà non è in grado di correggere le deviazioni e di realizzare perfettamente, attraverso opportune trattative ed azioni politiche, la giustizia e la pace, peraltro in una prospettiva meramente terrena, ma necessita dell’aiuto della grazia, come dimostra la storia della civiltà cristiana e della Chiesa.

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  1. «Sono un grande fan di Papa Francesco, sta compiendo meraviglie facendo progredire la Chiesa in modo più rilassato e meno centralizzato. Certo, incontra resistenza, ma ci sta guidando verso la libertà e la spontaneità, riuscendo a entrare in contatto con ogni comunità».

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Dal modo col quale Padre Timothy Radcliffe qualifica se stesso nei confronti del Romano Pontefice, ‒ «fan di Papa Francesco» ‒ come se si trattasse un divo del cinema o di un campione dello sport, si comprende all’evidenza che la visuale sotto la quale egli si pone per considerare e valutare l’operato del Papa, è del tutto insufficiente e fuorviante, è di una grossolana superficialità e meraviglia moltissimo in un Domenicano che è stato capo dell’Ordine per quasi dieci anni.

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Per questo il giudizio di Padre Timothy Radcliffe sul Papa è completamente falsato e denota chiaramente la sua provenienza da quel deleterio ambiente modernista-liberal-massonico, che con somma astuzia e ingentissimi mezzi economici e mediatici, da tempo ormai esercita, nei confronti del Successore di Pietro, una raffinata quanto sporca e smaccata opera di adulazione e finta devozione, che purtroppo non manca di produrre un certo effetto sulle grandi masse di fedeli sprovveduti e secolarizzati, nonché sul Papa stesso, la cui guida della Chiesa gli è estremamente difficile sia per l’oggettiva drammatica esistenza di aspri conflitti intra-ecclesiali e sia per la difficoltà che egli ha a metter pace e concordia, sia per una sua certa mancanza di imparzialità e sia ancor più a causa di collaboratori inefficienti e finti amici, che lo circuiscono e lo condizionano.

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Padre Timothy Radcliffe, con le sue dichiarazioni, dà mostra di errare nell’interpretare l’azione del Papa e di non comprenderne affatto ‒ cosa grave in un Domenicano ‒ né la vera personalità e missione apostolica e neppure di comprendere la vera, drammatica situazione attuale della Chiesa, più volte denunciata da Benedetto XVI, ma anche la Chiesa nelle sue vere prospettive e speranze.

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Padre Timothy Radcliffe, da come si esprime, sembra vivere in un’atmosfera ovattata e sognante, fatta di ingenui entusiasmi giovanili, senza percepire assolutamente ‒ oggi che si parla tanto di ”discernimento” ‒  né la profondità della crisi, né quella dei valori che stanno emergendo, che sono quelli di un’autentica attuazione del Concilio Vaticano II, non nell’interpretazione modernista schillebexiana e rahneriana, ma secondo gli insegnamenti autentici dei Papi del post-concilio, dal Beato Paolo VI al presente, non senza essere in continuità con la Tradizione nell’ascolto supremo della Parola di Dio e di quello che lo «Spirito dice alle Chiese» [Ap 2,7]. E quando dico “tradizione” non intendo riferirmi al Vetus Ordo Missae, ma alla Sacra Tradizione, ossia alla custodia, conservazione e trasmissione apostolica orale infallibile del dato rivelato: in sostanza, alla predicazione del Vangelo.

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Oggi il Papa non ha bisogno di «fans » – questi lasciamoli alle partite di calcio, la fede è una cosa seria –, neppure di acri accusatori farisei, non ha bisogno di essere lisciato e coccolato, non ha bisogno di essere “corretto” nella retta fede, anzi chiede a noi di ascoltarlo come maestro della fede e interprete infallibile della Tradizione e della Scrittura, nonché ha bisogno di essere aiutato e consigliato da collaboratori leali, saggi ed efficienti, che non diano scandalo al popolo di Dio. Ha bisogno di essere illuminato, confortato, consolato, incoraggiato e liberato dai Giuda, dagli intrallazzatori e dagli arrivisti, che l’attorniano come api attorno al miele. Sull’esempio di una Santa Caterina da Siena il Papa ha bisogno di essere insistentemente esortato con franchezza, carità e rispetto a compiere il suo dovere per l’onore di Cristo e il bene della Chiesa.

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Padre Timothy Radcliffe si immagina un Papa promotore di una Chiesa “rilassata” come il tale che, comodamente rilassato in poltrona, si gode uno spettacolo televisivo. La sua Chiesa ”decentralizzata” è un eufemismo pietoso ma non troppo, per celare o ignorare  lo stato confusionale nel quale oggi la Chiesa si trova in un bellum omnium contra omnes tra cardinali, vescovi, teologi, preti e religiosi in temi di fede e di morale.

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Secondo Padre Timothy Radcliffe Papa Francesco ci sta guidando verso una Chiesa «libera e spontanea». Ma per raggiungere tal fine,  non c’è bisogno del Successore di Pietro: basta un buon trattato di psicologia. Il Papa guida la Chiesa ben più in alto:  all’ascolto della Parola di Dio, all’imitazione di Cristo, alla liberazione dal peccato, alla vita di grazia, alla vittoria sul mondo e su Satana, alla comunione dei santi, all’esercizio della carità, alla perfezione evangelica, alla disponibilità alle sollecitazioni dello Spirito Santo, alla conquista del Regno di Dio, all’eterna beatitudine.

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«Il Papa riesce ad entrare in contatto con ogni comunità»? Certo, egli è il Padre comune di tutti figli di Dio, è mandato da Cristo ad annunciare il Vangelo a tutto il mondo, deve comprendere i bisogni più profondi di tutti, deve saper apprezzare i valori di tutte le religioni, deve inviare a Cristo coloro che sono «affaticati ed oppressi» [Mt 11,28].

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Il Papa dimostra certo una straordinaria energia ed attitudine nel contatto con le folle. Ma esse, fuorviate da una interpretazione secolaristica dell’azione del Papa ad opera dei grandi mass-media, interpretazione che il Papa stesso non pare sufficientemente smentire, che cosa poi vedono nel Papa? Il simpatico propagandista di una morale ”rilassata” o l’uomo di Dio che ci sollecita a guardare in alto? Se il Papa «incontra resistenze», dovrebbe chiedersi che cosa esse significano. Certo ci sono i soliti lefebvriani e farisei; ma c’è anche chi gli vuole bene ed è sincero amico e desidera vederlo tendere alla santità.

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  1. Dobbiamo pregare per la fratellanza fra le fedi, non fomentare le divisioni.

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Mi meraviglia in un Domenicano questa imprecisione di linguaggio, che fa pensare ad una visione relativistica ed indifferentista della religione. Egli sembra confondere la fede con l’opinione. Le opinioni possono essere molte, anche in contrasto di loro, e questo è normale. Ma la fede in Dio è una sola, così come la verità è una sola, perché è verità oggettiva, certa, assoluta ed universale.

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Bisogna dunque favorire la fratellanza tra i fedeli delle diverse religioni. Non ha senso invece parlare di «fratellanza fra le fedi», come non ha senso la fratellanza tra il vero e il falso. Non si deve dividere ciò che dev’essere unito, ma si deve dividere ciò che va separato. Lo spirito di pace non è fare il doppio gioco o servire due padroni. In tal senso Cristo dice di essere venuto a portare una «spada» [Mt 10,34].

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«Chi non è con me» – dice il Signore [Mt 12,30] – «è contro di me». Se il Corano nega ciò che insegna Cristo, non possono contemporaneamente aver ragione Cristo e il Corano. Per conseguenza, le religioni non sono come i partiti in un parlamento o la pluralità degli istituti religiosi all’interno della Chiesa Cattolica. In questi casi le varie formazioni si integrano e si completano a vicenda per rappresentare la totalità: o l’intera cittadinanza di una nazione o l’intero corpo ecclesiale.

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Invece la questione del rapporto fra le religioni non è di ordine semplicemente sociale; non è semplicemente di competenza dello Stato, in applicazione del diritto di libertà religiosa, per cui lo Stato deve curare la pacifica convivenza dei gruppi in esso esistenti; non si tratta solo di rispettare le diversità tra le religioni, ma più profondamente la questione tocca il problema della verità delle dottrine delle religioni. E su questo punto il Domenicano dovrebbe essere particolarmente sensibile. Al riguardo, dobbiamo dire che la Chiesa Cattolica riconosce la presenza di valori salvifici anche nelle altre religioni, misti tuttavia ad errori. Infatti, la pienezza della verità salvifica è patrimonio esclusivo della dottrina cattolica, come afferma ancora il Concilio Vaticano II nel decreto Unitatis redintegratio II.

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Per questo la Chiesa ha anche il compito di respingere o correggere gli errori contenuti nelle altre religioni, perché tutti gli uomini sono chiamati a convertirsi a Cristo per il tramite della Chiesa, come ha precisato il Concilio di Firenze nel 1442, anche se è possibile, come ha insegnato il Concilio Vaticano II, appartenere alla Chiesa in modo inconscio.

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Il Padre Timothy Radcliffe sembra dunque condividere la teoria di Edward Schillebeeckx, secondo il quale la vera religione risulta dalla somma di tutte le religioni, per cui ognuna di esse darebbe il suo contributo alla edificazione del tutto, un po’ come un’enciclopedia risulta dai contributi dei collaboratori. Infatti, secondo Schillebeeckx, “nessuna religione particolare esaurisce il problema della verità”[1]. “Di conseguenza, possiamo e dobbiamo dire che c’è più verità religiosa in tutte le religioni messe assieme che in ogni singola religione”[2]. Questo che vuol dire? Che il Corano aggiunge verità salvifiche che non sono contenute nel Vangelo? Che il Vangelo non può permettersi di correggere il Corano? Schillebeeckx non si rende conto che le verità salvifiche sono state rivelate da Dio per il tramite di Cristo e della Chiesa in un certo numero e raccolte nel Simbolo Apostolico. Le altre religioni non aggiungono nuove verità, che non siano già contenute nel Credo cristiano, ma semmai ne mancano di qualcuna. Per questo, la posizione di Padre Timothy Radcliffe, in quanto riflesso delle idee di Schillebeeckx, non è per nulla conforme alla dottrina della fede, purtroppo!

 

Varazze, 24 novembre 2017

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[1] Umanità, la storia di Dio, Queriniana 1992, p.215.

[2] Ibid., p.220.

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2017/06/cavalcoli56.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Giovanni https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Giovanni2017-11-23 22:33:262021-04-20 19:28:29Alcune addolorate obiezioni a Padre Timothy Radcliffe, che dovrebbe esprimersi come l’ex Maestro Generale dell’Ordine Domenicano, non come il maestro di una loggia massonica

Abbasso il mafioso Toto’ Riina evviva la pornostar Cicciolina: miserie e derive di una Chiesa governata dalla umoralità

20 Novembre 2017/3 Commenti/in Attualità, Libri e Recensioni/da Padre Ariel

— fatti di attualità ecclesiale —

ABBASSO IL MAFIOSO TOTO’ RIINA EVVIVA LA PORNOSTAR CICCIOLINA: MISERIE E DERIVE DI UNA CHIESA GOVERNATA DALLA UMORALITÀ

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In una nostra Chiesa romana, la pornostar Ilona Staller in arte Cicciolina, durante la celebrazione del Sacrificio Eucaristico salì sul presbitèrio e dall’ambòne dal quale si amministra ai Christi fideles il nutrimento della Parola di Dio, annunciò: «Abbiamo fatto tanta poesia, si può dire, perché anche se era erotismo e pornografia, per noi era poesia. Giocherellando, abbiamo fatto quello che, magari, tantissime persone hanno paura di fare». Le mancò solo di concludere dicendo: «Sia lodato Satana!».

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

 

 

 

 

 

 

 

 

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«Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori» [Mt 9, 12-13]

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Roma, dicembre 2012, Basilica dei Santi Pietro e Paolo, il francescano Francesco Bartolucci  amministra la Santa Comunione alla pornostar Ilona Staller, in arte Cicciolina, ai funerali del più grande regista e produttore di film porno Riccardo Schicchi

Nella Chiesa misericordiosa, col Sommo Pontefice che telefona ad un figlio di Lucifero come Marco Pannella per invitarlo a «tenere duro» o che accoglie in Vaticano l’abortista fiera e impenitente Emma Bonino, che in modo coerente seguita imperterrita a definire l’aborto «una conquista sociale» ed un «grande diritto civile», anche in questo caso ci saremmo aspettati una condotta più equilibrata nel negare i funerali al boss di Cosa Nostra Salvatore Riina, detto Toto’. Ma purtroppo, sembra che nella Chiesa sia esploso el tango de la pasion.

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Roma, dicembre 2012, Basilica dei Santi Pietro e Paolo, il francescano Francesco Bartolucci  amministra la Santa Comunione alla pornostar Eva Henger, ai funerali del più grande regista e produttore di film porno Riccardo Schicchi

Noi che ci siamo formati sul grande magistero del Santo Pontefice Giovanni Paolo II e che continuiamo a rimanere saldi sui principi metafisici e teologici della Fides et ratio, ci troviamo a disagio in questa Chiesa in caduta libera che vive oggi all’insegna della Fides et passio, ma sia chiaro: avvolta da una passio che nulla ha da spartire con la passio Christi, tutto invece da spartire con la venefica passio che nasce dalla più irrazionale umoralità.  

 

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Roma, dicembre 2012, Basilica dei Santi Pietro e Paolo, il porno-attore Rocco Siffredi tiene dall’ambone sul presbiterio un sacrilego elogio funebre al più grande regista e produttore di film porno Riccardo Schicchi

Chi sia stato il boss di Cosa Nostra Salvatore Riina detto Toto’, lo sappiamo tutti, ed altresì sappiamo di quanti crimini si sia macchiato. Ma una cosa è certa: costui non è il primo peccatore della storia, perlomeno non lo è per noi che consideriamo il peccato originale un fatto oggettivo e non una metafora [cf. Gen 3, 1-19], così come crediamo che il fratricidio di Caino che ha ucciso il fratello Abele sia anch’esso un fatto e non una allegoria [cf Gen 4, 1-16]. Pertanto, che dinanzi ad un Riina gridino “al peccato!” proprio i laicisti che al peccato non ci hanno mai creduto — a partire da quello originale — e che seguitano tutt’oggi a non crederci, pur invocando però in questa occasione persino la potenza di una scomunica … ebbene, come capite, se il tutto non fosse grottesco e ridicolo, sarebbe davvero tragico.

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Su ordine di Riina, sono state uccise dai killers molte persone innocenti, alcuni parlano di circa duecento omicidi da lui ordinati. I suoi sicari sono riusciti ad assassinare persone rigorosamente adulte che, pur non riuscendoci, avrebbero potuto comunque in qualche modo tentare di difendersi, o perlomeno di fuggire. E sempre su suo ordine sono state assassinate anche persone dotate dallo Stato, in quanto soggetti ad alto rischio attentati, di complessi sistemi di sicurezza, di meticolose protezioni e scorte armate.

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Nessun meccanismo di sicurezza, meno che mai alcuna meticolosa protezione e scorta armata, protegge invece le creature innocenti e totalmente indifese che ogni giorno sono soppresse nella totale indifferenza attraverso l’aborto, mentre il Sommo Pontefice telefona a Marco Pannella per invitarlo a «Tenere duro» e mentre annovera, su suggerimento di certi gesuiti a lui vicini, la Signora Emma Bonino nella candida rosa dei grandi italiani.

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Roma, dicembre 2012, Basilica dei Santi Pietro e Paolo, il celebre “disturbatore” Gabriele Paolini [vedere QUI], dichiaratosi pubblicamente e ripetutamente ateo, anticlericale, a favore della cultura omosessualista, dell’aborto e dell’eutanasia, riceve la Santa Comunione dal pio francescano  ai funerali del più grande regista e produttore di film porno Riccardo Schicchi

A questo punto merita ricordare un altro grande funerale svoltosi proprio nella Diocesi di Sua Santità, nel dicembre del 2012, allora regnante il Venerabile Pontefice Benedetto XVI. Vicario Generale di Sua Santità per la Diocesi di Roma era il bertoniano di ferro Cardinale Agostino Vallini, mostratosi più volte indifferente alla lesione del sacro onore di Santa Madre Chiesa come un chirurgo è indifferente al sangue umano. Anche se, come di recente ho scritto, tra poco sarà rimpianto, tanto quella Diocesi è passata di male in peggio …

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In quel triste dicembre del 2012, presso la Basilica dei Santi Pietro e Paolo, nel quartiere romano dell’EUR, si svolse il funerale porcino del più grande regista e produttore italiano di film pornografici, celebrato da Francesco Bartolucci, dell’Ordine dei Frati Minori Conventuali. Durante le esequie funebri, non solo l’improvvido francescano amministrò la Santa Comunione alla Signora Ilona Staller, in arte Cicciolina, ed alle altre famose pornostar presenti, ma affinché il sacrilegio fosse completo egli permise, sia alla Signora Staller, sia al celebre porno-attore italiano Rocco Siffredi, di salire sul presbitèrio, all’ambone dal quale si amministra ai Christi fideles il cibo spirituale della Parola di Dio, per tenere un elogio funebre decisamente satanico.

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La Signora Ilona Staller, in arte Cicciolina, con le spalle voltate al tabernacolo annuncia infatti a tutti i presenti:

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«Abbiamo fatto tanta poesia, si può dire, perché anche se era erotismo e pornografia, per noi era poesia … Giocherellando, abbiamo fatto quello che, magari, tantissime persone hanno paura di fare».

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questo soltanto, però, è il “male assoluto” che scandalizza la moderna Chiesa sociale: Salvatore Riina, detto Toto’, boss di Cosa Nostra [Corleone 1930 – Parma 2017]

Sale poi sul presbitèrio Rocco Siffredi, che pronuncia parole d’alta mistica che paiono tratte dai pensieri spirituali più profondi di Santa Teresina del Bambino Gesù:

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«Mi dicono che ho fatto sdoganare il porno, ma io non ho fatto sdoganare proprio nulla. Riccardo ha iniziato ed è grazie a lui se sono qui e se sono quello che sono» [cf Andrea Tornielli, QUI].

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Non ho altro da aggiungere, se non un fatto: la Chiesa misericordiosa, quella che ha chiesto perdono a tutti: agli ebrei, ai musulmani, agli indigeni latinoamericani e via dicendo a seguire, ai suoi fedeli ed ai suoi devoti servitori, perché non ha mai chiesto scusa per queste grandi sconcezze, che come ripeto hanno in tutto e per tutto del satanico? Non lo ha mai fatto neppure nell’èra di quella grande misericordia nella quale l’Augusto Pastore accarezza i lupi e bastona le proprie pecore fedeli. Quel che infatti importa è che il quotidiano La Repubblica, con tutti i giornali fricchettoni della sinistra radical chic appresso, col proprio coro di atei e non credenti dichiarati, tutti a favore dei “sacri diritti” dell’aborto, dell’eutanasia, del gender, delle sperimentazioni genetiche e via dicendo a seguire, proseguano a inneggiare alla gloria di Francesco «il grande rivoluzionario», mentre il Padre Antonio Spadaro, anziché recitare il breviario ed il Santo Rosario, ci mette sopra il carico da novanta sulle quinte e, soprattutto, dietro le quinte …

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… non è morto per una carica di tritolo fatta piazzare dai sicari di Toto’ Riina né per una sventagliata di mitra dei suoi killers, si tratta solo di un “grumo di cellule”. E dinanzi a questi insignificanti “grumi di cellule”, vi risulta forse che i giornali laicisti chiedano alla Chiesa scomuniche e funerali negati?

O qualcuno pensa che siamo così sprovveduti da non aver capito chi, al Sommo Pontefice, lo ha indotto a degli scivoloni umilianti per la Chiesa, dalla telefonata del «tieni duro» a Marco Pannella al titolo di «grande italiana» dato ad Emma Bonino? 

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L’episcopato tace, come più volte ho scritto, ma tra i preti il malumore sale sempre più giorno dietro giorno. E a noi, che La Repubblica gridi «Glory glory, alleluia a Francesco il rivoluzionario», non interessa niente. E un giorno, al buon Francesco, finiremo col rammentare che nel Canone della Santa Messa, a ricordarlo nella preghiera siamo noi preti, non Eugenio Scafari, non Emma Bonino, non il Pastore pentecostale Giovanni Traettino … 

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dall’Isola di Patmos, 20 novembre 2017

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ADESSO VI INVITIAMO A VEDERE IN QUESTO FILMATO, CHE HA INVERO DEL SATANICO, CHE COSA PERMETTONO, GLI STESSI ECCLESIASTICI, CHE NEGANO POI LE ESEQUIE FUNEBRI ANCHE IN FORMA PRIVATA AD UN BOSS MAFIOSO

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IL PRESBITERO BOLOGNESE FRANCESCO PIERI SI DOMANDA: «HA PIÙ MORTI SULLA COSCIENZA TOTO’ RIINA O EMMA BONINO?»..

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Caro Confratello Francesco Pieri,

qualora ti fosse “imposto”, dal politicamente corretto che ci sta uccidendo, tu non chiedere scusa a nessuno per avere detto semplicemente l’ovvio. non sei infatti tu, che devi chiarire l’ovvio, a dover chiarire è la Signora Bonino che afferma: «Don Pieri non insulta me, ma milioni di donne italiane che hanno subito in un modo o nell’altro il trauma dell’aborto». Ella deve adesso spiegare da chi, questi «milioni di donne», sarebbero state «traumatizzate», visto che ciascuna di esse si è recata liberamente ad abortire e che la gran parte, quando si è tentato di convincerle a non sopprimere una vita umana innocente, hanno negata qualsiasi forma di ascolto. Dunque, chi le ha traumatizzate? E che dire dell’esercito di teenagers che praticato l’aborto il giovedì mattina, il sabato sera erano già a darsi ai bagordi in discoteca, chi le avrebbe traumatizzate, ma soprattutto: chi le avrebbe offese? Perché applicando lo stesso principio boniniano, si potrebbe sostenere con altrettanta “impeccabile logica” che il boss Riina è rimasto traumatizzato per il numero di persone da lui fatte uccidere e che i duri di cuore — come per esempio noi che invece lo consideriamo un criminale e che consideriamo i morti per causa sua delle vittime innocenti —, non possono capire il suo trauma ed il suo conseguente dolore.

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Si è svolto un concilio nel convento domenicano di Varazze che ha proceduto a condannare gli errori di Karl Rahner sotto gli auspici di Santa Caterina da Siena amata patrona di questa Città ligure

19 Novembre 2017/5 Commenti/in Attualità/da Suor Matilde

SI È SVOLTO UN CONCILIO NEL CONVENTO DOMENICANO DI VARAZZE CHE HA PROCEDUTO A CONDANNARE GLI ERRORI DI KARL RAHNER SOTTO GLI AUSPICI DI SANTA CATERINA DA SIENA AMATA PATRONA DI QUESTA CITTÀ LIGURE

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In questi ultimi tempi ne L’Isola di Patmos c’è grande movimento: il Padre Ariel S. Levi di Gualdo è stato nominato Arcivescovo Metropolita di Napoli, mentre più in alto a salire, lungo la costa del Mar Ligure, nella Città di Varazze Padre Giovanni Cavalcoli presiedeva un Sacro Concilio di cui vi forniamo il summarium dei canoni.

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Autori
Matilde Nicoletti, S.D.B.I.
Jorge Facio Lince

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il concerto di campane del Convento domenicano di Varazze che annunciano l’apertura del Concilio [cliccare sull’immagine per aprire il video]

I concili della Chiesa non sono nuovi alla condanna di quegli errori dottrinari che sino a pochi decenni fa seguitavano ad essere chiamati eresie, oggi invece si chiamano “preziose diversità”, che come tali vanno accolte, interrogandoci semmai dove noi abbiamo sbagliato nel condannare in passato certi errori, talora anche con decisa durezza. Quelli che ieri venivano infatti chiamati «gravi errori dottrinari», oggi pare meritino di essere accolti come preziose diversità, sino a giungere a Martin Lutero che diventa un «dono dello Spirito Santo», come annunciò alla Pontificia Università Lateranse S.E. Mons. Nunzio Galantino, Segretario generale della C.E.I, dando in tal modo per scontato ‒ bene o male in modo implicito ‒ che i cupi Padri del Concilio di Trento lo condannarono ingiustamente, presumibilmente per la durezza dei loro cuori [cf. Mt 19, 8] chiusi all’amore e alla misericordia [cf. QUI].

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la Patrona della Città ligure Caterina da Siena, Santa e dottore della Chiesa, sotto i cui auspici si è svolto il Concilio di Varazze [cliccare sull’immagine per aprire il video]

Nella storia della Chiesa non mancano gli esempi di diversi concili che hanno sancito severe condanne a quegli errori che non dovremmo aver paura di chiamare tutt’oggi eresie. Forniamo solo alcuni esempi: nell’anno 325 il Concilio di Nicea condanna l’eresia di Ario che subordinava il Figlio al Padre, ossia che il Figlio, in precedenza non esistente, fu a un dato punto creato dal Padre. Mentre nella Professio fidei, nota come Simbolo niceno-costantinopolitano, professiamo «γεννηθέντα οὐ ποιηθέντα,ὁμοούσιον τῷ πατρί» [generato non creato, della stessa sostanza del Padre], in quanto «γεννηθέντα ἐκ τοῦ Πατρὸς μονογενῆ» [nato dal Padre prima di tutti i secoli]. Per seguire secoli dopo con un altro concilio, il IV Lateranense, che condanna invece l’eresia dell’Abate Gioacchino da Fiore, nota come eresia triteista, la quale consiste nel distinguere in Dio tre Persone o tre diverse nature o essenze, che di fatto equivale a dire: tre divinità. Va’ comunque precisato che di Gioacchino fu condannata la dottrina erronea, ma gli stessi Padri del Concilio che lo condannarono, non misero mai in discussione la sua indubbia santità di vita. Segue poi successivamente, nel XVI secolo, il Concilio di Trento che condanna gli errori di quel gran «dono dello Spirito Santo» di Martin Lutero [cf. QUI].

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il convento domenicano di Varazze, XVI sec.

Seguendo lo stile dei Concili, nel Convento domenicano di Varazze si sono riuniti sotto gli auspici di Caterina da Siena, Santa e Dottore della Chiesa, un gruppo di studiosi, i quali hanno indicato in quaranta brevi canoni alcuni degli errori di fondo che percorrono la speculazione teologica del teologo gesuita tedesco Karl Rahner, divenuto ormai da decenni, con i suoi clamorosi errori, un punto di riferimento per la speculazione teologica e per l’insegnamento accademico.    

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DECISIONI DEL SACRO CONCILIO DI VARAZZE

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Noi Prof. Walther Binni, biblista cattolico veterotestamentario della Shepherd University International, Padre Dionysios Papavasileiou, Monaco del Monte Athos, archimandrita ortodosso greco residente in Bologna e Padre Giovanni Cavalcoli, dell’Ordine dei Frati Predicatori, accademico pontificio, radunati nel nome di Nostro Signore Gesù Cristo e della Santissima Madre di Dio, la Θεοτόκος, nel Convento domenicano di Varazze nei giorni 13-15 novembre 2017, per trattare dei

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PROBLEMI SUSCITATI DALL’INFLUSSO HEGELIANO NELLA CRISTOLOGIA DI KARL RAHNER

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intendiamo, seguendo i primi sette sacri Concili ecumenici della Chiesa Una, Santa, Cattolica e Apostolica, di far conoscere sommessamente, fiduciosamente ai nostri rispettivi Prelati, rappresentanti di Nostro Signore Gesù Cristo e Custodi della santissima dottrina ortodossa insegnataci dal nostro Divino Maestro, ossia

 .

ALLA SANTITÀ DI NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO IL ROMANO PONTEFICE FRANCESCO I, VESCOVO DI ROMA, ED A SUA BEATITUDINE BARTOLOMEO II, PATRIARCA DI COSTANTINOPOLI, A LORO FILIALMENTE DEDICANDOLE, LE CONCLUSIONI ALLE QUALI SIAMO GIUNTI

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  1. La verità non è identità dell’idea con la realtà, ma adeguazione dell’idea alla realtà, perché la realtà è superiore all’idea e regola della verità dell’idea.

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  1. La realtà, indipendentemente dalle nostre idee, non è posta dalle nostre idee, ma è creata da Dio.

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  1. I santissimi dogmi della fede cristiana ed ortodossa, insegnatici dalla Chiesa, non sono pure parole, umane e caduche categorie, puri pensieri umani e passeggeri, contingenti e profani, segni convenzionali, miti, simboli, immagini  o figure della verità divina, imposizioni arbitrarie che bloccano la libertà del pensiero, non sono relativi ai tempi e ai luoghi, ma sono infallibili interpretazioni della Parola di Dio, e della Sacra Tradizione dei Santi Padri. Essi, formulati con l’assistenza dello Spirito Santo, sono verità assolute e certissime, le quali raggiungono e concepiscono luminosamente, veracemente, precisamente, immutabilmente ed infallibilmente la realtà infinita dei divini Misteri, pur lasciandoli insondabili ed imperscrutabili al nostro limitato intelletto, mentre essi ci stimolano al pio e mistico silenzio ed all’adorazione.

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  1. Dio ha creato il mondo non alienandosi da sé e divenendo mondo, ma suscitandolo dal nulla.

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  1. Respingiamo fermamente come eresia gnostica la cosiddetta “esperienza preconcettuale trascendentale di Dio”, perché, come insegna il Beato Apostolo Paolo, conosciamo Dio in questa vita per mezzo delle creature (tois poièmasin, Rm 1,19-20), mentre le divine Scritture asseriscono infallibilmente che Egli è da noi conosciuto “per analogia” ( kat’analoghìan Sap 13,5).

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  1. Il mondo non completa l’essenza divina, quasi che Dio non possa esistere senza il mondo.

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  1. È eresia modalista sostenere che le Tre Persone Divine sono tre modalità di sussistenza dell’unica sussistente natura divina. Al contrario, esse sono tre soggetti sussistenti o tre ipostasi.

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  1. La Santissima Trinità non è economica per essenza, ma solo di fatto, per libera volontà. L’economia della salvezza non entra nell’essenza di Dio, ma è effetto di una sua liberissima decisione.

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  1. Il peccato originale è stato un peccato realmente commesso dalla coppia primitiva per istigazione del Tentatore e la cui colpa e le cui miserevoli conseguenze sono state trasmesse per generazione all’intera umanità.

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  1. Dio, per essere Dio, non ha avuto bisogno di incarnarsi.

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  1. È eresia marcionita affermare che, mentre il Dio dell’Antico Testamento è un Dio terribile, vendicatore, irascibile e punitore, il Dio del Nuovo Testamento è un Dio pietoso, compassionevole, misericordioso e amoroso. Al contrario, si tratta sempre dell’unico medesimo Dio, giusto e misericordioso, con la differenza che nel Nuovo è un Dio Incarnato.

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  1. Sa di eresia e di hegelismo parlare di ”storia di Dio”, anche dopo l’Incarnazione, come se l’essenza di Dio fosse immersa nel tempo e limitata dal tempo e non piuttosto eterna ed immutabile, al di sopra dello spazio e del tempo. Dio non è un ente temporale, ma è purissimo Spirito immortale, Egli che è il creatore del tempo. Con l’Incarnazione, Dio ha assunto ed innalzato a Sé, in unità di persona, in Cristo, il tempo e la storia, senza essere tempo e storia.

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  1. È eresia marcionita affermare che il vero Dio lo conosciamo solo nel Nuovo Testamento.

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  1. È eresia patripassiana e teopaschita affermare che la natura divina è passibile e mortale.

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  1. È l’eresia di Eutiche affermare che Dio, con l’Incarnazione, ha mutato la sua natura nella natura umana. Al contrario, nell’Incarnazione, resta immutato (atreptos), perché è immutabile.

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  1. È falso affermare che i concetti usati nel dogma calcedonese non sono più attuali o hanno mutato significato o vanno reinterpretati.

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  1. È un’assurdità hegeliana la tesi di Rahner, secondo la quale Dio, nell’Incarnazione, muta pur restando immutabile.

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  1. È da respingere come empietà gnostica la cosiddetta “cristologia trascendentale”, inficiata dalla ”esperienza trascendentale”, di cui al n. 5.

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  1. La “cristologia dall’alto”, ossia del Logos incarnato nel tempo, preesistente alla creazione del mondo (Gv 17,5) e la ”cristologia dal basso”, ossia “Gesù venuto nella carne” (I Gv 4,2; II Gv 7) non si escludono a vicenda, ma anzi sono reciprocamente complementari, perché questa rappresenta la via storica per iniziarsi ed elevarsi anagogicamente a quella.

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  1. In Cristo non c’è unità, ma unione delle due nature, non passano da due ad una, perché esse, benchè unite e non separate (adiairètos, e achoristos), restano distinte e non confuse (asynchitos).

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  1. Cristo sulla croce ha riconciliato noi col Padre, ottenendoci la remissione dei peccati e con la resurrezione ci consente di risorgere anche noi. Quindi, la Croce è sacrificio  pasquale ed espiativo.

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  1. È eresia nestoriana asserire che Cristo, morendo, perde la sua esistenza umana e diventa lo Spirito, come se in Cristo ci fossero due persone: una persona umana, che dilegua, e una Persona divina, che resta.

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  1. Rahner cade nel nestorianesimo anche sotto un altro aspetto. Egli assume il concetto hegeliano di persona come autocoscienza. Ora, siccome in Cristo ci sono due autocoscienze, quella umana e quella divina, ne viene che ci sono due persone. Il fatto è che le due autocoscienze dipendono dalle due nature, non dall’essere personale di Cristo, che è uno solo.

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  1. È eresia docetista e monofisita affermare che il corpo di Cristo risorto non è stato sensibilmente visto, toccato e palpato, come fosse stato una pura apparenza, svanita con la morte.

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  1. È eretico affermare che Cristo non è risorto dopo la morte, ma nella morte, quasi identificando hegelianamente la vita con la morte.

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  1. La Parusia non è un mito che rappresenta un futuro già presente, ma è predizione di un evento realmente futuro.

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  1. Noi non nasciamo in grazia, ma con la colpa originale, che viene tolta dal Battesimo.

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  1. Noi siamo creati per tendere a Dio, ma possediamo il libero arbitrio, per cui, di fatto, in base alla scelta che ciascuno fa, c’è chi vi tende e chi non vi tende.

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  1. Nel peccato si perde la grazia, ma con la metanoia la si può riacquistare.

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  1. La grazia non completa la natura umana, la quale è già di per sè dotata da Dio di una sua perfezione, benché ferita dal peccato, ma la guarisce e la libera dal peccato e la sopraeleva alla condizione della figliolanza divina ad immagine del Figlio.

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  1. Cristo non è solo modello dell’uomo, ma anche guida dell’uomo alla figliolanza divina.

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  1. Con la grazia avviene la divinizzazione dell’uomo (theosis), non però nel senso che l’uomo diventi Dio, ma nel senso che partecipa analogicamente della vita (mèthexis, koinonia) divina.

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  1. Nella grazia Dio non ci comunica la sua essenza, perché questo lo fa solo col Figlio (Deum verum de Deo vero), ma ci comunica solo una partecipazione alla sua vita.

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  1. La grazia non è Dio, perché, se fosse Dio, non la potremmo distruggere col peccato, cosa che purtroppo avviene. Infatti Dio non lo si può distruggere.

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  1. Non è vero che gli uomini sono sempre in grazia: c’è chi la possiede e c’è chi non la possiede. Ed anche un medesimo uomo, ora può possederla ed ora può perderla.

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  1. Non è vero che tutti si salvano, ma solo coloro che accettano la grazia e vivono di conseguenza.

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  1. Il fine della vita cristiana non è semplicemente naturale, ma è soprattutto diventare figli di Dio.

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  1. Il fine dell’agire cristiano non è solo la riconciliazione con Dio ed essere perdonati dai peccati, ma è soprattutto arrivare alla comunione col Padre per mezzo di Cristo nello Spirito Santo.

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  1. Compito e facoltà del cristiano non sono quelli di plasmare la propria essenza a proprio piacimento, ma quelli di obbedire alle leggi di Dio in base ad una conoscenza della natura umana e dei suoi fini naturali e soprannaturali.

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  1. Tra la natura umana nella sua finitezza e quella divina infinita c’è un dislivello infinito. Eppure la grazia ci rende figli di Dio.

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Sia lode e gloria nei secoli eterni alla Santissima Trinità.

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Varazze, 13-15 novembre 2017

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Post Scriptum

Il neoeletto Arcivescovo Metropolita di Napoli, S.E. Mons. Ariel S. Levi di Gualdo [cf. QUI], non ha potuto prendere parte al Concilio di Varazze perché si trova alle terme per un periodo di esercizi spirituali prima di ricevere la consacrazione episcopale. Ha infatti scelto come luogo di ritiro le terme, perché, facendo i fanghi, si sta preparando ad entrare nel suo ruolo di vescovo povero per i poveri. 

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La lunetta usata come copertina della nostra home-page è un affresco del Correggio del XVI sec. conservato nella Chiesa di San Giovanni Evangelista a Parma

ratrice del sito di questa rivista:

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