Il fallimento di una male intesa collegialità apostolica. Quei vescovi ridotti a funzionari spogliati di ogni potestà che devono ratificare i capricci altrui attraverso i seminari interdiocesani

IL FALLIMENTO DI UNA MALE INTESA COLLEGIALITÀ APOSTOLICA. QUEI VESCOVI RIDOTTI A FUNZIONARI SPOGLIATI DI OGNI POTESTÀ CHE DEVONO RATIFICARE I CAPRICCI ALTRUI ATTRAVERSO I SEMINARI INTERDIOCESANI

Più che «Chiesa in uscita» la nostra è una Chiesa che conclusa la fase dell’amministrazione controllata pre-fallimentare si ritrova con gli ufficiali giudiziari alle porte per il sequestro degli stabili, dopo la bancarotta fraudolenta prodotta dal fantasioso concilio egomenico degli interpreti dello “spirito del concilio” in quella infausta stagione del post-concilio che fece dire al Santo Pontefice Paolo VI: «Col Concilio Vaticano II ci aspettavamo la primavera e invece è venuto l’inverno».

— Attualità ecclesiale —

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«Col Concilio Vaticano II ci aspettavamo la primavera e invece è venuto l’inverno» [cfr. Jean Guitton, Paolo VI segreto].

Capita sempre più spesso che vari vescovi italiani di cui sono amico e confidente si rivolgano a me. Se alcune volte riporto l’esperienza o le amarezze di alcuni di loro è solo perché i diretti interessati mi hanno chiesto di trattare quel tema, affinché si sappia quali disagi e situazioni si trovano ad affrontare i pochi buoni vescovi che ancora ci restano.

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Dinanzi a questioni molto delicate, non vige solo il detto «si dice il peccato ma non il peccatore», perché non va detto neppure il peccato. Essendo confessore di molti preti e non solo, mai direi che sono confessore di quello o quell’altro prete. Di necessità la segretezza va estesa oltre il contenuto della confessione stessa. Altrimenti si rischia di generare problemi come quel parroco svampito che durante una predica disse: «Oggi sono dieci anni che mi trovo tra di voi. Ricordo sempre il mio arrivo, la mia prima Santa Messa in parrocchia e anche la mia prima confessione, dove incominciai il ministero di confessore con un penitente che confessò il suo adulterio». Disse il peccato ma non il peccatore, cosa di cui il sindaco non fu felice, perché all’insaputa del parroco aveva sempre narrato ai paesani di essere stato il primo a confessarsi con lui. 

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Il vescovo in questione è stato uomo di grande esperienza pastorale, già da prima che fosse lanciato lo spot dei «pastori con l’odore delle pecore», il risultato del quale è stato che nel giro di poco tempo abbiamo visto preti radical chic con i vestiti da sartoria e i maglioncini di cashmere improvvisarsi dalla sera alla mattina «poveri per i poveri», giungendo in camaleontica gloria all’episcopato tra bastoni pastorali realizzati dai falegnami e croci pettorali ricavate dal pezzetto di legno di una barca affondata al largo di Lampedusa. E nei saluti finali delle loro lettere, anziché la frase «In Cristo Signore tuo …», abbiamo incominciato a leggere delle chiuse di questo genere: «In Cristo migrante … In Cristo povero tra i poveri …». Come dire: l’episcopato non mi basta, voglio pure il cardinalato. E a qualcuno è stato dato il cardinalato, tra croci pettorali di legno e cristi migranti.

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Come più volte ho detto, con tanto di richiamo alle puttane ― che al contrario di questi soggetti sono oneste e soprattutto coerenti ―, se domani avvenisse un cambio di rotta, preparatevi a vederli entrare nelle loro chiese cattedrali con sette metri di cappa magna e preziose mitrie settecentesche in damasco e gemme sulla testa. Come se nulla fosse stato, perché questo è lo stile delle persone senza ritegno e umana dignità, di cui persino le puttane sono invece dotate, al punto da precederci nel Regno dei Cieli, come ci ammonisce Gesù Cristo [cfr. Mt 21, 28-32].

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Il colloquio verteva sul problema del seminario cosiddetto inter-diocesano o regionale. Istituzioni delle quali ― ve lo preciso subito ― sono da sempre nemico dichiarato, perché ritengo che ogni vescovo debba avere la potestà e il diritto di formare i i suoi futuri presbiteri nella sua diocesi, fossero anche e solo due o tre seminaristi. Il vescovo in questione, oggi emerito, appena ordinato presbitero fu nominato vice-parroco di un anziano e santo confratello, di cui poi conservò sempre la foto-ricordo nel suo studio, prima come parroco, poi quando fu nominato vescovo ausiliare di una vicina diocesi, poi ancora quando divenne arcivescovo metropolita. A suo tempo aveva fatto gli studi necessari richiesti per la sacra ordinazione, senza mai conseguire nessuna specialistica e men che mai dottorati teologici. Avendolo conosciuto personalmente e a fondo, posso testimoniare che mai ho conosciuto in Italia, almeno per quanto mi riguarda, un pastoralista più competente, sapiente e illuminato di lui, soprattutto dietro le cattedre delle varie università ecclesiastiche.

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Da vescovo ausiliare viveva di fatto nel seminario diocesano, conosceva i seminaristi a uno a uno, li accudiva e li seguiva. Questi ex seminaristi, oggi tutti preti ultra cinquantenni, di lui parlano sempre con venerazione. Alcuni sono miei penitenti o diretti spirituali, perché fu lui che dinanzi alla richiesta a quale confessore o direttore spirituale rivolgersi, visti i tempi di vacche magre che stiamo vivendo li indirizzò a me. Quando mancano i giganti bisogna di necessità virtù accontentarsi dei nani che offre la piazza. 

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Infine la sede arcivescovile metropolitana, da lui mai desiderata ma quasi imposta. All’epoca si erano messi in lizza come auto-candidati due vescovi della regione, che non trovarono di meglio da fare che farsi guerra l’un l’altro per acquistare il favore della nomina. L’allora nunzio apostolico escluse a priori i due contendenti litigiosi portati avanti da due fazioni dei vescovi di quella regione e ne propose un terzo, quello che aveva mostrato come vescovo ausiliare prima, come vescovo diocesano dopo, le maggiori doti pastorali, che stava bene nella sua diocesi e che non aveva alcun desiderio di essere nominato a quella sede arcivescovile metropolitana.

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Promosso a quella sede metropolitana per prima cosa, come suo stile, mostrò tutta la sua disponibilità al clero e la sua particolare cura verso il seminario regionale. Finché un giorno, il giovane rettore, in modo quasi sibillino gli fece questo strano discorso: «Vede Eccellenza, questo nostro è un seminario regionale che accoglie i seminaristi dei vescovi di diverse diocesi. Lei è molto premuroso e presente, ma temo che questa assidua presenza potrebbe creare qualche malumore negli altri vescovi, che come lei non possono essere presenti in seminario». Presto detto: la nomina del rettore, del vice-rettore, dei padri spirituali, per seguire con gli insegnanti incaricati, erano decise dai vescovi della regione, ciascuno dei quali aveva qualche suo pupillo da piazzare. Insomma: una formazione al sacerdozio strappata ai vescovi e totalmente delegata come un assegno firmato in bianco a persone scelte da loro, in modo per così dire … collegiale. E qui sorge la prima domanda: da quando, in nome di una collegialità a dir poco male intesa, si impedisce a un vescovo di formare i propri futuri preti? A domanda segue domanda: i futuri preti, sono presbiteri del vescovo o sono “presbiteri regionali” di una non meglio precisata e intesa … collegialità?

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Prima di proseguire nel triste racconto desidero chiarire che gli scambi e i colloqui avvenuti tra questo vescovo e me risalgono a quasi dieci anni fa, all’epoca in cui lui decise di interpellarmi e scegliermi come confidente. Precisazione necessaria per chiarire che sia l’arcivescovo, sia la diocesi e la regione italiana legata a questi fatti non può essere individuata. Perché se così fosse non ne parlerei.

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In quegli anni questo vescovo mi lamentò che non solo doveva visitare con cautela il seminario della sua diocesi divenuto seminario regionale, perché c’era di più e di peggio: diversi vescovi della regione, considerandolo un cosiddetto “conservatore”, avevano nominato, in spirito di squisita collegialità, rettore e vice-rettore del seminario i presbiteri di altre due diocesi. Di un’altra diocesi era anche il preside della facoltà teologica e oltre la metà degli insegnanti, compresi docenti, sia preti che laici e laiche, ai quali mai questo vescovo avrebbe affidata la formazione dei propri futuri preti per i corsi del baccalaureato teologico. Mentre all’epoca i suoi seminaristi erano circa 15, quelli dei vescovi delle altre diocesi della regione variavano da uno a tre o quattro. E d’improvviso l’arcivescovo metropolita si ritrovò isolato ed estraneo in casa propria. Il tutto nel supremo nome di una non meglio precisata collegialità episcopale, beninteso.

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Dinanzi a questa situazione, perché non sollevò le dovute obbiezioni? Lo fece, ma eravamo già agli inizi del 2014, nella piena luna di miele dell’attuale pontificato improntato su «Chiesa povera per i poveri», «pastori con addosso l’odore delle pecore», «Chiesa ospedale da campo», «Chiesa in uscita» e via a seguire. Per tacitare qualsiasi vescovo o qualsiasi parroco bastava dire: «Non è in linea con le direttive pastorali di Papa Francesco», per finire condannati più o meno alla morte civile. Frase che ne ricordava tanto un’altra, una che in molti ci siamo sentiti dire in modo beffardo da degli emeriti e clamorosi ignoranti: «Ah, ma non sai che nella Chiesa c’è stato un Concilio?». Quante volte, ho risposto a coloro che confondevano il Concilio con il post-concilio degli stravaganti «interpreti dello spirito del concilio» che quanto cercavano di far passare non si trovava scritto e sancito in nessuno dei documenti del Vaticano II. Quante altre, ho castigato pretini trendy e laici clericalizzati, facendogli fare la figura degli ignoranti che erano, citandogli documenti e passaggi fondamentali del Vaticano II di cui ignoravano l’esistenza in nome del loro becero sfottò: «Ah, non sai che c’è stato un Concilio?».

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Lo so benissimo che c’è stato un Concilio, sul quale chiunque potrebbe interrogarmi trovandomi tutt’altro che impreparato sui suoi documenti, perché penso di sapere e poter dimostrare anche un’altra cosa, sfidando chiunque a smentirla: con il Concilio di Trento furono aperti i seminari e data una adeguata formazione al clero la cui massa versava in stato rasente finanche l’analfabetismo. In quella stagione si ebbe un fiorire di nuove congregazioni religiose, di grandi Santi educatori e pedagoghi, di grandi Santi della carità. Prese inoltre vita una grande attività missionaria e di evangelizzazione che portò la Chiesa a essere, dal fenomeno quasi esclusivamente europeo che era, veramente universale e sparsa per tutto il mondo. Questi sono stati i frutti storici del Concilio di Trento che nessuno può smentire, salvo negare dei dati storici incontrovertibili. Pur malgrado oggi, il Concilio di Trento e il termine “tridentino” è usato come sinonimo di spirito ottuso e retrivo, persino all’interno delle università ecclesiastiche, a riprova di quanto l’ignoranza sia andata al potere nella Chiesa attraverso le peggiori mistificazioni ideologiche e le più pericolose alterazioni dei fatti storici. 

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Veniamo adesso al Concilio Vaticano II, considerato da alcuni il concilio dei concili, roba dinanzi alla quale il primo concilio niceno e il primo costantinopolitano che fissarono dogmaticamente i fondamenti del depositum fidei a suo confronto ― che pure di nuovi dogmi non ne definì neppure mezzo ― sono stati quasi roba da dilettanti litigiosi, che non a caso si pigliavano pure a legnate nella Sala del Trullo quando discutevano sulla natura di Cristo che fu infine definito «generato non creato della stessa sostanza del Padre», non invece creatura creata come lo intendevano i vescovi ariani.

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I risultati storici oggettivi del Vaticano II sono stati questi: anzitutto la laicizzazione del clero e la clericalizzazione del laicato cattolico formato oggi da un esercito di ingombranti e moleste pie donne e di preti mancati a mezzo servizio scopo dei quali è fare solo confusione nelle strutture pastorali e rendere la vita dei parroci a volte quasi invivibile. Poi il progressivo spopolamento dei seminari diocesani e dei noviziati religiosi, gli stabili di molti dei quali sono stati venduti a società private, oppure convertiti in case di accoglienza o strutture alberghiere al giusto scopo di rendere in qualche modo redditizi degli stabili i cui costi di mantenimento sarebbero di per sé esorbitanti sia in manutenzione che in tasse [cfr. mio precedente articolo QUI]. Da molte piccole e medie diocesi le suore sono ormai scomparse e gli stabili dei loro ex istituti religiosi chiusi e convertiti ad altri usi. La maggioranza dei vescovi italiani non possono permettersi di avere un seminario diocesano perché è tutta grazia di Dio se riescono ad avere due o tre seminaristi al massimo. In quelle stesse diocesi, nella “cupa” epoca tridentina, di seminaristi ne avevano almeno venti o trenta, ma forse non erano autentiche vocazioni illuminate da quella “primavera dello Spirito” che per ammissione dello stesso Santo Pontefice Paolo VI fece calare sulla Chiesa l’inverno: «Col Concilio Vaticano II ci aspettavamo la primavera e invece è venuto l’inverno» [cfr. Jean Guitton, Paolo VI segreto].

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Sia chiaro: qui non si intende affatto discutere né sulla validità del Vaticano II, che era neppure necessario bensì indispensabile, né tanto meno sulla validità dei suoi documenti pastorali. Ciò sul quale bisognerebbe seriamente discutere con una lunga litania di mea culpa è ciò che del Concilio è stato fatto nella infausta stagione del post-concilio, quando in nome di un male inteso “spirito del Concilio” ciascuno ha finito per crearsi un concilio personale proprio, in testa a tutti quelli che i corposi e lunghi documenti del Vaticano II non li conoscono e non li hanno mai studiati. Fu per questo che in un mio libro del 2011 coniai il termine di concilio egomenico degli interpreti dello spirito del concilio nella stagione del post-concilio [cfr. E Satana si fece trino].

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Domanda semplice, di quelle destinate purtroppo a rimanere senza risposta, come capita quando si va a toccare il totem intangibile della cieca ideologia: è vero o no che dopo il Concilio di Trento i seminari sono stati aperti e sono fioriti nel corso dei tre secoli successivi, elevando il livello sia pastorale che culturale di quel clero che nella precedente stagione versava in stato pietoso, fatte salve poche eccezioni? È vero o no che dopo il Concilio Vaticano II, nei successivi cinquant’anni, i seminari si sono svuotati e progressivamente sono stati chiusi? È una domanda storica alla quale bisognerebbe rispondere con obbiettivo rigore storico, non con cieca ideologia. Basterebbe prendere i dati statistici del clero italiano del 1950 e confrontarli con quelli del 2022, scoprendo all’istante che più che dei dati sono dei bollettini di guerra. Esempio: diocesi che nel 1950 avevano un presbiterio composto da 1.000 presbiteri tra clero secolare e clero regolare per un numero di 350.000 battezzati, oggi, con un numero di battezzati pari a 700.000 hanno un presbiterio composto da 350 presbiteri. Poi, se andiamo a guardare le statistiche sull’età dei presbiteri, lì c’è da piangere sul serio. Prendo una diocesi italiana a caso. Anno 2021: età media dei presbiteri 70 anni, nuovi presbiteri ordinati 2, presbiteri defunti 18. Domanda: di questa e di altre diocesi italiane, che ne sarà nel giro di 10 o 15 anni? O qualcuno pensa davvero di risolvere il problema ormai irreversibile che batte inesorabile alle porte con la istituzione delle “accolitesse” che finiranno presto usate come preti-surrogato? [cfr. QUI]. Perché qualche vescovo particolarmente illuminato non ha trovato di meglio da fare che affidare a qualcuna di queste “accolitesse” delle parrocchie di provincia ormai da anni senza parroco. Perché è così che i nostri vescovi illuminati risolvono le cose.

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Dinanzi a queste domande che vertono in parte sulle conseguenze dello “spirito del Concilio” generato dai grandi “interpreti del Concilio”, in parte su dei dati che, ripeto, più che tali sono dei bollettini di guerra, la risposta dei vescovi e di certi preti, che come noto non hanno colpe, tanto sono impegnati nella ricerca delle colpe altrui, è presto data: «Tutta colpa della scristianizzazione delle società!». Bene, ma a questo punto alla domanda si aggiunge domanda: e la scristianizzazione di chi è colpa? Forse della Lega degli Anarchici Libertari Anticlericali? Perché da sempre si è cercato di scristianizzare, sin dagli albori dello stesso Cristianesimo, ma il sensus fidei ha prevalso su Decio, Diocleziano, Nerone … a seguire su Attila, poi sui maomettani che se nel 1571 avessero vinto a Lepanto la successiva settimana avrebbero issato il vessillo della mezzaluna sulla cattedra del Vescovo di Roma a San Giovanni in Laterano. E ancora a seguire: sui lanzichenecchi che misero a ferro e fuoco Roma nel XVI secolo, sui giacobini della Rivoluzione Francese, su Napoleone che prese Pio VII come un pacco e lo trasportò prigioniero in Francia, su Hitler, su Stalin … nessuno ce l’ha fatta. E se il sensus fidei è riuscito a prevalere e sopravvivere dinanzi a certi personaggi e stagione storiche, qualcuno mi spiega come mai è invece collassato proprio nella stagione di un post-concilio mentre soffiava a poppa e a prua il grande spirito del concilio dei concili?

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Torniamo adesso al buon vescovo che un giorno di quasi dieci anni fa ebbe con me quel colloquio doloroso, che proseguì con il problema delle sacre ordinazioni dei diaconi e dei presbiteri. Cominciò col dirmi che la situazione del seminario inter-diocesano voluto a quel modo dai vescovi della regione, con quell’impronta, quei formatori e quel genere di insegnamento, aveva creato la estraneità tra vescovo e seminaristi, tra i quali intercorreva solo una superficiale e cortese conoscenza. A breve avrebbe dovuto ordinare due diaconi, consapevole di come fossero stati allevati nel corso di tutto il ciclo formativo, non solo in antitesi all’impronta pastorale del loro vescovo giudicata troppo conservatrice, perché quei candidati avevano espresso più volte che a rincuorarli era il fatto che il loro vescovo aveva già compiuto settant’anni e che «cinque anni passano in fretta, grazie a Dio!». E fu lì che il vescovo mi chiese un parere, che non esitai a dargli dinanzi alla sua domanda molto esplicita: «Tu che cosa faresti al mio posto?». Risposi che avrei fatto la cosa doverosamente peggiore, senza manifestare disagio, ma improntando il tutto su principi sia di sacramentaria sia di coerenza. Mi feci un attimo vescovo al posto suo ― ossia mi calai nel suo ruolo ― e dissi che avrei preso i due spiegando che sia con loro che con qualsiasi altro candidato ai sacri ordini non era mia abitudine dichiarare la autenticità della vocazione, perché non l’ho mai fatto e mai lo farò. Anzi, ho sempre sorriso ogni volta che ho sentito attestare in toni trionfalistici: «Autentica e solida vocazione!». La vocazione rimane per gran parte un mistero e nessun vescovo o formatore può fare attestati di assoluta autenticità. Anche perché non si spiegherebbe come mai si sono verificati casi di presbiteri che hanno lasciato il sacerdozio anche dopo vent’anni, dichiarando e spiegando di avere «vissuto due decenni di illusioni» o di «avere compiuto una scelta sbagliata» perché «il sacerdozio non era la mia strada». Di sicuro non avevano una vocazione, perché una vocazione autentica e solida non si perde e non muore mai, può essere a un certo punto rifiutata o persino distrutta dalla libera volontà del presbitero, ma neppure difficoltà e sofferenze che possono persino valicare le capacità di umana sopportazione la possono annullare. Un presbitero veramente vocato al sacerdozio può anche compromettersi irreparabilmente la salute e andare incontro a morte prematura per i dolori inferti e sofferti, ma non lascerà mai il sacerdozio, perché il carattere che ha ricevuto lo ha trasformato ontologicamente, è indelebile ed eterno e gli ha conferita una dignità superiore a quella degli stessi Angeli di Dio.

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Ciò che un vescovo e dei formatori possono attestare è l’idoneità ai sacri ordini del candidato. Poi, se qualche vescovo o formatore riesce a leggere le più impenetrabili sfere delle coscienze, per di più nel complesso rapporto intimo e profondo tra Dio e l’uomo, benedetti siano loro per un simile dono così raro e speciale.

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Interpretando il ruolo del vescovo che parla con i candidati agli ordini sacri proseguo col dire che al posto suo avrei detto: … voi siete idonei a ricevere i sacri ordini perché nulla osta a che vi siano concessi. Però non posso essere io a ordinarvi diaconi e poi presbiteri per la Chiesa che attualmente governo. Non ritengo giusto e coerente che voi riceviate i sacri ordini da un vescovo che non stimate e di cui non condividete le linee pastorali. Chiariamo: al vescovo voi dovrete promettere filiale rispetto e devota obbedienza, non dovete promettergli né stima né apprezzamento per la sua opera pastorale, questo non è richiesto e previsto, né mai potrebbe esserlo, perché se ciò fosse sarebbe veramente aberrante. Resta però un fatto: per il presbitero la figura del vescovo consacrante è destinata a rimanere indelebile per tutta la vita. Durante il sacro rito si domanda «Prometti filiale rispetto e devota obbedienza a me e a tutti i miei successori?». Con la menzione dei «successori» si precisa implicitamente che domani il vescovo può essere un altro e poi un altro ancora. Ci sono presbiteri anziani che dopo il loro vescovo consacrante ne hanno avuti altri quattro o cinque. Pur malgrado il ricordo di colui che ti ha generato nel sacro ordine sacerdotale rimane per tutta la vita e incamminandosi verso la vecchiaia, più il tempo si allontana da quel lieto evento più diventa vivo e caro. Per poco possa valere la mia esperienza: il vescovo che mi accolse, che provvide alla mia formazione e infine mi consacrò presbitero, io l’ho venerato, rispettato e ubbidito. Aveva un carattere e un temperamento non facile e negli anni a seguire sono stato con lui anche duro nel rivolgergli meritate critiche e giudizi severi, ponendo in luce certi suoi gravi difetti, ma non sono mai venuto meno per un solo istante al mio affetto e alla mia gratitudine nei suoi riguardi. E tra i diversi presbiteri che ha ordinato, forse sono l’unico che celebra sempre Sante Messe di suffragio per la sua anima. Si chiamava Luigi Negri [1941-2021].

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Può capitare, ed è capitato, che un presbitero si ritrovi con un vescovo sgradevole, incapace e persino dannoso, al quale tributare in ogni caso filiale rispetto e devota obbedienza, pur non apprezzandolo né nutrendo alcuna fiducia e stima per lui, oppure avendola perduta in seguito. Diverso è però il discorso del vescovo consacrante, perché in quel caso, tra lui e l’ordinando deve essersi instaurato un rapporto di reciproca stima e fiducia. O come mi ha detto di recente il confratello  Simone Pifizzi, uno dei nuovi Padri della nostra Isola di Patmos: «Prima di ordinarmi diacono il Cardinale Silvano Piovanelli, Arcivescovo di Firenze,  mi disse: “quando durante il sacro rito ti chiederò di promettere filiale rispetto e devota obbedienza, dovremo guardarci molto bene negli occhi, perché quella promessa e quel legame sarà indelebile con me e con tutti i miei successori”». Grandi uomini e pastori come Silvano Piovanelli oggi ci mancano terribilmente, ci appaiono figure di una stagione che diventa sempre più lontana allo spuntare dei primi capelli bianchi sulle nostre teste, ma il loro solo ricordo ci è di conforto e speranza per vivere al meglio il nostro sacerdozio ministeriale.

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Apprezzare e stimare un vescovo non è né obbligatorio né tanto meno dovuto, però, se si è coerenti, da un vescovo che non si apprezza e non si stima sarebbe bene non farsi ordinare, perché in tal caso l’ordinando trasformerebbe il vescovo in una sorta di pubblico ufficiale che ratifica un atto burocratico, mentre dal canto suo il vescovo trasformerebbe la sacra ordinazione in un semplice atto burocratico da ratificare. E conclusi dicendo al vescovo: potresti dir loro che col tuo benestare e la garanzia di idoneità dei formatori possono rivolgersi a qualsiasi vescovo della regione che sarà ben disposto ad accoglierli. Credo infatti che sugli imbarazzi e i disagi, che poi divengono reciproci, non si debba passare sopra con diplomatica pelosità clericale, si affrontano e si trovano soluzioni.

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Mi prestò ascolto e con pastorale sapienza agì in tal senso. Poco dopo avvenne una lite scatenata dal rettore del seminario che osò rivolgersi al vescovo in questi toni perentori: «Lei li deve ordinare per la sua diocesi, punto e basta, altrimenti vanifica tutta la nostra opera formativa». Ribatté il vescovo: «Pensavo che i diaconi, poi a seguire i presbiteri, fossero diaconi e presbiteri del vescovo, non della equipe inter-diocesana del seminario». Furono presi, ordinati e incardinati da un altro vescovo nella sua diocesi, rivelandosi poi dei preti ingestibili sin dal primo anno di ministero sacerdotale, mentre a Roma si moltiplicavano le lamentele contro questo vescovo da parte di alcuni vescovi della regione e della cosiddetta equipe formativa del seminario regionale. Per inciso: un paio di anni dopo il rettore del seminario non poteva che essere nominato vescovo, dopo avere improntato la nuova formazione dei futuri preti a suon di visite nei campi profughi e nei campi rom. Non importa che questi futuri preti non conoscessero non dico le opere, ma nemmeno il nome dei più grandi Santi Padri e dottori della Chiesa, perché una puntata a un campo rom supplisce tutto e conferisce speciali doni di grazia dello Spirito Santo.

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Se di fatto viene tolta a un vescovo la facoltà di poter formare i propri diaconi e presbiteri come egli reputa giusto e opportuno per la sua diocesi, in nome di una collegialità episcopale molto male intesa, forse sarebbe opportuno chiudere definitivamente i pochi seminari che ci restano, la maggioranza dei quali disastrati e disastrosi. Evitando a questo modo di trasformare le diocesi in una via di mezzo tra liberi collettivi e cooperative sociali, con i vescovi ridotti e obbligati a ratificare capricci ed errori di presbiteri e laici. Più che una «Chiesa in uscita» la nostra è una Chiesa che conclusa la fase dell’amministrazione controllata pre-fallimentare si ritrova adesso con gli ufficiali giudiziari alle porte per il sequestro degli stabili, dopo la bancarotta fraudolenta prodotta dal fantasioso concilio egomenico degli interpreti dello “spirito del concilio” in quella infausta stagione del post-concilio che fece dire al Santo Pontefice Paolo VI: «Col Concilio Vaticano II ci aspettavamo la primavera e invece è venuto l’inverno». 

dall’Isola di Patmos, 22 novembre 2022

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Fede e scienza, un rapporto da sempre fecondo ma non facile, specie nel mondo dell’era digitale, nella diretta del 24 novembre alle ore 21

FEDE E SCIENZA, UN RAPPORTO DA SEMPRE FECONDO MA NON FACILE, SPECIE NEL MONDO DELL’ERA DIGITALE, NELLA DIRETTA DEL 24 NOVEMBRE ALLE ORE 21

Nel mondo smart, nella età digitale dove tutto è a portata di dito e di un click, fede e scienza hanno ancora un rapporto fecondo fra loro? C’è tra di loro un’armonia da riscoprire?

— Le video-dirette de L’Isola di Patmos —

Autore: Jorge Facio Lince Presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos

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il teologo domenicano Gabriele Giordano M. Scardocci, padre redattore de L’Isola di Patmos

In uno dei suoi interventi televisivi Padre Ariel S. Levi di Gualdo spiazzò gli ospiti presenti, intrisi di surreali “leggende nere medievali” e di conflitti tra “Chiesa e scienza”, dicendo: «La Chiesa è stata e tutt’oggi è madre della scienza». E con una breve battuta – come di necessità si deve fare negli spazi di un talk show – disse tutto l’essenziale.

La Chiesa “nemica” della ragione? Siamo seri e non scherziamo: le più grandi speculazioni logiche e razionali nascono e si sviluppano nell’ambito cattolico sino a giungere al loro culmine con la enciclica Fides et ratio (Fede e ragione) del Santo Pontefice Giovanni Paolo II.

Nel mondo smart, nella età digitale dove tutto è a portata di dito e di un click, fede e scienza hanno ancora un rapporto fecondo fra loro? C’è tra di loro un’armonia da riscoprire? Di questo tema se ne discuterà con Andrea Mameli, fisico e divulgatore scientifico, nella diretta di mercoledì 24 novembre alle ore 21:00.

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Tutti gli aggiornamenti e gli avvisi sulle successive dirette potrete trovarli nella colonna di destra della home-page de L’Isola di Patmos sotto la voce «Le dirette di Padre Gabriele».

Vi aspettiamo.

Dall’Isola di Patmos, 23 settembre 2022

 

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Suor Cristina e quelle povere Orsoline che non conoscono Socrate: «Meglio morire con il corpo sano per evitare la decadenza»

SUOR CRISTINA E QUELLE POVERE ORSOLINE CHE NON CONOSCONO SOCRATE: «MEGLIO MORIRE CON IL CORPO SANO PER EVITARE LA DECADENZA»

Le improvvide suore e la loro improvvida Superiora Generale non possono pensare di catapultare una giovane suora nel mondo dello spettacolo e poterlo poi gestire. Sarà questo mondo a gestire loro e divorarle senza neppure sputare l’osso.

— Attualità ecclesiale —

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Cristina Scuccia, ex Suor Cristina della Congregazione delle Suore Orsoline della Sacra Famiglia (per aprire il video cliccare sull’immagine)

Vi narro io la storia di Suor Cristina con tutta la severità che solo un prete riesce ad avere verso le congregazioni di certe suore. Cristina Scuccia è una siciliana graziosa e solare, oggi trentatré anni, dotata di una straordinaria voce. Diviene suora nelle Orsoline della Sacra Famiglia, congregazione di recente nascita fondata nel 1908 a Monterosso Almo da Arcangela Salerno per l’educazione della gioventù. Da Monterosso trasferirono la casa a Siracusa dove ebbero il riconoscimento dall’Arcivescovo metropolita Luigi Bignami nel 1915. Nell’immediato dopoguerra, nel 1946 furono riconosciute dalla Santa Sede come Congregazione di diritto pontificio.

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Come spesso capita alle numerose congregazioni femminili che non hanno un carisma come quello dei grandi ordini storici maschili e femminili ― perché null’altro sono che il duplicato di quello dei grandi fondatori riadattato alle personalità spesso egocentriche e narcisistiche di certi nuovi ideatori di nuove realtà religiose ― la loro sopravvivenza non supera mai i 100 anni di vita. Di queste congregazioni quelle messe meno peggio giungono a festeggiare il loro secolo di vita in stato di semi-agonia, ridotte ad alcune decine di vecchie suore più o meno incarognite alle quali delle religiose di mezza età ― dette giovani ― che spesso non sanno neppure cosa sia la vita religiosa, hanno messo i piedi sulla testa, facendole pentire dei loro peccati con quel genere di crudeltà femminile che solo le suore riescono ad avere ed esercitare. O come dissi una volta a una di queste suore-tipo mettendola in riga: «Sorella, lei è talmente cattiva e acida che se mettesse la punta di un dito dentro un bicchiere di latte lo farebbe diventare yogurt all’istante».

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Nel lontano ottobre 2014, all’esplodere del caso Suor Cristina scrissi un articolo al quale vi rimando e dove “profetai” l’ovvio: che avrebbe lasciato inevitabilmente la vita religiosa.

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Quando un presbitero lascia il sacerdozio, un religioso il suo ordine, una religiosa di voti solenni la sua congregazione, il quesito da porsi non dovrebbe essere dove abbiano sbagliato coloro che lasciano, ma dove hanno sbagliato certi vescovi e superiori maggiori religiosi. Ma com’è noto nella Chiesa, specie dinanzi a certi fallimenti, coloro che hanno partorito certi mostri si domandano sempre e di rigore dove hanno sbagliato gli altri, spiegando come e perché è tutta colpa degli altri.

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… e che nessuna, all’interno della Congregazione delle Suore Orsoline della Sacra Famiglia, si azzardi a dire che è colpa di Suor Cristina …

Le improvvide suore e la loro improvvida Superiora Generale non possono pensare di catapultare una giovane suora nel mondo dello spettacolo e poterlo poi gestire. Sarà questo mondo a gestire loro e divorarle senza neppure sputare l’osso.

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Cristina Scuccia è una gran brava ragazza che presa da impulso emotivo è entrata nella vita religiosa senza rendersi conto nell’arco di 15 anni cosa realmente fosse la vita religiosa. Ne sono prova 26 minuti di intervista rilasciati al programma Verissimo su Canale5.

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Conoscendo la malizia di certe suore è evidente che le povere svaporate abbiamo pensato di lanciare nel mondo dello spettacolo una loro consorella dotata di straordinarie doti canore per promuovere la loro agonizzante Congregazione ridotta a poco più di 50 religiose perlopiù in età avanzata e tornare così ad avere, sulla scia pubblicitaria di Suor Cristina, qualche nuova postulante nel loro noviziato ormai vuoto da anni e anni. O detta in termini più coloriti ma efficaci: certe suore pensano davvero di fottere il prossimo, salvo finire fottute da un prossimo molto più smaliziato e soprattutto molto più diabolico di loro.

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Un prete e una religiosa possono essere presenze gradite e anche preziose ai vari programmi di approfondimento giornalistico, io stesso ho partecipato a numerosi programmi Mediaset, come la mia cara e stimata Suor Anna Monia Alfieri. Ma si tratta di programmi in cui si discutono e approfondiscono temi di attualità o problemi sociali, storici e politici, dove Suor Anna Monia e io abbiamo rappresentato, lei come religiosa io come presbitero la Chiesa Cattolica e il suo pensiero, la sua dottrina e la sua morale, in modo preciso e dignitoso, non ci siamo messi a fare spettacolo. Un prete e una suora non si lanciano nel mondo dello spettacolo, perché non è consono a noi consacrati che possiamo esserne distrutti nel peggiore dei modi, come nel caso doloroso e drammatico di Suor Sorriso, che partì da una canzone di successo negli anni Sessanta e finì in tragedia divenendo prima alcolizzata e morendo infine suicida assieme alla propria amica.

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Negli ultimi anni le meravigliose opere realizzate da questa Congregazione di Suore Orsoline della Sacra Famiglia sono state principalmente due: hanno mutato gli stabili di due loro istituti che si trovano nell’Ortigia di Siracusa in centri benessere a cinque stelle. Strutture alberghiere gestite dalle suore e dalle quali in estate potete veder uscire tranquillamente una coppia di due uomini nord-europei che ostentano il loro bimbo giocattolo comprato da un utero in affitto, oppure due escort di lusso in trasferta, oppure un settantenne in vacanza con la sua nipotina di 25 anni. D’altronde, dire che tutto questo è male e peccato grave è compito di noi preti, mica delle suore che a certi peccatori mettono a disposizione una beauty farm? A proposito, mi domandavo se a Siracusa, antica e nobile Chiesa di fondazione apostolica c’è sempre un Arcivescovo che controlla l’attività e la vita degli istituti delle religiose che si trovano sul suo territorio canonico, o vige forse l’antico motto pecunia non olet?

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… e che nessuna, all’interno della Congregazione delle Suore Orsoline della Sacra Famiglia, si azzardi a dire che è colpa di Suor Cristina …

Dopo gli hotel le Orsoline segnano il successo di Suor Cristina che non è colpevole di avere affrontato la vita religiosa in modo leggero, dovevano accorgersene le sue formatrici, se non fossero state prese a gestire i centri benessere a cinque stelle.

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Ribadisco che la colpa non è di Suor Cristina ma delle suore, perché se scorrete il filmato che segue potrete vedere con i vostri occhi le suore presenti allo spettacolo The Voice Italia che saltano e strillano come delle assatanate. Queste immagini sono la prova plastica di chi è veramente la colpa. Delle sue improvvide consorelle che fanno il tifo in diretta dimenandosi pubblicamente in modo a dir poco indegno per delle vergini consacrate.  

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Siamo dinanzi all’ordinaria storia di una Congregazione collassata che attende la morte in un reparto di terapia intensiva, grazie a delle religiose che non hanno mai fatto tesoro della sapienza di Socrate: «Meglio morire con il corpo sano per evitare la decadenza». In caso contrario si trasformano i propri istituti in beauty farm e si tenta di raccattare qualche vocazione lanciando una giovane suora nel mondo dello spettacolo in modo scellerato. Perché com’è noto, dopo la tragedia giunge sempre il ridicolo della farsa grottesca. 

dall’Isola di Patmos, 22 novembre 2022

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Quella liturgia alla quale spesso si partecipa senza però conoscere il senso e il significato di ciò che si recita e si celebra. Cominciamo con un breve viaggio nei Prefazi del tempo di Avvento …

QUELLA LITURGIA ALLA QUALE SPESSO SI PARTECIPA SENZA PERÒ CONOSCERE IL SENSO E IL SIGNIFICATO DI CIÒ CHE SI RECITA E SI CELEBRA. COMINCIAMO CON UN BREVE VIAGGIO NEI PREFAZI DEL TEMPO DI AVVENTO …

L’Avvento, cercate di viverlo e celebrarlo nelle chiese, non sui social media. E se avete dubbi, o cose da chiarire, rivolgetevi a noi Sacerdoti, che per quanto inadeguati, peccatori, inetti e deludenti ― come in molti scrivono nei loro sfogatoi su Internet ― qualche cosa in più rispetto ai teologi improvvisati su Facebook e Twitter, state pur certi che la sappiamo e siamo in grado di offrirvela, sempre gratis et amor Dei.

— Pastorale Liturgica —

Autore
Simone Pifizzi

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PDF  articolo formato stampa

 

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Nota di Redazione: ai Padri de L’Isola di Patmos si è unito un nuovo redattore, il presbitero fiorentino Simone Pifizzi, pastoralista e liturgista [vedere QUI]

Molti sono i cattolici, anche quelli devoti e animati da sincera fede, ignari del significato delle parole pronunciate e dei gesti compiuti dal Sacerdote durante la Santa Messa. Il sacro rito che attraverso la Santa Messa rinnova il sacrificio incruento di Cristo è ricco di segni e simboli, ciascuno dei quali carico di un profondo significato teologico e mistagogico. Siccome è doveroso spiegare sempre ogni parola, ricordo che “mistagogia”, termine di derivazione greca, il cui significato è “iniziazione ai misteri”, nel lessico cristiano indica la scoperta della nuova vita di grazia che abbiamo ricevuto attraverso i Sacramenti. Il Catechismo insegna:

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«La liturgia è il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, insieme, la fonte da cui promana tutta la sua virtù. La catechesi è intrinsecamente collegata con tutta l’azione liturgica e sacramentale, perché è nei Sacramenti, e soprattutto nell’Eucaristia, che Gesù Cristo agisce in pienezza per la trasformazione degli uomini» [cfr. n. 1074]. La catechesi liturgica mira a introdurre nel mistero di Cristo (essa è infatti “Mistagogia”) in quanto procede dal visibile all’invisibile, dal significante a ciò che è significato, dai “sacramenti” ai “misteri” [cfr. n. 1075].

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Dicevo che la sacra liturgia è ricca di segni e simboli, ciascuno dei quali ha un profondo significato. Persino i silenzi o i cenni di reverenza del Sacerdote hanno un loro significato teologico e mistagogico. Per comprenderlo basterebbe ascoltare i maestri, anziché inseguire improbabili teologi e liturgisti che sproloquiano sui social media. Proviamo a chiarire il tutto con un esempio tratto dalla Prima Preghiera Eucaristica, anche detta Canone Romano. Nella prece in cui è fatto riferimento alla Comunione dei Santi il Sacerdote recita:

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«[…] In comunione con tutta la Chiesa ricordiamo e veneriamo anzitutto la gloriosa e sempre vergine Maria Madre del nostro Dio e Signore Gesù Cristo».

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Menzionando la Beata Vergine Maria il Sacerdote accenna un leggero inchino con il capo, quando poco dopo nomina Gesù Cristo, accenna un inchino più profondo. Perché? La ragione è racchiusa nelle parole stesse: la «Vergine Maria Madre» è creatura, ossia una creatura creata, che come tale si venera (da qui il leggero inchino), mentre Cristo è «nostro Dio e Signore», che non è creatura, ma «generato non creato della stessa sostanza del Padre», ossia è Dio, quindi lo si adora. Sono passaggi molto importanti, anche se non sempre noti agli apprendisti stregoni che da un giorno all’altro si sono messi a “giocare” con l’antico Messale di San Pio V e che non perdono occasione, nelle loro esasperazioni rasenti spesso la mariolatria, per dimostrare l’incapacità a distinguere il Dio incarnato, Seconda Persona della Santissima Trinità, dalla più pura delle creature,  che per quanto immacolata rimane comunque una creatura creata, con serena pace di chi la rivendica corredentrice, malgrado il netto rifiuto dei Sommi Pontefici, ultimi in ordine di serie Benedetto XVI e Francesco. Questa sostanziale distinzione tra “creatura” e “Dio”, nella sacra liturgia non è espressa con delle parole e men che mai con lezioni di teologia dogmatica, di cristologia o di mariologia, ma con due semplici inchini: uno leggero a Maria creatura creata, uno profondo, a Cristo Dio generato non creato, che non necessita di corredentori e corredentrici, come espresso in modo delicato da Benedetto XVI, in modo un po’ più “ruspante”, ma altrettanto incisivo e chiaro, da Papa Francesco [cfr. Catechesi sulla preghiera – Pregare in comunione con Maria].

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Detta in modo amabile: i Padri de L’Isola di Patmos, quando celebrano ed esercitano in tal modo il munus sanctificandi, sanno bene quel che fanno. Quando insegnano ed esercitano in tal modo il munus docendi, sanno bene ciò che insegnano. Senza bisogno di rendersi ridicoli dinanzi agli ascoltatori come quei fenomeni circensi che colmano le proprie gravi lacune teologiche facendo la lista dei dottorati teologici conseguiti. Beninteso, ogni riferimento è del tutto involontario, per non dire casuale …

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Nella liturgia è chiamato Prefazio la solenne lode che introduce la Preghiera Eucaristica e che ne costituisce introduttivamente la prima parte. Una preghiera che sia nel vecchio messale di San Pio V sia nel messale di San Paolo VI comincia in entrambi con un dialogo tra celebrante e fedeli:

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Il Celebrante: «Il Signore sia con voi». Il Popolo risponde: «E con il tuo spirito». Il Celebrante riprende: «In alto i nostri cuori». Il Popolo: «Sono rivolti al Signore». Il Celebrante (accennando un inchino con il capo) «Rendiamo grazie al Signore nostro Dio». E il Popolo conclude: «È cosa buona e giusta».

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Segue la parte recitata dal solo Celebrante, la cui sezione centrale varia assecondo la celebrazione, perché i prefazi sono numerosi e per questo variano dal Tempo Ordinario a quello di Quaresima, dall’Avvento al Natale, da Pasqua a Pentecoste, per seguire con altri “prefazi propri” usati nelle celebrazioni in memoria della Beata Vergine, dei Santi, dei Martiri, dei Defunti. Per questo la seconda parte è sempre variabile, perché il suo scopo è di spiegare, come una breve catechesi, il motivo per il quale si deve a Dio gloria e ringraziamento da parte di tutta la Chiesa universale. Prendiamo come esempio il III Prefazio della Beata Vergine Maria per comprendere questo elemento catechetico racchiuso nella sacra liturgia. Recita il testo:

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All’annunzio dell’Angelo, accolse nel cuore immacolato il tuo Verbo e meritò di concepirlo nel grembo verginale; divenendo madre del suo Creatore, segnò gli inizi della Chiesa.

Ai piedi della croce, per il testamento d’amore del tuo Figlio, estese la sua maternità a tutti gli uomini, generati dalla morte di Cristo per una vita che non avrà mai fine.

Immagine e modello della Chiesa orante, si unì alla preghiera degli Apostoli nell’attesa dello Spirito Santo.

Assunta alla gloria del cielo, accompagna con materno amore la Chiesa e la protegge nel cammino verso la patria, fino al giorno glorioso del Signore.

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Infine la parte finale, strutturalmente sempre uguale, salvo la differenza di poche parole da un Prefazio all’altro, il cui scopo è di introdurre il canto e l’acclamazione del Sanctus di tutto il Popolo di Dio riunito in assemblea:

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E noi, insieme agli Angeli e ai Santi,

cantiamo senza fine

l’inno della tua lode: Santo …

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Il tempo di Avvento nel quale stiamo per entrare ha una doppia caratteristica, come spiegano le normative liturgiche:

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«[…] è Tempo di preparazione alla solennità del Natale, in cui si commemora la prima venuta del Figlio di Dio tra gli uomini e, contemporaneamente, è il tempo in cui, attraverso tale ricordo, lo spirito viene guidato all’attesa della seconda venuta di Cristo alla fine dei tempi» [cfr. Norme generali per l’ordinamento dell’Anno liturgico e del calendario, n. 39].

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Lungo il corso dei secoli, il breve ma intenso Tempo liturgico “forte” dell’Avvento ha sempre conservato questi due grandi aspetti di preparazione alla celebrazione memoriale della nascita di Gesù Cristo nel tempo e di attesa del suo glorioso ritorno finale. Queste due dimensioni sono richiamate sia dai testi biblici che patristici utilizzati sia nella celebrazione eucaristica che nella Liturgia delle Ore. A questo periodo che segna il mistero della incarnazione del Verbo di Dio fatto uomo, dal quale prenderà vita la nuova rivelazione e il mistero di salvezza, proprio per la sua fondamentale importanza hanno dedicato scritti e predicazioni grandi Santi Padri e dottori della Chiesa. Potremmo citarne solo alcuni, da Sant’Ireneo di Lione [cfr. Inni, 1,88-95.99] a San Gregorio Magno [cfr. Omelie 1, 8], da San Bernardo di Chiaravalle [cfr. Discorso IV sull’Avvento 1. 3-4], per seguire in tempi più recenti con San Carlo Borromeo che spiega come il tempo di Avvento richieda di essere piamente santificato dagli uomini [cfr. Lettere Pastorali].

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Tra i tanti testi che arricchiscono la liturgia di questo Tempo liturgico, meritano attenzione particolare i Prefazi propri dell’Avvento, che costituiscono in sé stessi un vero e proprio itinerario liturgico–spirituale adatto ad arricchire la vita cristiana.

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Per il Tempo di Avvento, il Messale Romano italiano prevede quattro testi: i primi due (I e I/A) sono utilizzati dalla Prima Domenica di Avvento fino al 16 dicembre, i secondi (II e II/A) per i giorni rimanenti. I Prefazi I e I/A sottolineano in modo particolare la venuta finale di Cristo alla fine dei tempi, in quella che viene chiamata parusia. Gli altri due (II e II/A) sono un invito a preparare cuore e mente alla celebrazione della sua prima venuta, pur non perdendo di vista la sottolineatura fatta nei primi due.

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Veniamo ora ai testi, ovviamente prendendo in esame soltanto la “parte mobile” ovvero la seconda parte del Prefazio, quella che prima abbiamo indicata e definita come catechetica.

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Nel I Prefazio d’Avvento è annunciata la duplice venuta di Cristo con queste parole:

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«Al suo primo avvento nell’umiltà della condizione umana egli portò a compimento la promessa antica e ci aprì la via dell’eterna salvezza. Quando verrà di nuovo nello splendore della gloria, ci chiamerà a possedere il regno promesso che ora osiamo sperare vigilanti nell’attesa».

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Il titolo già esprime tutto il significato di questo Tempo Liturgico: memoria della prima venuta di Cristo nella carne e attesa del suo ritorno glorioso. Nella prima parte risaltano tre passaggi importanti: la sottolineatura dell’abbassamento del Figlio di Dio, che richiama subito alla memoria il celebre inno cristologico:

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«Cristo Gesù, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò sé stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò sé stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce» [Fil 2,5-8].

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Segue il “compimento della promessa antica”. Gesù, con la sua Incarnazione, dà compimento ultimo e definitivo a tutte le profezie e le promesse fatte ai Padri in tutto il Primo Testamento. O per dirla con il solenne esordio della lettera agli Ebrei:

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«Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai Padri per mezzo dei Profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha costituito erede di tutte le cose e per mezzo del quale ha fatto anche il mondo» [Eb 1, 1-2].

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Infine, nella conclusione, l’apertura definitiva ― operata da Colui che si presenterà come Via, Verità e Vita [cfr. Gv 14, 6] ― della eterna salvezza e della vita senza fine. La seconda parte ci sposta alla fine dei tempi, dove l’umiltà sarà sostituita dalla gloria. In questa gloria, eterna e definitiva il Verbo introdurrà tutti coloro che credono in lui e che con speranza, già in questa vita, guardano a questo momento.

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Vorrei sottolineare la presenza di questi due verbi che ci riguardano: uno al futuro ― «ci chiamerà a possedere» e uno al presente ― «osiamo» che dicono il “già e non ancora” in cui ogni credente è inserito con il Battesimo e che si rinnova in ogni celebrazione eucaristica e in ogni segno sacramentale.

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Nel Prefazio I/A si celebra Cristo, Signore e giudice della storia, attraverso queste parole di lode:

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«Tu ci hai nascosto il giorno e l’ora in cui il Cristo tuo Figlio, Signore e giudice della storia, apparirà sulle nubi del cielo rivestito di potenza e splendore. In quel giorno tremendo e glorioso passerà il mondo presente e sorgeranno cieli nuovi e terra nuova. Ora egli viene incontro a noi in ogni uomo e in ogni tempo, perché lo accogliamo nella fede e testimoniamo nell’amore la beata speranza del suo regno».

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In questo testo tutto è proiettato sulla venuta finale del Cristo glorioso. Il linguaggio è solenne ed enfatico: «Signore e giudice», «rivestito di potenza e splendore», «in quel giorno tremendo e glorioso». Questo «non ancora» è tuttavia messo a confronto con il presente, in cui ogni credente è chiamato a riconoscere la venuta di Cristo nel volto del fratello che incontra nella vita di ogni giorno nell’esperienza delle tre Virtù Teologali qui esplicitamente richiamata: Fede, Speranza e Carità. La Speranza, tipica Virtù dell’Avvento, si accoglie con Fede e si testimonia con una Carità autentica.

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Nel Prefazio II abbiamo le due attese di Cristo raffigurate e spiegate con queste parole:

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«Egli fu annunciato da tutti i profeti, la Vergine Madre l’attese e lo portò in grembo con ineffabile amore, Giovanni proclamò la sua venuta e lo indicò presente nel mondo. Lo stesso Signore, che ci invita a preparare con gioia il suo Natale, ci trovi vigilanti nella preghiera, esultanti nella lode».

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Testo didattico straordinario che sintetizza tutta la storia della salvezza in preparazione alla venuta del Figlio di Dio nella carne: l’annuncio profetico, la Santa gestazione della Vergine, la predicazione e la testimonianza del Battista e che non solo annuncia la venuta del Signore ma che ha anche la grazia di vederne la realizzazione. Il credente è invitato a rallegrarsi perché Gesù è già presente e questa presenza possiamo sperimentarla sia nella preghiera personale, come «viglianti nella preghiera» sia in quella liturgica, ovvero: «esultanti nella lode».

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Il Prefazio II/A si incentra su Maria nuova Eva, chiarendo quello che è il ruolo a ella affidato da Dio nel mistero della salvezza, o come suol dirsi nella economia [dal greco οἰκονομία] della salvezza:

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«Noi ti lodiamo, ti benediciamo, ti glorifichiamo per il mistero della Vergine Madre. Dall’antico avversario venne la rovina, dal grembo verginale della figlia di Sion è germinato colui che ci nutre con il pane degli angeli e sono scaturite per tutto il genere umano la salvezza e la pace. La grazia che Eva ci tolse ci è ridonata in Maria. In lei, Madre di tutti gli uomini, la maternità, redenta dal peccato e dalla morte, si apre al dono della vita nuova. Dove abbondò la colpa, sovrabbonda la tua misericordia in Cristo nostro salvatore».

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Il testo di questo Prefazio d’impronta mariana ci porta direttamente alla contemplazione della Vergine Madre di Dio: Maria Santissima, protagonista per eccellenza degli ultimi giorni del Tempo di Avvento. Maria viene messa in parallelo con Eva, usando la categoria della “maternità”. Dal grembo di Eva ― tentata dell’Antico Avversario, il serpente ― è scaturita un’umanità segnata dall’esperienza del peccato, una vera e propria “rovina”. Maria è la nuova Eva, la Madre di un’umanità nuova, non tanto e non più in senso biologico ma spirituale. Se da una parte è pur vero che tutti siamo uomini nati in una carne segnata dall’esperienza del peccato, l’Incarnazione del Verbo Divino ― qui indicato squisitamente con due immagini dal forte sapore biblico: «pane degli angeli» e «germoglio» ― spalanca davanti a noi il dono della Redenzione e di una vita nuova, divina e spirituale. Nell’ultimo periodo risuonano quasi alla lettera le parole dell’Apostolo Paolo:

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«La legge poi sopraggiunse a dare piena coscienza della caduta, ma laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia, perché come il peccato aveva regnato con la morte, così regni anche la grazia con la giustizia per la vita eterna, per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore». [Rm 5, 20-21].

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Questo è ciò che dovremmo sempre ricordare anche noi, in ogni momento della nostra vita, soprattutto quando sentiamo il peso delle nostre mancanze, delle nostre colpe, quando la vita sembra una litania di fallimenti e anche quando la fede stessa rischia di vacillare per cause interne ed esterne a noi stessi. Perché su tutto, anche sul peccato, sovrabbonda la sua infinita misericordia, il suo amore.

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Meditiamo con attenzione questi testi che la Chiesa Madre ci dona per prepararci al Natale del Signore e molto più al nostro incontro personale con Lui, quando lo vedremo non più come in uno specchio, ma faccia a faccia, e lo conosceremo così come ora siamo da Lui riconosciuti [cfr. 1 Cor 13, 12].

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Chiudo con una raccomandazione: l’Avvento, cercate di viverlo e celebrarlo nelle chiese, non sui social media. E se avete dubbi, o cose da chiarire, rivolgetevi a noi Sacerdoti, che per quanto inadeguati, peccatori, inetti e deludenti ― come in molti scrivono nei loro sfogatoi su Internet ― qualche cosa in più, rispetto ai teologi improvvisati su Facebook e Twitter, state pur certi che la sappiamo e siamo in grado di offrirvela, sempre gratis et amor Dei.

Firenze, 17 novembre 2022

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Seguite le dirette de L’Isola di Patmos sul canale “Jordanus” del Club Theologicum” condotte dal nostro teologo domenicano Gabriele Giordano M. Scardocci

SEGUITE LE DIRETTE DE L’ISOLA DI PATMOS SUL CANALE JORDANUS DEL CLUB THEOLOGICUM CONDOTTE DAL NOSTRO REDATTORE DOMENICANO GABRIELE GIORDANO M. SCARDOCCI

I Padri de L’Isola di Patmos sono lieti di mettervi a disposizione delle dirette su importanti e interessanti temi di dottrina e di fede. Iscrivetevi numerosi e soprattutto partecipate, se veramente cercate ciò che a parole sui social media dite di cercare. 

— Le video-dirette de L’Isola di Patmos —

Autore:
Jorge Facio Lince
Presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos

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il teologo domenicano Gabriele Giordano M. Scardocci, padre redattore de L’Isola di Patmos

La principale lamentela: «… i preti non fanno catechesi … i preti non non spiegano più le Sacre Scritture … i preti non predicano bene … i preti, i preti, i preti …». Questo è ciò che leggiamo sui Social Media in un susseguirsi di lamentazioni senza fine.

A certi lamentatori possiamo dare anche parzialmente ragione, ma bisogna precisare: e quando i preti si danno da fare per offrirvi sostegno spirituale, catechesi e omelie, la reazione dei “lamentosi” quale è? Purtroppo i fatti dimostrano che invece di cogliere al volo certe opportunità, rimangono sui social media a lamentare: «… i preti non fanno catechesi … i preti non non spiegano più le Sacre Scritture … i preti non predicano bene … i preti, i preti, i preti …».

Padre Gabriele Giordano Maria Scardocci nostro redattore e teologo domenicano offre un prezioso servizio a tutti quelli che — perlomeno a parole — si dichiarano “orfani” delle buone catechesi, della parola di Dio e della sana e profonda predicazione. Intendete iscrivervi, collegarvi e seguire, oppure preferite rimanere sui social media a lamentare: «… i preti non fanno catechesi … i preti non non spiegano più le Sacre Scritture … i preti non predicano bene … i preti, i preti, i preti …».

Dai numeri, a volte soddisfacenti a volte impietosi, ma soprattutto reali, potremo capire quanto e in che misura certi “orfani” sono alla vera ricerca oppure se ciò che ricercano è solo pane, circo e tanto pettegolezzo sensazionalista, complottista e scandalista. Posto che la Parola di Dio non è né sensazionalista, né complottista, né scandalista. Ma soprattutto offre la verità del Mistero della Croce, non offre: Pane&Circo.

Per seguire la diretta potete cliccare sull’immagine sotto domani sera alle ore 21, dove i Padri de L’Isola di Patmos vi aspettano per parlarvi sul tema: «Il ritorno del Re»:

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Tutti gli aggiornamenti e gli avvisi sulle successive dirette potete trovarli sulla destra della home-page de L’Isola di Patmos sotto la voce «Le dirette di Padre Gabriele».

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Vi aspettiamo.

Dall’Isola di Patmos, 15 settembre 2022

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Gesù Cristo era povero? Il problema di una male intesa «Chiesa povera per i poveri» e il grande problema del patrimonio immobiliare ecclesiastico

GESÙ CRISTO ERA POVERO? IL PROBLEMA DI UNA MALE INTESA «CHIESA POVERA PER I POVERI» E IL GRANDE PROBLEMA DEL PATRIMONIO IMMOBILIARE ECCLESIASTICO

Chi per crassa ignoranza, chi per anticlericalismo becero, chi per ideologia o piacioneria clericale parla di un Gesù povero ridotto a un figlio dei fiori squattrinato, annuncia un falso Cristo mai esistito che non corrisponde alle cronache storiche narrate e trasmesse dagli Evangelisti.

— Attualità ecclesiale —

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I presbiteri partenopei Vincenzo Doriano De Luca (destra) direttore della rivista diocesana Januarius e Franco Cirino (sinistra) economo dell’Arcidiocesi di Napoli – cliccare sull’immagine per aprire il video

Alcuni Lettori hanno fatto notare che scrivo articoli «interessanti e chiari, ma troppo lunghi». Qualcuno ha precisato: «Nell’era dei social media gran parte delle persone non leggono oltre la decima riga». Ebbene vi dico che L’Isola di Patmos è un po’ un miracolo. Dall’ottobre del 2014 a oggi i visitatori sono sempre aumentati senza mai calare. Nel 2016 abbiamo dovuto acquistare un server-dedicato in grado di reggere oltre venti milioni di visite all’anno. Come spiega la nostra webmaster il successo non è dovuto ai numeri di visite ma al tempo medio di permanenza all’interno del sito, che è molto elevato. Pertanto, coloro che non vanno oltre le dieci righe, non costituisco il pubblico al quale i Padri de L’Isola di Patmos intendono rivolgersi.

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Adesso offrirò un lungo articolo a coloro che non intendono spiegare e risolvere temi complessi e articolati sul piano storico, ecclesiale, pastorale, economico e finanziario con tre righe “sparate” su Twitter mentre camminavano per strada o erano in fila alla cassa del supermarket nell’attesa di pagare.

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Nella puntata di Report del 7 novembre in onda su Rai2 è stata realizzata un’intervista a due presbiteri partenopei: Franco Cirino, economo dell’Arcidiocesi di Napoli e Vincenzo Doriano De Luca direttore della rivista diocesana Januarius. L’economo ha dimostrata una preparazione straordinaria sul piano ecclesiale-pastorale ed economico-finanziario. Vi invitiamo ad ascoltare questa intervista, è molto interessante e chiarificatrice per comprendere come funzioni realmente la non facile gestione del patrimonio ecclesiastico. 

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Tratterò questo tema su due diversi versanti illustrando prima, le attuali difficoltà di gestione del patrimonio ecclesiastico, poi il senso vero e autentico di «povertà» e di «Chiesa povera» secondo i Santi Vangeli. Quello della povertà della Chiesa è un concetto caro ai fricchettoni della Sinistra radical chic con i super-attici ai Parioli e le ville a Capalbio, amena località di extra lusso nella bassa Maremma toscana dove, quando si paventò di ospitare un po’ di migranti da distribuire per i vari Comuni d’Italia, i primi a sollevarsi furono proprio i piddini coi conti a sei zeri che in quella amena località esclusiva bivaccano, salvo rivendicare lo ius soli e i porti aperti allo sbarco di chiunque giunga sulle nostre coste, purché non giunga però davanti alle porte delle loro ville [cfr. QUI, QUI, QUI …].

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Per comprendere veramente bisogna fare un passo indietro, sempre rivolgendosi a coloro che desiderano sapere, quindi leggere, non a quelli che al decimo rigo saltano oltre. Partiamo dal 1850, anno in cui furono varate le Leggi Siccardi che sancivano la separazione tra Stato e Chiesa nel Regno di Sardegna, la numero 1013 del 9 aprile e la numero 1037 del 5 giugno, che soppressero i privilegi concessi in precedenza alla Chiesa, come già avvenuto in altri Paesi europei nel periodo immediatamente successivo alla Rivoluzione Francese. Leggi poi estese agli altri territori italiani conquistati dai piemontesi tra il 1848 e il 1861. Seguirono la Legge Rattazzi n. 878 del 29 maggio 1855 e le Leggi eversive n. 3036 del 7 luglio 1866 e n. 3848 del 15 agosto 1867. Dopo il 20 settembre 1870 che segnò la presa di Roma e la definitiva unità del Regno d’Italia, furono infine estese a tutto il territorio nazionale.

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Inutile a dirsi: il soggetto che passeggiando per strada o in fila alla cassa nell’attesa di pagare, invia twett per pontificare in tre righe sulle più complesse questioni storiche o storico-ecclesiali, del tipo «la Chiesa è ricca e possiede la metà degli immobili italiani» (!?), oppure «il Vaticano possiede i più grandi giacimenti d’oro del mondo» (!?), non può certo seguire questo nostro discorso, perché nel tempo che perderebbe a leggere una sola pagina, avrà già twittato perlomeno dieci sapienti messaggi all’incirca simili per spargere le sue perle di saggezza. E all’uscita dal supermarket, sempre impegnato tra un tweet e l’altro, camminando per strada non si renderà conto né si chiederà come mai certi stabili storici che una volta erano abbazie, certose, monasteri e istituti religiosi, oggi sono caserme, scuole, uffici pubblici. Semplice a spiegare: quelle strutture, tra il 1848 e il 1870 furono confiscate alla Chiesa, sbattuti fuori monaci, monache e preti, poi trasformate in caserme, ospedali, uffici pubblici. Molte piccole chiese di proprietà di istituti religiosi o confraternite, una volta requisite divennero magazzini, garage, officine, pezzi di abitazioni private. E qui è d’obbligo un inciso, uno dei tanti tra quelli che mai troverete sui libri di storia, perché il Risorgimento Italiano è tutt’oggi un mito costruito a tavolino dalla propaganda ideologica. L’opera di confisca per la destinazione di quegli stabili ad altro uso, costituì nel corso di tutto l’Ottocento italiano il più grande e immane scempio del patrimonio artistico nazionale. Presto detto: trasformare una certosa o un monastero del XII o XIII secolo, arricchita nel corso del tempo di opere d’arte, sculture, affreschi, marmi pregiati lavorati, per adibirla a caserma, comporta di necessità la irreparabile distruzione di un patrimonio d’arte. Lo avete trovato mai scritto sui libri di storia a uso scolare in cui si spiegano solo le indiscusse glorie del Risorgimento Italiano? In ogni caso, anche se sui libri non è scritto, l’opera di questi immani scempi è tutt’oggi visibile sotto i nostri occhi, a partire da Roma per seguire con tutte le altre grandi e piccole città italiane, basterebbe distogliere gli occhi dai social media e guardarsi attorno quando si cammina per le strade delle città italiane. Soprattutto, come cittadini, bisognerebbe essere al corrente, non altro per puro senso civico, che la gran parte delle chiese storiche e degli istituti religiosi che oggi vediamo, non sono di proprietà delle diocesi italiane, ma dello Stato. Per la loro gestione esiste anche un apposito ufficio gestito dal Ministero dell’Interno che si chiama FEC (Fondo Edifici di Culto). E qui andrebbe aperta una parentesi su un altro argomento che però non possiamo trattare in questa sede, per spiegare a certi laicisti che tuonano contro L’Otto per Mille alla Chiesa Cattolica che con questa contribuzione, chi veramente ci guadagna, non è la Chiesa ma lo Stato. Si provi a pensare che lo Stato debba gestire, conservare e tutelare certe grandi chiese e basiliche storiche di sua proprietà, restituite dopo la confisca alla Chiesa in comodato d’uso affinché qualcuno provvedesse alla loro tutela e conservazione. Stabili oggi custoditi da Congregazioni Religiose o dal Clero Secolare delle varie diocesi, che si avvalgono dell’aiuto di devoti fedeli cattolici che prestano servizio gratuito come volontari. Domanda: quanto costerebbe allo Stato dover conservare e custodire certi grandi, preziosi e importanti stabili storici di alto valore artistico? Di quanto personale stipendiato avrebbe bisogno, quanti addetti alle pulizie, quanti guardiani? Dunque, alla resa dei conti, sul tanto recriminato Otto per Mille, chi è che veramente ci guadagna? 

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Appena un ventennio dopo, a partire dal 1890, i governi del Regno d’Italia, per quanto ferocemente anticlericali, spedirono i loro funzionari con in mano le chiavi di molti istituti e chiese storiche a supplicare i vescovi diocesani, i monaci e le monache, i religiosi e le religiose alle quali erano stati confiscati pochi decenni prima, affinché se li riprendessero in … comodato d’uso gratuito (!?). Infatti, il buon Stato liberal-risorgimental-anticlericale, presto si trovò a fare i conti con un enorme patrimonio di immobili storico-artistici che non potevano essere trasformati tutti quanti in caserme, scuole, ospedali, uffici pubblici, sedi universitarie … Molte di queste chiese storiche ed ex istituti religiosi si trovavano in zone periferiche, alcune abbazie, certose, monasteri e conventi erano in zone isolate e difficilmente controllabili. Una volta requisiti e chiusi, prima questi furono saccheggiati, poi presero a versare in stato di abbandono. Ovunque, in particolare nel Meridione d’Italia, erano avvenute grandi razzie di opere d’arte. Fittissimo il commercio di ladri e mercanti d’arte con gli Stati Uniti d’America, che in quegli anni acquisirono la gran parte delle opere conservate tutt’oggi nei loro musei. Il tutto sempre a riprova delle grandi glorie storiche taciute del Risorgimento Italiano che deve rimanere mito, leggenda e ideologia.

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L’Ottocento italiano è stato anche il secolo dei grandi Santi della carità, educatori e pedagoghi, di cui sono emblema San Giovanni Bosco con la Congregazione dei Salesiani e delle Figlie di Maria Ausiliatrice. Sempre nel Piemonte Maria Enrichetta Dominici dette vita col patrocinio del Marchese di Barolo alle Suore della Provvidenza, che prenderanno poi nome di Suore di Sant’Anna, impegnate nell’assistenza e nell’educazione delle orfanelle. Il romano San Vincenzo Pallotti fondò l’Apostolato Cattolico, dinanzi al quale tutti i nobili romani aprivano i portafogli, non altro per toglierselo di torno, tanto era insistente quando cercava fondi per le opere di carità a beneficio di orfani e anziani. San Giuseppe Benedetto Cottolengo, fondatore dell’opera della Divina Misericordia, si prese cura di bambini e anziani affetti da gravi disabilità fisiche. La fondazione di questi istituti e opere proseguì anche nel corso del Novecento con San Giovanni Calabria che fondò i Poveri Servi e Serve della Divina Provvidenza, al quale si deve la fondazione dell’Ospedale Sacro Cuore di Verona, oggi centro di eccellenza a livello europeo. E molti altri Santi fondatori e fondatrici.

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Tutte queste strutture dedite all’assistenza di orfani, bambini di famiglie povere, anziani ammalati privi di sostentamento e disabili, per seguire con tutta la rete di asili per l’infanzia e di scuole gestite da numerose congregazioni religiose, costituivano anzitutto un servizio non indifferente allo Stato, che requisì perlopiù solo gli istituti di vita contemplativa dopo averli dichiarati «parassitari». Ovviamente nessuno poteva spiegare al legislatore di allora ― forse a quello di oggi ancora di più ― che certe opere apostoliche di vita attiva erano sostenute dalla vita contemplativa dei monaci e delle monache che consumavano le loro esistenze in preghiera e penitenza nelle clausure e che costituivano il carburante per far funzionare i motori dei grandi Santi e delle grandi Sante della carità.

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Tra l’Ottocento e il Novecento, in un’Italia nella quale il tasso di natalità era ben altro e ben più alto, grazie alle donazioni di molti ricchi benefattori furono costruiti istituti enormi, alcuni erano vere e proprie cittadelle. Tra gli anni Venti e gli anni Trenta del Novecento furono costruite colonie marine e montane in grado di ospitare sino a 3.000 bambini. Strutture faraoniche erette in anni nei quali non tanto la costruzione, ma la manutenzione e la conservazione di certi edifici aveva tutt’altri costi. Numerosi anche gli istituti per l’infanzia abbandonata, i cosiddetti orfanotrofi. Altrettanto numerosi quelli in cui erano accolti e assistiti i bambini disabili. Tutto questo avveniva in anni nei quali non eravamo ancora civili. Quando infatti nel 1978 si ebbe la «grande conquista sociale» della legge sull’aborto legalizzato che dette vita a questo «grande e intangibile diritto civile» [cfr. Ivano Liguori, QUI], le madri potevano andare direttamente negli ospedali a comminare legalmente la pena di morte ai propri figli. E così, a poco a poco, gli orfanotrofi sono stati definitivamente chiusi, in parte per il calo delle natività e in parte per l’aborto legalizzato. Mentre i bimbi affetti da sindrome di Down o da altre forme di disabilità sono sempre più rari a vedersi, perché possono essere ammazzati prima di nascere, in questo nostro Paese che ripudia la guerra e la pena di morte a suon di arcobaleni, salvo però fare guerra alla vita e comminare la pena di morte ai propri figli, a quelli non voluti e a quelli ritenuti non fisicamente perfetti. 

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Grazie all’impulso dato dal Concilio di Trento (1545-1563) la Chiesa aveva già vissuto analoga stagione felice tra fine Cinquecento e inizi Seicento con la nascita di numerosi istituti di cosiddetta vita apostolica. Risale a quell’epoca la nascita di tutte quelle congregazioni religiose maschili e femminili ― poi divenute numerose nei successivi tre secoli ―, impegnate nell’educazione, nell’assistenza dell’infanzia, nella cura degli anziani, degli ammalati e dei disabili. Nuove forme di vita religiosa che andavano dall’Ordine della Compagnia di Gesù di Sant’Ignazio di Loyola all’Ordine Ospedaliero dei Fatebenefratelli di San Giovanni di Dio, dalla Congregazione della Compagnia dell’Oratorio di San Filippo Neri alle Dame ospedaliere di San Vicenzo de’ Paoli, le Figlie della Carità.

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Al calo delle nascite si unisce quello delle vocazioni alla vita sacerdotale e religiosa. Molte Congregazioni di suore, sino a mezzo secolo fa fiorenti, oggi sono sempre più ridotte in numero e composte da religiose in età sempre più elevata. Le suore stanno ormai scomparendo da molte medie e piccole diocesi italiane, con notevoli riduzioni di numeri anche in quelle grandi e la conseguente progressiva chiusura di asili, scuole e istituti. Presto detto: come impiegare certi stabili storici di pregio nei centri delle città, oppure in luoghi singolari o strategici, per esempio di fronte al mare o in zone turistiche di montagna, o in zone collinari e di campagna divenute ai nostri giorni particolarmente esclusive? Sicuramente vendendole, oppure concedendole in locazione a società alberghiere. Monetizzare o rendere in qualche modo redditizie queste strutture non più utilizzabili agli scopi per i quali furono costruite, vuol dire ricavare il danaro necessario per sostenere altri generi di opere caritative o assistenziali di tutt’altre dimensioni, più necessarie e adeguate alle esigenze della società contemporanea, che di certo non è più quella degli anni Venti o Trenta del Novecento.

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Ci vuole tanto a capire questo, anziché urlare alle «vergognose speculazioni immobiliari della Chiesa», o anziché lanciare in un servizio sul settimanale L’Espresso la notizia totalmente falsa sulla Chiesa che a dire di certi giornalisti di pseudo-inchiesta non pagherebbe le tasse sugli immobili? Falso. La Chiesa paga da sempre le tasse sugli immobili dalle quali sono esentati solo gli edifici di culto e quelli delle istituzioni assistenziali e caritative [cfr. vedere in Avvenire, QUI]. O ignorano forse, i firmatari di queste periodiche inchieste pubblicate una tantum su L’Espresso, che anche i circoli dell’Arcigay non pagano le tasse perché riconosciuti come associazioni di pubblica utilità sociale in quanto preposte a diffondere il gender e le istanze delle lobby LGBT? Se certe Congregazioni di suore non avessero trasformato alcuni loro istituti non più utilizzabili in hotel più o meno di lusso, da dove tirerebbero fuori i soldi per sostenere altri generi di attività caritative e assistenziali in Italia o in vari Paesi poveri in giro per il mondo? Ai redattori de L’Espresso, che nel corso degli anni ci hanno bombardati con articoli rasenti la ferocia anticlericale, oltre alla gratuita menzogna, comprendere questo, è proprio così difficile? 

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Il tema trattato nella puntata di Report, resa ottima dai nostri confratelli partenopei Franco Cirino e Vincenzo Doriano De Luca, oltre a un meraviglioso Cardinale Crescenzio Sepe che incalzato in modo insistente da un pruriginoso giornalista lo ha mandato bellamente a farsi fottere [cfr. QUI] ― e ha fatto benissimo a farlo ― , verteva in parte sul numero di chiese storiche presenti nel centro storico di Napoli, circa mille, di cui solo il 15% di proprietà dell’Arcidiocesi di Napoli, in parte sul caso della Cittadella Apostolica fondata nel dopoguerra dal presbitero Gaetano Cascella con le donazioni di vari benefattori e lasciata in eredità all’Arcidiocesi di Napoli nel 1979. Una enorme struttura caritativa eretta a Pozzuoli di fronte al golfo e mutata in struttura alberghiera. Presto detto: quanto basta a far urlare i soliti noti assieme al coro dei disinformati totali contro la sporca Chiesa speculatrice: «La Chiesa deve essere povera perché Gesù era povero!».

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E adesso passiamo alla seconda parte: siamo sicuri che «Gesù era povero», come tuonano quelli che in chiesa non ci mettono piede neppure per Pasqua e per Natale e che quando per dovere sociale devono partecipare a qualche matrimonio o funerale, durante le liturgie non sanno che cosa rispondere, né quando sedere o alzarsi in piedi? E alle parole «Padre nostro che sei nei cieli …», scena muta totale della quasi totalità di certe assemblee convenute per dovere verso il caro estinto e i suoi familiari, mentre il sacerdote celebrante si risponde da sé stesso, o se è presente un ministrante o il sacrestano, a quel punto le loro saranno le sole voci a recitare assieme a lui «… sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno …». Eppure, sono proprio queste persone che non sanno distinguere il libro dei Santi Vangeli da un manuale di ricette per la cucina, ad alzare il dito ― ovviamente soprattutto sui social media ― per tuonare e ricordare in tono minaccioso: «Gesù era povero!».

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Mi dispiace disilludere questi assetati di povertà sulla pelle degli altri e della Chiesa in particolare, salvo cercare ed esigere per sé stessi tutti i lussi più costosi e persino inutili. Gesù non era affatto povero. Sia il Divino Maestro sia i suoi Apostoli avevano di che mangiare e vivere, pur avendo lasciato lavoro e case. Simone detto Pietro era quello che oggi potremmo definire un benestante imprenditore della pesca. Come lo erano Giacomo e Giovanni figli di Zebedeo, sicuramente molto più benestante dello stesso Simone detto Pietro, basterebbe uscire dal club degli ignoranti dei social media e leggere le cronache dei Santi Vangeli:

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«Passando lungo il mare della Galilea vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: “Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini”. E subito, lasciate le reti, lo seguirono. Andando un poco oltre, vide sulla barca anche Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello mentre riassettavano le reti. Li chiamò. Ed essi, lasciato il loro padre Zebedèo sulla barca con i garzoni, lo seguirono» [Mc 1, 16-20].

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Capisco che oggi siamo all’analfabetismo sia funzionale che digitale, al punto da non capire persino ciò ch’è impresso nelle Sacre Scritture. Cerchiamo allora di capire questo passo. Anzitutto, i personaggi di questo racconto sulla chiamata degli Apostoli, possedevano non solo “una barca”, ma “delle barche”, che all’epoca non era poca cosa, specie in quella zona considerata una delle province più povere dell’Impero Romano. Esattamente come oggi è cosa del tutto diversa essere un camionista proprietario di un camion per grandi trasporti il cui costo può giungere sino a un milione di euro, ed essere un camionista che guida come dipendente stipendiato un camion per grandi trasporti di proprietà altrui. La stessa cosa si applica tutt’oggi nella pesca, sia ai pescatori sia ai pescherecci, che non sempre sono di proprietà di chi si dedica alla pesca. Gli apostoli erano degli imprenditori proprietari delle loro barche.

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Il Santo Vangelo qui richiamato specifica nel racconto che il padre di Giacomo e Giovanni avevano alle proprie dipendenze anche degli operai salariati: «Ed essi, lasciato il loro padre Zebedèo sulla barca con i garzoni, lo seguirono» [Mc 1, 16-20].

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Il giovane Giovanni e suo fratello Giacomo provenivano quindi da una famiglia d’imprenditori benestanti, tanto che la madre, in un impeto di ingenuità nato dalla sua non comprensione della missione del Verbo di Dio, chiese a Cristo Signore: «Di’ che questi miei figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno» [Mt 20, 21]. Ci si domandi chi, se non la madre di due figli appartenenti a quella che oggi chiameremmo borghesia mercantile, avrebbe osato avanzare una richiesta del genere a un Maestro di simile prestigio? Poteva farlo solo una donna appartenente a un preciso ceto sociale che desiderava per i propri rampolli un dovuto posto di riguardo.

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I dodici apostoli ricevevano aiuti dai benefattori e quando giungevano ospiti nelle case si provvedeva offrendo a loro il meglio che si potesse offrire, avevano devote donne che si occupavano delle loro cure e delle loro necessità.

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Il Beato Patriarca Giuseppe non era un operaio salariato ma un imprenditore che svolgeva un mestiere signorile, quello di ebanista; professione di riguardo e molto redditizia. Pertanto, chiunque dica «San Giuseppe operaio», o chiunque affermi che «San Giuseppe era un operaio», mistifica la figura del Beato sposo della Vergine Maria, perché Giuseppe non era un operaio come oggi lo si intende, perché era sicuramente lui che presso la sua azienda dava lavoro a degli operai salariati.

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La Beata Vergine Maria proveniva da una famiglia più benestante ancora di quella di Giuseppe, lo si evince sempre dai Santi Vangeli, per esempio nel racconto della sua visita alla cugina Elisabetta, madre di Giovanni detto il Battista e moglie di Zaccaria, che era un membro dell’antica casta sacerdotale e persona molto colta e abbiente. Non solo Zaccaria era un sacerdote, perché come tale apparteneva a un livello molto alto: era membro della classe di Abìa, che rappresentava l’VIII° delle XXIV classi in cui erano ripartiti i sacerdoti in servizio nel Tempio di Gerusalemme.

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All’epoca la cultura era strettamente legata al benessere economico. Anche in questo caso i Santi Vangeli ci dettagliano quale fosse il livello culturale di Zaccaria narrando di come, non avendo in quel momento l’uso della parola, ad esso tolta dall’Arcangelo Gabriele per non avere creduto all’annuncio che sua moglie avrebbe dato alla luce un figlio in età avanzata [cfr. Lc 1, 5-25], chiese una tavoletta per confermare il proprio assenso al nome che Elisabetta intendeva dare al nascituro, scrivendo: «Giovanni è il suo nome». [Lc 1, 63]. Dinanzi a questi racconti, gli storici e gli antropologi, ma soprattutto i teologi, dovrebbero spiegare quante all’epoca fossero le persone nell’antica Giudea che sapevano leggere e persino scrivere. Non per nulla, quando i giovani maschi ebrei celebravano il passaggio nell’età adulta attraverso il bar mtzvà e dovevano leggere e commentare pubblicamente un passo della Torah, come fece Gesù all’età di dodici anni durante l’episodio narrato dai Santi Vangeli come la sua disputa con i Dottori del Tempio [cfr. Lc 2, 41-50], per la gran parte erano dolori, perché la maggioranza degli adolescenti ebrei non sapeva leggere né scrivere. Così imparavano a memoria un versetto e poi, con il Sefer Torah aperto [il rotolo della Santa Legge], lo recitavano. Un po’ come accade oggi alla gran parte degli ebrei più o meno osservanti, molti dei quali non conosce l’ebraico, diversi riescono a leggerlo, ma non ne capiscono il significato. E così il rabbino provvede a scrivere un versetto traslitterato dall’ebraico, lo mette sul Sefer Torah e l’adolescente lo legge, qualche volta senza neppure sapere che cosa significa.

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Ma ecco la pronta replica di quanti vogliono un Gesù a tutti i costi povero e di rigore figlio di poveracci: «Gesù è nato in una povera stalla». Anche in questo caso le cose stanno però in modo diverso, narra infatti il Beato Evangelista Luca:

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«[…] al tempo in cui un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città.  Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nazareth, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta» [Lc 2, 1-20]. 

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La realtà storica è che il potere allora vigente aveva comandato un censimento per ragioni amministrative, obbligando così Giuseppe e Maria, allora prossima al parto, a recarsi presso la città di Davide, Betlemme. E qui è interessante notare che Betlemme, in ebraico, significa “Casa del Pane”. E proprio in quella Città, non certo per puro caso, nacque colui che poi diverrà il Pane Vivo disceso dal cielo [cfr. Gv 6, 35-59], che non è «come quello che mangiarono i padri vostri e morirono» perché «chi mangia questo pane vivrà in eterno» [Gv. 6, 58].

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Dimenticando tutte le tenere letture con le quali la pietà popolare ha colorato il testo del Vangelo lucano, esso narra che la nascita di Gesù avviene in uno spazio che si poteva trovare nelle abitazioni del tempo, quelle scavate all’interno, presumibilmente una stanza scavata nella roccia. Come quel genere di abitazioni che tutt’oggi sono visibili in certi siti archeologici, quelli ubicati in Sicilia presso la Necropoli di Pantalica nel siracusano [cfr. QUI], o nella Basilicata presso i cosiddetti Sassi di Matera [cfr. QUI], o nella bassa Maremma toscana nella Città di Pitigliano scavata nel tufo sul confine tra Toscana e Lazio [cfr. QUI]. 

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Nei Vangeli non c’è alcun riferimento al bue, all’asino e alla presenza di animali vari attorno alla Beata Vergine Maria. Soprattutto, questa nascita in un luogo non previsto, non è avvenuta perché Giuseppe era un sottoproletario squattrinato, ma perché ― come narrano i Vangeli ― sia per il censimento, sia per il grande afflusso di pellegrini a Gerusalemme, non c’era proprio nemmeno un buco libero.

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Faccio uso di un esempio che mi ha sempre fatto sorridere: la mamma del mio allievo e collaboratore, oggi presidente delle nostre Edizioni, Jorge Facio Lince, stava per partorirlo mentre si trovava all’interno di un taxi. Prontamente il tassista dirottò la corsa verso l’ospedale. Nessuno avrebbe però mai sostenuto, nel caso in cui quest’altra Maria ― Maria Ines, la mamma di Jorge ―, lo avesse partorito in un taxi, che la poverina era così povera e squattrinata da non potersi neppure permettere di partorire il figlio in una clinica di ostetricia-ginecologia.

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Gesù Cristo era povero allo stesso modo in cui è nato con la pelle bianchissima, i capelli biondi e gli occhi azzurri, in una città della Svezia ― come ovviamente leggiamo sui Santi Vangeli ― chiamata Betlemme, a poche decine di chilometri dalla capitale di Stoccolma. Tra i vari episodi che danno la corretta e reale percezione di quanto il Beato Giuseppe e la Vergine Maria non fossero dei poveri sottoproletari spiantati, è di certo esaustivo il racconto della strage degli innocenti. Il temibile Erode, avendo saputo che dei maghi astronomi si erano recati nella Giudea dove sarebbe nato un re, dopo avere tentato di trarli in inganno ordinò successivamente di far uccidere tutti i neonati maschi dai due anni in giù. Il Beato Giuseppe, avvisato in sogno da un Angelo, prende il bambino e la madre e fugge in Egitto, dove la famiglia rimase sino alla morte di Erode [cfr. Mt 2, 1-16]. Riguardo questo racconto bisogna precisare che sulla scia del protestante Rudolph Bultmann, maestro della demitologizzazione dei Santi Vangeli ― al quale molti nostri teologi ed esegeti si rifanno in modo impudente, trasmettendone teorie e insegnamenti direttamente dentro le nostre odierne università ecclesiastiche ―, molti sono gli studiosi che mettono in dubbio la storicità della fuga in Egitto. A dar loro man forte sono intervenuti certi nostri biblisti sostenendo che la fuga in Egitto del racconto del Beato Evangelista Matteo sarebbe stata costruita per dare un fondamento teologico a questo Vangelo diretto principalmente agli ebrei, ai quali era così esposto che Gesù Cristo era il nuovo Mosè e che attraverso di lui si era quindi realizzata la profezia del Profeta Osea: «Dall’Egitto ho chiamato mio figlio» [Os 11,1]. Secondo altri il racconto del Beato Evangelista Matteo sarebbe null’altro che un plagio della Aggadah ebraica che narra come il Patriarca Mosè si fosse salvato dalla morte, dopo che il faraone aveva decretata la soppressione dei bambini. In verità, le similitudini tra il Patriarca Mosè e Cristo Dio, non rappresentano affatto un elemento solido per negare la storicità di quanto narrato dal Beato Evangelista Matteo.

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Dopo questa doverosa divagazione torniamo al problema, che è il seguente: come potevano permettersi due poveracci di trasferirsi a tempo indeterminato in Egitto? I cultori della odierna poverolatria gesuana, si sono mai domandati quanto costasse, all’epoca, soggiornare in Egitto? Ecco, facendo sia un parallelo sia una conversione socio-finanziaria, possiamo sostenere che all’epoca, soggiornare in Egitto, costava quanto oggi costerebbe soggiornare a Dubai, notoria meta dei più grandi morti di fame di questo mondo.

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Più volte Gesù venne onorato con omaggi preziosi, come il costoso olio di nardo col quale Maria gli cosparse i piedi a Betania [cfr. Mc 14, 3-9]. Tra gli spettatori presenti al fatto c’era Giuda Iscariota, che criticò con parole dure quel gesto di amorevole devozione lamentando cotanto spreco. Quell’olio era infatti molto prezioso e costoso, valeva trecento danari, come dettaglia lo stesso racconto evangelico. E qui, per spiegare a che cosa corrispondesse un simile importo nella Giudea dell’epoca, basta dire che un danaro era la paga giornaliera di un soldato romano e che quell’olio, più costoso dell’oro, corrispondeva a quasi un anno di paga. Dinanzi all’episodio di Giuda che afferma che quel danaro si sarebbe potuto dare ai poveri, l’Evangelista Giovanni ci narra che l’Iscariota non aveva alcuna preoccupazione per i poveri, ma che era un ladro. La comunità degli apostoli aveva infatti una cassa dalla quale egli rubava denaro [cfr. Gv 12, 1-8]. Un giudizio duro, quello racchiuso in questo racconto col quale Giovanni condanna Giuda, non condanna la preoccupazione per i poveri, ma quella ipocrisia che ieri come oggi si serve all’occorrenza dei poveri e dinanzi alla quale il Signore risponde a Giuda fugando ogni dubbio per il presente e per il futuro: «I poveri li avrete sempre tra di voi, ma non sempre avrete me» [Gv. 12, 1-11].

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Gesù vestiva pure elegante, diremmo oggi d’alta sartoria. Infatti indossava una tunica preziosa, tessuta per intero e senza cuciture, tanto che sotto la croce i soldati non la fecero a pezzi com’eran soliti fare con gli stracci dei poveretti, coi quali ripulivano poi le lance e le spade e lustravano le proprie armature, ma se la giocarono a dadi. I Vangeli sinottici si limitano a narrare che i soldati tirarono a sorte la sua veste [cfr. Mt 27,35; Mc 15,24; Lc 23,34], mentre il Beato Evangelista Giovanni indugia a spiegare il pregio e il valore di quel capo di vestiario: «Ora quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo. Perciò dissero tra loro: “Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca”» [Gv 19, 23-24]. Il tutto perché un pezzo di tale pregio e valore, non poteva certo essere rovinato.

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Tra i dodici apostoli — come dicevamo poc’anzi — c’era anche un cassiere, una specie di antesignano del presidente della APSA (Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica). Questo primitivo amministratore non era però un galantuomo, si chiamava Giuda Iscariota ed era un soggetto dal quale guardarsi bene, non tanto quando parlava dei poveri, fingendo che gli stessero tanto a cuore; da lui bisognava guardarsi soprattutto quando dava i baci [cfr. Mt 26,47-56; Mc 14,43-52; Lc 22,47-53].

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Il corpo del Signore morto fu avvolto in un lino prezioso e deposto in un pregevole sepolcro nuovo fornito da un uomo ricco divenuto seguace del Cristo: Giuseppe di Arimatea [cfr. Mt. 27, 57-60]. Quindi Gesù, per rendere l’idea, non fu sepolto in una fossa comune o in un modesto loculo a spese del comune di Gerusalemme, ma in quella che oggi sarebbe in tutto e per tutto l’elegante cappella sepolcrale di una famiglia molto altolocata.

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Una spiegazione a parte meriterebbe la stessa pena della crocifissione e le modalità adottate. Accadeva infatti di frequente, per non dire di prassi, che i carnefici, per alleviare le sofferenze del condannato e affrettarne la morte spezzassero loro le gambe e le braccia per accelerarne il decesso che in tal modo avveniva per soffocamento. Una volta deposti i cadaveri dalle croci i corpi seguivano questa sorte: o venivano presi e gettati in una grande fossa comune, oppure erano fatti in pezzi a colpi di scure.

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Come mai, il Santo corpo di Cristo Signore non seguì questa sorte, o meglio questa prassi, dopo la sua crocifissione sul Golgota? Lo stesso nome di quel lugubre colle, racchiude sia la sua storia sia il suo significato. Parola di derivazione aramaica, il luogo è chiamato in greco ολγοϑᾶ e in latino Golgotha, alla lettera significa “luogo del cranio”, o del “teschio”, per la presenza di crani ossificati e di ossa sparse per il terreno. I cadaveri erano infatti gettati, interi o a pezzi, in fosse non sempre profonde, con la conseguenza che i diversi animali presenti sul territorio spesso dissotterravano e poi seminavano in giro i resti dei corpi umani. Ma questa sorte, che era l’ordinaria prassi, non toccò invece a Cristo Signore, il cui corpo fu deposto dalla croce, raccolto, lavato, unto con oli ed essenze preziose, infine avvolto in altrettanto prezioso sudario. Evidentemente Gesù di Nazareth, per quanto condannato a quell’orrenda pena, non era propriamente uno dei vari ordinari condannati, quindi il suo corpo e la cura dello stesso seguì tutt’altre sorti. E queste sorti diverse denotano che non era propriamente un poveraccio, né un ordinario condannato circondato da altrettanti poveracci, come i numerosi condannati per i quali gli stessi familiari non osavano neppure andare a richiedere i corpi per una degna sepoltura, anche perché avrebbero dovuto dare una lauta mancia ai soldati romani. Alcuni poveri familiari dei morti crocifissi tentavano semmai di rubare i loro corpi di notte, col rischio di finire sottoposti a dure pene se scoperti. Detto questo non voglio avanzare ipotesi che potrebbero suscitare in alcuni persino scandalo. Però, poste queste premesse, avanzo una semplice domanda dubitativa: non è che Giuseppe di Arimatea, indicato dagli stessi Santi Vangeli come «ricco» [cfr. Mt 27, 57-61] recandosi in pieno giorno a richiedere il Corpo di Nostro Signore Gesù Cristo, dai soldati romani non si presentò propriamente a mani vuote per prendere il corpo e porgendo loro tante grazie per la sensibilità e la comprensione?

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Pochi giorni dopo, dinanzi alla pietra rovesciata del sepolcro del Cristo Risorto, i Capi del Popolo invitarono i soldati romani posti di guardia della tomba a mentire. Per indurli a ciò dettero ad essi una buona somma di danaro [cfr. Mt 28, 12-14]. Tema questo a cui ho dedicata una video-lezione alla quale rimando [vedere video QUI]. Come mai, i Capi del Popolo, non dissero semplicemente ai romani: “Cari Soldati, siate gentili e fateci questo favore, dite che …”? Non fecero nulla di questo per il semplice fatto che nell’antica Giudea dove tutto si vendeva, si comprava e si commerciava, i romani che si erano perfettamente ambientati e integrati alla cultura e ai modi di fare del luogo, gratis non facevano niente, neanche uccidere velocemente, perché persino un “misericordioso” colpo di lancia per alleviare le sofferenze di un condannato aveva un prezzo da pagare.

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Il Santo Vangelo della Natività e quello della Passione di Nostro Signore Gesù Cristo non narrano affatto la nascita di un poveraccio né la morte e la sepoltura di un altrettanto poveraccio. E tutti noi, sia devoti fedeli, sia persone anche non fedeli e non credenti, sulle basi di quella che si chiama onestà intellettuale dobbiamo stare ai racconti storici dei Santi Vangeli, che nulla hanno da spartire con le esegesi ideologiche più o meno ardite. 

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Se non entriamo in questo stile di pensiero non possiamo capire certi passi dei Santi Vangeli, ma possiamo solo stravolgerli, di conseguenza sporcarli e falsarli. Quando infatti nel Discorso della Montagna, Cristo Signore enuncia le Beatitudini [cfr. Mt 5, 1-16], il suo riferimento ai poveri non è un secco e lapidario «Beati i poveri», come mormorava durante l’ultimo conclave il Cardinale Claudio Hummes, o come da nove anni a questa parte si sente purtroppo enunciare dai pulpiti sempre più poveri di fede delle nostre chiese, con sproloqui omiletici incentrati in modo ossessivo su immigrati e profughi. Il Verbo di Dio non ha mai pronunciato questa frase lapidaria, ma ha enunciato una espressione molto più articolata: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli». Egli non fa alcun riferimento alla povertà materiale, tanto meno indicandola come virtù, posto che la povertà, la miseria, non sono virtù cardinali, sono disgrazie dalle quali uscire e aiutare gli altri a uscire. Noi siamo invitati a essere poveri «in spirito», ossia a entrare in una precisa disposizione interiore. Essere interiormente poveri vuol dire infatti essere anzitutto coscienti dei nostri limiti e delle nostre miserie di uomini nati con la corruzione del peccato originale. Essere poveri in spirito vuol dire riconoscere la nostra libera e vitale esigenza di dipendere dalla grazia di Dio Padre. E il modello per antonomasia di quella povertà sinonimo di umiltà e donazione incondizionata d’amore è Cristo Dio che, come ci istruisce il Beato Apostolo Paolo, pur essendo ricco si è fatto povero per noi:

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«Cristo, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini. Apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce» [Fil 2, 6-11].

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Nei Santi Vangeli il Signore non ci dice “dovete essere poveri”, tutt’altro: ci esorta dicendo in modo chiaro «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede» [cfr. Lc 12, 13-21]. L’intimo senso delle parole del Signore è: non affannarti per niente, perché vale sì la pena affannarsi, ma è bene affannarsi per quel tutto inteso come cristocentrismo cosmico, per l’essere presente proiettato verso un divenire futuro eterno, non certo per il nulla.

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I beni materiali sono necessari e possono essere molto utili per trasformarli in vario modo in un bene collettivo. Investire sugli studi, per esempio, o in certi studi in modo particolare, è molto costoso, ma grazie all’impiego di importanti somme di danaro alcuni uomini di talento sono divenuti dei chirurghi che hanno poi inventato nuove tecniche operatorie, altri degli scienziati che hanno scoperto nuove molecole o creato nuovi vaccini. E tutto questo è stato possibile tramite quello strumento chiamato danaro, attraverso il quale — dicono taluni — si muove il mondo. Ammettiamo anche che il danaro muova il mondo, l’importante è che il suo movimento non renda l’uomo schiavo intrappolato e incapace a vedere al di là della materia, cosa inaccettabile per noi cristiani che nella professione di fede proclamiamo il nostro credo trinitario nell’eternità: «Aspetto la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà».

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Nelle pagine dei Santi Vangeli, più che l’invito a una surreale povertà, o peggio a una povertà ideologica, il Signore invita a fare un uso sano e generoso delle ricchezze, usandole per il migliore sviluppo di noi stessi e per il bene degli altri, per esempio attraverso quei meccanismi di flusso di danaro che creano posti di lavoro e benessere collettivo. Tutto questo con buona pace dei grandi squali del peggiore capitalismo selvaggio liberalista, i quali affermano che «la Chiesa deve essere povera», mentre il povero africano extracomunitario gli serve un Cuba libre sul bordo della loro piscina in memoria di Fidel Castro, nel dolce ricordo di Ernesto Guevara detto El Che, anche noto come El Cerdo, ossia il Maiale, tanto era notoriamente sporco sia fuori sia dentro. In caso contrario, a chi animato da egoismo pensa solo a riempire i propri granai per poi dire a se stesso: «Riposati, mangia, bevi e divertiti e datti alla gioia» [Lc 12, 19]. Il Signore ricorda: «Attento, tu che accumuli tesori solo per te stesso e non ti preoccupi di arricchirti al cospetto di Dio» [Lc 12, 21].

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Ricchezza e benessere non sono male, tutt’altro, possono essere fonti di gran bene e come tali servire per creare ricchezza e benessere superiore. I mezzi materiali, a partire dal danaro, sono strumenti da sempre utili, anzi indispensabili per l’annuncio stesso della Parola di Dio e per l’evangelizzazione. Gli stessi Dodici, che lasciarono famiglia, casa e lavoro per dedicarsi all’apostolato, avevano mezzi di sostentamento. La loro missione apostolica era sostenuta da fedeli benefattori e da vedove molto benestanti. Facciamo dunque sì che la ricchezza possa veramente produrre vera ricchezza, per noi stessi e per il bene degli altri, affinché tutto quanto non sia soltanto «vanità di vanità», come ammonisce Qoelet aprendo il proprio discorso con una invettiva contro la vanità [cfr. Qo 1,3].

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Non dovremmo desiderare né pregare affinché si realizzi una «Chiesa povera per i poveri» [cfr. QUI]. La Chiesa è di tutti, dei poveri e dei ricchi e tutti sono chiamati alla salvezza. Anche perché non è scritto in nessuna pagina dei Santi Vangeli che povero è uguale a buono e che ricco è uguale a cattivo. Ci sono poveri dotati di una cattiveria e di una malvagità spaventosa, come ci sono ricchi che vivono con grande rispetto per il prossimo, soprattutto per i meno abbienti. E spesso solo dopo la morte di diversi di costoro si è venuto a sapere quanta beneficienza hanno fatto e quante famiglie hanno aiutato nel totale nascondimento. Così come ci sono poveri capaci a privarsi del necessario per rendere gloria a Dio, si pensi al racconto evangelico della povera vedova che getta nel tesoro del tempio le due uniche monete che possedeva [cfr. Mt 12, 41-44]. Per questo ho sempre pregato e seguiterò a pregare non per una ideologica «Chiesa povera per i poveri», ma per una Chiesa di uomini e donne ricchi di fede, lasciando ad altri la suprema ideologia del povero, che non ha mai costituito né una verità né tanto meno un dogma della santa fede cattolica. Posto peraltro che il primo a non essere nato da due poveri, a non avere vissuto da povero, a non avere mangiato da povero, a non avere vestito da povero, a non essere stato infine neppure sepolto da povero, è stato proprio Nostro Signore Gesù Cristo. E chi vi dice il contrario vi parla di un Cristo del tutto diverso da quello descritto nei Santi Vangeli, quindi vi annuncia un Cristo storico falso, un Cristo che non è mai esistito e che non poteva neppure esistere. Pertanto, chi per ignoranza dovuta alla totale mancanza di conoscenza dei Santi Vangeli, chi per crassa ignoranza, chi per anticlericalismo becero, chi per ideologia o piacioneria clericale parla di un Gesù povero ridotto a un figlio dei fiori squattrinato, annuncia un falso Cristo mai esistito che non corrisponde alle cronache storiche narrate e trasmesse dagli Evangelisti.

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Cristo è via, verità e vita [Cfr. Gv 14, 6], lo è nella sua assolutezza e totalità. Cristo non può essere ridotto a un pretesto per legittimare la nostra via e le nostre opinabili verità, conducendo infine il gregge a noi affidato da pascere dal Divino Pastore verso una via diversa da quella donata e offerta dal Datore Supremo della vita. Perché in tal caso incomberà su di noi il grido:

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«Guai ai pastori che fanno perire e disperdono il gregge del mio pascolo». Perciò dice il Signore, Dio di Israele, contro i pastori che devono pascere il mio popolo: «Voi avete disperso le mie pecore, le avete scacciate e non ve ne siete preoccupati; ecco io mi occuperò di voi e della malvagità delle vostre azioni. Oracolo del Signore. Radunerò io stesso il resto delle mie pecore da tutte le regioni dove le ho lasciate scacciare e le farò tornare ai loro pascoli; saranno feconde e si moltiplicheranno. Costituirò sopra di esse pastori che le faranno pascolare, così che non dovranno più temere né sgomentarsi; di esse non ne mancherà neppure una» [Ger 23, 1-4].

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E su di noi che le pecore le abbiamo disperse, perché impegnati a imporre le ideologie del nostro “io” anziché le verità di Dio, incomberà come sul «servo fannullone» la condanna, quindi saremo «gettati fuori nelle tenebre, là dove sarà pianto e stridore di denti» [Mt 25, 30].

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Sia per evangelizzare sia per aiutare i poveri la Chiesa ha bisogno dei ricchi, molti dei quali sono stati spesso generosi nella stessa misura in cui hanno percorso in lungo e in largo tutti i peggiori peccati capitali. Senza i soldi dei ricchi la Chiesa non avrebbe mai potuto aiutare i poveri. È per questo che la Chiesa ha accumulato dei beni, cercando nel tempo di aumentarli e di metterli a frutto facendoli rendere. Con buona pace di quelli che potremmo definire i cosiddetti “benefattori immobiliari” che tuonano: «La Chiesa deve vendere i suoi beni e darli ai poveri». Sarebbe una bella idea. Però, viaggiando un giorno per la Sicilia sud orientale e parlando con un saggio contadino che allevava mucche ― e che per inciso guadagnava in una settimana quello che un alto funzionario di banca guadagnava in un mese ―, ho capito dalle sue acute parole che fare una cosa simile sarebbe parecchio dannoso, anzitutto proprio per i poveri. Se infatti prendiamo una mucca e la macelliamo ― disse il saggio contadino ―, dando per una settimana da mangiare le carni arrostite ai poveri, quando poi i poveri verranno a chiedere il latte, noi dovremo rispondere che il latte non c’è perché la mucca se la sono mangiata. Però, macellandola e offrendola in cibo, avremmo compiuto un gesto di straordinaria “generosità” e di “donazione assoluta”. Uno di quei gesti che tanto piacciono ai fricchettoni delle sinistre radical chic. Quindi potremmo mandare i poveri a bussare alle porte dei loro super-attici ai Parioli, o a quelle delle loro ville di Capalbio, dove volendo si possono trovare persino 24.000 euro dentro la cuccia del cane, come accadde al Senatore Monica Cirinnà. Prontamente difesa dal Gruppo Editoriale La Repubblica-L’Espresso [cfr. QUI] che con tanto di decreto di archiviazione del competente tribunale di Grosseto spiega quanto l’interessata fosse estranea. Lo stesso settimanale L’Espresso che nel corso degli anni ha trattato in più servizi la Chiesa Cattolica come una via di mezzo tra una mafia e una associazione a delinquere [cfr. QUI, QUI, QUI, ecc…]. E quando le loro inchieste sono risultate fasulle e i dati falsi o falsati, nessuno ha mai spiegato quanto fossimo estranei a certe accuse, perché non siamo membri della sinistra radical chic e perché non ci chiamiamo Monica Cirinnà. Ecco perché le cucce della Chiesa per L’Espresso puzzano sempre a priori, anche quando odorano di lavanda e zagara e non contengono danaro di misteriosa provenienza lasciato in custodia al cane.

dall’Isola di Patmos, 15 novembre

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Abortire è come pagare un sicario per uccidere un innocente. L’aborto resterà sempre il fallimento dell’uomo moderno. La 194 è una legge che vuole conciliare opposti inconciliabili

ABORTIRE È COME PAGARE UN SICARIO PER UCCIDERE UN INNOCENTE. L’ABORTO RESTERÀ SEMPRE IL FALLIMENTO DELL’UOMO MODERNO. LA 194 È UNA LEGGE CHE VUOLE CONCILIARE OPPOSTI INCONCILIABILI

Qualcuno ha orgogliosamente affermato che la 194 è una Legge non perfetta, ma degna di un paese civile. Da cattolico e da sacerdote dico invece che la 194 è di fatto una legge chimera, un’ipotesi assurda che alcuni politici democristiani hanno tentato di giustificare attraverso il ricorso al peggiore doppiopesismo clericale che concilia opposti inconciliabili e cioè l’infanticidio legale con la cultura della vita fatta di politiche socio-sanitarie e assistenziali deboli.

— Attualità ecclesiale —

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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se l’aborto è un «diritto sacrosanto» e una «grande conquista sociale», allora le persone abbiano il coraggio e la coerenza di guardare in faccia il “sacro” il “santo” e la “grande conquista sociale”, senza invocare la censura definendo certe immagini dure e crude. Perché l’aborto è questo, duro e crudo: l’uccisione di un essere umano.

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Con l’insediamento del nuovo governo a trazione centro-destra, il «civilissimo» tema sul diritto all’aborto è stato riproposto con vigore ed enfasi. Usato come detonatore per far scoppiare la rivolta contro i conservatori, le sentinelle dei diritti, mettono ora in guardia l’Italia dal pericolo fascista e chiesastico (leggasi tra le righe Meloni, La Russa e Fontana) nei confronti di una Legge, la 194/1978, che secondo loro correrebbe il rischio di scomparire così come già accaduto per l’Ungheria e la Polonia, paesi in cui l’interruzione volontaria di gravidanza è fortemente scoraggiata.

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Ma come stanno veramente le cose? Siamo veramente di fronte a un pericolo democratico? O forse più prosaicamente stiamo ripercorrendo le orme di una ideologia fallimentare che puzzava di vecchio già più di quarant’anni fa? Andiamo con ordine, desidero anzitutto contribuire all’argomento con alcune considerazioni in merito, sia come cattolico che come sacerdote che ha trascorso anni della propria vita a prestare servizio in un grande polo ospedaliero, ed esprimere così qualche consiglio ― non richiesto ― all’indirizzo del nuovo governo che ha la grande opportunità di accompagnare oggi i cittadini alla riflessione del reale.

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Mai come in questo momento storico c’è bisogno di consapevolezza del reale e senso di realtà per capire che qualunque politica può gestire solo cose semplici, anche se vaste e delicate come l’amministrazione di una nazione. Quando la politica pretende di interferire con la natura dell’uomo, con la sua dignità e sacralità, fino alla pretesa del superamento ontologico ― ossia quell’oltre-uomo dionisiaco, libero dalle catene dei valori etici e normativi ― si sperimentano puntualmente i disastri.

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Il miglioramento degli esseri umani non è stabilito dalla politica ma dall’accettazione di obiettivi alti e impegnativi. L’esperienza del sacro, della verità, del bello e del buono sono principi imprescindibili e inalienabili per restare umani, valori conosciuti anche dai nostri padri greci e latini e che il Cristianesimo ha raccolto attribuendoli al Dio della rivelazione come Ente Supremo da cui scaturisce ogni bene. Tra gli obiettivi alti e impegnativi che la vita ci offre possiamo certamente annoverare la custodia della vita umana. La vita non è una res da plasmare a piacere, un campione di materia primitiva inerme svuotata di qualsiasi riflesso superiore e spirituale. La vita umana è sacra, sempre e comunque, dal suo sorgere fino al suo naturale declino. Nel momento in cui ci avviciniamo alla reificazione della vita dobbiamo essere consapevoli di avvicinarci a un processo altamente pericoloso che conduce a quel transumanesimo che ha fatto dell’aborto il suo frutto più violento, rivendicato con orgoglio, oserei dire diabolico, come «diritto della civiltà» e come «grande conquista sociale».

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Anzitutto partiamo da un’evidenza: fa comodo a tutti oggi non considerare la Legge 194 nella sua vera essenza, in quell’humus culturale e politico in cui fu scritta e pensata alquanto male dal legislatore. Sorvoliamo sul fatto che questa legge fu sottoscritta da sei politici appartenenti alla Democrazia Cristiana: un presidente della Repubblica, un presidente del Consiglio dei ministri e quattro ministri. Costoro si rifiutarono di ascoltare la voce della coscienza per addivenire a un provvedimento di legge più giusto e tutelativo preferendo un escamotage clericale che solo delle vecchie volpi democristiane avrebbero potuto escogitare. Come propugnatori di valori cristiani, ma molto di più come uomini di Stato, avrebbero dovuto esercitare un sano principio di laicità (da non confondere con il laicismo) che avrebbe permesso loro di considerare prioritaria la difesa della vita integralmente intesa, salvaguardando le fondamenta di una civiltà moderna e democratica. E qui ricordiamo per inciso la vicenda del Re del Belgio Baldovino I che nel 1990 si rifiutò, per questioni di coscienza, di apporre la propria firma sulla legge che rendeva legale l’aborto, al punto da abdicare il trono per due giorni [vedere QUI, QUI]. Ma d’altronde, questo Sovrano, non era un baciapile democristiano ma un autentico cristiano.

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È la nostra storia europea, quella per intenderci che inizia con San Benedetto da Norcia e i suoi monaci, che ci dice come un’autentica civiltà democratica moderna si caratterizza per l’accudimento dei suoi membri ― dal concepimento fino alla morte ― tutelando soprattutto la vita dei debole, dei poveri, degli indifesi e degli infermi, senza incorrere in quella schizofrenia ideologica che arriva a riconoscere tutti i diritti come uguali, salvo poi sbraitare che alcuni diritti sono più uguali di altri.

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Per i sostenitori della legge 194, di ieri come di oggi, la principale arringa difensiva consiste nel ribadire come un mantra la ratio fondamentale con cui fu portata avanti La legge, quella cioè di impedire la pratica dell’aborto clandestino alle classi più povere che non potevano permettersi un viaggio a Londra o a Lugano per sbarazzarsi del nascituro in tutta riservatezza e pulizia. Legge che, nell’intenzione dei più smaliziati, non voleva certo concedere alle donne l’aborto selvaggio ma solo fare fronte a un’emergenza medica e sociale che a quel tempo si praticava in scantinati malsani e ambulatori improvvisati, con il fondato rischio e pericolo per la salute delle donne che si sottoponevano a tali interventi. Bisogna però ribadire che questo ragionamento è falso perché costituisce solo una verità parziale, un buon cavallo di Troia che consente di raggiungere il vero obiettivo che è quello di normalizzare l’aborto, quindi l’uccisione del feto, come processo di un compromesso terapeutico.

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Ricordiamo ai più giovani uno dei metodi di aborto più in voga alla fine degli anni Settanta, il cosiddetto metodo Karman, sponsorizzato degli attivisti del CISA (Centro Informazioni Sterilizzazione e Aborto) fondato da Emma Bonino e soci. Metodo che è diventato iconico perché documentato da una foto che ritrae proprio Emma Bonino in atto di praticare l’aborto con il metodo Karman. Foto che poi venne utilizzata per scopi propagandistici sia dal Partito Radicale e da +Europa per portare avanti le «idee di civiltà» di una grande italiana di oggi [cfr. QUI]. Accanto all’intenzione dei puri di creare un provvedimento giuridico che limitasse i danni della pratica dell’aborto clandestino, bisogna considerare molto più seriamente la linea di pensiero che vi è sottesa in questa legge e che rappresenta la vera culla ideologica nella quale la 194 ha trovato una giustificazione politica, sociale e successivamente referendaria.

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Dieci anni prima dell’uscita della Legge, esattamente nel 1968, tutti avevano assistito a quel grande inganno per la gioventù che riguardava la libertà e l’autodeterminazione sessuale considerata oramai come un’emergenza della modernità. Infatti, quando il pensiero sessantottino spargeva i suoi errori all’interno dei licei e delle università, propugnava anche con orgoglio e convinzione il diritto all’uso della propria corporeità in modalità multitasking. Non ci fu però in quei giovani l’accoglimento di altrettanti doveri che, a fronte di una autodeterminazione sessuale, sarebbero dovuti scaturire. In altre parole, si difendeva ad oltranza il diritto di fare l’amore con chiunque e dovunque, senza peraltro riconoscersi responsabili per quel concepimento che da quell’atto fisico ne sarebbe scaturito. La donna veniva guidata da una libertà positiva che non accettava limitazioni e controlli, fino al punto di negare la libertà al nascituro di venire al mondo e limitare fortemente il coinvolgimento del padre biologico che finiva per essere uno spettatore, un mero cooperatore alla copula. Così si continuò a portare avanti una politica fatta di diritti ― sessuali e non ― a suon di slogan e di parole surreali che fu la causa di numerose gravidanze non desiderate, ma soprattutto di una mentalità ipocrita che si imponeva repentina nella mente delle nuove generazioni: «io posso fare quello che voglio, il corpo è il mio e di nessun altro, l’utero è mio e comando io».

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Con l’arrivo di tante gravidanze indesiderate, subentrava il problema concreto di dover rispondere in qualche modo del frutto dei numerosi concepimenti. Questo avveniva in due modi: o attraverso l’invio dei bambini agli orfanotrofi ― chiusi in Italia con la Legge del 28 marzo 2001 ― o con il ricorso all’aborto. E certamente non tutte queste gravidanze interrotte, circa 6 milioni e più di aborti dal 1978 ad oggi, erano feti malformati o aborti spontanei. Purtroppo, ancora oggi, i puri predicatori dei diritti si dimenticano troppo frequentemente di predicare anche i doveri che sono immancabilmente scaricati sulle spalle degli altri, prima fra tutte la Chiesa Cattolica che per lungo tempo si è fatta carico della tutela dei piccoli figli non voluti, da qui nascono per esempio i cognomi di Proietti, Esposito, Diotallevi, Sperandio, Trovati, Incerti, Innocenti etc …

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La Legge 194 ha prometeicamente tentato di arginare la disdicevole e pericolosa pratica dell’aborto clandestino senza però mai riuscirci veramente, a ben considerare che in Italia sussistono ancora tra i 10.000 e i 13.000 casi di aborti clandestini l’anno. Peggio del peggio, questa Legge non ha saputo creare una cultura dell’accudimento nei confronti delle donne con cui poter valorizzare la vita come realtà discriminate e difendere quella vocazione alla vita che fiorisce proprio nel naturale compito di genitrice. Ciò avrebbe consentito alle donne di maturare una loro responsabilità sociale a partire dalla loro identità più vera, unita a quel dovere di maternità che si esprime anzitutto portando a termine una gravidanza, indipendentemente dal fatto che si voglia riconoscere o meno il nascituro o affidarlo ad altre famiglie che possano accudirlo con amore. Questi gli interventi per poter esercitare una vera maternità responsabile, così come la Chiesa Cattolica continua a proporre attraverso il magistero del Santo Pontefice Giovanni Paolo II.

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Qualcuno ha orgogliosamente affermato che la 194 è una Legge non perfetta, ma degna di un paese civile. Da cattolico e da sacerdote dico invece che la 194 è di fatto una legge chimera, un’ipotesi assurda che alcuni politici democristiani hanno tentato di giustificare attraverso il ricorso al peggiore doppiopesismo clericale che concilia opposti inconciliabili e cioè l’infanticidio legale con la cultura della vita fatta di politiche socio-sanitarie e assistenziali deboli. Non è una legge di civiltà perché non esiste nessuna civiltà moderna che possa giustificare l’infanticidio come un diritto inviolabile dell’uomo o della donna [cfr. art. 2 Costituzione Italiana e Dichiarazione Universale dei diritti umani]. A questo proposito è bene soffermarci sui paragrafi 4 e 5 della legge 194 che rappresentano l’anello debole tra due posizioni chiaramente inconciliabili: il paragrafo 4 vede la prosecuzione della gravidanza come

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«un pericolo per la sua salute fisica o psichica [della donna], in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito»;

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e il paragrafo 5 che cerca delle soluzioni per

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«aiutare [la donna] a rimuovere le cause che la porterebbero alla interruzione della gravidanza, e metterla in grado di far valere i suoi diritti di lavoratrice e di madre, di promuovere ogni opportuno intervento atto a sostenerla, offrendole tutti gli aiuti necessari sia durante la gravidanza sia dopo il parto».

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Quest’ultimo paragrafo è del tutto insignificante e male applicato allo stato della questione. Fino a oggi la 194 è ritenuta da tutti la legge dell’aborto e per l’aborto. Quella legge che permette di dare la morte a un innocente quando la madre non ha un reddito sufficiente, quando è stata abbandonata, quando qualcuno si è dimostrato contrario al prosieguo della gravidanza, quando per via dell’età si è troppo giovani per diventare madre, quando il tempo o il modo per mettere al mondo un figlio non è reputato adatto, quando il nascituro non è esteticamente perfetto. Spesso l’ideologia femminista ha contribuito a mortificare ogni dimostrazione di tutela per la donna incinta e per il nascituro, quasi che fosse più urgente lo scegliere di abortire anziché farsi aiutare durante il pre e il post gravidanza.

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Con l’insediamento del nuovo governo, la schizofrenia giuridica sui paragrafi 4 e 5 della legge 194 sembra essere stata ripresa dal senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri. Con un disegno di legge ha pensato di potenziare l’aspetto della tutela della donna in gravidanza ma soprattutto del nascituro. Attraverso una manovra decisamente pro-vita si vuole tutelare la capacità giuridica del concepito fin dal seno della madre e sensibilizzare il Paese verso una cultura della vita istituendo una giornata dedicata alla vita nascente. Trovo queste proposte di legge molto sensate perché è necessario riaffermare che esiste solo un diritto da difendere che è quello alla vita. Dalla comprensione di questo, scaturiscono poi tutta una serie di altri interventi atti a favorire una vita dignitosa: politiche economiche, incremento del lavoro, potenziamento dell’istruzione e della cultura, politiche sanitarie focalizzate sul bene del malato. Se queste proposte dovessero trovare accoglimento, rappresenterebbero solo una piccola parte di quei timidi tentativi di focalizzare l’Italia, sempre più colpita dall’inverno demografico, verso una consapevolezza di tutela dell’uomo, un cammino di umanizzazione integrale e di accompagnamento della debolezza largamente intesa.

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Il miglior consiglio che mi sento di dare al nuovo governo è quello di investire subito in politiche familiari, sociali e sanitarie pro-life con prodigalità e determinazione, coinvolgendo quante più persone possibili. Al di là di quanto si possa pensare, la tutela della vita non è solo una questione di cattolici oscurantisti. Ci sono tante persone che pur non riconoscendosi dentro una fede sentono come necessità il lottare in difesa della vita umana, evidenziando quel cortocircuito culturale del mainstream che pretende di tutelare tutte le forme di vita del pianeta, dal clima agli animali sino alle piante, rifiutandosi però di tutelare l’uomo fin dai suoi primi momenti di vita biologica nel seno materno.

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In tutto questo discorso non mancano editorialisti e opinionisti illuminati che hanno gridato allo scandalo fascista sulle proposte di legge del senatore Gasparri, proponendo la solita propaganda sull’autodeterminazione delle donne le quali, in quanto portatrici d’utero, non possono e non devono mai essere contraddette, non solo nei giorni del loro ciclo mestruale, ma soprattutto quando si presenta il diritto di scegliere sul proprio corpo e sulla propria salute. Poco importa, poi, se questo diritto nega a un neonato di venire alla luce e se il principio terapeutico salutista coincida nella pratica con la morte in grembo del concepito.

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Mi piace affermare che chi si fa portavoce di questi «civilissimi» diritti intoccabili è figlio di quella stessa intellighenzia violenta e manipolatrice che in questi giorni sta creando agitazione all’interno dell’università La Sapienza di Roma per negare il diritto di parola e di confronto a chi la pensa diversamente. E dopo più di quarant’anni dalla legge 194 si sente l’esigenza di pensare altrimenti, prendere atto che prima della giusta obiezione di coscienza esiste un’obiezione di pensiero che è quella che permette di vedere la realtà per quella che è, chiamando le cose con il loro proprio nome. E qualora ci sentissimo dire che è civiltà l’interruzione terapeutica e volontaria di gravidanza possiamo fare la nostra decisa obiezione di pensiero e dire, usando le parole del Sommo Pontefice Francesco, che l’aborto è la pratica di chi vuole assoldare un sicario per mettere fine alla vita di un innocente [cfr. QUI].

Laconi, 9 novembre 2022

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Come parlare della morte cristiana in una società che della morte rifiuta l’idea stessa?

COME PARLARE DELLA MORTE CRISTIANA IN UNA SOCIETÀ CHE DELLA MORTE RIFIUTA L’IDEA STESSA? 

La cultura contemporanea sembra non porsi l’interrogativo della morte, oppure cerca di esorcizzarla e farla cadere in oblio, non porsi domande e non dare risposte, mentre la Divina Rivelazione ci assicura che Dio ha creato l’uomo per un fine di felicità che oltrepassa la vita terrena.

— Pastorale liturgica —

Autore
Simone Pifizzi

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PDF  articolo formato stampa

 

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William-Adolphe Bouguereau, 1859. Il giorno dei morti. Musée des Beaux-Arts, Lione

I Padri dell’ultimo Concilio della Chiesa scrissero che «In fronte alla morte l’enigma della condizione umana raggiunge il culmine» [cfr. Gaudium et Spes, 18]. La Solennità di Tutti i Santi e la Commemorazione dei Fedeli defunti ci viene offerta ogni anno come occasione per «contemplare la città del cielo, la santa Gerusalemme che è nostra madre» e ricordare a ogni battezzato che verso questa patria comune «noi pellegrini sulla terra affrettiamo nella speranza il nostro cammino, lieti per la sorte gloriosa dei membri eletti della Chiesa che il Signore ci ha dato come amici e modelli di vita» [cfr. Prefazio del 1° novembre].

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In genere molte persone, anche quelle poco praticanti, non mancano in questi giorni di fare memoria dei propri cari defunti, partecipando all’Eucaristia nelle Parrocchie e visitando i cimiteri. Con struggente affetto ricordiamo chi ci ha voluto bene, grati per quello che abbiamo ricevuto, desiderosi magari di perdonare e di essere perdonati. Molti sono i figli ormai non più giovani, semmai con figli adulti o persino nonni, che dinanzi alle tombe dei propri genitori riflettono su tanti momenti della loro vita, dicendo a sé stessi, ora con tenerezza ora con amarezza, talora anche con profondi sensi di colpa, che se fosse possibile tornare indietro avrebbero avuto altri atteggiamenti e comportamenti verso di loro.

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La morte non può che indurre a interrogare noi stessi perché ― come spesso mi capita di dire nelle celebrazioni esequiali ― niente è più certo che come questa vita l’abbiamo ricevuta un giorno la dovremo rendere. In modo sapiente un vecchio apologo inglese esprime come un bambino che emette il primo vagito, già comincia a invecchiare, per cui l’età che passa ― fossero anche pochi minuti, o un mese o un anno ― ti rende inesorabilmente vecchio. Per questo un bambino nato da un minuto è one minut old (un minuto più vecchio).

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Quando l’uomo trova la forza di fermarsi e pensare a sé stesso, sente come la morte non gli appartiene. Sentiamo, nel nostro profondo più intimo, che noi siamo fatti per la vita. Ma non semplicemente per una vita eterna su questa terra, dove dovrebbe essere eternamente soggetto alle contraddizioni e ai limiti di questo mondo, oppure in una sorta di moderno highlander, costretto penosamente a separarsi da persone e situazioni care. Portiamo dentro il cuore un germe di eternità che insorge tutte le volte che ci troviamo di fronte al mistero della morte e a ciò che da essa deriva: malattia, sofferenza, timore che tutto finisca per sempre. La morte, bene ricordarlo: è una “invenzione” e conseguenza dell’agire dell’uomo. Dio ci creò immortali, non mortali soggetti come tali a decadenza fisica, invecchiamento e dolore, tutti elementi che entrano nella scena del mondo e nell’esperienza umana attraverso il peccato originale [cfr. Gen 3, 1-19], a causa del quale è stata consegnata all’intera umanità avvenire una natura corrotta. Il tutto frutto della libertà e del libero arbitrio che Dio donò all’uomo nel momento stesso della sua creazione [cfr. cfr. Gen 1, 26; Dt 7, 6].

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La cultura contemporanea sembra non porsi l’interrogativo della morte, oppure cerca di esorcizzarla e farla cadere in oblio, non porsi domande e non dare risposte, mentre la Divina Rivelazione ci assicura che Dio ha creato l’uomo per un fine di felicità che oltrepassa la vita terrena. Dio ha chiamato e chiama l’uomo a stringersi a Lui con l’intera sua natura in una comunione perpetua con la sua vita divina. Gesù, Verbo incarnato, con la sua incarnazione, passione, morte e resurrezione ha completamente abbracciato la nostra natura umana; morendo ha vinto la morte e risorgendo ha ridato all’uomo la vita.

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La resurrezione di Gesù è il nucleo centrale della fede cristiana. Chi vive e muore in Gesù partecipa alla sua morte per partecipare alla sua resurrezione, come recitiamo nella III Preghiera Eucaristica quando facciamo memoria dei defunti: «Egli (n.d.r Cristo) trasfigurerà il nostro corpo mortale a immagine del Suo corpo glorioso». Il Verbo Incarnato nella preghiera sacerdotale rivolta al Padre prima di subire la passione chiede che «tutti quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria» [Gv 17,24]. Per questo l’Apostolo Paolo afferma: «Certa è questa parola: se moriamo con Cristo, vivremo anche con lui» [2Tm 2, 11]. È in questo che consiste la novità e l’essenza della morte cristiana: con il Battesimo, il cristiano è “sacramentalmente” morto con Cristo, ed è già immesso in una vita nuova. Pertanto, la morte fisica, consuma il nostro morire con Cristo e compie definitivamente la nostra incorporazione a Lui. Il cristiano, pur sapendo che la morte rappresenta un passaggio anche doloroso (“doglie”) affronta l’inesorabile accorciarsi dei suoi giorni nella speranza, sapendo che Gesù ha vinto la morte, che Egli è quella luce del mondo simboleggiato anche dal cero pasquale posto davanti al feretro durante le esequie, il primogenito dei risorti, il Capo del Corpo che è la Chiesa [cfr. Col 1, 18] attraverso il quale la certezza della vita eterna raggiunge tutte le membra.

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La visione cristiana della morte è espressa in modo insuperabile nei gesti e nelle parole del Rito delle esequie e, in generale, nei formulari della Santa Messa dei defunti. Tralasciando per ovvi motivi i testi, vogliamo sottolineare i riti liturgici, nei quali la Chiesa esprime la sua fede, ben sintetizzata dalle parole del primo prefazio dei defunti: «Ai tuoi fedeli, o Signore, la vita non è tolta, ma trasformata; e mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno, viene preparata un’abitazione eterna nel cielo».

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Nel giorno delle esequie la Chiesa, dopo aver affidato a Dio i suoi figli, asperge i corpi con l’acqua benedetta. L’acqua è l’elemento primario e fondamentale perché ci sia la vita. Ci ricorda che noi siamo fatti per la vita. Ci ricorda il Battesimo nel quale siamo stati indissolubilmente uniti alla morte e risurrezione di Cristo e iscritto il nostro nome nel libro della vita. Dopo l’aspersione con l’acqua, il corpo del defunto viene incensato. L’incenso è usato nella liturgia per rendere onore a Dio e a ciò che lo significa. Oltre all’Eucaristia viene incensato anche l’altare, l’Evangelario, il celebrante, l’assemblea, le immagini sacre… Il corpo del defunto viene così onorato perché riconosciuto come “tempio dello Spirito Santo” e strumento di comunione con Dio e i fratelli.

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Il corpo dei fedeli defunti è infine affidato alla terra come seme di immortalità, sepolto in essa mentre attende la primavera senza fine alla fine dei tempi. A tal proposito trovo appropriate queste parole del Cardinale Giuseppe Betori, Arcivescovo di Firenze, con la quali concludo:

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«Tutt’oggi i cimiteri sono un luogo in cui esercitare la fede pregando per i nostri cari. Un tempo stavano presso le chiese così che là, dove si faceva memoria di Gesù morto e risorto, si ricordavano anche i defunti e il loro ricordo rimandava a Gesù, Signore dei vivi e dei morti. Anche oggi la Chiesa consiglia la sepoltura come la forma più vicina alla nostra fede. Permette anche altre scelte, quali la cremazione, purché non sia fatta esplicitamente per negare la fede nella risurrezione finale. In tutti i casi chiede di conservare le ceneri nei cimiteri, non nelle proprie case e mai disperderle in natura negando un luogo preciso dove fare memoria insieme e dove la comunità cristiana può assicurare la preghiera costante. Possano queste festività darci quella luce e quel calore di cui abbiamo profondamente bisogno e rendere più leggero il passo per chi nella fede cammina verso il luogo della beatitudine e della pace, dove Dio sarà tutto in tutti».

Firenze, 2 novembre 2022

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1 È Presbitero dell’Arcidiocesi di Firenze e specialista in sacra liturgia e storia della liturgia

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LAUDE AI MORTI

Inno liturgico popolare

Chiesa di Santa Maria della Misericordia, Lastra a Signa (Firenze)

Ottavario dei Morti, novembre 2013

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Dei nostri fratelli,
afflitti e piangenti,
Signor delle genti:
perdono, pietà.

Sommersi nel fuoco
di un carcere orrendo
ti gridan piangendo:
perdono, pietà.

Se all’opere nostre
riguardi severo,
allor più non spero:
perdono, pietà.

Ma il guardo benigno
se volgi alla croce,
ripete ogni voce:
perdono, pietà.

Ai nostri fratelli
dai dunque riposo,
o Padre amoroso:
perdono, pietà.

Finché dal quel fuoco
saranno risorti,
Signor dei tuoi morti:
perdono, pietà.

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I Padri dell’Isola di Patmos

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L’angelologo Marcello Stanzione strappa nuovamente dalle grinfie dei moderni sciamani Santa Ildegarda di Bingen

L’ANGELOLOGO MARCELLO STANZIONE STRAPPA NUOVAMENTE DALLE GRINFIE DEI MODERNI SCIAMANI SANTA ILDEGARDA DI BINGEN

 

Quella di Ildegarda è stata una figura straordinaria quanto poliedrica. Nel corso della sua lunga vita si è occupata dalla filosofia alla poesia alla drammaturgia, dalla musica alla cosmologia alla erboristeria curativa. Ebbe il dono della profezia e della chiaroveggenza, fece studi sulla proprietà terapeutica delle gemme e delle pietre …

— Libri e recensioni —

Autore:
Jorge Facio Lince
Presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos

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il nuovo libro di Marcello Stanzione su Ildegarda di Bingen (Edizioni il Cerchio, 2022). Per accedere al negozio librario cliccare sull’immagine

Il presbitero Marcello Stanzione, specialista in angelologia, è considerato uno dei massimi esperti europei sugli Angeli. Il suo lavoro di divulgazione dura da tre decenni e come Autore di decine di libri tradotti in più lingue, conferenziere e presenza televisiva ai programmi Rai, Mediaset e Sat2000, è stato sempre molto prezioso in questi tempi nei quali l’uomo, quando decide di abbandonare il vero cammino di fede e voltare le spalle a Dio e al mistero della Redenzione, lungi dall’emanciparsi finisce sempre per credere in tutto. A quel punto gli Angeli finiscono ridotti a figure che possono variare dai tarocchi alla new age, divenendo elementi di cui abusano fattucchiere e ufologi.

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Le sue attenzioni, le sue ricerche e pubblicazioni si sono incentrate anche su particolari figure di Santi e Sante che con gli Angeli hanno avuto uno stretto legame. Tra di loro Santa Ildegarda di Bingen (1098-1179), monaca benedettina beatificata nel 1324 e canonizzata nel 2012 dal Sommo Pontefice Benedetto XVI che la proclamò dottore della Chiesa. E qui sia concesso un inciso tra le righe: speriamo che dopo le recenti polemiche italiane circa la declinazione dei nomi maschili al femminile, dove a parere della Onorevole Laura Boldrini la prima presidente donna del Consiglio dei Ministri non andrebbe chiamata “Signor Presidente del Consiglio” o “Primo Ministro” ma “Presidentessa” e “Prima Ministra”, la stessa, o diversi dei suoi amici all’interno del disastrato mondo cattolico contemporaneo, non entrino anche in casa nostra a polemizzare e quindi a pretendere che Santa Ildegarda o Santa Caterina da Siena siano indicate da oggi in poi non più come “dottori” ma come “dottoresse della Chiesa”.

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Quella di Doamna Ildegarda, com’erano chiamate ieri e come lo sono tutt’oggi le monache benedettine, è stata una figura straordinaria e poliedrica. Nel corso della sua lunga vita si è occupata dalla filosofia alla poesia alla drammaturgia, dalla musica alla cosmologia alla erboristeria curativa. Ebbe il dono della profezia e della chiaroveggenza, fece studi sulla proprietà terapeutica delle gemme e delle pietre.

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Inutile a dirsi: l’opera di Marcello Stanzione, che a questa figura ha dedicato molte pubblicazioni [vedere QUI], è stata particolarmente utile, anzi veramente indispensabile per strappare di mano questo titano di donna dalle grinfie di maghi, ufologi e seguaci delle new age. Ma perché no, anche da quelle di qualche prete squinternato, purtroppo!

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Nel suo ultimo libro, scritto assieme a Elisa Giorgio, l’Autore parla delle proprietà curative delle erbe secondo gli studi, le ricerche e le ricette di Santa Ildegarda. Inutile ricordare che le erbe con proprietà curative sono usate da sempre in medicina e in farmacologia. È fatto noto e risaputo che al Santo Pontefice Giovanni Paolo II ammalato di morbo di Parkinson fu somministrata la papaya, che non lo guarì da quella malattia, ma gli dette buoni benefici.

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Ovvio che da un cancro non si guarisce né con le erbe né con la cosiddetta “medicina alternativa” e che è bene lasciarsi curare dagli oncologi e seguire con scrupolo le loro prescrizioni terapeutiche, non certo quelle di certi sciamani, però, proprio nell’ambito dell’oncologia e del trattamento dei malati terminali senza speranza, l’uso di sostanze naturali nei programmi palliativi per la cura del dolore è sempre più diffuso, incluse sostanze definite comunemente “droghe”, ma che in verità sono null’altro che erbe, a partire da quella solitamente chiamata marijuana, la quale altro non è che canapa indiana, una delle cui proprietà è di essere un potente ed efficace anti-infiammatorio, altrettante e benefiche sono le proprietà terapeutiche delle foglie di coca e delle piante di papavero da cui viene ricavato l’oppio.  

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Con questo suo nuovo libro Marcello Stanzione offre e restituisce ai lettori la figura reale e straordinaria di una donna che è un gigante nella fede, nella scienza e in quella che oggi definiremmo come ricerca all’avanguardia.

 

Dall’Isola di Patmos, 30 ottobre 2022

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Con le nostre edizioni Marcello Stanzione ha pubblicato

cliccare sull’immagine per accedere al negozio librario

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Il problema non sono le cazzate dei preti ma la mancata vigilanza dei vescovi che dell’episcopato sembrano volere gli onori ma non gli oneri

IL PROBLEMA NON SONO LE CAZZATE DEI PRETI MA LA MANCATA VIGILANZA DEI VESCOVI CHE DELL’EPISCOPATO SEMBRANO VOLERE GLI ONORI MA NON GLI ONERI

Non passa giorno senza che qualche prete salti alla ribalta per delle prodezze che variano dal sacrilegio eucaristico al grottesco. Tutti fatti dinanzi ai quali, prendersela con il prete o con i preti in generale, sarebbe la cosa più facile, dimenticando che noi presbiteri siamo solo la punta dell’iceberg e che la colpa è tutta dei nostri Vescovi.

— Attualità ecclesiale —

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PDF  articolo formato stampa

 

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il presbitero bresciano Giuseppe Fusari

Molti vescovi sono oberati di impegni pastorali: incontri coi maggiorenti della Città, con politici che con una mano offrono finanziamenti per le scuole cattoliche e le attività della Diocesi e con altre dieci mani chiudono la bocca alla Chiesa locale su tutti i temi più sensibili che sarebbe sua premura trattare e portare alla luce. Inderogabile la loro presenza come autorità religiose alle varie feste ufficiali, a tagli di nastri e inaugurazioni. Di recente abbiamo persino assistito al caso di un vescovo che ha partecipato al taglio del nastro in occasione dell’apertura della nuova sede di una Loggia Massonica [vedere articoli QUI, QUI]. Il tutto in un susseguirsi incessante di «Eccellenza … Eccellenza … Eccellenza!». Titolo pronunciato ossequiosamente da persone così radicate nella cultura cattolica da essere convinte che le acquasantiere delle chiese siano dei bidet messi anticamente a disposizione dalla carità della Chiesa alla povera gente che non aveva acqua corrente in casa, dopodiché sono rimaste lì solo perché fanno parte di beni storici artistici. E come ben capite, dinanzi a questo genere di mole d’impegni pastorali, che definire gravosi è poca cosa, il Beato Apostolo Paolo, con tutti i suoi viaggi tortuosi, incluso un naufragio con fortuito approdo a Malta, per poi ripartire alla volta di Siracusa per raggiungere Reggio e da lì riprendere il cammino per arrivare mesi e mesi dopo a Roma, a confronto sono ben poca cosa, anzi: sono proprio nulla [cronistoria in Atti degli Apostoli: 27,1-28,16]. O volete forse paragonare quel gaudente personaggio dell’Apostolo delle Genti ossessionato dalla linea fisica, quindi dalle diete, che per questo non mangiava neppure tutti i giorni, con i nostri poveri vescovi costretti a cibi gourmet preparati dai migliori chef in occasioni delle cene ufficiali assieme a prefetto, questore, politici della circoscrizione e via dicendo a seguire? Quelle sì, che sono penitenze. E non parliamo delle loro residenze, all’interno delle quali suorine devote li accudiscono, li servono, li lavano e li stirano … perché questo è il carisma e la vocazione di certe religiose: fare le cameriere. L’opera di certi nostri Vescovi in quella che è stata definita «Chiesa ospedale da campo» è sicuramente molto più gravosa di quanto lo sia stato per i medici di trincea della Prima Guerra Mondiale il curare soldati feriti e moribondi. Poi, per stare al passo coi tempi che corrono, tra un trionfo di croci pettorali di ferro e bastoni pastorali fatti ormai forgiare dai falegnami con pezzi di legno grezzo, ogni volta che salgono in cattedra elargiscono il loro predicozzo su poveri e migranti, senza che possa interessargli più di tanto che il mondo è sempre più povero di Cristo e sempre più numerosi sono i fedeli che emigrano al di fuori della Chiesa Cattolica.

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Anche per questi motivi molti nostri Vescovi ricevono i loro preti dopo lunga attesa. A volte dopo aver preteso che un prete settantenne rispondesse all’interrogatorio di un segretario laico stizzoso, semmai pure divorziato e convivente con la sua compagna, che in tono perentorio domanda perché il prete intendesse importunare la Sua Eccellenza Molto Reverendissima, affinché lui stesso potesse valutare se dirgli di rivolgersi al Vicario Generale o al Vicario Episcopale. Era forse questo che alcuni distruttori dell’impianto ecclesiale intendevano con il loro grido: «Largo ai laici nella Chiesa?». Se poi il Vescovo, udito il prezioso parere favorevole del segretario laico, concede la grazia di ricevere un prete che osa avere grossi problemi da risolvere e per i quali ritiene in coscienza di dover sentire il Pastore della Chiesa locale che gli ha conferito il mandato all’esercizio del sacro ministero e in comunione col quale esercita il sacerdozio, ecco che dopo averlo guardato in cagnesco spesso esordisce: «Senti, io non voglio problemi!». A uno di questi Vescovi, al quale andai a presentare una situazione ad alto rischio di esplosione scandalo pubblico, dinanzi a questa battuta risposi: «Pensi un po’, invece io sono diventato prete consapevole che avrei avuto una vita di grandi problemi, mentre lei, che ha ricevuto la pienezza del sacerdozio apostolico, vescovo lo è diventato proprio per non avere problemi, accettando gli onori ma respingendo tutti i grandi e gravosi oneri dell’episcopato. Ma guarda quanto strana è la vita!».

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Questo è infatti il punto: la gran parte dei Vescovi di nuova generazione, pronti a stracciarsi le vesti più velocemente di Kaifa dinanzi a un clandestino sconosciuto affogato in mare prima di giungere a Lampedusa, non vogliono rotture di coglioni, specie da parte dei loro preti. E poco dopo ti dichiarano in modo a dir poco teologicamente ameno che «i poveri sono la carne di Cristo». Infatti, come risaputo, durante l’ultima cena Cristo prese un povero e lo esibì agli Apostoli dicendo loro «questo è il mio corpo, questo è il mio sangue», il tutto dopo avere lavato i piedi ai carcerati e alle puttane di Gerusalemme.

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In molte delle nostre cattedrali la Missa in Coena Domini pare essere diventata la passerella delle mignotte. Si vocifera persino che una agenzia appositamente istituita dalla Mafia Nigeriana provveda a fornire a pagamento le puttane a noleggio ai Vescovi, quando il Giovedì Santo devono mettere in scena la loro rappresentazione: lavare e baciare i piedi alle zoccole. Il tutto con il plauso delle locali sezioni del PD e di tutto il gotha della Sinistra radical chic che magnifica la nuova «Chiesa in uscita», talmente brava ed efficiente nell’auto-distruggersi da sola, che non occorre più neppure contrastarla e colpirla, facciamo tutto quanto da noi stessi. E mentre avviene questo, nei reparti di geriatria giacciono abbandonati santi preti ultra ottantenni, con una vita interamente donata alla Chiesa e al Popolo di Dio, ai quali la Sua Eccellenza Molto Reverendissima si guarda bene dall’andare a porgere il pappagallo per pisciare o a lavare la merda di dosso, come per più volte ho fatto io e similmente altri miei confratelli, variamente additati da certi vescovi di nuova generazione come “preti problematici”, semplicemente perché fedeli al sacerdozio, alla dottrina e al perenne magistero della Chiesa. Per questo non temiamo di sporcarci le mani con il piscio e con la merda. Cosa che comprensibilmente non può fare il Vescovo, perché è troppo impegnato a sciacquare e baciare i piedi alle puttane nigeriane nel giorno in cui si fa solenne memoria della istituzione del Sacerdozio ministeriale e della Santissima Eucaristia, una solennità ormai ridotta da anni al teatrino delle mignotte e dei carcerati, meglio se musulmani. O non scelse forse Nostro Signore Gesù Cristo, come Apostoli consacrati sacerdoti della Nuova Alleanza, un gruppo di carcerati e di zoccole?

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Come potete vedere dalle cronache non passa giorno senza che qualche prete salti alla ribalta per delle prodezze che variano dal sacrilegio eucaristico al grottesco [rimando agli articoli di Padre Ivano Liguori: QUI]. Tutti fatti dinanzi ai quali, prendersela con il prete o con i preti in generale, sarebbe la cosa più facile, dimenticando che noi presbiteri siamo solo la punta dell’iceberg e che la colpa è tutta dei nostri Vescovi e di quella Chiesa visibile che in nome di un male inteso «spirito del Concilio» ― che ha stravolto e falsato totalmente l’ultimo Concilio celebrato dai Padri della Chiesa ― ha favorito e persino stimolato la laicizzazione e la mondanizzazione del clero. Lo vado ripetendo e scrivendo da anni: all’interno della Chiesa ha preso vita una crisi della dottrina che ha generato una grande crisi della fede che ha dato infine vita a una grave crisi morale diffusa nel clero.

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Dire che i preti dovrebbero portare sempre la talare per rigoroso obbligo e vivere con grande decoro e dignità la loro vita sacerdotale interiore ed esteriore, purtroppo è una battaglia persa, totalmente. Abbiamo assistito a delle scene che dire indecorose è poca cosa, si pensi al presbitero padovano Marco Pozza che ha intervistato più volte il Sommo Pontefice sedendo dinanzi a lui a gambe accavallate vestito in jeans, scarpe da ginnastica e camicia aperta sbarazzina, in un trionfo di sciatteria come mai si era vista prima [cfr. video QUI, QUI, QUI]. Ma c’è di peggio, perché il primo a irridere la veste talare abbinandola in modo improvvido al clericalismo, alla mondanità e al rigidismo, è stato proprio il Sommo Pontefice stesso [cfr. QUI, QUI, QUI], ignaro che i clericali della specie peggiore non sono affatto i pochi preti che seguitano a portare la tonaca come chiaro segno della loro vita interiore ed esteriore, ma certi suoi beniamini politically correct dai quali si fa intervistare in jeans, scarpe da ginnastica e gambette accavallate. Ovviamente non possono mai mancare i ruffiani di corte, per esempio l’Arcivescovo di Catania che in violazione a tutte le norme ecclesiastiche proibisce ai propri preti di indossare la veste talare fuori dalle chiese, relegandola ad abito liturgico [cfr. QUI], il tutto, va da sé, per evitare non meglio precisate forme di “rigidismo”.

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Presto detto: dal prete in abiti borghesi che intervista il Sommo Pontefice al prete col perizoma rosso, o al prete tatuato che fa culturismo e che posta foto del proprio fisico pompato da palestra e anabolizzanti sui social media, il passo è molto breve. Pertanto, prendersela con il presbitero bresciano Giuseppe Fusari, prete culturista che pubblica le proprie foto seminudo, più che cosa semplice sarebbe quasi cosa da vili, almeno per noi consapevoli che «il pesce puzza a partire dalla testa». Inutile quindi prendersela con la punta della coda del pesce, che alla resa dei conti, più che colpevole, è solo vittima di un sacerdozio mal formato e totalmente deformato, il tutto con la benedizione dei Vescovi di nuova generazione.

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Per poco possa valere, sappiate che a rendere particolarmente forte il mio disagio e dolore è la mia esperienza. Disagio e dolore che condivido con molti altri miei confratelli che come me hanno avuto la grazia da Dio di conoscere da bambini, adolescenti e giovani degli autentici santi preti, divenuti poi i nostri modelli di vita sacerdotale. Abbiamo conosciuto vescovi veramente santi, pronti in ogni momento della loro giornata a farsi in quattro per i propri preti, nessuno dei quali è morto dimenticato nel fondo di un ospedale senza ricevere più volte la visita del Vescovo, che provvedeva lui stesso a confortarli con i Sacramenti. Ricordo un Vescovo che annullò due appuntamenti molto importanti fissati da mesi per quella giornata: le sacre ordinazioni di quattro presbiteri che si sarebbero dovute tenere al mattino e la sua partecipazione a un importante evento pubblico di carattere storico-locale nel pomeriggio. Un suo prete stava morendo in ospedale, dove il Vescovo corse, annullando un’ora prima le sacre ordinazioni con questa frase lapidaria: «I quattro che devono diventare preti possono anche aspettare qualche giorno, hanno dinanzi a sé tutta una vita sacerdotale. Mio compito e dovere è assistere un mio prete morente, che ha donato tutta la sua esistenza alla Chiesa e al servizio del Popolo di Dio». E non siamo in pochi a essere giunti al sacerdozio attraverso questi modelli di Vescovi e Presbiteri che rimangono fissi nelle nostre memorie, ma non come figure di un tempo passato che fu, ma come santi modelli di come un vescovo e un presbitero dovrebbero essere, sempre e in tutti i tempi.

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Abbiamo conosciuto Vescovi che non parlavano affatto in modo ossessivo-compulsivo di poveri e migranti e che quando si presentavano in pubblico manifestavano nella loro forma esteriore tutta la dignità ineffabile dell’episcopato, soprattutto quando celebravano la Santa Messa. Solo quando sono morti abbiamo poi scoperto che non avevano lasciato neppure i soldi per le spese del loro funerale, dopo avere elargito tutto ciò di cui disponevano a famiglie indigenti che stentavano a vestire i propri figli. A nessuno di loro sarebbe mai passato per l’anticamera del cervello di trasformare le loro chiese cattedrali in osterie e di farsi riprendere da fotografi e cameraman mentre servivano i pasti ai poveri, come se la Chiesa ― in particolare quella italiana ― non avesse stabili in sovrabbondanza per allestire pranzi, evitando di dissacrare le chiese.

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La nostra decadenza è irreversibile perché la soglia del non-ritorno l’abbiamo superata ormai da anni [cfr. mio articolo QUI]. Dobbiamo quindi assistere alle penose immagini di un Sommo Pontefice che si fa intervistare da un pretino-trendy in tenuta indecorosa e in pose da perfetto maleducato, ci dobbiamo sorbire le sceneggiate dei nostri Vescovi che noleggiano le puttane per sciacquargli e baciargli i piedi alla Missa in Coena Domini ridotta a un penoso teatrino del grottesco, dobbiamo sentirci soli, estranei e persino sgraditi nella nostra Santa Casa sempre più simile alla sala del Gran Sinedrio e al Pretorio di Pilato, consapevoli che per la Chiesa è iniziata la passione del Getsemani. E dopo la crocifissione, la morte e la sepoltura, l’esperienza mistagogica si concluderà con la risurrezione. A quel punto cominceremo a ricostruire con enorme fatica sulle ceneri della grande distruzione. E a farlo saremo in quattro gatti, ma animati da vera fede, vera speranza e vera carità.

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dall’Isola di Patmos, 29 ottobre 2022

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Nella foto: il presbitero bresciano Giuseppe Fusari – Cosa aspettarsi in un vicino futuro, forse un prete che si presenti a celebrare la Santa Messa di Natale con un perizoma rosso?

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