Quando durante la Santa Messa Padre Ariel fracassò una chitarra sulla colonna della navata di una chiesa parrocchiale
/in Attualità/da Jorge Facio LinceQUANDO DURANTE LA SANTA MESSA PADRE ARIEL FRACASSÒ UNA CHITARRA SULLA COLONNA DELLA NAVATA DI UNA CHIESA PARROCCHIALE
Quando si reca in posti che non conosce, preferisce avere vicino un poliziotto che possa eventualmente bloccarlo, “privilegio” questo concesso di motu proprio a me, povero disgraziato che non sono altro! Semplice il motivo: reggere una tigre del Bengala è più facile e meno pericoloso che reggere lui.
— Storie mai scritte —

Autore:
Jorge Facio Lince
Presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos
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Sono 12 anni che vivo e lavoro a stretto contatto con lui, sono quindi un archivio vivente delle gesta di Padre Ariel S. Levi di Gualdo. Naturalmente, quando si è mansueti, non si narrano le proprie gesta più belle, per questioni di mansuetudine. Temo che un giorno dovrò rendere conto a Dio per avere evitato la realizzazione di varie prodezze non belle, ma bellissime. E chissà che castigo dovrò subire per questo, quando mi troverò dinanzi al giudizio di Dio, avendo impedito la realizzazione di certi colpi di genio.
Caratteristica di Padre Ariel è di spiazzarti con cose che non ti aspetteresti mai. Per questo, quando esordisce con certe perfomance, sempre e di rigore improvvise e inaspettate, le persone non riescono neppure a reagire sul momento, perché hanno bisogno di entrare nell’ordine di idee che quanto accaduto è vero, che è proprio accaduto realmente.
Mese di maggio 2010, un confratello di Padre Ariel, colombiano, mentre stava facendo il dottorato in sacra liturgia in una pontificia università romana svolgeva il ministero di secondo vice-parroco in una parrocchia che non nomino, presso una diocesi suburbicaria di Roma che non nomino. Avendo deciso di recarsi in pellegrinaggio a Fatima e soggiornare in Portogallo alcuni giorni, chiama Padre Ariel e gli chiede se può sostituirlo per la Santa Messa vespertina del sabato e per quella della domenica mattina. Lui accetta subito, anche per il profondo legame fraterno e affettivo che nutre verso quel sacerdote, che fu cerimoniere alla sua ordinazione sacerdotale.
Come solitamente fa, mi chiede se posso accompagnarlo e svolgere il servizio di accolito, non potendo ammettere che quando si reca in posti che non conosce, preferisce avere vicino un poliziotto che possa eventualmente bloccarlo, “privilegio” questo concesso di motu proprio a me, povero disgraziato che non sono altro! Semplice il motivo: reggere una tigre del Bengala è più facile e meno pericoloso che reggere lui.
Contro le chitarre Padre Ariel non ha niente, perché la chitarra, se suonata bene, da professionisti e musicisti, può essere uno splendido strumento liturgico. Più volte abbiamo udito chitarristi eseguire con la chitarra arie di J.S. Bach, in altre occasioni accompagnare in sottofondo persino i canti gregoriani. Una autentica meraviglia.
Quando però sente dei sessantenni post-sessantottini suonare le chitarre che non sanno suonare, semmai sulla melodia di When the Saints Go Marching In, Padre Ariel potrebbe persino farti pentire di non avere incontrato al posto suo Jack lo Squartatore, con il quale tutto sommato potrebbe andare meglio.
Lo ammetto: la domenica mattina quel coretto toccò il fondo. Durante la Comunione si misero a eseguire una canzone tratta dalla celebre opera Jesus Christ Superstar. E qui va premesso: Padre Ariel apprezza molto sia quell’opera che il balletto del Martha Graham Dance Company, che considera una tra le più grandi opere rock nel Novecento. Però, al tempo stesso, è un presbitero e un teologo di solida dottrina e sa che quell’opera e i testi delle sue canzoni negano in modo deciso la divinità di Cristo. Ecco allora che sulle parole tradotte in italiano della Maddalena innamorata del Cristo il coretto si mette a cantare: «… è un uomo, è solo un uomo». Padre Ariel cessa di distribuire la Comunione, sale all’altare, vi depone la pisside sopra, si genuflette reverente, ridiscende sotto il presbiterio, toglie la chitarra di mano al chitarrista e la fracassa sulla colonna di una navata. Lascia la chitarra in pezzi a terra e dice: «Alla fine dei veri concerti rock si fa così».
Nella chiesa calò un silenzio tombale. E come nulla fosse, composto e gelido come un pezzo di ghiaccio, proseguì e terminò la celebrazione eucaristica.
Il parroco non osò dire niente, presumo temendo di ritrovarsi con un candeliere di bronzo stampato sulla schiena. Ma il giorno dopo sostenne lui per primo la protesta di quei coristi presso il Vescovo, dicendo che non conosceva quel prete e incolpando il secondo vice-parroco che lo aveva chiamato in sua sostituzione. Ovviamente Padre Ariel si era già premurato di chiamare il suo Vescovo, che all’epoca era Mons. Luigi Negri, e di narrargli il fatto.
Non più tardi del lunedì pomeriggio il Vescovo di quella Diocesi chiama Mons. Luigi Negri, che di fondo era forse persino più indisposto del Padre Ariel stesso dinanzi a certe stramberie liturgiche, e che lo tranquillizza così: «Ti rassicuro e ti prego di rassicurare anche il chitarrista che tutto sommato gli è andata veramente bene, anzi ringrazi Dio, perché per il tipo che è, mi stupisco che la chitarra l’abbia spaccata sulla colonna e non sulla sua testa».
Trascorso un anno, mentre il sacerdote colombiano stava per lasciare Roma al termine degli studi e rientrare nella sua diocesi, pochi giorni prima di prendere l’aereo confidò a Padre Ariel di averlo invitato apposta per sostituirlo, immaginando che dinanzi a cose simili avrebbe reagito, dopo che lui aveva dovuto sopportare per due anni quel coretto e quel parroco ignorante in materia di dottrina e di fede, che nemmeno si rendeva conto delle eresie che quelle persone cantavano durante la Messa.
Però ripeto: essendo Padre Ariel mansueto, profondamente mansueto, evita di narrare alcune delle sue gesta più belle, sicuramente per un discorso di profonda umiltà.
dall’Isola di Patmos, 9 gennaio 2023
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Gli aspetti giuridici civili della Comunione sulle mani dinanzi alle assurde azioni legali intraprese da preti e vescovi che meriterebbero di essere fustigati a sangue
/2 Commenti/in Attualità/da Padre ArielLa Comunione di Giorgia Meloni e quell’ideologismo clericale sulla Comunione in mano anche nelle situazioni ad alto rischio che supera il valore stesso della tutela del Corpo di Cristo
/in Attualità/da Padre IvanoLA COMUNIONE DI GIORGIA MELONI E QUELL’IDEOLOGISMO CLERICALE SULLA COMUNIONE IN MANO ANCHE NELLE SITUAZIONE AD ALTO RISCHIO CHE SUPERA IL VALORE STESSO DELLA TUTELA DEL CORPO DI CRISTO
È necessario che in certe grandi celebrazioni pontificie e non solo, sia amministrata la Santa Comunione a migliaia di persone, per di più sulle mani, là dove esercitare il controllo è impossibile e dove possono verificarsi veri e propri sacrilegi, che puntualmente si sono verificati e seguitano a verificarsi?
— Attualità ecclesiale —

Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp..
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Tra le tante, durante la celebrazione esequiale di Benedetto XVI, non è passata inosservata la foto del nostro Primo ministro Giorgia Meloni che riceve la Santa Comunione dalle mani di un sacerdote. Qualcuno ha maliziosamente fatto notale che le simpatie politiche rischiano di mettere in secondo piano il Catechismo della Chiesa Cattolica, ma noi, qui su L’Isola di Patmos non abbiamo simpatie politiche perché teniamo alle persone e alla loro anima e sappiamo che per Dio non esistono anime di serie “a” o di serie “b”, tanto meno anime di destra o di sinistra ma tutte sono chiamate alla salvezza in Gesù Cristo, perché è per questo che Dio ha chiamato la Chiesa e un sacerdote dovrebbe preoccuparsi quotidianamente e primariamente di salvezza e di salute delle anime che gli sono state affidate, non di “altro”, ed è meglio stendere un velo pietoso e non aggiungere altro sulla natura e la modalità di questo “altro”.
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i sacrileghi risultati visibili della Comunione data in mano senza controllo per compiacere la clericale ideologia
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Visto il caso pubblico della Comunione alla Meloni, ci sarebbe tanto da dire e da obiettare da un punto di vista della dottrina e dell’insegnamento della Chiesa Cattolica ma credo che il punto ora non sia questo, se non per accendere sterili polemiche del tutto inutili e da evitare. A mio personale parere sarebbe certo opportuno dare una bella tirata d’orecchie alla Giorgia nazionale ― cosa pastoralmente doverosa per il bene della sua anima e per la tutela di molti cristiani che alle ultime elezioni hanno votato per lei ― che non ha avuto il minimo tentennamento a ricevere l’Eucaristia pur non potendola fare perché a tutt’oggi legata attraverso una convivenza a Andrea Giambruno. Ricordiamo che la convivenza è un legame affettivo non riconosciuto dalla Chiesa per due battezzati, il cui solo vincolo valido di unione è quello sacramentale del matrimonio, in cui Cristo stesso unisce i coniugi in uno. Al caso specifico del nostro Primo ministro si aggiunge purtroppo un’aggravante di non poco conto: entrambi, lei e il suo compagno, sono totalmente liberi da pregressi vincoli. Nessuno di loro ha contratto in precedenza un matrimonio che costituirebbe impedimento alla loro unione. Pertanto c’è proprio la manifesta volontà a non sposarsi e a vivere in uno stato di convivenza. Una situazione che merita tutto il dovuto rispetto per le libere e insindacabili scelte altrui, ma che niente ha però da spartire con quelle delle tante persone animate da profondi sentimenti cristiani, divorziati e in seguito sposati civilmente, che pur volendo vivere una situazione regolare non sono in grado di farlo, a meno che non vi siamo elementi tali da consentire al tribunale ecclesiastico di dichiarare invalido, quindi nullo, il loro precedente matrimonio.
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Mi auguro che qualche confratello sacerdote, magari amico della Meloni, le abbia fatto capire la responsabilità del proprio gesto pubblico, non tanto come rappresentante civile e laico dello Stato Italiano lì presente a rendere omaggio a un Pontefice defunto, ma soprattutto come persona che si definisce cristiana cattolica e che in più di una occasione ha voluto proporsi come custode dei valori tradizionali della fede. Salvo dare ripetute garanzie in campagna elettorale che nessuno avrebbe toccato in alcun modo la Legge sull’aborto, cosa ulteriormente garantita dalla cattolica Elisabetta Gardini a vari programmi televisivi nel periodo pre-elettorale [cfr. Vedere QUI, QUI]
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Nel passato recente, abbiamo avuto altri politici che hanno brandito rosari e immagini sacre a fini propagandistici e siamo sempre giunti alla farsa, con gran detrimento per la fede dei semplici e degli sprovveduti. Questo non perché a un politico sia vietato di testimoniare la propria fede e appartenenza religiosa in pubblico, ma perché quando lo si fa si deve tenere ben distinto il proprio ruolo di funzionario di uno Stato laico che ha determinati obblighi così come quello di persona di fede che ne ha altri e forse più gravosi e vincolanti perché rivolti a Dio e alla Chiesa che non sono certamente elettori.
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Ecco dunque il punto focale della questione: ma è mai possibile che nell’organizzazione delle celebrazioni della Santa Sede non sia previsto di limitare questi abusi e questi slanci di sentimentale trasporto, soprattutto nella sezione riservata ai politici e alle pubbliche autorità di cui è facile risalire alla condizione di vita e conoscerne il pensiero pubblico così da valutare l’opportunità o meno di far accedere queste persone ai Sacramenti? Se questo è possibile farlo in contesti più piccoli e meno organizzati, dobbiamo forse pensare che il braccio organizzativo e diplomatico della Santa Sede si sia così accorciato da essere a tal punto miope e non vedere certe situazioni? Non vogliamo e non possiamo crederlo.
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La realtà che più colpisce è quella di una organizzazione del cerimoniale fallace e dissipata. Se una reprimenda è necessaria, bisogna farla al cerimoniere di Sua Santità e agli altri cerimonieri preposti all’ordine e al decoro della celebrazione, che non si sono organizzati per prevenire certi illeciti che, sebbene non devono essere usati per formulare un giudizio sprezzante e offensivo sulla persona, devono essere assolutamente e con tutti i mezzi evitati in virtù della loro sacralità che può portare facilmente allo scandalo — nel senso di inciampo per la fede — e alla mortificazione dei misteri celebrati.
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Ricordo molto bene che ai funerali di Giovanni Paolo II, al momento della Comunione, venne dato chiaro l’avviso ― doveroso visto l’affluire di persone di diverse derivazioni da tutte le parti del mondo ― che all’Eucaristia si accostava solo chi era nelle condizioni richieste dalla Chiesa per poterla ricevere, così da evitare l’equivalenza che il Corpo del Signore ha lo stesso valore e importanza di un abbraccio consolatorio, di un gesto di solidarietà nel momento del bisogno o peggio di un trasporto sentimental-passionale in cui io “mi sento di fare la Comunione” per un non meglio precisato motivo.
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Il problema da sempre discusso è anche un altro: è necessario che in certe grandi celebrazioni pontificie e non solo, sia amministrata la Santa Comunione a migliaia di persone, per di più sulle mani, là dove esercitare il controllo è impossibile e dove possono verificarsi veri e propri sacrilegi, che puntualmente si sono verificati e seguitano a verificarsi? A certe grandi e affollate celebrazioni, non sarebbe meglio selezionare un gruppetto di fedeli che ricevono la Santa Comunione, per esempio dal Sommo Pontefice o dal Vescovo, mentre altre migliaia di fedeli si uniscono a loro in comunione spirituale? O vogliamo dimenticare quando nel 2005, poco dopo la morte di Giovanni Paolo II, fu messa all’asta su EBay un’Ostia ricevuta da un partecipante non cattolico a una Santa Messa da lui celebrata nel 1988? Il problema fu risolto dalla Diocesi Statunitense di Sioux City che riuscì a ritirarla. Ma c’è di molto peggio: il cosiddetto “artista” spagnolo Abel Azcona sottrasse 242 Ostie presentandosi a ricevere la Santa Comunione, ovviamente data sulle mani, usandole poi per comporre a terra la parola «pederastia» che in lingua spagnola significa pedofilia. Eppure nemmeno casi di questo genere hanno mai dissuaso gli ideologi clericali della Comunione in mano a tutti i costi, in qualsiasi situazione anche ad alto rischio. Per intima conoscenza del soggetto in questione aggiungo: è ragionevole dare torto al nostro confratello Ariel S. Levi di Gualdo che da sempre si rifiuta di dare la comunione sulle mani a chicchessia, dopo essere incorso in un tentativo di sottrazione proprio durante la celebrazione della sua prima Santa Messa? C’è un filmato che lo documenta nel quale si vede Padre Ariel che con la pisside in mano rincorre una donna e le toglie l’Ostia dalla borsa nella quale l’aveva riposta. Qualcuno ha idea del trauma incancellabile che comporta per un sacerdote avere dato l’Eucaristia a una persona che ha tentato di sottrarla, per di più durante la celebrazione della sua prima Santa Messa? Vogliamo dare la Comunione sulle mani? Bene, ma che almeno si imponga di controllare con estrema attenzione. Non è possibile che molti sacerdoti mettano la Santissima Eucaristia sulle mani di persone sconosciute senza esercitare alcun controllo. Quante persone, anziché consumarla dinanzi al sacerdote come si dovrebbe, voltano le spalle o se ne vanno nella totale incuria del celebrante, o la consumano passeggiando per chiesa senza che alcuno le richiami? Sono scene all’ordine del giorno. Però è risaputo quanto l’ideologia clericale superi di gran lunga il valore stesso del Corpo di Cristo e la massima tutela che esso dovrebbe richiedere.
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Se queste cose non si bonificano alla fonte, difficilmente a valle ci sarà qualcuno che ne custodirà e apprezzerà il valore così da farle rispettare. E tra le febbri politiche che attendono di cogliere in fallo il piede dell’avversario che sbaglia e i tradizionalisti puritani d’assalto che gridano al peccato e minacciano l’inferno, in mezzo ci sarà sempre lo scappato di casa che seraficamente ci ricorderà: «chi sono io per giudicare?». Forse noi non siamo nessuno, ma da sacerdoti e custodi dei misteri di Dio che ci sono stati affidati con l’imposizione delle mani, vogliamo con tutto noi stessi evitare che le cose sante vengano date ai cani, così come le perle ai porci [Cfr. Mt 7,6]. Non si tratta di razzismo spirituale ma di carità pastorale che desidera tutelare primariamente coloro che ancora devono crescere nella conoscenza di Dio e nell’annuncio di salvezza dentro un cammino di fede ecclesiale graduale e maturo. Non possiamo permetterci di sprecare le grazie di Dio, e questo vale anche per coloro che ancora non sono in grado di apprezzarle per crescere nella giusta conoscenza di Lui e non già per aumentare il proprio narcisistico e patologico senso religioso. Forse sprechiamo tempo ma è utile richiamare la prima lettera ai Corinzi del Beato Apostolo Paolo [Cfr. 1Cor 11,17-34] in cui si sottolinea la modalità corretta con cui il fedele è chiamato ad accostarsi al Corpo del Signore, non solo inteso nella sua componente sacramentale ma ecclesiale, perché è l’Eucaristia che fa la Chiesa, Corpo del Signore. In poche righe «Paolo ci educa ad avere questo sguardo di responsabilità su ambedue questi “Corpi” comunicando al rito instaurato da Cristo, si dà forma e coesione anche alla comunione ecclesiale» [Cfr. B. Standaert, Lettere di San Paolo, introduzione, traduzione e commento, San Paolo, 2021].
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Non pretendiamo che in Vaticano capiscano questo concetto teologico paolino ma almeno non sarebbe male avere un po’ di rispettosa decenza verso tutti quei fratelli che per la loro condizione irregolare non possono ancora accedere pienamente alla Santa Comunione e che osservano rispettosi il digiuno verso le sacre specie del Signore manifestando così una testimonianza eroica di amore alla Chiesa Corpo di Cristo.
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Queste Comunioni non fatte, più di tutte quelle fatte con l’inganno o con il sentimentale trasporto occasionale, oggi più che mai sono come un dito puntato verso noi sacerdoti che da tempo abbiamo abdicato al ruolo di padri nella fede per diventare amici che tutto permettono, scusano e concedono. Anche a noi sacerdoti, che ci comunichiamo a ogni Santa Messa, qualcuno dovrebbe farci riflettere, sapere se siamo veramente in grazia per poter ricevere quel Corpo sacramentale che consacriamo quotidianamente quando forse siamo ancora totalmente incapaci di custodire, far crescere e difendere quel Corpo ecclesiale che è ugualmente segno di Cristo nel mondo e comunione con Lui.
Laconi, 8 gennaio 2023
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Ho portato L’Isola di Patmos al funerale di Benedetto XVI tra nebbia e vecchi ricordi indelebili
/3 Commenti/in Attualità/da Padre SimoneHO PORTATO L’ISOLA DI PATMOS AI FUNERALI DI BENEDETTO XVI TRA NEBBIA E VECCHI RICORDI INDELEBILI
Non avrei mai immaginato che il pontificato di Benedetto XVI sarebbe stato liquidato con una Santa Messa esequiale della durata di un’ora e un’omelia di cinque minuti nel corso della quale non è stato detto niente. Cosa lamentata da molti preti presenti in piazza al termine della celebrazione. Ma d’altronde è oggi noto e risaputo: a noi preti chi ci ascolta?
— Attualità ecclesiale —

Autore
Simone Pifizzi
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Nel 2005, al funerale di Giovanni Paolo II tirava un forte vento che alla fine della celebrazione chiuse il Libro del Santo Vangelo deposto aperto sopra la bara. A quello di Benedetto XVI, celebrato questa mattina c’era una nebbia che impediva di vedere la cupola di San Pietro, mentre in altre zone della Capitale c’era il sole. Al prossimo funerale, quando sarà, quale altro segno ci sarà riservato, anche se oggi pare si sia perduta la capacità di leggere i segni?
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Bene ha fatto Padre Ariel a “riesumare” dall’archivio della nostra Isola di Patmos un vecchio articolo del 2017 in cui parlava con anni di anticipo del funerale di Benedetto XVI [vedere articolo QUI], preceduto da un commento molto profondo e lucido del nostro Padre Ivano [vedere articolo QUI].
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Conobbi nel 1993 colui che nel 2005 diverrà il 265° successore del Beato Apostolo Pietro, il Cardinale Joseph Ratzinger, all’epoca Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. Fu invitato a Firenze dall’allora Arcivescovo, il Cardinale Silvano Piovanelli, che lo fece alloggiare in seminario, come si era soliti fare. A me e a un altro confratello il rettore del seminario chiese di occuparci di lui e di servirlo per tutte le sue necessità. Lascio immaginare il nostro timore e tremore, trovandoci dinanzi al Prefetto di quel dicastero, tanto più un teologo come lui. Con nostro stupore incontrammo e ci potemmo intrattenere con una persona molto amabile e gradevole.
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Quando gli dicemmo che eravamo a sua completa disposizione, in modo sornione e simpatico rispose: «Ma se voi non dovevate stare vicino a me, che cosa avreste fatto? Che cosa fate di solito in questi momenti e in queste fasce di orario?». Rispondemmo che in quei momenti eravamo dediti allo studio. Ci rispose: «Allora sarà bene che studiate e che vi prepariate nel migliore dei modi al vostro ministero, anziché stare dietro a me».
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Mostrò molta cura per noi in quei giorni, soprattutto quando celebrò la Santa Messa nella cappella del seminario, manifestando nella sua sobrietà una sacrale profondità liturgica, donandoci delle omelie che furono delle profonde catechesi.
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Altro ricordo fu quando nel 2006 portai i giovani in udienza durante il suo primo anno di pontificato. I ragazzi avevano sempre vivo il ricordo del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, sotto il pontificato del quale erano nati e cresciuti. Una personalità istrionica e avvolgente, dinanzi alla quale Benedetto XVI appariva inizialmente un timido introverso. Per non parlare dell’accanimento scatenato su di lui dai mezzi di comunicazione di massa. Così, colti i loro dubbi e perplessità, rivolsi questo invito: «Fate un minimo sforzo: ascoltate quel che dirà nel corso dell’udienza, poi ne riparleremo». E come suo stile Benedetto XVI riuscì a parlare di temi molto profondi con una semplicità straordinaria, rapendo da subito la loro attenzione e conquistandone l’interesse. Ritornai a Firenze con dei giovani entusiasti per avere partecipato a quell’udienza, che svilupparono da quel giorno a seguire grande affetto e un profondo legame verso la figura di Benedetto XVI.
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Diversi di quei giovani, nei giorni a seguire, mi confidarono che su Benedetto XVI erano stati costruiti degli stereotipi non veri e soprattutto ingenerosi. Come dimenticare il titolo a tutta pagina di un quotidiano che il giorno dopo la sua elezione titolò: Il pastore tedesco?
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Portai nuovamente in udienza i giovani anni dopo, durante il suo ultimo anno di pontificato, poco prima dell’atto di rinuncia all’esercizio del ministero petrino. Anche quella fu una giornata di intense emozioni che li colpì molto. Gli stessi che abbiamo visto in grande numero sfilare dinanzi al feretro di Benedetto XVI esposto ai fedeli nella Papale Arcibasilica di San Pietro, dove sono state calcolate 200.000 persone affluite in tre giorni. Il tutto a conferma di quella verità taciuta per anni dalla stampa nazionale e internazionale che da subito gli ha dichiarato guerra sin dalla sua elezione: Benedetto XVI è stato molto amato dai giovani. Se infatti stiamo assistendo da un decennio a un calo vertiginoso e drammatico delle vocazioni alla vita sacerdotale, nei primi anni di pontificato di Benedetto XVI le vocazioni erano in aumento. E questo non lo dico certo io, ma i numeri, la storia. Soprattutto lo dicono i nostri seminari sempre più vuoti. Anche perché, se il modello di prete oggi proposto è quello dell’attivista, tanto vale iscriversi alla facoltà di sociologia a fare poi l’assistente sociale. E vogliamo parlare degli abbandoni del sacerdozio? Era dagli anni Settanta che non si registravano numeri così elevati di richieste di dispensa dall’esercizio del sacro ministero sacerdotale, molte delle quali avanzate da sacerdoti in crisi profonda, con venti o trent’anni di ministero sulle spalle. Tema questo sul quale alcuni vescovi-sociali dovrebbero chiedere lumi a Padre Ariel, che da 12 anni si dedica alla cura e all’assistenza di sacerdoti in difficoltà.
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L’ultimo ricordo che conservo risale all’11 febbraio del 2017, quando andai con il Cardinale Ernest Simoni in visita privata al monastero Mater Ecclesiae. Il Santo Padre volle incontrarci e intrattenersi con noi prima della Santa Messa, mostrando per tutti lo stesso affetto: per un anziano ed eroico Cardinale come Ernst Simoni, che aveva trascorso 27 anni della sua vita nelle carceri comuniste dell’Albania, ed allo stesso modo per me, che pure non ho vissuto con eroismo certe forme di martirio bianco.
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La cosa che mi colpì e mi commosse, fu che Benedetto XVI riconobbe in questo prete, ormai avanti negli anni di ministero sacerdotale, il seminarista incontrato da Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede nel Seminario Arcivescovile di Firenze. Di quella visita si ricordava veramente tutto.
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Dopo questo incontro privato concelebrammo l’Eucaristia da lui presieduta nella Cappella del Monastero Mater Ecclesiae. Di quella Santa Messa ho già reso testimonianza su queste nostre colonne lo scorso anno [vedere articolo QUI], precisando che nel canone Benedetto XVI pronunciò la frase: «… una cum famulo tuo Papa nostro Francisco». Testimonianza che non è però servita agli ideatori di codici criptici, anfibologie e, soprattutto, a chi purtroppo segue certi squinternati che hanno data vita al mondo dell’irreale [vedere precedenti articoli QUI, QUI].
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Dopo la Santa Messa ci fu un incontro fraterno molto prolungato, nel corso del quale gli offrimmo alcuni doni della Chiesa di Firenze. Prima del termine di quell’incontro il Santo Padre mi regalò il suo zucchetto, che chiaramente io conservo come una preziosa memoria di questo Pontefice, che nonostante certi suoi limiti umani e di governo, considero un grande pontefice per il suo magistero, per le sue catechesi e per la sua indimenticabile omiletica.
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Questa mattina ho partecipato alle esequie funebri in una Piazza San Pietro gremita di gente come non si vedeva da molti anni. Piazza che potremmo rischiare ― se Padre Ariel ci avesse azzeccato anche questa volta ― di non rivedere più così. Erano presenti circa centomila persone e quasi 4.000 sacerdoti concelebranti. Ciò che più mi ha colpito è stata la presenza di tanti giovani, come documentano le immagini.
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Non posso omettere una nota finale, triste ma veritiera, sulla quale non intendo però soffermarmi: non avrei mai immaginato che il pontificato di Benedetto XVI sarebbe stato liquidato con una Santa Messa esequiale della durata di un’ora e una omelia di cinque minuti nel corso della quale non è stato detto niente. Cosa lamentata da molti preti presenti in piazza al termine della celebrazione. Ma d’altronde è noto e risaputo: a noi preti chi ci ascolta? Quando si è impegnati ad ascoltare tutto, specie ciò che non è cattolico, si può essere privi del tempo necessario per ascoltare gli operai che lavorano nella vigna del Signore.
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In certe occasioni bisogna stendere però un velo pietoso, o forse persino una trapunta di lana pesante con il suono della pietra tombale che cala.
Roma, 5 gennaio 2023
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RICORDI

11 febbraio 2017: il Santo Padre Benedetto XVI con il Cardinale Ernest Simoni e il presbitero fiorentino Simone Pifizzi
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Quando nel 2017 scrissi con sei anni di anticipo sulla morte e il funerale del Sommo Pontefice Benedetto XVI
/in Attualità/da Padre ArielIn morte di Benedetto XVI che iniziò il ministero petrino dicendo: «Pregate per me perché io non fugga per paura davanti ai lupi»
/1 Commento/in Attualità/da Padre IvanoIN MORTE DI BENEDETTO XVI CHE INIZIÒ IL MINISTERO PETRINO DICENDO: «PREGATE PER ME PERCHÉ IO NON FUGGA PER PAURA DAVANTI AI LUPI»
Tra le tante cose che in queste ore si stanno dicendo su Joseph Ratzinger, la più vera e lusinghiera reputo sia questa: «Ha servito la Chiesa ma non si è servito di Essa».
— Attualità ecclesiale —

Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp..
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Sui mass media si stanno moltiplicando in questi giorni ― e seguiteranno a moltiplicarsi nei prossimi giorni ― commenti di personaggi e personalità, assieme a un esercito di personaggi in cerca d’autore, che non conoscono i fondamenti del Cattolicesimo, la sua ecclesiologia, la sua specifica liturgia e il suo diritto interno. Parlare infatti del «funerale del Papa» è un’espressione per così dire puramente popolare. E questo da sempre, non solo nel caso di Benedetto XVI. Alla morte del Romano Pontefice non si celebra il funerale del Papa ma di colui che lo è stato. In passato, dopo la morte, avveniva il cosiddetto “rito del martello”. Il decano del Collegio Cardinalizio batteva tre colpi sulla fronte del defunto con un martelletto pronunciando la frase «Vere Papa mortuus est» (il Papa è veramente morto). Poi lo chiamava non più con il nome assunto alla sua elezione al sacro soglio, ma con il suo nome di battesimo. Cosa questa che ha un suo significato molto profondo: il pontificato cessa con la morte, non sopravvive a essa.

Benedetto XVI, il Sommo Pontefice che amava i gatti
Il rito del martelletto fu compiuto l’ultima volta nel 1922 alla morte di Benedetto XV. In seguito, quando nel 1939 morì Pio XI, l’allora decano del Collegio Cardinalizio Eugenio Pacelli, che diverrà suo successore col nome di Pio XII, non utilizzò il martelletto, rito che da quel momento è caduto in disuso. È comunque bene chiarire in questa occasione che da sempre celebriamo le esequie di colui che è stato Romano Pontefice, che cessa di essere tale al momento della morte per tornare l’uomo che era prima dell’elezione. Mentre infatti un episcopo e un presbitero rimangono tali in eterno, in virtù del Sacramento indelebile che hanno ricevuto e che valica quindi la morte stessa, il Romano Pontefice, che la sua potestas l’ha invece ricevuta per via giuridica e non per via sacramentale [cfr. QUI], cessa di essere tale con la morte, per questo è chiamato con il nome di battesimo. Quello di Benedetto XVI è un caso ancora più particolare, perché ha cessato di essere il Romano Pontefice 10 anni fa, con il suo libero, legittimo e valido atto di rinuncia al ministero petrino.
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Tra le tante cose che in queste ore si stanno dicendo su Joseph Ratzinger, la più vera e lusinghiera reputo sia questa: «Ha servito la Chiesa ma non si è servito di Essa». Ha servito la Chiesa veramente ― «un semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore» ― come ebbe a dire di sé stesso il 19 aprile 2005 subito dopo la sua elezione al soglio del Principe degli Apostoli. Poi pochi giorni dopo, il 24 aprile, durante la Santa Messa per l’inizio del ministero petrino pronunciò nell’omelia una frase che solo diversi anni dopo abbiamo compreso, anche se tutt’oggi resta da comprenderne il vero significato fino in fondo: «Pregate per me perché io non fugga per paura davanti ai lupi» [cfr. QUI].
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Questo servizio non ha avuto alternanze ma è stato costante: sia come Pontefice che come cardinale e vescovo e ancor prima come sacerdote; sia come teologo che come studioso del mistero di Dio che ha sempre amato, indagato e difeso nel suo compito di Prefetto alla Congregazione per la Dottrina della Fede. Il consenso unanime e intellettualmente onesto di coloro che lo hanno conosciuto personalmente ― alcuni dei quali non credenti o smaccatamente non cattolici ― orienta il cuore dei fedeli cristiani verso questa valutazione di merito, lasciando pertanto a Dio le immancabili fragilità di un uomo che ha commesso sì degli errori proprio a causa di quelle altezze di dignità alle quali fu sottoposto, così come già vediamo presenti nella vita del beato apostolo Simon Pietro.
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Dopo il grande e impetuoso Giovanni Paolo II, il Signore ha scelto un pastore mite ― forse troppo mite per il momento storico a cui venne chiamato a ricoprire l’ufficio petrino ― ma che non ha mai abdicato la ricerca della Verità che prima di essere una via speculativa rappresenta una persona vera e concreta, è Gesù Cristo, il Figlio di Dio, vero Dio e vero uomo, Salvatore del mondo.
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Joseph Ratzinger, Benedetto XVI, è stato il ministro della Verità intesa come persona di Cristo, merce molto rara di questi tempi tra il clero “alto” e “basso”. Una verità che è stata affermata anche quando questa appariva scomoda per la Chiesa Cattolica, detta soprattutto quando poteva scandalizzare qualcuno e si rischiava di perdere seguaci: il «volete andarvene anche voi?» [Gv 6,67] è ancora valido oggi, rispetto al «Todos caballeros»?
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Una verità detta veramente con parresia anche quando questo avrebbe comportato il martirio e la persecuzione, soprattutto quando era necessario intraprendere una via di guarigione fatta di tanto purgatorio che avrebbe interessato da vicino sia i sacerdoti che i religiosi e gli alti prelati i cui scandali e vite in dissonanza con il Vangelo non potevano più essere tollerati e misericordiati buonisticamente, se non con il fermo proposito di un serio rinnovamento di vita e di ritorno alla conversione, fermo restando la doverosa riparazione davanti al mondo e davanti a Dio.
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Il valore e lo spessore di Benedetto XVI è essenzialmente questo e poco c’è altro da aggiungere: è lo spessore della Verità ed è giusto oggi ricordarlo a tutti, dirlo a noi sacerdoti, scolpirlo nella mente dei fedeli, in un momento ecclesiale di estrema fragilità in cui le febbri ternane della papolatria hanno interessato molti e dove in queste ore si assiste vomitevolmente alla fiera dei selfie con il defunto Pontefice nell’aspettativa di guadagnare ancora qualche punto fedeltà o di carriera.
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I social brulicano di reazioni circa la sua morte, diventando i bacini sociali estremamente rivelativi di quello spessore fatuo e incongruente dell’uomo moderno e del clero moderno. Ci si alterna in lodi sperticate proferite dai personaggi più improbabili che hanno voluto seguire la convenienza del momento abbandonando Joseph Ratzinger quando non era più utile per raggiungere i propri interessi personali. Si è passati dalla cappamagna ai migranti, dalle croci pettorali in oro a quelle in legno dei barconi, dalla nobile semplicità e sobrietà della liturgia alla sciatteria disadorna dei pionieri del nuovo culto inclusivo dimentico di Dio, dall’austero ordine architettonico di Piazza San Pietro alle deiezioni tra le colonne del Bernini di una Chiesa povera e basta.
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Assistiamo al contempo alla danza delle iene, ad alcuni che godono di soddisfazione patologica per la sua morte ― spesso gli stessi che difendono i diritti e l’inclusività ― e che ora si scagliano sulla memoria del Pontefice percepito fin da subito e senza appello come il “nemico numero uno” da abbattere. Da abbattere sì, così come si devono abbattere le verità scomode che ci tengono svegli la notte, così come vediamo fare al demonio con Gesù in quel di Cafarnao: «Basta! Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!» [cfr. Lc 4,31-37].
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Oggi cancellare sistematicamente la Verità e le verità è divenuto il nuovo mantra della intellighenzia dominante, di coloro che si definiscono custodi della sapienza umana e che con il Papa teologo avrebbero dovuto saper dialogare e cercare affannosamente l’incontro con la Verità ma non l’hanno fatto. Si è preferito in quel giovedì 17 gennaio 2008 rigettare il tutto: «basta! che vuoi da noi, sei venuto a rovinarci?» Un’occasione per poter partorire la Verità nella pluriformità delle posizioni di pensiero, trasformata invece in ideologia al grido di #NOVAT all’Università La Sapienza. A distanza di dodici anni molti di quegli orgogliosi e titolati dissidenti della verità hanno fatto carriera e si godono il prestigioso e glitterato successo umano, cosa che l’umile non desidera e che non cerca perché sa bene che «Vanitas vanitatum et omnia vanitas».
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Misteriosamente Dio rivela e sfida le concezioni dominanti presenti nel mondo attraverso i semplici e gli umili lavoratori della sua vigna. Joseph Ratzinger lo è stato, un Papa che ha incarnato quel «semeion antilegomenon» del Vangelo di Luca, cioè quel segno messo lì da Dio e che molti hanno rifiutato. Solo chi ha avuto la sapienza del cuore ha rettamente inteso, capito e ora vive il tempo del silenzio. Viviamo questi giorni nella preghiera per Papa Benedetto XVI, per la Chiesa, per l’attuale Pontefice Francesco. Fatti come questi sono estremamente rari e sarebbe da stolti etichettarli al di fuori di una visione di Provvidenza divina e di sapienza non immediatamente comprensibile. Lasciamo ad altri la letteratura fantasy e le anfibologie su Benedetto XVI. A noi interessa la sua persona, il suo esempio, il suo ministero che oggi è più eloquente da morto che da vivo e che forse avrà ancora il merito di riportare molti cuori dei figli verso i padri. Tutto il resto, in bene e in male, in grandezze e limiti, in pregi e difetti lo giudicherà la storia in modo freddo e imparziale, al momento che sarà e quando sarà, se sarà …
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Laconi, 2 gennaio 2023
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Quel disastro del “reddito di cittadinanza” visto e vissuto da noi preti a giornaliero contatto con il mondo del reale
/2 Commenti/in Attualità/da Padre ArielQUEL DISASTRO DEL “REDDITO DI CITTADINANZA” VISTO E VISSUTO DA NOI PRETI A GIORNALIERO CONTATTO CON IL MONDO DEL REALE
È pensabile e sostenibile che una parte produttiva del Paese mantenga con la propria contribuzione e il proprio gettito fiscale una parte palesemente parassitaria che dinanzi a forme di esagerato assistenzialismo a puro scopo di serbatoio elettorale, non ti dice neppure grazie, perché agisce e reagisce come se ciò gli fosse dovuto, salvo lamentare che il tutto non è mai abbastanza?
— Attualità ecclesiale —

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo
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tratta da Salerno Today del 15 ottobre 2018 [vedere QUI]
l’Italia è popolata da un gran numero di vili pronti ad applaudire il potente all’apice del potere, poi ad accanirsi sul suo cadavere. È la italica psicologia di Piazzale Loreto, angolo di Milano dove la folla si accanì sul cadavere di Benito Mussolini, Clara Petacci, Nicola Bombacci, Alessandro Pavolini. Dinanzi a quello scempio Sandro Pertini, partigiano socialista e futuro Presidente della Repubblica dichiarò: «Con quel gesto l’insurrezione si è disonorata» [cfr. QUI].
Sorvolo su Carl Gustav Jung che definì la struttura dell’inconscio collettivo, perché complesso sarebbe il discorso e mi limiterò a ricordare l’ovvio: ogni popolazione è condizionata e animata da una propria peculiare psicologia sociale che le deriva dalla sua storia e dal suo vissuto. È in questo senso che possiamo parlare di “carattere sociale” o “socio-psicologia collettiva”.
Il carattere italico è stato raffigurato in modo plastico e realistico nel mondo del giornalismo e in quello della cinematografia da due grandi figure del Novecento italiano: il giornalista Indro Montanelli e l’attore Alberto Sordi che i vizi dell’italiano li tradusse in cinematografia. Tra le sue opere resta memorabile Polvere di stelle, con la straordinaria Monica Vitti.
Mentre tutto taceva e nessuno osava sospirare dinanzi ai potenti di maggioranza al potere, dal canto mio non esitai ad affermare, nel 2019 e nel 2020, che il reddito di cittadinanza è stato il più scandaloso acquisto di voti mai verificatosi prima nella storia della Repubblica Italiana [vedere mio articolo QUI]. È un dato storico: tutti i vecchi partiti della cosiddetta prima Repubblica presero per anni e anni finanziamenti illeciti da industrie, aziende e grandi imprese. Il vecchio Partito Comunista Italiano prendeva finanziamenti illeciti persino peggiori, perché il danaro gli giungeva dall’Unione Sovietica, che era un Paese nemico del Patto Atlantico. Nessun Partito era immune da questi finanziamenti. Eppure nessuno di loro si sognò mai di comprarsi i voti usando il danaro dei pubblici contribuenti, come ha fatto invece quel movimento di grandi moralizzatori noto come Cinque Stelle, che da subito non ha mai parlato all’intelligenza degli italiani, o del poco che ne resta, ma alla loro emotività e alla loro pancia. Voti palesemente acquistati con il reddito di cittadinanza, come provano le preferenze elettorali che hanno toccato delle autentiche maggioranze bulgare in quelle circoscrizioni elettorali del Meridione d’Italia dove sono stati erogati i più numerosi sussidi. Due sole regioni, la Campania e la Sicilia, detengono il 48% dei redditi di cittadinanza tra quelli erogati in tutta Italia. La conseguenza è stata che in alcuni collegi elettorali il Movimento Cinque Stelle ha superato il 70% delle preferenze elettorali. Non sono illazioni, ma dati statistici che lo dicono, per quant’è vero che le elezioni si vincono con i numeri di maggioranza, o no? E i numeri parlano.
Tutto questo lo scrivevo anni fa, in pieno potere cinquestellino, al contrario dei tanti, anzi dei troppi che questa realtà l’hanno vista solo quando i grandi moralizzatori del Paese sono caduti in una farsesca riedizione de La Fattoria degli Animali di George Orwell. E questo dopo averci regalato di tutto e di più: dai monopattini dai quali oggi rischiamo di essere travolti sui marciapiedi, per seguire con i banchi a rotelle che solo una scienziata della caratura di Lucia Azzolina poteva inventare. Su Luigi Di Maio ministro per gli affari esteri stendiamo invece direttamente un velo pietoso.
Chiariamo da subito a scanso di qualsiasi equivoco: un Paese che sia veramente civile ha il dovere politico, sociale e morale di sostenere tutti quei cittadini che non sono in grado di lavorare o che non riescono a trovare lavoro. Come sempre cerchiamo di chiarire il tutto con alcuni esempi concreti: un lavoratore che ha svolto per venti o trent’anni un lavoro usurante, per esempio un muratore o un manovale, se a cinquant’anni si ritrova senza lavoro e per di più con qualche problema di salute, dove lo trova un altro lavoro? Se un lavoratore di analoga età, ma anche un quarantenne che per quasi vent’anni ha fatto il camionista, non può stare più seduto per dieci ore al giorno alla guida di un camion per il sopraggiungere di problemi fisici che glielo impediscono, ma che al tempo stesso non può essere però considerato invalido, perché non lo è, un altro lavoro dove lo trova? Per l’uno e per l’altro, come per molti altri ancora, trovare un nuovo lavoro può essere anche possibile, ma sicuramente non è facile e meno che mai potranno trovarlo su due piedi. Ovvio che sostenere queste persone è un dovere di civiltà. Ma il reddito di cittadinanza, siamo sicuri che è andato a questo genere di persone e a tutti coloro che si trovano senza lavoro per motivi del tutto indipendenti dalla loro volontà?
Posto che stiamo a parlare degli italiani, non dei tedeschi o dei francesi che, piaccia o meno, sono dei popoli con un profondo senso di nazione e di identità nazionale, il reddito di cittadinanza ha segnato anzitutto, nella nefasta psicologia italica, una corsa immediata alla truffa ai danni dello Stato e dell’intera collettività nazionale dei pubblici contribuenti. Solo a dei politici onirici come i cinquestelle poteva passare per la mente, in un Paese come il nostro, di erogare questo sussidio basando il tutto sulla veridicità e la buonafede della auto-certificazione, senza alcun genere di rigoroso controllo, evitando che il tutto finisse a beneficio di quei furbi di cui l’Italia è madre partoriente a getto continuo. E i furbi truffatori, stando alle indagini che con enorme ritardo sono state fatte dagli organi amministrativi e giudiziari preposti, non sono stati affatto “alcuni casi”, ma decine e decine di migliaia, molti dei quali veramente eclatanti. Perché appena si sono messi a fare i controlli, hanno scoperto in breve l’incredibile e l’inverosimile. Purtroppo, i controlli, sono scattati solo quando è cambiato governo e dopo che il governo precedente aveva potuto lucrare voti sul reddito sia alle elezioni politiche sia alle elezioni amministrative.
Ho parlato a lungo e con numerosi percettori di questo devastante reddito, che non è certo tale in quanto tale ma per il modo in cui è stato congegnato. Dalle loro bocche ho potuto udire solo la parola «io ho il diritto di … ho il diritto di … ho il diritto di …». Dinanzi al quesito se mai si erano posti il problema che percepire un sussidio implica che dall’altra parte ci siano dei pubblici contribuenti che glielo paghino, la risposta data ― e non una volta, ma pressoché di prassi ― è stata a dir poco desolante: «Ah, ma è lo Stato che lo paga …». A seguire la precisazione ulteriore: «… perché lo Stato deve …». Ogni commento, dinanzi a simili convinzioni, sarebbe a dir poco superfluo.
Un amico imprenditore tempo fa mi narrò che aveva versato allo Stato, in suoi contributi personali all’INPS, oltre 400.000 euro in 40 anni di lavoro, ricevendo in cambio, una volta giunto al pensionamento, una pensione di 650 euro mensili. Detto questo si dichiarò scandalizzato ― e vorrei vedere come dargli torto ― all’idea che dei ventenni fisicamente in grado di lavorare non si premurassero neppure di cercare lavoro e che riscuotessero 780 euro mensili di reddito di cittadinanza. Mentre altri riscuotevano da una parte il reddito e dall’altra lavoravano in nero, mettendosi in tasca 1.500 / 1.600 euro al mese. Perché queste sono le persone che pagano il reddito a un esercito di nullafacenti che non ne avrebbero alcun diritto e che, ripeto, non sono affatto casi sporadici e isolati, sempre stando a quanto emerso dai controlli effettuati dopo che le stalle erano state aperte e i buoi fuggiti allo stato brado.
Il celebre giornalista italiano Bruno Vespa ha dato di recente questa testimonianza a un programma televisivo Mediaset:
«Ho una masseria in Puglia. Ho trovato una ragazza che lavorava in nero in un locale. Brava, motivata, voleva crescere: le ho offerto 1.300 euro per fare la cameriera. La giovane ha accettato ma poi è tornata a casa e il suo compagno le ha detto: “tu sei pazza, sommando al reddito il lavoro in nero sei molto più libera e fai quello che vuoi”. Di queste situazioni ce n’è un’infinità in Italia» [cfr. QUI].
Presto detto: siamo dinanzi a un numero tanto elevato quanto inquietante di egoisti ignoranti che non hanno neppure la pallida idea di che cosa sia uno Stato. Ma c’è di peggio: in modo più o meno lamentoso o arrogante, antepongono sempre e solo di rigore la parola «io ho il diritto di … ho il diritto di … ho il diritto di …», senza essere mai sfiorati neppure di lontano che i diritti dovuti o acquisiti si basano di necessità sui doveri. Così, ogni volta che ho ricordato a questi soggetti ― molti dei quali purtroppo socialmente irrecuperabili nel loro modo di pensare ― che uno Stato si regge sul rapporto tra doveri e diritti dei cittadini e che dello Stato si beneficia nella misura in cui allo Stato si dà, per tutta risposta mi sono sentito dire: «Ah, ma lo stipendio dei politici …». E questo è l’altro elemento devastante della psicologia italica: «l’altro è peggiore e fa molto peggio di me». Oppure: «… sì, evado il fisco e faccio bene ad evaderlo perché il direttore della Banca d’Italia prende 40.000 euro al mese di stipendio». Da ragionamenti di questo genere può nascere solamente il peggio del peggio. Anche in questo caso diciamolo con degli esempi: ecco allora la mamma napoletana che dinanzi al figlio colto in flagrante mentre stava rapinando un tabaccaio, se la prende con il giudice che lo condanna affermando: «Ci sono politici e industriali che rubano ma non gli fanno niente». Per seguire con la madre dei due criminali che il 6 settembre 2020 uccisero brutalmente a Colleferro il giovane Willy Monteiro Duarte, anch’essi per inciso percettori di reddito di cittadinanza concesso previa auto-certificazione, la quale reagì irridendo il povero giovane ucciso e affermando: «L’hanno messo in prima pagina manco se fosse morta la regina» [cfr. QUI].
La triste verità è che in Italia abbiamo cresciuto e allevato nel corso dell’ultimo mezzo secolo delle generazioni di pigri smidollati, per la gran parte figli unici viziati di mammà e papà, convinti veramente che tutto gli sia dovuto e che la parola “diritto” sia del tutto priva del suffisso “dovere”. E sorvoliamo poi sulla psicologia che segna la generazione ancora peggiore dei figli unici partoriti da madri ultraquarantenni, perché lì siamo veramente nella tragedia …
Per il genere di ministero che svolgo ho rapporti giornalieri con confratelli che vivono sparsi per le diocesi di tutta Italia, a contatto giorno dietro giorno con il materiale umano. In particolare coloro che vivono in Campania, Calabria e Sicilia mi hanno narrato episodi e situazioni di truffe e ruberie fatte in modo sfacciato alla pubblica luce del sole. Diversi presbiteri napoletani mi hanno riferito di non conoscere un solo percettore di reddito di cittadinanza che non lavorasse in nero. Dei presbiteri siciliani mi hanno riferito che erano gli impiegati stessi dei vari uffici della pubblica amministrazione a suggerire come fare cambi di residenza o crearsi residenze fittizie per poter percepire più redditi di cittadinanza all’interno dello stesso nucleo familiare, dopodiché, pochi giorni dopo, giungeva loro su WhatsApp la pubblicità dei candidati dei Cinque Stelle in quel collegio elettorale.
Più parroci di queste regioni mi hanno narrato casi in cui dei giovani sono andati a chiedere se potevano sposarsi in chiesa senza che però fossero trasmessi gli atti al Comune perché in tal caso avrebbero costituito un nucleo familiare e perduto i loro due rispettivi redditi di cittadinanza che sarebbero stati ridotti a un unico reddito per famiglia. Siccome erano percettori di reddito individuale, intendevano seguitare a percepire ciascuno il proprio reddito e a lavorare tranquillamente in nero alla luce del sole. Alla mia domanda rivolta a questi confratelli: «Sono casi sporadici?». Sia dalla Campania che dalla Sicilia mi è stato risposto: «Sporadici? È la prassi diffusa, ma c’è di peggio: il tutto avviene alla luce del sole e sotto gli occhi degli stessi amministratori che non solo evitano di vigilare, ma che favoriscono proprio questo sistema per loro interessi elettorali. Tutti vedono e sanno, ma per le elezioni politiche prima e quelle amministrative dopo, a nessuno sarebbe passato per la mente di mettersi contro questo appetitoso serbatoio elettorale di percettori di reddito, dietro ai quali non ci sono solo i singoli percettori, perché dietro c’è la “dovuta riconoscenza” di intere famiglie e di numerosi amici».
Ma c’è di peggio ancora: confratelli che vivono a giornaliero contatto col disagio sociale mi hanno lamentato ripetutamente di toccare ogni giorno con mano la realtà dei redditi distribuiti a pioggia a un esercito di furbi che non ne avevano di per sé diritto, mentre diverse persone veramente bisognose non erano riuscite a ottenere questo sussidio. Mi hanno raccontato, ma io stesso ho visto con i miei occhi artigiani, idraulici, elettricisti, antennisti, muratori che incassano di media 3.000/4.000 euro al mese in nero totale al quale hanno aggiunto la percezione del reddito di cittadinanza senza alcun pudore e vergogna. E non sono casi isolati sporadici, perché in certe zone del nostro Paese risultano essere invece la prassi. Il tutto, ripeto, alla pubblica luce del sole.
È pensabile e sostenibile che una parte produttiva del Paese mantenga con la propria contribuzione e il proprio gettito fiscale una parte palesemente parassitaria che dinanzi a forme di esagerato assistenzialismo a puro scopo di serbatoio elettorale, non ti dice neppure grazie, perché agisce e reagisce come se ciò gli fosse dovuto, salvo lamentare che il tutto non è mai abbastanza? Si può pensare, specie nell’attuale situazione geopolitica ed economica, di poter seguitare a mantenere buono e caro questo gran portafoglio di voti a spese del Paese che lavora, produce e paga tasse? Non è assolutamente vero che certe cose accadono in tutta Italia, falso! In varie zone del Meridione d’Italia ho visto persone lavorare in nero in bar e ristoranti, dove si recano a prendere il caffè o a cenare anche le Forze dell’Ordine, i militi della Guardia di Finanza, gli ispettori dell’Ufficio del Lavoro. E quando a questi ultimi ho fatto presente che in nessun’altra parte d’Italia è possibile vedere in certi locali una media di otto persone su dieci che lavorano in nero, per tutta risposta hanno fatto mezzo sorriso malinconico e mi hanno detto: «Meglio il lavoro nero della disoccupazione». A chi non fosse chiaro ripeto: risposta data da ispettori dell’Ufficio del Lavoro, non so se mi spiego.
A dei percettori palermitani di reddito furono proposti lavori in altre zone del Paese, dove c’è penuria di manodopera in molti settori. Le migliori giustificazioni date ai vari talk show televisivi non si sono fatte attendere: «Non posso lasciare la famiglia … con lo stipendio che mi darebbero la metà andrebbe per pagare l’affitto …». Infine la perla più splendida del percettore che per più sere, da un talk show televisivo all’altro ha detto: «Perché gli imprenditori del Nord non vengono qua a Palermo a creare lavoro?». E di talk show in talk show tutti hanno taciuto. Peccato che tra gli ospiti in quei parterre non c’ero anch’io, perché gli avrei ricordato all’istante che in passato, con tanto di incentivi da parte dello Stato e dell’Unione Europea, più imprese ci provarono eccome, ad andare a creare posti di lavoro. Il problema fu che appena cercarono di impiantare delle aziende si ritrovarono con tre diverse realtà: con una burocrazia spaventosa, con degli amministratori corrotti che se non pretendevano tangenti in danaro pretendevano l’assunzione di loro protetti, infine e non ultimo con i mafiosi che pretendevano il pizzo. Perché in città come Palermo e Catania, il pizzo, lo pagano anche quelli che vendono le panelle e i bruscolini al mercato. Ma forse, a questo percettore invitato a dire idiozie da un talk show televisivo all’altro, è stata data la possibilità di presentare la realtà complessa e delicata di Palermo ― senza pena alcuna di ridicolo ― come se il Capoluogo della Sicilia fosse un cantone della Confederazione Elvetica, abitato, come notoriamente risaputo, da soggetti zelanti e precisi come gli svizzeri. O ignora forse, questo soggetto e soprattutto chi lo ha invitato a pontificare, che quando ad Agrigento decisero infine di abbattere a scopo dimostrativo alcune ville abusive costruite dentro la Valle dei Templi, le demolizioni furono effettuate da ditte del Triveneto controllate e scortate da Polizia di Stato, Esercito e Carabinieri? Chissà perché nessuna ditta del luogo si presentò ai bandi d’asta andati più volte deserti … ma chissà perché?
I dati statistici confermano che con il reddito di cittadinanza la disoccupazione, dal 2019 alla fine del 2022 è aumentata e le aziende e le piccole imprese, specie quelle che operano nel settore turistico italiano, hanno avuto enormi difficoltà a trovare personale. Amici che gestiscono alberghi, ristoranti e stabilimenti balneari mi hanno riferito e dimostrato che in piena stagione hanno pagato tra i 1.800 sino ai 2.200 euro mensili dei lavoratori del Bangladesh e dello Sri Lanka perché non trovavano nessun piangente disoccupato italiano disposto a fare il lavapiatti. A partire soprattutto dai giovani, l’aspirazione di molti dei quali spazia tra il desiderio di diventare influencer pieni di followers a quella di poter entrare in un reality show. Perché queste, sono le generazioni di disadattati che abbiamo creato, il conceder loro anche il reddito di cittadinanza, è stata la ciliegina messa sulla panna sopra la torta.
Vogliamo parlare poi delle mamme, specie di quelle meridionali ipertrofico-protettive, che non vogliono proprio, che i loro figli facciano certi mestieri, anche se qualcuno di loro sarebbe semmai disposto a farli? Le ho sentite con le mie orecchie dire: «… mio figlio lavapiatti … mi figlio raccoglitore di pomodori …? No, mio figlio non lo deve fare!».
Quando ero bimbo di dieci anni ― quindi stiamo parlando ormai di cinque decenni fa ― ho visto lavorare giovani ventenni, perlopiù studenti universitari, nelle strutture turistiche dei miei familiari materni. Nei decenni successivi sono divenuti liberi professionisti, alti funzionari nella amministrazione dello Stato, medici specialisti, alcuni sono divenuti a loro volta imprenditori dopo avere imparato dai miei zii l’arte dell’imprenditoria. Uno di questi, divenuto poi medico specialista, fu particolarmente vicino a mio padre durante la malattia che lo portò alla morte ad appena 56 anni. Durante il corso dei suoi studi universitari in medicina, d’estate, per tutta la stagione, faceva il cameriere per pagarsi gli studi, perché la sua famiglia non poteva permettersi di sostenerlo più di tanto a studiare fuori sede.
Il mio amico Paolo Del Debbio, al talk show da lui condotto stroncò un Tizio dicendo: «… guardi, che lei sta parlando con un ex cameriere. Perché quando studiavo mi mantenevo facendo il cameriere». Se però diamo ai nostri giovani un divano, una playstation e un reddito di cittadinanza, semmai facendogli anche credere che possa durare per tutta la vita e che tanto a pagarlo è quella non meglio precisata entità astratta chiamata Stato, non ne potremo tirare fuori né un medico specialista né un Paolo Del Debbio, né un bravo e ordinario cittadino della Repubblica Italiana. Il tutto sempre ribadendo che un Paese veramente democratico, liberale e civile, ha il dovere di aiutare e sostenere tutte le persone che non hanno lavoro o che hanno perduto il lavoro. Non però coloro che non vogliono trovare lavoro o che lavorano in nero per avere uno stipendio doppio, mentre chi ha lavorato per una vita intera e contribuito con il proprio gettito al nostro Stato sociale, oggi prende 680 euro al mese di pensione e, oltre alla beffa deve sentire anche non poche persone, che di lavorare non hanno voglia e di trovare lavoro meno ancora, strepitare: «… io ho il diritto di … ho il diritto di … ho il diritto di …».
Dall’Isola di Patmos, 18 dicembre 2022
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Di chi era incinta Maria? Il sogno di Giuseppe. Appuntamento da non perdere con il Club Theologicum
/in Attualità, I nostri video/da Jorge Facio LinceDI CHI ERA INCINTA MARIA? IL SOGNO DI GIUSEPPE. APPUNTAMENTO DA NON PERDERE CON IL CLUB THELOGICUM
Giuseppe voleva lasciare Maria perché si accorse della sua gravidanza e pensava che l’avesse tradito con qualcun altro. Mentre stava rimuginando sulla situazione e quindi di lasciarla segretamente, un angelo del Signore gli apparve in sogno
— Le video-dirette de L’Isola di Patmos —

Autore: Jorge Facio Lince Presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos
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il teologo domenicano Gabriele Giordano M. Scardocci, padre redattore de L’Isola di Patmos
Cosa fare con Maria? Di chi è incinta? Come evitare lo scandalo? Nel bel mezzo della notte, un Angelo irrompe nel suo sogno, affinché Giuseppe entri nel Sogno di Dio:
«Mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un Angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati […]» [Mt 1, 20-23]
Su questo tema riflettono insieme questa sera, 15 dicembre, il nostro teologo domenicano Gabriele Giordano M. Scardocci assieme a Suor Angelika.
Vi aspettiamo ore 21.00 diretta streaming.
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Comunicato del Vescovo di Padova circa la presenza del Sig. Alessandro Minutella nel territorio della sua Diocesi
/in Attualità/da Redazione— Attualità —
COMUNICATO DEL VESCOVO DI PADOVA CIRCA LA PRESENZA DEL SIG. ALESSANDRO MINUTELLA NEL TERRITORIO DELLA SUA DIOCESI
Questa mattina l’eretico scismatico ha vomitato veleno contro il Vescovo di Padova [cfr. QUI] che adempiendo ai propri doveri di pastore ha messo in guardia il clero e i fedeli dal partecipare ai suoi “riti sciamanico-madonnolatrici”
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Autore
Redazione de L’Isola di Patmos
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Più volte abbiamo dimostrato attraverso suoi video e discorsi [cfr. QUI, QUI, QUI] che il Sig. Minutella è un narcisista aggressivo-violento, affetto da esaltazioni pseudo-mistiche, nonché dissociato dal reale, che crea nelle persone fragili rapporti di profonda dipendenza e altrettanta dissociazione dal reale. Non sono opinioni azzardate nostre, ma analisi fatte da più psichiatri che hanno esaminato i suoi materiali video. Soprattutto il Sig. Minutella istiga le persone all’odio mutandole in macchine che diffondono a loro volta odio in modo aggressivo e violento contro «La falsa chiesa del falso papa emissario dell’Anticristo».
Fenomeni di questo genere non andrebbero mai presi sotto gamba, perché prima o poi c’è il serio rischio che qualche esaltato possa compiere un atto di violenza fisica a danno di qualche vescovo. Tentativo peraltro già fatto in passato, quando S.E. Mons. Michele Pennisi Arcivescovo di Monreale sconfessò le attività pseudo-mistiche dell’allora Reverendo Alessandro Minutella [vedere documento QUI]. Con il risultato che un gruppo di suoi invasati tentarono di aggredirlo all’uscita dal palazzo arcivescovile [cfr. QUI]. Precedenti in tal senso, anche recenti, purtroppo non mancano, basti ricordare il caso dell’attentato al Cardinale Giuseppe Betori Arcivescovo metropolita di Firenze.
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COMUNICATO DI S.E. MONS. CLAUDIO CIPOLLA VESCOVO DI PADOVA

Dicembre, 2022
Il Vescovo di Padova, Mons. Claudio Cipolla, alla luce di alcune informazioni giunte attraverso i canali social utilizzati dal signor Alessandro Minutella, ha appreso della sua imminente presenza nel Padovano – e quindi presumibilmente nel territorio della Diocesi di Padova – nel periodo 15 dicembre 2022 ― 15 gennaio 2023, accompagnato anche da fra Celestino della Croce, al secolo Pietro Follador, attualmente incardinato nella diocesi di Patti (Messina).
A tal proposito il Vescovo, Mons. Claudio Cipolla, segnala a presbiteri, diaconi, consacrati e consacrate e fedeli tutti che il signor Alessandro Minutella, già presbitero dell’Arcidiocesi di Palermo, è stato scomunicato il 18 agosto 2018 (con Decreto del 15 agosto 2018) per aver commesso il delitto contro la fede e l’unità della Chiesa, in quanto scismatico; ed è stato dimesso dallo stato clericale (ex officio et pro bono ecclesiae) in data 13 gennaio 2022 (con Decreto emesso dalla Congregazione per la Dottrina della Fede).
Inoltre per quanto riguarda fra Celestino della Croce comunica che ha ricevuto dal suo vescovo la proibizione di svolgere il ministero presbiterale in pubblico per le sue posizioni apertamente in linea con quelle del sig. A. Minutella.
Il Vescovo Claudio per quanto di sua pertinenza nel territorio della Diocesi conferma i provvedimenti presi nei confronti di fra Celestino da parte dell’Ordinario di Patti, a cui aggiunge la revoca della facoltà di udire le Confessioni e impartire l’Assoluzione Sacramentale ai fedeli, nell’ambito del territorio della Diocesi di Padova. Proibisce inoltre ai parroci, ai rettori di chiese, agli amministratori parrocchiali e ai superiori di Istituti religiosi, di concedere ai sopradetti Alessandro Minutella e fra Celestino della Croce luoghi di culto e spazi sia interni che esterni di proprietà di enti ecclesiastici.
Proibizione che assume il valore di accorato invito per qualsiasi fedele cattolico che abbia a cuore la Comunione ecclesiale.
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Il sito di questa Rivista e le Edizioni prendono nome dall’isola dell’Egeo nella quale il Beato Apostolo Giovanni scrisse il Libro dell’Apocalisse, isola anche nota come «il luogo dell’ultima rivelazione»

«ALTIUS CÆTERIS DEI PATEFECIT ARCANA»
(in modo più alto degli altri, Giovanni ha trasmesso alla Chiesa, gli arcani misteri di Dio)

La lunetta usata come copertina della nostra home-page è un affresco del Correggio del XVI sec. conservato nella Chiesa di San Giovanni Evangelista a Parma
ratrice del sito di questa rivista:
MANUELA LUZZARDI




