In morte di un sacerdote anziano
IN MORTE DI UN SACERDOTE ANZIANO
«La formazione permanente deve interessare anche quei presbiteri che per l’età avanzata sono indicati come anziani e che in alcune Chiese sono la parte più numerosa del presbiterio. Questo deve riservare loro gratitudine per il fedele servizio che hanno riservato a Cristo e alla Chiesa e concreta solidarietà per la loro condizione».

Autore
Monaco Eremita
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La notizia del ritrovamento nella sua canonica (qui) del corpo senza vita di un sacerdote ci coglie di sorpresa e riempie di sgomento per le circostanze.

Sembra infatti sia stato un gesto volontario, ancora in fase di accertamento e definizione. Il sacerdote si chiamava Lino Zatelli, di anni 75, per 24 anni, dal 2001, parroco della comunità della Clarina (Trento), ma anche cappellano della Polizia di Stato e animatore di molteplici pellegrinaggi.
Il cordoglio per la scomparsa è stato unanime ed è arrivato da tutte le rappresentanze delle comunità dove don Lino è vissuto, anche perché ovunque ha lasciato una testimonianza positiva. Ma i giornali parlano anche di un trasferimento di parrocchia che sarebbe dovuto avvenire nel prossimo novembre e che, sempre secondo quanto riportano i quotidiani, sarebbe stato mal digerito dal sacerdote che così si espresse dandone notizia: «Resteremo insieme fino a novembre, non tiriamo i remi in barca, tanto meno io. Non ho mai chiesto di andarmene, né dalla Vallarsa, né da Meano, né da qui. Questi 24 anni non si possono dimenticare» (qui).
Gli stessi suoi parrocchiani con altri estimatori avevano contestato il cambio di Parrocchia, addirittura lanciando una petizione online che avrebbe raggiunto centinaia di firme, poiché, secondo i promotori dell’iniziativa, don Lino non riusciva a farsi una ragione del trasferimento, che sarebbe dovuto succedere in autunno. Di fronte a questa, come ad altre circostanze dolorose la via migliore è quella del silenzio e della preghiera, in questo caso di suffragio per l’anima di questo presbitero. Però, se ci è permesso aggiungiamo solo alcune sommesse parole e una breve testimonianza.
Il Codice di Diritto canonico al nr 538 e paragrafo 3 così recita:
«Compiuti i settantacinque anni, il parroco è invitato a presentare la rinuncia all’ufficio al Vescovo diocesano, il quale, considerata ogni circostanza di persona e di luogo, decida se accettarla o differirla; il Vescovo diocesano deve provvedere in modo adeguato al sostentamento e all’abitazione del rinunciante, attese le norme emanate dalla Conferenza Episcopale».
Don Lino aveva per l’appunto 75 anni e stava per essere trasferito ad altro incarico, forse meno gravoso del precedente, non lo sappiamo, però pur sempre un incarico pastorale. Un evento che accade sempre più di frequente a motivo della mancanza di sacerdoti, per cui anche i presbiteri anziani sono chiamati a rimanere sulla breccia, come si dice, per il bene dei fedeli, anche solo a svolgere compiti essenziali come amministrare i sacramenti e naturalmente, fra questi, la celebrazione dell’Eucarestia, spesso nelle cosiddette unità o zone pastorali. Ed è proprio presso una di queste che stava per essere trasferito.
Il Sommo Pontefice Francesco nel settembre del 2021 scriveva che i sacerdoti anziani non sono «solo un oggetto di assistenza, ma protagonisti attivi della comunità» perché «portatori di sogni carichi di memoria e per questo importantissimi per le giovani generazioni». Da loro, aggiungeva il Pontefice nella lettera scritta per la Giornata di fraternità del clero lombardo: «viene la linfa per fiorire nella vita cristiana e nel ministero». Il Pontefice concludeva: «Vi chiedo, per favore, di pregare per me che sono un po’ anziano e un po’ malato ma non tanto!». «State vivendo una stagione, la vecchiaia, che non è una malattia, ma un privilegio», il privilegio di «assomigliare a Gesù che soffre» (qui).
Per approfondire si può anche leggere il «Direttorio per il ministero e la vista dei presbiteri» emanato sotto Benedetto XVI nel 2013, il quale rimanda alla Pastores dabo vobis del Santo Pontefice Giovanni Paolo II, del 1992, la quale al nr 77 così recita:
«La formazione permanente deve interessare anche quei presbiteri che per l’età avanzata sono indicati come anziani e che in alcune Chiese sono la parte più numerosa del presbiterio. Questo deve riservare loro gratitudine per il fedele servizio che hanno riservato a Cristo e alla Chiesa e concreta solidarietà per la loro condizione».
Le parole sono sempre importanti e consolanti, ma forse alcuni sacerdoti anziani, dopo molti anni di ministero hanno bisogno anche di gesti concreti di vicinanza, di comprensione delle loro difficoltà ed ascolto dei loro desideri, fosse anche quello di non venir trasferiti, dopo essere stati per lungo tempo a servizio di una o più comunità e dove si è ancora benvoluti e rispettati. Certo ogni caso è a sé, proprio per questo soprattutto verso i più fragili ci vuole quella cura personale, che a volte sfiora la pazienza, ma che sempre tiene conto della dignità personale e sacerdotale, soprattutto quando si ha a che fare con chi ha speso tutta la sua vita per la chiesa, a volte in maniera oscura e nascosta, facendo del bene.
Pur senza giudicare, mi permetto così di riportare una testimonianza vissuta in prima persona. Un vecchio prete di una diocesi toscana passati gli ottanta anni, 37 dei quali vissuti al servizio della stessa parrocchia, chiede al proprio Vescovo di potersi ritirare. Il presule capisce, ma rimanda continuamente l’anziano sacerdote, il quale a onor del vero mostra ancora una buona tempra e invidiabile capacità di resistere. Finché proprio non ce la fa più ed il Vescovo di trova costretto ad accettare la rinuncia. Il vecchio prete si trasferisce presso una struttura per anziani non molto distante dalla sua vecchia parrocchia. Cosa fanno i laici di questa, d’accordo col nuovo parroco che fra l’altro si trova a gestire la sua di parrocchia ed anche quella dell’ormai ex parroco e dovendo celebrare ogni domenica quattro Sante Messe? Stilano una lista di persone volontarie che ogni domenica vanno a prendere l’anziano sacerdote e lo riportano nella sua vecchia parrocchia dove può celebrare l’Eucarestia del pomeriggio incontrando di nuovo le persone che conosceva e tutte quelle che avevano con lui condiviso gioie e dolori del ministero pastorale. Potete immaginare cosa succedeva dopo la Messa? Quanti saluti, quanti consigli e sorrisi poteva ancora distribuire? E siccome era una persona intelligente, non giudicava i cambiamenti apportati dal nuovo parroco, felice di godersi ancora la sua parrocchia con quella libertà data dall’essere esonerato dall’obbligo del servizio.
Quando dopo qualche anno fu colpito da ictus e trasferito in una struttura che si occupa di anziani non autosufficienti, i laici continuarono ogni domenica, a turno, ad andarlo a trovare. Certo, alle cose essenziali ci pensava la famiglia, il nipote, ma non è stato mai abbandonato, neanche una domenica. Quando il parroco più giovane che lo aveva sostituito lo andò una volta a trovare, se lo vide arrivare in carrozzina spinta da un operatore sanitario. In mano teneva una sigaretta. Alla domanda stupida del sacerdote più giovane su quella ripresa di un antico vizio che aveva dismesso da tanti anni, ecco come rispose l’anziano: «Cosa vuoi che mi faccia una sigaretta ogni tanto, che mi uccida?». E sorrisero entrambi.
Quando morì e i suoi funerali vennero celebrati nella sua vecchia parrocchia con l’Arcivescovo, buona parte del presbiterio, i familiari e un gran concorso di persone. Le sue spoglie ancora riposano presso la chiesetta del cimitero poco distante da quella parrocchia dove aveva officiato per più di 37 anni.
È solo un esempio, un fatto che non fa né notizia, né depone a favore di una regola di comportamento generale. Vuole solo raccontare che è possibile aver cura dei nostri anziani, considerando un vecchio prete come uno di famiglia, o se volete, ancora parte di una comunità, anche se l’ha lasciata. Perché sia vero e credibile ciò che dice la Scrittura:
«amatevi intensamente, di vero cuore, gli uni gli altri, rigenerati non da un seme corruttibile ma incorruttibile, per mezzo della parola di Dio viva ed eterna» (1Pt 1,22).
Dall’Eremo, 15 agosto 2026
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