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Questa è la mistica cristiana: l’anima della Vergine Maria che si magnifica nel Signore e che ci ricorda che nel Nome di Cristo Redentore ogni ginocchio si pieghi

22 Dicembre 2018/2 Commenti/in Omiletica/da Padre Ariel

L’Angolo di Girolamo Savonarola: omiletica cattolica in tempi di vacche magre

QUESTA È LA MISTICA CRISTIANA: L’ANIMA DELLA VERGINE MARIA CHE SI MAGNIFICA NEL SIGNORE E CHE CI RICORDA CHE NEL NOME DI CRISTO REDENTORE OGNI GINOCCHIO SI PIEGHI

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Taluni eccessi di devozione popolare da un lato, vecchi eccessi di cautela ecclesiastica dal lato opposto, hanno indotto a dimenticare a lungo un’altra figura straordinaria quanto quella di Maria: quella di Giuseppe. Prudentemente dipinto come un vecchietto messo più o meno in un angolo in disparte, o variamente chiamato nelle giaculatorie col titolo di “castissimo sposo”. Giuseppe non è divenuto santo perché era “castissimo”, ma perché ha accolto e fatto sua la libertà di Maria. Appoggiando e proteggendo con la propria libera scelta di fede il si di Maria. Il Verbo si è potuto incarnare perché quest’uomo di grande fede — che era un giovanotto, non quel vecchietto decrepito posto accanto alla mangiatoia, quasi come se la stalla di Bethlehem fosse per lui la succursale di un reparto di geriatria — ha protetto Maria e il mistero. In caso contrario, la fine di questa giovane rimasta incinta senza marito, senza la fede e l’amore di Giuseppe sarebbe stata la lapidazione.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo.

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PDF  articolo formato stampa
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Laudetur Jesus Christus !

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Visitazione della Beata Vergine Maria alla cugina Elisabetta. Opera di Domenico Ghirlandaio, XV secolo, refurtiva d’arte conservata presso la celebre Casa Francese delle Rapine d’Arte nota anche come Museo del Louvre di Parigi

L’amabile figura della Beata Vergine Maria proposta dal Santo Vangelo di questa IV domenica d’Avvento [vedere testo della Liturgia della Parola, QUI] è stata letta è interpretata in tutti i modi nel corso dei secoli, dalla letteratura popolare alla letteratura colta. Si pensi alla monumentale ode con la quale Dante apre il XXXIII canto del Paradiso con la preghiera di San Bernardo alla Vergine: 

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Vergine madre, figlia del tuo Figlio,
Umile ed alta più che creatura,
Termine fisso d’eterno consiglio.

Tu se’ colei che l’umana natura
Nobilitasti sì, che il suo Fattore
Non disdegnò di farsi sua fattura.

Nel ventre tuo si raccese l’amore
Per lo cui caldo nell’eterna pace
Così è germinato questo fiore […]

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Nel mondo teologico l’attenzione rivolta alla Beata Vergine ha dato vita a una disciplina di ricerca e di studio: la mariologia, nata anche per correggere e riportare entro i ranghi della fede cattolica un problema che ha sempre pervaso certe sacche di fedeli, principalmente noi mediterranei e i vari popoli latinoamericani, animati sovente da quella cosiddetta fede più o meno popolare che non di rado ha mutato i culti mariani in forme di mariolatria; autentiche deviazione dalla fede che è nostro dovere pastorale e sacerdotale correggere, sempre e comunque, anche quando attorno a certi fenomeni circola molto denaro, anzi, soprattutto se attorno a certi fenomeni comincia a circolare troppo danaro …

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A predicare un passo del Vangelo che parla di Maria non c’è che l’imbarazzo della scelta: possiamo avviare il discorso partendo da mille strade diverse e dire altrettante mille cose diverse, ma le sintesi di Maria sono due, racchiuse in un principio e in una fine che segnerà il trionfo e l’inizio del mistero cristologico. L’inizio del cammino di Maria è un sì [cf. Lc 1, 26-38]; la fine del percorso di Maria proiettata per prima nel mistero del grande inizio, è quella croce che ci porterò sin davanti alla pietra divelta del sepolcro vuoto del Risorto.

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La fede e l’amore della Vergine Maria permettono a Dio Padre di realizzare il mistero dell’incarnazione. Dio bussa alle porte della libertà di questa giovinetta, poco più che adolescente, con una richiesta che supera ogni immaginario umano: Dio vuole farsi uomo. Come liberamente l’antica Eva disubbidì a Dio assieme all’antico Adamo, con altrettanta libertà Maria dice di si, divenendo a suo modo la nuova Eva dell’umanità. Senza molte parole, senza alcun discorso filosofico e teologico, il si di questa giovane ragazza cambiò la storia dell’umanità; e con quel sì «il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi [Gv 1, 14].

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Taluni eccessi di devozione popolare da un lato, vecchi eccessi di cautela ecclesiastica dal lato opposto, hanno indotto a dimenticare a lungo un’altra figura straordinaria quanto quella di Maria: quella di Giuseppe. Prudentemente dipinto come un vecchietto messo più o meno in un angolo in disparte, o variamente chiamato nelle giaculatorie col titolo di “castissimo sposo”. Giuseppe non è divenuto santo perché era “castissimo”, ma perché ha accolto e fatto sua la libertà di Maria. Appoggiando e proteggendo con la propria libera scelta di fede il si di Maria. Il Verbo si è potuto incarnare perché quest’uomo di grande fede — che era un giovanotto, non quel vecchietto decrepito posto accanto alla mangiatoia, quasi come se la stalla di Bethlehem fosse per lui la succursale di un reparto di geriatria — ha protetto Maria e il mistero. In caso contrario, la fine di questa giovane rimasta incinta senza marito, senza la fede e l’amore di Giuseppe sarebbe stata la lapidazione. Non a caso, Giuseppe, prima di ricevere l’illuminazione divina, da uomo giusto e buono che era, aveva pensato a ripudiarla in segreto, salvandole così la vita [cf. Mt 1,16.18-21.24]

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Dicevo all’inizio che Maria può essere letta partendo da mille strade diverse, dicendo altrettante mille cose diverse. Vorrei scegliere la strada della mistica …

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… nella liturgia precedente al Concilio Vaticano II, la Preghiera Eucaristica veniva recitata dal sacerdote a bassa voce e le persone tenevano la testa chinata in segno di umiltà, quasi non osando guardare il grande mistero del pane e del vino che divengono corpo e sangue di Cristo, sua presenza viva e reale nella Chiesa. Dinanzi al mistero e al dono ineffabile del pane e del vino che divengono corpo e sangue di Cristo, il minimo che possiamo fare è stare in ginocchio, in segno di umiltà e di adorazione. Cosa questa che andrebbe ricordata ai nostri fedeli, soprattutto a quegli uomini che ritengono di potersene stare impettiti a testa alta con la mani incrociate sulla patta dei pantaloni, forse perché afflitti da gravi problemi di prostata? Animo, cari uomini, l’urologia ha fatto passi da gigante, il vostro problema è dunque risolto!

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Il valore, umile e adorante dell’inginocchiarsi, andrebbe non ultimo ricordato anche a certi nostri cerimonieri, che contro ogni tradizione e pedagogia ecclesiale danno talvolta pio esempio al Popolo di Dio ammaestrando giovani diaconi, accoliti, seminaristi e ministranti nel pieno possesso di tutte le loro migliori forze e funzioni fisiche a starsene in piedi attorno all’altare; il tutto — notate bene — in una società dove l’uomo, forse il vescovo e il presbìtero più ancora di tanti secolari, si inginocchia sempre più e sempre più spesso dinanzi agli idoli umani più diabolici, fuorché al mistero di Dio fatto uomo incarnato nel ventre della Beata Vergine, morto e risorto dalla morte, dopo averci lasciato il dono della sua ineffabile presenza nel Mistero dell’Eucaristia, dinanzi al quale inginocchiarsi è davvero il minimo “sindacale” che si possa fare.

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Che dolore, entrare in certe chiese e trovare al posto delle panche con gli inginocchiatoi delle file di sedie o delle graziose poltroncine stile platea di cinema, costate peraltro molto più delle vecchie panche!

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La mistica si fa in ginocchio, altrettanto la liturgia si fa in ginocchio, perché la liturgia non è fatua estetica creativa ma centro e comunione del mistero divino. La liturgia non è uno spettacolo del prete attore o del prete regista, perché del sacro mistero e della liturgia che lo realizza noi siamo servi fedeli e strumenti devoti, non creatori, non padroni. E dinanzi al mistero divino ci si prostra, ed all’occorrenza il buon Popolo di Dio — spesso molto più sensibile e intelligente di quanto non lo siano certi suoi preti — dovrebbe ricordarlo anche a certi maestri di cerimonia, ossia che non ci si inginocchia per consuetudine o per vecchia tradizione, ma per ovvio, sensibile, adorante e cristiano buonsenso dinanzi all’ineffabile misterium fidei.

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Mentre la mistica non cristiana tende a essere individualista, a porsi dinanzi al mistero di Dio a testa alta e a esaltare l’individualismo in ogni sua forma, la dimensione mistica cristiana che nasce dalla comunione e dal comunitarismo, rifiuta ogni forma di individualismo ed ha sempre un aspetto sociale ed ecclesiale, una dimensione adorante e liberante che si genuflette per mostrare anche col corpo, tempio vivo dello Spirito Santo di Dio, quella dimensione di amore alla quale ci invita l’Apostolo con le sue parole: «Nel nome di Gesù  ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre» [I Fil 2, 6-11].  

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L’atto della contemplazione e soprattutto dell’adorazione, non si restringe al rapporto privato, soggettivo e personale con Dio; la contemplazione e soprattutto l’adorazione, ha un profondo slancio inter soggettivo sulla Chiesa e sull’intera umanità.

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Mistica come mistero: ogni cristiano non solo vive nel mistero, ma è chiamato a vivere in comunione col mistero, in quanto egli stesso mistero e parte viva del mistero della creazione. E tra poco, dopo il canto del Sanctus, tutti entreremo in comunione col mistero del Corpo e del Sangue di Cristo.

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Pensare alla mistica e ai mistici come persone che vivevano più o meno sulle nuvole o che in modo prodigioso lievitavano in estasi da terra, in parte è sbagliato e in parte è riduttivo. Infatti, mentre certe forme orientali di mistica non cristiana cercano il distacco col corpo e con la materia, la mistica cristiana è strettamente legata alla terra, al corpo e alla materia, perché nei disegni di Dio le due sfere di cielo e terra non sono estranee ma si uniscono; e si uniscono nel corpo e nello spirito. Gli elementi mistici che realizzano il sacro mistero e che rendono il Cristo stesso presente tra noi, sono elementi della terra legati alla terra. Forse per questo sarebbe bene non sovrapporre canti e musiche alle importanti parole dell’offertorio che spesso, i nostri fedeli, tra un tamburello e una schitarrata rischiano di non ricordare più: «… dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo pane, frutto della terra e del lavoro dell’uomo, lo presentiamo a te, perché diventi per noi cibo di vita eterna». Segue, subito appresso, altrettanta preghiera sul vino, mentre il popolo dovrebbe rispondere — se chitarre e tamburelli non lo impedissero — «Benedetto nei secoli il Signore».

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La Beata Vergine Maria che scandisce le parole del Magnificat è un esempio privilegiato della nostra mistica basata sulla materia, sul corpo e sulla dimensione terrestre, perché grazie a lei si compie il più grande e mistico mistero: il Verbo diviene carne per giungere ad abitare in carne e ossa in mezzo a noi. Un Verbo Incarnato grazie a questa giovinetta che si genuflette con l’anima e col cuore dicendo: «Ecco, io sono la serva del Signore, avvenga di me secondo la sua parola» [cf. Lc 1, 26-38].

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Tra le tante cose Maria ci insegna a vivere col cuore al cielo e coi piedi per terra, perché nei misteri di Dio, Gerusalemme terrena e Gerusalemme celeste si fondono assieme; e si fondono oltre la pietra del sepolcro vuoto del Redentore, che è morto fisicamente e che è risorto altrettanto fisicamente per la salvezza del mondo.

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Tutto questo è stato possibile grazie al sì di una giovinetta la cui anima si è magnificata e genuflessa nel Signore, grazie al suo spirito che ha esultato in Dio nostro salvatore. Quindi grazie al sì di un santo uomo di Dio, Giuseppe, che anzitutto e avanti a tutto era e rimane per noi esempio mirabile di uomo vero e deciso, che con amore protesse il si di Maria dicendo a sua volta si al mistero di Dio, insegnandoci a essere uomini veri e decisi, ed a farci per amore, con lui e con Maria Madre di Dio, servi fedeli del Signore, affinché la nostra anima possa essere in Lui magnificata.

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dall’Isola di Patmos, 23 dicembre 2018

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2 commenti
  1. Alessandra Paradisi
    Alessandra Paradisi dice:
    25 Dicembre 2018 in 8:12

    La più bella omelia che abbia mai letto. Grazie. Santo e buon Natale del Signore.

  2. Panzeri Elena
    Panzeri Elena dice:
    22 Dicembre 2018 in 13:02

    Un grazie sentito, per vari motivi. In primis per aver ricordato San Giuseppe, il quale mi riporto’ alla fede Cattolica 3 anni fa, dopo un lungo, infruttuoso ed egoistico peregrinare fra varie dottrine e filosofie orientali/esoteriche ecc. La sua umile forza, lo posso testimoniare, e’ gigantesca, tanto e’ che e’ il patrono della Chiesa Universale ed e’ veneratissimo nella spiritualita’ carmelitana. E poi grazie della completa descrizione mariana, ne’ sdolcinata, ne’ troppo”umanistica” (stile, era una ragazza normalissima, magari che si prendeva delle cottarelle qua e la’, come ebbe a dire il quasi santo Don Tonino Bello).

I commenti sono chiusi.

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