Una riflessione teologica sul coronavirus: tra corretta informazione e pericolose bufale degli idioti internetici, mentre l’uomo non è più capace a leggere i segni della terra e del cielo

— società e attualità ecclesiale—

UNA RIFLESSIONE TEOLOGICA SUL CORONAVIRUS: TRA CORRETTA INFORMAZIONE E PERICOLOSE BUFALE DEGLI IDIOTI INTERNETICI, MENTRE L’UOMO NON È PIÙ CAPACE A LEGGERE I SEGNI DELLA TERRA E DEL CIELO

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Che dire, nella Chiesa di oggi: poveri e migranti avanti a tutto e a tutti, mentre un pericoloso virus si sta diffondendo, senza che per il momento vi siano cure e vaccini. Da tutto questo capite bene che, il virus peggiore, è quello che da tempo si è diffuso dentro la Chiesa Cattolica. La cosa grave è che noi, per salvarci dalla pandemia, il vaccino ce lo abbiamo eccome. Se però ti azzardi a indicarlo, o peggio a chiedere che venga usato, rischi di essere letteralmente sbranato dagli utili e pericolosi idioti che inneggiano alla «rivoluzione epocale» della «Chiesa del nuovo corso».

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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il tweet del Prof. Roberto Burioni, microbiologo e virologo presso l’Università Vita e Salute dell’Ospedale San Raffaele di Milano

Quando ci si rivolge a un pubblico numeroso, grava sempre su di noi il dovere di non lanciarsi in analisi che richiedono delle competenze scientifiche molto profonde.

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Internet brulica soggetti che vanno dai tuttologi a quanti sfogano il peggio della loro idiozia, sino a trascendere nella vera e propria tragedia che prende pericolosa forma al momento in cui l’idiota che scrive è preso sul serio da un numero elevato di altrettanti idioti che lo leggono. Le conseguenze di questo mercato di offerta e di acquisto dell’idiozia, mi è stato spesso lamentato da insigni clinici romani di alta professionalità scientifica e di altrettanta reputazione, molti dei quali amici di vecchia data che spesso, con l’amico prete, hanno aperte le cataratte dei loro sfoghi privati. Una delle lamentele più ricorrenti è legata all’ambito diagnostico. Non è infatti raro che dopo esami clinici approfonditi e studi accurati del caso, questi specialisti si sentano dire con inquietante disinvoltura dal paziente, o da chi lo accompagna: «… ma su internet ho letto che …». Talvolta alcuni hanno chiesto ai pazienti o ai loro accompagnatori dove avevano letto simili notizie così anti-scientifiche. Poi, andando appresso a verificare hanno appurato loro stessi in che modo persone prive dei basilari criteri scientifici, dissertassero con pericolosa disinvoltura su delicati temi che variavano dalla oncologia alle malattie infettive, per non parlare della compagine degli anti-vaccinisti.

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Conosco insigni ed eccellenti specialisti clinici che hanno segnalato situazioni molto gravi e fatto scattare indagini giudiziarie, dopo essersi ritrovati dinanzi a casi di inaudita gravità prodotti dalla pericolosa ignoranza degli idioti internetici scriventi e degli idioti internetici utenti. Varie volte è accaduto che degli oncologi abbiano lamentato di essersi ritrovati dinanzi a malati di tumore in stato terminale che avrebbero potuto salvarsi se curati per tempo, il tutto perché il figlio o la figlia, naturisti internetici convinti e praticanti, hanno puntato alla … “medicina” naturale alternativa al grido di «No, alle multinazionali farmaceutiche che speculano sulle malattie con farmaci che recano gravi danni all’organismo». Per seguire con specialisti in pediatria, che  più volte hanno allertate le Procure della Repubblica dopo essersi ritrovati dinanzi a bambini con gravi problemi causati da genitori seguaci della setta vegana, di quella fruttariana e via dicendo a seguire.

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Non tanto per sdrammatizzare, semmai per inquadrare con spirito di partecipata solidarietà questa tragedia, di frequente ho risposto a questi amici che noi preti e teologi condividiamo con gli specialisti clinici in modo diverso, ma del tutto simile, le stesse dolorose, frustranti e tragiche sorti. Non sono pochi i fedeli cattolici che dopo avere letto quattro idiozie pseudo-teologiche e pseudo-dottrinarie su internet, o dopo avere frainteso complessi documenti del magistero della Chiesa, estrapolando da essi frasi scisse da contesti che richiedono una preparazione molto profonda, in maniera spudorata affrontano un teologo di indubbia preparazione muovendo la spocchiosa contestazione: «No, non è affatto come dice lei …». In simili casi è quasi sempre inutile dire e precisare il giusto e ovvio vero, perché il “teologo” internetico è pronto a replicare con decisa e rara arroganza: «… guardi, lei si deve documentare, anzi deve proprio studiare bene la materia, perché io ho letto che …». E a fronte di tutto questo qualcuno si domanda persino, a partire da quella santa donna di mia madre, come mai talvolta esordisco con delle parolacce assai peggiori di quelle di uno scaricatore di porto, della serie: «Per imparare a dire tutte queste parolacce, era proprio necessario che tu diventassi prete?».

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Internet ci ha donato la nuova èra dell’analfabetismo digitale e della non-ragione, soprattutto forme nuove di superstizione che nulla hanno da spartire con le antiche o vecchie forme di un tempo, alla base delle quali c’era però una cultura basata su vecchie tradizioni o credenze popolari. Diversamente, alla base delle nuove superstizioni, non c’è cultura, né tradizioni o credenze radicate ma l’irrazionale che si nutre dell’irrazionale, l’ignoranza che si nutre della peggiore arroganza che nasce dal non-sapere che si muta in vera e propria fierezza del non sapere filosofico, storico, scientifico.

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Può, uno specialista clinico sbagliare una diagnosi e dare cure inefficaci, forse persino dannose? Sì, può accadere, anche e solo per errore umano del tutto involontario, senza che lo specialista sia stato in alcun modo né superficiale né negligente. Ciò che però sembra sempre più carente nella nostra odierna società, è la logica del buon senso che dovrebbe spingere a questa valutazione: produce più rischi e danni un oncologo che sbaglia diagnosi, oppure il “clinico” internetico improvvisato che persuade un proprio familiare a curarsi con la “medicina” naturale alternativa, inducendo il malato a giungere dall’oncologo quando le metastasi tumorali sono ormai diffuse in tutto in corpo dalla testa ai piedi, con la conseguenza che l’unica terapia possibile è il ricovero nel centro per malati terminali, dove le uniche cure sono quelle contro il dolore derivante dalla patologia tumorale che lo ha colpito?  

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In situazioni di questo genere ecco che a tragedia si aggiunge tragedia, perché certi idioti non sbagliano mai. Messi infatti dinanzi alla realtà del morto, sono capaci ad affermare che la conseguenza del decesso ― lungi dall’essere il risultato della loro incosciente idiozia ― è dovuta alle scie chimiche, agli esperimenti nucleari, ai farmaci ed ai vaccini che contengono al proprio interno elementi cancerogeni affinché il soggetto sviluppi in futuro il cancro e le multinazionali farmaceutiche possano così arricchirsi attraverso i medicinali e le chemioterapie.

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Sull’emergenza del coronavirus che dalla Cina si è ormai diffuso in vari altri Paesi del mondo e per il quale non esiste al momento vaccino, bisogna ascoltare anzitutto gli esperti e gli scienziati, poi seguire in modo scrupoloso i consigli dei clinici. Gli uni e gli altri, possono sbagliare? Sì, potrebbero anche sbagliare, ma i loro errori umani non giungerebbero mai, né mai avrebbero la devastante portata che di rigore hanno le “soluzioni” e le “diagnosi” offerte dagli idioti internetici, seguiti a loro volta, di prassi e di rigore, da un esercito sempre più numeroso di idioti utenti internetici.

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I nostri Lettori sanno bene quanto spesso io ricorra a paradossi più o meno a effetto, talora anche scioccanti. Con questi risultati: da una parte c’è chi ride, ma ridendo comprende bene il messaggio, mentre dall’altra c’è chi si arrabbia, accusandomi semmai di volgarità e rifiutandosi categoricamente di capire. Ebbene, rivolgendomi ai primi, non ai secondi racchiusi nella sfera degli irragionevoli irrecuperabili, vi dico: se proprio volete usare internet per farvi del male, se proprio fosse obbligatorio scegliere il male minore, in tal caso fate indigestione dei peggiori film porno che trovate disponibili in rete, ma non prestate ascolto a tutti gli “esperti” improvvisati che hanno già cominciato a seminare notizie che non hanno nessun fondamento scientifico riguardo il coronavirus.

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Desidero per inciso ringraziare l’amico Paolo Del Debbio, di cui sono stato ospite varie volte al programma su Rete 4 Dritto e Rovescio, per avere dedicato ieri sera una puntata molto interessante nella quale è stata fatta corretta, precisa e soprattutto preziosa informazione. Chi non avesse visto il programma e volesse vederlo, può trovarlo disponibile in internet [vedere QUI].

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Molto interessante tra i vari ospiti la presenza del Prof. Alessandro Meluzzi, uomo di ineccepibile scienza quando svolge il mestiere di sua stretta pertinenza: quello del clinico dotato di indubbia cultura enciclopedica nell’ambito della medicina, alla quale unisce alte competenze legate al suo ramo specialistico, che è la psichiatria. Nessuno meglio di lui poteva trattare ― e lo ha fatto egregiamente ―, il discorso legato all’emergenza del coronavirus sviscerando il problema dal punto di vista infettivo virale, quindi da quello delle varie forme di psicosi che da esso possono prendere vita e svilupparsi a livello sociale. Dopo avere spiegata a rigore scientifico la inutilità delle mascherine di protezione; dopo avere spiegato in modo realistico che cercare di contenere questo virus sarebbe «come catturare l’aria con le mani»; dopo avere detto che un vaccino non c’è e che non sarà disponibile neppure nell’immediato, con un sorriso ha concluso quella parte di discorso con una breve battuta: «Al momento non ci resta che raccomandarci alla protezione della Vergine Maria, l’unica che in questo momento potrebbe fare qualche cosa».

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Dopo questo discorso che intendeva essere una doverosa premessa, posto che la parola spetta agli scienziati, ai virologi e agli specialisti clinici, passo a quello che è il mio “mestiere” di sacerdote e teologo, per dare un altro genere di lettura. Cosa che farò partendo proprio dalla battuta del Prof. Meluzzi: «In questo momento, solo la Vergine Maria potrebbe fare qualche cosa».

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Passando quindi alla mia sfera di competenze, posso affermare che per altro verso temo un’altra categoria non meno virulenta di idioti internetici: quella degli pseudo cattolici che tendono a vivere una ”fede” ottusa e cupa, fatta di visioni, rivelazioni, segreti svelati o non svelati, messaggi dati da varie Madonne e via dicendo, che quasi sempre e di rigore sono da loro male interpretati, alterati e manipolati allo scopo di seminare quel terrore ― che in verità non terrorizza nessuno ma che tende invece a far ridere tutti, dai cattolici ai laicisti ―, mirato al fine primo e ultimo di dire e soprattutto imporre: io ho ragione!

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Conoscendo come suol dirsi i miei polli, affermo con tutto il debito anticipo che il servizio più pessimo che certi cattolici veri o più facilmente presunti tali, possono fare in un momento di emergenza come questo, è di annunciare catastrofi più o meno predette, più o meno contenute in messaggi e rivelazioni private che, ricordo, non sono mai state fissate dalla Chiesa nel deposito della fede. O per dirla brutalmente: la nostra fede non dipende dai segreti rivelati o non rivelati dati ai tre pastorelli dalla Beata Vergine Maria di Fatima, piaccia o meno a certuni. La nostra fede non dipende dalla bella immagine del cosiddetto trionfo del cuore immacolato di Maria, ma dipende tutta quanta dalla incarnazione del Verbo di Dio nel ventre della Vergine Maria, dalla sua morte salvifica, dalla sua risurrezione e ascensione al cielo, quindi dipende dalla certezza, come recitiamo nel Credo, che Cristo Dio «un giorno tornerà nella gloria per giudicare i vivi e i morti».

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Sempre a questi poveri cattolici meschini, ricordo che tre sono le fondamentali virtù teologali: la fede, la speranza e la carità [cfr. I Cor 1, 13]. Il terrore, che spesso costoro cercano di usare quando gridano ai peccati e ai peccatori di questo mondo caduto nel baratro, sempre nella “magica” e “fideistica” attesa che trionfi il cuore immacolato di Maria, non servono affatto a scuotere le coscienze, neppure a suon di visioni infernali o di rivelazioni di tremendi castighi del tal mistico o della tal mistica. Servono solo a produrre effetti del tutto contrari nell’uomo di oggi e nella odierna società contemporanea, che attraverso grande fatica ed esiti molto incerti di successo, ha bisogno di essere nuovamente evangelizzata, non terrorizzata. E purtroppo oggi, noi cattolici, siamo messi molto male, essendo tremendamente carenti di evangelizzatori virili, credibili e santi.

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O pensano forse costoro che le virtù teologali, da tre che erano, siano divenute oggi quattro, con l’aggiunta della quarta virtù del terrore? Non solo infatti, il terrore, non redime e non converte nessuno, ma come sacerdote che esercita il prezioso ministero di confessore, ricordo a tutti costoro che se una persona, presa da paura, decide di pentirsi dei propri peccati, solo perché teme condanne e castighi, o perché qualche “anima pia” lo ha terrorizzato con le visioni dell’Inferno della tal mistica o del tal veggente, io posso anche assolverlo dieci volte, ma l’assoluzione sacramentale non vale niente e non produce alcun effetto. Dio vuole infatti il nostro pentimento, non la nostra paura; della nostra paura, non sa proprio che farsene.

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È cosa nota il fatto che certe rivelazioni, comprese quelle riconosciute dalla Chiesa come autentiche, ma lungi come ho spiegato dall’essere state inserite nel deposito della fede, le ho sempre guardate con sospetto, soprattutto per le teorie decisamente folli che alcuni fedeli, ma purtroppo anche certi preti, hanno finito col creare soprattutto sui messaggi della Madonna di Fatima, anteposti in pratica, da molti, al Santo Vangelo stesso. Non sono dunque in alcun modo allergico alle rivelazioni in sé riconosciute come autentiche dalla Chiesa, sia ben chiaro; semmai sono contrario all’uso che certi scellerati ne fanno. Allo stesso modo sono assalito da orticaria ogni volta che certi soggetti inneggiano all’imminente trionfo del cuore immacolato di Maria; e ciò non perché io manchi di devozione alla Beata Vergine e al suo Cuore Immacolato, ma sempre per l’uso errato che certi soggetti rasenti il fanatismo fanno della immagine del cuore della Mater Dei.

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Nel lessico comune, il termine apocalisse e apocalittico ha assunta una connotazione del tutto negativa, ed è legato a eventi catastrofici. Non solo il tutto è sbagliato, perché si tratta di una radicale alterazione del significato che si forma attraverso i lemmi greci ἀπό (apò) e καλύπτω (kalýptō), da cui prende vita la parola composita ἀποκάλυψις (apokálypsis) che alla lettera significa: svelare, rivelare ciò che è nascosto.

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Il Beato Apostolo Giovanni scrisse il Libro dell’Apocalisse durante il suo esilio nell’Isola di Patmos, da cui prende nome questa nostra rivista; isola anche nota come il luogo dell’ultima rivelazione. Detto questo possiamo adesso chiarire che se c’è un messaggio di speranza, che per noi è certezza di fede, questi è proprio quello racchiuso nel Libro dell’Apocalisse, in cui si narra la definitiva vittoria del bene sul male e l’avvento di quel regno di Cristo che non avrà mai fine; un avvento anche noto come parusia, dal greco παρουσία, che alla lettera significa “presenza” e che indica il ritorno del Cristo glorioso, la sua presenza senza fine.

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Detto questo chiunque può comprendere ― fatta eccezione per certi cattolici “terroristi” che ci auguriamo di non vedere presto all’opera in questo momento di emergenza dato dal coronavirus ―, che il cuore del messaggio cristiano e dell’intero mistero della rivelazione, non è il terrore, non è la paura, ma la centrale virtù teologale della speranza, che non a caso sta nel mezzo e che regge assieme la fede e la carità. È vero, come insegna il Beato Apostolo Paolo e come noi tutti insegniamo con lui, che «di tutte e tre la più importante è la carità» [I Cor 1, 13], ma la speranza, che sta nel mezzo, come ripeto è la virtù che lega e amalgama assieme le altre, inclusa la più importante: la carità.

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Procedendo verso la conclusione di questo discorso tutto quanto teologico ed escatologico, affatto mirato a creare allarmismi sul problema oggettivamente grave del coronavirus, più che lecito è doveroso domandarsi: un giorno, vicino o lontano, perché a nessuno è dato sapere quando, si verificheranno eventi catastrofici, in seguito ai quali vedremo semmai decimata la popolazione mondiale e nazioni intere scomparire? Ebbene, senza dare vita ad allarmismi e senza irritare i laicisti ― che poi, alla prova provata dei fatti, sono più tolleranti e pronti alla discussione di quanto non lo siano certi cattolici “terroristi” al grido: la tal profezia, il tal segreto, il tal mistico o la tal mistica dice! ― posso serenamente affermare che la previsione di un evento disastroso è scritto nel deposito della nostra fede, ed è quindi per noi fede rivelata, perché è stato Gesù Cristo stesso a rivolgerci queste parole:

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«[…] “quando sentirete parlare di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate. Devono infatti accadere prima queste cose, ma non sarà subito la fine”. Poi disse loro: “Si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno, e vi saranno di luogo in luogo terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandi dal cielo”» [Lc 21, 8-11].

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Anzitutto Gesù Cristo, perché è lui che parla in prima persona, ci invita a non essere terrorizzati. Figurarsi quindi se ci invita a terrorizzare il prossimo con catastrofi imminenti e disastrose, o con le visioni dell’Inferno racchiuse nelle rivelazioni del tal mistico, della tal mistica o di questo o quell’altro messaggio mariano, il tutto affinché «possa finalmente trionfare il cuore immacolato di Maria», come vanno dicendo in giro con abusivo spirito mariano certi cattolici “terroristi” che non hanno anzitutto capito proprio niente della mariologia stessa.

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Sì, un giorno avverrà qualche cosa di molto catastrofico, ce lo ha detto Gesù Cristo, ma chiunque abbia autentica e vera fede, ciò che un giorno avverrà di devastante, dovrà essere letto sin d’ora con gli occhi della speranza, perché tutto quello che Dio permette, è solo per il bene, la salute e la salvezza dell’uomo.

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Il coronavirus, potrebbe essere quindi letto come uno di quei tanti segni che l’uomo di oggi non è più in grado di cogliere e di interpretare. Potrebbe essere solo il preludio, seguito da chissà quali altri e numerosi segni, per chissà quale lungo lasso di tempo, prima dell’arrivo del grande e devastante segno di cui ci ha parlato Gesù Cristo. 

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Certo, mentre gli scienziati stanno facendo al meglio il loro lavoro, ancora una volta la nostra povera Chiesa, devastata al proprio interno da virus ben peggiori di ebola, di lavoro non sta facendo il proprio. Purtroppo infatti, sclerotizzata com’è su migranti e poveri su poveri e migranti che caratterizzano ormai questo pontificato in modo ossessivo compulsivo, nessuno, a partire dal nostro augusto Pastore Supremo, ha invitato a pregare nelle Chiese di tutto il mondo per chiedere a Dio Padre la grazia di risparmiare all’umanità un eventuale, forse possibile e anche pericoloso flagello. Come infatti diceva il Prof. Alessandro Meluzzi: «Non sono preoccupato della Cina e delle capacità organizzative e scientifiche che quel popolo ha nel far fronte a una simile emergenza, lo sono però per l’Africa. Cosa accadrebbe, se un virus del genere si diffondesse in quel continente?».

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Il Vescovo di Roma, tre anni fa invitò tutti i parroci della sua Diocesi a prendersi una famiglia di immigrati per parrocchia. Idea presumibilmente tratta dalla sceneggiatura di qualche film di fantascienza, a ben considerare che non pochi parroci hanno contratto debiti con le banche e hanno seri problemi a mettere assieme i soldi per pagare la bolletta della luce e il riscaldamento della chiesa parrocchiale. Peccato, che a fronte di questa situazione data dall’emergenza del coronavirus, dinanzi al quale non possiamo al momento sapere a che cosa rischiamo di andare incontro, non abbia ancóra invitato i parroci, alla data odierna, a pregare nelle chiese di tutto il mondo. Ma d’altronde, il nostro felicemente regnante, è un Sommo Pontefice totalmente incentrato sull’idea di una Chiesa povera per i poveri, mica sulla speranza che gli scienziati trovino presto un vaccino per salvare le vite, indistintamente, sia ai poveri che ai ricchi.

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Che dire, nella Chiesa di oggi: poveri e migranti avanti a tutto e a tutti, mentre un pericoloso virus si sta diffondendo, senza che per il momento vi siano cure e vaccini. Da tutto questo capite bene che, il virus peggiore, è quello che da tempo si è diffuso dentro la Chiesa Cattolica. La cosa grave è che noi, per salvarci dalla pandemia, il vaccino ce lo abbiamo eccome. Se però ti azzardi a indicarlo, o peggio a chiedere che venga usato, rischi di essere letteralmente sbranato dagli utili e pericolosi idioti che inneggiano alla «rivoluzione epocale» della «Chiesa del nuovo corso», come ha appena scritto giorni fa su queste nostre colonne Jorge Facio Lince in un suo articolo illuminato e illuminante [cfr. QUI].

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dall’Isola di Patmos, 31 gennaio 2020

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Cari Lettori,

nel mese di dicembre è entrato in distribuzione il mio nuovo libro Nada te turbe, un’opera di spiritualità sul martirio scritta in forma di romanzo storico e ambientata in un’epoca di feroce persecuzione della Chiesa. Ritengo che potrebbe edificare e aiutare molte persone, soprattutto in questo momento. Per questo vi invito ad acquistarlo presso il nostro negozio [vedere QUI] ma soprattutto a leggerlo.

 

 

 

 

 

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Meme. Fenomeno buffo internautico che serve come radiografia del corpo ecclesiastico italiano: San Giovanni Paolo II invitava ad aprire le porte a Cristo, pochi anni dopo si è passati ad “abbassare i muri” e “creare ponti” col mondo per essere dei misericordianti piacioni …

— società e attualità ecclesiale —

MEME. FENOMENO BUFFO INTERNAUTICO CHE SERVE COME RADIOGRAFIA DEL CORPO ECCLESIASTICO ITALIANO: SAN GIOVANNI PAOLO II INVITAVA AD APRIRE LE PORTE A CRISTO, POCHI ANNI DOPO SI È PASSATI AD “ABBASSARE I MURI” E “CREARE I PONTI” COL MONDO PER ESSERE DEI MISERICORDIANTI PIACIONI …

La falsa speranza illusoria che oggi si presenta davanti a questa neo ecclesiologia dei meme è quella di pensare o di ipotizzare che domani, nel prossimo conclave, nel prossimo pontificato o in un prossimo eventuale concilio, tutto ritorni come prima in virtù del rifiuto da parte del nuovo eletto, circondato da un grande esercito compatto di coraggiosi e coerenti ecclesiastici, che sistemeranno tutto in un battibaleno, semmai usando la formula magica: hocus pocus …

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Autore:
Jorge Facio Lince
Presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos

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memes e pecore …

Nell’éra della «rivoluzione epocale» che ha preso avvio negli ultimi anni all’interno della Chiesa, si insiste sul bisogno impellente di aprirsi e di dialogare col mondo, quasi come se dovessimo imparare dal mondo quella che sarebbe l‘identità, la missio e la funzione della Chiesa. Così, seguendo la sequela di questi “slogan” rivoluzionari, non ci resta che cominciare a guardare la Chiesa anche sotto il profilo dei fenomeni e movimenti del “mondo”, come quello appartenente a Internet, attraverso il noto e diffuso “meme”.

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Il codice “telematico” meme è assegnato a qualsiasi tipo di file visivo o audiovisivo generato nella infinità di imitazioni, derivazioni e adattamenti di ogni tipo di un’unità originale che può essere anche sconosciuta. Il temine meme [1] è un neologismo coniato dal divulgatore scientifico neo-darwinista Richard Dawkins nella sua opera The Selfish Gene [2] del 1976, ed è un termine con cui si vuole presentare come tesi l’analogia tra la trasmissione genetica e la trasmissione culturale, il tutto basato sull’ipotesi che ogni meme, analogamente al gene, è l’unità più piccola e necessaria nella evoluzione: «I meme sono delle piccole unità culturali che si diffondono da persona a persona copiando o imitando».

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Dawkins spiega che la propagazione dei meme, cioè di quelle idee, canzoni, mode, slogan, principi, regole tra cervelli e cervelli, si concretizza per mezzo dell’imitazione, diffondendosi a modo di “virus” di generazione in generazione fino a diventare un concetto fisso come lo è diventato ad esempio quello dell’idea di Dio  [3]:

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«Dio esiste, solo nella forma di un meme con un alto valore di sopravvivenza o di potere infettivo nell’ambiente della cultura umana» [4].

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In questo meme-idea/concetto su Dio, secondo la teoria di Dawkins si evince in primis che l’imitazione è il mezzo per cui vengono generati e duplicati i meme, i quali seguendo le stesse regole dell’evoluzione naturale ― ma in questo caso per analogia seguendo le regole della “evoluzione culturale” ― sopravvivrebbero solo alcuni di essi portando avanti una nuova vita, ed a seguire le qualità più importanti per sussistere e per diffondersi dei meme, per esempio la longevità, la fecondità e la fidelizzazione nell’imitazione per la sua semplicità. Per ultimo il fattibile principio selettivo di questa “evoluzione sociale”, è quello dell’adattamento in risposta all’ambiente sociale in cui si trova.

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«quando viene seminato un meme fertile nella mia mente, letteralmente si è parassitato il mio cervello con la trasformazione della nuova idea diffusa tramite il  veicolo del meme nella stesa forma che lo farebbe un virus nel parassitare un meccanismo genetico di una cellula ospite» [5]”.

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Alcuni studiosi favorevoli a questo neologismo, hanno introdotto il meme nello studio della condotta umana sviluppandolo come «istruzioni per eseguire condotte che sono state memorizzati nel cervello dopo che sono state trasmesse per imitazione», quindi ogni cosa appresa sin dall’infanzia deve identificarsi per imitazione in quanto meme. Altri studiosi lo hanno invece contestato in virtù della sua ambiguità concettuale: non è infatti possibile definire cosa sia precisamente un meme, l’analogia natura e cultura è troppo riduttiva e inefficace per la descrizione dei comportamenti umani complessi, non aggiunge niente di nuovo di quanto già di per sé riescono a fare gli studi antropologici, culturali, linguistici e sociologici.

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Nella cultura d’Internet, il termine meme cominciò a essere presente dalla fine degli anni Novanta del secolo scorso, conservando anche le stesse analogie tra biologia e cultura, tra geni e meme anteriormente menzionati, anche se la stessa selezione naturale del meme indicata da Dawkins ha avuto una trasformazione in Internet secondo una separazione non tanto attuata secondo la velocità naturale ma secondo l’alterazione deliberatamente data dalla stessa creatività umana con il modo di “hijacking[6] tra due paralleli: quello dell’imitazione fedele come frutto della fascinazione, ammirazione e identificazione o della  denigrazione e del discredito di persone e idee, per seguire con la replica dell’originale o con la totale trasformazione dell’originale stesso.

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A prescindere dagli ostacoli presenti nel mondo accademico riguardo la teoria dei meme, va ammesso che grazie a questa epoca sempre più condizionata e definita dalla comunicazione su Internet, questo termine ha trovato, per le sue caratteristiche, una esponenziale diffusione, sino a mutarsi, da iniziale unità che si propaga gradualmente tramite il contatto interpersonale di contenuti trasmessi simultaneamente, a dei fenomeni di massa veri e propri, sovrastando così i limiti tra la comunicazione interpersonale e quelli di massa, quelli professionali e amatoriali, quelli del basso verso l’alto e viceversa.

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«unità culturali che si diffondono da persona a persona, i meme furono discussi molto prima dell’era digitale. Eppure Internet ha trasformato la diffusione dei meme in una pratica altamente visibile e il termine netizen è diventato parte integrante della neo-lingua, per lessico, grammatica e sintassi propria dell’uomo internetico» [7].

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In questa dinamica comunicativa, il termine meme è diventato in internet uno specifico sinonimo che indica la diffusione di una “idea particolare” presentata come testo scritto, immagine, mossa linguistica o altre unità di “cose” culturali. Uso che sembra molto simile al mondo accademico, ma distinti tra di loro, perché nella teoria della “evoluzione culturale” la caratteristica primordiale è la longevità della idea trasmessa. Invece, nel mondo telematico, i meme sono delle descrizioni per le mode recenti caratterizzate da breve durata. Se quindi nella sfera accademica i meme sono unità concettuali astratte e spesso controverse,  nella net-sfera i meme sono invece fenomeni concreti e parzialmente ammessi da tutti. Per ultimo: se i meme creano delle distinzioni a livello teoretico evoluzionista, in tal caso si mutano in idee singole o formule che si sono propagate bene. Infatti i meme, a livello digitale, sono gruppi di elementi e di contenuto creati con consapevolezza reciproca e di condivisione legati in una unità culturale popolare diffusa, imitata e trasformata dai singoli utenti di internet, sino a creare una esperienza culturale condivisa nel processo in cui il livello personale o micro riesce anche a modellare la “macro-struttura” della società.

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La ragione per cui si è fatto così popolare il fenomeno dei meme nella rete, è dato dal godimento e piacimento provocato nell’utente che riesce a ripetere o trasformare una attività che lo fa uscire della sua routine quotidiana, realizzata quasi sempre insieme ad altre persone. Per questo approccio di gruppo i meme finiscono con l’avere un impatto sociale e politico, perché acquisiscono un ruolo comunicativo di “conversazione continua”, con forte spinta di dibattito, pur restando nell’ambito dei pubblici discorsi informali e spontanei che partono dal basso, con la possibilità di generare collegamenti tra l’individuale e il collettivo, tra il personale con la res-publica.

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I meme sono diventati i conseguenziali elementi naturali per lo studio di Internet e della cultura digitale. Il comportamento memetico è però nuovo, perché la sua portata di visibilità globale non ha precedenti. In questa era iper-memetica la circolazione di copie e derivati hanno dato alle copie un senso più importante dell’ ”originale”, fino a diventare oggi la ragione di essere della comunicazione digitale [8].

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Superando l’ambito della sociologia, della antropologia e dello studio di internet, si potrebbe aggiungere, o volendo anche creare una terza analogia tra evoluzione naturale, evoluzione culturale e «rivoluzione epocale» in cui il meme diventa l’elemento naturale per lo studio “ecclesiologico” e di comportamento nella stessa struttura ecclesiastica odierna. La prima caratteristica sarebbe quella dell’imitazione della moda pauperista cialtrona e priva di sostanza nelle prediche di molti ecclesiastici. La seconda caratteristica può essere costituita dalla spinta e dalla sfida continua a superare i cosiddetti «vecchi schemi», persino se ciò implica di rasentare il ridicolo e l’ignoranza dottrinale, ed il tutto sia ripetendo discorsi sociopolitici, sia in una impostazione assistenziale priva di qualsiasi riferimento alla sfera dello spirituale, del sacro o del sacramentario. Vi sarebbe infine una terza caratteristica, anch’essa tipica e del tutto esclusiva dell’ambito ecclesiastico, non presente negli altri ambienti: l’omologazione acritica imposta come modello tipico dei regimi dittatoriali sparsi per il mondo. Da queste due caratteristiche ― ma specialmente dalla terza ― si può ricavare che la ragione d’essere di questa «nuova ecclesiologia» dei meme, è un perfetto rimando al principio di imitazione descritto dalla favola  del “re nudo”, che ovviamente nessuno può criticare, perché tutti devono ballare e danzare come davanti al «più grande spettacolo dopo il big bang» accecati volontariamente o involontariamente in una percezione chiusa del reale, pronti a magnificare le splendide vesti del re, che come risaputo era però nudo. Attraverso queste dinamiche si realizza e si concretizza l’analogia dei meme in quanto fenomeni vivi e diffusi in modo esponenziale nell’ambito digitale, poco presenti invece negli altri ambiti della vita. Una volta caduti e finiti intrappolati in questi meccanismi, ecco che i rappresentanti del mondo ecclesiastico finiscono con l’essere convinti di vivere e operare nel giusto e di aver fatto veramente una svolta attraverso questa tanto decantata “rivoluzione epocale” che però, fuori dalla piccola “ecclesio-sfera” è ormai sbeffeggiata, ignorata e soprattutto disapprovata dal Popolo di Dio, come lo sarà tra poco anche dalla stessa storia, che finirà col dare su di essa un giudizio molto impietoso e severo.

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Analizzando queste caratteristiche e ragioni di essere, resta solo da interrogarsi sulla durata temporale del tutto. Anche in questo il principio di analogia dei meme come nuova proposta ecclesiologica sulla «rivoluzione epocale» attuale può dare degli spunti non indifferenti: se i meme restano comunque un fenomeno veloce mutabile e ristretto alla forma di comunicazione egemonica attuale del corpo ecclesiale, la sua vita sarà molto subordinata dalla concezione di moda che, in questi tempi di cambiamenti continui sale, scende e sopravvive solo all’interno di piccoli gruppi di fans fedeli.

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Se questo fenomeno dei meme si esamina sotto il profilo sociale antropologico di Dawkins, restando ancorati al principio della analogia dei geni, siamo davanti a una mutazione virale sempre in trasformazione che andrà solo a degenerare in una esaltazione nel pensare, nel dire e nell’agire totalmente estraneo non solo al suo “gene originale”, ossia quel Cristianesimo del quale resta poco o nulla; tenderà a degenerare nel “misericordismo” quale punto di partenza di una nuova espressione religiosa, che solo la storia ci dirà quando sia riuscita a sopravvivere e a imporsi.

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Facendo una valutazione attuale, va detto che tra la ipotesi di Dio e l’idea meme di Dawkins e l’uomocentrismo clericale, sembra che le due espressioni siano le due facce della stessa moneta, o che la seconda sia la conseguenza della prima. Volendo poi fare anche un’analisi più spinta, oserei dire che questa centralità dell’uomo ha parecchio superata la svolta antropologica di Karl Rahner. La centralità della Parola tanto proclamata nel post concilio, ha finito per farci sprofondare in una ermeneutica nichilista del tipo: l’uomo di oggi che interpreta e ridefinisce la “Parola” in quanto messaggio lasciato dall’uomo del passato aggiornandolo secondo i piaceri del presente come farebbe un pappagallo che messo davanti a uno specchio si guarda e ripete suoni ascoltati in precedenza del tipo: ”ciao” “bello” “amore”, “ti voglio bene”…

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La falsa speranza illusoria che oggi si presenta davanti a questa neo ecclesiologia dei meme è quella di pensare o di ipotizzare che domani, nel prossimo conclave, nel prossimo pontificato o in un prossimo eventuale concilio, tutto ritorni come prima in virtù del rifiuto da parte del nuovo eletto, circondato da un grande esercito compatto di coraggiosi e coerenti ecclesiastici, che sistemeranno tutto in un battibaleno, semmai usando la formula magica: hocus pocus

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La certezza della fede ci porta invece a essere fermi sul principio che la Chiesa, corpo mistico, non finirà mai. Giungerà il tempo in cui prenderà vita la prova della grande apostasia e prenderanno di nuovo forma vecchie o nuove eresie, vi saranno riforme e divisione,  ma la Chiesa rimarrà sempre e solo una. La speranza certa è che questo tempo passerà e, con esso, passeranno anche certi personaggi, che per carità attiva ed effettiva vanno considerati e trattati come dei malati in stato terminale; dei poveri malati che non vogliono accettare che il loro tempo di vita sta per finire e che tra poco saranno davanti al Giudizio di Dio, che verso di loro sarà severamente misericordioso. Mentre, i sopravvissuti alle loro gesta e opere, dovranno lungamente pagare e altrettanto lungamente lavorare, per tentare di riparare, anche solo parzialmente, i gravi danni da loro prodotti.

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Dall’Isola di Patmos, 28 gennaio 2020

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NOTE

[1] Questo termine sarebbe la derivazione greca di mimema (imitazione).

[2] The Selfish Gene libro centrato sull’ipotesi che non è il gruppo o l’individuo ma singolo gene che si trasmette in forma meccanica e costretta quindi l’evoluzione non tratta di come si trasmettono i geni, ma che i geni si trasmettono e diffondono a prescindere anche da fattori e comportamenti che possano causare danno all’organismo ― così come  l’uomo è necessariamente egoista pur reputandosi di essere altruista nel soddisfare i propri interessi ― affinché possa massimizzare la trasmissione e diffusione dei suoi geni.

[3] Richard Dawkins con la sua posizione agnostica spiega nell’opera the God Delusion sia che l’evoluzione dimostra la possibilità e la probabilità di evolversi da esseri semplici a più complessi senza l’intervento di nessuna causa esterna o essere superiore e o trascendentale, sia che Dio come origine di tutto non spiega niente e invece spinge a dimostrare un “regresso infinito” in cui questo Dio è invalicabile e improbabile. Dunque l’idea di Dio come delle religioni sono solo delle credenze accettate sin da bambini in quanto utili per la propria sopravvivenza, e che poi sono acriticamente condivise a livello sociale sino a essere la principale causa di divisione, di guerre e di violenza.

[4] Richard Dawkins, The Selfish Gene, Oxford University Press, 2006, p 193. [Traduzione libera mia].

[5] Richard Dawkins, The Selfish Gene, Oxford University Press, 2006, p 192. [Traduzione libera mia].

[6] tecnica di attacco informatico che consiste nel modificare opportunamente  pacchetti dei protocolli per reindirizzare e prendere il controllo dei siti web.

[7] CF.Limor Shifman,«memes in a digital world reconciling with a conceptual troublemaker»

https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1111/jcc4.12013.

[8] CF.Limor Shifman,« memes in a digital world reconciling with a conceptual troublemaker»

https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1111/jcc4.12013]

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Prossime opere in pubblicazione nel mese di gennaio/febbraio:

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ATTI E MISFATTI DEGLI APOSTATI, di Ester Maria Ledda

NUOVO ERESIARIO – VIAGGIO E GUIDA TRA LE ANTICHE E NUOVE ERESIE, di Leonardo Grazzi

 

 

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Dalla luce delle Olimpiadi all’eterna luce salvifica di Gesù Cristo

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

—  omiletica —

DALLA LUCE DELLE OLIMPIADI ALL’ETERNA LUCE SALVIFICA DI GESÙ CRISTO

«Giorno e notte, un fuoco divino ci spinge ad aprire la via. Su vieni! Guardiamo nell’Aperto, cerchiamo qualcosa di proprio, sebbene sia ancora lontano».

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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PDF  articolo formato stampa
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Cari fratelli e sorelle,

accensione della fiaccola olimpica, Atene 2018

ogni quattro anni si ripete l’evento sportivo delle Olimpiadi. La prossima estate avremo giochi olimpici Tokyo. Ricordo le prime Olimpiadi che vidi in televisione, Atlanta 1996. Ricordo che in quei quattro anni di preparazione alle olimpiadi è portata da un tedoforo la fiaccola olimpica: nelle antiche olimpiadi quel fuoco indica la continua presenza del dio principale: per i greci Zeus. La fiaccola è anche simbolo di calore e luce che rischiara e mostra la presenza di Dio. Questo richiama il senso della luce, la luce generata dal Dio Trinitario in cui noi crediamo e sappiamo essere il Dio vero e vivente.

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La liturgia di questa II domenica del tempo ordinario (vedere testo della Liturgia della Parola, QUI), nella prima lettura vetero testamentaria ci offre questo brano:

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«Io ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra» (Is 49,3.5-6).

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Il profeta Isaia ascolta la voce del Signore, Adonai. E ascolta verso sé stesso una promessa grandissima: essere luce per tutte le nazioni. Il richiamo alle estremità indica che il messaggio di Dio è un messaggio universale e non racchiuso solo ad Israele. Ma essere luce delle nazioni vuol dire portare rivelazione e vita. Un dare alla luce in modo spirituale, è generare alla vita in Dio.

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Anche noi come Isaia possiamo un po’ fare questo: essere portatori della luce divina. Essere cristofori della fiaccola dell’amore divino. Specialmente andando a risolvere questioni personali oscure: schiarendo con verità e carità quei nuclei di divisione per farli diventare comunione.

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Sappiamo allora di attingere la luce direttamente dalla sua Fonte Originaria: Gesù Cristo, l’eterno Figlio del Padre. Il primo ad accorgersi di questo è proprio il Battista, che nel Vangelo infatti dice:

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«Il Battista disse “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio» (Gv 1,29-34).

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Giovanni, dice il brano evangelico, vede Gesù venire verso di Lui. Vede un raggio di sole diverso rispetto a quello che era solito vedere nel deserto assolato. Cioè vede in Gesù quella luce speciale, l’esplosione divina dello Spirito Santo. Così il Battista può vedere e riconoscere la filiazione divina di Gesù. Dio si rivela allora in Cristo: la luce è quella verità definitiva, luce eterna che non finirà mai nel buio.

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Proviamo allora a ricordalo nei momenti della nostra oscurità: a cercare quella Luce divina, che rischiara e può darci consolazione. Anche quando la tenebra sembra profonda. Attingere a quella luce, significa rispondere ad una chiamata, ad una missione che è dall’eternità scritta nei nostri cuori. Lo spiega San Paolo:

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«Paolo, alla Chiesa di Dio che è a Corinto, a coloro che sono stati santificati in Cristo Gesù» (1Cor 1,1-3).

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C’è una santificazione originaria, un primo raggio di luce nella nostra vita: quando siamo stati concepiti sin da subito il Signore per noi ha da sempre avuto un progetto radioso e lucente. La chiamata alla santità, è chiamata ad essere luce per il mondo. Questo avviene anche nello stato di vita in cui viviamo. Avviene sul posto di lavoro e persino nei momenti di relax. Se rimaniamo legati alla luce centrale, che ci ha santificato appena concepiti, continuiamo ad ardere del Suo Amore e a santificare tutto il mondo.

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Scriveva il poeta Friedrich Hölderlin:

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«Giorno e notte, un fuoco divino ci spinge ad aprire la via. Su vieni! Guardiamo nell’Aperto, cerchiamo qualcosa di proprio, sebbene sia ancora lontano».

Il Signore ci doni sempre più la Sua Luce, per brillare in tutta la nostra lucentezza, in tutta la nostra unicità e sacralità: per saper ardere come tizzoni ardenti ed essere quel fuoco sacro che si apre sull’Infinito.

Così sia.

Roma, 19 gennaio 2020

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il blog personale di Padre Gabriele

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Padre Ariel torna giovedì in seconda serata negli Studi di Mediaset al programma Dritto e Rovescio condotto da Paolo Del Debbio

— notizie dai Padri de L’Isola di Patmos —

PADRE ARIEL TORNA GIOVEDÌ IN SECONDA SERATA NEGLI STUDI DI MEDIASET AL PROGRAMMA DRITTO E ROVESCIO CONDOTTO DA PAOLO DEL DEBBIO

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Padre Ariel è stato invitato di nuovo dagli amici della Redazione del programma Dritto e Rovescio condotto da Paolo Del Debbio su Rete4, presso il quale sarà presente alla diretta trasmessa dagli Studi Mediaset di Cologno Monzese nella seconda serata di giovedì 16 gennaio a partire dalle 23.30 circa.

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Autore
Redazione de L’Isola di Patmos

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il programma condotto da Paolo Del Debbio su Rete4

Informiamo i nostri Lettori che domani sera il nostro Padre Ariel torna in seconda serata alla diretta del programma Dritto e Rovescio condotto da Paolo del Debbio su Rete4, dove è stato già ospite in passato nelle puntate del 31 ottobre e del 7 novembre 2019.

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Gli amici della Redazione hanno richiesto la sua presenza tra gli ospiti per partecipare al dibattito sul tema del celibato sacerdotale, tornato alla ribalta sulla stampa nazionale e internazionale in questi giorni.

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dall’Isola di Patmos, 15 gennaio 2020

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Non è affatto «prematurata la supercazzola», ai giorni nostri è maturata completamente attraverso la cospirazione degli arroganti

—  attualità ecclesiale —

NON È AFFATTO «PREMATURATA LA SUPERCAZZOLA», AI GIORNI NOSTRI È MATURATA COMPLETAMENTE ATTRAVERSO LA COSPIRAZIONE DEGLI ARROGANTI

[…] i territori del regno del supercazzolaro sono Facebook, Instagram, Twitter, insomma tutti i social network, dove l’astuto regnante pretende di pontificare anche di teologia e di scienze sacre senza per questo doversi confrontare con nessuno esperto in materia. La situazione si fa ampiamente grave quando, il supercazzolaro, pretende di estendere i territori del suo regno oltre la realtà virtuale. Cioè quando, una volta spento il computer ed aver apostrofato amici e familiari con “encicliche” sulle scie chimiche, sulla pericolosità dei vaccini, sulla evidenza della terra piatta, e altre scemenze simili, decide di andare in parrocchia e mettersi a diffondere il proprio verbo. 

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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«Da Frate Cipolla ad Alessandro Minutella». Ovverosia: quando la satira d’alta letteratura boccaccesca si muta invece in commedia grottesca e in rovina delle anime

— attualità ecclesiale—

«DA FRATE CIPOLLA AD ALESSANDRO MINUTELLA». OVVEROSIA: QUANDO LA SATIRA D’ALTA LETTERATURA BOCCACCESCA SI MUTA INVECE IN COMMEDIA GROTTESCA E IN ROVINA DELLE ANIME

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il presbitero scomunicato Alessandro Minutella, da iniziale “fenomeno paesano” che molti sbagliando credevano fosse, si è mutato in un avvelenatore di anime, mentre con quel cinismo che spesso le caratterizza, le nostre Autorità Ecclesiastiche sembrano pensare che per risolvere il problema basta non dargli importanza. Quando poi domani qualcuno domanderà loro: “Non avete dato importanza a chi avvelenava le pecore del mio gregge”, con quale cinismo giustificatorio e “diplomazia clericale” pensano di rispondere al Divino Giudice?

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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cliccare sull’immagine per aprire la video-conferenza del Padre Ariel

Se l’Autorità Ecclesiastica avesse fatto sapiente tesoro della grande lacerazione prodotta nella Chiesa da Martin Lutero, di fronte al presbitero scomunicato Alessandro Minutella tremerebbe, perché da meteora che credevano fosse, s’è mutato in un avvelenatore d’anime che trascina molti nostri fedeli verso la rovina. Eppure c’è chi pensa con cieco cinismo che per risolvere il problema basta non dare importanza a lui ed ai suoi seguaci, che sono sempre più numerosi a livello nazionale e internazionale. Mi domando: quando domani sarà loro rimproverato: “Non avete dato importanza a chi avvelenava le pecore del mio gregge”, con quale cinismo giustificatorio pensano di rispondere al Divino Giudice?

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il presbitero scomunicato Alessandro Minutella

La Chiesa sta vivendo una grave crisi, i nostri fedeli sono smarriti e disorientati e quando cercano delle risposte e delle guide, da una parte trovano preti sociali che hanno abbracciato il mondo e smarrito il senso del sacro, dall’altra il Minutella che cavalca l’onda del disagio e del malumore mietendo vittime sempre più numerose. Coloro che con cieco cinismo stanno lasciando queste anime tra le grinfie di questo eretico scismatico, convinti che sia solo un fuoco di paglia destinato a spegnersi, si stanno assumendo una grave responsabilità, perché in questo clima di confusione e smarrimento, un Frate Cipolla è più pericoloso di un Martin Lutero, all’epoca sottovalutato e reputato solo un frate agostiniano arrabbiato originario di un paesello della Sassonia che sbraitava in zone periferiche, dalle quali non avrebbe potuto nuocere alla superba Roma che si reputava al di sopra del bene e del male, poi abbiamo visto come andò a finire. Ecco, oggi finirà peggio …

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dall’Isola di Patmos, 9 gennaio 2020

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Video conferenza di Ariel S. Levi di Gualdo: «Da Frate Cipolla ad Alessandro Minutella» (Canale YouTube)

A T T E N Z I O N E

Se aprite la modalità “schermo intero” e cliccate al centro del video di YouTube sopra la freccia sulla quale sta scritto “scorri per i dettagli” si apriranno tutti i collegamenti ai video del Minutella richiamati dal Padre Ariel nella sua video-conferenza

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MP3  SOLO AUDIO SENZA VIDEO

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il nostro confratello domenicano Francesco Maria Marino spiega ad Alessandro Minutella l’errore sulla “una cum” (Prima parte)

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Neuro-video-delirio fanta-teologico di replica di Alessandro Minutella al domenicano Francesco Maria Marino

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Breve replica di Padre Francesco Maria Marino ad Alessandro Minutella all’inizio della sua catechesi sulla Guida all’esame di coscienza 

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Breve catechesi: «I Sacerdoti ministri del sole»

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Cari Lettori,

nel mese di dicembre è entrato in distribuzione il mio nuovo libro Nada te turbe, un’opera di spiritualità sul martirio scritta in forma di romanzo storico e ambientata in un’epoca di feroce persecuzione della Chiesa. Ritengo che potrebbe edificare e aiutare molte persone, soprattutto in questo momento. Per questo vi invito ad acquistarlo presso il nostro negozio [vedere QUI] ma soprattutto a leggerlo.

 

 

 

 

 

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«Lo chiamavano Santità»: dallo schiaffo di Anagni ai “paccheri del Papa”. Usi ameni sulla figura del Sommo Pontefice, per una lettura trasversale dei fatti

– attualità sociale ed ecclesiale –

«LO CHIAMAVANO SANTITÀ»: DALLO SCHIAFFO DI ANAGNI AI “PACCHERI DEL PAPA”. USI AMENI SULLA FIGURA DEL PONTEFICE, PER UNA LETTURA TRASVERSALE DEI FATTI.

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Visto però che già da qualche tempo seguiamo un nuovo catechismo da esponenti atei e laicisti che fanno di Gesù Cristo solamente un uomo e della Vergine Maria una sciacquetta senza arte né parte, ora è arrivata la volta di ridimensionare e incasellare per bene anche la augusta persona del Romano Pontefice. E così, come le leggi della fama, della satira e della visibilità si dimostrano impietose nei confronti di Donald Trump, Vladimir Putin, Emmanuel Macron … adesso sembra giunto il turno di Jorge Mario Bergoglio. E utilizzo il nome di battesimo del Sommo Pontefice proprio per sottolineare il fatto che tali avvocati delle cause perse, intendono volontariamente vederlo solo e soltanto come uomo, non come Successore di San Pietro, scelto e posto da Gesù Cristo a capo del Collegio degli Apostoli.

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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PDF  articolo Formato stampa

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vignetta diffusa sui social tratta da un fotomontaggio dalla locandina del film italian-wester Lo chiamavano Trinità

Con la fine dell’anno 2019 e l’inizio del nuovo, ci è stato regalato un siparietto finora mai visto in Piazza San Pietro. Una fedele cristiana, ha stretto con foga la mano del Sommo Pontefice Francesco I che — forse infastidito da tale gesto e per le sue ragioni — ha reagito con altrettanta foga per divincolarsi dalla vigorosa stretta della signora asiatica, assestando qualche “pacchero” ben misurato.

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A partire dal primo gennaio 2020, questo gesto ha superato in fama l’ambìto e tradizionale concerto di Capodanno, tanto da divulgarsi sui social network in modo virale e intasare i messaggi WhatsApp di molte persone — noi preti compresi — e forse della maggioranza tra i fedeli laici.

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Come capita in questi casi, l’ironia bonaria tutta italiana ha subito prodotto vignette ad hoc che accostavano il gesto del Pontefice a quello di personaggi famosi del cinema: da Bud Spencer, Terence Hill, Chuck Norris fino al romanissimo Mario Brega, ed altri …

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vignetta diffusa sui social

Quando la satira italiana si esprime come da tradizione, nella versione pizza e mandolino, dobbiamo essere sinceri e precisare che in essa non c’è cattiveria, solo bonario desiderio di ridimensionare il tutto con una risata. Diverso il discorso legato invece a casi molto gravi, come quello che ha portato alla notorietà il periodico francese Charlie Hebdo con la sua dissacrante e blasfema satira anti-religiosa.

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Come invece capita solo in Italia, il gesto del Santo Padre si è trasformato in una ennesima occasione per tirare per la veste il pontefice verso una linea di pensiero che si ammanta di buonismo e di politicamente corretto, tanto da attribuire al gesto significati diversi, variopinti e contrastanti. Sicché non sono mancati i moltissimi difensori d’ufficio, anche di una certa età e caratura sociale; gli stessi che mai, ai tempi di Benedetto XVI, Giovanni Paolo II, Giovanni Paolo I o Paolo VI avrebbero avuto l’ardire di parlare e di fare i leoni da tastiera su stampa e web. Oggi invece, chissà perché, si sono sentiti investiti del sacro fuoco della difesa e dell’onorabilità pontificia e dei suoi gesti. Casualità? Io non credo. Anzi, è sempre più marcata la tendenza a ridurre il Sommo Pontefice a un rappresentante autorevole del mondo dei potenti, anziché vedere e riconoscere in lui un’autorità morale e spirituale che rimanda al Dio trascendente.

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Visto però che già da qualche tempo seguiamo un nuovo catechismo da esponenti atei e laicisti che fanno di Gesù Cristo solamente un uomo e della Vergine Maria una sciacquetta senza arte né parte, ora è arrivata la volta di ridimensionare e incasellare per bene anche la augusta persona del Romano Pontefice. E così, come le leggi della fama, della satira e della visibilità si dimostrano impietose nei confronti di Donald Trump, Vladimir Putin, Emmanuel Macron … adesso sembra giunto il turno di Jorge Mario Bergoglio. E utilizzo il nome di battesimo del Sommo Pontefice proprio per sottolineare il fatto che tali avvocati delle cause perse, intendono volontariamente vederlo solo e soltanto come uomo, non come Successore di San Pietro, scelto e posto da Gesù Cristo a capo del Collegio degli Apostoli.

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vignetta diffusa sui social

Per tali personaggi — alcuni dei quali si sono ibridati come cristiani cattolici solo negli ultimi sei anni — il Pontefice non è il Vescovo di Roma, Vicario di Gesù Cristo, Successore del Principe degli Apostoli, Sommo Pontefice della Chiesa universale, Primate d’Italia e Arcivescovo metropolita della Provincia Romana, Sovrano dello Stato della Città del Vaticano, Servo dei servi di Dio, Capo del Collegio dei Vescovi, ma, in modo più prosaico, egli è il leader di una corrente di pensiero e di un messaggio politico che è possibile rimodellare a buon bisogno.

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È per questo motivo che, davanti alla satira bonaria dell’italianità più genuina, si sono sentiti in dovere di esercitare la difesa d’ufficio. Nello stesso modo in cui si comportano i corifei dei partiti quando viene toccato il loro capo. E, come nella tradizione politica, si cerca di eliminare l’avversario e l’oppositore screditandolo e danneggiandolo con giudizi personali sulla moralità e dignità, così coloro che hanno abbozzato un sorriso davanti alle simpatiche vignette riguardanti il Papa o le hanno condivise sui social si sono visti puntare il dito e biasimati pubblicamente.

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Riporto alcuni esempi tratti dal web di alcune difese d’ufficio:

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«Cioè, fatemi capire. Un uomo di più di 80 anni viene strattonato malamente, perde per un attimo la pazienza e dà uno schiaffetto sulla mano di quella che lo stava tirando a sé come se fosse un pupazzo vinto al Luna Park. Poi chiede pubblicamente scusa (ripeto: il Papa-chiede-scusa- il Papa) e voialtri lo trattate come se fosse un mostro? Non sarà che questo Papa ha la sola colpa di ricordarvi costantemente, con estrema efficacia, quello che dice la religione che voi sostenete di praticare? Non sarà che lo detestate perché vi mette di fronte al dato di fatto che la maggior parte di voi non è affatto diversa da quelli che il Vangelo definisce “Sepolcri imbiancati”? La verità è che oggi come oggi, se il Gesù Cristo del Vangelo camminasse in mezzo a voi, lo chiamereste “zekka buonista”, nella migliore delle ipotesi. E Papa Francesco ve lo sbatte in faccia ogni santo giorno, per questo lo odiate tanto» (da Facebook).

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.. figurarsi se potevano mancare gli unici e irripetibili napoletani …

Non ci sono commenti da fare, almeno da parte di cattolici ben formati e quindi consapevoli di chi sia veramente il Sommo Pontefice e che sappiano per ciò distinguere tra rispetto filiale e venerazione alla sua persona e al suo ufficio e critica costruttiva. Ovviamente non mancano i riferimenti all’odio, diventato ormai come il colesterolo, a seconda da quale parte o fazione provenga, esso diventa buono o cattivo.

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Il secondo caso è apparso sulla mia bacheca Twitter, sono stato strigliato per aver condiviso un post molto simpatico che paragonava il Santo Padre al personaggio western di Trinità alias Terence Hill:

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«Dalla sua “bio” leggo che è un parroco … quindi, ben radicato nella Chiesa Cattolica Romana; considerato che promuove satira su Bergoglio suo “capo”, non le sembra leggermente contraddittoria questa sua condotta? Abbandoni l’abito talare e conduca una vita sacerdotale in Cristo» (da Twitter).

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Anche davanti a questo post ci sono ben poche parole, da parte mia ho risposto per educazione, in quanto non mi sottraggo mai a una certa critica quando viene fatta con educazione e con modo. Tuttavia, si possono evincere molte cose sulla formazione cristiana di questo utente social e sul suo modo di percepire la Chiesa, il papato e la figura stessa dei sacerdoti. Mi spiacerà deludere questo leone da tastiera che si trincera dietro un nickname, al contrario del sottoscritto che mette non solo il nome ma anche la faccia, sapendo di essere non solo fedele al Romano Pontefice e in comunione con lui, ma consapevole del fatto che anche io posso essere utile alla persona del Successore di Pietro nella misura in cui agisco con senso ecclesiale, anche se con l’ironia affettuosa. Volendo posso riassumere il tutto con un esempio legato alle cronache storiche di due Santi: il grande pedagogo, nonché santo molto venerato, Padre Filippo Neri, ed un suo grande “compar di brigata”, il frate cappuccino cercatore San Felice da Cantalice, al quale era legato da grande affetto e amicizia fraterna, ed a vicenda si scambiavano spesso lazzi e scherzi. Un giorno, tra le risa di tutti i presenti, Padre Filippo dimostrò quanto Fra Felice avesse la testa dura rompendo sulla sua testa un fiasco di vino vuoto, poi, tutti e due, incominciarono a ridere sottobraccio in mezzo alla gente. Cosa dire poi delle battute tra i due? Una in particolare, proprio rivolta al Pontefice all’epoca regnante, merita di essere ricordata, perché a proposito di chi sedeva sulla Cattedra di Pietro, il Padre Filippo disse in modo ironico: «Eh, er Papa Sisto, er Papa Sisto, che nun le perdona nemmanco a Cristo!».

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… e figurarsi e potevano mancare i romani appresso ai vignettisti napoletani …

Non lascerò il saio cappuccino, perché sono consapevole che la Chiesa non è il Parlamento, che il suo Capo non è un leader politico e che proprio perché sono peccatore e contraddittorio ho vitale bisogno dello Spirito Santo per convertirmi, proprio come accadde agli Apostoli nel giorno di Pentecoste.

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Per noi sacerdoti, il citare il nome del Papa e del vescovo diocesano nel Canone della Santa Messa significa ribadire la comunione della cattolicità che non è merito umano personale o strategia sociologica, ma opera di Dio per mezzo del suo Spirito. Citando nella celebrazione eucaristica «una cum Papa nostro Francisco» io dimostro la mia venerazione a tutti coloro che hanno ricoperto l’ufficio petrino. Inoltre, da sacerdote e consacrato ribadisco la mia osservanza al magistero della Chiesa insegnato dai Sommi Pontefici, dall’apostolo Pietro fino a Francesco I.

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Se qualcuno pensa di volermi attirare nella tentazione di stilare una hit parade dei Papi più trendy si sbaglia di grosso, poiché capisco che certe storture non derivano dalle bislaccherie di questo o di quell’altro Pontefice ma da coloro che si ergono a difensori e compagni di merende e che incarnano perfettamente le parole profetiche del Salmo:

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«Se mi avesse insultato un nemico, l’avrei sopportato; se fosse insorto contro di me un avversario, da lui mi sarei nascosto. Ma sei tu, mio compagno, mio amico e confidente; ci legava una dolce amicizia, verso la casa di Dio camminavamo in festa» (cf. Sal 54,13-15).

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vignetta di Santin

Forse è giunta l’ora di ascoltare meno quelli che hanno sempre in bocca il nome di un Papa abbinato a concetti quali «rivoluzionario», «di rottura», di «epocale svolta» … dando più ascolto a coloro che nel dolore e nella sofferenza tentano di salvarlo da manipolatori e adulatori, anche a costo di essere screditati in pubblico. Perché per noi «… pe’ grazia o pe’ disgrazia, ei sarà sempre lo veneratissimo et amatissimo Signor Papa Nostro Successor de lo Beato Apostol Principe Pietro», com’ebbe a dire in tempi non sospetti San Filippo Neri, quando nella Roma lasciata in pasto alla fame e alla miseria, dopo il terrificante sacco perpetrato dai Lanzichenecchi nel 1527 attraverso violenze, stupri e omicidi di ogni genere, al sacro soglio salì nel 1534 Alessandro dei Principi Farnese col nome di Paolo III, che incurante della situazione di fame e miseria in cui versava la popolazione, ciò malgrado viveva circondato dai fasti delle grandi corti rinascimentali. Eppure era chiamato «amatissimo et veneratissimo» da Padre Filippo Neri, passato poi alla storia con un titolo del tutto particolare: «Il Santo della gioia». E celebrando il Santo Sacrificio della Messa, Padre Filippo Neri, con devozione recitava: «… una cum Papa nostro Paulo» (ogni riferimento è puramente casuale … QUI).

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Laconi, 3 gennaio 2020

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Roma. Sulle due sedicenni morte sul colpo nei pressi di Ponte Milvio l’ennesimo pianto del coccodrillo di una società civile incapace a domandarsi: dove, noi genitori, abbiamo sbagliato e poi tragicamente fallito?

— attualità e società contemporanea—

ROMA. SULLE DUE SEDICENNI MORTE SUL COLPO NEI PRESSI DI PONTE MILVIO L’ENNESIMO PIANTO DEL COCCODRILLO DI UNA SOCIETÀ CIVILE INCAPACE A DOMANDARSI: DOVE, NOI GENITORI, ABBIAMO SBAGLIATO E POI TRAGICAMENTE FALLITO?  

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ogni tanto, qualcuno di questi giovani immortali, se tutto va bene muore, perché molto spesso ammazzano invece gli altri senza che loro si facciano un graffio. E quando qualcuno di questi impuniti, invincibili e immortali muore, si piange un paio di giorni, si lanciano palloncini colorati sulle bare, come se la morte fosse un circo, si depongono fiori, cartelli e pupazzetti nel luogo dell’incidente. Poi semmai si assume anche come difensore la celebre e talentata penalista Giulia Bongiorno, perché il genitore disastroso che non educa, non cura, non custodisce e non dà solide regole di vita ai figli, indispensabili a tutelare anzitutto i figli stessi, deve avere sempre ragione, lui non fallisce e non può fallire. Il mondo intero è in errore, lui e suo figlio no, mai!

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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PDF  articolo formato stampa
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Le due giovani sedicenni morte a Roma e l’investitore ventenne [foto tratte dai pubblici social]

La morte di due sedicenni travolte da un’auto a Roma mi induce a narrare un fatto di cui fui protagonista, poiché utile a introdurre un tema complesso e difficile da trattare.

Tre anni fa passavo per la piazza di una certa città italiana, quando degli adolescenti, due maschietti che facevano i galletti con quattro coetanee, al mio passaggio mi fulminano alle spalle con questa frase:

«Questi preti pedofili di merda!».

Mi volto in direzione dei due ragazzi, ed anche se dinanzi a me non avevo uno specchio, immagino che il mio sguardo, in quel momento, avrebbe creato qualche senso di timore persino a una iena affamata. Domando in tono severo ai due maschietti:

«Per caso, ce l’avete con me?».

Con una strafottenza indicibile uno dei due, gonfiandosi dinanzi alle quattro mignottelle in fiore ― poiché tali già fatte, finite e rifinite, dalle minigonne al trucco per seguire con le acconciature da vamp ― replica:

«Sì. E allora? che problemi hai … che cazzo vuoi?».

Sul suono dell’interrogativo «vuoi?», parte dalla mia mano sinistra una sberla volutamente misurata. Se infatti ci avessi messo forza, la testa del ragazzotto si sarebbe staccata dal collo. E se vi fosse rimasta attaccata, avrebbe riportato qualche danno permanente. O per meglio chiarire: quando stringo delle valvole, o quando chiudo la macchinetta del caffè, capita a volte che mi venga chiesto di svitare il tutto, perché, se involontariamente non misuro la forza, capita che altri non riescano poi ad aprire le chiusure …

… dopo qualche secondo di stordimento per la sberla misurata ricevuta, l’aspirante “maschietto duro” corre prudentemente a distanza da me e comincia a urlare:

«Ti denuncio … ti denuncio!».

Con una calma tutta quanta serafica — roba da far impallidire per davvero il Beato Angelico assieme all’intero coro dei Serafini — rispondo:

«Intanto una sberla te la sei presa, adesso vai pure a denunciarmi».

In modo del tutto lecito qualcuno potrebbe domandarmi se non sono stato forse un autentico pazzo imprudente, a mollare una sberla a un minorenne su una pubblica piazza, attorno al mezzogiorno della domenica mattina, il tutto davanti ad alcune decine di testimoni. Quesito più che comprensibile al quale rispondo: nessuna imprudenza mossa da impulso azzardato: lo feci in modo studiato, ma soprattutto per il supremo bene di quel ragazzo, umiliandolo dinanzi all’amico, alle mignottelle in fiore e a una piazza intera che non si riempì di sguardi di disappunto, bensì di compiacimento. Quel tipico compiacimento delle persone che di questi tempi devono subìre con frequenza piccoli mostri e tiranni simili, privi di educazione e del minimo rispetto nei confronti di adulti, adulte, anziani e anziane. E li devono subìre perché questi mostri sono intoccabili, come dimostra la prosecuzione della storia …

… il lunedì mattina mi chiama il comandante della locale stazione dei carabinieri che, conoscendomi, cerca da sùbito di evitare un problema. Dopo un paio di convenevoli mi domanda se posso recarmi presso i loro uffici alle 15.30. Taglio corto e rispondo:

«Capitano, se per caso si tratta della sberla data ieri in piazza al ragazzo, sappia che è tutto vero, perché gliel’ho mollata sul serio. Il resto glielo racconto oggi di persona, quando verrò a farvi visita».

Ecco che cosa era accaduto e perché quell’invito: i carabinieri avevano cercato di frenare il padre del ragazzo, in procinto di compiere 17 anni il mese successivo, che si era recato presso di loro con l’intento di denunciarmi per aggressione e lesioni. In modo conciliante i carabinieri avevano tentato di convincerlo che forse, suo figlio, aveva rivolta qualche provocazione a un prete, sino a fargli perdere le staffe. E pur non sapendo che cosa fosse accaduto, lo rassicurarono che mi conoscevano da anni e che non ero il genere di persona da fare una cosa simile, se non dinanzi a qualche cosa di molto grave. Insomma: lo avevano convinto a parlare con me, che secondo loro mi sarei sicuramente spiegato, semmai chiedendo pure scusa al padre e al figlio e, chissà, forse persino allo Spirito Santo.

Quanto avvenne in quella caserma tra il padre del ragazzo e me, fu poi definita dai carabinieri come «memorabile lezione di pedagogia», ovviamente nei colloqui privati tra di loro, ma prontamente diffusi ― sempre in via privata ―, ai colleghi di tutte le vicine stazioni. Sorrido quindi al padre del ragazzo dipinto di un’aria frammista tra lo scuro e l’inferocito e lo investo con una domanda:

«Lei mi ha fatto chiamare per chiedermi scusa, vero? Sappia dunque sin d’ora che di ciò le sono davvero molto grato».

Sbalordito ribatte lui:

«Sta scherzando, oppure è fuori di testa? Lei prende a schiaffi mio figlio minorenne e mi chiede se sono venuto io a chiederle scusa?».

Avendo già raccolte il giorno prima tutte le più precise informazioni, rispondo:

«E oltre a chiedermi scusa, lei mi dovrebbe ringraziare, perché con suo figlio, indubbiamente minorenne, ma che già da tempo fa uso di alcol e di droghe leggere, che torna a casa a tarda notte, che guida lo scooter in modo spericolato e via dicendo, io ho fatto ciò che lei avrebbe dovuto fare da tempo per il suo bene, ma che purtroppo non ha mai fatto …».

Non potendo dare in escandescenze davanti ai carabinieri il padre cerca le parole, mentre io approfitto del suo silenzio per proseguire:

«… ha idea di che cosa mi avrebbero fatto i miei genitori, o cosa avrebbe fatto qualsiasi genitore degno di questo nome, venendo a sapere che suo figlio sedicenne, su una pubblica piazza, aveva insultato un uomo ultra cinquantenne che sereno e pacifico stava passando? Glielo dico sùbito che cosa mi avrebbe fatto mio padre, che mai ha usata violenza fisica su di me: in quel caso mi avrebbe cambiato i connotati. Poi, appena medicate le ferite, mi avrebbe portato dalla persona da me offesa per chiedere scusa. Il mio era però un vero genitore, mentre lei è un vero fallimento di genitore, pronto a legittimare un figlio del quale si dovrebbe vergognare, perché certi mostri non nascono per caso, sono fabbricati da uomini come lei e da donne come sua moglie».

A quel punto lo informo di che cosa mi aveva detto suo figlio dietro le spalle, insultando me e l’intero Collegio Sacerdotale della Chiesa Cattolica, concludendo infine:

«Detto questo, intende chiedermi scusa e ringraziarmi per la salutare sberla data a suo figlio?».

Anziché cogliere la gravità della cosa, capire che suo figlio aveva insultato un uomo adulto sconosciuto ed una istituzione intera, il genitore tenta di giustificarsi:

«Non è colpa di mio figlio, lo sappiamo bene che cosa fanno i preti, è scritto su tutti i giornali».

Udito ciò e compreso fino in fondo da dove proveniva quel candidato naturale alla violenza ed alla delinquenza tale s’era rivelato suo figlio, lo informo:

«Lei lo sa che a questo mondo ci sono diverse donne che fanno le puttane? Ebbene, se io incontrassi sua madre e sua moglie e le dessi delle puttane sulla pubblica piazza, pensa che poi mi potrei giustificare dicendo “… beh, si sa che cosa fanno le donne, è scritto su tutti i giornali che parlano della prostituzione”. Come se le donne in quanto tali fossero tutte e di rigore delle puttane, incluse ovviamente anche sua madre e sua moglie, o no?».

A quel punto il genitore aveva due soluzioni: o dare in escandescenze, ma come già detto non sarebbe stato opportuno e favorevole alla sua insostenibile causa dentro una caserma dinanzi a quattro carabinieri, oppure abbozzare. Sicché si limitò a dire:

«Io la dovrei denunciare, ma voglio essere buono e mi limito a dirle di non permettersi mai più».

Due anni dopo seppi che presso quella stessa caserma fu portato il figlio di questo gran genitore in stato di arresto, perché in occasione della maggiore età era passato dall’uso di alcol e hashish a quello più adulto e gagliardo della cocaina. I carabinieri lo avevano preso con le mani nel sacco mentre spacciava in un locale a pochi metri dalla porta d’ingresso della caserma, peraltro della cocaina diluita con sostanze tutt’altro che benefiche, allo scopo di ricavare dieci dosi da un quantitativo di cinque. E con ciò è presto detto: uno che detiene e spaccia droga a pochi metri dall’ingresso della caserma dei carabinieri, o è un demente totale, oppure un soggetto che si sente intoccabile, invincibile e quindi impunibile. O per dirla con un esempio decisamente grottesco: sarebbe come se uno entrasse con sicura spavalderia e assoluta certezza di impunibilità dentro una moschea diretta e frequentata da un gruppo di islamisti integralisti con un maiale al guinzaglio, convinto di farla franca e di essere soprattutto più duro e più potente di loro.

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Il Natale romano è stato insanguinato dalla morte di due ragazze di sedici anni [vedere cronaca QUI], travolte da un ventenne alla guida di un Suv. L’immagine di due ragazze sedicenni morte sul colpo è un fatto che alla gran parte delle persone toglie ogni stimolo all’esercizio del poco che resta dell’umana ragione nella nostra decadente società, per lasciare spazio all’emotivo e al sentimentale. Il tutto anche se tra pochi giorni, all’angolo della strada dove oggi sono stati deposti fiori, cartelloni e pupazzetti, appassiranno in breve i fiori, scoloriranno i cartelloni e spariranno i pupazzetti, senza che nulla cambi nella testa di certi figli e di certi genitori. Senza che alcuna coscienza emotiva e sentimentale si ponga quei quesiti d’obbligo che non sfiorano neppure la mente del nostro esercito di genitori falliti, nonché pericolosi e micidiali fabbricanti di mostri che si sentono intoccabili, invincibili, impunibili e infine immortali.

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Dalle dichiarazioni del magistrato romano Bernadette Nicotra, giudice per le indagini preliminari, riportate in virgolettato dalla stampa, apprendiamo che «Nel sangue di Pietro Genovese [N.d.A il conducente del Suv] sono state trovate tracce di cocaina e di oppiacei, ma non è possibile stabilire quanto tempo prima siano state assunte le sostanze. E subito dopo l’incidente il giovane era sconvolto, ma non sembrava stordito, tanto che gli agenti della municipale hanno annotato a verbale che aveva solo «un alito vinoso». Nonostante Camilla e Gaia [N.d.A. le due giovani morte sul colpo] abbiano avuto una condotta «incautamente spericolata» e «vietata» ― hanno infatti attraversato quella strada pericolosa con il rosso, scavalcando il guard-rail ―, come specifica il Giudice per le indagini preliminari. La responsabilità di Genovese è stata pesante e ad aggravare la sua posizione ci sono diversi precedenti amministrativi e il rischio di recidiva». Già in precedenza, infatti, al giovane investitore era stata sospesa la patente di guida.

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Pur piangendo sulle due sedicenni morte e sul giovane investitore che da questa vicenda rimarrà sicuramente segnato per tutta la vita, è lecito domandarsi: dove erano i rispettivi genitori delle ragazze e del giovane conducente del Suv? È lecito domandarsi che cosa facessero due ragazze di sedici anni a tarda notte, il sabato sera, in giro per una metropoli come Roma, nella quale è possibile trovare di tutto e di più, a tutte le ore del giorno e, soprattutto, della notte? È lecito domandarsi perché un ventenne problematico, già reso oggetto di severi procedimenti amministrativi e propenso a violare in modo sprezzante le regole, fosse dotato di un’autovettura e del necessario danaro per darsi alla bella vita spericolata? Chi, lo forniva di danaro, se non i genitori?

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Comprendo che dinanzi a due bare bianche in cui sono state chiuse due sedicenni durante le festività del Natale, dire l’ovvio e doloroso vero è molto difficile, anzi forse impossibile, ma quasi sempre la verità è proprio quella che nessuno vuol dire e tanto meno sentirsi dire: a condurre quelle due bare verso il cimitero sono stati i rispettivi genitori, gravemente responsabili di avere lasciato due sedicenni andare in giro a tarda notte di sabato per una metropoli. Responsabili sono i genitori per avere cresciute delle figlie che avvolte da quel complesso di invincibilità e di immortalità che caratterizza i nostri giovani, con rara imprudenza hanno scavalcato un guard-rail e attraversata sotto la pioggia battente una strada pericolosa, al buio e con il semaforo rosso [cf. QUI]. Responsabili sono i genitori del guidatore, che pur avendo manifestato tutte le più gravi spericolatezze, tese a mettere a rischio la propria vita e quella degli altri, è stato lasciato libero di seguitare a fare ciò che voleva e come meglio voleva nello sprezzo totale di tutte le regole del vivere civile. E non si giustifichino, i genitori, dicendo che loro figlio ha vent’anni ed è maggiorenne, perché i soldi necessari alle sue condotte di vita disordinata non provengono di certo dal suo lavoro, ma dal portafogli del padre e della madre. A meno che non si dimostri che questo maggiorenne è un manager che ad appena vent’anni guadagna lautamente, potendosi così permettere i vizi e i vezzi che meglio preferisce.

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Nessuno osa dire il vero, dinanzi alle bare di due sedicenni nei giorni di Natale, ma dietro alla tragedia di queste giovani morte c’è il totale fallimento dei rispettivi genitori che adesso, per sentirsi a posto e per trovare altrove qualche colpevole responsabile, daranno avvio ad una causa legale affidata ai migliori avvocati italiani. Tutto questo pur di non dire: abbiamo fallito come genitori, perché non avendo saputo vigilare sui nostri figli né avendo dato loro delle regole di vita, li abbiamo lasciati crescere nella ferma convinzione che tutto fosse lecito e concesso al di là del bene e del male. Detto questo aggiungo: spero non venga mai assodata come vera l’ipotesi riportata poco dopo l’incidente mortale, circa il fatto che tra i giovanissimi pare in voga il pericoloso gioco del semaforo rosso. Stando infatti a diverse testimonianze pare che tra i giovani che frequentano i locali di Ponte Milvio sia in voga il pericoloso vezzo di correre sulla strada con il semaforo rosso mentre le automobili sfrecciano ad elevata velocità [cf. QUI, QUI]. 

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Non molto tempo fa, sempre a Roma, una giovane di sedici anni è morta all’interno di uno stabile in disuso occupato nel quartiere di San Lorenzo, dove gli inquirenti hanno in seguito accertato che si fosse recata ― anch’essa a tarda notte ― per cercare sostanze stupefacenti da dei pusher africani. Questa sedicenne trovata poi cadavere con addosso segni di rapporti sessuali avuti con più persone ampiamente adulte, si chiamava Desirèe. Gli africani, inizialmente indagati per omicidio e stupro di gruppo, sono stati poi scagionati da queste accuse. La giovane è infatti morta a causa di una mescolanza di sostanze stupefacenti, non si è trattato di uno stupro, ma di un abuso sessuale su una minore di età che in piena notte, dentro quello stabile, era entrata di sua volontà per cercare droghe da consumare, non vi era stata trascinata con forza e violenza [vedere cronaca, QUI, QUI]. Anche in quel caso abbiamo assistito alla deposizione di mazzi di fiori, di cartelloni e di pupazzetti dinanzi al cancello dello stabile all’interno del quale la poverina fu trovata cadavere. Anche in questo caso la domanda è però a dir poco scomoda, ed in pochi se la sono posta in quel mondo dell’emotivo e del sentimentale che dimentica presto le tragedie per poi vivere altre nuove tragedie: che cosa ci faceva una sedicenne di Cisterna Latina, località distante 70 chilometri da Roma, in giro a tarda notte per i quartieri della Capitale, dopo avere detto con una telefonata alla nonna, come se ciò fosse stata la cosa più ovvia di questo mondo: «Torno a casa domani, stasera rimango da un’amica»?

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La povera Desirèe morta in uno squallido stabile fatiscente a San Lorenzo, veniva da una famiglia disastrata ed era figlia di due genitori problematici. Le due giovani morte in questi giorni a Roma, non provenivano affatto da contesti disastrati, ma da due famiglie dei cosiddetti “piani alti” della buona società. N’è prova che dietro queste famiglie è uscito immediatamente fuori il nome di Giulia Bongiorno [cf. QUI], una donna annoverata nella rosa dei più grandi avvocati penalisti d’Italia, dotata a tal punto di un talento davvero grande e raro da essere stata, giovanissima che era all’epoca, difensore di Giulio Andreotti in uno dei processi penali tra i più complessi dell’intera storia della Repubblica Italiana.

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Nutro profonda stima per Giulia Bongiorno, dubito però che persino una penalista di grande talento come lei possa rassicurare i genitori delle due giovani che i responsabili sono altri, tanto difficile è per certuni, dinanzi alla vita e alla morte, assumersi le proprie responsabilità e dire a sé stessi: abbiamo fallito. Un terribile fallimento pagato infine con la sepoltura delle nostre figlie.

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Conosco la zona di Ponte Milvio, perché ventenne abitai per un periodo di tempo sui Colli della Farnesina. All’epoca quel quartiere residenziale era tutt’altra cosa. Oggi è divenuto un luogo de la movida per giovani fricchettoni che sembrano usciti dal salotto della miseranda quanto pericolosa Maria De Filippi, che sui disastri psicologici e comportamentali che affliggono oggi giovani e giovanissimi, ha le sue non lievi responsabilità, grazie ai suoi programmi televisivi improntati sulla diseducazione e l’edonismo. Detto questo concludo narrando che pochi mesi fa, in quel mio vecchio quartiere di un tempo, salvai un anziano dall’aggressione fisica di un ventenne affetto da delirio di onnipotenza, uno tra i tanti, tra i numerosi …

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… mi stavo recando per una visita presso la Clinica Villa del Rosario, che si trova in Via Flaminia Vecchia, a poche centinaia di metri da Ponte Milvio, in una zona che oggi brulica di localini molto trendy frequentati da giovani e giovanissimi. Avanti a me, l’anziano che procedeva alla guida di una utilitaria, rimane bloccato all’altezza di uno storico stabile noto ai romani come Il Castellaccio, perché sulla destra e sulla sinistra erano parcheggiate delle “giovanili” Smart che impedivano il transito. Io che procedevo dietro, rimango bloccato a mia volta. A un certo punto l’anziano si mette a suonare il clacson, finché da uno di questi locali esce un ventenne, che seguita per un po’ a parlare con gli amici. Poi, con tutta calma, in modo davvero sfottente e provocatorio, va davanti alla propria Smart. Si potrebbe pensare che sia salito e corso via, giammai! Tira fuori il telefono e si mette a mandare un messaggio. A quel punto l’anziano tira fuori la testa e gli urla dandogli del maleducato. Per tutta risposta il giovane, inferocito come una belva, si precipita verso di lui e strillandogli «testa di cazzo!» agita i pugni e gli intima «vieni fuori … vieni fuori vecchio di merda!». A quel punto salto fuori io dalla mia macchina e mi prendo una caterva d’insulti per essere accorso a difesa dell’anziano, che rischiava seriamente di finire preso a cazzotti. Certo, se avessi seguito il mio più basso istinto avrei cavato fuori il crick dal bagagliaio e gli avrei frantumate le ginocchia, spedendolo per un paio di mesi presso il reparto di traumatologia ortopedica a riflettere sul non-senso della sua vita, a convertirsi ed a pentirsi dei suoi peccati. Ma come risaputo io sono per la pace e per l’amore, in questa società che non può punire perché deve recuperare ciò che è strutturalmente irrecuperabile, non può rimproverare perché deve dialogare. Una società abituata ormai a dire povero assassino anziché povero assassinato, povero aggressore anziché povero aggredito, povero ladro anziché povero derubato …

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… o vi siete forse dimenticati il prode Marco Pannella che assieme alla «grande italiana» Emma Bonino, negli anni Ottanta intasavano di querele i tribunali contro i responsabili delle comunità di recupero per tossicodipendenti, accusandoli di maltrattamenti e di sequestro di persona? E al tempo stesso volevano la droga libera, come poco prima avevano ottenuto la legalizzazione dell’aborto definendolo «grande conquista sociale», per seguire con il “matrimonio” tra coppie dello stesso sesso. Oggi Marco Pannella è morto, resta però sempre in vita la «grande italiana» che, prima di tirare anch’essa le cuoia, vuol vedere un’altra «grande conquista sociale»: l’eutanasia legalizzata. Quantunque lei, sebbene ultra settantenne e malata di cancro, si è guardata bene dall’andare in Svizzera a farsi sopprimere, avendo forse in programma tanti altri danni ancóra da recare a questo nostro povero Paese, prima della sua felice dipartita verso … beh, che Dio Padre di misericordia abbia davvero pietà della sua povera anima e che come il buon ladrone, questa mammana, possa rubarci a tutti il Paradiso con un suo atto di puro e sincero pentimento espresso nei suoi ultimi due minuti di vita!

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Questo giovane fricchettone da happy-hour pontemilviano lanciatosi con ferocia verso un anziano e poi insultando in modo indicibile un prete corso in suo soccorso per sventare l’aggressione del poveretto, è il paradigma reale del prodotto di genitori che non sanno dire mai di “no”, che denunciano l’insegnante per avere osato rivolgere un rimprovero a loro figlio, se non si recano direttamente a scuola per picchiarlo! O che dinanzi a una bocciatura scolastica del tutto meritata, subissano il Tribunale Amministrativo Regionale di ricorsi. E quando i loro figli sono fermati dalle Forze dell’Ordine perché trovati alla guida ubriachi e drogati, se la prendono con le stesse intimando: «Prendetevela con i delinquenti, non con i nostri figli!». E giù querele a non finire contro poliziotti e carabinieri, accusati di rigore dai genitori di avere maltrattato i loro figli durante il fermo di polizia, pure se usciti dalle caserme e dalle questure senza neppure un graffio addosso, tanto terrore hanno gli addetti delle Forze dell’Ordine ad alzare loro soltanto un po’ la voce. E ogni tanto, qualcuno di questi giovani immortali, se tutto va bene muore, perché spesso ammazzano invece gli altri senza che loro si facciano un graffio. E quando qualcuno di questi impuniti, invincibili e immortali muore, si piange un paio di giorni, si lanciano palloncini colorati sulle bare, come se la morte fosse un circo, si depongono fiori, cartelli e pupazzetti nel luogo dell’incidente. Poi semmai si assume anche come difensore la celebre e talentata penalista Giulia Bongiorno, perché il genitore disastroso che non educa, non cura, non custodisce e non dà solide regole di vita ai figli, indispensabili a tutelare anzitutto i figli stessi, deve avere sempre ragione, lui non fallisce e non può fallire. Il mondo intero è in errore, lui e suo figlio no, mai!

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dall’Isola di Patmos, 28 dicembre 2019

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Cari Lettori,

nel mese di dicembre è entrato in distribuzione il mio nuovo libro Nada te turbe, un’opera di spiritualità sul martirio scritta in forma di romanzo storico e ambientata in un’epoca di feroce persecuzione della Chiesa. Ritengo che potrebbe edificare e aiutare molte persone, soprattutto in questo momento. Per questo vi invito ad acquistarlo presso il nostro negozio [vedere QUI] ma soprattutto a leggerlo.

 

 

 

 

 

 

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Dalla penosa croce appendi-abito del politicamente corretto, al mistero salvifico del Verbo di Dio fatto uomo per la salvezza del mondo che oggi precipita verso l’abisso

L’Angolo di Girolamo Savonarola: omiletica cattolica in tempi di vacche magre

— omiletica —

DALLA PENOSA CROCE APPENDI-ABITO DEL POLITICAMENTE CORRETTO, AL MISTERO SALVIFICO DEL VERBO DI DIO FATTO UOMO PER LA SALVEZZA DEL MONDO CHE OGGI PRECIPITA VERSO L’ABISSO 

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… e oggi, questa terribile vanità mondana che mira a piacere al mondo, ha svuotato il mistero del Verbo di Dio fatto uomo, per riempirlo di altro: di barconi di migranti, di ciambelle di salvataggio, o di giubbotti salvagente attaccati sulla croce di Cristo. È l’emblema della peggiore sciatteria della Chiesa visibile contemporanea: la croce ridotta ad appendi-abito, dinanzi a cori esultanti di persone che non entrano nelle nostre chiese neppure per Natale e per Pasqua, ma che plaudono gaudenti dinanzi alla nostra auto-distruzione, mentre la povera sposa di Cristo sta annegando, non nelle acque del Mare Mediterraneo, sta annegando nel ridicolo, nel grottesco della sciatteria, senza che nessuno si curi di lanciarle neppure una misera ciambella di salvataggio, forse perché colpevole di non essere musulmana, sicché può anche tranquillamente affogare, sotto gli applausi di un mondo che odia sempre di più tutto ciò che è veramente e autenticamente cristiano.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Puer natus est, Alleluia !

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per secoli, sulla croce, l’unica cosa che la tradizione cristiana ha appeso, è stato solo il sudario di Cristo Dio

Lux in tenebris lucet. La luce splende nelle tenebre, è la luce del Verbo incarnato narrata nella poetica di questo monumentale prologo al Vangelo di Giovanni [vedere testo della Liturgia della Parola, QUI]. Volendo potremmo aggiungere: la luce splende nelle tenebre in modo particolare in questo nostro mondo nel quale dobbiamo essere animati dalla più cristiana e operosa speranza, mentre siamo sottoposti alla più grande, difficile e temibile di tutte le prove: la grande prova della fede.

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Da diversi anni siamo spettatori silenti e impotenti protagonisti di mutamenti radicali generati da una condizione di grande crisi che investe a livello mondiale la morale, l’etica, la politica, l’economia, la comunità ecclesiale ed ecclesiastica che della crisi morale ed etica rischia di essere un paradigma. E proprio in questa situazione di grande crisi e decadenza dovremmo accogliere la luce che irrompe nelle tenebre attraverso l’incarnazione del Verbo di Dio, accogliendolo come nostro principio e fine ultimo.

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Il Verbo è stato annunciato nei tempi dalle parole di dolore, amore e speranza dei profeti; dalla voce del Battista, che all’alba della sua irruzione nella storia dell’umanità levò la voce dal deserto per rompere i deserti dell’animo umano. Il Verbo è parola viva ed eterna, ma è anche silenzio, perché nel nostro rumore mondano che tutto divora nell’indifferenza per meglio ingoiarci nel Grande Nulla, il Verbo tace nella misura che l’uomo non concede al suo amore eterno alcuno spazio per abitare in mezzo a noi, neppure un albergo di fortuna; neppure una mangiatoia in cui giacere dentro una stalla.

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Per rivelarsi il Verbo ha bisogno di quel luogo privilegiato che è il silenzio, per potersi manifestare e comunicare all’uomo che è oggetto del suo amore e suo soggetto amato.

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Gli antichi israeliti erano così intimoriti dal tetragramma dell’alfabeto ebraico che componeva il nome di Dio, che nessuno doveva osare pronunciarlo, solo il Kohen Gadol, il Sommo Sacerdote, chiuso nel Sancta Sanctorum del Tempio di Gerusalemme, a testa bassa col capo coperto, dopo essersi lungamente purificato lo pronunciava sommessamente una volta all’anno per il Yom Kippur, il gran giorno dell’espiazione.

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Impariamo a considerare il Natale come nome ineffabile di Dio, perché durante questa festa il Verbo di Dio si incarna in un uomo e viene ad abitare in mezzo a noi nella persona fisica di Gesù di Nazareth, aprendo ai nostri orizzonti il mistero del vero Dio e vero uomo. Fuggiamo dunque la gran bestemmia del Natale profanato, svuotato del Verbo e riempito d’altro, in un proliferare di presepi costruiti dall’Ufficio Supremo del Politicamente Corretto su barconi e ciambelle di salvataggio, con la Beata Vergine Maria ed il Beato Patriarca Giuseppe rivestiti di un salvagente. Riappropriamoci del Mistero del Natale, che è l’irruzione di Dio in carne e ossa nella storia dell’umanità, attraverso quel Gesù che noi adoriamo nella mangiatoia di Betlemme nella quale l’intera umanità è rinata ed è chiamata a rinascere, per giungere al suo apice con la pietra divelta del sepolcro vuoto del Cristo, col quale l’intera umanità è risorta ed è chiamata a risorgere. Adoriamolo nell’Eucaristia, suo memoriale vivo e santo, dono della sua presenza reale tra di noi, nostro sostegno e nostro cibo di vita eterna. Adoriamolo, perché Lui solo è l’inizio, il centro e il fine ultimo del nostro intero umanesimo. Soltanto così potremo aprire le porte del cuore per esprimere in modo pertinente e coerente: Buon Natale … il Natale del Dio che si è fatto come noi per invitarci a farci come Lui, in Lui e per Lui.

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Nei momenti di silenzio di questa sacra liturgia, prostrandoci durante la Preghiera Eucaristica sulle parole dell’Ultima Cena che renderanno il pane e il vino corpo e sangue vivo di Cristo, cerchiamo di cogliere il mistero e divenirne intimi partecipi, consapevoli che in silenzio il Verbo s’incarna e nel silenzio il Verbo ci parla. Prostriamoci con le ginocchia a terra, perché «nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi» [Fil 2, 10]. Non facciamo come coloro che dinanzi al Corpo e al Sangue vivo di Cristo hanno problemi all’anca, che però funziona a meraviglia per inginocchiarsi con scatto atletico dinanzi alla nuova “verità di fede”, o al nuovo “dogma del migrante” a cui sciacquare i piedi dinanzi ai giornalisti di regime che plaudono alla «nuova Chiesa» della «rivoluzione epocale», improntata su quella «misericordia» che concede la grazia della ghigliottina a chiunque osi proferire un legittimo, rispettoso e pacato sospiro di dissenso verso tutto ciò che può essere oggettivamente sbagliato e fuorviante.

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Il Gesù della storia, che col Natale entra nella nostra esperienza umana in carne e ossa, non è neppure un tenero simbolo a uso e consumo umano e commerciale delle varie tradizioni popolari o familiari, è il supremo mistero di Dio fatto uomo in Gesù che attraverso il mistero dell’Incarnazione comincia il suo percorso terreno deposto nella mangiatoia di una stalla e terminandolo deposto sul legno di una croce, per esplodere poco dopo come il Cristo della fede che rovescia la pietra del sepolcro, rendendoci per vocazione tutti partecipi della sua risurrezione.

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A questo siamo chiamati attraverso l’esperienza cristiana: ad incarnarci, a vivere, a morire ed a risorgere nel Cristo, perché Dio è giunto a farsi come noi affinché noi, proiettati nel mistero della sua grazia, ci facessimo come lui.

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Questo è il deposito della nostra fede, il resto è solo moderno paganesimo, nuova idolatria mirata a piacere e compiacere quel mondo sempre più anti-cristico al quale dovremmo cercare in ogni modo di non piacere. E noi, chiamati a servire e assistere il Popolo di Dio come sacerdoti, dobbiamo combattere sia il nuovo paganesimo sia il mondo sempre più anti-cristico, portando in modo amorevole e deciso il vero annuncio attraverso la vera pastorale evangelica, che non è certo l’odierna pastorale nevrotico-ossessiva del povero o del profugo vero o presunto, ma cristologica concretezza di vita vissuta. Non possiamo soprassedere, né peggio giustificare certe deviazioni come espressioni di fede, anzi siamo tenuti a chiamarle con il loro vero nome: veleno della fede.

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In nessuna pagina del Vangelo sta scritto che bisogna compiacere i vezzi ed i vizi del mondo, o peggio tacere sui suoi gravi peccati, perché il Verbo di Dio si è incarnato per divenire poi agnello sacrificale che lava con il sangue del proprio sacrificio sulla croce il peccato del mondo, ma soprattutto dopo averci avvisati:

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«Se il mondo vi odia, sappiate che ha odiato me prima di voi. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; ma poiché non siete del mondo, ma io vi ho scelto dal mondo, perciò il mondo vi odia» [Gv 15, 18-19].

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Quale terribile giudizio e meritato castigo, molti di noi pastori in cura d’anime riceveranno dal Divino Giudice, per avere lasciato in pasto alla paganitas il Popolo che Dio ci ha affidato, per essere andati a braccetto con i Démoni, per avere invitato e accolto il lupo dentro l’ovile e bastonato al tempo stesso le pecore che hanno osato gridare: «Attenti al lupo!». Perché anche in questo eravamo stati avvisati: 

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«Guai ai pastori che distruggono e disperdono
il gregge del mio pascolo!», dice il Signore.
Perciò così parla il Signore, Dio d’Israele,
riguardo ai pastori che pascolano il mio popolo:
«Voi avete disperso le mie pecore, le avete scacciate,
e non ne avete avuto cura;
ecco, io vi punirò, per la malvagità delle vostre azioni»,
dice il Signore.
«Raccoglierò il rimanente delle mie pecore
da tutti i paesi dove le ho scacciate,
le ricondurrò ai loro pascoli,
saranno feconde e si moltiplicheranno.
Costituirò su di loro dei pastori che le porteranno al pascolo,
ed esse non avranno più paura né spavento,
e non ne mancherà nessuna», dice il Signore [Ger 23, 1-4].

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E ancora:

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«Profeti e sacerdoti sono empi,
nella mia casa stessa ho trovato la loro malvagità»,
dice il Signore .
«Perciò la loro via sarà per loro come luoghi sdrucciolevoli in mezzo alle tenebre;
essi vi saranno spinti e cadranno;
poiché io farò venire su di loro la calamità,
l’anno in cui li visiterò», dice il Signore [Ger 23, 11-12].

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Il tutto suggellato dalle parole di Cristo Dio che ammonisce:

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«A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più» [Lc 12, 48].

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Inutile a ricordarsi, sebbene lo faccia: a noi suoi sacerdoti, Dio ha affidato quanto ha di più prezioso: ci ha affidata la cura, la custodia e il governo pastorale del suo gregge, del suo Popolo Santo.

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Il Vangelo del Beato Evangelista Luca proclamato poche ore fa alla Messa della Santa Notte, narra in brevi parole con l’evento della nascita il modo scelto da Dio per rivelarsi nel Gesù della storia. Seguendo le parole di questo passo potremmo parlare del divino pudore di Dio che viene alla luce e che si manifesta agli uomini che attendevano il Messia, il Salvatore, quasi come se volesse nascondersi nell’atto stesso in cui si manifestava. È un aspetto che ci porta a riflettere sulla sfida sempre aperta delle sue divine intenzioni, della sua divina pedagogia.

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Forse il Signore, davanti alla sua rivelazione visibile, fisica e corporea, desiderava invitare gli uomini a non sentirsi esonerati dal dovere di ricercarlo, come i pastori che accorrono, come i magi che seguendo la luce di una stella giungono a portargli doni preziosi, senza alcuna paura di offendere la futura “idolatria del povero”. Forse, il Signore, il Salvatore nato in una stalla, voleva che questa nostra ricerca del suo essere eterno e del suo divenire tra di noi, ci obbligasse a piegare il nostro egocentrismo sulle vie dell’umiltà, che non è certo una posa a collo torto, ma la vera dignità dell’essere veri cristiani.

Contemplare l’umiltà di Dio Incarnato che giace in fasce dentro la mangiatoia di una stalla è un invito a penetrare il senso vero e profondo di quella virtù cristiana che è l’umiltà autentica, nostra strada maestra per correggere l’ostacolo principale che ci sbarra la via al nostro vero incontro col Cristo Salvatore: l’orgoglio che ci impedisce un rapporto con lui e un rapporto con gli altri. E dall’orgoglio si può guarire solo partendo dalla divina umiltà del bimbo Gesù nella stalla di Betlemme, per seguirlo sulla Via Dolorosa fino al Golgota, infine risorgere con quel Cristo della fede che fece dire a San Paolo: «Non sono più io che vivo ma Cristo vive in me» [Gal 2, 20].

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Dio nasce nascosto e talvolta si nasconde affinché l’uomo possa cercarlo attraverso l’istinto libero e liberante di quell’amore che quando è perfetto caccia via ogni paura, come insegna il Beato Apostolo Giovanni in un altro passo del suo Vangelo [Cf. Gv 4, 18]. Perché Dio non si nasconde mai dietro le grandi cose che spesso tanto ci affascinano, ma dietro ai piccoli particolari che spesso ci lasciano del tutto indifferenti; Dio non lo troviamo e non lo incontriamo, in ciò che al mondo piace, ma in tutto ciò che il mondo rigetta e odia.

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Il modo in cui si può cercare e trovare Dio celato in una stalla, ce lo ricorda uno dei più grandi convertiti della storia, che con la sua esperienza ci invita tutti alla conversione. Questo maestro è Aurelio di Tagaste, meglio noto come Sant’Agostino Vescovo di Ippona, divenuto in seguito santo e Dottore della Chiesa: «Amore pètitur, amore quaèritur, amore pulsàtur, amore revelàtur» con l’amore si domanda, con l’amore si cerca, con l’amore si bussa, con l’amore si rivela.

Solo in questo modo possiamo entrare nella vera stalla di Betlemme, che è la stalla della fede e del mistero divino; quindi capire qualche cosa del Natale; per vivere il Natale nella fede in Gesù Cristo nostro Dio, Signore e Salvatore. Il resto — come diceva nel lontano Cinquecento quel grande pedagogo di San Filippo Neri prendendo spunto dal Libro di Qoelet — è solo vanità, nient’altro che vanità di vanità [cf. Qo 1,2]. E oggi, questa terribile vanità mondana che mira a piacere al mondo, ha svuotato il mistero del Verbo di Dio fatto uomo, per riempirlo di altro: di barconi di migranti, di ciambelle di salvataggio, o di giubbotti salvagente attaccati sulla croce di Cristo. È l’emblema della peggiore sciatteria della Chiesa visibile contemporanea: la croce ridotta ad appendi-abito, dinanzi a cori esultanti di persone che non entrano nelle nostre chiese neppure per Natale e per Pasqua, ma che plaudono gaudenti alla nostra auto-distruzione, mentre la povera sposa di Cristo sta annegando, non nelle acque del Mare Mediterraneo, sta annegando nel ridicolo, nel grottesco della sciatteria, senza che nessuno si curi di lanciarle neppure una misera ciambella di salvataggio, forse perché colpevole di non essere musulmana, sicché può anche tranquillamente affogare, sotto gli applausi di un mondo che odia sempre di più tutto ciò che è veramente e autenticamente cristiano. E noi, indegni sacerdoti, oggi genuflessi al mondo come delle miserabili prostitute dinanzi al cliente, di questo annegamento siamo i responsabili. E di ciò dovremo un giorno rendere conto al Verbo di Dio che severo ci ricorderà:

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«A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più» [Lc 12, 48].

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Et homo factus est, alleluja!

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dall’Isola di Patmos, 25 dicembre 2019

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Cari Lettori,

nel mese di dicembre è entrato in distribuzione il mio nuovo libro Nada te turbe, un’opera di spiritualità sul martirio scritta in forma di romanzo storico e ambientata in un’epoca di feroce persecuzione della Chiesa. Ritengo che potrebbe edificare e aiutare molte persone, soprattutto in questo momento. Per questo vi invito ad acquistarlo presso il nostro negozio [vedere QUI] ma soprattutto a leggerlo.

 

 

 

 

 

 

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Il Natale è la festa della tenerezza di Dio fatto uomo venuto ad abitare in mezzo a noi

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

—  omiletica —

IL NATALE È LA FESTA DELLA TENEREZZA DI DIO FATTO UOMO VENUTO AD ABITARE IN MEZZO A NOI

Il Natale è la festa dell’Incarnazione, della gloria di ciascuno di noi nel Signore. Noi siamo quel sogno che Gesù bambino sta facendo dormiente fra le braccia di Maria. Proviamo a crederci con fede certa e coroniamo il sogno trinitario su ciascuno di noi: il Verbo si è fatto carne, realmente, venendo ad abitare in mezzo a noi, veramente, in carne e ossa, con il suo spirito e la sua divinità. 

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Cari fratelli e sorelle,

Salvador Dalì: Natività, la Beata Vergine Maria di Guadalupe

Buon Natale a tutti! E che il Signore scaldi il nostro cuore col suo calore e la sua gioia di bambino. La Liturgia della Parola di questa Santa Notte ci offre un brano profetico, una Lettera dell’Apostolo Paolo ed una pagina del Vangelo lucano che narra la nascita del Verbo di Dio fatto uomo, il redentore [testi della Liturgia della Parola: QUI].

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Tutti nella vita abbiamo aspettato e assistito alla nascita di un nipote, di un cugino, di un figlio. Ecco allora che il Natale ci è per questo festa familiare: la festa della tenerezza di Dio che si è fatto uomo. C’è però qualcosa di più, come scriveva Jean Paul Sartre a proposito dell’amore:

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«L’innamorato vuole essere “tutto il mondo” per l’innamorato vuol dire che si pone a lato del mondo».

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Il piccolo bambino della mangiatoia è tutto il nostro mondo dunque: colui che dà senso e orientamento alle nostre notti. Vediamo perché, leggendo anzitutto le parole profetiche di Isaia:

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«Perché ogni calzatura di soldato che marciava rimbombando /e ogni mantello intriso di sangue /saranno bruciati, dati in pasto al fuoco. / Perché un bambino è nato per noi, /ci è stato dato un figlio. / Sulle sue spalle è il potere».

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Si nota un contrasto evidente costruito da Isaia fra il soldato che ha potere e difesa nel rimbombo, nella violenza, nel sangue, nel fuoco, ed il bambino annunciato che è indifeso, vulnerabile, tenero e privo di forza. L’annunciato è Gesù, che ha il potere dell’amore agapico. Il bambino dunque si mostrerà nudo, così com’è veramente: cioè mostrerà all’uomo chi è davvero l’uomo. Cioè l’essere vivente creato a immagine di Dio, nella sua corporeità e fragilità e che attende la grazia di Dio per essere santo. Il bambino annunciato da Isaia è Gesù che ci mostra che noi viviamo fra il tormento della vulnerabilità e la grazia divina.  Questo è anche annunciato da San Paolo nella sua Lettera a Tito:

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«Figlio mio, è apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini e ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà».

Il racconto della nascita di Gesù stringe davvero il cuore e ci offre un altro grande annuncio. Per capirlo meglio dividiamo il testo in tre momenti. A partire dal primo momento nel quale San Luca ci narra:

«In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città».

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L’Evangelista Luca mostra che Dio entra nel mondo in Gesù, in un dato momento storico, perché Dio, che è nella Storia, si è reso visibile in una sua missione storica e visibile, riscontrabile oggettivamente e testimoniabile a tutti. Dio dunque non agisce in teoria: non rimane nei cieli, ma si fa vicino, concreto accanto a noi. Questi ci introduce al secondo momento:

«Mentre [Giuseppe e Maria] si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio». 

Davvero struggente. Mi domando come sia possibile non trovare un luogo per permettere il parto di una mamma, non so come sia stato possibile per gli uomini del tempo. Maria E Giuseppe però non si scoraggiano, ed alla fine Gesù nasce, avvolto dalle fasce umane di Maria, avvolto dall’amore di Giuseppe.  Dio si lascia avvolgere dalle nostre fasce. Da questo passiamo al terzo momento:

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«Un angelo del Signore si presentò a [dei pastori] la gloria del Signore li avvolse di luce. [..] l’angelo disse loro: “Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia”».

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Ecco che a questo punto viene un meraviglioso scambio: Dio si era lasciato avvolgere dall’amore umano; e qui, i pastori, si lasciano avvolgere dalla luce dell’amore divino trasmesso dall’Angelo. Dunque l’uomo è spogliato dalle sue divisioni interne, dalle sue fragilità, dalle sue divisioni, dai suoi nuclei di peccato ed effuso di un amore più grande. Ognuno di noi a Natale è avvolto dalla luce di quest’Angelo. Ogni uomo di buona volontà, la Notte di Natale rientra in questo meraviglioso scambio e diviene il capolavoro di Dio. Crediamoci tutti stanotte: il Natale è la festa dell’Incarnazione, della gloria di ciascuno di noi nel Signore. Noi siamo quel sogno che Gesù bambino sta facendo dormiente fra le braccia di Maria. Proviamo a crederci con fede certa e coroniamo il sogno trinitario su ciascuno di noi: il Verbo si è fatto carne, realmente, venendo ad abitare in mezzo a noi, veramente, in carne e ossa, con il suo spirito e la sua divinità.

Così sia!

Roma, 24 dicembre 2019

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È uscito un nuovo libro di Giovanni Cavalcoli, O.P.  ed un nuovo libro di Ariel S. Levi di Gualdo. Visitate la pagina del nostro negozio QUI e sostenete le nostre edizioni acquistando e diffondendo i nostri libri   

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Novità dalla Provincia Domenicana Romana: visitate il sito ufficiale dei Padri Domenicani, QUI

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