La Quaresima e la “mission impossible” che nella via della fede e della purificazione diviene invece possibile

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

—  omiletica —

LA QUARESIMA E LA MISSION IMPOSSIBLE CHE NELLA VIA DELLA FEDE E DELLA PURIFICAZIONE DIVIENE INVECE POSSIBILE 

La Quaresima è quindi un invito a riscoprire un poco la missione che il Signore ci ha dato. Riscoprire quella vocazione a cui tutti quanti siamo indirizzati, ognuno in modo diverso, ma comunque secondo una vocazione santa.

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Cari fratelli e sorelle,

locandina del celebre film

non so se vi ricordate il film di Tom Cruise, il celebre Mission Impossible del 1996. In quel film, il protagonista Ethan Hunt ha appunto una missione impossibile: una missione anti terrorismo. A tal fine, chiama con sé dei colleghi fidati, a cui dà incarichi importanti e difficili.

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La Quaresima è quindi un invito a riscoprire un poco la missione che il Signore ci ha dato. Riscoprire quella vocazione a cui tutti quanti siamo indirizzati, ognuno in modo diverso, ma comunque secondo una vocazione santa.

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Le tre letture di questa seconda domenica di Quaresima ci parlano di questo, a partire dal testo vetero testamentario [vedere il testo della Liturgia della Parola, QUI]:

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«In quei giorni, il Signore disse ad Abram: “Vàttene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò”»

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Quel «vattene» non va inteso come un cacciare via Abram da parte di Dio. È sì, un imperativo, ma letteralmente suona più come un comando militare. Ecco allora che la missione ha un mandato che Abram non ha inventato ma ha ricevuto dal Signore. Un mandato pensato e voluto esclusivamente per Abram, che diventerà Abramo e inizierà la grande missione di guidare il popolo di Israele.

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Questo si riferisce anche a noi: proviamo a riflettere sulle origini del mandato che abbiamo ricevuto. Qualsiasi sia lo stato di vita a cui siamo chiamati, ecco che il Signore ci ha chiamati per nome, invitandoci a uscire da noi stessi, dalla nostra terra, le nostre sicurezze e serenità per aprirci a una missione più grande. E per farlo non ci ha lasciati da soli. Leggiamo infatti San Paolo quando scrive:

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«Figlio mio, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo. Egli infatti ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo progetto e la sua grazia».

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Ecco che San Paolo scrive all’amato Timoteo nel momento della prigionia. Nel momento in cui la sua missione di predicatore e apostolo è davvero messa alla prova. Però Paolo sa bene che ha ricevuto la grazia. La grazia è la forza che Dio ci dona per poter partecipare al meglio alla nostra missione insieme con Lui, e con Lui e metterla in pratica.

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Anche noi, dunque, abbiamo ricevuto la grazia per la nostra vocazione. E possiamo rinvigorirla mediante la vita di grazia, di preghiera e in questo periodo anche di qualche penitenza. Anche in questo momento di sofferenza a livello nazionale, sappiamo di avere l’aiuto vicino del Signore.

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Questo annuncio di avere vicino il Signore, ci è dato dal Vangelo di questa domenica:

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«Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: “Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti”».

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Gesù si è trasfigurato. Gli apostoli hanno saputo dal Padre che quello che insegna, vive e parla con loro è il Figlio prediletto; è il Figlio di Dio. Si rivela anche a loro, per quello che è, dopo che a Natale si era mostrato ai pastori tramite l’annuncio angelico. E dice quella frase. Chiede il segreto messianico: Gesù passerà da una terribile sofferenza, poi risorgerà. Da quegli atroci momenti, che gli apostoli presenti non riescono a capire, verrà la grazia. Verrà la nostra gioia e la nostra liberazione.

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In questo tempo di quaresima cominciamo sin d’ora a riflettere sugli eventi della passione come eventi che preparano l’Era Nuova della grazia: in cui ciascuno di noi avrà la sua personale Pasqua, e il passaggio ad una vita autentica.

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Scriveva Jean Paul Sartre:

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«Chi è autentico, assume la responsabilità per essere quello che è, e si riconosce libero di essere quello che è».

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Il Signore ci doni sempre il coraggio di abbracciare la nostra vocazione, per vivere sempre più con l’autenticità e il coraggio dei figli di Dio.

Così sia.

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Roma, 8 marzo 2020

 

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Il blog personale di

Padre Gabriele

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Novità dalla Provincia Domenicana Romana: visitate il sito ufficiale dei Padri Domenicani, QUI

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Coronavirus tra verità e psicosi collettiva. La vicenda assurda di uno dei Padri de L’Isola di Patmos accusato di essere «medioevale» per avere semplicemente pregato

– pastorale sanitaria –

CORONAVIRUS TRA VERITÀ E PSICOSI COLLETTIVA. LA VICENDA ASSURDA DI UNO DEI PADRI DE L’ISOLA DI PATMOS ACCUSATO DI ESSERE «MEDIOEVALE» PER AVERE SEMPLICEMENTE PREGATO

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[…] la processione non vuole richiamare nessun assembramento esterno, non vuole contravvenire a nessuna norma o sfidare l’autorità di nessuno. La processione è un atto di culto a Dio e io, come sacerdote, non posso rinnegare ciò per cui sono stato chiamato né tradire il popolo cristiano. È pertanto il caso di dire che la fede ― come diceva Sant’Anselmo d’Aosta ― richiede la ragione, mentre invece, la fede, non contempla la psicosi.

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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Padre Ivalo Liguori benedice i fedeli nella chiesa di Laconi

sono passate meno di ventiquattro ore dalla pubblicazione del post di Facebook sulla pagina ufficiale della parrocchia che amministro, per sentirmi dare del «medioevale» e del… beh gli altri aggettivi è meglio ometterli.

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Oltre alle simpatiche aggettivazioni verso di me, non è mancato chi ha pensato bene di minacciarmi persino di denuncia. Ma veniamo al punto: come parroco ho deciso di organizzare, insieme ai miei confratelli cappuccini, una processione quaresimale nella parrocchia del paese di Laconi, che si trova nella zona del Sarcidano di Sardegna.

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La motivazione che ha portato alla genesi di questa processione è stata suggerita naturalmente dal Tempo di Quaresima che stiamo vivendo. Periodo liturgico in cui si chiede a Dio Padre il perdono e la purificazione per i propri peccati e per i peccati della Chiesa. Tale pratica si avvale, tra le altre cose, della recita dei Sette Salmi Penitenziali e delle Litanie dei Santi.

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Laconi, l’incantevole silenzio di un’oasi verde. Cliccare sopra l’immagine per aprire il video

Quest’anno la Quaresima è segnata dall’emergenza Coronavirus, situazione sanitaria anomala che sta destando preoccupazione nel cuore ti tante persone, cristiani compresi. Cosa fare dunque? Da frate cappuccini, da sacerdote e parroco che sono, ho sentito il dovere pastorale, insieme ai miei confratelli, di caratterizzare questa processione con l’intenzione di chiedere a Dio Padre di scongiurare l’emergenza del Coronavirus dentro la nostra piccola comunità di Laconi che attualmente conta circa 1.764 abitanti. Ovviamente, pregare per il paese di Laconi, implicava l’intenzione di pregare per tutta l’Italia e per il mondo. Ovviamente la Chiesa non vieta di elevare a Dio esplicite preghiere che riguardano le intenzioni di una comunità particolare. Penso che sia una cosa scontata, affrontare in modo cristiano e attraverso la fede una prova importante come questa emergenza sanitaria in corso.

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La fede non misconosce le norme igieniche sanitarie, non demonizza le cure mediche e non nega l’utilità della scienza e della tecnica. E questo penso di poterlo dire con una certa cognizione di causa, avendo passato anni del mio sacro ministero a svolgere funzioni di cappellano presso una grande struttura ospedaliera pubblica.

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Laconi, la cascata maggiore del parco. Per aprire il video cliccare sull’immagine

La fede non si contrappone ad alcuna norma di buon senso utile in casi come questi ma non può rinunciare a infondere speranza ai Christi fideles e compiere quel ministero di consolazione che può derivare solo dalla grazia del Signore.

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Ci tengo a precisare che, a tutt’oggi, gli organi di informazione ci dicono che in Sardegna solo cinque casi di infezione sono stati segnalati, tanto da essere stati subito trattati e isolati secondo i protocolli.

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Grazie a Dio, è proprio il caso di dirlo, la Sardegna non condivide il primato di altre regioni italiane ben più vessate dal virus. Nello specifico, il paesino di cui sono parroco e nel quale si trova il nostro convento, è posto nell’entroterra sardo, lontano dal caos frenetico metropolitano, tanto da garantire tranquillità e amenità sufficienti e non paragonabili ad altre cittadine con più frequenti scambi umani. Detto questo, nel Comunicato Stampa della Conferenza Episcopale Italiana del 5 maggio n°10/2020 si legge che:

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il più illustre cittadino di Laconi, il frate cercatore cappuccino Sant’Ignazio 

«Nelle aree non a rischio, assicurando il rispetto di tali indicazioni in tutte le attività pastorali e formative, la Conferenza Episcopale Italiana ribadisce la possibilità di celebrare la Santa Messa, come di promuovere gli appuntamenti di preghiera che caratterizzano il tempo della Quaresima».

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Per questo motivo, supportato dalle parole della Conferenza Episcopale, vivendo in un paese dell’interno che garantisce un bassissimo rischio per tutti, fiducioso nella Provvidenza di Dio porto avanti il bene spirituale dei fedeli e di coloro che vedono in Dio non un concorrente della scienza ma colui che è il creatore di tutte le cose, scienza compresa.

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L’iniziativa della processione non vuole richiamare nessun assembramento esterno, non vuole contravvenire a nessuna norma o sfidare l’autorità di nessuno. La processione è un atto di culto a Dio e io, come sacerdote, non posso rinnegare ciò per cui sono stato chiamato né tradire il popolo cristiano. È pertanto il caso di dire che la fede ― come diceva Sant’Anselmo d’Aosta ― richiede la ragione, mentre invece, la fede, non contempla la psicosi.

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Laconi, 7 marzo 2020

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un servizio di Sat2000 su Laconi, un incantevole luogo della Sardegna da visitare e da vivere …

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L’inquietante fenomeno di Medjugorie e il direttore di Radio Maria Padre Livio Fanzaga: un gosparo fanatizzante che pensa di convertire con paure che sono la negazione stessa del Santo Vangelo

— società e attualità ecclesiale—

L’INQUIETANTE FENOMENO DI MEDJUGORIE E IL DIRETTORE DI RADIO MARIA PADRE LIVIO FANZAGA: UN GOSPARO FANATIZZANTE CHE PENSA DI CONVERTIRE CON PAURE CHE SONO LA NEGAZIONE STESSA DEL SANTO VANGELO

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Dicci, Padre Livio, illuminaci e chiarisci a tutti noi: ma quanto rende in danaro parlare con la «Madonna postina» di Medjugorie? Mai infatti avrei immaginato di ritrovarmi un giorno di fronte alla addolorata Mater Dei mutata in una via di mezzo tra una azienda redditizia e una fruttuosa società multinazionale. Credo proprio che un prete non dovrebbe dare credito a degli pseudo veggenti che sul venerabile nome della Beata Vergine hanno costruito le proprie ricchezze, vivendo vite all’insegna del lusso e dell’ostentato dispendio. E di questo tu dovrai rendere conto a Dio che, dal primo all’ultimo centesimo, ti domanderà di giustificargli anche i pochi euro che la buona nonnina ha sottratto ogni mese alla sua piccola pensione per inviarli a Radio Maria, mentre gli pseudo veggenti grazie ai quali la tua azienda vive e opera, bivaccavano tra ville, piscine, sale fitness auto di lusso e fruttuose proprietà alberghiere, salvo parlare ogni giorno alle ore 18 con la Beata Vergine Maria.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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uno dei quattro angoli della villa dello pseudo veggente Ivan Dragicevic, con parco, piscina e sala fitness. Queste e altre immagini andrebbero mostrate alle nonnine che ogni mese sottraggono alla propria misera pensione un po’ di euro da inviare a Radio Maria che diffonde giornalmente i messaggi dati dalla Madonna di Medjugorie agli pseudo veggenti.

Se la dottrina, il magistero e la mariologia, fossero quelle diffuse a Radio Maria da Padre Livio Fanzaga, avrei già lasciato il sacerdozio dandomi dell’idiota per l’errore commesso. Poi sarei andato nella amena città di San Salvador de Bahia, dove giovani ragazze mi avrebbero fatto recuperare il tempo vissuto in castità attraverso la libera scelta del celibato sacerdotale, frutto di un errore commesso in totale buonafede. Questo avrei fatto, se il magistero della Chiesa, la sua dottrina e la sua mariologia fossero quelle diffuse da questa radio medjugoriana. Paradossi a parte, siccome ciò che insegnano il magistero, la dottrina e la mariologia lo so, non cesserò mai di essere innamorato sposo fedele e casto della Santa Chiesa di Cristo fino all’ultimo respiro di vita, per poi rimanere sacerdote, in modo indelebile, per l’eternità.

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Non è dunque a cuor leggero che accuso il confratello Livio Fanzaga di non essere un annunciatore della fede, bensì un diffusore di quel fideismo che procede attraverso forme di inquietante mariolatria-medjugoriana. Forme ed espressioni che niente hanno da spartire con la venerazione della Beata Vergine Maria, madre del Verbo di Dio incarnato, che nel mistero della rivelazione e nella economia della salvezza ha un proprio preciso ruolo. Strappare la Beata Vergine al ruolo a essa assegnato, vuol dire mutarla in un idolo.

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Ci sono migliaia di ore di radio registrazioni in cui il Padre Livio attribuisce alla Beata Vergine la salvezza, affermando in modo ambiguo che la Madonna salva e che bisogna chiederle che ci salvi. Chiariamo certe ambiguità: se in certi casi può essere riconosciuto ai semplici il beneficio dell’ignoranza mossa alla radice da totale buona fede, a dei sacerdoti simile beneficio non può essere riconosciuto, perché in questo secondo caso si deve parlare di deviazioni dalla retta dottrina e di adulterazioni del mistero della salvezza, perlopiù supportate da continui riferimenti ossessivi ai giornalieri messaggi dati dalla Gospa ai sedicenti veggenti di Medjugorie. La Vergine Maria può concorrere in modo prezioso, determinante, volendo anche del tutto unico alla nostra salvezza, attenzione però: intercedendo per noi presso il suo Divino Figlio. La Vergine Maria può intercedere ― e intercede ― per i nostri peccati, ma non può ella rimettere i nostri peccati, questo sia ben chiaro, perché questa è la fede cattolica. Sicché, quando si lanciano frasi ambigue riferite al fatto che la Vergine Maria salva, o si è molto chiari sul piano dottrinale e catechetico, oppure meglio tacere ed evitare di confondere il Popolo di Dio.

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Padre Livio è giunto persino ad affermare che la “sua” Madonna si è opposta all’occorrenza all’Autorità Ecclesiastica, sostituendosi a essa e svolgendo di motu proprio funzioni esercitate dalla Chiesa, che il mandato di insegnare, santificare e governare il Popolo di Dio lo ha ricevuto ― è bene ricordarlo ― da Cristo Dio in persona. Gli strafalcioni di Padre Livio sono giunti alle volte a livelli grotteschi, per esempio quando ignorando che è la Chiesa a procedere alla canonizzazione dei Santi, previo riconoscimento delle loro virtù eroiche, affermò che un certo frate era stato canonizzato dalla Madonna in persona, affermando tra l’altro: «[…] guardate, se la Madonna dice no, non c’è vescovo che tenga, non c’è papa che tenga […]». Basta ascoltare un video di alcuni anni fa per verificare a quali livelli sia capace a giungere Padre Livio [vedere QUI], gravemente ignaro che mai, la Mater Dei, si sostituirebbe all’Autorità della Chiesa, essendo lei stessa la prima a venerare, all’occorrenza persino a ubbidire alla Chiesa di Cristo, dando in tal modo esempio a tutto il Popolo di Dio, non ultimo proprio perché ella, da sempre, è anche una grande pedagoga.

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Ubbidire alla Chiesa vuol dire ubbidire a Cristo Dio che l’ha istituita anche come visibile struttura gerarchica fondata sul primato di Pietro e sull’autorità apostolica a lui conferita [cfr. Mt 16, 18]. Cristo Dio non ha eretta la Chiesa sulla Madonna, che pure della Chiesa è madre. Il supremo ministero delle chiavi, assieme al potere di legare e sciogliere, lo ha concesso a Pietro e ai suoi successori [cfr. Mt 16, 19]. E ciò sebbene Pietro sia nato non solo con la macchia del peccato originale ― al contrario della Immacolata Concezione preservata da ogni macchia di peccato ―, ma benché abbia rinnegato Cristo mentendo, imprecando [cfr. Mt 26, 74] e dandosi poi alla fuga. O per essere chiari fino in fondo: la Santa Chiesa di Dio è totalmente cristocentrica nella pura essenza della sua assolutezza, non è madonnocentrica. Quando durante l’Ultima Cena Cristo Dio istituì il sacerdozio ministeriale e l’Eucaristia, la Vergine Maria non era presente con gli Apostoli nel cenacolo [cfr. Mt 26, 26-28; Mc 14, 22-24; Lc 22, 19-20; 1Cor 11, 23-25]. Presente con loro lo fu a Pentecoste, quando sugli Apostoli già sacerdoti, ministri, custodi e dispensatori della Santissima Eucaristia e dei Sacramenti di grazia fu fatto discendere lo Spirito Santo [At 2, 1-41].

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La salvezza, in tutta la sua unicità e assolutezza, risiede nel mistero del Verbo di Dio incarnato nel ventre di una vergine, morto per la nostra redenzione, risorto e asceso al cielo, dove oggi siede alla destra di Dio Padre [cfr. Dichiarazione Dominus Jesus, 2000]. L’essere e l’esistere eterno della Mater Dei è racchiuso nel mistero di Cristo Dio, come ci insegna il Santo dottore della Chiesa Bernardo di Chiaravalle, che riassume questo mistero con poche e brevi parole: «Vergine Madre figlia del tuo figlio […]» proseguendo poco più avanti «[…] tu se’ colei che l’umana natura nobilitasti, sì che ‘l suo fattore non disdegnò di farsi tua fattura». In queste brevi parole è racchiusa l’essenza della mariologia: l’Immacolata Concezione esiste e vive in funzione del Divino Figlio. A nessuno è dato mutare ambiguamente Cristo Dio in “accessorio” della Beata Vergine, dalla quale fu dato al mondo il Divino Figlio generato non creato della stessa sostanza di Dio Padre. 

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Anche se sino a oggi mi sono sottratto dall’esprimere qualsiasi opinione sul fenomeno di Medjugorie, oggi mi sento in coscienza di affermare che non ho mai creduto a questi messaggi dati a getto continuo, ma soprattutto che considero ahimè, i sedicenti veggenti, dei ciarlatani nel senso etimologico del termine, non secondo il significato dispregiativo del lessico parlato.

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Per chiarire il concetto di redenzione, soprattutto per chiarire chi è fonte di salvezza, basterebbe che i devoti della Beata Vergine pensassero alla cronologia e al significato delle Litanie Lauretane, anziché recitarle come una filastrocca più o meno non compresa. Queste Litanie nate attorno al XII secolo, ma che affondano le proprie radici in tradizioni molto antiche, hanno tutti i crismi della più alta ufficialità, fu infatti il Santo Pontefice Pio V che nel XVI secolo, dopo la vittoria della Lega Santa sull’Esercito Musulmano nella battaglia di Lepanto, le aggiunse alla fine della recita del Santo Rosario, inserendo nella sequenza della preghiera litanica l’invocazione di auxilium christianorum. Pochi anni dopo, nel 1587, il Sommo Pontefice Sisto V le approvò con la bolla Reddituri.

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Temo che molti ingenui fedeli, tanto in buona fede quanto poco preparati sul piano catechetico, pur recitando anche più rosari al giorno, non siano purtroppo in grado di comprendere la struttura teologica di questa preghiera litanica che comincia con una invocazione trinitaria attraverso la quale a Dio Padre, al Figlio generato non creato della stessa sostanza del Padre e allo Spirito Santo che procede dal Padre e dal Figlio, ci rivolgiamo concludendo ogni supplica con l’invocazione: «Miserere nobis» [abbi pietà di noi]. Terminata questa supplica, incominciano le suppliche di intercessione alla Beata Vergine, che si concludono ciascuna con l’invocazione «Ora pro nobis» [prega per noi]. Questo è il ruolo della Beata Vergine nell’economia della salvezza: pregare e intercedere per noi. Non a caso, nella lode Salve Regina, noi chiediamo la sua intercessione invocandola come «Advocata nostra». È quindi con le sue preghiere e la sua preziosa intercessione, che la Vergine Santa opera per la nostra salvezza. Ecco allora un altro inno di lode nel quale invochiamo la sua protezione:

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«Sub tuum praesídium confúgimus, sancta Dei Génetrix; nostras deprecatiónes ne despícias in necessitátibus, sed a perículis cunctis líbera nos semper, Virgo gloriósa et benedícta».

[Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, Santa Madre di Dio: non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova, e liberaci da ogni pericolo, o vergine gloriosa e benedetta].

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Qualcuno si è domandato perché a Dio domandiamo di liberarci dal male, che nella preghiera del Pater Noster è sinonimo di peccato e quindi di purificazione dal peccato, mentre alla Beata Vergine domandiamo di assisterci nella prova e di liberarci dal pericolo che può indurci per logica conseguenza al peccato? Semplice la risposta: è Dio che rimette i nostri peccati, non la Madonna. Stando perlomeno alla formula dell’assoluzione sacramentale nella quale i peccati sono rimessi nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. O forse risulta che alla Santissima Trinità sia aggiunto anche il nome della Beata Vergine Maria?

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Domanda rivolta non tanto a Padre Livio, ma agli sgranatori di rosari medjugoriani, giacché molti di essi temo che potrebbero non sapere che cosa pregano e come pregano. Questa la domanda: perché al Dio uno e trino si supplica pietà e perdono, mentre alla Beata Vergine si chiede di pregare e di intercedere per noi, per la remissione dei nostri peccati e la nostra salvezza? Semplicemente perché non è la Madonna che purifica le anime dal peccato, ella intercede con grande efficacia per il perdono e la salvezza delle anime. E tra tutti gli Angeli e i Santi, di certo è la creatura che può intercedere per noi nel modo più efficace, essendo colei che nata senza alcuna macchia di peccato originale ha dato alla luce in questo mondo il Verbo di Dio incarnato, divenendo dimora privilegiata e unica dello Spirito Santo nell’intera storia dell’umanità. Però, come si dovrebbe capire, salvare mediante la remissione dei peccati e intercedere per la remissione dei peccati sono due cose diverse, ma non nella pura forma, bensì proprio nella più profonda sostanza. A tutto ciò si aggiunga che Dio si adora, mentre la Beata Vergine si venera. E la differenza che corre tra adorazione e venerazione, non è cosa di poco conto, meno che mai si tratta di una “piccola” sfumatura semantica.

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Terminate le litanie nelle quali a ogni richiamo o titolo si invoca la Beata Vergine con la frase «ora pro nobis», questa preghiera si conclude con l’invocazione all’Agnus Dei, rivolta a Cristo Dio redentore che facendosi uomo si è mutato in un agnello senza macchia che col proprio sacrificio ha lavato il peccato del mondo [cfr. Gv 1, 29]. A quel punto non si risponde più: «Ora pro nobis», ma si torna a supplicare Cristo Dio invocando: «Perdonaci Signore … Ascoltaci Signore … Abbi pietà di noi». Come mai non ci si rivolge alla Madonna supplicandola di perdonarci e di avere pietà di noi, là dove nella preghiera litanica queste invocazioni sono tutte riferite al perdono dei peccati rivolte all’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo?

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Perché questi elementi basilari della fede non sono spiegati al buon popolo dei devoti dai microfoni di Radio Maria? Semplice e triste la risposta: perché il Padre Livio e il suo clan gosparo non vogliono un popolo devoto ma un popolo devozionale, nutrito attraverso l’elemento emotivo della peggiore mariolatria medjugoriana. Inutile a dirsi: il tutto va avanti da anni e anni sotto gli occhi impotenti dell’Autorità Ecclesiastica e sotto le orecchie sorde della Congregazione per la dottrina della fede, che se potesse essere sponsorizzata come dicastero, non esisterebbe per essa migliore pubblicità di quella della Amplifon, azienda leader nella produzione e vendita di apparecchi per persone con seri problemi di udito.

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Per mantenere un popolo fideista è necessario ricorrere al sensazionalismo e soprattutto alla paura. Educare le persone alla vera fede è complesso e faticoso, perché al di là della migliore volontà e del più strenuo impegno da parte dell’evangelizzatore, gli esiti sono oggi più che mai incerti. A certe aggregazioni fideistiche gli ignoranti fanno comodo da sempre, sin dai tempi del mitico Frate Cipolla narrato da Giovanni Boccaccio nella sua memorabile novella. Senza i fideisti ignoranti certe persone non potrebbero sopravvivere, né potrebbero proprio sussistere. Per questo si evita di spiegare agli incantati da Frate Cipolla e dalle sue reliquie, tanto mirabolanti quanto improbabili, che la vera fede è quella illustrata dall’Autore della Lettera agli Ebrei: «La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono» [Eb 11, 1]. Affermazione questa non propriamente facile e agevole da spiegare, perché dire che per comprendere ciò è necessario un lungo cammino e un’autentica evangelizzazione, potrebbe quasi suonare come un eufemismo. Anche perché la gran parte delle persone, se messe dinanzi a cammini veramente difficili, voltano le spalle e fuggono via già prima di provare a muovere un solo passo. Sta infatti scritto:

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«Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono coloro che entrano per essa. Quanto stretta è invece la porta e angusta la via che conduce alla vita! E pochi sono coloro che la trovano!» [Mt 7, 13-14].

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Quale strada offre il direttore di Radio Maria? Quella più facile: il fideismo emotivo giocato sul celato e intimo disprezzo della ragione, indicata dai Santi dottori della Chiesa Anselmo d’Aosta e Tommaso d’Aquino come elemento necessario per giungere alla fede. Infatti, senza la ragione, che poi è sinonimo di esercizio della più matura e sapiente libertà, non è possibile giungere alla vera esperienza di fede, solo al peggiore dei suoi surrogati: il fideismo costruito sulla emotività irrazionale. E per reggersi, il fideismo, oltre all’emotività illogica e irrazionale elevate a verità, ha bisogno di un altro elemento indispensabile: la paura. Ecco quindi l’immagine di una Madonna che in modo più o meno velato, parlando per bocca degli pseudo-veggenti di Medjugorie, racchiude nei propri messaggi dei contenuti non espliciti, ma che i suoi interpreti mutano in annunci di eventi catastrofici, al grido de «il tempo è vicino», «la fine è ormai alle porte» … Poi c’è la magia dei segreti, perché il segreto nascosto, a livello psicologico alimenta l’esercito dei fideisti, che stimolati dalla paura si mutano a loro volta in fanatici fanatizzanti che seminano paura. Mettendo in atto questi meccanismi tanto banali quanto evidenti, i poveretti dimenticano, con buona pace del fiume di messaggi dati dalla Gospa di Medjugorie, che sul Santo Vangelo sta scritto:

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«Nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore» [I Gv 4, 18].

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Quale significato teologico, mistagogico ed escatologico hanno, per il Direttore di Radio Maria, queste parole? O sono forse parole che invitano in qualche modo a stimolare paura nei fedeli, perché «i tempi sono vicini» e perché sull’umanità incombono i fantomatici «nove segreti dati dalla Gospa» agli pseudo-veggenti?

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Nella trasmissione radio del 26 febbraio Padre Livio ha affermato varie cose sul Coronavirus, portando anzitutto quella che per lui, probabilmente, è una sorta di prova inconfutabile: il messaggio che sarebbe stato dato dalla Beata Vergine a uno degli pseudo veggenti di Medjugorie, in questo caso Ivan:

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«La natura è ormai ostile a noi e con questo coronavirus abbiamo aperto gli occhi, perché è arrivato in un momento propizio, basta ascoltare il messaggio della Madonna di Medjugorie dato a Ivan il 17 settembre, nel quale afferma che si sta realizzando il periodo di Satana».

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Se Padre Livio conoscesse i fondamenti della rivelazione contenuti nelle Sacre Scritture, dovrebbe sapere che la natura è divenuta ostile all’uomo non per volontà di Dio ma per volontà di scelta compiuta liberamente dai nostri progenitori Adamo ed Eva, che ribellandosi al Creatore alterarono la perfezione della natura originaria dell’uomo e quella dell’universo creato, trasmettendoci così una natura corrotta dal peccato originale [cfr. Gn 3, 1-24].

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Del Libro della Genesi, allegorica è solo la struttura dello stile narrativo, non il fatto rappresentato con questa allegoria, simile nello stile pedagogico alle parabole usate da Cristo Signore nella sua predicazione. Il peccato originale è quindi un fatto reale, non un’allegoria, o per meglio chiarire: è un fatto reale raffigurato e narrato attraverso una allegoria. In questo linguaggio letterario allegorico rientrano anche espressioni quali «maledetto», «condannato», «punito», «dovrai soffrire» … In verità, a maledire, punire e condannare sé stesso fu l’uomo che si escluse per sua libera scelta dallo stato di santità e dalla comunione di grazia perfetta con Dio. Ecco quindi che la stessa ostilità della natura creata è una logica conseguenza che non nasce da una punizione vendicativa di Dio, ma da una libera scelta dell’uomo. E ogni libera scelta ha sempre delle conseguenze, positive o negative.

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Per quanto riguarda la realizzazione del «periodo di Satana» al quale allude Padre Livio rifacendosi al “sacro verbo” del ciarliero Ivan, è bene ricordare che il Maligno è presente nell’esperienza umana sin da quando l’uomo si ribellò a Dio. O forse dimentica, il prode Direttore di Radio Maria che Satana, nella sua somma superbia e presunzione, osò persino tentare il Verbo di Dio fatto uomo? E per tentarlo avviò il discorso e ripeté per più volte con tono di sfida: «Se tu sei il Figlio di Dio …» [Mt 4, 3-6].

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Affermare, lasciare intendere o terrorizzare con l’annuncio di imminenti punizioni divine e di tremebondi segreti, vuol dire tentare disperatamente di seminare quella paura dalla quale non può mai nascere la vera fede, bensì, come dicevamo prima, il fideismo. La fede, come ci insegna il già citato Beato Apostolo Giovanni, è infatti la negazione della paura:

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«Nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore» [I Gv 4, 18].

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Identificando la fede con l’amore, queste parole equivalgono a dire che coloro che sono mossi da timore e che hanno “fede” perché temono un castigo, la fede non ce l’hanno proprio, né possono averla, perché il presupposto della fede è proprio l’assenza di paura. Altro che terrorizzare il popolo-bambino e fideista con la velata minaccia dei tremebondi nove segreti conservati gelosamente dagli pseudo veggenti che a breve si realizzeranno e che sconvolgeranno l’intera umanità, in virtù del fatto che la loro logorroica Madonna ha detto che …

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Tra i sette doni dello Spirito Santo c’è quello del sacro timore di Dio. Come tra poco vedremo, conoscere il vero significato delle parole è indispensabile. Dunque il timore, che fa parte di questi preziosi doni, non ha proprio niente da spartire con la paura, anzi è la sua totale negazione. Per timore s’intende infatti la profonda devozione filiale verso il mistero di Dio. Il timore si basa e si regge tutto sull’amore del figlio che venera il padre, non sulla paura o sul terrore.

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Alle persone in generale, ma agli stessi nostri fedeli, che per colpa di noi preti sono affetti oggi da abnorme ignoranza sui fondamenti del Catechismo della Chiesa Cattolica, è nostro dovere spiegare per prima cosa il significato delle parole, indicando cosa esse realmente significhino nel lessico biblico, evangelico e teologico. Col correre del tempo e le alterazioni etimologiche, certi termini sono stati infatti scissi dalla loro originaria radice e oggi sono usati con connotati del tutto diversi, uno di questi è la parola castigo. Questa la conseguenza: se a una qualsiasi persona della strada esprimiamo il concetto di “castigo” o “castigare”, ella intenderà qualche cosa di punitivo e di severo, semmai collegandolo a una azione punitivo-vendicativa, altra parola che ha perduto anch’essa, come tra poco vedremo, il suo vero significato.

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Nel lessico cristiano, la parola “castigo” ha tutt’altro significato. Il termine deriva dal latino castum agere e non significa punire severamente, tutt’altro: alla lettera significa purificare, rendere puro, ripristinare uno stato di purezza perduta. Se dunque non si parte spiegando anzitutto il significato delle parole, l’interlocutore, compreso quello istruito e colto, intenderà tutt’altra cosa, con il conseguente e inevitabile scoppio di spiacevoli polemiche che prenderanno vita a causa di chi usa dalla parte cattolica parole di cui non conosce il significato, dall’altra i laicisti che recepiranno certe parole secondo ciò che significano nell’odierno lessico parlato. A tal proposito suggerisco la lettura del sapiente articolo del mio confratello, il nostro autore cappuccino Ivano Liguori, pubblicato su queste nostre colonne e nel quale si spiega in che modo, nella storia dell’umanità, dopo grandi e tragici eventi, per esempio la grande peste bubbonica del 1347 che sterminò oltre metà della popolazione europea, poco dopo si ebbe una grande rifioritura del vecchio continente europeo, perché il frutto di quell’evento terribile e catastrofico, pochi decenni dopo fu il Rinascimento [vedere QUI].

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Molti altri sarebbero gli esempi, si pensi alla vendetta, dal latino vindicta, derivante dal termine vindicare, il cui vero significato sarebbe: liberare un innocente da un sopruso sofferto ingiustamente. Da questo corretto significato etimologico nasce l’espressione legata al concetto di «vendetta di Dio» o «santa vendetta di Dio». Esempio: nei testi della dottrina sociale della Chiesa inaugurata a fine Ottocento dal Sommo Pontefice Leone XIII [cfr. Rerum Novarum, 1891] il non pagare la giusta mercede all’operaio è indicato come un «peccato che grida vendetta al cospetto di Dio». Oggi però, se senza spiegare il significato etimologico di certe parole o espressioni bibliche, affermassimo che dinanzi a una grave ingiustizia è un dovere morale cristiano invocare la vendetta di Dio, accadrà sicuramente che la gran parte delle persone, se non la totalità di quanti hanno ascoltato ― inclusi tra essi vescovi e preti ―, rimangano a tal punto scandalizzati da giudicare l’assertore come un forcaiolo violento. A poco varrebbe tentare di difendersi da siffatte accuse dicendo che, se non conoscono più il significato delle parole, il problema è tutto loro. Purtroppo no, perché se la gente non conosce più il significato di certe parole o espressioni bibliche, dando a esse significati diversi dal loro originario etimo e significato letterario, chi le usa per ciò che realmente significano corre il rischio di cadere nella incomunicabilità, se prima non spiega con estrema precisione che cosa significano certe parole ed espressioni letterarie.

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I cosiddetti medjugoriani, Padre Livio Fanzaga in testa, per sostenere l’autenticità dell’evento di Medjugorie nella sua totalità, quindi dei messaggi riferiti da questi sedicenti veggenti che avrebbero giornaliere apparizioni della Beata Vergine, mettono subito avanti le numerose conversioni avvenute in questa località. Simile prova da loro reputata inconfutabile, in verità non è una prova, semmai è proprio la riprova che il fenomeno in questione si regge principalmente sulla emotività irrazionale e su una fede immatura, per non parlare dei danni enormi prodotti spesso da vari convertiti o presunti tali, dietro ai più accaniti dei quali si celano autentici e pericolosi autodidatti della fede fai-da-te. Cerchiamo allora di spiegare al medjugoriano-tipo che vanta mirabolanti conversioni presentate come magiche prove inconfutabili, l’essenza del mistero della grazia. Nella storia della Chiesa e nell’esperienza di vita dei Santi stessi, le conversioni sono avvenute anche nelle situazioni e nei posti veramente più inimmaginabili. Ci sono storie di persone che si sono convertite dopo avere partecipato a un rito satanico, o uscendo da un bordello dove avevano avuto un rapporto sessuale con una prostituta minorenne più giovane della loro figlia, o mentre attendevano all’angolo della strada col colpo caricato in canna la vittima designata da freddare a pistolettate. Nessuno ha però mai detto o insegnato che per convertirsi veramente è necessario partecipare a riti satanici, frequentare prostitute minorenni nei bordelli, o uccidere le persone su commissione come killer professionisti. Ora, se in situazioni limite di questo genere sono avvenute delle grandi conversioni, come potrebbero non avvenire conversioni in un luogo come Medjugorie, dove le persone pregano, si confessano, ricevono il Santissimo Corpo di Cristo ed esprimono la loro sincera devozione alla Mater Dei?

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Altroché, se a Medjugorie sono avvenute conversioni, sincere e autentiche, ma queste conversioni non sono affatto prova della autenticità dell’evento e soprattutto dei messaggi dati a giornaliero getto continuo da pseudo-veggenti che dicono di vedere tutti i giorni la Gospa. E in questo la commissione è stata chiara, negando la autenticità di questi messaggi giornalieri. Piaccia o no ai gospari e a Padre Livio che li diffonde da Radio Maria, questi messaggi la commissione li ha definiti «non autentici» e in modo molto bonario anche «ripetitivi» e «banali». Pertanto, che molte persone si siano convertite andando a Medjugorie, o ascoltando i giornalieri messaggi «ripetitivi» e «banali» dati da sedicenti veggenti che affermano di parlare tutti i giorni con la Beata Vergine, non attesta in sé e di per sé proprio niente, ivi inclusi dei frutti presentati come prove inconfutabili, perché tali non sono. Ciò detto sorvolo poi sui danni prodotti dal medjugorianesmo su interi gruppi di laici, su nuove fraternità sacerdotali e nuove esperienze di vita religiosa riconosciute da vari vescovi diocesani improvvidi, dalle quali spesso sono stati partoriti sacerdoti problematici risultati in seguito persino casi clinici psichiatrici anche gravi. In questa narrazione non è possibile aprire un tema nel tema, quindi soprassiedo. Però, di tutto questo, ne sanno qualche cosa al dicastero della Santa Sede che si occupa degli istituti di vita consacrata, a ben considerare che diverse di queste nuove realtà di impronta medjugoriana con vocazioni medjugoriane e sacerdoti e religiosi nati dal cosiddetto “carisma di Medjugorie”, più e più volte le hanno dovute sopprimere per gravi problemi di natura dottrinale, patrimoniale e, talvolta, anche per spiacevoli questioni di carattere morale. E questi sono fatti e atti, non supposizioni mosse da malanimo.

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In conclusione desidero spiegare perché ho usato il termine «pseudo-veggenti di Medjugorie», chiarendo che la commissione incaricata, seppure con linguaggi e modi molto edulcorati, ha giudicate come credibili le prime sette apparizioni avvenute in quella località agli inizi degli anni Ottanta. A chiunque oggi grida all’approvazione, bisogna ricordare e spiegare che al momento la Chiesa non ha dato alcun riconoscimento ufficiale al fenomeno. Non solo, non ha riconosciuta la veridicità dei messaggi giornalieri, perché in modo sapientemente caustico il Pontefice regnante fece persino esplicita allusione alla «Madonna postina», [Cfr. vedere QUI]. A maggior ragione sono libero di affermare che il Direttore di Radio Maria smercia falsi messaggi mariani diffusi da altrettanti falsi veggenti, il tutto in grave danno dei fedeli cattolici, in particolare dei più semplici e psicologicamente vulnerabili. 

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Si presti poi attenzione: per quanto ne dica in modo ambiguo il Direttore di Radio Maria, la commissione di studio istituita su Medjugorie dal Sommo Pontefice Benedetto XVI nel 2010 e che concluse nel 2014 il proprio lavoro, non ha attestata alcuna autenticità, si è solo limitata a esprimere un parere in seguito alle indagini e agli studi svolti. Il Pontefice regnante, rispondendo nel maggio 2017 ai giornalisti, spiegò che la Commissione ha studiato il fenomeno dividendolo in due parti: la prima riguarda le sette apparizioni iniziali, che sono sembrate credibili. L’altra, quella delle apparizioni che seguiterebbero tutt’oggi, ha lasciato invece molto perplessa la Commissione. A lavoro della commissione concluso, ogni decisione spetta adesso al Sommo Pontefice, che per adesso non ha mancato di dimostrare tutto il proprio scetticismo alludendo a questa «Madonna capo ufficio telegrafico» che manda messaggi in continuazione, che parla troppo e che apparirebbe a orari prestabiliti. Questa è la verità, vale a dire una pillola alquanto amara che il Direttore di Radio Maria, tra ambiguità ed espressioni fumose e non chiare, cerca in ogni modo di addolcire cospargendola di zucchero. Semplice il motivo: Radio Maria è un’azienda che sui messaggi degli pseudo veggenti di Medjugorie ci vive sopra ormai da tre decenni, con tutte le conseguenti implicazioni di carattere economico e finanziario.

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A rendere questi sedicenti veggenti non affidabili, a mio avviso è il loro tenore di vita improntato sul lusso e sull’accumulo di beni materiali. La stessa commissione che per anni ha studiato questo fenomeno, non ha potuto omettere, con tutto l’imbarazzo del caso, di affermare che il rapporto di costoro col danaro e i beni materiali suscita notevoli perplessità. È noto infatti che si va dalle ville con piscina alle proprietà alberghiere alle auto di lusso donate alla figlia per i vent’anni e via dicendo a seguire.

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Il Direttore di Radio Maria non ha mai chiarito se a Ivan, la Madonna, appare e parla ai bordi della piscina nel giardino della sua mega-villa mentre lui sorseggia un aperitivo, o mentre si trova nella sua palestra privata, tanto è dedito alla cura maniacale del proprio corpo e del proprio aspetto fisico, per non parlare della ricercatezza del suo vestiario, al punto da essere stato soprannominato da diversi organi della stampa internazionale come «il veggente playboy». Farebbe bene a chiarire queste cose, il buon Padre Livio. E dovrebbe chiarirle, queste cose, soprattutto alla povera nonnina che con generosità e fede semplice sottrae ogni mese alcune decine di euro dalla propria misera pensione per inviarli al grande gosparo dell’azienda Radio Maria. Azienda alla quale i devoti cattolici non dovrebbero inviare invece nemmeno un centesimo.

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Data la complessità del lungo discorso, preferisco fermarmi qui e ricordare a Padre Livio, diffusore di fatto della nuova religione medjugoriana, che la mamma della tenerissima Maria Goretti, morta in seguito a un tentativo di stupro nel 1902, pronunciando nel suo ultimo anelito prima di morire parole di perdono per il suo assassino ― poi convertito e in seguito presente nel 1950 alla cerimonia di canonizzazione della Beata Maria Goretti nell’arcibasilica di San Pietro ― quando nella vecchiaia morì, alla sua sepoltura e alla sua tomba provvide la Santa Chiesa. Infatti, mamma Goretti, povera era e da povera contadina dell’Agro Pontino morì. Tutt’altra storia, rispetto a quella dei ricchi pseudo veggenti di medjugorie che, tra ville faraoniche, i bordi della piscina, la sala fitness privata, le auto di lusso e le proprietà alberghiere, ogni giorno alle ore 18 parlano con la Madonna.

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Dicci, Padre Livio, illuminaci e chiarisci a tutti noi: ma quanto rende in danaro parlare con la «Madonna postina» di Medjugorie? Mai infatti avrei immaginato di ritrovarmi un giorno di fronte alla addolorata Mater Dei mutata in una via di mezzo tra una azienda redditizia e una fruttuosa società multinazionale. Credo proprio che un prete non dovrebbe dare credito a degli pseudo veggenti che sul venerabile nome della Beata Vergine hanno costruito le proprie ricchezze, vivendo vite all’insegna del lusso e dell’ostentato dispendio. E di questo tu dovrai rendere conto a Dio che, dal primo all’ultimo centesimo, ti domanderà di giustificargli anche i pochi euro che la buona nonnina ha sottratto ogni mese alla sua piccola pensione per inviarli a Radio Maria, mentre gli pseudo veggenti grazie ai quali la tua azienda vive e opera, bivaccavano tra ville, piscine, sale fitness auto di lusso e fruttuose proprietà alberghiere, salvo parlare ogni giorno alle ore 18 con la Beata Vergine Maria.

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Padre Livio, se non te l’ha detto nessuno, in tal caso te lo dico io: hai 79 anni, sei sempre in tempo, fai un passo indietro, ritirati dalla redditizia azienda gospara, rinchiuditi in un eremo e cerca di salvarti l’anima, perché sono trent’anni che avveleni quella vera devozione alla Beata Vergine sulla quale hanno scritto pagine memorabili Sant’Agostino, Sant’Anselmo d’Aosta, San Bernardo di Chiaravalle, San Tommaso d’Aquino, San Bonaventura di Bagnoregio, il Beato Duns Scoto, Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, San Luigi Maria Grignion da Montfort … salvati l’anima! E voi, devoti fedeli, fate la vostra parte e il vostro dovere: non mandate più neppure un centesimo di offerta a Radio Maria. Che Padre Livio e il suo clan, i soldi per tenere in piedi questa azienda gospara, se li facciano dare da quegli pseudo veggenti che con questa Madonna si sono arricchiti …

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Concludo chiarendo che se domani, il Romano Pontefice, chiuderà le discussioni in corso riconoscendo con tutti i crismi della ufficialità le prime sette apparizioni giudicate «credibili» dalla commissione da lui incaricata di studiare il fenomeno, o se decidesse persino di riconoscere autentici tutti i messaggi dati a getto continuo giornaliero agli attuali pseudo veggenti, per me, da quel momento a seguire, il fenomeno Medjugorie sarà autentico senza alcuna pena di possibile discussione. Per me è infatti autentico ciò che è dichiarato tale dalla Santa Chiesa e dal Successore del Beato Apostolo Pietro, il mandato del quale perviene a esso da Cristo Dio in persona. Così agisce chiunque serve la Chiesa con fede e ragione, diversamente da chi si serve della Chiesa per dare sfogo alle proprie dimensioni emotive  e irrazionali.

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dall’Isola di Patmos, 5 marzo 2020

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I malati terminali, i disabili e il sacerdote-medico dinanzi a una “sorella” tanto temuta: quella morte alla quale si grida «O morte dov’è la tua vittoria?»

—  pastorale sanitaria —

I MALATI TERMINALI, I DISABILI E IL SACERDOTE-MEDICO DINANZI A UNA “SORELLA” TANTO TEMUTA: QUELLA MORTE ALLA QUALE SI GRIDA «O MORTE DOV’È LA TUA VITTORIA?»

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È cosa grave e profondamente sbagliata, quando i familiari dei malati gravi o dei morenti evitano di chiamare il sacerdote, sostenendo che … «altrimenti, vedendo il prete si spaventa!». Ma come può spaventare, colui che al malato grave o al morente porta la grande medicina della grazia di Dio? La verità è che a essere spaventato non è il malato grave o il morente, ma i suoi familiari che scaricano su di lui le loro paure. Forse perché non hanno mai visto morire le persone in pace con Dio, né hanno visto il bene che imprime sul malato grave o sul morente questa grazia, questa ultima medicina che solo dei ciechi e degli scellerati possono negare a coloro ai quali, tra l’altro, dicono di volere anche bene.

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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PDF  articolo formato stampa
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raffigurazione di San Francesco d’Assisi e Sorella Morte

In un Paese come l’Italia, dove da quattro decenni le nascite sono inferiori rispetto alle morti, noi Padri de L’Isola di Patmos non possiamo, come teologi e pastori in cura d’anime, omettere di dar risalto al fenomeno della vecchiaia e della disabilità fisica, quindi al delicato àmbito dei malati in fase terminale. Partiamo dunque dal Vangelo di San Giovanni Apostolo dove leggiamo:

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«In verità, in verità vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita» [Gv 5, 24].

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Tutti conosciamo il bel Cantico delle Creature di San Francesco D’Assisi. La semplice bellezza di questa dichiarazione d’amore per la creazione risuona ancora dopo più di otto secoli. Eppure, c’è un passaggio che sembra poco splendente, anzi alcuni cattolici lo trovano inquietante. Proviamo allora a ricordare quei versi, dove a un certo punto il Santo di Assisi scrive:

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«Laudato si’ mi’ Signore per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò scappare».

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San Francesco ringrazia Dio per la morte del corpo. Cosa che in sé può sembrare paradossale, assurda e quasi senza senso. Di tutta la creazione, perché ringraziare pure della morte del corpo? Per comprendere questo “sonetto” bisogna ricordare che per fede noi crediamo che la morte è conseguenza del peccato originale. Come scrive il teologo medievale San Giuliano di Toledo, riprendendo a sua volta San Gregorio Magno:

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«l’uomo stabilito nel Paradiso ricevette un precetto, per cui ebbe nella sua natura il potere di non morire e il potere di morire: se fosse stato trovato obbediente per l’adempimento del precetto vitale, sarebbe diventato immortale; se fosse stato trovato disobbediente per la sua prevaricazione avrebbe cominciato ad essere mortale […]» [Prognosticum futuri saeculi, libro I, III]. 

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Dunque questo è uno dei temi principali della nostra fede. E adesso, immersi nel tempo di Quaresima, viaggeremo insieme per quaranta giorni fino al momento della morte corporale di Gesù come passaggio alla resurrezione e alla vita eterna. Gesù ha affrontato, nella sua natura umana, l’evento della morte e l’ha sconfitto, essendo il primo dei risorti: in tal modo, permette a noi, un giorno, di risorgere in lui.

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Quando noi sacerdoti ci avviciniamo agli ammalati gravi, o ai morenti, compito nostro non è di dar loro «l’ultima illusione», come pensano a volte certi medici, ma dar loro quella medicina in grado di salvare le loro anime per sempre, per l’eternità. Il sacerdozio, sotto certi aspetti, può essere considerato come l’ultimo estremo grado della medicina: l’unica e sola medicina che può salvare le anime. In questi casi il sacerdote-medico, lungi dal confortare in modo illusorio, darà al malato grave e al morente la certezza di fede che la morte è un momento di passaggio. Per questo, insieme a San Francesco possiamo dire che questa «temibile Signora», come la chiamavano i sapienti medievali, è nostra sorella.

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La morte è un evento di passaggio che prima o poi tutti dobbiamo percorrere, perché è una realtà alla quale nessun umano può scampare. Al tempo stesso, però, proprio perché la morte non era un evento voluto da Dio né contemplato nell’ordine naturale perfetto da Lui creato, il solo pensiero di essa ci dà una certa tristezza, perché la morte è qualche cosa di “innaturale”, se letto alla luce della creazione. E tale è proprio perché la morte non è opera di Dio, ma conseguenza del peccato dell’uomo, che è il vero creatore della morte. Allo stesso tempo, la morte, incute in noi un certo timore. Perché dopo non sappiamo quale sarà la nostra destinazione, o perché temiamo la nostra destinazione. Nel malato grave e nel morente, questo comprensibile timore si affievolisce, o scompare del tutto, quando con certezza di fede riceve dal sacerdote-medico la grande medicina della grazia di Dio.

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Molti medici e specialisti impegnati nelle terapie del dolore e nel trattamento dei malati terminali, hanno visto pazienti sino a prima prostrati e impauriti riacquistare serenità, dopo essere stati curati dal sacerdote-medico e, non pochi medici e paramedici, compresi tra di loro persino non credenti, spesso sono i primi a dire ai familiari che forse il loro caro avrebbe bisogno del conforto del sacerdote.

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Con tanta sensibilità e spirito contemplativo, dopo aver provato ad intuire il grande mistero della morte, proviamo allora semplicemente a pregarlo, a entrare in sintonia con questa grande sorella, al tempo stesso temuta e quasi volutamente dimenticata, pensando che con essa sarà la nostra Pasqua, il nostro passaggio alla vita eterna. In fondo al tunnel dell’esistenza non c’è il vuoto più assoluto, ma il trampolino del “salto finale” nell’eterno infinito di Dio. Dopo il salto, c’è il tempo definitivo. Potremo allora, con Gesù, fare nostre i versi del letterato e poeta inglese John Donne

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«La morte non sarà più morte. E tu, morte morrai».

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È cosa grave e profondamente sbagliata, quando i familiari dei malati gravi o dei morenti evitano di chiamare il sacerdote, sostenendo che … «altrimenti, vedendo il prete si spaventa!». Ma come può spaventare, colui che al malato grave o al morente porta la grande medicina della grazia di Dio? La verità è che a essere spaventato non è il malato grave o il morente, ma i suoi familiari che scaricano su di lui le loro paure. Forse perché non hanno mai visto morire le persone in pace con Dio, né hanno visto il bene che imprime sul malato grave o sul morente questa grazia, questa ultima medicina che solo dei ciechi e degli scellerati possono negare a coloro ai quali, tra l’altro, dicono di volere anche bene.  A tal punto bene da pensare che, l’estremo conforto della grazia di Dio che sana le ferite dell’anima, possa persino spaventarli.

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Roma, 4 marzo 2020

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Il blog personale di

Padre Gabriele

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A proposito del Coronavirus: ogni pestilenza e pandemia ha sempre segnato nella storia dell’umanità un rinascimento: «A peste, fame et bello libera nos, Domine»

– pastorale sanitaria –

A PROPOSITO DEL CORONAVIRUS: OGNI PESTILENZA E PANDEMIA HA SEMPRE SEGNATO NELLA STORIA DELL’UMANITÀ UN RINASCIMENTO: «A PESTE, FAME ET BELLO LIBERA NOS, DOMINE»               

 

All’approssimarsi di una malattia particolarmente estesa, tale sembrerebbe infatti essere il Coronavirus, oggi non discutiamo più riguardo a untori, monatti, lazzaretti e crociferi: l’epoca del Manzoni è terminata da un pezzo. La discussione si inerpica, invece, su terreni ben più accidentati e insidiosi, che interpellano le responsabilità delle classi dirigenti al governo e le politiche immigrazioniste e sanitarie poste in essere per circoscrivere il contagio. E in questo panorama non mancano gli scaricabarili, i negazionisti radicali, i complottisti, o certi cattolici che invocano l’apocalisse imminente, per seguire con i cultori delle dietrologie più raffinate e via dicendo a seguire.

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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S.O.S. Chi si prende cura dei migranti cattolici in cerca di pastori mentre la barca della Chiesa affonda?

— dalla cella del Monaco Eremita —

S.O.S. CHI SI PRENDE CURA DEI MIGRANTI CATTOLICI IN CERCA DI PASTORI MENTRE LA BARCA DELLA CHIESA AFFONDA?

Salvate le nostre anime! Prendetevi cura di noi, poveri migranti da questo mondo al Padre, che attraversiamo il mare tempestoso di questa vita sulla barca di Pietro, non lasciateci affogare tra i marosi del mondo e delle sue povere ideologie.

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Autore
Il Monaco Eremita

   

[chi è il Monaco eremita, vedere QUI]

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tempesta …

S.O.S è un segnale di richiesta di aiuto in situazioni di emergenza grave adottato a Berlino nella conferenza internazionale radiotelegrafica del 1806 ed entrato in vigore dal 1908. facilmente comunicabile nell’alfabeto Morse e reinterpretato in vari modi, tra i quali prevale Save Our Souls: salvate le nostre anime! Segno reso famoso dalla tragedia del Titanic, perché proprio in quell’occasione fu lanciato il primo S.O.S.

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Questo S.O.S vorremmo rivolgerlo come grido straziante alla Chiesa Cattolica e ai suoi pastori: Salvate le nostre anime!

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Sappiamo certamente che è Dio, attraverso il mistero pasquale di Cristo, nello Spirito, a salvare le anime. Tuttavia, Egli stesso ha voluto coinvolgere profondamente in questo mistero di redenzione il suo Mistico Corpo, cioè la Chiesa, dotandola dei mezzi ordinari per la salvezza degli uomini. Mezzi che non escludono i mezzi straordinari, ma questi secondi sono però nelle mani di Dio e nei suoi disegni a noi del tutto imperscrutabili.

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Se la Chiesa dimentica, minimizza, trascura, o addirittura accantona i mezzi donati dal Signore, non compie un’opera buona, anzi tradisce la propria missione specifica, rendendosi presente come una qualsiasi realtà mondana, quindi soggetta alle leggi di qualsiasi società di questo mondo, con tutte le conseguenze del caso. E come realtà puramente mondana non può certo pretendere di avere né di esercitare un munus infallibile, per esempio nella politica, nell’economia, nella tecnica e via dicendo. Questo munus la Chiesa lo possiede invece in sé, per quanto riguarda la dottrina della fede.

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È curioso che il giusto principio: «La Chiesa non ha soluzioni tecniche da offrire», solennemente annunciato dal Concilio Vaticano II e ribadito dal magistero pontificio nella Octogesima adveniens di Paolo VI, per seguire con la Centesimus annus di Giovanni Paolo II e con la Caritas in veritate di Benedetto XVI, sia usato spesso contro la “cattiva” Chiesa del passato che si immischiava in questioni politiche, oggi sia invece ignorato da certo modo di porsi di molti pastori della nostra contemporaneità. Sembra, in effetti, quell’atteggiamento di molti rivoluzionari, i quali si schierano decisamente con sdegno contro ogni “stato di polizia”, fin quando però non conquistano il potere, scoprendo a quel punto che la polizia fa parecchio comodo!

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Nessun Concilio, nasce improvvisamente dal nulla nella storia della Chiesa. Pertanto, la riforma portata avanti dal Concilio di Trento, con ampie anticipazioni già nel periodo precedente, aveva come ideale e come fine la cura delle anime, come ben si sintetizza nel motto salus animarum suprema lex.

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Si trattava della ripresa in forma organica e sistematica di un’attenzione che aveva radici molto antiche; in fondo certo decadimento morale dell’apparato ecclesiastico pre-tridentino fu proprio causato dall’allontanamento della cura delle anime, per dedicarsi ad altro. Nei fatti concreti il Concilio riformatore seppe quindi, giustamente, reindirizzare la Chiesa verso il suo fine precipuo. Recita il Canone I della sessione XXIII, sul Sacramento dell’Ordine:

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«Poiché con precetto divino è stato comandato a tutti quelli cui è stata affidata la cura delle anime, di conoscere le proprie pecore, di offrire per esse il Sacrificio, di pascerle con la predicazione della Parola divina, con l’amministrazione dei sacramenti e con l’esempio di ogni opera buona; di aver una cura paterna per i poveri e per gli altri bisognosi e di attendere a tutti gli altri doveri pastorali ― cose tutte che non possono essere fatte e compiute da quelli che non vigilano sul proprio gregge e non lo assistono, ma lo abbandonano come mercenari ― il sacrosanto Sinodo li ammonisce e li esorta, perché, memori dei divini precetti e divenuti esempi del gregge, lo pascano e lo reggano nella saggezza e nella verità”.

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Parole che mantengono un’inalterata attualità. Non si tratta certamente di sterili rimpianti di un passato mitico ― nessun passato è stato esente da errori, peccati, deformazioni e via dicendo ― ma di saper cogliere ciò che di buono e di fondamentale è stato elaborato ed ha portato i suoi frutti, quelli visibili e quelli invisibili.

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Oggi la cura animarum sembra completamente sparita dall’orizzonte spirituale, culturale e pastorale del pensiero e dell’azione della Chiesa di oggi. Il termine cura, nella lingua latina, ha un ampio valore semantico, può infatti corrispondere a cura, sollecitudine, premura, attenzione, riguardo, diligenza, solerzia, inquietudine, affanno, pensiero, preoccupazione, governo, custodia, sorveglianza, coltivazione, allevamento, trattamento, cura delle malattie, rimedio, guarigione, curiosità, interesse, tutela, fino a spingersi addirittura a amore, pena d’amore.

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Sarebbe bello vedere dei pastori che manifestassero, non dico tutti, ma almeno uno dei sopraddetti significati. Trovare un pastore che arrivi addirittura a una pena di amore per le anime a lui affidate è certamente una grande gioia. Oggi invece tutto ciò sembra riservato non alle anime, bensì ai motti, agli slogan, delle ideologie correnti.

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La salute delle anime è ancora il supremo criterio che guida l’azione della Chiesa di oggi? La salvezza eterna degli uomini riguarda ancora questa società ecclesiastica? Il duro ma misericordioso richiamo del Signore: «Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua anima» (Luca 12,20) ha ancora una qualche eco nelle attuali strutture della chiesa, posto che questa è la vera misericordia di chi ti sta avvertendo di un pericolo mortale?

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Se guardiamo a ciò che appare dalle strutture ufficiali, la risposta appare negativa. Certamente la grazia di Cristo continua a riversarsi sugli uomini attraverso l’opera spesso nascosta ma coscienziosa di molti sacerdoti, religiosi e laici cristiani che restano con generosità fedeli al mandato di Gesù.

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Cura delle anime non sta a significare un cristianesimo intimistico, spiritualistico, staccato dalla vita reale, attento solo alle perfezioni di pochi eletti, dimentico delle grandi questioni umane; anzi è proprio la cura dell’anima che da verità, vigore, forza e significato per un vero impegno nel mondo, non però secondo modalità ideologiche bensì secondo modalità evangeliche, ossia del Cristo vivente, salvatore dell’uomo. La cura animarum non è l’estraneazione dalle problematiche umane, bensì è l’assunzione di ogni problema autenticamente umana nella prospettiva soteriologica. Il concetto di anima non ha valenze da culto misterico, o da ectoplasma da spiritisti; ci rifacciamo semplicemente alla nostra dottrina che trova sintesi nel Catechismo delle Chiesa Cattolica [Cfr. nn. da 362 a 368, testo QUI].

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Proprio in questa prospettiva rientra il preciso comando di Cristo:

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«Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» [Mt 28,19-20].

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Non si compie una cura delle anime senza il necessario e continuo annuncio di Cristo. Una Chiesa che si riduce a ripetere slogan a cui nessuno badò, come il povero Don Abbondio di manzoniana memoria, rischia di essere formata da pastori che non evangelizzano …

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Paradigmatico è il caso delle migrazioni: quanti pastori della Chiesa si sentono chiamati ad annunciare Cristo ai numerosi stranieri che vengono a vivere in Italia? Un annuncio che passa certamente anche nelle opere di giustizia e di assistenza materiale, ma che non può fermarsi lì, quasi che gli stranieri non abbiano un’anima da salvare.

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La sempre più marcata assenza di una vera cura delle anime porta a risultati devastanti, sia all’interno del corpo ecclesiale, sia nella società. La mancata attenzione alla dimensione spirituale, trascendente conduce ad esiti disastrosi. Ecco allora che moltissimi, spinti da quell’insopprimibile desiderio di vita interiore, si rivolgono ad altre realtà, che sembrano offrire una maggiore attenzione ai bisogni spirituali.

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Ecco la rinnovata attenzione alle varie religiosità di tipo orientale, oppure il ricorso a maghi e cartomanti, oppure la frequentazione di quei gruppi spiritualistici o para-cattolici, con tutto l’apparato di visioni, locuzioni, apparizioni fai da te e via a seguire. Mentre i pastori perdono la percezione stessa del fatto che, senza la cura delle anime, si producono danni molto gravi.

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Girava tempo fa una battuta tra i preti: «Quante anime ha la tua parrocchia?» chiedeva un parroco a un altro. E la risposta era: «Duemila corpi, dei quali alcuni, ogni tanto, si ricordano di avere un’anima». Oggi questo si è rovesciato sulla stessa struttura ecclesiastica.

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Non possiamo che ripetere l’appello iniziale: S.O.S. Salvate le nostre anime! Prendetevi cura di noi, poveri migranti da questo mondo al Padre, che attraversiamo il mare tempestoso di questa vita sulla barca di Pietro, non lasciateci affogare tra i marosi del mondo e delle sue povere ideologie.

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Cari pastori, prendetevi cura delle nostre anime: S.O.S! S.O.S! S.O.S! Mentre io, ritirato nel mio eremo nell’isolamento e nel silenzio, prego per voi, perché a questa missione ho dedicata l’intera vita terrena che Dio Padre vorrà concedermi.

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Dalla cella del monaco eremita, 24 febbraio 2020

 

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Comprendo la Cina Comunista e il suo timore verso il Cattolicesimo, non comprendo invece le ragioni dell’accordo fantasma della Santa Sede col Governo di Pechino … Un vecchio articolo per comprendere meglio anche il problema coronavirus

— Chiesa nel mondo: saggio breve di un prete che ama la Cina e il suo Popolo —

COMPRENDO LA CINA COMUNISTA E IL SUO TIMORE VERSO IL CATTOLICESIMO, NON COMPRENDO INVECE LE RAGIONI DELL’ACCORDO FANTASMA DELLA SANTA SEDE COL GOVERNO DI PECHINO … UN VECCHIO ARTICOLO PER COMPRENDERE MEGLIO ANCHE IL PROBLEMA CORONAVIRUS

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il Cristianesimo è divenuto elemento di aggregazione e di unità, senza però impedire, come forse pensava l’Imperatore Costantino, la disgregazione dell’Impero, anzi sotto certi aspetti favorendola. Sicché, il potere politico che cercò di rinsaldarsi usando come elemento di unità ed unificazione il Cristianesimo, credendo di poter in tal senso ed a tal fine assorbire il Cristianesimo, è stato invece assorbito dal Cristianesimo, che è sopravvissuto all’Impero Romano mantenendo al proprio interno tradizioni, usi e costumi romani totalmente cristianizzati. Ecco cosa spaventa il Governo Comunista della Cina, ed hanno ragione, sul piano politico, a essere spaventati, quindi ad agire di conseguenza. È la Santa Sede che forse non ha capito la ragione di queste paure..

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Eppure la soluzione esiste: «Amare i nemici è l’unica via perché non resti sulla terra neanche un nemico»

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

—  omiletica —

EPPURE LA SOLUZIONE ESISTE: «AMARE I NEMICI È L’UNICA VIA PERCHÉ NON RESTI SULLA TERRA NEANCHE UN NEMICO»

La mentalità della legge del taglione va superata, non perché sia sbagliata la giustizia distributiva, che è il valore che la stessa legge vuole insegnare: se infatti commetto un torto, è giusto rifonderlo. Ma l’amore per il nemico e la preghiera per chi ci offende, ci fa del male e ci considera dei nemici è un comandamento grandissimo che va oltre quella legge. Quella attuale, che è sempre più una cultura senza Dio, questo messaggio non sa riceverlo, come abbiamo visto parlando del film di Tarantino.

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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PDF  articolo formato stampa
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Cari fratelli e sorelle,

la serie cinematografica di Quentin Tarantino

chi ha visto il film di Quentin Tarantino: Kill Bill vol. 1 – 2, ricorderà che la protagonista Beatrix Kiddo, conosciuta come la Sposa, vola tra Giappone e Stati Uniti, con un unico fine: vendicare i propri parenti uccisi nel giorno del suo matrimonio. Beatrix vuole uccidere Bill, il mandante degli omicidi che l’hanno coinvolta. La pellicola è un insieme di fotogrammi che narrano una violenza gratuita, dunque una fredda cronaca di una vendetta.

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Questo terribile messaggio sfugge dall’ottica evangelica. Il messaggio di Gesù, in questa VII domenica del tempo ordinario [cfr. Liturgia della Parola, QUI] è diametralmente opposto. È un invito ad un amore grandissimo, che nasce dal desiderio di santità, di essere in piena amicizia con Dio. Di questa santità ce ne parla innanzitutto il Levitico, dove Dio dice agli israeliti:

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«Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo. Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello» [Lv 19,2].

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Questo essere santi per gli israeliti indicava dunque un’appartenenza a Dio. Loro erano il popolo eletto, scelto affinché anzitutto si ricevesse il decalogo, poi si propagasse la testimonianza della presenza di YHWY in tutto il mondo. Per questo, Dio li rende partecipi della santità dell’essere staccati dalle altre cose del mondo, in particolare dal sentimento dell’odio, che facilmente si genera nell’uomo insieme all’ira.

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Questo richiamo alla santità è anche per noi: un richiamo dunque a non covare odio, ma amore di Dio. Un amore più grande, universale e che coinvolge non solo noi stessi ma chi incontriamo. Perciò siamo santi, non del mondo ma nel mondo, pronti a far entrare tutto il mondo nella santità di Dio. È questa la nostra vocazione, come ci dice San Paolo:

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«Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio» [I Cor 3, 21-23].

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L’invito di Paolo ai corinzi è di non centrare la loro attenzione a tutte queste cose. Perché tutte queste cose, l’amicizia di Paolo, Apollo, Cefa, tutte le cose del mondo come la vita e la morte, la conoscenza degli eventi presenti e futuri sono già offerti ai credenti in Cristo. Possedere il mondo vuol dire per il credente riempirlo del messaggio di Cristo e di dargli un senso nuovo: di brillare dunque come portatore e testimone di un messaggio che lo supera, ma che al tempo stesso ne mostra la specialità e unicità davanti a tutti.  La santità personale è allora la sorgente della testimonianza e della carità nella verità per il mondo bisognoso di Dio.

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Ma la santità ha un effetto più forte, più evidente, e che in un certo senso scandalizza il mondo stesso. È l’insegnamento centrale del vangelo di oggi:

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«Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico”. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli» [Mt 5, 43-44].

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La mentalità della legge del taglione va superata, non perché sia sbagliata la giustizia distributiva, che è il valore che la stessa legge vuole insegnare: se infatti commetto un torto, è giusto rifonderlo. Ma l’amore per il nemico e la preghiera per chi ci offende, ci fa del male e ci considera dei nemici è un comandamento grandissimo che va oltre quella legge. Quella attuale, che è sempre più una cultura senza Dio, questo messaggio non sa riceverlo, come abbiamo visto parlando del film di Tarantino. Questo amore per il nemico sgorga da una speciale santità che è donata dall’Eterno Padre a tutti noi. Il primo ad averla mostrata è stato lo stesso Gesù: sulla croce infatti ha continuato ad amare, perdonare e pregare per i suoi aguzzini. Quello è il comandamento di Gesù per eccellenza, e con il suo aiuto tutti possiamo arrivare a questo. Come infatti scriveva il saggista Giovanni Papini: «Amare i nemici è l’unica via perché non resti sulla terra neanche un nemico».

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Chiediamo al Signore il coraggio, la perseveranza e la tenacia di amare santamente chi ci odia, per generare un regno di fede e pace, in cui l’amore trinitario sia giorno dopo giorno il raggio di luce che illumina le tenebre del mondo che odia.

Così sia.

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Il blog personale di

Padre Gabriele

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Gli studi televisivi di Mediaset sono quel «Monte» da sopra il quale, come prete e teologo, mi accontento di far brillare anche la luce di un solo fiammifero acceso, affinché brilli per … dritto e rovescio

— società e attualità ecclesiale—

GLI STUDI TELEVISIVI DI MEDIASET SONO QUEL «MONTE» DA SOPRA IL QUALE, COME PRETE E TEOLOGO, MI ACCONTENTO DI FAR BRILLARE ANCHE LA LUCE DI UN SOLO FIAMMIFERO ACCESO, AFFINCHÉ BRILLI PER … DRITTO E ROVESCIO

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Se in questo momento di grande crisi e decadenza ecclesiale ed ecclesiastica cerco di accendere anche un solo fiammifero, forse meriterei il sostegno da parte di quei cattolici che non sanno com’è fatto un monte, come ci si sale sopra e, soprattutto, come si accende un semplice ma prezioso fiammifero dallo studio televisivo di una Rete di Mediaset. Spesso a Dio basta davvero poco, perché anche attraverso la luce di un fiammifero, un’anima può decidere di essere salvata, attraverso quel misterioso dono della libertà e del libero arbitrio donato all’uomo dall’Eterno Creatore. 

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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puntata del 13 febbraio, ultimo blocco della serata. Per vedere la registrazione cliccare sull’immagine

È doveroso rispondere a coloro che non essendosi mai ritrovati dinanzi alla luce rossa di una telecamera che ti manda in diretta, mi hanno scritto per darmi consigli. Per rispondere è però necessaria una premessa che narri il “dietro le quinte”. Leggendo certi consigli si comprende come essi siano dati da persone che ignorano quella che è la complessa struttura della redazione di un programma televisivo ideato e condotto da ottimi professionisti di prim’ordine. Esempio: in un programma già pianificato da giorni possono subentrare cambi dovuti a imprevisti che impongono di montare un servizio in pochi minuti, rivoluzionando tutta la scaletta studiata nei precedenti giorni di meticoloso lavoro.

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Sullo schermo i telespettatori vedono Paolo Del Debbio che conduce, coadiuvato nello studio di trasmissione dal giornalista Giorgio Tosi che dà la parola a qualche membro del “pubblico parlante” per commenti o domande. Spesso vediamo sullo schermo i servizi di collegamento di Henri Kociu, altro bravo professionista che assieme alla brava Ilaria Mura e altri loro colleghi curano gli esterni da varie parti d’Italia. Pochi sanno però che per questi professionisti, realizzare collegamenti implica spostamenti, spesso lunghi viaggi, semmai per trasmettere in diretta le risposte a due domande rivolte a un singolo interlocutore, o per documentare, in quindici secondi, immagini che servono per supportare ciò che viene dibattuto in studio.

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Sempre da dietro le quinte ho assistito a un cambio dettato da un’emergenza improvvisa: nel corso della puntata del 17 gennaio Paolo Del Debbio fu colto da un malore dovuto a un problema alla gamba, sostituito seduta stante da Marcello Vinonuovo, responsabile della direzione e produzione del programma, che portò avanti l’intera diretta televisiva con tutta la professionalità a lui propria.

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Ho visto il giovane giornalista Edoardo Dallari destreggiarsi velocemente nel realizzare in pochi minuti un collegamento dallo studio di Milano all’Ospedale Spallanzani di Roma per consentire al conduttore di rivolgere domande a un insigne virologo, dopo che era giunta notizia di un nuovo caso di infezione da coronavirus. Inutile a dirsi: tra gli spettatori che seguivano da casa, nessuno può sapere o immaginare che lavoro comporti improvvisare da un momento all’altro un collegamento durato poi tre minuti, per non dire quante persone hanno lavorato per quei tre minuti di collegamento in diretta negli interni e negli esterni.

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Anche nella puntata del 6 febbraio il programma subì cambiamenti: fu necessario inserire in prima serata la notizia del Treno Frecciarossa deragliato a Lodi. Pure in quel caso furono improntati servizi e collegamenti in un breve spazio di tempo, cercati e poi prelevati e condotti in studio alcuni testimoni. Anche in quell’occasione mi trovavo in redazione per partecipare al programma e ho potuto assistere dal vivo a come il tutto si è svolto e con quale velocità e bravura professionale è stato realizzato. Questo per spiegare ai Lettori, nella mia veste di testimone e di partecipante, che dietro questo programma c’è un lavoro che pochi immaginano; lavoro che richiede le capacità di ottimi professionisti, posto che un incapace potrebbe recare in simili contesti danni enormi, specie a una società come Mediaset, che non beneficia di alcun canone televisivo coatto, che per intendersi equivale a dire: tu voglia o no, te lo metto … nella bolletta della luce, così devi pagarlo per forza.

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Mediaset vive di ascolti, di pubblicità. E per produrre quella pubblicità che produce danaro, sono appunto necessari gli ascolti. Questo complesso insieme di cose nelle quali mercato e informazione si fondono di necessità assieme, comporta regole precise che si estendono anche a coloro che partecipano in veste di ospiti o di opinionisti a questi programmi.

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Le persone della mia età ricordano come nacquero le tre reti televisive della Rai e come per anni andarono avanti. La Rai è sempre stata una azienda politicizzata nella quale il primo canale era della Democrazia Cristiana, il secondo canale del Partito Socialista, il terzo canale del Partito Comunista e dei suoi partiti amici di minoranza. Di conseguenza, fatte salve diverse figure professionali di indubbia eccellenza, questa Azienda di Stato ha sempre brulicato anche un esercito di incapaci e figure parassitarie che avevano come solo merito di essere gli amici degli amici di quel potente politico che li aveva piazzati alla Rai. Tutto questo, una grande azienda privata non se lo può permettere. Certo, anche la grande azienda privata assume l’amico dell’amico di quel potente politico, ma a patto che sia capace, perché pagando coi soldi propri e non con quelli pubblici, immettere al proprio interno incapaci o nullafacenti parassitari nelle grazie dei politici, non sarebbe un semplice danno, bensì un pericolo che potrebbe portare al vero e proprio fallimento.

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Una delle critiche a me rivolte è stata: «Perché non parli in modo elevato e teologico come fai in altri tuoi scritti o in diverse tue video-conferenze?». Altra critica: «Non devi animarti e alzare la voce». Infine il consiglio drastico e deciso: «No, non andarci più, perché non serve a niente, è tutto inutile» …

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Partiamo per ordine con le risposte: anzitutto faccio notare che in modo «elevato» e «teologico» non ci parlano più neppure i nostri attuali vescovi italiani, emblema triste di un episcopato precipitato in una mediocrità desolante, considerando che nella Chiesa italiana in particolare, il concetto di «amico dell’amico del potente» ― che nel nostro caso non è il «potente politico» ma il ben più dannoso potente vescovo o cardinale ―, è applicato in modo peggiore di come lo applicavano i vecchi democristiani, socialisti e comunisti con i loro uomini o con i loro parassiti nullafacenti piazzati alla Rai. Infatti, dall’alto delle cattedre delle loro chiese cattedrali, i nostri sommi maestri della fede e della dottrina ― casomai certi miei critici non lo avessero afferrato ―, lungi dal parlare dei grandi Santi Padri e Dottori della Chiesa e del loro sapiente insegnamento teologico, parlano ormai solo di migranti e di una carità annacquata e adulterata che niente ha da spartire con quanto insegna il Beato Apostolo Paolo [cfr. I Cor 13, 13]. Triste e amara verità: dai pulpiti episcopali anche più blasonati oggi è smerciato perlopiù un concetto mondano che niente ha da spartire con la virtù teologale della carità, molto invece col filantropismo suicida alla volemose b’bene.

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Chiarito che fare del bene non implica esercitare la somma virtù della carità cristiana, è necessario rammentare appresso che Cristo Dio, a coloro che praticavano il buonismo già nell’antica Giudea di duemila anni fa, disse in modo chiaro: «Non fanno così anche i pagani?» [cfr. Mt 5, 47]. E aggiunse: «Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» [cfr. Mt 5, 48]. Ossia: la carità non è nei vezzi emotivi del mondo, o in ciò che al mondo piace, risiede nelle azioni di grazia del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. La fede, come ci insegna l’Autore della Lettera agli ebrei, lungi dall’essere impulso emotivo «[…] è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono» [Eb 11, 1]. Dunque perché, in uno studio televisivo, dovrei fare quelle lectiones magistrales d’alta teologia che i nostri vescovi, nella loro conformistica e bassa arte omiletica, non fanno dai pulpiti delle loro chiese cattedrali durante le grandi solennità dell’anno liturgico, posto che il Santo Natale e la Santa Pasqua, da anni a questa parte, anziché essere le rispettive celebrazioni del Verbo di Dio incarnato e del Cristo risorto che sconfigge la morte, paiono diventate il teatrino emotivo-ossessivo della più mondana e filantropica migrantopoli?

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Nella puntata del 6 febbraio sono stato molto chiaro a spiegare in brevi parole che era necessario rivolgersi in modo semplice e comprensibile a un pubblico che in numero sempre maggiore, cattolici inclusi, non conosce più neppure i fondamenti del Catechismo. Un problema oggettivo e triste dinanzi al quale, pensare di poter fare «alta teologia» da uno studio televisivo, implica davvero vivere fuori dal mondo del reale, o perlomeno avere con esso un pessimo rapporto.

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I miei critici non hanno colto che al contrario di certi miei confratelli radical chic, negli spazi concessi non ho mai mancato di fare riferimenti alla dottrina, alla morale e al magistero della Chiesa, con le parole semplici e le frasi brevi che sono consentite non a me, ma a chiunque partecipi. Anzi, lamentare che «non ti hanno dato spazio per approfondire quel tema», come taluni hanno scritto, è cosa ingiusta e falsa. È vero infatti l’esatto contrario: mi hanno sempre concesso ampio spazio, assieme a un sincero rispetto tributato alla mia figura di sacerdote, sia in diretta sia dietro a delle quinte popolate di belle persone umane, con diverse delle quali ho stabilito rapporti di sincera amicizia, incluse persone che da molti anni non scambiavano una parola con un prete. Detto questo si tenga conto che il programma è diviso in quattro blocchi la cui durata è di circa 40 minuti ciascuno. Nel parterre ci sono solitamente dai quattro ai sei ospiti, ciascuno dei quali deve parlare almeno una volta. In questo lasso di tempo vi sono delle presentazioni al tema attraverso filmati introduttivi, vi sono quasi sempre vari collegamenti esterni, alcune persone che commentano o che rivolgono domande dal pubblico e alcuni stacchi pubblicitari. Qualsiasi mente dotata di comune buon senso e di minimo spirito di analisi, dovrebbe comprendere che se uno degli ospiti del parterre riesce a parlare per un totale di tre minuti, ha avuto davvero un grande spazio, a me peraltro sempre concesso, cosa di cui sono grato a Paolo Del Debbio e alla Redazione.

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Riguardo all’invito a me rivolto di «non urlare», desidero chiarire quelli che sono i meccanismi di una comunicazione veloce mirata di necessità all’essenziale. Anzitutto, animarsi e alzare la voce come ho fatto in alcune occasioni, non è stato un eccesso ma una necessità. Può infatti accadere che dinanzi a certi argomenti sensibili, uno o più interlocutori tentino di deviare dal tema allo scopo di non farti parlare, impedendoti di fatto di lanciare un messaggio, per esempio chiarendo che cosa insegnano a tal proposito la dottrina e la morale cattolica, oppure che cosa è realmente accaduto nella storia. In una situazione simile, se non mi prendessi il diritto di concludere un discorso o di replicare brevemente dicendo cosa è vero e cosa è falso, farei la figura del soggetto non solo cedevole, ma ometterei proprio di chiarire ciò che per la Chiesa è sbagliato. Detto questo si tenga conto che in quel delicato contesto, per coloro che mi ascoltano da casa, io non sono il libero professionista della propria personale opinione, ma un membro della Chiesa Cattolica e del suo Collegio Sacerdotale. Domando quindi ai miei critici così sensibili dinanzi a un prete che in caso di necessità si anima nel corso di un discorso: per voi, è più importante dire e chiarire cosa è giusto o sbagliato, cosa è vero o falso, oppure, per un’idea distorta di galateo clericale, tacere mentre uno o più interlocutori affermano cose fuorvianti o storicamente errate? Detto questo aggiungo: come sacerdote vivo in una Chiesa che sta attraversando un momento di terribile decadenza sul piano ecclesiale ed ecclesiastico. Una Chiesa all’interno della quale ho visto fin troppi preti, vescovi e cardinali mettere in atto ingiustizie e autentici abominî che gridano vendetta al cospetto di Dio, il tutto con sorrisi diafani impressi sui volti, voci mielose, toni contenuti e parole suadenti. È forse questo, il genere di clero “misurato” e “compassato” che piace a certi miei critici, o che certi miei critici augurano alla Chiesa di Cristo di poter avere o di seguitare ad avere?

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Le persone che mi hanno invitato a «non andare più», perché a loro dire «non serve a niente», sono gli stessi che poi si lamentano delle figure di certi sacerdoti mediatici del passato e del presente che, di piacioneria in piacioneria vanno a braccetto col mondo, al quale mostrano sempre accondiscendenza, costasse pure affermare, come più volte accaduto dinanzi a milioni di telespettatori: «… è vero, la Chiesa dice questo, però io la penso in altro modo, ho un’altra opinione». Ebbene, vi risulta forse che dinanzi al pubblico televisivo io abbia emesso anche un solo sospiro contrario alla dottrina, alla morale e al magistero della Chiesa? Sicché certi critici dovrebbero comprendere che se io non partecipo, dicendo ciò che è possibile dire entro tempi e regole degli spazi televisivi, la cosiddetta scena sarà solo calcata da quei preti in maglione e scarpette da ginnastica che danno al pubblico una immagine di sacerdote laicizzato e non propriamente edificante, il quale spesso e volentieri non trasmette quel che insegna la Chiesa, ma quello che pensa lui dall’alto del proprio egocentrismo, spesso purtroppo anche dall’alto della sua ignoranza sui fondamenti del Catechismo della Chiesa Cattolica, oggi tanto diffusa persino tra il nostro clero. A che vale dunque rinchiudersi, come fa il cattolico depresso, nel proprio ghetto fatto di madonnine e sedicenti veggenti che annunciano catastrofi imminenti, mentre fuori tutto crolla attorno a noi? Piuttosto invece bisognerebbe riflettere sulla profonda tenerezza che Cristo Dio provò per quella folla di persone che apparvero ai suoi occhi come pecore senza pastore:

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«[…] e si commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore, e si mise a insegnare loro molte cose» [cfr. Mc 6, 34].

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Oggi più che mai, quante sono queste «pecore senza pastore» che da noi aspettano, anzi spesso implorano, solo una semplice parola di buon conforto?

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Cristo Signore ci invita con parole chiare a essere «la luce del mondo», ed a tal proposito ci spiega:

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«[…] non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli» [Mt 5, 14-16].

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Non capisco davvero come certi cattolici leggano il Santo Vangelo, che non è un fenomeno da ghetto chiuso escluso dal mondo, è la luce del Verbo incarnato, come spiega il Beato Apostolo Giovanni nel Prologo al suo Vangelo, dove la luce è usata come metafora per indicare la «luce da luce» che è Cristo Verbo di Dio incarnato [cfr. Gv 1, 1-18]. E quella di Cristo non è una luce che si accende «per metterla sotto il moggio», cari cattolici depressi da ghetto, che tra madonnine e sedicenti veggenti che vi eccitano con annunci di catastrofi imminenti, dimenticate ― o forse non sapete ― che il Libro della Apocalisse del Beato Apostolo Giovanni racchiude al suo interno il più grande messaggio di speranza. Basterebbe conoscere il semplice significato delle parole: la parola di derivazione greca, apocalisse, significa “scoprire”, “svelare” ciò che è nascosto. Il messaggio apocalittico ci rassicura che il bene ha già vinto sul male, che Cristo Dio ha già trionfato. L’Apocalisse è il messaggio della gioia della fede, non delle cupe eccitazioni a uso degli irredimibili pessimisti cronici che abbondano anche nel Popolo Santo di Dio.

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Ciò che in doni di grazia mi è stato dato in luce da Cristo Dio che è «luce da luce», debbo farlo risplendere in tutti i modi, come sta scritto in quel severo monito che è la Parabola dei Talenti [cfr. Mt 25, 14-30]. All’occorrenza salendo tranquillamente con la mia lucerna sul «monte» di Mediaset e cercando di accendere anche un solo fiammifero dentro lo studio numero 11 dal quale sono trasmesse le dirette di Dritto e Rovescio condotte da Paolo Del Debbio e organizzate da una redazione di eccellenti professionisti. Perché, con i tempi che corrono, riuscire a far vedere al mondo anche la luce di un solo fiammifero, è un’autentica grazia di Dio, per chi come me prova cristologica tenerezza per tutti voi, che mi sembrate sempre più come «pecore senza pastore».

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Anche per questo sono grato agli amici della redazione del programma Dritto e Rovescio per avermi dato l’opportunità di essere me stesso, ossia un prete, di poter andare all’occorrenza contro le tendenze di questo mondo, di poter esercitare il diritto a quella scorrettezza politica che è tutta quanta scritta e indicata parola per parola dentro il Santo Vangelo, di cui sono maestro e annunciatore per sacro mandato ricevuto mediante consacrazione sacerdotale. Tutto questo in una società nella quale, del prete e della fede cattolica, si tende a dare ormai un’immagine grottesca e falsata. È infatti tristemente noto che noi, per meritarci di essere trattati in modo grottesco, abbiamo lavorato a lungo, dando spesso al mondo il meglio del peggio dell’immagine di Chiesa e di clero che potevamo dare. E oggi, il mondo, ci sta ripagando rovesciando il meglio del ridicolo sulle nostre peggiori miserie.

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Se in questo momento di crisi e decadenza ecclesiale ed ecclesiastica cerco di accendere anche un solo fiammifero, forse meriterei il sostegno da parte di quei cattolici che non sanno com’è fatto un monte, come ci si sale sopra e, soprattutto, come si accende un semplice ma prezioso fiammifero dallo studio televisivo di una Rete di Mediaset. Spesso a Dio basta davvero poco, perché anche attraverso la luce di un fiammifero, un’anima può decidere di essere salvata, attraverso quel misterioso dono della libertà e del libero arbitrio donato all’uomo dall’Eterno Creatore. 

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dall’Isola di Patmos, 17 febbraio 2020

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È in distribuzione il nuovo libro di Ariel S. Levi di Gualdo: Nada te turbe, un’opera di spiritualità sul martirio scritta in forma di romanzo storico e ambientata in un’epoca di feroce persecuzione della Chiesa. Opera che potrebbe edificare e aiutare molte persone, soprattutto in questo momento. Potete acquistarlo presso il nostro negozio dove sono disponibili tutte le nostre pubblicazioni [vedere QUI].

 

 

 

 

 

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Zucchero e «Lo spirito nel buio» dove brilla la luce inestinguibile di Cristo Redentore

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

—  omiletica —

ZUCCHERO E LO «SPIRITO NEL BUIO» DOVE BRILLA LA LUCE INESTINGUIBILE DI CRISTO REDENTORE 

Nella festa della Presentazione del Signore, detta la Candelora, si accendono delle candele. Queste candele, le nostre candele permettono alla piccolissima fiammella di accendere il buio nel mondo. Di mostrare il nostro spirito nel buio, perché acceso dallo spirito d’amore di Gesù offerto al tempio. 

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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PDF  articolo formato stampa
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Cari fratelli e sorelle,

in questa festa della Presentazione del Signore [testi della Liturgia della Parola, QUI], passava per le radio una canzone del cantautore italiano Zucchero, intitolata Spirito nel buio. L’autore ha un desiderio: che il mondo sia effuso di una luce d’amore. Infatti il testo della canzone dice esplicitamente: «Vorrei vedere tutto il mondo in festa che accende spirito nel buio».

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Nella festa della Presentazione del Signore, detta la Candelora, si accendono delle candele. Queste candele, le nostre candele permettono alla piccolissima fiammella di accendere il buio nel mondo. Di mostrare il nostro spirito nel buio, perché acceso dallo spirito d’amore di Gesù offerto al tempio.

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Cerchiamo di meditare su questa festa, partendo dal testo vetero-testamentario del Profeta Malachia:

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«Ecco io manderò un mio messaggero a preparare la via davanti a me […] Egli è come il fuoco del fonditore e come la lisciva dei lavandai» [Ml 3, 2].

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In questa profezia Malachia descrive il messaggero di Dio con due immagini: il fuoco e la lisciva, che si usava come detergente per sbiancare i panni. Entrambi questi due elementi, richiamano la purificazione e il tornare puliti dopo essere sporchi. Questo messaggero non può essere allora un angelo, che non è chiamato a purificare, disinfettare e a lavare. Malachia annuncia già Cristo, chiamato per questo compito così importante: offrirsi per la nostra purificazione.

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Questo è un richiamo a purificare allora le nostre vite, le nostre abitudini, soprattutto il nostro modo di vivere la fede. Purifichiamo la nostra vita dagli idoli che, senza farsi vedere, ne hanno occupato il centro.

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Per giungere a questo prendiamo consapevolezza che Dio stesso si prende cura di noi, come ci spiega l’Autore della Lettera agli Ebrei:

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«Cristo infatti non si prende cura degli angeli, ma della stirpe di Abramo si prende cura» [Eb 2, 16]

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In un certo senso, possiamo stare tranquilli di questa protezione continua del Signore. Anche di fronte agli eventi difficili e terribili della Storia, che sfuggono al nostro controllo e alla nostra responsabilità, possiamo solo metterci sotto la sua ala protettiva.

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Penso anche a questi giorni, per esempio riguardo le notizie sul Coronavirus, che per quanto esagerate, mostrano da parte di buona fetta della popolazione mondiale un senso di smarrimento. Lasciamo che sia il Signore a proteggerci, con l’aiuto degli scienziati e dei medici: senza paura.

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Infatti la festa di Gesù che é presentato al tempio è sintetizzato in questo: Gesù è offerto al Padre, consacrato del padre per liberarci dal peccato e da tutte le inquietudini conseguenti, come ci illustrano le parole del saggio e anziano Simeone che li benedisse e a Maria sua madre disse:

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«Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima –, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori» [Lc 2, 34].

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Gesù è chiamato ed è offerto al Tempio, di cui Egli diviene centro e fondamento. Infatti, nel suo essere offerto e presentato al Tempio, si pone come definitivo Luogo dove incontrare Dio. Ecco perché Gesù è segno di contraddizione e caduta per molti: perché i farisei erano legati ai loro schemi rituali e alle pratiche del Tempio, che però avevano perso la loro caratteristica di essere riti per mettere in comunione con Dio. Gesù è invece colui che svela i pensieri di molti cuori: svela la contraddizione di una religione bigotta e ripetitiva rispetto invece a Dio che ci chiede una adesione di fede autentica, viva e responsabile.

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La fede non diventi dunque per tutti noi abitudine e ripetizione meccanica: questa sarebbe davvero una contraddizione per tutti noi. Ravviviamo invece la fede, offrendoci tutti noi al tempio con Gesù, vivendola con forza nel quotidiano.

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Charles Baudelaire, sebbene annoverato dalla critica letteraria nel gruppo dei cosiddetti “poeti maledetti”, lungi dall’essere privo di profondità, scrive: «Vola via lontano da questi morbosi miasmi; va’ a purificarti nell’aria superiore, e bevi, come un puro e divino liquore, il chiaro fuoco che riempie i limpidi spazi»

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Il Signore ci doni sempre il desiderio di dissetarci del suo vino consacrato, per far entrare gli spazi della sua Eternità nella nostra vita offerta a Lui.

Così sia.

Roma, 2 febbraio 2020

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Il blog personale di

Padre Gabriele

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