La teologia e il diritto canonico della libera carta igienica: i tacchini e le clamorose idiozie sulla invalidità della rinuncia del Sommo Pontefice Benedetto XVI

—  Attualità ecclesiale — 

LA TEOLOGIA E IL DIRITTO CANONICO DELLA LIBERA CARTA IGIENICA: I TACCHINI E LE CLAMOROSE IDIOZIE SULLA INVALIDITÀ DELLA RINUNCIA DEL SOMMO PONTEFICE BENEDETTO XVI

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Se una elezione avvenisse persino mediante simonia, ossia attraverso scambi di danaro o di altri beni o benefici, coloro che hanno posto il tutto in essere incorreranno in scomunica latae sententiae, però, l’elezione del Romano Pontefice, pur avvenuta attraverso la perpetrazione di questo gravissimo delitto già condannato da più concili della Chiesa e dalle leggi ecclesiastiche, non sarà da ritenersi invalida ma in ogni caso legittima. Così è scritto, senza pena di smentita, nella costituzione apostolica Universi Dominici Gregis del Santo Pontefice Giovanni Paolo II.

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Libere fiat et rite manifestetur …

Se qualche cattolico fosse indeciso se leggere Il Manifesto, storico quotidiano comunista fondato nel 1971 da Rossana Rossanda e Lucio Magri, brillanti intellettuali e raffinate penne del giornalismo italiano, oppure il quotidiano Libero, fondato da quel simpatico gagà di Vittorio Feltri e diretto oggi da quella faccia da becchino depresso di Alessandro Sallusti, senza esitazione legga il primo e non usi il secondo neppure come fondo per il cesto della raccolta differenziata dell’umido. Infatti, questo quotidiano privo di pudore e senso del ridicolo sta dando ampio spazio da mesi a un giornalista che sostiene tesi demenziali sulla invalidità della rinuncia al sacro soglio del Sommo Pontefice Benedetto XVI. Detto questo va chiarito che il diritto di pensiero, parola ed espressione non può essere confuso col diritto alla manipolazione, alla mistificazione e alla grave offesa rivolta al Pontefice oggi regnante e ad anni e anni di suo governo pastorale della Chiesa universale.

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Questo giornalista concede visibilità a personaggi fuori equilibrio, come il presbitero dell’Arcidiocesi di Palermo che da anni avvelena i cattolici più semplici e fragili con teorie folli attraverso le sue giornaliere video-dirette su Facebook. Prima di procedere merita riassumere, per poi replicare e smentire, ciò che questo soggetto va dicendo da quattro anni a questa parte:

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1. La rinuncia di Benedetto XVI è invalida perché è stato costretto con la forza, quindi egli continua a essere il legittimo Sommo Pontefice;

2. Quello che viene chiamato “Papa Francesco” non esiste, è un antipapa, un usurpatore, un emissario di Satana, quindi tutti i suoi atti di governo, i suoi documenti e le sue nomine sono invalidi;

3. La elezione del “falso papa” Jorge Mario Bergoglio è stata orchestrata da un gruppo di cardinali noti come La mafia di San Gallo, che hanno operato con i poteri forti e la massoneria internazionale per destituire Benedetto XVI ed eleggere lui;

4. Jorge Mario Bergoglio è un satanico distruttore della Chiesa e della dottrina cattolica, è un eretico;

5. Tutti i sacerdoti che celebrano la Santa Messa in comunione con il “falso” papa usurpatore ed eretico celebrano delle Messe invalide, anzi delle messe sataniche;

6. I fedeli che ricevono la Santissima Eucaristia dai sacerdoti in comunione con il falso papa non ricevono il Santissimo Corpo di Cristo ma il corpo dell’Anticristo, allo stesso modo sono invalidi tutti i Sacramenti da loro amministrati;

7. Quando alla morte dell’antipapa usurpatore si celebrerà un conclave, sarà di fatto invalido, perché procederanno all’elezione del successore dei cardinali creati dall’antipapa, quindi eleggeranno un altro antipapa.

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Persino un bambino che ha studiato con dedizione il catechismo per prepararsi alla Prima Santa Comunione capirebbe che si tratta di autentiche idiozie.

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Nessuno, incluso il giornalista complottardo di Libero e i seguaci di questo povero prete, dovrebbe stupirsi se l’autore di siffatte tesi è stato prima sospeso a divinis, poi scomunicato, infine, come ultimo atto estremo, dimesso dallo stato clericale, visto il suo ostinato accanimento e l’odio feroce che semina tra la gente, mutando i propri seguaci in fanatici che a loro volta spargono odio fanatizzante verso la «falsa chiesa», il «falso papa» e il Collegio Sacerdotale composto a loro dire da «vigliacchi che tremano dinanzi all’antipapa usurpatore». 

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Con una domanda chiudiamo adesso il discorso sul quotidiano Libero per passare a dissertazioni più serie: visto che a partire dal titolo di testata i redattori si dichiarano così liberi nelle opinioni, sarebbero disposti a concedere spazio sulle stesse colonne a un giornalista che similmente portasse avanti in modo martellante, per mesi e mesi, le più assurde teorie distruttive e offensive contro il Senatore Matteo Salvini la Onorevole Giorgia Meloni? Oppure, se solo provasse a farlo, sarebbe cacciato seduta stante al primo tentativo di pubblicare qualche cosa del genere? E con questo abbiamo chiarito quanto sia davvero libero questo quotidiano diretto da quella faccia da becchino depresso di Alessandro Sallusti. Perché per questi soggetti la libertà pare consista solo nel lasciare liberi certi giornalisti di lanciare palate di merda sulla Chiesa Cattolica e il Papato. Però non permetterebbero mai che una ballerina di flamenco lanciasse una rosa sulla Destra cosiddetta populista al termine della sua danza. Questa la loro libertà di informazione, questa la loro indipendenza. Ribadisco dunque l’invito: cattolici, comprate e leggete Il Manifesto, ma non comprate e non leggete Libero.

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Sui social media, che non andrebbero mai sottovalutati con spirito di snobismo intellettuale, vi sono sedicenti cattolici che deviati dalla retta via da questi deformatori della notizia si sono convinti delle loro teorie assurde, mutandosi a loro volta in divulgatori di “sensazionali verità”. Così, con lo spirito di chi tifa per la Lazio anziché per la Roma o viceversa, con desolante superficialità affermano:

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«Ormai è chiaro che Benedetto XVI rinunciando al ministero non ha rinunciato al papato. Dunque è lui il Sommo Pontefice, l’usurpatore Jorge Mario Bergoglio è solo un antipapa e per di più anche un eretico».

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Cominciamo col rispondere a questa affermazione totalmente al di fuori da ogni logica teologica e di diritto. Per farlo bisogna prima domandarsi: cosa intendono certe persone sobillate dai loro guru per munus e ministerium in riferimento al Romano Pontefice Vescovo di Roma? Il munus del Romano Pontefice non è un Sacramento indelebile, come la consacrazione di un episcopo o la consacrazione di un presbitero, quello petrino è solo un primato di giurisdizione. Il Sommo Pontefice Benedetto XVI non ha compiuto un atto di rinuncia mantenendo qualche cosa del primato apostolico di questo ufficio, perché l’elezione in conclave non segna l’eletto con un Sacramento indelebile che seguiterebbe a permanere anche dopo la rinuncia, come avviene per i vescovi quando rinunciano al governo delle loro diocesi e divengono vescovi emeriti, ma rimanendo sempre vescovi, che come tali hanno rinunciato al ministerium, mantenendo però quel munus incancellabile legato a un Sacramento indelebile.

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Il passaggio fondamentale che sfugge a certi praticoni della teologia fai-da-te, a preti scomunicati sedicenti bidottori e a poveri giornalisti con il pericoloso hobby del libero complottisimo, è appunto che il papato non è un Sacramento, quindi il munus non è indelebile. E se i “teologi” e i “canonisti” da bar dello sport non comprendono questo e pensano di dissertare su temi estremamente complessi sul piano teologico e canonico, l’unico risultato sarà di confondere prima sé stessi, poi tutti quei semplici che invece di ascoltare noi sacerdoti e teologi di solida formazione si abbeverano su internet alle demenzialità di questi squilibrati irrazionali.

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Al Sommo Pontefice che rinuncia al ministerium rimane quindi il munus espiscopale, non il munus del papato. Rimane il Sacramento della pienezza del sacerdozio, l’episcopato, in quanto munus che deriva da un Sacramento che non può essere in alcun modo cancellato. Ciò allo stesso modo in cui io non potrei mai rinunciare al munus sacerdotale, potrei rinunciare all’esercizio del ministero sacerdotale, ma non al munus. Oppure come se un battezzato volesse rinunciare al Santo Battesimo, che è un Sacramento indelebile. Non può farlo. Se lo desidera può rinnegare il proprio battesimo e dichiarare che non si sente un battezzato e che non intende appartenere alla Chiesa Cattolica, ma il Sacramento che nella sostanza e nella forma ha ricevuto, nessuno glielo potrà togliere. Un altro esempio ancora: a un cardinale può essere tolta la dignità cardinalizia, perché è un puro titolo onorifico ecclesiastico. Quella del cardinale è una dignità, non un Sacramento. Mentre il vescovo o il presbitero, che con la consacrazione episcopale e la consacrazione sacerdotale hanno ricevuto il sacerdozio ministeriale di Cristo e la sacramentale pienezza del sacerdozio apostolico che imprimono nei consacrati un carattere indelebile che li ha ontologicamente trasformati, possono rinunciare a tutto ciò che l’episcopato e il presbiterato comportano in oneri e onori, ma non cesseranno mai di essere vescovi e presbiteri, perché tali saranno per sempre. Allo stesso modo in cui un vescovo o un presbitero scomunicati e sottoposti anche all’atto estremo della dimissione dallo stato clericale, non cesseranno mai di essere vescovi e sacerdoti.

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Il pontificato si acquisisce per via giuridica e non per via sacramentale. Quindi Benedetto XVI, con il suo atto di rinuncia ha rinunciato al ministerium e mantenuto il munus episcopale al quale, lui come qualsiasi vescovo, non potrebbe mai rinunciare, perché il munus episcopale ― l’ho detto ma torno a ripeterlo per le teste particolarmente dure ― deriva da un Sacramento indelebile che imprime un carattere, il papato no.

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Questo è ciò che comporta la rinuncia del Romano Pontefice. Purtroppo, certe povere e buone persone, più o meno cattoliche, sono impegnate a prendere per oro colato idiozie davvero colossali, sino a rifiutarsi in modo ostinato di ascoltare gli esperti. A quel punto risulta per loro difficile imparare come realmente stanno le cose sul piano della dogmatica sacramentaria e su quello della disciplina canonica dei Sacramenti. Mentre a noi resta pressoché impossibile smuoverli, perché sono loro, quantunque digiuni di teologia e di diritto ecclesiastico, a … spiegare a noi come stanno veramente le cose (!?).

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Il libero giornalista ebete per un verso, il prete scomunicato e oggi dimesso dallo stato clericale per altro verso, con lo stile del celeberrimo Dottor Dulcamara citano come prova inconfutabile il Codice di Diritto Canonico. Poco vale che lo trasformino in una sorta di «supercazzola prematurata con scappellamento a destra», per rifarsi alla saga di Amici miei, grazie alla quale oggi, il termine supercazzola è entrato nel lessico filosofico per indicare una frase o espressione completamente priva di senso. Quel che vale, però, è che citare un canone del Codice di Diritto Canonico produce lo stesso effetto che in certi plebei ignoranti producevano le mirabolanti reliquie di Frate Cipolla narrato da Giovanni Boccaccio. E così, giornalista ebete e prete scomunicato oggi dimesso dallo stato clericale, con fare solenne affermano:

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«Benedetto XVI è sempre il legittimo Sommo Pontefice perché non ha fatto ciò che il canone 332 paragrafo 2 richiede».

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Proprio così, la loro carta vincente e prova inconfutabile delle idiozie che affermano è quel Codice di Diritto Canonico che alla prova dei fatti non sanno neppure leggere. Andiamo a leggere noi quel che è scritto in questo canone 332 comma 2, questo:

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«Nel caso che il Romano Pontefice rinunci al suo ufficio, si richiede per la validità che la rinuncia sia fatta liberamente e che venga debitamente manifestata, non si richiede invece che qualcuno la accetti».

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Il Sommo Pontefice Benedetto XVI, dopo avere annunciato il suo atto di rinuncia l’11 febbraio 2013, sino al giorno 28 di quello stesso mese ribadì più volte la piena libertà con la quale era giunto a maturare la propria decisione. Lo ribadì nel discorso ai cardinali, nel discorso al clero di Roma, in due udienze generali e in vari saluti pubblici ufficiali. In seguito, dopo l’elezione del suo Sommo Successore, è tornato a ribadirlo di nuovo, sino ad affermare che non solo la sua scelta è stata totalmente libera e ponderata, ma che se qualcuno avesse fatto qualsiasi pressione per indurlo a rinunciare, non avrebbe mai rinunciato per alcun motivo.

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Si può essere più chiari? Certo che no, ma per assurdo, proprio da queste parole così chiare e inequivocabili, certi manipolatori costruiscono illogici castelli di sabbia per sostenere:

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«Queste parole sono la prova che è stato pressato da forti costrizioni e che il messaggio in codice di Benedetto XVI va interpretato proprio dietro queste sue parole» (!?).

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Presto detto: se le cose stessero come afferma il libero giornalista ebete e il prete scomunicato dimesso oggi dallo stato clericale, Benedetto XVI sarebbe il più grande bugiardo e il più grande vigliacco dell’intera storia del papato, o no?

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Dinanzi a queste contestazioni i personaggi in questione cominciano a giocare su elementi che sarebbero di per sé comici, se dietro non vi fosse il disastro delle anime che si trascinano in errore. Per esempio affermando:

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«Nella sua declaratio redatta in latino Benedetto XVI ha fatto numerosi errori. E siccome questa declaratio deve essere perfetta nella forma, questi errori di sintassi latina la rendono invalida. Cosa questa che Benedetto XVI sapeva bene, ma essendo stato costretto a fare atto di rinuncia, ha stilato un atto formale gravandolo della invalidità per degli errori di sintassi latina da lui scientemente voluti».

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Chiariamo: se Benedetto XVI avesse fatto veramente una cosa del genere susciterebbe disgusto persino nei peggiori vigliacchi della storia dell’umanità. Presto detto: sostenere simili cose, che comportano peraltro la lettura della altrui coscienza più profonda e quindi la celebrazione di assurdi processi alle più recondite intenzioni, equivale a sostenere la presenza di alieni invisibili atterrati sul pianeta Terra e nascosti tra di noi umani. Ma proseguiamo oltre:

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«Benedetto XVI ha seguitato a firmarsi facendo seguire al proprio nome la sigla “P.P.” che significa pontifex pontificum!».

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Così tuona da alcuni anni nelle sue dirette su Facebook l’ignorantissimo prete scomunicato e oggi dimesso dallo stato clericale, che a ogni piè sospinto vanta di avere conseguito due dottorati teologici. Ciò a riprova che i dottorati non hanno mai instillata intelligenza nei mediocri limitati che per natura ne sono privi e che mai hanno costituito garanzia di scienza e sapienza. Infatti, il bidottore scomunicato per eresia e scisma, è a tal punto ignorante in storia ecclesiastica da non sapere neppure che quella sigla, all’origine, nasce durante i primi grandi concili dogmatici celebrati in Oriente per indicare il Vescovo di Roma come Pater Pauperum, che alla lettera si traduce: Padre dei Poveri, o Padre dei Piccoli, dei Semplici. Questa sigla, il Vescovo di Roma, la adottò in epoche nelle quali il titolo di Sommo Pontefice o Romano Pontefice non esisteva ancora. Come poteva dunque, quella sigla, significare Pontifex Pontificum, come afferma da anni l’ignorantissimo bidottore? E la adottò, questa sigla, per dare una elegante lezione ― leggasi sberla ― al Patriarca di Costantinopoli che si fregiava di una ventina di titolo altisonanti. Questo il vero e originario significato di quella sigla, asino di un bidottore eretico che impazza su Facebook a caccia di anime da rovinare!

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Non paghi del tutto, il libero giornalista ebete e il prete bidottore scomunicato e oggi dimesso dallo stato clericale si lanciano poi nei sofismi sulla esegesi del Nuovo Testamento. Prendono due frasi contenute nei testi evangelici e poi gli fanno dire ciò che in essi non è scritto:

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«La differenza sta nel fatto che il munus è l’autorità del Sommo Pontefice, “Tu sei Pietro” (cfr. Mt 16, 18), mentre il ministerium è il suo svolgimento: “Pasci i miei agnelli” (cfr. Gv 21, 15).

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La differenza tra munus e ministerium e viceversa, di cui parlano il libero giornalista ebete e il prete bidottore scomunicato, è una pura distinzione di logica formale, o concettuale, che dovrebbe essere usata in appositi manuali e libri nei quali si avanzano ― e nei quali si devono avanzare ― anche le ipotesi più assurde per riuscire a comprendere e chiarire tutti i lati necessari per la corretta conoscenza e competenza della materia. È uno strumento speculativo usato sin dalla tarda scolastica da Guglielmo di Ockham sino all’eccesso “terministico” soggettivista che diede le basi al pensiero del giurista gesuita Francisco Suarez, che andrebbe preso con le pinze da esperti navigati. Non affrontato da quel mediocre e limitato praticone di prete scomunicato arruffapopoli che si vanta bidottore, ma che se uscisse dalla sua saletta di riprese per le dirette su Facebook, dov’è circondato dalle sue badanti adoranti, per confrontarsi pubblicamente con uno specialista vero, nel giro di cinque minuti, a questo tronfio tacchino, non rimarrebbe più neppure una penna attaccata addosso. Il tutto perché, certi strumenti speculativi erano usati negli specifici contesti accademici all’interno delle discussioni filosofiche, teologiche e giuridiche in cui sono stati tolti successivamente i preambula, ossia le apposite introduzioni storico-critiche che spiegavano, a livello puramente pedagogico e logico come si era arrivati allo stato attuale del problema e quindi alla vexata quaestio. Una volta omesse queste parti che fungevano da introduzione e spiegazione rimanevano solo gli studi specifici delle tematiche e delle esposizioni sintetiche o persino eclettiche indirizzate unicamente a stabilire il vero di uno scritto. Presto detto: coloro che non hanno ― come questo prete scomunicato bidottore ― una adeguata formazione filosofica e teologica che parte a monte da una solida base scolastica e da una conoscenza altrettanto solida dell’arte della retorica e della speculazione filosofico teologica; che si vantano tradizionalisti, ma che di fatto sono degli eretici modernisti del tutto inconsapevoli, perché neppure si rendono conto di esserlo, non saranno neppure in grado di leggere e comprendere questi testi, ma mettendovi mano li stravolgeranno, infine riterranno di avere scoperto in essi quel che mai era saltato agli occhi di nessun altro nel corso dei secoli.

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Spiegando il tutto abbiamo fornita anche la prova implicita del fallimento di questo approccio speculativo, ieri come oggi. Perché le persone non adeguatamente preparate a monte, in modo profondo e solido, riterranno di poter lanciare la loro sensazionale scoperta o interpretazione centrando tutto su una parolina scissa dal complesso contesto, escludendo tutto il percorso storico, teologico e giuridico che celano dietro di sé certe disputationes theologicae e ogni singolo appartato del diritto canonico. Tutto questo per un semplice e triste fatto: perché non conoscono la materia e non sanno neppure come certe dispute accademiche vanno inquadrate, lette e svolte. Prendono una parolina, la estrapolano dopo avere frainteso o non compreso tutto il contesto e vi costruiscono sopra assurde verità presentate poi come inconfutabili.

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In certe speculazioni e dissertazioni accademiche basate perlopiù sui principi della scolastica classica, si portavano certe tematiche sino all’inverosimile, il cosiddetto παράδοξος (paradosso). Già Cicerone, nell’arte della retorica latina faceva ricorso al paradosso. Anche lo stesso Beato Apostolo Paolo nella sua esposizione ricorreva alla ὑπερβολή (iperbole), che era tipica della retorica greca. Nella realtà, però, queste distinzioni non esistono proprio, sono appunto solo paradossi retorici o tematici, delle iperboli o comunque degli eccessi che mirano a creare ragionamenti speculativi anche sulle ipotesi più inverosimili e assurde. Esempio: una volta, dissertando con dei confratelli anch’essi di formazione teologi dogmatici e storici del dogma, in modo del tutto serio ― non perché ci eravamo sballati con degli alcolici e con dell’hashish ― ci mettemmo a discutere circa la ipotetica esistenza di altre vite in altri mondi e pianeti al di fuori del sistema solare. A tal fine ci interrogammo: casomai altre forme di vita esistessero, in che modo rileggere il mistero della creazione dell’uomo, ma soprattutto l’incarnazione del Verbo di Dio e il sacrificio compiuto attraverso la sua morte salvifica per la redenzione degli uomini? Una dissertazione, paradossale, iperbolica, spinta appunto all’estremo paradosso. Forse però, se fosse stato presente il libero giornalista ebete e il prete scomunicato bidottore, prese e fraintese quattro parole, da lì a seguire avrebbero dato vita alla teologia degli alieni.

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Per questo nessun canonista, sino al giorno d’oggi, è riuscito a portare avanti questo flatus vocis senza concetto o realtà, come la invalida elezione di un Romano Pontefice o per contro la invalidità di un suo atto di rinuncia. Questo perché, nel mondo del reale, i veri teologi sono cosa del tutto diversa rispetto a praticoni, dilettanti e sedicenti bidottori, per non parlare di coloro che li seguono e che in quattro balletti si sono a loro volta addottorati in dogmatica sacramentaria e in diritto canonico su Facebook e Instagram.

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Noi che siamo teologi veri, anzitutto perché in obbedienza alla Chiesa e alle sue legittime Autorità e perché siamo stati formati dai nostri sapienti maestri per essere menti razionali e speculative, parliamo sulla base di ciò che esiste e che è accaduto, vale a dire questo: Benedetto XVI ha liberamente, legittimamente e validamente rinunciato alla Cattedra di Pietro, confermando e ribadendo la piena libertà del proprio atto di rinuncia. Tutto il resto è teologia e diritto canonico della carta igienica del quotidiano Libero e follie senza senso urlate da un povero prete fuori equilibrio che impazza nelle dirette Facebook, dalle quali ricorda ai suoi adepti, ogni tre scemenze sparate a vanvera, che ha conseguito due dottorati e che è due volte dottore … due volte dottore! Salvo affermare poco dopo che Dio si è rivelato ai poveri e agli ignoranti per fare dispetto proprio ai dotti e ai sapienti.

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Fare sofismi sul munus e sul ministerium, o inventare persino un Codice Benedetto, come ha fatto il libero giornalista ebete sulle colonne telematiche di Libero, vuol dire fare fanta-teologia e fanta-diritto canonico, aggrappandosi alle paroline e a certe distinzioni con spirito neppure sofista, ma proprio illogico e irrazionale, cercando qualche cosa che non esiste ma che taluni, per loro disagi psicologici o spirituali, vogliono a tutti i costi che esista. A quel punto ciò che non esiste se lo inventano, dando alle parole un significato diverso o alterando attraverso la manipolazione i documenti della Chiesa, per esempio la Costituzione Apostolica Universi Dominici Gregis del Santo Pontefice Giovanni Paolo II, circa la vacanza della Sede Apostolica e l’elezione del Romano Pontefice. Infatti, il povero bidottore, da sempre specializzato a far dire ai documenti ciò che non dicono, pare non essersi neppure accorto di ciò che questa Costituzione scrive al capitolo VI, n. 78:

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«Se nell’elezione del Romano Pontefice fosse perpetrato ― che Dio ce ne scampi ― il crimine della simonia, delibero e dichiaro che tutti coloro che se ne rendessero colpevoli incorreranno nella scomunica latae sententiae e che è tuttavia tolta la nullità o la non validità della medesima provvista simoniaca, affinché per tale motivo ― come già stabilito dai miei Predecessori ― non venga impugnata la validità dell’elezione del Romano Pontefice».

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Che cosa vuol dire tutto questo? È scritto a chiare lettere: se una elezione avvenisse persino mediante simonia, ossia attraverso scambi di danaro o di altri beni o benefici, coloro che hanno posto il tutto in essere incorreranno in scomunica latae sententiae, però, l’elezione del Romano Pontefice, pur avvenuta attraverso la perpetrazione di questo gravissimo delitto già condannato da più concili della Chiesa e dalle leggi ecclesiastiche, non sarà da ritenersi invalida ma in ogni caso legittima. Così è scritto, senza pena di smentita.

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Miei cari seguaci del prete eretico scomunicato che spara idiozie a raffica su Facebook esibendo a voi, suo pubblico, le mirabolanti reliquie di Frate Cipolla. A voi, che noi pastori in cura d’anime desideriamo in tutti i modi recuperare dall’errore e strappare all’inganno, mi rivolgo con l’invito a riflettere su questo elemento innegabile: da un documento articolato come questa Costituzione, non si possono tagliare due parole, isolarle da tutto il contesto e poi far dire al documento ciò che in esso non è scritto. Sì, il seguente n. 79 dello stesso capitolo sancisce:

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«Confermando pure le prescrizioni dei Predecessori, proibisco a chiunque, anche se insignito della dignità del Cardinalato, di contrattare, mentre il Pontefice è in vita e senza averlo consultato, circa l’elezione del suo Successore, o promettere voti, o prendere decisioni a questo riguardo in conventicole private».

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Prestate bene attenzione: questa precisa e decisa proibizione, già contenuta in analoghi documenti promulgati da altri Sommi Predecessori del Santo Pontefice Giovanni Paolo II, anche se venisse totalmente violata da dei cardinali, non contempla assolutamente la pena della invalidità e della nullità dell’elezione. Lo dice il documento, basterebbe solo leggerlo, anziché prendere come oro colato ciò che d’inverosimile sostiene quel certo tacchino che strepita nelle dirette Facebook. Pertanto, a fronte di quanto appena riportato e spiegato, intendete veramente seguitare a dare credito a questo miserevole soggetto che da anni vi racconta che l’elezione del Pontefice regnante è invalida perché orchestrata da un gruppo di cardinali indicati come «La mafia di San Gallo»? Vi prego di ragionare, soprattutto di leggere: se neppure una elezione avvenuta attraverso il turpe delitto della simonia rende invalida e nulla l’elezione di un Romano Pontefice, pensate davvero che possa essere resa tale da dei cardinali che si incontravano ogni tanto in Svizzera per stare assieme a parlare tra di loro? Ragionate: è lo stesso documento in questione, che da una parte condanna ogni genere di patto pre-conclave, ma al tempo stesso non mette in minima discussione la legittima e valida elezione di colui che fosse anche eletto per questa via. Ragionate e soprattutto leggete i documenti, non ascoltate ciò che il tacchino strepitante pretende di fargli dire, di ciò che mai certi documenti hanno detto e scritto.

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La cosiddetta «Mafia di San Gallo» è una semplice battuta umoristica fatta dal defunto Cardinale Godfried Maria Jules Danneels a un giornalista, al quale disse, in tono puramente scherzoso, che ogni tanto, un gruppo di cardinali, lui incluso, si incontravano in questa località svizzera. E ridendo, disse: «Eravamo un po’ come una mafia che si radunava». Su questa battuta scherzosa è stata costruita la teoria di un complotto che avrebbe obbligato con la coercizione e la violenza psicologica Benedetto XVI a fare atto di rinuncia per eleggere al suo posto il già preparato Cardinale Jorge Mario Bergoglio, sostenuto da questa mafia cardinalizia gallese, dai poteri forti e dalla massoneria internazionale, come afferma da anni il prete scomunicato urlatore.

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Miei cari, ve lo chiedo in tono supplice per la carità divina che ha dotato persino i più limitati della capacità, perlomeno parziale, di intendere e volere: come potete dare credito a cose di questo genere, smentite dai fatti, dalle leggi ecclesiastiche e dalla Costituzione Apostolica che regola la elezione del Romano Pontefice? Tutto questo al solo scopo di negare, con ostinazione illogica e irrazionale, ciò che è realmente accaduto: Benedetto XVI ha liberamente, legittimamente e validamente rinunciato al ministero petrino e non saranno certo alcuni errori grammaticali a rendere invalida la sua rinuncia formale. Chi nega questo nega la realtà per vivere nell’iperuranio.

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Per tutti noi sacerdoti e teologi che abbiamo donato la nostra intera esistenza alla Chiesa e al Popolo Santo di Dio, è davvero avvilente cercare di contrastare persone sprofondate nell’errore più assurdo che non accettano correzione alcuna, perché si rifiutano di vedere in noi delle guide e dei maestri. In queste dolorose circostanze risuonano nei nostri cuori di pastori in cura d’anime le tremende parole profetiche scritte dal Beato Apostolo Paolo al suo discepolo Timoteo:

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«Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole. Tu però vigila attentamente, sappi sopportare le sofferenze, compi la tua opera di annunziatore del Vangelo, adempi il tuo ministero» (II Tm 4, 1-5).

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Oggi noi servitori della Chiesa e della sana dottrina ci sentiamo tutti quanti Timoteo nella lotta, che è un lottare spesso inutile contro l’idiozia prodotta da menti illogiche e irrazionali che stanno trascinando molte anime verso la rovina. E che si arrabbiano, ci aggrediscono verbalmente e ci offendono in modo grave, se solo tentiamo di recuperarle alla ragione. Tempi duri oggi per i sacerdoti e i teologi, soprattutto per i pastori in cura d’anime animati da profonda fede, che per questo avvertono forte il dovere di difendere a tutti i costi il Popolo di Dio dai lupi rapaci e dai Frate Cipolla che abusano della loro popolare credulità con l’esibizione di mirabolanti reliquie.

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dall’Isola di Patmos,  23 novembre 2021

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RIMANDO A QUESTA MIA PRECEDENTE VIDEO-LEZIONE PER CHI DESIDERA APPROFONDIRE L’ARGOMENTO QUI TRATTATO

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Abierto el proceso de beatificación de la pequeña hereje Carmen Hernández. Primer milagro reconocido: la curación de un hombre que sufría patología de micropene congénito

—  Actualidad eclesial —

ABIERTO EL PROCESO DE BEATIFICACIÓN DE LA PEQUEÑA HEREJE CARMEN HERNANDEZ. PRIMER MILAGRO RECONOCIDO: LA CURACIÓN DE UN HOMBRE QUE SUFRÍA LA PATOLOGÍA DE MICROPENE CONGÉNITO

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Si abrieron el proceso de beatificación de la primera santa hereje, también se puede abrir el del monstruo de Florencia, y después de la canonización promocionarlo como copatrón de los enamorados junto a San Valentín. Tanto, respecto a los de la Congregación para las Causas de los Santos ya no hay nada que pueda sorprender.

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PDF  del articulo para imprìmir
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He sido informado de la apertura del proceso de beatificación de una pequeña hereje del siglo XX, Carmen Hernández Barrera (Ólvega, 24 Noviembre 1930 – Madrid, 19 de julio 2016), cofundadora con Kiko Argüello del peor movimiento para-católico y heterodoxo de la historia del siglo XX: el Camino Neocatecumenal. Y digo “pequeña” porque la herejía es una cosa seria. A lo largo de la historia de la Iglesia, los grandes herejes eran personalidades dotadas de excelente intelecto y de raros dones filosóficos, teológicos y especulativos. Carmen Hernández era en cambio, una pobre y pomposa ignorante que mezclaba emocionalidad pseudo poética con una teología autodidacta la cuál era desastrosa y en medio siglo, ha causado daños inmensos en un gran número de sujetos igualmente emocionales y frágiles, que siguieron a ella y a su compañero Kiko Argüello. Por lo tanto, al llamarla herética, como teólogo dogmático e historiador del dogma, tengo la obligación, el deber y la honestidad intelectual, de pedir perdón ante todo a las mentes especulativas que se destacaron, como fueron las de los grandes herejes del calibre de Ario y Pelagio.

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Por la conmemoración de la fiesta de los muertos, un conocido mio que trabaja como enterrador, me buscó con urgencia temblando y necesitado de un consejo. El pobre muy asustado, después de haber escuchado en el cementerio repetidamente ruidos provenientes de dos tumbas, en las cuales descansan los restos mortales de dos santos sacerdotes: el Siervo de Dios Pier Carlo Landucci, presbítero romano, y Enrico Zoffoli, Presbítero romano de la Orden de los Pasionistas. Dos auténticos santos cuya fama de santidad el mismo sepulturero conocía en cuanto hombre piadoso. Con gran desconcierto me preguntó en dialecto romanesco:

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«Si nun reposeno ‘n’pace n’a aschiera de b’beati’ sti du santi sacerdoti chi mai ce potrebbe da riposà (si no pueden reposar en paz en la huestes celestial estos dos sacerdotes santos, entonces quién puede reposar alla)?».

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«ZiRemoletto, nun te devi da spaventà, me sache ce vonno comunicà quarcosa, mome metto a ndagà e poi te fo sapè (Tío Remoletto no te debes asustar, creo que nos quieren comunicar algo, ahora me meto a investigar y luego te hago saber)».

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Para descubrir y comprendér el origen de este fenómeno, es necesario recordar la vida y las obras de estos dos difuntos. De hecho, Pier Carlo Landucci en el 1983, Enrico Zoffoli en el 1990, alertaron sobre las peligrosas herejías del Camino Neocatecumenal, denunciando y documentando años y años de catequesis formativa grotescamente heterodoxa llevadas a cabo por los dos iniciadores del aquelarre y continuadas por los mega catequistas. Análisis y denuncias que los santos sacerdotes teólogos hicieron ante las autoridades eclesiásticas y que yo conozco muy bien, porque soy el tercero en volver sobre éste tema, recogiendo el legado de sus estudios y ampliando el análisis del fenómeno neocatecumenal al estado en el que se encuentra después de treinta años. Es por esto, que en signo de gratitud indeleble a la ciencia teológica y al coraje de estos dos hombres de Dios, que mi libro La setta neocatecumenale, en español La secta Neocatecumenal lo he dedicado a sus venerables memorias.

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No sigo los distintos servicios informativos de la Santa Sede y los relacionados sitios oficiales y no oficiales, porque por un rato la comedia me divierte con los enanos, bailarines y rufianes, pero a la larga me aburre, y finalmente me irrita. Sin embargo, cuándo un obispo amigo me dijo a modo de provocación:

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«¿Qué opinas de la apertura de la fase diocesana del proceso de beatificación de Carmen Hernández? celebrada con una ceremonia de gran fanfarria en la catedral de Madrid?».

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Escuchè todo esto como una broma, tipica del humor eclesiástico, y que no podía ser de otra forma. Por tanto, convencido de que todo era una broma respondo:

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«Quieren hacer beata la Santa de la Polla? O vamos a ignorar que la palabra italiana «cazzo» (en español polla) era la que Carmen más pronunciaba en su intercalado coloquial hasta dentro de sus largas y exóticas liturgias neokatekike?».

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El amigo obispo se ríe, y dándose cuenta que no lo había tomado seriamente, sino que pensaba que era una broma satírica. Replica que estaba hablando seriamente. Inmediatamente respondì:

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«Si abrieron el proceso de beatificación de la primera santa hereje, entonces también podemos abrir el del monstruo de Florencia y después de la canonización promocionarlo como copatrón de los enamorados junto a San Valentín. Tanto, con los de la Congregación para las causas de los Santos, ya no hay nada de ellos que pueda sorprender, y nos podemos esperar cualquier cosa».

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El obispo amigo, me envía dos reportajes oficiales de la cronaca del evento [ver AQUI, AQUI]. En Vatican News el periodista Salvatore Cernuzio hace alarde de toda la ignorancia típica de nuestros degradantes vaticanistas italianos, mostrando ante todo que no sabe ni siquiera distinguir una causa de beatificación, a través de la cuál se proclama un beato, de una causa de canonización, a través de la cuál un beato, que como tal ya ha sido beatificado, y es proclamado santo. Y en julio de 2021 este ignorante vaticanista anuncia la apertura de la «causa de canonización»:

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«Esta noche será presentada en la Arquidiócesis de Madrid el Supplex Libellus, la solicitud de apertura de la fase diocesana para la causa de canonización, de la cual son actores los miembros del equipo internacional de esta realidad eclesial ramificada en los cinco continentes, es decir Kiko Argüello, Padre Mario Pezzi y Maria Ascension Romero. Al obispo de la diócesis donde el candidato murió, será entregado un dossier que recopila escritos, documentos y testimonios que dan fe, precisamente, de esas “virtudes heroicas” necesarias para establecer la santidad de vida» [ver AQUI].

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Con el decir que un obispo no está obligado en abrir un proceso de beatificación, en cuanto no se trata en lo absoluto de un acto debido, y con esto se ha dicho todo por parte de la autoridad del obispo en cuestión. Muchos nos estamos preguntando — y nos preguntamos seriamente —, cuáles pueden ser las «virtudes heroicas» de una mujer que ha desfigurado la doctrina católica, la sagrada liturgia y la historia de la Iglesia, y que junto a Kiko Argüello han dado origen a un movimiento pseudo-católico, que en mi ensayo crítico defino con unas precisas palabras y que hasta el día de hoy nunca han sido desmentidas por ninguna amonestación por parte de las autoridades eclesiásticas competentes:

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«El Neocatecumenado es una comunidad de matriz judío-protestante que tiene de católico sólo el revestimiento esterno vaciado por dentro de lo que son los elementos fundadores del Catolicismo» [cf. pág. 100 de la obra mencionada].

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A los candidatos a la beatificación es requerido un milagro probado, excepto los mártires, ya que la Iglesia considera el martirio como un milagro en sí mismo ligado a la acción de la gracia de Dios. Pues bien, he investigado y he descubierto que la comisión científica nombrada por la Arquidiócesis Metropolitana de Madrid, ya ha sometido a examen de los más destacados urólogos clínicos y andrólogos europeos, el milagro que se ha efectuado por la intercesión de ésta candidata a la beatificación.

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El beneficiario del milagro se llama Armando Bronca Segura, joven madrileño de 25 años. Lo mejor de la ciencia clínica europea fue unánime en declarar que no existe alguna explicación científica para el hecho. El joven sufría de una patología vivida por muchos hombres con dolor y humillación: hipoplasia del pene, conocida comúnmente como micropene congénito. La comisión científica explicó que esta patología comporta para el hombre que la padece un órgano de normal morfología con la salida del meato urinario externo, pero que presenta al nacer una longitud inferior a 2,5 centímetros. Los urólogos dan fe de que, considerando las desviaciones estándar de la media, se puede decir que es un micropene cuándo la longitud al nacer es inferior a 1,9 centímetros. Las causas del micropene son atribuibles a un déficit de secreción de andrógenos durante el segundo y tercer trimestre del embarazo.

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Armando Bronca Segura, Después de haber conocido a unos mega-catequistas, al entrar deprimido en el Camino Neocatecumenal, en cuanto Segura fue desnudado en su conciencia más profunda, por medio de los escrutinios que siempre han ocultado verdaderas formas de confesiones públicas, testificó todo narrando su experiencia: es decir la inseguridad y la vergüenza que sentía en los vestuarios, el dolor que sufrió cuando fue apodado el Pigmeo por compañeros insensibles y burlones. Los mega-catequistas no tardaron en comandarle que recurriera a la piadosa intercesión de Carmen Hernández. Y así, una mañana, al despertar, notó que entre sus piernas había … y todos los vecinos escucharon los gritos de una voz masculina que clamava “milagro … milagro!”».

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Pocas semanas después, Armando Bronca Segura envió, todo el Camino Neocatecumenal junto con los mega-catequistas, a ver si ya había puesto la marrana, cambiando completamente de vida. Hoy en día trabaja en el mundo del porno, donde es uno de los actores mejor pagados. Su primera película se titula: El semental de Vallecas, que ya ha marcado un rotundo éxito internacional.

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No es nada irreverente indicar a futura memoria Carmen Hernández como La Santa del Cazzo (La Santa de la Polla), ya que no hay nada vulgar en esta expresión, al contrario contiene toda la verdad del caso, porque está todo documentado e histórico. Numerosos testigos oculares que estan todavía vivos y sanos, eclesiásticos y laicos de todas las nacionalidades, y quienes durante numerosos contextos públicos la habian escuchado intercalar: «… e cazzoe cazzo (y polla … y polla!)». En una ocasión, esa piadosa mujer de Chiara Lubich (fundadora del Movimiento de los Focolares), que era tan dulce y delicada como una muñeca de porcelana, reunida con Luigi Giussani (fundador del Movimiento Comunión y Liberación) en un encuentro al que asistieron todos los fundadores y fundadoras de movimientos laicales con motivo del gran Jubileo del 2000, estaba por desmayarse, escuchando a poca distancia, la futura Santa Carmen Hernández, que entre un cigarrillo y otro conversaba intercalando … e cazzoe cazzo … (y polla … y polla!)».

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Si entonces éste noble órgano es un elemento que suele aflorar en las bocas de los candidatos a la beatificación, al menos uno se debe preguntar: … qué … “cazzo” están haciendo, los que trabajan dentro de la Santa Sede con las causas de los santos? O tal vez, ante la apertura del proceso de beatificación de un sujeto que como mínimo es imposible de proponer cómo lo es la Carmen Hernández, tenemos que tomarlos en serio? No, desafortunadamente, solo nos queda el deber de dejarlos en ridículo, no tenemos otra arma más adecuada para la defensa, que la sapiente y caritativa ridiculización a quienes creen que pueden transformar, la Santa Iglesia de Jesu Cristo, en un teatro grotesco y escuálido de ridículos, cambiando la naturaleza heroica de las virtudes, a saber, la santidad, en un premio conferido hasta herejes y maleducadas majaderas españolas.

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Todo esto, para vergüenza perenne del Cardenal Carlos Osoro Sierra, al cuál quizás nàdie haya dicho que el Colegio Español de Roma, promotor de un caso abierto desde el 1953, bajo los auspicios de la Arquidiócesis de Madrid, y está dejando pudrir en un sótano, los documentos del proceso de beatificación del Cardenal Rafael Merry del Val, uno de nuestros gigantes del siglo XX, ilustre hijo de la sangre de la noble España. Siempre admitiendo que alguien, al Arzobispo Metropolitano de Madrid, quien apenas a cinco años después de su muerte abre la bufonada fase diocesana del proceso de beatificación de Carmen Hernández, explicara quién era y cómo era un gigante de la Iglesia del siglo XX Rafael Merry del Val y Zuleta. Porque puede ser que ni siquiera lo conozca, conociendo en cambio, perfectamente, aquel Pedro Almodovar que la Iglesia Católica Española, por cómo está reducida, merece totalmente, desde su primera hasta su última película anticatólica.

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Roma, 18 novembre 2021

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Aperto il processo di beatificazione della piccola eretica Carmen Hernandez. È già stato accertato il primo miracolo: la guarigione di un uomo affetto dalla patologia del micropene congenito

—  Attualità ecclesiale — 

APERTO IL PROCESSO DI BEATIFICAZIONE DELLA PICCOLA ERETICA CARMEN HERNANDEZ. È GIÀ STATO ACCERTATO IL PRIMO MIRACOLO: LA GUARIGIONE DI UN UOMO AFFETTO DALLA PATOLOGIA DEL MICROPENE CONGENITO 

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«Se hanno aperto il processo di beatificazione della prima Santa Eretica, allora possiamo aprire anche quello di Pietro Pacciani e dopo averlo canonizzato promuoverlo santo co-patrono degli innamorati assieme a San Valentino. Tanto, da quelli della Congregazione delle cause dei Santi, ormai non c’è niente di cui stupirsi».

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Sono venuto a conoscenza della apertura del processo di beatificazione di una piccola eretica del Novecento, Carmen Hernández Barrera (Ólvega, 24 novembre 1930 – Madrid, 19 luglio 2016), co-iniziatrice con Kiko Argüello del peggior movimento para-cattolico ed eterodosso della storia del Novecento: il Cammino Neocatecumenale. E dico “piccola” perché l’eresia è una cosa molto seria. Nel corso della storia della Chiesa, i grandi eretici sono stati delle personalità dotate di intelletto sopraffino e di rare doti filosofiche, teologiche e speculative. Carmen Hernández era invece una povera e tronfia ignorante che mescolava l’emotività pseudo-poetica a una disastrosa teologia fai-da-te, che in mezzo secolo ha prodotto danni immani in un esercito di soggetti altrettanto emotivi e fragili che si sono messi al seguito suo e del suo sodale Kiko Argüello. Pertanto, nel definirla eretica, come teologo dogmatico e storico del dogma mi corre l’obbligo, per dovere e onestà intellettuale, di chiedere anzitutto perdono a delle menti speculative eccelse tali furono quelle di grandi eretici del calibro di Ario e Pelagio.

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In occasione della commemorazione dei defunti, un conoscente che fa il becchino mi ha cercato con urgenza e tremore per chiedermi lumi. Era molto spaventato, il poverino, dopo avere udito ripetutamente rumori nel cimitero provenienti da due tombe all’interno delle quali riposano le mortali spoglie di due santi sacerdoti: il Servo di Dio Pier Carlo Landucci, presbitero romano, ed Enrico Zoffoli, presbitero romano dell’Ordine dei Passionisti. Due autentici santi, cosa di cui era a conoscenza anche il becchino, uomo timorato di Dio, che con grande sconcerto mi ha posto un quesito:

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«Si nun reposeno ‘n’pace n’a a’schiera de b’beati ‘sti du santi sacerdoti, chi mai ce potrebbe da riposà?».

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Mi sono recato di persona al cimitero e appena alle tombe mi sono avvicinato io, i rumori sono divenuti più forti ancora. Rassicuro il becchino:

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«Zi’ Remoletto, nun te devi da spaventà, me sa’ che ce vonno comunicà quarcosa, mo’ me metto a ‘ndagà e poi te fo sapè».

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Per scoprire e poi comprendere l’origine di questo fenomeno, è necessario pensare alla vita e alle opere di certe persone defunte. È infatti accaduto che Pier Carlo Landucci nel 1983, Enrico Zoffoli nel 1990, lanciarono un grave allarme sulle pericolose eresie del Cammino Neocatecumenale, denunciando e documentando anni e anni di catechesi formative grottescamente eterodosse tenute dai due iniziatori di questa congrega ai loro mega-catechisti. Analisi e denunce che i due santi sacerdoti e teologi fecero alle competenti Autorità Ecclesiastiche e che io conoscono molto bene, perché sono stato il terzo a tornare sull’argomento ad anni di distanza, raccogliendo l’eredità dei loro studi e ampliando l’analisi sul fenomeno neocatecumenale allo stato in cui si trovava un trentennio dopo. Anche per questo, in segno di indelebile gratitudine alla scienza teologica e al coraggio di questi due uomini di Dio, il mio libro La setta neocatecumenale l’ho dedicato alle loro venerabili memorie.

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Non seguo i vari bollettini della Santa Sede e relativi siti ufficiali o ufficiosi, perché per un po’ la commedia comica mi diverte con tutti i suoi nani, ballerini e ruffiani, ma a lungo andare mi stanca, infine mi irrita. Finché un amico vescovo mi lancia una provocazione:

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«Che ne pensi dell’apertura della fase diocesana del processo di beatificazione di Carmen Hernández, svoltasi con una cerimonia in pompa magna nella cattedrale di Madrid?».

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Prendo il tutto come una battuta di puro umorismo ecclesiastico, perché non poteva essere diversamente. Quindi convinto che stesse scherzando ribatto:

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«Vogliono fare beata la Santa del Cazzo? O forse vogliamo ignorare che la parola “cazzo” era quella che Carmen pronunciava come colloquiale intercalare persino durante le loro lunghe ed esotiche liturgie neokatekike?».

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L’amico vescovo ride, capendo che non avevo preso il tutto per vero e che pensavo si trattasse di una battuta satirica. Al che ribatte che sta parlando sul serio. Prontamente sbotto:

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«Se hanno aperto il processo di beatificazione della prima Santa Eretica, allora possiamo aprire anche quello di Pietro Pacciani e dopo averlo canonizzato promuoverlo santo co-patrono degli innamorati assieme a San Valentino. Tanto, da quelli della Congregazione delle cause dei Santi, ormai non c’è niente di cui stupirsi e possiamo aspettarci di tutto».

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L’amico vescovo mi invia due notizie ufficiali sulla cronaca dell’evento. Su Vatican News il giornalista Salvatore Cernuzio [vedere QUI, QUI] sfoggia tutta l’ignoranza tipica dei nostri avvilenti vaticanisti italiani, mostrando anzitutto di non sapere neppure distinguere una causa di beatificazione, attraverso la quale si giunge a proclamare un beato, da una causa di canonizzazione, attraverso la quale un beato, che come tale è già stato beatificato, viene invece proclamato santo. E nel luglio del 2021 questo ignorantissimo vaticanista annuncia l’apertura della «causa di canonizzazione»:

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«Questa sera sarà presentato all’Arcidiocesi di Madrid il Supplex Libellus, la richiesta di apertura della fase diocesana per la causa di canonizzazione, della quale sono attori i membri dell’équipe internazionale di questa realtà ecclesiale ramificata nei cinque continenti, ovvero Kiko Argüello, padre Mario Pezzi e Maria Ascension Romero. Al vescovo della diocesi in cui il candidato è morto, sarà consegnato un fascicolo che raccoglie scritti, documenti e testimonianze che attestano, appunto, quelle “virtù eroiche” necessarie a stabilirne la santità di vita» [vedere QUI].

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Dicendo che un vescovo non è obbligato ad aprire un processo di beatificazione, in quando non si tratta affatto di un atto dovuto, con questo si è detto tutto, a partire dal livello del vescovo in questione. In molti ci stiamo domandando ― e ce lo domandiamo “seriamente” si fa per dire ―, quali possano essere le “virtù eroiche” di una donna che ha fatto scempio della dottrina cattolica, della sacra liturgia e della storia della Chiesa, che assieme a Kiko Argüello ha dato vita a un movimento pseudo-cattolico che nel mio saggio critico definisco con queste parole precise e sino a oggi mai smentite da nessun richiamo delle competenti Autorità Ecclesiastiche:

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«Il Neocatecumenato è una comunità di matrice ebraico-protestante che ha di cattolico solo l’involucro esterno svuotato al proprio interno di quelli che sono gli elementi fondanti del Cattolicesimo» [cfr. pag. 100 della citata opera].

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Ai candidati alla beatificazione è richiesto un miracolo accertato, fatta eccezione per i martiri, perché la Chiesa considera il martirio già un miracolo in sé legato all’azione della grazia di Dio. Ebbene ho indagato ulteriormente e scoperto che la commissione scientifica incaricata dall’Arcidiocesi metropolitana di Madrid ha già sottoposto al vaglio dei più insigni clinici urologi e andrologi europei il miracolo che sarebbe avvenuto per intercessione di questa candidata alla beatificazione.

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Il miracolato si chiama Armando Bronca Segura, un giovane di Madrid dell’età di 25 anni. Il meglio della scienza clinica europea è stata unanime nel dichiarare che non c’è spiegazione scientifica al fatto. Il giovane soffriva di una patologia vissuta da molti uomini con sofferenza e umiliazione: l’ipoplasia peniena, nota anche come micropene congenito. La commissione scientifica ha spiegato che questa patologia comporta per l’uomo che ne è affetto un organo di normale morfologia e con sbocco del meato uretrale esterno in sede, ma che presenta alla nascita una lunghezza inferiore a 2,5 centimetri. Gli urologi attestano che considerate le deviazioni standard alla media si può dire di trovarsi in presenza di un micropene quando la lunghezza alla nascita è inferiore a 1,9 centimetri. Le cause di micropene sono attribuibili a un deficit di secrezione di androgeni durante il secondo e terzo trimestre di gravidanza.

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Dopo avere conosciuto alcuni mega-catechisti ed essere entrato depresso nel Cammino Neocatecumenale, appena Armando Bronca Segura fu scarnificato nella più profonda coscienza con quegli scrutini che da sempre nascondono vere e proprie forme di confessioni pubbliche, vuotò il sacco narrando il suo vissuto. Quindi l’insicurezza, la vergogna che provava negli spogliatoi maschili, il dolore sofferto quando fu soprannominato Pollicino da coetanei insensibili e irridenti. I mega-catechisti non indugiarono oltre a comandargli di rivolgersi alla pia intercessione di Carmen Hernández. E così, un mattino, destandosi, notò che tra le proprie gambe aveva … e tutti i vicini udirono le urla di una voce maschile che strepitava «milagro milagro!».

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Poche settimane dopo Armando Bronca Segura ha mandato tutto il Cammino Neocatecumenale a farsi benedire con i suoi mega-catechisti, cambiando completamente vita. Oggi lavora nel mondo del porno, dove è uno tra gli attori più pagati. Il suo primo film intitolato El semental de Vallecas, disponibile in versione italiana con il titolo Lo stallone di Vallecas, ha segnato uno strepitoso successo internazionale.

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Non è affatto irriverente indicare a futura memoria Carmen Hernández come La Santa del Cazzo, perché in questa espressione non c’è nulla di volgare, al contrario c’è tutto di vero, tutto di storico e di documentato. Tutt’oggi sono sani e vegeti numerosi testimoni oculari, ecclesiastici e laici di tutte le nazionalità, che durante numerosi contesti pubblici l’hanno udita intercalare: «… e cazzo … e cazzo!». Una volta, quella pia donna di Chiara Lubich, che era amabile e delicata come una bambola di porcellana, trovandosi con Luigi Giussani a un incontro al quale erano presenti tutti i fondatori e le fondatrici dei movimenti laicali in occasione del grande Giubileo del 2000, stava per svenire a terra, udendo a poca distanza da lei, la futura Santa Carmen Hernández, che tra una sigaretta e l’altra colloquiava intercalando «… e cazzo … e cazzo!».

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Se dunque questo nobile organo è un elemento che affiora usualmente sulle bocche delle candidate alla beatificazione, viene quanto meno da chiedersi … ma che cazzo fanno, coloro che lavorano all’interno della Santa Chiesa con le cause dei Santi? O forse, dinanzi all’apertura del processo di beatificazione di un soggetto a dir poco improponibile come Carmen Hernández, dobbiamo anche prenderli sul serio? No, purtroppo non ci resta che prenderli per il culo, non abbiamo altra idonea arma di difesa, se non la sapiente e caritatevole presa di culo verso chi pensa di poter trasformare la Santa Chiesa di Cristo in un grottesco e squallido teatrino del ridicolo, mutando la eroicità delle virtù, ossia la santità, in un premio conferito persino a eretici e a sguaiate cazzare spagnole.

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Tutto questo a perenne vergogna del Cardinale Carlos Osoro Sierra, al quale forse nessuno ha mai detto che il Collegio Spagnolo di Roma, promotore all’epoca di una causa aperta nel 1953 sotto gli auspici dell’Arcidiocesi di Madrid, sta facendo marcire in uno scantinato i documenti del processo di beatificazione del Cardinale Rafael Merry del Val, uno dei nostri grandi giganti del Novecento, figlio illustre del sangue di Spagna. Sempre ammesso che qualcuno, all’Arcivescovo metropolita di Madrid, che ad appena cinque anni di distanza dalla morte apre la buffonesca fase diocesana del processo di beatificazione di Carmen Hernández, abbia spiegato chi era e che cosa è stato per la Chiesa del Novecento un gigante come Rafael Merry del Val y Zuleta. Perché potrebbe anche non conoscerlo, pur conoscendo semmai, forse anche bene, quel Pedro Almodovar che la Chiesa Cattolica spagnola, per com’è ridotta, si merita tutta quanta, dal suo primo al suo ultimo film anti-cattolico.

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dall’Isola di Patmos,  18 novembre 2021

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Negare l’esistenza della donna significa negare l’esistenza stessa dell’uomo

 — gli specialisti ospiti de L’Isola di Patmos —

NEGARE L’ESISTENZA DELLA DONNA SIGNIFICA NEGARE L’ESISTENZA STESSA DELL’UOMO

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I motivi, spesso deputati alla sfrenata voglia egoistica di una forma malata di possesso da parte del maschio, non possono esistere, è più facile parlare di cause, che tra le altre sono di estrema decadenza antropologica e intellettuale di una società priva di qualsiasi forma di pietas e etica cristiana. Tale società è basata sul consumismo sfrenato, non in evoluzione, ma appare immobile e congelata nella sterilità dei valori e nell’accrescimento di una banale apparenza fisica […]

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Autore
Licia Oddo *

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donna coperta dal burqa

La comunità è una aggregazione di consociati che stabiliscono delle regole di convivenza per il quieto vivere. È noto come all’interno di essa, che sia di uomini o di animali, già ampiamente sperimentato a suo tempo, e più volte, anche con famigliole di topi, i ricercatori si sono accorti che con il passare del tempo questi ultimi, pur essendo animali, sviluppavano veri e propri sistemi di gerarchia: distinzione tra sesso e ruoli da ricoprire, con assoluta prevaricazione di un vero e proprio “Capo” su un altro. Deputate al ruolo della sola prolificazione e assistenza alimentare, sono le femmine manifestando comunque nel complesso vere e proprie abitudini umane. Anche per questo motivo, i topi, sono preziosi animali usati per gli esperimenti da laboratorio. E la gratitudine verso di loro è tanta e tale che nella città siberiana di Novosibìrsk è stato eretto il monumento commemorativo al topo da laboratorio.

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Presupposto della comunità umana, da millenni ― che evidentemente non differisce poi così tanto da quella di certe specie animali ―, è stata la formazione di scale gerarchiche con un proprio ruolo, per raggiungere, a differenza della classe animale, la formazione di una vera società, con sistemi di diritto e convivenza, seppur stratificata, si aggiunga, civile, che ha dato luogo alla cultura e al progresso, nello sviluppo della civitas, quindi nel rispetto dell’identità del soggetto in generale, di qualsiasi sesso, e che a tal proposito non è una res come intendeva la società romana, ovvero l’ultimo strato infimo della popolazione, ma che gode di uguali diritti e doveri senza distinzione alcuna.

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Se di ruoli, poi, si vuole discutere, la donna come genere ritenuto anche erroneamente più fragile e debole, in generale, nella società civile, è stata protagonista di un lungo e vastissimo percorso di vera e propria emancipazione, nonché riscatto etico e sociale, raggiungendo l’equiparazione in tutto o quasi all’uomo. Dalla conduzione del “focolaio domestico”, alla crescita della prole, alle mansioni lavorative, sino ad arrivare tutt’oggi alla copertura di ruoli politici internazionali di chiara levatura e di altissimo livello. La donna si è “imposta” con spirito di abnegazione e determinazione nella società civile. E qui, basterebbe solo ricordare per inciso che il primo presidente del Parlamento Europeo fu una grande figura femminile, Madama Simone Veil.

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Purtuttavia, l’epiteto di fragile, che è indice del sesso più debole, le è rimasto incollato addosso quasi come un tatuaggio, per ricordare all’uomo ― o magari in questo senso, meglio usare il termine maschio ― che può agire spavaldamente e sovente in suo danno con la massima prevaricazione, abusando e perpetrando violenze contro di essa.

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Se la società orientale, ben strutturata nelle leggi e nella cultura fondata sul culto islamico nell’attuazione più rigida e restrittiva della Sharia, confina la donna a una posizione di inferiorità, rispetto a quella occidentale, scaturendo nella minoranza etnica talebana che la priva di qualsiasi diritto soggettivo, e che ha ultimamente assunto il controllo di un intero Stato, l’Afghanistan, non si dimentichi che l’Oriente non è da meno, vuoi a seguito del fallimento della propria cultura, vuoi all’eccessiva libertà di movimento, compie efferati delitti di vero e proprio femminicidio, senza per questo obbedire a nessuna Autorità talebana, ma solo allo sconsiderato senso egoistico criminale di alcuni uomini.

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L’arte intesa come riflesso più immediato della società, come sempre è strumento di comunicazione per eccellenza e ci invita a scoprire ciò che l’interpretazione dei tempi ha trasmesso in merito a quanto testé scritto. Dalla comparsa passiva della presenza femminile sulle tele di maestri di varie epoche, sino a quella attiva di artiste che hanno saputo trasmettere il proprio messaggio anche identitario fortunoso o sventurato, tramite le opere di loro fattura. Amata, idolatrata come una venere detentrice di bellezza, come una dea dalla prosperosa fertilità procreatrice; dall’essenza spirituale a quella sensuale e ammaliatrice, dolcezza e tentazione, virtuosità e generosità, altruismo e solidarietà, protezione e apprensione (…) spinta e motore del mondo. Ricolme ne sono le Pinacoteche del soggetto femminile immortalato sulla tela o le Gliptoteche che la rappresentano come l’esponente più saggio o sensuale del Corteo Olimpico, successivamente tramandato al repertorio cristiano come la Vergine, Madre di Cristo, e come la figura più emblematica della santità o ancora come una nobildonna distinta o come semplice popolana umile e dignitosa.

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La storia dell’arte ci ha sempre raccontato l’universo femminile quale massima ispirazione per l’artista, sin dai tempi più remoti trasmettendoci l’interpretazione e il ruolo che la donna ha assunto attraverso i secoli. La funzione sociale dell’arte, oggi più che mai, non tradisce la sua missione divulgativa di realizzare opere di qualsivoglia tecnica puntualmente deputate a modalità di reportage iconografico piuttosto che testuale cronacistico a informare e siglare ciò che il mondo vive e respira.

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Quanti aggettivi potrebbero definire la donna che già non abbia fatto il repertorio di storia dell’arte di tutte le culture dai secoli ad oggi? Non sono di parte. Ma non posso fare a meno di considerare alcuni terrificanti aspetti del grave plagio e delitto che affligge la nostra società civile occidentale e orientale ancora nel millennio della velocità telematica, in cui tutto è alla velocità della luce come un crimine all’intera umanità?! Se infatti sono proprio i media a informarci dei disastri perpetrati in oriente a donne e bambini, nella esecuzione di una fanatica e rigida intolleranza e sottomissione a una fede, creata dalla cecità stessa dell’uomo, di una squallida inenarrabile, indescrivibile “comunità” che non ha sviluppato nessun criterio o regola, che possa apparire con l’appellativo di società, per non parlare dell’attribuito di civile, quale è quella talebana; può ancora insistere una comunità sulla terra che non considera la donna come semplicemente Essere? Figurarsi riconoscerle un ruolo!

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Nasconderla totalmente da un mantello e dal cosiddetto burqa a volere mortificarne il corpo e qualsiasi fattezza materiale ed espressiva di un volto, interamente oscurato, significa negarne infatti la sua stessa esistenza. Ma è altresì palese che negare l’esistenza della donna significa negare l’esistenza stessa dell’uomo. Questi individui si rendono conto nella loro utopica schizofrenia criminale che senza una donna nessun “essere” nefando come loro sarebbe mai venuto al mondo anche per esercitare un tale crimine? D’altro canto e parallelamente a questa sorta di genocidio aberrante, si consuma in occidente, anche se con effetto stillicidio, un perpetuo e altrettanto vergognoso crimine di negazione assoluta della sua esistenza mediante il  femminicidio con cadenza quasi mensile operato da quella che invece definiamo società civile. È la stessa società civile che consuma e abusa in modo altrettanto spietato l’efferatezza di questi crimini attraverso il mezzo dei media che li diffonde, mediante dei veri format con tanto di indagini e ricostruzioni, dando in pasto al pubblico un “cinema del terrore” con tanto di ospiti opinionisti che dicono “la loro” nell’accrescimento di uno spettacolo dell’orrore. 

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I motivi, spesso deputati alla sfrenata voglia egoistica di una forma malata di possesso da parte del maschio, non possono esistere, è più facile parlare di cause, che tra le altre sono di estrema decadenza antropologica e intellettuale di una società priva di qualsiasi forma di pietas e etica cristiana. Tale società è basata sul consumismo sfrenato, non in evoluzione, ma appare immobile e congelata nella sterilità dei valori e nell’accrescimento di una banale apparenza fisica, superficiale, così come gli stessi interpreti (artisti) del nostro tempo ci comunicano attraverso le loro opere, vanno a sostituire la Grande bellezza della natura, dell’anima e del cuore, ricordandoci che la società si avvia verso un completo e assoluto declino.

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Siracusa, 14 novembre 2021

 

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* Storico e critico d’arte. Già segnalatrice critica del Catalogo dell’arte moderna (C.A.M.) Editoriale Giorgio Mondadori – Cairo

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per l’approfondimento del tema rimando all’opera di Ariel S. Levi di Gualdo L’Aspirina dell’Islam moderato

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«In tutte le lacrime indugia una speranza» perché «il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno mai»

—  omiletica —

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

«IN TUTTE LE LACRIME INDUGIA UNA SPERANZA» PERCHÉ «IL CIELO E LA TERRA PASSERANNO, MA LE MIE PAROLE NON PASSERANNO MAI»

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Se non siamo più che cauti può sorgere una vera e propria forma di neomillenarismo, con un’attenzione eccessiva anche alla modalità della cosiddetta fine del mondo. Inutile a dirsi che cosa può accadere quando certi cattolici fai-da-te, con specializzazioni e dottorati teologici presi su Facebook, mescolano assieme il ritorno di Cristo alla fine dei tempi e soprattutto le più mal comprese e mal vissute devozioni mariane.

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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PDF  articolo formato stampa

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Meditazione sul Santo Vangelo della XXXIII Domenica del tempo ordinario

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Cari Lettori dell’Isola di Patmos,

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in questo ultimo periodo, le letture del Vangelo ci hanno richiamato all’attenzione, alla prudenza e alla vigilanza. Specie la vigilanza è tema vissuto a volte in modo eccessivo, a volte in modo minimale.

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Per quanto riguarda il modo eccessivo, esagerato ed esasperato vi ho già parlato del movimento statunitense dei preppers o survivalisti. Se non siamo più che cauti può sorgere una vera e propria forma di neomillenarismo, con un’attenzione eccessiva anche alla modalità della cosiddetta fine del mondo. Inutile a dirsi che cosa può accadere quando certi cattolici fai-da-te, con specializzazioni e dottorati teologici presi su Facebook, mescolano assieme il ritorno di Cristo alla fine dei tempi e soprattutto le più mal comprese e mal vissute devozioni mariane. Ma su questo abbiamo parlano in abbondanza, noi Padri de L’Isola di Patmos, nel nostro libro La Chiesa e il coronavirus, pubblicato dalle nostre edizioni nell’ottobre 2020.

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Per entrare in questo tema ci è d’aiuto la cinematografia. Basti infatti ricordare quando alla fine degli anni Novanta, nei cinema vennero proiettati film quali Armagedonn – Giudizio Finale e Deep Impact. In questi film si poteva quasi materialmente percepire una certa paura per la fine del millennio e del secolo ai tempi ormai imminente. Dopodiché, calato il sipario anche sulla notte del millennio, abbiamo dovuto attendere dodici anni, per vedere la fine del calendario Maya nel 2012, con film omonimo e altra colossale catastrofe e fine dei giochi per tutti noi. Insomma si desiderava a tutti costi voler capire come doveva finire il tempo presente. Un desiderio che seppur sano, si muoveva senza la fede, la speranza e la carità.

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Questo è il tema del Vangelo di questa XXXIII domenica del tempo ordinario. Con sfumature evidentemente diverse. L’inizio del vangelo è una proclamazione di giorni futuri che, ad un primo sguardo, sembrano funesti.

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«In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria» (Mc 13, 24-26)

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Insomma, uno scenario davvero terribile. Rimanere senza luce, con le stelle, la luna e il sole che sembrano devastare l’intero universo. Eppure questo è il senso della parusia. Un cambiamento radicale e definitivo dell’intera nostra persona e del rapporto con Dio. Nella parusia ci sarà infatti la nostra vocazione definitiva: smettere di guardare con la luce degli occhi, per guardare Gesù con la luce dell’amore e della carità. Con una luce a noi donata dallo Spirito Santo, la definita Lumen Gloriae. Saremo dunque radunati dagli angeli, per l’incontro più bello e ultimo. Ma niente paura! Infatti Gesù ci chiama a questo incontro. Per arrivare pronti a ricevere la luce della gloria è necessario fare un cammino di radicamento e di unione con Dio. Ciò è possibile se seguiamo il culmine dell’insegnamento di Gesù:

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«In verità vi dico: il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno» (Mc 13, 31)

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Quella di cielo e terra è una formula ebraica per indicare l’intero cosmo. Dunque l’intero cosmo passerà, avrà una fine, Ma i logoi, la Parola di Dio rimarrà in eterno. Gesù è infatti il Logos del Padre. Ogni singola cellula del nostro essere dipende dal sì eterno di Cristo verso di noi. Noi dipendiamo radicalmente da Dio. Questo è il senso primo e ultimo di rimanere nella parola di Dio.

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Se dunque ci impegniamo ad ascoltare continuamente la parola di Dio già da adesso attingeremo alla sua gloria, alla sua luce, alla grazia che saranno le nostre lampade per camminare e affrontare con serenità questi periodi bui. Ascoltare la parola di Dio, insieme ai Sacramenti, è alimento della carità e della speranza, è fare memoria che stiamo vivendo il tempo della fine ma con la gioia dell’inizio.

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Scriveva Simone De Beauvoir: «In tutte le lacrime indugia una speranza». Per questo chiediamo al Signore di vivere ogni giorno ancorati alla sua Parola, consapevoli che se vivremo anche dei momenti esistenziali di tristezza, riceveremo l’abbraccio trinitario di Colui che è unico e definitivo vincitore e Signore della Storia.

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«Gesù dolce, Gesù amore» (Santa Caterina da Siena)

Roma, 13 novembre 2021

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Il blog personale di

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VIDEO – In diretta da “Il salone letterario” de “Il Monito”. Francesco Mangiacapra e Padre Ariel S. Levi di Gualdo

— I video de L’Isola di Patmos —

VIDEO – IN DIRETTA DA IL SALONE LETTERARIO DE IL MONITO : FRANCESCO MANGIACAPRA E PADRE ARIEL S. LEVI DI GUALDO

Questa mattina alle ore 11.30, il direttore editoriale Rosa Criscuolo ha realizzato questa bella intervista di ampio respiro culturale e umano

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Autore:
Jorge Facio Lince
Presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos

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Dall’Isola di Patmos, 6 novembre 2021

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Prossime pubblicazioni in uscita:

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saggistica (mese di novembre/dicembre):

DAL PROZAN AL PROZAC, Ariel S. Levi di Gualdo — Ivano Liguori, Ofm. Capp.

IL SEGNO DI CAINO, Ivano Liguori, Ofm. Capp.

narrativa (mese di dicembre):

LE ULTIME LACRIME DI GIULIANO, Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

IL CAMMINO DELLE TRE CHIAVI, Ariel S. Levi di Gualdo 

 

 

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«Il golpe del politicamente corretto» un libro imperdibile di Francesco Mangiacapra che analizza anche i peli del re nudo politically correct

— negozio librario delle Edizioni L’Isola di Patmos —

«IL GOLPE DEL POLITICAMENTE CORRETTO» UN LIBRO IMPERDIBILE DI FRANCESCO MANGIACAPRA CHE ANALIZZA ANCHE I PELI DEL RE NUDO POLITICALLY CORRECT 

«Quando la democrazia viene corrosa dal cancro del politicamente corretto, essa si trasforma in dittatura delle minoranze, un regime antidemocratico il cui integralismo è costituito dal negazionismo della realtà oggettiva per privilegiare un fanatico senso estremo di rispetto verso tutti, nel quale, pur di non incappare in una potenziale offesa a discapito di determinate categorie di persone, si discrimina, si nega e si abiura la libertà di pensiero e di espressione delle maggioranze. 

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Autore:
Jorge Facio Lince
Presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos

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Un omosessuale che non si identifica nella potente lobby gay finisce ostracizzato e riceve il plauso di quel pubblico sovranista e cristiano da loro tanto aborrito: questo è quanto è accaduto all’ex gigolò Francesco Mangiacapra, noto per aver presentato al Vaticano un dossier su cinquanta preti gay suoi ex clienti.

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«Il gigolò e l’amico prete» è la prefazione scritta per il libro di Francesco Mangiacapra da Padre Ariel S. Levi di Gualdo, fondatore delle Edizioni L’Isola di Patmos. E già questo è un programma [cliccare qui per aprire il PDF con la quarta di copertina]

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La cappa di piombo del “politicamente corretto” grava su una società indifferente alle vere violenze, ma pronta a esporre alla Gogna, per una battuta o una satira innocua, chi osa opporsi al pensiero unico. Sprezzanti la libertà di pensiero, si è giunti a proporre una legge che punisca non tanto parole opere e omissioni ma i pensieri dei non allineati. In Il golpe del politicamente coretto Mangiacapra analizza alcuni temi significativi della civiltà moderna, spaziando dalle dinamiche relative alle politiche sull’immigrazione, alla disfunzione degli organismi canonici verso una grande fetta di popolazione per favorirne una minoritaria; analizza l’ipocrisia dilagante del “politicamente corretto” e la disinvoltura con la quale questa viene diffusa offuscando le menti meno attente che si auto-sviliscono, abbracciando filosofie di pensiero che spesso portano a limitare la facoltà di giudizio e di espressione di chi si lascia coinvolgere in questo vortice di finto perbenismo.

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«Quando la democrazia viene corrosa dal cancro del politicamente corretto» afferma Mangiacapra: «essa si trasforma in dittatura delle minoranze, un regime antidemocratico il cui integralismo è costituito dal negazionismo della realtà oggettiva per privilegiare un fanatico senso estremo di rispetto verso tutti, nel quale, pur di non incappare in una potenziale offesa a discapito di determinate categorie di persone, si discrimina, si nega e si abiura la libertà di pensiero e di espressione delle maggioranze. Una tirannia che pretende di delegittimare la società civile della facoltà di opinare su qualsivoglia gruppo minoritario sociale, politico o religioso perché essi sono diventati tutti inoppugnabilmente sacri e intoccabili».

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Il saggio di Mangiacapra ha il pregio, anzitutto, di non essere un prodotto dettato dalla emotività, ma piuttosto una ricerca a lungo ponderata e perciò ricca di articolate analisi oggettive. Ne emerge una critica illuminante a una élite — il cui modus operandi è ormai assurto a sistema — che esige di regolare tutto in funzione della presupposta superiore capacità dei suoi membri di leggere e interpretare le problematiche psico-fisiche etiche e sanitarie della società attuale e conseguentemente di applicare le soluzioni — a loro dire — evolute, più idonee ed efficaci nell’interesse di certe, particolari minoranze, di cui si presentano come filantropici benefattori. La mentalità sottesa alla regola finisce per instaurare la dittatura della piccola minoranza, favorendo “il più intollerante”, di fronte a una maggioranza disattenta, flessibile, subdolamente circuita e poi vessata. Agiscono secondo una strategia sociopolitica molto precisa e sofisticata mediante la quale il fanatismo ideologico di pochi – che spacciano una serie di dogmi laici per imperativi etici – introduce di fatto un totalitarismo strisciante nella testa delle persone riuscendo a obnubilare il buon senso e l’interesse collettivo della maggioranza. Sono riconosciuti come difensori del politically correct e per questa presunta benemerenza sono sostenuti da campagne pubblicitarie e pseudo-informative ben orchestrate dai mezzi di comunicazione attraverso giornali, riviste, programmi culturali, d’inchiesta e di approfondimento, serie tv, film, talk show dove alcuni loro esponenti sono ospiti fissi, molto attivi sui social e seguiti da schiere di followers.

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A una lettura superficiale si potrebbe concludere che Mangiacapra proponga una visione misantropica, misogina e razzista della vita, ma in realtà l’oggetto della critica non è l’individuo singolo o la singola tematica ma la strumentalizzazione che una determinata fascia politica e intellettuale fa circa le tematiche più controverse della nostra epoca: l’Autore non odia le donne ma contesta il femminismo becero, non odia gli animali, ma contesta l’animalismo esacerbato, non odia gli stranieri ma contesta le politiche sconsiderate sugli stranieri. Chiaro è lo scopo di condurre dei ragionamenti che hanno l’obiettivo di smontare la propaganda nazionalpopolare che una certa intellighenzia vuole propinarci attraverso i mezzi di comunicazione.

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Un saggio politicamente scorretto in un regime dove il diritto di critica si è trasformato in “un’inversione dell’onere della prova”, e il buonismo imposto per legge assurge a dottrina ufficiale del totalitarismo liberal-democratico. Tematiche per le quali, da anni, l’attivista gay per l’autodeterminazione sessuale e i diritti civili, viene censurato sui social network e ostracizzato proprio dalla lobby delle stesse associazioni LGBT.

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Infine sono lieto di informare tutti i nostri lettori che a partire dalla stampa di questa opera, i libri in vendita sono disponibili sia con la consueta copertina flessibile che con la copertina rigida, come di seguito indicato:

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Dall’Isola di Patmos, 4 novembre 2021

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Dal Pro-Zan al Pro-Zac. Noi cattolici siamo i veri liberali e il Senatore Tommaso Cerno una voce tacitata perché voleva una Legge equilibrata che avrebbe avuto l’appoggio anche della Chiesa Cattolica e dei cattolici italiani

— Attualità ecclesiale —

DAL PRO-ZAN AL PRO-ZAC. NOI CATTOLICI SIAMO I VERI LIBERALI E IL SENATORE TOMMASO CERNO UNA VOCE TACITATA PERCHÈ VOLEVA UNA LEGGE EQUILIBRATA CHE AVREBBE AVUTO L’APPOGGIO DELLA CHIESA CATTOLICA E DEI CATTOLICI ITALIANI

Bisogna prendere atto, alla prova provata dei fatti, che i veri liberali rispettosi delle regole democratiche siamo noi cattolici, non gli ideologi radicali dei movimenti LGBT che ti querelano a ogni minimo sospiro di dissenso, avendo soldi e appositi studi legali per applicare una vecchia e pericolosa logica tutta quanta fascista: «Punirne uno per educarne cento». Ma a questo gioco il Senato della Repubblica Italiana non c’è stato, specie oggi che i più violenti in assoluto rischiano di essere proprio i fascisti dell’antifascismo. Per questo è stato affossato il Disegno di Legge Zan.

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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Articolo inserito nella raccolta di questo saggio che potete ordinare cliccando sopra la copertina

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È morto un Amicone che mi induce a riflettere sull’indifferenza dei mezzi di comunicazione verso la vita e la morte, quando non sono pruriginoso spettacolo

—  Attualità ecclesiale —

È MORTO UN AMICONE CHE MI INDUCE A RIFLETTERE SULL’INDIFFERENZA DEI MEZZI DI COMUNICAZIONE VERSO LA VITA E LA MORTE, QUANDO NON SONO PRURIGINOSO SPETTACOLO

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«Siamo circondati da ignoranza, malafede, menzogna, e quel che è serio è che lo sanno e non vacillano. Proprio come doveva essere un funzionario nazista o comunista»

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PDF  articolo formato stampa

 

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Luigi Amicone (Milano, 4 ottobre 1956 – Monza, 19 ottobre 2021)

Giovedì 21 ottobre si sono svolti nella chiesa cattedrale di Monza i funerali di Luigi Amicone, morto ad appena 65 anni. Dinanzi a sé poteva avere altri vent’anni di vita da vivere, stando alle statistiche odierne sulla vita media dell’uomo italiano, che non sono pochi. La sua morte mi è stata annunciata di primo mattino, martedì 19, da un confratello della Diocesi di Milano, cresciuto nelle fila di Comunione e Liberazione, il Movimento fondato dal presbitero ambrosiano Luigi Giussani.

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Luigi non era un amico di vecchia data, ma un amico sincero col quale era un piacere dialogare. più volte ci siamo incontrati tra il 2019 e il 2021 a vari programmi televisivi sulle Reti Mediaset, una volta ci siamo anche accapigliati sul tema della Madonna di Medjugorje, nota come Gospa, sulla quale nutro da sempre profonde riserve. Poi, terminato il dibattito e chiuse le telecamere della diretta, lui mi disse:

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«Ariel, io ti stimo come un uomo di fede. E gli uomini di fede li riconosco, sono di necessità tosti come te, penso di poterlo dire perché sono stato allievo di Luigi Giussani, che non era affatto una mammoletta».

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Dopo avere ricevuto l’annuncio della sua morte, poco dopo mi sono rigirato tra le mani il telefono cellulare, ho aperto il whatsapp al contatto Luigi Amicone e per alcuni minuti ho ripercorso vari ricordi rimasti impressi nella memoria d’archivio:

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«Luigi, sei stato splendido al programma Titolo Quinto su Rai3, un caro saluto e un caro augurio» (23.03.2021)»

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«Grazie Ariel, mi viene quasi da chiedere a uno della tua intelligenza: fai giornalismo! Siamo circondati da ignoranza, malafede, menzogna, e quel che è serio è che lo sanno e non vacillano. Proprio come doveva essere un funzionario nazista o comunista» (23.03.2021)

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Ricordo poi, con affetto e divertimento, un colloquio avuto durante la scorsa estate, mentre Luigi si trovava nella sua casa di vacanza in Sardegna, nella zona di Sassari, io invece nell’altra isola, nella mia casa di vacanza nell’Ortigia di Siracusa. Commentando alcune pagine del mio libro E Satana si fece trino, nella parte in cui analizzo il problema della lobby gay ecclesiastica, mi disse:

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«Conoscendo l’ambiente, immagino che cosa ti hanno fatto in ritorsioni, dopo che hai scritto queste pagine».

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Proseguendo su quel delicato discorso proruppi dicendo che lo Stato della Città del Vaticano è il Paese con la più alta percentuale di popolazione gay del mondo. Lui rise e replicò:

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«Questa frase te la frego, alla prima occasione che mi si presenta me la rivendo subito».

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Presto detto, l’occasione si presentò pochi giorni dopo, quando in collegamento esterno dalla sua casa nei pressi di Sassari partecipò a un programma sulle Reti Mediaset, dove durante il suo intervento esordì dicendo:

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«Figuriamoci se noi cattolici possiamo stupirci del disegno di legge Zan, quando lo Stato della Città del Vaticano è il Paese con la più alta percentuale di popolazione gay del mondo».

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Lo chiamo divertito al telefono la mattina del giorno dopo, prima lo prendo in giro per com’era abbronzato, domandando se il sole della Sardegna se l’era preso tutto quanto lui, poi esordisco:

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«Ah, come sono felice di avere fatto l’eminenza grigia alle tue spalle!».

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Ribatte lui:

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«Ma non dire cazzate, “alle spalle”? Tu è una vita che le sputi in faccia a tutti, per questo non diventerai mai una Eminenza Reverendissima».

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Luigi mi ha indotto a riflettere, non tanto sulla morte, mistero sul quale sono abituato a meditare ogni giorno, consapevole che il mio cuore, come quello di chiunque, potrebbe cessare di battere da un momento all’altro, all’improvviso.  Sulla morte ci ho scritto anche un libro, trattando dei Novissimi in forma di narrativa, che a breve sarà dato alle stampe.

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Con la sua repentina scomparsa Luigi mi ha indotto a riflettere sul rapporto della società contemporanea verso la morte. È su questo che adesso intendo riflettere, incluso il rapporto, o meglio il non-rapporto o il rapporto-negato dei mezzi di comunicazione di massa con la morte, laddove la morte non è uno spettacolo attraverso il quale Gianluigi Nuzzi, efficiente becchino di Rete4, trasforma delitti e morti in spettacolo, in fiction che non stimola affatto a riflettere sull’uomo, o sulla violenza psicologica che porta certi soggetti sino ai più violenti delitti efferati, ma che stimola solo pruriti morbosi.

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Come professionista Luigi non è stato giornalista di un quotidiano locale che narra fatti e vicende di una cittadina di provincia, di quelli che alla morte sono solitamente ricordati nella loro località da colleghi e concittadini che hanno letto i loro articoli per anni. Luigi è stato un giornalista della stampa nazionale, fondatore di una delle principali riviste cattoliche italiane, il mensile Tempi. È stato, come ho narrato poco prima, un cosiddetto volto televisivo rappresentativo della cultura cattolica italiana, con posizioni accettabili o non accettabili all’interno dello stesso mondo cattolico, ma che ha dato grandi contributi in tanti anni di professione. Per questo è stato ospite per anni nei salotti di dibattito televisivo di tutti i principali programmi Mediaset e Rai, perché aveva opinioni da esprimere e le sapeva esprimere, condivisibili o meno che fossero dagli altri opinionisti presenti, perché è proprio su questo che si fonda il dibattito.

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Mi sarei aspettato, non dico in prima serata o in apertura, ma semmai alla fine dei vari programmi di approfondimento giornalistico o cosiddetti talk show, che uno solo di coloro che lo hanno chiamato e avuto spesso nei loro parterre come opinionista nel corso degli anni, prima della sigla finale dicesse: «Martedì è venuto a mancare il collega Luigi Amicone, la nostra Redazione si unisce in cordoglio ai suoi familiari». Un messaggio di questo genere avrebbe occupato uno spazio di circa 7 od 8 secondi a chiusura di un programma nel quale semmai, Giorgia Meloni o Matteo Salvini avevano fatto in prima serata un monologo di 30 minuti senza alcuna interruzione pubblicitaria, che vale solo ― in modo inderogabile ― quando parlano altri ospiti e opinionisti. Nessuno ha invece dedicato pochi secondi di ricordo a un collega tutt’altro che sconosciuto, in un mondo della comunicazione nel quale il cinismo e l’indifferenza regnano sovrani, dove ciò che viene presentato come sensibile interesse umano non è tale, ma qualche cosa di voluto e studiato sulla fredda base degli indici di ascolto. O qualcuno crede sul serio che a quello spumeggiante conduttore interessi davvero qualche cosa di povere e modeste persone che si ritrovano con le loro case occupate da lestofanti che nessuno riesce a cacciare e che non pagano affitti? E si noti: non è, questo mio, un processo alle intenzioni, che sarebbe peraltro una grave contraddizione in termini con la mia formazione teologica e con la mia pregressa e ormai lontana formazione giuridica. È semplicemente un fatto, basta solo conoscere le televisioni, le redazioni dei giornali e soprattutto chi al loro interno lavora.

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No, anime ingenue, certi temi non nascono dal desiderio di difesa dei diritti dei deboli, il tutto nasce solo da puri e freddi criteri dettati dagli indici di ascolto. Perché se quel blocco dedicato in quel talk show agli occupatori abusivi di case non alzasse gli ascolti della televisione commerciale, che si regge in modo tanto ovvio quanto legittimo su pubblicità e indici di ascolto, potete stare certi che questo premuroso paladino della giustizia e della difesa dei deboli non esiterebbe a mettersi a parlare della profondità del culo delle balene nella puntata successiva, qualora la colonoscopia baleniera facesse più ascolti.

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L’indifferente non può essere sensibile, non può amare la giustizia e la verità facendosi paladino dei deboli, perché a sostenere l’impianto mentale e sociale dell’indifferenza sono l’utilitarismo selvaggio o il narcisismo ipertrofico, che finiscono col rendere quello dell’informazione un mondo della deformazione e spesso della manipolazione, il tutto per fini politici, economici e di indirizzo subliminale sulle masse.

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Girando per i vari programmi televisivi ho conosciuto due persone che considero amici e che sono rispettivamente: uno, una trans, Vlady Guadagno, in arte Vladmir Luxuria, un altro è un omosessuale, equilibrato attivista LGBT e liberale a tutto tondo, si tratta del celebre e ottimo divulgatore scientifico Alessandro Cecchi Paone, che ha una visione della vita e dell’uomo diversa dalla mia, ad esempio per quanto riguarda l’aborto o l’eutanasia, ma che da subito ho stimato come uomo leale e sensibile che sa cos’è l’amicizia e il rispetto per gli amici, soprattutto per coloro che non la pensano come lui. Questo fa di Alessandro Cecchi Paone un autentico liberale, con il quale potrei parlare con serenità su tutto ciò che nel diverso sentire umano ci divide, ma al quale sono unito da qualche cosa che unisce anche gli uomini coi pensieri più diversi: il rispetto della libertà dell’altro, che per lui è il caposaldo del Liberalismo, per me è il suffisso stesso della creazione dell’uomo, creato da Dio libero e dotato di libero arbitrio.

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Solo adesso che le spoglie mortali di Luigi Amicone sono state restituite alla terra, comprendo quel suo messaggio che ho riportato all’inizio, non certo perché mi ha definito «intelligente», ma perché in quel messaggio definisce la situazione e lo stato in cui versa il mondo dell’informazione:

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«Grazie Ariel, mi viene quasi da chiedere a uno della tua intelligenza: fai giornalismo! Siamo circondati da ignoranza, malafede, menzogna, e quel che è serio è che lo sanno e non vacillano. Proprio come doveva essere un funzionario nazista o comunista» (23.03.2021)

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Riposa in pace nella grazia e nella misericordia di Dio, mi mancherai, mio caro Amicone.

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dall’Isola di Patmos,  21 ottobre 2021

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Il problema non è la ricchezza, ma l’uomo che anziché servirsi della ricchezza diviene schiavo della ricchezza

—  omiletica —

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

IL PROBLEMA NON È LA RICCHEZZA, MA L’UOMO CHE ANZICHÈ SERVIRSI DELLA RICCHEZZA DIVIENE SCHIAVO DELLA RICCHEZZA 

 

Il celebre pastore luterano Martin Luther King scriveva: «La vita è sacra. La proprietà è destinata a servire la vita, e per quanto noi la circondiamo di diritti e di rispetto, non ha una essenza personale: è parte della terra su cui l’uomo cammina: non è l’uomo».

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Meditazione sul Santo Vangelo della XXVIII Domenica del tempo ordinario

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Cari Fratelli e Sorelle,

“La prudenza”. Nella foto: Padre Gabriele Giordano M. Scardocci in prudente marcia sul Lungotevere con il monopattino”

in questa domenica attraverso le letture della Liturgia della Parola, il Signore ci vuole dare dei consigli su come vivere sempre più una vita di fede autentica, quella che non richiede una semplice professione del Credo, ma uno stile di vita che si impegni e si sforzi di vivere quello che si crede.

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Quando si imparano le pratiche di pronto soccorso, o quelle di protezione civile, vi sono principi teorici di guida e orientamento a scelte che devono poi essere attualizzate per compiere un’azione efficace di salvaguardia e difesa dei cittadini e dei malati. In questa XXVIII Domenica del tempo ordinario il Signore ci ricorda che il dono della Sapienza è necessario e indispensabile a essere discepoli, affinché tutti noi, per quanto limitati, fragili e peccatori, grazie a questo Dono tendiamo a imitare Gesù e la sua vita. Della Sapienza parla la prima lettura:

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«Pregai e mi fu elargita la prudenza, / implorai e venne in me lo spirito di sapienza / La preferii a scettri e a troni, / stimai un nulla la ricchezza al suo confronto».

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L’Autore del testo sacro ammette che preferisce la sapienza persino alle più grandi ricchezze, persino al potere regale. Proprio perché la sapienza permette di acquisire la chiave di comprensione dei tesori nascosti dei misteri divini. Realtà che se assimilate e fatte proprie, non sono teorie astratte o dottrine aride, ma cambiano lo sguardo sul mondo e su tutto ciò che accade. Questo spirito di Sapienza è dono dello Spirito Santo che permette di gustare e assimilare tutte le verità di fede che professiamo nel Credo. È un modo dunque vivido, esperienziale e autentico di vivere la fede, un quasi contatto concreto con i sacri misteri, che possiamo avere durante una preghiera profonda.

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Prendere un orientamento sapienziale sul mondo è ciò che ci aiuta a riconoscere anche il cammino che Dio ci dona. Nel Vangelo di oggi si narra di un giovane ricco che si presenta a Gesù con un “currriculum” invidiabile: seguiva i comandamenti a menadito fin dalla giovinezza. Probabilmente lo faceva con convinzione. Ma adesso manca il passaggio clou. Ed è lì che il giovane va in crisi. Gesù gli chiede di seguirlo dopo aver venduto tutti i suoi beni per ottenere un tesoro in cielo. A quel punto il giovane se ne va. In privato poi il Signore spiega agli apostoli:

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«Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio! […] Quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio».

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Gesù non condanna i ricchi in sé e per sé in quanto ricchi, ma in questo caso espone la difficoltà di proseguire in un cammino di santità se la ricchezza materiale è qualcosa radicato nell’uomo, quando la ricchezza tende a eliminare qualsiasi orizzonte spirituale e divino. O quando al tempo stesso, la ricchezza, concentra tutta l’attenzione umana sul guadagno, sul possesso smodato, facendo dimenticare che i beni materiali, come per esempio il denaro o le proprietà immobiliari, sono sì mezzi importantissimi, ma pur sempre mezzi che devono aiutarci a diventare veri discepoli di Gesù.

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Il Dono della Sapienza è l’unica vera ricchezza, perché insieme alla grazia ci prepara a valutare tutto ciò che possediamo alla luce della vita eterna; ci aiuta a distinguere l’effimero dall’eterno, donandoci uno sguardo libero, giusto, prudente e armonico. E con questa libertà possiamo diventare generosi nella carità verso il prossimo e prodighi solo nell’amore di Dio. Il celebre pastore luterano Martin Luther King scriveva:

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«La vita è sacra. La proprietà è destinata a servire la vita, e per quanto noi la circondiamo di diritti e di rispetto, non ha una essenza personale: è parte della terra su cui l’uomo cammina: non è l’uomo».

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Chiediamo al Signore di essere pronti alla sua chiamata a lasciare tutto il superfluo, lasciar cadere tutta la zavorra della nostra vita, per vivere una vita cattolica autentica e percorrere i sentieri eterni della santità.

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Così sia.

Roma, 10 ottobre 2021

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