Il sensus fidelium e quegli alabardieri cattolici custodi della vera fede che di fatto sono luterani e modernisti senza sapere di esserlo

— Attualità ecclesiale —

IL SENSUS FIDELIUM E QUEGLI ALABARDIERI CATTOLICI CUSTODI DELLA VERA FEDE CHE DI FATTO SONO LUTERANI E MODERNISTI SENZA NEPPURE SAPERE DI ESSERLO

Le teorie strampalate degli alabardieri cattolici giungono a conclusioni pratiche e pastorali terribili, ma soprattutto finiscono con l’essere, nei concreti fatti e nel loro approccio con la fede, dei perfetti luterani, senza rendersi conto di esserlo, inconsapevoli che molte delle loro ragioni critiche sono le stesse di Martin Lutero. Certi soggetti cadono nel luteranesimo per un verso, nel modernismo per altro verso, salvo sentirsi e credersi gli unici, soli e autentici custodi della vera fede e della autentica traditio catholica.

Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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leone da tastiera con l’hobby della teologia e della storia della Chiesa

Ultimamente sto leggendo diversi proclami teologici in giro per la rete. Un po’ è colpa mia, perché sono un frate cyber predicatore, dunque cyber teologo che naviga nella rete e si imbatte spesso in teorie teologiche alquanto strane. Tendenzialmente lascio correre, perché sono teorie divertenti e le leggo con la finalità di ridere un po’ dopo una giornata di attività di predicazione o di ricerca accademica.

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Di recente alcune teorie bislacche delle “legioni di incompresi unici portatori della vera fede cattolica, apostolica, romana” hanno suscitato dubbi anche nei fedeli laici più devoti ed equilibrati. Perciò ringrazio questi alabardieri unici detentori della fede cattolica, perché mi hanno fornito un assist per fare un breve ripasso di ecclesiologia e di fornire delle genuine riflessioni su un tema che forse è sfuggito un po’ di mano; proprio per questo si può proporre a chi magari lo vuole approfondire per la prima volta. Il tema in questione è il sensus fidelium.

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Con questa accezione latina, traducibile in “il senso dei fedeli”, si intende il sentire di tutti i fedeli, cioè loro fede soggettiva e dunque la loro reazione circa gli argomenti della fede proposta dai vescovi o dal papa o da un concilio che si esprimono nel Magistero. Ora, a detta degli alabardieri della autentica fede, io sarei un bugiardo e un ignorante su questo tema. Ma c’è di peggio: mentirei non sapendo di mentire. Così è stato necessario che questi super maestri, un bel giorno, si siano dovuti arrotolare le maniche, salire sulla cattedra dei loro personali blog, prendere il loro gesso virtuale e scrivere sulla lavagna della smart-saccenza per spiegarmi che il senso dei fedeli ha un ruolo pressoché genuino nella interpretazione del Magistero e del suo sviluppo. Questa considerazione è il fondamento per uno degli alabardieri per poter affermare che, in tutta questa genuinità, il suo sensus fidelium svolgeva quasi un ruolo decisivo fondamentale anche nella valutazione degli atti del magistero ordinario di Papa Francesco, tale che rifiutarli tutti insieme sarebbe ― udite, udite! ― un atto prudenziale, perché tutti quelli che obbediscono al Papa altro non farebbero che allinearsi su posizione anti-cattoliche.

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Queste frasi così scritte possono significare tutto e il contrario di tutto. Anche il richiamo al magistero del Concilio Vaticano II, più volte citato sia in questa occorrenza che in diversi scambi telematici, è così labile da sembrare inesistente. Insomma l’ambiguità di fondo dei teologi cibernetici alabardieri della vera fede consta propria nell’evitare di definire con precisione in cosa consista il sensus fidelium. Successivamente si riempie questo non-concetto di interpretazioni soggettive e, almeno per quello che leggo nella rete, cariche di un certo sentimento di sfida e di diffidenza nei confronti delle autorità ecclesiastiche quando esercitano il magistero autentico o ordinario. Dunque gli alabardieri catto-spaziali si avventurano in interpretazioni teologiche e liturgiche viziate da fallacie e pregiudizi di fondo, da dei veri e propri anti-dogmi. La teoria di base, insomma, sembra essere quella per la quale basta un gruppo di fedeli, anche cospicuo, che forti del loro essere a pieno titolo fedeli della Chiesa e di esercitare un corretto sensus fidelium, solo per questo siano in grado di offrire correttamente la giusta analisi dei documenti di Magistero, finanche a stabilire in forma definitiva e non più discutibile, quale documento del Romano Pontefice sia di Magistero ordinario, straordinario e autentico e quale no.

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I teologi dibattono su questi temi ancora oggi, cercando di comprendere la valenza di un certo documento papale e conciliare, ma, al netto di poche esasperazioni, difficilmente proclamerebbero le loro personali opinioni come assolutamente vere e autentiche, e a partire da queste proclamarsi i cattolici, apostolici, romani rispetto agli avversari che sarebbero degli incompetenti, degli eretici che non capiscono niente. Insomma, senza che gli alabardieri se ne accorgano neppure: siamo al sistema liberal democratico della repubblica parlamentare, con tanto di elezioni a maggioranza e di referendum propositivi e abrogativi. Manca solo la solenne formula: “Nella Chiesa la sovranità appartiene al Popolo che la concede in delega al Supremo Pastore e ai vescovi”.

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Aggiungo anche che chiaramente, nel mondo di oggi in cui la libertà è anteposta a qualsivoglia altro diritto, ognuno pensa e dice quello che vuole, scemenze e falsità comprese. Il diritto a dire e pensare stupidaggini in materia di fede cattolica è uno di quei diritti inalienabili approvati e anzi incoraggiati dalla cultura laicista e atea. Anche gli alabardieri, su questa linea liquida e laicista, dicono e pensano quello che vogliono. Mi permetto di domandargli: per caso, sui vostri siti, state organizzando la fiera e il concorso delle supercazzole e voi gareggiate per il primo posto? Questo solo per chiarire, perché volentieri ve lo lascerei senza alcun dubbio.

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Finita la fase di ironia introduttiva (che ho tratto dalla lettura dello splendido Adversos Hereses di Sant’Ireneo, neo-dottore della Chiesa), passo un po’ a chiarire ai fedeli devoti cattolici che si intende per sensus fidelium che anch’essi hanno e offrono alla Chiesa come servizio e cammino nella verità.

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Già San John Henry Newman aveva dedicato un saggio teologico su questo tema dal titolo «Sulla consultazione dei fedeli in materia di dottrina». Il santo e teologo inglese, attento studioso dei padri e della storia della Chiesa antica, mostra alcuni esempi eroici di gruppi fedeli che nel loro senso della fede hanno trasmesso e predicato la corretta fede; ciò specialmente nei primissimi secoli, questi fedeli, resistendo all’arianesimo, fino al martirio, si sono ribellati a vescovi e sacerdoti contrari alla dottrina nicena. Ed ecco già che gli alabardieri suddetti staranno lì a sfregarsi le mani, sghignazzare davanti allo schermo e a dire “Ah! Vedi che avevo ragione io?”.

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Ovviamente il senso dello studio di Newman – convertito al cattolicesimo nel 1843 – era quello di un teologo cattolico che voleva fornire una dignità alla coscienza e alla professione coerente dell’intero corpo dei fedeli, e quindi anche dei laici. Perché infatti scrivere un saggio di polemica verso la Chiesa Romana, se Newman da 16 anni era attento apologista e studioso delle fonti della fede, in un ambiente anglicano sempre pronto a criticarlo e speranzoso a vederlo tornare di nuovo anglicano per dar prova della assurdità del cattolicesimo romano?[1] E soprattutto perché mai offrire argomenti contrari all’autorità sacerdotale e al suo insegnamento in seno alla sede romana, se anche lo stesso Newman dopo la conversione era stato consacrato validamente sacerdote cattolico 12 anni prima di quel saggio? La risposta va evidentemente cercata nelle parole dello stesso autore, quando afferma: «Non c’è dubbio che in questo caso non si chiedevano loro consigli, opinioni e giudizi, ma si voleva soltanto accertare una situazione di fatto, si faceva cioè ricorso alle loro credenze come ad una testimonianza di quella tradizione apostolica sulla quale soltanto si può fondare qualunque definizione dottrinale»[2]. Quello che Newman poi sottolinea è che:

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«Dicendo questo, quindi, senza dubbio non sto negando che la maggior parte dei vescovi fossero ortodossi nel loro credo interno; né che ci fosse un certo numero di clero che stava accanto ai laici e agiva come loro centri e guide; né che i laici ricevessero effettivamente la loro fede, in prima istanza, dai vescovi e dal clero; né che alcune porzioni di laici fossero ignoranti e altre porzioni alla fine corrotte dai maestri ariani, che si impossessarono delle sedi e ordinarono un clero eretico; ma voglio ancora dire che in quel tempo di immensa confusione il dogma divino della divinità di nostro Signore fu proclamato, applicato, mantenuto e (umanamente parlando) conservato, molto più dalla Ecclesia docta che dalla Ecclesia docens; che il corpo dell’episcopato fu infedele al suo incarico, mentre il corpo dei laici fu fedele al suo battesimo; che il Papa, a volte, il patriarca, il metropolita e altre grandi sedi, a volte i concili generali, dissero ciò che non avrebbero dovuto dire, o fecero ciò che oscurò e compromise la verità rivelata; mentre, d’altra parte, era il popolo cristiano che, sotto la Provvidenza, era la forza ecclesiastica di Atanasio, Ilario, Eusebio di Vercelli e altri grandi confessori solitari, che senza di loro sarebbero falliti»[3].

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Immagino ancora gli alabardieri sfregarsi di nuovo le mani, sghignazzare più forte di prima “Ah! Ho ancora ragione io perciò adesso farò l’atto di fede di riempire i social e tutti i miei discorsi di improperi e risposte sgarbate contro quei pretacci del post-concilio!” Che dire: una persona che possa dirsi sufficientemente a conoscenza delle basi della storia della Chiesa sa benissimo che nel corso dei secoli ci sono stati anche pontefici, vescovi e cardinali che non sempre si sono comportati in odore di santità, anzi, non pochi hanno avuto condotte morali riprovevoli. A volte anche a livello di esercizio del loro ruolo di pastori non sono stati perfetti, o per dirla tutta: furono dei veri e propri disastri quanto a prendere decisioni concrete e, in alcuni casi, anche nelle modalità di comunicare alcuni importanti dogmi della nostra fede, cosa questa di cui il Sommo Pontefice Onorio I e la questione monotelita del 634 è stato un classico esempio.

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Tutti questi esempi in nessun modo possono essere addotti come prove di una certa superiorità del sensus fidelium rispetto al Magistero ordinario. Infatti, quelle che Newman cita e che io riprendo, sono scelte pastorali e condotte di vita assolutamente deprecabili; ma il teologo inglese riconosce che, al di là di queste azioni riprovevoli, i fedeli sono formati nella fede dalla stragrande maggioranza di preti, vescovi e papi che sono del tutto ortodossi alla corretta dottrina della duplice natura. Perché nella loro consacrazione i vescovi hanno ricevuto il carattere della pienezza del sacerdozio apostolico, quindi la grazia di stato che gli permette di esprimersi, in determinate condizioni, luoghi e tempi, come autentici e certi maestri della fede. L’imposizione delle mani che conferisce il sacro ordine non conferisce un’aura di santità e di preservazione da futuri peccati gravissimi, neanche fosse una sorta di scudo spaziale sacramentale che parasse qualsiasi tipo di imperfezione morale e spirituale. Dunque questi maestri della fede hanno al contempo bisogno di consultare i fedeli, perché clero e fedeli insieme concorrano allo sviluppo e alla conoscenza del dogma e della dottrina cattolica. Lo stesso Newman – in barba alle strumentalizzazioni che l’indomito alabardiere può ancora fare di lui – scrive esplicitamente:

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«Penso certamente che la Ecclesia docens sia più felice quando ha intorno a sé partigiani così entusiasti come quelli qui rappresentati, che quando taglia fuori i fedeli dallo studio delle sue divine dottrine e dalla simpatia delle sue divine contemplazioni, ed esige da loro una fides implicita nella sua parola, che nelle classi colte finirà nell’indifferenza, e nelle più povere nella superstizione».

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Ecco allora la cooperazione e collaborazione nella consultazione dei fedeli è il punto focale di tutto il saggio di Newman. Non esiste una Chiesa docens senza una chiesa docta: lo sviluppo della corretta fede dunque avviene sempre come cammino di unità ecclesiale, senza creare scismi, falsi dilemmi e chissà quali altre diavolerie, pur di farfugliare stupidaggini sul primato del senso comune contro il magistero “ereticoide” del Sommo Pontefice Francesco, del quale alcuni soggetti cerebralmente disconnessi giungono a sostenere invalida la sua stessa elezione al sacro soglio. Si perché gli alabardieri scrivono continuamente contro il magistero, stabilendo con argomenti fattuali e concreto che il sensus fidelium è superiore anche alle precisazioni offerte da esso. Cioè nella loro bislacca teoria mi sembra di poter evincere chiaramente che il sensus fidelium è una sorta di forza epistemologica che, legata alla grazia battesimale, può anche arrivare ad affermare autenticamente e in modo indiscutibile quale documento possa dirsi magistero autentico e debba perciò essere obbedito, e al contempo quale documento invece è pura opinione del papa o dei vescovi e che può essere disatteso se non anzi aggredita sui social.

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In tal modo, forse non accorgendosene, cadono nell’errore protestante del libero esame: solo che mentre i protestanti applicano questa teoria alla Sacra Scrittura, questi liberi difensori del cattolicesimo e della unica fede a colpi di alabarda spaziale, lo applicano alla Tradizione e ai testi di Magistero. Se queste sono tutte bufale in che modo, allora, i fedeli camminano con la Chiesa docente (che insegna le verità della fede) senza cadere negli estremismi sinora visti? Vediamo in sintesi proprio in che modo il Concilio Vaticano II definisce il senso dei fedeli. In particolare ne parla nella Lumen Gentium nella parte dedicata a Il senso della fede e i carismi nel popolo di Dio:

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«Il popolo santo di Dio partecipa pure dell’ufficio profetico di Cristo col diffondere dovunque la viva testimonianza di lui, soprattutto per mezzo di una vita di fede e di carità, e coll’offrire a Dio un sacrificio di lode, cioè frutto di labbra acclamanti al nome suo (cfr. Eb 13,15). La totalità dei fedeli, avendo l’unzione che viene dal Santo, (cfr. 1 Gv 2,20 e 27), non può sbagliarsi nel credere, e manifesta questa sua proprietà mediante il senso soprannaturale della fede di tutto il popolo, quando “dai vescovi fino agli ultimi fedeli laici” mostra l’universale suo consenso in cose di fede e di morale. E invero, per quel senso della fede, che è suscitato e sorretto dallo Spirito di verità, e sotto la guida del sacro magistero, il quale permette, se gli si obbedisce fedelmente, di ricevere non più una parola umana, ma veramente la parola di Dio (cfr. 1 Ts 2,13), il popolo di Dio aderisce indefettibilmente alla fede trasmessa ai santi una volta per tutte (cfr. Gdc 3), con retto giudizio penetra in essa più a fondo e più pienamente l’applica nella vita» (LG. N. 12).

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A partire da questo testo, vediamo bene di chiarire i grossolani errori di cui già detto in precedenza. Il primo errore commesso nella citata “teoria ecclesiologica” fu quello di distinguere i vescovi, i cardinali, il papa, insomma tutto il clero dai semplici fedeli laici. Errore che non fu commesso neanche da Newman come abbiamo visto. Insomma i fedeli laici non hanno un senso della fede diverso rispetto a quello del clero, che sarebbe più genuino o più vero, anche se il clero, nella sua totalità, ottemperasse continuamente ad azioni contrarie a morale cattolica. Ed ecco quindi come anticipavo, la bellezza della dottrina cattolica che quanto a ricezione della Verità dallo Spirito Santo pone sullo stesso livello l’intero corpo ecclesiale.

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Il secondo errore consta di opporre in contrasto Magistero e Senso dei Fedeli: ciò è fuori dalla logica e dalla teologia cattolica proprio per l’unica origine del dato rivelato: il Dio trinitario nelle sue missioni ad extra. Dio non offre la verità a pezzi, sbriciolandola a seconda delle persone, dei tempi e delle necessità, da cui ne conseguirebbe che Dio offre, al Santo Padre Francesco, tutta la verità cattolica circa la duplice natura di Cristo, mentre al signor Rossi della parrocchia di Tor Lupara insegna che Gesù è solo Dio o che è solo uomo, per cui il signor Rossi può opporre il suo personale senso della fede contro il Magistero del Papa. Il concilio insegna proprio che il senso dei fedeli viene dall’ascolto del sacro magistero, che offre una guida sulla Sacra Scrittura e sulla Tradizione. Perciò la dottrina cattolica quanto all’insegnamento autentico della fede e alla interpretazione dei testi biblici, proprio per il compito affidato da Gesù stesso agli apostoli e per il potere delle chiavi offerto a Pietro e ai suoi successori, pone i vescovi come primi maestri della fede, e non al pari livello dei fedeli laici. I quali ovviamente potranno rettamente formarsi, studiare libri di esegesi e teologia, ma mai potranno assumersi a interpreti definitivi e autentici di questi testi: non è il compito a loro assegnato da Dio.

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Qui infine c’è una considerazione pratica e quotidiana da proporre. La penetrazione di tutta la Chiesa ai divini misteri, come scrive il concilio, clero e fedeli laici che sono guidati dal Magistero, non ha nessuna valenza militare o al contrario solo organizzativa: seguire infatti il Magistero è ciò che serve per trasformare la Parola di Dio in parola vissuta. Per passare dalla fede professata alla fede vissuta e quindi dunque alla Carità operante.

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Seguire il Magistero perciò non consiste nell’atto di scimmiottare le parole altrui, come delle marionette o come dei pupi siciliani, ma ascoltare con devota riverenza e spirito critico filiale la parola di Gesù da incarnarsi nell’oggi per donare il volto di Cristo ai sofferenti e ai lontani. Per questo che ancora una volta un sensus fidelium che si ergesse a definitivo interprete di tutto, creerebbe una parcellizzazione e una frammentazione dello stesso dato di fede, generando altrettanta confusione e visione caotica della carità. Infatti, di nuovo il signor Rossi potrebbe credere che siccome Gesù ha la sola natura divina e non è realmente risorto perché Dio non può morire, allora farebbe bene ad agire di conseguenza e quindi smettere di credere alla resurrezione dei corpi. Di conseguenza, anche a smettere di curare il suo corpo e a farsi del male, perché tanto se crede che il corpo non risorge, il signor Rossi può anche mutilarsi.

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Questa visione caotica che al contempo non aiuterebbe ad attualizzare e a concretare nemmeno le opere di misericordia spirituali, tra le quali quella di consigliare i dubbiosi. Infatti se il Magistero non è più fonte autorevole di Verità, il signor Bianchi nel suo personale sensus fidelium potrebbe ritenere doveroso anche invitare il suo migliore amico ad attuare uno scisma e un allontanamento della Chiesa e allontanarsi da Gesù, di fronte ad un dubbio ad esempio sulla natura trinitaria o anche su una singola e quotidiana azione morale.

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Le teorie strampalate degli alabardieri cattolici – per i quali prego molto affinché si convertano e tornino presto alla piena adeguazione personale con la dottrina – giungono a conclusioni pratiche e pastorali terribili, ma soprattutto finiscono con l’essere, nei concreti fatti e nel loro approccio con la fede, dei perfetti luterani, senza rendersi conto di esserlo, inconsapevoli che molte delle loro ragioni critiche sono le stesse di Martin Lutero. Per questo ho voluto dedicargli un articolo, per provare a scongiurare una forma della “dittatura del relativismo” mascherata da espressione più genuina della fede cattolica, per evitare che certi soggetti cadano nel luteranesimo per un verso, nel modernismo per altro verso, salvo sentirsi e credersi gli unici, soli e autentici custodi della vera fede e della autentica traditio catholica.

Roma, 17 febbraio 2022

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[1] Lo scrivo in nota come se fosse detto sottovoce. Ora mi sorge un dubbio dopo queste considerazioni: davvero i pretoriani della fede conoscono la figura e il contesto storico di Newman? O lo confondono col più noto attore e interprete de Lo Spaccone? A me onestamente il dubbio rimane.

[2] John Henry Newman, On Consulting the Faithful in Matters of Doctrine., [Rambler, July 1859.], Edizione eEook, paragrafo 1.

[3] Paragrafo 3.

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Colazione di Catechismo con il Cappuccino – «Il Sacramento della Penitenza, la confessione» (Parte Prima)

— Video di Dottrina Cattolica —

Colazione di Catechismo con il Cappuccino

I. COLAZIONE DI CATECHISMO CON IL CAPPUCCINO – «IL SACRAMENTO DELLA PENITENZA, LA CONFESSIONE» (Parte Prima)

«Perché devo raccontare i miei peccati a un prete, che tra l’altro può essere una persona molto peggiore di me?». Domanda antica quanto il Sacramento della Penitenza, la confessione, sin da quando Cristo Dio disse «A chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi».

              Autore
   Ivano Liguori, Ofm. Capp..

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Offriamo la prima delle cinque catechesi tenute dal nostro redattore Padre Ivano Liguori, che a partire da oggi saranno pubblicate una alla settimana, per poi passare ad altri temi di dottrina e di fede. 

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«Perché devo raccontare i miei peccati a un prete che tra l’altro può essere una persona molto peggiore di me?». Domanda antica quanto il Sacramento della Penitenza, la confessione, sin da quando Cristo Dio disse «A chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi» [Gv 20,23]. Eppure è una domanda che continua a riproporsi attraverso il corso dei secoli.

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I social media possono essere uno strumento portentoso per lo svolgimento delle attività pastorali e per l’annuncio del Santo Vangelo, per incontrare, venire incontro e rispondere ai quesiti dei Christi Fideles e sostenerli nel loro cammino cristiano di ricerca o di ritorno alla fede. Tutto sta vedere cosa le persone cercano in questo oceano dove è possibile trovare di tutto e in tutti i sensi. Questa iniziativa de L’Isola di Patmos è una opportunità offerta a tutti coloro che voglio riprendere o approfondire i temi della fede partendo dagli elementi basilari del Catechismo e del Magistero della Chiesa.

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dall’Isola di Patmos, 12 febbraio 2022

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Il Sommo Pontefice da Fabio Fazio e il dilemma del giorno dopo: tra i due, chi era il Vecchio Professore e chi l’Angelo Azzurro?

— Attualità —

IL SOMMO PONTEFICE DA FABIO FAZIO E IL DILEMMA DEL GIORNO DOPO: TRA I DUE, CHI ERA IL VECCHIO PROFESSORE E CHI L’ANGELO AZZURRO?

Non voglio indugiare più di tanto sull’immagine dell’anziano professore del film L’Angelo Azzurro con la mitica Marlene Dietrich nel ruolo della ballerina Lola, lascio valutare a chiunque conosca un po’ il vecchio cinema e la trama di quel capolavoro di film drammatico, chi tra i due ieri sera era il Professore e chi l’Angelo Azzurro, io non so rispondere e non voglio neppure rispondere, anzi: non ci voglio nemmeno pensare …

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Due giorni fa ho pubblicato un articolo duro e severo per commentare l’annunciata partecipazione del Romano Pontefice a un talk show noto da sempre per essere una bandiera della peggiore Sinistra fricchettona e politicamente corretta: Che tempo che fa, condotto da Fabio Fazio, al quale da anni fa da spalla Luciana Littizzetto che ha irriso in ogni modo la Chiesa Cattolica, la dottrina, la morale e la pastorale dei Vescovi d’Italia. Questo è il contenitore ― e nessuno lo può negare ― nel quale il Sommo Pontefice ha deciso di mettere i propri contenuti. Applicando il principio giustificatorio che la persona risponde dei contenuti espressi e non certo del contenitore in cui li ha espressi, in tal caso io potrei pubblicare tranquillamente un articolo sul mistero dello Spirito Santo sulla rivista Playboy, senza che nessuno possa osare dirmi niente, perché risponderei solo di ciò che scrivo, a prescindere dai primi piani delle splendide fotomodelle nude che riempiono le pagine di quel mensile. Esattamente come il Romano Pontefice ospite a Che tempo che fa risponde dei propri contenuti, non certo di un contenitore che per anni ha sbeffeggiato la Chiesa Cattolica attraverso il braccio armato di Luciana Littizzetto, o no?

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Quella di Fabio Fazio non è la Sinistra delle rivendicazioni o delle lotte operaie, politiche e sindacali del vecchio, glorioso e anche compianto Partito Comunista Italiano, a cui tanto l’Italia deve sin dai tempi dell’Assemblea Costituente e di cui fu ultimo leader quel gran galantuomo di Enrico Berlinguer. Quella di Fabio Fazio è la Sinistra ― come ho spiegato e come torno a ribadire ― con i super-attici ai Parioli e le ville a Capalbio. Una sinistra che nulla ha da spartire con quelle che sono le istanze del Sommo Pontefice, o come severamente le ho definite: nevrosi ossessivo-compulsive su poveri e migranti. Infatti, per noi, i veri poveri che per divino mandato ricevuto dobbiamo assistere sono i poveri di Cristo, i veri migranti da accogliere o da recuperare sono i lontani dalla Chiesa, o gli emigrati dalla Chiesa. In caso contrario rischia di risuonare il severo monito di Cristo Dio: «Non fanno così anche i pagani?» [Mt 5, 47].

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A mio modesto parere la presenza del Sommo Pontefice è stata inopportuna, introdotta, come immaginavo, dai commenti di una corte di sinistri laicisti capeggiata da Roberto Saviano che, come un teatrino d’avanspettacolo prima dell’apertura del grande sipario, hanno tentato di legittimare ― riuscendoci agli occhi di molti, ahimè! ― il loro non-essere-cattolici, avversi da sempre a tutto ciò che è il cattolico sentire sul piano della dottrina, della fede e della morale. Quella che io chiamo strategia Gianluigi Nuzzi, col quale ebbi a dibattere a una diretta televisiva nel 2020, anche se comprese subito nello spazio di pochi secondi che con me non attaccava e, da persona intelligente qual è, tirò subito i remi in barca.

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Semplice quanto pericolosa e terrificante la scissione operata da queste persone tra Jorge Mario Bergoglio, la Chiesa e il Papato. Solo gli incapaci di intendere e volere, o coloro che non vogliono intendere e volere, possono stracciarsi le vesti dinanzi alle mie parole e non accorgersi in che modo questi sinistri soggetti presentino da anni Jorge Mario Bergoglio come un «grande rivoluzionario», un uomo «solo e incompreso», ma soprattutto «ostacolato». E da chi, sarebbe incompreso e ostacolato? Presto detto: dalla Chiesa, dalla cattivissima Curia Romana e da non meglio precisati conservatori che non vogliono il grande «cambiamento epocale rivoluzionario». Presto detto: attraverso questo gioco finisce per essere trasmesso alle masse, incluso l’esercito di cattolici semplici e fragili, un terribile messaggio subliminale: Bergoglio sì, Chiesa no, Bergoglio sì, Papato no … Ci manca solo la ciliegina sulla torta del pasticcere: Bergoglio sì, Cristo no.

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Esattamente la strategia Gianluigi Nuzzi che sulla Chiesa e le malefatte vere e presunte del clero scrive da oltre un decennio di tutto e di più. Dal 2013 lo fa però con una strategia che ha in sé del diabolico: scinde Jorge Mario Bergoglio dal suo sacro ufficio, lo stacca dalla Chiesa e dal clero di cui egli è supremo capo per divino mandato, lo muta in un non meglio precisato “rivoluzionario incompreso”, lo innalza come vittima e poi come tale lo difende da un sistema corrotto e corruttore, ossia la Chiesa di Cristo. Fatto questo si sente così legittimato a scaricare su di noi tutto il peggior fango del mondo. Come se Jorge Mario Bergoglio fosse null’altro che un semplice Jorge Mario Bergoglio, mentre per noi è il Successore del Beato Apostolo Pietro e il legittimo Vicario di Cristo sulla terra al quale il Verbo di Dio ha dato il potere delle chiavi [cf. Mt 13, 16-19]. E come tale tutti noi presbiteri e fedeli cattolici lo veneriamo e ubbidiamo, sempre. A prescindere da certi suoi limiti e difetti sui quali non si è tenuti a tacere, tanto più in nome del più bieco e cieco clericalismo che avrebbe persino la comica pretesa di criticare il clericalismo, come dire: può forse uno scassinatore criticare e condannare il furto con scasso?

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Può essere che i soloni della Santa Sede e i responsabili dei Media Vaticani non si siano mai accorti di questo gioco pericoloso? Sì, che se ne sono accorti, ma il problema è che il Sommo Pontefice ha rifiutato la vecchia, consolidata e tutto sommato funzionale macchina della Curia Romana, che con tutti i suoi pregi e difetti ha sempre adempiuto al suo delicato compito primario: proteggere la figura dell’Augusto Pontefice e la sua immagine pubblica. Purtroppo il problema è noto: il Santo Padre non ascolta nessuno e agisce di testa propria, dopo avere allontanato numerosi servitori fedeli e di valore per circondarsi di soggetti mediocri e di ruffiani compiacenti, con i risultati che oggi abbiamo sotto gli occhi.

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Vogliamo poi parlare delle sue palesi incoerenze? Anche il Beato Apostolo Pietro, scelto da Cristo Dio in persona, si manifestò incoerente e fragile, è scritto nei Santi Vangeli, nelle Lettere Apostoliche e negli Atti degli Apostoli. Dunque spiegatemi, o novelli clericali che in modo ridicolo vi stracciate le vesti sul clericalismo: delle limitatezze del Beato Apostolo Pietro si può parlare, predicare e scrivere, mentre su quelle dell’uomo Jorge Mario Bergoglio no? Interessante, davvero interessante questa nuova ecclesiologia autenticamente anticlericale … e mentre da anni, di discorso in discorso il Santo Padre si struggeva il cuore per i migranti, quel grande uomo di Dio e fedele servitore della Chiesa del Cardinale Carlo Caffarra moriva senza mai essere ricevuto. Non pago di questo, poco tempo dopo il Santo Padre lasciava fuori dalla porta come un cane randagio l’anziano ed eroico cardinale cinese Giuseppe Zen, giunto ultra ottantenne da Hong Kong, che per una settimana attese inutilmente di essere ricevuto. In compenso, però, riceveva quell’ateo fiero e impenitente di Eugenio Scalfari, fondatore e direttore del quotidiano La Repubblica, che sul Sommo Pontefice Giovanni Paolo II ha scritto per anni editoriali e articoli rasenti spesso la più bieca infamia anti-cattolica. Qualcuno intende forse negarlo, o peggio darmi dell’inopportuno per avere osato riportare dati di fatto storici tanto pubblici quanto documentati? Da quando nella Chiesa la verità è diventata inopportuna? O qualcuno intende forse darmi addosso dicendo che bisogna valutare la forma, o meglio valutare come la verità si dice? In tal caso rispondo subito in anticipo: leggete i Santi Vangeli, perché queste erano le ragioni degli antichi farisei.

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Il Santo Padre ha parlato del chiacchiericcio delle malelingue e del clericalismo. Peccato non abbia però spiegato che il Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica potrebbe essere tranquillamente chiuso e il suo grande stabile trasformato in un ostello per Rom, perché nella bella stagione da lui inaugurata la certezza del diritto, assieme a quella di un giudizio equo e imparziale, di una assoluzione o di una giusta condanna, nei concreti fatti non esistono più in questa Chiesa visibile ammantata di una non meglio precisata e identificata misericordia. Vi sono stati ecclesiastici estromessi dalla sera alla mattina dai loro uffici dopo avere servito fedelmente la Chiesa alcuni decenni all’interno della Curia Romana, senza mai conoscerne neppure il motivo. Alle loro legittime domande rimaste senza risposta si sono sentiti replicare: «L’ordine viene dall’alto, quindi è così e  basta!». Questioni di misericordia! Per non parlare poi dei numerosi procedimenti giudiziari canonici che sono stati chiusi con una perentoria telefonata giunta dalla Domus Sanctae Marthae perché l’indagato per gravissimi delitti era un amico degli amici del «cerchio magico» del Santo Padre, come ebbe a chiamarlo il Cardinale Gerhard Ludwig Müller, grande uomo e teologo e per questo defenestrato in modo indegno dalla Congregazione per la dottrina della fede. E a fronte di tutto questo e molto altro ancora, ci siamo dovuti sorbire persino il predicozzo sulle «malelingue» il «chiacchiericcio» e il «clericalismo» pronunciato dall’infelice pulpito del salotto di Fabio Fazio. Permettetemi dunque di dire che se ciò non fosse tragico sarebbe davvero comico.

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Tutto questo a chi giova? Non riesco proprio a trovare altri interrogativi che possano giustificare meglio la comparsata del Romano Pontefice al programma televisivo di ieri sera. Sicuramente ha giovato a quel talk show, al suo conduttore, a tutta quella pletora di intellettuali ideologizzati che amano la visibilità e che potranno finalmente annoverare il Santo Padre nel loro tiaso come un semplice primus Inter pares. Ma da semplice prete mi faccio una domanda: l’intervento di ieri sera gioverà ai fedeli cattolici, ai sacri pastori, ai sacerdoti, al popolo santo di Dio sempre più disorientato e bisognoso di certezze? Temo di no, perché a molti la serata di ieri sera ha lasciato un senso di vuoto che si concluderà con un interrogativo destinato a rimanere senza risposta: ce n’era proprio bisogno? No, non ce n’era certamente bisogno perché non abbiamo inteso cose diverse ― nella modalità e nella sostanza ― di quelle trite e ritrite pronunciate in modo ossessivo-compulsivo in nove anni di pontificato: migranti, migranti, ancora migranti, ecologismo, clericalismo, rigidità e misericordismo. Nulla che non si senta già abbondantemente a ogni benedizione Urbi et Orbi nei giorni di Natale o di Pasqua e che ha già stancato pure i più devoti cattolici papisti.

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Non poteva essere altrimenti, vista la linea editoriale del programma di Fabio Fazio che per bocca di Saviano investe il Sommo Pontefice del titolo di «ultimo socialista», cosa che farà sicuramente impazzire di gioia l’anima benedetta del Sommo Pontefice Leone XIII, di felice memoria, che nella parte prima della sua memorabile e profetica Enciclica Rerum novarum definì il Socialismo come «falso rimedio». Un Papa socialista che strappa un sorriso dicendo che da bambino voleva fare il macellaio e che davanti ai teleschermi non riesce ad argomentare un tema semplice di teodicea che tocca il mistero del dolore innocente e che ha in Cristo crocifisso il suo modello e nei Santi Innocenti martiri un cammino di santità reale che quotidianamente si ripete in milioni di aborti considerati come conquiste sociali dagli amici del fazioso Fazio, la cui frequentazione alla Comunità Nuovi Orizzonti dovrebbe perlomeno permettere qualche salutare crisi di coscienza, tra un Saviano e un altro. Mistero del dolore innocente e dei piccoli che il Santo Pontefice Giovanni Paolo II argomentò magistralmente nella sua Lettera Apostolica Salvifici doloris e che si lega inscindibilmente al misterium iniquitatis del peccato in cui il perdono non è certamente un «diritto» ― come ha affermato e ripetuto il Santo Padre facendo stramazzare a terra i teologi sotto lo schermo televisivo ― ma una grazia che Cristo ci ha offerto nel suo sangue e che a ogni confessione si rinnova.

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L’ospitata c’è stata, per qualche giorno ancora si parlerà di questo evento che poi cadrà nel dimenticatoio così come si è soliti fare il lunedì dopo una partita domenicale tra dilettanti. Tutto questo non lascerà nulla, non un desiderio di conversione, né una volontà di scoprire Cristo, neanche il desiderio di amare di più la Chiesa. Anzi i nostri nemici diranno più che mai «Bergoglio è dei nostri!», quindi prendiamo il Santo Padre e usiamolo come clava per bastonare la Chiesa di Cristo non rivoluzionaria, gli avversari politici e coloro che sposano le idee anti-sovraniste. Per questo sono preoccupato, più che per quello che non si è detto ieri sera e per quello che con abile senso manipolatorio si farà dire al Sommo Pontefice nei giorni a seguire di ciò che non ha mai detto.

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Dopo ieri sera il Papato è stato colpito e dissacrato, forse l’unico capo religioso ammantato di ineffabile dignità resta la Regina Elisabetta II d’Inghilterra, che come capo della Comunità Anglicana non si sognerebbe mai di andare da un Fazio qualunque a farsi intervistare, perché si sa: davanti al Re si aspetta di essere chiamati, si tiene la testa bassa e si risponde solo ed esclusivamente se lui ti rivolge parola e se ti pone delle domande. È il Re che interroga e che domanda, nessuno può interrogare e rivolgere domande al Re. Per questo dico che abbiamo assistito a un traumatico capovolgimento, a un terribile stravolgimento dei ruoli, uno dei quali, quello del Romano Pontefice, è un ruolo sacro per istituzione e mandato divino. E sinceramente non voglio indugiare più di tanto sull’immagine dell’Anziano Professore del film L’Angelo Azzurro con la mitica Marlene Dietrich nel ruolo della ballerina Lola, lascio valutare a chiunque conosca un po’ il vecchio cinema e la trama di quel capolavoro di film drammatico, chi tra i due ieri sera era il Professore e chi l’Angelo Azzurro, io non so rispondere e non voglio neppure rispondere, anzi: non ci voglio nemmeno pensare …

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dall’Isola di Patmos, 7 febbraio 2022

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Quando un tragico pontificato finisce in satira: il Romano Pontefice ospite al talk show della Sinistra fricchettona di Fabio Fazio che per anni ha preso per il culo la dottrina e la morale cattolica tramite il braccio armato di Luciana Littizzetto

— Attualità —

QUANDO UN TRAGICO PONTIFICATO FINISCE IN SATIRA: IL ROMANO PONTEFICE OSPITE AL TALK SHOW DELLA SINISTRA FRICCHETTONA DI FABIO FAZIO CHE PER ANNI HA PRESO PER IL CULO LA DOTTRINA E LA MORALE CATTOLICA TRAMITE IL BRACCIO ARMATO DI LUCIANA LITTIZZETTO

Come si può andare, o come si può essere presenti anche e solo con un collegamento esterno di pochi minuti non sappiamo infatti se sarà in studio o se sarà collegato in un salotto nel quale la velenosa Luciana Littizzetto tira da anni merda a palate sulla Chiesa Cattolica e sul clero, irridendo a ogni piè sospinto la dottrina, la morale cattolica e la pastorale dei Vescovi italiani?

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Mi rivolgerò al Santo Padre Francesco chiamandolo Jorge Mario Bergoglio per una logica tutta ecclesiologica che è bene spiegare. Nei miei scritti e discorsi, nelle mie omelie e conferenze mi sono rivolto sempre al Successore del Beato Apostolo Pietro chiamandolo: Sommo Pontefice, Romano Pontefice, oppure Santo Padre, perché tale al momento è Francesco I nella pienezza della sua legittima e indiscutibile autorità apostolica. E lo è per quella grazia di Dio, spesso intellegibile ai nostri occhi di cattolici che abbiamo vissuto molti momenti di questo pontificato come una autentica disgrazia. Occorreranno molti anni, forse decenni per riuscire a leggere e poi comprendere in che modo Dio ci ha colmato di grazia attraverso questo pontificato infelice e triste, specialmente oggi nei suoi ultimi e disperati colpi di coda. Spesso, nel corso della storia, la misericordia di Dio ha elargito le migliori grazie proprio attraverso delle disgrazie. Un esempio: dopo la grande pestilenza del 1348, indicata dagli storici come morte nera o grande peste nera, giunta in Europa dalla Cina ― tanto per cambiare! ― che sterminò metà della popolazione del nostro Continente, prese vita un secolo dopo la grande stagione del Rinascimento.

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Se quindi dico Jorge Mario Bergoglio è perché intendo operare una netta distinzione tra l’uomo e l’ufficio di Romano Pontefice, perfettamente consapevole che l’ufficio è conferito all’uomo e che nell’uomo che ne è rivestito sussiste la pienezza del ministero petrino. Cosa questa di cui noi presbiteri e teologi siamo consapevoli, ben sapendo che Simone figlio di Giona (cf. Mt 15, 17) cessò di essere tale per divenire Pietro, la pietra deposta sulla pietra angolare che è Cristo (cf. At 4, 11; Ef 2, 20) sulla quale il Verbo di Dio incarnato ha edificato la sua Chiesa (cf. Mt 16, 18-19).

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Se l’uomo Jorge Mario Bergoglio fosse anche uno tra i peggiori, o persino il peggiore pontefice dell’intera storia del Papato, tutti noi presbiteri e fedeli dobbiamo a lui devoto rispetto e filiale obbedienza, sempre e a prescindere. Degno o indegno che sia egli è il legittimo successore del Beato Apostolo Pietro, che ricevette il proprio mandato da Cristo in persona, trasferendolo a tutti i suoi Successori, di cui il Pontefice regnante è detentore in legittima linea di successione apostolica. Il Romano Pontefice, quando si esprime in materia di dottrina e di fede, gode di una speciale assistenza dello Spirito Santo al punto da pronunciarsi infallibilmente. Quando però agisce come uomo o come dottore privato può compiere azioni o lasciarsi andare a quelle espressioni inopportune, infelici e fuorvianti alle quali Jorge Mario Bergoglio ci ha ormai abituati da nove anni a questa parte. In tal caso è soggetto come tutti a critiche e rimproveri, perché né certi suoi ripetuti zibaldoni pronunciati in aereo ad alta quota né le sue infelici chiacchierate con Eugenio Scalfari possono essere per noi elementi di sommo magistero, tanto meno vincolante. Come infatti ebbe a dire a suo tempo il Santo vescovo e dottore della Chiesa Ambrogio di Milano:

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«Dite al Vescovo di Roma che dopo Gesù Cristo per noi viene lui, che noi lo veneriamo e rispettiamo, ma ditegli anche che la testa che Dio ci ha dato non intendiamo usarla soltanto per metterci un cappello sopra».

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Dopo questo chiarimento passiamo al cuore del problema: alla prova provata dei fatti il Pontefice regnante non ha mai cessato di essere Jorge Mario Bergoglio per diventare Pietro, ossia Francesco, come lui ha scelto di chiamarsi. Ostinato e imperterrito ha proseguito a essere Jorge Mario Bergoglio, un gesuita a monte mal formato sul piano teologico ed ecclesiologico tra la fine degli anni Sessanta e gli inizi degli anni Settanta, palesemente sprezzante la romanità e incapace di comprendere che essa è sinonimo di universalità cattolica, infine sbarcato a Roma con tutti i peggiori pregiudizi anti-romani fomentati dai tedeschi in quell’America Latina da loro usata come incubatrice di tutte le peggiori derive teologiche ed ecclesiologiche. E così, per la prima volta, ci siamo ritrovati sulla Cattedra di Pietro un uomo intriso di sprezzo verso Roma e la romana universalità cattolica. E chi questo lo nega, o mente, o vive fuori dalla realtà, o più semplicemente rifiuta la realtà pur di non fare i conti con l’orrido vero di leopardiana memoria.

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Anni fa spiegai che l’uomo Jorge Mario Bergoglio non poteva essere definito neppure un provinciale, bensì un quartierale. L’analisi è contenuta in un mio articolo del 2017 al quale vi rimando e in cui spiego che il «quartieralismo» ― termine inesistente sul vocabolario perché coniato da me ― «è peggio del provincialismo, perché il quartierale è una persona legata a livello psico-sociale al quartiere di un preciso contesto cittadino o metropolitano». E adesso provate a immaginare un quartierale seduto sulla cattedra dalla quale Pietro deve governare la Chiesa universale, non certo giocare all’eccentrico egocentrico in un quartiere di Buenos Aires.

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L’uomo Jorge Mario Bergoglio si è manifestato da subito ammalato di originalità, anche in modo parecchio grave. Il tutto rientra nel suo impianto caratteriale, perché così è da sempre, strutturalmente. Lui deve fare l’opposto o l’esatto contrario di ciò che hanno fatto tutti gli altri suoi Predecessori, sino a mostrare, forse in modo del tutto inconsapevole, di non avere neppure la percezione della dignità di cui è stato rivestito. Dignità che peraltro non gli appartiene, ma che gli è stata data solamente in comodato d’uso e della quale dovrà seriamente e gravemente rispondere a Dio secondo il terribile monito di Gesù Cristo:

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«A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più» (Lc 12, 48).

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Parlando per il peccatore che sono, quindi come persona soggetta a cadere e ricadere nel peccato, confesso pubblicamente, soprattutto a voi silenti Vescovi e Cardinali, che non vorrei essere al posto dell’uomo Jorge Mario Bergoglio, perché stando a quanto riportano le Sacre Scritture, da Cristo rischia di sentirsi dire: “Io non ti avevo affidato il potere delle chiavi del regno dei cieli affinché «tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli» (Mt 16, 19), perché tu trascinassi la mia Chiesa in un teatrino del ridicolo tra le risa dei giocolieri, dei nani e delle ballerine del circo equestre”. Neppure vorrei essere al posto dei silenti Vescovi e Cardinali, che dinanzi alla Santa Sposa di Cristo esposta alla vergogna del ridicolo, non trovano di meglio da fare che cimentarsi in quel peccato che tra di loro pare andare per la maggiore: il peccato di omissione, unito al distruttivo cinismo di coloro che con accidia restano in attesa che il vento cambi, senza dover muovere un dito, senza prendere alcuna iniziativa, senza assumersi una sola responsabilità, salvo saltare con scatto da atleti professionisti sul carretto del prossimo condottiero.

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Sono due giorni che sto ricevendo telefonate da confratelli sparsi per le diocesi di tutta Italia, sconvolti e smarriti dopo avere appreso la notizia che Sua Santità sarà ospite domenica sera a Che Tempo Fa il noto talk show condotto dal sinistrissimo Fabio Fazio, che incarna il più fazioso politicamente corretto della sinistra radical chic, quella dei fricchettoni con i super-attici ai Parioli e le ville a Capalbio, altro che i poveri, i migranti, le periferie esistenziali e i vari cavalli di battaglia dell’uomo Jorge Mario Bergoglio al quale questi sinistri plaudono da sempre a ogni picconata da lui inferta alla dignità e alla credibilità della Chiesa. E io che svolgo il ministero di confessore e di direttore spirituale principalmente con i sacerdoti, ho modo di tastare molto bene il polso del disagio, soprattutto della sofferenza, perché come più volte ho spiegato e come adesso torno a ripetere: in quella che Jorge Mario Bergoglio ha definito come «La Chiesa ospedale da campo», nel pronto soccorso ad accogliere i feriti ci siamo noi, non c’è lui, né i ruffiani impegnati ad adularlo nella sua corte dei miracoli fatta di poveri ideologici e di migranti onirici, frutto della sua nevrosi ossessivo-compulsiva. E sempre più di frequente, le croci rosse che arrivano a sirene spiegate nel reale pronto soccorso della nostra altrettanto reale Chiesa ospedale da campo, da sopra le barelle ci scaricano preti e fedeli a pezzi, dinanzi ai quali viene spesso da dire: e adesso, da che parte cominciare, per cucire i pezzi e chiudere le ferite?

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Come si può andare, o come si può essere presenti anche e solo con un collegamento esterno di pochi minuti ― non sappiamo infatti se sarà in studio o se sarà collegato ― in un salotto nel quale la velenosa Luciana Littizzetto tira da anni merda a palate sulla Chiesa Cattolica e sul clero, irridendo a ogni piè sospinto la dottrina, la morale cattolica e la pastorale dei Vescovi italiani? Come si può … come si può … questa la domanda a me rivolta in questi giorni da sacerdoti che mi hanno contattato da tutti Italia: come può il Sommo Pontefice cadere così in basso e quindi trascinarci tutti quanti in basso?

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A tutti questi confratelli ho risposto in vario modo, per esempio esprimendo che come presbiteri eravamo pronti, all’occorrenza, anche alle persecuzioni anti-cattoliche, anche a morire martiri per la fede, perché il nostro sacro ministero può comportare anche queste possibilità, a loro modo impresse nel nostro stesso DNA di preti. Certo, nessuno di noi era preparato a morire nel ridicolo, grazie a un Sommo Pontefice che ha deciso di mettersi a fare il giullare alla sinistra corte di Fabio Fazio e Luciana Littizzetto.

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Di calo in calo di popolarità nel quale da tempo è sprofondato questo pontificato, amato da tutto ciò che non è cattolico ma sofferto a lacrime di sangue da devoti sacerdoti e fedeli, che cosa ci riserverà in futuro l’originale ed eccentrico quartierale Jorge Mario Bergoglio? Dall’ottico a comprarsi gli occhiali c’è già stato, al negozio di articoli musicali per comprarsi un disco c’è andato di recente. Inutile a dirsi, anche se è bene ripeterlo: il tutto con tanta e tale casuale spontaneità al punto da essere seguito dal fotografo personale e atteso sul posto da altrettanti fotografi. E domani, che cosa farà, per far salire l’auditel? Si farà riprendere dalle televisioni internazionali mentre spazza con la ramazza il sagrato della Papale Arcibasilica di San Pietro, o mentre lava i piatti nella cucina della Domus Sanctae Marthae cantando «Una mattina, mi son svegliato, o bella ciao, bella ciao …»? Oppure chissà, dopo il dottrinalmente confuso ed eterodosso Vescovo Tonino Bello, farà proclamare anche le eroiche virtù super vitavirtutibus et fama sanctitatis di Ernesto Guevara detto el Che? Perché da Jorge Mario Bergoglio, qualora non lo aveste capito, o miei Eccellenti Vescovi ed Eminenti Signori Cardinali, al presente c’è da aspettarsi di tutto, specie a 85 anni d’età. Forse per la prima volta, nella storia della Chiesa, abbiamo un Sommo Pontefice equiparabile in tutto e per tutto a una mina vagante imprevedibile e incontrollabile.

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In questo mio articolo ho fatto quel doloroso lavoro sporco che non hanno il coraggio di fare certi membri della Curia Romana e dell’episcopato italiano, data la drammatica e serpeggiante carenza di virili attributi. Certo, lo sappiamo perfettamente che nel corso della storia abbiamo avuto Sommi Pontefici martiri, Sommi Pontefici santi, Sommi Pontefici politicanti, Sommi Pontefici simoniaci, Sommi Pontefici libertini, Sommi Pontefici teologi, Sommi Pontefici che conoscevano poco e male la dottrina cattolica … ne abbiamo avuti di ogni genere e di ogni sorta, ma tutti quanti legittimi successori del Beato Apostolo Pietro, sino a Francesco I incluso. Nella bimillenaria raccolta mancava solo il Sommo Pontefice giullare alla corte della sinistra politicamente corretta di Fabio Fazio e Luciana Littizzetto. Adesso avremo anche quello, mentre ci sono di amara consolazione le parole del Venerabile Vescovo Fulton Sheen:

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«Quando Dio vuole castigare l’umanità non dona il Papa di cui ha bisogno, ma lascia alla Chiesa il Papa che si merita» (cf. The priest is not his own, 1963).

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Concludo chiarendo che San Bernardo di Chiaravalle e Santa Caterina da Siena avrebbero usato toni molto più severi dei miei. Certo, qualche clericale velenoso potrebbe replicare che loro erano dei Santi dottori della Chiesa, mentre io no. È vero, ma in tal caso sarebbe bene ricordare che quando San Bernardo scriveva a Eugenio III queste parole:

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«Puoi mostrarmene uno soltanto che abbia salutato la tua elezione senza aver ricevuto denaro o senza la speranza di riceverne? E quanto più si sono professati tuoi servitori, tanto più vogliono spadroneggiare all’interno della Chiesa» (Trattato buono per ogni Papa, redatto per Eugenio III, al secolo Bernardo de’ Paganelli)

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o quando Santa Caterina da Siena, al Sommo Pontefice Gregorio XI che la invitò a visitarlo in Francia rispose scrivendo di non avere bisogno di visitare la Corte Papale di Avignone, perché la sua puzza aveva ormai raggiunto anche la sua città, ebbene: né l’uno né l’altra erano stati ancora proclamati Santi, meno che mai dottori della Chiesa. E con questo ho detto tutto, a certi velenosi clericali suscettibili pronti a cercare la pagliuzza nell’occhio mio pur di non vedere la trave che Jorge Mario Bergoglio porta conficcata nell’occhio proprio (cf. Lc 6, 41), a rischio, temo sempre più serio, della salute eterna della sua anima:

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«A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più» (Lc 12, 48).

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dall’Isola di Patmos, 4 febbraio 2022

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La delicatezza dell’antico scorpione: un lodevole commento ironico de L’Osservatore Romano sul Festival di Sanremo

— Attualità —

LA DELICATEZZA DELL’ANTICO SCORPIONE: UN LODEVOLE COMMENTO IRONICO DE L’OSSERVATORE ROMANO SUL FESTIVAL DI SANREMO

Un ironico insegnamento sulla trasgressione offerto dall’organo ufficiale della Santa Sede a dei piccoli principianti che tentano senza esito di trasgredire …

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Autore
Redazione de L’Isola di Patmos

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Fonte: L’Osservatore Romano

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Una nota precisa e decisa del Vescovo di San Remo-Ventimiglia sul Festival della Canzone ridotto ormai a una manifestazione porcina

— Attualità —

UNA NOTA PRECISA E DECISA DEL VESCOVO DI VENTIMIGLIA-SAN REMO SUL FESTIVAL DELLA CANZONE RIDOTTO ORMAI A UN EVENTO PORCINO

«La penosa esibizione del primo cantante ancora una volta ha deriso e profanato i segni sacri della fede cattolica evocando il gesto del Battesimo in un contesto insulso e dissacrante».

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Autore
Redazione de
L’Isola di Patmos

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S.E. Mons. Antonio Suetta, Vescovo di Ventimiglia-San Remo

S.E. Mons. Antonio Suetta interviene oggi sul Festival della Canzone ridotto ormai a un evento porcino. Ci limitiamo a introdurre il testo del Vescovo di Ventimiglia – San Remo con un quesito: se un comico avesse fatto una satira sul mondo LGBT, cosa sarebbe accaduto dal giorno successivo a seguire? Perché questi pseudo-artisti non fanno delle provocazioni, per esempio sul fondatore dell’Islam Maometto rappresentato in pose ambigue con un cammello? Sarebbe esilarante, come esilaranti sarebbero i colpi di Kalashnikov che la sera dopo colpirebbero con una mira perfetta il Teatro Ariston …        .

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Una triste apertura del Festival della Canzone Italiana 2022 ha purtroppo confermato la brutta piega, che, ormai da tempo, ha preso questo evento canoro e, in generale, il mondo dello spettacolo, servizio pubblico compreso.

La penosa esibizione del primo cantante ancora una volta ha deriso e profanato i segni sacri della fede cattolica evocando il gesto del Battesimo in un contesto insulso e dissacrante.

Il brano presentato, già nel titolo – Domenica – e nel contesto di un coro gospel, alludeva al giorno del Signore, celebrato dai cristiani come giorno della fede e della risurrezione, collocandolo in un ambiente di parole, di atteggiamento e di gesti, non soltanto offensivi per la religione, ma prima ancora per la dignità dell’uomo.

Non stupisce peraltro che la drammatica povertà artistica ricorra costantemente a mezzi di fortuna per far parlare del personaggio e della manifestazione nel suo complesso.

Indeciso se intervenire o meno, dapprima ho pensato che fosse conveniente non dare ulteriore evidenza a tanto indecoroso scempio, ma poi ho ritenuto che sia più necessario dare voce a tante persone credenti, umili e buone, offese nei valori più cari per protestare contro attacchi continui e ignobili alla fede; ho ritenuto doveroso denunciare ancora una volta come il servizio pubblico non possa e non debba permettere situazioni del genere, sperando ancora che, a livello istituzionale, qualcuno intervenga; ho ritenuto affermare con chiarezza che non ci si può dichiarare cattolici credenti e poi avallare ed organizzare simili esibizioni; ho ritenuto infine che sia importante e urgente arginare la grave deriva educativa che minaccia soprattutto i più giovani con l’ostentazione di modelli inadeguati.

Sono consapevole che la mia contestazione troverà scarsa eco nel mondo mediatico dominato dal pensiero unico, ma sono ancora più certo che raggiungerà cuori puliti e coraggiosi, capaci di reagire nella quotidianità della vita ad aggressioni così dilaganti e velenose. Soprattutto sono convinto di dover compiere il mio dovere di pastore affinché il popolo cristiano, affidato anche alla mia cura, non patisca scandalo da un silenzio interpretato come indifferenza o, peggio ancora, acquiescenza.

Vero è, come dice il proverbio, che raglio d’asino non sale al cielo, ma stimo opportuno sollecitare le coscienze ad una seria riflessione e i credenti al dovere della riparazione nella preghiera, nella buona testimonianza della vita e nella coraggiosa denuncia.

Sanremo, 2 febbraio 2022

    Antonio Suetta

Vescovo di Ventimiglia – San Remo

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Riflessioni sulla elezione del Presidente della Repubblica Italiana: dopo alcuni giorni di penoso teatro, alla fine hanno prevalso il rispetto e la responsabilità

Scuola, società, politica

RIFLESSIONI SULLA ELEZIONE DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ITALIANA: DOPO ALCUNI GIORNI DI PENOSO TEATRO, ALLA FINE HANNO PREVALSO IL RISPETTO E LA RESPONSABILITÀ

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So che saprete fare un’attenta analisi dell’accaduto e da essa ripartirete per cercare di ricucire quel rapporto con gli italiani che, dopo il teatrino di questi giorni, fanno fatica a riconoscersi in voi. Sappiate ripartire da qui e sappiate ritrovare in voi le ragioni del vostro impegno. Se non sarete in grado di ritrovarle, tornate a casa, perché gli italiani meritano il meglio. Meritano l’onestà.

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Autore
Anna Monia Alfieri, I.M.

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Il Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella

Al termine di una settimana davvero impressionante per ciascuno di noi, durante la quale anche chi ha “la testa sulle spalle” si è sentito smarrito, penso a voi giovani in modo particolare. Forse anche voi siete disorientati, dispiaciuti, e pensate che, in fondo, serve a ben poco impegnarsi per la cosa pubblica. Io stessa ho vissuto un senso di profondo disorientamento, ma le parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella di ieri sera, così essenziali, lineari, senza alcuna rivendicazione, hanno comunicato una sensazione di armonia e di pace e forse ci hanno aiutati a recuperare certi elementi fondamentali.

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La reazione collettiva è stata positiva, cosi quella dell’Europa; non sono mancate le esultanze da cartellino giallo di alcuni politici che hanno cercato di ascriversi il successo e la salvezza del Paese, come non sono mancati i costituzionalisti improvvisati, ahimè! La non-conoscenza issata a sistema è intollerabile e nessuno pensi che i cittadini sono distratti, o che sono spettatori da prendere in giro, tanto dimenticano.

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Per riannodare i fili di una settimana delirante partiamo dalle parole del Presidente della Repubblica: «Rispetto» per le Istituzioni, «Responsabilità» per il Paese e i cittadini che avrà certamente percepito sconcertati e forse anche impressionati. Queste erano già state parole chiave nel modo di procedere del Presidente. Andiamo allora per ordine:

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  1. nel 2018 la difficoltà di comporre un Governo, non avendo vinto nessun partito in modo significativo le elezioni, gli era costata l’accusa di impeachment. Anche allora “rispetto” per le Istituzioni e senso di “responsabilità” verso i cittadini salvarono la situazione dal disastro. Viene varato prima il governo giallo verde poi giallo rosso;
  2. nel 2020 il covid come un cigno nero, mentre trascina il Paese in un baratro, rende evidente che occorre una Guida competente, credibile e coraggiosa. Sono ancora il «rispetto» e le «responsabilità» per le Istituzioni a tenere salda la democrazia e la credibilità all’esterno. Si arriva cosi ad un Governo di Unità Nazionale alla guida del Premier Draghi;
  3. nel 2021 si ha la riprova, con la bocciatura del Disegno di legge Zan in Parlamento, di quanto mancassero le due parole chiave, avendo lo stesso autore dichiarato nei giorni a seguire che quegli articoli così controversi potevano anche essere stralciati. Tempo perso e dichiarazione di incompetenza.

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In questi tre avvenimenti-simbolo si intravede quanto il rispetto e la responsabilità verso i cittadini siano fondamentali. Diversamente, ognuno di loro dovrebbe dire: «Io non ci sto», alla Scalfaro-maniera.

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una prima lezione ai sensi del diritto Italiano: il Presidente della Repubblica e le più alte cariche dello Stato nel diritto italiano sono figure che, nel momento in cui si instaurano, per il loro alto incarico, sono in una posizione al di sopra delle parti politiche. Invece, cosa è successo? Ecco, in sintesi l’accaduto:

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  1. Una parte, giovedì 27, accusa l’altra di comportarsi come bambini, ricorrendo all’astensione, tranne poi, per senso di rispetto verso le Istituzioni, fare altrettanto venerdì 28. Ma in che senso astensione per senso delle Istituzioni?
  2. E poi il circo del tocca a me e del tocca a te proporre i nomi. Ma scherziamo?

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Davanti a tutto questo è lecito pensare che non c’è nessuna frattura all’interno delle coalizioni, o presunte tali, nemmeno fra le parti avverse: c’era semplicemente il bisogno di conservare lo stipendio per altri sette mesi. Così, per dare una parvenza di credibilità, era necessario dimostrare che ci si stava provando, naturalmente a favor di telecamera, per parlare ai propri elettori. Pertanto, arrivando sino all’ottava seduta ― rigorosamente divenuta doppia il venerdì ― di modo che la domenica liberi tutti, l’allarme fosse chiaro: il Paese non tiene, siamo in tempi di crisi, il Presidente Mattarella non potrà sottrarsi, perché lui sì che ha rispetto e senso di responsabilità istituzionale. Infatti ecco che, con un enorme sacrificio, anche sotto il profilo umano e personale, il Presidente non si è tirato indietro e, ancora una volta, antepone il dovere a tutto.

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Nel discorso queste due parole sono davvero la chiave di lettura di questa farsa messa in piedi. E ora che si fa? Si va avanti, non potendo non ringraziare il Presidente Sergio Mattarella per aver nuovamente salvato il Paese dall’irresponsabilità, il Premier Draghi che ha dimostrato di essere un nonno al servizio del Paese. Due figure di alto calibro che però impongono alla classe politica una inversione a “U”.

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Detto questo vorrei congedarmi con una nota positiva e un insegnamento che mi dà tanto conforto. Nei momenti più drammatici della vita, occorre guardare al positivo che sempre si trova in ogni situazione: se non altro, sicuramente la consapevolezza della difficoltà è cosa sana. Il 28 gennaio 2022, per la prima volta nella storia dell’Italia repubblicana e democratica è stata proposta la candidatura di una donna alla presidenza della Repubblica e votata da oltre 380 Grandi Elettori (più di 400 astenuti).  Evidentemente il Paese ha espresso una sana maturità, nella linea della elezione della Onorevole Maria Elisabetta Alberti Casellati, quattro anni fa, alla Presidenza del Senato. Sicuramente questa candidatura è un buon messaggio per le giovani generazioni.

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Al di là di ogni considerazione partitica ― il ruolo di Alberti Casellati è super partes e tale resterà in ogni caso ― come si rileva l’apertura intelligente, così sono evidenti le gelosie e le ripicche interne che hanno miseramente prevalso, impedendo chiaramente la valorizzazione di una collega … Parafrasando: «Mulier mulieri lupa». Nonostante tutto, occorre andare avanti con coraggio. Nulla è perso di quanto avviene per un bene che ci supera.

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Un sincero ringraziamento, allora, va alla Presidente Alberti Casellati che ha accettato di prestare la propria figura super partes per offrirci la speranza che non è una questione di categorie ma di contenuti. Certamente tutta la vicenda ci ha permesso di misurarci con la fatica di molti uomini ad accogliere una donna leader, la reale difficoltà di molte donne a valorizzare le proprie colleghe. Battaglie di parità di genere in fondo nascondono una verità dolorosa che dobbiamo chiamare per nome: gli uomini e le donne sono più inclini a dare solidarietà e sostegno all’altro che si trova in una posizione di inferiorità ma sono ancora incapaci di valorizzarlo. Questo vale in politica come in tante realtà laiche ed ecclesiali, nemo profeta in patria, perché l’invidia uccide le risorse. Pertanto, dopo un primo momento di scoraggiamento, si guarda al positivo e si ringraziano queste tre persone che hanno ancora una volta salvato il Paese, dato a ciascuno di noi elementi per sperare che il bene vince. Io stessa, tutte le volte che nel fare il bene mi sentirò scoraggiata, delegittimata, attaccata e vorrei dire: “Arrangiatevi”, penserò a queste persone che hanno davvero restituito dignità a due parole importanti «rispetto» e «responsabilità». Chi vive mosso da questi valori non potrà mai tradirli anche se l’altro non lo merita perché il bene non è mai una reazione ma una azione, una scelta consapevole. Forse questo consente ai più di vivere da irresponsabili.

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Con Sergio Mattarella la storia del Quirinale prosegue il suo cammino glorioso, sulla scia del passato: il senso delle Istituzioni, la preparazione del Presidente hanno scongiurato il collasso nel nostro recente passato. In tutto questo vedo, con Padre Cristoforo, un «filo della Provvidenza» (I promessi sposi, cap. IV). Ma la Provvidenza non basta, o meglio, la Provvidenza ha bisogno di noi, degli uomini e delle donne che liberamente scelgono di compiere il loro dovere: «Siamo servi inutili, abbiamo fatto quello che dovevamo fare» (Lc 17, 10). Molto di più questa frase ha valore per coloro che dicono di porsi al servizio dei cittadini tramite la cosa pubblica. Uomini e donne della politica: lo sapete, ho grande fiducia in voi. Ma, ammetto, che oggi questa mia fiducia è messa a dura prova. So, d’altra parte, che saprete fare un’attenta analisi dell’accaduto e da essa ripartirete per cercare di ricucire quel rapporto con gli italiani che, dopo il teatrino di questi giorni, fanno fatica a riconoscersi in voi. Sappiate ripartire da qui e sappiate ritrovare in voi le ragioni del vostro impegno. Se non sarete in grado di ritrovarle, tornate a casa, perché gli italiani meritano il meglio. Meritano l’onestà. Oggi meritano Sergio Mattarella e Mario Draghi, come in passato hanno meritato Aldo Moro, Amintore Fanfani ed Enrico Berlinguer. Questi nomi sono scritti nel loro cuore, gli altri sono stati cancellati.

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Milano, 31 gennaio 2022

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ma portare, diffondere e difendere la verità non solo ha dei
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Il sito della rivista L’Isola di Patmos riapre oggi rinnovato e con una bella notizia: Jorge Facio Lince, Presidente delle nostre Edizioni, è cittadino italiano

— Attualità —

IL SITO DELLA RIVISTA L’ISOLA DI PATMOS RIAPRE OGGI  RINNOVATO E CON UNA BELLA NOTIZIA: JORGE FACIO LINCE, PRESIDENTE DELLE NOSTRE EDIZIONI, È CITTADINO ITALIANO

Senza la vicinanza e la preziosa collaborazione di questo giovane uomo dotato di grandi qualità umane, morali, spirituali e speculative, i Padri de L’Isola di Patmos non sarebbero mai riusciti a realizzare ciò che assieme hanno realizzato nel corso di questi anni.

 

Autore
I Padri de L’Isola di Patmos

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Cari Lettori,

25 gennaio 2022, Jorge Facio Lince, presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos, firma negli uffici della Prefettura la notifica del Decreto del Presidente della Repubblica di conferimento della cittadinanza italiana

I Padri ringraziano la webmaster Manuela Luzzardi che dopo diverse settimane di lavoro ha rinnovato il sito di questa rivista aperta il 20 ottobre 2014. Dal 1° gennaio 2017 al 30 dicembre 2021 L’Isola di Patmos ha superato i 100 milioni di visite. La nostra media è pari a 20 milioni di visite all’anno per un flusso di circa 60.000 visite al giorno. Nel novembre 2018 sono nate le omonime Edizioni L’Isola di Patmos, fondate da Ariel S. Levi di Gualdo e dirette da Jorge Facio Lince. Dietro ai risultati editoriali della nostra opera c’è anche il suo ingegno creativo, il suo impegno e il suo grande lavoro.

 

Il Dott. Jorge Facio Lince, nato a Medellin Antioquia (30.10.1983) da famiglia paterna di origine italiana e famiglia materna di origine spagnola, è un consacrato laico allievo del Padre Ariel S. Levi di Gualdo, che conobbe a Roma nel 2008 e col quale vive e collabora assieme dal maggio 2011. Dopo l’equipollente liceo classico svolto nella scuola cattolica dell’Arcidiocesi di Medellin conseguì in Spagna il master in letteratura classica all’Università di Salamanca, la laurea in filosofia a Roma con specializzazione nella metafisica di San Tommaso d’Aquino e la laurea in teologia alla Pontificia Università Lateranense. Raffinato e colto filosofo, teologo di profonda e solida dottrina, è anche studioso ed esperto in materie storico-artistiche per le quali offre da anni il suo contributo alle attività della storica dell’arte Licia Oddo, allieva e collaboratrice del critico d’arte Paolo Levi, con la quale ha curato diversi cataloghi d’arte per le Edizioni Mondadori.  

 

Senza la preziosa collaborazione di questo giovane uomo dotato di grandi qualità umane, morali, spirituali e speculative, i Padri de L’Isola di Patmos non sarebbero mai riusciti a realizzare ciò che assieme hanno realizzato nel corso di questi anni.

 

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Vi rendiamo partecipi che il 25 gennaio Jorge è stato convocato in Prefettura dove gli hanno notificato il decreto del Presidente della Repubblica di conferimento della cittadinanza italiana. Il 15 febbraio presterà il giuramento di rito, accompagnato da tutti noi.

 

A Jorge esprimiamo gratitudine profonda per il grande lavoro svolto nel corso di questi anni, felici e onorati di avere acquisito un concittadino come lui, del quale conosciamo bene e a fondo le pregevoli qualità.

dall’Isola di Patmos, 31 gennaio 2021.

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L’Isola di Patmos chiuderà alcuni giorni per offrire a breve una sorpresa, sperando anche nell’aiuto dei nostri Lettori

 

L’ISOLA DI PATMOS CHIUDERÀ ALCUNI GIORNI PER OFFRIRE A BREVE UNA SORPRESA, SPERANDO ANCHE NEL PREZIOSO AIUTO DEI NOSTRI LETTORI

Negli ultimi cinque anni (2017-2021), abbiamo superato i 100 milioni di visite, equivalenti a 20 milioni di visite all’anno, 1.700.000 visite al mese, 60.000 visite al giorno. Mai ci saremmo aspettati simili risultati quando il 20 ottobre 2014 entrammo in rete con questa nostra rivista.

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Autore
I Padri de L’Isola di Patmos

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Cari Lettori,

La webmaster Manuela Luzzardi, detta “la madre” de L’Isola di Patmos, creatrice e curatrice del sito della nostra rivista e progettatrice del nuovo sito presto on-line

L’Isola di Patmos è entrata nel suo IX° anno di attività, da quando il 20 ottobre 2014 il sito di questa nostra rivista entrò in rete. Un’idea nata da Ariel S. Levi di Gualdo e realizzata assieme ad Antonio Livi (1938-2020) e Giovanni Cavalcoli, tutt’oggi membro del comitato scientifico delle nostre edizioni.

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Il tutto è stato possibile grazie al cosiddetto obolo della povera vedova [cfr. Lc 12, 41-44], perché la nostra Associazione costituita a fini culturali-religiosi si finanzia solo con le offerte dei Lettori e procede grazie all’impegno del presidente delle edizioni Jorge Facio Lince, della nostra webmaster Manuela Luzzardi che cura anche tutta la grafica delle copertine e dei libri, del nostro prezioso correttore editoriale di bozze Ettore Ripamonti, per seguire con la cura della promozione libraria curata da Licia Oddo, oltre a noi Padri che svolgiamo la nostra attività pubblicistica di redattori e scrittori.

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Mai avremmo immaginato il successo che abbiamo riscosso. Non tardammo ad accorgercene quando tra la fine del 2015 e gli inizi del 2016 cominciammo ad avere problemi con il server che prese a bloccarsi a causa dell’alto numero di visite. Così, sempre grazie all’aiuto dei Lettori, riuscimmo ad affittare un server dedicato su una delle piattaforme americane tra le più sicure, ma anche costose (A2 Hosting Inc. Miami – Florida).

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alcuni titoli delle Edizioni l’Isola di Patmos pubblicati tra il 2019 e il 2021

Il 30 novembre 2018 presero vita le omonime Edizioni L’Isola di Patmos, che offrono a un pubblico di cosiddetta “nicchia” opere di alta qualità per contenuti, stampa e veste grafica.

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Negli ultimi cinque anni (2017-2021), abbiamo superato i 100 milioni di visite, equivalenti a 20 milioni di visite all’anno, 1.700.000 visite al mese, 60.000 visite al giorno.

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Dopo otto anni di attività era giunto il momento di rinnovare completamente il sito che ospita questa rivista, cosa che ha richiesto un grande impegno, soprattutto per le grandi memorie di archivio e i vari servizi e programmi di cui usufruiamo per il nostro lavoro.

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Solitamente chiediamo un contributo ai Lettori una volta all’anno, quando dobbiamo pagare il server dedicato e rinnovare i vari abbonamenti. Questa volta vi chiediamo un aiuto per sostenere le spese del nuovo sito della rivista. Sappiamo bene che tutti chiedono, anche l’ultimo dei blog amatoriali dedito al gossip o al complottismo fantascientifico domanda contributi. Però, chi intende donare o sostenere un’opera, anziché limitarsi a dire “… ma tutti chiedono”, saprà sicuramente valutare e distinguere chi “gioca” da chi invece lavora duramente come noi per diffondere la cultura della fede cattolica e la corretta informazione.

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Venerdì 28 gennaio questo sito risulterà oscurato e non raggiungibile per il tempo necessario a mettere in rete quello nuovo, all’incirca due o tre giorni. Nel mentre siamo certi e fiduciosi di ricevere nel corso di questi giorni le vostre libere offerte per sostenere questa spesa fatta per offrire ai nostri Lettori dei servizi di qualità sempre maggiore. Incluse le persone colpite da disabilità che non possono leggere, a disposizione delle quali abbiamo messo — oltre alla nostra versione stampabile — anche l’audio-lettura degli articoli. E tutto questo ha dei costi in danaro, come ben capite, oltre al nostro instancabile lavoro che è tutto quanto gratis et amor Dei.

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In fondo a questa pagina potete trovare il collegamento al comodo e sicuro sistema PayPal e il numero di conto corrente de L’Isola di Patmos presso la filiale n 59 di Roma della Banca Popolare di Milano (BPM).

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Contiamo veramente sulla vostra generosità. Quindi a presto vederci sul nuovo sito della rivista L’Isola di Patmos completamente rinnovato grazie al nostro lavoro e al vostro aiuto. 

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dall’Isola di Patmos, 21 gennaio 2021

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ringraziamento [ isoladipatmos@gmail.com ]

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La curiosa distopìa del Vescovo Giacomo Cirulli che ci ricorda molto “un sacco bello” di Verdone che sul quotidiano Avvenire incolpa i preti no-vax, i fedeli tradizionalisti e i nemici politici del Pontefice

—Pastorale sanitaria —

LA CURIOSA DISTOPÌA DEL VESCOVO GIACOMO CIRULLI CHE CI RICORDA MOLTO UN “SACCO BELLO” DI VERDONE CHE SUL QUOTIDIANO AVVENIRE INCOLPA I PRETI NO-VAX, I FEDELI TRADIZIONALISTI E I NEMICI POLITICI DEL PONTEFICE

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I vescovi che attualmente stanno tuonando e minacciando alcuni membri del loro clero di procedere alla loro sospensione dall’esercizio del ministero sacerdotale, in caso di mancata vaccinazione, quando hanno visto qualche loro parroco abbracciato a Marco Cappato dopo avere firmato al banchetto che raccoglieva le firme per il referendum a favore dell’eutanasia, in che modo hanno minacciato queste autentiche vergogne del sacerdozio cattolico di procedere a loro carico con le pene canoniche? Quanti, tra quei preti che hanno apposto la loro firma a una simile proposta di referendum, sono stati sospesi con medicinale provvedimento canonico disciplinare dall’esercizio del sacro ministero?  

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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PDF  articolo formato stampa
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Ieri, 16 gennaio, sul quotidiano dei vescovi Avvenire è apparso un articolo a firma di Gianni Cardinale che raccoglie lo sfogo del vescovo della diocesi di Teano-Calvi, Alife-Caiazzo S.E. Mons. Giacomo Cirulli. Il presule, dolente come il re di Samaria Àcab al quale Nàbot di Izreèl rifiutò la vigna [cfr. 1 Re 21, 1-16], apre le cataratte del suo cuore al giornalista del quotidiano dei vescovi. Veniamo così a parte del suo immenso dolore che in questi giorni i fedeli e i preti no-vax gli hanno procurato reagendo al provvedimento ― dice lui di mero buon senso ― che è consistito nell’interdire alcuni sacerdoti, diaconi e ministri laici dalla distribuzione dell’Eucaristia ai fedeli della sua diocesi in quanto colpevoli di non essersi vaccinati [vedi qui, qui].

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Il vescovo, gemente e piangente, motiva la sua presa di posizione come la logica conseguenza del grave peggioramento della situazione pandemica italiana ma soprattutto come l’uniformarsi alla linea di pensiero della Conferenza Episcopale Italiana e alle parole del Pontefice regnante che considera la vaccinazione come un atto d’amore. Insomma, sembra quasi di assistere al rifacimento del film di Carlo Verdone Un sacco bello in cui il personaggio di Ruggero non può che esprimere il suo trionfale: «Love, love, love!».

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Ma siamo davvero sicuri che le resistenze lamentate dal vescovo siano da ascriversi alla sola opposizione dei preti e dei fedeli insensibili a un atto d’amore così bello e gratuito? Non credo. Al di là di tutto quello che si può dire e pensare sulla vicenda dei vaccini e della gestione pandemica italiana sia da parte dello Stato così come della parte della Chiesa, quello che ancora sembra sfuggire al vescovo Cirulli ― come ho avuto modo di chiarire in un mio precedente articolo ― consiste essenzialmente nell’improvvido modus operandi di seguire paternamente l’intera questione così come ci si aspetterebbe da un vescovo. Infatti, da un successore degli Apostoli ci si aspetterebbe uno stile differente, sicuramente più lungimirante, oserei dire quasi da statista dello spirito che è capace sì di guardare al presente ma essenzialmente al futuro e alle conseguenze future che si determinano già nell’oggi. Perché tutto questo prima o poi finirà e Mons. Cirulli, un domani, si troverà ancora ad essere vescovo di quella porzione di Chiesa i cui figli sono stati maltrattati con provvedimenti restrittivi. Che atteggiamento si dovrà attendere da questi figli sacerdoti, diaconi, ministri e laici? Con quale coraggio potrà ancora guardarli senza provare rossore o con quale imbarazzo potrà sopportarne il loro sguardo velato da una fiducia ferita? Sguardo di anime destinate al Paradiso e non già di soli corpi da curare, responsabilità questa di cui si dovrà rendere conto a Cristo buon pastore, il quale curò i corpi senza dimenticare le anime.    

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Soprattutto è di rigore una domanda, sempre premettendo, come già fatto nel mio precedente articolo, che la assoluta maggioranza del clero italiano si è sottoposto a vaccinazione, compreso il sottoscritto. Questa la domanda, destinata però come di prassi a rimanere senza risposta: i vescovi che attualmente stanno tuonando e minacciando alcuni membri del loro clero di procedere alla loro sospensione dall’esercizio del ministero sacerdotale, in caso di mancata vaccinazione, quando hanno visto qualche loro parroco abbracciato a Marco Cappato dopo avere firmato al banchetto che raccoglieva le firme per il referendum a favore dell’eutanasia, in che modo hanno minacciato queste autentiche vergogne del sacerdozio cattolico di procedere a loro carico con le pene canoniche? Quanti, tra quei preti che hanno apposto la loro firma a una simile proposta di referendum, sono stati sospesi con medicinale provvedimento canonico disciplinare dall’esercizio del sacro ministero? Ci dicano e rispondano certi vescovi battaglieri: è più grave che un sacerdote impaurito ― forse persino ignorante ― tema a vaccinarsi, o è più grave che un sacerdote, dopo avere appena celebrato la Santa Messa della domenica, esca sul piazzale della chiesa, metta la sua firma a favore del referendum sull’eutanasia, si fotografi con Marco Cappato e pubblichi poi la foto sul suo pubblico profilo social? Ci dicano, certi vescovi zelanti: delle due cose, qual è la più grave? Ma soprattutto: quanti tra i preti che hanno fatto questo ― e ve ne sono stati diversi in giro per l’Italia [cfr. qui, qui, qui] ―, sono stati rimossi dalle parrocchie? Perché a noi risulta l’esatto contrario: i loro rispettivi vescovi hanno fatto finta di niente, non hanno preso alcun provvedimento e questi preti seguitano a fare i parroci. Volendo posso aggiungere di più ancora: uno di questi parroci che ha firmato a favore del referendum sull’eutanasia, poche settimane dopo affiggeva sulla porta della chiesa parrocchiale l’avviso che per partecipare alle sacre funzioni era obbligatorio il GreenPass. Chissà, se per cotanto zelo il suo vescovo lo ha portato persino come esempio a quei pochissimi preti che sono spaventati dal vaccino, ma ai quali mai passerebbe però per la mente di andare a firmare a favore del referendum sull’eutanasia?

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Non è mia intenzione criticare il buon senso e la ragionevolezza del vaccino come metodo attualmente in uso per arginare l’infezione da Covid-19, anzi torno a ripetere, a scanso di equivoci, che noi Padri de L’Isola di Patmos ci siamo tutti sottoposti alla vaccinazione. Non solo: a chi ci ha chiesto lumi abbiamo sempre risposto premettendo che non siamo specialisti nello specifico e delicato settore ma che però, pur non essendolo, il buonsenso ci porta a suggerire l’uso dell’unico sistema che al momento abbiamo a disposizione, che è la vaccinazione, da leggere anche, volendo, come un senso di responsabilità e di rispetto verso noi stessi e verso gli altri. E siccome, su certi temi caldi, i chiarimenti non sono mai troppi, allora chiarisco ulteriormente. Quando questa mattina ho preannunciato a Padre Ariel che avevo appena inviato in redazione questo nuovo articolo, la sua risposta è stata: «In questo momento sto andando al centro di vaccinazione perché dopo avere fatto la III dose il 10 gennaio non mi è arrivato l’SMS con il codice necessario per stampare il GreenPass. Appena rientro provvediamo a montare il tuo articolo». Insomma, non mi ha detto che stava andando a una manifestazione di no-vax, come non lo direbbe Padre Gabriele e come non lo direi io. Detto questo è però bene precisare che i cattolici “buoni” e “cattivi” non li valutiamo sulla base della vaccinazione ― che è opportuna e indubbiamente necessaria ―, ma su altre basi morali e pastorali. Per esempio siamo tenuti a considerare “cattivi”, anzi proprio pessimi cattolici, coloro che si dichiarano pubblicamente favorevoli all’aborto, alla pillola anticoncezionale, alla pillola abortiva, al matrimonio tra coppie dello stesso sesso, o che chiamano “misericordia” la dolce morte attraverso l’eutanasia perché a loro dire è “crudele” far soffrire un morente. E tutto questo, certi pessimi cattolici, lo affermano pubblicamente in nome di una idea distorta e aberrante di “amore cristiano”. Quelli sono per noi i cattivi cattolici, anzi pessimi cattolici. Non coloro che, indubbiamente sbagliando per debolezza, fragilità o ignoranza, ma anche per la valanga di notizie contraddittorie, di proclami e di smentite, di cambi di direttive e di idee [cfr. qui], il tutto sempre e di rigore senza che alcuno abbia mai ammesso “abbiamo sbagliato qualche valutazione”, oggi sono terrorizzati dall’idea di farsi vaccinare.

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Chiarito questo proseguo: quello che nel legittimo esercizio della libertà dei figli di Dio ritengo di poter criticare è lo stile politico di trattare queste resistenze al vaccino che non devono e non possono trovare accoglienza nella Chiesa Cattolica. Se si continua di questo passo a non voler sentire ragioni, incancreniti nella ben nota testardaggine clericale, si avrà come unico risultato quello di incrinare la fiducia filiale dei fedeli verso i loro vescovi facendo sparire quel ben misero rimasuglio di autorevolezza paterna che l’episcopato italiano ancora conserva ma che sembra disposto a svendere con ogni premura quanto prima.

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Con sorpresa apprendiamo dall’articolo che il vescovo Cirulli si duole per essere stato assalito dai leoni da tastiera  e che ha ricevuto critiche, minacce e insulti da molti fronti tanto da spingere la Digos a intervenire in suo soccorso ― senza che lui ne abbia fatta alcuna richiesta ― attenzionando i sovversivi. Allora mi chiedo, prendendo le distanze dai facinorosi e dai disagiati che danno libero sfogo alla violenza essendo privi delle giuste argomentazioni logiche: possibile che nessuno dentro la curia vescovile abbia suggerito al presule di agire diversamente, per esempio in modo meno avventato? Nessuno che si sia sentito in dovere di far desistere il vescovo da una sicura brutta figura e da una gogna mediatica il cui unico responsabile non può che essere lui solo?

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Dico questo perché nel proseguo dell’intervista ad Avvenire vengono riferite come motivazioni della gogna mediatica le più fantasiose argomentazioni degne della migliore dietrologia dispotica orwelliana. Il vescovo si lancia nel descrive l’identikit del cattolico no-vax sulla scorta di quanto fatto dal quotidiano La Repubblica nei giorni scorsi [vedi qui], viene detto: «ho l’impressione che ci sia uno scisma in atto», «ho potuto capire che si tratta di persone tra loro collegate che appartengono a un mondo tradizionalista in contrapposizione col magistero di Papa Francesco». Insomma, il profilo del cattono-vax si delinea come una lobby scismatica ben compaginata, ultra-tradizionalista, anti-bergogliana, tutta trine, pizzi e merletti e ― aggiungerei io ― sicuramente di matrice conservatrice e magari con simpatie di destra. Tutto questo è però tragicamente e tristemente falso, perché le persone spaventate dal vaccino non hanno una connotazione politica precisa, come non appartengono solo al mondo del “cupo tradizionalismo” cattolico. La paura è un fenomeno completamente trasversale. Pertanto, i cosiddetti no-vax o anti-vax, li troviamo in politica nell’estrema destra come nell’estrema sinistra, tra le fila del progressismo cattolico più spinto come in quelle del tradizionalismo cattolico più radicale. E chi non vede questo, può dare solo una visione del tutto falsata della realtà, affermando che la paura, o se vogliamo l’ignoranza nel senso etimologico del termine, appartiene solo a una ben precisa categoria.

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Cari lettori, capite perché la credibilità della Chiesa oggi risulta essere ai minimi storici? Se sono queste le argomentazioni forti, è facile capire come mai le persone non ci prendano più sul serio ma ci deridano. Se tutto viene riassunto in questioni oppositive ideologiche allora stiamo facendo politica, propaganda, fidelizzazione e tesseramento partitico. Così come ha fatto il premier Mario Draghi nel corso dell’ultima conferenza stampa che illustrava l’ultimo decreto anti Covid, anche Mons. Cirulli ha affermato che in buona sostanza la responsabilità è dei non vaccinati ― siano essi consacrati o laici ― agevolando a questo modo divisioni, creando il sospetto, dando spago ai delatori, stimolando tensioni che faticheranno a rimarginarsi nel tempo.

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E se forse due anni fa, in obbedienza alle parole del Papa e della Conferenza Episcopale Italiana, il presule sarebbe stato felice di abbracciare un cinese e di mangiare un inclusivo involtino primavera, oggi si guarderebbe bene dall’abbracciare un prete no-vax come segno di distensione e di ripresa della comunione ecclesiale. Che dire di più, questi sono i tempi in cui tutti desiderano apparire come filosofi socratici, tutti si sentono forti di quell’assunto del figlio di Sofronisco che dice che le norme si rispettano anche quando sono ingiuste e che quindi bisogna fare quello che ci comandano di fare, anche se non ci piacciono «o mangi questa minestra o ti butti dalla finestra» cantava Nino Ferrer.

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Costoro dimenticano però che Socrate scelse di bere la cicuta non in base a leggi ingiuste ma a un sistema giuridico manipolato, incapace di rispettare lo spirito della legge e del legislatore che deve prevedere eccezioni e deroghe eque per salvare l’integrità dell’uomo e il suo spirito da pericolose derive totalitarie.

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Forse il prossimo sfogo di Mons. Cirulli sarà affidato direttamente al quotidiano La Repubblica e sarà lì che apprenderemo dal portavoce vaticano Eugenio Scalfari che in qualche suo fantasioso dialogo privato col Pontefice, la vaccinazione sarà uno degli elementi essenziale per la validità del sacerdozio ministeriale e dell’amministrazione dei Sacramenti e tutto questo al fine di avere più «Love, love, love!». Certo, a questo punto della narrazione non guasterebbe il senso pratico del vecchio comunista dedito alla casa e alla famiglia interpretato dal mitico Mario Brega nel film Un sacco bello. Mario, vedovo ma ancora capace di sacrificarsi per il suo unico figlio Ruggero, non si capacita dell’eccessivo «Love, love, love!» nell’esperienza di vita del figlio tanto da venire preso per fascista da Fiorenza, al ché alzandosi in piedi esclama: «A me fascio? Io fascio? A zoccolè, io mica so’ comunista così, sa! So’ comunista cosìììì !!!».

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Ecco, cari lettori, a tali livelli di buon senso pratico non siamo ancora abituati e forse non ci arriveremo mai, almeno tra i pastori della Chiesa Cattolica.

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Laconi, 18 gennaio 2021

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