Apostolicità, verità e tenerezza per le pecore senza pastore

Omiletica dei Padri de  L’Isola di Patmos

APOSTOLICITÀ, VERITÀ E TENEREZZA PER LE PECORE SENZA PASTORE

Apostoli però sono, accanto ma in modo distinto rispetto ai sacerdoti, anche i religiosi e i laici. Anch’essi nella vocazione alla vita consacrata e nel matrimonio, si impegnano a portare la carezza di Gesù al prossimo bisognoso. Per questo che Gesù dice a tutti: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date».

 

Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Cari Lettori de L’Isola di Patmos,

in questo tempo estivo proviamo a prendere sempre più in mano la Bibbia e leggerla; specialmente i Vangeli possono diventare un compagno di strada per le giornate calde ed afose. Infatti, nel Vangelo, Gesù cammina con noi, ci porge tanta tenerezza ed affetto e chiede così di donare gratuitamente quanto abbiamo ricevuto da Lui. Gesù sceglie la tenerezza perché come diceva lo scrittore tedesco Rudolf Leonard «La tenerezza è il linguaggio segreto dell’anima».

Vediamo. Nel Vangelo di oggi leggiamo:

«In quel tempo, Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore».

Gesù cammina con le folle e si accorge che si sentono sperdute e senza un punto di riferimento. Le difficoltà esistenziali e il dissidio politico fra ebrei e romani deve aver loro recato molte sofferenze anche da un punto di vista emotivo e morale. Gesù decide di trattarli con compassione, in greco splanchne, che indica la tenerezza della madre che accoglie i figli con amore viscerale. Immaginiamo quindi una mamma che accoglie i figli che piangono e che si sentono disperati.

La stessa cosa fa Gesù con noi oggi. Nelle nostre solitudini esistenziali ci dona la sua tenerezza e compassione, ci fa sentire che nonostante l’instabilità generale, le tante difficoltà spirituali, materiali ed economiche che possiamo trovare Lui è con noi. Ogni volta che ci comunichiamo ci offre una carezza ed un abbraccio intenso, insieme con il Padre e lo Spirito Santo.

Questa carezza ci è offerta in un modo concreto. In un certo senso è una carezza apostolica. Infatti, Gesù stesso ha chiamato per nome i dodici apostoli e li ha istituiti per continuare la sua missione nel corso dei secoli. I dodici apostoli poi hanno istituito i loro successori, e quindi i vescovi e con essi Gesù ha voluto i sacerdoti per una messe numerosa di persone bisognose di Dio. Per questo che il vescovo e il sacerdote, nonostante i loro limiti personali, tendono a donarci la carezza eucaristica del Signore. È importante la loro presenza e la risposta a questa vocazione sacerdotale.

Apostoli però sono, accanto ma in modo distinto rispetto ai sacerdoti, anche i religiosi e i laici. Anch’essi nella vocazione alla vita consacrata e nel matrimonio, si impegnano a portare la carezza di Gesù al prossimo bisognoso. Per questo che Gesù dice a tutti:

«Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date».

La modalità in cui tutti noi credenti clero, religiosi e laici siamo mandati dal Signore è la dimensione del dono di sé. Esattamente come senza nessun diritto, abbiamo ricevuto il dono dell’amore e della tenerezza del Signore, così possiamo portarlo a tutti gli altri. Così quando incontreremo il nostro prossimo che non si sente amato da nessuno, e anzi forse si sente abbandonato ed isolato da tutti, allora in quel momento potremo fargli il dono della tenerezza e carità del Signore. Cioè un amore che non è melenso e privo di valore, ma che appunto comunica a chi si sente disperato che Dio lo ama e fa qualcosa di concreto per lui.

Chiediamo al Signore di entrare fortemente sempre più nel suo cuore trinitario per fare entrare tutto il mondo nell’abbraccio di Dio, e offrire senso e gioia anche agli abbandonati e agli isolati dalla cultura del mondo.

Santa Maria Novella in Firenze, 18 giugno 2023

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Frate Cipolla, quel personaggio ideato da Giovanni Boccaccio che ispirò un sermone di fuoco a San Bernardino in quel medioevo che fu grande luce e non certo buio

FRATE CIPOLLA, QUEL PERSONAGGIO IDEATO DA GIOVANNI BOCCACCIO CHE ISPIRÒ UN SERMONE DI FUOCO A SAN BERNARDINO IN QUEL MEDIOEVO CHE FU GRANDE LUCE E NON CERTO BUIO

[…] una volta giunsero di primo mattino i camerieri per avvisare il Sommo Pontefice Benedetto XIV che durante la notte era scoppiato un incendio a Roma nel rione Monti. Al ché sbottò: «Cazzo! E ci sono stati morti?». Monsignor Teodoro Boccapaduli lo strattonò discretamente. Dopo che i camerieri gli ebbero dettagliato la gravità del fatto, il Sommo Pontefice replicò sbottando: «Cazzo!». E Monsignore lo strattona di nuovo. A quel punto Benedetto XIV, preso dal dispiacere per quel grave resoconto, si volta verso il prelato sbottando: «Boccapaduli, mi hai rotto i coglioni: cazzo, cazzo, cazzo! Ah, la voglio santificare questa parola. Anzi voglio promulgare una bolla del cazzo, per concedere l’indulgenza plenaria a chi pronuncia questa parola dieci volte al giorno».

—  Storia e attualità —

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Più che avanzare un’ipotesi, oso attribuirmi una piccola scoperta: in un suo sermone infuocato San Bernardino da Siena [Massa Marittima 1380 – L’Aquila 1444] si ispirò, o fu in ogni caso influenzato dalla novella di Frate Cipolla racchiusa nell’opera Decameron, composta da Giovanni Boccaccio tra il 1349 e il 1351.

Il fratacchione boccaccesco era solito girare i paesi del contado mostrando ai bifolchi le reliquie più improbabili, tra le quali il dito mignolo dello Spirito Santo, una delle costole del «Verbum caro fatti alla finestra» [storpiatura del latino: et Verbum caro factum est], i raggi della stella che apparve ai tre Magi in Oriente, un’ampolla contenente il sudore di San Michele Arcangelo caduto dalla sua fronte quando combatté col Diavolo, la mascella della Morte di San Lazzaro e via dicendo.

Trovandosi in quel di Certaldo, aveva promesso ai villici che il giorno seguente avrebbe esibita al popolo una straordinaria reliquia: una penna caduta all’Arcangelo Gabriele durante l’Annunciazione. Senonché, di notte, due burloni del luogo sottrassero la preziosa penna angelica dall’interno della scatola in cui si trovava custodita, sostituendola con dei carboni. Quando Frate Cipolla aprì la scatola per esibire la preziosa reliquia ai beoti, scoprendo al suo interno dei carboni non si sgomentò, provvide a scusarsi coi presenti dicendo che alla sua partenza aveva preso per errore il contenitore sbagliato, identico a quello in cui si trovava conservata la preziosa penna. Così, dopo le scuse, provvide a esibire al popolo i carboni sui quali fu arrostito il Santo Martire Lorenzo.

Alcuni decenni dopo, Bernardino degli Albizzeschi, figlio di una potente famiglia dell’alta Maremma toscana, oggi universalmente noto come San Bernardino da Siena [Massa Marittima 1380 – L’Aquila 1444], in uno dei suoi sermoni si scagliò contro le superstizioni popolari, prendendosela in particolare con le false reliquie e il redditizio mercato che vi girava attorno. Oggetto di quel sermone dall’evidente impianto boccaccesco fu la reliquia del latte della Beata Vergine Maria conservata nella chiesa collegiata di Montevarchi, a cui riguardo tuonò Frate Bernardino:

«E sia chi si voglia, io dico che non piacciono a Dio queste tali cose. Come del latte della Vergine Maria. O donne, dove siete voi? E anco voi, valenti uomini, vedestene mai? Sapete che si va mostrando per reliquie: non v’aviate fede […] Forse che ella fu una vacca la Vergine Maria, che ella avesse lassato il latte suo, come si lassa delle bestie, che si lassano mugnare? Io ho questa opinione: ossia che ella avesse tanto latte né più né meno, quanto bastava a quella bochina di Cristo Jesu benedetto» [San Bernardino da Siena Devozioni Ipocrite. in: Baldi. Novellette ed esempi morali di S. Bernardino da Siena, Firenze, 1916].

Dipinto d’epoca del Sommo Pontefice Benedetto XIV [Bologna 1675 – Roma 1758], che con scurrile eleganza minac-ciò alcuni curiali scandalizzati dalle sue parole colorite, di promulgare una «Bolla del cazzo»

Com’è noto agli studiosi veri e seri, il Medioevo, quello vero, suddiviso nello spazio di quasi mille anni in tre diverse epoche susseguite nel corso della storia, non fu affatto l’epoca dei “secoli bui”, ma dei secoli della luce. Nel Medioevo si ebbe il più alto sviluppo della luce della ragione speculativa, unita al senso critico e a uno spirito di incessante ricerca nei vari àmbiti del sapere scientifico. Se i libri di storia in uso nelle scuole non fossero scritti da ideologi, sarebbe chiaro a tutti che le leggende nere sul Medioevo sono state costruite a tavolino sul finire del Settecento dagli illuministi avvelenati d’odio verso tutto ciò che era cattolico. Furono infatti costoro, animati da ideologia distruttiva, a relegare il Medioevo ai “secoli bui” in nome dei loro presunti “lumi della ragione” accesi sotto le ghigliottine francesi, dove le teste cadevano una dietro l’altra in seguito ad accuse basate su mere illazioni, spesso su pura invidia sociale, oppure dopo farseschi processi sommari nei quali non era concesso agli imputati né il diritto alla difesa, né quello alla parola [vedere la mia opera Nada te turbe]. Questo al contrario del tremebondo processo inquisitorio, frutto questo sì, delle più assurde e false leggende nere. Oh, quale crassa ignoranza! Il processo inquisitorio, oltre ad aver stabilito il diritto giuridico alla difesa dell’imputato, non poteva proprio essere celebrato senza difesa e diritto di parola. Fu il processo inquisitorio a dare vita alla consuetudine che dopo la lettura della sentenza fosse concesso l’ultimo diritto di parola al condannato. Basterebbe leggere le opere giuridiche e i relativi atti dei glossatori bolognesi, che tra l’XI e il XII secolo, nel “buio” medioevo dettero vita a tutti quelli che poi diverranno i moderni istituti giuridici, dopo avere recuperato il Corpus Iuris Civilis di Giustiniano e reinterpretato tutti i testi classici.

Eppure, ai giorni nostri, anche l’ultimo dei gai illetterati ideologicamente avvelenati verso il Cattolicesimo, ma assurto agli onori televisivi di qualche seguito talk show dove è impensabile possano mancare quote gaie, dall’alto della sua vittimistica e desolante ignoranza non manca di fare riferimenti pseudo storico-intellettuali al Medioevo, o allo spirito medioevale, per creare effetto e mettere in cattiva e ridicola luce qualche cosa di retrivo o di superstizioso, oltre a tutto ciò che è cattolico e legato alla Chiesa Cattolica. Purtroppo, il gaio attivista televisivo o da social network, ignora però che il Medioevo è l’epoca della riscoperta, dello studio e della messa in salvo di tutta la filosofia e letteratura classica. Se oggi possiamo leggere le opere più critiche redatte da autori greci e romani scritte contro il nascente Cristianesimo, o i carmi più lussuriosi e pornografici vergati da Valerio Gaio Catullo, non è certo per merito degli illuministi inventori di leggende nere e falsi storici, né per l’attivismo delle odierne e agguerrite lobby LGBT, ma perché queste opere sono state salvate, trascritte e tramandate sino ai giorni nostri dai monaci amanuensi benedettini, nati nel VI secolo dal monachesimo fondato da San Benedetto da Norcia. E, nell’ambito del monachesimo benedettino, tra le varie cose si sviluppò sia il nome sia lo stesso concetto socio-politico di Europa, la stessa che oggi nega un dato di fatto storico incontrovertibile: le radici cristiane del nostro antico Continente Europeo. Quindi, sempre con buona pace del gaio attivista che dal portentoso mezzo televisivo o dai social  network si rivolge sovente a milioni di ascoltatori, è presto detto che il Medioevo è Pier Damiani, Pietro Abelardo, Anselmo d’Aosta e i grandi maestri della scolastica. Il Medioevo è Bernardo di Chiaravalle, Tommaso d’Aquino, Bonaventura da Bagnoregio, Duns Scoto. Il Medioevo sono i grandi ingegneri, architetti, matematici, astronomi e alchimisti, gran parte dei quali appartenenti all’Ordine Certosino e all’Ordine Cistercense. Il Medioevo ha segnata la stagione dei grandi letterati: la Scuola letteraria siciliana di Federico II di Svevia, Guido Cavalcanti, Dante Alighieri, Francesco Petrarca, Giovanni Boccaccio …

L’uomo del Medioevo aveva anche un gusto straordinario della satira che, tanto più era pungente quanto più faceva ridere pontefici, imperatori e regnanti, nessuno dei quali rinunciò a dilettarsi sulle opere satiriche più pungenti, non solo quelle del Boccaccio, ma anche quelle del più scurrile Pietro l’Aretino. Bisognava giungere ai giorni nostri per finire nei tribunali grazie a qualche attivista piagnone per il quale dibattere, anche in modo polemico, nella sostanza vuol dire questo: “Io ho il diritto di distruggerti la cultura e la morale cattolica pezzo per pezzo, perché sono la sacra vittima immacolata LGBT, ma tu non hai il diritto di replica, salvo querela”. Altri tempi erano invece quelli medievali, dove quando qualcuno voleva deliziare il Sommo Pontefice Pio II [Corsignano di Pienza 1405 – Ancona 1464], non doveva far altro che ingaggiare un talentato cantastorie per eseguire le rime del suo concittadino senese Cecco Angiolieri [Siena 1260 – Siena 1311 c.a], che soleva motteggiare nelle taverne tra risa, vino e donnine molto allegre:

S’i’ fosse foco, ardere’ il mondo;
s’i’ fosse vento, lo tempestarei;
s’i’ fosse acqua, i’ l’annegherei;
s’i’ fosse Dio, mandereil’en profondo;

s’i’ fosse Papa, serei allor giocondo,
ché tutti cristïani embrigarei;
s’i’ fosse ‘mperator, sa’ che farei?
a tutti mozzarei lo capo a tondo.

Non che Silvio Enea dei conti Piccolomini, salito poi al sacro soglio col nome di Pio II, fosse da meno in sarcasmo tagliente, come quando in modo ironico condannò la richiesta e la speranza di ottenere da lui favori motteggiando:

Quad’ero Enea,

nessun mi conoscea,

ma adesso ch’io sono Pio,

tutti mi chiaman zio.

Un anziano teologo, discorrendo a riguardo del Medioevo definito epoca dei cosiddetti “secoli bui” da molti odierni attivisti di quella metodica distruzione delle società europee fatta passare per “rivendicazione dei diritti”, con scientifica sapienza ironizzò dicendo: «Magari, l’uomo d’oggi avesse la ragione speculativa e il senso critico e analitico di quello del Medioevo! Purtroppo oggi, l’uomo per così dire evoluto, che rivendica ogni diritto ma rigetta qualsiasi dovere, la sua presunta ragione la esercita ragionando col cazzo». Precisai io al confratello anziano: «Hai ragione, ma non dimenticare però anche quelli che ragionano con le emozioni soggettive del culo!». Tutto questo genere dà vita a una cultura della morte che attraverso l’annientamento della ragione ci ha fatti precipitare in nuove forme di analfabetismo, molto più devastanti di quelle del passato, ma soprattutto in una nuova forma di dittatura: La dittature delle minoranze. Senza infatti andare a ritroso nei secoli, basta fare un salto all’indietro di appena un secolo, agli inizi del Novecento, ai tempi delle Veglie di Neri, opera dello scrittore toscano Renato Fucini [Monterotondo Marittimo 1843 – Empoli 1921]. Partiamo anzitutto dall’elemento della memoria: anziani contadini che a malapena sapevano leggere e scrivere, non pochi dei quali versavano in condizioni di totale analfabetismo, erano delle autentiche biblioteche ambulanti di letteratura. Durante le veglie serali, nei tempi in cui non esisteva cinematografo, men che mai il televisore, intrattenevano narrando opere imparate a memoria: dalla Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso a L’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto. Io stesso posso di ciò dare testimonianza, quando bambino di appena dieci anni, nella bassa Maremma toscana, sul confine con il Lazio, per la prima volta conobbi l’esistenza dell’opera di Dante Alighieri, per l’esattezza L’Inferno, grazie a un anziano contadino, all’epoca ultra ottantenne – stiamo quindi parlando di un uomo nato sul finire dell’Ottocento – che si mise a narrare, a noi bimbi, del Conte Ugolino e dell’Arcivescovo Ruggieri recitando a memoria:

La bocca sollevò dal fiero pasto
quel peccator, forbendola a’capelli
del capo ch’elli avea di retro guasto.

Poi cominciò: «Tu vuo’ ch’io rinovelli
disperato dolor che ’l cor mi preme
già pur pensando, pria ch’io ne favelli.

Ma se le mie parole esser dien seme
che frutti infamia al traditor ch’i’ rodo,
parlar e lagrimar vedrai insieme […]

Presente una mia cugina, all’epoca appena laureata in lettere classiche, sbalordita disse poi agli altri familiari presenti: «Non ha sbagliata, non dico una frase, ma neppure una parola!». Quell’uomo aveva memorizzato interi libri di letteratura, che non aveva letto: li aveva appresi sin da bimbo nel corso delle veglie. Seppi, in seguito, che aveva fatto la seconda classe delle scuole elementari, il tempo strettamente necessario per imparare i basilari rudimenti della scrittura e della lettura, acquisiti i quali aveva seguito genitori e familiari nei campi di lavoro agricolo.

Molti dei nostri adolescenti super tecnologici, già sul finire delle scuole elementari hanno intere collezioni di film pornografici registrati nei loro smartphone; mentre le ragazzine, già a undici o dodici anni, postano le loro foto sui social media in abiti e posizioni che farebbero impallidire le prostitute che lavoravano nei vecchi bordelli, prima che nel 1952 la Legge Merlin ne decretasse la chiusura, grazie a una proposta di legge del Senatore Angelina Merlin, del Partito Socialista, presentata nel 1948. Eppure, questi moderni “mostri” iper-tecnologici, al contrario dell’uomo del Medioevo e dell’uomo di ieri, quello de Le veglie di Neri, posseggono tali carenze mnemoniche da non ricordare neppure il numero del telefono cellulare dei loro genitori. Ebbene: sapete che cosa accade se l’umana intelligenza, soprattutto attraverso il ragionamento e la memoria, non è esercitata? All’incirca può accadere quel che abbiamo sotto gli occhi: una generazione di idioti apatici e ignoranti. Proprio così: siamo regrediti a forme di analfabetismo spaventoso, basterebbe leggere i testi redatti da neo-laureati, per rimanere sconcertati dinanzi a cotanta sintassi deficitaria arricchita da errori grammaticali grossolani. Però … siamo evoluti. Tanto da permetterci con inaudita spocchia di fare ironia sul Medioevo, noi che non siamo più in grado di esercitare la ragione e il giudizio critico oggettivo, perché ormai ragioniamo solamente: o col cazzo o con le emozioni soggettive, o peggio col culo dal quale fuoriesce il peggio del nostro egocentrismo e del nostro cieco narcisismo patologico, quello che ci porta a rivendicare i diritti e a rigettare i doveri, sino al tentativo, grazie a Dio naufragato per adesso in Italia, di usare la legge per combattere come reato la legittima opinione di chi non la pensa come te — mi riferisco al felice e benedetto naufragio del Disegno di legge Zan, sul quale Padre Ivano Liguori e io scrivemmo il libro Dal Prozan al Prozac —, quindi perseguendo chi osa dire e sostenere che un figlio può nascere solo da un uomo e da una donna che sono padre e madre, che due omosessuali non possono comprarsi un bambino da un utero in affitto o che due donne lesbiche non possono programmare con egoismo luciferino la nascita di un orfano con il ricorso all’inseminazione artificiale rivendicando di essere riconosciute entrambe dalla legge come legittimi genitori. È presto detto che questa generazione, figlia degenerata dell’analfabetismo digitale, priva di memoria storica e di quella stessa memoria cerebrale esercitata, utile a farci ricordare perlomeno il numero telefonico dei nostri genitori, non dovrebbe mai permettersi, neppure per scherzo o per gioco ai paradossi, di ironizzare sul glorioso Medioevo bollandolo come epoca dei “secoli bui”.

In questa narrazione sono ricorso quattro volte alla parola “cazzo”, quasi come se non riuscissi a esprimermi senza certi schizzi di colore, cosa che invece riesco benissimo a fare. Che dire: in questi momenti di desolazione uno schizzo di colore acceso lasciatelo pure a questo povero prete alle soglie dei sessant’anni, affinché ciascuno possa godere del proprio divertimento. Al lemma “cazzo” si unisce anche quell’altra bella frase idiomatica di … “notorie teste di cazzo”, ossia l’esercito sconfinato di coloro che non capiscono un emerito cazzo di ciò che hai scritto, o del modo profondo, volendo anche scientificamente pertinente in cui l’hai scritto, a ben considerare che ormai, giunti nel fondo del barile, non ci resta altro che la provocazione. Quindi, le idiomatiche e omonime teste di cazzo, si fossilizzano solo su questa parola, dopodiché bigotti, pinzochere e sedicenti cattolici si indignano verso il prete volgare, il tutto corredato con lezioni di stile date con un moralismo da fare invidia ai calvinisti americani del Seicento da parte di quei gai personaggi che si scandalizzano con profonda indignazione dinanzi al richiamo poetico e provocatorio alla parola “cazzo”, salvo però prenderlo allegramente e legittimamente nel culo e rivendicando poco dopo il “sacro diritto” all’acquisto di un figlio comprato da un utero in affitto. E questo che cosa vuol dire? Per caso vuol dire che attraverso il coito anale e la sodomia uno dei due uomini non può rimanere incinta, al punto da avere bisogno di un utero a pagamento? Ma quanto ingrata e cattiva è stata la natura, quindi correggiamola a colpi di lobby LGBT.

Questo nobile termine era molto amato e usato dal Sommo Pontefice Benedetto XIV [Bologna 1675 – Roma 1758], al secolo Prospero Lambertini, bolognese. Con usuale frequenza l’Augusto Pontefice si lasciava andare a espressioni molto colorite, a partire dal suo primo affaccio dinanzi alla folla esultate dopo la sua elezione al sacro soglio. Fu infatti in quell’occasione che, vedendo quella gran folla radunata nella piazza della papale arcibasilica di San Pietro, disse a bassa voce al prelato a lui vicino: «E tutta questa gente, come campa?». Il prelato, che non era da meno e che del neo-eletto aveva profonda conoscenza, rispose: «… campano tirandoselo nel culo gli uni con gli altri». Replica il Pontefice: «… già! Poi ci siamo noi, che invece lo tiriamo nel culo a tutti!». In seguito, all’interno della curia romana, destò più volte stupore e perplessità ch’egli solesse intercalare dicendo «cazzo!». Fin quando l’Augusto Pontefice incaricò un suo assistente di camera, Monsignor Teodoro Boccapaduli, di tirarlo discretamente per la veste, se fosse partito con certi frasari coloriti. Fin quando una volta giunsero di primo mattino i camerieri per avvisare il Sommo Pontefice che durante la notte era scoppiato un incendio a Roma nel rione Monti. Al ché sbottò: «Cazzo! E ci sono stati morti?». Monsignore lo strattonò discretamente. Dopo che i camerieri gli ebbero dettagliato la gravità del fatto, il Sommo Pontefice replicò sbottando: «Cazzo!». E Monsignore lo strattona di nuovo. A quel punto Benedetto XIV, preso dal dispiacere per quel grave resoconto, si volta verso il prelato sbottando: «Boccapaduli, mi hai rotto i coglioni: cazzo, cazzo, cazzo! Ah, la voglio santificare questa parola. Anzi voglio promulgare una bolla del cazzo, per concedere l’indulgenza plenaria a chi pronuncia questa parola dieci volte al giorno».

Molto vi sarebbe da narrare su questa grande figura, ma ci limitiamo a dire in breve che il Sommo Pontefice Benedetto XIV fu un attento amministratore in favore dei bisogni del popolo e delle attività caritative, al tempo stesso fu un grande promotore delle arti e delle scienze. Dotato di acuta abilità politica, ma al contempo di grande spirito pastorale, fu indefesso custode della fede, promotore delle missioni per la nuova evangelizzazione e al tempo stesso uomo di profonda cultura e apertura mentale, tanto da intrattenere intensi rapporti epistolari con figure molto distanti dal mondo cattolico, dai sovrani protestanti sino al padre stesso dell’anticlericalismo moderno: François-Marie Arouet, noto con lo pseudonimo di Voltaire.

Oggi i figli di questo grande secolo buio non sono in grado, all’apice del loro analfabetismo digitale, di ridere sulla Novella di Frate Cipolla, come facevano gli arguti illetterati del contado medioevale. Né sono in grado di comprendere un grande uomo di fede, talmente libero da ogni forma di volgarità interiore ed esteriore, da poter affermare con vero candore: «… se non la smettete di rompermi i coglioni, vi promulgo una bolla del cazzo, con tanto di indulgenza plenaria per chi pronuncia questa parola dieci volte al giorno».

Domandiamoci: ma chi sono, i veri volgari? Ve lo spiego subito: sono certi cattolici che inviano immagini create con photoshop, raffiguranti un Gesù Cristo in croce sacrilegamente gayzzato, con un volto androgino e un’espressione languida che non ricorda affatto il mistero della passione, piuttosto una fanciulla in attesa del coito. E dinanzi a queste immagini blasfeme, io che ho l’occhio abituato a Cimabue, al Beato Angelico, a Filippino Lippi da Prato, a Tiziano, Giotto e Michelangelo, per seguire con Guido Reni e Cararavaggio, sino alla più recente meravigliosa crocifissione di Salvador Dalì, forse non dovrei sbottare: pseudo cattolici del cazzo, mi avete rotto i coglioni, razza di blasfemi digitali! Cristo Signore non era un bamboccio languido da photoshop con l’aria androgina affisso alla croce, era vero Dio e vero uomo, per questo rese terribilmente vera la croce, per quanto era vero Dio e vero uomo.

I figli della moderna èra digitale di questo secolo buio, dopo avere letta mezza pagina e scorso in due minuti tutto il testo, individuata poi la parolina sulla quale polemizzare, nella fattispecie il mitico lemma “cazzo”, già hanno inviato messaggi indignati, quasi ci tenessero, al di sopra d’ogni altra cosa, a dimostrare fino in fondo quanto non abbiano proprio capito un emerito cazzo. E mentre del tutto indifferente li lascio affaccendarsi, posto che da anni e anni, ormai, non riescono più neppure a rompermi i coglioni, mi rivolgo ai pochi in grado di ridere su tutti i moderni Frate Cipolla che hanno però una prerogativa: far uscire fuori di tasca i soldi più di quanto un incantatore di serpenti possa riuscire a imbambolare un cobra indiano. Infatti, basta dire al popolino beota, quello dello pseudo cattolicesimo costruito sullo sprezzo della ragione ed eretto sulle soggettive emozioni sentimentali, che il tal giorno nel tal luogo mi è apparsa la Madonna che mi ha dato un messaggio. Poi, se detto questo si aggiungerà anche che la Madonna mi ha rivelato un segreto terrificante che sconvolgerà l’umanità … ecco i portafogli aprirsi come fisarmoniche. Cosa mi ha detto la Madonna apparendomi? Basterà dire: “… la Madonna mi ha detto di dirvi che lei vi ama e che vi invita a essere buoni e a pregare …”. A quel punto le fisarmoniche si allargheranno ancora di più, se alla insulsa banalità del messaggio si unirà il grande prurito morboso del terrificante segreto, perché a quel punto le fisarmoniche esploderanno, sino alla vera e propria pioggia di danaro. E vogliamo parlare, perlomeno per breve inciso, dell’esercito di sedicenti figli e figlie spirituali di San Pio da Pietrelcina, ultra specializzati a far uscire soldi a pioggia, diversi dei quali appena sessantenni?  

La verità ci renderà liberi, come recita il nostro motto tratto dal Vangelo del Beato Apostolo Giovanni [cf. Gv 8,32], ma al tempo stesso sappiamo quanto la verità non abbia mai pagato nessuno, in particolare quando si dicono quelle verità che nessuno vuol sentirsi dire, né quando si richiama alla realtà, alla fuga dalle emozioni e dai fatui sentimentalismi. La verità non paga quando si insiste a più non posso che la fede si muove sulla ragione e che richiede raziocinio e profondo senso critico e analitico, perché in questa era dell’analfabetismo digitale agire a questo modo è un’autentica politica al suicidio, a ben considerare che oggi, la gente che si dice cattolica, vuole emozioni irrazionali, elementi sensazionali, tanta polemica sterile e tanto futile pettegolezzo. E chi offre questi prodotti, sarà sempre e in ogni modo lautamente pagato. Mentre chi, dinanzi a tutto questo, sbotta dicendo “eccheccazzo!”, è solo un volgare, per non dire: una vergogna di prete.

dall’Isola di Patmos, 17 giugno 2023

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È appena uscito ed è in distribuzione il nuovo libro di Padre Ariel, potete acquistarlo cliccando direttamente sull’immagine di copertina o entrando nel nostro negozio librario QUI

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Dall’amicizia di Gesù con Abramo a Gesù che ci accoglie chiamandoci amici

DALL’AMICIZIA DI DIO CON ABRAMO A GESÙ CHE CI ACCOGLIE CHIAMANDOCI AMICI

Questa famosa storia biblica ci dice che essere amici non è sicuramente una diminuzione o una sottrazione rispetto al rapporto di fede, perché richiama la condiscendenza, la complicità e l’attesa quando, per esempio, un amico è in difficoltà. Non a caso, molto tempo dopo la storia di Abramo in Genesi, una delle più belle espressioni che troviamo nella Scrittura riguardo il rapporto fra l’inviato di Dio, Gesù, e chi lo seguiva fu: «Vi ho chiamato amici».

— Pagine bibliche—

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Sembra che il termine amico non possa esistere senza una sua specifica qualificazione. Abbiamo diverse tipologie declinate, nelle varie arti, che propongono di volta in volta l’immagine di un amico fragile, ritrovato oppure geniale. Se ne potrebbe discorrere all’infinito. Un amico potrà essere vero o falso, esserci sempre o scomparire, di lui o lei ti potrai fidare incondizionatamente o nella peggiore delle ipotesi venir da essi tradito.

La Bibbia che è una letteratura formatasi in un lunghissimo periodo, oltre che parlare del protagonista principale, che è Dio, presenta una variegata serie di situazioni umane. Non a caso il poeta Byron la definì «il grande codice dell’arte», espressione poi ripresa dal critico N. Frye che ne fece un libro[1]. In questa carrellata di umanità disparata non poteva mancare l’interesse per gli amici. È così che il codice della Bibbia è stato capace di suscitare simboli che sono rimasti nell’immaginario di ognuno (Frye le chiamava imagery), anche dei non cultori del libro biblico.

Famoso è il personaggio di Giuda che incarna l’amicizia tradita: «Amico, per questo sei qui» (Mt 26,50), sono le parole che Gesù rivolge al traditore dopo aver ricevuto il suo bacio. Rimanendo ai Vangeli non si può dimenticare l’amicizia di Gesù per la famiglia di Betania: Marta, Maria e Lazzaro. Quando questi muore Gesù dirà: «Lazzaro, il nostro amico, si è addormentato; ma io vado a svegliarlo» (Gv 11,11). Come pure la nomea di amico dei pubblicani e dei peccatori che portò Gesù ad essere inviso alle autorità.

Sono tante le espressioni bibliche che fan riferimento all’amicizia, soprattutto nei libri sapienziali. Ecco due menzioni fra tante:

«Un amico fedele è medicina che dà vita:
lo troveranno quelli che temono il Signore» (Sir 6, 16).

«Un amico fedele è rifugio sicuro:
chi lo trova, trova un tesoro» (Sir 6,14).

Un detto divenuto famoso quello che recita «chi trova un amico trova un tesoro». Ma il primo personaggio biblico ad essere definito amico, nientemeno che di Dio, fu Abramo. Il profeta Isaia lo chiamò così: «Ma tu, Israele, mio servo, tu Giacobbe, che ho scelto, discendente di Abramo, mio amico» (Is 41,8). Gli fa eco il libro di Daniele: «Non ritirare da noi la tua misericordia, per amore di Abramo, tuo amico, di Isacco, tuo servo, di Israele, tuo santo» (3,35) e il secondo libro delle Cronache: «Non hai scacciato tu, nostro Dio, gli abitanti di questa terra di fronte al tuo popolo Israele e non l’hai data per sempre alla discendenza del tuo amico Abramo?» (20,7). Fino al secondo testamento dove troviamo nella lettera di Giacomo: «E si compì la Scrittura che dice: Abramo credette a Dio e gli fu accreditato come giustizia, ed egli fu chiamato amico di Dio» (2,23).

E se l’Autore della lettera di Giacomo insisté sulle azioni compiute da Abramo come qualificanti la sua fede, dall’altra Paolo di Tarso rovesciò la medaglia, nella lettera ai Romani, ponendo la fede di Abramo avanti le sue opere e grazie a questa e solo per questa fu giustificato.

Qui non vogliamo affrontare l’argomento arduo e complesso della giustificazione e della grazia che attiene alla teologia. Ma vogliamo semplicemente declinare in che modo il racconto biblico ci parla della relazione fra Dio e Abramo. Che tipo di amicizia fu? Abramo meritò questo rapporto così particolare? Vi corrispose sempre? Sembra un argomento interessante visto che è divenuto paramento del dono della vita divina all’uomo di fede e della grazia che salva. Senza tralasciare il fatto che Abramo viene considerato il padre delle tre grandi religioni monoteiste, anche se a taluni appare difficile definire il Cristianesimo come un monoteismo.

Poiché la bibbia ama preferibilmente narrare che esporre teorie, proveremo a risalire la china dei racconti delle vicende di Abramo per capire questo rapporto di amicizia e per comprendere alla fine che Abramo non fu così distante da noi, dalle nostre attese ed emozioni, dai nostri punti di vista che appaiono incrollabili e che vengono messi a dura prova dalle istanze e dalle promesse divine che subito non si svelano.

C’è un episodio della vicenda di Abramo narrata nel libro della Genesi (18, 25-32) che sembra porre in evidenza più di altri, più della stessa chiamata, il rapporto di amicizia particolare fra lui e Dio, ed è il racconto della trattativa circa la distruzione della città di Sodoma. A Dio che aveva già deciso la sorte della città Abramo fa presente la possibile presenza in essa di persone giuste. E di dieci in dieci a scendere riesce a carpire un pezzo di benevolenza di Dio. Questo episodio mette in evidenza una caratteristica del patriarca che ritorna più volte nei racconti, ovvero la sua indiscutibile capacità di negoziare. Si tratti di un pozzo, di divisione del territorio, della terra per la tomba della moglie Sara, di come trovare moglie per Isacco suo figlio o di Dio stesso, come nel caso suddetto, Abramo è imbattibile.

Un po’ meno, parecchio meno, quando si tratta di aver fede nelle parole divine e questo appare incredibile per tutto quello che normalmente si pensa di lui. Ma Dio sembra non preoccuparsene. Come del resto fanno i veri amici.

Anche l’esegesi rabbinica ha guardato con favore la capacità abramitica di trattare, quando serve a salvare persone. I maestri della Torah, infatti, non hanno accordato uguale benevolenza a un altro famoso patriarca, Noè, che ricevette il comando di costruire un’arca a motivo dell’imminente diluvio. Questi, a differenza di Abramo, non fece nulla per contrastare il proposito distruttivo.[2] Noè fu uomo obbediente che non poneva domande, «camminava con Dio» (Gen 6,9) ma con Lui non istaurò alcun rapporto, forse a motivo della fine di ogni cosa che stava per arrivare. Con Abramo che «camminava avanti a Dio» (Gen 17, 1) si richiedeva, invece una relazione attiva, paziente ed amichevole.

E di pazienza con Abramo bisogna averne molta. Un lettore moderno del testo biblico si sorprenderebbe di trovare nella vita del patriarca alcuni tratti imbarazzanti. Questi fanno da contraltare alle evidenti capacità mediatorie già ricordate, al suo essere esperto di armi e di guerriglia (Gen 14, 14-16), di uomini e di alleanze (Gen 17, 17-24) e capace imprenditore del mondo antico (Gen 24, 34-35).

Eppure le prime parole in assoluto di Abramo nella Bibbia, subito dopo la chiamata di Dio, proferiscono una bugia, facendo passare Sara, agli occhi del faraone egiziano, come una sorella invece che la moglie[3]. Un episodio che si ripeterà più avanti con un altro re (cap. 20). Nonostante la reiterata promessa divina che sicuramente avrà una discendenza, acconsentirà, più avanti, al proposito di Sara di avere un figlio con la schiava Agar; ma quando le due donne entreranno in conflitto la scaccerà nel deserto, pur a malincuore, con solo un pane e un otre di acqua. Quando col figlio Isacco salirà verso il monte Moria, luogo del suo sacrificio, caricherà la legna sulle spalle del figlio. Quale padre avrebbe fatto questo sapendo a quale sorte andava incontro?

Ma Abramo, giustamente, è ricordato soprattutto per la fede: «Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia» (Gen 15, 6). Ma questa fede evidentemente è dovuta crescere e maturare, passando al vaglio di prove importanti, oltre al fatto che a suscitarla è stata una parola e una promessa divina, più e più volte ricordata.

Nel Libro della Genesi (cfr. 12) Dio parlò per la prima volta ad Abramo. L’espressione usata in ebraico, è piaciuta molto agli psicanalisti: לֶךְ-לְךָ (lek leka) “Va per te” o “Va verso di te”[4]. Una parola nuova, personale, rivolta ad Abramo figlio di Terack, lo invitava a lasciare il padre e ad andare verso una terra per diventare una nazione benedetta. Partì, ma come spesso accade, l’entusiasmo si perse per strada. Il viaggio fu faticoso, a tappe, le genti ostili e, soprattutto, quale discendenza avrebbe potuto avere se un figlio non arrivava? È così che, vuoi per le difficoltà, vuoi per l’età che avanzava, si accontentò. In fondo il figlio della schiava, Ismaele, era già qualcosa. Così a un certo punto Abramo sbottò davanti a Dio: «Se almeno Ismaele potesse vivere davanti a te!» (Gen 17, 18). Finché dinanzi all’ennesima promessa di un figlio loro, Abramo e Sara scoppiarono a ridere. Abramo addirittura si piegò in due dalle risa (Gen 17, 17).

Ma ecco la svolta. Sara partorì davvero un figlio ad Abramo: Isacco, il promesso. Ma quale amico ti fa un regalo simile: Isacco, dall’ebraico יִצְחָק alla lettera “il figlio che ride, che suscita la risata, che si può prendere in giro e dileggiare[5]?  Che proprio per questo diventò la causa dell’allontanamento dell’altro figlio, Ismaele, che non aveva difetti?

Abramo rimase senza parole alla nascita del figlio, poiché il testo riporta solo le parole di Sara, che parlavano di riso e risata. Chi è mai questo figlio che l’amico Dio ha mandato? Bisogna accettare questo dono? Poiché Isacco, fra tutti i patriarchi biblici è sui generis. Non ebbe mai il ruolo del protagonista e apparve da subito privo di personalità propria. Non riuscì neanche a trovarsi la moglie da solo e questa, Rebecca, quando lo vide finalmente da vicino, cadde dal cammello. Non a caso diversi commentatori, sia ebrei che cristiani, hanno messo in evidenza che Isacco potesse essere un figlio non perfetto, disabile, figlio autistico di un padre ormai vecchio[6]. Immaginiamo i sentimenti di Abramo se questa doveva essere la realizzazione della promessa. Come accettare tutto questo?

È a questo punto che la narrazione biblica ci presenta uno degli episodi più affascinati e drammatici di tutta la sua letteratura. Il racconto del sacrificio o meglio della עֲקֵדָה (aqedàh, la legatura) di Isacco nel capitolo 22. Un episodio che ha ispirato artisti e commentatori dall’antichità fino ad oggi. Non è possibile qui darne conto, ma possiamo proporre una interpretazione che ben si lega con quello che si è venuto dicendo finora circa il rapporto fra Dio e Abramo.

Innanzitutto fu un nuovo inizio. Ritroviamo al versetto 2 lo stesso “lek leka” (va per te, verso di te) del capitolo 12. Di nuovo un andare verso sé stessi. Ma questa volta la promessa si è realizzata, in maniera inaspettata. Dove deve andare Abramo?  La salita al monte Morìa, col solo dialogo circa un ariete da trovare, è straziante. Nonostante l’esito alla fine felice, l’episodio conserverà la sua tragicità: nel silenzio che cala durante il ritorno a casa dei due, nella mancanza di esultanza o di gioia, nella successiva separazione fisica fra il padre e il figlio e nella morte di Sara che un מדרש (midrash)[7] fa discendere dal fatto di essere venuta a sapere ciò che stava per succedere sul monte.

Che cosa dunque era accaduto? Che Abramo era stato chiamato ad accettare la promessa di Dio, nella persona di Isacco, figlio imperfetto.  Per questo la sua fede venne provata e ne uscì rafforzata. L’amico aveva compreso finalmente quel che gli era stato chiesto fin dall’inizio, anche se inaspettato e lontano dalle sue prerogative e caratteristiche psicologiche. Ma Abramo andò verso di sé, per aprirsi ad un nuovo sé e al tu del figlio finalmente sciolto e lasciato libero di andare.

Qualcuno, molti secoli dopo avrebbe detto: «Dio sceglie ciò che nel mondo è debole» (1Cor 1,27). Probabilmente è questo che la fede di Abramo doveva drammaticamente comprendere: accogliere nella persona fragile di Isacco la promessa. Solo quando avrà capito sceglierà per Isacco una donna con la quale consolarsi per la morte della madre, gli conferirà ogni suo bene, lo proteggerà dai possibili concorrenti e se ne morirà «sazio di giorni» seppellito dai suoi figli Isacco e Ismaele finalmente riuniti (Gen 25,9).

La vicenda di Abramo e Dio può essere letta in molti modi. La Bibbia al di là dei risvolti che fanno capo alla fede e che passando per San Paolo e Giacomo sopra citati sono arrivati fino ad oggi, la Legge come una storia di amicizia. Con tutti i suoi toni e variazioni, poiché Abramo rimane un uomo con la sua personalità fatta di limiti e grandezze. Questa famosa storia biblica ci dice che essere amici non è sicuramente una diminuzione o una sottrazione rispetto al rapporto di fede, perché richiama la condiscendenza, la complicità e l’attesa quando, per esempio, un amico è in difficoltà. Non a caso, molto tempo dopo la storia di Abramo in Genesi, una delle più belle espressioni che troviamo nella Scrittura riguardo il rapporto fra l’inviato di Dio, Gesù, e chi lo seguiva fu: «Vi ho chiamato amici» (Gv 15, 15).

dall’Eremo, 17 giugno 2023

 

Note

[1] N. Frye, Great code, Bible and literature, 1981 (trad. it.: Einaudi, 1986)

[2] Il parallelo fra il diluvio e la distruzione di Sodoma è stato colto da molti. Si tratta di distruzioni totali. Solo una famiglia si salva in ambedue i casi. La presenza di rapporti incestuosi nei due racconti, da cui nascono tribù non ebree (Cananei da Cam, figlio di Noè e Moabiti e Ammoniti dalle figlie di Lot).

[3] Anche se è vero, poiché erano figli dello stesso padre, ma di madri diverse.

[4] Ugualmente Noè riceve il comando di fare un’arca di cipresso “per te” (Gen 6, 14)

[5] la radice del nome (zade/chet/qof) con questi sensi, compare 179 volte nella Bibbia di cui 112 volte riferita ad Isacco in Genesi

[6] Marmorini G., Isacco, il figlio imperfetto, Claudiana 2018; Baharier H., La Genesi spiegata da mia figlia, Milano 2015

[7] Nd.R. Midrash, dall’ebraico מדרש, termine che indica un metodo di esegesi biblica della tradizione ebraica

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Grandiosa omelia dell’Arcivescovo Metropolita di Milano: «Chi era Silvio Berlusconi? Un uomo»

GRANDIOSA OMELIA DELL’ARCIVESCOVO METROPOLITA DI MILANO: «CHI ERA SILVIO BERLUSCONI? UN UOMO»

«Silvio Berlusconi è stato certo un uomo politico, è stato certo un uomo d’affari, è stato certo un personaggio alla ribalta della notorietà. Ma in questo momento di congedo e di preghiera, che cosa possiamo dire di Silvio Berlusconi? È stato un uomo: un desiderio di vita, un desiderio di amore, un desiderio di gioia. E ora celebriamo il mistero del compimento. Ecco che cosa posso dire di Silvio Berlusconi. È un uomo e ora incontra Dio».

— Pastorale liturgica —

Autore
Simone Pifizzi

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PDF  articolo formato stampa

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Noi pastori in cura d’anime abituati a salire sui pulpiti e a predicare, sappiamo che ci sono momenti e situazioni particolari nelle quali non è facile pronunciare un’omelia che sia opportuna, come nel caso dei funerali di Silvio Berlusconi celebrati oggi nella Cattedrale di Milano. Qualcuno potrebbe pensare che la delicatezza possa essere data dalla complessa personalità del defunto, un uomo che per alcuni decenni ha cavalcato la scena politica nazionale e internazionale. Per seguire con la presenza delle massime autorità dello Stato, dal Presidente della Repubblica al Primo Ministro. Situazioni nelle quali non è ammessa, non dico una parola, ma neppure un sospiro sbagliato. La difficoltà non è però questa, anche se in circostanze più o meno simili diversi vescovi e preti hanno ovviato il problema dicendo più o meno tutto senza dire niente, evitando a questo modo qualsiasi eventuale problema.

L’Arcivescovo Metropolita di Milano, S.E. Mons. Mario Delpini, ha saputo fare invece un’omelia davvero grandiosa che ha riportato tutti con i piedi per terra in quest’aria di beatificazione del defunto Cavaliere, la cui figura è parte della storia d’Italia e per questo sarà oggetto di studi approfonditi da parte degli storici e degli esperti di geopolitica per decenni e decenni. L’Arcivescovo ambrosiano ha puntato su altro: sull’uomo Silvio Berlusconi che è stato indubbiamente un imprenditore di successo, un politico che ha presieduto per quattro mandati la Presidenza del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana, un personaggio istrionico dotato di un senso raro e straordinario dell’auto-ironia, tanto che più volte dichiarò: «Molti si affaticano a prendermi in giro, dimenticando che mi prendo in giro da solo e che nessuno può riuscirci bene come me».

Dinanzi a questa figura complessa e anche controversa, l’Arcivescovo ambrosiano non si è nascosto dietro il “non dire niente”, ma ha detto tutto costruendo il proprio intero discorso su questa domanda retorica: «Cosa possiamo dire di Silvio Berlusconi?». Dando subito la risposta: «È stato un uomo». E dell’uomo l’Arcivescovo ambrosiano ha parlato con una poetica cristiana che può essere applicata sia a una celebrità come Silvio Berlusconi, sia all’ultimo degli anziani morto dimenticato in un reparto di geriatria: un uomo.

Firenze, 14 giugno 2023

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Testo integrale dell’omelia dell’Arcivescovo Metropolita di Milano

Vivere

Vivere. Vivere e amare la vita. Vivere e desiderare una vita piena. Vivere e desiderare che la vita sia buona, bella per sé e per le persone care. Vivere e intendere la vita come una occasione per mettere a frutto i talenti ricevuti. Vivere e accettare le sfide della vita. Vivere e attraversare i momenti difficili della vita. Vivere e resistere e non lasciarsi abbattere dalle sconfitte e credere che c’è sempre una speranza di vittoria, di riscatto, di vita. Vivere e desiderare una vita che non finisce e avere coraggio e avere fiducia e credere che ci sia sempre una via d’uscita anche dalla valle più oscura. Vivere e non sottrarsi alle sfide, ai contrasti, agli insulti, alle critiche, e continuare a sorridere, a sfidare, a contrastare, a ridere degli insulti. Vivere e sentire le forze esaurirsi, vivere e soffrire il declino e continuare a sorridere, a provare, a tentare una via per vivere ancora. Ecco che cosa si può dire di un uomo: un desiderio di vita, che trova in Dio il suo giudizio e il suo compimento.

Amare ed essere amato

Amare e desiderare di essere amato. Amare e cercare l’amore, come una promessa di vita, come una storia complicata, come una fedeltà compromessa. Desiderare di essere amato e temere che l’amore possa essere solo una concessione, una accondiscendenza, una passione tempestosa e precaria. Amare e desiderare di essere amato per sempre e provare le delusioni dell’amore e sperare che ci possa essere una via per un amore più alto, più forte, più grande. Amare e percorrere le vie della dedizione. Amare e sperare. Amare e affidarsi. Amare ed arrendersi. Ecco che cosa si può dire dell’uomo: un desiderio di amore, che trova in Dio il suo giudizio e il suo compimento.

Essere contento

Essere contento e amare le feste. Godere il bello della vita. Essere contento senza troppi pensieri e senza troppe inquietudini. Essere contento degli amici di una vita. Essere contento delle imprese che danno soddisfazione. Essere contento e desiderare che siano contenti anche gli altri. Essere contento di sé e stupirsi che gli altri non siano contenti. Essere contento delle cose buone, dei momenti belli, degli applausi della gente, degli elogi dei sostenitori. Godere della compagnia. Essere contento delle cose minime che fanno sorridere, del gesto simpatico, del risultato gratificante. Essere contento e sperimentare che la gioia è precaria. Essere contento e sentire l’insinuarsi di una minaccia oscura che ricopre di grigiore le cose che rendono contenti. Essere contento e sentirsi smarriti di fronte all’irrimediabile esaurirsi della gioia. Ecco che cosa si può dire dell’uomo: un desiderio di gioia, che trova in Dio il suo giudizio e il suo compimento

Cerco l’uomo

Quando un uomo è un uomo d’affari, allora cerca di fare affari. Ha quindi clienti e concorrenti. Ha momenti di successo e momenti di insuccesso. Si arrischia in imprese spericolate. Guarda ai numeri a non ai criteri. Deve fare affari. Non può fidarsi troppo degli altri e sa che gli altri non si fidano troppo di lui. È un uomo d’affari e deve fare affari. Quando un uomo è un uomo politico, allora cerca di vincere. Ha sostenitori e oppositori. C’è chi lo esalta e chi non può sopportarlo. Un uomo politico è sempre un uomo di parte. Quando un uomo è un personaggio, allora è sempre in scena. Ha ammiratori e detrattori. Ha chi lo applaude e chi lo detesta. Silvio Berlusconi è stato certo un uomo politico, è stato certo un uomo d’affari, è stato certo un personaggio alla ribalta della notorietà. Ma in questo momento di congedo e di preghiera, che cosa possiamo dire di Silvio Berlusconi? È stato un uomo: un desiderio di vita, un desiderio di amore, un desiderio di gioia. E ora celebriamo il mistero del compimento. Ecco che cosa posso dire di Silvio Berlusconi. È un uomo e ora incontra Dio.

Cattedrale Metropolitana di Milano, 14 giugno 2023

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Felici e anche onorati di lavorare gratis, però cerchiamo di non esagerare …

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«Non sapete che quelli che fanno il servizio sacro mangiano ciò che è offerto nel tempio? E che coloro che attendono all’altare hanno parte all’altare? Similmente, il Signore ha ordinato che coloro che annunciano il Vangelo vivano del Vangelo» [I Cor 9, 13-14].

 

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Nel 2018 aprimmo anche le Edizioni L’Isola di Patmos, i cui libri seguitano a essere venduti con buoni esiti in un mercato costituito da un pubblico di nicchia, non certo da quei “cattolici” ben più numerosi che si acculturano saltando da un blog all’altro dove si nutrono di “profezie” e “rivelazioni”, o che su Facebook ti chiedono di spiegargli in quattro righe il Prologo del Vangelo di Giovanni e l’incarnazione del Verbo di Dio, perché su un sito di ufologia gestito da un anonimo hanno letto che Gesù Cristo era un alieno.

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Mi sono consultato con i confratelli e abbiamo deciso di ricordare il monito dell’Apostolo: 

«Non sapete che quelli che fanno il servizio sacro mangiano ciò che è offerto nel tempio? E che coloro che attendono all’altare hanno parte all’altare? Similmente, il Signore ha ordinato che coloro che annunciano il Vangelo vivano del Vangelo» [I Cor 9, 13-14].

Perché nascondere l’amarezza, specie quando si ha per indole un temperamento generoso? Ritengo per questo doveroso aggiungere qualche precisazione sotto forma di domanda: alcuni, o forse molti, pensano che i preti siano limoni da spremere? Perché la logica del non meglio precisato “cattolico” è la seguente: quando cade nel bisogno si rivolge ai buoni preti, che trova, perché ci sono ancora, forse sempre di meno, ma ci sono. Però, se deve mettersi le mani in tasca e contribuire al lavoro pastorale dei buoni sacerdoti, in tal caso comincia a pubblicare sui social media post e foto del peggio che tra i preti si può trovare e che nessuno ha mai negato che esista e che ci sia. Strana logica, non vi pare? Quando dai buoni preti si deve prendere, si prende a piene mani, ma quando l’opera dei buoni preti necessita di essere sostenuta, allora si sigilla il portafogli e si va a cercare il peggio che può esserci nel clero, come ovunque, pubblicando pianti e lamenti sui social media al fine di giustificare il proprio egoismo e la propria avarizia.

Da anni mi dedico all’apostolato con i sacerdoti e da questo osservatorio privilegiato conosco e tocco con mano casi di presbiteri anziani e ammalati che dopo una vita dedicata ad assistere e accudire il Popolo di Dio versano oggi in condizioni di solitudine e abbandono, sperimentando anzitutto l’ingratitudine delle numerose persone alle quali hanno fatto del bene finché hanno avuta la forza fisica per farlo. Se però richiami il cattolico-si-fa-per-dire alle sue responsabilità verso i preti, per tutta risposta lui ti pubblica sui social media la foto del prete che celebra la Santa Messa al mare in costume da bagno sul materassino inserendo semmai la didascalia: «… dovremmo anche finanziare questa gente?». Non ti racconta, però, del vecchio e santo parroco, oggi dimenticato in una casa di riposo con il catetere attaccato addosso, che gli salvò il matrimonio e che convinse sua moglie a non abortire un figlio che poi nacque e che cresciuto e divenuto adulto gli ha dato la gioia di diventare nonno. Certe cose no, quelle non si raccontano né con foto né con didascalie sui social media.

Tra le varie forme di ingratitudine confesso che mi hanno colpito in modo particolare quelle persone che oltre ad avere le mani solo per prendere ritengono che dal prete si debba persino pretendere, in testa a tutti quelli che sono finiti nei giri dei vari santoni e delle varie sedicenti veggenti in stretto contatto con le molteplici madonne parlanti o piangenti che rivelano tremebondi segreti catastrofici ai vari ciarlatani che impazzano sulla piazza. E oggi, le persone che cadono in queste reti, sono sempre di più. Fin quando numerosi di questi raggirati e spennati come polli finiscono per rivolgersi a noi, che facendo il nostro dovere, ossia i preti, i pastori in cura d’anime, nel corso degli anni abbiamo aiutato e sostenuto persone disperate, raggirate e tradite, cercando opportune e prudenti soluzioni, non limitandoci al mero conforto spirituale ma cercando spesso di aiutarle anche attraverso specialisti o consulenti legali di nostra fiducia e conoscenza, i quali non di rado li hanno aiutato a titolo persino gratuito, considerando che i dementi piangenti erano stati ridotti a cosciotti di pollo spolpati dai più voraci dei peggiori imbonitori.

Qualcuno di loro ha avuto per caso la sensibilità di versare 5 o 10 euro sul nostro conto a sostegno della nostra opera, semmai dopo avere elargito per anni soldi a certa gente? Certo che no, i soldi si mollano senza esitazione a quelli che raccontano di parlare con la Madonna, che vantano doni sensitivi, di preveggenza o di guarigione, o che a distanza di 55 anni dalla sua morte si presentano come figli spirituali di Padre Pio da Pietrelcina, ai quali il Santo Cappuccino, manco a dirsi, rivelò cose sensazionali che costoro, a loro volta, rivelano solo a pochi eletti, ovviamente paganti, beninteso!

Con i numeri ho da sempre un pessimo rapporto, però, pur non sapendo fare le divisioni senza calcolatrice, a dei calcoli elementari ci arrivo anch’io: come possono, un Tale o una Tale di neppure sessant’anni d’età essere stati figli spirituali prediletti di questo Santo Frate morto nel 1968 e avere ricevuto da lui confidenze straordinarie? Padre Pio da Pietrelcina andava forse a prendersi i propri figli spirituali all’asilo nido o alla scuola materna per farne dei depositari privilegiati dei suoi segreti?

Il mio parlare è nudo e crudo? Sì, perché tale deve essere con tutta l’amarezza del caso da parte di un prete che assieme ai propri confratelli redattori ha impiegato tempo, energie, risorse umane e spirituali per tante persone, inclusi quelli che dopo essersi fatti togliere persino le mutande di dosso dai peggiori ciarlatani sono venuti a piangere aiuto da noi. E lo hanno avuto l’aiuto, immediato e senza risparmio alcuno di noi stessi, che spesso siamo stati sino a tarda notte a rispondere e a farci carico dei loro problemi. Però, in cambio, non ci hanno offerto nemmeno un caffè, cosa questa che duole, parecchio.

Più che chiedere – cosa che mai abbiamo fatto – vi confido amarezza, che ritengo abbia la propria ragione di essere, per il resto facciano coloro che del nostro duro lavoro hanno beneficiato e beneficiano, pur dimenticando che «coloro che annunciano il Vangelo vivano del Vangelo».

dall’Isola di Patmos, 13 giugno 2023

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È morto Silvio Berlusconi, uomo amato e odiato, ma indubbio pezzo della storia patria d’Italia

Notizie brevi

È MORTO SILVIO BERLUSCONI, UOMO AMATO E ODIATO, MA INDUBBIO PEZZO DELLA STORIA PATRIA D’ITALIA 

Al di là delle posizioni politiche e delle convinzioni personali di ciascuno, al Presidente Silvio Berlusconi va riconosciuto il merito del coraggio e della intraprendenza, il merito di aver lavorato intensamente, possiamo dire fino all’ultimo, nella creazione della propria azienda e nell’ideazione di un progetto politico che ha saputo intercettare l’interesse e l’apprezzamento di milioni di italiani. 

Autore
Anna Monia Alfieri, I.M. 
Cavaliere della Repubblica Italiana

             

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– Notizie brevi –

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Silvio Berlusconi è morto questa mattina presso l’ospedale San Raffaele di Milano dove era stato nuovamente ricoverato lo scorso venerdì 9 giugno, dopo un precedente ricovero a causa di una polmonite e di una leucemia mielomonocitica. Il feretro è stato trasportato dall’ospedale alla villa di Arcore alle ore 12. Domani sarà allestita la camera ardente nella sede di Mediaset nello studio 20 di Cologno Monzese. I funerali si svolgeranno mercoledì nella Cattedrale di Milano.

Al di là delle posizioni politiche e delle convinzioni personali di ciascuno, al Presidente Silvio Berlusconi va riconosciuto il merito del coraggio e della intraprendenza, il merito di aver lavorato intensamente, possiamo dire fino all’ultimo, nella creazione della propria azienda e nell’ideazione di un progetto politico che ha saputo intercettare l’interesse e l’apprezzamento di milioni di italiani. 

La sua “discesa in campo”, per mutuare una sua espressione, in un’Italia che stava vivendo una profonda crisi politica legata agli effetti di Tangentopoli e delle bombe della Mafia, con la conseguente crisi dei tre partiti che, fino ad allora, avevano guidato la scena politica, aveva dato nuova determinazione alla schiera dei moderati rimasti delusi dalle vicende di quegli anni.

Credo che uno dei grandi meriti del Presidente Berlusconi sia stato quello di non essersi mai abbassato alle accuse e alle polemiche contro gli avversari politici, di aver sempre mantenuto toni educati e rispettosi e di aver contribuito a fare dell’Italia uno degli attori economici e politici più importanti a livello europeo e mondiale. Ci uniamo, quindi, alla preghiera di suffragio per lui e nella vicinanza alla sua famiglia.

Milano, 12 giugno 2023

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I Padri dell’Isola di Patmos

 

 

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Nuova destinazione e ministero per il nostro redattore Padre Ivano Liguori

NUOVA DESTINAZIONE E MINISTERO PER IL NOSTRO REDATTORE PADRE IVANO LIGUORI

Il Ministro Provinciale dei Cappuccini di Sardegna ha chiesto a Padre Ivano di accettare un nuovo incarico, peraltro molto delicato, come formatore presso il Convento di Sanluri dove si trova la casa in cui sono accolti gli aspiranti alla vita religiosa per il loro discernimento vocazionale. 

— Notizie in breve —

Autore
Redazione de L’Isola di Patmos

 

 

 

 

 

 

 

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Il nostro redattore cappuccino Ivano Liguori è una colonna portante di questa nostra rivista, la sua preziosa collaborazione inizia sei anni fa, all’epoca in cui svolgeva il ministero di cappellano presso l’Ospedale Brotzu, grande polo ospedaliero di Cagliari, dove a distanza di anni è sempre ricordato assieme al suo confratello Giancarlo Pinna dal personale medico e paramedico, da ex ammalati e loro familiari che ogni tanto seguitano a inviare messaggi di stima e riconoscenza alla nostra redazione in suo ricordo.
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Grande esperto di pastorale sanitaria e giovane uomo dotato di rara umanità retta su una solida fede e altrettanto solida dottrina, Padre Ivano ha saputo vedere, in nove anni di delicato servizio ospedaliero, il Cristo sofferente negli ammalati (cfr. Mt 25, 35-44).
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Nel settembre 2019 è inviato a Laconi, in provincia di Oristano, come guardiano e parroco presso il convento con annessa parrocchia curata dai Frati Minori Cappuccini nella cittadina d’origine di Sant’Ignazio da Laconi, in una situazione non propriamente facile e con diversi problemi da sanare. Da subito si dedicò con grande dedizione alla cura delle anime, curando il decoro della sacra liturgia, sempre disponibile con i confratelli per le confessioni e le direzioni spirituali, offrendo importanti incontri di formazione e cicli di catechesi, diversi dei quali pubblicati anche in video su queste colonne nella rubrica Colazione con il Cappuccino, inclusa una serie di catechesi dedicate al Sacramento della Penitenza, la confessione. Nel mentre si è dedicato alla sua attività pubblicista sulla nostra rivista, che senza di lui non sarebbe quella che oggi è, firmando oltre 100 articoli di alto respiro e profondo spessore pastorale e dottrinale, dando nel mentre alle stampe due libri: Dal Dal Prozan al Prozac (2021) e Il segno di Caino (2021).
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Prima di lasciare Laconi ha amministrato il Santo Battesimo a una splendida bambina di 10 anni, segno visibile dei frutti prodotti dai suoi quattro anni di attività pastorale svolti in quella cittadina.
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Il Ministro Provinciale dei Cappuccini di Sardegna ha chiesto a Padre Ivano di accettare un nuovo incarico, peraltro molto delicato, come formatore presso il Convento di Sanluri dove si trova la casa in cui sono accolti gli aspiranti alla vita religiosa per il loro discernimento vocazionale. 
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Anche Padre Giancarlo Pinna, con il quale ha condiviso tanti anni di ministero presso il grande polo ospedaliero di Cagliari e che nel settembre 2019 fu trasferito anch’esso a Laconi, lascia quella località, non però da solo. I due confratelli giunsero infatti a Laconi portandosi dietro con loro nel nuovo convento Tac, la gatta che per anni visse nell’alloggio dei cappellani e che oggi vive serena e felice in quella casa religiosa. Questa volta Padre Giancarlo si porterà presso la sua nuova destinazione una bassottina tanto affettuosa quanto ruffiana.
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Incaricato di prendersi cura della casa di riposo di Oristano dove risiedono le Terziarie Francescane ammalate, Padre Giancarlo giungerà con quanto di più terapeutico possa esistere in quel contesto per delle persone anziane e ammalate: una bassottina ruffiana. Antica e pura pedagogia francescana. 
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dall’Isola di Patmos 12 giugno 2023

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.https://www.youtube.com/watch?v=ltEAQNopUYM&t=2s

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Il Corpus Domini. Una festa da riscoprire in un tempo in cui il culto eucaristico sembra “passato di moda” nelle strade disertate dai pastori e occupate dalle “sacre processioni” del “politicamente corretto”

IL CORPUS DOMINI. UNA FESTA DA RISCOPRIRE IN UN TEMPO IN CUI IL CULTO EUCARISTICO SEMBRA “PASSATO DI MODA” NELLE STRADE DISERTATE DAI PASTORI E OCCUPATE DALLE “SACRE PROCESSIONI” DEL “POLITICAMENTE CORRETTO”

Dispiace constatare – come attestano numerosi messaggi di sacerdoti arrivati alla nostra Isola di Patmos nei giorni passati – che in molte delle nostre città ormai la processione del Corpus Domini è diventata un ricordo. Perfino la Diocesi di Roma quest’anno non ha avuto la sua processione: in compenso la vigilia del Corpus Domini è stata però impiegata per lo svolgimento del meeting mondiale sulla Fraternità umana dal titolo Not Alone, che prevedeva anche la presenza del Santo Padre, non concretizzatasi a causa dell’ultimo intervento chirurgico.

— Pastorale liturgica —

Autore
Simone Pifizzi

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PDF  articolo formato stampa

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In questi ultimi tempi abbiamo visto veramente più o meno di tutto. Sante Messe celebrate su materassini gonfiabili [cfr. QUI, QUI, QUI], su motociclette o quant’altro utilizzati per altari; con ministri sacri in costume da bagno o con vesti che giudicare inopportune per il Santo Sacrificio Eucaristico sarebbe un mero eufemismo. Altari della reposizione del Giovedì Santo che, da luoghi che dovrebbero esprimere amore e preghiera verso il tesoro più prezioso lasciatoci da Nostro Signore Gesù Cristo, che si sono trasformati in luogo di sfogo delle più stravaganti paturnie presbiterali [cfr. QUI].

Corpus Domini giugno 2020, benedizione eucaristica dal sagrato della cattedrale impartita dal Cardinale Giuseppe Betori, Arcivescovo Metropolita di Firenze

Giunge allora come rugiada sul vello nel deserto la solennità del Corpo e Sangue di Cristo, comunemente detta Corpus Domini, che la Chiesa celebra il primo giovedì dopo la festa della Santissima Trinità, o la domenica successiva. È stato scritto:

«Come la Santissima Eucaristia rappresenta il centro e il culmine di tutta la nostra vita religiosa, nonché il fulcro della Liturgia, il momento più alto della vita cristiana e il più santo dei Sacramenti, così la festività del Corpus Domini, a parte la Pasqua e il Natale, è la più radiosa dell’anno liturgico, perché segna il trionfo del Re eucaristico, e la sua istituzione è la più eloquente espressione della vita religiosa ed ecclesiale del Medioevo» (Bernhard Ridder, Manuale di storia ecclesiastica, Paoline, p. 368).

L’origine di questa festa la si fa risalire storicamente nell’anno 1247 nella diocesi di Liegi, dove il vescovo introdusse questa celebrazione in reazione alle tesi di Berengario di Tours (998-1088), secondo il quale la presenza di Cristo nell’Eucaristia non era reale ma solo simbolica. Il Vescovo fu ispirato dalla Santa mistica Giuliana di Cornillon (1192-1258), monaca agostiniana del convento di Mount Cornillon, che da giovane ebbe la visione della Chiesa, apparsale sotto le sembianze di una luna piena, solcata da una macchia scura, ad indicare la mancanza di una festività. In seguito ebbe la visione di Cristo stesso che le affidò il compito di adoperarsi affinché fosse istituita la festa del Santissimo Sacramento, per ravvivare la fede dei cristiani nella presenza reale nell’Eucaristia e per espiare i peccati commessi contro il Sacramento Eucaristico. Divenuta nel 1222 priora del suo convento chiese consiglio ai maggiori teologi del suo tempo (tra cui Jaques Pantaléon, futuro Papa Urbano IV) per chiedere l’istituzione della festa. Questo portò il vescovo di Liegi, Roberto di Thourotte (+1246) ad indire nel 1246 un sinodo locale ― perché all’epoca i sinodi si occupavano di cose serie … ― il quale stabilì che dall’anno successivo venisse celebrata la festa del Corpus Domini nella Diocesi di Liegi. Per inciso: all’epoca i vescovi avevano la facoltà di istituire feste liturgiche all’interno della propria diocesi.

Nel 1264 il Papa Urbano IV che già aveva contribuito e appoggiato la festa del Corpus Domini a Liegi, in seguito anche al riconoscimento del Miracolo Eucaristico di Orvieto-Bolsena del 1263, con la Bolla Transiturus de hoc mundo, istituì la solennità del Corpus Domini per tutta la Chiesa universale, elevandola a festa di precetto e fissandone la celebrazione per il giovedì dopo l’Ottava di Pentecoste. Sul miracolo eucaristico di Bolsena-Orvieto lasciamo però la parola al nostro confratello orvietano Marco Nunzi, che ne è esperto conoscitore [cfr. QUI]. A me interessa sottolineare alcune particolarità liturgiche di questa festa:

Liturgia eucaristica. I testi delle letture delle tre Messe corrispondenti ai cicli liturgici festivi A, B e C, presentano anzitutto le figure simboliche dell’Antico Testamento riguardanti l’Eucaristia come la manna data in cibo ad Israele nel deserto, gli olocausti e i sacrifici di comunione per il Signore, il sangue dell’alleanza, il pane e il vino offerti da Melchisedech ad Abramo. Nella seconda lettura delle stesse tre Messe, l’Apostolo Paolo afferma che la comunione con il Corpo di Cristo è un segno eloquente di unità, di intima amicizia e di “incorporazione” in Cristo, oltre che di fede e di completa donazione a lui. Il testo della Lettera agli Ebrei (B) presenta Gesù che offre s e stesso per purificare la nostra coscienza dalle opere di morte al fine di servire il Dio vivente. Nei brani evangelici viene parte del Discorso del Pane di vita tenuto da Gesù a Cafarnao (cfr. Gv 6), l’ultima cena di Gesù e l’istituzione dell’Eucaristia (cfr. Mc 14, 12-6. 22-26) e la moltiplicazione dei pani (cfr. Lc 9, 11-17). In particolare poi va sottolineata la stupenda sequenza Lauda Sion che canta il Cristo vero Pane di Vita che “ci nutre, ci difende e ci porta ai beni eterni nella terra dei viventi”.

Liturgia delle ore. Oltre gli inni del Pange lingua, del Sacris sollemniis e del Verbum supernum prodiens, insuperabili per contenuto e melodia musicale, i salmi dell’Ufficio delle Letture, delle Lodi e dei Vespri riassumono tutti i sentimenti che un’anima credente e amante può esprimere al Signore, che nell’Eucaristia ci dà il segno eloquente del suo amore infinito per noi. Le due letture presentano l’Eucaristia come centro di tutta la storia della salvezza, che ha la sua preparazione nell’Antico Testamento e la sua piena attuazione nel Nuovo Testamento. San Tommaso d’Aquino, nella seconda lettura, non esita a dire

«l’Unigenito Figlio di Dio, volendo farci partecipi della sua divinità […] si fece uomo per elevarci alle altezze di Dio […] offrì infatti a Dio Padre il suo corpo come vittima sull’altare della croce per la nostra riconciliazione. Sparse il suo sangue facendolo valere come prezzo e come lavacro perché, redenti dalla umiliante schiavitù, fossimo purificati da tutti i peccati. Perché, infine, rimanesse in noi un costante ricordo di così grande beneficio, lasciò ai suoi fedeli il suo Corpo in cibo e il suo Sangue come bevanda, sotto le specie del pane e del vino. Oh, meraviglioso convito! Che cosa vi può essere di più prezioso? Nessun sacramento è più salutare di questo. L’Eucaristia è il memoriale della passione di Cristo, è la più grande di tutte le meraviglie da lui operate, è il mirabile documento del suo immenso amore per gli uomini» (Opusc. 57, nella festa del Corpo del Signore, lect. 1-4).

Processione eucaristica. Come abbiamo già detto, Al fine di favorire la devozione al Santissimo Sacramento, il Papa Urbano IV estese la festa del Corpus Domini a tutta la Chiesa. Pur non facendo alcuna menzione nella Bolla ad una processione eucaristica, si prese subito l’abitudine di mostrare ai fedeli le Specie Eucaristiche nel corso di una solenne processione con il Santissimo Sacramento, che evidentemente si è sempre distinta per speciale importanza e per significato nella vita pastorale delle comunità cristiane. Conviene pertanto che, là dove le circostanze attuali lo permettono e la processione può essere davvero un segno di fede e di adorazione, essa venga conservata. In tal caso è bene che la processione con il Santissimo Sacramento si faccia immediatamente dopo la Messa, nella quale viene consacrata l’Ostia da portarsi poi in processione. I canti e le preghiere che si fanno lungo il tragitto, portino tutti a manifestare la loro fede in Cristo, unicamente intenti alla luce del Signore (cfr. Rito della Comunione fuori della Messa e Culto Eucaristico, nn. 102 – 104).

Dispiace constatare – come attestano numerosi messaggi di sacerdoti arrivati alla nostra Isola di Patmos nei giorni passati – che in molte delle nostre città ormai la processione del Corpus Domini è diventata un ricordo. Perfino la Diocesi di Roma quest’anno non ha avuto la sua processione: in compenso la vigilia del Corpus Domini è stata però impiegata per lo svolgimento del meeting mondiale sulla Fraternità umana dal titolo Not Alone, che prevedeva anche la presenza del Santo Padre, non concretizzatasi a causa dell’ultimo intervento chirurgico.

Quello di Roma è solo un esempio di eleganti “scuse” episcopali ― con tanto di spallucce a chi invece fa notare l’importanza di un tale gesto ― per lasciare ad altri e ad altro le nostre vie e le nostre piazze, trasformate il più delle volte in grandi trattorie a cielo aperto, basterebbe fare in tal senso un giro in piazza del Duomo a Firenze per rendersene conto …

Forse su questa moda di buttare alle ortiche tutte le nostre tradizioni per essere “politicamente corretti” converrebbe fare una serena ma urgente riflessione, anche se il disagio e la sofferenza che in forma sempre maggiore stanno vivendo i preti e di riflesso i fedeli, sembrerebbe interessare poco o niente.

Firenze, 11 giugno 2023

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Il miracolo eucaristico avvenuto tra le Città di Orvieto e Bolsena e l’istituzione della Solennità del Corpus Domini

IL MIRACOLO EUCARISTICO AVVENUTO TRA LE CITTÀ DI ORVIETO E BOLSENA E l’ISTITUZIONE DELLA SOLENNITÀ DEL CORPUS DOMINI

Testimone del prodigio di Bolsena, il Corporale di Orvieto è la “firma“ di Gesù vivo e vero nel Pane eucaristico, che spazza via il dubbio e ci lascia penetrare quei sacri misteri ai quali si giunge attraverso la ragione della fede: fides et ratio (fede e ragione). O come insegna Sant’Anselmo d’Aosta: Fides quaerens intellectum (la fede richiede l’intelletto) che prende forma dal detto di Sant’Agostino Credo ut intelligam (credo per capire).  

—  Attualità ecclesiale —

Autore
Marco Nunzi*

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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PDF  articolo formato stampa

 

 

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La Solennità del Corpus Domini vede le città di Orvieto e Bolsena unite in un profondo binomio inscindibile. Perché è vero, il segno prodigioso è avvenuto a Bolsena, ma la “culla” della Solennità da dove è stata poi istituita per tutta la Chiesa rimane ed è Orvieto. Proprio come Gerusalemme non può prescindere da Betlemme, non ci sarebbe infatti la risurrezione senza prima la natività, allo stesso modo non sarebbe stata proclamata la Festa del Corpo e del Sangue del Signore senza l’evento prodigioso che ne ha dato l’origine.

Marco Nunzi e Ariel S. Levi di Gualdo, Cappella del Sacro Corporale, Cattedrale di Orvieto

La storia dei fatti la possiamo riassumere così: nel lontano XIII secolo Pietro, sacerdote boemo, era tormentato da un dubbio. Egli non riusciva a spiegarsi come durante la Santa Messa, attraverso la transustanziazione, il pane e il vino potessero realmente mutarsi nel Corpo e nel Sangue di Cristo. Intraprese così un lungo pellegrinaggio verso Roma per pregare sulla tomba dei Santi Apostoli Pietro e Paolo nella speranza di trovare risposta al suo lacerante tormento. Giunto a Bolsena decise di celebrare il Sacrificio Eucaristico sulla tomba della martire Cristina. Durante il canone eucaristico, sulle parole della consacrazione delle sacre specie, tra le sue mani tremanti l’Ostia divenne visibilmente vera carne che, stillando copiosamente vivo sangue, imporporò il corporale e alcune pietre dell’altare.

Per un misterioso disegno della Provvidenza, in quei tempi risiedeva a Orvieto il Sommo Pontefice Urbano IV, presente nella sua residenza orvietana durante quel miracoloso avvenimento. Appena il Papa venne a conoscenza dell’evento miracoloso incaricò il Vescovo di recarsi nella vicina Bolsena per esaminare l’accaduto e portare a Orvieto i segni del prodigio. Sceso ai piedi della rupe orvietana per andare incontro al Vescovo, al vedere il sacro Corporale il Papa s’inginocchiò commosso e, preso nelle sue mani con grande venerazione questo Sacro lino, tornò processionalmente verso la Chiesa di Orvieto tra i canti del popolo in festa.

Urbano IV, molti anni prima degli eventi di Bolsena e della sua elezione a Sommo Pontefice, conobbe a Liegi, in Belgio, Giuliana di Cornillon. L’umile religiosa lo fece partecipe di alcune rivelazioni che aveva ricevuto da parte del Signore. Queste riguardavano la necessità di stabilire una nuova solennità liturgica in onore della Santa Eucarestia, Sacramento mirabile dell’Amore di Dio e della sua Presenza. Il Papa, memore delle confidenze di Giuliana e con gli occhi del cuore ancora fissi sul Sangue prezioso impresso nel Corporale, si decise a istituire dalla Città di Orvieto, con la Bolla Transiturus de hoc mundo dell’11 agosto 1264 la festa del Corpus Domini estesa a tutta la Chiesa Universale.

Il Papa chiese altresì a Tommaso d’Aquino, noto teologo domenicano, anch’egli allora residente ad Orvieto, di redigere l’Ufficio Divino della nuova Solennità. Nascono così i testi dei cinque stupendi inni eucaristici: il  Pange lingua che termina con il notissimo Tantum ergo, la lode Sacris Solemniis, il Panis angelicus, il Verbum supernum prodies e O salutaris hostia, che ancor oggi fanno parte della Liturgia della Chiesa.

In merito alla stesura degli inni, la tradizione tramanda un episodio particolare: Tommaso d’Aquino, prima di presentarsi al cospetto di Urbano IV per proporre l’inno Pange lingua, si recò nella chiesa del convento di Orvieto per pregare davanti al Crocifisso. Tommaso chiese al Signore di fargli conoscere il suo “parere” su quanto fosse stato scritto. Il Crocefisso rispose in semplicità: «Hai scritto bene di me o Tommaso, quale ricompensa desideri? Il grande teologo rispose: “Nient’altro che Te stesso, o Signore”».

Cosa significa per noi oggi celebrare questa grande Solennità? Il richiamo immediato è quello di tornare a ciò che Gesù ha fatto e ha detto in quell’ultima cena. Contempliamo il suo gesto: Prese del pane e ha detto “questo sono io, prendete e mangiate.”

Un segno, il pane, che rappresenta la sua vita, cosa è stata tutta la sua vita: Pane donato, vita donata, neanche una briciola di questa vita, neanche un istante del suo tempo Gesù ha trattenuto per sé, è stata tutta un dono per i fratelli. Cosa dice Gesù a noi quando dichiara “questo sono io, prendete e mangiate” cioè assimilate questa proposta di vita che è stata la mia. Mangiare quel pane vuol dire “voi accogliete me nella vostra vita e accogliendo me accogliete la logica dell’Amore che porta alla costruzione di un mondo nuovo.” Perché ogni discepolo che mangia questo Pane è disposto a essere completamente pane di vita per gli altri come Gesù è stato e continua ad essere attraverso di noi.

Testimone del prodigio di Bolsena, il Corporale di Orvieto è la “firma“ di Gesù vivo e vero nel Pane eucaristico, che spazza via il dubbio e ci lascia penetrare quei sacri misteri ai quali si giunge attraverso la ragione della fede: fides et ratio (fede e ragione). O come insegna Sant’Anselmo d’Aosta: Fides quaerens intellectum (la fede richiede l’intelletto) che prende forma dal detto di Sant’Agostino Credo ut intelligam (credo per capire).  

dall’Isola di Patmos, 11 giugno 2023

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* Mons. Marco Nunzi (01.06.1964) è presbitero della Diocesi di Orvieto-Todi e canonico del Capitolo della Cattedrale di Santa Maria Assunta

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Corpus Domini. Il Santissimo Sacramento della presenza e comunione

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

CORPUS DOMINI. IL SANTISSIMO SACRAMENTO DELLA PRESENZA E COMUNIONE

«In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno»

 

Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

 

PDF  articolo formato stampa

 

 

Cari Amici e Lettori de L’Isola di Patmos,

nella grande festa del Corpus Domini Gesù ci offre definitivamente sé stesso nel Santissimo Sacramento dell’Eucarestia. La liturgia della Parola ci narra che in quei giorni, mentre gli abitanti di Cafarnao ascoltano le sue parole, sono tramortiti da un annuncio grande: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo» (Gv 6, 51). Parole che provocano inizialmente in loro una certa confusione, sino al punto da sollevare proteste. Sembrano quasi pretendere un Dio che sia un po’ più comprensibile, rispetto a quelle parole nelle quali Gesù espone quello che è il grande mistero dell’Eucarestia. Con parole che all’inizio non possono che stordire, delineando un mistero grande e tremendo. Gesù, il figlio di Dio incarnato, sceglie di diventare quel pezzo di pane e quel sorso di vino. Nelle specie eucaristiche, a ogni Santa Messa celebrata è presente Cristo in corpo, sangue, anima e divinità. Quelle specie eucaristiche diventano per noi il pane e vino per il sentiero di eternità. Diventano la nuova manna nascosta, l’alimento che ci permette di ottenere la linfa vitale della grazia per camminare in santità e giustizia tutti i giorni della nostra vita.

Come più o meno sappiamo dal Catechismo, la presenza reale di Gesù è possibile perché durante la Santa Messa, al momento della consacrazione, tramite le parole del sacerdote recitate sulle specie eucaristiche avviene il miracolo della transustanziazione. Le sostanze del pane e il vino, pur mantenendo lo stesso aspetto, si convertono nella sostanza del Corpo e del Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo.  

Dinanzi all’annuncio di questo mistero i cafarnaiti rimangono scandalizzati, perché non lo comprendono, in parte perché privi degli strumenti di comprensione, in parte perché hanno il cuore un po’ duro rinchiuso nei formalismi farisaici e nelle formule a memoria che non hanno però un concreto sviluppo nella carità. Ecco quindi che Gesù offre loro due spiegazioni:

«In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno» (Gv 6, 53).

Gesù spiega che assimilare il suo corpo vuol dire che il Padre ha mandato lui come nuova ed eterna manna dal cielo che completa la manna che fu data agli ebrei nel deserto. Dunque Gesù è colui che in quella manna, in quel pane, si rende presente perché Dio Padre tramite un miracolo lo rende presente, questo è in sintesi il discorso che pone agli ascoltatori; e lo rende presente perché tramite il suo pane Gesù arriva nella piena e forte intimità con chi lo accoglie. Il corpo di colui che accoglie la nuova ed eterna manna diviene il tempio, la nuova dimora per il Signore.

Questo mostra da un lato la presenza reale, come dicevamo agli inizi, in cui il credente viene purificato e trasformato da Dio per essere ad imitazione di Cristo. In un certo senso, come dicono i Padri greci, l’assunzione del Corpo di Cristo fa sì che lui si assimili a noi: perché l’Eucarestia è il Sacramento che offre la grazia a tutti noi della presenza e della imitazione di Gesù nel nostro concreto quotidiano.

Così, imitando Gesù, tutti noi possiamo fare comunione con il prossimo e inerpicarci in un Sentiero di santità. Essere santi vuol dire operare la carità e l’amore di Dio, dunque far entrare il nostro prossimo in un cammino di eternità. Gesù stesso ce lo dice: l’amore di Cristo Eucaristico ci conduce alla vita eterna e alla resurrezione della carne.

Così come allora, mentre leggo queste parole eterne mi domando: il grande mistero dell’amore realmente presente nell’Eucarestia, scandalizza forse ancora oggi? Forse la nostra santificazione passa anche da questo. Essere testimoni eucaristici, perché prima di tutto siamo eucaristizzati noi per primi, ossia siamo effusi dalla grazia della presenza reale, e i suoi effetti di gioia e di soddisfazione possono essere autentici testimoni della bellezza della sua presenza. Mostrare la gioia di essere in comunione con Lui, ci porta così a fare comunione con tutta la Chiesa e testimoni con tutta l’Umanità.

Possiamo attingere da questa gioia ogni volta che ci accostiamo all’abbraccio della adorazione eucaristica. Poggiamo il nostro cuore, le nostre ferite esistenziali sul cuore eucaristico di Gesù e saremo effusi da un grande amore.

Così sia!

Santa Maria Novella in Firenze, 11 giugno 2023

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