Il cento, il sessanta, il trenta nel seme di Dio

Omiletica dei Padri de  L’Isola di Patmos

IL CENTO, IL SESSANTA, IL TRENTA NEL SEME SACRO DI DIO

La fede infatti «è un atto personale: è la libera risposta dell’uomo all’iniziativa di Dio che si rivela». Dunque è una risposta che diamo a Dio e che certi giorni può essere più certa ed altri più insicura.

 

Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Cari lettori de L’Isola di Patmos,

il tempo estivo è tempo in cui spesso molti di noi vanno in vacanza, specialmente nelle mete di mare. Inconsapevolmente stiamo facendo una scelta evangelica. Infatti, il mare è descritto nel brano evangelico di questa XV Domenica del tempo ordinario quale luogo in cui Gesù espone e spiega la parabola del seminatore. Una parabola che è una piccola mappa per tutti noi: una piccola chiave di lettura della vita di fede. Il mare, dunque, è il luogo dove Gesù offre chiarezza per il nostro cammino di credenti. Potremmo dire con il poeta Rainer Maria Rilke:

«Quando i miei pensieri sono ansiosi, inquieti e cattivi, vado in riva al mare, e il mare li annega e li manda via con i suoi grandi suoni larghi, li purifica con il suo rumore, e impone un ritmo su tutto ciò che in me è disorientato e confuso».

Il brano del Vangelo di oggi è composto per lo più da una parabola, una delle poche che Gesù decide di spiegare direttamente ai discepoli mentre invece rimane in forma di narrazione per tutti gli altri che lo ascoltano in riva al mare. Gesù usa le parabole. I discepoli gli domandano perché, Lui risponde:

«Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. […] Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono».

Sembra una risposta sibillina. Invece il Signore vuole far capire l’importanza della parabola.

Vorrei soffermarmi un momento sul perché. In effetti, la finalità delle parabole consiste nell’illuminare circa la natura del regno e di aprire alla comprensione di cose nuove, ad esempio su come agisce Dio. La parabola è un racconto basato sull’avvicinamento e la comparazione di due realtà, una reale e una fittizia che si richiamano ma non coincidono. Essa contiene metafore che fanno riferimento a una situazione “diversa” rispetto a quella narrata. In tal modo le parabole spingono gli uditori a un esercizio che richiede intelligenza, fantasia, elasticità mentale e capacità riflessiva. Insomma: richiede a tutti di trasferirsi idealmente nel racconto fittizio per tornare al reale con un’acquisizione nuova. Dunque le parabole selezionano realtà quotidiane come elemento di comparazione, e allo stesso tempo manifestando il loro limite per far emergere la “sporgenza” o “eccedenza” della realtà a cui rimandano. In tal modo esse operano un passaggio verso ciò che supera la mente umana e permettono agli uditori di esporsi personalmente a ”l’inedito” e “all’inaudito” di Dio. Diventano così rivelazioni “dell’atmosfera” amorevole e tenera di Dio e lo rendono in qualche modo più accessibile, conoscibile e attraente per chiunque le ascolti[1]

Ecco perché nella parabola del seminatore troviamo in controluce tutta la nostra vita di fede. Gesù spiega bene nei dettagli e offre una fenomenologia dei diversi credenti. Il seme seminato lungo la strada, potremmo dire che è il credente non praticante. Il seme seminato sul terreno sassoso è il credente che facilmente è preda dei facili entusiasmi, incostante nel tempo che spesso va in crisi, senza una scelta definitiva nella fede. Il seme seminato tra i rovi è il credente distratto tra le mille voci del mondo e della cultura attuale, mosso da buoni sentimenti e da una buona pratica di fede, ma che non riconosce poi facilmente i peccati e i vizi del tempo e così li asseconda. Infine, il seme seminato sul terreno buono che produce cento, sessanta e trenta è il credente che crede con convinzione forte e si sforza di essere coerente nella pratica della fede, ma date le sue fragilità non sempre riesce a dare il massimo. Gesù accetta però anche quei piccoli gesti di fede e carità attuati con tenerezza ed amore.

Tutti noi possiamo essere uno di questi credenti, dal meno fervoroso al più fervoroso. Direi anche che ciascuno di noi può avere delle fasi in cui passa dall’essere seme infecondo sulla strada a seme piantato sul terreno buono. Questi quattro semi descritti da Gesù possono rappresentare anche un momento della nostra vita di fede, in cui siamo più aridi o più convinti.

La fede infatti «è un atto personale: è la libera risposta dell’uomo all’iniziativa di Dio che si rivela» [cfr. CCC 166] Dunque è una risposta che diamo a Dio e che certi giorni può essere più certa ed altri più insicura. A noi di essere sempre pronti a ricevere la grazia per un atto di fede sempre più fermo.

Chiediamo al Signore di crescere nella fede, per diventare un seme di vita eterna, un fermento sacro per tutto il mondo, affinché possiamo donare il nostro trenta, sessanta, cento al mondo sempre più orfano di Dio.

Così sia!

Santa Maria Novella in Firenze, 16 luglio 2023

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NOTE

[1] Cfr R. Manes Vangelo secondo Matteo, Ancora, 2019, 197 – 198.

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Il Vangelo narra che il seminatore uscì a seminare, non ci dice però che fece ritorno

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

IL VANGELO NARRA CHE IL SEMINATORE USCÌ A SEMINARE, NON CI DICE PERÒ CHE FECE RITORNO

Un missionario italiano ucciso nel 1985 in Brasile soleva dire: «Il seminatore uscì a seminare, ma non dice che poi ritornò». E proseguiva: «Il destino del seme non sarà differente dal destino del seminatore».

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Un missionario italiano[1] ucciso nel 1985 in Brasile soleva dire: «Il seminatore uscì a seminare, ma non dice che poi ritornò». E proseguiva: «Il destino del seme non sarà differente dal destino del seminatore».

Seminatore al tramonto, Vincent Willem van Gogh

Questa frase molto concisa condensa il cuore del messaggio evangelico di questa XV Domenica del Tempo Ordinario. Il Vangelo (Mt 13, 1-23) che verrà proclamato nella Liturgia della Parola si apre, infatti, con uno degli incipit più conosciuti di tutti i Vangeli: «Il seminatore uscì a seminare». A questo collegamento potrete trovare il testo nella versione più lunga[2].

Il brano da inizio al discorso in parabole[3] terzo dei cinque grandi discorsi che Matteo mette sulla bocca di Gesù ed è strutturato in quattro parti. Una breve introduzione (vv. 1-3a), la parabola del seminatore (vv. 3b-9) e la sua spiegazione (vv. 18-23). Nel mezzo (vv. 10-17) si trova una breve pericope che affronta la questione metodologica: perché Gesù parla alle folle in parabole?

La parabola è il genere che Gesù prediligeva quando voleva presentare, nella forma del racconto, una verità nascosta a partire da situazioni, esempi e realtà che i suoi uditori potevano immediatamente comprendere. È divenuta così un modello pedagogico che travalicando il tempo conserva il suo valore ancora oggi che viviamo nell’epoca del disincanto. Un’epoca, la nostra, in cui il simbolico possiede un forte impatto e proprio a questo tende il parlare in parabole di Gesù: cogliere il significato nuovo ed inaspettato della realtà, presentata simbolicamente. Mettendo in scena contadini e vignaioli, re e servi, pescatori oppure pastori, una massaia o una donna che ha perso una moneta, tutte realtà familiari agli uditori, Gesù parlò a questo modo del Regno di Dio, addirittura senza nominare Dio.

Ma l’immediatezza e la semplicità della parabola non devono ingannare, poiché essa ha anche un valore paradossale. Tutti conoscono i paradossi del filosofo greco Zenone di Elea[4] – famoso quello di Achille e la tartaruga – che avevano lo scopo di confutare la molteplicità e il movimento. Gesù invece, con le parabole, pone in essere realtà paradossali per invitare uditori e lettori a cogliere un senso ulteriore, altro, rispetto a ciò che normalmente si vede, crede e vive. L’inaspettato con Gesù abita la vita quotidiana.

Nessuno infatti getta del seme prezioso ovunque se non nei solchi preparati, nessuno dopo aver seminato frumento non si preoccupa più del terreno e aspetta solo la mietitura. Chi lascerebbe un gregge intero per andare a ritrovare una sola pecora perduta? Come fa un granello piccolissimo a diventare grandissimo? Chi dà la stessa paga a tutti senza guardare le ore di lavoro a giornata? Solo Dio e lo si può scorgere nell’agire di Gesù mentre annuncia il suo Regno. In fondo le parabole hanno questo come scopo: sorprendere e spiazzare per aiutare a rimodellare la realtà, guardandola altrimenti, secondo una logica nuova, quella paradossale del Vangelo, che Gesù incarna. Egli infatti è la parabola vivente di Dio o, come ebbe a dire Massimo il Confessore: «Egli è simbolo di sé stesso»[5].

Nella parabola di questa domenica il seme è simbolo, secondo la spiegazione che ne da Gesù, della Parola di Dio, realtà teologica che va ascoltata e compresa. La vicenda paradossale è che finisce su vari terreni generando tutta una serie di reazioni. La Parola divina, infatti, come dice il profeta Isaia nell’odierna prima lettura «non ritornerà a me senza effetto» allo stesso modo della pioggia o della neve che vengono dal cielo. Ora Dio «fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti» aveva detto Gesù nel Discorso della Montagna (cfr. Mt 5, 45). La Parola di Dio, dunque, non è una realtà misterica rivolta ad iniziati, ma si compromette con le situazioni umane accettando anche l’insuccesso che, nella parabola, è grande, poiché su quattro terreni ben tre non produrranno frutti. Nella spiegazione che ne da Gesù, riprendendo le parole gravi del libro di Isaia[6], le persone che non ascolteranno la Parola non faranno altro che irrigidirsi nella loro situazione, non potranno cioè cambiare la loro realtà né aprirsi alla novità del Regno. Sono quelli che hanno mancanza di interiorità, i superficiali che si lasciano portar via il seme della Parola dalla prima cosa che arriva, come fosse un passero svolazzante. Sono quelli che mancano di perseveranza perché per loro la vita è come un sasso che forse difende dagli assalti esterni, ma neanche fa mettere radici alle cose buone e belle. Gli uomini dell’attimo li chiama il Vangelo (πρόσκαιρός, proskairos v. 21) che prendono fuoco al momento. La Parola l’ascoltano eccome, ma se c’è da durare tutto diventa faticoso. Non avendo radici di fronte alla prima difficoltà abbandonano. Ci sono poi quelli che pur avendo ascoltato poi preferiscono le sirene della vita dietro a ricchezze e mondanità e perciò le preoccupazioni e le ansie li avviluppano come rovi e spine che non lasciano filtrare la luce che permetterebbe alla Parola di emergere e permetter loro di guardare e vivere la vita diversamente.

Infine ci sono quelli che, per usare l’immagine della parabola, sono la minoranza del terreno buono che porta frutto a secondo delle possibilità. Sono coloro che non solo sanno ascoltare, ma sanno anche comprendere la Parola. Ovvero sanno mettere insieme (συνιείς, synieis v. 23) componendoli Parola e vita costantemente. Della Parola hanno una comprensione profonda, spirituale e vitale. Ma non è facile, perché il terreno potrebbe diventar duro e refrattario anche per loro, sassoso o riempirsi di spine e rovi infestanti. Ecco allora la necessità di una costante vigilanza e un lavoro spirituale perché da semplici “uditori della Parola”[7] essa divenga una realtà che cresca con loro. Come nella felicissima espressione di Gregorio Magno: «Textus crescit cum legenti»[8] (Il testo cresce con colui che lo legge).

Possiamo porci a questo punto due domande, chi da la forza affinché la Parola cresca e dove trovo questa forza? Alla prima domanda si può rispondere ricordando un’altra parabola del seme che troviamo stavolta nel quarto Vangelo: «Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto». (Gv 12, 24). Gesù sta parlando della sua morte sulla croce. Il redattore del Vangelo, infatti, reagendo all’affermazione di Gesù: «E io quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me» commenta: «Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire» (Gv 12, 32-33).

Gesù dunque si paragona a un seme inviato dal Padre nel cuore della terra — «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito» (Gv 3, 16a) —  e tutto questo amore che Gesù ha rivelato nel corso della sua esistenza si condenserà e porterà il suo massimo frutto proprio nel momento del suo morire, sulla croce. Secondo Giovanni il primo frutto della morte di Gesù è lo Spirito[9] che come acqua scende dal suo corpo morto verso i credenti: la madre ed il discepolo amato.

Questo Spirito non solo ha risuscitato Gesù dai morti[10] ma è l’ermeneuta che svela il senso della Parola di verità che è Gesù. Le sue parole, infatti, sono spirito e vita (Gv 6, 63). È dunque ormai lo Spirito di Cristo che aiuta i credenti ad essere quel terreno fecondo che sa accogliere la Parola e la fa comprendere perché porti frutti buoni.

In questo senso, secondo le parole del missionario riportate all’inizio di questo testo, Gesù, che si è fatto seme di amore fino alla croce, per mezzo del suo Spirito non smette di seminare la Parola e mai farà ritorno. Questa azione costante è espressa dalle parole del salmo responsoriale della Liturgia che annuncia:

«Tu visiti la terra e la disseti,
la ricolmi di ricchezze.
Il fiume di Dio è gonfio di acque;
tu prepari il frumento per gli uomini.
Così prepari la terra:
ne irrighi i solchi, ne spiani le zolle,
la bagni con le piogge e benedici i suoi germogli» (Sal 64).

Nel tempo della difficile gestazione che l’intera opera creata patisce, come ricorda Paolo nella odierna seconda lettura. E, infine, per rispondere alla seconda domanda, è nella liturgia eucaristica Che la Chiesa sperimenta al massimo grado questa azione di Gesù e dello Spirito. Quando Egli nel brano del Vangelo di questa domenica afferma: «Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano» (v. 16) non sta privilegiando alcuni escludendo altri. È vero, l’esperienza diretta e concreta che fecero i discepoli di incontrare l’umanità di Gesù fu unica e irripetibile tanto da far affermare a Giovanni nella sua prima lettera: «Quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita» (1Gv 1,1).

Ma questa umanità, ormai glorificata del Verbo la possiamo “toccare” ancora oggi quando durante l’azione sacramentale, grazie al medesimo Spirito[11] che agisce sulla parola e sulle offerte eucaristiche, ascoltiamo di nuovo quella Parola e ci nutriamo di Cristo. Questa grazia scende abbondante, oggi, qui e ora, sul terreno che è la nostra situazione vitale, in qualsiasi condizione esso si trovi al momento, nella speranza che tutto questo dono, che è l’amore del Padre in Gesù per mezzo dello Spirito non vada perduto, ma porti frutto a sua volta.

Buona domenica a tutti!

dall’Eremo, 15 luglio 2023

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NOTE

[1] Padre Ezechiele Ramin, comboniano missionario in Brasile, fu ucciso il 24 Luglio 1985 mentre difendeva i piccoli agricoltori e gli indios nel Mato Grosso. San Giovanni Paolo II lo definì «testimone della carità di Cristo» durante un Angelus

[2] La liturgia prevede anche una forma più breve.

[3] Mt 13, 1-52.

[4] Zenone di Elea (489 a.C. – 431 a.C.) è stato un filosofo greco antico presocratico della Magna Grecia e un membro della Scuola eleatica fondata da Parmenide. Aristotele lo definisce inventore della dialettica.

[5] «Il Signore […] è diventato precursore di se stesso; è diventato tipo e simbolo di se stesso. Simbolicamente fa conoscere se stesso attraverso se stesso. Cioè conduce tutta la creazione, partendo da se stesso in quanto si manifesta, ma per condurla a se stesso in quanto è insondabilmente nascosto» (Cantarella R., Mistagogia ed altri scritti, 1931).

[6] Is 6,9-10.

[7] Rahner K., Uditori della Parola, Borla, 1967.

[8] Bori P. C., L’interpretazione infinita, L’ermeneutica cristiana antica e le sue trasformazioni, 1988.

[9] «E, chinato il capo, consegnò lo spirito» (Gv 19, 30).

[10] «E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi» (Rom 8, 15).

[11] Il vescovo orientale Mons. Neofito Edelby, il 5 ottobre 1964, durante i lavori del Concilio Ecumenico Vaticano II lasciò un segno importante pronunciando queste parole: «La Sacra Scrittura non è soltanto una norma scritta, piuttosto quasi consacrazione della Storia della salvezza sotto le specie della parola umana, inseparabile però dalla consacrazione eucaristica nella quale si ricapitola tutto il Corpo di Cristo […] Non si può separare la missione dello Spirito Santo dalla missione del Verbo Incarnato. È questo il primo principio teologico di qualsiasi interpretazione della Sacra Scrittura. E non si può dimenticare che, oltre alle scienze ausiliari di ogni genere, il fine ultimo dell’esegesi cristiana è la comprensione spirituale della Sacra Scrittura alla luce di Cristo risuscitato».

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San Giovanni all’Orfento. Abruzzo, Monte della Maiella, fu un eremo abitato da Pietro da Morrone, chiamato nel 1294 alla Cattedra di Pietro sulla quale salì col nome di Celestino V (29 agosto – 13 dicembre 1294).

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“Miss Universo”. L’Isola di Patmos si occupa del bello perchè è una espressione manifesta di Dio e dei suoi doni nella storia dell’uomo

“MISS UNIVERSO”. L’ISOLA DI PATMOS SI OCCUPA DEL BELLO PERCHÉ È UNA ESPRESSIONE MANIFESTA DI DIO E DEI SUOI DONI NELLA STORIA DELL’UOMO

Premiazione dinanzi alla quale solo gli irriducibili omotransfobici, gli esponenti delle destre filo-fasciste e i cattolici integralisti potranno sollevare obiezioni. 

— Notizie in breve —

Autore
Redazione de L’Isola di Patmos

 

 

 

 

 

 

 

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Una transessuale olandese è stata incoronata Miss Universo alla sfilata che si è tenuta l’8 luglio nei Paesi Bassi.

Oltre alla indubitabile e straordinaria bellezza, questa premiazione è stata anche una incoronazione per la cultura europea della inclusione delle diversità. Premiazione dinanzi alla quale solo gli irriducibili omotransfobici, gli esponenti delle destre filo-fasciste e i cattolici integralisti potranno sollevare obiezioni.

 

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dall’Isola di Patmos 10 luglio 2023

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.https://www.youtube.com/watch?v=ltEAQNopUYM&t=2s

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Un altro “scappato di casa” in corsa con l’eretico scismatico scomunicato e dimesso dallo stato clericale Alessandro Minutella

UN ALTRO “SCAPPATO DI CASA” IN CORSA CON L’ERETICO SCISMATICO SCOMUNICATO E DIMESSO DALLO STATO CLERICALE ALESSANDRO MINUTELLA

Chiunque malgrado la sentenza data su di loro dalla Chiesa, ascolti la Messa e riceva i Sacramenti dal Sig. Minutella e dai sacerdoti che si sono messi al suo seguito cadendo nel delitto di eresia e scisma, cade in peccato e pecca gravemente, perché la Chiesa li ha colpiti con una sentenza.

 

Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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I membri degli antichi ordini storici vivono da sempre con disagio e sofferenza deviazioni e tradimenti della dottrina della fede di alcuni loro membri, specie quando scivolano nell’eresia e nello scisma.

Solo guardando ai tempi recenti: i Benedettini hanno avuto il caso di Giovanni Franzoni, i Francescani il caso di Leonard Boff, i Gesuiti il caso eclatante di Alighiero Tondi. Tutti gli ordini storici e le congregazioni hanno avuto alcuni loro membri che hanno dato problemi deviando dalla dottrina della fede o generato pubblici scandali. Il tutto rammarica e addolora, indubbiamente, ma al tempo stesso non deve destare neppure eccessivo stupore, basta pensare al tradimento di Giuda Iscariota.

Come nelle migliori famiglie, può capitare che alcuni figli siano dotati delle migliori capacità umane e morali, mentre uno, seppur nato dagli stessi genitori ed educato come tutti gli altri, prenda invece delle strade sbagliate, a volte persino pessime.

È il caso del presbitero domenicano Vincenzo Avvinti, che dopo vari problemi generati all’interno dell’Ordine dei Predicatori è stato colpito dal provvedimento estremo della dimissione – leggasi espulsione – dalla nostra Famiglia Religiosa. Non mi soffermo sui motivi, non perché non possa farlo, ma proprio perché non voglio farlo. Desidero infatti sia chiaro che per me è un dolore enorme che un presbitero che ho conosciuto di persona anni fa e che ho stimato tanto per la sua caratura umana e intellettuale, abbia compiuto adesso questo passo. 

Purtroppo, questo nostro ex confratello ha deciso di aggiungere danno al danno e male al male mettendosi al seguito dell’eretico scismatico scomunicato e dimesso dallo stato clericale Alessandro Minutella.

Ritengo giusto informarne sia i nostri Lettori sia i membri del Terz’Ordine Secolare Domenicano, facendo presente agli uni e agli altri ciò che diceva San Tommaso d’Aquino nella quaestio n. 82 che da anni viene stravolta e manipolata dal Sig. Minutella:

«Et ideo peccat quicumque eorum Missam audit vel ab eis accipit Sacramenta» (E quindi pecca chiunque ascolti la loro Messa o riceva da essi i Sacramenti) [vedere testo latino e italiano QUI].

Perché dico che da anni stravolge e manipola questa questio? Per il semplice fatto che come suo uso e costume taglia dei pezzi dal loro contesto e li presenta facendogli dire quel che non dicono. Infatti, questo brano da lui citato come un mantra, è preceduto dalla parte in cui si dice:

«Differt tamen inter praedictas sectas. Nam haeretici et schismatici et excommunicati sunt per sententiam Ecclesiae executione consecrandi privati» (Tra codeste categorie però c’è qualche differenza. Infatti gli eretici, gli scismatici e gli scomunicati vengono privati dell’esercizio dei loro poteri da una sentenza della Chiesa).

Proprio questa è la questione. Il Sig. Minutella, con lui anche l’ex membro dell’Ordine dei Predicatori Vincenzo Avvinti, sono degli eretici scismatici che come tali la Chiesa ha privati con una sentenza della potestà di esercitare il sacro ministero sacerdotale. Pertanto: «Et ideo peccat quicumque eorum Missam audit vel ab eis accipit sacramenta» (E quindi pecca chiunque ascolti la loro Messa o riceva da essi i Sacramenti).

Esattamente così: chiunque, malgrado la sentenza data su di loro dalla Chiesa, ascolti la Messa e riceva i Sacramenti dal Sig. Minutella e dai sacerdoti che si sono messi al suo seguito cadendo anch’essi nel delitto di eresia e scisma, cade in peccato e pecca gravemente, perché la Chiesa li ha colpiti con una sentenza.

Permanendo nel rispetto che ci è richiesto dalle Costituzioni Domenicane, ma ancor di più rispettoso della salvezza delle anime ― che è il fine primo del nostro Ordine ― offro questo avviso ai nostri Lettori pregando per la conversione di questo nostro ex confratello.

 

Santa Maria Novella in Firenze, 10 luglio 2023

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Dalle polemiche sulle croci in montagna alle vette e altezze della Parola di Dio

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

DALLE POLEMICHE SULLE CROCI IN MONTAGNA ALLE VETTE E ALTEZZE DELLA PAROLA DI DIO

«Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero»

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Come una tempesta in un bicchier d’acqua la settimana scorsa è scoppiata la polemica sulle croci di vetta [vedere, QUI], fra l’altro scaturita da affermazioni mai pronunciate, che ha tenuto banco per qualche giorno sui quotidiani nazionali. Ancora una volta, alla fine dei discorsi, si è rischiato di banalizzare e far passare come un’imposizione quello che è il simbolo per eccellenza del Cristianesimo, la croce di Gesù rappresentazione visiva dell’amore fino alla fine [cfr. Gv 1, 3] offertoci dal Signore.

Croce di vetta di Piccola Legazuoi [immagine di Stefano Zardini cfr. QUI]

Per questo, proprio come quell’acqua fresca che a volte trovi in montagna dopo un’erta salita, ben venga la sequenza di letture di questa XIV Domenica del tempo per annum. Non sempre accade di trovare in un’unica Liturgia della Parola una serie di scritti dove ogni singola frase è bella di per sé tanto che andrebbero conservate e rimeditate nel corso della settimana. Al culmine di essa leggiamo la pericope evangelica [Mt 11, 25-30] che è tanto preziosa, quanto rara, perché ci offre uno spaccato di quella che fu la coscienza profonda di Gesù, la sua coscienza filiale. Non a caso questo brano di Matteo è stato definito come il più giovanneo di tutti i Vangeli sinottici. Solitamente, infatti, è nel quarto Vangelo che troviamo simili altezze e profondità, spesso, come qui in Matteo, in un contesto di preghiera nel quale Gesù si rivolge al Padre, come nella nota pericope, quella cosiddetta della sua ora: «Padre, è venuta l’ora: glorifica il Figlio tuo perché il Figlio glorifichi te» [Gv 17, 1]. Ecco il brano del Vangelo della prossima domenica:

«In quel tempo Gesù disse: “Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero”».

Il rigo iniziale del brano nel testo greco precisa: «In quel tempo, rispondendo[1], Gesù disse». A cosa Gesù sta rispondendo e perché in questo momento cruciale [2]? Agli eventi precedenti che non sono stati felici. Dapprima la domanda di Giovanni Battista tramite i discepoli, poiché lui era imprigionato: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?» [11,3] e poi la mancata risposta alla predicazione e all’azione di Gesù delle tre cittadine di Corazin, Betsaida e Cafarnao, dove egli ha sperimentato il fallimento o perlomeno uno scarso successo [11, 21-24].

Chi può dire di non aver provato scoramento a fronte di una situazione di empasse, di mancata riuscita o non comprensione da parte di altri di chi siamo veramente? Gesù integra queste situazioni spiacevoli nella preghiera. Mette tutto, anche l’insuccesso, davanti al Padre e rinnova il suo “Sì” [v. 26] poiché comprende che tutto è parte del suo progetto di benevolenza. Il “no” che ha ricevuto diviene un “Sì” svincolato dal successo in vista di una adesione più radicale.

Con la preghiera che si apre al ringraziamento ― «ti rendo lode» ― anche il fallimento, o ciò che noi giudichiamo tale, come il fallimento pastorale, l’assenza di frutti del ministero, la sterilità della predicazione, il rifiuto o il disinteresse degli altri, diviene non causa di scoraggiamento o di abbandono, ma momento di paradossale conferma della sequela del Signore.

È a questo punto che Gesù ci porta nella profondità del suo rapporto col Padre, in quanto Figlio suo. San Giovanni direbbe che è qui che si dovrebbe “rimanere” in quanto discepoli amati. Ma questo discorso, però, ci porterebbe troppo lontano. Matteo, invece, da par suo[3] presenta Gesù come colui che rivela[4] l’intenzione profonda del Padre che solo lui conosce perché solo a lui tutto è stato consegnato.

«Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo».

A Gesù è stato dato tutto perché è il Figlio del Padre, colui che il Padre solo conosce, fino a poter dire di lui: «Tu sei il mio Figlio, l’amato» [Mt 3,17; 17,5]. Ma anche Gesù solo conosce pienamente il Padre, Dio, perché da lui è venuto nel mondo, e solo Gesù può far conoscere Dio al suo discepolo, perché nessuno va al Padre se non attraverso di lui [Gv 14,6]. Ecco la rivelazione dell’identità di Gesù, del suo rapporto con Dio e della conoscenza di Dio da parte del discepolo. Siamo al vertice della rivelazione divina di Gesù secondo il primo Vangelo. Questo mistero ora è consegnato al discepolo: mistero da adorare, da accogliere in silenzio, da viversi quotidianamente nella fedele sequela di Gesù che ci porta al Padre.

Il Vangelo ci dice anche a chi è rivolta questa rivelazione e chi può comprenderla. Sono i piccoli (νηπίοις), che in quanto tali sono senza voce. Sono coloro che testimoniano a Giovanni Battista che il regno è qui e non c’è bisogno d’aspettare altro: «i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo» [11, 5]. E il piccolo secondo Gesù è beato perché «non trova in me motivo di scandalo!» [11, 6].

Invece la rivelazione è chiusa per i sapienti ― «Perirà la sapienza dei sapienti e si eclisserà l’intelligenza degli intellettuali» [Is 29,14] ― perché, pur avendo visto e udito, non sono stati capaci di aprirsi alla buona notizia del Vangelo e di accoglierla.

Per tornare all’esempio iniziale, non so se avete fatto l’esperienza di salire in montagna. Quando si arriva sulla vetta, insieme alla soddisfazione di essere arrivati fin lì e godere la splendida visuale su ciò che circonda, la cosa più bella è potersi riposare, lasciare a terra lo zaino e i bastoncini, mangiare e bere, riprendere le forze.

Ugualmente Gesù dopo averci condotto sulla cima del suo intimo e profondo rapporto col Padre ora ci invita a riposare:

«Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero» [vv 28-30].

Solo lui conosceva il sentiero, anzi lui stesso si è fatto via [Gv 14, 6], che poteva portarci fin lassù. Ora qui riposiamo e ci ritempriamo, nell’intimità con lui che incarna la beatitudine di coloro ai quali è stata data la terra, che sono figli di Dio, figli nel Figlio[5]. Una terra presa non con la violenza e la guerra perché suo tratto distintivo è la pace, la giustizia e la misericordia[6].

Così Zaccaria prefigurava il Messia nella odierna prima lettura: «Farà sparire il carro da guerra da Èfraim e il cavallo da Gerusalemme, l’arco di guerra sarà spezzato, annuncerà la pace alle nazioni” [Zac 9, 10]. E il salmo gli risponde: «Misericordioso e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore. Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature» [Sal 144].

E per finire il giogo. Che cosa avrà voluto dire Gesù? Permettetemi ancora di far riferimento alla montagna. Se c’è una cosa fra le più sconsigliate da fare quando si percorre i sentieri è quella di uscirne fuori, di far di testa propria a sprezzo del pericolo e contro le indicazioni della guida. Soprattutto su certi terreni, non seguire la traccia, vuol dire mettere a rischio sé stessi e il gruppo. In positivo: è consigliabile rimanere in gruppo per non perdere nessuno, procedere sulla via segnata, ascoltare ciò che suggerisce la guida.

Ugualmente nella vita cristiana. Un giogo rimane tale e sembra un peso ed un’imposizione. Ma seguendo la linea che il Vangelo ha tracciato fin qui, nelle parole di Gesù esso appare più come un legame che ci tiene uniti senza assoggettarci. Non siamo per lui buoi muti. Egli la strada la fa con noi e se capita «sostiene quelli che vacillano e rialza chiunque è caduto» (salmo di oggi).

Buona domenica a tutti!

dall’Eremo, 9 luglio 2023

 

NOTE

[1] ἀποκριθεὶς: rispondendo

[2] Ἐν ἐκείνῳ τῷ καιρῷ: in quel tempo

[3] Qualche commentatore ha colto nella struttura tripartita del brano matteano una somiglianza col testo sapienziale di Sir 51. Un inno di ringraziamento (vv. 25-26), un monologo sul rapporto tra Gesù e il Padre (v. 27) e l’invito a mettersi alla scuola di Gesù e ad assumere il suo giogo (vv. 28-30). in Sir 51 abbiamo un inno di ringraziamento (vv. 1-12), un monologo sulla ricerca della sapienza (vv. 13-22), un invito a mettersi alla scuola della sapienza e a prendere su di sé il suo giogo (vv. 23-30). Non è un caso che in Mt 11,19 si parli delle opere della Sapienza riferendosi alle opere del Messia (cfr. Mt 11,2-6): Cristo è la Sapienza di Dio.

[4] “nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto” (10, 26)

[5] “Beati i miti, perché avranno in eredità la terra… Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio” (Mt 5, 5-9)

[6] “Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia… Beati i misericordiosi… Beati gli operatori di pace” (Mt 5, 6-9)

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San Giovanni all’Orfento. Abruzzo, Monte della Maiella, fu un eremo abitato da Pietro da Morrone, chiamato nel 1294 alla Cattedra di Pietro sulla quale salì col nome di Celestino V (29 agosto – 13 dicembre 1294).

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I Padri dell’Isola di Patmos

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«Guai a voi ricchi perché avete già ricevuto la vostra consolazione». L’Italia detiene il primato europeo della piaga dell’invidia sociale

«GUAI A VOI RICCHI PERCHÈ AVETE GIÀ RICEVUTO LA VOSTRA CONSOLAZIONE». L’ITALIA DETIENE IL PRIMATO EUROPEO DELLA PIAGA DELL’INVIDIA SOCIALE

Non è la prima volta, in dieci anni di pontificato, che si parte dall’uomo per giungere di riflesso a Gesù Cristo o che si parte da Gesù Cristo per mettere al centro neppure l’uomo, ma una figura di uomo privilegiato: il povero. Stile questo usato dal Vescovo Tonino Bello, di cui gli improvvidi Vescovi della Puglia aprirono la fase diocesana del processo di beatificazione, giunto oggi alla Congregazione per le cause dei Santi.

—  Attualità ecclesiale —

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Nel corso degli anni passati ho avuto più volte modo, mentre tutti tacevano, di far notare che certi richiami del Sommo Pontefice Francesco sui poveri rasentavano in parte la nevrosi ossessiva e in parte la serpeggiante ideologia. Oggi questo fatto è pubblicamente lamentato dagli stessi che ieri mi dicevano «attento», oppure «non sei opportuno e prudente», o peggio che mi rimproveravano: «Come osi criticare il Santo Padre?». Faccio notare che questi secondi si sono poi svegliati improvvisamente anni dopo, alle soglie dei settant’anni, quando hanno dovuto fare i conti con la realtà che l’agognata nomina episcopale non era giunta e che mai sarebbe giunta. Così, per magico incanto, hanno scoperto che anche un Sommo Pontefice può essere oggetto di critiche e che in tal senso, la storia della Chiesa, anche quella recente, ci insegna in che modo, talora anche duro e severo, molti predecessori dell’Augusto Pontefice sono stati criticati più dentro che non fuori dalla Chiesa. Chi, come il sottoscritto, è uno studioso da sempre dei concili dogmatici della Chiesa ne sa qualche cosa.

Il 23 giugno 2023 il Santo Padre ha ricevuto in udienza un numeroso gruppo di artisti ai quali ha ricordato:

«Vorrei chiedervi di non dimenticarvi dei poveri, che sono i preferiti di Cristo, in tutti i modi in cui si è poveri oggi. Anche i poveri hanno bisogno dell’arte e della bellezza. Alcuni sperimentano forme durissime di privazione della vita; per questo, ne hanno più bisogno. Di solito non hanno voce per farsi sentire. Voi potete farvi interpreti del loro grido silenzioso» [discorso integrale, QUI].

Questa esortazione è chiara nella sua costruzione e struttura: l’elemento centrale è il “povero ideologico”, mentre l’accessorio che serve per esaltarne la figura onirica e surreale è Gesù Cristo. Quindi il povero è al centro, di lato a seguire Gesù Cristo che preferisce il povero eletto a categoria privilegiata rispetto a tutti gli altri figli di Dio.

Tra quegli artisti presenti, la gran parte erano persone che considerano l’aborto una grande conquista sociale e un diritto intangibili, l’eutanasia un gesto di grande umanità verso un malato terminale, che rivendicano il “diritto” al matrimonio tra coppie dello stesso sesso e del conseguente “diritto” dell’adozione dei bambini da parte delle coppie omosessuali e il ricorso alla maternità surrogata, o cosiddetto utero in affitto. Gran parte di loro sono soggetti che saltano da una convivenza all’altra, o che dopo avere collezionato due divorzi hanno infine deciso di convivere evitando ulteriori problemi di separazioni legali, andando poi in giro per le televisioni a vantare la meraviglia delle loro “famiglie allargate” … Ebbene, non dico che andava fatta loro una lezione di morale cattolica, sarebbe stato inopportuno e quanto mai controproducente, però, costava tanto dire loro: “Cari artisti, non dimenticatevi di Gesù Cristo, che è l’inizio, il centro e il fine ultimo del nostro intero umanesimo, come l’arte stessa ci ricorda nelle sue espressioni più alte e nobili». Forse costava tanto, anche perché diversi di questi artisti, che pure vivono nell’ostentazione di un lusso sfrenato, sicuramente sono usciti felici dicendo: «Finalmente, un Papa che parla dei poveri!». È infatti noto e risaputo che la Chiesa, dei poveri, ha incominciato a occuparsene solo dieci anni fa, non certo sin dalla prima epoca apostolica. Pertanto, tutte le nostre istituzioni, fondazioni e opere dei grandi Santi e Sante della carità che da secoli assistono famiglie povere, bambini, orfani, disabili, anziani soli e abbandonati, sono solo delle illusioni ottiche. In verità, dentro il Cottolengo di Torino, c’è una beauty farm gestita dalle suore, un centro benessere a cinque stelle, non un centro di assistenza per affetti da gravi disabilità fisiche e psichiche. Le nostre Caritas, per chi non lo sapesse, nascono dopo il febbraio del 2013, perché prima non esistevano. In verità, la stessa parola Caritas è stata inventata sotto questo pontificato. Se all’epoca l’avesse conosciuta il Beato Apostolo Paolo chissà quante riflessioni belle vi avrebbe scritto sopra, forse avrebbe persino affermato che tra tutte le virtù, la più importante, era proprio la carità [I Cor 13, 13]. Purtroppo però, all’epoca, il concetto di carità era ignoto e il Beato Apostolo Paolo si perse quella bella occasione.

Non è la prima volta, in dieci anni di pontificato, che si parte dall’uomo per giungere di riflesso a Gesù Cristo o che si parte da Gesù Cristo per mettere al centro neppure l’uomo, ma una figura di uomo privilegiato: il povero. Stile questo usato dal Vescovo Tonino Bello, di cui gli improvvidi Vescovi della Puglia aprirono la fase diocesana del processo di beatificazione, giunto oggi alla Congregazione per le cause dei Santi.

Un doveroso inciso a correzione della evidente ignoranza che serpeggia persino in certi ambienti ecclesiali ed ecclesiastici: quella in corso di Tonino Bello non è una causa di canonizzazione, come indica il sito ufficiale della Diocesi di Molfetta ma una causa di beatificazione. Per canonizzazione si intende infatti l’apertura di un processo per giungere a canonizzare un beato, ossia a proclamare santo un beato. E con questo è presto detto tutto sui tempi che corrono e che purtroppo dobbiamo subìre e vivere [cfr. QUI].

È la prima volta ― o perlomeno io non ho memoria storica in tal senso ― che viene aperto un processo di beatificazione per un Vescovo che nel corso della propria intera vita ha mostrato una inquietante ignoranza in materia di dottrina, fautore e promotore di una cristologia imbarazzante ma soprattutto non cattolica, per seguire con una mariologia rasente a volte la blasfemia del tutto involontaria. Tonino Bello, di fatto eterodosso, è stato il precursore dei vescovi sociali con la crocetta di legno al collo e il pastorale da falegnameria in mano prodotto nella bottega di Mastro Geppetto, dopo che questo celebre falegname della famosa novella di Collodi aveva costruito non un solo Pinocchio, ma tanti piccoli pinocchi episcopali fatti in serie.

Alcuni replicano: «Ma Tonino Bello era buono!». Non lo metto in dubbio. O che forse, Ario e Pelagio, erano cattivi? Esistono cronache in tal senso? Sant’Agostino, che a Pelagio lo contrastò duramente [cfr. QUI], pose in discussione il suo pensiero ereticale, mica affermò che era cattivo.

Il IV Concilio Lateranense del 1215 che condannò l’eresia millenarista di Gioacchino da Fiore — con buona pace di coloro che oggi vogliono attribuire ad altri e non a lui quei pensieri — non affermò che il florense era cattivo, tutt’altro! Mentre da una parte questo Concilio condannava gli errori del suo pensiero, al tempo stesso, i Padri, ribadivano le sue indubbie virtù e la sua santità di vita. Essere buoni, o essere sensibili ai poveri, non vuol dire essere uomini di solida e ortodossa dottrina, meno che mai essere santi. Un soggetto buono non è in quanto tale automaticamente in linea con la dottrina, il pensiero e il perenne magistero della Chiesa. Quello di Tonino Bello è un pensiero che abbonda di numerose e grossolane eresie, lo provano suoi scritti e pubblici discorsi. Può essere però che i Vescovi della Puglia abbiano individuato un patronato che sino a oggi era rimasto scoperto. Esiste infatti persino il patronato delle prostitute pentite, di cui è patrona Santa Margherita da Cortona, non esisteva però ancóra un Santo Patrono degli eretici. Può essere che i Vescovi della Puglia abbiano pensato in tal senso a promuovere il loro conterraneo Tonino Bello, dal quale prende poi vita quel pensiero insidioso che diversi tra noi teologi chiamiamo toninobellismo.

Nel Discorso della Montagna, noto anche come Beatitudini, Gesù Cristo afferma: «Ma guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione» [Lc 6,17-20.26].

Si tratta forse di un manifesto primigenio della futura lotta di classe? No, in verità si tratta anzitutto di un errore di traduzione, di quelli che abbondano soprattutto nelle versioni della Conferenza Episcopale Italiana, come di recente ha fatto notare anche il nostro autore Monaco Eremita in un suo articolo [vedere QUI]. Questa apertura «Ma guai a voi, ricchi», nel nostro lessico parlato suona come una minaccia. Infatti, nel vocabolario italiano, la parola «guai» è indicata come una esclamazione di minaccia. Ce lo conferma la letteratura, basti pensare alla figura di Caronte, il barcaiolo che conduce i dannati nel luogo di perdizione eterna, che nell’Opera di Dante, al Canto III dell’Inferno, tuona:

«Ed ecco verso noi venir per nave un vecchio, bianco per antico pelo, gridando: “Guai a voi, anime prave! Non isperate mai veder lo cielo: i’ vegno per menarvi a l’altra riva ne le tenebre etterne, in caldo e ‘n gelo. E tu che se’ costì, anima viva, pàrtiti da cotesti che son morti”».

Nel suo significato etimologico e secondo la migliore letteratura, la parola «guai» costituisce una minaccia grave e ben precisa.

Mi si passi l’ironia: io che a suo tempo non ho fatto il santissimo seminario ― perché come adulto consacrato sacerdote quarantenne ebbi altro genere di adeguata formazione ― il greco l’ho studiato e lo conosco, al contrario dei fuoriusciti dai moderni santissimi seminari nei quali al posto del greco si studia l’inglese e al posto del latino i sociologismi trasmessi dai vari formatori che offrono ai discepoli i pensieri teneri scritti sulle cartine dei Baci Perugina, anziché il solido pane dei grandi Santi Padri e dottori della Chiesa. Nel testo greco di questo Vangelo lucano è usata l’espressione Oὐαί (ouai), che non è affatto una maledizione in tono di minaccia, ma una espressione che equivale ad ahimè, o per usare un arcaismo de’, il tutto per esprimere con tenero spirito un senso di rammarico. Espressione nella quale la ricchezza è usata come paradigma per esprimere altro: l’egoismo, la mancanza di altruismo e di generosità, l’attaccamento alle cose materiali, che non sono solo il danaro, perché l’attaccamento a certi stili di vita o pensiero può essere di gran lunga più nocivo del rapporto morboso con la ricchezza materiale. Ne consegue quindi la lode «Beati i poveri in spirito perché di essi è il regno dei cieli» [Lc 6,17-20.26]. Lode non riferita certo al fatto che l’essere poveri è una nota di merito al punto da meritare per questo la salvezza eterna. Per poveri in spirito si intendono coloro, indistintamente ricchi o poveri di soldi, che hanno conquistato la libertà dei figli di Dio attraverso quella verità che una volta conosciuta ci farà liberi [cfr. Gv 8,28].

Che elementi di questo genere li sottovalutasse un evidente lacunoso teologico come Tonino Bello, indubbiamente è cosa grave, perché un vescovo è sommo sacerdote e maestro. Però, se questi elementi, li ignora e sottovaluta il maestro e il custode supremo della dottrina della fede cattolica, a dir poco è inquietante. Per questo siamo allo sbando nel modo in cui ormai siamo tristemente e tragicamente ridotti.

Passiamo alla seconda e ultima parte di questo discorso. Da alcune settimane le reti televisive e i giornali parlano del grande flusso di turisti in Italia, ponendo l’accento sul fatto che le strutture alberghiere e i resort che offrono servizi di extra lusso sono tutti pieni, a tal punto che non è possibile trovare posto. Le redazioni televisive Rai e Mediaset hanno sguinzagliato i loro giornalisti per riprendere e mandare in onda interviste fatte ai direttori di queste strutture che alle domande loro rivolte hanno risposto che i costi di certe suites variavano da cinque, sei, sino alla bellezza di 15.000 euro al giorno. Pochi minuti dopo venivano mandati in onda servizi fatti a varie famiglie del popolo proletario che spiegavano in che modo non potevano fare le vacanze, dato l’aumento dei prezzi, oppure che avrebbero potuto farle in clima di stretta economia improntandole sul più attento risparmio.

La cosa peggiore che si possa fare a livello giornalistico e mediatico è di fomentare l’istinto dell’invidia sociale, che in Italia non necessita di essere fomentata, perché se essa fosse uno sport, noi italiani deterremo il primato assoluto a livello europeo.

Sebbene non sia un economista e meno che mai propenso a fare il tuttologo che si lancia in mestieri che non sono i miei di pertinenza, applicando la basilare logica del buon senso comune mi rammarico dinanzi a simili servizi faziosi che istigano di fatto all’odio sociale di classe. Se infatti nel nostro Paese, centri che offrono servizi di extra lusso del genere, non hanno posti liberi e sono prenotati per tutta l’estate, ciò dovrebbe rallegrare anzitutto proprio i figli del popolo proletario. Semplice il motivo: quanto personale di lavoro è richiesto di necessità per offrire servizi alberghieri a simili costi stratosferici? Per ogni suite occorrono quattro camerieri fissi che coprano ininterrottamente a due a due un servizio di 18 ore, per non parlare del relativo personale necessario per offrire altrettanti analoghi servizi per le prime colazioni, per le seconde colazioni e le cene, per i servizi alle piscine e tutti gli altri comfort offerti. Pertanto, i padri, le madri, i figli e i nipoti del popolo proletario dovrebbero essere i primi a rallegrarsi, perché tutto ciò si chiama: posti di lavoro. A meno che non si preferisca al posto di lavoro il reddito di cittadinanza parassitario, quello che per alcuni anni è andato non ai bisognosi non in grado di lavorare o senza lavoro, che ne avevano sì sacrosanto diritto e che vanno aiutati e sostenuti, ma ai furbi, la più alta percentuale dei quali è risultata essere presente, putacaso, nella Città di Napoli, non lo hanno detto i cattivi anti-meridionalisti razzisti, ma i dati delle varie Agenzie di Stato. Perché è questo che produce il turismo di extra lusso: posti di lavoro. O qualcuno pensa che la pensioncina economica di Rimini per le vacanze economiche del popolo proletario, al costo di 70 euro al giorno camera e prima colazione, possa produrre altrettanti posti di lavoro, oltre al giro di affari che questo genere di clientela può creare attorno a queste strutture a beneficio di ristoranti, negozi di lusso o gioiellerie all’interno delle quali non si trova neppure una spilla al di sotto del costo minimo di 10.000 euro?

Ricordo alcuni decenni fa, quando ero ragazzino, le proteste di certi attivisti del popolo proletario al grido «le spiagge e le scogliere sono di tutti» e che «tutti hanno diritto a mare e sole». La lotta di classe in questione era legata al fatto che nella esclusiva e costosa zona del Monte Argentario, nella bassa Maremma toscana, i proprietari delle ville sulle scogliere avevano impedito l’accesso al mare al popolo proletario. Varie associazioni, tutte e di rigore di un preciso colore, cominciarono a bordare denunce, fin quando dei magistrati, forse della stessa colorazione, disposero l’apertura dei cancelli e delle recinzioni di certe proprietà, o comunque la creazione di passaggi affinché il popolo proletario potesse esercitare il diritto al mare e al sole.

Questi i risultati: nel giro di una stagione molte scogliere divennero méta di nutriti gruppi di persone rumorose che lasciavano poi tra gli scogli spazzatura e bottiglie di bibite, che urlavano e ascoltavano gli stereo portatili sparati al massimo volume. Un danno notevole all’ambiente e a quel delicato ecosistema, che è uno tra i più belli e incontaminati d’Italia. Gli sporchi ricconi incominciarono così a disertare la zona e ad andarsene in Sardegna o sulla Costa Azzurra. Di questo non ne risentirono né i magistrati, il cui stipendio era assicurato, né i figli del popolo operaio, anch’essi con lo stipendio di fabbrica assicurato inclusa tredicesima e quattordicesima, bensì i ristoratori, i proprietari degli stabilimenti balneari, i negozianti e i vari commercianti della zona. E se i gestori di tutte queste attività non potevano avere un certo giro di lavoro, al tempo stesso non potevano assumere personale e creare e dare posti di lavoro, perché nessuno di loro faceva cassa con i figli del popolo proletario, che si limitavano a guardare le vetrine di certi negozi o a leggere i menù di ristoranti nei quali una cena per quattro persone sarebbe costata la metà dello stipendio mensile di un operaio figlio del popolo proletario. L’ideologia ebbe sul momento la meglio, il popolo proletario ebbe diritto a sole e mare in zone costiere che non possono e non devono essere prese d’assalto dalla grande massa, salvo rovinarle. La conseguenza fu che il danno economico risultò enorme. E così, in zone nelle quali il vecchio Partito Comunista vinceva le elezioni con maggioranze superiori al 60%, fu presto invertita la rotta. Le scogliere furono nuovamente chiuse e i passaggi obbligatori eliminati. A quel punto, gli sporchi ricconi che producevano lavoro e ricchezza ritornarono, mentre il popolo proletario, al quale nessuno ha mai negato mare e sole, era dirottato verso località e spiagge adatte ad accogliere la gran massa di gente.

Oggi, nelle zone della vicina Capalbio, si recano in villeggiatura tutti i più ricchi fricchettoni dei Democratici di Sinistra, tutti nipotini viziati e degenerati del vecchio e glorioso Partito Comunista. E anche loro, i poveri, inclusi i migranti sbarcati clandestini a Lampedusa, non li vogliono tra i coglioni — per usare un francesismo aulico — neppure a distanza dalle recinzioni delle loro ville.

Povero non equivale a buono, esistono poveri che sono dotati di una cattiveria fuori dal comune, dai quali guardarsi, tenersi a distanza e tenerli a distanza. Come esistono ricchi che nella assoluta riservatezza fanno del bene a numerose famiglie e intere istituzioni benefiche che operano a servizio dei vari disagi sociali. L’uomo non è buono o cattivo in base alla classe o al ceto di appartenenza, ma in base alla propria natura e sensibilità umana.

Il nostro Paese dovrebbe puntare sul turismo di lusso, perché sia le Città d’arte italiane sia certe nostre zone costiere, sono ambienti e territori molto fragili e delicati da conservare e mantenere. E non possono essere presi d’assalto da masse di orde spesso barbariche né distrutti in nome dell’ideologia, con turisti cafoni che danneggiano i monumenti di Roma o che fanno il bagno dentro le fontane monumentali.

Ogni tanto qualcuno strepita che la Chiesa italiana ha messo i biglietti d’ingresso per visitare diverse storiche cattedrali e chiese monumentali. Bene hanno fatto, molto prima avremmo dovuto farlo. Ci sono infatti numerosi luoghi di culto che sono monumenti di straordinaria bellezza e altrettanta straordinaria delicatezza. Imporre un biglietto, preferibilmente anche costoso, eviterà che in città come Siena, Pisa, Venezia … certi luoghi siano presi d’assalto da persone che ci entrano tanto per entrarci, non di rado anche per recarvi danni gravi e irreparabili, come possono confermare le varie Soprintendenze alle belle arti corse più volte ai ripari con lunghi, delicati e costosi restauri di opere d’arte danneggiate da idioti che si erano arrampicati da qualche parte per farsi, ad esempio, fotografie spiritose, da inviare ad altrettanti amici idioti sparsi in giro per il mondo.

Pura e semplice economia del buon senso comune, applicata a un Paese come il nostro, dove abbondano ricchezze artistiche e ambientali che richiedono estrema cura e che sono tanto belle quanto fragili, oltre che facili da danneggiare per opera delle moderne orde barbariche. L’Italia è un gioiello delicato e fragile che non è fatto né mai potrà essere fatto per il turismo di massa, con buona pace delle ideologie sul popolo proletario.

dall’Isola di Patmos, 29 giugno 2023

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È appena uscito ed è in distribuzione il nuovo libro di Padre Ariel, potete acquistarlo cliccando direttamente sull’immagine di copertina o entrando nel nostro negozio librario QUI

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I Padri dell’Isola di Patmos

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«Non abbiate dunque paura: voi valete molto più dei passeri»

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

«NON ABBIATE DUNQUE PAURA: VOI VALETE PIÙ DI MOLTI PASSERI»

 

… c’è la paura che blocca, che fa perdere il coraggio dell’annuncio e della testimonianza, la paura che si prova di perdere la faccia, un privilegio o di non essere à la page. E si diventa pigri e man mano si perde forza e si arriva a non riconoscere più Gesù, il Maestro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Ogni mattina, appena sveglio, provvedo a versare un bicchiere generoso di chicchi di riso soffiato in un contenitore poggiato su un albero del giardino. Appena rientrato in casa mi godo lo spettacolo. Decine e decine di passeri prima svolazzanti intorno, sugli alberi o nelle siepi, cominciano a planare, azzuffandosi o rincorrendosi, sulla ciotola di riso e un po’ lo mangiano, altro ne gettano intorno, oppure se lo portano via, probabilmente per sfamare i nuovi nati che in questo periodo dell’anno escono dalle uova.

Nel Vangelo di questa XII domenica del tempo ordinario, proprio al centro del breve discorso di Gesù si parla dei passeri. Egli rassicura i discepoli: “Voi valete più di molti passeri”. Ecco il brano del Vangelo:

«In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: “Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze. E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo. Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri! Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli”» [Mt 10, 26-33].

Siamo all’interno del decimo capitolo del Vangelo di Matteo, dove si racconta dell’invio in missione dei dodici apostoli. Ma è anche un discorso che è rivolto ai discepoli di ogni tempo e luogo, quindi anche a noi che sentiamo proclamare oggi una pagina che ci giunge da lontano e che probabilmente già risentiva di quelle difficoltà che non solo incontrarono i primissimi discepoli del Signore inviati ai territori di Israele e solo a quelli, ma anche le asperità del cammino che trovarono le successive generazioni di discepoli che si ispirarono alla tradizione dello scritto matteano.

Gesù, proprio nel Vangelo di domenica scorsa, aveva avvisato i discepoli che sarebbe toccata loro la stessa sorte del maestro:

«Un discepolo non è più grande del maestro, né un servo è più grande del suo signore; è sufficiente per il discepolo diventare come il suo maestro e per il servo come il suo signore. Se hanno chiamato Beelzebul il padrone di casa, quanto più quelli della sua famiglia!» (Mt 10,24-25).

Ovvero, ciò che Gesù ha vissuto, sarà vissuto anche dai suoi inviati, che verranno chiamati diavoli, al servizio del capo dei demoni, Beelzebul, e verranno perseguitati fino a essere uccisi da chi crede di dare in questo modo gloria a Dio (Gv 16,2). Per questo motivo nel Vangelo odierno Gesù sente il bisogno, non di indorare la pillola, ma di rincuorare i discepoli e per tre volte (vv. 26. 28.31) li invita a non temere: «Non abbiate paura!».

Vorrei dire la stessa cosa ai miei passeri che, se faccio un movimento brusco o involontario, fuggono via spaventati. La paura è un precoce istinto che l’imprinting ha fissato nelle diverse specie, anche nella nostra. C’è una paura buona che ci consente di non cadere nei pericoli e di essere prudenti. Nello stesso discorso Gesù aveva infatti detto:

«Ecco: io vi mando come pecore in mezzo a lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe». (10, 16).

E poi c’è la paura che blocca, che fa perdere il coraggio dell’annuncio e della testimonianza, la paura che si prova di perdere la faccia, un privilegio o di non essere à la page. E si diventa pigri e man mano si perde forza e si arriva a non riconoscere più Gesù, il Maestro.

Come Pietro nella notte della passione: «Chi mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli» (v. 33). Ma «Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il Padre vostro»¹.

Mi dispiace per i traduttori della Conferenza Episcopale Italiana, ma «volere» non c’è in greco. E invece occorre rendere, alla lettera: «… senza il Padre vostro». Ovvero, neppure un passero, cadendo a terra, è abbandonato dal Padre! A maggior ragione i discepoli e pure Pietro che ne è a capo. Allo stesso modo, anche i capelli della nostra testa (v. 30), che perdiamo ogni giorno senza accorgercene: sono tutti contati, tutti sotto lo sguardo del Padre. Da una tale contemplazione nasce la fiducia che scaccia il timore: Dio vede come ci vede un padre, che ci guarda sempre con amore e non ci abbandona mai, neanche quando cadiamo.

Quando pensiamo di essere soli come discepoli, lasciati in balìa delle prove che la vita ci presenta o degli avversari che non danno tregua, ripensiamo al profeta Geremia della prima lettura di questa domenica: «Sentivo la calunnia di molti. Terrore all’intorno… Ci prenderemo la nostra vendetta» (Ger 20,10). Geremia si lascia andare a un momento di rabbia per la situazione che si è creata: «possa io vedere la tua vendetta su di loro» (v. 12). Chi non lo capirebbe? Ma poi prevale l’uomo di fede chiamato dal seno della madre: «Cantate inni al Signore, lodate il Signore, perché ha liberato la vita del povero» (v. 13). Gli fa eco il salmista del responsorio odierno:

«Vedano i poveri e si rallegrino; voi che cercate Dio, fatevi coraggio, perché il Signore ascolta i miseri non disprezza i suoi che sono prigionieri. A lui cantino lode i cieli e la terra, i mari e quanto brùlica in essi» (Sal 68).

Ora ditemi se c’è un protagonista della Scrittura al quale il Signore Dio non abbia rivolto l’incoraggiamento che Gesù dice in forma triplice ai discepoli: non aver paura e non temere. Neanche uno, da Abramo a Giuseppe di Nazareth. Pensate che la Vergine Maria non se lo sia sentito dire? Anche lei: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio» (Lc 1,30). Poi possiamo discutere fino a domattina sulla differenza fra il temere di Maria e quello del parente Zaccaria, fra quello di Geremia o di San Pietro mentre Gesù veniva interrogato nel Sinedrio. La cosa importante che il Vangelo di oggi ci rivela è questo invito a lasciar cadere la paura, a non permettere che questa emozione primaria prenda il sopravvento, a motivo della speciale protezione di Dio, il Padre che Gesù ci rivela, il quale non ci abbandona come spazzatura², la qual cosa fa invece l’avversario per eccellenza.

Perché Gesù dopo aver inviato i suoi, compresi noi oggi, invita a non aver paura davanti a niente e nessuno? Perché questo è il tempo della rivelazione (v. 26) o come qualcuno ha detto «il tempo della fine»³ inaugurato da Gesù. Il tempo della missione è un tempo di apocalisse, non nel senso catastrofico solitamente attribuito a questo termine, ma nel senso etimologico di ri-velazione, di alzata del velo. L’annuncio del Vangelo, infatti, richiede che ciò che Gesù ha detto nell’intimità sia proclamato in pieno giorno, ciò che è stato detto nell’orecchio sia gridato sui tetti.

«Nulla vi è di nascosto (verbo καλύπτω, kalýpto) che non sarà ri-velato (verbo αποκαλύπτωapokalýpto) né di segreto (κρυπτός, kryptós) che non sarà conosciuto (verbo γιγνώσκω, ghinósko)» (v. 26).

Le cose nascoste fin dalla fondazione del mondo (Mt 13,35; Sal 78,2) sono rivelate da Gesù e poi dai discepoli nella storia. E, nascosto nel cuore di questo messaggio inesauribile, sta l’annuncio di Dio come Padre, che è quel «molto di più» come lo chiama l’Apostolo Paolo nella seconda lettura di questa domenica (Rm 5, 12), ovvero l’abbondanza della sua grazia che salva, redime e ama.

Buona domenica a tutti!

dall’Eremo, 25 giugno 2023

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NOTE

1 Mt 10, 29b “καὶ ἓν ἐξ αὐτῶν οὐ πεσεῖται ἐπὶ τὴν γῆν ἄνευ τοῦ πατρὸς ὑμῶν”. Traduzione CEI: «Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro».

2 La Gehenna (Mt 10,28) era la valle che raccoglieva la spazzatura di Gerusalemme

3 G. Gaeta, Il tempo della fine, prossimità e distanza della figura di Gesù, Quodlibet 2020

San Giovanni all’Orfento. Abruzzo, Monte della Maiella, fu un eremo abitato da Pietro da Morrone, chiamato nel 1294 alla Cattedra di Pietro sulla quale salì col nome di Celestino V (29 agosto – 13 dicembre 1294)

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Che cos’è un bacio? L’apparente omofobia in terra di Cesena non è grave quanto la crassa ignoranza storica del sindaco DEM che usa a sproposito il termine “Medioevo”

CHE COS’È UN BACIO? L’APPARENTE OMOFOBIA IN TERRA DI CESENA NON È GRAVE QUANTO LA CRASSA IGNORANZA STORICA DEL SINDACO DEM CHE USA A SPROPOSITO IL TERMINE “MEDIOEVO”

Davanti alle bufale storiche come quelle proferite dal Sindaco di Cesena l’ascoltatore medio del nostro secolo ha ben poche armi di difesa. Del resto, come diceva Don Camillo a Peppone: «Se hanno creduto a Carlo Marx, qualunque balla gli racconti andrà bene!». E noi stiamo ancora qui a raccontarci le balle che gli LGBT, i Democratici di Sinistra e i vari compagnucci blogghettari ci vengono a raccontare, inclusi i cattolici perfetti che amoreggiano con i circoli LGBT e che vorrebbero introdurre dentro la Chiesa Cattolica il «cavallino di troia arcobalenato»

— Attualità ecclesiale —

                   Autore
        Ivano Liguori, Ofm. Capp..

 

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È di questi giorni la notizia di un parroco della Diocesi di Cesena-Sarsina che ha comunicato a un suo giovane collaboratore del Grest (Gruppo Estivo Cattolico) l’inopportunità di proseguire il suo ruolo di educatore del centro estivo parrocchiale in quanto su Instagram sarebbe apparso in una foto che lo ritraeva nell’atto di baciare un ragazzo.

Sicuramente la notizia avrà leso la sensibilità di più anime belle appartenenti a quella schiera di cristiani perfetti e democratici che non possono tacere, di coloro che sono più buoni e misericordiosi dello stesso Nostro Signore Gesù Cristo e che indefessamente vivono per cercare e affermare la ben rotonda Verità, il cui cuore iridato potrebbe candidamente prendere in prestito la poetica di Edmond Rostand che dice:

«Et qu’est-ce qu’un baiser? Une apostrophe rose entre les mots je t’aime, un secret dit de sa bouche».

Un bacio, insomma, che cos’è mai un bacio? Forse nulla ma in questa situazione non è il bacio a costituire il problema. Sotto la punta dell’iceberg del bacio c’è ben altro. Ed è proprio questo altro che bisogna scandagliare e che a me non convince, per questo mi piacerebbe argomentare brevemente il fatto con i nostri Lettori per tentare di dare una lettura trasversale di tutta quanta la vicenda che a mio parere solleva non pochi dubbi e interroga non poche coscienze.

La prima cosa che non mi convince è che il giovane animatore non abbia avuto la minima remora a postare su Instagram una foto in cui è ritratto a baciare il suo fidanzato. E questo perché? Era notoria la sua omosessualità oppure questo voleva solo essere un gesto provocatorio? E se la sua omosessualità fosse stata di fatto conosciuta ― cosa che avrebbe valicato non solo l’aspetto privato e familiare ma anche quello sociale e quindi parrocchiale ―, come mai la sorpresa per una normale dimostrazione di affetto? Intendiamoci, ognuno è libero di usare i social come meglio ritiene opportuno sebbene nei limiti prescritti dalla legge, così come manifestare i propri sentimenti verso un’altra persona. Purtuttavia ci si aspetterebbe da un cristiano uno stile differente nell’uso dei social così come nell’approccio affettivo verso un’altra persona. E dico questo mettendo in conto le normali contraddizioni e fragilità che costituiscono la lotta verso la perfezione cristiana. Ammettiamo anche che il ragazzo non volesse essere un provocatore e ritenesse giusto fare coming out invece di restare nella riservatezza e vivere la sua vita in serenità. Mi domando e domando ai Lettori: è stata questa la cosa più opportuna da fare, quella di postare una foto su Instagram di un bacio galeotto che per ovvie ragioni sarebbe stato letto o considerato problematico? Trattandosi poi di un animatore parrocchiale, di una persona che, ci auspichiamo, seguiva un cammino cristiano all’interno di una comunità ecclesiale, questa scelta non aveva altra alternativa? Faccio un’ipotesi: non sarebbe stato meglio per lui parlarne con il proprio confessore o direttore spirituale e affrontare la questione in modo privato, in quel foro interno che permette di far crescere la coscienza cristiana e indirizzare verso una maturazione umana e spirituale? Oggi molti reputano di essere cristiani senza l’aiuto di alcuna guida, ma così facendo si moltiplicano le situazioni di imbarazzo e di confusione che non sono ad esclusivo appannaggio degli omosessuali ma di tutti gli uomini, perché la radice di questa mentalità non soggiace nell’orientamento sessuale ma in quella concupiscenza che ferisce la nostra decisionalità e ci rende testardi e spesso refrattari alla docilità spirituale che conduce all’incontro con Dio.

Che il giovane si sia mostrato poi risentito e abbia dato forfait al Grest a me fa ancora più pensare, così come non mi sono chiare le sue parole nella chat di Whatsapp:

«Buongiorno. Vi chiedo personalmente di evitare qualsiasi tipo di messaggi incriminatori o accusatori. Questa faccenda riguarda la mia vita privata e non deve intaccare la gioia e la felicità dei ragazzi nel partecipare al centro estivo» (vedi QUI).

Mi vedo scettico a ritenere che il ragazzo ignorasse che la sua scelta non avrebbe comportato reazione alcuna, sia nel bene che nel male. Dico questo perché non si tratta di una evenienza discriminatoria contro il mondo omosessuale e i gay ma semplicemente di una evenienza che riguarda tutti gli uomini del mondo: ogni scelta e posizione può essere condivisa o meno; appoggiata o biasimata.

Del resto sappiamo di casi in cui ― davanti alla volontà di un ragazzo di entrare in seminario o in convento ― i genitori, il parentado o gli amici hanno spesso espresso la battuta canzonatoria: «meglio morto che prete o frate». Che si sappia nessuno ha mai tacciato di chiericofobia queste persone, anzi spesso si sono viste rafforzate in questo comportamento canzonatorio, ritenendo che il farsi prete o frate fosse realmente la più grande sciagura di questo mondo. Davanti a questi presupposti, gli aspiranti a una vita sacerdotale o di speciale consacrazione sono semplicemente andati avanti per la propria strada infischiandosene del giudizio altrui e perseguendo il proprio intento, anche quando questo avrebbe comportato una certa difficoltà di gestione dei rapporti familiari e amicali.

Avete idea, noi sacerdoti e frati, gli insulti che talvolta ci sentiamo tirare dietro per le strade e sulle pubbliche piazze, semmai anche da dei mocciosi adolescenti, quando le attraversiamo con la talare del clero secolare o con l’abito del proprio ordine religioso? Insulti a volte anche gravissimi e infamanti. Però noi non siamo attivisti gay, perché in quel caso scatterebbero le querele e le potenti associazioni LGBT si costituirebbero anche parte civile al processo. Insultare gravemente un prete o un frate per strada pare invece costituire libera e democratica espressione del pensiero, il reato scatta solo se fai una battuta ironica sul Gay Pride o su un travestito alto 1.60 per 120 kg di peso che, stile fratello brutto di Lino Banfi, cammina per strada con una parrucca biondo platino, le calze a rete e i tacchi a spillo, forse proprio in spasmodica attesa che qualcuno gli gridi «fenomeno da baraccone», così che lui possa andare a piangere di talk show in talk show contro l’omotransfobia con tutti gli attivisti LGBT che strepitano.

Io ritengo che la maggioranza degli omosessuali sereni e intellettualmente liberi e privi di qualunque ideologizzazione non si preoccupi minimamente di quel che pensa la Chiesa Cattolica. Vivono semplicemente l’espressione della propria affettività e del proprio essere in modo pacifico e riservato, accettando i pro e i contro del loro status, preoccupandosi al contempo di stare ben lontano dai carri allegorici e blasfemi dei vari Pride disseminati nel mese di giugno di ogni singolo anno.

Se invece ci riferiamo agli omosessuali che possiedono una fede e cercano il Signore la situazione cambia, anzitutto sono chiamati ad amare la Chiesa e non la imbrattano di vipereschi improperi, accusando ― anche a mezzo di social e blog ― il Papa, i vescovi e i sacerdoti di essere omofobi, come costume di certi cattolici perfetti che non possono tacere. L’omosessuale cattolico è consapevole del fatto che è necessario portare avanti un cammino di conversione ― che inizia nel battesimo e termina nel momento della morte ed è uguale per tutti i discepoli di Gesù che non sono stati certamente scelti tra i migliori (cfr. Mt 9,36-10,8) ― che è fatto di preghiera e di accompagnamento spirituale; di vittorie e cadute; di tentazione e di grazia; di tormento e di estasi. E come esistono le battaglie spirituali per la gestione e armonizzazione della propria genitalità per un omosessuale cattolico, così questo è vero per un eterosessuale cattolico.

Se però il paradigma della direzione e accompagnamento spirituale delle persone omosessuali è incarnato nel disgraziato ― cioè privo della grazia ― gesuita statunitense James Martin e non nel Magistero della Chiesa e in Cristo Verbo del Padre, ecco che cadiamo nel paradosso della vicenda di Cesena i cui risultati di una colonizzazione ideologica e di lobby non sono certo velati, tanto da poter avanzare la pretesa e il lusso di gridare allo scandalo e costituirsi parte lesa.

Quando leggo di posizioni così piccate che gridano allo scandalo davanti ai presunti casi di omofobia, il più delle volte mi sembrano posizioni di comodo. Spesso gli stessi paladini dei Diritti nutrono scarso interesse verso le persone omosessuali, se non in base a un uso funzionale di esse che tende verso il raggiungimento di un obiettivo, cosa che necessita di una sapiente politica di simbiosi, così da arrivare alla vittoria e annientare l’immaginario nemico, tanto da avere ― per dirla con un proverbio romagnolo ― l’uovo, la gallina e il culo caldo.

Ci ritroveremo così dentro contesti ecclesiali pieni di attivisti e di simpatizzanti LGBT che considerano la Chiesa una maggioranza politica a cui fare opposizione destituendo democraticamente le cose che non piacciono e andando ad occupare posti di potere per poter affermare la omoeresia [sul tema rimando all’opera di Ariel S. Levi di Gualdo: E Satana si fece trino e all’opera mia e sua Dal Prozan al Prozac]. Ma la Chiesa, sappiatelo cari amici Lettori, non è una democrazia e non necessita assolutamente di suffragette arcobalenate che impazzano sui social media e sui video di YouTube come cattolici perfetti che non possono tacere, ai quali si può applicare l’epigrafe scritta da Paolo Giovio su Pietro l’Aretino: «Di tutti parlò mal fuorché di Cristo, scusandosi col dir non lo conosco».  

Giova ricordare che c’è un mondo omosessuale, il più numeroso forse, che riesce ad usare la ragione e che sa riconoscere con non comune senso di obiettività alla Chiesa una accoglienza che da ben poche parti possono vantare, Case del Popolo comprese. Chiedete infatti a un gay se negli anni Settanta o Ottanta del Novecento poteva anche solo mettere piede in una Casa del Popolo, quando una certa sinistra difendeva la famiglia tradizionale con tanto di manifesti di partito in bella mostra e stigmatizzava Pierpaolo Pasolini per i suoi stili di vita frutto della «pederastia tipica dell’alta borghesia». Così scriveva infatti L’Unità, organo ufficiale del Partito Comunista Italiano, nell’edizione del 29 ottobre 1949:

«Prendiamo spunto dai fatti che hanno determinato un grave provvedimento disciplinare a carico del poeta Pasolini per denunciare ancora una volta le deleterie influenze di certe correnti ideologiche e filosofiche dei vari Gide, Sartre e di altrettanto decantati poeti e letterati, che si vogliono atteggiare a progressisti ma che in realtà raccolgono i più deleteri aspetti della degenerazione borghese».

Mentre a proposito di André Gide, noto letterato e omosessuale francese, Palmiro Togliatti firmando nel 1950 un pezzo su Rinascita scrisse:

«Al sentire Gide, di fronte al problema dei rapporti tra i partiti e le classi, dare tutto per risolto identificando l’assenza di partiti di opposizione, in una società senza classi, con la tirannide e il relativo terrorismo, vien voglia di invitarlo a occuparsi di pederastia, dov’è specialista, ma lasciar queste cose, dove non ne capisce proprio niente».

Ma torniamo al giovane animatore cui come Padri vogliamo bene, che ha deciso di esprimere così la sua libertà e la sua visione dell’affettività insieme alla ferma decisione a perseguirla e a difenderla. Per questo è degno del nostro rispetto e non possiamo che riconoscerne il coraggio. Ma allo stesso modo il parroco e la Diocesi di Cesena Sarsina possiedono la stessa libertà e lo stesso diritto a decidere di disciplinare i propri animatori, formatori e catechisti pretendendo una certa fedeltà alla Chiesa e al magistero circa le questioni morali e di fede.

Non è infatti l’orientamento omosessuale che è stato qui discriminato ma il fatto di vivere e difendere pubblicamente un pericoloso attivismo di matrice LGBT all’interno di un contesto di Chiesa Cattolica. Sì, perché stando al Corriere della Romagna (vedi QUI) apprendiamo di fratture in seno alla parrocchia a seguito di malumori portati avanti da certi attivisti parrocchiali (?!) a cui ancora non è abbastanza chiaro il pensiero magisteriale della Chiesa Cattolica sull’omosessualità. In quella parrocchia c’è indubbiamente una emergenza educativa di fondo, una situazione di confusione che nel futuro dovrà essere recuperata e informata con una giusta formazione catechetica e con una caritatevole vigilanza. Bravo il parroco che ha ritenuto bene confrontarsi con la Diocesi e chiederne l’appoggio per giungere a una sintesi sulla questione. Almeno per una volta c’è stato un Vescovo che ha saputo esercitare una paternità dimostrando di mantenere diritta la barra, manifestando al contempo la vicinanza al giovane per una situazione che è divenuta incresciosa poiché volutamente montata come caso scandalistico. Dietro c’è solo l’ennesimo tentativo di affermare l’ideologia LGBT dentro la Chiesa con i soliti noti che hanno sparato a palle incatenate sul prete oscurantista e retrogrado, ricorrendo all’ormai usurato luogo comune del Medioevo: l’Arcigay, l’onorevole Zan e il sindaco dei Democratici di Sinistra di Cesena Enzo Lattucca.

Da tutta questa vicenda, lo ribadiamo ancora una volta: al giovane non è stata tolta la possibilità di organizzare il Grest e di parteciparvi generosamente per il bene dei piccoli partecipanti, gli è stato solo fatto notare l’inopportunità di proseguire nella veste di animatore e di educatore nel contesto di un oratorio estivo che non è sponsorizzato dal Partito Democratico, dall’Arcigay o dalla lobby LGBT, ma dalla Chiesa Cattolica che ha il sacrosanto dovere e diritto di ritenere che cosa è giusto o sbagliato per chi si appresta a svolgere una funzione educativa che coincide con la proclamazione di un Credo di fede.

Per concludere, mi piace affermare che l’apparente episodio di omofobia in quel di Cesena non è nulla rispetto alla crassa ignoranza storica del suo Primo Cittadino che usa un argomento trito e ritrito mutuato dalla Leggenda Nera con la pretesa di ferire la Chiesa Cattolica. Non bisogna necessariamente avere il curriculum di studi di Franco Cardini o di Alessandro Barbero per capire che quanto dichiarato dal Sindaco di Cesena circa il Medioevo è palesemente e profondamente falso e intellettualmente ingiusto. Nel Medioevo a cui il politico si richiama, il popolo incolto e analfabeta conosceva a memoria le rime di Dante Alighieri. Un giovane mercante della città di Assisi, anche lui venuto dal popolo per poi assurgere alla ricca borghesia mercantile, compose il primo testo poetico in volgare italiano. Lo stesso popolo del Medioevo aveva delle capacità mnemoniche e speculative e di ragionamento che sono del tutto ignote alle masse desolanti dei giovani e giovanissimi attivisti che seguono le idiozie di Fedez, della Ferragni e dei vari influencer, youtuber e TikToker e che il solo verso mandato a memoria è Love is love.  Il popolo del Medioevo andava ad ascoltare volentieri per ore i predicatori del calibro di Antonio di Padova, Bernardino da Siena, Giovanni da Capestrano e Giacomo della Marca. Quel popolo semplice ma ben disposto ad ammirare e a studiare visivamente gli affreschi di Giotto dentro le antiche basiliche e che costituivano la Biblia pauperum che non solo educava alla fede ma alla vita sociale, che esaltava le virtù e stigmatizzava l’errore e il vizio. Se ci fosse oggi una minima cultura storica da liceo, ci si dovrebbe auspicare che le nostre popolazioni affette da analfabetismo funzionale e analfabetismo digitale possano tornare quanto prima al Medioevo, una lunga stagione che segnò un grande sviluppo della cultura, delle arti e delle scienze, oltre al recupero e alla conservazione di tutta la filosofia e la letteratura classica che grazie agli uomini del medioevo è giunta sino a noi.

Davanti alle bufale storiche come quelle proferite dal Sindaco di Cesena l’ascoltatore medio del nostro secolo ha ben poche armi di difesa. Del resto, come diceva Don Camillo a Peppone:

«Se hanno creduto a Carlo Marx, qualunque balla gli racconti andrà bene!».

E noi stiamo ancora qui a raccontarci le balle che gli LGBT, i Democratici di Sinistra e i vari compagnucci blogghettari ci vengono a raccontare, inclusi i cattolici perfetti che amoreggiano con i circoli LGBT e che vorrebbero introdurre dentro la Chiesa Cattolica il «cavallino di troia arcobalenato» (Cfr. Ariel S. Levi di Gualdo, QUI).

Laconi, 23 giugno 2023

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Il “Yellow Submarine” e la tragedia. Fino a che punto si è tenuti a salvare la vita umana in tutti i modi?

IL YELLOW SUBMARINE E LA TRAGEDIA. FINO A CHE PUNTO SI È TENUTI A SALVARE LA VITA UMANA IN TUTTI I MODI?

Occorre molta pietà, fuori discussione, perché anche gli imbecilli spocchiosi meritano in ogni caso cristiana e umana pietà, forse persino più delle persone intelligenti, sapienti e prudenti. 

— Attualità —

Autore
Simone Pifizzi

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L’uomo la vita la riceve in comodato d’uso, non ne è arbitrario padrone e non può disporne come reputa opportuno, né togliendo la vita, come nel caso dell’aborto, né togliendosi la vita, come nel caso dell’eutanasia, anche se oggi è difficile parlare del valore salvifico della sofferenza umana, tema al quale il Santo Pontefice Giovanni Paolo II dedicò una propria enciclica: Salvifici Doloris. La vita umana valica la stessa realtà soggettiva dell’uomo che non si dona la vita da sé stesso, ma che come dono la riceve. Quindi non può essere lui a decidere di auto-sopprimersi. È vero che la vita è nelle mani dell’uomo, ma al tempo stesso rimane un dono che va ben oltre le sue mani. Per questo, quello della vita, è un dono sacro di cui si può disporre fino a un certo punto ed entro certi limiti.

Ecco un esempio accademico estremo e terribile che può rendere l’idea: un nutrito gruppo di S.S. sta per attraversare un ponte, valicato il quale farà una strage di civili in quel paese, proprio come avvenne a Sant’Anna di Stazzema. Sospettano infatti che in quel paese siano nascosti dei partigiani, di cui ignorano generalità e identità, per questo hanno deciso di risolvere il problema alla radice uccidendo tutti gli abitanti, senza risparmiare anziani, donne e bambini. L’unica via di accesso a quel paese è un viadotto alto decine di metri costruito tra la parete di un monte e quella dell’altro monte. I membri della resistenza lo hanno minato, pronti a farlo saltare in caso di necessità. Mentre i soldati delle S.S. lo stanno per oltrepassare una madre ignara del tutto lo sta attraversando con il suo bambino per mano. Domanda: il ponte va fatto saltare oppure no?

Dire che le vite degli innocenti non possono essere sacrificate mai e in nessun caso, è una affermazione categorica basata su emotività illogiche e surreali, soprattutto quando il “no a tutti i costi al sacrificio degli esseri umani” viene scandito in nazioni nelle quali ogni giorno sono abortiti bambini, dopo avere deciso che in quel caso non si tratta però di vittime innocenti, perché l’aborto è un vero e proprio diritto, anzi di più: «Una grande conquista sociale».

Una trentina d’anni fa accadde nelle zone della mia Toscana che un giovane eccentrico con l’hobby di conservare nella propria casa dei serpenti molto velenosi, pulendo una delle loro gabbie fu morso. In Italia, dove gli unici serpenti velenosi presenti sul nostro territorio sono le vipere, nessun centro farmaceutico disponeva di un antidoto, che poteva essere reperito solo in Svizzera presso una azienda farmaceutica specializzata a conservare farmaci molto rari. In ospedale riuscirono solo a rallentare l’effetto del veleno entrato in circolo. Nel mentre fu fatto partire dal centro dell’aeronautica Militare di Grosseto un aereo F104 che in una mezz’ora giunse in Svizzera dove un addetto dell’azienda consegnò al pilota l’antidoto senza che questi scendesse neppure dal potente velivolo, quindi tornando alla base, il tutto in poco più di un’ora. A questo caso seguì una polemica quando si seppe quanto costava mettere in moto un F104 e soprattutto che all’epoca, il costo di quell’antidoto, fu pari a 15 milioni delle vecchie Lire, pagati ovviamente dallo Stato, equivalenti a quello che oggi potrebbero essere in valore monetario attuale circa 25.000/30.000 Euro.

Alcuni cinici posero la domanda se era il caso di spendere tutti i soldi che furono spesi per salvare un soggetto che in violazione alle leggi che già all’epoca proibivano di acquistare, conservare e allevare certi rettili, si era andato a cercare un guaio del genere. Ma si trattava appunto di cinici, con l’aggravante della disumanità, perché la vita va salvata sempre e a tutti i costi, per esempio non facendo saltare un ponte a metà del quale si trova una madre con un bambino. Poi, le centinaia di persone che poco dopo saranno trucidate dalle S.S. appena passato quel valico, moriranno in ogni caso felici assieme ai loro bambini, per avere salvato due vite umane.

Da alcuni giorni le televisioni e la stampa internazionale parlano di un gruppo di tre multimilionari, più un quarto che è il figlio di uno di loro, che si sono voluti togliere lo sfizio di scendere alla profondità di 3.800 metri per raggiungere il piroscafo Titanic affondato a largo di Terranova nel 1912 dopo avere colpito un iceberg di ghiaccio. Tragedia nella quale morirono 1.527 persone sui 2.232 passeggeri, solo 705 dei quali sopravvissero.

Si tratta dei capricci di ricconi? No, i veri ricchi, quelli che sono tali da generazioni, quelli che conoscono la delicatezza e la volatilità del danaro e quanto sia difficile conservarlo e incrementarlo; i veri ricchi che devono la loro ricchezza al proprio particolare genio imprenditoriale o finanziario, queste cose da spacconi non le fanno, sono gesta tipiche degli arricchiti. Perché solo degli arricchiti capricciosi, certi di potersi permettere qualsiasi cosa, potevano pagare ciascuno 250.000 U.S. $ per scendere alla profondità di quasi 4 chilometri dove si trova il relitto del Titanic, che è un sacrario, un cimitero, che come tale andrebbe rispettato. Quei fondali non possono essere meta di bravate spinte all’estremo a bordo di un mini-sottomarino simile a una supposta subacquea nella quale gli avventori non potevano stare neppure in piedi, neppure inginocchiati, quindi senza potersi muovere, ma solo seduti nello spazio di 5 metri di lunghezza per 1.60 di altezza [cfr. QUI]. Una morte terribile nelle più buie profondità marine, avvenuta per soffocamento all’interno di uno spazio angusto dove è bene non pensare neppure cosa possa essere accaduto nei momenti di panico che si sono manifestati all’interno di uno spazio claustrofobico mentre l’ossigeno mancava e i quattro multimilionari, con il pilota del mezzo, morivano per soffocamento. Lo dettaglia a La Stampa Paolo Narcisi, specialista in rianimazione, non mancando di aggiungere:

«Questa tragedia, pur nel rispetto delle persone coinvolte, ha costretto una mobilitazione nei soccorsi che non c’è stata neppure per i 600 naufraghi di qualche giorno fa». 

Come per il Tizio morso dal serpente domestico, anche in questo caso sono stati impiegati mezzi aerei e marittimi, strumenti tecnologici sofisticati, personale, specialisti e via dicendo. Giusto, per salvare la vita umana si deve tentare di tutto. Senza dimenticare però che i quattro, prima di imbarcarsi, dopo avere versato 250.000 $ a testa hanno firmato un contratto con una precisa liberatoria per la società che ha organizzato la loro eccentrica bravata, nella quale è specificato che l’impresa avrebbe potuto comportare anche la possibilità di morire, il tutto specificato per ben tre volte nel testo sottoscritto e firmato dai quattro ricconi.

Dire che sono andati a cercarsela, non è né mancanza di pietà né di rispetto nei confronti di questi morti in modo peraltro molto tragico. Si tratta di una realtà, non di mancanza di pietà: sono stati loro stessi a sottoscrivere e dichiarare di essere consapevoli che sarebbero potuti anche andare incontro alla morte, che equivale a dire, nero su bianco, che se ciò fosse accaduto, era perché loro stessi se l’erano andata a cercare, dopo essere stati avvisati in tal senso e dopo averlo sottoscritto anche in un contratto.

Occorre molta pietà, fuori discussione, perché anche gli imbecilli spocchiosi meritano in ogni caso cristiana e umana pietà, forse persino più delle persone intelligenti, sapienti e prudenti. 

Firenze, 22 giugno 2023

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Perché i lobbisti LGBT non lasciano parlare gli omosessuali? Sarebbe come se l’Ordine Francescano negasse ai propri frati di parlare su San Francesco d’Assisi

PERCHÉ I LOBBISTI LGBT NON LASCIANO PARLARE GLI OMOSESSUALI? SAREBBE COME SE L’ORDINE FRANCESCANO NEGASSE AI PROPRI FRATI DI PARLARE SU SAN FRANCESCO D’ASSISI

Noi Padri de L’Isola di Patmos che frequentiamo omosessuali e che da sempre abbiamo con loro ottime relazioni, possiamo essere d’accordo con l’istrionica Donatella Rettore, celebre icona gay, provando assieme a lei un certo disagio per le checche isteriche, senza per questo essere tacciati di “omofobia”?

—  Società e politica —

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Ogni Gay Pride, che da oggi non si chiama più così ma solo Pride, finisce con l’essere oggetto di polemiche, vuoi perché certe parate sono una ricerca ostentata della provocazione, specie verso tutto ciò che è cattolico, sia perché la polemica è ricercata e studiata [vedere anche mio precedente articolo QUI].

Ovvio che sia stato ritirato dalla Regione Lazio il patrocinio a questa manifestazione, cosa fatta con una precisa motivazione:

«[…] la firma istituzionale della Regione Lazio non può, né potrà mai, essere utilizzata a sostegno di manifestazioni volte a promuovere comportamenti illegali, con specifico riferimento alla pratica del cosiddetto utero in affitto» [cfr. QUI].

Dinanzi a questa motivazione, a poco vale urlare “al governo fascista!” qualunque sia il governo. Forse anche sotto un governo di Sinistra sarebbe avvenuta la stessa cosa: un ente pubblico non può promuovere come “diritto rivendicato” ciò che è proibito e condannato dalla Legge, ossia il cosiddetto “utero in affitto”, che in Italia è illegale. Per essere contrari alla barbarie dell’utero in affitto non occorre affatto essere militanti del Centro-destra, non occorre nemmeno essere cattolici, basterebbe ricordare che il Segretario generale del Partito Comunista Marco Rizzo ha definito l’utero in affitto «degno del Doctor Mengele, una cosa molto vicina al Nazismo» precisando che «i desideri non possono diventare diritti» [cfr. QUI], dichiarando in tal senso:

«L’utero in affitto è una barbarie propria della società del capitalismo globalizzato. Si esaudiscono desideri di coppie o singoli e si barattano con i diritti primari dei neonati e delle loro madri, obbligate dalla povertà a fare da incubatrici» [cfr. QUI]. 

La questione è però più complessa: siamo sicuri che gli omosessuali si sentano rappresentati da certe parate oggettivamente grottesche e pressoché di prassi dissacranti verso il Cattolicesimo? [mio precedente articolo, QUI].

Noi Padri Redattori di questa rivista, non solo siamo singolarmente in rapporti di stretta amicizia con vari omosessuali, diversi dei quali personalità di spicco nel mondo delle arti, della cultura e delle scienze, perché c’è di più. Abbiamo pubblicato con le nostre Edizioni L’Isola di Patmos un libro di Francesco Mangiacapra, giovane uomo di rara intelligenza, omosessuale dichiarato ed ex escort gay, analista brillante e onesto che a suo tempo portò allo scoperto un giro di preti frequentatori di certi ambienti che, superfluo a dirsi, dei sacerdoti non dovrebbero mai frequentare. A questo libro un prete ha scritto anche la prefazione: il sottoscritto.

Scrive Francesco Mangiacapra in questo suo libro che costituisce un autentico monumento all’onestà intellettuale e che solo per questo andrebbe letto:

«Un omosessuale che non si identifica nella potente Lobby LGBT finisce ostracizzato dai lobbisti e riceve il plauso di quel pubblico mainstream da loro tanto aborrito. Oggi la cappa di piombo del politically correct grava su una società indifferente alle vere violenze, ma pronta a esporre alla gogna, per una battuta o una satira innocua, chi osa opporsi al pensiero unico. I lobbisti della gaia libertà arcobaleno praticano ormai la tecnica che ha caratterizzato le dittature comuniste e fasciste: “Colpirne uno per educarne cento”».

E qui andiamo a toccare un altro problema che Padre Ivano Liguori e io riassumemmo nella introduzione a un libro scritto a quattro mani nel 2021, Dal Prozan al Prozac, dedicato alla compianta memoria dell’omosessualissimo e indimenticabile Paolo Poli, mio amico caro, di cui vi riproponiamo questo passaggio:

«Noi che siamo due presbiteri e teologi non ci siamo mai tirati indietro ― lo dimostrano le nostre pubblicazioni ―, quando l’ossequio alla verità imponeva di rivolgere pubbliche e severe critiche al mondo ecclesiale ed ecclesiastico. E se qualche volta, per avere detto solo la verità, ne abbiamo pagate le conseguenze, è stato un tributo più che accettabile. Della verità siamo infatti annunciatori e fedeli servitori, con tutto ciò che può comportare. Adesso proviamo a immergerci nella realtà: vi è mai capitato di udire nei vari talk show televisivi ― che non potrebbero essere tali in assenza di quote gay ―, un rappresentante LGBT che rivolge pubbliche e severe critiche al suo mondo? È possibile che il mondo LGBT sia composto unicamente da persone fantastiche e al di sopra di tutte le righe?  È possibile che il mondo LGBT sia abitato solo da povere vittime e da nessun carnefice? È possibile che per un prete indegno affetto da turbe psichiche, reo di avere molestato degli adolescenti, l’intera Chiesa Cattolica sia esposta alla pubblica gogna, mentre gli stessi giornalisti d’inchiesta e conduttori televisivi non oserebbero mai ― e non osano per paura ― di andare a verificare che cosa accade con i minori a caccia di soldi in certi circoli gay? Nel mondo LGBT va tutto bene, è tutto perfetto? Quella che il Santo dottore Agostino indica come la Gerusalemme Celeste, forse ha la propria angelica sede naturale in certi circoli gay? È questo che rende surreali e non credibili certe frange LGBT ideologizzate e radicalizzate. E qualcuno, a gruppi così ripiegati nelle emotività irrazionali, intendeva dare anche una legge per chiudere la bocca e perseguire penalmente chi non la pensa come loro? Rivolgere certi quesiti non costituisce istigazione all’odio verso gay, lesbiche e transessuali. Si tratta semplicemente di considerarli per ciò che sono: esseri umani come tutti gli altri, nel bene e nel male. Ma se fanno lobby e pretendono di presentarsi come persone senza ombra di macchia, o peggio come una corporazione di intoccabili, in quel caso sarà opportuno non dargli in mano certe leggi e lasciarli sguazzare nello stagno della loro onirica perfezione, dove tutto è buono e idillico, perché tutti i cattivi e i persecutori stanno solo dall’altra etero-parte. Noi non esitiamo a mettere in luce i difetti della nostra Chiesa visibile e del suo clero, guardando sempre all’uomo in quanto tale, al quale mai abbiamo chiesto patenti di eterosessualità o di omosessualità, accettandolo e amandolo per quello che è, come Gesù Cristo lo ha accolto e amato. Perché noi viviamo nel mondo del reale, consapevoli che la fede nasce dalla ragione, non dalle emotività irrazionali di un certo mondo arcobaleno».

Nel nostro cattolico linguaggio questa si chiama onestà intellettuale politica. E dico politica perché in ogni caso si tratta di battaglie politiche e come tali sono portate avanti dagli attivisti, ai quali mai risponderemo a colpi di morale cattolica. A qualsiasi linguaggio politico si risponde con appropriato linguaggio politico, perché sia per comunicare che per contrastare legittimamente qualche cosa, si usa il linguaggio idoneo, non è proprio il caso di andare a parlare a certi attivisti dei fondamenti della morale secondo la scuola di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, peggio che mai del Liber Gomorrhianus di San Pier Damiani.

Concludiamo con una icona gay, la cantante Donatella Rettore, colei che felicemente tormentò le nostre estati di adolescenti, ormai lontane nel tempo, con celebri canzoni come Il cobra non è un serpente o Splendido splendente. Ecco un suo stralcio di intervista [cfr. QUI] realizzata dalla cara e ottima Francesca Fagnani — e affettuosamente dico cara perché fu la prima giornalista che nel 2012 mi mise dinanzi a una telecamera per una intervista al programma Servizio Pubblico di Michele Santoro — :

«Io piaccio ai gay non piaccio alle checche, mentre Raffaella Carrà e Patty Pravo sono icone delle checche vintage […] Per me esistono i gay e le checche, esistono i gay che sanno di avere le palle e ci sono gli isterici che parlano e si strappano i capelli, fanno i pettegolezzi… e quelli non li voglio nemmeno sulla soglia di casa» [cfr. QUI, QUI].

Noi Padri de L’Isola di Patmos che frequentiamo omosessuali e che da sempre abbiamo con loro ottime relazioni, possiamo essere d’accordo con l’istrionica Donatella Rettore, celebre icona gay, provando assieme a lei un certo disagio per le checche isteriche, senza essere per questo tacciati di “omofobia”?

dall’Isola di Patmos, 18 giugno 2023

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È appena uscito ed è in distribuzione il nuovo libro di Padre Ariel, potete acquistarlo cliccando direttamente sull’immagine di copertina o entrando nel nostro negozio librario QUI

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