(English text after the Italian / texto español posterior al engles)
SPORCIZIA NEI LOCALI PUBBLICI TRA SESSO E TEOLOGIA DELLA MUTANDA
Noi preti dobbiamo essere di necessità tutti puttane che cercano di darsi a tutti, gratis et amor Dei, senza chiedere neppure la marchetta. Per questo sono solito dire, in modo serio e per nulla scherzoso, anzi con coerente spirito teologico, che, se non avessi fatto il prete, sicuramente avrei fatto la puttana. Ho scelto però di fare l’uno e l’altro: il prete e la puttana, per amor di Dio.
La Polizia di Stato preposta al controllo dei laboratori dei locali pubblici in cui si confezionano alimenti, un paio di settimane fa ha posto i sigilli a una nota pasticceria nel cuore del centro storico di Catania.
Il video che documenta lo stato dei locali è solo un archetipo necessario per parlare della disastrosa psicologia dei giustificatori a tutti i costi e costi quel che costi, pronti per questo ad affermare:
«… è vero, questo video è stato girato dalla Polizia di Stato nel pieno centro di Catania, nel salotto buono della città, ma una cosa del genere poteva accadere anche al Nord!».
Apro parentesi con un inciso: la teoria del “poteva essere” mi ricorda certi militanti della Sinistra radical chicitaliana che vivono all’insegna del politically correct più onirico. Quelli, per intendersi, con i superattici ai Parioli e le ville a Capalbio, che dinanzi a una ragazza stuprata da una banda di immigrati clandestini nordafricani si affrettano a spiegare, in giro per i vari talk show televisivi, che avrebbe potuto essere stuprata anche da un gruppo di italiani. Sicuramente, alla vittima dello stupro destinato quasi sempre a lasciare segni traumatici indelebili con tutte le implicazioni reattive più complesse a livello psicologico e comportamentale, l’idea che i suoi stupratori avrebbero potuto essere anche italiani, le sarà di grande conforto, ma più che altro di preziosa utilità per superare un evento traumatico difficile da superare. Chiudo l’inciso e torno al tema in questione.
Che questo video ritragga il laboratorio di uno storico bar del centro di Catania e non del centro di Bolzano o Belluno, dove le norme igienico-sanitarie sono ben superiori e molto più rispettate che in certe zone della Sicilia, è un dato incontrovertibile, a prescindere della teoria giustificativa “sarebbe potuto succedere altrove”.
Passiamo dalla questione igienico-sanitaria a quella dottrinale-morale, perché siamo stati proprio noi preti che per generazioni abbiamo ossessionato gli adolescenti, come se tutto il mistero del male andasse rigorosamente e unicamente dalla vita in giù. Chi si è mai premurato di insegnare che un laboratorio come quello qui rappresentato è un’esaltazione del peccato mortale molto più della masturbazione di un adolescente in preda a tempeste ormonali? E non insorgano, certi bigotti laici, come già più volte accaduto, per insegnare al sottoscritto sacerdote che sono due cose diverse, dimostrando così di non sapere quanto possano essere gravi quei peccati contro la carità, che secondo loro sarebbero però altra cosa, rispetto al peccato mortalissimo di autoerotismo adolescenziale e cadute varie nel sesto comandamento, che ricordiamo è preceduto da altri cinque e poi seguito da altri quattro, sebbene non interessino a queste persone che si palesano rigorose solamente per tutto ciò che riguarda la sfera della sessualità.
Che sulla sessualità umana abbiamo esagerato oltre misura, lo scrivevo già quindici anni fa (vedere QUI), imperante la rigorosa morale di Giovanni Paolo II, quando il Santo Padre Francesco era ancora lontano da venire. Oggi, le cose che affermavo quasi vent’anni fa, le dice il Santo Padre, spesso persino in toni ironici, mentre a me, all’epoca, vigendo la grande moralofobia giovanpaolista, fu cantato a chiare note: «Vacci piano con questi discorsi, o rischi di non diventare prete». Replicai: «Certo, perché avanti a tutto e sopra a tutto va sempre la teologia della mutanda, vero?».
A cinque chilometri di distanza dal Palazzo Apostolico, il Santo Padre “santo subito!”, aveva l’immane disastro umano e morale del laboratorio di pasticceria dei Legionari di Cristo, presentati bene all’esterno come le vetrine di questa pasticceria del centro storico di Catania, salvo nascondere all’interno tutte le peggiori schifezze di Marcial Maciel Degollado e dei suoi fedelissimi complici. Essendo però, il Santo Padre e i suoi, troppo impegnati con la teologia della mutanda, certi laboratori non erano ispezionati, anche se tutti ne conoscevano esistenza e sporcizia interna.
Quando in tempi record, con un’imprudenza che pagheremo a breve dinanzi alla storia a prezzo sicuramente molto elevato, Giovanni Paolo II fu beatificato e poi canonizzato, proprio mentre tra beatificazione e canonizzazione era scoperto il laboratorio di pasticceria della Legione di Cristo e del suo fondatore, coloro che avevano deciso di avere a tutti i costi il santo subito dichiararono: «Il Santo Padre non era stato informato, anzi è stato ingannato». A prescindere dal fatto che informato lo fu più volte e pure nei dettagli più pericolosi e scabrosi, come documento in un mio libro (vedere QUI), pur ammesso non fosse stato informato e anzi ingannato, a maggior ragione resta da chiarire: chi non lo ha informato, ma soprattutto chi lo avrebbe ingannato? Perché l’inganno ― fatti salvi i casi di auto-inganno ―, comporta di necessità la sussistenza di un ingannatore. Dunque chi, ingannò Giovanni Paolo II? Domanda questa alla quale nessuno intende però rispondere.
Questi sono i nostri laboratori di pasticceria ecclesiali ed ecclesiastici, mentre, senza pudore e ritegno non avevamo di meglio da fare che dissertare sulla teologia della mutanda, inizio e centro dell’interno mistero del male. E oggi, in giro per i social media, dobbiamo leggere le assurdità di un esercito di laici cattolici, bigotti oltre ogni limite dell’umana decenza, che affermano senza pena di ridicolo che la Vergine Maria, a Fatima, alla piccola Giacinta Marto, rivelò che molte anime erano dannate per i peccati di lussuria, facendole vedere le anime dannate dei lussuriosi nell’inferno.
Dio ci liberi dai bigotti cattolici impegnati e militanti, perché solo la loro perversione e le loro ossessioni sessuali possono giungere a credere e poi diffondere come verità e dato certo la assurda diceria che la Vergine Maria, madre per antonomasia, grande pedagoga e sede dell’umana delicatezza, si sia messa a parlare di lussuria e lussuriosi a una bambina analfabeta di nove anni nata e cresciuta in una delle province più isolate, povere e retrograde del Portogallo d’inizi Novecento.
La teologia della mutanda non è mai piaciuta ai preti vissuti da sempre a contatto col materiale umano, consapevoli di essere peccatori che per ineffabile mistero di grazia hanno ricevuto mandato da Cristo Dio di assolvere dai peccati i peccatori secondo il ministero della Chiesa:
«Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi» (Gv 20, 22-23)
La teologia della mutanda piace terribilmente a certi laici cattolici da social media, dietro ai quali si celano spesso madri e padri frustrati e falliti che hanno figli e figlie pluri-divorziati e conviventi, o delle nipoti adolescenti che viaggiano con il materasso legato fisso sulla schiena per essere già pronte all’uso. Ma d’altronde è una storia vecchia quanto nota e risaputa: tutte quante puttane, ma solo e di rigore le figlie degli altri, non certo le proprie.
Certe cose le vedo e le vivo in modo diverso: noi preti dobbiamo essere di necessità tutti puttane che cercano di darsi a tutti, gratis et amor Dei, senza chiedere neppure la marchetta. Per questo sono solito dire, in modo serio e per nulla scherzoso, anzi con coerente spirito teologico, che, se non avessi fatto il prete, sicuramente avrei fatto la puttana. Ho scelto però di fare l’uno e l’altro: il prete e la puttana.
Dall’Isola di Patmos, 4 febbraio 2025
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DIRTY IN PUBLIC PLACES BETWEEN SEX AND THEOLOGY OF THE UNDERPANT
We priests must necessarily all be whores who try to give ourselves to everyone, freely and for the love of God, without even asking for compensation for the service offered. This is why I said, seriously and not at all jokingly, but rather with a coherent theological spirit, that if I hadn’t become a priest, I would have become a whore. But I chose to do both: the priest and the whore, for love of God.
The Italian State Police in charge of controlling the laboratories of public places where food is packaged, a couple of weeks ago sealed a well-known pastry shop in the heart of Catania’s historic center.
The video documenting the state of the premises is just a necessary archetype to talk about the disastrous psychology of justifiers at all costs, ready to justifier:
«… it’s true, this video was shot by the State Police in the very center of Catania, in the city’s good living room of this sicylian city, but such a thing could have happened also in North Italy!»
I open with a digression: the “it could have been” theory reminds me of certain militants of the Italian radical chic left who live in the name of the most dreamlike political correctness. Those, to be precise, with super-apartments in the rich residential neighborhoods of Rome and villas in the most exclusive areas of Tuscany, who, faced with a girl raped by a gang of illegal North African immigrants, are quick to explain in various television talk shows that the girl could have ended up raped even by a group of Italians. Surely, for the victim of a rape always destined to leave indelible traumatic marks with complex psychological and behavioral implications, the idea that her rapists could also have been Italians will be of great comfort, but more than anything else of precious usefulness to overcome a traumatic event that is difficult to overcome. I’ll close this parentheses and get back to the topic at hand.
That this video portrays the laboratory of a historic bar in the center of Catania and not in the center of Bolzano or Belluno, where hygiene and health standards are far superior and much more respected than in certain areas of Sicily, is an incontrovertible fact, regardless of the justifying theory “it could have happened elsewhere”.
Let’s move from the hygienic-health issue to the doctrinal-moral one, because it was we priests who for generations have obsessed adolescents, as if the whole mystery of evil went strictly and exclusively from the waist down. Who has ever bothered to teach that a workshop like the one represented in this video is a much more glorification of mortal sin than the masturbation of a teenager in the throes of hormonal storms? And let not these secular bigots rise up, as has already happened several times, to teach the undersigned priest that they are two different things, thus demonstrating that they do not know how serious those sins against charity can be, which to them however would be something different, compared to the the very mortal sin of adolescent autoeroticism and various falls in the sixth commandment, which we remember is preceded by five others and then followed by four others, although they are not of interest to these people rigorous only in everyhing that concerns the sexuality sphere.
That we have exaggerated beyond measure on human sexuality, I already wrote fifteen years ago (see HERE), when John Paul II’s strict morality prevailed, when the Holy Father Francis very far from reaching Rome. Today, the things I was saying almost twenty years ago are said by the Holy Father, often even in ironic tones, while I, at the time, with the great moralphobia in force under the pontificate of John Paul II, was told in clear terms: «Go easy with these speeches, or you risk not becoming a priest». I replied: «Sure, because before everything and above everything goes the theology of the underpant».
In Rome, five kilometers away from the Apostolic Palace, the Holy Father “saint immediately!”, had the immense human and moral disaster of the Legionaries of Christ’s “pastry”, which looked as good on the outside as the shop windows of this pastry in the old city centre of Catania, except that it hid inside all the worst rubbish of Marcial Maciel Degollado and his faithful accomplices. Being us, however, too busy with the theology of the underpant, certain workshops were not inspected, even though everyone knew of their existence and their dirty interior.
When in record time, with an imprudence that we will soon pay dearly before history, John Paul II was beatified and then canonized, between his beatification and his canonization the confectionery laboratory of the Legion of Christ and its founder was discovered. Those who had decided to have John Paul II declared a saint at all costs, immediately justified this fact by saying: «The Holy Father had not been informed, is was deceived». In reality, the Holy Father was informed several times and even in the most dangerous and scandalous details, as documented in one of my books (see HERE). However, if he really had not been informed and had been deceived, this would be one more reason to clarify: who did not inform him, but above all who deceived him? Because deception – except in cases of self-deception – necessarily implies the existence of a deceiver. So who deceived John Paul II? This is a question that no one intends to answer.
These are our laboratories of ecclesial and ecclesiastical pastry, while, without shame or restraint, we had nothing better to do than discuss the underpant theology, the principle and center of the entire mystery of evil. And today, in the sea of social media, we must read the absurdities of an army of lay Catholics, bigots beyond all limits of human decency, who affirm without penalty of ridicule that the Virgin Mary, in Fatima, to little Jacinta Marto, baby of only nine-year-old, said that many souls were damned for the sins of lust, making her see damned souls of the lustful in hell.
God deliver us from committed and militant Catholic bigots! Only people obsessed with human sexuality can believe and spread the absurd rumor according to which the Virgin Mary, mother par excellence, great pedagogue and seat of human delicacy, talking about lust and lustfuls to a little girl born and raised in one of the most isolated, poor and retrograde of Portugal by beginning of the 20th century.
The underpant theology has never pleased priests who have always lived in contact with human matter, aware of being sinners who by an ineffable mystery of grace have received from Christ God the mandate to absolve sinners from their sins according to the ministry of Church:
«When He had said this, He breathed on them and said, “Receive the Holy Spirit. If you forgive anyone his sins, they are forgiven; if you withhold forgiveness from anyone, it is withheld”» (Jhon 20, 22-23)
The underpant theology is terribly widespreadwith some lay Catholics on social media, behind which often hide frustrated and failed mothers and fathers who have multi-divorced and cohabiting sons and daughters, or teenage grandchildren who travel with the mattress tied firmly to their backs to be ready for use. But then again it’s an old and well-known story: all whores, but only other people’s daughters, not their own.
I see and experience certain things differently: we priests must necessarily all be whores who try to give ourselves to everyone, freely and for the love of God, without even asking for compensation for the service offered. This is why I said, seriously and not at all jokingly, but rather with a coherent theological spirit, that if I hadn’t become a priest, I would have become a whore. But I chose to do both: the priest and the whore, for love of God.
From the Island of Patmos, 4 February 2025
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SUCIEDAD EN LUGARES PÚBLICOS ENTRE SEXO Y LA TEOLOGÍA DE LOS CALZÓNCILLOS
Los sacerdotes debemos necesariamente ser todos putas que tratamos de darnos a todos gratuitamente y por amor de Dios, sin ni siquiera pedir una compensación por el servicio. Por eso suelo decir de manera seria y nada de broma, incluso con un espíritu teológico coherente, que si no hubiera sido sacerdote, hubiera sido una puta. Sin embargo, elegí ser ambas cosas: el sacerdote y la puta, por amor de Dios.
La Policía Estatal italiana, encargada de controlar los talleres y las cocinas de los lugares públicos donde se envasan alimentos, cerró hace un par de semanas una reconocida pastelería en pleno centro histórico de la ciudad siciliana de Catania.
El vídeo que documenta el estado del local es sólo un arquetipo necesario para hablar de la desastrosa psicología de los justificadores de a toda costa, a cualquier precio, y dispuestos a decir:
«…si es cierto que este vídeo fue registrado por la Policía Estatal en el centro de Catania, ¡pero algo así también se podría encontrar al Norte de Italia!»
Abro una paréntesis para hacer una digresión: la teoría del “podría haber sido” me recuerda a ciertos militantes de la izquierda radical-chic italiana que viven en nombre de la corrección política más onírica. Aquellos que obviamente son de los penthouse en los barrios residenciales de Roma y de las villas en las zonas más exclusivas de la región Toscana. Y quienes ante una chica violada por una banda de norteafricanos se apresuran a explicar en distintos programas televisivos: que la muchacha también podía haber sido violada por una banda de italianos. Sin duda alguna, la víctima de una violación casi siempre está destinada a conservar marcas traumáticas imborrables con implicaciones reactivas muy complejas a nivel psicológico y conductual. La idea de que sus violadores también podían haber sido italianos sería de gran consuelo para ella, sobre todo de preciosa utilidad para superar el acontecimiento traumático y difícil de superar. Cierro esta paréntesis y vuelvo al tema en cuestión.
Que el vídeo muestre el laboratorio de un bar histórico en el centro de la ciudad de Catania, y no en el centro de ciudades como Bolzano o Belluno donde las normas de higiene y salud son mucho más estrictas y mucho más respetadas que en ciertas zonas de Sicilia, es un hecho incontrovertible, al margen de la teoría justificadora de: “también podría suceder en otros lugares”.
Del tema higiénico-sanitario pasemos al doctrinal-moral, porque nosotros mismos los sacerdotes, quienes por generaciones hemos obsesionado a los adolescentes en sus movimientos íntimos con las manos; como si todo el misterio del mal fuese de rigor y unicamente de la cintura para abajo. ¿Quién se ha prodigado en enseñar que un laboratorio como el registrado por el vídeo, es una exaltación del pecado mortal más que la misma masturbación de un adolescente en medio de sus tormentas hormonales? Y los fanáticos laicos que no se alcen y repliquen como ya ocurrió en pasado, enseñando al sacerdote que escribe, que son dos cosas totalmente distintas; demostrando con esto, de no saber cuán graves pueden llegar a ser los pecados contra la caridad. Según ellos, serían otra cosa comparado con el super pecado mortal del autoerotismo adolescente y de las caídas en el sexto mandamiento, que recordemos es precedido por otros cinco y seguido por otros cuatro mandamientos; aunque esto no interese a estas personas que sólo son rigurosas en todo lo que concierne a la esfera de la sexualidad.
Que sobre la sexualidad hemos exagerado más allá de todo límite, lo escribí hace quince años (ver AQUÍ), cuando prevalecía la moral rigurosa de Juan Pablo II y el Santo Padre Francisco aún estaba lejos por venir. Hoy las cosas que afirmé hace casi veinte años, las dice el Santo Padre y a menudo en tono irónico. Mientras que a mí en ese entonces con la gran moralofobia de Juan Pablo II me dijeron en tonos claros: «Deja de hablar así, o corres el riesgo de no ser ordenado sacerdote». Repliqué entonces diciendo: «Es cierto, porque por encima de todo y ante todo está la teología de los calzoncillos».
A cinco kilómetros del Palacio Apostólico, el Santo Padre “¡santo inmediatamente!”, tuvo el enorme desastre humano y moral del “laboratorio de pastelería” de los Legionarios de Cristo, presentados excelentemente en el exterior como los escaparates de la pastelería del centro histórico de Catania, salvo esconder por dentro todas las peores basuras de Marcial Maciel Degollado y de sus leales cómplices. Pero el Santo Padre y sus colaboradores estuvieron demasiados ocupados con la teología de los calzoncillos, mientras que ciertos laboratorios no eran inspeccionados aunque todos conocían su existencia y su suciedad interna.
Cuando en tiempo récord y con una imprudencia que dentro de poco pagaremos ante la historia con un precio muy alto, Juan Pablo II fue beatificado y luego canonizado. Y eso que durante su beatificación y canonización se descubrió el laboratorio de la Legión de Cristo y de su fundador; por ello, los que habían decidido obtener inmediatamente el santo a toda costa declararon: «El Santo Padre no había sido informado, al contrario había sido engañado». Independientemente del hecho de que informado fue en varias ocasiones e incluso con detalles peligrosos y escabrosos como lo he documentado en uno de mis libros (ver AQUÍ) incluso, suponiendo que no hubiera sido informado sino por el contrario engañado, con mayor razón se debe aclarar: ¿quién no lo habría informado pero sobre todo, quién lo habría engañado? Porque el engaño – salvo en los casos de autoengaño – implica necesariamente la existencia de un engañador. Por lo tanto, ¿quién engañó a Juan Pablo II? Ésta es una pregunta a la que nadie pretende responder.
Estos son nuestros talleres de pastelería ecclesial y eclesiástica, mientras que sin pudor ni freno no teníamos nada mejor que hacer que discutir sobre la teología de los calzoncillos, principio y centro de todo el mistero del mal. Y hoy en las redes sociales, tenemos que leer los absurdos de un ejército de católicos laicos, fánaticos más allá de todos los límites de una humana decencia, quienes afirman sin pena de ridículo: que la Virgen María en Fátima reveló a la pequeña partorcita Giacinta Marto que muchas almas fueron condenadas por los pecados de la lujuria, haciéndo ver las almas condenadas de los lujuriosos en el infierno.
Dios nos libre de los fanáticos católicos comprometidos y militantes, porque sólo sus perversiones y obsesiones sexuales pueden llegar a creer y difundir el absurdo rumor de que la Virgen María, madre por excelencia, gran pedagoga y sede de la delicadeza umana, habló de lujuria y de gente lujuriosa a una niña analfabeta de nueve años nacida y criada en una de las provincias más aisladas, pobres y retrógradas del Portugal de principios del siglo XX.
La teología de los calzoncillos nunca ha agradado a los sacerdotes que desde siempre han vivido a estrecho contacto con la materia humana, conscientes de ser pecadores y que por un inefable misterio de gracia, han recibido el mandato de Cristo Dios de absolver a los pecadores de sus pecados según el ministerio de la Iglesia:
Reciban el Espíritu Santo. A quienes ustedes perdonen los pecados, les quedarán perdonados; y a quienes no se los perdonen, les quedarán sin perdonar. (Jn, 20,22-23)
La teología de los calzoncillosgusta terriblemente a ciertos laicos católicos en las redes sociales, detrás de las cuales se esconden a menudo, madres y padres frustrados y fracasados que tienen hijos e hijas multidivorciados y convivientes, o sobrinas adolescentes que viajan con el colchón firmemente atado a la espalda, listo para su uso. Pero por otro lado, es una historia vieja y conocida: todas putas, pero sólo las hijas de los otros y ciertamente no las propias.
Yo veo y experimento algunas cosas de manera diferente: los sacerdotes debemos necesariamente ser todos putas que tratamos de darnos a todos, gratuitamente y por amor de Dios, sin ni siquiera pedir una compensación por el servicio. Por eso suelo decir, de manera seria y nada broma, incluso con un espíritu teológico coherente, que si no hubiera sido sacerdote, hubiera sido una puta. Sin embargo, elegí ser ambas cosas: el sacerdote y la puta, por amor de Dios.
Desde La Isla de Patmos, 4 de febrero de 2025
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I Padri dell’Isola di Patmos
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L’OPOSSUM IGNORA CHE UNA SUORA PUÒ DIVENTARE TRANQUILLAMENTE GOVERNATORE DELLO STATO DELLA CITTÀ DEL VATICANO, COME GIÀ LO FU GIULIO SACCHETTI
Questa velenosa macchietta, nella sua dose di veleno quotidiano torna a prendersela con laici e laiche ai quali sono affidati certi uffici, a partire da Suor Raffaella Petrini, di cui è stata preannunciata la nomina a governatore
– Le brevi dei Padri de L’Isola di Patmos –
(in fondo: tutti gli articoli)
Autore Teodoro Beccia
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Assieme alle Prefiche anonime della sua fantomatica redazione, oggi l’Opossum tuona contro Suor Raffaella Petrini, Segretario generale del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, tacciandola, tra le varie, d’esser «nota al Governatorato per il suo atteggiamento superbo e pieno di sé» (cfr. QUI).
A noi Padri de L’Isola di Patmos risulta però l’esatto contrario: Suor Raffaella è stata già apprezzata in passato per le sue grandi capacità e il suo equilibrio presso Propaganda Fide, lasciando di sé un ottimo ricordo in quel dicastero.
Questa velenosa macchietta che si paventa come il più grande esperto di diritto canonico e di diritto vaticano ― “competenze” rigorosamente esercitate su un blog di Gossip&Veleni al di fuori delle mura della piccola Città Stato dove non è propriamente persona gradita, salvo affermare «noi in Vaticano … qua in Vaticano …» ―, nella sua dose di veleno quotidiano torna a prendersela con laici e laiche ai quali sono affidati certi uffici, a partire da Suor Raffaella, di cui è stata preannunciata la nomina a governatore.
La nomina di una donna a prefetto di un dicastero e quella di una donna alla carica di governatore dello Stato della Città del Vaticano, sono due questioni totalmente diverse che tra loro non hanno alcun genere di connessione. Nel primo caso, come tra poco spiegherò in un mio lungo articolo di taglio giuridico, siamo di fronte a un ufficio che richiede di necessità la figura di un ministro in sacris, come si può evincere già dal suo nome: Dicastero per i religiosi; nel secondo caso, invece, siamo di fronte a un ufficio di carattere puramente politico-amministrativo, senza alcun genere di implicazione religiosa e gerarchico-ecclesiale.
foto d’archivio, 1960, al centro davanti ai sediari che portano il Sommo Pontefice Giovanni XXIII Don Giulio Sacchetti marchese di Castelromano, nominato nel 1968 governatore dello Staro della Città del Vaticano dal Sommo Pontefice Paolo VI
L’ignorantissimo Opossum che con totale disinvoltura elargisce a ecclesiastici e laici titoli quali «idioti», «incapaci», «incompetenti», «falliti irrisolti» … dimentica che per oltre tre decenni (1968-2001) presidente, o cosiddetto governatore dello Stato della Città del Vaticano, fu Don Giulio Sacchetti marchese di Castelromano, un laico coniugato e padre di più figli, straordinario servitore della Chiesa e del Papato. Quindi? Già, dimenticavo: «… noi in Vaticano … qua in Vaticano …»
Velletri di Roma, 20 gennaio 2025
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I nostri precedenti articoli sulla Banda della Sileriana:
– 16 agosto 2025 —SILERE NON POSSUM E QUELLA PAROLA TABÙ CHE NON RIESCE PROPRIO A PRONUNCIARE: “OMOSESSUALITÀ” (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 14 agosto 2025 — C’È DI MEZZO UN OMOSESSUALE? ALLORA SILERE NON POSSUM DIFENDE ANCHE L’INDIFENDIBILE(per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 29 marzo 2025 — SEMPRE A PROPOSITO DI SILERE NON POSSUM: DAL “HOMBRE VERTICAL” AI “PIGLIANCULO” E “QUAQUARAQUÀ” DI LEONARDO SCIASCIA (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 21 marzo 2025 — SILERE NON POSSUM E LA STORIA DI QUELLA SARTINA CONVINTA DI POTER DARE LEZIONI DI ALTA MODA A GIORGIO ARMANI (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 12 febbraio 2025 — L’OPOSSUM STA ALLA CONOSCENZA DEL VATICANO COME ÉVA HENGER STA ALLA CASTITÀ E COME IL SUO DEFUNTO MARITO RICCARDO SCHICCHI STA ALL’OPERA CONFESSIONES DI SANT’AGOSTINO (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 15 gennaio 2025 — AI CONFINI CLERICALI CON LA REALTÀ: LA DONNA SOFFRE DELL’INVIDIA FREUDIANA DEL PENE, L’OPOSSUM DELL’INVIDIA DI MATTEO BRUNI DIRETTORE DELLA SALA STAMPA DELLA SANTA SEDE(per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 20 gennaio 2025 — L’OPOSSUM IGNORA CHE UNA SUORA PUÒ DIVENTARE TRANQUILLAMENTE GOVERNATORE DELLO STATO DELLA CITTÀ DEL VATICANO, COME GIÀ LO FU GIULIO SACCHETTI(per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 22 novembre 2024 — LA NOMINA EPISCOPALE DI RENATO TARANTELLI BACCARI. QUANDO GLI AFFETTI DA CARCINOMA AL FEGATO, CARICANO ALL’ATTACCO CHI TACER NON PUÒ(per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 31 maggio 2024 — UNA NOTA DI PADRE ARIEL SUL SITO SILERE NON POSSUM: «MOLESTO COME UN RICCIO DI MARE DENTRO LE MUTANDE» (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 8 dicembre 2023 — A CHI SI RIFERISCE MARCO FELIPE PERFETTI AFFERMANDO DAL SITO SILERE NON POSSUM «QUA IN VATICANO … NOI IN VATICANO …», SE IN VATICANO NON CI PUÒ METTERE NEMMENO PIEDE? (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 14 ottobre 2023 — È MORTO L’ARCIABATE EMERITO DI MONTECASSINO PIETRO VITTORELLI: LA PIETÀ CRISTIANA PUÒ CANCELLARE LA TRISTE VERITÀ?(per aprire l’articolo cliccare QUI)
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DALLA BADESSA MITRATA DI CONVERSANO ALLA SUORA PREFETTO DEL DICASTERO PER I RELIGIOSI
La tendenza a separare i poteri d’ordine e di giurisdizione si fonda su molte disposizioni pontificie del passato, che hanno avallato atti di governo senza potere d’ordine, per esempio il governo di alcune badesse dal Medioevo sino ai tempi moderni, o di alcuni vescovi che hanno governato diocesi senza essere ordinati.
Il 6 gennaio scorso, solennità dell’Epifania di Nostro Signore Gesù Cristo, Suor Simona Brambilla, finora segretario del Dicastero per gli istituti di Vita Consacrata e le società di Vita Apostolica, è stata nominata prefetto dello stesso dicastero dal Sommo Pontefice Francesco.
Suor Simona Brambilla era segretario del dicastero dal 7 ottobre 2023; seconda donna a ricoprire questo incarico dopo la nomina nel 2021 di Suor Alessandra Smerilli al Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale. Il Romano Pontefice ha scelto come Pro-prefetto del dicastero Ángel Fernández Artime, 65 anni, creato cardinale nel Concistoro del 30 settembre 2023. Con questa nomina, rilanciata in un baleno dalle agenzie di stampa mondiali, il Pontefice ha inteso creare una struttura dirigenziale senza precedenti presso il Dicastero per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, nominando una suora prefetto e un cardinale pro-prefetto.
In perfetta coerenza logica con le azioni del Romano Pontefice, tale scelta non fa che ricalcare il solco segnato dalla riforma della Curia romana già presente nella Costituzione Praedicate Evangelium, merita però di essere chiarita dal punto di vista giuridico e da quello teologico. Un esempio iniziale potrà aiutarci a introdurre il tema per poi chiarire il problema. In precedenza, già lo scorso 9 gennaio 2023, il Pontefice aveva nominato un nuovo Abate territoriale dell’Abbazia di Montecassino, posto a capo della comunità monastica più antica dell’Occidente. Sebbene non consacrato vescovo, l’abate cassinense ― o per essere precisi l’arciabate ― riceve ratione officii tutte le facoltà di governo di un vescovo. Nulla di nuovo se non per il fatto che il Pontefice ha scelto di promuovere alla carica di abate, di per sé elettiva da parte della sua comunità, un monaco laico non costituito nell’ordine sacro del presbiterato, ordinato poi sacerdote solo dopo la nomina abbaziale.
Senza voler entrare nel merito della discussione circa l’opportunità di una nomina pontificia per una carica che more solito prevede una elezione, resta necessario analizzare la complementarietà, o meno, tra potestà d’ordine e potestà di giurisdizione. Rivalorizzando la tradizione teologica antica, orientale e occidentale, il Vaticano II ha messo l’accento sull’unità della «sacra potestas», pur senza voler prendere posizione sul valore ecclesiologico della distinzione tra il potere di ordine e quello di giurisdizione introdotta dalla canonistica prima del XII secolo. Sussistono, infatti, elementi teologici che orientano verso una concezione unitaria della potestas sacra, ovvero: il principio della sacramentalità dell’episcopato di cui al can. 129 §1C.J.C.
Vi sono nella Chiesa due poteri, lasciati da Nostro Signore Gesù Cristo, e due gerarchie che ne derivano, le quali si incrociano e si sovrappongono in parte, ma che restano ben distinte nelle loro attribuzioni e nelle loro fonti. Il primo tra i due è la potestas sanctificandi, che si riceve e si esercita tramite il Sacramento dell’Ordine nei suoi vari gradi (ministeri istituiti, sacerdozio ed episcopato: e er Vescovo si intende chi ha ricevuto la consacrazione episcopale), e che consiste principalmente nel potere di consacrare l’Eucaristia e, mediante questa e gli altri Sacramenti, dare la grazia alle anime. Poiché la fonte di questo potere è un Sacramento, l’autore diretto ne è Nostro Signore stesso, ex opere operato: i ministri ne sono solo gli strumenti. Atto più alto di questo potere è la consacrazione del Corpo e del Sangue di Cristo. In questo, Vescovo e Sacerdote, sono uguali. La potestas regendi, o potere di giurisdizione, che comprende in sé il potere spirituale di governare e di insegnare (infatti si insegna legittimamente e con autorità solo ai propri sudditi). Se consideriamo la Chiesa come societas, secondo il diritto classico, essa deve avere un’autorità capace di legiferare e di guidare, oltre che di punire e correggere. Questo potere, che Nostro Signore ugualmente possiede al supremo grado, è da Lui trasmesso direttamente solo al Successore del Beato Apostolo Pietro al momento dell’accettazione dell’elezione, e da lui stesso trasmesso in vari modi al resto della Chiesa. Non ha di per sé alcun legame con il potere d’ordine, benché generalmente i due poteri convivano negli stessi soggetti, o addirittura, come per il Papa e i Vescovi diocesani, vi sia obbligo morale di riunire in sé i due poteri. In questo senso Vescovo è colui che ha ricevuto dal Papa il potere di governare una diocesi.
Questa dottrina sulla distinzione di origine dei due poteri è insegnata senza ambiguità possibile in una quantità impressionante di documenti magisteriali: ultima fra di essi l’enciclica Mystici Corporisdi Pio XII (1943), ripresa nelle successive Ad Sinarum gentes (1954) e Ad Apostolorum Principis (1958). I Vescovi governano la loro diocesi in nome del Cristo, «id tamen dum faciunt, non plane sui jurissunt, sed sub debita Romani Pontificis auctoritate positi, quamvis ordinaria jurisdictionis potestate fruantur, immediate sibi ab eodem Pontifice impertita» («tuttavia quando lo fanno, non lo fanno affatto per diritto proprio, ma posti sotto la debita autorità del Romano Pontefice, benché godano di un potere di giurisdizione ordinario, dato loro immediatamente dallo stesso Pontefice») (DS. 3804). L’unico al mondo a ricevere tale potere di giurisdizione direttamente da Dio è il Pontefice Romano, come affermava il Codice di Diritto Canonico del 1917 al can.109:
«Qui in ecclesiastica hierarchia cooptantur […] in gradibus potestatis ordinis constituuntur sacra ordinatione; in supremo pontificatu, ipsometjure divino, adimpleta conditione legitimae electionis ejusdem que acceptationis; in reliquis gradibus jurisdictionis, canonica missione» («Coloro che sono annoverati nella gerarchia ecclasiastica […] sono costituiti nei gradi del potere d’ordine con la sacra ordinazione; nel supremo Pontificato, per lo stesso diritto divino, compiute le condizioni della legittima elezione e dell’accettazione di questa; nei restanti gradi del potere di giurisdizione, con la missione canonica»).
nemmeno il Romano Pontefice riceve tale potere dalla consacrazione episcopale, ma indipendentemente da essa. Nel corso della storia c’è stata quindi un’ampia, complessa e talvolta controversa riflessione sul rapporto tra il potere degli ordini, che si riceve con l’ordinazione e che permette di amministrare alcuni Sacramenti ― come presiedere l’Eucaristia ― e il potere di governo, che dà autorità su una parte del Popolo di Dio, come una diocesi, un ordine religioso o anche una parrocchia. Per molto tempo si è creduto che i due poteri fossero distinti e che fosse possibile esercitarli separatamente; anche San Tommaso d’Aquino condivideva questa posizione.
Per quanto riguarda la Curia romana, si riteneva che tutti coloro che vi svolgevano il loro servizio ricevessero il loro potere direttamente dal Romano Pontefice, che conferiva loro l’autorità indipendentemente dal fatto che fossero ordinati o meno. Questo valeva anche per i cardinali, la cui autorità derivava dalla creazione papale e non per via sacramentale. Questo approccio ha caratterizzato la storia della Chiesa per lungo tempo, tanto che ci sono stati cardinali che non erano sacerdoti, ad esempio il Cardinale Giacomo Antonelli, segretario di Stato vaticano dal 1848 al 1876, era stato ordinato diacono, ma non era un sacerdote. Più indietro nel tempo, ci sono stati cardinali nominati in giovane età che hanno ricevuto gli ordini solo dopo molto tempo, e persino papi che erano solo diaconi al momento della loro elezione al soglio pontificio.
Alcuni abati del passato non erano nemmeno stati ordinati sacerdoti e governavano una circoscrizione ecclesiastica, oppure c’erano figure che a noi risultano quanto meno anacronistiche ma che rispondevano a questa logica, come i vescovi eletti che governavano diocesi senza aver ricevuto la consacrazione episcopale ma solo in virtù della loro elezione, problema questo al quale porrà fine il Concilio di Trento attraverso l’obbligo della residenza. Altri esempi sono le cosiddette badesse mitrate, “donne con il bastone pastorale”, di cui accenneremo a seguire.
Nel tempo è emerso un altro approccio che risale alla Chiesa del primo millennio: Il potere di governo è strettamente legato al Sacramento dell’ordine sacro, per cui non è possibile esercitare l’uno senza l’altro se non entro certi limiti, che sono piuttosto ristretti.Per questo motivoil Santo Pontefice Giovanni XXIII, nel 1962,con il motu proprio Cum Gravissima decise che tutti i cardinali dovessero essere ordinati vescovi
Questo è l’approccio del Concilio Vaticano II, che si ritrova, ad esempio, nella Costituzione Dogmatica Lumen Gentiumal n. 21, nella Nota esplicativa al n. 2, e nei due Codici di Diritto Canonico, quello latino del 1983 e quello orientale del 1990. Nel III capitolo (nn. 18-23) e nella Nota praevia si sostiene che la consacrazione episcopale è fonte del potere di governo e non solo del potere d’ordine, facendo leva sulla sacramentalità dell’episcopato. Per il Concilio di Trento, infatti, il sacerdozio conferito dal Cristo agli Apostoli e ai loro successori è detto «potere […] di consacrare, offrire e amministrare il suo Corpo e il suo Sangue, oltre che di rimettere e ritenere i peccati» (DS 1764); in particolare i Vescovi «che sono succeduti in luogo degli Apostoli […] sono superiori ai preti, e possono amministrare il Sacramento della cresima, ordinare i ministri della Chiesa, e compiere molte altre cose» (DS 1768). Ecco dunque gli effetti dell’Ordinazione tali che ci sono descritti dal Concilio di Trento: un potere legato al Corpo fisico del Cristo e all’amministrazione dei Sacramenti, e assolutamente non al governo esterno della Chiesa. Lumen gentium afferma che la consacrazione episcopale «conferisce pure, con l’ufficio di santificare, gli uffici di insegnare e governare, i quali però, per loro natura, non possono essere esercitati se non nella comunione gerarchica con il Capo e colle membra del Collegio».
Chiunque sia validamente consacrato Vescovo possiede, secondo Lumen gentium, entrambi i poteri; il Sommo Pontefice interviene solo per determinare l’esercizio del potere di governo, non per conferirlo. In mancanza di questo intervento del Papa, non sappiamo se l’esercizio della giurisdizione sarebbe invalido o soltanto illecito: la Nota praevia afferma di non voler entrare nella questione, anche se si può supporre che sarebbe solo illecito, come per il potere d’ordine. Inoltre, secondo il n. 22 la consacrazione episcopale avrebbe come effetto anche l’ingresso nel Collegio episcopale, corpo che secondo Lumen gentiumavrebbe il potere supremo accanto a quello del Papa da solo: la Nota praevia precisa che tale soggetto del potere universale esiste sempre, ma che entra in azione solo quando il Papa lo convoca. Lo stesso numero 22 dice che per appartenere al Collegio occorre anche il legame gerarchico, tuttavia non è chiaro se questa sia una vera causa di appartenenza al Collegio o una semplice condizione. Il potere di governo, che esula dall’ordine sacramentale, sarebbe effetto del Sacramento ex opere operato, quindi del Cristo direttamente, come anche l’appartenenza al detto Collegio, che pur essendo soggetto del potere supremo cum Petro et sub Petro, resterebbe un soggetto distinto da Pietro solo e riceverebbe il potere che esercita non ex Petro ma ex Christo, come appare chiaramente dalla stessa Nota praevia.
Il Vaticano II ha autorevolmente ribadito che l’episcopato è un sacramento e che con la consacrazione episcopale si entra a far parte del Collegio episcopale che insieme al Papa e sotto la sua autorità, è il soggetto della suprema potestà su tutta la Chiesa. Questa tesi è chiaramente difficile da conciliare con il dettato del Vaticano I, che condanna
«[…] quelli che affermano che tale primato non fu dato immediatamente e direttamente al Beato Pietro, ma alla Chiesa e tramite questa a lui come ministro della Chiesa stessa».
Tesi diversa da quella che poi ha prevalso in Lumen gentium: qui il soggetto del potere supremo è uno, il Collegio, benché non si escluda che il Papa possa agire solo. L’eco di questa tesi si fa sentire anche nel numero 22 di Lumen gentium, quando si afferma che il Papa esercita il potere a due titoli: in forza del suo ufficio e come Capo del Collegio. Si ammette dunque che almeno in alcuni casi il Papa sia solo il rappresentante del Collegio.
Questa riflessione si ritrova nelle due documenti di riforma della Curia romana che hanno seguito il Concilio Vaticano II: La costituzione Regimini Ecclesiae Universae di Paolo VI (1967) e la Pastor Bonus di Giovanni Paolo II (1988). Giovanni Paolo II delineò la Curia in congregazioni e pontifici consigli, che in termini laici potrebbero essere definiti come “ministeri con portafoglio” e “ministeri senza portafoglio”.
Le congregazioni dovevano essere governate da cardinali perché partecipavano alle decisioni della Chiesa universale con il Papa, quindi, i loro capi, dovevano avere il rango di primi consiglieri del Papa. I pontifici consigli, invece, potevano essere guidati anche da arcivescovi, ma in ogni caso da ministri ordinati perché dovevano comunque essere in rapporto di collegialità con il vescovo di Roma – cioè il Papa.
Il diritto canonico distingue la potestà di governo in tre categorie: la potestà legislativa in ragione della quale si pongono in essere leggi, decreti generali e privilegi; la potestà esecutiva che consente di porre in essere decreti generali esecutivi, istruzioni e atti ammnistrativi singolari e su concessione della competente autorità legislativa decreti generali e privilegi; la potestà giudiziale che consente di porre in essere le sentenze e i relativi atti preparatori.
Negli ordinamenti statali vige il principio della separazione delle potestà che permette di ripartire le funzioni di governo (parlamento, governo, tribunali) affinché (Locke-Montesquieu) il loro esercizio sia libero da influenze reciproche. Nell’ordinamento canonico vige il principio della distinzione delle potestà e quindi della loro unità. Le tre funzioni sono annesse agli uffici capitali sia universali che particolari. Tuttavia accanto ad essi l’ordinamento canonico prevede ulteriori uffici in cui risultano titolati persone o collegi a cui è annessa una sola delle potestà citate. La distinzione tra le potestà non ha lo scopo di limitare l’esercizio di ciascuna nei confronti dell’altra ma consente di individuare atti di natura diversa affinché sia promosso il bene comune della Chiesa.
L’organizzazione della Chiesa si fonda sul principio della gerarchia degli uffici, molti dei quali non sono qualificabili come uffici di governo, in quanto non dotati di potestas gubernandi. Quando la potestà di governo è annessa a un ufficio, si qualifica come ordinaria, distinta da quella delegata perché data direttamente alla persona tramite mandato, senza attribuzione di un ufficio specifico.
La potestà ordinaria può essere propria o vicaria. Nel primo caso è esercitata in “nome proprio” dal titolare; è vicaria se è esercitata da un soggetto che agisce a nome del titolare dell’ufficio. A livello universale, gli uffici ai quali è annessa una potestà ordinaria propria o vicaria sono: Romano Pontefice, Collegio episcopale, le congregazioni della Curia, il Pontificio consiglio dei Laici, i tribunali apostolici. A livello particolare sono: i vescovi diocesani e i capi delle prelature abbaziali o territoriali, i vicari e prefetti apostolici, amministratori apostolici, Ordinari personali (tranne quelli per gli anglicani), ordinario della prelatura personale, vicari generali, episcopali e giudiziali, parroci; metropoliti, concili particolari, conferenze episcopali e loro consigli permanenti; i superiori e i capitoli degli istituti religiosi e società clericali di vita apostolica di diritto pontificio.
Il can. 134 §1 attribuisce la qualifica di Ordinario ai titolari di tre diversi uffici: l’ufficio che si caratterizza per l’intera potestà di governo (legislativa, esecutiva e giudiziale), Romano Pontefice, Vescovi diocesani ed equiparati; l’ufficio caratterizzato dalla potestà ordinaria vicaria ed esecutiva (vicari generali ed episcopali delle diocesi); uffici attribuiti ai superiori maggiori degli istituti religiosi e delle società di vita apostolica. Lo stesso can. 134 §2 attribuisce la qualifica giuridica di ordinario del luogo ai primi due tipi di ordinari. La qualifica di ordinario del luogo è legata al carattere territoriale delle circoscrizioni ecclesiastiche.
La potestà delegata è distinta dalla potestà ordinaria perché è affidata alla persona (can 131), in quanto titolare di un ufficio ma non come parte integrante di esso. In questo caso la potestà è circoscritta alle facoltà assegnate alla persona mediante un mandato di delega. Sia il romano pontefice che i vescovi possono, mediante delega, ampliare le facoltà di un vescovo diocesano o di un vicario al di là di quelle acquisite mediante ufficio. Da qui la differenza tra le due potestà. Quella ordinaria è oggettiva, esiste in sé indipendentemente dal soggetto che deve solo possedere i requisiti definiti per ricevere l’ufficio; la seconda dipende dalla scelta di un soggetto titolare che decide di concederne una parte.
La costituzione apostolica Praedicate Evangelium, con cui il Sommo Pontefice Francesco ha riformato la Curia nel 2022, si è sostanzialmente discostata da questo approccio giuridico e teologico. Non si distingue più tra congregazioni e pontifici consigli, che vengono tutti definiti dicasteri; non c’è più differenza su chi può essere il capo del dicastero, una carica che può essere quindi conferita anche a un laico. Tuttavia, nel presentare la riforma della Curia il 21 marzo 2022, l’allora Padre Gianfranco GhirlandaS.J. ― creato cardinale da Sommo Pontefice Francesco nel concistoro del 27 agosto 2022 ― spiegò che c’erano ancora alcuni dicasteri in cui era opportuno che fosse un cardinale a guidarli e fece notare che la «costituzione non abroga il Codice di Diritto Canonico, che stabilisce che nelle questioni che riguardano i chierici sono i chierici a giudicare». Questo è il centro della questione: ci sono uffici che possono essere esercitati solo per nomina pontificia o ci sono uffici che, nonostante la nomina pontificia, possono essere esercitati solo se si è ordinati?
La domanda emerge quando un Cardinale pro-prefetto supporta una Suora prefetto. Il Dicastero per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica ha diverse competenze, che sono in genere atti di governo che possono essere esercitati senza l’ordinazione sacerdotale. Ma lo stesso dicastero, spesso è chiamato a gestire e dirimere problemi che riguardano chierici ordinati in sacris. Probabilmente si è pensato che queste decisioni possano essere gestite, in maniera residuale, da almeno un membro che abbia ricevuto la sacra ordinazione, da affiancare al Prefetto. Per questo è stata creata la figura del pro-prefetto, che sembra però essere usata in modo improprio. Il documento Praedicate Evangelium descrive due pro-prefetti che sono a capo delle due sezioni del Dicastero per l’Evangelizzazione. Questo perché i due pro-prefetti guidano le sezioni del dicastero “al posto” (cioè, pro-) del Papa, che è considerato il prefetto del dicastero.
In altri casi è stato nominato pro-prefetto un prelato che non aveva ancora il grado per ricoprire formalmente la carica. Ad esempio, quando Angelo Sodano fu nominato Segretario di Stato vaticano il 1° dicembre 1990, era ancora un arcivescovo. Fu quindi nominato pro-segretario di Stato perché la Costituzione Apostolica Pastor Bonus prevedeva che il segretario di Stato fosse sempre un cardinale. Sodano mantenne il titolo di pro-segretario di Stato fino al concistoro del 28 giugno 1991, quando fu creato cardinale e assunse formalmente il titolo di segretario di Stato a partire dal 1° luglio 1991.
Il pro-prefetto Ángel Fernández Artime è però già cardinale e non esercita la giurisdizione al posto del Papa. Semmai lavora a fianco della Suora prefetto. Il suo ruolo è più che altro quello di co-prefetto, quindi resta da vedere se il Santo Padre nominerà un segretario per il dicastero per capire l’organigramma definitivo. La scelta di affiancare un ecclesiastico al prefetto rispecchia il modus operandidi alcuni ordini religiosi, che hanno alla loro guida dei “fratelli” (laici consacrati), ma che sono nominati accanto a figure con autorità sacramentale. Il Sommo Pontefice avrebbe quindi scelto di seguire una strada già percorsa dalle congregazioni religiose per il governo della Chiesa. Non è una novità. Anche il Santo Padre Francesco, ad esempio, è intervenuto nella crisi di governo dell’Ordine di Malta proprio operando sull’Ordine come se fosse solo un’entità religiosa e monastica, imponendo autoritariamente le nuove costituzioni nel settembre 2022 e stabilendo che il Romano Pontefice deve confermare l’elezione del Gran Maestro.
Anche il Consiglio dei Cardinali, istituito da Papa Francesco all’inizio del suo pontificato nel 2013, assomiglia al consiglio generale che sostiene il governo del Generale dei Gesuiti. Molte di queste impostazioni sono date dal principale consigliere giuridico del Pontefice regnante, il Cardinale Gianfranco Ghirlanda, anch’egli gesuita, che ha seguito personalmente la riforma dell’Ordine di Malta e la riforma della Curia, oltre a varie altre riforme, come quella degli statuti dei Legionari di Cristo.
Il Santo Padre Francesco ha stabilito un’innovazione nella Curia romana abbandonando i criteri del governo della Curia a favore piuttosto di quelli delle congregazioni religiose. Ci troviamo di fronte a una piccola rivoluzione, o semplicemente a un uso improprio dei termini che potrebbe causare una grave confusione? Sappiamo che la carica di pro-prefetto del Dicastero per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica non è prevista dalla costituzione Praedicate Evangelium. Non è stato precisato come sarà il rapporto di poteri e competenze tra il nuovo prefetto e il pro-prefetto. Tuttavia, parlare di un rapporto di subordinazione con un cardinale che sarebbe il “secondo in grado” del prefetto non sembra una lettura corretta.
La distinzione tra ordine e giurisdizione è il risultato di una riflessione, durata quasi un millennio, tesa a risolvere due problemi fondamentali: quello della validità degli atti sacramentali posti dai ministri, che avessero rotto con la comunione ecclesiale; quello della validità delle ordinazioni assolute, che prevalse nella prassi della Chiesa latina malgrado la proibizione del Concilio di Calcedonia. La questione non riguardò tanto la possibilità che un vescovo scomunicato potesse essere posto a capo di una diocesi, quanto piuttosto che potesse continuare ad amministrare i Sacramenti, fino a quando Graziano e i decretisti non riuscirono progressivamente a distinguere nell’attività dei ministri due poteri: un potere di ordine e un potere di giurisdizione, diversi sia per la modalità di trasmissione che per la loro stabilità e funzione. E tutto sommato la Costituzione Praedicate Evangeliumprocede proprio su questo binario della distinzione: assume implicitamente l’opzione di non considerare il sacramento dell’Ordine come l’origine del potere di giurisdizione, ma di attribuirlo esclusivamente alla missio canonica data dal Romano Pontefice, che conferirebbe così una delega dei suoi propri poteri a chiunque eserciti una funzione di governo nella Curia romana e nella Chiesa, sia esso ordinato o meno.
La questione maggiormente dibattuta pare essere l’esercizio della potestà di giurisdizione nell’ambito extra-sacramentale. Al di fuori dell’ambito sacramentale, il Codice del 1983 sembra considerare, almeno dal profilo terminologico, la potestas iurisdictionis come un potere che possiede un contenuto materiale proprio, distinto da quello della potestas ordinis. Il Codice utilizza due differenti termini: il termine «facultas» nell’ambito sacramentale, e quello di «potestas» nell’ambito extra-sacramentale, quasi come a dare due significati diversi allo stesso potere di giurisdizione, uno formale ed uno contenutistico, secondo che esso operi nel primo o nel secondo ambito. Quanto alla riforma della Curia, essa pare presentare una rivoluzione radicale all’interno dell’Ordinamento, una sorta di sottolineatura della domanda circa l’origine della potestà di giurisdizione: comprendere se si tratta di volontà divina (immediata) inscritta nel sacramento dell’Ordine che fonda i poteri di santificare, insegnare e governare o si tratta piuttosto d’una determinazione della Chiesa (mediata) conferita al Successore di Pietro in virtù del suo mandato di pastore universale con la speciale assistenza dello Spirito Santo.
La tendenza a separare i poteri d’ordine e di giurisdizione si fonda su molte disposizioni pontificie del passato, che hanno avallato atti di governo senza potere d’ordine, per esempio il governo di alcune badesse dal Medioevo sino ai tempi moderni, come nel noto e celebre caso della Badessa di Conversano, definita Monstrum Apuliae, o di alcuni vescovi che hanno governato diocesi senza essere ordinati, o ancora alcune licenze concesse dal Supremo Legislatore a semplici sacerdoti per ordinare altri preti senza essere vescovi. Si potrebbe allungare l’elenco dei fatti che mostrano come il potere di governo non dipenda intrinsecamente dal potere d’Ordine, quanto piuttosto da un’altra fonte, che si identifica poi con la missio canonica conferita dal Romano Pontefice. La nuova Costituzione andrebbe forse oltre il can. 129 §2 C.J.C., ovvero interpreterebbe a pieno quella collaborazione del laicato nell’esercizio della medesima potestà di giurisdizione. Partendo da questa osservazione, il nocciolo della questione può ricondursi a ciò che regola i rapporti tra la natura della Chiesa come istituzione divino-umana e le strutture di governo che le consentono di adempiere la sua missione a servizio della salvezza del mondo. Si può dunque affermare che la comunione ecclesiale comporta una dimensione gerarchica che corrisponde al mistero trinitario così come ci viene rivelato. Tutto quanto fin ora detto, seppure in maniera estremamente sintetica, porterebbe a dire che la potestà di giurisdizione non dipende esclusivamente dalla potestà di ordine.
Una cosa possiamo affermare con malcelata sicurezza: la nomina di una Suora alla carica di Prefetto (che, resterebbe come suora sottoposta alla sua diretta Superiora religiosa ma, allo stesso tempo, gerarchicamente “superiora della sua Superiora”, con rischio concreto di cortocircuitare le competenze) e la contestuale nomina di un Cardinale alla carica di pro-prefetto, non fa altro che confermare la cifra stilistica alla quale questo pontificato ci ha ormai abituato da 12 anni in avanti: l’importante è provocare e generare processi. Cosa che potrebbe anche risultare affascinante, se non per il fatto che, come tutti i giuristi, non possiamo fare a meno di considerare che i processi, proprio per una questione di giustizia equità e di rispetto delle parti, non possono durare in eterno, perché, prima o poi, delle due l’una:o giungono a sentenza o vengono archiviati.
Velletri di Roma, 19 gennaio 2025
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AI CONFINI CLERICALI CON LA REALTÀ: LA DONNA SOFFRE DELL’INVIDIA FREUDIANA DEL PENE, L’OPOSSUM DELL’INVIDIA DI MATTEO BRUNI DIRETTORE DELLA SALA STAMPA DELLA SANTA SEDE
Non rivolgo eziandio siffatte domande per me, ma per un amico privo di cultura canonistica. Incurante che se l’Opossum si irrita non esita a scrivere lettere di fuoco, con allegate lezioncine di diritto canonico, ai vescovi dei Padri de L’Isola di Patmos.
– Il cogitatorio di Ipazia –
(in fondo: tutti gli articoli)
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Autore Ipazia Gatta Romana
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Domando per un amico privo di cultura canonistica: come mai l’Opossum, quando gioca a fare l’agenzia di informazione vaticana che tal proprio non è, nell’annunciare certe nomine pubblicate dal bollettino della Sala Stampa della Santa Sede diretta dal di lui vituperato e pluri-insultato Matteo Bruni, ergo fatte passare come se la Sala Stampa fosse il suo blogghetto di Gossip&Veleni, in buon clericalese sciorina: «Il Santo Padre ha nominato Sua Eminenza Reverendissima il Signor Cardinale Maurino Piacente membro attivo della Pontificia Accademia di Cultura Romanesca ‘mo pijatelo ‘ndercul … il Santo Padre ha eletto alla sede vescovile di Gaianain partibus infidelium et molliculumil Rev.mo Presbitero Marco Parrucchino da Montefeltro …», salvo perdere però tutto questo buon clericalese quando si tratta di nominare il Romano Pontefice indicato come “Bergoglio”, oppure l’Arciprete della papale arcibasilica di San Pietro indicato come “Mauro Gambetti”, oppure “il Gambetti”, senza indicarlo affatto come Sua Eminenza Reverendissima il Signor cardinale Mauro Gambetti, oggetto da alcuni anni dei suoi continui insulti (vedere QUI). Come mai, queste formali e sostanziali discrepanze?
Non rivolgo eziandio siffatte domande per me, ma per un amico privo di cultura canonistica. Incurante che se l’Opossum si irrita non esita a scrivere lettere di fuoco, con allegate lezioncine di diritto canonico, ai vescovi dei Padri de L’Isola di Patmos, ai quali è fin troppo chiaro che a questo mondo, secondo la ardita teoria freudiana, la donna soffrirebbe dell’invidia del pene maschile, mentre altri sembrano invece soffrire dell’invidia del prete.
dall’Isola di Patmos, 15 gennaio 2025
Beata Vergine Maria Gattara, protettrice dei gatti cattolici
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I nostri precedenti articoli sulla Banda della Sileriana:
– 16 agosto 2025 —SILERE NON POSSUM E QUELLA PAROLA TABÙ CHE NON RIESCE PROPRIO A PRONUNCIARE: “OMOSESSUALITÀ” (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 14 agosto 2025 — C’È DI MEZZO UN OMOSESSUALE? ALLORA SILERE NON POSSUM DIFENDE ANCHE L’INDIFENDIBILE(per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 29 marzo 2025 — SEMPRE A PROPOSITO DI SILERE NON POSSUM: DAL “HOMBRE VERTICAL” AI “PIGLIANCULO” E “QUAQUARAQUÀ” DI LEONARDO SCIASCIA (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 21 marzo 2025 — SILERE NON POSSUM E LA STORIA DI QUELLA SARTINA CONVINTA DI POTER DARE LEZIONI DI ALTA MODA A GIORGIO ARMANI (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 12 febbraio 2025 — L’OPOSSUM STA ALLA CONOSCENZA DEL VATICANO COME ÉVA HENGER STA ALLA CASTITÀ E COME IL SUO DEFUNTO MARITO RICCARDO SCHICCHI STA ALL’OPERA CONFESSIONES DI SANT’AGOSTINO (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 15 gennaio 2025 — AI CONFINI CLERICALI CON LA REALTÀ: LA DONNA SOFFRE DELL’INVIDIA FREUDIANA DEL PENE, L’OPOSSUM DELL’INVIDIA DI MATTEO BRUNI DIRETTORE DELLA SALA STAMPA DELLA SANTA SEDE(per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 20 gennaio 2025 — L’OPOSSUM IGNORA CHE UNA SUORA PUÒ DIVENTARE TRANQUILLAMENTE GOVERNATORE DELLO STATO DELLA CITTÀ DEL VATICANO, COME GIÀ LO FU GIULIO SACCHETTI(per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 22 novembre 2024 — LA NOMINA EPISCOPALE DI RENATO TARANTELLI BACCARI. QUANDO GLI AFFETTI DA CARCINOMA AL FEGATO, CARICANO ALL’ATTACCO CHI TACER NON PUÒ(per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 31 maggio 2024 — UNA NOTA DI PADRE ARIEL SUL SITO SILERE NON POSSUM: «MOLESTO COME UN RICCIO DI MARE DENTRO LE MUTANDE» (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 8 dicembre 2023 — A CHI SI RIFERISCE MARCO FELIPE PERFETTI AFFERMANDO DAL SITO SILERE NON POSSUM «QUA IN VATICANO … NOI IN VATICANO …», SE IN VATICANO NON CI PUÒ METTERE NEMMENO PIEDE? (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 14 ottobre 2023 — È MORTO L’ARCIABATE EMERITO DI MONTECASSINO PIETRO VITTORELLI: LA PIETÀ CRISTIANA PUÒ CANCELLARE LA TRISTE VERITÀ?(per aprire l’articolo cliccare QUI)
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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2023/01/ipazia-tondo-piccolo.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Ipaziahttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngIpazia2025-01-15 12:47:162025-08-17 23:12:54Ai confini clericali con la realtà: la donna soffre dell’invidia freudiana del pene, l’Opossum dell’invidia di Matteo Bruni direttore della Sala Stampa della Santa Sede
FORSE GESÙ AVEVA BISOGNO DI ESSERE PURIFICATO E PERDONATO DAI PECCATI MEDIANTE IL BATTESIMO?
l’immersione nel Giordano da parte di Gesù è un segno che rivela quale sorte ha condiviso la Parola fatta carne: quella dei peccatori. Come scrive Paolo: «Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio».
Un episodio sorprendente, addirittura imbarazzante, quello del battesimo di Gesù, che allontana ogni dubbio circa la sua storicità.
Pietro Perugino Pala di Sant ‘Agostino, Battesimo di Gesù, 1512
Giovanni al Giordano impartiva un battesimo di penitenza, secondo quanto scritto in Lc 3,3. Gesù aveva forse bisogno di essere perdonato dai peccati? Per tentare di rispondere, seguiamo il filo della pagina del racconto evangelico di questa Domenica, nella versione lucana.
«In quel tempo, poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco». Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento» (Lc 3,15-16.21-22).
In questo brano evangelico notiamo alcune peculiarità. Solo Luca ci dice che Gesù ricevette il battesimo in questo modo: «quando tutto il popolo fu battezzato» (3,21). Mettendosi in fila come gli altri Gesù è l’ultimo di un lungo corteo. L’espressione «tutto il popolo» è tipica dell’evangelista Luca e non è una semplice affermazione tesa ad esagerare la realtà per amplificarla; ha invece uno spessore teologico. Il primo utilizzo di questa espressione nella Bibbia si trova nel libro della Genesi, nel racconto del peccato degli abitanti di Sodoma:
«Gli uomini di Sodoma si radunarono attorno alla casa [di Lot] dai giovani ai vecchi, tutto il popolo al completo» (19,4).
Questa dicitura richiama la condizione peccaminosa di un intero gruppo di uomini, la complicità nel peccato di una determinata moltitudine. Luca usa l’espressione «tutto il popolo» per affermare che l’evento del battesimo di Gesù riguarda in effetti tutto il popolo d’Israele, quanti sono stati toccati dalla testimonianza di Giovanni Battista e non solo. L’immersione nelle acque del Giordano era un segno di conversione e di penitenza, l’atteggiamento a cui tutti erano chiamati per accogliere la salvezza. Ma San Luca sembra guardare anche al di là del popolo di Israele e lascia trapelare che è tutta l’umanità a essere convocata e abbracciata.
Nel mistero del Natale abbiamo meditato l’incarnazione del figlio di Dio, la sua venuta come uomo tra gli uomini, assumendo «in tutto eccetto il peccato» la vera natura umana. Messa in questo modo, l’immersione nel Giordano da parte di Gesù è un segno che rivela quale sorte ha condiviso la Parola fatta carne: quella dei peccatori. Come scrive Paolo:
«Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio» (2Cor 5,21).
Reso con maggiore fedeltà al testo greco, questo passaggio del nostro brano potrebbe essere tradotto così: «Quando tutto il popolo fu immerso, anche Gesù fu immerso», come a significare che Gesù si immerge nell’immersione del popolo. Non solo è un membro del suo popolo ma si immerge nella sua stessa condizione ed è con questo atto che dà inizio al suo ministero pubblico, manifestando la sua profonda solidarietà con noi umani, perfino nella nostra condizione di peccatori.
Per l’evangelista Luca, allora, l’episodio del battesimo del Signore riveste una funzione teologica fondamentale perché Gesù, ancor prima di essere tentato e poi iniziare il suo ministero, parte da lì. Anche se questo aspetto è più evidente nel vangelo secondo Matteo è chiaro per l’evangelista che in questo mistero si riassumono i vari passaggi del Giordano già compiuti nella storia della salvezza. Da quello di Israele fuggente dall’Egitto, per entrare nella terra promessa, fino al ritorno dello stesso da Babilonia dopo l’esilio. Il Giordano appare fondamentale anche per Gesù; Egli lo attraversa per entrare nella sua missione, in una condizione, almeno esteriore, di penitenza. Tutto si farà chiaro all’altro battesimo che Egli deve ancora ricevere (Lc 12, 50: «Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto!»). Dal battesimo nelle acque del Giordano fino al battesimo nella morte e risurrezione che è la sua Pasqua, il Signore non ha mai cessato di immergersi nelle acque della nostra condizione umana spesso peccaminosa, nelle acque agitate della nostra esistenza. Viene a immergersi nella nostra povera umanità per depositarvi l’amore infinito del Padre.
L’altra peculiarità dell’odierno brano evangelico è rappresentata dal fatto che solo Luca ci dice che Gesù, ricevuto il battesimo, «stava in preghiera». Proprio il Terzo Vangelo ha un’attenzione particolare nei confronti di questo aspetto, poiché i momenti più decisivi del ministero di Gesù sono preparati o accompagnati da una preghiera più intensa: il suo battesimo appunto, la scelta dei dodici (Lc 6,12), la domanda posta ai Dodici su chi è Gesù per la gente (9,18), la trasfigurazione (9,28) e la passione (22,41-45). San Luca non riporta nessuna parola di questa preghiera di Gesù e neppure cosa Dio Gli abbia potuto comunicare. Tuttavia, dalle parole scese dal cielo, possiamo comprendere che si tratti di una preghiera filiale, un aspetto quest’ultimo caratteristico del modo di rapportarsi di Gesù a Dio come Padre, rimarcato qui da Luca e soprattutto dal Quarto Vangelo: «Padre, è venuta l’ora: glorifica il Figlio tuo perché il Figlio glorifichi te… Tutte le cose mie sono tue, e le tue sono mie» (Gv 17, 1. 10). Il Padre riconosce Gesù come suo figlio prediletto, con il quale ha una relazione profonda che definisce e contraddistingue la personalità di Gesù fin da fanciullo: «Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?» (Lc 2,49).
Infine il contesto della scena evangelica richiama il libro del profeta Isaia e la vocazione dell’eletto:
«Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui; egli porterà il diritto alle nazioni» (Is 42,1).
La missione del Servo inizia dalla comunione e comunicazione con il Padre e dal dono dello Spirito. Lo Spirito Santo giunge ad attestare in modo solenne la divinità di Gesù nel momento in cui ha compiuto, come un uomo qualsiasi, il gesto penitenziale, essendosi sottoposto al battesimo di Giovanni. Durante la sua vita terrena, Gesù non si mostrerà mai così grande come nell’umiltà dei gesti e delle parole. Un’importante lezione per noi che vediamo le cose in modo tanto diverso. Seguire Cristo significa intraprendere questo cammino di umiltà, cioè di verità. Cristo, vero Dio e vero uomo, ci insegna la verità del nostro essere. Anche a noi cristiani è stata data la grazia dello Spirito ed anche per noi c’è una missione da compiere e una testimonianza da dare. Chiediamo di conoscerla, come Gesù ha conosciuto la sua al Giordano e di poterla vivere. Perché questo accada, il dono dello Spirito va sempre chiesto con insistenza:
«il comportamento di Gesù che prega quando viene lo Spirito, deve servire da esempio ai credenti: il dono dello Spirito Santo infatti è la domanda essenziale della preghiera cristiana» (Gérard Rossé).
Dall’Eremo, 12 gennaio 2025
Battesimo del Signore
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Grotta Sant’Angelo in Ripe (Civitella del Tronto)
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(English text after the Italian / texto español posterior al engles)
IL SANTO PADRE NOMINA UNA DONNA PREFETTO DEL DICASTERO PER I RELIGIOSI AFFIANCATA DA UN CARDINALE COME PRO-PREFETTO
Non è difficile capire chi sia stato il consigliore, sappiamo che da sempre il canonista gesuita Gianfranco Ghirlanda, oggi cardinale, sostiene che «la potestà di governo nella Chiesa non viene dal Sacramento dell’Ordine, ma dalla missione canonica».
– Le brevi dei Padri de L’Isola di Patmos –
Autore Teodoro Beccia
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Fratelli cristiani separati dalla Chiesa Cattolica appartenenti alla Comunità anglicana ci hanno esortati più volte:
«Non mettete mai le donne in ruoli di governo ecclesiale, non fate l’errore nostro, altrimenti ne pagherete tutte le conseguenze».
la fantasiosa e leggendaria figura della Papessa Giovanna
Per aiutare coloro che non accettarono l’istituzione delle donne-prete, peggio quella episcopesse, il Sommo Pontefice Benedetto XVI emanò la Costituzione apostolica Anglicanorum coetibus, contenente istruzione circa l’istituzione di ordinariati personali per anglicani che entrano nella piena comunione con la Chiesa Cattolica.
Andando più indietro nel tempo, gli ortodossi invitati come osservatori al Concilio Vaticano II, a diversi nostri Padri che premevano per l’abolizione del celibato sacerdotale dissero:
«Voi che avete il celibato sacerdotale, tenetelo. Altrimenti rischiate di fare la nostra fine: buona parte dei problemi che i nostri vescovi sono costretti ad affrontare e risolvere sono originati dai litigi tra preti fomentati dalle loro mogli, o da litigi tra le mogli dei preti».
Il Sommo Pontefice Francesco ha nominato Prefetto del Dicastero per i religiosi una suora, Simona Brambilla, affiancata come pro-prefetto dal Cardinale Ángel Fernández Artime,S.D.B (Cfr. Bollettino ufficiale). E qui merita ricordare che il prefetto è il titolare del dicastero, mentre il pro-profetto è un luogotenente, ossia il vice del prefetto, preposto come tale a svolgere funzioni vicarie come sue delegato.
Non è difficile capire chi sia stato il consigliore, sappiamo che da sempre il canonista gesuita Gianfranco Ghirlanda, oggi cardinale, sostiene che «la potestà di governo nella Chiesa non viene dal Sacramento dell’Ordine, ma dalla missione canonica». Affermando in tal modo «l’uguaglianza fondamentale tra tutti i battezzati, anche se nella differenziazione e complementarietà […] che fonda la sinodalità» (cfr. QUI).
Applicando lo stesso principio, si potrebbe tranquillamente sostenere la liceità a nominare Suor Pasquina della Bela Madunina Arcivescovo metropolita di Milano, esercitando come tale la potestà di governo della Diocesi Ambrosiana, che secondo il Ghirlanda non viene dal Sacramento dell’Ordine. Dopodiché, affinché vi sia qualcuno preposto a esercitare anche le necessarie potestà sacramentali proprie dell’episcopato, basterà nominare all’Arcivescovo Suor Pasquina della Bela Madunina un vescovo ausiliare, semmai il Reverendo Abbondio Che te Brillet de Lontan. Perché questo è ciò che in concreto è stato fatto con la nomina della Suora a prefetto del dicastero e del Cardinale a pro-prefetto. Ciò detto, dinanzi a cotanta evidenza, qualsiasi altro commento sarebbe solo un inutile spreco di tempo e parole.
Velletri di Roma, 7 gennaio 2025
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THE HOLY FATHER APPOINTS A WOMAN PREFECT OF THE DICASTERY FOR RELIGIOUS, SUPPORTED BY A CARDINAL AS PRO-PREFECT
Is’t difficult to understand who was the inspirer, the Jesuit canonist Gianfranco Ghirlanda, now cardinal, whit always maintained: «the power of government in the Church does not come from the Sacrament of Orders, but from the canonical mission».
— The short articles by Fathers the Patmos Island —
Author Teodoro Beccia
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Christian brothers separated from the Catholic Church belonging to the Anglican Community have repeatedly urged us:
«Never put women in roles of ecclesial government, do not make our mistake, otherwise you will pay all the consequences».
The imaginative and legendary figure of Popesse Joan
To help those who did not accept the institution of women priests, worse than women bishops, the Supreme Pontiff Benedict XVI issued the Apostolic Constitution Anglicanorum coetibus, containing instructions on the institution of personal ordinariates for Anglicans who enter into full communion with the Catholic Church.
Going back in time, the Orthodox invited as observers to Second Vatican Council, told several of our Fathers who pushing for the priestly celibacy abolition:
«You who have priestly celibacy, keep it. Otherwise you risk ending up like us: many part of the problems that our bishops are forced to resolve originate from quarrels between priests fomented by their wives, or from quarrels between the wives of priests».
The Supreme Pontiff Francis has appointed as Prefect of the Religious Dicastery for Religious a nun, Simona Brambilla, supported as pro-prefect by Cardinal Ángel Fernández Artime, S.D.B (See Official Bulletin). And here is necessary remembering that the prefect is the head of the dicastery, the pro-profect is a lieutenant, that is, the vice-prefect, appointed to carry out vicarious functions as delegate.
Is’t difficult to understand who was the inspirer, the Jesuit canonist Gianfranco Ghirlanda, now cardinal, whit always maintained: «the power of government in the Church does not come from the Sacrament of Orders, but from the canonical mission». Thus affirming «the fundamental equality between all the baptized, even if in differentiation and complementarity […] which founds synodality» (see HERE).
Applying this principle, one could support the legitimacy of appointing Sister Playful Metropolitan Archbishop of Milan, and exercising the power of government of the Ambrosian Diocese, which according to Ghirlanda does not come from the Sacrament of Orders. After that, in order for there to be to also exercise the sacramental powers proper to the episcopate, it will be enough to appoint an auxiliary bishop to the Archbishop Sister Playful, perhaps the Reverend Placid of the Good Lamb. This is has been with the appointment of the Sister as prefect of the dicastery and of the Cardinal as pro-prefect. In the face of this evidence, any other comment only be a waste of time and words.
Velletri of Rome, 7 January 2025
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EL SANTO PADRE NOMBRA A UNA MUJER PREFECTO DEL DICASTERIO PARA LOS RELIGIOSOS APOYADA POR UN CARDENAL COMO PRO-PREFECTO
No es difícil comprender quién fue el inspirador, siempre hemos sabido que el canonista jesuita Gianfranco Ghirlanda, hoy cardenal, sostiene que «el poder de gobierno en la Iglesia no proviene del Sacramento Orden, sino de la de misión canónica».
— Artículos breves de los Padres de la Isla de Patmos —
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Autor Teodoro Beccia
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Hermanos cristianos separados de la Iglesia católica pertenecientes a la Comunidad anglicana nos han exhortado repetidas veces:
«Nunca pongáis a mujeres en funciones de gobierno eclesiástico, no cometáis nuestro error, de lo contrario pagaréis todas las consecuencias».
Para ayudar a quienes no aceptaron la institución de mujeres sacerdotes, peor aún la de las episcopesas, el Sumo Pontífice Benedicto XVI emitió la Constitución Apostólica Anglicanorum coetibus, que contiene instrucciones sobre el establecimiento de ordinariatos personales para los anglicanos que entran en plena comunión con la Iglesia católica.
Yendo más atrás en el tiempo: los ortodoxos invitados como observadores al Concilio Vaticano II, dijeron a varios de nuestros Padres que presionaban por la abolición del celibato sacerdotal:
«Vosotros que tenéis el celibato sacerdotal, conservadlo. De lo contrario, corréis el riesgo de acabar como nosotros: buena parte de los problemas que nuestros obispos se ven obligados a afrontar y resolver tienen origen en peleas entre sacerdotes fomentadas por sus esposas, o de peleas entre las esposas de los sacerdotes».
El Sumo Pontífice Francisco ha nombrado a una monja, Simona Brambilla, Prefecto del Dicasterio para los Religiosos, apoyada como Pro-Prefecto por el Cardenal Ángel Fernández Artime, S.D.B. (Cfr. Boletín Oficial). Y aquí conviene recordar que el prefecto es el titular del dicasterio, mientras que el pro-prefecto es un adjunto nombrado como tal para desempeñar funciones vicarias en cuanto delegado.
No es difícil comprender quién fue el inspirador, siempre hemos sabido que el canonista jesuita Gianfranco Ghirlanda, hoy cardenal, sostiene que «el poder de gobierno en la Iglesia no proviene del Sacramento Orden, sino de la de misión canónica». Afirmando así «la igualdad fundamental entre todos los bautizados, aunque en la diferenciación y complementariedad […] que funda la sinodalidad» (Cfr. AQUÍ).
Aplicando el mismo principio, se podría sostener con seguridad que es licito nombrar a Sor Pasquina del Corazón Gozozo de Jesús Arzobispo Metropolitano de Milán, ejerciendo como tal la potestad de gobierno de la Diócesis Ambrosiana, que según Ghirlanda, no proviene del Sacramento del Orden. Después, para que haya alguien responsable de ejercer las necesarias potestades sacramentales propias del episcopado, bastará con nombrar un obispo auxiliar del arzobispo Sor Pasquina, por si acaso el reverendo Temeroso del Santo Cordero. Porque esto es de hecho, lo que se hizo con el nombramiento de la religiosa como prefecto del dicasterio y del cardenal como pro-prefecto. Dicho esto, ante tanta evidencia, cualquier otro comentario sería una pérdida inútil de tiempo y de palabras.
Velletri, Roma, 7 de enero de 2025
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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2023/09/padre-Teodoro-foto-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Padre Teodorohttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngPadre Teodoro2025-01-07 23:32:252025-02-04 17:51:48Il Santo Padre nomina una donna prefetto del Dicastero per i religiosi affiancata da un cardinale come pro-prefetto, ossia suo vice
(English text after the Italian / texto español posterior al engles)
IL PROBLEMA È CHE IL SANTO PADRE È PRIVO DI PROTEZIONI A TUTELA DELLE SUE STESSE ESPRESSIONI INFELICI
Proteggere il Sommo Pontefice vuol dire anzitutto proteggere la Chiesa di Cristo e l’istituto del papato che non è un bene disponibile appartenente a chi lo ha ricevuto, come ai vescovi non appartiene l’episcopato e a noi preti non appartiene il sacerdozio.
Ormai ci abbiamo fatto il callo: nessuno come questo Pontefice aveva mai bersagliato sacerdoti, religiosi e religiose.
Il problema non sono i toni di rimprovero, perché anche il suo Sommo Predecessore Pio XI scrisse nel 1935 una memorabile enciclica sulle derive e le inadeguatezze del clero, la Ad catholici sacerdotii, ma lo fece con amore di padre e cuore di pastore. Francesco non si limita a rimproverarci, perché ci irride. E ogni volta che lo fa, tutte le sinistre internazionali e la frange del laicismo più radicale gioiscono dinanzi alle battute del primo Sommo Pontefice della storia che prende pubblicamente in giro i suoi sacerdoti, religiosi e religiose (tema questo trattato anche nel mio libro: Digressioni di un prete liberale).
Nulla da dire che certe suore possano avere «la faccia da aceto» (cfr. QUI), come ha affermato il Santo Padre, dopo averle già esortate in passato a «non essere zitelle acide» (cfr. QUI). E ce ne sono di zitelle acide, lo sappiamo, da sempre. Il problema è però altro: sono questi gli argomenti e i linguaggi di un Sommo Pontefice le cui parole fanno poi il giro del mondo?
Il Santo Padre, per sua scelta e volontà, è privo di tutti quei meccanismi di difesa con i quali la tanto disprezzata Curia Romana ha sempre protetto i suoi predecessori. Proteggere il Sommo Pontefice vuol dire anzitutto proteggere la Chiesa di Cristo e l’istituto del papato che non è un bene disponibile appartenente a chi lo ha ricevuto, come ai vescovi non appartiene l’episcopato e a noi non appartiene il sacerdozio. Mentre su tutti noi incombe il severo monito:
«A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più (Lc 12, 48)».
E questo vale soprattutto per l’Augusto successore del Beato Apostolo Pietro, che più di tutti noi ha ricevuto molto, facce da aceto a parte …
Dall’Isola di Patmos, 5 gennaio 2025
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THE HOLY FATHER ISN’T PROTECTED FROM THE RISKS HIS UNHAPPY EXPRESSIONS, THIS IS THE PROBLEM
Protecting the Supreme Pontiff means first of all protecting the Christ’s Church and the institution of the papacy which is not an available good belonging those who received it, just as the episcopate does not belong to bishops and the priesthood does’t belong to us priests.
— The short articles by Fathers the Patmos Island —
By now we are used to it: no one like this Pontiff has ever targeted priests, men and women religious.
The problem is not the tone of reproach, because even his Supreme Predecessor Pius XI wrote a memorable encyclical in 1935 on the inadequacies of the clergy (see: Ad catholici sacerdotii), but he did it with the love of a father and the heart of a shepherd. Francis does’t limit himself to reproaching us, because he mocks us. And every time he does so, the entire international left and the fringes of the most radical secularism rejoice at the jokes of the first Supreme Pontiff in history who publicly mocks his priests, men and women religious (this topic is discussed also in my book: Digressions a Liberal Priest, currently available only in Italian).
Nothing to say that certain nuns may have «vinegar faces» (consult here), as the Holy Father stated, after having already urged them in the past «not to be sour spinsters» (consult here). The problem is something else: are these the arguments and languages of a Supreme Pontiff whose words go around the world?
The Holy Father, by his own choice, is deprived of all those defense mechanisms with which the much despised Roman Curia has always protected its predecessors. Protecting the Supreme Pontiff means first of all protecting the Church of Christ and the institution of the papacy which is not an available good belonging to those who received it, just as the episcopate does not belong to bishops and the priesthood does not belong to us priests. While the severe warning looms over all of us:
«Much will be required of the person entrusted with much, and still more will be demanded of the person entrusted with more» (Lukas, 12, 48).
And this is especially true for the successor of the Blessed Apostle Peter, who has received more than all of us, faces of vinegard aside …
From the Island of Patmos, 5 Jannuary 2025
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EL PROBLEMA ES QUE EL SANTO PADRE YA NO TIENE LAS PROTECCIONES PARA PROTEGER SUS INFELICES EXPRESIONES
Proteger al Sumo Pontífice significa, ante todo, el proteger la Iglesia de Cristo y la institución del papado, que no es un bien disponible que pertenece a quien lo recibe, así como el episcopado no pertenece a los obispos y el sacerdocio no nos pertenece a nosotros.
— Artículos breves de los Padres de la Isla de Patmos —
Ya nos hemos acostumbrado: nadie ha atacado nunca a sacerdotes, religiosos y religiosas, como este Pontífice.
El problema no son los tonos de reproche, porque su Sumo Predecesor Pío X en el 1933 escribió una memorable encíclica sobre las desviaciones e insuficiencias del clero, la Ad catholici sacerdotii, pero lo hizo con el amor de un padre y el corazón de un pastor.
Francisco no sólo se limita a regañar, sino que se burla de nosotros. Y cada vez que lo hace, toda la izquierda internacional y los grupos más radicales del laicismo se alegran de las bromas del primer Sumo Pontífice de la historia que se burla públicamente de sus sacerdotes, religiosos y religiosas. Tema que también trato en mi libro: Digressioni di un prete liberale (Digresiones de un sacerdote liberal).
No se puede negar que algunas monjas tienen “cara de vinagre”, como afirmó el Santo Padre (noticias aquí), después de haberlas exhortado en pasado a «no ser solteronas agrias» (noticias aquí). Y si hay solteronas amargas, siempre lo hemos sabido. Sin embargo, el problema es otro: ¿son estos los argumentos y los lenguajes de un Sumo Pontífice cuyas palabras dan la vuelta al mundo?
El Santo Padre, por propia elección y voluntad, está desprovisto de todos aquellos mecanismos de defensa con los que la tan despreciada Curia Romana siempre había protegido a sus predecesores. Proteger al Sumo Pontífice significa, ante todo, el proteger la Iglesia de Cristo y la institución del papado, que no es un bien disponible que pertenece a quien lo recibe, así como el episcopado no pertenece a los obispos y el sacerdocio no nos pertenece a nosotros. Mientras la severa advertencia se cierne sobre todos nosotros:
«A todo aquel a quien se le ha dado mucho, mucho se le pedirá; a quien mucho se le ha confiado, mucho más se le exigirá (Lc 12, 48)”.
Y esto se aplica sobre todo al Sucesor del beato Apóstol Pedro más que a todos nosotros, quien ha recibido mucho, dejando de lado las caras avinagradas…
Desde la Isla de Patmos, 5 de enero de 2025
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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2019/01/padre-Aiel-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Padre Arielhttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngPadre Ariel2025-01-05 20:00:162025-01-15 11:07:38Il problema è che il Santo Padre è privo di protezioni a tutela delle sue stesse espressioni infelici
(English text after the Italian / texto español posterior al ingles)
IL TERZO GIORNO DEL NUOVO ANNO SI RICORDA LA MEMORIA DEL SANTISSIMO NOME DI GESÚ, DINANZI AL QUALE OGNI GINOCCHIO SI PIEGHI
La salvezza, quella vera che recupera l’uomo, non si trova negli inciuci politici o ecclesiastici, nei discorsi di fine d’anno dei potenti del mondo o nei loro gesti scenografici e demagogici di pauperismo e misericordismo, spesso così vuoti e artificiosamente prodotti dai sofismi della furberia umana.
— Le brevi dei Padri de L’Isola di Patmos —
Autore Ivano Liguori, Ofm.Cap.
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Il calendario liturgico proprio della famiglia francescana propone ogni nuovo anno, nel terzo giorno del mese di gennaio, la memoria del Santissimo Nome di Gesù.
Storicamente sappiamo che fu Papa Clemente VII nel 1530 ad autorizzare, per tutto l’Ordine Francescano, la recita dell’Ufficio del Santissimo Nome di Gesù. Questo grazie soprattutto a una particolare devozione al Santo Nome che divenne prerogativa dell’Ordine francescano – ahimè molto prima delli boni gesuiti – ma anche soprattutto grazie all’apostolato e allo zelo di San Bernardino da Siena e dai beati confratelli Alberto da Sarteáno e Bernardino da Feltre.
La pratica e la devozione del Santissimo Nome di Gesù si diffuse molto rapidamente e con tanto slancio e fervore che ben presto venne istituita una festa liturgica propria. Lo Spirito Santo che lavorò misteriosamente nel cuore dei miei antichi confratelli, padri del nostro beneamato Ordine, realizzò pastoralmente quello che il beato apostolo Paolo scrisse nella sua Lettera ai Filippesi (cf. Fil 2,10-11):
«perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre».
Ricordare questa verità dogmatica, liturgica e pastorale sul Santissimo Nome di Gesù è particolarmente significativa all’inizio di ogni nuovo anno, tenuto conto che il 2025 è anche un anno giubilare. Nella vita di un cristiano tutto dovrebbe essere centrato e orientato su Gesù, il cui nome significa «Il Signore salva». È quanto mai necessario ribadire che nella vita dell’uomo – non importa se credente o meno – tutto chiede salvezza, ogni dimensione del suo essere e del suo esistere chiama quotidianamente a una salvezza olistica di tutto l’intero dell’umano. E la salvezza, quella vera che recupera l’uomo, non si trova negli inciuci politici o ecclesiastici, nei discorsi di fine d’anno dei potenti del mondo o nei loro gesti scenografici e demagogici di pauperismo e misericordismo, spesso così vuoti e artificiosamente prodotti dai sofismi della furberia umana. La salvezza che recupera e redime non è neanche quella di un clericalismo del compromesso o di un giubileo senza la verità della colpa e la certezza di una redenzione che invita alla conversione.
Davanti al Santissimo Nome di Gesù possiamo solo piegare ogni ginocchio, con la speranza che dopo di quello anche il cuore, la mente e tutto l’uomo si pieghi alla signoria di Gesù Cristo, l’unica che è in grado di chiedere e donare la salvezza piena e duratura.
Buon anno.
Sanluri, 2 gennaio 2025.
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ON THE THIRD DAY OF THE NEW YEAR WE REMEMBER THE HOLY NAME OF JESUS, BEFORE WHICH EVERY KNEE GENUFLECTS
And salvation, the true one that recovers man, is not found in political or ecclesiastical intrigues, in the end-of-year speeches of the world’s powerful or in their scenographic and demagogic gestures of pauperism and false mercy, often so empty and artificially produced from the sophisms of human cunning.
— The short articles by Fathers the Patmos Island —
Author Ivano Liguori, Ofm.Cap.
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The liturgical calendar of the Franciscan family proposes every new year, on the third day of January, the memory of the Most Holy Name of Jesus.
Historically we know that it was the Holy Father Clement VII in 1530 who authorized, for the entire Franciscan Order, the recitation of the Office of the Most Holy Name of Jesus. This is thanks above all to a particular devotion to the Holy Name which became the prerogative of the Franciscan order ― alas long before the good Jesuits ― but also all thanks to the apostolate and zeal of Saint Bernardino of Siena, the Blesseds Albert from Sarteáno and Bernardino from Feltre.
The pious practice and devotion to the Most Holy Name of Jesus spread rapidly and with enthusiasm and fervor that a liturgical feast of its own was soon established. The Holy Spirit who worked mysteriously in the hearts of my ancient brothers, fathers of our beloved Order, realized pastorally what the Blessed Apostle Paul wrote in his Letter to the Philippians (cf. Phil 2,10-11):
«So that at the name of Jesus every knee should bow, in heaven, on earth and under the earth; and let every tongue proclaim that Jesus Christ is Lord, to the glory of God the Father».
Remembering this dogmatic, liturgical and pastoral truth about the Most Holy Name of Jesus is particularly significant at the beginning of each new year, taking into account that 2025 is also a Jubilee year. In the life of a Christian everything should be centered and oriented on Jesus, whose name means “The Lord saves”. It is more necessary than ever to reiterate that in the life of man ― no matter whether he is a believer or not ― everything asks for salvation, every dimension of his being and existence calls daily to a holistic salvation of the entire human being.
And salvation, the true one that recovers man, is not found in political or ecclesiastical intrigues, in the end-of-year speeches of the world’s powerful or in their scenographic and demagogic gestures of pauperism and false mercy, often so empty and artificially produced from the sophisms of human cunning. The salvation that recovers and redeems is not even that of a clericalism of compromise or of a jubilee without the truth of guilt and the certainty of a redemption that invites conversion.
Before the Most Holy Name of Jesus we can only bend every knee, with the hope that after that also the heart, the mind and the whole man will bend to the lordship of Jesus Christ, the only one who is able to ask and give the full and lasting salvation.
Happy New Year.
Sanluri, 2 January 2025
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EN EL TERCER DÍA DEL AÑO NUEVO RECORDAMOS LA MEMORIA DEL SANTO NOMBRE DE JESÚS, ANTE EL CUAL TODA RODILLA SE DOBLA
La verdadera salvación que recupera al hombre, no se encuentra en las intrigas políticas o eclesiásticas, en los discursos de fin de año de los poderosos del mundo o en sus gestos escenográficos y demagógicos de pauperismo y falsa misericordia, a menudo tan vacíos y artificialmente producidos por los sofismas de la astucia humana.
— Artículos breves de los Padres de la Isla de Patmos —
Autor Ivano Liguori, Ofm.Cap.
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El calendario litúrgico propio de la familia franciscana propone cada nuevo año, el tercer día de enero, la memoria del Santísimo Nombre de Jesús.
Históricamente sabemos que fue el Santo Padre Clemente VII, en 1530, quien autorizó el rezo del Oficio del Santísimo Nombre de Jesús para toda la Orden Franciscana. Esto se debió principalmente a una particular devoción al Santo Nombre que se convirtió en prerrogativa de la Orden Franciscana — por desgracia, mucho antes que los Jesuitas buenos —, pero sobre todo, gracias al apostolado y al celo de San Bernardino de Siena y de los Beatos cohermanos Alberto de Sarteáno y Bernardino de Feltre.
La práctica y devoción del Santísimo Nombre de Jesús se extendió muy rápidamente con tal ímpetu y fervor que pronto se estableció una fiesta litúrgica propia. El Espíritu Santo, que obró misteriosamente en el corazón de mis antiguos cohermanos, los padres de nuestra querida Orden, cumplió pastoralmente lo que el bienaventurado Apóstol Pablo escribió en su Carta a los Filipenses (cf. Flp 2, 10-11)
«que al nombre de Jesús se doble toda rodilla en el cielo, en la tierra y debajo de la tierra; y toda lengua proclame que Jesucristo es el Señor, para gloria de Dios Padre».
Recordar esta verdad dogmática, litúrgica y pastoral sobre el Santísimo Nombre de Jesús es particularmente significativo al comienzo de cada nuevo año, teniendo en cuenta que el 2025 es también año jubilar. En la vida del cristiano todo debe estar centrado y orientado en Jesús, cuyo nombre significa «El Señor salva». Es tan necesario como siempre reiterar que en la vida del hombre — sea creyente o no — todo reclama salvación, cada dimensión de su ser y de su existencia reclama diariamente una salvación integral de todo el ser humano. Y la salvación, la verdadera salvación que recupera al hombre, no se encuentra en las intrigas políticas o eclesiásticas, en los discursos de fin de año de los poderosos del mundo o en sus gestos escenográficos y demagógicos de pauperismo y falsa misericordia, a menudo tan vacíos y artificialmente producidos por los sofismas de la astucia humana. Tampoco la salvación que recupera y redime es la de un clericalismo de compromiso o la de un jubileo sin la verdad de la culpa y la certeza de una redención que invita a la conversión.
Ante el Santísimo Nombre de Jesús sólo cabe doblar toda rodilla, con la esperanza de que después se doble también el corazón, la mente y el hombre entero ante el señorío de Jesucristo, el único capaz de pedir y dar la salvación plena y duradera.
Feliz Año Nuevo.
Sanluri, 2 de Enero 2025
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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2024/11/Padre-Eneas-De-Camargo-Bete-150X150.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Eneas De Camargo Betehttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngEneas De Camargo Bete2025-01-02 20:28:342025-01-02 20:28:34L’insoddisfazione perenne: “Madama Bovary”, l’era dei social network e della santità alla porta accanto (italiano, português, english)
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LA CHIESA DELLE TOPPE OLTREPASSA SU UNA SEDIA A ROTELLE LA PORTA SANTA DELLA DECADENZA IRREVERSIBILE
Questo Giubileo sarà un fallimento sul versante spirituale ed economico, perché è stata aperta una Porta Santa, non tanto su ciò che non siamo più, peggio! Abbiamo aperto la Porta Santa su quel che siamo diventati attraverso un’inversione di paradigma: la Chiesa di venticinque anni fa, nonostante fosse già gravemente ammalata, cercava di sforzarsi d’aprire, di spalancare le porte a Cristo; quella d’oggi, degente nel reparto per malati terminali oncologici, ha cercato d’aprire, di spalancare le porte al mondo.
Nell’esperienza dell’uomo e nella vita della Chiesa niente accade per caso, semmai siamo noi sempre più incapaci a leggere i segni. E così, a distanza di venticinque anni l’uno dall’altro, due Sommi Pontefici hanno aperto la Porta dell’Anno Santo, giungendo innanzi a essa col peso dell’anzianità e delle loro invalidanti malattie.
Nel Natale del 1999, la Chiesa visibile guidata da Giovanni Paolo II giunse gravemente malata dinanzi alla Porta Santa. Ne fu plastico paradigma questo Pontefice debilitato dal morbo di Parkinson, che aiutato da un cerimoniere rivestito con una dignitosa veste ecclesiastica, volle inginocchiarsi in ogni caso, sebbene con evidente difficoltà e grande sofferenza fisica. Mai accettò di derogare alle genuflessioni, specie dinanzi alla Santissima Eucaristia. Per la solenne occasione il Santo Padre era parato con un mantumche precede di secoli la nascita della Christianitas. Un parato noto nell’antica religiopagana romana come pluviale, usato dal Pontifex Maximus per ripararsi dalla pioggia, quando dall’alto del Pons Sublicio, ubicato tra gli attuali rioni Trastevere e Testaccio, all’altezza di Porta Portese, studiava i movimenti delle acque e il volo degli uccelli per interpretare il volere degli dèi.
Per il solenne evento giubilare del 2000 il Santo Padre indossò un piviale sul quale furono mosse molte critiche. Quel parato, confezionato a Prato, era stato tessuto con colori molto accesi: rosso, blu e oro, simboli presenti nella natura e nella dimensione spirituale umana. Il rosso tende a simboleggiare la vita e la forza; il blu l’unione tra cielo e terra; il giallo la divinità.
Riflettendoci a posteriori, quel gioco di colori fu come l’ultima esplosione di luce prima del sopraggiungere del grigio cupo che oggi ci avvolge e che non è imputabile né a lui né ai Sommi Pontefici che lo hanno succeduto dal 2005 a seguire, perché la crisi della Chiesa inizia da lontano. Basterebbe una minima conoscenza della storia — in questo mondo che coi ricordi giunge appena a ieri, dato che non arriva neppure a ieri l’altro — per comprendere che i germi della crisi originante la decadenza ecclesiale ed ecclesiastica, oggi sfrontatamente visibile, erano già presenti a cavallo tra i pontificati di Leone XIII e Pio X, tra fine Ottocento e inizi Novecento.
Se con Giovanni Paolo II la malattia premeva davanti alla porta, col Sommo Pontefice Francesco la Chiesa visibile l’ha oltrepassata imboccando un valico di non-ritorno, spinta sopra a una sedia a rotelle dall’ombra di un prete smagrito rivestito con un paio di pantaloni, anziché con una dignitosa veste ecclesiastica. Quella di Giovanni Paolo II, pur essendo una Chiesa in crisi già da decenni, si inginocchiava sempre dinanzi al Corpo e al Sangue di Cristo, lottando contro l’aggravamento ancorché ineluttabile della malattia. Quella di Francesco non s’inginocchia davanti al Corpo e al Sangue di Cristo, perché ormai gravemente malata in modo irreversibile. Però s’inginocchia a lavare e baciare i piedi a galeotti e prostitute alla Missa in Coena Domini, disprezzando la ricchezza dei nostri gloriosi luoghi di culto, che non sono il frutto di fasti principeschi, come qualche incolto potrebbe pensare, ma della fede dei credenti e dell’opera dei più grandi artisti che con essi hanno voluto rendere onore a Dio, offrendo il meglio e tributando il massimo che si potesse tributare al Divino Creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili e invisibili. È per questo che su molti edifici ecclesiastici campeggia scolpita l’abbreviazione D.O.M, che significa: Deus Optimus Maximus. Se però da una parte si manifesta disprezzo per ciò che non si conosce, dall’altra non si esita a esaltare le carceri, dentro le quali si finisce per avere commesso dei crimini, salvo casi di innocenti ingiustamente condannati per errori giudiziari, o nei casi delle carceri dei regimi dittatoriali anti-democratici. Sebbene alcuni non lo ricordino, o non abbiano proprio presente questa realtà incontrovertibile, vale la pena ricordar loro che in galera ci finiscono i delinquenti.
Quanti si trovano all’interno delle carceri possono essere recuperati alla società, dopo un percorso di rieducazione, non esaltati come fossero devoti fedeli delle moderne cattedrali, o non meglio precisate vittime della cattiva società, colpevole di non averli compresi a fondo. Se sono lì dentro qualcuno, fuori, spesso più di uno, a volte persino famiglie intere, per loro causa hanno pianto. Sarebbe per ciò bene ricordare che il perdono è tale se va di pari passo con la pena inflitta dalla giustizia, che sul piano spirituale agisce come una purificazione del condannato, trasformando il carcere in una azione di quella grazia divina che prima forma e poi trasforma l’uomo attraverso l’espiazione di quelli che le leggi dello Stato indicano come reati, la dottrina cattolica come peccati. Nell’uno e nell’altro caso, sia per quanto riguarda i reati sia per quanto riguarda i peccati, gli Stati laici d’impronta liberal-democratica, come la Chiesa dal canto proprio, offrono in modo diverso, ma sostanzialmente simile, la possibilità di espiare, che implica di per sé quel recupero che cancella la colpa derivante dal crimine o peccato commesso. Questo è l’apostolato nelle carceri, il resto è solo surreale e dannosa ideologia, tra sciacquate di piedi e “giubilei galeotti” di un Sommo Pontefice che giunge dinanzi alla Porta Santa nella Papale arcibasilica di San Pietro facendosi spingere sulla sedia a rotelle da un pretino emaciato in pantaloni, perché in quel caso è impossibilitato ad alzarsi e camminare. Però s’alza in piedi e cammina per oltrepassare la Porta Santa aperta nel carcere di Rebibbia, paragonandolo a una basilica (cfr. video QUI). Qualcuno vuole ricordare al Santo Padre che a Roma abbiamo basiliche costruite sul sangue dei martiri cristiani uccisi in odium fideie che il titolo basilicale non è particolarmente adatto per una cappella carceraria? E proprio qui risuonano alla mente le parole del Salmista:
Fino a quando, Signore, continuerai a dimenticarmi? Fino a quando mi nasconderai il tuo volto? Fino a quando nell’anima mia proverò affanni, tristezza nel cuore ogni momento? Fino a quando su di me trionferà il nemico?
Guarda, rispondimi, Signore mio Dio, conserva la luce ai miei occhi, perché non mi sorprenda il sonno della morte, perché il mio nemico non dica: «L’ho vinto!» e non esultino i miei avversari quando vacillo (Salmo 13, 2-5).
Il Giubileo, anche chiamato Anno Santo, ha una grande portata di carattere spirituale che investe la vita dell’intera Chiesa universale. Il cuore di questo evento è il Sacramento della Penitenza per la remissione dei peccati e delle pene per i peccati. La sua istituzione si perde nella notte dei tempi ed è legata all’esperienza dell’antico Popolo d’Israele. Il sito ufficiale della Santa Sede mette a disposizione un excursusstorico che consiglio di leggere (cfr. Cos’è il Giubileo). È così preciso e ben fatto da rendere superflue ulteriori spiegazioni, perché dal mio canto non potrei che ripetere quanto in esso contenuto e spiegato.
Adesso vorrei passare dalla sfera spirituale a quella finanziaria, premettendo che in certe mie personali convinzioni spero di sbagliare e di doverne far pubblica ammenda nei mesi che seguiranno. Temo infatti che questo Giubileo sarà un fallimento sul versante spirituale ed economico, perché è stata aperta una Porta Santa, non tanto su ciò che non siamo più, peggio! Abbiamo aperto la Porta Santa su quel che siamo diventati attraverso un’inversione di paradigma: la Chiesa di venticinque anni fa, nonostante fosse già gravemente ammalata, cercava di sforzarsi d’aprire, di spalancare le porte a Cristo (cfr. QUI); quella d’oggi, degente nel reparto per malati terminali oncologici, ha cercato d’aprire, di spalancare le porte al mondo. E come spesso ho avuto modo di ricordare in questi ultimi anni, il compito che Cristo Dio ci ha affidato per divina missione non è quello di compiacere il mondo, ma di contrastarlo:
«Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia» (Gv 15, 19).
Spesso le immagini possono riassumere un intero stato di cose senza ricorrere alle parole. Per esempio: che dire della episcopessa protestante seduta nei posti d’onore con gli esponenti delle varie religioni? Ma noi siamo includenti! Per questo, pur di escludere tutto ciò che è cattolico, di necessità dobbiamo includere tutto ciò che cattolico non è … beninteso, il tutto espresso col debito rispetto umano per quella Signora presente in tribuna d’onore come “vescova” nella Papale arcibasilica di San Pietro, senza che nessuno dei soloni clericali si rendesse conto che a questo modo si corre il rischio di lasciar passare un messaggio di normalizzazione e approvazione, posto che una donna non può auto-definirsi “vescovo” e che nessuno, sul versante cattolico, la può in qualche modo riconoscere come tale, anche se appartenente a una religione cristiana non cattolica nata dall’eresia e dallo scisma di Martin Lutero, che ricordiamo fu un eretico, non un riformatore.
Lutero non produsse affatto alcuna riforma, quella la fecero i Padri al Concilio di Trento, lui lacerò la Chiesa di Cristo con un terribile scisma, che tale rimane tutt’oggi, con buona pace delle episcopein tribuna d’onore all’apertura dell’Anno Santo sopra la tomba dell’Apostolo Pietro nella totale indifferenza del clericalismo includente.
Dicevamo del discorso economico … per il Giubileo del 2000 fu varato il decreto legge del 23 ottobre 1996, n. 551, recante «Misure urgenti per il Grande Giubileo del 2000», poi convertito nella legge del 23 dicembre 1996, n. 651. A quell’evento s’incominciò a lavorare anni prima, previo varo di apposite leggi, ma soprattutto fu stanziata una somma di danaro astronomica: 3.500 miliardi delle vecchie lire, corrispondenti nella odierna moneta a un miliardo e ottocento milioni di euro. Anche in questo caso rimando al sito ufficiale del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, dove il tutto si trova documentato e dettagliato (cfr. QUI). Ciò detto va ricordato che il presidente dei vescovi italiani dell’epoca era il Cardinale Camillo Ruini, dotato di rare capacità politiche, con un esercito di vescovi al suo seguito che non erano ancóra le odierne caricature che gareggiano tra di loro a chi porta al collo la croce di legno più umile e povera, fatta possibilmente col materiale di una barca affondata al largo di Lampedusa sopra la quale i trafficanti di esseri umani trasportavano dei poveri clandestini disperati, incluse spesso donne e bambini.
Quella degli anni che precedettero il Giubileo del 2000 era un’altra Chiesa, un altro episcopato, un altro pontificato … ma soprattutto un’altra società e un altro assetto geopolitico nazionale e internazionale. Ma ecco un esempio esaustivo in grado di chiarire il tutto: all’epoca, in Italia, se prima delle elezioni amministrative qualche vescovo diocesano manifestava malumore per uno o alcuni candidati particolarmente polemici o aggressivi, questi provvedevano a correggere il tiro e abbassare i toni nel corso della campagna elettorale. Ma c’è di più: quando nel giugno del 2005 ci fu il referendum in Italia sulla procreazione assistita, il Cardinale Camillo Ruini invitò espressamente gli italiani a non andare a votare. Risultato: tre italiani su quattro non si recarono alle urne e il referendum risultò un fiasco (cfr. QUI). Il fatto che personalmente apprezzi e riconosca certe evidenti e indubbie qualità del Cardinale Camillo Ruini, rammaricandomi che oggi, figure della sua alta levatura, purtroppo non ne abbiamo più, nulla toglie al fatto che mai mi sarei auspicato di averlo come mio vescovo diocesano. Tutt’oggi proseguo infatti a considerarlo, sul piano umano e spirituale, come «un freddo osso secco rivestito di velluto», tale ebbi a definirlo, con sua scarsa gioia, alcuni anni fa, incurante da parte mia di quanto sia notoriamente permaloso, oltre che privo di senso dell’umorismo.
Con tutt’altri uomini e tutt’altro genere di Chiesa, in occasione del grande evento giubilare del 2000, Roma fu rifatta nuova. Ciò nell’interesse dello Stato, che recuperò con alti introiti e interessi sia economici che d’immagine quanto investito, ma anche della Chiesa, che grazie agli ingenti fondi stanziati per quell’evento straordinario poté approfittarne per mettere mano alla gran parte delle proprie strutture, molte delle quali versavano già da anni in pessime condizioni. E qui va ricordato che Roma, già all’epoca, brulicava di istituti religiosi, gran parte dei quali costruiti dopo il Concordato stipulato nel febbraio 1929 tra il Regno d’Italia e la Santa Sede. Opere perlopiù erette negli anni Trenta del Novecento, in una vera e propria gara tra gli Ordini storici e le varie Congregazioni religiose, maschili e femminili, a chi costruiva gli istituti più grandi. Alle porte del Terzo Millennio, con un drastico calo di natalità iniziato sul finire degli anni Sessanta del Novecento, certe scuole cattoliche, asili per l’infanzia e istituti vari per l’assistenza, non avevano più motivo di esistere, trattandosi perlopiù di strutture faraoniche. Va poi considerato che nel 1978 fu approvata quella grandissima conquista sociale della legge sull’aborto, grazie alla quale sparirono anche gli orfanotrofi, di cui non c’era più bisogno, dato che i figli potevano essere ammazzati prima di nascere. Per non parlare delle numerose curie e case generalizie dei vari Ordini e Congregazioni maschili e femminili, quasi sempre con noviziati o studentati teologici al loro interno, che le portavano ad avere, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, comunità che giungevano a contare cento o duecento religiosi, tra quelli che avevano professato i voti solenni e i giovani professi semplici in formazione.
Nella Roma d’inizi anni Settanta era impossibile non incontrare ovunque, lungo i corsi delle vie urbane, preti e suore, frati e monache. Poi c’erano i giovani seminaristi e gli studenti di teologia dei vari seminari e collegi romani nazionali e internazionali, che quando si recavano a passeggio formavano file di decine e decine di giovani chierici. Presto detto: il calo delle natalità e la crisi inesorabile delle vocazioni avevano ridotto nei decenni successivi, gran parte di queste grandi strutture, a essere abitate non più da cento o duecento, ma da sei o sette anziani religiosi o religiose, con gli stabili che versavano ormai in stato di semi-fatiscenza, con impianti obsoleti e fuori da ogni normativa di legge in materia di sicurezza. Fu così che in occasione del Giubileo del 2000, non solo furono ristrutturati gran parte di questi istituti, perché fu deciso di metterli in qualche modo a reddito, riservando una piccola ala a religiosi e religiose ridotti ormai numericamente ai minimi termini e mutando il grosso degli stabili in case d’accoglienza, di fatto in alberghi, perché tali sono oggi la gran parte di questi istituti. Fu un’operazione lungimirante, grazie alla quale gli stabili di molti istituti furono salvati e messi in condizione di produrre il necessario danaro per sostenersi.
Purtroppo preti, frati e suore, sono capaci — e lo sono veramente come pochi — a gettar via danaro in spese inutili, talora persino in opere dannose da cui poi derivano grandi perdite, senza avere la capacità di rendersi conto che certe strutture richiedono grandi cure e attente manutenzioni. E così, venticinque anni fa, dopo essere stati tolti da guai molto seri, dinanzi a problemi legati ai loro grandi stabili che non erano in grado né di restaurare, né di conservare in modo adeguato, né di conformare alle normative di legge in materia di sicurezza, non hanno trovato di meglio da fare che lasciarli ritornare in stato di semi-fatiscenza nei successivi venticinque anni, non tutti, ma buona parte sì. Questa è quella che sono solito chiamare “psicologia della toppa clericale”. Presto svelato il significato di questa definizione: una struttura necessita di un intervento di manutenzione ordinaria? Perché mai spendere soldi, basta lasciar correre, semmai dicendo, con tutto il cinismo tipico e a tratti unico di preti, frati e suore: «Non vale la pena farsi inutilmente del sangue amaro, ci penseranno poi quelli che verranno dopo». A quel punto, tutti gli interventi di manutenzione ordinaria omessi nel corso degli anni, finiranno col mutarsi in serie esigenze di manutenzione straordinaria, che però costa parecchio. A quel punto, la nota lungimiranza pretesca-fratesca-suoresca incomincia ad attaccare delle toppe a destra e a sinistra, spendendo semmai cifre esorbitanti nella convinzione di risparmiare, perché pochi come preti, frati e suore sono così idioti nel farsi fregare soldi, se non sono stati adeguatamente formati alla concreta vita pratica con i piedi ben piantati per terra. Detto e fatto: i muri sono stati imbiancati l’ultima volta vent’anni fa? Gli infissi interni ed esterni, i condizionatori e i termosifoni, i sanitari installati sul finire degli anni Novanta del Novecento e via a seguire, sui quali non si è mai provveduto a interventi di necessaria manutenzione ordinaria, oggi stanno cadendo a pezzi? Nessun problema, ci si attacca una toppa, semmai — manco a dirsi! — facendosi fare i lavori da persone che, per cambiare dei banali filtri ai condizionatori, fanno pagare all’inesperienza pretesca-fratesca-suoresca più di quanto costerebbero degli impianti di ultima generazione a basso consumo e ad alto risparmio energetico.
Giacché molti sarebbero gli esempi mi limiterò a uno soltanto: lo scorso anno ebbi modo di ritrovarmi in un istituto di suore mentre dei tinteggiatori stavano imbiancando le stanze della loro casa-albergo. Vedendoli miscelare pitture anonime dentro i secchi con abbondante acqua e sentendo un odore alquanto sgradevole che sapeva tutto quanto di sostanze chimico-tossiche, chiesi: «Che marca di pittura ecologica state usando?». Dopodiché, girando per i corridoi, notai un tripudio di sbavature non solo sui muri, ma pure sugli infissi, sui battiscopa e persino sugli estintori sporcati con colate di vernice. Presi il capomastro e gli dissi: «Se lei, in casa mia, avesse fatto una cosa del genere, non la facevo uscire dalla porta ma dalla finestra, guardandomi bene dal darle il becco di un solo quattrino». La sera, la madre superiora, mi affrontò irritata dicendomi di non disturbare più i loro lavoratori. Le risposi: «Delle persone che vi hanno collocato gli scarichi dell’acqua dei condizionatori dentro i box delle docce delle camere da letto degli ospiti e che non contenti vi hanno eliminato persino la messa a terra dall’impianto elettrico, non meritano di essere chiamati lavoratori ma delinquenti, mentre voi dimostrate di essere soltanto delle povere incapaci a gestire il cospicuo patrimonio di cui la vostra congregazione ha la grazia di poter beneficiare».
Una sedia a rotelle spinta da un emaciato prete in pantaloni ha inaugurato quello che ragionevolmente potremmo definire “Il Giubileo della toppa” messa sulla nostra irreversibile decadenza spirituale e finanziaria, di cui sono paradigma le nostre piazze e le nostre chiese sempre più vuote. O qualcuno dimentica forse che il 24 dicembre 1999 non era solo gremita Piazza San Pietro, perché la calca di persone arrivava fino a Castel Sant’Angelo e al Lungotevere? Qualcuno vuole fare i conti con il fatto tanto evidente quanto triste che il 24 dicembre 2024, come mostra la foto che accompagna questo articolo, la stessa piazza era completamente vuota al centro e che nei quattro quadrati di sedie poste sotto la scalinata del sagrato, sono visibili tanti posti vuoti?
La domanda conclusiva è di rigore: un devoto cattolico, per quale motivo dovrebbe partire dall’Australia o dal Perù per muoversi in viaggio verso Roma? Forse per sentire un anziano Pontefice che quando apre bocca parla di poveri e migranti, di migranti e poveri, di poveri e migranti …? Come se il Verbo di Dio fosse venuto in questo mondo solo per parlare e prendersi cura dei poveri delle favelase di quelli delle Villas de las miserias (Villaggi della miseria)? E quelli che non hanno il grande privilegio di essere poveri, sono anch’essi figli di Dio, oppure no? E che cosa troverebbe a Roma il pellegrino giubilante? Troverebbe i barboni accampati sotto il colonnato del Bernini; troverebbe Borgo Santo Spirito e Borgo Pio, rispettivamente alla sinistra e alla destra del Vaticano e di Piazza San Pietro, dove il mattino presto i commercianti sono costretti a lanciare secchi di varechina per cercare di togliere l’odore acido di urina che penetra le narici in modo nauseabondo. E dove dovrebbe alloggiare il pellegrino giubilante? Forse dalle suorine o dai fraticelli che dopo il Giubileo del 2000, una volta avute le loro strutture rifatte gratis dallo “Zio Paperone” della Repubblica Italiana, non si sono mai posti il problema di rinnovare letti e materassi o di rifare i sanitari; di riprendere gli intonaci e tinteggiare le pareti; che per colazione ti offrono latte liofilizzato e polveri di surrogati da fare invidia ai prodotti messi in commercio durante il periodo in cui il vecchio regime fascista proclamò l’autarchia, in seguito alla quale non era più possibile usare prodotti di importazione estera, a partire dal caffè? Sorvoliamo sulla pessima qualità dei cibi, in queste case che offrono anche il servizio dei pasti. Soprattutto sorvoliamo sulle suore indiane e filippine prese dai loro Paesi e portate nelle case religiose di Roma e poste sotto la direzione di una suora italiana ottantenne come manovalanza pari a donne di servizio, alle quali ci si deve rivolgere in inglese, perché pur vivendo in Italia da dieci anni non sono in grado di comprendere e parlare l’italiano. Sorvoliamo e stendiamo un velo pietoso su tutto questo e su tutto ciò che di peggio ancóra circola per certe case …
Sul finire, come non accennare ai personaggi esotici che sempre più spesso capita di trovare a lavoro nelle case di accoglienza, soprattutto delle suore, che variano dalle ragazze con la pancia scoperta ai ragazzi che sfoggiano tre campanelle alle orecchie, il piercinge i tatuaggi in bella vista? Della serie: vogliamo ospitare i pellegrini in case religiose di accoglienza, oppure in succursali malriuscite del celebre circolo gay del Muccassassina di Roma? Come mai alla Santa Sede, attenta talora persino alle futilità, non è ancora passato per la mente di mandare in giro degli ispettori per verificare se certe case gestite da religiosi e religiose, o da loro preposti laici, hanno veramente tutti i requisiti necessari per fare cosiddetta accoglienza religiosa in modo dignitoso?
Avere aperto la Porta Santa nel carcere di Rebibbia è stata cosa opportuna e a suo modo lungimirante, essendo il luogo più adatto dove molti di noi dovrebbero stare, ed anche per lungo tempo, dopo avere attentato al corpo mistico di Cristo che è la Chiesa (cfr. Col 1,18), sul quale oggi si attaccano sopra toppe di giorno in giorno, che però non possono arrestare e men che mai sanare le metastasi maligne messe in circolo nel suo organismo da decenni e decenni, senza che di esse possa essere incolpato questo pontificato, che non ne è responsabile, pur avendo fatto il suo, senza tirarsi indietro quando ai danni già ampiamente esistenti da svariati decenni, ha deciso di sommarne altri, tanto originali quanto gravi.
«Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?» (Lc 18, 8)
dall’Isola di Patmos, 31 dicembre 2024
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THE CHURCH OF THE PATCHES PASSES THE HOLY DOOR OF IRREVERSIBLE DECADENCE ON A WHEELCHAIR
This Jubilee will be a failure on the spiritual and economic front, because a Holy Door opened, not so much on what we are not longer, worse! On what we have become through a paradigm inversion: the Church of twenty-five years ago, despite al-ready being seriously ill, tried to open, to throw open the doors to Christ; the Church’s today, a patient in the ward for terminal-ly patients, has tried to open, to throw open the doors to the world.
In the experience of man and in the life of the Church nothing happens by chance, if anything we are increasingly incapable of reading the signs. And so, twenty-five years apart from each other, two Supreme Pontiffs opened the Door of the Holy Year, both with the weight of their seniority and their disabling illnesses.
At Christmas 1999, the visible Church led by John Paul II appeared seriously ill in front of the Holy Door. This Pontiff, debilitated by Parkinson’s disease, was a clear example of this: aided by a master of ceremonies, dressed in a dignified ecclesiastical robe, he still wanted to kneel, albeit with obvious difficulty and great physical suffering. The Holy Father never agreed to give up genuflections, especially before the Holy Eucharist. For the solemn occasion the Holy Father was dressed in a cloak that precedes the birth of Christianity by centuries. A cloak known in the ancient Roman pagan religion as a “pluviale”, used by the Pontifex Maximus, starting from the 6th century BC, to protect himself from the rain, when from the top of the Pons Sublicio, located between the current Roman districts of Trastevere and Testaccio, to the height of Porta Portese, he studied the movements of water and the flight of birds to interpret the will of the gods.
For the solemn jubilee event of 2000 the Holy Father wore a cope which received much criticism. That liturgical vestment, made in the italian city of Prato, was woven with very bright colors: red, blue and gold, symbols present in nature and in the human spiritual dimension. The red tends to symbolize life and strength; the blue the union between sky and earth; the yellow the divinity.
If we reflect on it in the present, that play of colors was like the last explosion of light before the arrival of the dark-gray that envelops us today and which cannot be attributed either to him or to the Supreme Pontiffs who succeeded him from 2005 onwards, because the crisis of the Church begins from afar. A minimal knowledge of history would be enough — in this world which with memories barely reaches yesterday, given that it doesn’t even reach the day before yesterday — to understand that the seeds of the crisis ecclesiasial and ecclesiastical decadence, visible today, were already present between the pontificates of Leo XIII and Pius X, between the end nineteenth century and the beginning twentieth century.
If with John Paul II the disease pressed in front of the door, with the Supreme Pontiff Francis the visible Church has gone beyond it, entering a point of no return, pushed on a wheelchair by the shadow of a gaunt priest dressed in a pair of trousers, rather than with a dignified ecclesiastical robe. That of John Paul II, despite being a Church in crisis for decades, always tried to kneel before the Body and Blood of Christ, trying not to become irreversibly ill. Francis’s does not kneel before the Body and Blood of Christ, because she is now seriously and irreversibly ill. However, he kneels down to wash and kiss the feet of convicts and prostitutes at the Missa in Coena Domini (Mass of the Lord’s Supper), despising the richness of our glorious places of worship, which are not the fruit of princely splendor, as some uneducated people might think, but of faith of believers and of the work of the greatest artists who with wanted to honor God offering the best and the maximum that could be paid to the Divine Creator of heaven and earth, of all visible and invisible things. This is why the abbreviation D.O.M, which means: Deus Optimus Maximus (to God we always offer the best and the maximum), carved on many ecclesiastical buildings. However, if on the one hand there is contempt for what is not known, on the other there is no hesitation in glorifying prisons, in which one ends up having committed crimes, except in cases of innocent people unjustly convicted due to judicial errors, or in the cases of the prisons of anti-democratic dictatorial regimes. Although some do not remember it, or are not aware of this incontrovertible reality, it is worth reminding them that criminals end up in prison.
Those inside prisons must be recovered, not exalted as if they were devoted builders of modern cathedrals, or unspecified victims of the bad society guilty of not having fully understood them. If one is in there, you need to remember that outside, someone, often more than one, sometimes even entire families, have cried of cause him. It would therefore be good to remember that forgiveness is such if it goes hand in hand with the punishment inflicted by justice, which on a spiritual level acts as a purification of the condemned, transforming prison into an action of that divine grace which first forms and then transforms the man through the expiation of those that human law indicates as crimes, Catholic doctrine as sins. In both cases, both as regards crimes and as regards sins, secular states with a liberal-democratic imprint, like the Church for its part, offer the possibility of atoning in a different but essentially similar way, which it implies that healing which erases the guilt deriving from the crime or sin committed. This is the apostolate in prisons, the rest is just surreal and harmful ideology, between eccentric foot-washing to prisoners and prostitutes in the Missa in Coena Domini, and the ‘prison jubilees’ of a Supreme Pontiff who arrives before the Holy Door of the Papal Archbasilica of St Peter’s in a wheelchair pushed by an emaciated priest in trousers, because he cannot get up and walk; yet he gets up and walks two days later to cross the Holy Door opened in Rome’s Rebibbia prison, where he compares the prison chapel to a basilica (see video HERE). Does anyone want to remind the Holy Father that in Rome we have basilicas built on the blood of Christian martyrs killed in hatred of the faith (in odium fidei) and that, for this reason, the title of basilica is not appropriate for a prison chapel? And right here the words of the Psalmist come to mind:
How long must I take counsel in my soul and have sorrow in my heart all the day? How long shall my enemy be exalted over me?
Consider and answer me, O Lord my God; light up my eyes, lest I sleep the sleep of death, lest my enemy say, “I have prevailed over him,” lest my foes rejoice because I am shaken.
But I have trusted in your steadfast love; my heart shall rejoice in your salvation (Psalm 13, 2-5).
The Jubilee, also called the Holy Year, has a great spiritual significance that affects the life of the entire universal Church. Heart of this event is the Sacrament of Penance for the remission of sins and cancellation of the sentence. Its institution is lost in the mists of time and is linked to the experience of the ancient People of Israel. The official website of the Holy See provides a historical excursus that I recommend reading (see: What is the Jubilee). It is so precise and well done that further explanations are superfluous, because for my part I could only repeat what is contained and explained in it.
Now I would like to move from the spiritual to the financial sphere, starting from the assumption that I hope to be wrong in some of my personal beliefs, and to publicly ask for forgiveness for them in the following months. I fear that this Jubilee will be a failure on the spiritual and economic front, because a Holy Door has been opened, not so much on what we are no longer, worse! We have opened the Holy Door on what we have become through a paradigm inversion: the Church of twenty-five years ago, despite already being seriously ill, tried to force itself to open, to throw open the doors to Christ (see HERE); the Church of today is in the ward for terminally ill cancer patients, because has tried to open, to throw open the doors to the world. And as I have often had the opportunity to remember in recent years, the task that Christ God has entrusted to us by divine mission is not to please the world, but to oppose it:
«If you were of the world, you would be loved by the world: but because you are not of the world, but I have taken you out of the world, you are hated by the world» (John 15:19).
Often images can summarize an entire state of affairs without resorting to words. For example: the Protestant woman bishop in places of honor among the exponents of the various religions. But let’s be inclusive! In fact, to exclude everything that is Catholic, it is necessary to necessarily include everything that is not Catholic… All expressed with due human respect for that Lady present as “bishop” in the Pontifical Archbasilica of St. Peter. The leaders ecclesiastics don’t realize that in this way they risk transmitting a message of normalization and approval, given that a woman cannot define herself as a “bishop” and that no one on the Catholic side can in any way recognize her as such. It should not be forgotten that this Lady belongs to a non-Catholic Christian religion born in the 16th century from the heresy and schism of Martin Luther, who we remember was a heretic, not a reformer.
Luther did not produce any reforms. The true and only reform was made by the Fathers of the Council of Trent. Luther tore apart the Church of Christ with a terrible schism, which remains so even today, with all due respect to the Protestant women-bishops welcomed into places of honor for the opening of the Holy Year on the tomb of the apostle Peter. All this in total indifference of inclusive clericalism.
But let’s get to the economic question. For the Jubilee of 2000, work in Rome had begun years earlier. Specific laws have also been approved: Legislative Decree 23 October 1996, n. 551, containing «Urgent measures for the Great Jubilee of 2000», later converted into law 23 December 1996, n. 651. Above all, an astronomical sum of money was allocated: 3,500 billion of the old lire, corresponding in today’s money to one billion and eight hundred million euros (approximately 1,878,000,000.00 USD). Also in this case I refer you to the official website of the Ministry of Infrastructure and Transport of the Italian Republic, where everything is documented and detailed (see HERE). Having said this, it should be remembered that the president of the Italian bishops of the time was His Eminence the Cardinal Camillo Ruini, endowed with rare political skills, with an army of bishops following him who were not caricatures like today’s bishops, who compete between of them to those who carry on their chest the humblest and poorest wooden cross, made with the material of a sunken boat off the sicilian coast of Lampedusa isla on which human traffickers transported poor desperate illegal immigrants, including women and innocents children.
That of the years preceding the Jubilee of 2000 was another Church, another episcopate, another pontificate… but above all another society and another national and international geopolitical structure. But here is an exhaustive example capable of clarifying everything: at the time, in Italy, if before the administrative elections some diocesan bishop expressed discontent towards a particularly polemical or aggressive candidate, immediately the candidate corrected his tone during the electoral campaign. But there’s more: when the referendum on assisted procreation was held in Italy in June 2005, Cardinal Camillo Ruini expressly invited Italians not to go and vote. Result: three out of four Italians did not go to the polls and the referendum was a flop (see HERE). The fact that I appreciate and recognize certain undoubted qualities of Cardinal Camillo Ruini, stating that today, unfortunately, we no longer have figures of his high level, does not take anything away from the fact that I would never have hoped to have him as my diocesan bishop. Even today, on a human and spiritual level, I continue to consider it “a cold and dry bone covered in velvet”. This is how I defined him, to his scant joy, a few years ago, without caring how notoriously touchy and humorless the Cardinal is.
With completely different men and a completely different kind of Church, on the occasion of the great Jubilee event of 2000, Rome was remade new. This was in the interest of the State, which recovered what it had invested with high revenues and both economic and image interests, but also of the Church, which thanks to the huge funds allocated for that extraordinary event was able to take advantage of renovate most of its structures, many of which had already been in terrible conditions for years. And here it should be remembered that Rome, already at the time, was teeming with religious institutes, most of which were built after the Concordat stipulated in February 1929 between the Kingdom of Italy and the Holy See (in 1929, after the fall of the Papal State and the conquest of Rome in September 1870, the Kingdom of Italy recognized the Vatican City as an independent sovereign state governed by the Roman Pontiff). Works mostly erected in the 1930s, in a real competition between the historical Orders and the various religious Congregations, male and female, to see who built the largest institutes. At the gates of the Third Millennium, with a drastic decline in the birth rate that began at the end of the 1960s, certain Catholic schools, nursery schools and various care institutions no longer had any reason to exist, as they were mostly pharaonic structures. It should also be considered that in 1978, in Italy, the “great social conquest” of the law on abortion was approved, thanks to which orphanages also disappeared, for which no longer any need, given that children could be killed before they were born. Not to mention the numerous general houses of the various male and female Orders and Congregations, with novitiates or theological school within them, which led them to have, between the fifties and sixties, communities that numbered one hundred or two hundred religious, among those who had professed solemn vows and the young simply professed people in training.
In Rome, at the beginning of the seventies, it was impossible not to encounter priests, friars and nuns everywhere along the urban streets. Then there were the young seminarians and theology students from the various national and international Roman seminaries and colleges, who when they went for a walk formed lines of dozens and dozens of young clerics. In simple words: the decline in the birth rate and the inexorable crisis of vocations had reduced the majority of these large structures in the following decades to being inhabited no longer by one hundred or two hundred, but by six or seven elderly men and women religious, residing in buildings which were now in semi-degraded state, with obsolete systems and outside of any legal regulations regarding safety. So it was that on the occasion of the Jubilee of 2000, not only were a large part of these institutes renovated, but it was decided to make them profitable in some way, reserving a small wing for men and women religious, now reduced to a few members, and all the rest used for holiday home, in fact in hotels, because this is what most of these institutions are today: low-cost hotels. It was a far-sighted operation, thanks to which the buildings of many institutions were saved and made capable of producing the money necessary for their maintenance.
Unfortunately, priests, friars and nuns are capable — and they really are like few others — of wasting money on useless expenses, sometimes even on harmful works which then lead to great losses, without having the ability to realize that certain structures require a lot of care and maintenance. And so, the well-known sapience of priests, friars and nuns begins to attach patches left and right, spending exorbitant amounts in the belief of saving money, because few like priests, friars and nuns are so idiotic as to let themselves be robbed, if they have not been adequately trained in concrete practical life with their feet firmly planted on the ground. All said and done: were the walls, last painted twenty years ago? The internal and external fixtures, the air conditioners and radiators, the sanitar elements dilapidated and broken today fixtures, on which the necessary routine maintenance, has never been carried out they were installed in the late 90s? No problem, just apply a patch, entrusting the repairs to people who, to change banal filters on air conditioners, make the inexperience of priests, friars and nuns pay more than what the new latest generation air conditioners with low consumption and high energy savings would cost.
Since there are many examples, I will limit myself to just one: last year I had the opportunity to find myself in a nuns institute while some painters were painting the rooms of their house-hotel. Seeing them mixing anonymous paints in buckets with plenty of water, and smelling a rather unpleasant odor that smelled entirely of toxic chemical substances, I asked: “What brand of ecological paint are you using?”. Then, walking around the corridors, I noticed a riot of smudges not only on the walls, but also on the fixtures, on the skirting boards and even on the fire extinguishers dirtied with paint flows. I took the foreman and told him: “If you had done something like this in my house, I wouldn’t have let you out through the door but through the window, being careful not to give you a single penny.” In the evening, the mother superior confronted me irritably and told me not to disturb their workers anymore. I replied to her: «The people who placed the water drains from the air conditioners inside the shower cubicles of the guest bedrooms and who, not satisfied, even eliminated the earthing from the electrical system, do not deserve to be called workers but criminals, while you nuns demonstrate that you are womens incapable of managing the considerable patrimony from which your congregation has the grace of being able to benefit”.
A wheelchair pushedby an emaciated priest in trousers inaugurates what we might reasonably call “The Jubilee of patch” focused on our irreversible spiritual and economic decadence, of which our increasingly empty squares and churches are a paradigm. On 24 December 1999, the square of St. Peter’s, was not only packed, because the crowd of people reached as far as Castel Sant’Angelo. Same way, it is equally evident that on December 24, 2024 (as shown in the photo accompanying this article), the same square was completely empty in the central part, and in the four squares of chairs placed under the churchyard, several empty seats are visible.
The last question is obligatory: why should a devout Catholic leave Australia or Peru to go to Rome? Perhaps for hear an elderly Pontiff who, when he opens his mouth, speaks only of poor and migrants, of migrants and poor, of poor and migrants…? As if the Verb of God had come into this world only to speak and care for the poor of the “favelas” and “Villas de las miserias” (Villages of misery)? And those who do not have the great privilege of being poor, are they also sons of God, or not? And what would the jubilant pilgrim find in Rome? The clochards under Bernini’s colonnade; Borgo Santo Spirito and Borgo Pio, respectively to the left and right of the Vatican and St. Peter’s Square, where early in the morning traders are forced to throw buckets of bleach to try to remove the acidic smell of urine that penetrates the nostrils nauseatingly? And where should the jubilant pilgrim lodge? Perhaps by the nuns or friars who after the Jubilee of 2000, once they had their religiouse homes renovated free of charge by the “Uncle Scrooge” of the Italian Republic, never asked themselves the problem of renewing beds and mattresses or redoing the bathroom fixtures; restore the plaster and paint the walls; that they offer freeze-dried milk and substitute powders for breakfast that rival the products put on the market during the period in which the old fascist regime proclaimed autarky, following which it was no longer possible to use products imported, starting with coffee? Better not even to mention the very poor quality of the food they offer in these houses where they also serve meals. Better to ignore, for Christian charity’s sake, the problem of the Indian and Filipino nuns taken from their countries and brought to the religious houses in Rome, placed under the direction of an eighty-year-old Italian nun and used as serving women, who, despite living in Italy for ten years, are unable to understand and speak Italian. Let us overlook and draw a veil over all this and all the worst that circulates in certain homes…
Finally, how can we not mention the exotic characters that we working in this religious houses, especially in those of nuns, who vary from girls with bare bellies to boys who show off three earrings in their ears, piercings and tattoos view? But do we want to host pilgrims in religious homes, or in failed branches of a gay village? Why has it not yet occurred to the Holy See to send around inspectors to verify whether certain houses managed by men and women religious, or by their lay preposed, really have all the necessary requirements to do so-called religious reception in a dignified way?
Having opened the Holy Door in the Roman prison of Rebibbia was appropriate and in its own way farsighted, being the most suitable place where many of us should be, and also for a long time, after having launched an attack on the mystical body of Christ which is the Church (Colossians 1,18), on which attached day after day patches that cannot stop, much less cure, the malignant metastases that have been circulating in his body for decades and decades. A state of affairs for which this pontificate is certainly not responsible, despite having done its part, without holding back when, to the damage that has already largely existed for several decades, it decided to add others, as original as they are serious.
«But when the Son of Man comes, will he find faith on earth?» (Luke 18, 8)
From the Island of Patmos, 28 December 2024
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LA IGLESIA DE LOS PARCHES PASA EN SILLA DE RUEDAS LA PUERTA SANTA DE LA DECADENCIA IRREVERSIBLE
Este Jubileo será un fracaso en lo espiritual y lo económico, porque se ha abierto una Puerta Santa, no tanto sobre lo que ya no somos, ¡peor! Hemos abierto la Puerta Santa sobre lo que hemos llegado a convertirnos a través de una inversión de paradigmas: la Iglesia de hace veinticinco años, a pesar de estar ya gravemente enferma, trataba de esforzarse por abrir, de abrir de par en par las puertas a Cristo; la Iglesia de hoy, postrada como un paciente en la sala de enfermos terminales oncológicos ha tratado abrir de par en par las puertas al mundo.
En la experiencia del hombre y en la vida de la Iglesia nada sucede por casualidad, si acaso somos nosotros cada vez más incapaces de leer ciertos signos. Y así, a veinticinco años de diferencia, dos Sumos Pontífices abrieron la Puerta del Año Santo, presentándose ante ella con el peso de la vejez y de sus enfermedades invalidantes.
En la Navidad de 1999, la Iglesia visible guiada por Su Santidad Juan Pablo II llegó gravemente enferma ante la Puerta Santa. Este Pontífice, debilitado por la enfermedad de Parkinson, fue un ejemplo plástico de ello: ayudado por un maestro de ceremonias vestido con un digna veste eclesiástica, quien quiso, en todo caso, arrodillarse aunque con evidentes dificultades y gran sufrimiento físico. Él nunca aceptó hacer excepciones con las genuflexiones, especialmente ante la Santísima Eucaristía. Para la solemne ocasión, el Santo Padre vistió un mantum que precede en siglos el nacimiento de la Christianitas. Un manto conocido en la antigua religión pagana romana como “pluvial”, utilizado por el Pontifex Maximus para resguardarse de la lluvia, cuando desde lo alto del Pons Sublicio, situado entre los actuales barrios de Trastevere y Testaccio, a la altura de Porta Portese, estudiaba los movimientos de las aguas y el vuelo de los pájaros para interpretar la voluntad de los dioses.
Para el solemne evento jubilar del año 2000, el Santo Padre vistió una capa sobre la que se hicieron muchas críticas. Aquella vestidura, confeccionada en Prato, había sido tejida en colores muy vivos: rojo, azul y dorado, símbolos presentes en la naturaleza y en la dimensión espiritual humana. El rojo suele simbolizar la vida y la fuerza; el azul, la unión del cielo y la tierra; el dorado, la divinidad.
Si lo reflexionamos en retrospectiva, aquel juego de colores fue como la última explosión de luz antes de la llegada de la grisura sombría que hoy nos envuelve; y que no es imputable ni a él, ni a los Sumos Pontífices que le sucedieron a partir de 2005; porque la crisis de la Iglesia comienza hace mucho tiempo. Un mínimo conocimiento de la historia bastaría — en este mundo con recuerdos que apenas llega hasta ayer, puesto que ni siquiera se alcanza el anteayer — para comprender que los gérmenes de la crisis que originó la decadencia eclesial y eclesiástica, descaradamente visible hoy en día, ya eran presentes entre los pontificados de León XIII y Pío X, a finales del siglo XIX y principios del siglo XX.
Si con Juan Pablo II la enfermedad presionaba ante la puerta, con el Sumo Pontífice Francisco la Iglesia visible cruzó un punto de no retorno, empujada sobre una silla de ruedas por la sombra de un sacerdote demacrado vestido con un par de pantalones, en lugar de una veste eclesiástica digna. La de Juan Pablo II, a pesar de ser una Iglesia en crisis desde hace décadas, siempre trató de arrodillarse ante el Cuerpo y la Sangre de Cristo, intentando no enfermar irreversiblemente. La Iglesia de Francisco no se arrodilla ante el Cuerpo y la Sangre de Cristo, porque ahora está grave e irreversiblemente enferma. Sin embargo, se arrodilla para lavar y besar los pies de los presos y de las prostitutas en la Missa in Coena Domini, despreciando la riqueza de nuestros gloriosos lugares de culto, que no son fruto del esplendor principesco — como algunas personas sin cultura podrían pensar — sino de la fe de los creyentes y de la obra de los más grandes artistas que quisieron honrar a Dios, ofreciendo lo mejor rindiendo el más alto homenaje que se podía ofrecer al Divino Creador del cielo y de la tierra, de todos cosas visibles e invisibles. Por eso la abreviatura D.O.M, que significa: Deus Optimus Maximus, está esculpida en muchos edificios eclesiásticos. Si por un lado se desprecia lo que no se sabe por otro lado, no se duda en exaltar las cárceles, dentro de las que se termina por haber cometido delitos, salvo el caso de inocentes condenados injustamente por errores judiciales. Aunque algunos no lo recuerden, o no sean realmente conscientes de esta incontrovertible realidad, conviene recordarles que los delincuentes acaban en la cárcel.
Los que están dentro de las cárceles deben ser recuperados, no exaltados como si fueran devotos fieles de las catedrales modernas, o víctimas no especificadas de una mala sociedad, culpable de no haberlos comprendido plenamente. Si están ahí adentro alguien, afuera, a menudo más de uno, y a veces incluso familias enteras, han llorado por su causa. Por tanto, sería bueno recordar que el perdón es tal si va de la mano de la pena infligida por la justicia, que en el plano espiritual actúa como una purificación del condenado, transformando la prisión en una acción de esa gracia divina que primero forma y luego transforma al hombre mediante la expiación de aquellos que la ley humana señala como delitos, y la doctrina católica como pecados. En ambos casos, tanto en lo que se refiere a los delitos como a los pecados, los Estados laicos de impronta democrático-liberal, como la Iglesia por su parte, ofrecen de manera diferente, pero sustancialmente similar, la posibilidad de expiar, lo que implica en sí mismo esa recuperación que borra la culpa derivada del delito o pecado cometido. Esto es el apostolado en las cárceles, el resto es ideología surrealista y dañina, entre lavada de pies y “jubileos de los prisioneros” de un Sumo Pontífice que llega ante la Puerta Santa de la Archibasílica Papal de San Pedro empujado en una silla de ruedas por un sacerdote demacrado en pantalones, porque en ese caso está imposibilitado a levantarse y caminar. Pero se levanta y camina hasta abrir la Puerta Santa en la prisión romana de Rebibbia, comparándola con una basílica (cfr. video QUI).
¿Alguien quiere recordarle al Santo Padre que en Roma tenemos basílicas construidas sobre el sangre de mártires cristianos asesinados con crueldad en odium fidei (en odio a la fe católica) y que el título de basílica no es particularmente adecuado para la capilla de una prisión? Y es aquí donde me vienen a la mente las palabras del salmista:
¿Hasta cuándo sentiré angustia en mi alma y tristeza en mi corazón, día tras día? ¿Hasta cuándo mi enemigo triunfará a costa mía? Señor, Dios mío, mírame y respóndeme! Ilumina mis ojos para que no me duerma con los muertos, y no diga mi enemigo que acabó conmigo, ni mis adversarios se alegren al verme vacilar. En cuanto a mí, confío en tu bondad; conoceré la alegría de tu salvación y cantaré al Señor que me ha tratado bien (Salmo 13, 2-5).
El Jubileo, también llamado Año Santo, tiene un gran significado espiritual que afecta la vida de toda la Iglesia universal. El corazón de este evento es el Sacramento de la Penitencia para la remisión de los pecados y de las penas por los pecados. Su institución se pierde en la noche de los tiempos y está ligada a la experiencia del antiguo Pueblo de Israel. El sitio web oficial de la Santa Sede ofrece un recorrido histórico que recomiendo leer (ver: ¿Qué es el Jubileo?). Es un texto tan preciso y bien hecho que sobran más explicaciones, por mi parte sólo podría repetir lo contenido y explicado en él.
Ahora quisiera pasar de la esfera espiritual a la financiera, partiendo de la premisa de que espero equivocarme en ciertas convicciones personales y tener que enmendarlas públicamente en los próximos meses. Temo que este Jubileo será un fracaso en lo espiritual y lo económico, porque se ha abierto una Puerta Santa, no tanto sobre lo que ya no somos, ¡peor! Hemos abierto la Puerta Santa sobre lo que hemos llegado a convertirnos a través de una inversión de paradigma: la Iglesia de hace veinticinco años, a pesar de estar ya gravemente enferma, trataba de esforzarse por abrir, de abrir de par en par las puertas a Cristo (ver AQUÍ); la Iglesia de hoy, postrada como paciente en la sala de enfermos terminales oncológicos, ha tratado abrir, de abrir de par en par las puertas al mundo. Y como a menudo he tenido oportunidad de recordar en estos últimos años, la tarea que Cristo Dios nos ha encomendado por misión divina no es agradar al mundo, sino oponernos a él:
«Si ustedes fueran del mundo, el mundo los amaría como cosa suya. Pero como no son del mundo, sino que yo los elegí y los saqué de él, él mundo los odia» (Juan 15,19).
A menudo las imágenes pueden resumir todo un estado de cosas sin recurrir a las palabras. Por ejemplo: ¿qué decir con la episcopesa protestante sentada en los asientos de honor junto con representantes de diferentes religiones? ¡Pero es que somos inclusivos! Por lo tanto, para excluir todo lo que es católico, debemos incluir necesariamente todo lo que no es católico… por supuesto, todo obviamente expresado con el debido respeto humano hacia la Señora presente en el podio como “obispo” en la Archibasílica Papal de San Pedro, sin que ninguno de los solones clericales se dé cuenta que así corremos el riesgo de dejar pasar un mensaje de normalización y aprobación, porque una mujer no puede auto-definirse como “obispa” y nadie, del lado católico, de ninguna manera puede reconocerla como tal, ni siquiera si pertenece a una religión cristiana no católica nacida de la herejía y cisma de Martín Lutero, que recordamos: era un hereje y no era un reformador.
Lutero no produjo, de hecho, alguna reforma; la única reforma verdadera fue llevada a cabo por los Padres en el Concilio de Trento. Lutero desgarró la Iglesia de Cristo con un cisma terrible, que permanece tal cual hasta el día de hoy, con el debido respeto a las obispas en tribuna de honor a la inauguración del Año Santo, sobre la tumba del apóstol Pedro, con la total indiferencia del clericalismo inclusivo.
Hablebamos del discurso económico… para el Jubileo del 2000, se aprobó el Decreto ley del 23 de octubre de 1996, n. 551, que contiene «Medidas urgentes para el Gran Jubileo del 2000», posteriormente convertido en ley del 23 de diciembre de 1996, n. 651. Los trabajos para este acontecimiento comenzaron años atrás, tras la aprobación de leyes específicas, pero sobre todo con la atribución de la suma astronómica de dinero: 3.500 mil millones de las antiguas liras, que en la moneda actual equivalen a mil ochocientos millones de euros. También en este caso remito a la web oficial del Ministerio de Infraestructuras y Transportes, donde está todo documentado y detallado (ver AQUÍ). Dicho esto, hay que recordar que el presidente de los obispos italianos de esa época era Su Eminencia el Cardenal Camillo Ruini, dotado de raras habilidades políticas, seguido por un ejército de obispos que aún no eran como las actuales caricaturas, que compiten entre sí para ver quién lleva en el pecho la cruz de madera más humilde y pobre, posiblemente hecha con material de un barco hundido frente a la costa de la isla siciliana Lampedusa; barcos sobre los cuales traficantes de personas transportan a pobres inmigrantes ilegales y desesperados, entre los que a menudo hay mujeres y niños.
La de los años que precedieron al Jubileo del 2000 era otra Iglesia, otro episcopado, otro pontificado… pero sobre todo, otra sociedad y otra estructura geopolítica nacional e internacional. He aquí un ejemplo exhaustivo capaz de aclarar todo: en aquel periodo en Italia, si antes de las elecciones administrativas algún obispo diocesano manifestaba su descontento hacia uno o varios candidatos particularmente polémicos o agresivos, éstos tomaban medidas para corregir el objetivo y bajar el tono durante el curso de sus campañas electorales; pero hay más: cuando en junio de 2005 hubo un referéndum en Italia sobre la procreación asistida, el Cardenal Camillo Ruini invitó expresamente a los italianos a no ir a votar. Resultado: tres de cada cuatro italianos no acudieron a las urnas y el referéndum fue un fiasco (ver AQUÍ). El hecho de apreciar y reconocer personalmente ciertas cualidades evidentes e indudables del Cardenal Camillo Ruini, lamentando que hoy en día figuras de su alta talla, por desgracia ya no tenemos, no quita nada al hecho de que nunca lo hubiera deseado tener como obispo diocesano. De hecho aún hoy sigo considerándolo, a nivel humano y espiritual, como “un hueso frío y seco cubierto de terciopelo”, como lo definí, para su poca alegría, hace algunos años sin reparar, por mi parte, de cuanto sea notoriamente susceptible fuera de carecer de sentido del humor.
Con todo otro tipo de hombres y todo otro tipo de Iglesia completamente diferente, en ocasión del gran acontecimiento jubilar del año 2000, Roma se rehizo nueva. Fue también interés del Estado, que recuperó cuanto había invertido con altos ingresos e intereses tanto económicos como de imagen, como lo hizo la Iglesia, que gracias a los enormes fondos destinados a aquel extraordinario acontecimiento supo aprovechar para renovar la mayoría de sus estructuras, muchas de las cuales ya se encontraban en pésimas condiciones desde hacía años. Y aquí hay que recordar que Roma, ya entonces estaba repleta de institutos religiosos, la mayoría de los cuales fueron construidos después del Concordato estipulado en febrero de 1929 entre el Reino de Italia y la Santa Sede (en el 1929, después de la caída del Estado Pontificio y la toma de Roma en el septiembre 1870; el Reino de Italia reconoció a la Ciudad del Vaticano como un estado soberano independiente gobernado por el Romano Pontifice). Obras erigidas en su mayor parte en los años 1930, en una auténtica competencia entre las Órdenes históricas y las distintas Congregaciones religiosas, masculinas y femeninas, para ver quién construía los institutos más grandes. A las puertas del Tercer Milenio, con un drástico descenso de la tasa de natalidad iniciado a finales de los años 1960, ciertas escuelas católicas, guarderías y diversas instituciones de asistencia ya no tenían razón de existir, pues eran en su mayoría estructuras faraónicas. También hay que considerar que en el 1978 se aprobó en Italia el “gran logro social” de la ley sobre el aborto, gracias a la cual desaparecieron los orfanatos, ya no necesarios, dado que se podía matar a los niños antes de nacer. Por no hablar de las numerosas curias y casas generales de las distintas Órdenes y Congregaciones masculinas y femeninas, casi siempre con noviciados o estudiantados de teología en su interior, lo que llevó a tener, entre los años cincuenta y sesenta, comunidades que sumaban cien o doscientos religiosos, entre los que habían profesado votos solemnes y los jóvenes profesos simples en formación.
En la Roma de principio de los años setenta, era imposible no encontrar sacerdotes, frailes y monjas por todas partes a lo largo de las vías urbanas. También estaban los jóvenes seminaristas y estudiantes de teología de los distintos seminarios y colegios romanos nacionales e internacionales, que cuando salían a pasear formaban filas de decenas y decenas de jóvenes clérigos. En pocas palabras: la disminución de las tasas de natalidad y la crisis inexorable de las vocaciones habían reducido en las décadas siguientes la mayoría de estas grandes estructuras a estar habitadas no ya por cien o doscientos, sino por seis o siete religiosos y religiosas ancianos, con edificios que ahora se encontraban en un estado semi-ruinoso, con sistemas obsoletos y fuera de toda normativa legal en materia de seguridad. Así que, con ocasión del Jubileo del año 2000, no sólo se renovaron gran parte de estos institutos, sino que se decidió rentabilizarlos de alguna manera: reservando una pequeña ala para religiosos y religiosas, ahora numéricamente reducida a un mínimo y trasformando el grueso de los edificios en albergues, de hecho en hoteles, porque eso es lo que son hoy la mayoría de estas instituciones. Fue una operación con visión de futuro, gracias a la cual se salvaron los edificios de muchos institutos y se les permitió producir el dinero necesario para sostenerse.
Desgraciadamente, sacerdotes, frailes y monjas son capaces ― y realmente lo son como pocos ― en despilfarrar el dinero en gastos inútiles, a veces incluso en obras perjudiciales que luego provocan grandes pérdidas, sin darse cuenta de que determinadas estructuras requieren mucho cuidado y un esmerado mantenimiento. Y así, hace veinticinco años después de haber sido salvados de problemas muy graves, relacionados a sus grandes edificios que no habían podido restaurar, ni conservar adecuadamente, ni de adecuar a las normas legales en materia de seguridad; no encontraron nada mejor que hacer que dejarlos volver a su estado de semi-ruinoso a lo largo de los veinticinco años siguientes, no todos, pero buena parte de ellos sí. Esto es lo que suelo llamar “psicología del parche clerical”. Y es fácil revelar el significado de esta definición: ¿una estructura requiere un mantenimiento rutinario? Para qué gastar dinero, basta dejarlo así, y por si acaso, decir con todo el cinismo típico y a veces único de curas, frailes y monjas: “No vale la pena hacerse inutilmente la sangre amarga, ya se ocuparan los que vendrán después”. A este punto, todas las intervenciones de mantenimiento ordinario omitidas a lo largo de los años acaban convirtiéndose en serias necesidades de mantenimiento extraordinario, que sin embargo cuestan mucho. No hay problema, le pondremos un parche, confiando el trabajo a personas que, para cambiar los banales filtros de los aires acondicionados, harán que por la inexperiencia de sacerdotes, frailes y monjas se paguen más que lo que se pagan en los sistemas de última generación, de bajo consumo y alto ahorro de energía.
Como son muchos los ejemplos me limitaré a uno solo: el año pasado tuve la oportunidad de encontrarme en un instituto de monjas mientras pintores pintaban las habitaciones de su casa-hotel. Al verlos mezclar pinturas anónimas en baldes con abundante agua y oler un olor bastante desagradable que olía a sustancias químicas tóxicas pregunté: “¿Qué marca de pintura ecológica están usando?”. Luego, mientras caminaba por los pasillos, me di cuenta de una avalancha de manchas no sólo en las paredes, sino también en los muebles, en los zócalos e incluso en los extintores sucios con gotas de pintura. Agarré al capataz y le dije: «Si hubieras hecho algo así en mi casa, no te habría dejado salir por la puerta sino por la ventana, cuidándome de no darte ni un centavo». En la noche, la madre superiora irritada me dijo que no molestara más los trabajadores. Le respondí: «Las personas que han colocado los desagües del agua de los aparatos de aire acondicionado dentro de las duchas de las habitaciones de huéspedes y no satisfechos con eso, han incluso eliminado las tomas del sistema eléctrico, no merecen ser llamados trabajadores sino delincuentes. Mientras vos monjas demostráis que sois incapaces de gestionar el considerable patrimonio del que vuestra congregación tiene la gracia de poder beneficiarse».
Una silla de ruedas empujada por un sacerdote demacrado y en pantalones inauguró lo que razonablemente podríamos definir como “El Jubileo del parche” centrado en nuestra irreversible decadencia espiritual y financiera, de la que nuestras plazas e iglesias cada vez más vacías son un paradigma. ¿O tal vez alguien olvida que el 24 de diciembre de 1999 la Plaza de San Pedro estaba tan llena de gente que la multitud de fieles llegaba hasta el Castillo Sant’Angelo y el Lungotevere? Alguien quiere abordar el hecho tan evidente como triste de que el 24 de diciembre de 2024, como muestra la foto que acompaña a este artículo, la misma plaza estaba completamente vacía en el centro y que en los cuatro cuadrados de sillas colocadas bajo los escalones de la basilica se ven tantos asientos vacíos.
Una última pregunta es de rigor: ¿por qué un católico devoto dejaría Australia o Perú para viajar a Roma? ¿Para escuchar un anciano Pontífice que, cuando abre la boca, habla de pobres e inmigrantes, de inmigrantes y pobres, de pobres e inmigrantes…? ¿Como si el Verbo de Dios hubiera venido a este mundo sólo para hablar y cuidar los pobres de las favelas y de las Villas de la miseria? ¿Y los que no tienen el gran privilegio de ser pobres, son también hijos de Dios, o no? ¿Y qué encontraría el jubiloso peregrino en Roma? Encontraría a los vagabundos acampados bajo la columnata de Bernini; encontraría Borgo Santo Spirito y Borgo Pio, respectivamente a la izquierda y a la derecha del Vaticano y de la Plaza de San Pedro, donde a primera hora de la mañana los comerciantes se ven obligados a arrojar cubos de lejía para intentar eliminar el olor agrio de la orina que penetra las fosas nasales. de manera nauseabunda. ¿Y dónde debería alojarse el jubiloso peregrino? Quizás donde las monjas o frailes que después del Jubileo del 2000, una vez que el tío McPato o Scrooge McDuck de la República Italiana renovó gratuitamente sus estructuras, nunca se plantearon el problema de renovar camas y colchones o rehacer los sanitarios; restaurar el yeso y pintar las paredes; que ofrecen para el desayuno leche liofilizada y sustitutos en polvo que rivalizan con los productos comercializados durante el período en el que el antiguo régimen fascista proclamó la autarquía, tras la cual ya no era posible utilizar productos importados del extranjero, empezando por el café? Pasemos por alto la pésima calidad de los alimentos que esas casas ofrecen como servicio de comidas. Sobre todo, ignoremos la triste realidad de las monjas indias y filipinas sacadas de sus países, llevadas a las casas religiosas de Roma y puestas bajo la dirección de una monja italiana de ochenta años como mujeres del servicio domestico, a quienes hay que dirigirse en inglés, porque aunque hayan vivido en Italia durante diez años, no entienden ni hablan italiano. Pasemos por alto y corramos un tupido velo compasivo sobre todo esto y todo lo peor que circula en ciertas casas…
Y por último, ¿cómo no mencionar a los exóticos personajes que cada vez más encontramos trabajando en estas casas de recepción religiosa, especialmente en las casas de las monjas, que varían desde chicas con el vientre desnudo hasta chicos que lucen tres pendientes en las orejas, piercings y tatuajes en vista? De la serie: ¿queremos acoger a los peregrinos en casas religiosas de hospitalidad, o queremos transformar las casas religiosas en fallidas sucursales de un gay village? ¿Cómo es posible que la Santa Sede, incluso atenta a veces a las trivialidades, no se les haya pasado por la cabeza enviar inspectores para verificar si determinadas casas gestionadas por religiosos y religiosas, o por sus supervisores laicos, reúnen realmente todos los requisitos necesarios para las recepción religiosa de manera digna?
Haber abierto apertura de la Puerta Santa en la prisión romana de Rebibbia fue oportuna y previsora a su manera, siendo el lugar más apropiado donde muchos de nosotros deberíamos estar e incluso por mucho tiempo, después de haber atentado al Cuerpo místico de Cristo que es la Iglesia (Colosenses 1,18). Un Cuerpo Santo sobre el que hoy se colocan, día tras día, parches que no pueden detener, ni mucho menos curar, las metástasis malignas que lo atacan desde hace décadas. Las metástasis no fueron provocadas por este pontificado, que no es responsable de las mismas, a pesar de haber hecho su parte sin detener los daños que ya existían desde hacía varias décadas, decidió en cambio añadir otros, tan originales, como igualmente graves.
«Pero, cuando el Hijo del hombre venga, ¿encontrará la fe sobre la tierra?» (Lucas 18,8)
Desde la Isla de Patmos, 31 de diciembre de 2024
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