Il mistero del Natale è racchiuso in un silenzio che parla alla storia dell’umanità

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

IL MISTERO DEL NATALE È RACCHIUSO IN UN SILENZIO CHE PARLA ALLA STORIA DELL’UMANITÀ

Entrando anche noi nel silenzio di Betlemme e penetrando il Vangelo con amore e contemplazione scorgiamo dunque qualcosa di bello e di nuovo su Dio e su di noi, per cui conosciamo meglio Lui, ma anche noi stessi, chi siamo, quale mistero alberga in noi, quale senso e valore ha la nostra vita e quella dell’intero universo.

 

 

 

 

 

 

 

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La moda nata negli Stati Uniti di festeggiare in anticipo il sesso del nascituro si è presto propagata anche da noi. Ma nessun baby shower o gender reveal party per il Santo Bambino Gesù.

Più seriamente e anche più profondamente nel Natale del Signore, soprattutto nelle tre liturgie che contraddistinguono questa Solennità, viene svelato qualcosa del mistero di Dio e dell’uomo a partire da quello fontale, sorgente di tutti i misteri storici, che è il mistero dell’incarnazione del Figlio di Dio. Leggiamo perciò il brano proclamato nella Messa della Notte di Natale, secondo il Vangelo di Luca:

«In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta. Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio. C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: “Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia”. E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama”» (Lc 2,1-14).

Questo conosciutissimo ed emozionante testo proclamato come Vangelo nella Messa della Notte di Natale lascia a una prima lettura alquanto delusi. Ci aspetteremmo, almeno dai personaggi principali, qualche parola, una spiegazione o esternazione dei loro sentimenti. Essi invece rimangono muti e tutta la scena è avvolta da un grande silenzio. Tace Giuseppe che dalla sconosciuta Nazareth sale alla più nota e significativa città di Davide denominata Betlemme, a motivo del censimento. Ma nulla dice di sé, di quel che prova o percepisce. Muta rimane Maria, la sua sposa, che l’accompagna nel viaggio e silenziosamente da alla luce il suo figlio primogenito. Non ci vengono riferiti i suoi sentimenti, cosa si muoveva nel suo cuore. Solo che partorisce fuori dell’albergo, costretta a poggiare il Bambino in una povera greppia di animali. E, naturalmente, non si ode alcun vagito del Bambino appena nato. L’insieme della scena narrata presenta tutta una serie di umili gesti scanditi dal silenzio. Mentre sullo sfondo si proiettano le azioni del potere di Cesare Augusto che vuole che il censimento raggiunga le provincie più lontane. Anche Luca, l’evangelista scrittore, non proferisce alcun commento, come a sottolineare un’estrema misura perfino nella povertà dei mezzi espressivi. Fuori della scena emergono i pastori, intimoriti dall’apparizione di un angelo, sono ammutoliti anch’essi. Solo il messaggero celeste rompe il silenzio annunciando la grande gioia: «E’ nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore». E poi la moltitudine dell’esercito celeste loda Dio proclamandone la gloria nei cieli e la pace sulla terra degli uomini.

Il silenzio è la chiave, in quanto ogni mistero di Dio da esso scaturisce e ad esso ci riporta. Poiché non è semplice, né facile dire Dio, chi Egli sia o descriverlo, il silenzio allora sta lì a segnalare che certe realtà vanno prima di tutto contemplate e lungamente adorate. Questo ci aiuta a comprendere l’apparente e stridente contrasto fra la povertà silenziosa della scena centrale della pagina evangelica e la magnificenza di ciò che le sta intorno. In essa è contenuto il mistero di Dio che va contemplato ed adorato.

Ed è in questo contesto che si rivela, ovvero si solleva il velo sulla singolare manifestazione di Dio, la cui prima caratteristica è indubbiamente la capacità di sorprendere. Chi si sarebbe atteso da Dio un Bambino in fasce? Quale sovrabbondante messaggio Egli porta, quale luce propaga? Ad andare oltre sembra invitarci il brano evangelico, al di là delle dimesse apparenze, per scoprire la ricchezza divina che riposa non nel frastuono, sia esso il bando del censimento di allora, o tutto ciò che oggi fa audience o moltiplica i followers, bensì nella «sottile voce silenziosa» di cui Elia fece esperienza (1Re 19, 12), nella quale Dio si rivela all’anima capace di meditazione e contemplazione delle scritture e del mistero in esse contenuto.

Di seguito un secondo aspetto rivela di Dio la scena evangelica. E cioè che Egli venga qualificato da alcuni paradossi, da verità apparentemente al di là del buon senso comune e che il mondo accuratamente evita. Potrebbero essere espressi così: di fronte a Dio il piccolo appare spesso più importante del grande, il povero più del ricco, il disprezzato più di colui che è importante, il singolo più della moltitudine. Inoltre, la povertà non è il male peggiore, dal momento che Dio l’ha permessa per il suo Figlio; e ancora, ciò che sulla terra è solitudine e umiliazione, può essere grande e glorioso in cielo.

Ci accorgiamo, in tal modo, di entrare a poco a poco in una «teologia e antropologia cristiana», in un nuovo modo di capire Dio e l’uomo. In quell’abitudine, prima ricordata, di saper andare oltre scorgiamo che nel mistero di Betlemme dove tutto solo apparentemente è segreto e silenzio, parla in modo nuovo Dio all’uomo e si manifesta come Colui che ordinariamente è dalla parte del più piccolo e del più povero; come qualcuno la cui onnipotenza si mostra anzitutto nella bontà della tenerezza, nell’affidabilità e nella vicinanza ai più semplici e ai più umili. Comprendiamo così che gli siamo cari, noi fragili, deboli e poveri figli di Adamo. Tutto nella scena evangelica fa emergere dal silenzio un unico grande annuncio denso di significato: Dio ci ama gratuitamente, prima che noi lo amiamo e per il nostro bene ci viene incontro.

Entrando anche noi nel silenzio di Betlemme e penetrando il Vangelo con amore e contemplazione scorgiamo dunque qualcosa di bello e di nuovo su Dio e su di noi, per cui conosciamo meglio Lui, ma anche noi stessi, chi siamo, quale mistero alberga in noi, quale senso e valore ha la nostra vita e quella dell’intero universo.

Nel mistero adorabile del Natale prendiamo coscienza che non siamo soli, che il Signore è venuto per noi e con noi rimane. Nonostante sentiamo i rombi di guerra d’intorno, il messaggio che Egli porta è quello della gioia e della pace. Una pace divina e non effimera che viene da Lui e attraversa i vissuti delle persone, delle nazioni e dei popoli.

Recentemente è stata avanzata una nuova idea nella riflessione teologica che tratta del mistero dell’incarnazione. Viene denominata «incarnazione profonda», o «radicale». Si tratta di una recente sensibilità teologica interessata a riscoprire la portata inclusiva e salvifica dell’incarnazione per l’intera creazione. Senza nulla togliere alle nuove acquisizioni, ricordiamo che su questo tema si sono confrontati in tanti, soprattutto i santi padri fin dall’antichità. E fra questi Sant’Ambrogio che commentava lo scritto dell’evangelista Luca con queste parole:

«È affinché tu potessi diventare un uomo perfetto che Gesù volle essere un bambinello. Egli fu stretto in fasce affinché tu fossi sciolto dai lacci della morte. Fu nella stalla per porre te sugli altari. Venne in terra affinché tu raggiungessi le stelle, e non trovò posto in quell’albergo affinché tu avessi nei cieli molte dimore. Egli da ricco che era si è fatto povero per noi, perché diventassimo ricchi della sua povertà. Questa indigenza di Dio è dunque la mia ricchezza e la debolezza del Signore la mia forza. Ha preferito per sé le privazioni per donare in abbondanza a tutti. Il pianto della sua infanzia in vagiti è un lavacro per me, quelle lacrime hanno lavato i miei peccati».

Buon Natale a tutti.

Dall’Eremo, 25 dicembre 2024

Dies Natalis Domini

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Grotta Sant’Angelo in Ripe (Civitella del Tronto)

 

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Possiamo fare un Natale senza il festeggiato?

POSSIAMO FARE UN NATALE SENZA IL FESTEGGIATO?

Cristo Gesù Signore nostro, che in questo giorno ricordiamo incarnato nella nostra umanità e storia, manifesta il mistero fontale di tutti i misteri cristiani che sono in ordine alla nostra salvezza. 

 

Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

 

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Il Natale è fra le festività più amate e celebrate nel mondo, perché universalmente considerata come un momento di gioia, di riunione familiare e di condivisione.

Le città in ogni parte del globo si illuminano di decorazioni scintillanti, i mercatini di Natale pullulano dei prodotti tipici di questo periodo e le case si riempiono del profumo dei piatti tradizionali. Ma si può celebrare questa Solennità, specificatamente cristiana, senza far accenno al motivo della festa? E’ vero che il Natale crea un’atmosfera magica, ma possiamo accontentarci solo di questa o di far prevalere la componente commerciale, senza ricordare il perché di questa occasione, ovvero senza invitare alla festa Colui che ne è la ragione e il motivo di tanta gioia e pace desiderata ed invocata?

Possiamo far Natale senza il Festeggiato, Cristo Gesù Signore nostro, che proprio in questo giorno ricordiamo incarnato nella nostra umanità e storia, manifestando così il mistero fontale di tutti i misteri cristiani che sono in ordine alla nostra salvezza? È proprio questo il messaggio angelico recato ai pastori nella notte santa di Natale:

«Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore» (Lc 2,10-11).

Non può bastare e soddisfarci un Natale solo «consumato» nella festa o nei piatti, ancorché questo si faccia in famiglia o con gli amici. Anzi proprio la preparazione di questi ultimi, delle leccornie di ogni genere che riempiono le nostre tavole natalizie, del panettone o del pandoro, tradizionali dolci italiani del periodo, che dividono gli schieramenti degli amanti vuoi dell’uno o dell’altro, ci rimandano alla lentezza, a quella cura che richiede tempo e dedizione, rispetto della tradizione e della pazienza.

Così anche la nostra fede ha bisogno di altrettanta passione e cura, soprattutto quando si pone davanti al mistero tutto da adorare del Natale di Gesù. Esso non può essere adombrato dall’aspetto commerciale, dalla frenesia dello shopping natalizio alla ricerca del regalo perfetto per le persone che ci sono care. Nulla può oscurare il messaggio di amore, speranza e redenzione che il Natale porta con sé. Eppure anche le preparazioni, se fatte con amore, con la dovuta attenzione al loro significato, possono aiutarci a mantenere vivo questo aspetto importante della fede cristiana che corrisponde all’Incarnazione del Verbo divino.

Riscoprire lo spirito autentico del Natale anche attraverso le cose che si fanno in questo periodo, in famiglia o nella comunità cristiana, accantonando lo spirito solo mondano della festa per vivere ogni occasione con profonda fede e sincero amore fra noi e verso il Signore che nasce a Betlemme. Fare cose semplici insieme, come preparare i cibi che andranno sulla tavola, avere cura dei particolari per far si che tutti si sentano accolti e amati. Non dimenticando la condivisione con chi è più povero o sfortunato, perché proprio in questa circostanza possiamo rivalutare e dare pregnanza alla virtù della carità, poiché proprio per amore Cristo è nato per noi. E poi leggere storie di Natale, fra tutte i Vangeli della natività, che ci fanno comprendere il fine ed il significato di questo mistero; e partecipare alla Messa di Natale per comprendere attraverso l’azione liturgica e la preghiera quanto il Signore ci abbia amato venendo fra noi.

Quanto è prezioso, a tal fine, la presenza in casa e ovviamente in Chiesa, di un presepe. Diffuso in tutto il mondo, proprio da noi è nato, grazie al genio religioso di San Francesco che nel 1223 realizzò il primo presepe vivente a Greccio. Ogni figura del presepio ed i simboli in esso nascosto hanno un significato profondo di fede e di cultura: contribuiscono a raccontare la storia della nascita del Bambino Gesù.

Bello sarebbe, come avviene per esempio nelle famiglie religiose ebraiche in occasione di Pesach, che anche nelle famiglie cristiane, di fronte al Presepe si raccontasse ai più piccoli il perché di quelle figure, di quelle pose e di come il dono dell’eterno Padre fatto all’umanità, Gesù Bambino luce che porta al mondo la salvezza, sia passato attraverso la disponibilità di alcune persone, in particolare Giuseppe e la Vergine Maria.

Maria è la Madre che cogliamo nell’atteggiamento di amore e dedizione: richiamano la sua fede che si abbandonò al volere divino. San Giuseppe, col suo bastone, è il giusto silenzioso e pieno di forza, posto a protezione della famiglia di Nazareth, figura di una Chiesa di la da venire. Subito dopo i pastori, che si trovano nelle vicinanze di Betlemme, simbolo di umiltà e semplicità. Primi a ricevere l’annuncio della nascita di Gesù e primi ad accostarsi al mistero: anticipano la futura chiamata delle genti, fra le quali spiccheranno i gli umili e semplici.

E come non menzionare i Magi, che arrivano da lontano guidati dalla stella. Portano doni preziosi: oro, incenso e mirra, che ci aiutano a meditare in anticipo sulla regalità, sulla divinità e perfino sulla futura sofferenza di Gesù. Anche la presenza dei Magi nel presepio sottolinea l’universalità del messaggio cristiano, che abbraccia ogni popolo e cultura. Gli angeli poi, che sovrastano la scena della Natività, annunciano la buona novella della nascita del Signore. Essi cantano: «Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini amati dal Signore», portando un messaggio di gioia e speranza. La stella infine, che guida i Magi fino alla mangiatoia, simbolo della luce divina e della grazia che illumina il cammino dell’umanità verso la salvezza. Perfino gli animali presenti nel presepio hanno una loro rilevanza spirituale. Il bue e l’asinello, spesso raffigurati accanto alla mangiatoia, rappresentano la pazienza e la laboriosità. Secondo la tradizione riscaldarono con il loro fiato il Bambino Gesù, indicando così la semplicità e la generosità della natura.

Il presepe e ogni aspetto legato al santo Natale, per banale che sia, ha un suo senso a cui possiamo dare il giusto valore col fine di aiutarci a comprendere il Natale oggi, nonostante siano passati circa 2024 anni da quell’Evento. Anche le cose della tradizione possono sposarsi con le innovazioni della modernità e ciò che è apparentemente antico in verità ha una validità che non tramonta. Così il Natale non appare come una festa di solo consumo o di luci, ma veicola un messaggio profondo e bello, carico di speranza per gli uomini e per il creato intero, che non tramonta mai e che non scade col passare del tempo. Dio ci ama e rimane con noi, per questo ha mandato il Suo Figlio Gesù, nato per noi.

 

Santa Maria Novella in Firenze, 25 dicembre 2024

Dies Natalis Domini

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Dallo spirito del mondo allo Spirito Santo. La necessaria santificazione dei sacerdoti è certezza di santificazione anche per i fedeli laici

DALLO SPIRITO DEL MONDO ALLO SPIRITO SANTO. LA NECESSARIA SANTIFICAZIONE DEI SACERDOTI È CERTEZZA DI SANTIFICAZIONE ANCHE PER I FEDELI LAICI – Quando lo spirito del mondo viene preferito allo Spirito Santo, avviene un trasmutamento nella vita del sacerdote e la sua santificazione non è più opera della presenza dell’amore agapico ma di quell’amore erotico...

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Bene ha fatto il Santo Padre a non andare a Notre-Dame a fare da comparsa a una mediocre caricatura napoleonica

BENE HA FATTO IL SANTO PADRE A NON ANDARE A NOTRE-DAME A FARE DA COMPARSA A UNA CARICATURA NAPOLEONICA

Se il ragazzo prodigio avesse fatto attendere in anticamera l’anziana e claudicante rappresentante del Comité des Lesbiennes Aigres de France (Comitato delle Lesbiche Acide di Francia) che cosa sarebbe potuto accadere?

— Le brevi dei Padri de L’Isola di Patmos —

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Quando il Presidente della Repubblica Francese, il ragazzo prodigio Emmanuel Macron (21 dicembre 1977) ha annunciato che avevano rifatto Notre-Dame, un mio amico chirurgo plastico, fraintesa la notizia ha commentato: «Spero che a sua moglie l’abbiano rifatta bene». Gli ho spiegato che aveva equivocato e che la Notre-Dame rifatta era la cattedrale metropolitana di Parigi dedicata alla Beata Vergine Maria, non la nonna prodigio première dame de France Brigitte Marie-Claude Trogneux (13 aprile 1953).

Marsiglia, 23 settembre 2023 – Il Sommo Pontefice Francesco visibilmente molto infastidito fatto attendere dal Presidente della Repubblica di Francia in anticamera.

Alla riapertura di Notre-Dame rifatta molti hanno lamentato un grande assente: il Sommo Pontefice Francesco. Ricordiamo ai digiuni di storia che già un predecessore dell’Augusto Pontefice regnante fu costretto a fare da comparsa a Napoleone in quel di Notre-Dame il 2 dicembre 1804, dove subì un grave affronto. Ma questo si meritavano i francesi, ammalati già all’epoca di grandeur, orgogliosissimi d’aver tolto la corona e tagliata la testa a un re che bene o male discendeva da una dinastia antica di mille anni, affinché un caporale della Corsica d’origine italiana la corona la togliesse di mano al Sommo Pontefice invitato a incoronarlo, per mettersela sulla testa da solo. Ma così sono i francesi: ubriachi della loro Grand Republique, salvo però invidiare i confinanti spagnoli che hanno un monarca. Basti dire che in nessuno dei Paesi europei retti da monarchie costituzionali sono presenti i circoli aristocratici che pullulano in Francia, tanto malati sono di nobiltà all’ombra della loro Grand Republique.

Napoleone cercò di umiliare il Papato catturando prima Pio VI nel 1799, che morì poco dopo esule in Francia, a seguire deportò Pio VII nel 1809. Emmanuel Macron, com’è nelle sorti storiche di tutti i mediocri, si è dovuto accontentare di molto meno e limitarsi  a far attendere in anticamera il Sommo Pontefice Francesco, anziano e con problemi di deambulazione, durante il loro incontro a Marsiglia il 23 settembre 2023.

Se il ragazzo prodigio avesse fatto attendere in anticamera l’anziana e claudicante rappresentante del Comité des Lesbiennes Aigres de France (Comitato delle Lesbiche Acide di Francia) che cosa sarebbe potuto accadere?

Bene ha fatto il Santo Padre a non andare a Notre-Dame a fare da comparsa a una caricatura napoleonica che voleva cingersi la testa da solo con la propria piccola corona nel dicembre del 2024, come avvenne diversamente ma similmente nel dicembre del 1804.

dall’Isola di Patmos, 11 dicembre 2024

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LE SAINT-PÈRE FRANÇOIS A BIEN FAIT DE NE PAS ALLER À NOTRE-DAME POUR APPARAÎTRE DANS UNE COMÉDIE CARICATURELLE NAPOLÉONIENNE

Je demande: si le garçon prodige avait fait attendre dans l’antichambre la représentante, ancien et boiteux, de le Comité des Lesbiennes Aigres de France, qu’est-ce qui aurait passer?

 

 

Lorsque le président de la République française, le enfant prodige prodige Emmanuel Macron (21 décembre 1977), annonça qu’ils avaient refait Notre-Dame, un de mes amis chirurgien plasticien, comprit mal la nouvelle et commenta: «J’espère qu’ils bien refaite sa femme». Je lui ai expliqué qu’il avait mal compris et que Notre-Dame refaite était la cathédrale métropolitaine de Paris dédiée à la Bienheureuse Vierge Marie, et non la grand-mère prodige première dame de France Brigitte Marie-Claude Trogneux (13 avril 1953).

Marseille, le 23 septembre 2023 – Le Summe Pontife François visiblement irrité, fait attendre dans l’antichambre par le Président de la République Française.

Lors de la réouverture de Notre-Dame rénovée, ils se sont plaints une absence vraiment majeure: le Summe Pontife François. Rappelons à ceux qui ne s’intéressent pas à l’histoire que Pio VII fut contraint de comparaître comme figurant le 2 décembre 1804 comme figurant de Napoléon à Notre-Dame, où il subit o affront terrible. Mais l’ont bien méritéles Français, déjà malades en ces temps de grandeur, très fiers d’avoir ôté la couronne et coupé la tête d’un roi issu d’une dynastie millénaire. Et peu après, un caporal corse d’origine italienne, prit la couronne des mains du Summe Pontife, invité à couronner le nuove emperator, et la posa lui-même sur la tête. Mais les Français sont comme ça: ivres de leur Grande République, mais envieux de leurs voisins espagnols qui ont un monarque. Qu’il suffise de dire que dans aucun des pays européens gouvernés par des monarchies constitutionnelles, on ne trouve les cercles aristocratiques qui abondent en France, tant ils sont fanatiques de la noblesse à l’ombre de leur Grande République.

Napoléon a tenté d’humilier la Papauté en capturant Pie VI en 1799, qui mourut peu après en exil en France, puis en déportant Pie VII en 1809. Monsieur Emmanuel Macron, comme c’est le destin historique de tous les gens médiocres, a dû se contenter de beaucoup moins : faire attendre en antichambre le Summe Pontife François, âgé et ayant des difficultés à marcher, lors de leur rencontre à Marseille le 23 septembre 2023. Je demand: si le garçon prodige avait fait attendre dans l’antichambre la représentante, ancien et boiteux, de le Comité des Lesbiennes Aigres de France, que aurait-il pu se passer?

Le Saint-Père François a bien fait de ne pas aller à Notre-Dame pour apparaître dans le comédie caricaturelle napoléonienne de Monsieur Emmanuel Macron qui voulait se couronner seul de sa petite couronne en décembre 2024, comme cela s’est produit autrement mais de manière similaire en décembre 1804.

Depuis l’Île de Patmos, le 11 décembre 2024

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Storie di ordinaria schizofrenia: ammazziamo i bambini ma difendiamo i tori

STORIE DI ORDINARIA SCHIZOFRENIA: AMMAZZIAMO I BAMBINI MA DIFENDIAMO I TORI

Neppure noi apprezziamo le corride e la mattanza dei tori, rimanendo però quanto meno perplessi nel vedere simili proteste inscenate da donne che considerano cosa giusta e altamente civile la strage degli innocenti mediante la pratica dell’aborto e che poi innalzano cartelli di protesta: «la corrida è peccato».

—  Le brevi dei Padri de L’Isola di Patmos —

Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Quattro femministe indiavolate hanno compiuto la loro ennesima azione di disturbo l’8 dicembre il Piazza di Spagna durante l’arrivo del Santo Padre Francesco. Si tratta di quelle stesse Signore che oggi inneggiano festose all’aborto come una “grande conquista sociale”, domani manifestano a favore di quei tori che dal canto loro pare non le considerino minimamente, non è dato sapere il motivo.

I Padri de L’Isola di Patmos sono molto legati agli animali domestici, quando prestava servizio al grande polo ospedaliero di Cagliari Padre Ivano ospitava la gatta Tac e le sue periodiche cucciolate nell’appartamento riservato ai cappellani; Padre Simone ha in casa il gatto Merlino; Padre Ariel i gatti Ipazia e Bruno; Padre Teodoro dichiara di «voler bene a tutte le bestie del suo circondario», pur senza precisare a quali bestie di preciso alluda.

Neppure noi apprezziamo le corride e la mattanza dei tori, rimanendo però quanto meno perplessi nel vedere simili proteste inscenate da donne che considerano cosa giusta e altamente civile la strage degli innocenti mediante la pratica dell’aborto e che poi innalzano cartelli di protesta: «la corrida è peccato».

 

Santa Maria Novella in Firenze, 10 dicembre 2024

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È dura proclamare “Fratelli tutti” sul sangue dei cristiani perseguitati

È DURA PROCLAMARE “FRATELLI TUTTI” SUL SANGUE DEI CRISTIANI PERSEGUITATI

I vincitori hanno già dato inizio al loro sport preferito: la caccia al cristiano. Ma noi siamo fiduciosi, perché adesso provvederanno il Sommo Pontefice Francesco assieme al Grande Imam del Cairo, tra baci e abbracci, a fermare le inevitabili mattanze di cristiani, ricordando agli assatanati e sanguinari islamisti quanto siamo Fratelli tutti

– Le brevi dei Padri de L’Isola di Patmos –

Autore Teodoro Beccia

Autore
Teodoro Beccia

 

Muhammad Gheddafi, poco prima di essere brutalmente trucidato a Sirte, disse: «Togliete di mezzo me e riempirete l’Europa di terroristi», poi aggiunse: «[…] e l’Europa dovrà fronteggiare una immigrazione incontrollata».

All’Epoca Avvenire, il quotidiano dei Vescovi d’Italia, titolava: «Il rais minaccia l’Europa: sarete invasi dai terroristi», dando riprova — semmai ce ne fosse stato bisogno — di non avere capito niente per l’ennesima volta (cfr. articolo del 2011, QUI).

Dopo la chimera delle “primavere arabe” fomentate da vari paesi dell’Occidente per puro amor di petrolio, a uno a uno i cattivi dittatori sono stati fatti fuori dopo girandole di “bombe intelligenti” con le quali — sempre certi paesi occidentali detti civili — avrebbero dovuto esportare la democrazia in quei territori. Così hanno fatto pendere dalla forca Saddam Hussein, però, lungi dal giungere la democrazia, quel paese divenne teatro di stragi per opera di terroristi islamisti. Hanno fatto fuori Gheddafi, però, lungi dal giungere la democrazia, quel paese è divenuto un mattatoio a cielo aperto in mano ai terroristi islamisti.

Nella notte tra sabato e domenica i ribelli guidati dal sanguinario gruppo jihadista Hayat Tahrir al-Sham sono entrati a Damasco, facendo cadere il regime di Bashar al Assad che si è salvato la pelle fuggendo in Russia dal suo amico e protettore Vladimir Putin, però, anche in questo caso, lungi dal giungere la democrazia il potere è stato preso dal temibile Abu Muhammad al Jolani che da tempo intende creare una Repubblica Islamica.

I vincitori hanno già dato inizio al loro sport preferito: la caccia al cristiano. Ma noi siamo fiduciosi, perché adesso provvederanno il Sommo Pontefice Francesco assieme al Grande Imam del Cairo, tra baci e abbracci, a fermare le inevitabili mattanze di cristiani, ricordando agli assatanati e sanguinari islamisti quanto siamo Fratelli tutti.

Abbracciare un singolo Imam non vuol dire dialogare e tanto meno accordarsi con l’Islam, che non è un fenomeno unitario governato da una autorità centrale, ma un sistema socio-politico-religioso estremamente frammentato da correnti interne in lotta tra di loro sin da quando il Califfo Abū Bakr succedette a Maometto. Motivo questo per il quale in Italia, dove i musulmani presenti sono circa un milione e mezzo, le varie correnti che formano le diverse comunità islamiche non sono mai riuscite a presentarsi in modo unitario per stilare un accordo con lo Stato. E questo, in sé e di per sé, dovrebbe dire tutto, a chi pensa di risolvere certi problemi, spesso colorati persino di sangue cristiano, tra baci e abbracci.

    Velletri di Roma, 9 dicembre 2024

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I Padri dell’Isola di Patmos

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La diagnosi ginecologica del Dottor Luca: «Ed ecco, concepirai nel grembo»

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

LA DIAGNOSI GINECOLOGICA DEL DOTTOR LUCA: «ED ECCO, CONCEPIRAI NEL GREMBO»

Un’antica tradizione, che risale all’Apostolo Paolo, riporta che Luca fosse un medico. Una persona, dunque, più adatta di altri a raccontare lo speciale concepimento; infatti San Luca fa valere qui tutta la sua sapienza, forse anche quella professionale, ma soprattutto quella teologica.

 

 

 

 

 

 

 

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Il brano dell’Annunciazione, che è anche quello della Vocazione di Maria, è uno dei più belli e profondi del Vangelo di Luca. Ma anche uno dei più complessi e difficili.

Un’antica tradizione, che risale all’Apostolo Paolo (Col 4, 14), riporta che Luca fosse un medico. Una persona, dunque, più adatta di altri a raccontare lo speciale concepimento; infatti San Luca fa valere qui tutta la sua sapienza, forse anche quella professionale, ma soprattutto quella teologica. Leggiamo il brano.

«In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: “Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te”. A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: “Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine”. Allora Maria disse all’angelo: “Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?”. Le rispose l’Angelo: “Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio”. Allora Maria disse: “Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola”. E l’Angelo si allontanò da lei» (Lc 1,26-38).

L’Arcangelo Gabriele viene inviato da Dio per comunicare alla Vergine Maria l’annuncio dell’Incarnazione ormai prossima. A Maria, promessa sposa di Giuseppe, viene annunciato che diventerà verginalmente la madre del Figlio di Dio. Il testo ci dice che Dio aveva già preparato Maria da molto tempo per questa sua missione, in quanto Ella aveva sperimentato di essere stata «resa gradita» (κεχαριτωμένη, Kexaritoméne) a Dio, mediante l’influsso della grazia. Questo è il vero senso di quel «gratia plena», che ancora oggi recitiamo nella preghiera dell’Ave Maria, ma spesso senza comprenderne appieno il significato. Il participio perfetto passivo del verbo karitoo indica che si tratta di un’azione passata della grazia su Maria, un’azione dunque anteriore all’Annunciazione, per mezzo della quale Maria aveva sentito di essere interiormente orientata verso un evento futuro ancora sconosciuto. San Tommaso d’Aquino lo spiega dicendo che aveva sperimentato in sé un profondo «desiderio di verginità»; così pure per San Bernardo di Chiaravalle la grazia di Maria era «la grazia della verginità». Orientata da quella grazia Maria era stata preparata a questo giorno: diventare la madre del Figlio di Dio incarnato, ma in un modo verginale.

Un parto simile appare paradossale e difficile da credere, forse anche solo immaginare. Eppure San Luca, nel testo evangelico, ci offre importanti indizi perché noi possiamo accogliere questa verità, come tutta la Tradizione ci insegna. Vediamo da vicino il verso di Lc 1,31 che recita in greco: «Ed ecco, concepirai nel grembo». Questa aggiunta, «nel grembo», è singolare, poco notata e spesso non tradotta, come abbiamo visto nel testo della CEI che si proclama in chiesa oggi. Non c’è in quanto sembra un’integrazione pleonastica, poiché è evidente che una donna concepisca sempre nel grembo. Eppure l’inizio del verso ben si integra nell’insieme della descrizione dei tre momenti:

  1.  Concepirai nel grembo;
  2.  partoriraiun figlio;
  3.  gli porrai nome Gesù.

Solo Maria, in tutta la Scrittura, riceve l’annuncio che il suo concepimento si farà integralmente «nel grembo», sarà quindi completamente interiore e perciò sarà un concepimento verginale. Vediamo perché.

Il versetto rimanda chiaramente alla profezia di Isaia 7, 14 (Versione dei LXX), ripresa anche da Matteo (1,23) durante l’annuncio a Giuseppe in sogno:

«Ecco la vergine avrà nel grembo e darà alla luce un figlio e chiameranno il suo nome Emmanuele».

In San Luca, trattandosi di un dialogo fra l’Angelo e Maria, si usa la seconda persona (concepirai) e il soggetto è chiaramente Maria, non più la vergine di Isaia o di San Matteo. Anche perché all’inizio del brano, fra l’altro, era già stato detto chiaramente due volte che Lei era «una vergine, promessa sposa»; e che «la vergine si chiamava Maria». Ma la cosa più sorprendente è l’uso da parte di Luca del verbo. Non più «avrai nel grembo» come in Isaia e Matteo, ma «concepirai nel grembo». Un’espressione nuova che va nella direzione di escludere ogni partecipazione maschile, perciò umana, da questo concepimento. Nell’Antico Testamento una donna «riceve nel grembo» (Is 8, 3) il seme maschile, oppure «ha nel grembo» (Gn 38, 25) dopo un rapporto con un uomo. Ma qui in Luca è chiaramente escluso dalle parole di Maria: «Non conosco uomo» (Lc 1, 34) e cioè «sono vergine». Per questo San Luca preferisce usare il verbo «concepire» (sullambánein), anch’esso molto frequente nell’Antico Testamento, però sempre senza l’aggiunta «nel grembo». L’Evangelista infatti adopera due volte il verbo «concepire», con l’aggiunta apparentemente superflua di «nel grembo» e lo fa unicamente riferendosi a Maria. Non lo fa, per esempio, con Elisabetta (Lc 1, 24.36); per Maria invece si, in questo brano e in Luca 2,21:

«…come era stato chiamato [Gesù] dall’Angelo, prima di essere stato concepito nel grembo».

Sembrano solo parole, eppure qui Luca sta dicendo che il concepimento di Maria sarà vero, corporale, come lascia intendere la ripresa dell’antico verbo: concepire; eppure sarà nuovo, unico e diverso per Maria, ovvero senza concorso umano, maschile, totalmente verginale. Richiedeva cioè una «potenza» diversa, un’azione fecondante di tipo spirituale. È quanto l’Angelo spiegherà a Maria a fronte della sua vera obiezione:

«Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio» (v. 35).

Mi scuso se, data l’odierna Solennità, non mi sono soffermato sul Dogma dell’Immacolata Concezione, sul suo significato storico e teologico, sul peccato originale per esempio, come spesso si fa. Mi è sembrato più opportuno e avvincente soffermarmi sulle basi scritturistiche da cui tutto scaturisce come una sorgente. Si nota, infatti, nel brano odierno del Vangelo della Solennità, una bella continuità. Dal verso di Lc 1, 28, dove alla Vergine viene dato il titolo di «gratia plena», sappiamo che Maria, da molto tempo, è stata preparata dalla grazia alla sua missione futura. Al momento dell’Incarnazione, l’Angelo le porta il grande e nuovo messaggio: il suo prossimo concepimento si realizzerà «nel grembo», cioè senza concorso umano. Sarà quindi un concepimento verginale, effettuato in Lei dallo Spirito Santo. La Sua Immacolata Concezione è perciò mirabilmente descritta dalla lunga preparazione della grazia in Maria in vista dell’Incarnazione, «nel suo grembo», del Figlio di Dio. C’è quindi una perfetta continuità ben presentata dall’Evangelista Luca. Maria, piena di Grazia, dopo aver «concepito» e partorito «santamente» (v. 35) suo figlio sotto l’azione dello Spirito Santo, può presentarlo agli uomini come Figlio di Dio, il cui nome è Gesù. Questo è il mistero grande che finalmente è rivelato agli uomini. Ma al centro di tutto il racconto sta la Vergine Maria.

In questo senso risultano appropriate le parole del Vescovo Andrea di Creta (+740) riferite a Maria:

«Il corpo della Vergine è una terra che Dio seminò, le primizie della materia adamitica divinizzata da Cristo, l’immagine che rassomiglia alla bellezza primitiva, l’argilla modellata dalle mani dell’artigiano» (Omelia 1 sulla Dormizione della Beata Vergine Maria (PG 97,1068).

Dall’Eremo, 8 dicembre 2024

Solennità della Beata Vergine Maria Immacolata

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Grotta Sant’Angelo in Ripe (Civitella del Tronto)

 

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Forse neppure la Vergine Maria elaborò il lutto per la morte del figlio, può esserci riuscita la madre di Carlo Acutis?

FORSE NEPPURE LA VERGINE MARIA ELABORÒ IL LUTTO PER LA MORTE DEL FIGLIO, PUÒ ESSERCI RIUSCITA LA MAMMA DI CARLO ACUTIS?

La mamma di Carlo Acutis se ne va girando a fare conferenze sul figlio santo morto a 15 anni nel 2006 per una leucemia fulminante. Siamo alla tragicommedia? Certo che no, siamo solo alla comprensibile tragedia di una madre che ha scelto un modo insolito per cercare di elaborare il lutto del figlio.

—Attualità ecclesiale—

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Debbo eterna riconoscenza ai miei due principali formatori: Peter Gumpel S.J. (Hannover 1923 – †Roma, 2022) e Paolo Molinari, S.J (Torino 1924 – †Roma 2014) che per mezzo secolo diressero la postulazione generale della Compagnia di Gesù e che mi istruirono anche alla postulazione delle cause dei Santi. Non parliamo di tempi remoti, ma di un’epoca in cui non andavano ancóra di moda le cosiddette “postulatrici-vamp” laureate utriusque iuris alla Pontificia Università Lateranense, che cambiano compagni alla stessa maniera in cui cambiano i vestiti griffati e che assieme ai “manager postulatori”, anch’essi laici, sono capaci a spillare cifre da capogiro alle suorine di qualche congregazione in agonia, ma dotata di cospicuo patrimonio, che ignare di essere ormai alla porta d’ingresso del centro di cremazione, che affiderà in breve le loro ceneri alla storia, a tutti i costi vogliono beata o santa la fondatrice.

il teologo e storico del dogma Peter Gumpel, S.J. (1923 – 2022)

Mi trovavo all’indimenticabile terzo piano della curia generalizia della Compagnia di Gesù, al civico 4 di Borgo Santo Spirito, dove credo d’aver preso alcune delle decisioni più fondamentali della mia vita, a partire dalla più importante: diventare prete. Correva il mese di settembre dell’anno 2011, stavo aiutando Padre Peter Gumpel in alcuni lavori legati a certi documenti della causa di beatificazione di Pio XII, quando durante una pausa mi narrò che grandi furono le riserve da parte di diversi esperti per la beatificazione, poi a seguire per la canonizzazione di Maria Goretti, perché erano sempre in vita familiari diretti: fratelli e sorelle, ma soprattutto la madre Assunta. A tal guisa Padre Peter mi narrò:

«Benché la cosa non sia nota, prima di procedere alla beatificazione, avvenuta 45 anni dopo la morte della martire — non sei anni dopo come oggi si usa fare con i Romani Pontefici —, fu richiesta alla madre, ai fratelli e alle sorelle la promessa che avrebbero condotto una vita riservata e non avrebbero mai fatto racconti e rese pubbliche testimonianze sulla figlia e la sorella, perché quanto c’era da dire aveva provveduto a dirlo la Chiesa e se qualcosa fosse stato necessario aggiungere o integrare, avrebbe provveduto sempre la Chiesa stessa».

Mamma Assunta, coi fratelli e le sorelle della famiglia Goretti, si attennero a quanto richiesto dall’Autorità Ecclesiastica e nessuno: giornalista, scrittore, studioso o semplice curioso ha mai carpito loro una parola oltre quanto narrato dalla Chiesa sulla vicenda della martire adolescente.

La mamma di Carlo Acutis se ne va girando a fare conferenze sul figlio santo morto a 15 anni nel 2006 per una leucemia fulminante, senza che nessuna Autorità Ecclesiastica l’abbia invitata alla massima discrezione, tutt’altro, la stimolano in tal senso! Siamo alla tragicommedia? Certo che no, siamo solo alla comprensibile tragedia di una madre che ha scelto un modo insolito per cercare di elaborare il lutto del figlio; un lutto che non potrà mai essere elaborato, soprattutto da parte di una madre, tanto innaturale è la perdita di un figlio per i genitori.

La prova di quanto testé affermato si trova impressa nel vocabolario: un figlio che perde i genitori è un orfano, una moglie che perde un marito è una vedova, un marito che perde la moglie è un vedovo. Un genitore che invece perde un figlio, che cos’è, con quale termine è definito? Sul vocabolario non esiste neppure un termine per definire un genitore che perde un figlio, con buona pace delle correnti di certa psicologia selvaggia che parlano della elaborazione del lutto per la morte del figlio.

Chissà, forse neppure la Beata Vergine Maria elaborò il lutto per la morte del figlio. Comprese i piani divini, acquisì la consapevolezza — non sappiamo quando e attraverso quale processo graduale nel corso del tempo — che il figlio da lei messo al mondo era il Verbo di Dio incarnato «generato non creato della stessa sostanza del Padre», che si offrì come agnello immolato per lavare i peccati del mondo.

L’elaborazione del lutto del figlio è però altra cosa, persino per la Beata Vergine Maria, che pur essendo madre del Dio incarnato morto e risorto, per quanto nata senza peccato originale e assunta in cielo dopo essersi assopita, era comunque una creatura creata, era umana, non divina. Così come creatura creata è la mamma di San Carlo Acutis, che non è l’Immacolata Concezione.  

 

dall’Isola di Patmos, 7 dicembre 2024

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L’uomo contemporaneo cambia le parole per cancellare le proprie paure

L’UOMO CONTEMPORANEO CAMBIA LE PAROLE PER CANCELLARE LE PROPRIE PAURE

Prendiamo la figura pubblica di un cattolico, perché se per disgrazia prendessimo come esempio qualche altro, Dio non voglia che fosse poi un appartenente alla specie protetta dei gay, finiremmo alla sbarra del tribunale per body shaming con l’aggravante dell’omofobia. Ciò detto: Mario Adinolfi non è obeso, ma diversamente magro.

Il cogitatorio di Ipazia

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Autore Ipazia Gatta Romana

Autore
Ipazia Gatta Romana

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In passato ciechi e sordi hanno vissuto situazioni di dolore e disagio, oggi non più, perché da quando sono stati rinominati “non vedenti” e “non udenti” la loro condizione è cambiata.

Mario Adinolfi, diversamente magro (cliccare QUI per accedere alla sua intervista)

Una volta la parola “aborto” richiamava la soppressione di un essere umano innocente nel ventre materno. Oggi le anime sante dei bimbi battezzati nel sangue dai ferri degli abortisti giungono martiri nel Paradiso felici, perché non sono stati abortiti, ma sottoposti a Interruzione Volontaria di Gravidanza, che non si chiama neppure più così, ma IVG, che nella lingua parlata suona: ivvuggì.

Prendiamo come esempio la figura pubblica di un cattolico, perché se prendessimo qualche altro, Dio non voglia un appartenente alla specie protetta dei gay, finiremmo alla sbarra del tribunale per body shaming con l’aggravante dell’omofobia. Ciò detto: Mario Adinolfi non è affatto obeso, ma diversamente magro.

Aggressive e violente più di quanto mai lo siano stati gli uomini, quantunque impegnate a rompere le palle con la gran balla del “patriarcato” in una società di antropologica impostazione matriarcale, dove l’antico Diritto Romano riconosceva legittimi cittadini i nati da madre romana e non certo i nati da patriarcale padre romano, le donne, una volta, solevan dire «quant’è brutto!», oggi non più, si è diversamente belli.

Una che non ha un seno prorompente come Sofia Loren nello splendore dei suoi trent’anni, non è una donna col seno piatto, è una diversamente maggiorata.

La patologia da micro-pene è stata cancellata da urologi e andrologi dall’elenco delle patologie cliniche, oggi si è diversamente dotati. Degli specialisti italiani proposero a un convegno europeo la dicitura “diversamente Rocco Siffredi”, ma quei bigotti degli urologi nord-europei infarciti di puritanesimo calvinista la rifiutarono.

Non si è più vecchi, ma diversamente giovani, né si è più scemi, ma diversamente intelligenti. Non esistono più i poveri, ma i diversamente ricchi …

Disse Tizio a Caio: «Mio padre è morto di cancro». Caio disapprovò quel modo di esprimersi, ed avendo perso anch’egli il padre precisò che il suo era «venuto meno» e che la sua «scomparsa» avvenne a seguito di una neoplasia.  

In una società terrorizzata dal dolore, dal decadimento fisico, dalla vecchiaia, dalla malattia e dalla morte, basta cancellare certi termini dal lessico corrente, perché in fondo, con le parole, ciascheduno se pija perculo come mejio vo’, come se dice dalle parti mie

dall’Isola di Patmos, 1° dicembre 2024

 

Beata Vergine Maria Gattara, protettrice dei gatti cattolici

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Et adventum salvatoris nostri Iesu Christi

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

ET ADVENTUM SALVATORIS NOSTRI IESU CHRISTI

La prima domenica di Avvento è la porta d’ingresso di un nuovo anno liturgico, stavolta designato con la lettera «C», nel quale i brani evangelici della domenica saranno tratti dal Vangelo di Luca …

 

 

 

 

 

 

 

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La prima domenica di Avvento è la porta d’ingresso di un nuovo anno liturgico, stavolta designato con la lettera «C», nel quale i brani evangelici della domenica saranno tratti dal Vangelo di Luca.

Questo scritto costituisce la prima parte di un’unica opera, la seconda della quale sono gli Atti degli Apostoli. Costruendo questo complesso letterario Luca ha voluto mostrare che la vita della Chiesa è radicata in Cristo e trova in lui il suo centro di gravità. Non a caso gli Atti iniziano riassumendo così il terzo Vangelo:

«Nel primo racconto, o Teofilo, ho trattato di tutto quello che Gesù fece e insegnò dagli inizi fino al giorno in cui fu assunto in cielo, dopo aver dato disposizioni agli apostoli che si era scelti per mezzo dello Spirito santo» (At 1,1-2).

E tra «ciò che Gesù fece e insegnò» vi è il discorso escatologico, quello sulle cose ultime, da cui è tratta la pericope di questa prima domenica di Avvento. Leggiamola:

«In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria. Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina. State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo» (Lc 21,25-28.34-36).

Il capitolo 21 del Vangelo lucano, costruito attorno al discorso escatologico del capitolo 13 di Marco, è un esempio di quel genere letterario presente anche in altri scritti del Nuovo Testamento e in particolare nell’ultimo libro del canone cristiano: l’Apocalisse. È una modalità di presentare la realtà che non ci deve spaventare, ma nemmeno distoglierci dal messaggio che porta e a volte cela. Per trovare un paragone musicale, è come il Dies irae della Messa da Requiem di Verdi. Dapprima intervengono tutti gli archi ed emergono le percussioni, tamburi e grancasse. Poi cessano improvvisamente il suono ed ecco, finalmente, il senso di quanto è stato eseguito:

«Vegliate e pregate in ogni momento, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che deve accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo» (Lc 21,36).

Tutto questo movimento, nel brano odierno, prende avvio da un apparentemente innocuo apprezzamento fatto da alcuni discepoli, al v. 5: «Mentre alcuni parlavano del tempio e delle belle pietre e dei doni votivi che lo adornavano, [Gesù] disse:

«Verranno giorni in cui, di tutto quello che ammirate, non resterà pietra su pietra che non venga distrutta».

Così Gesù anziché sintonizzarsi sulla questione estetica della bellezza del tempio inizia un discorso escatologico sulla rovina di esso e di Gerusalemme, sulle catastrofi cosmiche e sul ritorno del Figlio dell’Uomo che copre l’intero capitolo fino al versetto sulla vigilanza cui abbiamo accennato, che lo chiude.

In tutto questo discorso Gesù spiega che la distruzione del tempio non è segno della fine del mondo (Lc 21,5-9), ma inizio dei «tempi delle genti» (cfr. καιροὶ ἐθνῶν di Lc 21,24), che sono poi i tempi della storia, i quali avranno termine con la venuta del Figlio dell’uomo. San Luca accenna rapidamente alla parusia – «Allora vedranno il Figlio dell’Uomo venire su una nube con grande potenza e gloria» (Lc 21,27) – poiché preferisce piuttosto soffermarsi sulle reazioni degli uomini dinanzi agli eventi escatologici. Se l’accento è posto sulla storia, perché è il luogo in cui il credente è chiamato a sperare, vigilando e pregando, in mezzo alle tribolazioni, la venuta gloriosa del Signore è vista da Luca framezzo le reazioni che produce sugli uomini. Gli eventi catastrofici nella natura o nella storia, in cielo o sulla terra, che saranno motivo di angoscia e smarrimento, di attesa ansiosa, di paura e morte per tanti uomini; per i credenti, invece, potranno essere il segno dell’avvicinarsi della salvezza: «Risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina» (Lc 21,28). Sollevare la testa significa anche alzare gli occhi e vedere ciò che a molti resta invisibile, quella salvezza che avanza tra le tribolazioni che si dipanano nel tempo. Quel «Regno» che emerge da dietro le macerie della storia, fondato sulla promessa del Signore che resta salda anche nell’accumularsi delle rovine «sulla terra» (Lc 21,25). Nessun pessimismo dunque, nessun far coincidere le catastrofi naturali e storiche per quanto devastanti, come le guerre, le pandemie, le crisi ecologiche, con la fine del mondo, ma anche nessun cinismo, nessuna fuga dai dolori e dalle assurdità del reale per rifugiarsi in una visione spiritualistica o ingenuamente ottimista.

Per San Luca tutti, credenti e non, sono sottomessi al rischio di essere soverchiati e schiacciati dagli eventi che devono succedere, soprattutto i credenti se non veglieranno e non pregheranno (cfr. Lc 21,34). Le paure collettive, le angosce planetarie che schiavizzano uomini e donne, rendendoli preda di ciò che potrà accadere – «gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra» (Lc 21,26) – costituiscono un dramma escatologico che investe l’intero ecumene (oikouméne: Lc 21,26 cfr. «la faccia di tutta la terra» di Lc 21,35), anche i discepoli.

L’esortazione alla vigilanza allora (Lc 21,34.36) è anzitutto appello alla lucidità, alla sobrietà, a non cercare vie di stordimento e immunizzazione dal peso e dal dolore della realtà e a non lasciarsi ottundere dal «rumore» degli eventi e anche dalla seduzione di certa narrazione, che approfitta delle paure e delle angosce per stravolgere la realtà presentandone una alternativa, come abbiamo sperimentato durante il periodo della pandemia o adesso con le guerre in corso. Vale la pena ripetere; questi eventi catastrofici che saranno colti come segno di «fine» da tanti e quindi motivo di smarrimento, angoscia, paura e morte per molte persone, per i credenti potranno essere segno dell’avvicinarsi della salvezza e nuovo inizio di vita, «perché la vostra liberazione è vicina» (Lc 21,28). Il credente si erge in piedi nell’atteggiamento di chi possiede la speranza nata dalla Risurrezione di Cristo; e forte delle rassicurazioni del Signore intravede il senso di tutto ciò che accade. Ai discepoli che possono lasciarsi sopraffare dalle paure e dalle angosce Gesù ricorda: «Attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita». Sono parole che richiamano quanto il Signore aveva già annunciato in una parabola, riportata nel capitolo 8 di Luca, a riguardo del seme che viene soffocato dalle preoccupazioni.

Termino qui riportando le parole di Papa Benedetto XVI che, commentando questo passo del Vangelo, chiamava in causa la testimonianza cristiana, simile ad una città bene in vista:

«A questo ci richiama oggi la Parola di Dio, tracciando la linea di condotta da seguire per essere pronti alla venuta del Signore. Nel Vangelo di Luca, Gesù dice ai discepoli: “I vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita … vegliate in ogni momento pregando” (Lc 21,34.36). Dunque, sobrietà e preghiera. E l’apostolo Paolo aggiunge l’invito a “crescere e sovrabbondare nell’amore” tra noi e verso tutti, per rendere saldi i nostri cuori e irreprensibili nella santità (cfr. 1Ts 3,12-13). In mezzo agli sconvolgimenti del mondo, o ai deserti dell’indifferenza e del materialismo, i cristiani accolgono da Dio la salvezza e la testimoniano con un diverso modo di vivere, come una città posta sopra un monte. “In quei giorni – annuncia il profeta Geremia – Gerusalemme vivrà tranquilla, e sarà chiamata: Signore-nostra-giustizia” (33,16). La comunità dei credenti è segno dell’amore di Dio, della sua giustizia che è già presente e operante nella storia ma che non è ancora pienamente realizzata, e pertanto va sempre attesa, invocata, ricercata con pazienza e coraggio» (Angelus 2.12.2012).

Dall’Eremo, 1° dicembre 2024

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Grotta Sant’Angelo in Ripe (Civitella del Tronto)

 

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