Senza la pace di Cristo, presto l’Europa sarà morta e sepolta sotto le macerie della falsa pace del mondo [in appendice: la bandiera mariana dell’Unione Europea]

L’Angolo di Girolamo Savonarola: omiletica cattolica in tempi di vacche magre

SENZA LA PACE DI CRISTO, PRESTO L’EUROPA SARA MORTA E SEPOLTA SOTTO LE MACERIE DELLA FALSA PACE DEL MONDO

[IN APPENDICE: LA BANDIERA MARIANA DELL’UNIONE EUROPEA] 

.

Se non ricordo male, domani si vota per le elezioni europee, sinceramente non ho ascoltato le raccomandazioni date dal comitato elettorale della Conferenza Episcopale Italiana né da quello della Segreteria di Stato della Santa Sede, perché avevo di meglio da fare, incluso pregare per le sorti del nostro vecchio, glorioso e amato Continente, a proposito del quale mi torna a mente una frase lapidaria lanciata dal Cardinale Giacomo Biffi agli inizi del Secondo Millennio: «L’Europa, o sarà di nuovo cristiana o non lo sarà più».

.

.

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

.

.

PDF  articolo formato stampa

 

.

.

Laudetur Jesus Christus !

.

sono stati numerosi i devoti cattolici che attraverso i mezzi telematici mi hanno inviata questa vignetta, inclusi numerosi sacerdoti e religiosi, cosa questa che dovrebbe far riflettere coloro che non vivono, come noi, nella reale Isola di Patmos, ma nella irreale Isola che non c’è

In questa VI domenica di Pasqua, il Vangelo ci offre un brano dell’Evangelista Giovanni [Liturgia della Parola: QUI], il discepolo prediletto dal Signore. Colui che rimase sotto la croce con la Beata Vergine, mentre «tutti i discepoli abbandonatolo fuggirono» [Mt 26, 56; Mc 14, 50]. Sotto quel supplizio — sul quale il Cristo straziato nel corpo non era affatto un bel santino iconografico, né la figura linda raffigurata in pitture e sculture —, avviene lo straordinario atto di affidamento:

.

«Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: “Donna, ecco il tuo figlio!”. Poi disse al discepolo: “Ecco la tua madre!”. E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa» [Gv 19, 26-27].

.

Poco prima, Cristo, pietra angolare [cf. Mt 21, 42; Mc 12, 10; Lc 20, 17], aveva edificata la Chiesa nascente su Pietro con un’espressione spesso male intesa, forse oggi più di ieri: «Pietro, tu sei pietra, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa» [Mt 16, 18]. Frase che può essere compresa solo capendo a chi si riferisce Cristo Signore indicando «su questa pietra». Se infatti non si comprende che la pietra fondante è Cristo Dio, sulla quale Pietro è appoggiato come pietra, si può correre il rischio di cadere nella pietrolatria. È per ciò bene ricordare che Pietro, di Cristo, è il vicario sulla terrà, non il successore. Chiunque avesse dubbi in proposito, legga le parole del Beato Apostolo Paolo:

.

« […] edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, e avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù» [Ef 12, 20].

.

Col giovane Giovanni e col maturo Pietro, abbiamo due figure quasi antitetiche di Apostoli: il primo, sotto la croce con la Beata Vergine e con una Santa ex prostituta convertita e redenta, il secondo che scappa per primo in testa agli altri Discepoli e che poco dopo rinnega Cristo per tre volte; e lo fa prima giurando, poi persino imprecando [cf. Mt 26, 74].

.

Il Vangelo del Beato Evangelista Giovanni è noto anche come il Vangelo della gioia e dell’amore, benché nelle sempre più stravaganti catechesi e nelle omelie sempre più scialbe, non si precisi — o forse, ahimè, proprio non si conosca! —, che questo giovane, tal era all’epoca, ha goduto delle particolari cure spirituali da parte del Divino Redentore, in seguito ha vissuto buona parte della sua esistenza con la Immacolata Concezione, la Mater Dei, da noi venerata anche come Mater Ecclesia

.

Cristo Signore ha affidata la Chiesa nascente alla guida del più limitato degli Apostoli, forse affinché Pietro potesse incarnare anche tutte quelle fragilità, debolezze e miserie umane ch’egli non tarda a manifestare, seguitando a manifestarle anche nella vecchiaia, per esempio quando a Roma, sotto le persecuzioni di Nerone, sta dandosi alla fuga per l’ennesima volta. Però, come sappiamo, sulla Via Appia gli apparve il Cristo, al quale Pietro domanda: «Quo vadis Domine?» [dove vai, Signore?»]. Risponde Cristo: «Eo Romam, iterum crucifigi» [vado a Roma per essere crocifisso di nuovo]. A quel punto Pietro tornò indietro, morendo poco dopo martire sul Colle Vaticano, dove si trovava sia il luogo delle esecuzioni, sia il circo di Nerone. Sotto certi aspetti un po’ come oggi: perché il Vaticano è un luogo di esecuzioni “misericordiose” e al contempo un circo. E in quel luogo di esecuzioni e di giochi circensi, Pietro si santificò col martirio; e come lui chiunque lo voglia può santificarsi oggi, inclusi i Successori di Pietro.

.

Forse con due millenni d’anticipo, sotto la croce Cristo affida al giovane e amato Giovanni la Madre Chiesa straziata dal dolore, mentre colui che l’ha voluta come sposa dell’Agnello [cf. Ap 19, 7-8], agonizza affisso ad un palo con quattro chiodi ed una corona di spine sulla testa.

.

Assieme alla Chiesa nascente, Cristo ha lasciato agli Apostoli anche qualcos’altro di molto prezioso: la sua pace, che è elemento centrale di questo brano evangelico redatto dalla giovannea aquila. A tal proposito Cristo precisa:

.

«Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbiate timore» [Gv 14, 27].

.

La dualità tra Cristo e il mondo, torna ad affiorare tra queste righe, dinanzi alle quali dovremmo anzitutto interrogarci: ma che cos’è veramente la pace di Cristo, che, rispetto a quanto Lui ci dice, appare del tutto antitetica, rispetto alla pace del mondo?

.

La pace del mondo, o se preferiamo la falsa pace, è quella che non rigetta il peccato, ma che anzi lo accoglie trasformandolo in bene, in preziosa diversità da accogliere, in diritto e in valore supremo. Volendo potremo riassumere il tutto con uno striscione che durante la Marcia per la Vita del 23 maggio è stato affisso a Roma da un gruppo di femministe indiavolate con su scritto: «La legge 194 non si tocca, le donne sono libere di abortire in santa pace!».

.

Ecco la pace del mondo: il “diritto” ad uccidere creature innocenti, il “diritto” all’eutanasia, od il “diritto” dell’utero in affitto, affinché due gay possano fabbricarsi il loro bimbo giocattolo. O forse, il mondo, può essere per caso così “crudele” da togliere a siffatto modello di coppia così felice questa “meritata” pace?

.  

La pace di Cristo risiede nella verità e nella giustizia, dalla quale nascono le espressioni più profonde di carità. Ma soprattutto, la pace, è Cristo stesso che è via verità e vita [cf. Gv 14, 6], che della pace è fonte e datore [Ef 2,14]. 

.

Accomiatandosi dai Discepoli prima della passione, Gesù lascia loro la sua pace [Gv 14,27], ed in seguito, una volta risorto dalla morte, torna a offrire il dono supremo della sua pace salutandoli: «Pace a voi!» [Lc 24,36; Gv 20,19-21.26]. La pace di Cristo si ottiene attraverso la riconciliazione con Dio Padre, dalla quale nasce poi la riconciliazione con i fratelli [cf. Mt 6,12], affinché questa cristologica pace possa essere estesa a un mondo rinnovato dal Cristo che mediante la grazia dello Spirito Santo ci purifica e ci santifica. Dunque, ogni volta che noi sacerdoti apriamo le braccia e diciamo «Pax vobiscum» [la pace sia con voi], in quel momento siamo Cristo che vi dona la Sua pace e che vi inviata nella Sua pace.

.

Se non ricordo male, domani si vota per le elezioni d’Europa, sinceramente non ho ascoltato le raccomandazioni date dal comitato elettorale della Conferenza Episcopale Italiana né da quello della Segreteria di Stato della Santa Sede, perché avevo di meglio da fare, incluso pregare per le sorti del nostro vecchio, glorioso e amato Continente, a proposito del quale mi è ritornata alla mente una frase lapidaria lanciata dal Cardinale Giacomo Biffi agli inizi del Secondo Millennio: «L’Europa, o sarà di nuovo cristiana o non lo sarà più».

.

Tante altre cose mi sono tornate a mente, vorrei ricordarle in breve a chi pare privo di memoria storica. Anche perché non si tratta di tornare indietro di secoli, ma solo di pochi decenni …

.

… negli archivi dell’ex Sant’Uffizio e in quelli di molti tribunali ecclesiastici diocesani d’Italia, sono sempre conservati atti nei quali diversi sacerdoti sono stati canonicamente sanzionati anche e solo per sospette simpatie verso il vecchio Partito Comunista Italiano. Ebbene, in queste ultime settimane abbiamo dovuto assistere all’autentico sconcio dei nostri Vescovi — ma quel che è peggio della Santa Sede —, che sono entrati a gamba tesa nella campagna elettorale per sostenere il Centro-Sinistra, erede molto annacquato del vecchio Partito Comunista Italiano. Infatti, mentre i vecchi comunisti, tanto agguerriti quanto coerenti, parlavano di proletariato e di classe operaia, portando avanti molte giuste rivendicazioni a tutela delle classi più deboli, i loro nipotini piddini, — quelli sostenuti dal nostro episcopato, per intendersi —, li troviamo invece all’ora dell’aperitivo nei caffè di lusso del quartiere Parioli, nei super attici del centro e nelle ville romane dell’Olgiata.

.

Siccome non tutti sono privi di memoria storica, vorrei ricordare che da adolescente, nell’affatto lontano 1978, ho visto piangere un anziano parroco che finì fulminato dal Vescovo poiché accusato di essere troppo vicino a circoli comunisti. L’accusa al Vescovo fu presentata da alcuni politici e amministratori democristiani finiti sotto processo per corruzione e poi in galera un ventennio dopo. Detto questo mi sarebbe lecito domandare, sia al comitato elettorale della Conferenza Episcopale Italiana sia a quello della Segreteria di Stato, se sono io che ho capito male, se sono io che mi sono perso qualche passaggio della nostra incredibile evoluzione storico-politica ecclesiastica, oppure: siamo proprio all’appoggio clericale dato ai nipotini incoerenti e viziosamente borghesi di quelli che furono i vecchi e coerenti comunisti italiani? Perché temo che un certo clero politicante, con la nuova Sinistra, condivida un elemento inquietante: una idea di popolo ideologico e onirico totalmente avulsa dal reale, a ben considerare che il popolo non si incontra né nei caffè di lusso dei Parioli, né nei super attici del centro, né nelle ville romane dell’Olgiata, ma neppure nei palazzi delle curie, per quanto oggi ammantate di grande pauperismo con i loro vescovi che indossano croci di legno al collo e che procedono in processione con i bastoni pastorali fatti non più dagli artigiani argentieri ma dai falegnami, il tutto in attesa che cambi vento per poi presentarsi, come se nulla fosse accaduto, con sette metri di cappa magna.

.

Possa l’Europa accogliere la pace di Cristo, perché con la pace del mondo, portata avanti dai nipotini incoerenti dei vecchi comunisti coerenti, presto sarà morta e sepolta, con la benedizione del nostro episcopato italiano.

.

dall’Isola di Patmos, 25 maggio 2018

.

.

NOTA STORICO POLITICA SULLA BANDIERA MARIANA DELL’UNIONE EUROPEA

.

La bandiera dell’Unione Europea rappresenta il velo e il diadema di stelle della Beata Vergine Maria

Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle. [Apocalisse di San Giovanni Apostolo: 12, 1]

.

A chi non lo sapesse ricordo qual è il significato della bandiera d’Europa: il colore blu raffigura il manto della Vergine Maria, le dodici stelle il suo diadema. All’epoca, quando fu costituito il primo nucleo dell’Unione Europea, i politici cattolici, all’insaputa dei protestanti Nord Europei, misero la nascente unione sotto la protezione della Mater Dei.

Se di ciò prenderanno atto laicisti, gay e lesbiche incattivite che pullulano nel Parlamento di Strasburgo, forse faranno un’interpellanza per cambiare bandiera.

Altri ancóra non sanno poi che alle urne si va in questo mese di maggio, che tradizionalmente è il mese dedicato alla Vergine Maria, anche se in molte chiese, in questo mese mariano, svariati vescovi e presbiteri si sono profusi in auguri sperticati di buon Ramadam, anziché lodare la Vergine Santa con la recita del Santo Rosario col quale l’Europa vinse la Battaglia di Lepanto, evitando che la bandiera con la mezzaluna potesse sventolare sulla cattedrale del Vescovo di Roma, il tutto prima ancóra di creare un’unione che ha, come proprio emblema, il manto e il diadema della Madonna …

 .

.

.

«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» [Gv 8,32],
ma portare, diffondere e difendere la verità non solo ha dei
rischi ma anche dei costi. Aiutateci sostenendo questa Isola
con le vostre offerte attraverso il sicuro sistema Paypal:



oppure potete usare il conto corrente bancario:
IBAN IT 08 J 02008 32974 001436620930 
in questo caso, inviateci una email di avviso, perché la banca
non fornisce la vostra email e noi non potremmo inviarvi un
ringraziamento [ isoladipatmos@gmail.com ]

.

.

.

.

.

.

.

L’intima amicizia del Pastore con le sue pecore: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco, ed esse mi seguono»

L’angolo dell’omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

L’INTIMA AMICIZIA DEL PASTORE CON LE SUE PECORE: «LE MIE PECORE ASCOLTANO LA MIA VOCE E IO LE CONOSCO, ED ESSE MI SEGUONO»

.

Proprio come in un cammino di transumanza, ognuno di noi è chiamato ad essere pecora del gregge di Gesù, vale a dire che siamo chiamati a vivere da credenti nella Chiesa di Gesù. In quanto credenti, innanzitutto noi ascoltiamo la Sua Voce: Gesù ci parla nella Parola di Dio e tramite i pastori, in particolare oggi lo fa attraverso l’insegnamento ufficiale cattolico della Chiesa espresso dal Successore di Pietro e dal Collegio degli Apostoli, chiamati a custodire integro e quindi diffondere il deposito della fede.

.

Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

.

.

PDF  articolo formato stampa
.

.

.

Cari fratelli e sorelle,

Pastore sardo, opera del pittore Antonio Piras

molto probabilmente tutti conosciamo la poesia I Pastori di G. D’Annunzio:

.

«Settembre, andiamo. È tempo di migrare / Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori lascian gli stazzi e vanno verso il mare / scendono all’Adriatico selvaggio che verde è come i pascoli dei monti».

.

Un’immagine di pastorizia, la transumanza, cioè il cammino verso territori selvaggi e verso alture che danno serenità, riposo e senso di completezza.

.

Questa immagine verso una pace tanto cercata, forse l’abbiamo persa: un po’ perché viviamo in città con luci e suoni che ci distraggono, un po’ perché non capiamo più l’idea di un cammino che, dopo tante fatiche, può darci invece molte soddisfazioni. Però, questa immagine di pastorizia, può farci addentrare nelle letture di questa domenica.

.

Negli Atti degli Apostoli [cf. 13, 46] leggiamo come Paolo e Barnaba si rivolgono agli ebrei:

.

«Era necessario che fosse proclamata prima di tutto a voi la parola di Dio, ma poiché la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna, ecco: noi ci rivolgiamo ai pagani».

.

I due Apostoli rivolgono l’annuncio della vita eterna superando la presenza ebraica e ponendo l’attenzione ai pagani, che erano romani e greci, con una cultura intrisa di filosofia ellenistica. Il messaggio di Cristo allora esce dallo “steccato” giudaico, mostrando come l’annuncio cristiano non è legato un singolo popolo o nazione. Il messaggio di Gesù è universale: tutti siamo chiamati alla vita eterna. Questo implica entrare in un amore più grande, quello del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, per l’eternità.

.

La chiamata alla vita eterna attende una risposta da noi. Il Signore ci lascia liberi anche di rifiutarla, come fecero gli ebrei nel testo degli Atti che abbiamo ascoltato. Ma se invece rispondiamo positivamente, possiamo ora capire in che modo arrivare alla vita eterna.

.

Il Vangelo ci dà una risposta chiara sul cammino da percorrere verso questo traguardo. Leggiamo infatti in San Giovanni:

.

«Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono» [cf. 10, 27].

.

Proprio come in un cammino di transumanza, ognuno di noi è chiamato ad essere pecora del gregge di Gesù, vale a dire che siamo chiamati a vivere da credenti nella Chiesa di Gesù. In quanto credenti, innanzitutto noi ascoltiamo la Sua Voce: Gesù ci parla nella Parola di Dio e tramite i pastori, in particolare oggi lo fa attraverso l’insegnamento ufficiale cattolico della Chiesa espresso dal Successore di Pietro e dal Collegio degli Apostoli, chiamati a custodire integro e quindi diffondere il deposito della fede.

.

Ascoltiamo la voce di Gesù quando facciamo intimamente nostri gli insegnamenti cattolici: credere nelle verità di fede, vivere i precetti della morale o impegnarsi in momenti di preghiera diverrà un ascolto che aprirà il cuore verso il Suo Grande Amore. Dio entrerà nella nostra anima e insieme con Lui ogni momento della vita quotidiana diventerà una gioia.

.

In secondo luogo, come credenti noi seguiamo Gesù: soprattutto lo seguiamo nei momenti di fatica della nostra vita, sapendo che il primo ad aver faticato per noi portando la Croce sul Golgota. Seguire Gesù è sapere che anche quando le miserie della vita sembrano sprofondarci sulle spalle, Lui sarà a sorreggerci.

.

Dall’ascolto e dal seguire Gesù, viene che il fatto che Lui ci conoscerà: questo verbo nel linguaggio originario indica un’intimità profonda, quasi corpo a corpo con Dio. Questo contatto intimo corpo a corpo noi lo viviamo ogni volta che viviamo l’Eucarestia, che infatti è un anticipo della vita eterna, una grandissima amicizia con Dio. E proprio riguardo l’amicizia scriveva Susanna Tammaro:

.

«L’amicizia è uno dei sentimenti più belli da vivere. Ad un tratto ci si vede, ci si sceglie, si costruisce una sorta di intimità».

.

Il Signore ci doni la sua amicizia di entrare nella vita eterna, in una intimità che dona gioia senza fine e capacità di cogliere il senso profondo di ogni giorno.

Così sia.

.

Roma, 12 maggio 2019

.

.

Avviso della Redazione ai Lettori

In questi giorni stiamo ultimando la lavorazione delle bozze di stampa dei primi libri che a breve saranno stampati e distribuiti dalle Edizioni L’Isola di Patmos. Essendo assorbiti da questo lavoro, nel corso delle ultime tre settimane abbiamo dovuto rallentare solo momentaneamente la pubblicazione degli articoli sulla rivista L’Isola di Patmos

.

.

.

.
«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» [Gv 8,32],
ma portare, diffondere e difendere la verità non solo ha dei
rischi ma anche dei costi. Aiutateci sostenendo questa Isola
con le vostre offerte attraverso il sicuro sistema Paypal:



oppure potete usare il conto corrente bancario:
IBAN IT 08 J 02008 32974 001436620930 
in questo caso, inviateci una email di avviso, perché la banca
non fornisce la vostra email e noi non potremmo inviarvi un
ringraziamento [ isoladipatmos@gmail.com ]

.

.

I blog personali dei Padri de L’Isola di Patmos

Club Theologicum

il blog di Padre Gabriele

.

.

.

Sleepers. Dai sognatori alla prostituta pentita, attraverso la via della vera misericordia di Cristo Dio

L’angolo dell’omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

SLEEPERS. DAI SOGNATORI ALLA PROSTITUTA PENTITA, ATTRAVERSO LA VIA DELLA VERA MISERICORDIA DI CRISTO DIO

.

Nella confessione Gesù, tramite il sacerdote, ci dona la Sua fiducia. Quando veniamo assolti, anche noi torniamo liberi dalle catene spirituali che provengono dai peccati commessi. Una volta liberi, Dio pone il suo amore di Padre Misericordioso nel nostro cuore e con fiducia ci esorta: va e donalo. E anche se siamo deboli, e nonostante gli sforzi cadremo di nuovo in altri peccati, non smettiamo mai di chiedere il suo perdono e di aprirci alla Sua fiducia. Diceva infatti lo scrittore Ernest Hemingway: «Il modo migliore per scoprire se ci si può fidare qualcuno è di dargli fiducia».

.

Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

.

.

PDF  articolo formato stampa

.

.

.

Cari fratelli e sorelle.

Locandina del film Sleepers (1996)

il tema del peccato e della colpa che affiora nella pagina del Vangelo di questa V domenica di quaresima [testi della Liturgia della Parola, QUI], fa parte della nostra fede e non sempre è semplice parlarne in modo corretto o semplice. Il grande mezzo televisivo presenta giornalmente realtà che non solo, non aiutano a comprendere il peccato, ma che esaltano proprio, il peccato come stile di vita.

.

Oltre un ventennio fa fu prodotto e distribuito un film che forse qualcuno ricorderà: Sleepers. Il cast è composto da attori di prim’ordine: Robert De Niro, Dustin Hoffman, Kevin Bacon, Brad Pitt e Jason Patric [cf. vedere scheda QUI]. In questo film ambientato nei quartieri popolari americani del 1966, quattro adolescenti compiono una ragazzata, mossi proprio dall’intenzione di commettere una innocua ragazzata, che rischia però di terminare in tragedia. Questa la storia: i quattro, nei pressi dello stadio, fuggono con il carrettino di un venditore di hot dogs, col quale giungono sin davanti alla rampa di scale della metropolitana; il carretto sfugge loro di mano e precipita per le scale, col rischio di uccidere un anziano che stava salendo la rampa. I quattro sono processati e condannati a diciotto mesi di riformatorio.

.

Tutta la trama è un tessuto di violenza e vendetta, compresi abusi sessuali sui minori da parte di diverse guardie carcerarie. Come se questo film volesse dirci che dal male e dalla colpa, non si ha via d’uscita. Sbagliato, invece. Nostro Signore ci insegna come lui stesso ama i peccatori e li aiuta ad uscire dalle loro debolezze. Partendo infatti proprio dalla prima lettura di questa liturgia, leggiamo questo brano profetico:

.

«Ecco, io faccio una cosa nuova: […] Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa» [Is 43, 19].

.

dal film Sleepers: la ragazzata finisce per sfiorare la tragedia …

Il Profeta scrive durante il secondo esodo della schiavitù babilonese, nel VI sec. a.C, quando gli israeliti si stavano liberando dall’oppressione di Babilonia. In questi versetti, Dio conforta gli ebrei e gli indica una strada feconda nel deserto nella steppa. Deserto e steppa sono luoghi in cui donerà il suo fiume, cioè il suo amore vivo e reale. E tutto questo a noi trasmette qualcosa di importante: anche dinanzi alle nostre debolezze comportamentali, che sembrano essere delle dune sabbiose in cui ci perdiamo, non dobbiamo temere di chiedere l’acqua dell’amore di Dio. I difetti insabbiano la bellezza della nostra unicità: non ci scoraggiamo. Anzi, di fronte ad essi affidiamoci a Dio con una preghiera spontanea anche ad alta voce. Dio inoltre è con noi non solo nelle debolezze, ma anche in quelle esperienze di cadute o peccati più gravi.

.

Sleepers, il riformatorio

Nel brano dell’adultera leggiamo che i farisei e gli scribi avevano tentato di far cadere in trappola Gesù con un dilemma, usando a tal fine la tecnica di un artificio retorico che è tipico nei dibattimenti dei processi penali sin dall’epoca dell’antico diritto penale greco e romano. La trappola consiste appunto nella risposta che si attendono gli astanti, vale a dire che: se dici di lapidare la donna, vai contro il tuo insegnamento di amore. Se dici di non lapidarla, vai contro la legge di Mosè e contro il diritto romano, quello applicato all’epoca nella colonia della Giudea. Infatti, pur consentendo Roma la legittimità dei tribunali rabbinici e del Gran Sinedrio su questioni religiose o legate all’antico Tempio, qualora si fosse trattato di emettere certe sentenze di condanna il potere poteva essere esercitato — oppure la condanna approvata eseguita —, solo dal potere romano, esattamente come nel caso della esecuzione della condanna a morte di Gesù Cristo.

.

Dinanzi a questa domanda-trappola, Gesù dà la risposta in modo da superare il dilemma. I farisei non possono applicare la legge mosaica con lei. A questo punto il Signore Gesù può invece applicare l’insegnamento dell’Amore:

.

Sleepers, Rober De Niro, nel ruolo dei parroco dei quattro adolescenti, durante la deposizione in tribunale

«Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata? […] Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più» [Gv 8, 10-11].

.

Notiamo: Gesù si alza in piedi e fa scaturire il suo atto di perdono: amore tenero e tenace verso quella donna. Non le dice affatto che l’adulterio è un atto giusto, comprensibile, accettabile, o da comprendere in virtù delle tendenze o dei costumi sociali dell’epoca. Quel peccato, rimane un grave peccato. Ciò che interessa a Gesù, adesso è vedere negli occhi dell’adultera quel pentimento vero: quando vede lo sguardo pentito, il Signore accoglie la peccatrice nel proprio cuore divino, ed accogliendola distrugge il suo peccato. A quel ponto Gesù si rivolge direttamente alla donna, che si mostra tanto desiderosa d’amore. Adesso può rialzare anche lei e condurla nel suo cuore misericordioso. Il Divin Redentore, distruggendo quel peccato, ha donato alla donna la libertà di camminare sulla via di Dio; e mostrando e donando fiducia a questa donna, fa di lei una sua figlia pentita.

.

Sleepers, Rober De Niro nel ruolo del buon pastore

Così è anche per noi: nella confessione Gesù, tramite il sacerdote, ci dona la Sua fiducia. Quando veniamo assolti, anche noi torniamo liberi dalle catene spirituali che provengono dai peccati commessi. Una volta liberi, Dio pone il suo amore di Padre Misericordioso nel nostro cuore e con fiducia ci esorta: va e donalo. E anche se siamo deboli, e nonostante gli sforzi cadremo di nuovo in altri peccati, non smettiamo mai di chiedere il suo perdono e di aprirci alla Sua fiducia.  Diceva infatti lo scrittore Ernest Hemingway: «Il modo migliore per scoprire se ci si può fidare qualcuno è di dargli fiducia».

.

Il Signore ci doni la gioia del Suo Sguardo pieno di fiducia per essere noi stessi testimoni di una speranza più grande.

.

Così sia!  

.

.

Roma, 7 aprile 2019

.

.

.

Cari Lettori,

in questa pagina potete trovare il Libro delle Sante Messe, se in esso consultate il Calendario Agenda potrete verificare la disponibilità per la celebrazione delle Sante Messe di suffragio per i vostri Defunti 

.

.
«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» [Gv 8,32],
ma portare, diffondere e difendere la verità non solo ha dei
rischi ma anche dei costi. Aiutateci sostenendo questa Isola
con le vostre offerte attraverso il sicuro sistema Paypal:



oppure potete usare il conto corrente bancario:
IBAN IT 08 J 02008 32974 001436620930 
in questo caso, inviateci una email di avviso, perché la banca
non fornisce la vostra email e noi non potremmo inviarvi un
ringraziamento [ isoladipatmos@gmail.com ]

.

.

I blog personali dei Padri de L’Isola di Patmos

Club Theologicum

il blog di Padre Gabriele

.

.

.

Cristo perdona la prostituta pentita dicendole: «Va’ e d’ora in poi non peccare più», non le dice affatto di continuare come prima e più di prima …

L’angolo dell’omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

CRISTO PERDONA LA PROSTITUTA PENTITA DICENDOLE «VA’ E D’ORA IN POI NON PECCARE PIÙ», NON LE DICE AFFATTO DI CONTINUARE COME PRIMA E PIÙ DI PRIMA …

.

«Va’ e d’ora in poi non peccare più» sono parole di Cristo e come tali non possono essere poste in discussione da nessuno, neanche dalla Chiesa e dai suoi ministri. La libertà della misericordia è una libertà divina che non si concepisce se non in relazione alla salvezza delle anime. Dio permette tutto all’uomo, tranne ciò che lo priva della grazia e lo espone alla dannazione. Il divieto che l’uomo deve fare proprio è dunque quello di vivere nel peccato, mai un peccato può essere buono, santo, desiderabile, scusabile, addomesticabile, al passo con i tempi, moderno e via dicendo a seguire.

.

Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

.

.

PDF  articolo formato stampa

 

.

.

Maddalena, ieri e oggi …

La pagina del Vangelo di Giovanni di questa Vª domenica di quaresima [vedere Liturgia della Parola, QUI] è pari forse a quella del Padre Misericordioso, il brano evangelico più famoso e conosciuto. Tant’è ch’è divenuta proverbiale e popolare l’espressione di Gesù: «Chi di voi è senza peccato, scagli la prima pietra».

.

Anche nell’analisi di questo testo e nella sua corretta esegesi, non dobbiamo accontentarci di una lettura misericordista che, pur avendo il merito di accontentare tutti attraverso una rinnovata apocatastasi, rischia di tradire nella sostanza l’insegnamento di Gesù sul peccato e l’autentica prassi sacramentaria della riconciliazione nella Chiesa. Infatti non esiste una lettura esegetica che ammetta il criterio del politicamente corretto o del personalismo, ma l’esegesi autentica è sempre fatta nello Spirito Santo che è colui che guida e orienta alla Verità tutta intera [cf. Gv. 16,13]. Lo stesso Spirito che soffia sulla Santa Chiesa e sui beati maestri e dottori, ci permette di scrutare e apprendere il senso autentico delle sacre pagine del Parola di Dio.

.

Il contesto e l’ambientazione di questo brano evangelico ricorda molto da vicino il tema lucano della misericordia e del perdono che Cristo accorda ai peccatori, ed in modo particolare ad alcune donne problematiche [cf. Lc 7, 36-50; 8,2-3]. La cornice sacrale del Tempio, in cui l’episodio si svolge, sottolinea significativamente la forza dell’autorità di Cristo nell’introdurre una novità nel culto reso al Padre. Non si tratta più di offrire un sacrificio animale come forma di espiazione sacrificale – sulla scorta dell’antico Israele – ma attraverso la strada della misericordia al Signore si rende culto: «Misericordia io voglio e non sacrificio» [cf. Os 6,6; Mt 9,13].

.

il Servo di Dio Padre Oreste Benzi [Rimini 1925 – Rimini 2007]

Il vertice della misericordia è la morte del Figlio di Dio, colui che diventa offerta sacrificale al Padre per i peccati dell’intera umanità, in tutti i tempi:

.

«Era come agnello condotto al macello […] Ma al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori. Quando offrirà se stesso in sacrificio di riparazione, vedrà una discendenza, vivrà a lungo, si compirà per mezzo suo la volontà del Signore» [cf. Is 53,7; 10].

.

La Misericordia divina si raggiunge attraverso il sacrificio del Figlio, per mezzo di Cristo infatti scaturirà nel mondo una discendenza di salvati e graziati che ripudieranno il peccato e il compromesso con il male, per vivere nella libertà dei figli di Dio. Vivere senza peccato non è utopia ma possibilità reale perché è un dono che ci è stato già concesso nella passione e risurrezione di Gesù, è un dono di grazia che va riscoperto. L’uomo non è il suo peccato, ma nemmeno un animale da sella cavalcato da Dio o dal diavolo, come sosteneva l’eresiarca Lutero nel suo sciagurato insegnamento.

.

Capiamo bene: la misericordia che il Signore esercita sul mondo è in vista di una redenzione definitiva dal peccato — la Salus Animarum che la Chiesa nel suo ministero opera —, prosegue nel solco del culto della misericordia, attraverso la quale l’uomo è riscattato. La medicina della misericordia, ha bisogno di verità e di giustizia affinché si raggiunga la salute dell’anima. Sicché l’episodio dell’adultera ci aiuta a comprendere questa prassi divina, oggi tanto disattesa e maltrattata.

.

il Padre Oreste Benzi in visita a San Giovanni Paolo II con una prostituta ammalata di Aids

L’adultera del Vangelo di questa domenica, si ritrova avvinta dal peccato di prostituzione e di adulterio, è una peccatrice pubblica e forse già nota ai suoi accusatori. Essa diviene così strumento e pretesto per accusare Gesù e metterlo a morte come sobillatore della Legge. La donna, in questo contesto, fa l’esperienza della verità e della giustizia umana che purtroppo si dimostrano imperfette.

.

Mosè, sebbene ricordato come il sommo legislatore d’Israele, deve anch’egli prendere atto del peccato e della limitatezza umana e di quella sclerocardia che ostacola di conformare la vita al disegno di Dio, donando la Legge concede anche delle deroghe che la mortificano [cf. Mc 10, 4-5]. La Legge che dovrebbe tutelare l’uomo non salva, non giustifica come ebbe a comprendere bene San Paolo durante la sua predicazione. In Gesù, che è più grande di Mosè, si porta a compimento la legge, perfezionandola attraverso la sua persona: «Avete inteso che fu detto … ma io vi dico» [cf. Mt 5,21-ss].

.

Cristo non intende disquisire contro i suoi nemici, non vuole ascoltare i giudici di una povera donna colpevole, egli vuole anzitutto portare la verità affinché ci sia una autentica giustificazione sia per la colpevole che per i suoi accusatori. Così rovescia la posizione di questi uomini e li costringe a guardare con verità dentro se stessi e a considerarsi in relazione al peccato, a qualunque peccato: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei» [cf. Gv 8,7]. Ora, se la donna è una peccatrice, una che ha trasgredito la Legge, loro possono forse dirsi superiori alla Legge o impossibilitati a trasgredirla? Gesù mette potentemente davanti ai loro occhi una verità sconcertante che l’evangelista Giovanni ci ha già presentato nel capitolo precedente a questa pagina: «Non è stato forse Mosè a darvi la Legge? Eppure nessuno di voi osserva la Legge! Perché cercate di uccidermi?» [cf. Gv 7,19].

.

il Padre Oreste Benzi, un vero prete di strada perché sulla vera strada di Cristo …

Questi uomini non sono immuni dal contagio del peccato, desiderano giustizia, ma non tollerano sottostare davanti alla luce della verità. La fatica di scoprirsi peccatori e il dolore per la scoperta della loro pietosa condizione li conduce ad abbandonare l’atteggiamento di condanna: «udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi» [cf. Gv 8, 9].

.

L’affermazione di Gesù fa scaturire la verità nell’animo di questi uomini e conduce a una giustizia che riequilibra, per loro ci sarà una giustificazione solo nel momento in cui, come il pubblicano al Tempio, si riconosceranno bisognosi di perdono e di purificazione, smettendo di usare la Legge come arma di accusa [cf. Lc 18,13]. Tolti quindi di mezzo gli accusatori «rimasero soltanto loro due: la misera e la misericordia», così Sant’Agostino commenta questo momento. La vicenda della donna non si è chiarita e nemmeno risolta, quale sarà la decisione di Gesù? Anzitutto Gesù la chiama, la mette al centro, vuole nuovamente fare verità affinché si arrivi a una giustificazione. La chiama «donna», le restituisce la dignità che i suoi accusatori gli avevano tolto, lei è una creatura del Padre, non può essere definita dal suo peccato ma dall’amore che Dio ha usato per chiamarla alla vita. La domanda di Cristo insiste sulla mancanza di condanna non sulla colpa: «Nessuno ti ha condannata?», questo avviene ogni volta che ci mettiamo davanti al Signore, il quale non ignora certo il peccato ma desidera che il peccatore stesso si renda conto della sua condizione di infermità desiderando la guarigione.

.

Questa donna non esprime un pentimento visibile, colmo di amore e di commozione come la donna peccatrice del Vangelo lucano [cf. Lc 7,36-50], eppure Gesù utilizza con lei una benevolenza totalmente esagerata contrapposta a quella dei farisei: «Voi giudicate secondo la carne; io non giudico nessuno» [cf. Gv 8,15]. La finale del Vangelo chiarisce il motivo di questo particolare esercizio di benevolenza e di misericordia da parte di Gesù: «Va’ e d’ora in poi non peccare più». Ma che cosa vogliono dire queste ultime parole? Anzitutto, si ribadisce con forza una libertà ottenuta dal peccato che ci raggiunge attraverso la grazia di Cristo e il suo sacrificio: la donna è libera sì di andare, ma non di peccare di nuovo.

.

le figlie riconoscenti …

Ricordiamoci che queste sono parole di Cristo e come tali non possono essere poste in discussione da nessuno, neanche dalla Chiesa e dai suoi ministri. La libertà della misericordia è una libertà divina che non si concepisce se non in relazione alla salvezza delle anime. Dio permette tutto all’uomo, tranne ciò che lo priva della grazia e lo espone alla dannazione. Il divieto che l’uomo deve fare proprio è dunque quello di vivere nel peccato, mai un peccato può essere buono, santo, desiderabile, scusabile, addomesticabile, al passo con i tempi, moderno e via dicendo a seguire. Il peccato è sempre peccato ed è stato la causa di ogni sofferenza del nostro Divin Redentore: «Egli è stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti» [cf. Is 53,5].

.

Cagliari, 7 aprile 2019

.

.

il blog personale di Padre Ivano

.

.

.

.

.

«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» [Gv 8,32],
ma portare, diffondere e difendere la verità non solo ha dei
rischi ma anche dei costi. Aiutateci sostenendo questa Isola
con le vostre offerte attraverso il sicuro sistema Paypal:



oppure potete usare il conto corrente bancario:
IBAN IT 08 J 02008 32974 001436620930 
in questo caso, inviateci una email di avviso, perché la banca
non fornisce la vostra email e noi non potremmo inviarvi un
ringraziamento [ isoladipatmos@gmail.com ]

.

.

 

.

.

.

.

.

Non esistono molteplici case e padri: il Figliol Prodigo torna all’unica casa del solo e vero Padre che è sorgente di grazia e centro del mistero della salvezza

L’Angolo di Girolamo Savonarola: omiletica cattolica in tempi di vacche magre

NON ESISTONO MOLTEPLICI CASE E PADRI: IL FIGLIOL PRODIGO TORNA ALL’UNICA CASA DEL SOLO E VERO PADRE CHE È SORGENTE DI GRAZIA E CENTRO DEL MISTERO DELLA SALVEZZA 

.

Il figliol prodigo torna alla casa del padre dove ad attenderlo non c’è alcuna moda sociologica, soprattutto nessuna correttezza politica. Perché da sempre Dio è fuori da ogni moda, ma soprattutto da ogni umana correttezza politica, perché Dio è totalità senza inizio e senza fine, per questo senza fine è il suo amore, per questo eterna è la sua misericordia, per questo una sola è la sua casa, non molteplici; e l’unica casa dell’unico Padre rimane nei secoli punto di partenza, sorgente di grazia e centro del mistero della salvezza, punto di arrivo e centro perfetto di unità.

.

.

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo.

.

.

PDF  articolo formato stampa

 

.

.

Laudetur Jesus Christus !

.

Il Figliol prodigo, opera dello scultore Arturo Martini, 1927 [Casa di Riposo Jona Ottolenghi, Acqui Terme]

In questa Dominica Lætare della IV settimana di Quaresima la liturgia ci dona una delle pagine dei Santi Vangeli tra le più conosciute: la Parabola del Figliol Prodigo [vedere testo della liturgia, QUI]. Pretendere di avere la legittima eredità paterna mentre il genitore era sempre in vita rappresentava un terribile oltraggio nell’antico mondo ebraico, ma non solo in esso. Sarebbe come dire: «Non ho tempo di attendere che tu tiri le cuoia, per ciò dammi subito ciò che mi spetta». Ecco allora che il padre dà una risposta iniziale e una finale: la risposta d’inizio è l’azione che esaudisce la richiesta del figlio, confermandolo padrone della sua libertà e padrone dei beni da lui rivendicati; la risposta finale è un atto di amore puro, che in sé racchiude una lezione basata sulla maturità e sulla misericordia vera; quella misericordia che procede da Dio, che non ha alcuna paura ad accogliere i peccatori ed a mangiare con loro, con buona pace di scribi e farisei di ieri e di oggi.

.                                              

Il figliol prodigo parte per un paese lontano e sperpera tutto vivendo da dissoluto, fino a quando comincia a trovarsi nel bisogno. «Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci, «ma nessuno gli dava nulla». Sinceramente è difficile pensare che il ragazzo non avesse la possibilità di prendersi da sé le carrube; e questo deve richiamare la nostra attenzione sulla frase: «Nessuno gli dava nulla», riferita a questo giovane che aveva perduto tutto. Ciò equivale a dire che nessuno lo nutriva con l’amore. Aveva divorato le sue sostanze con molte prostitute, ma non era stato divorato dall’amore sincero e appassionato di una sola donna. Quindi è la mancanza di amore a generare in lui una forte crisi, perché più del bisogno fisico egli soffre per bisogni umani. L’amore che sino a prima aveva ricevuto, genera in lui la sensazione di paura, dando vita a tenera nostalgia.               

.                                        

Non sappiamo se il giovane comincia a capire di avere vissuto una vita priva di amore, od a comprendere che uscendo dall’amore aveva perduto la propria libertà per entrare nella spirale della paura, dell’angoscia e del recondito senso di colpa. L’uomo, che di per sé rimane un mistero, non può vivere senza amore; la sua vita è priva di senso, se non incontra l’amore dal quale può nascere la libertà vera: «Nell’amore non c’è paura, anzi l’amore perfetto caccia via la paura» [Gv 4, 18-19].  

.                                                                        

A quel punto il giovane comincia a interrogarsi: «Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre …». In queste parole non prevale un senso di dolore per il padre abbandonato, o per la sua incapacità di dare e di ricevere amore; pare piuttosto prevalere la situazione di disagio e di bisogno estremo che lo spingono a tornare a casa, forse ripiegato ancor più su se stesso. Per un bisogno egoistico è partito e per una esigenza egoistica decide di tornare. Tutto questo segna però il suo primo inizio e, seppure mosso da disagio e bisogno, si muove e torna da suo padre. «Quando era ancora lontano suo padre lo vide, ne ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò». Questi cinque parole ci aprono le porte sull’essenza dell’amore vero. Vedere qualcuno ancora lontano significa che in cuor nostro lo stavamo attendendo. Provare compassione vuol dire che non si pensa più all’ingiuria ricevuta, al contrario si è disposti ad aprire il cuore e a pensare alla sofferenza dell’altro, a prescindere da quanto accaduto. L’eterna sfida cristiana è infatti quella di accogliere con umanità chi ci ha fatto del male, sollevando il malvagio da terra quando cade, anziché infierire su di lui con quello spirito di vendetta che nulla ha da spartire con la giustizia, neppure con la giusta e a volte necessaria punizione inflitta per concorrere al miglior bene della persona, ma soprattutto al suo recupero.

.                                          

Correre incontro all’altro equivale a toglierlo da ogni disagio compiendo il primo passo che rompe ogni indugio, prerogativa questa tipica dei grandi, non certo dei piccoli uomini che vivono di rancori, dispetti e vendette. Gettarsi al collo di una persona, nella cultura giudaica dell’epoca non era un gesto di circostanza ma di accogliente amore profondo e di confidenza estrema.   

 

Ecco allora il fratello maggiore che «si indignò e non voleva entrare», cominciando a elencare i propri meriti ed i demeriti del fratello al padre, lagnandosi di non aver ricevuto mai nulla dal padre. «Figlio, tutto ciò che è mio è tuo», lo rassicura il padre per il suo dovuto. A questo modo la parabola sottolinea che ragionando così anche il figlio maggiore, in modo diverso ma simile si allontana a suo e resta fuori di casa come il fratello più giovane, manifestando un palese rifiuto verso l’azione di grazia. Perciò il Padre, che «commosso» era corso incontro al figliol prodigo, ora esce di nuovo incontro al figlio maggiore, spiegando a entrambi che il suo amore verso i figli è gratuito. Nessuno, ha infatti il diritto ad essere amato; da nessuna pagina del Vangelo si ricava questo genere di diritto, semmai se ne ricava un dovere: quello di amare. Dai passi più svariati e articolati del Vangelo possiamo anche ricavare quanto spesso l’amore sia tragicamente a senso unico, donato da una parte con potenza divina, non recepito e accolto dall’altra dall’aridità umana. Dio ci ama non perché lo meritiamo, ma perché lui è fonte inesauribile di amore. Dio non può fare a meno di amare, non ne è capace; siamo noi, capaci a fare a meno di essere amati.                        

.

Come il figliol prodigo non ha perso l’amore del Padre allontanandosi da lui, il figlio maggiore non ha diritto all’amore del Padre perché non si è allontanato. In questo stesso errore cadiamo anche noi figli della Chiesa, noi preti per primi, che molto più del Popolo che Dio ci ha affidato da servire, non abbiamo acquisito alcun diritto alla salvezza, solo il dovere di rispondere molto più e molto meglio di altri per ciò che Cristo ci ha dato, attraverso il mistero della partecipazione al suo sacerdozio ministeriale.   

.

Quante volte facciamo soffrire il Padre che non può fare a meno di amare, ritenendo come il figlio maggiore della parabola un’ingiustizia il suo amore e la sua misericordia verso il fratello trasgressore? Quante, specie in questi tempi di grave crisi che attraversano la Chiesa, corriamo solidali ad abbracciare con calore tutto ciò che non è cattolico, mostrando però al tempo stesso scarso amore, talora persino aperta ribellione verso la nostra Chiesa, voltando le spalle ai fratelli e ai figli delle membra vive del Cristo, che è la Chiesa suo corpo mistico? E su questa terra, il Cristo, ha istituito una Chiesa sola, merita ricordarlo di tanto in tanto, considerando che tra poco proclameremo nella professione di fede l’unità della Chiesa, non la molteplicità delle chiese [Simbolo di Fede Niceno-Costantinopolitano]; ce lo ricorda senza possibilità di errate interpretazioni teologiche uno dei principali documenti del Concilio Vaticano II, la Lumen Gentium.

Anche questo è un modo per meditare sulla parabola del figliol prodigo che torna alla casa del padre, dove ad attenderlo non c’è alcuna moda sociologica, soprattutto nessuna correttezza politica. Perché da sempre Dio è fuori da ogni moda, ma soprattutto da ogni umana correttezza politica, perché Dio è totalità senza inizio e senza fine, per questo senza fine è il suo amore, per questo eterna è la sua misericordia, per questo una sola è la sua casa, non molteplici; e l’unica casa dell’unico Padre rimane nei secoli punto di partenza, sorgente di grazia e centro del mistero della salvezza, punto di arrivo e centro perfetto di unità.

.                              .     

Nell’unità il Padre ci ha creati, ed a braccia aperte attende, nell’unità perfetta del suo corpo che è la Chiesa, il diletto figliol prodigo nascosto dentro ciascuno di noi, affinché i suoi figli possano essere «perfetti nell’unità e il mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me» [Gv 17, 23].

.

Dall’Isola di Patmos, 30 marzo 2019

.

.

.

.
.

E disponibile il Libro delle Sante Messe per i defunti de L’Isola di Patmos [vedere QUI]

.
«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» [Gv 8,32],
ma portare, diffondere e difendere la verità non solo ha dei
rischi ma anche dei costi. Aiutateci sostenendo questa Isola
con le vostre offerte attraverso il sicuro sistema Paypal:



oppure potete usare il conto corrente bancario:
IBAN IT 08 J 02008 32974 001436620930 
in questo caso, inviateci una email di avviso, perché la banca
non fornisce la vostra email e noi non potremmo inviarvi un
ringraziamento [ isoladipatmos@gmail.com ]

.

.

.

.

.

.

.

La pazienza e la misericordia di Dio sono finalizzate alla nostra salvezza, non allo sdoganamento del peccato come stile di vita

L’angolo dell’omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

LA PAZIENZA E LA MISERICORDIA DI DIO SONO FINALIZZATE ALLA NOSTRA SALVEZZA, NON ALLO SDOGANAMENTO DEL PECCATO COME STILE DI VITA 

.

Cerchiamo di capire anzitutto questo: che Dio sia misericordioso e magnanimo non esenta di certo il peccatore dalla fatica di condurre un cammino di verità sulla propria vita. Se non guardo con verità dentro il mio cuore e non riconosco la spazzatura che vi si accumula, io sono solo un ipocrita che nasconde la polvere sotto un bel tappeto.

.

Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

.

.

PDF  articolo formato stampa

.

.

il fico sterile

La Misericordia di Dio è la terapia che trasforma i peccatori in santi e, come tutte le terapie, necessita di pazienza, di tempo, di costanza e di fatica. Non esiste una misericordia divina a buon mercato senza un sano riconoscimento della propria colpa e un autentico desiderio di cambiamento.

.

Cerchiamo di capire anzitutto questo: che Dio sia misericordioso e magnanimo non esenta di certo il peccatore dalla fatica di condurre un cammino di verità sulla propria vita. Se non guardo con verità dentro il mio cuore e non riconosco la spazzatura che vi si accumula, io sono solo un ipocrita che nasconde la polvere sotto un bel tappeto.

.

Nel Vangelo di questa III Domenica di Quaresima [cf. testo della Liturgia della Parola, QUI] Gesù reagisce vigorosamente alla cosiddetta Teologia della Retribuzione che consiste nel ritenere le disgrazie come la conseguenza di colpe, più o meno note, commesse dagli uomini. Nel Vangelo di Giovanni ritorna questo tipo di visione teologica nell’episodio del cieco nato: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio» [cf. Gv 9,2-3].

.

Ovviamente questa visione teologica è sballata, Dio non si diverte a punire gli uomini, tuttavia Gesù ha la possibilità per fare alcune considerazioni utili. Il Signore esprime chiaramente che la conversione è necessaria per poter fare una vera esperienza di Dio. Il problema non sono le disgrazie o la morte – che possono colpire tutti in ogni momento dell’esistenza – il vero problema consiste nel fatto di non volersi convertire a Dio e non voler ritornare a lui con tutto il cuore.

.

La conversione, si sa è opera dello Spirito Santo, ma avviene solamente quando l’uomo riesce a mantenere un certo timor di Dio. Se non c’è timore ma spregiudicatezza e insolenza, la nostra vita è spacciata! La morte naturale sarà la conseguenza logica di quella morte alla grazia che abbiamo manifestato con la lontananza da Dio.

.

Poiché la conversione presuppone il timor di Dio, il Signore ci dona tempo affinché la nostra vita si possa ravvedere il più possibile. Dio esprime una pazienza affinché il peccatore possa essere fecondato dalla Parola, dai sacramenti, dalla preghiera fiduciosa e dall’esperienza di comunione ecclesiale. Gesù è il fattore che quotidianamente domanda al Padre il tempo affinché ciascuno di noi si converta. Siamo irrigati e fecondati dal sangue di Cristo in attesa di produrre frutti di cambiamento.

.

All’interno della liturgia della Parola di questa domenica, esiste la proclamazione di un annunzio di misericordia e di pazienza, ma questo viene messo come obiettivo necessario per una fruttuosità e una conversione. Non possiamo affermare che Dio nella sua misericordia e pazienza non considera il peccato, fa finta di niente davanti alle colpe, chiude gli occhi diventando nostro complice e ammantando tutto con un denso strato di buonismo melenso.

.

Dio Padre non si stanca mai di accogliere i peccatori, ma i peccatori pentiti! Egli conosce la nostra debolezza, pur tuttavia ci domanda di lasciarci salvare da Gesù affinché il peccato non diventi un cancro insanabile che ci porta alla morte. Dio non vuole che alcun uomo si perda, non desidera la morte del peccatore ma la vita in abbondanza, è necessario credere sempre in questa buona notizia.

.

La Sacra Scrittura ci assicura che non esiste sterilità e morte che non possa essere rinvigorita o risanata, oggi non soffermiamoci sulla grandezza del nostro peccato, ma sulla grandezza del Padre che ci chiede solo di colmare la nostra distanza da lui, così come ha avuto il coraggio di fare il figlio prodigo.

.

Cagliari, 23 marzo 2019

.

.

il blog personale di Padre Ivano

.

.

«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» [Gv 8,32],
ma portare, diffondere e difendere la verità non solo ha dei
rischi ma anche dei costi. Aiutateci sostenendo questa Isola
con le vostre offerte attraverso il sicuro sistema Paypal:



oppure potete usare il conto corrente bancario:
IBAN IT 08 J 02008 32974 001436620930 
in questo caso, inviateci una email di avviso, perché la banca
non fornisce la vostra email e noi non potremmo inviarvi un
ringraziamento [ isoladipatmos@gmail.com ]

.

.

 

.

.

.

.

.

La trasfigurazione. il memoriale dell’incarnazione, passione, morte, risurrezione e ascensione di Cristo Signore, non si dovrebbe celebrare con danze assiro-babilonesi attorno all’altare ridotto a totem

L’Angolo di Girolamo Savonarola: omiletica cattolica in tempi di vacche magre

LA TRASFIGURAZIONE. IL MEMORIALE DELL’INCARNAZIONE, PASSIONE, MORTE, RISURREZIONE E ASCENSIONE DI CRISTO SIGNORE, NON SI DOVREBBE CELEBRARE CON DANZE ASSIRO-BABILONESI ATTORNO ALL’ALTARE RIDOTTO A TOTEM 

.

Spesso, in nome delle proprie  esotiche e arbitrarie “tradizioni” che celano solamente gli smodati personalismi egocentrici di certi loro fondatori, i nostri movimenti laicali rischiano di smarrire la cattolica tradizione della Chiesa universale; e certe insidie si capiscono proprio dal loro modo di pregare. Non è infatti raro che al centro di certe azioni liturgiche finisca con l’essere posto l’uomo e non Cristo. Così, la centralità, non è più data dall’Eucarista, ma da tutto ciò che attorno ad essa è stato messo in circolo: dalle cosiddette “risonanze” — che non di rado sono veri e propri sproloqui emotivi infarciti di errori dottrinari e teologici — sino alla danze assiro-babilonesi eseguite attorno all’altare mutato in una specie di totem.

.

.

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo.

.

.

PDF  articolo formato stampa
.

.

Laudetur Jesus Christus !

.

.

Danze assiro-babilonesi attorno al totem [per aprire il video cliccare sopra l’immagine]

In questa IIª Domenica di Quaresima il Santo Vangelo narra la trasfigurazione di Cristo Signore [cf. Lc 9, 28-36, testo della Liturgia della Parola, QUI]. Dopo il brano delle tentazioni dove Gesù vero Dio e vero uomo vince la presenza di Satana [cf. QUI], il Signore sale di nuovo sul monte. Assieme a Lui ci sono Pietro, Giacomo e Giovanni, le colonne della prima Chiesa. Sul monte Gesù si trasfigura, cambia d’aspetto. Il suo volto brilla come il sole e la sua veste diviene candida come luce. Il Beato Evangelista Luca, a differenza del Beato Evangelista Matteo, narra che Cristo Signore stava pregando [cf. Lc 9, 29].

.

È proprio nella preghiera che ci scopriamo diversi, se veramente preghiamo Dio. Se invece preghiamo noi stessi e pregando adoriamo le nostre tradizioni religiose o laicali fatte passare per Dio, confuse con Dio o peggio messe spesso al di sopra di Dio, questa è altra faccenda. A dire il vero è anche una faccenda alquanto pericolosa, presente e insidiosa da sempre negli ambiti della vita religiosa e nei movimenti laicali che sovente hanno preso vita proprio sulle macerie della vita religiosa. Spesso, in nome delle proprie esotiche e arbitrarie “tradizioni” che celano smodati personalismi egocentrici di certi fondatori, i nostri movimenti laicali rischiano di smarrire la cattolica tradizione della Chiesa universale; e certe insidie si capiscono proprio dal loro modo di pregare. Non è infatti raro che al centro di certe azioni liturgiche finisca con l’essere posto l’uomo e non Cristo. Così, la centralità, non è più data dall’Eucarista, ma da tutto ciò che attorno ad essa è stato messo in circolo: dalle cosiddette “risonanze” — che non di rado sono sproloqui emotivi infarciti di errori dottrinari e teologici — sino alla danze assiro-babilonesi eseguite attorno all’altare mutato in una specie di totem.

.

Il problema è che oggi un numero elevatissimo di fedeli non sa più che cos’è la Santa Messa, motivo per il quale sono stati inseriti in essa cosiddetti vezzi e malvezzi meglio noti come abusi liturgici, che mirano proprio a supplire questa carenza di conoscenza, affinché tutto cada ed anneghi nell’emotivo soggettivo o di gruppo. Tentiamo allora di dirlo con poche brevi e precise parole: la Santa Messa è sacrificio di grazia è sta al centro del mistero della redenzione. Nella Prima Preghiera Eucaristica, o Canone Romano — quella che in molte chiese è caduta ormai in disuso, sostituita dall’uso quasi unico della più breve delle Preghiere Eucaristiche, la Seconda —, dopo che il Popolo di Dio ha acclamato «Mistero della fede», il sacerdote, che non è semplicemente “il presidente” ma un alter Christus il quale agisce come tale in Persona Christi, seguita recitando:

.

«Unde et mémores, Dómine, nos servi tui, sed et plebs tua sancta, eiúsdem Christi Fílii tui Dómini nostri tam béatæ Passiónis, nec non et ab ínferis Resurrectiónis, sed et in coelos gloriósæ Ascensiónis: offérimus præcláræ maiestáti tuæ, de tuis donis, ac datis, hóstiam puram, hóstiam sanctam, hóstiam immaculátam, Panem sanctum vitæ ætérnæ et Cálicem salútis perpétuæ».

.

[In questo sacrificio, o Padre, noi tuoi ministri e il tuo popolo santo celebriamo il memoriale della beata passione, della risurrezione dai morti e della gloriosa ascensione al cielo del Cristo tuo Figlio e nostro Signore; e offriamo alla tua maestà divina, tra i doni che ci hai dato, la vittima pura, santa e immacolata, pane santo della vita eterna e calice dell’eterna salvezza].

.

Già da queste brevi parole si dovrebbe comprendere che nella celebrazione di tutte le azioni sacramentali, che sono una azione trinitaria compiuta nel nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo, noi realizziamo il nostro incontro col Cristo risorto. Nel Sacrificio Eucaristico Cristo Signore si rende presente — attraverso la Santissima Eucaristia — con la sua vita intera: dalla sua incarnazione nel ventre della Beata Vergine Maria sino alla discesa dello Spirito Santo — il Consolatore — inviato dal Padre e dal Figlio nel cenacolo degli Apostoli a Pentecoste.

.

Con la risurrezione, la passione e morte di Cristo è tutt’altro che cancellata, n’è prova il fatto che il Risorto si è mostrato agli Apostoli con il suo corpo glorioso nel quale erano sempre impressi i segni della passione. E il corpo glorioso di Cristo, seguita tutt’oggi a portare impressi su di sé i segni della passione.

.

Quando il celebrante recita «… questo sacrificio vivo e santo», indica con quelle parole l’azione redentrice della passione e morte di Cristo Signore. Verrebbe pertanto da domandarsi: a qualcuno risulta che sul Calvario, sotto la croce, la Beata Vergine Maria, assieme a Maddalena ed al giovane Apostolo Giovanni, danzassero in circolo gioiosamente abbracciati in un appassionato girotondo attorno alla “croce totem“? Fede e tradizione ci tramandano tutt’altro, per esempio:

.

Stabat Mater dolorósa
iuxta crucem lacrimósa,
dum pendébat Fílius.

[La Madre addolorata stava
in lacrime presso la Croce
sulla quale pendeva il Figlio]

.

O risulta invece che

.

Danzava la madre giocosa

sotto la croce gioiosa

sulla quale pendeva il Figlio?

.

Quando si prega veramente, anche in totale solitudine ed isolamento, si prega sempre in comunione di fede e di amore con tutta la Chiesa universale; non in comunione con un particolare gruppo o con i suoi stili personalistici di preghiera. E quando veramente si prega, in solitudine o con i fratelli, dopo un po’ di tempo si ha questa esatta sensazione: si cambia d’aspetto, si è meno rigidi, il pensiero vola verso un reale infinito e si sperimenta una sensazione oserei dire mistica. L’esperienza e la dimensione della preghiera parte necessariamente — e così deve essere — da una dimensione fisica attraverso la quale saremo condotti in una dimensione di esperienza tutta quanta metafisica.

                                                                             

Questo il frangente nel quale Cristo Signore dialoga con Mosè ed Elia secondo la fedele cronaca di questo Santo Vangelo. Mosè rappresenta la Legge del Sinai, i dieci comandamenti, la Torah ebraica. Elia, il profeta asceso al cielo in un carro di fuoco di cui gli ebrei attendono da un momento all’altro il ritorno. La legge e i profeti, l’antica e prima alleanza dialogano in comunione con Gesù, il Verbo di Dio che si è incarnato non per abolire la legge degli antichi profeti, ma per portarla a pieno compimento [cf. Mt 5, 17-19], ed il pieno compimento è lui: il Verbo fatto carne [cf. Gv 1, 14]. 

.                                                         

Tenera oltre modo la figura di Pietro, mediterraneo e focoso come sempre, che vorrebbe fermare questo momento mettendolo in cornice in una bella foto. Vorrebbe che la vita si fermasse lì al Tabor, senza andare al Calvario.  

.          

La nube avvolge infine i tre discepoli che entrano al suo interno. Una nube che rappresenta Dio che avvolge l’uomo ogni volta che l’uomo decide di lasciarsi avvolgere. E dopo questo avvolgimento si ode la voce del Padre: «Questi è il Figlio mio, l’amato. Ascoltatelo» [cf. Mc 9, 7].

.                                             

Il Padre proclama ai discepoli Gesù suo Figlio diletto, che tutti noi siamo chiamati ad ascoltare, riconoscendo adoranti in lui la parola del Verbo Incarnato.

.                                    

Davanti a queste parole i discepoli si prostrano con la faccia a terra e hanno timore. Il Vangelo non dice che hanno paura, ma che hanno timore. Quel santo timore di Dio di cui avremmo molto bisogno oggi. Un santo timore che è dono ineffabile dello Spirito Santo di Dio, che non vuole la nostra paura, ma il nostro libero e adorante rispetto. Come infatti scrisse l’equipollente e quasi coevo Tommaso d’Aquino degli ebrei, Moshe ben Maimon, meglio conosciuto come Maimonide: «il timore di Dio è il principio di ogni sapienza».                                 .                                             

Gesù, fa risvegliare infine i discepoli caduti per sacro timore con la faccia a terra; e li fa rialzare usando precise parole: «Alzatevi e non temete» [Mt 17, 7]. E vengono invitati a rimanere in silenzio.                  

.

Solo dopo la Pasqua potranno comprendere ciò che è avvenuto. Gesù ha rivelato nella trasfigurazione la sua gloria futura, che però avverrà solo dopo la morte in croce. Non vi sarà solo il monte Tabor, quello della trasfigurazione, i discepoli dovranno scoprire un altro monte molto più amaro: il monte Calvario. Tra questi due monti ve n’è un altro ancora nell’esperienza di vita dell’uomo Gesù: il monte sul quale in precedenza s’è ritirato per quaranta giorni e dove viene tentato dal Demonio. Monte, quest’ultimo, che raffigura la tremenda realtà del mistero del male, che ci segue sin dagli inizi dei tempi.                                                              

.

La vita è sofferenza e gioia che si sfidano in un duello perenne in questa nostra storia. Una vita che è costellata di momenti meravigliosi e di momenti molto tristi, a volte intersecati insieme. Ma proprio quando sembra che tutto svanisca, il Signore arriva a salvarci, a sostenerci. Quando viceversa tutto appare positivo, quando è la vita a vivere noi anziché noi a vivere la vita, a volte succede quell’evento negativo che  non aspettavamo.

.                                             

La vita è in fondo questa: una Pasqua continua attraverso la quale Gesù, risorgendo, restituisce speranza nuova a ciascuno di noi, invitandoci a salire il monte e non a temere Dio, ma a nutrire libero e amorevole timore verso il mistero d’amore di Dio, che si realizza attraverso l’incarnazione, la vita, la passione, la morte, la risurrezione e l’ascensione al cielo di Cristo Signore, il cui corpo glorioso vive tutt’oggi portando impressi i segni della passione. Ecco perché, la Santa Messa, è sacrificio; è il sacrificio incruento della croce che si rinnova, non un banchetto gioioso, una mensa tra allegri commensali, più o meno danzanti, più o meno tamburellanti secondo le stramberie dettate da un bohémienne spagnolo rimasto illeso da decenni di impunità…

 

.

Dall’Isola di Patmos, 17 marzo 2019

.

.

.

.
.

E disponibile il Libro delle Sante Messe per i defunti de L’Isola di Patmos [vedere QUI]

.
«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» [Gv 8,32],
ma portare, diffondere e difendere la verità non solo ha dei
rischi ma anche dei costi. Aiutateci sostenendo questa Isola
con le vostre offerte attraverso il sicuro sistema Paypal:



oppure potete usare il conto corrente bancario:
IBAN IT 08 J 02008 32974 001436620930 
in questo caso, inviateci una email di avviso, perché la banca
non fornisce la vostra email e noi non potremmo inviarvi un
ringraziamento [ isoladipatmos@gmail.com ]

.

.

.

.

.

.

.

Se il Demonio che osò tentare persino Cristo Signore riesce a prenderci nell’ambizione, può fare di noi ciò che vuole

L’Angolo di Girolamo Savonarola: omiletica cattolica in tempi di vacche magre

SE IL DEMONIO CHE OSÒ TENTARE PERSINO CRISTO SIGNORE RIESCE A PRENDERCI NELL’AMBIZIONE E NELLA VANITÀ, PUÒ FARE DI NOI CIÒ CHE VUOLE 

.

Se il Demonio riesce a prenderci nel punto debole dell’ambizione e della vanità può fare di noi ciò che vuole e ottenere quel che brama sin dalla notte dei tempi: che ci prostriamo dinanzi a lui e che adorandolo lo chiamiamo Signore, semmai dopo avere detto, dinanzi al male che a volte pare quasi soffocare la Chiesa stessa: «… ma chi me lo fa fare di mettermi contro i potenti e prepotenti accoliti del Demonio? A che serve farsi la vita amara, quando per vivere tranquilli, dentro la Chiesa di oggi, basta solo non vedere, non parlare e soprattutto farsi sempre e di rigore gli affari propri?».

.

.

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo.

.

.

PDF  articolo formato stampa

 

.

.

Laudetur Jesus Christus !

.

.

Gerico, il Monte della Quarantena o Monte della Tentazione di Gesù Cristo

Nella pagina del Vangelo di questa Iª Domenica di Quaresima [vedere testo della Liturgia della Parola, QUI] siamo di fronte a un paradosso: è veramente accaduto che il Demonio abbia tentato Dio Incarnato, il Verbum caro factum est? Può essere che il Demonio ha tentato di colpire Dio nella sua umanità, fingendosi ignaro di quanto Gesù fosse divino nella sua umanità e umano nella sua divinità?

.

Gli accecati dalla superbia e dal delirio di onnipotenza partono sempre sopravvalutando al massimo se stessi e sottovalutando gli altri, per questo sono destinati alla sconfitta. Può essere che non cadano nell’immediato, ma cadranno inevitabilmente al primo cambio di stagione, con l’appassire dei fiori di campo.

.

Nel Vangelo delle tentazioni, verrebbe da pensare che il Demonio sopravvaluti se stesso e sottovaluti Dio. Nei primi secoli della Chiesa, con la ragione siamo riusciti a cogliere e definire il mistero rivelato della Persona di Cristo: due nature in una persona, quella umana e quella divina. Grazie alle menti e alla sapientia cordis dei grandi Padri della Chiesa nei primo otto secoli di storia del Cristianesimo si giunse a definire il mistero della Persona di Cristo, che anzitutto richiedeva la creazione di appropriate terminologie, assunte attraverso lemmi attinti dalla filosofia e dal lessico greco, modulate e applicate alla nostra prima grande speculazione teologica: riuscire prima a percepire e poi a definire cosa anzitutto s’intendeva, con le parole «In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio … » [Gv 1,1]. Introdotti per mezzo dell’intelletto al mistero del Cristo vero Dio e vero Uomo, la ragione deve cedere il passo alla fede [Cf. S.S. Giovanni Paolo II, Enciclica Fides et Ratio], perché il problema non è più né lessicale né filosofico. Quando si apre il portale della fede che va oltre l’umana logica, la ragione deve cedere il passo ad altre categorie, per esempio al dono della percezione deposto in ogni uomo dai doni di grazia dello Spirito Santo. Con la ragione umana dobbiamo leggere le righe di questo Vangelo, con la fede, frutto della nostra libertà benedetta dalla grazia di Dio, dobbiamo penetrarle, perché parola dietro parola siamo prima introdotti e poi portati ad avvertire quanto reale e perfetta fosse la natura umana di Gesù.

.

Parte di questo ineffabile mistero è racchiuso anche in un’altra realtà: quanto in Gesù — vero Dio e vero Uomo — la perfezione divina potesse coesistere con la fragilità umana; perché è del tutto evidente che il Demonio non tenta il Cristo-Dio, ma il Gesù-Uomo, cercando di colpire le fragilità della sua umanità perfetta. Il Demonio tenta di corrompere la perfezione divina di questa umanità come in passato corruppe la nostra umanità originariamente creata come perfetta da Dio.

.

Dunque il Demonio punta a quelle tenere e umane fragilità che lo stesso Gesù mostrerà a una a una nel corso della sua intera esistenza, durante la quale piange [cf. Gv 11, 35] e si commuove profondamente [cf. Gv 11, 33], è emotivamente turbato [cf. Gv11, 33], soffre e avverte paura per la morte: «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice. Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà» [Lc 22, 41-42]. Gesù sceglie di non rispondere all’autorità quando è interrogato [cf. Mt 27, 12] e mentre è accusato, anziché replicare si mette a scrivere con un dito per terra [cf. Gv 8,6], in modo a dir poco provocatorio. Si ribella ripetutamente all’ingiustizia perpetrata in nome di Dio dai potentati religiosi del tempo e lo fa anche con parole dure, a tratti volutamente offensive, per esempio chiamando «razza di vipere» degli zelanti religiosi osservanti [cf. Mt 12, 34], devoti più alla tradizione che al Verbo di Dio; e li apostrofa ripetutamente «ipocriti» [Mt 23, 13-29]. Non págo di questo, posto che nella lingua di Gesù chiamare ”razza” o “stirpe” di vipere era offensivo non solo per l’interessato ma anche per il suo intero albero genealogico, reputa opportuno rincarare la dose chiamandoli anche «serpenti» [Mt 23, 33], ben sapendo che nella cultura ebraica dell’epoca — e non solo in quella ebraica — il serpente era il simbolo del male. Si infiamma di passione e in tono grave afferma e accusa che sulla cattedra di Mosè sono seduti ipocriti che non fanno quel che predicano [Mt 23, 1-3], equipara molti zelanti ecclesiastici dell’epoca ai «Sepolcri imbiancati», premurandosi di precisare quanto queste tombe siano belle fuori ma piene di putrido marciume dentro [cf. Mt 23, 27]. Non esita ad arrabbiarsi e a menare le mani, o per l’esattezza le funi [cf. Mt 21, 12-13. Mc: 11, 11-15. Lc 19, 45-46]. Gesù è pervaso di dolore e forse di intima delusione quando si volge a un suo apostolo con un drammatico quesito: «Giuda, con un bacio tradisci il figlio dell’uomo?» [Lc 22, 48]. Riguardo a quest’ultima frase due sarebbero le cose alle quali dovremmo prestare attenzione, anzitutto la domanda posta in forma interrogativa che troviamo anche nella versione greca originale, tanto per dire quanto non sia una formulazione né una traduzione casuale: Gesù rivolge una domanda al traditore rimanendo in attesa di una risposta, che però non giungerà mai, perché di prassi i traditori non rispondono, perché sono per loro diabolica natura codardi; perché la forza procede da Dio, la debolezza dal Demonio. Ecco perché l’uomo di Dio è intelligente, mentre l’uomo del Demonio è solo furbo. E mentre oggi seguitiamo a commentare l’episodio e la figura di Giuda, non sempre ci poniamo il vero quesito drammatico: quanto ha sofferto l’uomo Gesù dinanzi al tradimento di Giuda? O forse, più ancora che per il tradimento, per la mancata risposta da parte sua? Ecco, proviamo solo a pensare quanti oggi, anche nelle più alte gerarchie della Santa Chiesa, si rifiutano di rispondere a Cristo Signore che seguita a interpellarli attraverso la voce, spesso di profondo dolore, dei devoti Christi fideles e dei fedeli Sacerdoti.

.

In queste gesta, azioni e parole è racchiusa e manifesta l’umanità di Gesù, che prosegue all’occorrenza a chiamare tutti noi, suoi moderni sacerdoti, dottori della legge e zelanti religiosi ripiegati nell’idolatria delle forme e delle tradizioni umane, coi titoli di nostra legittima spettanza: razza di vipere … ipocriti … serpenti … sepolcri imbiancati … Parole attuali ieri, ma forse ancóra di più oggi. Per questo, quando la Liturgia della Parola ci obbliga a predicare alcuni di questi brani evangelici, lo facciamo sempre parlando al passato, come se la razza di vipere, gli ipocriti, i serpenti e i sepolcri imbiancati non fossimo noi, ma solo i membri di alcune correnti religiose del Giudaismo dell’epoca gesuana, ormai morte e sepolte nella storia.

.

Queste parole accese di passione, talvolta anche pedagogicamente aggressive, riassumono il mistero storico della concreta umanità e del virile πατος gesuano, che se non raccolto e penetrato renderà impossibile giungere alla perfetta comunione col Cristo della fede: il Dio incarnato, morto e risorto.

.

L’uomo Gesù non può essere mutato in un ibrido santino de-virilizzato coi piedi sollevati da terra e gli occhi stravolti al cielo, perché ciò reca offesa, anzi: ciò è una bestemmia contro la sua umanità e la sua divinità. Per leggere questo brano sulle tentazioni bisogno quindi partire dal dato di fede che il tutto è realmente accaduto, che non si tratta di una parabola o di una allegoria; quindi concentrarsi sulla concreta umanità storica, fisica e palpabile del Verbo Divino: l’uomo Gesù. 

.

La prima tentazione che il Demonio rivolge è l’invito a mutare le pietre in pane, alla quale Gesù risponde con una frase tratta dal libro del Deuteronomio: «Non di solo pane vivrà l’uomo» la cui prosecuzione è «… ma da ogni parola che esce dalla bocca di Dio» [Dt 8,3]. Siamo dinanzi alla tentazione dell’immediato, del tutto e subito in modo concreto e superficiale, mentre invece la nostra concretezza è ciò che esce dalla bocca di Dio, perché quello solo è un pane di vita che porta frutto e nutrimento eterno, costasse anche soffrire una vita intera, posto che dinanzi alla beatitudine eterna la vita umana è soltanto un soffio, ed in questo soffio merita vivere anche il dolore salvifico [cf. S.S. Giovanni Paolo II, Salvifici doloris], per pagare così il prezzo della nostra redenzione.

.

La seconda tentazione è forse la più terribile: «Ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi regni». È la tentazione che racchiude in se l’ambizione e il desiderio di dominio sugli altri. È la brama del comando, del governo inteso non come servizio ai fratelli e alle membra del Popolo di Dio, ma come potere per il potere che conduce al perfetto capovolgimento diabolico: servirsi della Chiesa per scopi malvagi nella brama di essere qualcuno, o di «diventare un personaggio importante attraverso il sacerdozio» [Omelia del Sommo Pontefice Benedetto XVI per l’ordinazione di 15 diaconi, Basilica Vaticana IV Domenica di Pasqua, 7 maggio 2006], meglio attraverso l’episcopato, meglio ancóra attraverso il cardinalato; anziché servire la Chiesa con amore e vedendo sempre in essa il Corpo palpitante di Cristo, la nostra sposa mistica verso la quale noi corriamo incontro con la passione degli sposi innamorati nel giorno delle nozze, come raffigura l’Evangelista Giovanni attraverso la poetica delle sue pagine.

.

Se il Demonio riesce a prenderci nel punto debole dell’ambizione e della vanità può fare di noi ciò che vuole e ottenere quel che brama sin dalla notte dei tempi: che ci prostriamo dinanzi a lui e che adorandolo lo chiamiamo Signore, semmai dopo avere detto, dinanzi al male che a volte pare quasi soffocare la Chiesa stessa: «… ma chi me lo fa fare di mettermi contro i potenti e prepotenti accoliti del Demonio? A che serve farsi la vita amara, quando per vivere tranquilli, dentro la Chiesa di oggi, basta solo non vedere, non parlare e soprattutto farsi sempre e di rigore gli affari propri?».

.

Per rivolgere all’uomo Gesù l’ultima disperata tentazione Satana si fa teologo, forse anche ecumenista, forse anche progressista politicamente corretto, semmai parlando in tedesco e in olandese anziché in aramaico. Satana principia a parlare con padronanza biblica come se fosse appena uscito dottorato in sacra teologia dalle nostre università pontificie: «Se tu sei Figlio di Dio, buttati giù; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordine per te, perché essi ti custodiscano”» [Lc 4, 9-10].Il Demonio, come diceva San Girolamo: «Scimmiotta Dio e vuole creare un’altra realtà» [L’esatta locuzione poi ripresa anche da Sant’Agostino è: Diabolus est simia Dei, il Demonio è la scimmia di Dio], perché egli è il maestro del capovolgimento; anche del capovolgimento della Parola di Dio usata in modo deviante per compiere azioni malvagie. L’uomo Gesù, che grazie a Dio non aveva mai studiato nelle nostre università pontificie e che per indole era politicamente scorretto, la Torah la conosceva meglio del Demonio, quindi replica senza esitare con un’altra citazione biblica: «Non metterai alla prova il Signore Dio tuo» [Dt 6,16]. E da questa frase emerge in modo chiaro un monito: l’uomo Gesù ricorda al Demonio che egli è sì vero uomo, ma anche vero Dio.

.

Infine «Il diavolo si allontanò da lui …» leggiamo sul finire di questa pagina del Vangelo, che si conclude con la frase: «… per ritornare al tempo fissato», ossia per tornare da noi e tra di noi.

.

Satana esiste oggi più di ieri. Non è un’immagine simbolica, non è — come lo definirono alcuni teologi degli anni Settanta, le cui teorie sono purtroppo tutt’oggi usate per formare i nostri futuri preti — «una raffigurazione mitica e allegorica delle antiche paure ancestrali dell’uomo». Satana esiste, è reale e vuole rubarci più che mai la nostra immagine e somiglianza con Dio; vuole rubarci il nostro stupore e il nostro amore di fronte a Dio incarnato morto e risorto, che nella sua unica persona racchiude la perfetta natura umana e la perfetta natura divina, insegnandoci a essere veri uomini per essere veri figli di Dio nel modo in cui Dio ci ha pensati, creati e amati prima ancora dell’inizio dei tempi.

.

Dall’Isola di Patmos, 10 marzo 2019

.

.

.

.
.

E disponibile il Libro delle Sante Messe per i defunti de L’Isola di Patmos [vedere QUI]

.
«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» [Gv 8,32],
ma portare, diffondere e difendere la verità non solo ha dei
rischi ma anche dei costi. Aiutateci sostenendo questa Isola
con le vostre offerte attraverso il sicuro sistema Paypal:



oppure potete usare il conto corrente bancario:
IBAN IT 08 J 02008 32974 001436620930 
in questo caso, inviateci una email di avviso, perché la banca
non fornisce la vostra email e noi non potremmo inviarvi un
ringraziamento [ isoladipatmos@gmail.com ]

.

.

.

.

.

.

.

Dalla maschera teatrale dell’ipocrita greco alla trave ed alla pagliuzza nell’occhio narrata dal Santo Vangelo

L’angolo dell’omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

DALLA MASCHERA TEATRALE DELL’IPOCRITA GRECO ALLA TRAVE ED ALLA PAGLIUZZA NELL’OCCHIO NARRATA DAL SANTO VANGELO

.

Al contrario della Grecia, l’ipocrita non è più l’attore che interpreta un ruolo nell’antico teatro, ma diviene colui che non ha sincerità di cuore e nei confronti di Dio ha un rapporto solamente formale e costruito su meccaniche abitudini. Al tempo di Gesù, i farisei tendevano ad essere ipocriti in questo senso: non avevano davvero conosciuto Dio, semplicemente eseguivano mnemonicamente i precetti della Legge rabbinica senza averli davvero compresi e senza che essi potessero aiutarli a vivere meglio la fede.

.

Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

.

.

PDF  articolo formato stampa
.

.

.

Cari fratelli e sorelle.

.

aforismi

In questa VIIIª Domenica del tempo ordinario ci è donato un brano evangelico reso celebre dall’immagine della trave e della pagliuzza nell’occhio [cf. testo della Liturgia della Parola, QUI]. Nella Grecia antica molti uomini si prestavano nel ruolo di ὑποκριτής [ypocrités] cioè di attori che, portando una maschera, fingevano e mettevano in scena una tragedia o una commedia. Per gli antichi greci era importante parlare e raccontare storie che aiutassero gli spettatori a vivere un rapporto profondo e intimo con i loro dei. Nelle letture di oggi il Signore ci offre spunti per avere un rapporto profondo e sincero, una fede che sia vera e al tempo stesso sincera.

.

Innanzitutto in Siracide leggiamo: «Il frutto dimostra come è coltivato l’albero, così la parola rivela i pensieri del cuore» [27, 5]. In questo proverbio dell’autore, il saggio ebreo Ben Sirach, si vuole richiamare l’attenzione alla coerenza delle parole. Esse sorgono innanzitutto dai pensieri del cuore: nella cultura ebraica il cuore è il luogo dell’incontro intimo con Dio. Se dunque ognuno di noi coltiva questa esperienza di incontro personale e intimo col Signore, mediante la preghiera, certamente avremo parole di gioia e di speranza. Aiuteremo anche altri ad avere un incontro fecondo e molto intenso con Dio.

.

aforismi

In questa ricerca di una coerenza di base fra pensieri e parole, il Signore ci aiuta sempre. San Paolo scrive:

.

«Fratelli miei carissimi, rimanete saldi e irremovibili, progredendo sempre più nell’opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore» [1 Cor 5,58].

.

L’apostolo richiama ogni cristiano alla perseveranza, ad avere pazienza anche nei momenti di difficoltà e di crisi e dunque quando occorre avere più stabilità. L’opera del Signore è la continua vittoria sulla morte: in questo ambito, questo va inteso oggi come replicare a tutte le mode mortifere come per esempio le droghe, la prostituzione, la promozione dell’aborto, dell’eutanasia, del “matrimonio” tra coppie delle stesso sesso e la possibilità ad esse data di adottare bambini … Al tempo stesso siamo chiamati anche a vincere insieme al Signore le proprie morti, ossia le paure, le ferite e i drammi esistenziali. Infatti, la coerenza e la perseveranza, hanno questi splendidi frutti in ognuno di noi.

.

In questo cammino, la via tracciata dal Signore è molto forte e chiara: Gesù, nel Vangelo lucano tuona: «Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello» [Luca 6,42b]. Qui, al contrario della Grecia, l’ipocrita non è più l’attore che interpreta un ruolo nell’antico teatro, ma diviene colui che non ha sincerità di cuore e nei confronti di Dio ha un rapporto solamente formale e costruito su meccaniche abitudini. Al tempo di Gesù, i farisei tendevano ad essere ipocriti in questo senso: non avevano davvero conosciuto Dio, semplicemente eseguivano mnemonicamente i precetti della Legge rabbinica senza averli davvero compresi e senza che essi potessero aiutarli a vivere meglio la fede. Dunque, nel cammino di fede e di lotta alla morte, il Signore bandisce l’ipocrisia. Al tempo stesso, Dio ci chiede un continuo esercizio di umiltà, di mettersi in discussione sempre aperti alle sollecitazioni che Lui stesso ci pone davanti, soprattutto nelle circostanze concrete nella vita. Quando sapremo essere umili, saremo un po’ come humus, pronti ad essere concimati e dare frutto secondo la parola di Dio. Solo allora saremo pronti alla correzione fraterna.

.

Come ha scritto John Donne:

.

«Nessun uomo è un’isola, completo in se stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto». 

.

aforismi

Ognuno di noi vivrà quel tutto come una grande fratellanza, pronti ad essere tutti fratelli nel Battesimo. Dunque in grado di accettare anche quella correzione che può infastidirci. Allora sarà la fine dell’orgoglio e l’inizio della inabitazione di tutta la Trinità nel nostro cuore, il Signore ci renda forti e perseveranti per uscire dall’isola dei nostri egoismi, guardando verso ben altre isole, compresa non ultima L’Isola di Patmos, nell’arcipelago greco, isola nota anche come Il luogo dell’ultima rivelazione, nella quale San Giovanni Apostolo, durante il suo esilio, scrisse quel grande messaggio di speranza che è l’Apocalisse, in cui narra della Donna vestita di sole e della vittoria di Cristo sul Princìpe del Male.

Così sia.

.

.

Roma, 3 marzo 2019

.

.

.

Cari Lettori,

in questa pagina potete trovare il Libro delle Sante Messe, se in esso consultate il Calendario Agenda potrete verificare la disponibilità per la celebrazione delle Sante Messe di suffragio per i vostri Defunti 

.

.
«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» [Gv 8,32],
ma portare, diffondere e difendere la verità non solo ha dei
rischi ma anche dei costi. Aiutateci sostenendo questa Isola
con le vostre offerte attraverso il sicuro sistema Paypal:



oppure potete usare il conto corrente bancario:
IBAN IT 08 J 02008 32974 001436620930 
in questo caso, inviateci una email di avviso, perché la banca
non fornisce la vostra email e noi non potremmo inviarvi un
ringraziamento [ isoladipatmos@gmail.com ]

.

.

I blog personali dei Padri de L’Isola di Patmos

Club Theologicum

il blog di Padre Gabriele

.

.

.

«Siate misericordiosi, come misericordioso è il Padre vostro, che è nei cieli», non come piace al mondo, ma come piace a Dio

L’Angolo di Girolamo Savonarola: omiletica cattolica in tempi di vacche magre

«SIATE MISERICORDIOSI, COME MISERICORDIOSO È IL PADRE VOSTRO, CHE È NEI CIELI», NON COME PIACE AL MONDO, MA COME PIACE A DIO

.

Per il mondo è misericordia, quindi cosa altamente misericordiosa concedere attraverso l’eutanasia la morte ad una persona gravemente ammalata, o ad un anziano che è semplicemente stanco di vivere, semmai perché solo ed abbandonato. Ma ciò non è misericordia bensì immane abominio, esattamente come lo è abortire, ossia uccidere un povero innocente, dopo che dalla ecografia o dalla amniocentesi è stato appurato che il nascituro è affetto da sindrome di Down e quindi non è perfetto secondo i canoni di un mondo sempre più immondo

.

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo.

.

.

PDF  articolo formato stampa

 

.

.

Laudetur Jesus Christus !

.

.

«siate misericordiosi come il Padre vostro che è nei cieli»

Il brano lucano di questa VII domenica del tempo ordinario [cf. Lc 6,27-38, vedere testo della liturgia, QUI] potrebbe suggerirci che ci sono momenti nei quali si finisce col temere che non solo dal Santo Vangelo si tenda a prendere ciò che si vuole nel modo come si vuole, perché avendo fatto un ulteriore salto avanti, è ragionevole temere che ci si trovi dinanzi a delle autentiche falsificazioni della Parola di Dio, facendo dire ad essa ciò che Cristo Dio non ha mai detto. Molti sarebbero gli esempi, prendiamone uno solo tra i molti: «Non giudicate per non essere giudicati» [Mt 7, 1]. Vediamo in che modo è stato spesso letteralmente falsificato questo monito, basterebbe ascoltare certe omelie costruite sui sociologismi improntanti sul desiderio di piacere al mondo, per udire poi da certi pulpiti sproloqui di questo genere:

.

«La Chiesa ha infine capito che non poteva continuare a giudicare e condannare come a lungo ha fatto, ma che era necessario comprendere, capire, accogliere, essere misericordiosi …».

.

Commenti di questo genere sono autentiche bestemmie proferite nella Casa del Padre dal luogo in cui si annuncia la Parola di Dio. Infatti, ammonendo «Non giudicate per non essere giudicati», Cristo Signore si riferisce forse ai suoi Apostoli ed alla futura Chiesa? Chi sono, i soggetti e gli oggetti di questo ammonimento? Sono coloro — come si spiega poco avanti in questo brano evangelico —, che hanno l’abitudine di osservare «la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio» [Mt 7, 3]. Il monito è dunque rivolto agli ipocriti ed all’umana ipocrisia esercitata nelle sue varie forme, cosa questa spiegata con divina magistralità da Cristo Signore in tutto il discorso che segue [cf. Mt 7, 1-29]. Per quanto invece riguarda la Santa Chiesa di Cristo, si sappia e sia chiaro che indicare cosa è giusto e cosa sbagliato, cosa è lecito e cosa illecito, cosa è santo e cosa invece diabolico, è un dovere ed un obbligo al quale la Chiesa non può e non deve sottrarsi. O per dirla con la Parola di Dio: la Chiesa, salvo tradire in caso contrario la propria missione, ha l’obbligo di dire e di insegnare in che modo i Christi fideles debbano entrare «per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa» [Mt 7, 13]. La Chiesa non può dunque omettere di giudicare e di condannare il male in modo all’occorrenza  severo, posto che il peccato non è affatto un modo diverso di intendere o di vivere la vita, ma la negazione del dono della vita in Cristo e la conseguente e probabile possibilità di essere dannati in eterno.

.

La Chiesa non può derogare quell’obbligo che ad essa deriva dal suo Divino Fondatore che l’ha voluta come mezzo e strumento di salvezza, o come sarà definita dal Concilio Vaticano II e poi dal Catechismo: «La Chiesa sacramento universale di salvezza» [Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 774]. E qui è bene fa notare che il concetto di universalità, assieme alla totalità implica la esclusività. Dio non ha mai contemplato molteplici strumenti di salvezza, come non ha mai contemplato le più disparate chiese o religioni, la Sua Chiesa è una ed una soltanto, quella affidata a Pietro ed al Collegio degli Apostoli, il tutto entro un criterio di unicità che non contempla le molteplicità. Diverso è invece il discorso legato ai mezzi ordinari di salvezza, che sono la Chiesa di Cristo ed i Sacramenti di grazia di cui essa è dispensatrice, ed i mezzi straordinari di salvezza, che sono racchiusi nel mistero del cuore di Dio che nei modi più diversi, attraverso i più disparati mezzi cosiddetti straordinari, può portare i singoli uomini alla salvezza. Mezzi straordinari che però appartengono solo a Dio e dei quali nessun uomo può avvalersi, per esempio sostenendo che la Chiesa di Cristo è solo uno dei tanti mezzi è strumenti di salvezza. No, la Chiesa ed i Sacramenti di grazia di cui essa è dispensatrice non sono uno dei tanti mezzi, ma l’unico mezzo che Cristo Signore ha fornito all’uomo ed all’umanità per essere redenta attraverso il sangue della sua croce.

.

La frase sulla quale si struttura il passo del Vangelo lucano: «Siate misericordiosi, come misericordioso è il Padre vostro, che è nei cieli», si armonizza con un’altra frase dell’Antico Testamento che ci ammonisce e che ci esorta a essere «santi perché io, il Signore Dio vostro, sono Santo» [Lv 19, 2]. Il presupposto della misericordia è dunque la santità, non la mondanità. Non si è misericordiosi o caritatevoli quando si piace al mondo, bensì proprio quando non si piace al mondo. Il Santo Vangelo e le Lettere apostoliche ci insegnano infatti che la misura attraverso la quale si può misurare la nostra vera carità e la nostra vera misericordia, è quando noi non siamo affatto graditi ai figli di questo mondo:

.

«Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia» [Gv 15, 18-19].

.

E per questo nostro mondo carità e amore vuol dire concedere a due uomini di poter coronare il proprio “sogno” con un matrimonio e di acquistare poi un bambino da un utero in affitto, mentre all’esatto opposto, per la carità e per l’amore che ci rende degni figli del Padre Nostro che è nei Cieli, chi compie simili mostruosità e compromette in tal modo la vita di queste creature innocenti, forse «sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare» [Mt 18, 6].

.

Per il mondo è misericordia, quindi cosa altamente caritatevole concedere attraverso l’eutanasia la morte ad una persona gravemente ammalata, o ad un anziano che è semplicemente stanco di vivere, semmai perché solo ed abbandonato. Ma ciò non è misericordia bensì immane abominio, esattamente come lo è abortire, ossia uccidere un povero innocente, dopo che dalla ecografia o dalla amniocentesi è stato appurato che il nascituro è affetto da sindrome di Down e quindi non è perfetto secondo i canoni di un mondo sempre più immondo.

.

Pensate a quante cose il mondo fa e seguita a fare in nome di un concetto di misericordia ormai completamente sovvertito dal grande invertitore del bene e del male, da colui che trasforma il male in bene ed il bene in male, ossia Satana. Pensateci bene: l’era moderna prende vita sotto i palchi delle ghigliottine dove al grido di libertà, uguaglianza e fraternità le persone venivano date in pasto al boia senza processo, o con dei processi sommari che erano delle farse, o perché denunciati per gelosia ed invidia sociale. Eppure, la libertà, è un alto principio cristiano, posto che essa è un presupposto della creazione stessa dell’uomo, che fu creato da Dio libero e dotato di libero arbitrio [Genesi, capp. 2-3]. Per non parlare dell’uguaglianza e della fraternità, la cui dimora naturale si trova all’interno del messaggio evangelico dove queste verità sono spiegate e trasmesse molto meglio di quanto non le abbia trasmesse Robespierre durante il regime del terrore a suon di teste decapitate in nome di una uguaglianza e di una fraternità svuotate di Cristo e riempite di neo-paganesimo.

.

Anche il mondo con il suo temibile Prìncipe, da tempo si è appropriato di parole che sono termini fondanti il messaggio cristiano, svuotandole prima del loro significato e trasformandole poi in altro. A maggior ragione, oggi più che mai, bisogna capire anzitutto che cosa sia la vera misericordia, dopodiché essere «misericordiosi, come misericordioso è il Padre vostro, che è nei cieli», non come i figli del Prìncipe di questo mondo.

.

Dall’Isola di Patmos, 24 febbraio 2019

.

.

.

.
.

.
«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» [Gv 8,32],
ma portare, diffondere e difendere la verità non solo ha dei
rischi ma anche dei costi. Aiutateci sostenendo questa Isola
con le vostre offerte attraverso il sicuro sistema Paypal:



oppure potete usare il conto corrente bancario:
IBAN IT 08 J 02008 32974 001436620930 
in questo caso, inviateci una email di avviso, perché la banca
non fornisce la vostra email e noi non potremmo inviarvi un
ringraziamento [ isoladipatmos@gmail.com ]

.

.

.

.

.

.

.