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Dalla maschera teatrale dell’ipocrita greco alla trave ed alla pagliuzza nell’occhio narrata dal Santo Vangelo

3 Marzo 2019/in Omiletica/da Padre Gabriele

L’angolo dell’omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

DALLA MASCHERA TEATRALE DELL’IPOCRITA GRECO ALLA TRAVE ED ALLA PAGLIUZZA NELL’OCCHIO NARRATA DAL SANTO VANGELO

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Al contrario della Grecia, l’ipocrita non è più l’attore che interpreta un ruolo nell’antico teatro, ma diviene colui che non ha sincerità di cuore e nei confronti di Dio ha un rapporto solamente formale e costruito su meccaniche abitudini. Al tempo di Gesù, i farisei tendevano ad essere ipocriti in questo senso: non avevano davvero conosciuto Dio, semplicemente eseguivano mnemonicamente i precetti della Legge rabbinica senza averli davvero compresi e senza che essi potessero aiutarli a vivere meglio la fede.

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Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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PDF  articolo formato stampa
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Cari fratelli e sorelle.

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aforismi

In questa VIIIª Domenica del tempo ordinario ci è donato un brano evangelico reso celebre dall’immagine della trave e della pagliuzza nell’occhio [cf. testo della Liturgia della Parola, QUI]. Nella Grecia antica molti uomini si prestavano nel ruolo di ὑποκριτής [ypocrités] cioè di attori che, portando una maschera, fingevano e mettevano in scena una tragedia o una commedia. Per gli antichi greci era importante parlare e raccontare storie che aiutassero gli spettatori a vivere un rapporto profondo e intimo con i loro dei. Nelle letture di oggi il Signore ci offre spunti per avere un rapporto profondo e sincero, una fede che sia vera e al tempo stesso sincera.

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Innanzitutto in Siracide leggiamo: «Il frutto dimostra come è coltivato l’albero, così la parola rivela i pensieri del cuore» [27, 5]. In questo proverbio dell’autore, il saggio ebreo Ben Sirach, si vuole richiamare l’attenzione alla coerenza delle parole. Esse sorgono innanzitutto dai pensieri del cuore: nella cultura ebraica il cuore è il luogo dell’incontro intimo con Dio. Se dunque ognuno di noi coltiva questa esperienza di incontro personale e intimo col Signore, mediante la preghiera, certamente avremo parole di gioia e di speranza. Aiuteremo anche altri ad avere un incontro fecondo e molto intenso con Dio.

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aforismi

In questa ricerca di una coerenza di base fra pensieri e parole, il Signore ci aiuta sempre. San Paolo scrive:

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«Fratelli miei carissimi, rimanete saldi e irremovibili, progredendo sempre più nell’opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore» [1 Cor 5,58].

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L’apostolo richiama ogni cristiano alla perseveranza, ad avere pazienza anche nei momenti di difficoltà e di crisi e dunque quando occorre avere più stabilità. L’opera del Signore è la continua vittoria sulla morte: in questo ambito, questo va inteso oggi come replicare a tutte le mode mortifere come per esempio le droghe, la prostituzione, la promozione dell’aborto, dell’eutanasia, del “matrimonio” tra coppie delle stesso sesso e la possibilità ad esse data di adottare bambini … Al tempo stesso siamo chiamati anche a vincere insieme al Signore le proprie morti, ossia le paure, le ferite e i drammi esistenziali. Infatti, la coerenza e la perseveranza, hanno questi splendidi frutti in ognuno di noi.

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In questo cammino, la via tracciata dal Signore è molto forte e chiara: Gesù, nel Vangelo lucano tuona: «Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello» [Luca 6,42b]. Qui, al contrario della Grecia, l’ipocrita non è più l’attore che interpreta un ruolo nell’antico teatro, ma diviene colui che non ha sincerità di cuore e nei confronti di Dio ha un rapporto solamente formale e costruito su meccaniche abitudini. Al tempo di Gesù, i farisei tendevano ad essere ipocriti in questo senso: non avevano davvero conosciuto Dio, semplicemente eseguivano mnemonicamente i precetti della Legge rabbinica senza averli davvero compresi e senza che essi potessero aiutarli a vivere meglio la fede. Dunque, nel cammino di fede e di lotta alla morte, il Signore bandisce l’ipocrisia. Al tempo stesso, Dio ci chiede un continuo esercizio di umiltà, di mettersi in discussione sempre aperti alle sollecitazioni che Lui stesso ci pone davanti, soprattutto nelle circostanze concrete nella vita. Quando sapremo essere umili, saremo un po’ come humus, pronti ad essere concimati e dare frutto secondo la parola di Dio. Solo allora saremo pronti alla correzione fraterna.

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Come ha scritto John Donne:

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«Nessun uomo è un’isola, completo in se stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto». 

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aforismi

Ognuno di noi vivrà quel tutto come una grande fratellanza, pronti ad essere tutti fratelli nel Battesimo. Dunque in grado di accettare anche quella correzione che può infastidirci. Allora sarà la fine dell’orgoglio e l’inizio della inabitazione di tutta la Trinità nel nostro cuore, il Signore ci renda forti e perseveranti per uscire dall’isola dei nostri egoismi, guardando verso ben altre isole, compresa non ultima L’Isola di Patmos, nell’arcipelago greco, isola nota anche come Il luogo dell’ultima rivelazione, nella quale San Giovanni Apostolo, durante il suo esilio, scrisse quel grande messaggio di speranza che è l’Apocalisse, in cui narra della Donna vestita di sole e della vittoria di Cristo sul Princìpe del Male.

Così sia.

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Roma, 3 marzo 2019

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Cari Lettori,

in questa pagina potete trovare il Libro delle Sante Messe, se in esso consultate il Calendario Agenda potrete verificare la disponibilità per la celebrazione delle Sante Messe di suffragio per i vostri Defunti 

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I blog personali dei Padri de L’Isola di Patmos

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2021/09/padre-Gabriele-piccola.png?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Gabriele https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Gabriele2019-03-03 14:35:122021-09-30 21:13:14Dalla maschera teatrale dell’ipocrita greco alla trave ed alla pagliuzza nell’occhio narrata dal Santo Vangelo

«Siate misericordiosi, come misericordioso è il Padre vostro, che è nei cieli», non come piace al mondo, ma come piace a Dio

24 Febbraio 2019/12 Commenti/in Omiletica/da Padre Ariel

L’Angolo di Girolamo Savonarola: omiletica cattolica in tempi di vacche magre

«SIATE MISERICORDIOSI, COME MISERICORDIOSO È IL PADRE VOSTRO, CHE È NEI CIELI», NON COME PIACE AL MONDO, MA COME PIACE A DIO

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Per il mondo è misericordia, quindi cosa altamente misericordiosa concedere attraverso l’eutanasia la morte ad una persona gravemente ammalata, o ad un anziano che è semplicemente stanco di vivere, semmai perché solo ed abbandonato. Ma ciò non è misericordia bensì immane abominio, esattamente come lo è abortire, ossia uccidere un povero innocente, dopo che dalla ecografia o dalla amniocentesi è stato appurato che il nascituro è affetto da sindrome di Down e quindi non è perfetto secondo i canoni di un mondo sempre più immondo. 

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo.

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PDF  articolo formato stampa

 

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Laudetur Jesus Christus !

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«siate misericordiosi come il Padre vostro che è nei cieli»

Il brano lucano di questa VII domenica del tempo ordinario [cf. Lc 6,27-38, vedere testo della liturgia, QUI] potrebbe suggerirci che ci sono momenti nei quali si finisce col temere che non solo dal Santo Vangelo si tenda a prendere ciò che si vuole nel modo come si vuole, perché avendo fatto un ulteriore salto avanti, è ragionevole temere che ci si trovi dinanzi a delle autentiche falsificazioni della Parola di Dio, facendo dire ad essa ciò che Cristo Dio non ha mai detto. Molti sarebbero gli esempi, prendiamone uno solo tra i molti: «Non giudicate per non essere giudicati» [Mt 7, 1]. Vediamo in che modo è stato spesso letteralmente falsificato questo monito, basterebbe ascoltare certe omelie costruite sui sociologismi improntanti sul desiderio di piacere al mondo, per udire poi da certi pulpiti sproloqui di questo genere:

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«La Chiesa ha infine capito che non poteva continuare a giudicare e condannare come a lungo ha fatto, ma che era necessario comprendere, capire, accogliere, essere misericordiosi …».

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Commenti di questo genere sono autentiche bestemmie proferite nella Casa del Padre dal luogo in cui si annuncia la Parola di Dio. Infatti, ammonendo «Non giudicate per non essere giudicati», Cristo Signore si riferisce forse ai suoi Apostoli ed alla futura Chiesa? Chi sono, i soggetti e gli oggetti di questo ammonimento? Sono coloro — come si spiega poco avanti in questo brano evangelico —, che hanno l’abitudine di osservare «la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio» [Mt 7, 3]. Il monito è dunque rivolto agli ipocriti ed all’umana ipocrisia esercitata nelle sue varie forme, cosa questa spiegata con divina magistralità da Cristo Signore in tutto il discorso che segue [cf. Mt 7, 1-29]. Per quanto invece riguarda la Santa Chiesa di Cristo, si sappia e sia chiaro che indicare cosa è giusto e cosa sbagliato, cosa è lecito e cosa illecito, cosa è santo e cosa invece diabolico, è un dovere ed un obbligo al quale la Chiesa non può e non deve sottrarsi. O per dirla con la Parola di Dio: la Chiesa, salvo tradire in caso contrario la propria missione, ha l’obbligo di dire e di insegnare in che modo i Christi fideles debbano entrare «per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa» [Mt 7, 13]. La Chiesa non può dunque omettere di giudicare e di condannare il male in modo all’occorrenza  severo, posto che il peccato non è affatto un modo diverso di intendere o di vivere la vita, ma la negazione del dono della vita in Cristo e la conseguente e probabile possibilità di essere dannati in eterno.

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La Chiesa non può derogare quell’obbligo che ad essa deriva dal suo Divino Fondatore che l’ha voluta come mezzo e strumento di salvezza, o come sarà definita dal Concilio Vaticano II e poi dal Catechismo: «La Chiesa sacramento universale di salvezza» [Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 774]. E qui è bene fa notare che il concetto di universalità, assieme alla totalità implica la esclusività. Dio non ha mai contemplato molteplici strumenti di salvezza, come non ha mai contemplato le più disparate chiese o religioni, la Sua Chiesa è una ed una soltanto, quella affidata a Pietro ed al Collegio degli Apostoli, il tutto entro un criterio di unicità che non contempla le molteplicità. Diverso è invece il discorso legato ai mezzi ordinari di salvezza, che sono la Chiesa di Cristo ed i Sacramenti di grazia di cui essa è dispensatrice, ed i mezzi straordinari di salvezza, che sono racchiusi nel mistero del cuore di Dio che nei modi più diversi, attraverso i più disparati mezzi cosiddetti straordinari, può portare i singoli uomini alla salvezza. Mezzi straordinari che però appartengono solo a Dio e dei quali nessun uomo può avvalersi, per esempio sostenendo che la Chiesa di Cristo è solo uno dei tanti mezzi è strumenti di salvezza. No, la Chiesa ed i Sacramenti di grazia di cui essa è dispensatrice non sono uno dei tanti mezzi, ma l’unico mezzo che Cristo Signore ha fornito all’uomo ed all’umanità per essere redenta attraverso il sangue della sua croce.

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La frase sulla quale si struttura il passo del Vangelo lucano: «Siate misericordiosi, come misericordioso è il Padre vostro, che è nei cieli», si armonizza con un’altra frase dell’Antico Testamento che ci ammonisce e che ci esorta a essere «santi perché io, il Signore Dio vostro, sono Santo» [Lv 19, 2]. Il presupposto della misericordia è dunque la santità, non la mondanità. Non si è misericordiosi o caritatevoli quando si piace al mondo, bensì proprio quando non si piace al mondo. Il Santo Vangelo e le Lettere apostoliche ci insegnano infatti che la misura attraverso la quale si può misurare la nostra vera carità e la nostra vera misericordia, è quando noi non siamo affatto graditi ai figli di questo mondo:

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«Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia» [Gv 15, 18-19].

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E per questo nostro mondo carità e amore vuol dire concedere a due uomini di poter coronare il proprio “sogno” con un matrimonio e di acquistare poi un bambino da un utero in affitto, mentre all’esatto opposto, per la carità e per l’amore che ci rende degni figli del Padre Nostro che è nei Cieli, chi compie simili mostruosità e compromette in tal modo la vita di queste creature innocenti, forse «sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare» [Mt 18, 6].

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Per il mondo è misericordia, quindi cosa altamente caritatevole concedere attraverso l’eutanasia la morte ad una persona gravemente ammalata, o ad un anziano che è semplicemente stanco di vivere, semmai perché solo ed abbandonato. Ma ciò non è misericordia bensì immane abominio, esattamente come lo è abortire, ossia uccidere un povero innocente, dopo che dalla ecografia o dalla amniocentesi è stato appurato che il nascituro è affetto da sindrome di Down e quindi non è perfetto secondo i canoni di un mondo sempre più immondo.

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Pensate a quante cose il mondo fa e seguita a fare in nome di un concetto di misericordia ormai completamente sovvertito dal grande invertitore del bene e del male, da colui che trasforma il male in bene ed il bene in male, ossia Satana. Pensateci bene: l’era moderna prende vita sotto i palchi delle ghigliottine dove al grido di libertà, uguaglianza e fraternità le persone venivano date in pasto al boia senza processo, o con dei processi sommari che erano delle farse, o perché denunciati per gelosia ed invidia sociale. Eppure, la libertà, è un alto principio cristiano, posto che essa è un presupposto della creazione stessa dell’uomo, che fu creato da Dio libero e dotato di libero arbitrio [Genesi, capp. 2-3]. Per non parlare dell’uguaglianza e della fraternità, la cui dimora naturale si trova all’interno del messaggio evangelico dove queste verità sono spiegate e trasmesse molto meglio di quanto non le abbia trasmesse Robespierre durante il regime del terrore a suon di teste decapitate in nome di una uguaglianza e di una fraternità svuotate di Cristo e riempite di neo-paganesimo.

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Anche il mondo con il suo temibile Prìncipe, da tempo si è appropriato di parole che sono termini fondanti il messaggio cristiano, svuotandole prima del loro significato e trasformandole poi in altro. A maggior ragione, oggi più che mai, bisogna capire anzitutto che cosa sia la vera misericordia, dopodiché essere «misericordiosi, come misericordioso è il Padre vostro, che è nei cieli», non come i figli del Prìncipe di questo mondo.

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Dall’Isola di Patmos, 24 febbraio 2019

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L’invito di Cristo ad accogliere il dono di quella felicità che diviene beatitudine eterna

17 Febbraio 2019/in Omiletica/da Padre Gabriele

L’angolo dell’omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

L’INVITO DI CRISTO AD ACCOGLIERE IL DONO DI QUELLA FELICITÀ CHE DIVIENE BEATITUDINE ETERNA

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Le parole del filosofo francese Blaise Pascal sembrano adatte al nostro essere testimoni di beatitudine: «La felicità non è né noi, né fuori di noi: è in Dio, ossia fuori e dentro di noi».

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Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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PDF  articolo formato stampa
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Cari fratelli e sorelle,

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Salvador Dalì, L’annuncio, opera realizzata in occasione dell’apertura del Concilio Vaticano II

in questa VIª domenica del tempo ordinario la Liturgia della Parola ci offre il testo lucano del Vangelo delle Beatitudini [vedere testo della Liturgia della Parola, QUI].

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Ci sono pagine evangeliche che sono eterne e che per questo conosciamo a memoria, eppure, ogni volta che le ascoltiamo, ci emozionano e ci donano sempre qualcosa di nuovo e spesso di inaspettato. Dio vede la nostra realtà secondo una visione di eterno presente simultaneo: per ciò, ogni volta che ci parla nella Sua Parola ispirata, nel nostro adesso quotidiano, nel nostro istante che sembra insignificante lo riempie del suo amore tenero ed eternamente vero e presente.

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Il brano delle beatitudini lucane ci ricorda innanzitutto in che cosa consiste una delle più grandi ricerche dell’uomo: la ricerca della felicità.

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Salvador Dalì, Le tentazioni di Sant’Antonio

Nella dichiarazione degli Stati Uniti d’America i padri fondatori, insieme a Thomas Jefferson, il 15 settembre 1787 dichiararono che la ricerca della felicità è una verità per sé stessa evidente. Con il linguaggio filosofico diremmo che la ricerca della felicità è un assioma, qualcosa di talmente evidente da non poter essere confutato. Questo testo ha ispirato anche un bellissimo film, che consiglio a tutti di vedere, proprio intitolato La Ricerca della Felicità, di Gabriele Muccino con Will Smith e il piccolo Jaden Smith. Il film rappresenta la storia del broker statunitense Chris Gardner, che ridotto sul lastrico a causa di una serie di imprevisti esistenziali e lavorativi, trova la forza insieme al suo piccolo figlio Christopher di rimboccarsi le maniche e ricostruire tutto. Insieme i due Gardner iniziano il loro cammino verso la felicità. Una delle frasi più belle del film è quella che papà Chris dice al piccolo Christopher:

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«Non permettere mai a nessuno di dirti che non sai fare qualcosa. Neanche a me. Ok? Se hai un sogno tu lo devi proteggere. Quando le persone non sanno fare qualcosa lo dicono a te che non la sai fare. Se vuoi qualcosa, vai e inseguila. Punto».

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Con queste beatitudini il Signore ci vuole mostrare qual è il cammino che ha preparato per noi, affinché possiamo raggiungere la felicità non semplicemente con un posto di lavoro, come accadeva a Gardner in questo film. La felicità non è il denaro: non è solo materialità ma al tempo stesso non è nemmeno astrattezza. Il Signore ci insegna infatti che la felicità è beatitudine.

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Salvador Dalì, la visione dell’Inferno concessa dalla Vergine Maria ai pastorelli di Fatima

L’invito di Gesù alla beatitudine ha un fondamento spirituale e umano al tempo stesso: innanzitutto perché è sempre il Signore che aiuta ogni uomo a vivere le singole beatitudini. In secondo luogo perché, ogni beatitudine, consiste in una condizione reale di precarietà da cui sgorga un atto d’amore concreto donato da Dio al suo credente.

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Dalla povertà materiale e spirituale, per grazia si ottiene il regno di Dio, cioè l’essere a contatto intimo con Lui in ogni momento in quanto battezzati e figli di Dio. Dalla fame dell’Amore Trinitario, il Signore ci dona la sazietà dello Spirito Santo quando siamo cresimati. Dal pianto disperato di chi ha peccato, il Signore dona il Sorriso di chi è stato perdonato nella confessione sacramentale. E infine, Gesù, si ricorda anche di coloro che sono nella lacerazione, divisione e persecuzione più profonda a causa del Suo Santo Nome. Qui Gesù si rivolge ai martiri: sia coloro che oggi perdono ancora la vita perché uccisi in odium fidei, come avvenuto di recente in Francia con l’assassinio sull’altare del padre Jacques Hamel, sia per coloro che vivono un martirio bianco perché isolati dai parenti, amici e confratelli, fino a quasi alla rimozione del legame di parentela sempre per causa del Vangelo di Gesù Cristo e per amore della Chiesa.

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Ai martiri è preparata una grande ricompensa: la visione immediata in Paradiso dell’Amore di Dio, senza doversi purificare ulteriormente, per i martiri nel Sangue. La capacità di avere uno sguardo autentico sull’amore di Dio che si fa Pane Eucaristico, per i martiri bianchi.

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Al contrario, i tre «guai» che Gesù rivolge a ricchi, sazi e color che ridono riflettono come una falsa felicità può radicarsi nell’uomo: una felicità che non viene da Dio, ma dal denaro, dalla sazietà sessuale smodata e disordinata o dall’esercizio di un potere che irride l’autorità di Dio e i suoi precetti. Quei guai mettono in guardia ancora oggi. È bene educarsi a stare lontani da questi atteggiamenti e comportamenti che ci riempiono di effimero svuotandoci dell’unico tesoro vero: la presenza di Dio.

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Salvador Dalì, L’ultima cena

La ricerca della felicità nelle beatitudini descritte da Gesù è una meta raggiungibile tutti i giorni. Nei Sacramenti, come ho già detto. Ma anche perché sappiamo essere noi coloro che annunciano la fede che non è stasi passiva, ma cammino continuo verso ciò che ci dona senso di una felicità profonda.

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Le parole del filosofo francese Blaise Pascal sembrano davvero adatte al nostro essere testimoni di beatitudine: «La felicità non è né noi, né fuori di noi: è in Dio, ossia fuori e dentro di noi».

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Quindi insieme, cari fratelli e sorelle, chiediamo al Signore di assimilare sempre di più queste parole eterne. Tutti i giorni possiamo essere alla scuola della beatitudine. Con uno sguardo contemplativo, chiediamo di trovare nel raggio di sole che illumina la nostra finestra, il segno del Signore che vuole renderci eternamente felici perché beati.

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Così sia!

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Roma, 16 febbraio 2019

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Per divenire dei veri pescatori di uomini, bisogna essere anzitutto dei veri uomini

9 Febbraio 2019/in Omiletica/da Padre Ariel

L’Angolo di Girolamo Savonarola: omiletica cattolica in tempi di vacche magre

PER DIVENIRE DEI VERI PESCATORI DI UOMINI, BISOGNA ESSERE ANZITUTTO DEI VERI UOMINI  

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Gettare le reti vuol dire allontanarsi dalla riva e cogliere nell’immensità. Per poter pescare gli uomini, bisogna anzitutto essere veri uomini, figli legittimi di un Dio che si fece in tutto e per tutto vero uomo e dal quale liberamente e amorosamente ci siamo lasciati pescare, per divenire così dei veri pescatori di uomini. 

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo.

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PDF  articolo formato stampa
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Laudetur Jesus Christus !

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Immensità, opera della pittrice romana Anna Boschini [Vitarte, QUI]

La pagina del Vangelo lucano offerto da questa Vª Domenica del tempo ordinario [testo della liturgia della parola, QUI], ci richiama anzitutto al mistero di una realtà inscindibile: il Gesù della storia, vero uomo, ed il Cristo della fede,  vero Dio, espressione del mistero della natura del Redentore che è uno nella sua persona e uno nella Trinità, perché ogni azione d’incontro del vero Dio e del vero uomo con l’umanità, è un’azione di grazia della Trinità nella nostra storia, nel nostro essere presente e nel nostro divenire futuro, singolo e collettivo.

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Il Gesù uomo ci insegna anche l’arte della predicazione, che è capacità di comunicare per cercare e per vivere la vera comunione. Ce lo dimostra il Gesù storico, capace a discutere già da adolescente con i dottori del Tempio [cf. Lc 2, 41-50] che sbalorditi si chiedevano da dove attingesse costui tale sapienza. Appresso Gesù che con parole semplici, a tratti disarmanti ―  dentro le quali sono però racchiusi i pilastri della nostra fede ―  parla e fa riferimento ai bambini e ai semplici che lo ascoltano, che lo capiscono e soprattutto che lo seguono [cf. Mc 10, 13-14; Mt 18, 3-4; Mt 18,6].

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Se chi predica il Vangelo non semina e non raccoglie, se non getta le reti vuote per tirarle sulla barca piene, le cose stanno in questi termini: o è approdato in una città di cuori totalmente aridi dai quali è bene procedere oltre scuotendo la polvere dai propri sandali,[3] o è un profeta incompreso destinato al martirio più o meno bianco, oppure è un pessimo predicatore che non pratica ciò che predica.

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Il Gesù storico, giudeo tra i giudei, che nella sua perfetta natura umana era figlio di un’antica cultura — quella ebraica — fatta di simboli e immagini; in una Giudea che all’epoca aveva assimilato anche la ricchezza dei simboli e delle immagini prima greche e poi romane, per rendere efficace la sua predicazione si rivolge al popolo parlando per parabole. E come sappiamo la parabola — ossia la novella — è un simbolo, oltre il quale è racchiuso un messaggio umano, morale, etico e spirituale.

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Attenti però a un’insidia sempre in agguato: simbolico è il linguaggio, non il Dio incarnato nel ventre della Beata Vergine Maria. Gesù è una realtà umana e divina narrata attraverso i Vangeli che sono anche fonti storiche, messe assieme da testimoni oculari diretti o immediatamente diretti. Nella storicità di Gesù che parla per parabole o allegorie si racchiude il divino mistero del Cristo della fede incarnato, vissuto, morto e risorto.

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Gesù che cammina sopra le acque del lago di Tiberiade [cf. Mc 6, 45-52; Mt 14,22-32], che compie il miracolo del vino a Cana [cf. Gv 2,1-11] che moltiplica i pani e i pesci [cf. Mt 15,29-37], che guarisce i malati e che risuscita Lazzaro [cf. Gv 11, 35-44]; ma soprattutto, Gesù che il terzo giorno risuscita dalla morte, non è un insieme di simboli e di allegorie da interpretare con i criteri della moderna teologia, perché tutto questo è storico e reale. E solamente di fronte a questa reale storicità, possiamo poi procedere con criteri spirituali e con letture teologiche, non viceversa. Se infatti Gesù sia esistito soltanto nel passato o invece esiste anche nel presente, ciò dipende tutto quanto dalla sua risurrezione [cf. Antonio Maria Sicari, Viaggio nel Vangelo, Jaca Boock, pag 270].

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Nella proclamazione del Vangelo di oggi non è stata narrata un’originale novella ma un fatto reale, oltre il quale c’è il simbolo. Non è un gioco di parole ma un uso corretto delle parole nella delicata vigna del mistero della fede. Attraverso la vita terrena di Gesù nasce dalla sua concreta e palpitante realtà umana la parabola, ovvero la metafora, che è un efficace strumento comunicativo. Pensare invece che dalla metafora, o come qual si voglia dalla fiaba, nasca la tenera idea fiabesca di un Gesù da interpretare entro categorie puramente spirituali e teologiche, è un pensiero che per quanto diffuso rimane pericolosamente non cristiano, sicuramente non cattolico.

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Quel giorno Gesù salì veramente sulla barca di Simone, invitando lui e gli altri pescatori a prendere il largo e a gettare le reti, ed esaudendo la sua richiesta, Simone rispose realmente che avevano tentato invano di pescare tutta la notte senza prendere nulla, dicendo infine: «sulla tua parola getterò le reti», compiendo in tal modo un libero atto di fede.

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Qual è la sfida spirituale di questa parabola inserita in un fatto reale? Anzitutto Gesù invita Simone a lasciare la riva per spingersi al largo, allontanandosi da quella riva disseminata dalle conchiglie dei nostri limiti, delle nostre palesi mancanze di carità. Gettare le reti vuol dire allontanarsi dalla riva e cogliere nell’immensità, infine tirare in superficie quello che sin dalla notte dei tempi è racchiuso in ciascuno di noi, che è l’essere stati creati a immagine e somiglianza di Dio: sarete santi perché io — il Signore vostro Dio — sono santo [cf. I Pt 1,13-21; Lv 19,2; Es 11, 45]. E quando proprio sembravamo del tutto perduti, Dio irrompe di nuovo nella storia dell’uomo in modo reale e fisico attraverso il mistero della sua incarnazione; e tramite Gesù è Dio stesso che viene di persona a ripescarci, basta solo che attraverso un atto di libera fede si accetti di spingersi al largo per gettare le reti, per essere pescati dalla sua grazia e per pescare nella sua grazia.

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È il miracolo della pesca: abbandonata la riva con Gesù, gettate le reti e pescando in profondità quegli uomini hanno fatto riemergere la propria vera immagine e somiglianza con l’Eterno Creatore ristabilendo la propria comunione con Dio e portando di lì a poco la comunione di Dio nel mondo.

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Dinanzi al miracolo dei pesci, che è miracolo della fede e dell’abbandono a Dio, Simone torna ad avere anzitutto la percezione del bene e del male, tanto da intimare a Gesù: «Allontanati da me perché io sono un peccatore». Dinanzi a quella consapevolezza, Gesù colma Simone di grazia e di implicito perdono rispondendogli: «D’ora in poi tu sarai pescatore di uomini». Affermazione che in sé sottintende: perché hai avuto la bontà di seguire la mia parola e di abbandonare la riva, per giungere al largo a ripescare te stesso e, con te stesso, recuperare il tuo Signore e Creatore, affinché potessi compiere su di te il grande miracolo della fede.

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Nella Chiesa di oggi ciò che spesso manca non sono gli uomini da pescare — che spesso vorrebbero tanto lasciarsi pescare, o che talvolta chiedono, supplicano di essere pescati — forse ciò che manca sono i bravi pescatori. Che dunque Nostro Signore Gesù Cristo, inizio centro e fine ultimo del nostro intero umanesimo, colui nel quale tutte le cose si ricapitolano, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili, capo del corpo mistico che è la Chiesa …[I Ef, prologo] faccia sempre di noi saggi e santi pescatori di uomini, con la sua grazia e con il conforto e la preghiera del buon Popolo di Dio. Senza mai dimenticare che per poter pescare gli uomini, bisogna anzitutto essere veri uomini, figli legittimi di un Dio che si fece in tutto e per tutto vero uomo e dal quale liberamente e amorosamente ci siamo lasciati pescare, per divenire così veri pescatori di uomini.

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Dall’Isola di Patmos, 10 febbraio 2019

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2019/01/padre-Aiel-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Ariel https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Ariel2019-02-09 22:51:272019-02-17 15:34:12Per divenire dei veri pescatori di uomini, bisogna essere anzitutto dei veri uomini

«In Dio possiamo tutti diventare dei grandi scrittori e artisti dell’unità dell’amore»

27 Gennaio 2019/in Omiletica/da Padre Gabriele

L’angolo dell’omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

«IN DIO POSSIAMO TUTTI DIVENTARE I GRANDI SCRITTORI E ARTISTI DELL’UNITÀ DELL’AMORE»

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Spiegare e mostrare la nostra fede quindi non è salire in cattedra, non è riempirsi di superbia ma innanzitutto amare con un atto d’amore profondo e tenero e generare l’unione di tutti gli uomini con Dio.

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Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Cari fratelli e sorelle,

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San Raimondo di Peñafort, patrono dei giuristi e delle facoltà di diritto canonico, che secondo la pia leggenda attraversa le acque sul suo mantello di Frate Domenicano

La Liturgia della Parola di questa III domenica del temo ordinario [cf. Ne 8, 2-4.5-6.8-10; Sal 18; 1 Cor 12,12-30; Lc 1,1-4; 4,14-21, testi leggibili, QUI], ha richiamato alla mia mente il ricordo di quando per la prima volta sono stato su una nave. Era un traghetto che portava da Napoli all’isola di Ischia. Ricordo anche la presenza di più personale di bordo: c’era il semplice marinaio, l’addetto ai passeggeri, i responsabili della cucina, il medico di bordo e infine, ovviamente, anche il capitano della nave ed i suoi assistenti. Ognuno aveva un compito ben preciso e distinto, ma tutti, allo stesso tempo, avevano un’unica finalità: condurre la nave nel porto di Ischia.

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Questo esempio di diversità e di unità è anche il tema delle letture di oggi. Nella prima lettura tratta dall’Antico Testamento abbiamo ascoltato:

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«Esdra aprì il libro in presenza di tutto il popolo. […] I levìti leggevano il libro della legge di Dio a brani distinti e spiegavano il senso, e così facevano comprendere la lettura» [Ne  8, 4 – 6] . 

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Questo libro che viene spiegato è la Legge mosaica che gli ebrei avevano ricevuto tramite Mosè al Sinai. Dunque sia Esdra, un profeta, che i leviti, i sacerdoti rendono chiaro qualcosa che Dio aveva rivelato ma che aveva bisogno di una chiarificazione. In quel brano sappiamo anche che viene annunciato un giorno consacrato al Signore. Dunque, l’opera dei profeti e dei leviti ebrei era quasi mostrare l’esistenza di un certo tempo dedicato a Dio. Leviti e profeti, dunque, hanno un compito specifico: rendere chiaro e vivo il messaggio di Dio.

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Su questo si concentra anche la seconda lettura quando San Paolo scrivendo ai Corinzi afferma:

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«Dio ha disposto le membra del corpo in modo distinto, come egli ha voluto»  [1 Cor 1,14]

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Ecco dunque che viene confermato ciò è il Signore stesso a volere una certa distinzione e diversità all’interno del Popolo di Dio. Dalle prime due letture impariamo anche che il Signore ci chiede di imparare al nostro posto. Saper capire quali sono i propri doni e metterli al servizio di tutta la comunità ecclesiale senza essere egoisti è l’atto di umiltà più grande. È Dio stesso infatti a chiamare ogni singola persona secondo un compito specifico: chi alla vita religiosa o sacerdotale, chi al matrimonio, come distinzione primaria.  

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L’inizio del Vangelo di Luca specifica uno dei compiti comuni che Gesù ha demandato a tutta la Chiesa. Leggiamo infatti:

 

«Gesù ritornò in Galilea […] Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano lode» [Lc 4,14]

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Insegnare o spiegare la parola di Dio, o appunto il contenuto della nostra fede è compito che tutti noi credenti riceviamo da Gesù. Certo, in primis noi ministri, nella omelia o nell’attività catechetica quotidiana. Ma anche i laici. In particolare chi vive la fede nel mondo, insieme ai suoi figli e alla sua famiglia, può oltre che con la spiegazione di ciò che crede, anche dare testimonianza della bellezza della fede in Dio. Una fede che è incontro vivo, tenero e reale con Gesù Cristo. In tal modo, con il chiarificare ciò che crediamo e la speranza che il Signore ci ha donato, possiamo permettere che la fede divenga amore di carità. Dunque da offrire una conoscenza di Dio passiamo a donare un amare Dio e il prossimo in modo concreto. Potremo dire insieme al Signore:

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«Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».

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Così, davvero, avremo anche svelato un po’ di quel grande mistero del Dio Trinitario che ci ama, con l’autorità di un Padre, con la bellezza di un Figlio e con la maternità dello Spirito Santo. Sarà davvero la carezza più bella e intensa che potremo donare a chi amiamo, o a chi non si sente amato da nessuno.

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Spiegare e mostrare la nostra fede quindi non è salire in cattedra, non è riempirsi di superbia ma innanzitutto amare con un atto d’amore profondo e tenero e generare l’unione di tutti gli uomini con Dio. Come ha scritto il pittore Eugene Delacroix nel suo Diario, dove esprime che in Dio possiamo tutti diventare i grandi scrittori e artisti dell’unità dell’Amore:

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«Il sentimento dell’unità e il potere di realizzarlo nell’opera fanno il grande scrittore e il grande artista».

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Così sia.

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Roma, 27 gennaio 2019

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I blog personali dei Padri de L’Isola di Patmos

Club Theologicum

il blog di Padre Gabriele

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2021/09/padre-Gabriele-piccola.png?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Gabriele https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Gabriele2019-01-27 14:36:452021-09-30 21:14:33«In Dio possiamo tutti diventare dei grandi scrittori e artisti dell’unità dell’amore»

Dare il vino peggiore quando tutti sono già ubriachi alle nozze di Cana

20 Gennaio 2019/6 Commenti/in Omiletica/da Padre Ariel

L’Angolo di Girolamo Savonarola: omiletica cattolica in tempi di vacche magre

DARE IL VINO PEGGIORE QUANDO TUTTI SONO GIÀ UBRIACHI ALLE NOZZE DI CANA  

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Se vogliamo essere sinceri, nel testo originale di Giovanni, Gesù non dice propriamente: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono». La frase tradotta in italiano è fedele senza dubbio, però Gesù, per l’esattezza, non dice “quando si è già bevuto molto” ma dice «Quando tutti sono già ubriachi mette in tavola il vino peggiore».

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo.

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Laudetur Jesus Christus !

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Le taverne di ubriachi nelle scene di Brouwer [Autore: Adriaen Brouwer, pittore fiammingo, 1605 circa]

Quello dell’Apostolo Giovanni offerto in questa IIª Domenica del Tempo Ordinario [vedere testo QUI] è un Vangelo che racchiude molte particolarità. Anzitutto Giovanni è un testimone oculare, partecipe agli eventi narrati.

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Prima che pure nella moderna esegesi esplodesse una certa forma di “socialismo reale”, non si temeva a chiamare Giovanni “il discepolo che Gesù amava”, “il discepolo prediletto”. Predilezione cancellata da alcuni interpreti presenti che in essa hanno quasi voluto leggere una “contraddizione divina”, stabilendo che prediligere è male, perché per Dio siamo tutti uguali. Cosa non vera, perché per Dio siamo tutti diversi e tutti unici nella nostra preziosa diversità. Inoltre, il prediligere, o la sana predilezione, non è per niente sinonimico di ingiustizia, specie se con prudente equilibrio si predilige chi lo merita. E a Dio fatto uomo, dobbiamo in qualche modo riconoscere sia la prudenza sia l’equilibrio, umano e divino, con buona pace dei moderni esegeti e interpreti. Pertanto, nella predilezione umanamente, cristianamente e amorosamente intesa, non c’è proprio nulla di sconveniente.

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Quello di Giovanni è un Vangelo particolare, anzitutto perché nasce dal racconto di un Apostolo che ha avuto un contatto molto diretto col Signore, della cui predilezione ha potuto godere. E se qualcuno volesse ancora dubitare della comprensibile predilezione umana e divina, divina e umana del Signore verso Giovanni, basti solo riflettere su una frase che non lascia spazio a dubbi. Sotto la Croce, prima di spirare, Gesù «Vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: “Donna, ecco tuo figlio!”. Poi disse al discepolo: “Ecco tua madre!”. E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé» [Gv 19, 26-27].

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Gesù affida a questo giovane uomo, poco più che un ragazzo, colei che permise al Verbo di farsi carne, la Vergine Maria; e l’affida a lui, non ultimo perché, nel frattempo, gli altri erano fuggiti, mantenendosi a prudente distanza dalla croce.

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Così stanno i fatti, lo narra la storicità dei Vangeli, che non sono una raccolta di “metafore” da interpretare al di là di fatti “meramente simbolici”, o come direbbero alcuni studiosi: da de-mitizzare con cura. I Vangeli racchiudono fatti realmente accaduti, da leggere e da capire. I Vangeli non sono fiabe simboliche, perché al proprio interno racchiudono una precisa e a tratti impeccabile storicità.

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Molto potremmo dire sulle immagini delle nozze di Cana, dove il vero sposo è Cristo e dove Maria, seduta al banchetto, è madre di quella Chiesa che convola a nozze con l’Agnello Immolato. E in questo banchetto Gesù, mutando l’acqua in vino, offre all’uomo una vera e piena trasformazione attraverso l’azione della grazia divina dello Spirito Santo. E ancora, quel nettare della vite, finirà poi col divenire sangue di Cristo, che costituirà col pane elemento del Sacrificio Eucaristico, memoriale vivo e santo.

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Sul finire di questo brano evangelico, Giovanni precisa: «Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù». Nel Vangelo di Giovanni abbondano “segni” narrati e usati per guidare le genti alla fede nel Cristo. Quello compiuto a Cana di Galilea è il primo dei segni, o per meglio dire il prototipo che anticipa a suo modo tutta la serie “segni” successivi, da cogliere, leggere e interpretare sulla scia del segno di Cana di Galilea: il paralitico guarito presso la piscina della Porta delle Pecore [cf. Gv 5, 19], la guarigione del figlio del funzionario del re ammalato a Cafarnao [cf. Gv 4, 46-54], la guarigione del cieco nato [cf. Gv 9, 1-40], la moltiplicazione dei pani [cf. Gv 6, 1-13] Gesù che cammina sulle acque agitate verso i discepoli sulla barca [cf. Gv 9, 16-21], la risurrezione di Lazzaro [cf. Gv 11, 1-44].

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Ovviamente noi siamo abituati a leggere i Vangeli nella nostra lingua corrente. Questo non deve però indurci a dimenticare il fatto che le lingue nelle quali oggi li ascoltiamo sono traduzioni dei testi originali dei Vangeli, nei quali sono spesso disseminate parole non facili da tradurre dalla lingua originale di scrittura alle moderne lingue nostre. Bisogna per ciò notare che Giovanni — che scrive nella lingua greca di venti secoli fa — non usa, come altri evangelisti, il termine tέraton, che vuol dire prodigio, o meglio miracolo del vino; Giovanni usa il termine  shmeίwn, che vuol dire  segno. Se poi vogliamo essere sinceri, nel testo originale di Giovanni, colui che dirigeva il banchetto, per l’esattezza non dice a Gesù: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono». La frase tradotta in italiano è fedele senza dubbio, però, per l’esattezza, non dice “quando si è già bevuto molto” ma dice otan mequsqwsin ton elassw, che alla lettera significa: «Quando tutti sono già ubriachi mette in tavola il vino peggiore».

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Nel Vangelo di Giovanni il  “segno” è un’azione di grazia ben visibile che Gesù compie allo scopo pedagogico di condurre i fedeli alla graduale penetrazione di una realtà superiore che i sensi non possono percepire, ma che possono cogliere.

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Giovanni usa il termine “segni” al plurale perché non intende affatto limitarsi ai miracoli compiuti da Gesù, perché tutte le azioni di Cristo sono segni che inducono alla fede e che a loro modo vogliono condurci alla fede. Pensiamo ad esempio al miracolo dei miracoli riassunto da Giovanni nel monumentale prologo del suo Vangelo, che comincia con le parole: «In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio». Per poi giungere attraverso questo crescendo di verità di fede all’annuncio del più impensabile dei miracoli: «E il Verbo si fece carne», il mistero di Dio fatto uomo. Mistero dinanzi al quale l’Autore della Lettera agli Ebrei afferma che «La fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede» [Cf. Eb 11,1]. Per Giovanni il segno è quindi un elemento visibile che conduce all’invisibile, perché la fede è un segno del mondo invisibile, della realtà di Dio. Per questo motivo il Vangelo di Giovanni si conclude con queste parole: «Gesù fece molti altri segni … questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo» [Gv 20,30-31].

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Nessuno oggi, dirigendo l’eterno banchetto delle nozze di Cristo con la sua Chiesa potrà mai più dire:  «Tu hai tenuto da parte il vino buono finora», perché dopo l’incarnazione, la vita, la morte e la risurrezione del Cristo, a noi è stato dato buon vino sino al suo ritorno alla fine dei tempi, perché «Lo sposo» Cristo «è colui al quale appartiene la sposa» [Gv 3, 29]. Il Cristo sposo è capo del corpo che è la Chiesa [cf. Col 1,18], ed ogni giorno, attraverso il mistero del suo corpo e del suo sangue vivo, presenza reale tra noi, celebriamo le nozze dell’agnello, Cristo, con la sua sposa, la Chiesa.

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dall’Isola di Patmos, 19 gennaio 2019

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Essere figlio nel figlio: il vero povero non è lo straccione, ma l’orfano privo di un Padre Celeste

13 Gennaio 2019/2 Commenti/in Omiletica/da Padre Ivano

L’angolo dell’omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

ESSERE FIGLIO NEL FIGLIO: IL VERO POVERO NON È LO STRACCIONE, MA L’ORFANO PRIVO DI UN PADRE CELESTE 

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Il povero autentico non è identificabile con lo straccione, il miserabile e l’emarginato, ma con l’orfano. Con colui che è privato e dimentico delle prerogative familiari. Il povero, è colui che ignora le sue origini e che, per questo, non può accedere a un affetto paterno.

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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PDF  articolo formato stampa
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Quirino de Ieso, Il battesimo di Gesù, 1996 – cm. 50X100, in collezione privata

Anche nel Battesimo del Signore, si costituisce una solenne epifania, una grande manifestazione, attraverso la quale si rivela sempre meglio l’identità e il ruolo pubblico di Gesù.

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Nel brano evangelico di questa festa, la rivelazione della divinità raggiunge il suo culmine, in quanto assistiamo alla compresenza di tutte e tre le persone divine.

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È proprio il Padre che rivela il Figlio come l’amato [cf. Lc 3,22] e in questa attestazione amorosa di predilezione [cf. Sal 45,3] scende, su Gesù in preghiera, lo Spirito Santo come sigillo e parola definitiva.

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La festa del Battesimo del Signore non può che confermare — se ancora ce ne fosse il bisogno — che l’amore divino si comunica all’uomo solo attraverso la mediazione della persona di Cristo.

Non esistono altri mediatori, altri salvatori o pontefici capaci di condurre l’uomo a Dio. Gesù immergendosi — con il battesimo nel Giordano — dentro il tessuto umano, mi accompagna a gustare la vera solidarietà divina che si fa carico della povertà e del peccato dell’uomo che è il vero motivo per cui si realizza  l’allontanamento dal Padre.

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Infatti, il povero autentico non è identificabile con lo straccione, il miserabile e l’emarginato, ma con l’orfano. Con colui che è privato e dimentico delle prerogative familiari. Il povero, è colui che ignora le sue origini e che, per questo, non può accedere a un affetto paterno.

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Sono quanto mai convinto che l’odierna povertà umana non è il risultato esclusivo di una falla sociologica o politica, ma anzitutto identitaria. In un mondo che ha scordato le sue origini divine e l’affetto che Dio Padre prova continuamente per ogni creatura, il risultato può essere solo la deriva identitaria che conduce all’abbandono e che genera orfani. Il cristiano, però, non è un orfano, ma in Cristo viene costituito primogenito, figlio nel Figlio.

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Questo discorso viene spiegato in maniera diversa anche dall’Evangelista Matteo, che nella sua genealogia [cf. Mt 1,1-16] vede la ricapitolazione della storia umana — fatta di luci e di ombre — proprio a partire dalla persona del Verbo.

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Il battesimo di Gesù è immersione nella debole storia umana; il battesimo dell’uomo è immersione nella robusta figliolanza divina che Cristo ci ottiene con la sua passione, morte e risurrezione.

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Adesso cerchiamo di scendere nella concretezza della nostra quotidianità: ogni giorno — quando mi alzo dal letto — Dio Padre attraverso Gesù mi conferma il suo amore preferenziale. Capire bene questo è essenziale, perché Dio non rigetta mai nessuna sua creatura!

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Se io sono un preferito dal Signore — un figlio beneamato — questa consapevolezza rivoluziona tutta la mia persona e il mio modo di agire: il mio essere e la mia morale.

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Inoltre, l’amore preferenziale che Dio riversa in me, rifulge della presenza dello Spirito Santo che mi guida e orienta verso una vita di intimità con Dio che posso scoprire solo nella preghiera. È l’esempio di Gesù che prega continuamente, attraverso un costante dialogo, per unirsi al Padre attraverso l’amorosa presenza dello Spirito Santo [cf. Mt 26,39; Mc 1,35; Lc 9,29].

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È l’esempio dei santi che indicano nella preghiera assidua la certezza di salvezza: «Chi prega si salva, chi non prega si perde» [cf. Sant’ Alfonso Maria de’ Liguori].

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Oggi è necessaria nel mondo una presenza cristiana che conosca sempre meglio la sua identità filiale con Dio e che coltivi un dialogo orante con lui.

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Non è ammissibile svendere questa dignità che Cristo ci ha conquistato, in nome del politicamente corretto, delle logiche mondane, di un non ben definito amore universale, di una globalizzazione religiosa che intende livellare tutto e tutti.

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Il battesimo del Signore, grida la verità delle nostre origini e ci invita a incassare quella eredità spirituale che è la vita buona del Vangelo.

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Festeggiare annualmente il battesimo di Gesù significa festeggiare e ricordarsi del proprio battesimo e ringraziare infinitamente Dio, i nostri genitori e i nostri padrini per averci condotto al fonte battesimale.

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Nel battesimo ci è donata ogni grazia e ci viene programmata una vita che guarda nel Paradiso il suo compimento definitivo. Nell’attesa del compimento della beata speranza, il battezzato vive nel mondo un tempo cairologico di consolazione [cf. Is 40,1] in cui dare testimonianza di ciò che significa figliolanza legittima.

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Imparando l’identità filiale nel rapporto stretto con Dio, l’uomo imparerà anche ad essere padre e madre di una generazione di uomini capaci di rendere grazie al Signore e di aprirsi allo lode dello Spirito che ci farà cantare: «Benedici il Signore, anima mia» [cf. Sal 103].

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Cagliari, 13 gennaio 2019

Battesimo del Signore Gesù

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«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» [Gv 8,32],
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il blog personale di Padre Ivano

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«Dove c’è Dio c’è casa!» L’Epifania fa del mondo una casa dove il Dio Bambino attende ciascuno di noi

6 Gennaio 2019/in Omiletica/da Padre Ivano

L’angolo dell’omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

«DOVE C’È DIO, C’È CASA!» L’EPIFANIA FA DEL MONDO UNA CASA DOVE IL DIO BAMBINO ATTENDE CIASCUNO DI NOI 

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Ma chi erano veramente i Magi? «Erano sapienti, rappresentavano la dinamica dell’andare al di là di sé, intrinseca alle religioni – una dinamica di ricerca della verità, ricerca del vero Dio e quindi anche filosofia nel senso originario della parola. Così la sapienza risana anche il messaggio della scienza: la razionalità di questo messaggio non si ferma al solo sapere, ma cercava la comprensione del tutto, portando così la ragione alle sue possibilità più elevate» [cf. Benedetto XVI, L’Infanzia di Gesù]

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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Epifania del Signore Gesù

Le festività di Natale hanno il grande pregio di invitare l’uomo ad abbandonare le proprie comodità e a verificare l’opera di Dio che si realizza nel mondo.

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Spesso i verbi ricorrenti nei Vangeli del tempo di Natale, risuonano come imperativi e invitano con forza il lettore a guarire dalla propria indifferenza e a prendere parte attiva nell’agire di Dio. L’evento dell’incarnazione del Verbo, ci risana dalla paralisi del cuore che si esprime nell’incapacità — o forse nel timore — di incontrare Dio, inducendoci a muovere i primi passi incerti verso una casa sicura.

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Questa dimora è Betlemme — dall’ebraico בֵּיִת לֶחֶם alla lettera: Casa del Pane — luogo dove il Verbo di Dio si rende conoscibile e che nella sua glorificazione si renderà vero cibo di salvezza e farmaco per i peccati dell’umanità. 

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Mi piace ora accostare al tempo di Natale, le parole di Gesù dette al paralitico nel momento in cui viene guarito: «Àlzati, prendi il tuo letto e va’ a casa tua» [cf. Mt 9,6]. L’invito di Gesù a questo povero infermo rattrappito, ci rende possibile capire come l’uomo è risanato nel momento in cui ha la capacità di accettare da Gesù la forza per risollevarsi dalle sue infermità e tornare ad essere un familiare di Dio.

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«Àlzati!» gli viene detto, cioè partecipa alla mia volontà di sanarti; ma poi aggiunge «va’ a casa tua», cioè datti una mossa, torna al luogo dove c’è la tua vera identità [cf. Lc 15,18].

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L’immobilismo che stringe il cuore dell’uomo moderno, spesso ci spinge fuori da Dio, ma Gesù con la sua nascita ci porta dentro verso una casa accogliente in cui egli stesso si rende nutrimento e sostentamento. Allora, come per il paralitico, siamo chiamati a dare ascolto a Gesù. Sapendo che nel raccogliere le nostre deboli forze e alzarci dal nostro lettuccio, si nasconde il segno di una promessa ad andare che non delude:

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«Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia» [cf. Lc 2,12].

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Certamente i viandanti più famosi del tempo di Natale — dopo i pastori — sono i Magi. Ma chi erano veramente i Magi?

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«Erano sapienti, rappresentavano la dinamica dell’andare al di là di sé, intrinseca alle religioni – una dinamica di ricerca della verità, ricerca del vero Dio e quindi anche filosofia nel senso originario della parola. Così la sapienza risana anche il messaggio della scienza: la razionalità di questo messaggio non si ferma al solo sapere, ma cercava la comprensione del tutto, portando così la ragione alle sue possibilità più elevate» [cf. Benedetto XVI, L’Infanzia di Gesù, Rizzoli, 2012, pp 111-112].

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I Magi con la loro vita dedita alla ricerca e alla conoscenza della verità, ci aiutano a comprendere il pericolo di una paralisi che rende Dio un lontano reperto vintage. Essi si spingono oltre le loro possibilità, perché la Verità va cercata con passione, fatica e costanza. Desiderano compiere il santo viaggio [cf. Sal 84,6], allontanandosi dal loro paese, per arrivare finalmente ad adorare il Signore [cf Sal 72,11; Mt 2,2].

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Di questi sapienti orientali possiamo apprezzare la spiccata sensibilità a scrutare le tracce che Dio dissemina nella vita degli uomini e — così come il saggio Daniele [cf. Dn 2,22] — cercano di interpretarne il mistero nella quotidianità della loro esistenza e del loro lavoro. In loro si realizzano gli oracoli messianici che annunciavano l’omaggio delle nazioni al Dio di Israele [cf. Nm 24,17; Is 49,23; 60,5s; Sal 72,10-15]. Ma è soprattutto nei passi dei Magi che possiamo scorgere il sobrio sentimento della gioia [cf Mt 2,9-11] che è il filo conduttore del loro desiderio più profondo: vedere Dio e adorarlo devotamente presso la sua casa [cf. Sal 5,8].

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Ritornare a casa dopo tanto tempo — specie dopo un viaggio lungo e faticoso — è senza dubbio motivo di gioia ma nello stesso tempo di ringraziamento. Per ciò, l’uomo che è capace di ringraziare, è il vero devoto, il vero adoratore, colui che intende dedicarsi prontamente al servizio di Dio.

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In questo atteggiamento è sottolineato, ancora una volta, l’invito ad andare, ad agire. Purtroppo, al giorno d’oggi, si vedono pochi devoti, pochi adoratori ma molti devozionisti. Il devozionismo è la contraffazione della devozione e dell’autentica adorazione. È uno stile del cuore che si attende tutto da Dio senza la capacità di una possibile collaborazione con lui. Si aspetta il miracolo servito su un piatto d’argento in virtù della sola esecuzione asettica di alcune pratiche religiose. Al contrario, i Magi esprimono la loro adorante devozione attraverso il ringraziamento, presentando la totale disponibilità della loro persona a Gesù, insieme al riconoscimento di trovarsi al cospetto del divino sovrano redentore del mondo [cf Mt 2,2].

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L’oro, l’incenso e la mirra, non sono solo i segni che simboleggiano la regalità, la divinità e la passione del Cristo ma anche offerte di ringraziamento — eucaristiche — per la teofania di Dio in Gesù. A Betlemme, i Magi vengono rivestiti di una missione: essere — nella casa dove Dio si rende bambino — apostoli per i lontani da casa. Sono loro i primi annunciatori che rivelano alle genti la luce splendida della presenza di Dio nel mondo. Con la gioia con cui fanno ritorno al loro paese, testimoniano la veridicità della profezia di Natan a Davide: «Il Signore ti annuncia che farà a te una casa» [cf. II Sam 7,11].

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L’Epifania, fa del mondo una casa dove il Dio bambino attende ciascuno di noi. Quindi: diamoci una mossa e accogliamo il Signore con vera devozione e inni di ringraziamento, per poterci prostrare davanti a lui e cantare:

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«Ti adoreranno, Signore, tutti i popoli della terra».

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Cagliari, 6 gennaio 2019

Epifania del Signore Gesù

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2019/01/Padre-Ivano-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Ivano https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Ivano2019-01-06 01:11:312021-04-20 18:59:20«Dove c’è Dio c’è casa!» L’Epifania fa del mondo una casa dove il Dio Bambino attende ciascuno di noi

Il mistero dell’Epifania ed i ricchi doni dei Magi: «A Dio si offre l’ottimo, il massimo, non gli scarti»

5 Gennaio 2019/2 Commenti/in Omiletica/da Padre Ariel

L’Angolo di Girolamo Savonarola: omiletica cattolica in tempi di vacche magre

IL MISTERO DELL’EPIFANIA ED I RICCHI DONI DEI MAGI: «A DIO SI OFFRE L’OTTIMO, IL MASSIMO, NON GLI SCARTI».

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Quando a Maria e Giuseppe i magi offrirono l’oro, essi non risposero: “No, grazie, l’oro datelo ai poveri”. Non dissero questo perché erano consapevoli che a Dio si offre sempre l’ottimo, il massimo. Gli scarti, a Dio, li offriva Caino, come ci narra il Libro della Genesi. Mentre nei Santi Vangeli il falso amore per i poveri ci viene indicato attraverso la figura di Giuda, che quando Maria di Bethania unse il Signore Gesù con prezioso olio di nardo, egli si mostrò falsamente scandalizzato per lo spreco e disse che quel prezioso olio poteva essere venduto per trecento danari e il ricavato dato ai poveri.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Laudetur Jesus Christus !

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… purtroppo, nelle principali solennità dell’anno liturgico, è ormai pressoché impossibile non gettare tutti i sacri misteri nella melassa del politicamente corretto

La liturgia della solennità dell’Epifania è caratterizzata da una forte luce [testo della Liturgia della Parola, QUI] che raggiunge tutti gli uomini: «Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo» [cf. Gv 1,9].

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Questa festa, che si celebra 12 giorni dopo Natale, prende nome dal greco ἐπιφάινω [epifàino] che significa “mi rendo manifesto”. Parola dalla quale deriva ἐπιϕάνεια [epifàneia] che significa apparizione, venuta, presenza divina. Conoscere il significato delle parole, come spesso spiego nelle mie omelie e nelle mie catechesi, è indispensabile per poter penetrare i misteri della fede, che hanno un proprio vocabolario, preciso e specifico; e se manca la lingua, non si può trasmettere il messaggio della verità, anzi si corre il rischio di falsarla. I misteri della fede hanno infatti un proprio linguaggio preciso che nasce e che si sviluppa nel corso dei secoli attraverso la sapienza dei Santi Padri e dai grandi concilî dogmatici della Chiesa.

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Con l’Epifania si celebra la prima manifestazione della divinità di Gesù all’intera umanità. Ciò avviene attraverso la visita solenne, l’offerta di doni altamente significativi e l’adorazione dei magi, che sono degli alti dignitari di un popolo estraneo al mondo ebraico e mediterraneo. La commemorazione della Epifania, che ha inizio nel III secolo, comprende le manifestazioni divine di Gesù. In particolare: l’adorazione dei Magi, il battesimo di Gesù [cf. Mc 1,9-11], ed il primo “segno” a Cana di Galilea attraverso il miracolo del vino [cf. Gv 2,1-12], anticipazione a suo modo del grande miracolo e sacrificio del Sangue di Cristo sposo della Chiesa.

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Nel tempo, la tradizione popolare, ha decorato con significati particolari le figure dei magi: anzitutto mutando questi maghi – termine oggi negativo – in magi. È stato anche precisato il loro numero, sono stati poi trasformati in Re, ed è stato dato loro un nome — Gaspare, Melchiorre e Baldassarre —, assieme a conformazioni fisiche diverse, così uno rappresenta il mondo occidentale, uno quello arabo e uno quello africano.

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Questi magoi, dalla descrizione che ce ne viene fatta, pare che siano degli astronomi, forse sono dei sacerdoti zoroastriani provenienti dalla Persia. Quello che comunque rimane certo è che dinanzi al Popolo di Israele sono degli “stranieri” che non conoscono la Sacra Scrittura e la Legge Mosaica. Eppure sono questi stranieri di altra cultura e religione che “rivelano” a Israele ed ai suoi sacerdoti e dignitari ciò che essi attendevano e sapevano, ma che si era nascosto nel loro intimo. La manifestazione del Messia a coloro che lo aspettavano è stata quindi possibile per l’intervento inaspettato di elementi estranei. Il mondo religioso e politico dell’epoca è stato “illuminato” dalla conoscenza e dalla sapienza di stranieri ritenuti dal mondo ebraico dei גוים [goijm] quelli che nella letteratura evangelica e in quella paolina sono indicati come gentili, termine che indica principalmente i pagani.

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Il racconto dell’Epifania del Signore e dei tre Magi, non può che indurci ad una riflessione sul mondo di oggi che ci sembra sempre più invaso da “altri”, ma con una gran differenza: ieri, questi stranieri, questi “altri”, ossia i magi, seguendo la luce di una stella giunsero per indicarci la venuta del Messia, ed una volta che lo ebbero trovato si prostrarono dinanzi a lui e lo adorarono. Oggi, molti degli “altri” che spesso accogliamo senza alcun prudente buonsenso, non vengono affatto per adorare il Verbo di Dio fatto uomo né tanto meno per farcelo conoscere, ma per sostituire la luce del Cristo Dio – che per noi è inizio centro e fine ultimo del nostro intero umanesimo [cf. dich. Dominus Jesus] – con la loro falsa stella, affinch’essa si innalzi su quel poco che resta della fede cristiana in questa nostra Europa in stato ormai avanzato di scristianizzazione. O detta in altri termini: sarebbe come spalancare le porte di un asilo nido a Erode detto il Grande per facilitargli la strage degli innocenti [cf. Mt 2,1-16]. Si potrebbe però obiettare che il Verbo di Dio, invitando all’accoglienza, ci ammonisce: «Ero straniero e mi avete accolto» [cf. Mt 25, 31-46], espressione che richiede di essere però compresa, non stravolta. Infatti, a suffisso di questa espressione e di tutte le altre che seguono, c’è l’Ego Sum del Verbo di Dio, che in modo totale, esclusivo e assoluto si presenta come via, verità e vita [cf. Gv 14,16]. Perché è in questa ottica cristologica che va intesa la frase finale: «ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me». Tenendo appunto conto che Cristo Dio parla tra l’altro di «fratelli», non parla di invasori desiderosi di sostituire e di distruggere la radice stessa del Suo Divino Essere unica, sola e assoluta via, verità e vita.

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Un discorso tutto a parte meriterebbero i doni portati dai magi, che oltre alla loro grande preziosità hanno un preciso significato, a partire dall’oro, un ottimo conduttore del calore che simboleggia come tale l’opera di Gesù, il quale ci ha trasmesso fedelmente il calore dell’amore del Padre. L’oro, considerato il metallo nobile per definizione, ha la caratteristica di non ossidare e di non corrodersi. L’oro rappresenta quindi sin dalla prima epoca apostolica la incorruttibilità della fede. Questo il motivo per il quale ai nostri Vescovi, maestri e custodi della fede, erano donate croci d’oro, segno appunto della incorruttibilità della fede, non certo di sfarzo e di opulenza principesca. Questo il motivo per il quale, le preziosissime specie del Corpo e del Sangue di Cristo, nella tradizione della Chiesa sono sempre state riposte dentro metalli preziosi. E a tal proposito sappiate che San Francesco d’Assisi, quello vero, ai suoi frati li mandava in giro anche scalzi, poteva persino accadere che non avessero da fare un pasto al giorno, ma quando i suoi frati sacerdoti li inviava a portare la Comunione agli ammalati, ce li mandava con le pissidi d’oro, perché – diceva il poverello di Assisi – «La povertà deve finire sotto i gradini dell’altare».

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Altro dono prezioso è l’incenso, che quando viene bruciato forma nubi bianche che salgono verso l’alto e che rappresenta le nostre preghiere e inni di lode che si innalzano al cielo a Dio Padre.

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Infine la Mirra, che si presenta sotto forma di grani tondi di colore rossastro con un gradevole odore aromatico. Questi grani rossastri ci ricordano le gocce di sangue che coprirono il volto di Gesù nel Getzemani, poi il suo capo coronato di spine e infine tutto il suo corpo flagellato e straziato dalla crocifissione. Questo מָרוֹר [maror, erba amara] nella sua simbologia ci ricorda le sofferenze di Cristo, la cui vita è stata contrassegnata da persecuzioni sin dall’infanzia, a partire dalla fuga in Egitto, per seguire con incomprensioni, tradimenti, abbandono, fino al culmine: la sua morte in croce.

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Quando a Maria e Giuseppe i magi offrirono l’oro, essi non risposero: “No, grazie, l’oro datelo ai poveri”. Non dissero questo perché erano consapevoli che a Dio si offre sempre l’ottimo, il massimo. Gli scarti, a Dio, li offriva Caino, come ci narra il Libro della Genesi. Mentre nei Santi Vangeli il falso amore per i poveri ci viene indicato attraverso la figura di Giuda, che quando Maria di Bethania unse il Signore Gesù con prezioso olio di nardo, egli si mostrò falsamente scandalizzato per lo spreco e disse che quel prezioso olio poteva essere venduto per trecento שְׁקָלִים [sheqel, plur. sheqelim, moneta della Giudea, latinizzata in siclo, sicli] e il ricavato dato ai poveri. Il Beato Evangelista Giovanni, narrando questo episodio, ci precisa che l’Iscariota non diceva questo perché amasse i poveri, ma perché era ladro. Ma soprattutto, nella memoria, dovremmo sempre portare viva la risposta data da Gesù: «Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me» [cf. Gv 12, 1-8].  

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A Dio si offre sempre l’ottimo, il massimo. E per inciso: per capire quanto quell’olio di nardo che l’Iscariota aveva stimato trecento sicli fosse veramente prezioso, basti dire che all’epoca la paga di un soldato romano era di un soldo. Il valore di quell’olio corrispondeva quindi a quasi un anno di paga di un soldato.

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Al vedere la stella, i magi provarono una gioia grandissima. Non è importante l’evento astrale in sé. Quello che a noi interessa è il senso: «Io lo vedo, ma non ora, io lo contemplo, ma non da vicino: una stella spunta da Giacobbe» [cf. Nm 24,17]. La stella è Cristo stesso [cf. Ap 22,16], per questo non è visibile dai palazzi di Gerusalemme, perché i poteri umani hanno carenza di luce [cf. Mt 20,25] e i poteri religiosi dell’antica giudea con tutte le loro regole hanno mutata la religione in una schiavitù, sino a gravare gli uomini oltre misura: «Caricate gli uomini di pesi insopportabili, e quei pesi voi non li toccate nemmeno con un dito!» [Lc 11, 46].

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La Stella procede in avanti e guida i magi. Il Beato Evangelista Matteo descrive la gioia dei magi nel rivedere la stella: la luce del Messia ci illumina la strada, ci guida, si riflette nella nostra vita tanto da rivestirla di quella gioia che si muta in quel dono di grazia che trasforma l’uomo per riportarlo alla sua immagine e somiglianza con Dio. La luce di Cristo illumina ogni  aspetto della vita, o come dice il Profeta Isaia: «Sono stato trovato da quelli che non mi cercavano, mi sono manifestato a quelli che non chiedevano di me» [cf. Rm 10,20].

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Basta solo alzare gli occhi al cielo per vedere la stella e poi seguirla, senza far scendere mai il buio; e la luce di Cristo ci coglierà dall’ombra per avvolgerci nella luce del mistero del Verbo di Dio fatto uomo.

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In questa festa della luce, risuonano le parole del Prologo al Vangelo del Beato Apostolo Giovanni che parla del mistero del Verbo fatto carne: «La luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno sopraffatta» [cf. Gv 1,5]. Anche se ieri, come purtroppo oggi, molti la luce «non l’hanno accolta», o peggio: tentano in tutti i modi di spegnerla, in un mondo nel quale, al cristocentrismo, è stato ormai da tempo sostituito l’uomocentrismo.

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Preghiamo affinché dinanzi a questa luce divina che manifesta e che rivela il mistero del Verbo di Dio incarnato, possa risuonare e poi radicarsi nei nostri cuori l’anelito paolino:

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«Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me» [Gal 2, 20].

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dall’Isola di Patmos, 6 gennaio 2019

Epifania del Signore Gesù

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2019/01/padre-Aiel-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Ariel https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Ariel2019-01-05 01:32:252019-01-22 20:33:00Il mistero dell’Epifania ed i ricchi doni dei Magi: «A Dio si offre l’ottimo, il massimo, non gli scarti»

«Quando avrai eliminato l’impossibile, ciò che rimane, anche se poco probabile, deve essere la verità»… E il Verbo si fece carne

25 Dicembre 2018/in Attualità, Omiletica/da Padre Gabriele

L’angolo dell’omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

«QUANDO AVRAI ELIMINATO L’IMPOSSIBILE, CIÒ CHE RIMANE, ANCHE SE POCO PROBABILE, DEVE ESSERE LA VERITÀ» … E IL VERBO SI FECE CARNE

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Sherlock Holmes, acuto investigatore, risolve i casi più intricati e misteriosi di assassinio, scoprendo con arguta sagacia l’omicida. Questo personaggio, è così in grado di rivelarci qualcosa di nascosto, portando alla luce ciò che non è subito visibile. Egli ha come proprio motto: «Quando avrai eliminato l’impossibile, ciò che rimane, anche se poco probabile, deve essere la verità» … E il Verbo si fece carne.

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Autore
Gabriele Giordano Scardocci, O.P.

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PDF  articolo formato stampa
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Buon Natale a tutti voi!

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Shelock Holmes, vignetta d’epoca

Anche quest’anno abbiamo la gioia di vivere insieme questa solennità del Signore. La nascita di Gesù, Figlio di Dio, è uno dei principali misteri della nostra fede, sintetizzato nel Vangelo di Giovanni appena proclamato [vedere testo, QUI]. Proviamo ad addentrarci in questo grande mistero a partire da un’opera letteraria.

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Tutti conosciamo il personaggio letterario Sherlock Holmes, nato dalla penna di Sir Arthur Conan Doyle nel secolo scorso nel romanzo Uno Studio in Rosso. Holmes, investigatore privato londinese, è accompagnato dall’amico medico, il dottor Watson. Holmes, acuto investigatore, risolve i casi più intricati e misteriosi  di assassinio, scoprendo con arguta sagacia l’omicida. Questo personaggio, è così è in grado di rivelarci qualcosa di nascosto, portando alla luce ciò che non è subito visibile. Egli ha come proprio motto: «Quando avrai eliminato l’impossibile, ciò che rimane, anche se poco probabile, deve essere la verità».

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Con la sua nascita e venuta al mondo, Gesù bambino aiuta tutti noi ad entrare nella luce del mistero di Dio; con questa sua missione, che in teologia è chiamata missione visibile della Trinità, ci aiuta ad eliminare l’impossibile ed a trovare quella verità che, a prima vista, può sembrare persino poco probabile.

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Il Vangelo di Giovanni che abbiamo ascoltato poco fa ci aiuta dunque a cogliere il grande mistero. Per comprenderlo, bisogna partire dalla fine del brano:

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«Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato» [cf. v. 18]. 

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Il desiderio forte che ci rende uomini in uno stato più elevato consiste nel vedere, conoscere e scoprire. Perciò il desiderio di conoscere e scoprire Dio è quello più alto in assoluto. È una scintilla di umanità che vuole diventare fuoco. Questo ce lo permette il Figlio unigenito, Gesù, che è Dio insieme al Padre seppure distinto da Lui. Gesù esaudisce il nostro desiderio più profondo di aprirci alla verità e all’amore più grande. Ciò è possibile perché ci ha donato, in questo Natale tutto sé stesso: «Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia» [cf. v. 16].

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Diventando uomo, Gesù accoglie tutta l’umanità e tutto l’uomo senza eccezione e senza condizioni: questa è la sua pienezza. L’averci accolto incondizionatamente ha permesso una cascata di amore e accoglienza: questa cascata è la Sua grazia che, innanzitutto, noi riceviamo nei sacramenti.

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Tramite la grazia che apre la nostra conoscenza profonda di Dio, possiamo esseri certi che

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« Il Verbo si fece carne, e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria […]» [cf. v. 16].

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Nella cultura attuale questo sembra davvero improbabile e inaccettabile. Perché il Verbo che è Dio, spirituale e invisibile, farsi carne [dal greco σάρξ, sarx]? Perché Dio è amore e vuole chiamarci ad un’intimità e tenerezza profonda con Lui, sino a permettere il miracolo di assumere la natura umana ed un corpo vero, reale e fisico. Esattamente come una gocciolina d’acqua viene assunta in una più ampia parte di vino, così natura umana e divina esistono insieme in Gesù. Fra poco vedrete questo mistero della duplice natura, mostrato nella liturgia quando io stesso, adempiendo alla mia funzione di diacono, mescolerò nel calice insieme al vino con qualche gocciolina d’acqua, seguita dalle sommesse parole:

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«L’acqua unita al vino sia segno della nostra unione, con la vita divina di Colui che ha voluto assumere la nostra natura umana».

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Perciò ora che sappiamo che Gesù ci ha rivelato Dio, ci ha spalancato le porte della grazia e ci ha permesso di contemplare la gloria della sua bellissima duplice natura, con occhi scintillanti di felicità e serenità possiamo dire con fede: «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio» [cf. v. 1].

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Il Verbo, dal greco λόγος, logos [Parola] è Dio stesso: è la seconda persona della Trinità, Gesù Cristo ed è intimamente unito al Padre, e vuole trasportarci alla intima unione con la Trinità stessa e dunque ad essere piccola Trinità anche noi.

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Questo mistero, dall’alto della sua intangibilità, ora scende nella concretezza della vita quotidiana: adesso che tornerete a casa per radunarvi assieme con chi più amate per il pranzo di Natale, chiediamo al Signore la forza e la determinazione di essere testimoni di fronte ai nostri parenti e amici dell’amore di Gesù che oggi nasce. Affinché noi stessi, una volta ricevuto Gesù nella comunione eucaristica e uniti in Lui, possiamo condurre anche i più lontani alla grotta di Betlemme. Affinché anche noi tramandiamo la purezza, la bellezza e la verità con cui viviamo la fede cattolica.

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Così sia.

 

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Roma, 25 dicembre 2018

Natività del Signore

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