Per suggellare le discussioni sul saggio dedicato ai Neocatecumenali offriamo una “perizia” illuminante di un luminare della psichiatria, che fu letta a suo tempo da San Giovanni Paolo II nel 1998

— attualità ecclesiale —

PER SUGGELLARE LE DISCUSSIONI SUL SAGGIO DEDICATO AI NEOCATECUMENALI OFFRIAMO UNA “PERIZIA” ILLUMINANTE DI UN LUMINARE DELLA PSICHIATRIA, CHE FU LETTA A SUO TEMPO DA SAN GIOVANNI PAOLO II NEL 1998

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«formulai sui Sig.ri Kiko Argüello e Carmen Hernández una diagnosi in cui focalizzai in entrambi la presenza di un disturbo narcisistico della personalità di tipo grave e particolarmente acuto nel Sig. Argüello, mentre la Sig.ra Hernández ne era affetta di riflesso per sottomissione alla personalità dell’Argüello. Quella relazione fu letta personalmente e apprezzata nel 1998 da San Giovanni Paolo II»

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Dopo la pubblicazione sulle colonne della nostra rivista del saggio sul Cammino Neocatecumenale [cf. testo QUIho avuto un lungo colloquio con un amico psichiatra di riconosciuta fama. Sul finire di quel colloquio gli ho domandato se poteva scrivere un resoconto che avrei pubblicato assumendomene io tutta la responsabilità in prima persona. Non avremmo potuto fare diversamente, trattandosi di un studioso riconosciuto dalla comunità scientifica internazionale e specie considerando il possibile rischio — per non dire il rischio garantito — che anziché focalizzarsi sui contenuti, non pochi soggetti finissero col polemizzare sulla sua persona e sulla psichiatria in generale con argomentazioni risibili, proprio com’è accaduto per il mio saggio e come chiunque può verificare scorrendo alla fine di quel mio testo i commenti giunti da diversi aderenti al Cammino Neocatecumenale, che interloquiscono negando i dati di fatto e tentando di manipolare la realtà in maniera a volte anche irritante [cf. vedere QUI].

Segue sotto il testo dell’insigne psichiatra …

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dall’Isola di Patmos, 10 aprile 2019

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LETTERA DI UN EMINENTE PSICHIATRA

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Non intervengo mai sui forum, di qualunque genere siano, faccio però eccezione per l’amicizia la stima che mi lega a Padre Ariel S. Levi di Gualdo, della cui collaborazione io e altri psichiatri ci siamo più volte avvalsi, per esempio quando alcuni gruppi laicali cattolici o anche alcuni preti non istruiti e non autorizzati dai vescovi, si sono cimentati in esorcismi, causando il peggioramento dello stato psicofisico di soggetti affetti da disturbi mentali, e al tempo stesso confermando nei familiari, incapaci di accettare la realtà della malattia mentale del loro congiunto, che la colpa era del Demonio.

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In diversi di questi casi, egli è stato più volte di grande aiuto a me ed a diversi miei colleghi. Infatti, dove sussiste un disturbo od una malattia mentale, una delle peggiori cose da farsi è trasferire altrove le cause, al fine di non accettare la malattia mentale stessa, quindi legittimando il paziente ed i suoi familiari nel rifiuto del disturbo psichiatrico. Così, Padre Ariel, che a suo tempo ebbe pure una formazione come esorcista e che reputa certi casi eccezionalmente rari, anzi rarissimi, più volte ha aiutato vari psichiatri richiamando severamente sia gruppi di laici cattolici che inscenavano preghiere liberatorie, sia taluni preti esorcista-fai-da-te, o cosiddetti freelance, ma soprattutto ha richiesto più volte l’intervento dei vescovi, dinanzi ai danni recati da dette persone a soggetti affetti da psicopatologie a volte anche di tipo grave, e non pochi miei colleghi gli sono per questo tutt’oggi molto grati per il prezioso aiuto.

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Il Padre Ariel, sacerdote e studioso di riconosciuta serietà, è garante della mia “reale esistenza”, giacché per questioni professionali e istituzionali sono obbligato a scegliere la formula della Lettera Firmata. Va da sé comunque che, Padre Ariel, ha la mia lettera autografa assieme alla copia protocollata della relazione da me consegnata alla Santa Sede nel 1998 e sulla quale di seguito dettaglierò.

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Sono medico specialista in psichiatria, specialista in neurologia, direttore di un centro di ricerca clinica sui disturbi mentali ed ordinario emerito; per le mie competenze ho avuto ed ho collaborazioni con varie istituzioni governative e non governative: con il Consiglio Nazionale delle Ricerche, con diverse associazioni nordamericane per il recupero delle persone psicologicamente danneggiate dalle cosiddette psico-sette, con vari istituti clinici psichiatrici internazionali che mi hanno inviato a tenere vari masters anche per illustrare a colleghi e specializzandi le dinamiche e le tecniche di recupero di questa tipologia di pazienti.

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A Padre Ariel ho esibito un documento a suo tempo protocollato presso la Santa Sede, e assieme a esso una lettera privata giuntami mesi dopo e datata 12 gennaio 1999, a me inviata da un prelato di curia che oggi è un anziano cardinale, il quale mi informava di sua libera iniziativa che quella mia relazione era stata «letta personalmente e apprezzata dal Sommo Pontefice al quale io stesso l’ho consegnata trattenendomi con Sua Santità per un colloquio privato di 25 minuti».

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Premessa:

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  1. previo mio incontro avvenuto nel 1998 con il Sig. Kiko Argüello e la defunta Carmen Hernández, favorito da alcuni prelati che mi presentarono non come psichiatra ma come amico e «studioso di filosofia moderna» e che mi intrattennero a cena con i due e per il resto della serata per un totale di 6 ore;
  1. previo esame di numerosi video-documenti in cui erano registrati pubblici discorsi dei due suddetti fondatori di questa aggregazione laicale cattolica;
  1. previo esame di numerose testimonianze scritte da persone residenti in varie parti del mondo, uscite da questa aggregazione e inviate dalle stesse alla Santa Sede ed a me fornite dai prelati che mi avevano contattato per chiedermi parere specialistico;

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formulai sui Sig.ri Kiko Argüello e Carmen Hernández una diagnosi dove focalizzai in entrambi la sussistenza del disturbo narcisistico della personalità di tipo grave e particolarmente acutizzato nell’Argüello, mentre la Hernández ne era affetta di riflesso per sottomissione alla personalità dominante dell’Argüello.

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Ai non addetti ai lavori preciso in breve che detto disturbo è caratterizzato da idee di grandiosità (la cosiddetta megalomania), con tutte le conseguenze e variabili, ipomania inclusa, presente in forma grave nell’Argüello e connotata da alte punte di autostima ipertrofica e logorrea verbale. In queste tipologie di personalità il narcisismo genera senso di superiorità a tratti smodato, con la ulteriore peculiarità dell’arroganza e del disprezzo, della propensione a mentire e soprattutto ad alterare e ad indurre gli altri all’alterazione della realtà.

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Se queste tipologie di soggetti clinici scelgono come terreno per la loro manifestazione e realizzazione l’ambito religioso possono generare gravi danni, esercitando sui sottoposti un’autorità che trascende l’umano in quanto loro derivante dal divino. I soggetti affetti da queste turbe psicopatologiche finiscono infatti per legittimarsi dinanzi agli altri anteponendo: «Non lo voglio io, lo vuole e lo comanda Dio», producendo in tal modo effetti nocivi persino incalcolabili sulle psicologie fragili, sugli psicolabili, sugli affetti dalle varie sindromi depressive, ma anche su altri soggetti affetti come loro da disturbo narcisistico della personalità.

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Mediante auto-attribuzione d’investitura divina il narcisista patologico giustifica dinanzi ai suoi seguaci il sovvertimento della realtà e di ogni genere di negazione del dato reale concreto attraverso trasmissioni di forti cariche emotive che producono, come effetto negli assoggettati, la inibizione dell’esercizio del senso critico anche più elementare. Ne consegue la pericolosità prodotta dal cosiddetto “effetto plagio” e della relativa manipolazione di personalità deboli, o gravate a loro volta da disturbi lievi o gravi che finiscono col trovare, in questi leaders e nelle aggregazioni da loro create, auto-legittimazione e sicurezza. Se distaccati da queste aggregazioni e dal loro assoggettamento alla personalità del leader, questi soggetti perdono auto-legittimazione e ogni genere di sicurezza e, nell’ipotesi “migliore”, cadono in sindrome depressiva endoreattiva, che è tipica della perdita prodotta dal lutto, ma anche da altre situazioni di perdita vissute dal soggetto in modo traumatico come un lutto.

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Nella mia relazione di vent’anni or sono stilata su espressa richiesta di alcuni prelati della Santa Sede, dettagliai ciò che in queste righe ho solo riassunto molto velocemente a livello esplicativo discorsivo.

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Ritengo che le persone danneggiate, compresi più nuclei familiari, siano una realtà ampiamente documentabile, non false notizie diffuse da quegli “immancabili nemici” che costituiscono figure ad essi sempre necessarie; dei “nemici” delle cui azioni immaginarie di ostilità hanno bisogno certe tipologie di leaders e certe strutture per potersi dichiarare “vittime perseguitate”, imputando ad essi azioni persecutorie nei loro riguardi, il tutto in un contesto chiuso e caratterizzato dall’irrazionale collettivo. Non pochi sono i miei colleghi che hanno preso sotto cura per singole psicoterapie diversi cosiddetti “fuoriusciti”, o intere famiglie trattate con la psicoterapia di gruppo di tutto il nucleo familiare.

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Le autorità ecclesiastiche sono state informate più volte nel corso degli anni, ma pare abbiano scelto di non prestare ascolto, pur avendo dato ragione a me e altri miei colleghi. Infatti mi risulta che chiesero anche i pareri di altri specialistici, compreso un esperto psichiatra spagnolo, membro dell’Opus Dei, con il quale ebbi un lungo colloquio privato nel 1999 e successivi vari scambi.

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In quell’anno 1998 mi dettero anche ragione, quando illustrai il genere di alterazioni e fratture che possono ingenerarsi quando queste aggregazioni, che tendono a ramificarsi attraverso forme di occupazione implicanti la esclusione dei non allineati, prendono piede nelle varie strutture ecclesiastiche che possono variare dalle singole parrocchie alle curie diocesane sino agli uffici della Santa Sede, per seguire con gli ordini e le congregazioni religiose maschili e femminili in seno alle quali, a quanto risulta dalle documentazioni a me fornite, tendono a inserire propri giovani adepti, scopo dei quali è crescere in numero per omologare a sé intere comunità religiose trasformandole o snaturandole dal loro interno. Tra i vari documenti forniti dai prelati della Santa Sede ne cito uno solo risalente al 1992: il consiglio generale di una congregazione, percepito questo rischio, impose ai religiosi di scegliere tra il carisma del loro fondatore e l’appartenenza a questa aggregazione laicale che stava prendendo piede all’interno delle loro comunità. I religiosi entrati nella congregazione su impulso o indicazione dei fondatori di questa aggregazione laicale, appena gli fu fatto comprendere che mai gli sarebbe stato permesso di alterare e trasformare la struttura interna, messi nella condizione di scegliere tra questa aggregazione laicale e la congregazione religiosa, scelsero la prima e non esitarono ad uscire dalla congregazione religiosa.

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Sono lieto d’essere stato convinto a fornire queste spiegazioni, perché così mi è stata data possibilità di rivolgere questo garbato auspicio: spero che nessun ecclesiastico, violaceo o purpureo, tenti domani di sostenere che la Santa Sede non era stata avvisata bene e per tempo da più specialisti competenti nei vari settori del sapere scientifico. Anche per questo, considerata la mia età, ho già lasciata tutta la documentazione in copia originale al caro amico Padre Ariel, e assieme alla mia quella degli altri specialisti, che come me furono interpellati a suo tempo da alcuni alti prelati che richiesero le nostre consulenze informandoci che stavano agendo a nome e per conto di San Giovanni Paolo II.

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Lugano, 5 aprile 2019

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È morto il Cardinale Godfried Danneels, una perdita incolmabile. La beata gatta del Cardinale Carlo Maria Martini è apparsa alla gatta mistica della Barbagia Sarda facendole una rivelazione: «L’Eminente Defunto è già nella gloria degli Angeli e dei Santi»

— il cogitatorio di Ipazia  —

È MORTO IL CARDINALE GODFRIED DANNEELS, UNA PERDITA INCOLMABILE. LA  BEATA GATTA DEL CARDINALE CARLO MARIA MARTINI È APPARSA ALLA GATTA MISTICA DELLA BARBAGIA SARDA FACENDOLE UNA RIVELAZIONE: «L’EMINENTE DEFUNTO È GIÀ NELLA GLORIA DEGLI ANGELI E DEI SANTI»

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… questo Porporato amava così tanto la Santa Chiesa di Cristo che cercò di dissuadere un giovane dal denunciare il responsabile degli abusi sessuali compiuti per anni in suo danno. Infatti, l’autore e abusatore era S.E. Mons. Roger Vangheluwe, vescovo di Bruges, di cui l’abusato era nipote. Animato da profondo spirito compassionevole, il Cardinale Gotfried Danneels chiese alla vittima di attendere a denunciare le violenze, visto che lo zio vescovo si sarebbe dimesso dall’incarico l’anno successivo per sopraggiunti limiti di età …

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Autore
Ipazia gatta romana

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I tumori più terribili e difficili da guarire sono le malattie che ci impediscono di essere testimoni di Cristo [IIIª riflessione: «La mancanza di perdono»]

visita il blog personale di Padre Ivano

— Pastorale sanitaria —

I TUMORI PIÙ TERRIBILI E DIFFICILI DA GUARIRE SONO LE MALATTIE CHE CI IMPEDISCONO DI ESSERE TESTIMONI DI CRISTO 

IIIª RIFLESSIONE: La mancanza di perdono ]

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Partiamo da una constatazione banale: perché proviamo il rancore e non riusciamo a perdonare? Semplicemente perché riviviamo interiormente il male che ci è stato fatto, rimuginandolo nel nostro cuore. La memoria dell’offesa arrecata — in questo caso — non lavora più affinché si giunga a una risoluzione ma lavora per reiterare l’offesa, che nel tempo cronicizza e resta calcificata come ossessione nel nostro animo.

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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le vignette di Gioba [Giovanni Berti, presbìtero veronese] originale in gioba.it  QUI

La terza patologia spirituale che tratterò è legata alla tendenza a non concedere il perdono facilmente, ed è assai diffusa. Essa non risparmia i fedeli laici come i consacrati. Così, da sacerdote dedito al ministero di confessore,spesso mi trovo a sondare questo aspetto all’interno della vita dei penitenti che s’accostano al prezioso Sacramento della riconciliazione.

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Assisto così il più delle volte ad una sorta di schizofrenia spirituale, infatti, se da un lato si vuole ottenere il perdono di Dio a qualunque costo — dato il proliferare delle tendenze misericordiste — questo desiderio non corrisponde però ad una concessione di perdono altrettanto voluta verso gli altri. La ricerca del perdono e la rigidità nel concederlo costituisce certamente un paradosso nella vita di molti uomini e donne che vivono la fede.

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Da confessore, devo ammettere che la realtà più dolorosa consiste nel prendere atto di come la mancanza di perdono difficilmente viene percepita come peccato da confessare, e a volte non viene neanche recepita come conditio sine qua non che rende conformi all’immagine di Cristo [cf. 1Pt 2,23]. Ogni giorno recitando la preghiera del Padre Nostro, siamo messi davanti a una clausola di perfezione ascetica che chiede a Dio di rimettere le nostre mancanze, nella misura in cui noi ci facciamo portatori di perdono verso coloro che ci hanno offeso. Dunque cerchiamo di stare attenti a ciò che chiediamo in preghiera, difatti Dio prende sul serio queste parole che non sono dell’uomo ma di Cristo, cosa questa che c’insegna la versione del Padre Nostro nel Vangelo di San Matteo che dice così: «Rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori» [cf. Mt 6,12], quella del Vangelo di San Luca invece: «Perdona a noi i nostri peccati, anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore» [cf Lc 11,4]. Le differenze sono minime, ma la sostanza non cambia: il cristiano si riconosce da come perdona, cioè dal modo in cui esercita la propria giustizia non secondo la logica del mondo ma secondo la logica del Vangelo [cf. Catechismo della Chiesa Cattolica n. 2838; Compendio n. 594].

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Il Padre Nostro è da sempre una preghiera problematica — è stato così per Sant’Agostino — ma tale problematicità non è sinonimo di impossibilità a realizzare ciò che chiede, semmai di resistenza alla grazia, ovvero indice di un cuore umano ammalato.

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Ci sono tante persone che dicono: «Io non perdono» oppure «Io perdono ma non dimentico». Sono frasi estrapolate dal loro contesto e dalla carica emozionale con cui vengono pronunciate, ma che racchiudono realmente una profonda verità. E con questa mia riflessione voglio cercare di rispondere proprio a queste due obiezioni.

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I. DIO PERDONA, IO NO: UN TRAGUARDO CHE SUPERA L’UOMO.

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Che l’uomo fosse un disastro nel perdonare lo aveva ben capito il Beato apostolo Pietro [cf. Mt 18,21-22], quando rivolgendosi a Gesù domanda fino a quante volte è lecito perdonare il proprio offensore. Pietro interroga Gesù sulla liceità di un atto morale previsto dalla legge, ma il maestro risponde capovolgendo in positivo la cifra della vendetta di Lamec [cf. Gn 4,23-24]: «Non ti dico fino a sette volte, ma a settanta volte sette». Con questa risposta spiazzante Gesù — tenendo presente tutta la valenza simbolica dei numeri sette e settanta — vuol far capire a Pietro che il perdono non è un atto morale che tocca l’obbligatorietà giuridica ma la grazia. La parabola successiva del servo spietato, illustra molto bene la vexata quaestio e la corretta ermeneutica del pensiero di Gesù espresso a Pietro [cf. Mt 18,23-35].

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Il perdono insegnato da Cristo ai discepoli raggiunge il suo vertice sul Calvario e vive della mistica dell’incontro col Padre autore della grazia e quindi del per-dono [cf. Lc 23,34]. Perdonare significa ritornare a Dio, permettere che lui ci renda nuovi. Il santo re Davide, consapevole di questa necessità di conversione e di rinnovamento nello spirito che indirizza verso il perdono, nel Miserere si fa portatore di una richiesta precisa «Crea in me, o Dio, un cuore puro rinnova in me uno spirito saldo» [cf. Sal 51,12].

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Il ricorso alla conversione, necessario per essere docili alla grazia e ammorbidire il cuore, ci permette di essere perdonati e di perdonare a nostra volta. Colui che perdona, infatti, è un graziato ed è consapevole di dover vivere in un perenne desiderio di conversione. Non basta una generosa volontà di sapore pelagiano per attuare pienamente il perdono. L’esperienza quotidiana insegna che, nella maggioranza dei casi, posso tentare di isolare l’offesa e l’offensore, forse anche tentare di dimenticare, ma questo non significa ancora perdonare.

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Sono solito dire ai penitenti che perdonare vuol dire avere, verso coloro che ci hanno offeso, il medesimo sguardo che Dio Padre ha verso di noi quando ci inginocchiamo davanti al sacerdote confessore. Significa fare l’esperienza autentica del Padre Misericordioso di Luca [cf. Lc 15,11-32], che concede il perdono, visto quasi come impossibile dal figlio minore, senza indugiare sulle motivazioni del ritorno e senza la costrizione di un ritorno stabile nella casa paterna. È proprio questo il modo corretto di esercitare il perdono cristiano, tanto da rafforzare la credibilità della nostra fede e della proposta che Gesù fa ad ogni discepolo [cf. C. Theobald, Il cristianesimo come stile. Un modo di fare teologia nella postmodernità, I-II, Bologna, EDB, 2009]. Non posso che condividere, a questo punto, l’ottimo pensiero di Alessio  Rocchi, quando afferma che:

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«Avere viscere di misericordia non significa essere smidollati, ma piuttosto disporre di un supplemento di forza (o di grazia, ndr). In questo senso il perdono è redenzione, non negazione o riduzione del male ma sua revisione. Non è miracolo non azione priva di fatica compiuta da un potente mago o da un onnipotente dio, ma dura prova di esistenza terrena, attraverso sguardi che (re)inseriscono in una relazione, mediante parole che (re)integrano in una storia» [cf. A. Rocchi, Il tempo del perdono, Aporie del perdonare tra filosofia e teologia, p. 97, IUSTO – Studi e ricerche, 2015].

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Proprio perché il perdono è un momento redentivo che riconduce a una relazione intima e nuova, esso si colloca come luogo teologico in cui è possibile vivere la novità promessa da Dio per bocca del profeta Isaia [cf. Is 43,19]; cioè vedere nascere una strada nel deserto in cui è possibile percorrere nuove situazioni, e in cui l’uomo può muoversi in piena comunione con il Padre senza la paura di sentirsi vulnerabile o nudo [cf. Gn 3,11].

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Perdonare significa costruire vie nuove, perciò il rapporto che si crea tra offeso e offensore non ha nulla a che fare con la relazione precedente il torto, ma è un rapporto trasfigurato in cui Dio si rivela. Studiando la dinamica del perdono a cui Dio invita l’uomo, siamo così ricondotti alla riflessione sulla dinamica escatologica della vita oltre la vita.

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Nel mio ministero di cappellano ospedaliero è prassi comune assistere i morenti e le loro famiglie. Il nodo più doloroso che il malato morente deve recidere prima del congedo definitivo è quello di concedere il perdono o di accettare il perdono. Una prova simile deve essere affrontata anche dalla famiglia del malato. Tralasciando in questa sede, le motivazioni e le cause scatenanti i debiti da condonare prima della morte, è necessario soffermarsi sul bisogno che il morente ha di morire riconciliato. Riconciliato con Dio e quindi riconciliato con i fratelli che ha offeso o che sono stati per lui motivo di sofferenza.

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L’episodio del Buon Ladrone detta il nostro approfondimento. I vangeli testimoniano come Gesù sia stato crocifisso tra due ladroni [cf. Mc 15,27]: sappiamo come il termine greco λήστοι [lèstoi] individui un criminale politico — oggi diremo un terrorista — piuttosto che un ladro o un delinquente generico. La situazione che si presenta sul Calvario agli occhi dei romani è chiara: l’esecuzione di due prigionieri politici insieme a Gesù visto come un sobillatore e un sovvertitore del popolo d’Israele. Ma ecco che nel pieno dell’agonia, uno di questi nemici di Roma, ormai prossimo alla fine, si rivolge a Gesù e — riconoscendo in lui il Signore e insieme bisognoso di conversione e rappacificazione per una vita di delitti, odi e rancori — esclama: «Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno» [cf. Lc 23,42].

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Queste parole che ci permettono di capire come

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«Il perdono venga – ancora una volta – insieme richiesto e offerto. A leggerle e rileggerle suonano come tre grazie. Grazie, ti chiedo grazie, ti chiedo perdono perché la mia vita non è stata un granché. Grazie, ti faccio grazie, ti perdono per la tua impotenza, per il tuo non scendere dalla croce, per il tuo non farmi scendere insieme a te. Ti grazio e ti accetto per quello che sei, mettendo da parte la mia delusione nei tuoi confronti. Ti faccio la grazia di non chiederti un miracolo, di non imprecare – e ne avrei molti motivi – sulla mia e sulla tua sorte. Questo malfattore crocifisso chiede di essere perdonato attraverso la domanda di un ricordo, sembra perdonarsi attraverso il riconoscimento della propria pena, decide di perdonare tacendo le proprie legittime maledizioni e zittendo le rivendicazioni miracolistiche del compagno condannato» [cf. A. Rocchi, Il tempo del perdono, Aporie del perdonare tra filosofia e teologia, p. 95, IUSTO – Studi e ricerche, 2015].

Il dialogo del ladrone pentito con Gesù si colloca nell’orizzonte della vita che non tramonta, di una speranza escatologica molto netta, di cui tutti abbiamo bisogno. È evidentissimo il desiderio che questo condannato ha di vivere, ed è altrettanto evidente in lui la consapevolezza che il morire senza chiedere e concedere il perdono, pregiudica la vita futura con l’aggravante della conclusione di una vita terrena dentro una tragicità non necessaria. L’unica speranza per non morire eternamente — nell’oblio, tra i fantasmi di una storia personale che dice violenza, distruzione e odio — è la benedizione che giunge con il perdono. Sebbene la morte si atteggi a signora — così come ricorda il cantautore Branduardi in una sua famosa ballata [cf. video QUI] — il perdono prima dell’addio vince sulla morte, e può essere già caparra di eternità, riscatto di un’esistenza rovinata, garanzia di guarigione verso se stessi e verso il prossimo. Del resto sarebbe paradossale che il cristiano iniziasse la nuova vita in Paradiso con diverse pendenze a suo seguito. Una vita piena [cf. Gv 10,10] è il sinonimo di una vita pienamente riconciliata, una vita a metà è al contrario l’espressione di un rallentamento che ci priva della comunione con Dio e con i fratelli, una frizione che dovrà essere ricomposta o espiata in altro modo.

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II.  BUONA MEMORIA PER PERDONARE

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Siamo sinceri, dopo aver ricevuto un’offesa è difficile metterci una pietra sopra. Molti desidererebbero mettere una pietra sopra l’offensore, ma questo non è civilmente e cristianamente accettabile. Esistono poi le persone che ci invitano a dimenticare e a far finta di niente. Costoro finiscono per essere consolatori inopportuni come i tre amici del saggio Giobbe [cf. Gb 3,ss], e non ci arrecano nessun buon servizio. Per questo motivo — come detto in precedenza — abbiamo bisogno della grazia di Dio insieme a una richiesta di preghiera costante ed esplicita, affinché il Signore guarisca la nostra ferita e ci doni il tempo necessario per giungere convertiti al perdono. Ma il raggiungimento del perdono include la capacità di una buona memoria, infatti dimenticare completamente l’offesa — opzione improbabile — ci priverebbe della possibilità di concedere il perdono e quindi di raggiungere la pace e quella benedizione che è garanzia per un nuovo inizio di vita.

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Partiamo da una constatazione banale: perché proviamo il rancore e non riusciamo a perdonare? Semplicemente perché riviviamo interiormente il male che ci è stato fatto, rimuginandolo nel nostro cuore. La memoria dell’offesa arrecata — in questo caso — non lavora più affinché si giunga a una risoluzione ma lavora per reiterare l’offesa, che nel tempo cronicizza e resta calcificata come ossessione nel nostro animo.

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Uno dei sintomi di coloro che non vivono il perdono è la sensazione di avere un peso nel cuore, e tale sensazione spesso viene trascinata per anni. Il filosofo Paul Ricoeur diceva:

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«l’autentico perdono non implica l’oblio degli eventi stessi, ma un modo diverso di significare un debito […] che paralizza la memoria e di conseguenza la capacità di ricreare noi stessi in un nuovo futuro» [cf. R. Kearney M. Dooley, Questioni di etica: dibattiti contemporanei in filosofi, Armando Editori, 2005, p. 40;  a completamento del pensiero cf. anche P. Ricœur, Ricordare, dimenticare, perdonare. L’enigma del passato, Il Mulino, Bologna 2004].

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Questa fissazione della memoria sull’offesa è deleteria, quando la memoria deve concentrasi sull’offesa è solo per avviare un processo di liberazione che condoni, pezzo per pezzo, il torto subito.

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Alcune volte, per vincere l’ossessione insieme all’ansia del perdono non concesso, si ha la tendenza a sostituire il rancore con l’indifferenza, ma ciò è un falso rimedio. La medicina de «l’occhio non vede, cuore non duole», non solo non è cristiana ma diventa una modalità sottile e tremenda per condurre a morte il fratello esiliandolo dalla propria esistenza.

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L’insieme dei processi appena descritti ci aiutano a capire nell’insieme la frase: «non riesco a perdonare!». Realmente la persona è impossibilitata a perdonare, perché tale offesa si è indurita, sclerotizzata, non bastano più le medicine tradizionali ma urge l’intervento chirurgico. L’intervento d’urgenza consiste nell’associare la memoria alla presenza di Dio. Una parola che ricorre molto nell’Antico Testamento è «ricorda», il verbo che si collega direttamente alla memoria delle persone, delle cose e degli eventi. Ma per l’agiografo biblico, il ricordare si traduce in memoriale. Detto semplicemente il memoriale è il ricordare insieme a Dio.

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Fare memoria di quelle situazioni e di quegli eventi in cui Dio si è rivelato — e ancora si rivela — nella sua potenza, tanto da operare meraviglie a beneficio dell’uomo. Il memoriale perciò è più che far memoria, è ricordare attraverso la fede, ripristinare una ben definita identità teologica, che vede in Dio il riscattatore e nell’uomo una creatura da riscattare e redimere.

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Per perdonare da cristiano devo fare memoriale, cioè ricordare insieme a Dio, vedere con nitidezza le offese e le ferite, affinché si formi uno sguardo provvidenziale all’interno del quale lo Spirito di Dio — memoria viva della Chiesa [cf. Gv 15,26] — lavori affinché ogni offesa e ferita si traduca in occasione di lode. Facendo memoriale vedo nella persona che mi ha ferito, i lati positivi, le buone intenzioni realizzate, i propositi di bene naufragati, le immancabili contraddizioni e incoerenze. Riesco a vedere nell’offensore non più un nemico da combattere ma una persona bisognosa di aiuto perché anch’essa ferita e assetata di redenzione. Nel memoriale percepisco bene anche le mie responsabilità, mi assumo la consapevolezza di aver forse agevolato determinati comportamenti nell’altro e ridimensiono la tendenza a vedermi come capro espiatorio.

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Il memoriale è l’esame di coscienza con cui, come per Abramo, Dio mi permette di diventare intercessore verso chi si è reso ostile [cf. Gn 18,20-32], senza chiudere gli occhi davanti al male inferto e ricevuto e con la tendenza a far trionfare la giustizia misericordiosa di Dio.

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[fine della IIIª meditazione]

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Cagliari, 10 marzo 2019

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Dal Sodoma allo Spinello sino agli esercizi spirituali alla Curia Romana, mentre nel mondo dell’irreale nessuno si rende conto che la vita monastica è morta e ciò che ne resta è una parodia: «Tu chiamale se vuoi, emozioni»

— attualità ecclesiale —

DAL SODOMA ALLO SPINELLO SINO AGLI ESERCIZI SPIRITUALI ALLA CURIA ROMANA, MENTRE NEL MONDO DELL’IRREALE NESSUNO SI RENDE CONTO CHE LA VITA MONASTICA È MORTA E CIÒ CHE NE RESTA È UNA PARODIA: «TU CHIAMALE SE VUOI, EMOZIONI»

L’Abate predicatore parlerà alla Curia Romana del sognatore Giorgio La Pira e del poeta Mario Luzi, come se la spiritualità fosse un sogno e la teologia poesia, come se il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, proclamato a gran voce santo non avesse mai scritta l’Enciclica Fides et Ratio, alla base della quale c’è il pensiero di un grande Abate Benedettino, poi Arcivescovo di Canterbury, Sant’Anselmo d’Aosta, che non viveva il rapporto con la fede tra sogni e poesia, ma spiegando che fides quaerens intellectum [la fede richiede la ragione] e precisando: «credo ut intelligam, intelligo ut credam» [credo per comprendere, comprendo per credere]. Purtroppo il famoso cantante italiano Lucio Battisti è morto da anni, altrimenti, per i prossimi esercizi spirituali, forse il Cardinale Gianfranco Ravasi avrebbe proposto i testi meditati della sua celebre canzone Emozioni …

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Avanti il Concilio di Trento che tentò di porre freno alle derive del clero, molte abbazie versavano in condizioni morali disastrose. Di recente se n’è parlato in un saggio dedicato alla vita religiosa [cf. QUI]. Lo stato delle abbazie maschili, sul finir del XV secolo non era dissimile da quello desolante di molti monasteri femminili, specie in quelle dotate di ricchi patrimoni.

L’Abbazia di Monte Oliveto Maggiore, XIV secolo, eretta nella zona delle crete senesi

Un esempio tra i tanti: nell’architettura di molte storiche abbazie possiamo osservare delle costruzioni indipendenti, distaccate dal complesso monastico perlomeno di un centinaio di metri. Se domandiamo ai monaci che seguitano a vivere in quelle abbazie e monasteri — perché molte di queste strutture oggi non sono più abbazie e monasteri, altre non sono più abitate da monaci —, le risposte che ne riceveremo saranno disparate, ed in modo altrettanto disparato non sarà risposto il vero, perché spesso la verità brucia, soprattutto può risultare davvero poco edificante.

l’antica garçonnière degli abati più o meno rinascimentali

Giacché parleremo degli affreschi del chiostro dell’Abbazia di Monte Oliveto Maggiore, eretta nel XIV secolo nelle campagne delle crete senesi, come esempio prenderemo uno di questi stabili distaccati dal monastero e oggi indicato come porta d’ingresso. Nulla da dire che gli stili architettonici mutino nel corso dei secoli, ma che funzione aveva una torre distaccata dall’abbazia e non visibile dal complesso abbaziale, che si sviluppa su quattro livelli ed incorpora una struttura che partendo dal piano terra è sovrastata da due livelli superiori, il tutto su una superficie di oltre mille metri quadrati? Dobbiamo proprio credere che questo architettonico ben di Dio sia stato veramente creato solo come porta d’ingresso all’abbazia, oppure forse come fortilizio? Ma un fortilizio sarebbe tale se vi fossero delle solide ed alte mura di cinta, che in quella struttura non sono però mai esistite, dunque?

Dunque quella struttura era la residenza di certi gaudenti abati, divenuti tali per i buoni uffici di potenti famiglie o per questioni legate a precisi assetti politici, che essendo avvezzi condurre stili di vita affatto monastici, in quei locali avevano le proprie piccole corti, erano dediti alle battute di caccia, alle feste e via dicendo. Poi ogni tanto scendevano nel monastero, per adempiere all’occorrenza i loro uffici.

l’antica garçonnière degli abati più o meno rinascimentali

L’epoca di fine Quattrocento segnò una crisi dottrinale, morale e dei costumi preceduta circa tre secoli prima da altrettanta infausta epoca, quando nel XIII secolo il Sommo Pontefice Eugenio III indisse il IV Concilio Lateranense che sancì severi canoni contro i malcostumi del clero e dei religiosi. E fu in questa gaudente epoca rinascimentale che giunge da Vercelli presso la ricca e potente Abbazia di Monte Oliveto Maggiore un gaio personaggio: Giovanni Antonio Bazzi detto Il Sodoma [1477-1549].

Riguardo Il Sodoma, le successive storiografie vergate da pii religiosi tenteranno di precisare quanto fosse malizioso collegare il soprannome col quale il celebre artista è passato alla storia dell’arte con quelli che sarebbero stati i suoi gusti omosessuali. Si tentò persino di ricorrere ad un sofisma patetico affermando che il soprannome de Il Sodoma non aveva a che fare con la pratica della sodomia bensì fosse legato ad un’espressione dell’artista che nel suo dialetto piemontese era solito dire «su, ‘nduma», che significava «su andiamo». Diversamente da ciò che in seguito tentarono di affermare i pii critici per salvare l’onore non del Bazzi, ma quello delle strutture monastiche che questo sodomita se lo contendevano tra di loro, il celebre pittore e architetto aretino Giorgio Vasari [1511-1574], che fu suo coevo e conoscitore delle sue gesta, afferma che l’origine di siffatto soprannome derivava proprio dalla sua omosessualità. Il Vasari precisa che quella del Sodoma era anche una omosessualità per nulla celata, tutt’altro: era esibita in modo ostentato e sfacciato.

Chiostro dell’Abbazia di Monte Oliveto Maggiore, Giovanni Antonio Bazzi detto Il Sodoma: Cristo legato alla colonna per la flagellazione

Giovanni Antonio Bazzi detto Il Sodoma si sposò in gioventù, ma molto presto si separò dalla moglie. Chissà se pur a tal proposito qualche pio critico d’arte — convinto che nessuno conosca il diritto canonico e la disciplina dei Sacramenti —, possa affermare che questa separazione era dovuta a pura incompatibilità caratteriale. Come se sul finire del Quattrocento separarsi dalla moglie e darsela a gambe fosse quanto di più ovvio potesse accadere?

La gaia ricerca del bello che in questo artista trascende nell’omoerotico, è una caratteristica della pittura del Sodoma, basti analizzare la figura davvero eclatante del Cristo legato alla colonna ubicata in un angolo del chiostro centrale dell’Abbazia di Monte Oliveto Maggiore prima della porta d’ingresso interna alla cattedrale abbaziale. Immagine questa sufficiente per valutare se Cristo legato alla colonna può avere quell’aria sensuale da maschietto ammiccante. Ma per la carità divina, si guardi con attenzione l’aria e la posizione sfacciata di quel Cristo alla colonna ritratto dal Sodoma: non vi ricorda forse certe immagini del celebre film Un uomo da marciapiede, con l’allora giovane Jon Voight nei panni del provinciale texano che giunto a New York pieno di sogni finisce poi appoggiato ad un palo della strada a fare marchette?

 la storica locandina del celebre film Un uomo da marciapiede, con il giovane Jon Voight appoggiato al palo nel ruolo del marchettaro

Il Sodoma, in quel luogo di apparente quiete, nonché di religiosità ancor più apparente, forse il segno lo ha lasciato non solo negli affreschi, ma anche nell’aria, ed attraverso i secoli! Infatti, la splendida natura che circonda quell’abbazia altrettanto splendida con tutte le opere d’arte architettoniche e pittoriche, incluse le pitture omoerotiche, suppliscono da secoli alla carente mancanza di religiosità; cosa questa che non affermo io, perché a provarlo è la storia. Basterebbe porsi solo questa domanda: dal 1313 ad oggi, quanti sono i monaci della Congregazione Benedettina Olivetana che nei successivi settecento anni di vita sono stati beatificati e canonizzati? Si tenga presente che questa Congregazione, seppur giunta tra la fine del XV e la fine del XVII secolo a contare sino a 1200 monaci distribuiti in diverse decine di monasteri italiani, in sette secoli di vita ha dato alla Chiesa un unico beato, il proprio fondatore Bernardo Maria Tolomei [Siena 1272 — †Siena 1348], beatificato a tre secoli di distanza dalla sua morte. Poi, decorsi 661 anni, il Beato Bernardo Maria Tolomei fu infine canonizzato il 20 agosto 2009.

Chiostro dell’Abbazia di Monte Oliveto Maggiore: autoritratto di Giovanni Antonio Bazzi detto

Riguardo la canonizzazione di Bernardo Maria Tolomei sarebbe interessante verificare in che modo l’illustre agiografo benedettino belga Dom Réginald Grégoire [1935 — †2013], postulatore della causa, abbia infine reperito i documenti per portare avanti questa causa storica presso la Congregazione delle cause dei Santi, a ben considerare che per diversi secoli è stata lamentata proprio la oggettiva impossibilità di procedere con un processo di canonizzazione per la mancanza di necessaria documentazione storica, alla quale pare abbia infine supplito la agiografia (!?). Essendo però questa Congregazione dotata di un ricco patrimonio ed essendo annoverata tra le grandi aziende toscane che posseggono i più grandi appezzamenti terrieri, può essere che abbia avuto i mezzi per reperire infine le storiografie che per secoli non sono esistite?

 particolare dell’affresco grande

Di Bernardo Maria Tolomei ci sono stati forse tramandati memorabili sermoni e mirabili lezioni di spiritualità tenute ai propri monaci o altrettanti suoi testi di alta levatura teologica? A dire il vero, la raccolta delle sue lettere [cf. QUI] più che dello spirituale hanno il sapore degli scritti di un amministratore che organizza, dirige, impartisce direttive e che richiede a legati pontifici e vescovi concessioni e privilegi per i propri monasteri. Per quanto riguarda i testi sulla sua vita, a partire da uno dei più antichi [cf. QUI], essi sono una evidente accozzaglia di ordinarie leggende auree con le quali erano infiorettate alla metà del Seicento le vite dei Santi o dei candidati alla canonizzazione, il tutto attraverso stili precisi e ripetitivi, grazie agli agiografi che spesso riunivano assieme episodi, visioni e prove di virtù che emergevano tali e quali nelle vite di altre decine di santi o di candidati alla canonizzazione. E lavorando neppure di agiografia in agiografia ma di apografia in apografia, l’insigne agiografo benedettino belga ha infine mutato apografie stratificate nei secoli in una Positio super vitavirtutibus et fama sanctitatis. Dunque oggi, narrare le sante gesta di Bernardo Maria Tolomei, di cui non esistono scritti ed opere originali ma solo biografie postume, è come narrare la lotta di San Giorgio con il drago, canonizzando infine biografi e agiografi. Detto questo è bene chiarire, a coloro ai quali non fosse eventualmente chiaro, che i discorsi testé fatti non si basano su opinioni più o meno severe o addirittura ingenerose, ma su dati rigorosamente scientifici e non facili da smentire. 

Chiostro dell’Abbazia di Monte Oliveto Maggiore: autoritratto di Giovanni Antonio Bazzi detto Il Sodoma

A puro titolo di indagine storica, vogliamo verificare quanti beati e santi sono stati invece donati, compresi anche alcuni Dottori della Chiesa, da altre Congregazioni religiose, in un lasso di vita molto inferiore alla Congregazione dei Monaci Benedettini Olivetani? Può una Congregazione monastica non donare alla Chiesa Beati e Santi in settecento anni? Sì, è possibile, quanto un gaio personaggio come Giovanni Antonio Bazzi detto Il Sodoma non si limita a lasciar la propria impronta solo negli affreschi del passato, ma anche nell’aria che impregna quelle mura, dal palazzotto d’ingresso che fu la garçonnière dei gaudenti abati rinascimentali sino allo stabile monastico popolato di svariati altri monaci non meno gaudenti. Se è vero il detto che «la bótte dà il vino che ha», la carenza di beati, santi, mistici e padri della spiritualità, è stata però compensata con altri talenti, a partire da quello di Dom Francesco Ringhieri [1721-1787], dedito in epoca barocca alle opere teatrali e definito dai critici come «Più eretico d’ogni altro frate tragediante in quel secolo» [si può consultare QUI, QUI, QUI].

Sempre parlando sul piano patrimoniale: nessun Abate di Monte Oliveto Maggiore ha mai avuto problema ad accogliere tra quelle mura ricche di uno spirituale estetico ma spesso vuote di Anima Christi, un nutrito esercito di figli del Sodoma simili all’incirca al povero Cristo sensuale e ammiccante legato alla colonna. Quando però l’Abate Dom Maurizio Maria Contorni [1986-1992], in precedenza già economo generale della Congregazione, fu coinvolto nell’avallo di operazioni finanziarie che comportarono la perdita di svariati miliardi delle vecchie lire, i figli del Sodoma non esitarono a destituirlo, perché sulla morale dei monaci sfarfallanti legati alla colonna si può soprassedere, ma sui soldi depositati presso la Banca del Monte dei Paschi di Siena non si può invece transige. Il tutto sebbene un Abate rimanga in carica fino a 75 anni d’età, quantunque rieletto dal capitolo generale ogni sei anni. A documentare il tutto è la cronotassi degli abati del Novecento, che fino al 1970 rimanevano in carica a vita, solo a partire dal successore di Dom Romualdo Maria Zilianti [1928-1946], con il suo successore Dom Angelo Maria Sabatini [1970-1986] subentra la prassi della rinuncia alla cattedra abbaziale al compimento del 75° anno di età.

Chiostro dell’Abbazia di Monte Oliveto maggiore: autoritratto di Giovanni Antonio Bazzi detto Il Sodoma, tra sacro, profano e scene da baccanali … alla destra sono raffigurati i familiari dell’Abate dell’epoca

Se oggi possiamo dirci cristiani lo dobbiamo ai figli di San Benedetto da Norcia che attraverso il monachesimo hanno prima salvato, poi diffuso la Cristianità nell’Occidente. Lo stesso lemma Europa, di cui San Benedetto è patrono, nasce come idea e concetto nel grande circuito delle abbazie benedettine, perché sono stati i figli di San Benedetto a creare l’Europa. E se oggi possiamo leggere e studiare la filosofia greca, la letteratura classica latina o conoscere le opere dei grandi Padri della Chiesa, se possediamo tante opere profane dai contenuti tutt’altro che cristiani, ivi incluso Valerio Gaio Catullo, lo dobbiamo proprio ai Monaci Benedettini, nati figli di San Benedetto, per poi essere ridotti secoli dopo ai figli del Sodoma.

A chi ha sempre nutrita grande venerazione storica e teologica verso l’Ordine Benedettino, strazia il cuore vedere oggi il monachesimo ridotto in simile decadenza. Purtroppo in questo mondo nel quale anche le notizie più scandalose nascono oggi per morire domani e lasciare spazio ad altri scandali, temo che in pochi si siano resi conto che a Montecassino, madre di tutte le abbazie dell’Occidente, un omosessuale incancrenito nei propri vizi sfrenati ha decretata la morte del monachesimo; ed oggi, ciò che ne resta, è un guscio vuoto, fatto di storiche abbazie — quelle che oggi sono sopravvissute — ricche di opere d’arte e di bellezze paesaggistiche, ma vuote della sostanza della fede e di quel glorioso monachesimo che a partire dal VI secolo la fede l’ha salvata e poi diffusa. Insomma: attenzione a lasciarsi sedurre dalle storiche cornici di quel bello e di quell’estetico che cela però il vuoto dello spirito e delle cristiane virtù, perché il Demonio, oltre ad avere straordinario senso estetico, canta meravigliosamente in gregoriano e “celebra i pontificali abbaziali” con grande eleganza esteriore, dopo essersi formato alla vita monastica saltando da una “amicizia particolare all’altra”. E oggi, tutti gli “amici particolari” di ieri, sono abati nelle varie abbazie, per non parlare dei monaci che le “amicizie particolari” le hanno suggellate col loro voto nei capitoli monastici e nel capitolo generale, vale a dire quanto basterebbe a pregare la misericordia di Dio per tutta la loro vita affinché possa preservarli dalle fiamme dell’Inferno.

Chiostro dell’Abbazia di Monte Oliveto Maggiore: autoritratto di Giovanni Antonio Bazzi detto Il Sodoma.

La marcia funebre sul monachesimo, dopo tanti scandali avvenuti nelle abbazie e nei monasteri d’Europa l’ha infine suonata Dom Pietro Vittorelli, 191° successore di San Benedetto da Norcia, che si dilettava a condurre una vita di lusso in giro per l’Europa, a soggiornare in hotel costosi ed pagare ad elevato prezzo la compagnia di giovani gay con i soldi dell’Abbazia [cf. QUI, QUI, QUI, ecc …]. A questo va poi aggiunto pure l’uso delle droghe, per le quali ha avuto conseguenti problemi di salute costati all’Abbazia di Montecassino somme molto elevate quando per un periodo di tempo l’Abate si ricoverò in una clinica svizzera per disintossicarsi e per cercare di curare la propria dipendenza dalla cocaina. La cosa però più tragica è che costui non sia stato sottoposto a sanzioni canoniche e che non sia stato dimesso dallo stato clericale, tanto da risultare tutt’oggi nella cronotassi degli Arciabati di Montecassino e negli annuari della Conferenza Episcopale Italiana come «Abate Ordinario emerito» [cf. QUI] anziché come «destituito».

 le figure omoerotiche per nulla celate nella pittura “sacra” di Giovanni Bazzi detto il Sodoma

Con l’Abate di Montecassino la marcia funebre del monachesimo è giunta solo al finale, perché l’esecuzione è avvenuta in precedenza con scandali morali disseminati per le abbazie sparse per l’Europa. Certo, altri casi s’è riusciti a trattarli con riservatezza, dall’Abbazia di San Paolo fuori le mura, privata infine dello status di prelatura territoriale, per seguire con l’Abbazia di Grottaferrata, dove fu destituito l’Abate Dom Emiliano Fabbricatore, anche in quel caso ciò avvenne specie pel viavai notturno degli immancabili giovanotti a pagamento che andavano a sollazzare alcuni monaci viziosi, tanto che la Santa Sede — cosa invero rara — procedette a dichiarare invalide alcune ordinazioni sacerdotali di giovani monaci. Potremmo seguire col Pontificio Ateneo Sant’Anselmo, struttura accademica della Confederazione Benedettina, alla quale più volte il Cardinale Zenon Grocholewski, Prefetto della Congregazione per l’Educazione Cattolica [1999-2015], tra il 2007 ed il 2008 intimò che se non ripulivano il loro collegio interno dalle varie gaiezze e dalle numerose coppiette di fatto, la Santa Sede glielo avrebbero chiuso. Per limitarci sempre e solo all’ambito romano: che cosa accadde all’Abbazia cistercense di Santa Croce in Gerusalemme, dove fu eletto abate un ex stilista milanese, anch’esso molto gaio, passato dal mondo della moda al monachesimo e divenuto in pochi anni monaco, sacerdote e infine abate estetico? Eppure, sul vicino Colle Aventino, si trova la Curia Generalizia dei Monaci Cistercensi, dove un decennio fa, all’epoca di certi fatti, risiedeva l’Abate Generale Dom Mauro Esteva i Alsina [1933 — †2014], la preoccupazione del quale era di impartire ossessive lezioni di galateo ai giovani monaci e di verificare che il refettorio fosse apparecchiato con le forchette ed i coltelli posizionati a giusta distanza alla destra ed alla sinistra del piatto, o che gli inchini fossero fatti secondo l’angolazione giusta, quasi che da essi fosse dipesa la sopravvivenza e lo storico onore dell’Ordine Cistercense. Possa oggi quest’uomo riposare in pace nella cripta dell’Abbazia catalana di Poblet e possa la misericordia di Dio perdonargli con un mite purgatorio tutti i gravi ed irreparabili danni da lui recati all’intero Ordine Cistercense durante il suo mandato di Generale svolto tra il 1995 ed il 2010.

particolare: efebo ammiccante

Per gli esercizi spirituali alla Curia Romana quest’anno è stato scelto dal Cardinale Gianfranco Ravasi e presentato al Pontefice un membro della Congregazione dei Monaci Benedettini Olivetani, Dom Bernardo Gianni, Abate dell’Abbazia di San Miniato al Monte in Firenze. Se nell’Archicenobio di Monte Oliveto Maggiore primeggia Il Sodoma, a San Miniato gli affreschi più pregevoli sono quelli di Spinello Aretino. La sostanza resta però la stessa, pur spaziando dall’arte del Sodoma a quella dello Spinello. E quest’ultimo — lo Spinello —, sarebbe stato particolarmente apprezzato dall’Arciabate di Montecassino Dom Pietro Vittorelli, che delle droghe era un gran cultore e consumatore.

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L’Abate dell’Abbazia di San Miniato in Firenze è uno che sa parlare a questo mondo. Egli parla al mondo il linguaggio che piace al mondo. Infatti, gli esercizi spirituali, saranno improntati su sogno e poesia: il sogno del politico Giorgio La Pira e la poesia di Mario Luzi, la cui poesia, cristianamente parlando, non è certo quella dello scrittore e

le figure omoerotiche per nulla celate nella pittura “sacra” di Giovanni Bazzi detto il Sodoma

L’Abate predicatore, figlio del nobile Ordine di San Benedetto cui dobbiamo la sopravvivenza della Cristianità e la salvaguardia del patrimonio storico, filosofico e letterario, parlerà alla Curia Romana di un sognatore e di un poeta, come se la spiritualità fosse un sogno e la teologia poesia, come se il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, proclamato a gran voce santo, non avesse mai scritta l’Enciclica Fides et Ratio, alla base della quale c’è il pensiero di un grande Abate Benedettino, poi Arcivescovo di Canterbury, Sant’Anselmo d’Aosta, che non viveva il rapporto con la fede tra sogni e poesia, ma spiegando che fides quaerens intellectum [la fede richiede la ragione] e precisando: «credo ut intelligam, intelligo ut credam» [credo per comprendere, comprendo per credere]. Purtroppo il famoso cantante italiano Lucio Battisti è morto da anni, altrimenti, per i prossimi esercizi spirituali, forse il Cardinale Gianfranco Ravasi avrebbe proposto i testi meditati della sua celebre canzone Emozioni :

 particolare: efebo ammiccante che mostra il posteriore

«E chiudere gli occhi per fermare 
qualcosa che è dentro me 
ma nella mente tua non c’è 
Capire tu non puoi 
tu chiamale se vuoi 
emozioni » [Mogol-Battisti, 1970]

Sappiamo che dopo la tragedia giunge sempre la farsa grottesca che spazia appunto tra Il Sodoma e lo Spinello. Ragione in più per pregare e per purificarci durante questa Santa Quaresima, nel corso della quale, la più grande delle mortificazioni, resta la consapevolezza di non essere più credibili al mondo, ma di essere invece derisi dal mondo, specie quando per compiacere il mondo cerchiamo di parlare il linguaggio del mondo, dopo esserci svuotati di Cristo e del mistero della Croce, per riempirci di sogni e poesie … «tu chiamale se vuoi emozioni».

Chiostro dell’Abbazia di Monte Oliveto Maggiore: la insistente ossessione del Sodoma a raffigurare il posteriore maschile che “si offre” e nel quale potremmo leggere la profezia sul postumo monachesimo decadente …

Una cosa è certa: l’arte non lascia il segno semplicemente sui muri, specie se certe immagini pittoriche sono la più realistica rappresentazione di chi certe mura le abita. Ovviamente, il quesito sul perché in settecento anni di vita i Monaci della Congregazione Benedettina Olivetana non hanno dato alla Chiesa beati, santi, mistici, teologi, dottori e padri della spiritualità, è una domanda puramente retorica, la risposta è infatti tutta contenuta nelle immagini omoerotiche che campeggiano negli affreschi realizzati dal Sodoma nel chiostro; ed al chiostro si giunge dopo essere entrati nel territorio abbaziale passando dal palazzotto usato un tempo come garçonnière dagli abati rinascimentali gaudenti. Nel Paradiso, invece, si giunge solo dopo essersi convertiti, pentiti e mondati dai peccati, non ci si giunge né coi sogni di Giorgio La Pira, né con le poesie di Mario Luzi. La Quaresima inizia con l’imposizione delle ceneri seguita dal monito «convertiti e credi al Vangelo», non comincia con l’invito a credere nei sogni e vivere le poesie 

 

dall’Isola di Patmos, 08 marzo 2019

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Dom Bernardo Maria Gianni, OSB.Oliv. Abate di San Miniato al Monte in Firenze

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Il prete scomunicato Alessandro Minutella non è in comunione con Benedetto XVI che ha fatto libero atto di rinuncia bensì è un soggetto che confonde il Popolo di Dio già fin troppo smarrito e confuso

— attualità ecclesiale —

IL PRETE SCOMUNICATO ALESSANDRO MINUTELLA NON È IN COMUNIONE CON  BENEDETTO XVI CHE HA FATTO LIBERO ATTO DI RINUNCIA BENSÌ È UN SOGGETTO CHE CONFONDE IL POPOLO DI DIO GIÀ FIN TROPPO SMARRITO E CONFUSO

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A molti Lettori che ci chiedono lumi su questo prete scomunicato è nostro dovere sacerdotale rispondere che chiunque partecipa alle sue sacre celebrazioni e riceve da lui i Sacramenti cade in stato di peccato mortale, ed è tenuto a chiedere l’assoluzione al confessore, dopo avere riconosciuta la propria colpa ed avere fatto proposito di non ripetere più lo stesso peccato. Ma soprattutto, al di là delle menzogne di questo eretico scismatico, sappiate che il primo a tributare «incondizionata obbedienza» al proprio Successore è stato proprio Benedetto XVI.

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Autore
I Padri de L’Isola di Patmos

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remake filmico de L’Esorcista, con prete scomunicato nel ruolo dell’indemoniato [per aprire il video cliccare sull’immagine]

Molti Lettori chiedono lumi su Alessandro Minutella, un presbitero palermitano che sbraita sui social network sulla illegittimità del Sommo Pontefice Francesco, al quale riconosce solo il titolo di Cardinale e di Arcivescovo emerito di Buenos Aires, ma soprattutto rivolgendo alla sacra persona della Santità di Nostro Signore insulti inaccettabili. A questo presbìtero, dopo ripetuti e inutili richiami l’Autorità Ecclesiastica ha comminata la scomunica, anche se sarebbe più corretto dire che gli ha semplicemente notificato che in seguito alle sue posizioni ereticali e scismatiche, ed al suo rifiuto a correggersi, egli è incorso automaticamente nella cosiddetta scomunica latae sententiae.

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Anche se sino ad oggi il Reverendo Alessandro Minutella non è stato dimesso dallo stato clericale, dopo essere stato prima sospeso a divinis, poi in seguito incorso in scomunica, non può esercitare in modo legittimo il sacro ministero. Sappiano pertanto i fedeli che le sacre celebrazioni da lui officiate ed i Sacramenti da lui amministrati sono validi ma illeciti e che nessun fedele cattolico può e deve prendervi parte.

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Dinanzi a molte richieste giunte alla nostra redazione, specie dopo che negli ultimi tempi questo soggetto ha esasperato molto di più i suoi toni aggressivi, è nostro dovere sacerdotale informare il numeroso pubblico di Lettori che ci segue che chiunque partecipa alle sacre celebrazioni  e riceve i Sacramenti da questo prete scomunicato, cade in stato di peccato mortale, ed è tenuto a chiedere l’assoluzione al confessore, dopo avere riconosciuta la propria colpa ed avere fatto proposito di non ripetere più lo stesso peccato.

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Dobbiamo chiarire che come ogni prete scomunicato costui non cessa d’esser sacerdote, perché nessuno può revocargli il Sacramento dell’Ordine. E per quanto eretico e scismatico rimarrà sempre sacerdote, senza però poter esercitare alcun ministero finché non si sarà pubblicamente pentito e reintegrato dall’Autorità Ecclesiastica nell’esercizio del sacro ministero.

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remake filmico de L’Esorcista, con prete scomunicato nel ruolo dell’indemoniato [per aprire il video cliccare sull’immagine]

Il Sacramento dell’Ordine inserisce chi lo riceve in una stato sacramentale trasformandolo ontologicamente in modo soprannaturale nel suo stesso essere costituendolo «ministro sacro» e qualificandolo ad agire in persona Christi [can. 1009 §3], quindi inserendolo nel cosiddetto stato clericale dal quale deriva una condizione giuridica conseguente la sacra ordinazione; condizione che comporta per il chierico diritti e obblighi stabiliti e dettati dall’ordinamento ecclesiastico. E siccome quello dell’Ordine è un Sacramento che imprime un carattere “indelebile ed eterno”, ne deriva che nessuno può essere privato della potestà d’ordine [can. 1338 §2]. Lo stato clericale è una conseguenza del Sacramento dell’Ordine, sebbene i due elementi — il Sacramento e lo stato clericale che ne deriva — siano distinti, anche se tra di loro sono connessi. Un chierico può infatti decadere dallo stato clericale, od essere privato dello stato clericale, ma non potrà mai decadere dall’ordine sacro ed essere privato dell’ordine sacro, perché il Sacramento che ha ricevuto è appunto “indelebile ed eterno”.

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La legge ecclesiastica contempla tre casi nei quali il chierico può perdere lo stato clericale: la invalidità della sacra ordinazione dichiarata per sentenza o per decreto amministrativo [can. 290 n. 1]; la dimissione legittimamente imposta a causa di un delitto che prevede una specifica sanzione [can. 290 n. 2]; il rescritto della Sede Apostolica con cui viene concessa la dispensa al presbitero per cause gravissime [can. 290 n. 3]. In certi casi la pena massima prevista per il chierico è la dimissione dallo stato clericale [can. 1336 §1 n. 5], dinanzi alla quale dobbiamo però precisare che essa non potrà mai implicare la privazione della potestà di ordine, perché questa potestà è strettamente connessa al carattere sacramentale, ad un carattere incancellabile.

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remake filmico de L’Esorcista, con prete scomunicato nel ruolo dell’indemoniato [per aprire il video cliccare sull’immagine]

Ai presbìteri dimessi dallo stato clericale è proibito esercitare in modo legittimo e lecito la potestà d’ordine [can. 1338 §2], perché nella decadenza dallo stato clericale, oltre alla perdita dei diritti, dei doveri e dello stato stesso, è insita la tassativa proibizione di esercizio della potestà di ordine [can. 292]. Da ciò ne consegue che i presbìteri dimessi dallo stato clericale per loro richiesta o per provvedimento dell’Autorità Ecclesiastica, non possono esercitare in modo legittimo alcuna potestà di ordine sacramentale [can. 1336 §1, n. 3].

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Il presbìtero Alessandro Minutella non è stato ancóra dimesso dallo stato clericale, ma è stato prima sospeso a divinis e poi scomunicato. La sospensione prima, la scomunica in seguito, comportano per il presbìtero sospeso dalle sue funzioni e soprattutto per il presbìtero scomunicato la assoluta proibizione di celebrare il Sacrificio Eucaristico e di amministrare i Sacramenti. Se i sottoposti a ciò esercitassero ugualmente il sacro ministero, la celebrazione della Santa Messa ed i Sacramenti amministrati sarebbero validi ma illeciti, con la conseguenza che chi celebra la Santa Messa e chi vi partecipa, chi amministra i Sacramenti e chi li riceve, cadono in stato di peccato mortale. A meno che, da parte del fedele, non subentri la mancanza di conoscenza o la cosiddetta ignoranza inevitabile. Solo in un caso un presbìtero scomunicato può amministrare lecitamente un Sacramento  — anzi, in questo specifico caso è tenuto a farlo — egli può concedere l’assoluzione ad un penitente in reale caso di pericolo di morte [can. 976].

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Visionando l’ultimo suo video inserito in questo articolo [vedere video, QUI], chiunque può udire ed appurare in che termini e con quale carica aggressiva ed insultante questo presbìtero tratta il Romano Pontefice, i membri del Collegio Cardinalizio ed i membri del Collegio Episcopale, oltre a tacciare apertamente di vigliaccheria tutti noi suoi Confratelli presbìteri, colpevoli a suo dire di non esserci ribellati al «Cardinale Jorge Mario Bergoglio usurpatore della Cattedra di Pietro» e per ostinarci a celebrare la Santa Messa in comunione con lui [cf. video, minuto 19,50 QUI]. Infatti, a suo empio dire, la Santa Messa celebrata in comunione con «l’usurpatore Bergoglio», da egli definito «falso Pontefice», non sarebbe valida, mancando in essa — prosegue a sproloquiare – «l’azione di grazia santificante dello Spirito Santo», quindi coloro che vanno alla Messa una cum [N.d.r. celebrata in comunione col Pontefice regnante] vanno a Messa col Diavolo» [cf. video, minuto 5,02 QUI] perché «in tutto ciò che è in unione con Bergoglio non c’è Gesù Cristo, non c’è lo Spirito Santo, c’è Satana» [cf. video, minuto 6,38 QUI].

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remake filmico de L’Esorcista, con prete scomunicato nel ruolo dell’indemoniato [per aprire il video cliccare sull’immagine]

Le figure attaccate da questo scomunicato, dal Romano Pontefice ai vescovi, per seguire con noi presbìteri, costituiscono un corpo ecclesiale di persone imperfette, come imperfetti e peccatori sono da sempre coloro che per mistero di grazia vengono chiamati a ricoprire certi ruoli e svolgere certe funzioni sacramentali. Chiunque può discutere circa le capacità pastorali del Romano Pontefice, dei singoli vescovi e di tutti i presbiteri; chiunque può indicare i loro difetti e le loro carenze morali per le quali saranno poi chiamati a rispondere dinanzi al giudizio di Dio, che con tutti noi pastori in cura d’anime sarà particolarmente severo. Chiunque metta però in discussione la legittima autorità del Romano Pontefice e dei Vescovi, attenta gravemente e pericolosamente a quella che è la struttura gerarchica portante della Santa Chiesa di Cristo e commette un delitto gravissimo contro la Santa Fede.

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Dalle video-catechesi di Alessandro Minutella emergono florilegi e gravi contraddizioni dottrinarie, strafalcioni e inesattezze teologiche d’ogni genere, a partire da una mariologia decisamente imbarazzante. Siccome gli esempi sarebbero davvero molti, ciò rende impossibile fare un discorso teologico rigorosamente scientifico per indicare e smontare certe assurdità ad una ad una, perché per farlo occorrerebbe un libro. Sicché ci limitiamo solo ad alcuni chiari esempi, sapendo anzitutto di avere a che fare con un presbìtero che ha conseguito ben due dottorati, com’egli ama ripetere con frequenza, pur manifestando crassa ignoranza non tanto sulla teologia sacramentaria, ma proprio sui fondamenti del Catechismo della Chiesa Cattolica. E siccome diversi Lettori ci hanno scritto ricordando che questo presbitero è due volte dottore in teologia e che come tale non può dire cose inesatte come quelle proferite dai membri della cosiddetta «falsa Chiesa» da lui condannati, è bene anzitutto chiarire che i dottorati teologici non costituiscono alcuna garanzia di sapienza, posto che nessuno riceve attraverso un dottorato i doni di grazia dello Spirito Santo che segnerà l’esimio dottore con un carattere indelebile ed eterno. Infatti, il carattere sacerdotale, non si conferisce coi dottorati, ma attraverso la consacrazione del presbìtero col Sacramento dell’Ordine. Se i dottorati costituissero garanzia di sicura, solida ed ortodossa dottrina infusa assieme alla sapienza dallo Spirito Santo, noi non dovremmo porre in minima discussione ciò che hanno affermato e scritto Hans Küng, Giovanni Franzoni, Leonardo Boff e via dicendo a seguire. E ricordiamo per inciso che i primi due citati, oltre ad essere dei pluri titolati, sono stati rispettivamente perito e membro all’assise del Concilio Vaticano II. Il pluri titolato Giovanni Franzoni, al Concilio, partecipò con la equipollente dignità episcopale, essendo all’epoca Abate Ordinario di San Paolo fuori le mura, che sino ad un decennio fa era una prelatura territoriale dell’antica Urbe.

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In questo momento di confusione molti fedeli sono smarriti, ma cercare guida sicura in un eretico che afferma che la Santa Messa celebrata in comunione col Pontefice regnante non è valida, è da evitare; e su di noi grava l’obbligo morale di scongiurare i fedeli dal seguire questo pastore empio, avvelenante e teologicamente confuso, sebbene egli offra come garanzia di essere doppiamente dottorato.

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remake filmico de L’Esorcista, con prete scomunicato nel ruolo dell’indemoniato [per aprire il video cliccare sull’immagine]

Chiarire alle persone la figura di questo presbìtero, tutto sommato è più facile di quanto possa sembrare, basterebbe solo che le persone ci prestassero ascolto e poi chiedessero al diretto interessato: con quale vescovo lei è in comunione? Quale vescovo le ha dato mandato di esercitare il sacro ministero, oltre agli speciali poteri ch’ella afferma di avere ricevuto dalla Beata Vergine Maria in persona? O forse non sa, o uomo reso sapiente da un duplice dottorato, che nessuno di noi può esercitare il sacro ministero in comunione con sé stesso, perché la validità dell’Eucaristia da noi celebrata dipende dalla validità di quella celebrata dal Vescovo in piena comunione col Vescovo di Roma? A quel punto, il diretto interessato, replicherà ciò che da tempo va dicendo e quanto ha ribadito nel video qui richiamato, vale a dire:

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«Io celebro in comunione con il Sommo Pontefice Benedetto XVI che è il legittimo pontefice, mentre il Cardinale Jorge Mario Bergoglio è un usurpatore piazzato sulla Cattedra di Pietro dalle potenze sataniche e dalla Massoneria internazionale».

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I dubbiosi e quanti credono a ciò che questi afferma, si pongano questa domanda: si può ignorare che Benedetto XVI, prima di spostarsi a Castel Gandolfo per tenersi distante dalla Città del Vaticano durante il conclave, dichiarò «obbedienza incondizionata» al proprio successore già prima che questi fosse scelto ed eletto? Con quella affermazione, egli non disse forse che avrebbe obbedito al Successore che a breve sarebbe stato eletto, a prescindere da chi fosse stato? E come può, siffatto empio che sparge veleni tra il Popolo di Dio, ignorare che la sera dopo l’elezione, quando il nuovo eletto chiamò il proprio vivente Predecessore, questi così lo salutò: «Santità, fin d’ora io vi prometto la mia totale obbedienza e la mia preghiera»? Ciò non vuol forse dire che Benedetto XVI ha affermato prima del conclave che avrebbe obbedito a chiunque fosse stato eletto e ad elezione avvenuta offrì la propria obbedienza al suo legittimo Successore?

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remake filmico de L’Esorcista, con prete scomunicato nel ruolo dell’indemoniato [per aprire il video cliccare sull’immagine]

Di recente, sulle colonne di questa nostra rivista è stato scritto che mentre tutti si interrogano su questioni più o meno fantasiose, avanzando ipotesi perlopiù surreali, nessuno coglie la solenne lezione a noi tutti data dal Sommo Pontefice Benedetto XVI, che è questa: egli si è allontanato dalla Città del Vaticano prima del Conclave, affermando già prima della sua elezione la propria «incondizionata obbedienza» al proprio successore. Poco dopo, al suo Successore eletto che lo ha chiamato per annunciargli lui di persona la propria elezione, ha detto: «Santità, fin d’ora io vi prometto la mia totale obbedienza e la mia preghiera». E se il Venerabile Pontefice Benedetto XVI, il cui ministero, eccezionalmente, anziché cessare con la sua morte è cessato con un suo libero atto di rinuncia, ha professato con simile fede e totalità la propria obbedienza al suo Successore, noi, non dovremmo forse seguire il suo esempio e fare altrettanto? [vedere paragrafo V «Non esiste altra strada se non l’obbedienza a Pietro», QUI]

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I seguaci di questo scomunicato si chiedano: se a riconoscere il Successore al sacro soglio è stato per primo Benedetto XVI, il presbìtero in questione che si dice incaricato nella «santa battaglia» dalla Beata Vergine Maria in persona, con chi è in comunione? Perché qualora egli non l’avesse capito, il primo Vescovo che si è dichiarato in comunione col Pontefice regnante è stato Benedetto XVI, che ha liberamente fatto atto di rinuncia al ministero petrino, ribadendo più volte quanto libera sia stata la sua rinuncia, ribadendo prima dell’elezione e dopo l’elezione la propria «obbedienza incondizionata» al suo Successore.

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Gli improvvidi seguaci di questo presbìtero fuori da ogni teologico equilibrio, si domandino e poi domandino: ma questo prete inviperito, con chi è in comunione? A nome di chi ci parla? Forse com’egli afferma parla «per l’autorità che la Madonna mi conferisce» [cf. video, minuto 10,50 QUI], quindi a nome della Beata Vergine Maria che gli avrebbe suggerito di ribellarsi al Romano Pontefice «al quale lei ha già dichiarata guerra» [cf. video, minuto 23,00 QUI]? E da quando Maria, nostra venerata Mater Ecclesiae, istiga a disobbedire a Pietro ed al Collegio degli Apostoli, ponendo a tal fine sotto la propria protezione un prete indiavolato che afferma in continuazione «la Madonna mi ha detto», «la Madonna mi ha rivelato»? Sino ad annunciare infine che «la Madonna ha [già] consacrato il Pastore con gli attributi» (!?) [cf. video, minuto 30,38 QUI].

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La risposta ai quesiti rivolti dai Lettori ai Padri de L’isola di Patmos è pertanto la seguente: chi segue questo eretico scomunicato e chi partecipa alle sue celebrazioni, a meno che non sia a conoscenza del suo oggettivo status di scomunicato, od a meno che non sia gravato da autentica ignoranza inevitabile che gli impedisce di esercitare anche il più elementare senso critico, deve ritenersi in tutto e per tutto in stato di peccato mortale.

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dall’Isola di Patmos, 20 febbraio 2019

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Di fatto, il Reverendo Alessandro Minutella non è l’esorcista bensì proprio l’indemoniato …

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Decadenza&Dintorni: «Siamo l’esercito (clericale) del selfie» tra migranti e spilline

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— Attualità ecclesiale —

DECADENZA&DINTORNI: «SIAMO L’ESERCITO (CLERICALE) DEL SELFIE» TRA MIGRANTI E SPILLINE … 

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Il 16 febbraio sul sito di Avvenire compare la seguente notizia: «Migranti. Il selfie del Papa con la spilla “Apriamo i porti!”». Dinanzi a quell’annuncio ed a quelle immagini qualcuno ha fatto giustamente notare che oggi, tra tante cose da aprire, il Vangelo ha la priorità, specialmente in certe curie, conventi, monasteri o seminari …

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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PDF  articolo formato stampa

 

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L’esercito del selfie –  un palcoscenico sul quale i preti non dovrebbero trovarsi a loro agio [per aprire cliccare sull’immagine]

Come sacerdote trovo sempre difficile da applicare un passo del Vangelo di Matteo:

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«State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli. Dunque, quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà» [Mt 6,1-3].

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Si sa: l’uomo è vanaglorioso e come tale trova sempre grande difficoltà ad operare gratuitamente. E il sacerdote resta, fino a non facile prova contraria, un uomo con tutti i suoi difetti. Praticando il bene c’è sempre la tentazione di un tornaconto personale, anche quando non c’è una ricompensa monetaria, il guadagno si può sempre lucrare in fama, in prestigio, in visibilità e, naturalmente, in like.

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Possiamo forse sprecare tanto ben di Dio? Certo che no. Così oggi, noi preti, non cerchiamo più anime da salvare ma like da collezionare. Presto detto: abbiamo compiuta un’azione di carità? Ecco pronta la foto su Instagram! Un politico che detesto ha espresso un parere? Non indugio a castigarlo andando giù duro di Twitter! Individuo la foto di un prete in pianeta e manipolo? Ecco già pronto il commento sprezzante e sarcastico su Facebook o sul blog di turno!

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Roma, 25 gennaio 2019: Ivano Liguori e Ariel S. Levi di Gualdo, le immagini dove i sacerdoti si sentono a proprio naturale agio …

Gli esempi si potrebbero moltiplicare, ma la sostanza di fondo rimane sempre la stessa: siamo felici di aver praticato la nostra giustizia, quella che piace tanto al mondo. E per quanto mi dolga a dirlo, agendo a questo modo noi preti non siamo più pescatori di uomini, come il beato apostolo Pietro [cf. Mt 4, 19], ma pescatori di followers. Siamo davvero saturi di preti internettiani che ricercano visibilità: James Martin — noto apostolo del mondo arcobaleno e della Chiesa in uscita — Alex Zanotelli, Giorgio De Capitani, Mauro Leonardi e altri ancora che si arrampicano sulla scalata della notorietà, semmai per raggiungere la fama di vere e proprie star: Antonio Mazzi e Luigi Ciotti.

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Lungi il provare invidia o risentimento per questi confratelli, che in me suscitano solo sconforto, avendo scelto di percorrere uno stile sacerdotale non conforme ma molto comune al giorno d’oggi; uno stile che Gesù non condivide assolutamente, perché la platealità non rientra tra le caratteristiche del discepolo. Infatti, il far parlare di sé, non costituisce mai una scelta saggia [cf. Lc 6,26]. Il sacerdote, deve esercitarsi in una trasparenza dietro la quale deve manifestarsi Cristo; e questo genere di cammino di perfezione, richiede tutta una vita.

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I vecchi Florilegi di santità che venivano letti nei conventi durante i pasti del tempo quaresimale, custodivano una bella espressione: «Egualmente insensibile alle lodi e ai disprezzi». Perché questo è l’uomo illuminato da Dio, che si dimostra trasparente e insensibile a ciò che può costituire un merito o un demerito. Ciò non vuol dire disprezzare i doni o i carismi personali, anzi è più che mai  doveroso riconoscere che quanto posseggo non mi appartiene ma è grazia di Dio, quindi non posso vantarmene; il tutto è scritto e spiegato nella celebre parabola dei talenti [cf. Mt 25, 14-30]. Le stesse critiche non sono la parola definitiva di Dio sulla mia esistenza, quindi sono ininfluenti.

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Condivido il pensiero del Card. Robert Sarah quando dice:

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«Più siamo rivestiti di gloria e di onore, più siamo elevati in dignità, più siamo investiti di responsabilità pubbliche, di prestigio e di incarichi nel mondo, come laici, sacerdoti o vescovi, e più dobbiamo progredire nell’umiltà e coltivare con cura la dimensione sacra della nostra vita interiore cercando costantemente di vedere il volto di Dio nella preghiera, nell’orazione, nella contemplazione e nell’ascesi. Può succedere che un sacerdote buono e pio, una volta elevato alla dignità episcopale, cada rapidamente nella mediocrità e nella preoccupazione di avere successo negli affari del mondo. […] Manifesta nel suo essere e nelle sue opere una volontà di promozione, un desiderio di prestigio e una degradazione spirituale. Finisce per nuocere a se stesso e al gregge di cui lo Spirito Santo lo ha stabilito custode per pascere la Chiesa di Dio, che si è acquistata col sangue del proprio Figlio. Corriamo tutti il pericolo di essere monopolizzati dagli affari e dalle preoccupazioni del mondo se trascuriamo la vita interiore, la preghiera, l’orazione, lo stare ogni giorno faccia a faccia con Dio, l’ascesi necessaria a ogni contemplativo e a ogni persona che vuole vedere l’Eterno e vivere con Lui» [cf. Robert Sarah, La forza del silenzio, Cantagalli, 2017, pp. 35-36].

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Roma, 25 gennaio 2019: Ivano Liguori e Ariel S. Levi di Gualdo, le immagini dove i sacerdoti si sentono a proprio naturale agio …

Il 16 febbraio sul sito di Avvenire compare questa notizia: «Migranti. Il selfie del Papa con la spilla “Apriamo i porti!”» [vedere QUI]. Annuncio e immagini dinanzi alle quali qualcuno ha fatto giustamente notare che oggi, tra tante cose da aprire, il Vangelo ha la priorità, specialmente in certe curie, conventi, monasteri o seminari …

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La notizia è però un clickbait molto ben riuscito, il web impazzisce per certe cose ed il chef executive officer la fa da padrone, insomma: bel colpo Avvenire! Tralasciando il titolo a grande effetto, la notizia che segue riporta che don Nandino Capovilla si è avvicinato al Sommo Pontefice durante l’incontro sulle Migrazioni a Sacrofano e, tra saluti e baci, il Santo Padre ha notato la spilletta «Apriamo i porti!» in mano al sacerdote e, gradendo la cosa, si è prestato per fare un selfie con lui [cf. QUI, QUI, QUI, QUI].

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Chiedo scusa a tutti: temo di avere sicuramente bisogno di molta conversione, forse anche di un buon collirio per gli occhi, perché io non riesco proprio a cogliere un messaggio evangelico in tutto ciò. O meglio: il messaggio c’è, ed è evidente che c’è, però è politico e sociale. L’inizio di una giustizia umana che si vuole realizzare attraverso le logiche del mondo.

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Il sacerdote così commenta il selfie sul suo profilo Facebook:

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Saliamo sui tetti! Coraggiosamente papa Francesco non perde occasione, taglia corto con le esortazioni scontate. Si concede una foto che rilancia quell’apriamo i porti che sta unendo cittadini dal nord al sud del Paese e che per i cristiani è obbligo evangelico per essere liberi dalla paura. Da questo titolo del meeting nazionale della Chiesa italiana Francesco è partito per denunciare e rilanciare: “La paura è l’origine di ogni schiavitù e di ogni dittatura. Sulla paura del popolo cresce la violenza dei dittatori. Noi rinunciamo all’incontro con l’altro per erigere barriere: questo non è umano. Chi ha avuto la forza di vincere la paura oggi è invitato a salire sui tetti e invitare gli altri a fare altrettanto”.

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È vero: bisogna salire sui tetti, sono con te don Nandino, ma sui tetti io ci salgo per annunciare il Vangelo, la Parola di Dio. E detto questo posso informarti che non ho visto molte spilline nell’ospedale dove sono cappellano con su scritto «no aborto!», «viva l’obiezione di coscienza!». Neppure ho visto nelle parrocchie spille inneggianti la famiglia tradizionale, la fedeltà coniugale, la fedeltà al celibato sacerdotale, la difesa delle donne di strada, la tutela dei malati terminali e degli anziani allettati e via dicendo … ma l’elenco potrebbe ancora continuare. E quando eventi di questo genere accadono, sono sempre per mano di laici che vengono subito tacciati di tradizionalismo, di fascismo e di bigottismo. Forse, a differenza di noi preti, loro hanno ancora qualcosa di aperto … il cuore.

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Roma, 25 gennaio 2019: Ivano Liguori e Ariel S. Levi di Gualdo, le immagini dove i sacerdoti si sentono a proprio naturale agio

Noi preti abbiamo sempre più bisogno dei selfie per agire e trovare il coraggio, perché ormai il Vangelo non ci pungola più ed è lettera morta. Se per sbaglio lo citiamo, spesso accade che si tratta solo dell’edizione riveduta secondo l’interpretazione de Il Manifesto di Marx ed Engels o del sunto delle Tesi di Martin Lutero.

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Caro don Nandino, sono certo che nella tua comunità svolgi un servizio encomiabile, ma la prossima volta evita i selfie e la pubblicità, perché non sono necessari. Il tuo sacerdozio è già convincente così, senza queste cose, perché si basa sulla exousia [autorità, autorevolezza] di Cristo. È poi bene ricordare che quando San Giuseppe Cafasso passava tra i muratori, carcerati, condannati a morte e povera gente del suo tempo, dubito che ricercasse visibilità, tanto meno si lasciava inebriare dal sacro fuoco dell’entusiasmo che può scottare malamente.

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Il tuo servizio sacerdotale è prezioso, svolgilo pertanto annunciando Cristo, se lo farai scoprirai che le persone ti cercheranno non perché sei un giusto secondo il pensiero del mondo, ma perché hanno incontrato un ministro di Dio che accoglie, riconcilia, sfama con l’Eucaristia, insegna a pregare e a piegare le ginocchia davanti a una maestà superiore a quella dei social network: il Santissimo Sacramento.

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Cagliari, 18 febbraio 2019

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L’ESERCITO DEL SELFIE
[ Tagagi & Ketra ]
Hai presente la luna il sabato sera 
Intendo quella vera, intendo quella vera
Hai presente le stelle, le torri gemelle 
Quelle che non esistono più ,quelle che non esistono più
E se ti parlo di calcio 
E se ti suono un po’ il banjo 
Dici che sono depresso, che non sto nel contesto, che profumo di marcio 
Ma se ti porto nel bosco 
Mi dici portami in centro 
Perché lì non c’è campo, poi vai fuori di testa come l’ultima volta
Siamo l’esercito del selfie 
Di chi si abbronza con l’iPhone 
Ma non abbiamo più contatti 
Soltanto like a un altro post 
Ma tu mi manchi 
Mi manchi 
Mi manchi 
Mi manchi in carne ed ossa 
Mi manchi nella lista 
Delle cose che non ho, che non ho, che non ho
Hai presente la notte del sabato sera 
Intendo quella nera, intendo quella nera
Hai presente la gente che corre in mutande 
Dici che non esistono più, dici che non esistono più 
E se ti parlo di sesso 
Carta forbice o sasso 
Dici che sono depresso, che non sto nel contesto, che profumo di marcio 
Ma se ti porto nel parco 
Mi dici portami in centro 
Perché lì non c’è campo, poi vai fuori di testa come l’ultima volta
Siamo l’esercito del selfie 
Di chi si abbronza con l’iPhone 
Ma non abbiamo più contatti 
Soltanto like a un altro post 
Ma tu mi manchi 
Mi manchi 
Mi manchi 
Mi manchi in carne ed ossa (mi manchi in carne ed ossa) 
Mi manchi nella lista (mi manchi nella lista) 
Delle cose che non ho, che non ho, che non ho (che non ho)
Siamo l’esercito del selfie 
Di chi si abbronza con l’iPhone 
Ma non abbiamo più contatti 
Soltanto like a un altro post 
Ma tu mi manchi 
Mi manchi 
Mi manchi 
Mi manchi in carne ed ossa (mi manchi in carne ed ossa) 
Mi manchi nella lista (mi manchi nella lista) 
Delle cose che non ho, che non ho, che non ho (che non ho)
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[Compositori: Alessandro Merli / Fabio Clemente / Tommaso Paradiso]

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«Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date». XXVII giornata mondiale del malato

visita il blog personale di Padre Ivano

— Pastorale sanitaria —

«GRATUITAMENTE AVETE RICEVUTO, GRATUITAMENTE DATE». XXVII GIORNATA MONDIALE DEL MALATO

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Guardando all’esempio della Santa Madre Teresa di Calcutta, motivo ispiratore della Giornata Mondiale del Malato in quest’anno che si celebrerà solennemente a Calcutta, l’assistenza all’infermo può essere efficace solo se prima pieghiamo le ginocchia e impariamo a dialogare adoranti davanti al Santissimo Sacramento. 

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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PDF  articolo formato stampa
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Santa Teresa di Calcutta

Il tema della XXVIIª Giornata del Malato di quest’anno è incentrato sulla gratuità e sulla logica del dono, seguendo il riferimento evangelico del Vangelo di San Matteo [cf. 10, 8]. Nel suo messaggio di saluto il Santo Padre sottolinea come il dono della vita implichi il riconoscimento della gratuità e che la stessa cura e tutela della vita umana nel tempo della malattia si può svolgere solo nella donazione totalizzante della propria persona a somiglianza del Buon Samaritano [testo ufficiale, QUI]. Tale suggerimento del Pontefice ci permette di poter ampliare il discorso attraverso alcune riflessioni molto importanti.

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I

IL PRIMATO DEL DIO DELLA VITA

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Santa Teresa di Calcutta

Anzitutto, riconoscere la vita come dono significa riconoscerne il vero donatore che è Dio. San Giacomo, nella sua lettera, ci dice che «ogni buon regalo e ogni dono perfetto vengono dall’alto e discendono dal Padre» [cf. Gc 1,17], questo primo riferimento ci mostra bene come Dio, in quanto vero padre, è anche vero autore del dono della vita. Infatti, l’atto creativo di Dio, è legato intimamente alla sua paternità e tale atto non può essere compreso senza questa categoria. Il Dio di Gesù Cristo non assomiglia per nulla al freddo demiurgo presentato da Platone nel Timeo; non è neanche l’artefice dell’universo dei culti gnostici o il distaccato grande orologiaio tanto caro all’Illuminismo. L’atto creatore di Dio è un atto paterno ed egli crea comunicando se stesso, la sua paternità [cf. At 17,28].

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Da queste prime considerazione, è facile affermare come la vita implichi, per essere generata, di una figura paterna e materna — sebbene oggi quest’evidenza stia attraversando una crisi profonda —. La Sacra Scrittura, molto saggiamente, insegna che Dio si rende conoscibile all’uomo sia come padre che come madre [cf. Ef 3,14; Is 49,14-15].

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Il primato paterno di Dio su ogni vita, interpella l’uomo a diventarne il custode [cf. Gn 2,15; 4,9] e a tutelarla di fronte alla cultura dello scarto, della violenza e dell’indifferenza che è frutto dell’individualismo e della frammentazione sociale contemporanea.

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Santa Teresa di Calcutta

Il dialogo che il Santo Padre sottolinea esser necessario come presupposto del dono, non deve ridursi solo alla dimensione orizzontale della fraternità tra gli uomini, ma anzitutto deve raggiungere il verticalismo dell’incontro con Dio. È quindi necessario sollevare la testa verso il Signore per poter essere sicuri di vedere l’uomo per ciò che è, e così condurlo a salvezza.

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Il mistero dell’incarnazione è proprio l’esempio di come la relazione verticale divina si umilia per raggiungere l’orizzontalità della natura umana bisognosa di guarigione e risurrezione [cf. Fil 2,7]. Sicché il dialogo è fecondo, solo se accettiamo la sfida del dialogo con Dio e l’accoglienza del Verbo di Dio fatto uomo, che ci rivela la definitiva paternità di Dio datore di una vita in abbondanza [cf Gv 10,10]. Senza il dialogo con il Signore, il confronto tra gli uomini rischia di fermarsi all’utopia, all’ideologia politica, alla demagogia, alla logica dell’utilitarismo e del mercato, alla strategia aziendale, alle nuove dottrine etiche spersonalizzanti; e oggi purtroppo l’ambito della sanità paga lo scotto di questa tipologia di “pacati” e “fraterni confronti”.

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II

LA CHIESA, GREMBO MATERNO DEL DIALOGO E DELLA CURA

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Santa Teresa di Calcutta

È nella Chiesa che si attua il riconoscimento di quella fraternità che ci viene concessa nell’essere figli attraverso il Figlio. Se Cristo non si fosse fatto solidale con l’uomo fino al dono totale di sé, la condizione umana sarebbe stata caratterizzata da tante individualità smarrite e frammentate [cf. Mc 6,34]. È nella Chiesa che lo Spirito Santo — che è Signore e dà la vita — educa i figli di Dio all’unità e alla reciproca assistenza [cf At 4,32] e gli abilità a partecipare del dono della vita come rapporto fecondo con Dio e come collaborazione alla sua paternità. È ancora nella Chiesa che troviamo il grembo materno che ha nel fonte battesimale il luogo liturgico in cui gustiamo una nuova fraternità che risplende della dignità dei figli beneamati dal Padre [cf. Mc 1,11].

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La Chiesa, davanti al mondo, diventa perciò il vessillo di quell’amore prioritario e misericordioso che si rende concreto solo nell’obbedienza al comando del Figlio di Dio e nostro fratello Gesù Cristo: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» [Mt 28,18-20].

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Il mandato di Cristo, alla fine del primo Vangelo, lungi dall’essere propaganda al proselitismo, è garanzia di una continua assistenza fraterna alla Chiesa, è dono di grazia che dispone il cristiano a lasciarsi salvare e guarire imparando la docilità alla volontà di Dio che in Maria — Salus Infirmorum — ha il suo esempio più fulgido e sicuro.

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Cagliari, 11 febbraio 2019

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«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» [Gv 8,32],
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«Non sia turbato il vostro cuore» [Gv 14,1]. Dai proclami sulla “Chiesa in uscita” al proclama del manifesto della fede del Cardinale Gerhard Ludwig Müller

— gli ospiti illustri de L’Isola di Patmos —

«NON SIA TURBATO IL VOSTRO CUORE» [GV 14,1]. DAI PROCLAMI SULLA “CHIESA IN USCITA” AL PROCLAMA DEL MANIFESTO DELLA FEDE DEL CARDINALE GERHARD LUDWIG MÜLLER

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Molti si chiedono oggi per quale motivo la Chiesa esista ancora se gli stessi vescovi preferiscono agire da politici piuttosto che da maestri della fede proclamare il Vangelo. Lo sguardo non deve soffermarsi su questioni secondarie, ma è più che mai necessario che la Chiesa si assuma il suo compito proprio. Ogni essere umano ha un’anima immortale, che alla sua morte si separa dal corpo, però con la speranza della risurrezione dei morti. La morte rende definitiva la decisione dell’uomo a favore o contro Dio. Tutti devono affrontare il giudizio personale subito dopo la morte.

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Autore
Redazione dell’Isola di Patmos

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… un futuro lontano o molto vicino?

Più che una «Chiesa in uscita», a volte la nostra Santa Madre pare una «Chiesa in liquidazione» a saldi di fine stagione.

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I Padri de L’Isola di Patmos, accomunati dalla profonda stima che tutti nutrono verso il Cardinale Gerhard Ludwig Müller, sono rimasti anzitutto colpiti da un’espressione che per loro è un lamento scambiato da tempo e con sempre maggior frequenza tra confratelli che svolgono il sacro ministero sacerdotale, nell’adempimento del quale si sono più volte rammaricati scambiandosi proprio quella frase che spicca sin dalle prime righe del testo scritto dal Prefetto emerito della Congregazione per la dottrina della fede: «Oggi molti cristiani non conoscono più nemmeno i fondamenti della fede».

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Coloro che nella cosiddetta «Chiesa ospedale da campo» ci vivono, svolgendo spesso servizio d’emergenza al pronto soccorso dove giungono i casi più disparati e spesso anche più gravi, devono fronteggiarsi tutti i giorni con un numero sempre più elevato di fedeli che non conoscono più i fondamenti della fede cattolica, che non hanno alcuna giusta percezione dei Sacramenti di grazia, che da anni non si confessano e che non sanno confessarsi, che non conoscono le preghiere. Ma soprattutto, ogni giorno, si devono confrontare con fedeli che in numero terribilmente elevato parlano e vivono il peggiore linguaggio di questo mondo con totale disinvoltura. Aborto: «Beh, una ragazzina di sedici anni che ha un incidente di percorso, può forse diventare mamma a quell’età?». Vita e malattia: «Perché non dare una dolce e dignitosa morte ad una persona che soffre per una malattia incurabile, serve forse a qualche cosa farla soffrire inutilmente?». Vita affettiva: «Siamo stati noi genitori, i primi a raccomandare ai nostri figli, prima di sposarsi, di andare a convivere per qualche anno, affinché sperimentassero se veramente stanno bene assieme, o forse il matrimonio deve essere un salto nel buio?».

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Questi, come tanti fedeli che ragionano così sui diversi aspetti morali e spirituali, sono persone che in genere non si confessano, perché affermano anzitutto di non avere peccati da confessare, però vanno a ricevere la Santa Comunione, senza avere la conoscenza e la chiara percezione di che cosa veramente e realmente sia la Santissima Eucaristia.

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Solo queste poche parole introduttive sono sufficienti per chiarire quanto i Padri de L’Isola di Patmos abbiano accolto e tanto apprezzato questo scritto contenente le parole che da tempo si vanno ripetendo tra di loro con grande pena e rammarico: oggi è necessario ripartire da una parte con le missioni per una nuova evangelizzazione delle nostre popolazioni, dall’altra con i fondamenti del Catechismo della Chiesa Cattolica.

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il Cardinale Gerhard Ludwig Müller

Dinanzi a una sempre più diffusa confusione nell’insegnamento della fede, molti vescovi, sacerdoti, religiosi e laici della Chiesa cattolica mi hanno invitato a dare pubblica testimonianza verso la Verità della rivelazione. È compito proprio dei pastori guidare gli uomini loro affidati sulla via della salvezza, e ciò può avvenire solamente se tale via è conosciuta e se loro per primi la percorrono. A proposito ammoniva l’Apostolo:

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«A voi infatti ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto» (1 Cor 15,3).

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Oggi molti cristiani non conoscono più nemmeno i fondamenti della fede, con un pericolo crescente di non trovare più il cammino che porta alla vita eterna. Tuttavia, compito proprio della Chiesa rimane quello di condurre gli uomini verso Gesù Cristo, luce delle genti [vedi LG 1]. In questa situazione, ci si chiede come trovare il giusto orientamento. Secondo Giovanni Paolo II, il Catechismo della Chiesa Cattolica rappresenta una «norma sicura per l’insegnamento della fede» [Fidei Depositum IV]. Esso è stato scritto allo scopo di rafforzare i fratelli e le sorelle nella fede, una fede messa duramente alla prova dalla «dittatura del relativismo».

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I

DIO UNO E TRINO, RIVELATO IN GESÙ CRISTO

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L’epitome della fede di tutti i cristiani risiede nella confessione della Santissima Trinità. Siamo diventati discepoli di Gesù, figli e amici di Dio, attraverso il battesimo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. La differenza delle tre persone nell’unità divina [254] segna una differenza fondamentale nella fede in Dio e nell’immagine dell’uomo rispetto alle altre religioni. Riconosciuto Gesù Cristo, i fantasmi scompaiono. Egli è vero Dio e vero uomo, incarnato nel seno della Vergine Maria per opera dello Spirito Santo. Il Verbo fatto carne, il Figlio di Dio è l’unico Salvatore del mondo [679] e l’unico mediatore tra Dio e gli uomini [846]. Per questo, la prima lettera di Giovanni si riferisce a colui che nega la sua divinità come all’anticristo [1 Gv 2, 22], poiché Gesù Cristo, Figlio di Dio, dall’eternità è un unico essere con Dio, suo Padre [663]. È con chiara determinazione che occorre affrontare la ricomparsa di antiche eresie che in Gesù Cristo vedevano solo una brava persona, un fratello e un amico, un profeta e un esempio di vita morale. Egli è prima di tutto la Parola che era con Dio ed è Dio, il Figlio del Padre, che ha preso la nostra natura umana per redimerci e che verrà a giudicare i vivi e i morti. Lui solo adoriamo in unità con il Padre e lo Spirito Santo come unico e vero Dio [691].

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II

LA CHIESA

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Gesù Cristo ha fondato la Chiesa come segno visibile e strumento di salvezza, che sussiste nella Chiesa cattolica [816]. Diede alla sua Chiesa, che «è nata dal cuore trafitto di Cristo morto sulla croce»[766], una struttura sacramentale che rimarrà fino al pieno compimento del Regno [765]. Cristo, capo, e i credenti come membra del corpo sono una mistica persona [795], per questo motivo la chiesa è santa, poiché Cristo, unico mediatore, l’ha costituita sulla terra come organismo visibile e continuamente la sostiene [771]. Attraverso di essa l’opera redentrice di Cristo diventa presente nel tempo e nello spazio con la celebrazione dei Santissimi Sacramenti, soprattutto nel Sacrificio Eucaristico, la Santa Messa [1330]. La Chiesa trasmette con l’autorità di Cristo la divina rivelazione, «che si estende a tutti gli elementi di dottrina, ivi compresa la morale, senza i quali le verità salvifiche della fede non possono essere custodite, esposte o osservate» [2035].

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III

L’ORDINE SACRAMENTALE

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La Chiesa è in Gesù Cristo il sacramento universale della salvezza [776]. Essa non riflette sé stessa ma la luce di Cristo, che splende sul suo volto, e ciò può avvenire solo quando il punto di riferimento non è l’opinione della maggioranza né lo spirito dei tempi, ma piuttosto la Verità rivelata in Gesù Cristo, che ha affidato alla Chiesa cattolica la pienezza di grazia e di verità [819]: Egli stesso è presente nei sacramenti della Chiesa.

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La Chiesa non è un’associazione creata dall’uomo, la cui struttura può essere modificata dai suoi membri a proprio piacimento: essa è di origine divina. «È Cristo stesso l’origine del ministero nella Chiesa. Egli l’ha istituita, le ha dato autorità e missione, orientamento e fine» [874]. Ancora oggi è valido l’ammonimento dell’Apostolo secondo cui maledetto è chiunque proclami un altro Vangelo, «anche noi stessi, oppure un angelo dal cielo» [Gal 1,8]. La mediazione della fede è inscindibilmente legata alla credibilità umana dei suoi annunziatori: essi, in alcuni casi, hanno abbandonato quanti erano stati loro affidati, turbandoli e danneggiando gravemente la loro fede. Per loro si realizza la parola della Scrittura: «Non si sopporterà più la sana dottrina, ma, pur di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo i propri capricci» [2 Tim 4,3-4].

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Compito del Magistero della Chiesa nei riguardi del popolo di Dio è quello di «]salvaguardarlo dalle deviazioni e dai cedimenti» affinché possa «professare senza errore l’autentica fede» [890]. Questo è particolarmente vero per quanto riguarda i sette sacramenti. La Santissima Eucaristia è «fonte e culmine di tutta la vita cristiana» [1324]. Il sacrificio eucaristico, in cui Cristo ci coinvolge nel suo sacrificio della croce, è finalizzato alla più intima unione con Lui [1382]. Per questo la Sacra Scrittura ammonisce riguardo alle condizioni per ricevere la santa Comunione: «chiunque mangia il pane o beve il calice del Signore in modo indegno, sarà colpevole del corpo e del sangue del Signore» [1Cor 11, 27], dunque «chi è consapevole di aver commesso un peccato grave, deve ricevere il sacramento della Riconciliazione prima di accedere alla Comunione» [1385]. Dalla logica interna del sacramento si capisce che i divorziati risposati civilmente, il cui matrimonio sacramentale davanti a Dio è ancora valido, come anche tutti quei cristiani che non sono in piena comunione con la fede cattolica e pure tutti coloro che non sono debitamente disposti, non ricevono la santa Eucaristia fruttuosamente [1457], perché in tal modo essa non li conduce alla salvezza. Metterlo in evidenza corrisponde a un’opera di misericordia spirituale.

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Il riconoscimento dei peccati nella santa confessione almeno una volta all’anno è uno dei precetti della Chiesa [2042]. Quando i credenti non confessano più i loro peccati ricevendone l’assoluzione, si rende vana la salvezza portata da Cristo, Egli infatti si è fatto uomo per redimerci dai nostri peccati. Il potere del perdono, che il Risorto ha conferito agli Apostoli e ai loro successori nell’Episcopato e nel Sacerdozio, rimette i peccati gravi e veniali commessi dopo il Battesimo. L’attuale pratica della confessione evidenzia come la coscienza dei credenti non sia oggi sufficientemente formata. La misericordia di Dio ci è data, affinché adempiamo i suoi comandamenti per conformaci alla sua santa volontà e non per evitare la chiamata alla conversione [1458].

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«È il sacerdote che continua l’opera di redenzione sulla terra» [1589]. L’ordinazione, che conferisce al sacerdote «un potere sacro» [1592], è insostituibile perché attraverso di essa Gesù diventa sacramentalmente presente nella sua azione salvifica. I sacerdoti scelgono volontariamente il celibato come «segno di questa vita nuova» [1579]. Si tratta della donazione di sé stesso al servizio di Cristo e del Suo Regno che viene. Al fine di conferire validamente l’ordinazione nei tre gradi di questo sacramento, la Chiesa si riconosce vincolata alla scelta compiuta dal Signore stesso, «per questo motivo l’ordinazione delle donne non è possibile» [1577]. A tale riguardo, parlare di una discriminazione della donna dimostra chiaramente una erronea comprensione di questo sacramento, che non riguarda un potere terreno ma la rappresentazione di Cristo, lo Sposo della Chiesa.

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IV

LA LEGGE MORALE

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Fede e vita sono inseparabili, poiché la fede senza le opere compiute nel Signore è morta [1815]. La legge morale è opera della sapienza divina e conduce l’uomo alla beatitudine promessa [1950]. Di conseguenza, la «Legge divina e naturale mostra all’uomo la via da seguire per compiere il bene e raggiungere il proprio fine» [1955]. La sua osservanza è necessaria a tutte le persone di buona volontà per conseguire la salvezza eterna. Infatti colui che muore in peccato mortale senza pentimento rimarrà per sempre separato da Dio [1033]. Ciò comporta delle conseguenze pratiche nella vita dei cristiani, tra le quali è opportuno richiamare quelle oggi più frequentemente trascurate: [cfr 2270-2283; 2350-2381]. La legge morale non è un peso ma fa parte di quella verità liberatrice [cfr Gv 8,32] attraverso la quale il cristiano percorre la via della salvezza e non deve essere relativizzata.

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V

LA VITA ETERNA

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Molti si chiedono oggi per quale motivo la Chiesa esista ancora se gli stessi vescovi preferiscono agire da politici piuttosto che da maestri della fede proclamare il Vangelo. Lo sguardo non deve soffermarsi su questioni secondarie, ma è più che mai necessario che la Chiesa si assuma il suo compito proprio. Ogni essere umano ha un’anima immortale, che alla sua morte si separa dal corpo, però con la speranza della risurrezione dei morti [366]. La morte rende definitiva la decisione dell’uomo a favore o contro Dio. Tutti devono affrontare il giudizio personale subito dopo la morte [1021]: o sarà necessaria ancora una purificazione oppure l’uomo andrà direttamente verso la beatitudine celeste e gli sarà permesso di contemplare Dio faccia a faccia. Esiste però anche la terribile possibilità che una persona, fino alla fine, resti in contraddizione con Dio: rifiutando definitivamente il Suo amore, essa «si dannerà immediatamente per sempre» [1022]. «Dio, che ci ha creati senza di noi, non ha voluto salvarci senza di noi» [1847]. L’eternità della punizione dell’inferno è una realtà terribile, che — secondo la testimonianza della Sacra Scrittura — riguarda tutti coloro che «muoiono in stato di peccato mortale» [1035]. Il cristiano attraversa la porta stretta, «perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che vi entrano» [Mt 7,13].

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Tacere su queste e altre verità di fede oppure insegnare il contrario è il peggiore inganno contro cui il Catechismo ammonisce vigorosamente. Ciò rappresenta l’ultima prova della Chiesa, ovvero «una impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell’apostasia della verità» [675]. È l’inganno dell’Anticristo, che viene «con tutte le seduzioni dell’iniquità, a danno di quelli che vanno in rovina perché non accolsero l’amore della verità per essere salvati» [2Ts 2,10].

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APPELLO

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Come lavoratori nella vigna del Signore, noi tutti abbiamo la responsabilità di ricordare queste verità fondamentali aggrappandoci a ciò che noi stessi abbiamo ricevuto. Vogliamo dare coraggio per percorrere la via di Gesù Cristo con determinazione, così da ottenere la vita eterna seguendo i Suoi comandamenti [2075].

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Chiediamo al Signore di farci conoscere quanto è grande il dono della fede cattolica, attraverso il quale si apre la porta alla vita eterna. «Chi si vergognerà di me e delle mie parole davanti a questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui, quando verrà nella gloria del Padre suo con gli angeli santi» [Mc 8,38]. Pertanto ci impegniamo a rafforzare la fede confessando la verità che è Gesù Cristo stesso.

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L’avvertimento che Paolo, l’apostolo di Gesù Cristo, da al suo collaboratore e successore Timoteo è rivolto in modo particolare a noi, vescovi e sacerdoti. Egli scriveva:

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 «Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù, che verrà a giudicare i vivi e i morti, per la sua manifestazione e il suo regno: annuncia la Parola, insisti al momento opportuno e non opportuno, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e insegnamento. Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, pur di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo i propri capricci, rifiutando di dare ascolto alla verità per perdersi dietro alle favole. Tu però vigila attentamente, sopporta le sofferenze, compi la tua opera di annunciatore del Vangelo, adempi il tuo ministero» [2 Tm 4,1-5].

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Possa Maria, Madre di Dio, implorarci la grazia di aggrapparci alla confessione della verità di Gesù Cristo senza vacillare. Uniti nella fede e nella preghiera,

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+Gerhard Cardinale Müller
Prefetto della Congregazione

per la dottrina della fede

dal 2012 al 2017

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L’epicità della tradizione, che non è estetica né ideologia, ma forza viva con cui la Chiesa rende partecipe tutto il mondo del messaggio di Cristo

il blog personale di Padre Gabriele

L’EPICITÀ DELLA TRADIZIONE, CHE NON È  ESTETICA  IDEOLOGIA, MA FORZA VIVA CON CUI LA CHIESA RENDE PARTECIPE TUTTO IL MONDO DEL MESSAGGIO DI CRISTO

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A noi rimane una responsabilità importante; non stravolgiamo il senso della Tradizione: essa non si può né distruggere ideologicamente né altrettanto ideologicamente sventolare come bandiera. Siamo cattolici, figli della Tradizione e figli della Chiesa, servitori di Gesù Cristo. Questo è quello che ho sempre creduto, amato e difeso della Tradizione.

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Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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La conversione di San Paolo, Caravaggio, collezione Odescalchi

Se vogliamo parlare della tradizione, o di ciò che veramente essa è nel lessico cristiano, bisogna partire dalle Lettere Apostoliche Paoline:

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Carissimi, io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me». Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me». Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga [I Cor 11, 23 – 26].

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Quello di San Paolo, è ciò che sul piano compositivo ed espressivo potremmo chiamare “racconto epico”. E l’epica — per ricordare il vero senso etimologico della parola —, non è il racconto di “fiabe” o “fantasie”, ma è un genere espressivo di tipo elevato, poetico o letterario, che narra una storia reale.

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la caduta di San Paolo lungo la via di Damasco, Caravaggio, opera conservata nella chiesa romana di Santa Maria del Popolo

Per questo spesso mi emoziono quando ascolto storie epiche. Amo la letteratura, il teatro e il cinema proprio per questo motivo. In quarta ginnasio ho amato i versi eterni dell’Iliade, dell’assedio della città di Troia. In quel caso la grecità classica ha tramandato a voce anche lo scontro violento fra Achille, iracondo, ed Ettore. Al cinema, mi sono commosso dinanzi l’amore fraterno di Raymond e Charlie Babbit, interpretati da Dustin Hoffman e Tom Cruise, nell’indimenticabile RainmanL’uomo della Pioggia. A teatro mi hanno dato gioia, le argomentazioni scaltre dell’innamorato Ernest in Import of being Ernest.  Le “epopee” di guerrieri, fratelli e uomini col cuore che battono sono doni che porterò sempre con me.

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L’epicità è uno dei mille motivi per cui ho aderito e continuo ad aderire alla fede in Cristo e per cui sono entrato nell’Ordine dei Frati Predicatori. La fede in Gesù Cristo, nel suo annuncio essenziale, dice epicità: annuncia cioè l’amore di un Dio talmente grande per l’umanità decaduta e sofferente tanto da morire in croce per redimerla. Ma l’epicità del cristianesimo è sottolineata da San Paolo all’inizio del brano che ho voluto citare. L’epicità si racchiude nella coppia verbale «ho ricevuto […] ho trasmesso».

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San Paolo parla in effetti di un tradere, una Tradizione. Cioè un dato che, oltre i secoli, ininterrottamente viene comunicato e giunge sino a noi: questo dato è l’annuncio essenziale di Cristo. Anche la liturgia, notiamo, si sofferma sulla Tradizione. Nel Canone Romano possiamo ascoltare infatti questa frase:

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«[…] et ómnibus orthodóxis, atque cathólicæ, et apostólicæ fidei cultóribus [E con tutti quelli che custodiscono la fede cattolica trasmessa dagli apostoli».

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il martirio di San Paolo, opera di Mattia Preti [XVII sec.]

Diverse volte, anche forse nei momenti più bislacchi e meno opportuni, ho meditato su questo passaggio del canone romano. È di nuovo il messale a sottolineare l’epicità e l’amore di tutti quelli che si sono prodigati nel custodire e donarci integro quell’annuncio. Dunque ripenso con gioia a coloro che nella mia vita hanno custodito e trasmesso il messaggio di Gesù: in primis le mie due nonne. Davvero mi hanno donato un deposito della fede inestimabile.

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La Tradizione è la danza trinitaria che volteggia sul mondo. È la forza viva, unitamente alla Sacra Scrittura, con cui la Chiesa rende partecipe tutto il mondo del messaggio di Cristo. Un messaggio, insegna la Lettera a Diogneto, che non è inventato tramite una riflessione filosofica. Quel messaggio è essenzialmente l’Incontro con Gesù Risorto.

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Trasmettere, essere parte della Tradizione significa in ultima istanza far incontrare al povero e al bisognoso, materiale come spirituale, il volto di Dio che lo ama e lo custodisce.

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A noi rimane una responsabilità importante; non stravolgiamo il senso della Tradizione: essa non si può né distruggere ideologicamente né altrettanto ideologicamente sventolare come bandiera. Siamo cattolici, figli della Tradizione e figli della Chiesa, servitori di Gesù Cristo. Questo è quello che ho sempre creduto, amato e difeso della Tradizione. Provo allora a fare un passo avanti.

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interno della tomba di San Paolo, nella omonima basilica romana maggiore di San Paolo fuori le mura

Il padre Yves Congar [1904-1995], nel 1975 ha scritto:

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«La tradizione (è) tutt’altra cosa che una affermazione meccanica e ripetitiva del passato: essa è la presenza attiva di un principio a tutta la sua storia».

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Siamo noi stessi chiamati ad entrare nella dinamica della Tradizione, come chierici, laici e religiosi. Chiamati ad essere presenza viva con la Tradizione. Anche l’ordine a cui appartengo, l’Ordine dei Predicatori fondato da San Domenico di Guzman, è nato dalla sete della verità che gli uomini del XIII secolo anelavano affannosamente; quel Medio Evo che, desertificato da catari e valdesi, implorava ai nostri confratelli: «Portate l’acqua dissetante della fede cattolica».

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Questo desiderio profondo non si è fermato alla Media Aetas. Ha superato i secoli ed è giunto fino ad oggi. Perciò tutti noi, non solo i frati domenicani, oggi continuiamo a predicare e trasmettere l’integrità della dottrina e a sforzarci di viverla ogni istante, nonostante i nostri peccati e le nostre debolezze. Ripensando alla benedizione matrimoniale, si attuerà negli sposi la richiesta del celebrante: «Padre santo, concedi a questi tuoi figli che, uniti davanti a te come sposi, comunicano alla tua mensa, di partecipare insieme con gioia al banchetto del cielo». Ripensando alla professione religiosa e alla ordinazione sacerdotale si attuerà la formula: «E Dio che ha iniziato in te questa opera, la porti a compimento». Diventiamo tutti quanti umili ferventi cattolici, carichi di santa Tradizione, e il compimento del capolavoro di Dio si attuerà in noi.

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«Gesù dolce, Gesù amore» [Santa Caterina da Siena]

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Roma, 7 febbraio 2019

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I tumori più terribili e difficili da guarire sono le malattie che ci impediscono di essere testimoni di Cristo [IIª riflessione: La tiepidezza]

visita il blog personale di Padre Ivano

— Pastorale sanitaria —

I TUMORI PIÙ TERRIBILI E DIFFICILI DA GUARIRE SONO LE MALATTIE CHE CI IMPEDISCONO DI ESSERE TESTIMONI DI CRISTO 

IIª RIFLESSIONE: La tiepidezza ]

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Molte comunità ecclesiali sono infestate da questo tipo di malattia: la tiepidezza. Tutto viene contaminato da questo morbo: le relazioni fraterne, la vita affettiva, l’aspetto economico, la scelta e l’elezione degli animatori della comunità, la vita liturgica, la carità … 

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

 

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Fragilità, opera della pittrice romana Anna Boschini, tratta dal catalogo d’arte Mondadori, 2019 [cf. Vitarte GaleriaQUI]

Sfido i lettori de L’Isola di Patmos a non aver mai udito nell’ambiente ecclesiale — includendo gruppi di laici, comunità religiose, sacerdoti o ambienti curiali — l’espressione: «si è sempre fatto così».

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Questa frase, lungi dal voler salvaguardare la Tradizione — quella vera, non i tradizionalismi — è in realtà il pericolo più grande per la maturazione di una comunità ecclesiale. Dietro il «si è sempre fatto così», si nasconde il tranello che impedisce al cristiano di essere autentico testimone del Signore risorto.

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Ecco allora fare il suo ingresso la seconda malattia spirituale: la Tiepidezza. Si arriva a contrarre questa patologia quando prendiamo l’abitudine di fare le cose del Signore per routine. Così come insegnano i vecchi manuali di spiritualità, la tiepidezza può riguardare tutti sia gli incipienti che i perfetti.

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Sembra strano, ma spesso possiamo scoprirci tiepidi proprio dopo aver conquistato un sufficiente grado di fervore e di unione con il Signore. Infatti, la chiusura alla grazia o alle ispirazioni dello Spirito Santo, si caratterizzano come elementi pericolosi che trascinano verso la tiepidezza; così come la cristallizzazione in una fede che soddisfa  una visione solo prettamente umana. In questo caso, il compiacimento di una fede artificiosa prende il sopravvento sul «vino nuovo» (cf. Mc 2, 22) che il Signore vuole versare con abbondanza nella mia vita e mi vedrò imprigionato a ripetere lo stesso schema che prosciugherà la vitalità del Vangelo, conducendomi all’appiattimento spirituale.

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Volendo azzardare una definizione di tiepidezza possiamo dire che: è il culto ripetitivo verso l’opera dell’uomo che si oppone alla virtù di religione che consiste in una prontezza d’animo verso Dio. E la Parola di Dio è chiara, circa la condanna della tiepidezza e la condanna dell’uomo tiepido:

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«Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca» (cf. Ap 3,14-16).

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Dopo la tempesta, opera della pittrice romana Anna Boschini

Molte comunità ecclesiali sono infestate da questo tipo di malattia e tutto viene contaminato da questo morbo: le relazioni fraterne, la vita affettiva, l’aspetto economico, la scelta e l’elezione degli animatori della comunità, la vita liturgica, la carità … Spesso, davanti a un giusto richiamo davanti a questo stile di vita soporifero, ci si giustifica dicendo: «Che male faccio? Le mie preghiere cerco di recitarle, la messa domenicale più o meno la seguo, che altro devo fare?». Quello che manca in queste persone e in queste comunità è una santa inquietudine a conoscere Gesù ed a farlo amare.

 

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La tiepidezza si riconosce da diversi sintomi, vediamone insieme qualcuno: il primo sintomo, è la normalizzazione. Oggi si ha la tendenza a normalizzare tutto e quindi a giustificare ogni cosa. Ad esempio il peccato. Normalizzare il peccato significa riconoscere che tale ferita all’amore di Dio, poiché viene compiuta da molti e con una certa frequenza, perde la propria problematicità. Oppure si tende a normalizzare gli atti peccaminosi minimizzandoli: «ho commesso dei peccatucci, ho avuto una passioncella, ho mantenuto dei vizietti».

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Sfida, opera della pittrice romana Anna Boschini

Il tiepido tende a normalizzare e a ridurre il più possibile la realtà che lo circonda con l’illusione di portare serenità e misericordia. Si auto-convince che non c’è più nulla da migliorare nella propria vita perché – in fondo – ha raggiunto uno stabile equilibrio rassicurante. Tuttavia, Gesù nel Vangelo non loda i tiepidi ma domanda l’innalzamento del livello del discepolato verso una giustizia potenziata dalla grazia santificante:

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«Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli» [cf. Mt 5,20].

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Il terzo sintomo della tiepidezza è il dubbio, figlio della tiepidezza, il quale l’uomo tiepido ha una grande propensione a dubitare – non perché sia uno scettico convinto – ma perché il dubbio gli permette di non prendere una posizione netta sulla fede e nel rapporto con Dio. Spesso è solito ripete frasi come queste: «Io penso di essere credente ma ho da sempre molti dubbi di fede irrisolti», e malgrado si attui in lui un buon accompagnamento che tenda a dirimere certe problematicità, i dubbi persistono ancorati alla volontà della persona. Al ché come Mosè, il tiepido che dubita, è impossibilitato ad entrare nella Terra Promessa in cui si realizza pienamente la relazione con Dio [cf. Dt 32,48-52]. Esso si accontenta di vedere le realtà spirituali da lontano. C’è una sostanziale differenza però, ciò che per Mosè diventa motivo di vergogna e sottolinea una certa incompletezza alla propria vocazione; nel tiepido il dubbio si concepisce come  sollievo che lo sgrava, ancora una volta, dal problema di Dio.

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Incontro alla libertà, opera della pittrice romana Anna Boschini

Quarto sintomo della tiepidezza è il libero sfogo della concupiscenzaL’uomo che è immerso nella tiepidezza, perde ben presto il riferimento alla persona di Dio, la capacità di rinunziare a se stesso e lo status di uomo nuovo che San  Paolo invoca per l’uomo che è stato redento da Cristo [cf. Mt 16,24; Mc 8,34; Lc 9,23; Ef 4,24]. Con la proliferazione nell’animo di vari disordini che rendono la natura umana lontana dalla grazia, il tiepido si trova schiavo della concupiscenza che lui stesso ha contribuito a nutrire. Ecco dunque che la concupiscenza conduce così alla maturazione di alcuni frutti molto pericolosi – i sette vizi capitali – che conducono verso disordini morali sempre maggiori, tanto da rovinare la bellezza dell’uomo creato da Dio. In questo modo la concupiscenza porta l’uomo a regredire verso una condizione che lo rende schiavo del proprio istinto e delle proprie passioni.

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Nel passato i santi padri del monachesimo Evagrio Pontico, Giovanni Damasceno, Gregorio di Nissa, Antonio Abate poiché espertissimi delle profondità dell’animo umano, avevano elaborato diverse modalità per combattere i vizi capitali, oltre alla costante vigilanza del cuore, era necessaria l’evangelizzazione della coscienza, dei pensieri e dei sentimenti.

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Con questo secondo contributo che ha cercato di analizzare la malattia spirituale della tiepidezza, si vuole mettere in guardia i cristiani affinché ci sia sempre una costante progressione nel cammino di conoscenza del Signore, poiché come insegna giustamente Sant’Agostino, il non avanzare sulla via di Dio significa tornare indietro. E poiché il desiderio di Dio è la santità per tutti i suoi figli [cf 1Ts 4,3], non possiamo che combattere il morbo della tiepidezza che ammantandosi al giorno d’oggi di buonismo e di tolleranza miete molte vittime nel campo della Chiesa.

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[fine della IIª meditazione]

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Cagliari, 5 febbraio 2019

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