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Fede e tatuaggi: connubio possibile? È lecito per un credente tatuarsi il corpo? Ma soprattutto: è proprio il caso di urlare “al satanismo!” dinanzi a un tatuaggio sul corpo?

16 Settembre 2020/26 Commenti/in Attualità/da Padre Ivano
— attualità ecclesiale —

FEDE E TATUAGGI: CONNUBIO POSSIBILE? È LECITO PER UN CREDENTE TATUARSI IL CORPO? MA SOPRATTUTTO: È PROPRIO IL CASO DI URLARE “AL SATANISMO!” PER UN TATUAGGIO SUL CORPO?

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Il cristianesimo cattolico conosce ben chiara teologia della corporeità che non trova parallelismi nelle altre religioni o fedi. Segnato dal sigillo battesimale, il corpo fisico è immerso nel mistero della passione, morte e risurrezione di Gesù che è il vero signum sacrum che la grazia imprime nell’anima. Voler però ravvisare elementi satanici nel tatuaggio, non solo rischia di essere una esagerazione, ma un ridurre la questione ai minimi termini, o forse peggio a termini di chiusa banalità, sino a vedere il male ovunque, salvo non vederlo dove veramente è.

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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PDF  articolo formato stampa

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Jorge Facio Lince
Presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos

Da tempo ai Padri de L’Isola di Patmos sono giunti sia da parte di giovani sia da parte di genitori, quesiti sui tatuaggi impressi nel corpo. Si è preso cura di rispondere il nostro editorialista cappuccino, Padre Ivano Liguori, che sta lavorando a un saggio breve su questo tema che sarà pubblicato e distribuito prossimamente dalle nostre Edizioni L’Isola di Patmos. Intanto vi offriamo alcune anticipazioni.

 

 

 

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«Non vi spaventate dei tatuaggi. Gli eritrei, già molti anni fa, si facevano la croce sulla fronte».

Francesco I

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immagine del Sommo Pontefice Francesco tatuata su un braccio

Queste le parole del Santo Padre [1] in risposta alla domanda di un giovane seminarista di Leopoli, Yulian Vendzilovych, che si poneva il problema delle attuali sfide pastorali della Chiesa all’interno dell’universo e del mondo giovanile.

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Uno dei temi affrontati, in quella intervista è proprio il tatuaggio, ormai diventato lo status symbol più comune dei giovani Post-Millennials [2] che emulano così i loro beniamini del mondo dello sport e della musica, molto più di quanto si verificò per la generazione dei loro padri.

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tatuaggio su braccio: crocifissione sul Calvario sormontata da due mani che stringono una corona del rosario

Non è certamente un interrogativo banale quello sottoposto dal seminarista al Papa, tanto meno l’argomento appare superficiale come lo si potrebbe considerare a prima vista. Anzi, una tale provocazione può certamente favorire un dialogo sincero e illuminante sullo status quaestionis dello sconfinato mondo del tatuaggio e del tatuarsi.

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Non è solo il mondo giovanile che desidera tatuarsi, secondo una certa stima sarebbero circa 20 milioni le persone nel mondo a voler avere un tatuaggio [3]. Tra gli italiani — secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità [ISS [4]] aggiornati al 17 ottobre 2019 e diffusi dal sito Epicentro — il 12,8% della popolazione ha almeno un tatuaggio, percentuale che sale al 13,2% se si considerano anche gli ex-tatuati.

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Il popolo dei tatuati comprende tutte le fasce d’età: adolescenti, giovani e adulti di ambo i sessi e appartenenti ai contesti sociali e religiosi più disparati.

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San Pio da Pietrelcina tatuato su una spalla

Sebbene tale argomento sembri per certi versi di nicchia — tanto da non interessare i tabloid di moda o di costume più in voga — relegando l’intero ambito alle riviste specializzate, la vicenda non resta priva di fascino, controversie e pregiudizi, insieme a quelle frettolose analisi che risentono di generalizzazioni semplicistiche e spesso fuori luogo. Tutte cose che da un punto di vista della fede cristiana, esigono una spiegazione chiara, adeguata e soddisfacente per evitare il rischio di collocarsi come impedimento a una fede libera e liberante.

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La questione tatuaggio, posta in tali termini, può consentirci di riformulare la domanda del seminarista al Papa tanto da rievocarne una eco in quella domanda etica che il giovane ricco rivolse a Gesù [cf. Mc 10,17]: “Forse a noi futuri sacerdoti i tatuaggi possono anche non interessare. Ma visto che i nostri coetanei che frequentano la Chiesa, che sono battezzati come noi ne fanno sfoggio è d’obbligo un chiarimento: per un cristiano è buono averli?”.

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Santa Rosalia patrona di Palermo tatuata su un polpaccio

La domanda, come mi sono permesso di riformulare, è di carattere evidentemente morale e la risposta va cercata in quel bene eterno che si cela anche dentro le zone d’ombra e di fragilità umana. Luoghi intimi e arditi in cui solo Dio può operare e dove un bravo direttore spirituale può mettervi mano. Sgombriamo il campo da qualsiasi fraintendimento: non è il tatuaggio come ente in sé ad essere oggetto di contestazione ma l’opzione fondamentale che spinge a farsi queste decorazioni corporee all’interno di un discorso di fisicità umana già perfettamente armonica perché riflesso dell’opera di Dio creatore.  

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Infatti, se Isaia può parlare a nome del Signore testimoniando come Jahvè conosce così intimamente l’uomo da usare l’immagine «Sulle palme delle mie mani ti ho disegnato» [Is 49,16], sembra realizzarsi quel traguardo che individua nel corpo un luogo di scrittura in cui «la pelle è una superficie sulla quale è possibile scrivere la propria storia» [5], anche quella con Dio e che altri possono leggere.

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tatuaggio della Croce di San Benedetto da Norcia con la colomba raffigurante lo Spirito Santo

Così come è avvenuto nella vicenda di malattia della giovane Ségolène affetta da sclerosi principiata al braccio sinistro:

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«L’uomo ha bisogno di simboli, io avevo bisogno di un simbolo, di un segno fisico, visibile, di Cristo vicino a me. Quando il mio braccio non funziona correttamente, questa croce mi dà la speranza e la forza di andare avanti nella vita, malgrado tutto» [6].

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Sfido chiunque a giudicare una giovane malata per la sua scelta carica di speranza che, condivisibile o meno, ci interpella proprio in quel campo che è la testimonianza e il martirio in cui si trovano a vivere tanti uomini e donne, cristiani del nostro tempo.

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Ecco perché gli interrogativi sul tatuaggio fatto su un cristiano interrogano la scelta battesimale che è totalizzante anche di una fisicità umana già redenta. Sicché i dubbi inespressi alla domanda posta dal seminarista al Papa sono questi: il tatuaggio mi avvicina o mi allontana da Cristo? Mi avvicina o mi allontana dalla comunità ecclesiale? Questi gli interrogativi da risolvere, senza aver paura di andarne a cercare le risposte.

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immagine della passione di Cristo coronato di spine tatuato su una schiena

Sappiamo già dalla storia che i cristiani ortodossi, armeni, copti [7], eritrei praticavano il tatuaggio come segno di testimonianza di fede, di partecipazione alle sofferenze di Cristo e come certificazione di un pellegrinaggio [8] avvenuto nei luoghi santi.

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Chi sostiene che il tema del tatuaggio sia solo un retaggio di stereotipi di civiltà del passato, di ambienti criminali al limite della legalità o di un mondo religioso le cui direttrici sono rappresentate dal semplice dualismo permesso/vietato o innocenza/peccato, compirebbe una appropriazione indebita in ambito di onestà intellettuale. Il tatuaggio può essere anche tutto questo, ma certo è molto altro ancora. Questo mondo è molto vasto, tanto da non poter pretendere una lettura immediatamente univoca del problema. È necessario delimitarne gli ambiti di approfondimento, creare collegamenti, inseguire connessioni temporali, capire i simboli, gli archetipi e quella sottocultura del mondo antico che ha determinato la culla in cui è nato il tatuaggio e la sua pratica.

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Su di una cosa però conviene dare ragione a Papa Francesco: il cristiano non deve temere nulla, tanto meno il tatuaggio. Perché è Cristo che ha comandato ai suoi discepoli di non temere [cf. Mt 10,31; 10,28; 14,27; Mc 4, 40 Gv 6, 20 Att 18, 9] e la Chiesa non genera mai dal suo grembo figli pavidi e timorosi.

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tatuaggio di San Michele Arcangelo su un braccio

Il seguente studio vuole soffermarsi sulla storia e la cultura del tatuaggio così come necessaria argomentazione introduttiva, andando poi ad analizzare alcuni aspetti che riguardano la liceità morale e religiosa del segno pittorico sulla pelle alla luce del Magistero della Chiesa. Alcune tematiche particolari concluderanno lo studio, come il rapporto che esiste tra fede e tatuaggi e il dibattito, ancora aperto, tra i sacerdoti esorcisti su una certa influenza demoniaca del tatuaggio e dei suoi effetti spirituali. Le conclusioni dello studio cercheranno di unire le prospettive teologiche alle linee guida pastorali. In tal senso tendo a chiarire fin da subito qualche perplessità eventuale. Queste pagine non possono e non devono essere prese come una sorta di apologia cristiana del tatuaggio. Chi, dopo averle lette, volesse sostenere una tesi del genere sarebbe manifestamente in malafede e fuori strada.

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Da sacerdote cattolico e teologo, però, ho il dovere di indagare sul piano teologico anche su quelle questioni che si trovano oltre la linea, in quelle terre di nessuno dov’è facile perdersi o inseguire miraggi che, per quanto allettanti, restano solo e soltanto evidenze inconsistenti.

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tatuaggio sul petto con Gesù Cristo e la Beata Vergine Maria

Il cristianesimo cattolico conosce una ben chiara teologia della corporeità che non trova parallelismi nelle altre religioni o fedi. Segnato dal sigillo battesimale, il corpo fisico, è immerso nel mistero della passione, morte e risurrezione di Gesù che è il vero signum sacrum che la grazia imprime nell’anima. Un sigillo identitario indelebile – sfraghis – che come appartenenza a Dio ci identifica nello Spirito Santo come figli beneamati (cf. Mc 1,11). Capire questo, già dai suoi primi sviluppi e implicazioni, aiuta il discernimento della persona che arriva anche a rinunciare al fascino di avere un segno tatuato che, per quanto bello e artisticamente valido, resta sempre transitorio e opera delle mani dell’uomo. Voler però ravvisare elementi satanici nel tatuaggio, non solo rischia di essere una esagerazione, ma un ridurre la questione ai minimi termini, o forse peggio a termini di chiusa banalità, sino a vedere il male ovunque, salvo non vederlo dove veramente è.

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Laconi, 15 settembre 2020

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NOTE

[1] Cf. https://www.agensir.it/quotidiano/2018/3/19/papa-francesco-ai-giovani-non-spaventarsi-dei-tatuaggi/

[2] Con tale etichetta ci si riferisce a quella generazione di giovani nati successivamente a quella dei Millennials (1980-1995), quindi dal 1996 in poi.

[3] Cf. Francesco Bungaro, Piercing e tatuaggi: il corpo riadattato. In Studia Bioethica – vol. 3 (2010) n°3 pp. 39-49.

[4] Cf. https://www.epicentro.iss.it/tatuaggi/aggiornamenti

[5] Cf. B. Andrieu – C. Bimbi, “Il corpo Decorato” in Mente e Cervello, 37 (gennaio 2008).

[6] https://it.aleteia.org/2019/02/28/tatuaggi-copti-wassim-razzouk/

[7] Cf. https://it.aleteia.org/2019/02/28/tatuaggi-copti-wassim-razzouk/

[8] Cf. https://www.tatuaggistyle.it/razzouk/8752

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2019/01/Padre-Ivano-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Ivano https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Ivano2020-09-16 14:43:302021-04-20 17:49:25Fede e tatuaggi: connubio possibile? È lecito per un credente tatuarsi il corpo? Ma soprattutto: è proprio il caso di urlare “al satanismo!” dinanzi a un tatuaggio sul corpo?

Andrà tutto bene, oppure tutto concorre al bene nei piani di Dio? La pandemia, è stata forse una preziosa lezione perduta?

6 Agosto 2020/5 Commenti/in Attualità/da administrator
— attualità ecclesiale —

ANDRÀ TUTTO BENE, OPPURE TUTTO CONCORRE AL BENE NEI PIANI DI DIO? LA PANDEMIA, È STATA FORSE UNA PREZIOSA LEZIONE PERDUTA?

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«Andrà tutto bene». No, non è andato, non va e non andrà magicamente tutto bene; chi si limita a dire «andrà tutto bene», senza fondare la sua speranza in Dio, si illude che la pandemia sia una semplice parentesi, trascorsa la quale potrà tornare alla vita di prima, al mondo di prima, come se nulla fosse successo. No. Non «andrà tutto bene», perché invece di cogliere l’occasione della pandemia per rientrare in sé stessi, rendersi conto una buona volta che siamo mortali, abbandonare il peccato e convertirsi al bene, tornare a Dio e smetterla di confidare vanamente nell’uomo, si continua come e più di prima a dimenticarsi di Dio e a peccare contro di lui.

 

Giovanni Zanchi

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… Andrà tutto bene

Per mezzo dell’Apostolo San Paolo lo Spirito Santo ci rivela questa consolante notizia:

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«Noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio, per coloro che sono stati chiamati secondo il suo disegno» [Rm 8, 28].

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San Paolo afferma: «Tutto concorre al bene», «tutto», anche quello che molti uomini considerano disgrazie; ma ciò è possibile unicamente perché il Figlio di Dio ha avuto compassione di noi poveri uomini rovinati dal peccato, votati alla perdizione eterna: per noi uomini peccatori e perduti il Verbo di Dio si è incarnato, per noi uomini peccatori e perduti Gesù Redentore ha sacrificato se stesso sulla croce, per noi uomini peccatori e perduti Cristo Dio è risorto, a noi che crediamo in lui il Vivente ha donato lo Spirito Santo. Perciò nessuno è più ottimista di noi cristiani e noi cristiani non possiamo mai essere dei disperati, perché siamo gli unici al mondo ad avere una speranza ben fondata e che non delude mai.

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L’esempio massimo dell’ottimismo cristiano e della forza della speranza cristiana l’abbiamo nel Buon Ladrone: finito in croce come esito della sua vita trascorsa nel peccato, proprio all’ultimo momento accolse la grazia divina della conversione e del perdono, riconoscendo in Gesù Cristo il suo Re e Salvatore; la croce ― somma disgrazia ― divenne per il Ladrone finallora malvagio l’occasione propizia per divenire finalmente buono e, subito dopo la morte, andarsene con Gesù a trionfare in Paradiso. Se non fosse stato crocifisso, il Ladrone non si sarebbe salvato l’anima.

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«Tutto concorre al bene», certo, ma solo «per quelli che amano Dio», non per quelli che non lo temono, lo disprezzano e lo odiano; infatti, l’altro Ladrone che fu crocifisso assieme a Gesù cattivo era e cattivo volle rimanere e, dopo morto, se ne andò all’inferno, perché non amava Dio e sulla croce sprecava il poco fiato che gli rimaneva per insultare Gesù.

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«Tutto concorre al bene»; ad un orecchio superficiale, queste parole divinamente ispirate sembrano del tutto simili ad altre parole che in questo tempo di pandemia abbiamo sentito spesso ripetere più o meno a pappagallo: «Andrà tutto bene».

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Il concetto paolino «Tutto concorre al bene» e lo slogan degli ultimi mesi «Andrà tutto bene»: sembrano due modi equivalenti per dire la stessa cosa, ma non è vero. Basterebbe infatti domandarsi: «Andrà tutto bene» … e perché? Limitarsi a dire «andrà tutto bene», senza aggiungere altro, senza appellarsi a Dio, significa confidare unicamente nell’uomo, aspettarsi la salvezza non dall’unico che può donarcela, cioè Dio, ma dall’uomo. Infatti, una delle canzonette in voga, strombazzata ultimamente anche dalla pubblicità commerciale, ossessivamente strilla: «Credo negli esseri umani!». Non dice: «Credo in Dio»”, ma «Credo negli esseri umani!». È questa la grande bestemmia del nostro tempo: mettere l’uomo al posto di Dio. E sì che la Sacra Scrittura, già nell’Antico Testamento, afferma: «Maledetto l’uomo che confida nell’uomo, che pone nella carne il suo sostegno e dal Signore si allontana il suo cuore» [Ger 17, 5]. E così, arriva la pandemia e, invece di cercare l’aiuto del Signore e la salvezza dell’anima e del corpo che solo lui può donarci, si «confida nell’uomo» e nelle sue impotenze, con gli esiti disastrosi che sperimentiamo sulla nostra pelle, illudendoci e illudendo con il motto: «Andrà tutto bene». No, non è andato tutto bene, soprattutto per i tanti, i troppi morti soffocati dal virus nelle terapie intensive, spirati da soli, senza Sacramenti, senza la presenza confortatrice dei propri cari, i corpi dei quali sono stati subito ammassati e bruciati, senza uno straccio di funerale, senza una preghiera, senza una autopsia che avrebbe contribuito a capire prima e meglio come aiutare i malati, senza attendere l’aggravamento fisico poi non fronteggiabile.

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Al netto della propaganda politica, non va per niente bene dal punto di vista economico e lavorativo e culturale e le prospettive future già a breve termine sono sempre più fosche.

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«Andrà tutto bene»; sarà! Ma intanto, per la paura di morire, abbiamo supinamente accettato la limitazione di ogni libertà personale, la sospensione di fatto della democrazia; per paura di non riuscire più a vivere fisicamente, ci siamo ridotti a sopravvivere, cioè ci siamo ridotti nient’altro che a rimandare la morte fisica, che tanto prima o poi arriverà comunque per tutti. Intendiamoci: io non sto dicendo che abbiamo fatto male a prendere alcune delle precauzioni personali e sociali adottate per evitare il diffondersi del contagio. Dico che ― di fronte al pericolo ― limitarsi solo a dire «Andrà tutto bene» e basta, senza altro aggiungere, senza appellarsi a Dio, è qualche cosa che manifesta uno sterile e irragionevole ottimismo della volontà del tutto infondato. Al di là delle intenzioni soggettive ― che non giudico perché solo Dio le conosce ― cercare di rassicurarsi a colpi di «Andrà tutto bene» e basta, assomiglia alle pratiche superstiziose di quelli che pensano di allontanare da sé il malocchio mediante gesti apotropaici, cioè facendo le corna, toccando ferro, leggendo l’oroscopo, eccetera, eccetera … E ha la medesima efficacia, cioè nessuna.

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«Andrà tutto bene». No, non è andato, non va e non andrà magicamente tutto bene; chi si limita a dire «andrà tutto bene», senza fondare la sua speranza in Dio, si illude che la pandemia sia una semplice parentesi, trascorsa la quale potrà tornare alla vita di prima, al mondo di prima, come se nulla fosse successo. No. Non «andrà tutto bene», perché invece di cogliere l’occasione della pandemia per rientrare in sé stessi, rendersi conto una buona volta che siamo mortali, abbandonare il peccato e convertirsi al bene, tornare a Dio e smetterla di confidare vanamente nell’uomo, si continua come e più di prima a dimenticarsi di Dio e a peccare contro di lui.

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No, non «andrà tutto bene», perché durante la pandemia ai balconi e alle finestre sono comparsi i cartelli disegnati con l’arcobaleno dell’Andrà tutto bene, mica i Crocifissi e le Madonne. E, dall’inizio della pandemia, le nostre chiese sono ancora più vuote di prima, pure la domenica.

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No, non “andrà tutto bene”, perché con troppa facilità si sono sospese le Messe e gli altri Sacramenti, come se fossero cose senza importanza, anzi, si è fatto di tutto per convincere la gente che le chiese sarebbero il luogo più pericoloso per la salute, o addirittura che, ricevere la Santa Comunione, sia una sorta di azzardo sanitario. Invece, ammassarsi nei centri commerciali, nei supermercati e nei bar, quello va bene, perché conta solo soddisfare i bisogni corporali!

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Dicendo «andrà tutto bene», dovrebbe sottintendere che “anche la pandemia concorrerà al nostro vero bene”, ma solo se ci renderemo conto che, pure la pandemia, è un chiaro avvertimento, da Dio almeno permesso, per richiamare tutti alla conversione e al pentimento. È il Vangelo che ci autorizza a dire ciò. L’uomo che era stato paralizzato per ben 38 anni, dopo essere stato guarito all’istante da Gesù alla Piscina probatica di Gerusalemme, si sentì dire da lui: «Ecco che sei guarito; non peccare più, perché non ti abbia ad accadere qualcosa di peggio» [Gv 5, 14]. Rimanere paralizzati per ben 38 anni sembrerebbe una delle più grandi disgrazie che possano capitare, eppure Gesù dice che c’è qualcosa di ben peggiore, cioè l’eterna dannazione dell’anima. Detto in maniera aggiornata: ecco, il peggio del contagio sembra passato; ma non peccate più, perché non vi abbia ad accadere qualcosa di peggio.

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Sempre Gesù, nel Vangelo ammonisce: «Quei diciotto, sopra i quali rovinò la torre di Sìloe e li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo» [Lc 14, 4 – 5]. Detto in forma aggiornata: quelli che sono morti a causa della pandemia, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti dell’Italia? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. E a niente allora sarà valso il ripetere ossessivamente: «Andrà tutto bene», senza aggiungere altro.

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«Tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio». Infatti, chi ama Dio e lo mette al primo posto nei suoi pensieri, nelle sue parole, nelle sue opere, sa profittare anche della pandemia, facendo penitenza dei propri peccati e amando ancora di più Dio e il prossimo per amore di Dio, mettendo tutta la propria confidenza non nell’uomo mortale, ma unicamente in Dio e dimostrando la sua fede nella vita eterna mediante parole e atti.

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«Tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio». L’uomo che, ispirato dallo Spirito Santo, scrisse queste immortali parole, cioè l’Apostolo San Paolo, sapeva bene quello che diceva; dopo la sua prodigiosa conversione, la sua vita fu funestata da innumerevoli e tremende prove, alcune delle quali lui stesso ricorda così:

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«Cinque volte dai Giudei ho ricevuto i trentanove colpi [cioè sono stato flagellato fin quasi a morte]; tre volte sono stato battuto con le verghe, una volta sono stato lapidato, tre volte ho fatto naufragio, ho trascorso un giorno e una notte in balìa delle onde. Viaggi innumerevoli, pericoli di fiumi, pericoli di briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai pagani, pericoli nella città, pericoli nel deserto, pericoli sul mare, pericoli da parte di falsi fratelli; fatica e travaglio, veglie senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità» [2Cor 11, 24 – 27].

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In mezzo a tutto ciò, l’Apostolo San Paolo non vacillò nella fede, non perse la speranza, non smarrì la carità; anzi tutto sopportò cristianamente, come occasione per far penitenza dei gravi peccati commessi prima della sua conversione e per crescere nell’amore di Dio e spendersi per la salvezza eterna del prossimo. Per questo rimase indomito e fedele fino alla fine e, nell’ultima prigionia patita a causa del Vangelo, alle soglie della morte per decapitazione, scrisse:

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«Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione» [2Tm 4, 7 – 8].

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San Paolo non era per niente il tipo che dice: «Andra tutto bene», oppure «Credo negli esseri umani». San Paolo dice: «Tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio» e «So in chi ho creduto» [2Tm 1, 12].

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In alcuni passi delle Sacre Scritture, il Libro dei Re [3, 5. 7 – 12] e il Vangelo dell’Evangelista San Matteo [13, 44 – 52] ci ammoniscono e invitano ad essere saggi, cioè a ad amare Dio con tutto noi stessi, pronti a sacrificare tutto il resto ― noi compresi ― per Lui, quindi ad amare il prossimo per amor di Dio, amando così anche noi stessi, cioè preoccupandoci della nostra eterna salvezza:

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«Ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» [Mt 13, 56].

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Il cristiano, pervaso dalla divina saggezza, sa profittare spiritualmente anche della pandemia, perché ripone la sua fede la sua speranza in Dio e non scioccamente negli uomini e allora sì che per lui «tutto concorre al bene».

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Arezzo, 5 agosto 2020

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Questo articolo è stato ricavato da una omelia pronunciata nella Chiesa Cattedrale dei Santi Pietro e Donato in Arezzo, la domenica 26 luglio 2020, XVII del Tempo Ordinario dopo Pentecoste

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Il prete scomunicato Alessandro Minutella non è un disonesto ma un malato e la sua malattia si chiama “schizofrenia acuta”

1 Luglio 2020/72 Commenti/in Attualità/da Padre Ariel

— attualità ecclesiale —

IL PRETE SCOMUNICATO ALESSANDRO MINUTELLA NON È UN DISONESTO MA UN MALATO E LA SUA MALATTIA SI CHIAMA “SCHIZOFRENIA ACUTA”

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Nessuno di noi, L’Isola di Patmos come l’Agenzia Corrispondenza Romana e vari altri sacerdoti e teologi che hanno dedicata attenzione a questo caso clinico grave per tutelare la salute delle anime che egli danneggia, desidera e ha piacere di occuparsi di questo soggetto. Su tutti noi gravano però due obblighi morali: la corretta informazione cattolica e soprattutto la salute di quelle anime che questo schizofrenico sta guidando verso un precipizio. Per questo ripeto, a chi lo ascolta e lo segue, di andare a visionare i discorsi ufficiali e i video nei quali sono registrate le parole del Sommo Pontefice, perché chiunque potrà appurare in che modo grave, malizioso ma soprattutto malato, Alessandro Minutella imputa al Successore del Beato Apostolo Pietro ciò che mai egli ha affermato.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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PDF  articolo formato stampa
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lo psichiatra Paolo Pancheri [Milano 1938 – Roma 2007], ordinario di psichiatria nell’Università La Sapienza di Roma e padre italiano della psichiatria biologica

Occuparmi del caso Alessandro Minutella mi causa enorme fastidio, per questo vorrei non farlo. Se però lo faccio, è perché in questi giorni sono stato raggiunto dai messaggi di numerose persone che chiedevano lumi ai Padri de L’Isola di Patmos sulle ultime sparate di questo caso clinico psichiatrico, in modo particolare riguardo il suo video intitolato: «Se Francesco è il Papa Gesù ci ha ingannati» [vedere video, QUI].

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Un amico in particolare mi è stato di grande aiuto nell’analisi del caso: uno psichiatra italo-svizzero che prima di diventare direttore di una clinica psichiatrica elvetica che si occupa dei malati di schizofrenia di tipo grave, è stato assistente a Roma per diversi anni del Prof. Paolo Pancheri [Milano 1938 – Roma 2007], che io stesso conobbi in gioventù, perché amico di due mie zie romane.

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Paolo Pancheri, neuropsichiatra, fu il padre italiano della psichiatria biologica, branca che studia gli elementi biologici del comportamento umano. Innovativi furono i suoi studi di ricerca sulla psico-farmacologia tesa alla cura, ma più che altro al contenimento dei soggetti affetti da gravi turbe per le quali era del tutto inutile qualsiasi forma di psicoterapia.

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Questo specialista svizzero, allievo di Paolo Pancheri presso l’Università La Sapienza di Roma, dove l’insigne clinico fu ordinario alla cattedra di psichiatria, ha seguito le sue orme e portato avanti diverse ricerche, soprattutto nell’ambito psico-farmacologico, collaborando con diversi laboratori farmaceutici di ricerca sugli psicofarmaci di ultima generazione per soggetti affetti da schizofrenia grave.

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Da cosa si deduce che Alessandro Minutella è affetto da schizofrenia acuta? Ce lo ha spiegato con rigore scientifico questo insigne specialista elvetico che ha visionato diversi suoi video, dettagliando appresso in che modo, la schizofrenia, crei nei casi gravi una alterazione delle funzioni cognitive e percettive del comportamento. Lo schizofrenico grave è soggetto a deliri e allucinazioni che lo portano a vivere in uno stato di alterazione e di dissociazione dalla realtà. Per lo schizofrenico è “vero” e “reale” ciò che nasce dalla sua realtà soggettiva, sino alla palese negazione del dato di fatto. A livello clinico-scientifico, i casi più gravi di schizofrenia sono risultati sempre quelli di soggetti che esteriorizzano le loro psicopatologie attraverso l’elemento religioso, in virtù del quale i loro disturbi finiscono per avere una sorta di “consacrazione” soprannaturale; e chiunque li contraddica, è un nemico della potenza divina, un emissario del Demonio e via dicendo.

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Lo schizofrenico può essere molto pericoloso quando riesce a individuare e cogliere alcuni particolari malumori che pervadono le masse e che sono frutto di situazioni sociali e politiche di crisi, oppure, come nel nostro caso, di uno stato di grave decadenza del mondo ecclesiale ed ecclesiastico. A quel punto, lo schizofrenico, prende come spunto dei dati reali oggettivi e poi li manipola, sino a mutarsi in un pericoloso trascinatore di masse, oppure di piccole masse formate da personalità scontente, gravate da fragilità psicologiche e difficoltà di rapporto con il dato oggettivo, sino a essere prive di adeguato spirito reattivo verso i problemi reali.

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Alessandro Minutella ha sempre lamentato ― ultimo in ordine di serie lo ha fatto con il mio amico Roberto de Mattei a causa di un articolo comparso sull’Agenzia Corrispondenza Romana l’11 maggio 2020 [vedere QUI], in precedenza anche con il mio confratello sacerdote Francesco Maria Marino, dell’Ordine dei Frati Predicatori e vari altri ancòra … ebbene, costui ha sempre lamentato: «Nessuno accetta di confrontarsi con me nel merito». Menzogna, pura e semplice menzogna. È infatti vero l’esatto contrario: tutti saremmo lieti di potergli dire e dimostrare in faccia, dinanzi a un pubblico presente, che ciò che lui chiama “merito” sono falsità costruite attraverso manipolazioni e che la sua preparazione teologica è a dir poco lacunosa e imbarazzante. Sicché egli mente in modo spudorato affermando che tutti sfuggono al confronto con questo eccelso teologo tale sarebbe costui. Infatti, alla prova provata dei fatti, io stesso gli dedicai una video-conferenza di quasi un’ora intitolata «Da Frate Cipolla ad Alessandro Minutella, ovverosia: quando la satira d’alta letteratura boccaccesca si muta invece in commedia grottesca e in rovina delle anime» [vedere QUI], dove con precisione chirurgica e con impeccabile logica aristotelica e buona filosofia del senso comune indicai le mistificazioni, le menzogne e le alterazioni della realtà di Alessandro Minutella, che non ha mai replicato. In seguito, in diversi dei suoi neuro-video-deliri, cercò di sminuire la mia persona, per esempio affermando che non ero un teologo, che non ero uno studioso, che ero privo di titoli accademici, ribadendo che lui aveva invece ben due dottorati, ripetendo in modo ossessivo-compulsivo: «… due dottorati … ho due dottorati …», aggiungendo poi che «questo prete» ossia il sottoscritto «non ha titolo per parlare con me che ho due dottorati, ho due dottorati …».

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Ovviamente non sono mai caduto nella sua provocazione, anche perché non devo proprio giustificare a uno schizofrenico quella che è stata la mia formazione e quelli che sono stati, soprattutto, i miei maestri, tre dei quali in particolare hanno fatta storia nell’ambito della speculazione teologica nella Chiesa Cattolica del Novecento. In quel mio dettagliato video mi sono limitato a chiedere allo schizofrenico e alle sue pecore belanti: da quando, la sapienza e la scienza, dipendono dalle carte accademiche, o dai dottorati? Posto peraltro che, da un trentennio a questa parte, nelle università pontificie romane, i titoli di dottorato in sacra teologia sono tirati dietro anche a eserciti di persone che hanno serie lacune non sulla teologia, ma proprio sul Catechismo della Chiesa Cattolica. Motivo per il quale, diversi autentici e talentati teologi che in queste istituzioni hanno conseguito titoli, non menzionano mai né queste università né i titoli in esse conseguiti, perché, valutando il loro stato attuale, si vergognano di avervi studiato e di avervi conseguito inutili carte accademiche. Il tutto a differenza di questo schizofrenico che si dichiara invece grande esperto addottorato sul pensiero del celebre teologo Hans Urs von Balthasar, a cui riguardo sembra però ignorare che l’eminente teologo svizzero non conseguì mai alcun dottorato teologico, perché si era laureato in germanistica e filosofia in una laica università statale. E, prima di essere consacrato sacerdote nella Compagnia di Gesù, dalla quale in seguito si dimise per entrare nel clero secolare della Diocesi di Coira, fece solo gli studi teologici di base necessari per la sacra ordinazione sacerdotale.

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Avendo poi più volte, lo schizofrenico, nominato anche il Venerabile Padre Divo Barsotti – che come provato e documentato io ho peraltro conosciuto, quindi so bene chi era e soprattutto come era – gli fu rivolta domanda se quest’altra grande personalità avesse o no titolo per parlare con un bi-dottore come lui, posto che il Padre, non solo non conseguì mai alcun titolo di specializzazione e meno che mai di dottorato teologico, ma non aveva neppure mai presa la carta del titolo base di studi teologici primari, che aveva fatto in un seminario di provincia, esattamente come facevano la gran parte dei preti dell’epoca. A tutta questa serie di contestazioni basate su fatti e prove storiche, lo schizofrenico ha sempre e di rigore soprasseduto e, sebbene clamorosamente e pubblicamente smentito, non ha mai risposto, seguitando a fare la vittima affermando: «… nessuno vuole confrontarsi con me …. nessuno vuole confrontarsi con me … io ho due dottorati … io ho due dottorati …».

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Nel suo ultimo neuro-video-delirio, lo schizofrenico torna a imputare al Pontefice regnante delle cose di una gravità inaudita. E si tratta di cose inaudite nella misura in cui sono totalmente false, ma presentate come vere da questo caso clinico grave. E così, per l’ennesima volta, egli accusa il Romano Pontefice di eresia e apostasia dalla fede imputandogli di avere definito «tonterias», ossia scemenze, i dogmi mariani, di avere negata la immacolata concezione della Beata Vergine Maria e la divinità di Cristo Verbo di Dio incarnato.

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Ebbene: noi tutti sfidiamo formalmente quanto inutilmente questo malato grave ― che come tale non è responsabile delle sue parole e affermazioni, in quanto frutto di quella sua malattia definita dalla psichiatria come schizofrenia di tipo acuto ―, a dimostrare dove e quando, il Sommo Pontefice, ha negati i dogmi mariani e la divinità del Verbo di Dio incarnato. Che si decida una volta per tutte a presentare pubblicamente il testo del discorso ufficiale, o il filmato nel quale il Romano Pontefice, che sempre e di prassi è registrato nei suoi discorsi ufficiali, asserisce in modo chiaro e preciso delle simili e gravi eresie, sino a negare i dogmi mariani e a definirli “scemenze”.

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La verità è che questo schizofrenico prende frammenti di discorsi, li manipola e poi attribuisce al Sommo Pontefice ciò che mai egli ha affermato. E, per mettere in piedi il tutto, egli si serve, oltre che della manipolazione, anche del vero e proprio processo alle intenzioni, per esempio accusando il Sommo Pontefice di non credere nella presenza reale di Cristo Dio vivo e vero nelle Santissime Specie Eucaristiche.

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Nessuno di noi, L’Isola di Patmos come l’Agenzia Corrispondenza Romana e vari altri sacerdoti e teologi che hanno dedicata attenzione a questo caso clinico grave per tutelare la salute delle anime che egli danneggia, desidera e ha piacere di occuparsi di questo soggetto. Su tutti noi gravano però due obblighi morali: la corretta informazione cattolica e soprattutto la salute di quelle anime che questo schizofrenico sta guidando verso il precipizio. Per questo ripeto, a chi lo ascolta e lo segue, di andare a visionare i discorsi ufficiali e i video nei quali sono registrate le parole del Sommo Pontefice, perché chiunque potrà appurare in che modo grave, malizioso ma soprattutto malato, Alessandro Minutella imputa al Successore del Beato Apostolo Pietro ciò che mai egli ha affermato. E chiunque non abbia seri problemi con la realtà e la percezione della realtà, non potrà che dire: Alessandro Minutella estrapola delle parole totalmente al di fuori del contesto, le falsifica, quindi mente e, dicendo il falso, imputa al Sommo Pontefice, con odio feroce, insultante e aggressivo, ciò che egli mai ha detto, ciò che mai ha lasciato neppure vagamente intendere tra le righe con doppi sensi o ambiguità.

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Alessandro Minutella andrebbe per tanto trasferito quanto prima, per il suo sommo bene, dalla sua Piccola Nazareth a una Piccola Neuro, dove possa essere curato con adeguate terapie farmacologiche, le uniche in grado di sortire, nel suo caso grave e purtroppo irreversibile, qualche possibile effetto benefico, vale a dire: la somministrazione di potenti neurolettici di ultima generazione prodotti dai laboratori di ricerca neuropsichiatrica.

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dall’Isola di Patmos, 1° luglio 2020

 

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Solo se ci lasciamo amare da Dio, senza facili ottimismi e pericolosi determinismi, «andrà tutto bene»

17 Giugno 2020/3 Commenti/in Attualità/da Padre Ivano
— la Chiesa e la grave emergenza coronavirus —

SOLO SE CI LASCIAMO AMARE DA DIO, SENZA FACILI OTTIMISMI E PERICOLOSI DETERMINISMI, «ANDRÀ TUTTO BENE»

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Andrà tutto bene, ma per chi? Dopo ogni epidemia, guerra o terremoto è andato sempre tutto bene? Ne siamo certi? Solo dopo svariati anni e a prezzo di perdite e sacrifici, non privi di quelle situazioni di corruzione che contraddistinguono le situazioni di destabilizzazione sociale, è andato tutto bene.

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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la foto è una bufala [vedere QUI] ma l’immagine in sé potrebbe rendere tragicamente l’idea …

Il mio ruolo di sacerdote mi impone – con grande sacrificio – di discernere continuamente la realtà, partendo dalla Parola di Cristo e tralasciando la parola del mondo. Questo significa imparare a rimanere dentro una storia di salvezza che ha Cristo come origine e compimento, anziché perdersi dietro a miraggi di salvezza auto-prodotti che rivelano puntualmente tutti i limiti e le inefficienze del caso. E quando parlo di salvezza, mi riferisco a quella per antonomasia: la salvezza integrale che si è fatta rivelazione e che abbraccia il corpo e lo spirito dell’uomo.  

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Voglio partire analizzando un’espressione che nelle scorse settimane di quarantena è divenuta il leitmotiv della resistenza al coronavirus in Italia. A ben vedere la trovo al limite tra la bassa psicologia dell’ottimismo e il melenso senso civico. Inutile dire che in essa era racchiuso poco di cristiano. E l’espressione a cui mi riferisco ― e che trovo fuori luogo ― è la seguente: «andrà tutto bene». Ce ne sarebbe anche un’altra che dice «è mia responsabilità», ma già la prima dà sufficiente materiale per una riflessione critica.

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«Andrà tutto bene» è un’espressione umana suggerita dall’emergenza che abbiamo vissuto e che pare non sia terminata ― formulata anche con propositi buoni ― ma che ancora una volta risente di quella pretesa di auto-salvazione che esclude la grazia ed esalta l’innato desiderio prometeico dell’uomo. Espressione che ricorda molto da vicino quell’ottimismo cinematografico statunitense, quel pensiero positivo ma distraente dalla fede, un modo di essere e di apparire che brilla per lo spirito di iniziativa ma nulla più. Scusate, ma io non mi ci ritrovo, non ci credo tanto in questo: «Andrà tutto bene».

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Facendo una rapida ricerca di notizie sul web [1] sembra che in Lombardia, tra il 5 e il 6 marzo scorso, siano iniziate a circolare scritte su post-it con questo slogan e più tardi tale fenomeno si è andato estendendo al resto d’Italia. A questa frase si è pensato bene di aggiungere l’onnipresente arcobaleno sostenuto da due nuvolette, simbolo che oggi è stato arruolato dal pensiero unico, svuotato di qualunque connotazione biblica e di alleanza noachica [cf. Gen 9, 8- 12], per rieditarlo come simbolo di lobby e di lotta ai diritti. E a vedere come è stato confezionato l’arcobaleno antivirus, ci si aspetterebbe la comparsa di Lepricani e pentole di monete d’oro, e invece…

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Una modalità che forse riuscirà a distrarre i bambini ma che difficilmente riuscirà a convincere gli adulti. Anzi ― a tutt’oggi ― l’attuale crisi sanitaria, inizia a diffondere un certo sconforto generalizzato che non tarderà a tramutarsi in depressione traumatica. Invece, per quanto riguarda la genesi dell’annesso slogan antivirale, si possono scegliere diverse interpretazioni. C’è chi opta per l’origine laica, sostenendo che si tratti dell’intuizione letteraria di un’anonima poetessa lombarda [2]. Altri ancora [3], con la tendenza a battezzare ogni cosa, sostengono che si tratti invece di una frase detta da Gesù a Giuliana di Norwich, mistica inglese vissuta tra il XIV e il XV secolo.

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«Andrà tutto bene», cosa significa in realtà e qual è il soggetto di questa espressione? Fatemi capire, andrà tutto bene dopo che il virus si sarà fermato, dopo che ci saranno stati migliaia e migliaia di morti, dopo che in molti avranno perso il lavoro, dopo che l’economia nazionale sarà in ginocchio, dopo che la sanità sarà ridotta ai minimi storici, dopo che le famiglie non riusciranno più a pagare le bollette e a mettere insieme il pranzo con la cena? Andrà tutto bene, ma per chi? Dopo ogni epidemia, guerra o terremoto è andato sempre tutto bene? Ne siamo certi? Solo dopo svariati anni e a prezzo di perdite e sacrifici, non privi di quelle situazioni di corruzione che contraddistinguono le situazioni di destabilizzazione sociale, è andato tutto bene.

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A questo punto una domanda: è questo l’ottimismo che dovrebbe farsi carico di sostenere le persone, anche quelle credenti? Da sacerdote non posso assecondare un pensiero del genere, dispiacendomi per tutti coloro che deluderò e che vorrebbero vedere nel prete il dispensatore di una certa anestetizzazione di massa che tiene buono il gregge in attesa dell’inevitabile tosatura.

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Non voglio seguire l’ermeneutica dell’ottimismo ma della sicura speranza, risoluto nell’insegnamento paolino che dice: «Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati» [cf. Rm 8,35]

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Così come hanno fatto tutti i Padri de L’Isola di Patmos con i loro ultimi scritti su questo tema, penso anch’io che sia decisamente più credibile e cristianamente più sensato il modo di vedere di San Paolo quando afferma sempre nella Lettera ai Romani, alcuni versetti prima dei precedenti che ho citato, «Tutto concorre al bene, per coloro che amano Dio» [cf. Rm 8,28].

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In questa frase capiamo immediatamente di che cosa stiamo parlando. Il bene cristiano è il risultato di un rapporto d’amore, cioè di un raffinato lavoro dello Spirito, che svela la weltanschauung in cui Dio si manifesta attraverso l’opera del Figlio [cf. Gv 5,17]. È in questo patto d’amore indissolubile e insostituibile che ogni cosa diventa veicolo che concorre al bene; tutto serve, tutto è interconnesso, non esiste realtà in cui Dio non faccia sentire la sua voce.

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Quanti santi, fedeli cristiani e uomini comuni hanno scoperto Dio a partire da situazioni di sofferenza, in quelle realtà apparentemente distanti da Lui. È il caso del giovane Christoph Probst, fiero oppositore del regime nazista e di Hitler, che durante la sua prigionia, prima di essere condannato a morte e ghigliottinato, riceverà il santo Battesimo, la Comunione e l’Unzione degli infermi. Farà in tempo però a scrivere una lettera alla madre, con queste parole: «Ti ringrazio di avermi dato la vita. A pensarci bene, non è stata che un cammino verso Dio» [4].

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Ecco la felix culpa del preconio pasquale, un lento e inarrestabile cammino verso Dio, in cui la colpa antica – origine di ogni male – diventa il felice paradosso della Provvidenza, attraverso cui Dio salva coloro che lo amano, sperano e si affidano a Lui.

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Da questa pandemia possiamo uscirne solo amando Dio e lasciandoci amare da lui, è il Signore che in queste circostanze ci sta parlando, anzi sta urlando al nostro cuore attraverso il suo Spirito, così come fece con il beato apostolo Pietro: «Simone di Giovanni, mi ami? […] mi vuoi bene?» [cf. Gv 21,15-17]. E Pietro dovette rispondere proprio dopo il rinnegamento, dopo quella colpa consumata nella paura, dopo quella malattia spirituale che aveva reso vani i suoi giuramenti [cf. Mc 14,29-31]. Quel rinnegamento, fatto nel cortile del sommo sacerdote [cf. Mc 14,66-72], è stato per lui una felice colpa che gli ha permesso di riscattarsi amando maggiormente il Signore e lasciandosi amare da Lui pur nella consapevolezza della propria debolezza.

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«Tutto concorre al bene, per coloro che amano Dio», scriviamolo in ogni cuore, non come pericoloso determinismo per cui qualunque cosa si volgerà comunque al bene ma nella corrispondenza di quell’amore crocifisso che ha vinto il mondo e ancora oggi lo vince.

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Senza l’amore di Dio, nulla, a ben rifletterci, potrà mai andare bene.

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Laconi, 18 giugno 2020

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[1] https://www.corriere.it/tecnologia/20_marzo_05/coronavirus-spuntano-lombardia-decine-biglietti-solidali-anonimi-tutto-andra-bene-a29b7edc-5ed0-11ea-bf24-0daffe9dc780.shtml?refresh_ce-cp

[2] https://www.animafaarte.it/andra-tutto-bene-significato-archetipico/

[3] https://it.aleteia.org/2020/03/24/non-andra-tutto-bene-ma-dio-e-sempre-con-noi/

[4] http://liceogbruno.edu.it/docum/giornata_memoria/giornata_2016/La%20Rosa%20Bianca-Documenti.pdf

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Vedere nel coronavirus un castigo divino? Riflessioni sulla fine dei tempi: paura o speranza? Quanto a quel giorno e a quell’ora …

27 Maggio 2020/6 Commenti/in Attualità/da Padre Ivano
— la Chiesa e la grave emergenza coronavirus —

VEDERE NEL CORONAVIRUS UN CASTIGO DIVINO? RIFLESSIONI SULLA FINE DEI TEMPI: PAURA O SPERANZA? QUANTO A QUEL GIORNO E A QUELL’ORA …

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Non è opportuno e rispettoso verso Dio Padre vedere nelle sciagure temporali i castighi divini, consumando intimamente un velato senso di vendetta e di soddisfazione verso tutti coloro che non si sono ancora convertiti e che fanno opposizione a Dio. Quei giorni sono misteriosi e tali devono rimanere.

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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Masaccio, Cappella Brancacci (Firenze), Cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso terrestre

In un passo del Vangelo di San Matteo leggiamo una frase in apparenza enigmatica pronunciata da Cristo Signore: Quanto a quel giorno e a quell’ora, però, nessuno lo sa, neanche gli angeli del cielo e neppure il Figlio, ma solo il Padre [cf. Mt 24, 36].

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Nel clima di paura e di incertezza come quello che abbiamo vissuto durante la quarantena a causa del Covid-19, qualcuno particolarmente sensibile ha cominciato ad accarezzare l’idea che questo contagio virale sia stato in realtà un segno dei tempi. Questa idea prende forma sui profili social di numerose persone, alcune delle quali credenti, ed è per questo che è necessario fare un poco di chiarezza. Invece di intrattenerci con i vari messaggi di veggenti, mistici e profeti di turno è giusto dare la priorità al messaggio del Vangelo come rivelazione autentica e definitiva.

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L’espressione «segno dei tempi» non dovrebbe suscitare alcuna paura e angoscia nell’animo del credente, né tanto meno essere utilizzata come un sinonimo di fine del mondo, proprio perché è riconducibile all’insegnamento di Gesù e alla sua opera evangelizzatrice. Nel Vangelo di Matteo al cap. 16 versetto 3 troviamo queste parole: «Non sapete distinguere — chiede Gesù ai farisei e ai sadducei — i segni dei tempi?». 

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Davanti ai suoi ascoltatori che pretendevano un segno che avvalorasse la sua autorità e identità divina ― cosa del resto che aveva già preteso il demonio nel deserto ― Il Signore rivolge un interrogativo che orienta la loro attenzione all’opera di salvezza del Padre attraverso la mediazione del Figlio.

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Il messaggio è chiaro. Non serve produrre segni esteriori per sapere che Dio abita il tempo, Gesù è il segno definitivo del Padre con cui è possibile leggere i tempi. È curioso ― ma se andiamo ad analizzare bene l’episodio evangelico ― ci rendiamo conto come i farisei e i sadducei sono più preoccupati di tirare Gesù per la giacchetta e di associarlo al club degli affidabili, invece di prendere atto che il Regno di Dio ha già iniziato a rivelarsi in mezzo a loro nella potenza e nella libertà dello Spirito Santo.

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L’ora messianica è giunta ma i maestri di Israele sono incapaci di riconoscerla e ― cosa ancor più imbarazzante ― l’ora della salvezza è giunta proprio in tempi dove la libertà di un popolo è messa in discussione dall’occupante Impero Romano. Un’autentica bestemmia per ogni pio israelita!

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Oggi non abbiamo perso la libertà a causa di un popolo invasore, ci siamo ritrovati a perderla per un virus. Parlare di segni dei tempi significa fare riferimento all’opera di Gesù in mezzo al suo popolo, significa dire che Gesù mi sta salvando adesso, in questo tempo di epidemia, mentre eravamo a casa tristi e sconsolati, mentre ci preoccupavamo per il futuro dei nostri cari.

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Dio, in questi tempi di Coronavirus, ci parla attraverso il segno eloquente di suo Figlio risorto, non attraverso altri linguaggi o tramite castighi vendicativi. Dico questo proprio per rassicurare tutti coloro che mi stanno ascoltando e che rischiano di scambiare questa epidemia come una punizione divina.

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Prendo in prestito le parole di Papa Giovanni XXIII per suscitare la speranza all’interno della nostra vita cristiana durante questi giorni di esilio forzato dal mondo:

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«A noi piace collocare una fermissima fiducia del divino Salvatore […] che ci esorta a riconoscere i segni dei tempi», così che «vediamo fra tenebre oscure numerosi indizi, i quali sembrano annunciare tempi migliori per la Chiesa e per il genere umano» [cf. A.A.S. 1962, p. 6].  

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Gesù non spinge gli uomini a nutrire curiosità morbose sulla data del suo ritorno in terra o sulla scadenza del tempo a nostra disposizione. Non è opportuno e rispettoso verso Dio Padre vedere nelle sciagure temporali i castighi divini, consumando intimamente un velato senso di vendetta e di soddisfazione verso tutti coloro che non si sono ancora convertiti e che fanno opposizione a Dio. Quei giorni sono misteriosi e tali devono rimanere. «Non spetta a voi conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta…» [cf. At 1,7]. Commentano questo passo degli Atti degli Apostoli San Girolamo spiega: «Con ciò mostra che egli [Gesù] lo sa, ma non conviene che lo sappiano gli Apostoli, così che, sempre incerti sulla venuta del giudice, vivano ogni giorno come se in quel giorno dovessero essere giudicati».

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Scorgiamo il segno che è Cristo, in questo tempo in cui sembra che un virus abbia la meglio sulla nostra vita, sulla nostra fede, sulle nostre tradizioni religiose, scorgiamo Cristo, oggi che sembrano passati i giorni della prima grande emergenza, da noi tutti vissuti tristemente nella paura e nello smarrimento; gettiamo via l’acqua vecchia, ma cercando però l’acqua nuova, cioè l’acqua viva del Vangelo, dell’incontro con Cristo che ci assicura: «Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno» [cf Mt 24, 35].

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Quanto a quel giorno e a quell’ora … non lasciamoci turbare, scorgiamo Gesù, solo nell’incontro giudicante con il suo amore tutto potrà acquistare un senso, tutto potrà finalmente andare bene.

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Laconi, 27 maggio 2020

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Teolock down: «Chiusi dentro con Dio». Cosa ci hanno insegnato le settimane di quarantena?

20 Maggio 2020/2 Commenti/in Attualità/da Padre Gabriele
—  attualità ecclesiale —

TEOLOCK DOWN: «CHIUSI DENTRO CON DIO». COSA CI HANNO INSEGNATO LE SETTIMANE DI QUARANTENA?

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Il digiuno eucaristico al quale siamo stati sottoposti in questi due mesi, non è così insolito per la storia della Chiesa. Infatti, i monaci, durante Quaresima erano soliti fare il digiuno dall’Eucarestia, per poi viverla al massimo il giorno di Pasqua. La comunione frequente e quotidiana e quella dei bambini è entrata oggi nella nostra vita di fede, alla quale tutti siamo ormai abituati: ma in origine e nel passato non era così, fu infatti il Santo Pontefice Pio X a introdurre questa frequenza in tempi recenti, per l’esattezza nel 1905 [San Pio X, Sacra Tridentina Synodus].

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Dalla Santa Messa al bidet del maresciallo: quel sottile confine spesso valicato in cui i figli insegnano al padre l’arte del generare

18 Maggio 2020/4 Commenti/in Attualità/da Padre Ivano
— la Chiesa e la grave emergenza coronavirus —

DALLA SANTA MESSA AL BIDET  DEL MARESCIALLO: QUEL SOTTILE CONFINE SPESSO VALICATO IN CUI I FIGLI INSEGNANO AL PADRE L’ARTE DEL GENERARE. 

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Onestamente, c’è da sorridere amaramente nell’apprendere della cura maniacale con cui gli Ordinari hanno caldeggiato ai loro sacerdoti la scrupolosa osservanza del protocollo ministeriale, quando in un passato non tanto lontano si faceva fatica anche solo ad osservare l’Ordinamento Generale del Messale Romano con le corrispondenti rubriche, tanto da dover reputare necessario produrre l’istruzione Redemptionis Sacramentum per correggere i numerosi sacerdoti, religiosi e laici da frequenti errori e fantasticherie che attenevano all’ossequio dovuto alla Santissima Eucaristia e alla sacra liturgia. Sicuramente, il curatore – o i curatori del protocollo – hanno fatto come il maresciallo dei carabinieri della nota barzelletta, il quale dopo aver notato il parroco del paese con il braccio ingessato e appreso da quest’ultimo che l’incidente era occorso per l’urto sul bidet, alla domanda dell’appuntato rispondeva con candore di non conoscere il bidet in quanto la sua latitanza dalla chiesa era vecchia di trent’anni.

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2019/01/Padre-Ivano-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Ivano https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Ivano2020-05-18 17:26:482021-04-20 17:58:20Dalla Santa Messa al bidet del maresciallo: quel sottile confine spesso valicato in cui i figli insegnano al padre l’arte del generare

Arte e morte dinanzi a un virus invisibile e insidioso che nel corso di questa pandemia ha riportato l’uomo a riflette sulla vita e sulla morte

9 Maggio 2020/in Attualità/da Licia Oddo
— gli specialisti ospiti de L’Isola di Patmos —

ARTE E MORTE DINANZI A UN VIRUS INVISIBILE E INSIDIOSO CHE NEL CORSO DI QUESTA PANDEMIA HA RIPORTATO L’UOMO A RIFLETTERE SULLA VITA E SULLA MORTE

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Di cultura in cultura la sepoltura e il rito funebre hanno contraddistinto il passaggio della morte dell’uomo, il tutto fino alla sopravvenuta diffusione del Cristianesimo nel quale, la deposizione dalla croce del Cristo morto diventa stereotipo fondamentale alla cura del corpo e dell’anima. Attraverso le iconografie cristiane artistiche di tutti i secoli abbiamo contezza di quanto l’uomo ne sia legato quasi endemicamente alla sua stessa esistenza.

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Autore
Licia Oddo *

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PDF  articolo formato stampa

 

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Raffaello Sanzio, Deposizione del Cristo, olio su tavola, Galleria Borghese, Roma

Tra gli effetti collaterali della pandemia da covid19, il momento della meditazione riacquista la sua fisionomia, in una società assuefatta per la mancanza di tempo alla frenesia del quotidiano. Così oggi il tempo torniamo a recuperarlo nei vari aspetti vitali, incluso quello artistico di un’arte intesa come nobile espressione dell’attività umana. Infatti, l’arte è di per sé un grande atto di resistenza alla morte [G. Vangi cfr. C. Casadei in Spettacoli, cultura e società].

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Se l’uomo è stato costretto a limitare e arrestare la sua esistenza, la morte, non si ferma davanti a niente e nessuno, anzi è la più tragica delle conseguenze, ma si tinge di toni più cupi a causa di questa forma pandemica, negando all’uomo la dignità del suo stesso culto. Così, se la natura rumoreggia nel silenzio dell’emergenza e si riprende il suo posto, la pandemia spodesta gli uomini nel culto dei morti, sino a impedire di poter procedere al loro estremo saluto, alla veglia del cadavere prima della sepoltura e alla sua pietosa tumulazione.

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In tutte le civiltà e da illo tempore, l’attenzione per il defunto è prioritaria nella tradizione di conferire la giusta sepoltura del corpo funzionale al benessere dell’anima. La tradizione letteraria e l’arte ci danno testimonianza per tutte le civiltà della storia del culto funebre a partire dal mondo greco, dai poemi omerici nella celebre rivendicazione di Priamo del corpo del figlio da parte degli achei, alle tragedie, in cui la disperazione di Antigone per la morte del fratello Polinice, infrange il divieto di sepoltura. Se quello del γέρας θανόντων era un obbligo dei superstiti verso il guerriero, allo stesso tempo era dovere proteggere il suo corpo dall’attacco della natura e dall’oltraggio del nemico provvedendone alla sua tumulazione. Sulla stregua della cultura greca l’occidente si fa erede e portatore di un sistema di valori, ideali in grado di resistere all’azione corrosiva del tempo, e di garantire l’immortalità all’uomo grazie al ricordo dei suoi congiunti.

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Catacombe di Santa Lucia, Siracusa: affresco funerario

Di cultura in cultura, sepoltura e rito funebre hanno contraddistinto il passaggio della morte dell’uomo, fino alla diffusione del Cristianesimo nel quale la deposizione dalla croce del Cristo morto diventa fondamentale simbolo della cura del corpo e dell’anima. Attraverso le iconografie cristiane artistiche di tutti i secoli abbiamo contezza di quanto l’uomo ne sia legato quasi endemicamente alla sua stessa esistenza.

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Da due mesi circa a questa parte, decine di migliaia di uomini, a causa del morbo covid19, sono stati costretti a rinunciare ai riti funebri, ma ancor prima all’ultimo saluto ai propri congiunti. Gli scenari che si aprono innanzi ai nostri occhi sono degni di un’ecatombe: cadaveri ammassati l’uno sull’altro nei corridoi dei nosocomi, privati della più semplice dignità sociale. Con stupore abbiamo assistito a una fila di camion militari carichi di bare portate da Bergamo verso vari crematori della Lombardia e dell’Emilia Romagna, perché i crematori della Città non potevano procedere a tutte quelle cremazioni. Immagini che hanno riportato alla mente le ben note pestilenze che hanno afflitto l’umanità attraverso i secoli. Corpi bruciati o gettati in fosse comuni ricoperte di calce viva a causa della mancanza di posti cimiteriali, tristemente obbligati a procedere con rapidità a sbarazzarsene per sanificare l’ambiente evitando l’ulteriore contagio.

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Statua genuflessa nel cuore di Times Square con le mani rivolte al cielo e titolata Covid Hero monument, opera dell’artista Sergio Furnari, divenuta simbolo della lotta alla pandemia.

Stessa procedura oggi riguarda alcuni dei Paesi della terra per non incorrere in altrettante pericolose infezioni che hanno sbalordito e inorridito le coscienze più comuni. Si assiste così all’umiliazione e mortificazione più dolorosa nella società post contemporanea che nulla ha potuto contro un evento di portata catastrofica, superiore a qualsiasi previsione. E se la storia sembra ripetersi anche a distanza di un secolo, quando negli anni Venti del Novecento si ebbe la grande epidemia nota come “febbre spagnola”, scandendo la nostra vita per fasi in attesa della normale ripresa quotidiana, a predominare su tutto è l’istinto di conservazione. Istinto primordiale che ne contraddistingue la natura umana, la cui reazione è oggi visibile nel lavoro dei medici e nelle rappresentazioni artistiche, che raccolgono le testimonianze materiali dell’operato umano a garanzia di una sopravvivenza totale sia fisica che identitaria della nostra specie, formata da uomini che spesso si sentono invincibili; uomini che forse, mai, avrebbero immaginato in che modo un virus invisibile e insidioso, li avrebbe portati di nuovo a dover riflettere sulla vita e sulla morte.

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Siracusa, 9 maggio 2020

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* Storico e critico d’arte. Già segnalatrice critica del Catalogo dell’arte moderna (C.A.M.) Editoriale Giorgio Mondadori – Cairo

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Medjugorie e la Gospa dei bugiardi: ragionevoli dubbi sulle apparizioni e sui sedicenti veggenti

23 Aprile 2020/78 Commenti/in Attualità, I nostri video/da Padre Ariel

— attualità ecclesiale —

MEDJUGORJE E LA GOSPA DEI BUGIARDI: RAGIONEVOLI DUBBI SULLE APPARIZIONI E SUI SEDICENTI VEGGENTI

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«Non è degno da parte dei “veggenti” fare, come hanno fatto fin dai primi giorni delle “apparizioni”, pronunciamenti molto preoccupanti, che non corrispondono alla verità ma ingannano i fedeli» [dalla relazione di Ratko Perić, Vescovo di Mostar-Duvno, maggio 2017].

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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VIDEO CONFERENZA SUL “FENOMENO MEDJUGORJE”

Canale de L’Isola di Patmos

MP3  SOLO AUDIO SENZA VIDEO

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PDF  video-conferenza formato stampa
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Pur sapendo che nulla valgono documenti e prove per chi ha scelto di scivolare nel fideismo e rigettare qualsiasi dato reale; pur sapendo che il fideista ricorre all’arma di difesa dei sofismi e alla falsificazione dei fatti, alla fine di questo articolo riporterò una parte della relazione di S.E. Mons. Ratko Perić, Vescovo della Diocesi di Mostar-Duvno, sotto la cui giurisdizione si trova la Parrocchia San Giacomo di Medjugorje. Sarà il Vescovo stesso a spiegare in che modo i sedicenti veggenti hanno mentito sin dall’inizio della vicenda, manipolato i testi e seguitato a mentire nel corso del tempo.

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Durante due diverse trasmissioni di Dritto e Rovescio in onda su Rete4 e condotte dall’amico Paolo Del Debbio, il giornalista Paolo Brosio, che da anni vaga per i talk show a parlare della sua conversione a mio parere discutibile ― e dico discutibile perché una conversione produce fede, non getta lo pseudo convertito nel fideismo emotivo, nel fanatismo e nel business [vedere precedente articolo, QUI] ―, da me più volte incalzato giunse sul finire a dichiarare che l’allora Vescovo della Diocesi di Mostar-Duvno, S.E. Mons. Pavao Žanić, era un uomo colluso con i servizi segreti del vecchio regime comunista della ex Jugoslavia [puntata del 5 marzo QUI dal minuto 02:09:45]. Queste calunnie pronunciate in quel contesto televisivo da un soggetto che presume di difendere la autenticità di presunte apparizioni della Madonna da vescovi e sacerdoti che osano essere dubbiosi sulla autenticità di questo complesso e a tratti inquietante fenomeno, sono state già pubblicate in precedenza da Paolo Brosio in un suo libro del 2011, grazie alla complicità menzognera della pseudo veggente Marija Pavlović. Poco dopo, il Brosio e la Pavlović, furono prontamente smentiti dalla Diocesi di Mostar-Duvno [vedete testo in italiano, QUI]. 

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Dopo la trasmissione del 5 marzo, dei confratelli bosniaci che seguono da anni questa nostra rivista, due dei quali consacrati sacerdoti dal defunto Vescovo infamato da Paolo Brosio, mi hanno pregato di difendere la memoria di questo «autentico e santo uomo di Dio, profondamente devoto alla Beata Vergine Maria, servitore fedele della Chiesa e della verità». Così m’inviarono ricchi documenti sul caso ormai ingestibile di Medjugorje, nei quali si prova come i sedicenti veggenti mentirono da subito e  per più volte. Dopo questa mia introduzione di carattere perlopiù storico, lascerò la parola a S.E. Mons. Ratko Perić, del quale ho riportato la parte finale di una sua recente relazione risalente al 2017.

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Chi mi legge e conosce i miei scritti, sa quanto io sia stato severo nei riguardi delle Autorità Ecclesiastiche, non esitando ad accusarle all’occorrenza di spirito ignavo, in alcune circostanze persino di codardia. Però, alla luce di questa vicenda, i fatti e i tragici eventi storici mi inducono a dire che la Chiesa, col caso di Medjugorje, si è ritrovata a gestire l’ingestibile. Quindi non solo, ha qualche giustificazione, perché di ragionevoli giustificazioni ne ha molte. Si tratta però di giustificazioni che dal 2001 a seguire sono ormai decadute, come adesso cercheremo di sintetizzare con alcune “pillole” di storia dei Balcani …

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… in quella regione balcanica vi sono sempre stati gravi problemi tra i Frati Minori Francescani, i vescovi diocesani e il clero secolare del luogo; problemi che affondano le loro radici indietro nella storia. Senza addentrarci in questo discorso che richiederebbe un’articolata trattazione storica a parte, basti dire che i Frati Minori Francescani di quella regione, non solo si sono più volte ribellati ai vescovi e ai loro superiori religiosi, perché, quando in più occasioni intervenne la Santa Sede, non esitarono a reiterare la loro ribellione. Tanto che, in più occasioni, la Santa Sede fu costretta a comminare scomuniche e a “ridurre allo stato laicale” diversi religiosi ostinati nella loro disubbidienza. Ultimo in ordine di serie a essere scomunicato per eresia e scisma e dimesso poi dallo stato clericale nel 2012, fu il Frate Minore Francescano Tomislav Vlašić, che dal 1981 al 1984 fu vice parroco della parrocchia San Giacomo di Medjugorje, esercitando una forte influenza sugli allora giovani sedicenti veggenti. Più volte la Gospa, nei messaggi dati durante le presunte apparizioni, avrebbe appoggiato e benedetto l’operato di questo religioso in contrapposizione al Vescovo della Diocesi, magnificandone qualità e doti attraverso la pseudo veggente Marija Pavlović. Una cosa è indubitabile: tutt’oggi resta da chiarire come, la autentica Beata Vergine Maria, avrebbe potuto appoggiare e sostenere l’operato di un sacerdote francescano che si è macchiato di vari delitti: dalla disobbedienza alla manipolazione delle persone, dalla violazione del voto di castità ai traffici economici in violazione del voto di povertà.  

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Questa situazione di difficile gestione si colloca in un assetto socio politico che definire terribile è un eufemismo. Infatti, le presunte apparizioni della Madonna, chiamata in lingua locale Gospa, cominciano nel giugno 1981, sotto il regime comunista della Jugoslavia, appena un anno dopo la morte di Josif Broz, noto come Maresciallo Tito. Un qualsiasi genere d’intervento da parte della Santa Sede su una questione interna a quel Paese, per quanto di natura prettamente religiosa, avrebbe potuto creare delle tensioni con possibili risvolti del  tutto imprevedibili, che avrebbero potuto essere usati a pretesto dal regime, con chissà quali risvolti e conseguenze. Negli anni che seguirono, le diverse etnie di quell’area geografica, tenute per lunghi anni a bada dal pugno di ferro del Maresciallo Tito sotto una dittatura comunista, dopo la sua morte cominciarono a dare avvio a un crescente fermento, giungendo all’acme della tragedia tra il 1991 e il 2001 con la sanguinosa guerra dei Balcani.

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A chi fosse privo di memoria storica ricordiamo che le atrocità consumate in quei territori furono a tal punto efferate che, stampa e televisioni internazionali non erano in grado di documentare con foto e filmati immagini di una violenza tanto inaudita quanto raccapricciante. Quella della ex Jugoslavia assunse presto i connotati di una guerra di “pulizia etnica” con lo sterminio di massa di civili, senza riguardo per donne, bambini e anziani. Le violenze erano quasi sempre caratterizzate da un odio che induceva gli aguzzini a torturare e martoriare le vittime con crudele sadismo. Prima sotto un regime comunista avviato verso il graduale collasso, poi con lo scoppio di una guerra fratricida nel decennio che seguì, come avrebbe mai potuto intervenire la Chiesa sul fenomeno Medjugorje?

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… e fu così che dall’inizio del fenomeno a quando la Chiesa poté cominciare a studiarlo per cercare in qualche modo di intervenire, trascorsero vent’anni, mentre gli pseudo veggenti diffondevano i messaggi ricevuti dalle apparizioni della Gospa, che dall’inizio dell’evento a oggi si calcola siano stati circa 40.000.

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Nel 2001, a guerra dei Balcani finita, la Santa Sede non si curò d’intervenire, mentre il fenomeno assumeva proporzioni sempre più grandi e coinvolgendo ormai milioni di fedeli sparsi per il mondo. Ciò grazie anche all’opera molto discutibile di Radio Maria che, nella omissiva noncuranza dell’Autorità Ecclesiastica, già da anni presentava come autentico il fenomeno attraverso la voce di Padre Livio Fanzaga, che non solo diffondeva i messaggi della Gospa, molto peggio: li usava — e tutt’oggi li usa —  come materiale per le catechesi. Così, senza che la Chiesa proferisse neppure un debole gemito, Padre Livio Fanzaga, dai microfoni di una emittente cattolica seguita da milioni di ascoltatori, diffondeva il culto di una religione del tutto nuova: la religione gosparo-medjugoriana. Solo nel 2010, trascorsi quasi trent’anni, a fenomeno uscito ormai fuori controllo, il mite Pontefice Benedetto XVI si decise a incaricare una commissione di studio, affidandone la presidenza al Cardinale Camillo Ruini.

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Dopo quattro anni di lavoro, nel 2014 la Commissione consegna la sua relazione finale scritta in compromissorio stile politichese alla Congregazione per la dottrina della fede, che per tutta risposta la fa a pezzi, non mancando di lamentare che il testo è «approssimativo e accomodante», non esente da «imprecisioni», ma soprattutto che non ha tenuto conto della «complessa storia di quei territori» e «del parere dei vescovi del luogo». Dinanzi a quella contro relazione, il Sommo Pontefice si trova sicuramente in una situazione di evidente imbarazzo. E non volendo forse dar torto alla Commissione del Cardinale Camillo Ruini e ragione alla Congregazione per la dottrina della fede o viceversa, incarica una terza commissione formata da teologi di sua fiducia per esaminare la relazione della Commissione e la contro-relazione della Congregazione per la dottrina della fede che l’aveva letteralmente distrutta. A questo modo il Sommo Pontefice cerca di salvare il lavoro lacunoso diretto dal Cardinale Camillo Ruini e al tempo stesso salvare quello della Congregazione per la dottrina della fede, del suo prefetto e degli studiosi che avevano esaminata e poi bocciata la relazione di questa Commissione. E così, salvata come suol dirsi capra e cavoli, il Sommo Pontefice, trascorsi dieci anni dall’incarico dato dal suo Sommo Predecessore a una Commissione di studio, si è guardato bene dal dare qualsiasi risposta ufficiale circa l’autenticità o meno del fenomeno Medjugorje. Questi sono i fatti provati e documentati, tutto il resto sono solo interpretazioni o gratuite chiacchiere.

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Illustrato il tutto mi si passi adesso un esempio pertinente: se fossi stato il Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, dinanzi al Sommo Pontefice che dopo il parere del competente dicastero da me presieduto, avesse incaricata un gruppo di teologi di sua fiducia per verificare se per caso non si fosse esagerato nel dare un parere così al lavoro di quella Commissione di studio, per tutta risposta mi sarei dimesso dall’incarico, non mancando di dire al Sommo Pontefice: “Se Vostra Santità ritiene che i pareri di questa Congregazione chiamata sino a poco tempo fa la suprema, debbano essere vagliati e giudicati da altri, non ho motivo di rimanere al mio posto, ma soprattutto è questo stesso dicastero che non ha più motivo di esiste. Implorando quindi la Vostra Apostolica Benedizione, vi consegno la mia lettera di dimissioni”… È presto detto: la Chiesa è ormai allo sfacelo totale proprio perché non ci sono più uomini nei posti di rilievo che ragionano e che agiscono in modo deciso e virile a questa maniera.

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L’elemento «compromissorio» e «accomodante» tipico di un soggetto navigato in politica come il Cardinale Camillo Ruini, fu di ipotizzare che le prime sette apparizioni potessero essere vere, non però tutte le successive e i relativi messaggi dati. Inutile a dirsi: una scelta di compromesso politico del genere, in una materia di dottrina e di fede che investe in modo così delicato la sfera della mariologia, non solo è infelice, perché pare anzitutto non tenere conto che a partire dal 1981 a seguire, tutti i Vescovi di quella regione ecclesiastica si erano sempre espressi, in modo deciso e unanime, contro la soprannaturalità dell’evento, documentando che i sedicenti veggenti avevano ripetutamente mentito sin dagli inizi. E da parte del Cardinale Camillo Ruini, dei vescovi che conobbero il regime comunista, che furono spesso sottoposti a ore di umilianti interrogatori e minacce nei posti di polizia, che vissero la guerra, che rischiarono la vita e che videro sterminare la loro gente come carne da macello, avrebbero meritato tutto il rispetto dovuto a degli autentici testimoni della fede. 

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Quando il dossier della Commissione presieduta dal Cardinale Camillo Ruini fu pubblicato anni dopo nel 2019 da due giornalisti, Saverio Gaeta e David Murgia, quelli che in modo affatto improprio ho ribattezzato come i fanatikos Medjugoriani, presero a estrapolare ciò che in quel testo non è mai stato scritto, per esempio diffondendo la falsa notizia che la Chiesa ha approvate le prime sette apparizioni; una notizia assolutamente falsa, ma ritenuta però da essi assolutamente autentica.

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Inutilmente, con miei scritti articolati pubblicati sui social media ho tentato di smentire il tutto, chiarendo che la relazione di una commissione di studio non è un atto di riconoscimento ufficiale e che la Chiesa non si è mai pronunciata sulla autenticità delle apparizioni. Ho anche spiegato che le tanto magnificate e numerose conversioni avvenute in quel luogo, ritenute da molti una prova inconfutabile di autenticità del fenomeno, non sono affatto prova di niente, perché da sempre, la grazia di Dio, per recuperare un’anima può servirsi delle situazioni e dei luoghi più impensabili, persino di luoghi dove si commettono i peggiori peccati. Dunque figurarsi se la grazia di Dio, per recuperare delle anime perdute, non si serve di un luogo come Medjugorje, dove numerose persone si recano sincere e devote a pregare. Non è infatti necessario partire dalla autenticità di specifici eventi, perché la manifestazione del divino attraverso le apparizioni non è affatto un requisito necessario, né tanto meno richiesto, per coltivare una vera e autentica devozione mariana. Eppure, ai fanatikos medjugoriani, non si riesce proprio a far comprendere questi dati così elementari, che non sono legati a vaghe opinioni mie o di altri sacerdoti e teologi, ma che costituiscono i veri e propri pilastri fondamentali del deposito della nostra fede.

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Le mie ragionevoli spiegazioni basate su criteri storici, teologici e logici, non certo su avversioni verso Medjugorje, che io non ho, si sono presto scontrate con numeri elevati di persone che hanno replicato con aggressioni e insulti, ciechi a ogni richiamo e invito alla ragionevolezza. Il tutto mi ha portato a toccare con mano un’altra tragica realtà: attorno al fenomeno di Medjugorje c’è anche una forma di fideismo fanatico che coinvolge un gran numero di persone, che non rappresentano affatto gruppi sparuti e isolati, o così detti “casi limite”, ma rappresentano purtroppo nutriti gruppi di persone. In numerose di queste persone manca proprio la percezione degli elementi basilari della fede cattolica, perché il fenomeno Medjugorje, in loro non produce fede ma fideismo, non produce devozione ma devozionismo fanatico che diviene persino insolente, insultante e aggressivo verso chiunque osi mettere in discussione a certa gente il loro idolo. Questo senza nulla togliere al fatto che, come sin dall’inizio è stato precisato e come ancóra ripeto: molte persone visitando Medjugorje si sono convertite e hanno cambiata vita, il tutto per opera della grazia di Dio, non per l’autenticità delle apparizioni e dei messaggi banali e ripetitivi dati da tre decenni dalla Gospa. Messaggi definiti «banali e ripetitivi» dalla stessa Commissione presieduta dal Cardinale Camillo Ruini che, al di là dello «stile accomodante» adottato, non ha potuto omettere di sottoscrivere tre dati fondamentali: la banalità dei messaggi, il rapporto ambiguo col danaro da parte dei presunti veggenti, la loro scarsa formazione spirituale e la loro ricerca del protagonismo. La Commissione ammette altresì che alcuni degli pseudo veggenti hanno anche più volte mentito, in particolare ne indica uno che definisce come «il meno attendibile». Ovviamente nessuno di questi contenuti scalfisce minimamente i fanatikos medjugoriani, per i quali esiste un solo dato: «La Chiesa ha riconosciute le prime sette apparizioni». Ma come ripeto si tratta però di un dato assolutamente falso: primo, perché una commissione consultiva non ha potere di riconoscere ad alcun titolo la soprannaturalità dell’evento; secondo, perché la Chiesa sino a oggi non ha mai emesso alcun pronunciamento.

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I fanatikos medjugoriani vivono di dicerie, di sentito dire e di autentiche leggende che grazie ai social-media sono diffuse da tanti siti e blog creati perlopiù da persone che sul fenomeno di Medjugorje ci speculano anche a livello finanziario. Queste persone, di prassi sempre molto ignoranti in materia di dottrina e di fede, ma proprio per questo particolarmente arroganti e aggressive, ai creduloni per i quali il ragionare pare costituire una fatica inutile della quale si può fare tranquillamente a meno, sono soliti spacciare leggende circa la devozione del Santo Pontefice Giovanni Paolo II, oppure il fatto che egli avesse persino detto di «approvare il fenomeno» e di «non avere dubbi sulla autenticità delle apparizioni» (!?). Si tratta però di autentiche falsità, sebbene purtroppo, tentare qualsiasi genere di ragionamento o invitare certe persone al senso critico e analitico, risulterà sempre tempo perso. Basterebbe infatti chiedersi: se come loro vanno falsamente diffondendo in giro, il Santo Pontefice avesse creduto e persino approvato come autentico questo fenomeno, perché non lo ha mai ufficialmente definito tale in ventisei anni di pontificato? Ma anche a questo i fanatikos medjugoriani forniscono risposta affermando: «La Chiesa non si è mai pronunciata perché il fenomeno delle apparizioni è sempre in corso». Che dire: beata ignoranza storica! Altroché, se la Chiesa si è pronunciata più volte e soprattutto in modo negativo, dinanzi a fenomeni sempre in corso, stroncandoli all’occorrenza sin dalla nascita, evitando che andassero avanti e si sviluppassero sino a recare gravi inganni e danni ai fedeli. In ogni caso, se secondo la leggenda il Santo Pontefice Giovanni Paolo II era «convinto della autenticità delle apparizioni», perché mai il suo Successore ha incaricata una Commissione di studio che non è giunta a niente, che si è vista smontare l’intero lavoro dalla Congregazione per la dottrina della fede, mentre il Successore del Successore incaricava una terza commissione, terminato il lavoro della quale la Chiesa non ha espresso alcun pronunciamento sulla autenticità del fenomeno di Medjugorje? 

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Un breve esempio per illustrare la portata del grave problema: per avere osato parlare del fenomeno Medjugorje, sono stato subissato da centinaia di messaggi insultanti scritti da persone che pure, dinanzi a me, non dico non reggerebbero mai un pubblico confronto teologico, ma non riuscirebbero neppure a uscire indenni da un discorso improntato sui fondamenti del Catechismo della Chiesa Cattolica. Quando per buon cuore pastorale e per offrire delle correzioni ho tentato di rispondere, le repliche giunte sono state di una insolenza inaudita: emeriti e profondi ignoranti sulle basi più elementari della dottrina cattolica, mi invitavano a studiare e a non dire fesserie. A quel punto, sia nella mia qualità di sacerdote sia nella mia qualità di teologo, ho dovuto prendere atto che non era possibile dialogare con delle povere persone che falsificano i dati storici, che estrapolano da documenti della Chiesa o dai discorsi dei Sommi Pontefici una frase che poi manipolano per far dire alla Chiesa e al Sommo Pontefice ciò che mai hanno detto, affermato e riconosciuto. Ma soprattutto non ho niente da rispondere a quel genere di persone che guadagnano soldi organizzando pellegrinaggi a Medjugorje o vendendo sconclusionati e sgrammaticati libretti devozionali da loro scritti e pubblicati. Come si potrebbe discutere e rispondere a gente che sulla base di gratuite calunnie non esitano a infangare la memoria di uomini come il venerabile Vescovo Pavao Žanić, pur di difendere il loro idolo? E quanti sono, tra di essi, coloro che millantando mirabolanti conversioni e narrando miracoli straordinari, si sono costruiti una loro economia vendendo santini & sogni sul miraggio di Medjugorje? [esempio: QUI].

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Sempre in quel programma televisivo del 5 marzo, a Paolo Brosio ricordai la figura della tenerissima Maria Goretti, morta appena adolescente nel 1902 per un tentativo di stupro, pronunciando con l’ultimo anelito di vita parole di perdono per il suo assassino, Alessandro Serenelli, il quale sì, che in seguito si convertì sul serio! E con l’anziana madre fu presente alla cerimonia in San Pietro quando la Beata Maria Goretti fu canonizzata nel 1950. Però, Mamma Assunta, povera contadina dell’Agro Pontino era, da tale visse e tale morì, tanto che alla sua morte provvide la Chiesa alla sua sepoltura. E oggi, Mamma Assunta e Alessandro Serenelli, sono sepolti nello stabile della stessa chiesa: la mamma della Santa e l’assassino pentito, convertito e redento. Domanda: è possibile che i sedicenti veggenti di Medjugorje, che da quasi quattro decenni avrebbero tutti i giorni apparizioni della Beata Vergine Maria, non trovino di meglio da fare che aprire alberghi e condurre vite improntate sul lusso? Ammetto con profondo rammarico che dinanzi a tutto questo trovo davvero desolante che la Santa Sede seguiti imperterrita a non pronunciarsi sulla autenticità o meno del fenomeno, quasi come se non avessimo mai ricevuto da Cristo Dio il mandato di custodire e proteggere il suo gregge, anzitutto dai falsi profeti e dai cattivi maestri. 

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A parte le persone sincere, devote e in buona fede alle quali già più volte ho doverosamente accennato, compresi coloro che ogni anno si recano riconoscenti a Medjugorje a pregare, perché visitando un giorno quel luogo tornarono poi alla fede e nel seno della Chiesa, volete sapere da chi è costituito il grande zoccolo duro di quelli che in modo appropriato non ho indicato come fedeli, bensì come fanatikos medjugoriani? Il grosso — e ripeto il grosso, non casi sporadici o casi limite — è costituito purtroppo da persone alla ricerca di tangibile sensazionalismo; è costituito da persone che sino a ieri andavano dalla cartomante a farsi leggere i tarocchi, o che si facevano raggirare dai tele-imbonitori. E queste persone — che ripeto sono molte — hanno solo cambiato oggetto, passando con lo stesso identico spirito magico superstizioso dalla cartomante alla Madonna di Medjugorj.

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Un dato di fatto del genere, qualcuno intende forse nasconderlo sotto la pietosa copertina della … fede popolare dei semplici? Non scherziamo. La fede popolare dei semplici, è tutt’altra cosa. La fede popolare dei semplici, anime da sempre predilette da Dio e creature privilegiate dalla Beata Vergine Maria, è quella dell’indio messicano Juan Diego che si reca dal Vescovo con la tilma sulla quale era impressa l’immagine della Virgen de Guadalupe, è quella di Santa Bernadette, quella dei teneri pastorelli di Fatima, ma non certo quella dei veggenti albergatori che bivaccano tra ville, auto di lusso e bella vita, svolgendo come professione quella di far apparire in giro per il mondo la Madonna più logorroica dell’intera storia della Chiesa. 

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Altra prova portata come inconfutabile: le vocazioni sacerdotali. E su questo discorso sì, che andrebbe avviata una seria e accurata indagine, perché è noto e risaputo che numerosi sacerdoti cosiddetti medjugoriani, sono risultati poi molto problematici sul piano della fede e della dottrina, perché giunti al sacerdozio sulla scia di fragili emotività. Non pochi vescovi si sono ritrovati in seguito a dover contrastare sacerdoti esaltati e ingestibili che ponevano avanti la Madonna di Medjugorje e poi appresso, in secondo piano, la Santissima Trinità, ma sempre in totale funzione della Gospa. Statisticamente è sempre stato molto alto l’abbandono del sacerdozio da parte di questi “preti medjugoriani”, alcuni dei quali finiti poi anche in sette carismatiche e gruppi protestanti pentecostali. Per non parlare delle nuove realtà di vita religiosa fondate sul “carisma di Medjugorje”, perché i vescovi delle varie diocesi italiane che si sono ritrovati a dover poi contrastare con certi soggetti e con non pochi danni da essi recati all’interno delle loro diocesi, potrebbero avere molto da narrare e soprattutto molto da documentare, a partire proprio da quelli di diverse diocesi suburbicarie di Roma.

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La realtà purtroppo triste, è che dopo i lavori di una prima commissione, dopo la contro-relazione della Congregazione per la dottrina della fede, dopo che il Sommo Pontefice avverso a qualsiasi forma di clericalismo ha incaricato un terzo gruppo di studio, dando come poco prima spiegato una solenne sberla alla Congregazione per la dottrina della fede, alla prova dei fatti la Chiesa, ormai alle soglie del 2021, data che segnerà il quarantesimo anno dall’inizio delle presunte apparizioni, non si è mai e in alcun modo pronunciata. E noi preti, che della cosiddetta Chiesa ospedale da campo siamo gli addetti al pronto soccorso d’urgenza, non sappiamo proprio che cosa rispondere, ogni volta che le persone ci interrogano sulla autenticità del fenomeno Medjugorje, mentre al tempo stesso rischiamo di essere resi oggetto delle peggiori contumelie da parte di quei fedeli che, convinti invece della assoluta autenticità, se subodorano un prete “critico” verso questo fenomeno, bene che vada gli muovono guerra cercando di rivoltargli contro quante più persone possibile, dopo averlo bollato: “nemico della Madonna”.

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A mio modesto parere, penso di poter affermare che oggi la Chiesa, in questo momento di profonda crisi e decadenza che l’attraversa, non si pronuncerà neppure mai, lasciando nei guai noi, addetti al pronto soccorso d’urgenza della Chiesa ospedale da campo. Certo, al Sommo Pontefice, noto e severo fustigatore del clericalismo, verrebbe da chiedere: la Chiesa clericale, è quella che dà risposte chiare e precise, all’occorrenza senza temere impopolarità e proteste di massa, oppure quella che non si assume le proprie responsabilità e che rimane sempre sospesa tra il dire e il non dire, nel tentativo vano, anzi del tutto impossibile, di accontentare tutti e non accontentare alla fine nessuno?

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Solo il Sommo Pontefice Francesco I, con parole chiare e decise, potrebbe spiegarci che cosa egli intenda, quando lamenta la piaga del clericalismo, perché purtroppo, noi che non siamo clericali, forse sbagliando, o forse perché non sufficientemente sapienti, dal fetore del peggiore clericalismo ondivago, ambiguo, accomodante e pavido, talvolta ci sentiamo proprio sommersi. E sicuramente, il Sommo Pontefice, per sua speciale grazia di stato, avendo ricevuto da Cristo Dio mandato come suo vicario sulla terra, potrebbe spiegare in modo magistrale a tutti noi che il clericalismo non è mai sapienza e prudenza, meno che mai furbizia da politicanti di bassa lega. Il clericalismo, è clericalismo e basta, basato come tale su quella totale mancanza di assunzioni di responsabilità che sempre e di rigore lasciano poi gli altri, ma soprattutto la Chiesa intera, in guai molto seri. Lasciano nei guai noi sacerdoti, ai quali le persone chiedono, nel pronto soccorso della Chiesa ospedale da campo, delle risposte che noi non possiamo dare, perché solo i preti scellerati, mal formati e soprattutto egocentrici, incuranti di tutte le basilari leggi che regolano la vita della Chiesa, possono prendersi la gravissime responsabilità di emanare un loro personale motu proprio e dichiarare autentico il fenomeno di Medjugorje; fenomeno che mai la Chiesa, sino a oggi, ha dichiarato e definito tale, lasciando per questo motivo, tutti quanti noi, in seri e profondi guai.  

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Dall’Isola di Patmos, 20 aprile 2020

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Ratko Perić

Vescovo di Mostar-Duvno

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[…] Il Vescovo Pavao Žanić [N.d.R 1918 – 2000, predecessore del Vescovo autore di questa relazione] ereditò il “caso erzegovinese” sia come coadiutore sia come ordinario di Mostar-Duvno. Avendo la massima fiducia nelle decisioni e nei decreti della Santa Sede, cercava di risolvere l’ingarbugliato caso per poter consacrarsi ad altre imprese nella vita pastorale. Perciò, assumendo il governo della Diocesi, fedele al Successore di Pietro, insistette presso la Sede Apostolica perché i detti Decreti fossero effettivamente attuati in Erzegovina. San Giovanni Paolo II mostrò tale comprensione della situazione presentata dal Vescovo Žanić che mise in campo la sua autorità autorizzando la Congregazione per i Religiosi a dimettere dall’Ordine dei Frati Minori chi non obbediva alle disposizioni dei Superiori religiosi e della Santa Sede, senza concedergli la possibilità di ricorso al Tribunale ecclesiastico.

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Nelle file dei padri francescani, in particolare i summenzionati due cappellani di Mostar, furono disobbedienti alle decisioni ecclesiastiche. Essi sin dall’inizio ostacolarono la vita pastorale della nuova parrocchia della Cattedrale di Mostar. È qui che si intromise in modo inconsueto la voce della “apparsa” di Medjugorje attaccando il vescovo Žanić, servo fedele della Santa Sede, e proteggendo la disobbedienza dei due cappellani di Mostar.

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Il 24 giugno 1981 comincia la storia del fenomeno di Medjugorje, nel villaggio di Bijakovići, parrocchia di Medjugorje, dove si formò un gruppo di quattro ragazze: Vicka e Ivanka Ivanković, Mirjana Dragićević e Marija Pavlović ― e due ragazzi: Ivan Dragićević e Jakov Čolo, tra i 10 e i 16 anni ― che affermava di avere apparizioni della Madonna ogni giorno. Il parroco di Medjugorje era Fra Jozo Zovko, O.F.M, il vicario parrocchiale Fra Zrinko Čuvalo, O.F.M. Così cominciò il “fenomeno di Medjugorje”.[17]

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Tra i primi “messaggi” delle apparizioni vi fu anche quello che subito diede ragione alla disobbedienza dei coinvolti, e dal dicembre di quell’anno la “apparsa” si schierò apertamente dalla parte dei disobbedienti e contro Mons. Žanić, vescovo diocesano, autorità competente della Chiesa.

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1o – Subito all’inizio delle “apparizioni” ― scrive Mons. Žanić al Vice presidente della Conferenza Episcopale di Jugoslavia ― «Fra Nikola Radić, delegato generale dell’Ordine dei Frati Minori per l’Erzegovina, mi ha detto qualche giorno dopo l’inizio delle apparizioni a Međugorje: “È venuto di corsa un frate a Široki Brijeg, e dice che è apparsa la Madonna a Međugorje, e ha detto che i frati hanno ragione!” I frati che difendono Međugorje l’hanno trasformata in difesa della loro disobbedienza contro il Vescovo e contro la Santa Sede, e in difesa dei loro interessi materiali». [18]

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Ciò nonostante e nonostante varie altre stranezze, inganni e manipolazioni, il Vescovo Žanić fu aperto, nei primi mesi, alle presunte “apparizioni”, sempre cauto sulla soggettività o soprannaturalità delle “apparizioni”. Quando però, la “apparsa”, chiamata “Madonna di Medjugorje”, cominciò a incolpare lo stesso Vescovo, che era mariano non plus ultra, egli prese la posizione di palese negatore dell’autenticità delle “apparizioni”. Seguiamo l’iter cronologico degli attacchi della “apparsa” di Medjugorje contro il Vescovo:

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2o – il 19 dicembre 1981 la “veggente” Vicka nella sua Agenda [19] annotò:

«Ho chiesto del problema erzegovinese, in particolare per quanto riguarda Fra Ivica Vego. La Gospa ha detto che per questi disordini il più colpevole è il vescovo Žanić, di Fra Ivica Vego ha detto che egli non è colpevole, ma il Vescovo ha tutto il potere. Gli ha detto [N.d.R. la Madonna] di rimanere a Mostar e di non andarsene». E, sempre sotto la stessa data, Fra Tomislav Vlašić, nella Cronaca della parrocchia di Medjugorje,[20] chiese alla “veggente” Vicka e annotò:

«Letteralmente che cosa ha detto la Madonna? Ha detto che il vescovo è colpevole dei disordini nella diocesi, o che negli ultimi casi (legati a Ivica [Vego] e Ivan [Prusina]) fa delle mosse sbagliate? Vicka mi ha risposto che la Madonna ha detto che il vescovo ha fatto delle mosse sbagliate, ma che non può ripeterlo letteralmente». Vicka, attenta alla distinzione di Padre Vlašić, si adegua alla frase come la suggerisce Padre Vlašić. La sente dalla «Madonna», sebbene non possa «ripeterlo letteralmente»!

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3o – il 3 gennaio 1982, nell’Agenda di Vicka leggiamo: «Il vescovo non mette ordine e perciò egli è colpevole. Non sarà vescovo per sempre. Io mostrerò la giustizia nel regno». La «Madonna» minaccia così il Vescovo diocesano tramite la sua “veggente”. Sotto la stessa data, nella Cronaca di Padre Vlašić, O.F.M, sta scritto: «I giovani hanno avuto la visione. La cosa più importante è ciò che ha destato l’interesse del Vescovo. Infatti, dietro mio suggerimento, per verificare l’autenticità della risposta della Madonna del 19 dicembre 1981 riguardo al cappellano, ho chiesto ai veggenti di domandare di nuovo a questo proposito».

Risposte dei veggenti:

  1. «La nostra Madre ha inviato un messaggio al caro Vescovo dicendo che egli è stato un po’ precipitoso nella sua decisione e che bisogna ancora una volta riconsiderare e ascoltare tutte e due le parti. […]. Il Vescovo fa disordine e perciò egli è colpevole. Non sarà sempre lui il Vescovo, io farò vedere la giustizia nel Regno».

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4o – L’11 gennaio 1982 leggiamo nella Cronaca della parrocchia: «Hanno chiesto di nuovo dei due cappellani di Mostar, e la Madonna ha ripetuto due volte quel che aveva detto prima». E quindi anche quel che ha detto del Vescovo.

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5o – 14 gennaio 1982 la “veggente” Vicka mente espressamente al vescovo Žanić. Nel Supplemento alle “Informazioni” del Bollettino ufficiale delle Diocesi, il vescovo Žanić, dopo il colloquio con i “veggenti”, registrato su nastro, scrive: «Il giorno 14 gennaio 1982 sono venuti da me i ragazzi, hanno detto che la Madonna li ha inviati (Vicka I., Marija P., e Jakov Č.). (…) La Madonna ha detto che Lei è stato precipitoso in certe cose. Questo ha detto. (…)

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Dice il Vescovo:

«Qualcuno mi ha detto che avevate avuto qualche messaggio per i cappellani di Mostar».

Rispondono i “veggenti”:

«Non ne abbiamo avuto».

Esclamo:

«No?»

Poi domando:

«Quali cappellani?»

Rispondono i “veggenti”:

«Quelli di Mostar».

Aggiungo:

«Non c’era nulla».

Replico:

«Qualcuno mi avrà detto erroneamente».

Ribattono:

«Qualcuno glielo trasmette erroneamente e Lei lo sente erroneamente».

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Prosegue il Vescovo Žanić a documentare in questa sua memoria: «Nel corso della conversazione ancora alcune volte ho posto ai ragazzi la domanda: “C’è ancora qualcosa per il Vescovo?… Ricordatevi ancora qualcosa che riguardi me”… La loro risposta è stata negativa».[21]

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6o – 20 gennaio 1982,  dall’Agenda di Vicka: «Madonna, che succederà col Vescovo? Lui, cambierà il suo atteggiamento? La Madonna ha risposto: “io non voglio affrettarmi. Io aspetto di vedere se egli cederà in seguito ai miei messaggi inviati a lui tramite voi”». Secondo la Cronaca, alla stessa data, la “Madonna” dichiara però che: «Il Vescovo è stato precipitoso nella decisione».

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7o – 3 aprile 1982, il Vescovo Žanić pubblica quanto era stato registrato su nastro: «Il giorno 3 aprile 1982 sono venuti da me Vicka I. e Jakov Č., inviati dalla Madonna. Vicka afferma:

«La Madonna ci ha rimproverati perché l’ultima volta non abbiamo detto tutto… Ha parlato di questo caso e ha sorriso dicendo che ella avrebbe rappacificato tutto da sola… Io non ho alcun’idea di che cosa si tratti… e ha sorriso. (…)».

Domando:

«Perché non avete detto i nomi di quei frati che vogliono cacciare?».

Replica Vicka:

«Ella ha detto di quei frati che anche a loro piace lavorare nella Chiesa come a tutti gli altri, celebrare la messa, i sacerdoti non sono affatto colpevoli, ella ha detto anche i loro nomi, e io non li conoscevo e li ho visti più tardi… Prusina e Vego. Ella dice che essi non sono affatto colpevoli, due volte l’ha ripetuto. Anche Jakov l’ha sentito, c’era anche Marija».

Domando:

«Ti aveva detto questo di loro prima che tu venissi da me la scorsa volta (il 14 gennaio 1982), e ti ha rimproverato perché non me l’avevi detto?».

Risponde Vicka:

«Sì. Perciò mi ha rimproverato tre volte perché non ero venuta e non l’avevo detto…».

Ribatto:

«Di nuovo non ci siamo intesi (Insisto perché si percepisca bene la contraddizione con la risposta del 14 gennaio 1982). La Madonna ti aveva detto di dirmelo prima che tu venissi da me la scorsa volta?»

Risponde Vicka:

«Sì. Ma io non l’avevo detto, ed ella mi ha rimproverato perché non avevo fatto ciò che dovevo, ed io ho parlato molto, ma non ho potuto ricordarmi… Poi ella [la Madonna] ha detto: io penso che questa è una grande vergogna da dimenticare, questo litigio tra i frati e i preti. La gente si rappacifica, ma per loro non c’è nulla da fare…»

Afferma Jakov:

«Ella ha detto che questo è un grande colpo per la Chiesa».

Afferma Vicka:

«Ogni giorno ci dice qualcosa… anche di Lei dice che non ha proceduto giustamente».

Afferma Jakov:

«Che anche Lei ha sbagliato, poiché l’ha fatto».

Afferma Vicka:

«Che ci sono certi sbagli, e che ne so io…»

Domanda il vescovo:

«In che cosa?».

Risponde Vicka:

«In questo caso francescano».

Domanda il Vescovo:

«Quale sbaglio tu ritieni che io abbia fatto?».

Risponde Jakov:

«Ella si riferisce a qualcosa nel caso francescano tra i frati e i preti».

Domanda il Vescovo:

«E tu lo sai di che cosa si tratta?

Risponde Jakov:

«Non lo so».

Replica il Vescovo:

«Io vorrei correggermi se sapessi in che cosa ho sbagliato, ma io ubbidisco al Papa, e quel che il Papa comanda io lo eseguo».

Risponde Vicka:

«Anche Lei deve ubbidire a qualcuno, ma io obbedirei più alla Madonna che a mia madre… certo che preferirei ubbidire alla Madonna che al Papa, certamente!»

Ribatte il vescovo:

«La Madonna non può parlare contro il Papa… Altrettanto devi essere attenta e avere dei dubbi se ella dice qualcosa contro il Vescovo».

Risponde Vicka:

«Non c’è alcun dubbio. Io la sento proprio come ora sento Lei (registrato al magnetofono)».

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Poi continua  il vescovo Žanić: «Quando l’ho comunicato a Fra Tomislav Vlašić, che lavora pastoralmente a Medjugorje, mi ha detto che Vicka è piuttosto impulsiva, precipitosa… [e ha aggiunto]: “Tra Natale e Capodanno mi ha detto che la Madonna le aveva detto che in Erzegovina di tutto è colpevole il Vescovo. Le ho detto che non può essere così…” Gli ho detto: “Non dovevi dire nulla, ma solo mandarla dal Vescovo. Questa è una manipolazione dei ragazzi…”.[22] [ha detto il Vescovo a Padre Vlašić].

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Tali menzogne dei “veggenti” e tali manipolazioni del manipolatore Vlašić erano una prova chiara per il Vescovo Žanić così da indurlo a prendere una posizione risoluta sulla non autenticità e sulle fandonie del fenomeno di Medjugorje.

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8o – 15 aprile 1982, nell’Agenda del 1983 troviamo le espressioni della “Madonna”, scritte da Vicka di proprio pugno: «Qui è colpevole il vescovo e ci sono molti che lo appoggiano».[23] Nella Cronaca manca la data del 15 aprile 1982, non è stata consegnata alla Curia.

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9o – 26 aprile 1982,  nell’Agenda di Vicka leggiamo: «Il vescovo ― dice [la “Madonna”] ― non ha per niente un vero amore di Dio per loro due», «Quel che fa il Vescovo non è secondo la volontà di Dio», «Il Vescovo non fa secondo la grazia di Dio». Nella Cronaca manca la data del 26 aprile 1982.

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10o – 27 giugno 1982, la Cronaca riporta: «Alla domanda: Il Vescovo obietta sul fatto che tu hai detto che Fra Ivica Vego e Fra Ivan Prusina non sono colpevoli. Lo sente come se tu non fossi la vera Madonna poiché non rispetti le disposizioni dei superiori. Vuoi spiegarci il tuo atteggiamento? Ha risposto: “Bisogna rispettare ed obbedire ai superiori. Ma anche loro fanno degli sbagli; di essi devono pentirsi e correggerli. Il Vescovo, ed ancor più quelli che gli danno suggerimenti, con il loro atteggiamento recano danno alla fede…”».

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Un ruolo non del tutto chiaro in tutto questo affare è stato quello del padre gesuita sloveno Radogost Grafenauer,[24] citato dal Vescovo Žanić nella sua relazione: «Verso la fine di gennaio 1983 venne da me Padre Radogost Grafenauer, S.J., con l’intenzione di indagare il fenomeno Medjugorje. Ascoltò una ventina di nastri registrati e decise di non andare a Medjugorje affermando «poiché lì non c’è la Madonna». Su mio suggerimento vi si recò e dopo qualche giorno tornò come “convertito” del Padre Vlašić. Mi portò alcune pagine del testo, le gettò sul tavolo e disse:

            «Ecco, Vescovo, che cosa ti dice la Madonna».[25]

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Riportiamo adesso da quella relazione il colloquio tra Padre Grafenauer e la “veggente” Vicka Ivanković.

Padre Grafenaur: 

«Hai detto al Vescovo che lui è da biasimare e che quei due [Vego e Prusina] sono innocenti e possono esercitare le loro mansioni sacerdotali? 

Vicka: 

«Sì».
Padre Grafenaur: 

«Possono ascoltare le confessioni? La Madonna ne ha parlato?»

Vicka: 

«Sì».

Padre Grafenaur: 

«Se la Madonna dice questo e il Papa dice che non possono…»

Vicka: 

«Il Papa può dire quello che vuole: io dico le cose come stanno».[26]

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Riportiamo adesso da quella relazione il colloquio tra Padre Grafenauer e la “veggente” Vicka Ivanković:

Padre Grafenaur: 

«La Madonna ha detto che il Vescovo è colpevole?»

Marija:

«Sì».

Padre Grafenaur: 

«Appena la Madonna dice che il Vescovo è colpevole, uno comincia subito a dubitare che si tratti della Madonna… Cioè il fatto che i veggenti vadano dicendo che il Vescovo è colpevole…»

Marija:

«Questo è stato detto a noi dalla Madonna».

Padre Grafenaur: 

«Questo suscita la rivolta in Hercegovina e questi non sono frutti buoni. La gente si arrabbierà col Vescovo e lo diffamerà; come la Madonna può fare una cosa simile? La Chiesa sa che la Madonna è buona e che lei non farebbe una cosa simile».

Marija: 

«A noi la Madonna ha detto così».[27]

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Conclusione. Da questi punti elaborati sulla base delle parole letterali dei giovani che si presentano fino ad oggi come “veggenti” della stessa “Madonna”, e da quelle della loro “guida spirituale”, risulta che la “apparsa” di Medjugorje ha attaccato uno strenuo annunciatore della verità sulla stessa Madre di Dio e, invece, ha difeso varie forme di disobbedienze ed immoralità. Anzi ha proseguito a farlo fino al 1985 (fine agosto 1982, il 29 settembre 1982, il 17 gennaio 1984, il 14 novembre 1984, il 5 gennaio 1985).

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Il Vescovo Žanić si presentò per i suoi 23 anni di episcopato come un uomo di piena integrità morale, ascoltato predicatore della verità, instancabile amministratore dei santi sacramenti e coraggioso pastore, pronto a morire per la verità e per il suo gregge.

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Non è degno della Madonna di essere usata come “capoufficio postale” per rispondere a una serie di domande inappropriate e manipolate dei “veggenti” e della loro “guida spirituale” per quanto riguarda il “caso erzegovinese” di centenaria durata.

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Non onora la Madonna presentarla come una manipolatrice, con la sua santa persona, tesa a interferire nel governo ordinario della Santa Sede e del Vescovo diocesano di Mostar-Duvno, per quanto riguarda la giurisdizione dell’attività pastorale dei sacerdoti.

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Non è degno da parte di Vicka rimaneggiare il suo diario, scrivendo le sue esperienze fantasiose del 1981 e della prima metà del 1982 nell’Agenda del 1983.

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Non è degno da parte dei “veggenti” fare, come hanno fatto fin dai primi giorni delle “apparizioni”, pronunciamenti molto preoccupanti, che non corrispondono alla verità ma ingannano i fedeli.

          

Mostar, 2 maggio 2017

+ Ratko Perić, vescovo

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FONTI UFFICIALI E DOCUMENTI:

[1] Pavao Žanić, Liber intentionum, 1959-1982: la nomina pontificia era il 9 dicembre, la comunicazione a Don Pavao Žanić il 28 dicembre 1970, la pubblicazione il 4 gennaio 1971.

[2] Tomo Vukšić (a cura di), Istina oslobađa. Zbornik biskupa Pavla Žanića [La verità ci fa liberi. Miscellanea del Vescovo Pavao Žanić], Mostar, 1992.

[3] Ilija Drmić, „Srebrni biskup jubilarac“ (Il Vescovo del giubileo argenteo), in: Crkva na kamenu, nr. 5/1996, pp. 5 e 12.

[4] T. Vukšić, op. cit., pp. 35-40. Traduzione del testo latino del Sommo Pontefice: «Come sappiamo, le angustie delle situazioni e le difficoltà del Tuo ministero pastorale hanno reso il carico ancor più acerbo, ma non Ti è mai mancata una fede intrepida, anzi, sono grandemente cresciuti il Tuo amore verso tutti, una devozione esimia e la Tua diligenza nella scelta ed educazione dei chiamati al servizio del Signore».   

[5] Raspeta Crkva u Bosni i Hercegovini. Uništavanje katoličkih sakralnih objekata u Bosni i Hercegovini [La Chiesa crocifissa in Bosnia-Erzegovina. La distruzione di edifici religiosi cattolici in Bosnia-Erzegovina], Banja Luka, Sarajevo, Mostar, Zagreb, 1997, p. 208.

[6] Cfr. http://md-tm.ba/clanci/le-apparizioni-dei-primi-sette-giorni-medugorje

[7] Cfr. http://www.md-tm.ba/clanci/il-dodicesimo-anniversario-della-morte-del-ve…

[8] Secondo il Diario di Vicka (III), in data 28 febbraio 1982, la “Madonna” ha detto ai “veggenti”: “potete ringraziare molto Tomislav che vi guida così bene”, la copia presso la Curia diocesana di Mostar.

[9] P. Žanić, La posizione attuale (non ufficiale) della Curia Vescovile di Mostar nei confronti degli eventi di Medjugorje, 30 ottobre 1984, nr. 22.

[10] Nel 2012 Tomislav Vlašić, dopo la riduzione allo stato laicale, ha annunciato di far parte di un gruppo, chiamato “Nucleo Centrale”, di 49 esseri prescelti da Dio nell’universo, insieme alla sua collaboratrice Stefania Caterina. 

[11] http://www.versolanuovacreazione.it/      

ed anche: 

http://www.fortezzadellimmacolata.org/appuntamenti

[12] Marko Perić, Hercegovačka afera [Il caso erzegovinese], Mostar, 2002. Il link diocesano, in croato:

 http://www.md-tm.ba/sites/default/files/hercegovacka_afera.pdf.

[13] Glas Koncila (quindicinale di Zagabria), 14/1975, p. 4.

[14] L’originale latino di Romanis Pontificibus pubblicato sugli Acta Ordinis Fratrum Minorum, Roma, II/1989, pp. 85-89.

[15] Il Decreto pontificio Romanis Pontificibus, versione inglese:

https://cbismo.com/index.php?mod=vijest&vijest=648.

[16] Archivio della Provincia francescana erzegovinese, prot. 160/76, del 10 maggio 1976.

[17] Dražen Kutleša (a cura di), Ogledalo Pravde [Speculum iustitiae], La Curia diocesana di Mostar sulle presunte apparizioni e messaggi di Medjugorje, Mostar, 2001, passim.

http://www.md-tm.ba/sites/default/files/ogledalo_pravde.pdf   

Cfr. anche: 

http://md-tm.ba/clanci/le-apparizioni-dei-primi-sette-giorni-medugorje

[18] S.E. Žanić a S.E. Alojzij Šuštar, Vice presidente della Conferenza Episcopale di Jugoslavia, la lettera del 24. XI. 1983, prot. 1172/1983.

[19] V. Ivanković, Agenda 1983. Si tratta di un calendario fotocopiato di 11 pagine con noterelle scritte da Vicka, di proprio pugno, sui “messaggi” della “apparsa” ai religiosi disobbedienti, fra Ivan Prusina e fra Ivica Vego, cappellani di Mostar, con queste sette date disordinate: il 19-XII-1981; il 3-I-1982; l’11-I-1982; il 20-I-1982; il 26-IV-1982; il 29-IX-1982; fine agosto 1982; il 15-IV-1982; il 16-IV-1982. La copia fu consegnata da Vicka alla Curia di Mostar il 17 maggio 1983, ed è conservata presso l’Archivio diocesano di Mostar. Vedi: Nikola Bulat, Istina će vas osloboditi [La verità vi farà liberi], Mostar, 2006, pp. 52-56 e 99. Tutto il testo in croato, confrontato con gli estratti di p. Radogost Grafenauer, Ivi, pp. 100-114.

[20] Tomislav Vlašić, Kronika ukazanja u župi Međugorje, 1981 -1983 [La Cronaca delle apparizioni nella parrocchia di Medjugorje]. Si tratta della Cronaca, condotta e scritta a mano da fra Tomislav Vlašić dall’11 agosto 1981 al 15 ottobre 1983; l’originale nell’Ufficio parrocchiale di Medjugorje, la copia fu consegnata dall’autore al vescovo Žanić il 16 novembre 1983, conservata presso la Curia diocesana di Mostar. Sull’autenticità della Cronaca vedi l’articolo di N. Bulat, op. cit., pp. 23-33.

[21] “Dodatak ‘Informacijama'” [Supplemento alle “Informazioni”], in: Službeni vjesnik [Bollettino ufficiale], 2/1982, p. 2. Pubblicato come brochure in: croato, francesce, inglese, italiano, tedesco, nr. 7; P. Žanić, Medjugorje, in italiano, Mostar, 1990, nr. 7.

[22] Supplemento alle “Informazioni” del Bollettino ufficiale delle Diocesi, 2/1982, pp. 2-3; P. Žanić, Medjugorje, 1990, nr. 8.

[23] Nell’Agenda di Vicka Ivanković, 15. IV. 1982; N. Bulat, op. cit., Mostar, 2006, pp. 105-106; Il link diocesano del libro, in croato:

http://www.md-tm.ba/sites/default/files/istina_ce_vas_osloboditi.pdf.

[24] Radogost Grafenauer è venuto da Medjugorje a Mostar il 2 febbraio 1983 e ha consegnato al vescovo Žanić vari estratti dai documenti disponibili a Medjugorje, riferentisi al ”caso erzegovinese” e ai due cappellani di Mostar, vedi il testo in croato N. Bulat, op. cit., pp. 57-59.

[25] P. Žanić, Medjugorje, in italiano, Mostar, 1990, nr. 9, p. 5.

[26] P. Žanić, Medjugorje, in italiano, Mostar, 1990, nr. 10, p. 6.

[27] P. Žanić, Medjugorje, in italiano, Mostar, 1990, nr. 12, p. 7.

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Con la Regina del Cielo che gioisce per la risurrezione di Cristo, ci rallegriamo per la falsa Madonna di Medjugorie fuggita dinanzi alla pandemia da coronavirus

13 Aprile 2020/34 Commenti/in Attualità/da Padre Ariel

— attualità ecclesiale —

CON LA REGINA DEL CIELO CHE GIOISCE PER LA RISURREZIONE DI CRISTO, CI RALLEGRIAMO PER LA FALSA MADONNA DI MEDJUGORIE FUGGITA DINANZI ALLA PANDEMIA DA CORONAVIRUS

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Occorreva la pandemia da coronavirus per mettere allo scoperto questi pseudo veggenti che da oltre trent’anni abusano della credulità popolare con messaggi banali e ripetitivi dati da questa sedicente Madonna postina, mentre loro mietevano affari e si arricchivano, mentre conducevano vite tutt’altro che cristiane. O per dirla con un solo esempio: basti pensare al marito di una delle veggenti che ha messo al mondo una figlia con la propria amante, dopo avere costruito un paio di alberghi assieme alla moglie in perenne contatto con questa Madonna postina. E non risulta che la Madonna postina le abbia mai detto: “Figlia cara, cerca di recuperare tuo marito fedifrago, prima che combini qualche brutto guaio, perché sarebbe lesivo alla credibilità di tutto il mercato che avete messo in piedi!”.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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dibattiti sul fenomeno di Medjugorie a Dritto e Rovescio

Durante il Triduo Pasquale non sono andato in giro per studi televisivi, come sui social alcuni hanno scritto. Collegato da casa mia ho partecipato al programma Dritto e Rovescio andato poi in onda Giovedì Santo [puntata del 9 aprile QUI a partire al minuto 02:30:00]. Così, alle porte della Pasqua, siamo tornati a discutere sulle Sante Messe celebrate senza la presenza dei fedeli in questo periodo di pandemia, con noi sacerdoti impegnati a offrire suffragi per le anime dei defunti e supplicando la misericordia di Dio per i vivi e soprattutto per gli ammalati [vedere anche la puntata del 26 marzo, QUI dal minuto 02:05:15].

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Durante quel dibattito televisivo mi sono accapigliato col giornalista Paolo Brosio, col quale già in passato avevo discusso in un’altra puntata animandomi sul discorso della Madonna di Medjugorie [puntata del 5 marzo QUI dal minuto 02:09:45]. Adesso, sia per quanto riguarda la sospensione delle sacre liturgie pubbliche sia per quanto riguarda la falsa Madonna dei sedicenti veggenti di Medjugorie, desidero chiarire ciò che non si può chiarire in una trasmissione televisiva. Infatti, se nell’ambito di questo programma o di qualsiasi altro, avviassi un discorso filosofico, metafisico e teologico, il conduttore mi dovrebbe interrompere. Sia chiaro che io stesso, se conducessi una trasmissione come quella dell’amico Paolo Del Debbio, non esiterei a interrompere un ospite, se prendesse la tangente verso certi discorsi molto specialistici. Già in passato ho spiegato in un mio articolo quelle che sono le regole di una grande azienda televisiva che vive e si regge sulla pubblicità e sugli ascolti [vedere QUI]. Sicché, chi partecipa a certi programmi, deve far passare entro brevi spazi, con linguaggio semplice e immediato, alcuni messaggi, ma non più di questo è possibile.

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Dissertando all’areopago con gli ateniesi, quale stile e linguaggio usò il Beato Apostolo Paolo? Un linguaggio a loro comprensibile, come prova il suo discorso [cf. At 17, 22-34]. Sicuramente, da grande comunicatore qual era, possiamo dedurre che a un adeguato stile oratorio unì una gestualità idonea a quel luogo e a quel pubblico, tanto i greci erano influenzati dalla cultura del loro teatro, al linguaggio del corpo, al tono della voce e via dicendo.

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In questi giorni di laicale catto-schizofrenia, l’argomento “inoppugnabile” di giustificazione di coloro che sono contrari alla sospensione delle sacre celebrazioni pubbliche è che «… si può andare a fare spesa nei supermercati ma non si può andare alla Messa di domenica». In questo modo si cerca di dire che per un cristiano i beni spirituali dovrebbero essere superiori a quelli materiali e che per l’uomo dovrebbe essere più importante salvare la propria anima immortale, anziché salvare il proprio corpo corruttibile in questo mondo. Soprassediamo sul fatto che l’anima immortale è racchiusa nel corpo mortale e che la Chiesa, dopo la cessazione delle persecuzioni contro i cristiani dei primi secoli, ha fondato ospedali e ricoveri per ammalati, anziani e bisognosi, cosa questa già spiegata in precedenza in altri miei articoli [vedere, QUI, QUI], ma come risaputo non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire  …

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… secondo questa errata definizione data da Paolo Brosio, che in ciò si è fatto portavoce di un diffuso sentire, la Chiesa si sarebbe piegata al materialismo e ai principi dell’utilitarismo, quindi alle logiche di questo mondo. Inutile dire che per me sacerdote è inaccettabile che un laico cattolico, nel contesto di una pubblica trasmissione che giunge a milioni di ascoltatori, contesti un intero collegio episcopale in base al “io sento … io penso … io ho vissuto …”. Se quindi sono presente ho il dove di difendere i vescovi e i provvedimenti da loro presi, perché sono loro i successori dei Beati Apostoli e i Pastori della Chiesa, non il “io sento … io penso … io ho vissuto …” dell’emotivo Paolo Brosio. Beninteso: sarebbe assurdo negare ― e specie da parte di un soggetto come me ― che una triste e ampia fetta di clero è caduto da alcuni decenni in una crisi dottrinale che ha generata una spaventosa crisi morale. Né mai potrei negare che una simile patologia è frutto delle peggiori eresie moderniste penetrate ormai da decenni dentro la Chiesa sino ai suoi più alti vertici. Posso pertanto denunciare le mediocrità e le inadeguatezze pastorali dei nostri desolanti pastori — cosa che ho fatto spesso e in modo severo con libri e articoli [vedere QUI] —, ma mai metterei in dubbio per un solo istante la loro autorità apostolica e l’obbedienza a essi in ogni caso dovuta, persino ai vescovi gravati dalle peggiori limitatezze pastorali, dottrinali e morali.

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Il ragionamento di Paolo Brosio è quindi falso perché contraddice anzitutto i basilari princìpi logici e metafisici del depositum fidei. Spieghiamo e chiariamo il tutto: è vero che i beni spirituali sono superiori a quelli materiali, ma lo sono proprio in quanto di ordine superiore, cosa che ci insegnano i Santi padri e dottori della Chiesa, da Sant’Agostino a San Tommaso d’Aquino. Pertanto questi due beni, materiali e spirituali, non possono essere messi sullo stesso piano, meno che mai posti a confronto, sino a giungere a una vera aberrazione che costituisce il peggiore sprezzo verso la logica e la metafisica, ossia porre in contrapposizione i supermercati e le chiese, o affermare che si può andare in tabaccheria a comprare sigarette ma non in chiesa a ricevere la Santa Comunione. A queste tesi aberranti e illogiche sul piano squisitamente metafisico, si aggiungono accuse al Governo Italiano e a quella che molti definiscono ormai come «la Conferenza Episcopale Italiana serva del potere politico».

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La tesi fideistico-spiritualista di Paolo Brosio, finisce col ricadere e affogare proprio in quel becero materialismo che egli vorrebbe condannare in nome di una fede che non è tale, ma che è solo un fideismo dal quale è generato un concetto magico-utilitarista dei Sacramenti di grazia. Non a caso, la grande porta di accesso al materialismo, spesso è quella falsa fede animata da devozionismo emotivo e irrazionale. Mentre invece la fede richiede la ragione e la ragione richiede la fede, come insegnava un caposcuola della scolastica, il Santo dottore della Chiesa Anselmo d’Aosta.

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Forse mi arrabbio con Paolo Brosio perché mi sta antipatico? Giammai! Per lui provo tenerezza e spero che nel suo errore sia animato da buone intenzioni, non perché anche lui, come i personaggi di cui parleremo appresso, tra conversioni e madonne parlanti si è creato il proprio mercato. Soprattutto mi piacerebbe poterlo aiutare sia come sacerdote sia come teologo. Se mi sono arrabbiato è perché egli danneggia le anime dei semplici, peraltro in un momento di grande confusione, usando la notorietà e la visibilità pubblica che ha. Per questo, gli ho urlato.

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Applicare quindi la logica «si può andare al supermercato e in tabaccheria ma non alla Messa», vuol dire applicare una logica inferiore a una realtà metafisica di ordine superiore che, in quanto tale, dispone di conseguenza di risorse di natura superiori, a partire dall’onnipotenza di Dio. Questo modo di ragionare è grossolanamente illogico al punto tale che farebbe impallidire tutti gli ostili alla religiosità, da Tito Lucrezio Caro a Karl Marx che commenterebbero: “Neppure noi eravamo mai giunti a tanto!”. 

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Questi concetti aberranti prendono vita quando emotivi-fideisti, o quando teologi fai-da-te parlano di Chiesa e Sacramenti senza essere animati dalla fede che trascende, bensì mossi dall’elemento soggettivo-emotivo, finendo così ripiegati in forme di feticismo. A quel punto i Sacramenti si mutano in qualche cosa di magico, di superstizioso, ma soprattutto di materialista e utilitarista, o peggio in un diritto dovuto. Cosa questa che credo di poter dire, se come forse mi illudo ho imparato davvero qualche cosa sulla dogmatica sacramentaria e sulla storia del dogma, ma soprattutto come persona che ha ricevuta per anni e anni una formazione da sapienti maestri, che sono indispensabili a un autentico cammino di fede, per poi procedere alle speculazioni teologiche, ma soprattutto per crescere nella esperienza di fede autentica.

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Dinanzi alla assurda “logica” basata sul cavallo di battaglia di certi emotivi irrazionali: «Ci lasciate andare a fare la spesa al supermercato … si può andare alle tabaccherie a comprare le sigarette … ma non andare alla Messa, che è cosa ben più importante!», San Tommaso d’Aquino, che pure era soprannominato il bue muto, avrebbe urlato molto più di me, all’incirca come quando cercò di appiccare fuoco alla sua monumentale opera urlando: «Tutto è paglia, tutto è paglia!», dopo avere avuta una visione e percepito in tal modo più da vicino il mistero di Dio.

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Nella sua disarmante ignoranza Paolo Brosio non sa neppure cosa sia la fides catholica né cosa sia un cammino di autentica conversione, al punto da mettersi in “contrapposizione” con un intero Collegio Episcopale che ha deciso di sospendere le pubbliche celebrazioni liturgiche in questo periodo di pandemia, esordendo nella trasmissione del 9 aprile: «… io non sono assolutamente d’accordo!». Ebbene bisogna ricordare a Paolo Brosio che vescovi e sacerdoti, per quanto indegni peccatori, hanno ricevuto per mistero di grazia un mandato che procede per ordine soprannaturale e che valica le squallide e immorali miserie delle nostre persone umane, sino a renderci spesso fonte anche dei peggiori scandali. A noi è stato dato da Cristo mandato di guidare il Popolo di Dio, non al Popolo di Dio mandato di guidare i suoi Pastori. Non a caso, nella precedente puntata, per due volte gli ricordai: «… io sono un ministro in sacris e dalla Chiesa ho ricevuto il preciso mandato a insegnare, santificare e guidare il Popolo di Dio, tu come laico, che mandato hai ricevuto dalla Chiesa?» [puntata del 5 marzo QUI, minuto 02:09:45]. Ne consegue dunque che Paolo Brosio, che è un emotivo-madonnolatra-fideista, non sa neppure cosa sia l’obbedienza nella fede, cosa che pregiudica in lui la vera esperienza cristiana, perché il suo essere è interamente ripiegato sull’emotivo “io sento … io penso … io ho vissuto …”, ergo ciò che sento, penso e ho vissuto è autentica fede e, chiunque osi contraddirmi, fosse pure un vescovo, un sacerdote o un teologo che ne sa qualche cosa, è un nemico della “mia” fede.

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All’interno della logica perversa sin qui descritta accade che, chiunque non accetti le apparizioni e i messaggi dati ai sedicenti veggenti dalla sedicente Madonna di Medjugorie, è un blasfemo, a partire da tutti i vescovi bosniaci che si sono sempre opposti alla autenticità di queste apparizioni. Non a caso, sempre nel primo di questi dibattiti televisivi avuto con me il 5 marzo, Paolo Brosio giunse sul finire a infamare il defunto Vescovo di Mostar, S.E. Mons. Pavao Žanić [1918-2000] accusandolo di essere stato un emissario del vecchio regime comunista. Si tratta di una falsa calunnia messa in giro dai fanatici fanatizzanti di questa falsa Madonna che appariva a comando, come quel Vescovo disse poco dopo l’inizio delle presunte apparizioni e come tutt’oggi ripetono i Vescovi di quella regione, che mai hanno creduto all’autenticità delle apparizioni, seguitando a esprimersi unanimi nei successivi tre decenni con giudizi negativi, a partire dall’attuale Vescovo della Diocesi di Mostar, S.E. Mons. Ratko Perić, che in una relazione in difesa del suo predecessore, insolentito dai fanatici della risma di Paolo Brosio, in tempi molto recenti, nel 2017, in tono severo afferma:

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«Non è degno da parte dei “veggenti” fare, come hanno fatto fin dai primi giorni delle “apparizioni”, pronunciamenti molto preoccupanti, che non corrispondono alla verità ma ingannano i fedeli» [Vedere testo in traduzione italiana nel sito ufficiale della Diocesi di Mostar, QUI].

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Dal tutto ne deriva che la conseguenza del fideismo è la fanatizzazione, che può giungere sino alle forme più estreme: la demonizzazione dell’avversario e la distruzione della sua credibilità. Per farsene un’idea basti leggere cos’hanno rovesciato su di me sui social media [vedere QUI], inclusi personaggi che sul mercato di Medjugorie ci campano e che mi imputano ciò che mai ho detto, senza essersi mai premurati di leggere ciò che con precisione teologica ed ecclesiologica ho scritto dissertando sul tema di questo fenomeno, al quale non credo e al quale sono libero di non credere fino a quando la Chiesa non mi dirà il contrario [vedere QUI].

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Paolo Brosio sarebbe divenuto autenticamente cristiano, ma soprattutto si sarebbe convertito per davvero, se anziché le panzane dei sedicenti veggenti di Medjugorie avesse prestato ascolto al pagano Aristotele, il cui pensiero, assieme a quello del pagano Platone, è stato poi usato come strumento dai grandi Santi Padri della Chiesa per speculare sugli arcani misteri di Dio e sull’Incarnazione del Verbo di Dio fatto uomo. Infatti, ai percorsi autentici di fede, si applica il principio aristotelico della legge che è «ragione priva di passione». Vale a dire: se non siamo liberi dalle passioni o dagli umori umani, non possiamo trascendere, rimanendo sempre entro quei limiti che costituiscono insormontabile freno affinché si possano penetrare gli arcani misteri della fede, procedendo attraverso la ragione: fides et ratio.  

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Quando ho urlato che finalmente la Madonna di Medjugorie è fuggita dopo trent’anni di teatrini dei sedicenti veggenti, è stato solo per andare al cuore del problema, trasmettendo un concetto attraverso una iperbole tipica della predicazione paolina, rendendo il tutto comprensibile al pubblico che seguiva da casa, spiegando in modo animato che per la prima volta nella storia della Chiesa abbiamo avuta una Madonna scappata durante una pandemia. In questo modo la cosiddetta Gospa ha ampiamente contraddetta l’intera mariologia, perché alla intercessione della Vergine Maria è attribuita la cessazione improvvisa della grande peste del 1347, lo provano le chiese costruite negli anni successivi, per la gran parte dedicate in segno di riconoscenza alla Mater Dei. E tutt’oggi, storici della medicina e virologi, non sono stati in grado di spiegare in che modo quella pandemia cessò d’improvviso dopo avere sterminata circa metà della popolazione europea. Ve la immaginate la Madonna che nel 1571 fosse fuggita durante la battaglia di Lepanto all’arrivo dei musulmani? Invece, proprio alla sua intercessione, è attribuita la vittoria della Lega Santa, al punto che il Santo Pontefice Pio V istituì la festa di Santa Maria delle Vittorie, riconoscendo che quella vittoria era da attribuire alla potente intercessione della Mater Dei …

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Occorreva la pandemia da coronavirus per mettere allo scoperto questi pseudo veggenti che da oltre trent’anni abusano della credulità popolare con messaggi banali e ripetitivi dati da questa sedicente Madonna postina, mentre loro mietevano affari e si arricchivano, mentre conducevano vite tutt’altro che cristiane. O per dirla con un solo esempio: basti pensare al marito di una delle veggenti che ha messo al mondo una figlia con la propria amante, dopo avere costruito un paio di alberghi assieme alla moglie in perenne contatto con questa Madonna postina. E non risulta che la Madonna postina le abbia mai detto: “Figlia cara, cerca di recuperare tuo marito fedifrago, prima che combini qualche brutto guaio, perché sarebbe lesivo alla credibilità di tutto il mercato che avete messo in piedi!”. Sinceramente non so se il marito fedifrago e la sua amante, la bambina, l’hanno chiamata Immacolata in onore della Beata Vergine, quindi mi fermo a questo esempio senza andare oltre, riguardo questi personaggi sui quali Paolo Brosio ha costruita la propria fede dopo una folgorante conversione che, ripeto, è stata null’altro che un moto emotivo da analizzare nell’ambito psichiatrico, più che alla luce delle grandi conversioni della storia avvenute nei tanti Shaul di Tarso, Aurelio di Tagaste o Ignazio di Loyola che hanno percorso la storia della Chiesa. 

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Se vogliamo fare un discorso di pura spiritualità basterebbe chiedersi: persone che da trent’anni parlano veramente con la Beata Vergine Maria, è possibile che abbiano tempo e voglia di dedicarsi agli affari, di costruirsi ville, di aprire alberghi, di avere mariti che se la spassano con le amanti e via dicendo a seguire? Prima ho accennato a San Tommaso d’Aquino che stava per incenerire la sua monumentale Summa Theologiae dopo avere avuto solo un piccolo accenno a quella che è la dimensione divina. Troppi altri casi simili costellano la storia della Chiesa, inclusi Santi e Sante che dovevano essere obbligati a nutrirsi, perché erano capaci a stare per giorni senza mangiare e bere. Soprattutto, la gran parte di essi, dopo avere avuto visioni e apparizioni, quindi dopo avere avuto solo un piccolo assaggio della beatitudine eterna, quasi sempre sono morti poco tempo dopo, altro che dedicarsi agli affari e alla ricerca della bella vita!

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Partiamo a monte. In seguito alle prime presunte apparizioni del 1981 si ebbe la prima dichiarazione ufficiale della Conferenza Episcopale della ex Jugoslavia: dopo dieci anni di studio i vescovi decretarono unanimi che non si trattava di un evento di natura soprannaturale. Anziché intervenire e mettere sùbito dei paletti, la Santa Sede lasciò che il fenomeno proseguisse ad andare avanti senza alcuna risposta ufficiale, assumendo sempre più i connotati di una vera e propria religione parallela. A vent’anni da quel primo responso, il Sommo Pontefice Benedetto XVI istituì il 17 marzo 2010 una Commissione internazionale per lo studio di questo fenomeno. Nel 2014, sotto il pontificato di Francesco I, la Commissione concluse i propri studi e giunse ad ammettere, tra le varie cose, che i sedicenti veggenti avevano un rapporto ambiguo col danaro ed erano emerse dallo studio e dall’analisi delle loro persone evidenti carenze spirituali:

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«I testimoni del segno soprannaturale a loro originariamente indirizzato, hanno ora effettivamente un rapporto per alcuni aspetti ambiguo con il denaro, però, più che situarsi sul versante dell’immoralità, si situa nel versante della struttura personale, spesso priva di un solido discernimento e di un coerente orientamento» […] «È mancata loro una attendibile e continuativa guida spirituale, nel corso di questi trent’anni. Vi sono, semmai, molti indizi di protagonismi spirituali esibiti e di relazioni pastorali mancate» 

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Su uno dei sedicenti veggenti in modo particolare la Commissione puntualizza:

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«Raggiunge il suo apice nel caso di Ivan Dragicevic, i cui continui incontri e conferenze sul fenomeno di Medjugorje sembrano costituire l’unico suo lavoro e sostegno. Egli inoltre ha mentito più volte ed è meno credibile anche nel modo in cui parla delle sue esperienze con la Gospa».

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La Commissione ritenne che le prime sette apparizioni avvenute agli inizi degli anni Ottanta del Novecento potessero essere autentiche, ma non quelle delle successive che si sarebbero verificate nel corso degli ultimi trent’anni, mettendo anzi in luce la progressiva banalizzazione del contenuto e della forma dei messaggi comunicati quotidianamente. Detto questo va precisato: coloro che esultano affermando che la Chiesa ha approvato le prime sette apparizioni, o mentono, o sono ignoranti. Il parere dato da una commissione meramente consultiva incaricata per lo studio, non è un riconoscimento da parte della Chiesa, che sino a oggi non c’è mai stato. Per adesso si è avuto solo l’esito di uno studio sul quale la Chiesa, attraverso la suprema autorità del Sommo Pontefice, dovrà esprimersi. 

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Talune cordate di fanatici medjugoriani procedono in modo illogico attraverso l’elemento emotivo unito al totale stravolgimento dei fatti, tipico questo delle psicologie fanatiche e fanatizzanti, conferendo a commissioni, oppure a decisioni precauzionali o di controllo, rango di indiscutibile riconoscimento da parte della Chiesa. Non solo — come abbiamo appena detto —, la Commissione di studio non ha riconosciuta la autenticità di alcunché, perché c’è di peggio: quando la Commissione presentò l’esito del suo lavoro alla Congregazione per la dottrina della fede, questo competente dicastero giudicò l’esito del lavoro inficiato da superficialità e troppo accomodante nei confronti del fenomeno Medjugorie. Quella contro-relazione della Congregazione per la dottrina della fede fu talmente dura che il Sommo Pontefice decise di chiedere un ulteriore parere a un gruppo di teologi di sua fiducia. Detto questo: i capifila di certe cordate fanatiche, sono forse in grado di esibire un documento ufficiale di riconoscimento suggellato dal Romano Pontefice? Perché questo è il punto centrale sul quale i fanatici fanatizzanti della parallela religione medjugoriana soprassiedono: dov’è l’atto ufficiale col quale la Chiesa, tramite l’augusta persona del Romano Pontefice, dichiara autentico il fenomeno? Dov’è il documento col pronunciamento della Chiesa: dov’è?   

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A quel punto, i fanatici fanatizzanti medjugoriani procedono a stravolgere i fatti e a conferire, per esempio ad atti amministrativi di puro controllo, rango di approvazione al fenomeno. Vediamo come, ma prima ricapitoliamo che: posto che la commissione istituita dalla Chiesa non ha mai riconosciuto questi tre decenni di apparizioni e di messaggi a getto continuo, non essendo peraltro nei suoi poteri; posto che la commissione ha dovuto ammettere con imbarazzo l’inquietante «rapporto dei veggenti con il danaro»; posto che la commissione ha dovuto ammettere la scarsa formazione spirituale degli pseudo-veggenti; posto che la commissione ha negata ogni autenticità ad apparizioni e messaggi che si sono protratti per tre decenni; posto che la Chiesa non ha mai dato sino a oggi alcun riconoscimento ufficiale … ciò premesso ecco che a quel punto Paolo Brosio, seguendo lo schema tipico della fanatizzazione giocata sullo stravolgimento totale della realtà, sempre nella puntata del 5 marzo ha tentato di far passare l’invio a Medjugorie di un Arcivescovo in qualità di visitatore apostolico come una approvazione del Sommo Pontefice Francesco. Ma si tratta appunto di un totale stravolgimento del dato reale: S.E. Mons. Henryk Franciszek Hoser, Arcivescovo emerito di Varsavia, è stato inviato dal Sommo Pontefice come visitatore apostolico per controllare ciò che in quel luogo accade, come replicai con una breve battuta nella puntata di Dritto e Rovescio del 5 marzo a Paolo Brosio che, spaziando però su questo tema fuori dal reale — e spero lo sia per ignorante buonafede —, tentò di far passare l’Arcivescovo visitatore apostolico come “segno di approvazione”. Tutt’altra la realtà: appena giunto a Medjugorie il visitatore apostolico proibì per prima cosa che nelle omelie e nelle sacre celebrazioni fosse fatto qualsiasi genere di riferimento diretto o indiretto ai messaggi dati a getto continuo dalla Gospa agli pseudo veggenti, salvo immediata sospensione dalle facoltà di poter esercitare il sacro ministero sacerdotale in quel luogo dei sacerdoti che non si fossero attenuti a quella disposizione. Dinanzi a questi fatti e molto altro ancòra: che cos’hanno da raccontarci certi personaggi fanatici e fanatizzanti, inclusa Radio Maria diretta da Padre Livio Fanzaga, riguardo la nostra grande avvocata, la nostra potente fonte di intercessioni presso Dio, “miserabilmente fuggita” al sopraggiungere del coronavirus? [riguardo Padre Livio Fanzaga vedere questo mio precedente articolo, QUI]. Dovrebbe essere ovvio anche alle persone più limitate di questo mondo che la mia espressione sulla “Madonna in fuga” è tutta riferita ai sedicenti veggenti, spiazzati e infine sgominati da una inaspettata pandemia da Covid-19. Ma i fanatici sono tali proprio perché rifiutano di aprire gli occhi e di ragionare anche dinanzi agli elementi più evidenti che smentiscono l’oggetto del loro fanatismo, anzi, come ho appena dimostrato prendono gli elementi di reale smentita, li capovolgono, li falsificano e poi li presentano addirittura come approvazioni. A questo modo, da sempre, agiscono le psicologie dei fanatici caduti in quelle forme d’integralismo religioso che li rendono completamente privi di senso logico e di elementare spirito critico e analitico, per i quali non esiste la realtà ma solo la loro surreale realtà parallela.

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La mia affermazione: «Grazie al coronavirus la Madonna è scappata», è stata una provocazione che ha fatto urlare alla blasfemia chi non comprende perché non vuol comprendere. La provocazione non è fine a sé stessa ma si basa su fatti, non su malevole interpretazioni. O come in breve ho spiegato durante quel programma del 9 aprile: non era mai avvenuto nella storia della Chiesa che una apparizione protratta per oltre trent’anni cessasse nella piena emergenza di una pandemia conclamata. Questo è stato infatti il momento nel quale questa sedicente Madonna avrebbe annunciato alla falsa veggente Mirjana che non le sarebbe più apparsa a frequente cadenza, ma solo una volta all’anno. Non è forse una strana coincidenza, specie considerando che il tutto non era nel messaggio ufficiale del 18 marzo, ma solo una “confidenza” rivolta alla falsa veggente, o come dire: un dialogo privato tra donne?

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Tutte le grandi menzogne messe in piedi da personaggi analoghi, sempre e di rigore si basano su rivelazioni, su un futuro terrificante da venire, su segreti terribili che prima o poi saranno svelati … insomma: tutto è giocato sull’elemento magico-emotivo della paura. Quindi la seconda puntata dell’ormai saga ridicola della Gospa-Story sarà quella dei fantomatici dieci segreti che dovrebbero essere svelati dopo un segno straordinario visibile in tutto il mondo. E qui faccio notare che a certi soggetti non è molto chiaro che il tempo passa e, come suol dirsi, tutti i nodi vengono poi al pettine. A tal proposito ricordo che nel 2001, alla sedicente veggente Vicka, dopo vent’anni dall’inizio delle apparizioni e dopo la rivelazione dei tremebondi segreti, fu chiesto: «Se non puoi comunicare la data dei segreti, puoi almeno dirci con una metafora calcistica, a che punto siamo del match?». Rispose Vicka: «È già iniziato il secondo tempo», dando così implicitamente come limite il 2021 [vedere QUI]. Dal gennaio del 2018 la trombetta della religione medjugoriana, Padre Livio Fanzaga, ammonisce che «i tempi sono vicini» e che «la rivelazione dei segreti è imminente» [vedere QUI]. Vedremo a breve che cosa s’inventeranno questi personaggi, o quale eventuale ripensamento metteranno in bocca alla Gospa, dopo essersi imprigionati da loro stessi in un castello di menzogne. Faranno all’incirca come i Testimoni di Geova che più volte annunciarono la fine del mondo, cambiando poi date o dicendo che c’era stato un errore di calcolo … Perché a questo sono giunti i capocomici della Gospa-Story: alla cabbala gospara. Un fatto è certo: la pandemia ha fatto cessare apparizioni e messaggi e fatta fuggire dopo tre decenni questa falsa Madonna postina. Qualcuno vuole smentire questo palese dato di fatto? 

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Concludo chiarendo: se la Chiesa mi dirà il contrario, io dirò a Paolo Del Debbio e agli amici della Redazione di Dritto e Rovescio che ho il dovere morale, come cattolico e come presbìtero, di presentarmi a quella stessa trasmissione per chiedere pubblicamente perdono agli pseudo veggenti di Medjugorie e a Paolo Brosio. Ma solo quando la Chiesa mi dirà che sono in errore, finché ciò non avverrà seguiterò a chiamare quegli oscuri personaggi “ciarlatani”, che nel senso etimologico del termine significa: imbonitori che si approfittano della buona fede e della credulità delle persone, anche per un tornaconto personale. Quindi proseguirò a indicare quella di Medjugorie come una “falsa Madonna” che dopo tre decenni di chiacchiere e messaggi di desolante banalità — in non pochi dei quali sono contenuti anche errori dottrinali —, dinanzi a una epidemia è scappata, anziché confortarci e intercedere per noi, come sempre ha fatto nel corso della storia e dell’economia della salvezza la Mater Dei.

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Fenomeni di questo genere, con i mostri che ne derivano, nascono da quando la Chiesa ha rinunciato all’esercizio della propria autorità, attendendo che le cose si sistemassero da sé, salvo però cadere, ad autorità distrutta, in forme di bieco autoritarismo, quelle con le quali oggi si colpiscono e si bastonano a sangue sia gli innocenti sia i servitori fedeli, mentre i ciarlatani come i sedicenti veggenti di Medjugorie prolificano, ingrassano e recano danni immani al Popolo di Dio e alla credibilità stessa della Chiesa mater et magistra.

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dall’Isola di Patmos, 13 aprile 2020

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