Gli omosessuali e quella virtù cardinale della prudenza che il Sommo Pontefice dovrebbe esercitare, essendo sulla terra il Successore dell’Apostolo Pietro, non il Successore di Cristo

— attualità ecclesiale —

GLI OMOSESSUALI E QUELLA VIRTÙ CARDINALE DELLA PRUDENZA CHE IL SOMMO PONTEFICE DOVREBBE ESERCITARE, ESSENDO SULLA TERRA IL SUCCESSORE DELL’APOSTOLO PIETRO, NON IL SUCCESSORE DI CRISTO

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Il Romano Pontefice è sì il Vicario di Cristo, ma non è Cristo, è il suo vicario sulla terra, non il suo Successore sulla terra. Il Sommo Pontefice è il Successore di Pietro, non il Successore di Cristo. Quindi non può essere più “aperto” e più “buono” di Cristo stesso. Né può abolire ciò che Cristo ha stabilito anche attraverso la creazione dell’uomo e della donna, creati per mezzo di Lui e in vista di Lui (cfr. Col 1,16).

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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PDF  articolo formato stampa
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«I bambini non si comprano» – Se il disegno di legge contro la omotrasofobia sarà convertito in Legge dello Stato, per una immagine come questa si rischierà il carcere. 

Da giorni ascolto fedeli cristiani turbati dalle recenti affermazioni del Romano Pontefice sulle unioni civili tra persone con tendenze omosessuali. Aggiungo a costoro diversi confratelli sacerdoti che si sono ritrovati spiazzati e imbarazzati per queste esternazioni private del Papa. Noi sacerdoti, fedeli a ogni Successore di Pietro, sappiamo, quanto certe affermazioni producano nel comune sentire precedenti che rendono poi problematica e difficoltosa la pratica pastorale, sacramentale e morale. Come già accaduto in passato con la esortazione apostolica post-sinodale Amoris Laetitia. Questo a causa di una debolezza formativa intrinseca delle persone che non riescono più a distinguere tra un pronunciamento magisteriale della Chiesa e un pettegolezzo ecclesiale. Detta in altri termini: per gli uomini di oggi ― compresi molti cristiani ― non c’è nessuna differenza tra una intervista a braccio del Pontefice con Eugenio Scalfari o con Antonio Spadaro, una enciclica e un motu proprio summorum pontificum.

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Per questo non intendo soffermarmi di proposito sull’analisi delle parole ambigue presenti in quel documentario di Evgeny Afineevsky mostrato alla Festa del Cinema di Roma di pochi giorni fa. L’opera del regista russo, da più parti è stata definita come «un buon prodotto, capace di tratteggiare il profilo di un Pontefice che è proteso verso le periferie, nel dare ascolto alla comunità tutta, soprattutto agli ultimi e ai distanti» [cfr. QUI].

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Una valutazione ardita, questa, che potrebbe avere anche un merito ai fini dell’arte cinematografica, ma che appare totalmente lesiva per l’autorità e la dignità del Papa che non può essere paragonato e assoggettato a un qualsiasi uomo in forza del suo ruolo spirituale e morale che riveste per tutta la cattolicità. Nel progetto cinematografico documentaristico il Papa dell’inclusività avrebbe affermato:

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«Le persone omosessuali hanno il diritto di essere in una famiglia. Sono figli di Dio e hanno diritto a una famiglia. Nessuno dovrebbe essere estromesso o reso infelice per questo. Ciò che dobbiamo creare è una legge sulle unioni civili. In questo modo sono coperti legalmente. Mi sono battuto per questo» [cfr. QUI].

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Di fronte a questa affermazione, possiamo annoverare la testimonianza dell’attivista cileno Juan Carlos Cruz, presente anche lui all’evento cinematografico di Roma, che ha affermato:

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«Quando ho incontrato Papa Francesco mi ha detto quanto fosse dispiaciuto per quello che era successo. Juan, è Dio che ti ha fatto gay e comunque ti ama. Dio ti ama e anche il Papa poi ti ama».

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Unendo il documentario del regista russo alla testimonianza dell’attivista cileno si confeziona così una ben precisa intenzionalità con cui leggere la figura del Pontefice, riducendolo a un capo fazione. Purtroppo, un tale tentativo non serve, perché la figura del Papa non si regge in forza di recensioni o valutazioni soggettive, bensì la figura del Papa è autentica in base a quello che ha stabilito Cristo stesso per lui, costituendolo suo vicario e rappresentante in terra. Ecco perché non serve fare l’analisi dell’intervista al Papa e cercare di ricostruire una complessa esegesi con l’unico scopo di scagionare o incolpare il Romano Pontefice. Tanto meno serve una interpretazione in bonam partem di certi teologi che hanno il solo scopo di salvare il salvabile e far dire al Papa quello che forse egli non ha mai pensato, detto o semplicemente ipotizzato. Perché bisogna anche fare i conti con quest’altra tipologia di soggetti: quelli che da sette anni si sono ormai specializzati a far dire al Sommo Pontefice ciò che non ha detto, trovando nelle sue parole quello che non c’è.

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La voce del Papa è quella della Chiesa, che si esprime attraverso organi e canali ufficiali della Santa Sede e attraverso un magistero solido, preciso e puntuale, non attraverso improvvide e inopportune chiacchiere private. La sua, piaccia o non piaccia, deve essere una voce chiara e tutelata scrupolosamente, non può essere utilizzata in documentari, interviste a braccio o live su Facebook o su Instagram. Il Papa non deve essere l’influencer di Dio.

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La voce del Papa non dovrebbe dare adito a smentite ufficiali in quanto è garanzia di quella virtù cardinale della prudenza che è imprescindibile per ogni pastore della Chiesa. Una voce che si dovrebbe sentire con saggia parsimonia, evitando quelle dispute di parola con il mondo che il Serafico Padre Francesco sconsigliava ai suoi frati.

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Ecco perché considero questi scoop così sensazionalistici, lesivi della figura del Sommo Pontefice e non vincolanti per il fedele cattolico che non ha nessun obbligo di assenso di fede. Sappiamo bene come oggi ogni affermazione può essere sapientemente manipolata e utilizzata a dovere. La stampa, i social media e i media sono in grado di cucire una nuova veste a qualsiasi affermazione quando, estrapolandone il contesto originario, viene rivoltata così tante volte da assumere una valenza contraddittoria, con il risultato di mutare in bianco quello che è nero e in bene quello che è male.

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Tali escamotage sono palesi a tutti, ma alcuni risultano essere più utili di altri quando agevolano, ad esempio, fini ben precisi e molto specifici. E il fine in questo caso coincide con la legge contro l’omotransfobia e i diritti LGBT che in Italia è in via di approvazione. Se ci pensiamo bene, questa intervista al Papa ha avuto il merito di un tempismo perfetto, infatti quale migliore sponsor del Pontefice per presentare le istanze aperturistiche della comunità arcobaleno nel contesto mediatico e sociale italiano da sempre cattolico?

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È sicuro che davanti a tali esternazioni, tutti si sentiranno in dovere di affermare ingenuamente: «se lo dice il Papa è una cosa buona, è una legge urgente e giusta», quindi bisogna farla passare. Attenzione, esemplificazioni come questa conducono molto rapidamente alla conseguenza della supremazia del positivismo giuridico sul diritto naturale e sulla morale naturale. Con la conseguenza che una legge diventa giusta solo per il fatto che è stata attuata e approvata da un legislatore umano o perché il legislatore umano considera tale legge giusta in forza del suo stesso esistere. Sappiamo bene che così non è, anzi molte leggi che pretendono il titolo di giuste e civili si sono rivelate quelle più deleterie e pericolose.

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Per San Tommaso d’Aquino il diritto umano procede da quello naturale, quindi una legge che contrasta con il diritto naturale non solo può essere nociva ma anche moralmente inumana e sconveniente in quanto si oppone a Dio come supremo bene e legislatore. Chiarito questo, ritorniamo alle esternazioni papali e ai problemi contingenti.

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Deve essere a tutti chiaro che qualsiasi Papa non può andare contro il deposito della fede cattolica e della dottrina perenne della Chiesa. In merito alle persone con tendenze omosessuali la Chiesa è già stata abbastanza chiara, sia attraverso la rivelazione scritturistica, sia attraverso i pronunciamenti magisteriali, sia nella pratica pastorale dei direttori d’anime. Il Papa non può che ribadire e confermare quello che c’è già nell’insegnamento della Chiesa e nel caso in cui voglia chiarire ulteriormente il suo pensiero circa questioni particolari, lo può fare senza però uscire dall’alveo del magistero bimillenario.

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Quindi il Papa, come tale, non potrà mai dire che è necessario per le coppie omosessuali sposarsi, avere dei figli ed equiparare il loro matrimonio a quello naturale tra un uomo e una donna. Questo non potrà mai accadere, ma questo non deve essere visto necessariamente come una presa di posizione all’odio, anzi è necessario ribadire con chiarezza che nella Chiesa qualsiasi persona predisposta all’omosessualità non andrà mai dileggiata o condannata ma semmai accompagnata con sollecitudine verso un cammino di verità che non può però rinnegare sé stesso.    

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La mia analisi appare corretta e possiede un senso se la confrontiamo con l’evidenza dei fatti e con le reazioni scaturite dopo l’uscita del documentario sul Papa. In Italia l’onorevole Zan, principale firmatario della legge contro l’omotransfobia, scrive su Twitter:

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«Le parole di @Pontifex_it su #UnioniCivili riconoscono il diritto delle persone #lgbt alla vita familiare e aiutano il contrasto all’odio e alle discriminazioni. È compito del legislatore combattere questi fenomeni violenti: ora acceleriamo su legge contro #omotransfobia» [cfr. QUI].

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Risposte pubbliche come queste si sono moltiplicate in tutto il mondo politico internazionale e in tutti gli ambienti che sostengono le lobby LGBT, tanto da innalzare un canto di vittoria e portare in trionfo il Pontefice come colui che ha posto finalmente fine all’oscurantismo cattolico di matrice medievale, razzista, fascista e maschilista.

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È palese che tali signori ignorano profondamente cosa sia il Romano Pontefice e quale sia il suo ruolo all’interno della Chiesa Cattolica. Egli è sì il Vicario di Cristo ma non è Cristo, è appunto il suo vicario sulla terra, non certo il suo Successore sulla terra. Il Sommo Pontefice, per meglio ancora chiarire, è il Successore di Pietro, non è il Successore di Cristo. Né può tanto meno essere più “aperto” e più “buono” di Cristo stesso. Con ciò è presto detto che non può abolire ciò che Cristo ha stabilito anche attraverso la creazione dell’uomo e della donna, creati per mezzo di Lui e in vista di Lui (cfr. Col 1,16). Così l’uomo e la donna, maschio e femmina, unici e complementari, fanno parte di una finalità naturale che si realizza non soltanto attraverso un atto fisiologicamente corretto ma anche rispettando il fine a cui quest’atto intrinsecamente mira, cioè al vivere una sessualità unitiva e procreativa orientata e redenta dall’unico e sommo bene che è Dio.

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E la consapevolezza di essere Servo dei servi di Dio costituisce proprio la via di redenzione del Beato apostolo Pietro. Egli a Cesarèa di Filippo, sebbene costituito da Cristo come pietra su cui edificare la Chiesa (cfr. Mt 16,18), ha dovuto convertirsi attraverso una nuova sequela. Dopo aver scandalizzato il Maestro con una proposta di salvezza alternativa alla croce e all’obbedienza al Padre (cfr. Mt 16,21-23), ha capito che Cristo è l’unica strada percorribile all’uomo. Pietro, quindi ogni Pontefice di ogni tempo, si rende ben conto che il suo ufficio è nelle mani di Cristo e produce salvezza solo e soltanto quando si permette a Cristo di salvare il mondo attraverso il sacrificio della croce e dell’obbedienza a Dio (cfr. Gv 21,15-19).

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Come ben sappiamo, oggi parlare di croce e di obbedienza significa essere presi per fanatici, queste sono realtà non gradite al mondo. Per questo motivo è meglio cercare realtà di salvezza aliene da Cristo, mostrando nel Vicario di Cristo un sostituto, attraverso il quale mostrare strade nuove più stuzzicanti, o per meglio dire, procedendo ovviamente per assurdo paradosso: “Se Cristo è rimasto indietro, il suo Vicario sulla terra può aggiornare, o meglio rivoluzionare tutto quanto”.

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Questa è la vera astuzia demoniaca che imperversa la nostra contemporaneità e che ancora cerca di usare la figura del capo della cristianità per confondere gli uomini e disunire la Chiesa. Pietro, che in passato è stato vagliato come il buon grano da Satana (Lc 22,31-34), patisce ancora gli attacchi della scimmia di Dio, che da fuori e da dentro la Chiesa, sottopone i successori dell’apostolo a una continua tentazione a cui si può resistere solo attraverso la preghiera di Cristo e a un continuo ed umile ravvedimento dopo l’errore: «Simone, Simone ecco satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli» (Lc 22,31-32).

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Laconi, 24 ottobre 2020

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I Padri de L’Isola di Patmos stanno lavorando per voi, intanto giovedì 8 ottobre Padre Ariel torna a Mediaset al programma Dritto e Rovescio su Rete 4

I PADRI DE L’ISOLA DI PATMOS  STANNO LAVORANDO PER VOI, INTANTO GIOVEDÌ 8 OTTOBRE PADRE ARIEL TORNA A MEDIASET AL PROGRAMMA DRITTO E ROVESCIO SU RETE 4 

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Autore
Redazione de L’Isola di Patmos

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Cari Lettori,

Ariel S. Levi di Gualdo, stagione televisiva 2019-2020

Nel corso delle ultime due settimane abbiamo ridotto la pubblicazione degli articoli perché siamo in iper-attività. Ci stiamo accingendo a pubblicare e distribuire cinque libri:

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  1. un’opera di saggistica firmata da Ariel S. Levi di Gualdo – Ivano Liguori – Gabriele Giordano M. Scardocci: La Chiesa e il coronavirus – Tra supercazzole e prove di fede. L’apostolato dei Padri de L’Isola di Patmos in tempo di pandemia. 
  2. Un’opera di narrativa di Emilio Biagini: La Nuova terra.
  3. Un’opera di narrativa di Maria Antonietta Novara: Nonna non raccontava le favole.
  4. Un’opera di narrativa di Ariel S. Levi di Gualdo: Il sentiero delle tre chiavi.
  5. Un’opera di saggistica di Ester Maria Ledda: Atti e misfatti degli apostati.

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Nel frattempo Padre Ariel torna giovedì 8 ottobre a Mediaset al programma Dritto e Rovescio condotto a Paolo Del Debbio su Rete 4, dove è stato ospite a 12 puntate nella stagione 2019/2020.

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Cogliamo l’occasione per ringraziare profondamente i Lettori che con le loro offerte ci hanno aiutato a pagare le spese annuali di gestione del sito che ospita questa rivista. Stiamo rispondendo lentamente a tutti con un po’ di ritardo, data la mole di lavoro alla quale siamo sottoposti in questi giorni. Purtroppo non potremo rispondere ad alcuni che assieme alla loro donazione non ci hanno inviato l’indirizzo email. Ci dispiace molto non potergli inviare un messaggio e per questo li ringraziamo in queste righe.

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dall’Isola di Patmos, 7 ottobre 2020

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Con la verità e il nostro apostolato proteggeremo sempre dai cecchini il Popolo dei fedeli che Gesù Cristo ci ha affidato

CON LA VERITÀ E IL NOSTRO APOSTOLATO PROTEGGEREMO SEMPRE  DAI CECCHINI IL POPOLO DEI FEDELI CHE GESÙ CRISTO CI HA AFFIDATO 

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Venezuela, guerra civile, un sacerdote protegge un giovane soldato dagli spari dei cecchini

Cari Lettori,

quattro giorni fa abbiamo chiesto il vostro aiuto per pagare il server provider che ospita il sito di questa rivista.

Ringraziamo tutti coloro che in soli tre giorni ci hanno inviato offerte per un importo totale di 2.020 € 

Non abbiamo raggiunto l’importo necessario che tra server provider [2.500 €] e abbonamenti per servizi editoriali [2.700 €], ammonta a 5.200 euro all’anno.

Confidiamo che altri Lettori accolgano l’appello e sostengano la nostra opera apostolica.

Inviamo sempre ringraziamenti ai benefattori, che non abbiamo potuto inviare a coloro che assieme al versamento effettuato sul nostro conto corrente bancario non hanno inviato un messaggio a L’Isola di Patmos con la loro email, che invece risulta nei versamenti effettuati con PayPal, per i quali stiamo inviando messaggi di ringraziamento.

A tutti i benefattori ai quali non abbiamo potuto scrivere, giunga il nostro più sincero e riconoscente ringraziamento.

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dall’Isola di Patmos, 21 settembre 2020

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il coronavirus, il virus dell’ignoranza e il fallimento della democrazia dementocratica: voteremo a un referendum popolare basato sulla demagogia e sulla invidia sociale?

— Le lectiones magistrales de L’Isola di Patmos —

IL CORONAVIRUS, IL VIRUS DELL’IGNORANZA E IL FALLIMENTO DELLA DEMOCRAZIA DEMENTOCRATICA: VOTEREMO A UN REFERENDUM POPOLARE BASATO SULLA DEMAGOGIA E SULL’INVIDIA SOCIALE?

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A chi non fosse chiaro fornisco un esempio: nel 1497 il giovane Michelangelo Buonarroti scolpì ad appena 22 anni “La Pietà”, che tutt’oggi rappresenta i capolavori dell’arte italiana nel mondo. Cinque secoli dopo, nel 2019, ad appena 33 anni il giovane Luigi Di Maio è nominato ministro degli esteri. Nessuno faccia strane congetture, tipo: dal Buonarroti della Pietà a Di Maio che fa pietà. Anzi chiariamo: sono io, che essendo stupido e limitato, non sono in grado di cogliere il genio pentastellato di questo giovane ministro che oggi rappresenta la storia e la dignità del nostro Paese nelle relazioni internazionali con gli altri Stati.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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PDF  articolo formato stampa 

 

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AUDIO LETTURA DELL’ARTICOLO

I Padri de L’Isola di Patmos hanno inserita negli articoli la audio-lettura per i Lettori colpiti da quelle disabilità che impediscono loro la lettura e fornendo un servizio anche a coloro che trovandosi in viaggio e non potendo leggere possono usufruire della audio-lettura

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Luigi Di Maio e “l’abbronzatura cafonal”

Che cosa significa “democrazia”? Come spesso ho spiegato, è necessario chiarire il significato delle parole per evitare il rischio della incomunicabilità, come accade quando si usano le parole per ciò che significano rivolgendosi però a chi le usa per ciò che non significano.

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Questo lemma di derivazione greca è composto da δῆμος (dèmos), che significa “popolo” e κρατία (krazìa) derivante da κράτος (krátos) che significa «potere». Democrazia significa alla lettera “potere del popolo” e indica una forma di governo nella quale il popolo esercita la sua sovranità attraverso rappresentanze elettive.

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I primi cenni alla nozione di democrazia li troviamo nella filosofia di Platone [Atene 348 circa – Atene 428 circa a.C.] che illustra in ordine discendente i quattro regimi di governo: aristocrazia, timocrazia, monarchia, democrazia.

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I sapienti greci, della democrazia, avevano la grande stima che narrano oggi molti autori di testi giuridici? No, a partire da Platone che mette in guardia come la democrazia possa portare alla tirannia per opera dei demagoghi.

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È lo stesso Platone che definisce nelle sue opere [Πολιτεία (Politico), redatta tra il 360-390 a.C. Νόμοι (Leggi), opera rimasta incompiuta e terminata da discepolo Filippo di Opunte] il termine demagogia, che deriva dai termini δῆμος (dèmos) “popolo” e ἄγω (ago), “trascino”. Il demagogo è quindi il politico che facendo leva sugli umori più o meno irrazionali del popolo, cerca di conquistarne il favore per instaurare e per mantenere il proprio potere.

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Non meno critico Aristotele [Stagira 384 – Calcide 322 a.C.] che indica le tre forme di governo molto soggette a corruzione: il governo del singolo, ossia la monarchia; il governo delle élites, ossia la aristocrazia; il governo dei ceti degli aventi diritto, ossia la timocrazia. Tutte forme che potevano degenerare in dispotismo oligarchico. Anche in questo caso chiariamo: oligarchia, che deriva da ὀλίγοι, (olígoi) pochi, ed ἀρχή (arché) comando, indica una forma di governo gestita da pochi. Tra le varie forme di governo Aristotele giudicava la democrazia una delle peggiori, perché strumento privilegiato di coloro che per avere il favore delle masse giocavano sulla emotività del popolo attraverso la demagogia per conquistarne i favori.

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Affinché gli ignoranti non si sentano offesi nel corso di questa esposizione, chiarisco che il lemma “ignorante” deriva dal latino ignoransantis, participio presente di ignorare «ignorare», che significa: colui che non conosce una determinata materia. Per esempio io sono ignorante in materie come la matematica, la fisica, l’astronomia e molte altre, in quanto le ignoro, ossia non le conosco. Non essendo però un ignorante arrogante come l’esercito di coloro che popolano i social media, non oserei mai ribattere a un fisico, a un matematico a un astronomo, proprio perché sono totalmente ignorante. In tutta questa esposizione il termine “ignorante” sarà usato per ciò che realmente significa, non per ciò che non significa.

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Coloro che nell’antica Grecia miravano a costituire un sistema improntato su criteri che oggi definiremo di libertà, non usavano il termine “democrazia”, facevano uso di altre parole, per esempio “isonomìa”, che indica il concetto di eguaglianza delle leggi per tutti i cittadini; oppure “isegorìa”, che indica il concetto di uguaglianza con annesso diritto dei cittadini di prender parola nell’assemblea, il tutto sulla base del principio di eleutherìa e di parresìa, che indicano, rispettivamente, il concetto di libertà in generale e il concetto di libertà di parola.

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I grandi pensatori di quella stagione, non hanno mai concepita la possibilità che degli ignoranti arroganti potessero prendere parola nell’assemblea. Le fonti storiche offrono come esempio il discorso tenuto dal Beato Apostolo Paolo all’areopàgo di Atene [Atti degli Apostoli: 17, 22-34], perché questo era il livello di coloro ai quali era concesso parlare. Allo stesso modo, nella antica Grecia, sempre quella reale, non sarebbe stato pensabile che gli ignoranti potessero beneficiare di quello che oggi si chiama “diritto di voto”. In tal caso si sarebbe caduti nella democrazia, ossia nella dittatura del popolo pilotato da piccoli gruppi di politicanti che avevano bisogno di necessità degli ignoranti per instaurare il proprio personale potere.

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Gli antichi sapienti greci avevano capito tutto, siamo noi che non abbiamo capito, sino a far pensare ai greci ciò che mai hanno pensato e facendogli dire ciò che mai hanno detto.

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I POLITICI SONO CORROTTI PERCHÉ È CORROTTO IL POPOLO. L’EMERGENZA DA CORONAVIRUS HA PORTATO ALLO SCOPERTO LA FRAGILITÀ DEL NOSTRO SISTEMA FONDATO ANCHE SU MALAFFARE E CORRUZIONE

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La democrazia, intesa nell’accezione moderna, è la forma più fragile di governo e per reggersi richiede grande maturità da parte delle popolazioni. In caso contrario si corre il rischio di dare vita alla forma più degenerata di democrazia: la democrazia senza libertà, come vedremo di seguito.

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Per comprendere questo rischio, bisogna partire analizzando tre elementi: democrazia, demagogia e ignoranza. L’elemento più fragile e rischioso sul quale si reggono le democrazie è il diritto di voto esteso a tutti. Le varie costituzioni democratiche erette su criteri di democrazia diretta, enunciano il princìpio della sovranità del popolo: tutti i cittadini partecipano alle decisioni di governo mediante il voto col quale concedono o revocano il mandato ai politici scelti come rappresentanti e amministratori. 

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Come capite si tratta di una forma di governo molto elevata, dinanzi alla quale dovremmo domandarci: cosa può accadere, in un sistema democratico, se un esercito di ignoranti arroganti cede alle manipolazioni dei demagoghi? Cercherò di spiegarlo prendendo come esempio il nostro Paese nel quale si è cristallizzata questa dissociazione: un popolo corre periodicamente alle urne a dare il voto anche ai peggiori corrotti, per poi lucrare da essi “diritti” alla illegalità, salvo lamentare poi la corruzione della politica e dei politici, che non nasce però da sé stessa, ma è generata dal popolo. Ovvio che il popolo è formato anche da ottime persone, considerando però che le elezioni le vince chi ottiene più voti, è presto detto: se come rappresentante al parlamento o amministratore locale è eletto un soggetto noto a tutti per essere vicino alla ‘ndrangheta, è evidente che la maggioranza dei calabresi aventi diritto di voto ha espresso ciò che pensa, ciò che vuole e ciò che il popolo è nella sua maggioranza. Non lo dico io, lo dicono i voti dati sulle schede elettorali.

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È noto che parte del nostro Paese è in mano a tre associazioni mafiose: la Camorra, la ‘ndrangheta e Cosa Nostra. E se qualcuno lo negasse, credo che dovrebbe renderne conto anzitutto ai familiari dei morti ammazzati sotto i colpi di queste mafie, a partire da numerosi servitori dello Stato.

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Su che cosa si reggano queste mafie lo sappiamo da sempre: sul voto di scambio. Se infatti queste mafie sono degli squali, la democrazia è l’acqua dell’oceano in cui prosperano. E in certe zone nessuno ottiene la maggioranza senza i voti pilotati dalle mafie. Sicché è presto detto, il politico corrotto non è un fungo che nasce in modo autonomo, è il frutto generato dalla corruzione del popolo che in cambio del voto ottiene poi molte cose: occhi chiusi sulla evasione fiscale, sul lavoro nero, sugli abusi edilizi, concessioni di appalti, danaro pubblico sperperato a fiumi, pensioni di invalidità fasulle, sovvenzioni per i progetti più improbabili erogate attraverso truffe ai danni dello Stato e via dicendo …

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È possibile mettere in ginocchio e sconfiggere certe potenti mafie? Si, da sempre conosciamo il modo: sospendere per dieci anni le elezioni politiche e amministrative in circa metà del nostro Paese, affidando la gestione delle amministrazioni a commissari governativi. Cosa però impossibile a farsi, perché il sistema democratico mutato in regime dementocratico non lo consentirebbe mai, anche se le mafie si servono di una democrazia collassata per imporre il proprio controllo su interi territori del Paese.

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Oggi che a causa della emergenza da Coronavirus ci ritroviamo in grave crisi economica, pretendiamo forse che l’Europa ci faccia piovere addosso piogge di danaro a fiumi? Siamo seri: se noi conosciamo i giochi di interessi e gli egoismi dei vari Paesi dell’Unione Europea, che non sono angeli, in testa a tutti Germania, Francia e Olanda, loro conoscono altrettanto bene noi e sanno quale ingegno siamo capaci a mettere in campo quando c’è da sperperare soldi. Casomai non fossi stato chiaro allora lo sarò di più: nel corso degli anni, la Calabria e la Sicilia hanno restituito all’Europa decine di milioni di euro che non sono stati usati per valorizzare i territori, il turismo, l’artigianato e le piccole imprese locali. Come mai? Ma perché l’Europa vuole progetti concreti, resoconti e opere eseguite, non intende finanziare né la ‘ndrangheta né Cosa Nostra. A quel punto, non potendo fare raggiri, i fondi non sono stati usati, quindi restituiti. Perché questa è la logica mafiosa: se non posso rubare i soldi, allora non li voglio.

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IL PIÙ GRANDE ACQUISTO DI VOTI EFFETTUATO CON I SOLDI DEI PUBBLICI CONTRIBUENTI: IL REDDITO DI CITTADINANZA. È POSSIBILE SCONFIGGERE LE MAFIE? SI, SAPPIAMO DA SEMPRE COME POTERLO FARE

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Uno dei più grandi acquisti di voti realizzato con i soldi pubblici nella storia del nostro Paese è stato il reddito di cittadinanza, col quale sono stati mietuti voti in tutto il Meridione d’Italia, con i conseguenti intrallazzi che di tanto in tanto saltano agli onori delle cronache. Il tutto per l’opera di un manipolo di giovani politici improvvisati emersi dalle proteste demagogiche di un comico schizofrenico che ha aizzato il popolo giocando sugli umori delle masse. Il tutto a riprova della sapienza del teatro greco, nel quale è noto in che modo, dopo la tragedia, si passasse alla farsa grottesca e poi alla satira.

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La legge prevede che questo “reddito elettorale”, sia ritirato se il beneficiario rifiuta una congrua offerta di lavoro per due volte. Domando: quanti sono i lavori per i quali imprese e artigiani italiani del Meridione sono obbligati ad avvalersi di manodopera straniera? E se torno a richiamarmi al Meridione, non è per anti-meridionalismo, ma perché esso detiene il numero più alto di disoccupati e di persone che lavorano in nero e che prendono poi assegni di disoccupazione e sussidi vari. Qualcuno, a questi beneficiati da “reddito elettorale”, ha mai offerto lavori nel settore agricolo, mentre frutta e verdura marcivano nei campi per mancanza di manodopera straniera, impedita a giungere in Italia per l’emergenza da Coronavirus che aveva chiuso le frontiere? Qualcuno ha offerto posti di impiego presso cantieri edili, ristoranti o alberghi, dove sui ponteggi di lavoro, dentro le cucine e come addetti alle pulizie delle camere, provvedono quasi esclusivamente lavoratori africani, o lavoratori provenienti dal Bangladesh e dallo Sri Lanka? Posso testimoniarvi che nel corso di questa estate mi sono recato in diverse località costiere, non per vacanza, ma per fare incontrare varie persone. Queste le scene che si sono presentate ai miei occhi in una zona litoranea, in uno di quegli angoli del nostro Paese dove il rituale pianto sulla disoccupazione ha ormai quasi il sapore di un rito: dentro ristoranti, bar, alberghi, il personale di servizio era per la quasi totalità composto da nordafricani, orientali e latinoamericani, mentre sul lungomare passeggiavano per la meritata movida i beneficiati da reddito di cittadinanza. Se ai beneficiati da questo “reddito elettorale” fossero proposti i lavori svolti da volenterosi cittadini stranieri, previo ritiro del reddito dopo il secondo rifiuto, alle prossime elezioni, darebbero di nuovo il voto ai figli onirici del comico schizofrenico, che ripeto: si sono comprati i voti a spese dei pubblici contribuenti della Repubblica Italiana attraverso il reddito di cittadinanza?

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LO STATO INTESO COME ENTITÀ ASTRATTA CHE “DEVE”. IL CITTADINO INVECE, ALLO STATO NON DEVE NIENTE? CHI EVADE IL FISCO DERUBA LA COLLETTIVITÀ NAZIONALE INTERA

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Come abbiamo visto in occasione dell’emergenza da Coronavirus, dalle bocche delle “vittime senza macchia” che costituiscono il corpo del popolo sovrano, si è levato il grido: “Lo Stato deve!”. Sì, perché a oltre 150 anni dall’Unità d’Italia, ancora non si è compreso che lo Stato non è un’entità astratta, lo Stato siamo tutti noi. A maggior ragione, all’esercito di evasori fiscali, di lavoratori in nero e traffichini vari, si sarebbe dovuto rispondere … sì, “lo Stato deve”, ma tu, allo Stato, che ripeto siamo tutti noi, in doveri, non devi niente? Insomma: non è che per molti, questa entità astratta dello Stato, rischia di essere una vacca da mungere, ma al tempo stesso da frodare quando si deve adempiere al dovere di pagare le tasse? Ovviamente, il ladro o il truffatore non ammetterà mai di essere tale, anzi cercherà plausibili giustificazioni, per esempio affermando che non paga le tasse perché inorridisce all’idea che con i suoi soldi siano pagati stipendi e rimborsi alla classe parassitaria di quei politici che tra l’altro, l’evasore, ha votato ed eletto. Ladri e truffatori tentano sempre di giustificarsi, ignorando che nel bilancio dello Stato, le spese per il pagamento di stipendi e rimborsi dei politici, sono del tutto irrisorie. Molto è invece il danaro necessario per garantire gratuitamente a tutti l’istruzione, l’assistenza sanitaria, l’assistenza per anziani e disabili, il sistema di pubblica sicurezza a tutela della collettività e dei singoli cittadini, per i centri di ricerca scientifica e via dicendo … E chi evade il fisco non truffa una non meglio precisata entità astratta chiamata Stato, ma deruba la collettività nazionale intera.

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A tutto questo si aggiunga che gli evasori fiscali sono i principali responsabili dell’aumento della pressione fiscale. Chiariamo in cifre l’entità del tutto: nel 2019, il ministero delle finanze, ha calcolato che nel nostro Paese l’evasione fiscale si aggira attorno ai cento miliardi di euro all’anno [Rapporto stilato nel 2019 dal Ministero dell’Economia e delle Finanze]. Posso confidarvi che, essendo io ignorante in matematica e non solo, non sono capace a scrivere questa cifra, perché non so neppure da quanti zeri deve essere composta?

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Per evitare inutili polemiche ometto il nome della città, limitandomi a dire che nelle statistiche ufficializzate nel 2019 dal ministero delle finanze, questa provincia del nostro Meridione risultava agli ultimi posti come reddito pro capite e gettito fiscale, con una disoccupazione giovanile stimata al 32%. Però, allo stesso tempo, questa provincia risultava ai primi posti a livello nazionale per la immatricolazione di auto di grossa cilindrata e i consumi di beni di lusso. A questo si aggiungeva un altro dato: le seconde case di proprietà erano superiori in numero a quelle delle province più ricche della Lombardia.

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Come mai dinanzi a simile evidenza non si è proceduto a sanzionare l’esercito di evasori fiscali affatto difficili da individuare? Semplice: certi politici, correrebbero mai il rischio di compromettere un loro prezioso serbatoio elettorale? E con questo è ribadito che la mala politica e i politici corrotti non sono funghi che nascono spontaneamente, ma il prodotto della corruzione del popolo che vive nel malaffare e che si dichiara immacolato dando poi le colpe all’entità astratta dello Stato e ai politici che loro stessi hanno eletto.

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L’epidemia da Coronavirus è stato un imprevisto che ha messo in luce quanto pericolosa sia la nostra economia retta anche sulla evasione fiscale e il lavoro nero. Alcuni anni fa, in periodi di crisi economica, migliaia di piccole imprese si cancellarono dai registri, mentre i politici di opposizione vagavano per le televisioni a lamentare questa situazione. Vi risulta abbiano però lamentato che numerose ditte, dopo essersi cancellate dagli albi, avevano seguitato a lavorare in nero senza pagare le tasse, favorendo così il sommerso e il lavoro nero? No, che non lo hanno lamentato, perché anche quest’altro gran serbatoio elettorale, non lo poteva toccare nessuno.

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POLITICI E GIORNALISTI CHE PRIVI DI COMUNE SENSO DEL RIDICOLO PARAGONANO IL SISTEMA ITALIANO E I SUOI CITTADINI A QUELLO DELLA GERMANIA E DELLA SVIZZERA E AI SUOI CITTADINI. GLI ITALIANI, SONO DAVVERO UN GRANDE POPOLO?

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In seguito alla emergenza da Coronavirus che ha avuto gravi ripercussioni sui consumi, sull’economia e il mercato del lavoro, molti di coloro che danno vita a questo sommerso si sono ritrovati in enormi difficoltà. E spesso, proprio costoro, hanno lamentata la “assenza dello Stato” che a loro dire “deve … deve e solo deve”.

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E ai discorsi demagogici di certi politici si sono uniti quelli di diversi giornalisti cimentatisi in paragoni assurdi, sino ad affermare che: … in Italia hanno promesso sussidi per persone e imprese in difficoltà che non sono ancora arrivati alla gran parte, mentre in Germania e in Svizzera, in pochi giorni hanno depositato i soldi sui conti dei cittadini.

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Rimango con un dubbio: i politici che usano lo strumento della demagogia e i giornalisti che li assecondano, sono scusabili per mancanza d’intelletto, o sono invece in malafede? Perché paragonare la Germania o la Svizzera all’Italia è degno della comicità più esilarante. Basterebbe solo domandarsi: quanti in Germania pagano le tasse e quanti, le stesse tasse, le pagano in Italia? Per quanto riguarda la Svizzera vorrei ricordare che quando fu indetto un referendum per abolire il canone televisivo, gli svizzeri votarono a maggioranza contraria, perché ritennero giusto pagare questo pubblico servizio svolto dalla televisione di Stato. Detto questo ricordo agli smemorati: in Italia, per riuscire a far pagare il canone televisivo, hanno dovuto inserirlo nelle bollette dell’energia elettrica, perché in certe regioni del nostro Paese i pagamenti evasi giungevano a una percentuale del 70% circa degli utenti.

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Sempre in quei momenti di grande emergenza da Coronavirus, giorno dietro giorno si susseguivano politici e opinionisti che ribadivano quanto noi siamo un grande popolo … Mi dispiace, ma non è vero: noi siamo un popolo con un basso senso della dignità nazionale e collettiva che non può paragonarsi a un popolo dotato di senso di appartenenza, di nazione e di responsabilità civica come lo sono i francesi. Noi siamo un popolo che possiede ricchezze storiche, artistiche e ambientali uniche al mondo, ma non le sappiamo sfruttare, valorizzare e mutare in ricca economia. Da Napoli in giù, fino alla punta estrema della Sicilia, abbiamo una industria a cielo aperto che non produce fumi tossici e inquinamento e che si chiama clima, mare e straordinarie bellezze paesaggistiche. E malgrado i più spaventosi orrori edilizi praticati, i centri storici devastati e le coste scempiate con colate di cemento perlopiù abusivo, la bellezza riesce a predominare sulle bruttezze create dalla nostra inciviltà. Purtroppo, questa fetta del nostro Paese che poi è la più bella e ricca di risorse in assoluto, non è gestita dallo Stato, ma da tre potenti associazioni mafiose che fanno comodo a grandi sacche di politica e che per questo non vengono decapitate, rendendo quindi pura retorica ogni discorso sul rilancio dello splendido e potenzialmente ricchissimo Meridione d’Italia.

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Vorrei anche smantellare un altro falso mito: non siamo neppure un popolo di persone geniali, perché esserci abituati a vivere di intrallazzi, non fa di noi dei geni, ma degli abili trafficoni. E non siamo neppure il popolo di intellettuali che ci suoniamo e cantiamo addosso da noi stessi, tutt’altro: siamo un popolo di gretti ignoranti. La prova riguardo certe parole così dure? Basta prendere uno studente italiano di scuola media superiore o di università e metterlo a confronto con uno studente tedesco o francese. Più tragico sarà il risultato se confronteremo gli insegnanti italiani con quelli francesi e tedeschi, perché nessuno come noi, a partire dal post Sessantotto, è riuscito a dare vita a una classe di docenti dotati di una ignoranza imbarazzante.

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Siamo veramente un popolo ricco di eccellenze nei vari campi delle scienze e del sapere? Figurarsi! Di eccellenze ne abbiamo, ma tutte sono il prodotto delle loro doti naturali, del loro intelletto e del dolore spesso immane col quale sono riusciti ad andare avanti e infine emergere dopo lotte condotte per lunghi anni contro sistemi accademici, scientifici e professionali corrotti e corruttori in mano alla politica, ai grandi baronati accademici e alle logge massoniche che intrallazzano con la politica e con i baronati.

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Noi non siamo un grande popolo, né un popolo di geni, né un popolo di eccellenze, siamo degli scaltri egoisti individualisti specializzati nell’arte del fregare il prossimo. E se di genio vogliamo parlare, esso consiste nel fatto che tra espedienti e intrallazzi siamo riusciti sempre a rimanere a galla nel grande oceano del nostro malaffare. È in questo, che siamo un popolo geniale.

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Inutile fare il pianto del coccodrillo sulla fuga delle più belle teste dall’Italia, perché il vero problema è che le peggiori teste di rapa rimangono nel nostro Paese e diverse, dopo le ultime elezioni, ce le siamo ritrovate nel parlamento.

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A chi non fosse chiaro fornisco un esempio: nel 1497 il giovane Michelangelo Buonarroti scolpì ad appena 22 anni “La Pietà”, che tutt’oggi rappresenta i capolavori dell’arte italiana nel mondo. Cinque secoli dopo, nel 2019, ad appena 33 anni il giovane Luigi Di Maio è nominato ministro degli esteri. Nessuno faccia strane congetture, tipo: dal Buonarroti della Pietà a Di Maio che fa pietà. Anzi chiariamo: sono io, che essendo stupido e limitato, non sono in grado di cogliere il genio pentastellato di questo giovane ministro che oggi rappresenta la storia e la dignità del nostro Paese nelle relazioni internazionali con gli altri Stati.

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IGNORANZA ED EGOISMO RENDONO LA DEMOCRAZIA DEMENTOCRATICA, MENTRE CIÒ CHE SOLO CONTA PARE ESSERE LA PAURA DI DITTATURE CHE NON TORNERANNO MAI PIÙ 

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Veniamo adesso al rapporto tra democrazia, ignoranza ed egoismo, perché ignoranza ed egoismo rendono la democrazia dementocratica. Domanda: è giusto che tutti possano beneficiare del diritto di voto? Mi spiego con due esempi: a certe condizioni dettate dalla legge, è possibile avere il porto d’armi e un’arma da fuoco in dotazione. Domandiamoci: come mai, il certificato elettorale, è concesso a tutti, compresi disagiati mentali e idioti conclamati, mentre il porto d’armi no? Può nuocere di più uno squilibrato con un’arma da fuoco in mano, oppure 10.000 squilibrati che si recano alle urne a votare?

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Per prendere la patente di guida, è necessario superare dei test. domando: perché, ad analogo esame di idoneità, non sono sottoposte le persone prima di ricevere il certificato elettorale? Può recare più danni alla collettività nazionale un folle spericolato alla guida di un’autovettura, oppure 10.000 folli squilibrati che si recano alle urne a votare?

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Hanno il diritto di voto persone prive della elementare consapevolezza di che cosa sia il sistema repubblicano italiano, da che cosa è nata la Costituzione, quali siano le funzioni del Parlamento e le prerogative e i poteri del Presidente della Repubblica. Hanno il certificato elettorale persone che affermano che per sistemare il nostro Paese bisogna abolire il parlamento e mandare a casa deputati e senatori; e non lo dicono come battuta, ma con convinzione.

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Un popolo corrotto e immaturo che ha in mano la sovranità che concede in delega ai governanti, può solo generare un sistema corrotto e dei politici corrotti. Mancando poi in questi soggetti il senso di responsabilità e il basilare senso civico, a quel punto reagiranno dichiarandosi vittime di una politica corrotta, proprio loro, il popolo che della corruzione è artefice e sostenitore!

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Veniamo adesso alla parola tabù: “dittatura”. È giusto affermare in modo categorico che la dittatura è sempre il male assoluto e la democrazia sempre il bene assoluto, pure se la storia dimostra che alcune dittature hanno evitato in parte dittature peggiori, in parte guerre civili che avrebbero potuto mettere a rischio la sicurezza del mondo? Ecco due diversi esempi, presi uno da destra e uno da sinistra: se dopo la guerra civile del 1937, in Spagna non si fosse instaurato il regime de el Generalissimo Francisco Franco, quale regime si sarebbe instaurato? Quali sarebbero stati gli assetti dell’Europa oggi, se la penisola iberica fosse divenuta un regime satellite dell’Unione Sovietica di Stalin? Posso porre questo quesito, senza correre il rischio che mi si accusi di essere un filo-fascista?

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Vista invece da sinistra: se il regime comunista della Repubblica Popolare Cinese crollasse come nel 1991 cadde in modo repentino la ex Unione Sovietica, che disastro ne deriverebbe per la Cina e il mondo intero? La Cina non è quel paese unitario che molti credono, a tenerlo unito è una dittatura comunista. All’interno della Cina vivono centinaia di etnie diverse che tra di loro si odiano da epoche remote. Se questo regime crollasse, la possibilità di una guerra civile interna costituirebbe un enorme rischio, considerata la potenza della Cina a livello numerico di abitanti, a livello economico, a livello di potenziale bellico. Posso porre questo quesito, senza correre il rischio che mi si accusi di essere un filo-comunista?

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Altro elemento che meriterebbe di essere analizzato sono le sorti riservate a tutti quei Paesi che dalla sera alla mattina si sono svegliati democratici, dopo essere stati assoggettati per secoli, prima a monarchie assolute, poi a dittature messe in piedi da regimi comunisti. Vogliamo valutare a quali inquietanti livelli, in questi Paesi, si sono sviluppate potenti mafie, elevati numeri di poveri, forme di capitalismo selvaggio privo di ogni barlume etico? Eppure, in quegli stessi Paesi retti in precedenza da dittature comuniste, due famiglie vivevano in tre stanze con un bagno in comune per gli appartamenti di tutto il piano, ma tutti avevano un tetto sulla testa e di che mangiare. Istruzione e assistenza sanitaria erano garantite a tutti. Oggi, negli stessi Paesi, capita di vedere anziani che vivono in baracche sotto i ponti, persone che non possono permettersi cure sanitarie, giovani che non possono mantenersi agli studi. Allo stesso tempo vi sono fasce di persone che vivono nella ricchezza opulenta. Cosa dire: hanno avuto la democrazia. Sì, ma di fronte a questa realtà, qualche sostenitore della democrazia a tutti i costi, se la sente di affermare “… anche la democrazia ha i propri tributi da pagare!”?

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Per paura di dittature che non torneranno più, siamo precipitati nella dittatura peggiore: da una parte politici che in campagna elettorale promettono sogni, dall’altra elettori ignoranti che gli pongono tra le mani un assegno in bianco.

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Sia chiaro, non sono mai stato un cultore delle dittature, non altro per storia familiare: il mio bisnonno finì in esilio in Francia nel 1927 e mio nonno lasciò Roma sul finire degli anni Trenta perché anch’esso non gradito al regime.

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L’IGNORANTE DEMENTOCRATICO NON SA CHE LO STIPENDIO DEI PARLAMENTARI NASCE PER TUTELARE LA PIENA RAPPRESENTANZA DEMOCRATICA

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Nell’Ottocento, con la nascita dello Stato liberale, abbiamo avuta una mezza democrazia retta su uno Statuto promulgato dal Re Carlo Alberto nel 1848. Con questo Statuto rimasto vigente fin quanto entrò in vigore la Costituzione Repubblicana il 1° gennaio 1948, a dirigere il Paese erano i membri dell’aristocrazia, i grandi latifondisti e la nuova borghesia industriale. Solo certi ceti sociali potevano assurgere alle cariche politiche ed essere eletti al Regio Senato e alla Camera dei Deputati, facendo gli interessi dei loro ceti sociali e gruppi di potere. È presto detto: l’odierno ignorante pentastellato che sbraita sui social media sullo stipendio dei parlamentari invocandone l’abolizione, non conosce la storia del proprio Paese. All’epoca che certe cariche politiche non erano remunerate e i parlamentari non beneficiavano neppure del rimborso delle spese di viaggio per recarsi a Roma alle sedute della camera o del senato, chi poteva sostenere le spese che comportava assurgere a certe cariche? Se fu stabilito prima un rimborso-spese, poi un adeguato stipendio per i parlamentari, ciò avvenne per garantire la rappresentanza democratica, perché avendone i mezzi di sostentamento, anche un contadino o un operaio avrebbero potuto candidarsi, essere votato e finire al parlamento per tutelare gli interessi dei contadini e degli operai, cosa che non avrebbero potuto fare i parlamentari esponenti delle grandi famiglie di industriali e latifondisti.

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Gli ignoranti dementocratici ― quelli che il comico schizofrenico chiamava a raccolta come “il grande popolo della rete” ― che affermavano sui social media che i parlamentari avrebbero dovuto andare a lavorare e mantenersi per poi svolgere gratuitamente il proprio ufficio, dicevano in sostanza che un chirurgo, se vuole svolgere la sua professione, deve andare a lavorare, mantenersi e poi fare il chirurgo, perché quello del medico ― sostiene sempre l’ignorante dementocratico ― non deve essere un mestiere ma una missione. Ripeto: soggetti così ignoranti nei basilari rudimenti del nostro sistema repubblicano, è giusto abbiano un certificato elettorale, mentre per avere un porto d’armi o una patente di guida bisogna avere dei requisiti di idoneità?

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Dopo il ventennio fascista e la tragedia della Seconda Guerra Mondiale, siamo divenuti una Repubblica democratica, senza esserci premurati, nello spazio di centocinquanta anni, dall’unità d’Italia a seguire, di creare un popolo. E oggi, come ieri, l’italiano è colui che sgomita, che cerca di passare avanti all’altro nella fila, che ti molla la spazzatura per strada perché convinto che quello spazio non è di nessuno, mentre in realtà è lo spazio più prezioso, ossia lo spazio di tutti. L’italiano è colui che se la cava sempre, tra un espediente e l’altro. L’italiano è colui che verso il soggetto che riesce a mettere a segno una colossale truffa prova simpatia, non di rado persino invidia, purché il truffatore non colpisca lui nei suoi interessi personali, perché in tal caso sarebbe capace a invocare la pena dell’ergastolo, se il truffatore gli ha sottratto solo cinquanta euro dal suo prezioso portafoglio.

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COME PRETE NON FACCIO POLITICA MA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA, RICORDANDO CHE IL VERO CRISTIANO DEVE DARE A CESARE QUEL CHE È DI CESARE E A DIO QUEL CHE. È DI DIO

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Noi siamo un popolo al sole incapace a sfruttare la ricchezza del sole. Crediamo di vivere in una democrazia, invece viviamo in uno stato di anarchia controllata, senza renderci conto che da tempo lavora sopra di noi un occulto Grande Fratello che vive sulla nostra stupidità e sul nostro egoismo che egli foraggia in modo scientifico. E dopo crisi o emergenze inaspettate, scopriamo che i ricchi sono divenuti più ricchi e i poveri più poveri.

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Per vivere una vera democrazia occorre spirito di profondo rispetto verso l’altro, trattando la res publica, la cosa pubblica, meglio di come tratteremmo la nostra proprietà privata. In caso contrario si finisce per vivere in una democrazia senza libertà, appagati dallo spirito di anarchia a noi concesso dal Grande Fratello, ma non per beneficio nostro, ma solo suo e di chi gli sta dietro.

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nel settembre 1870 fu presa Roma, ultimo territorio mancante. Da allora l’Italia fu unita nel suo assetto geografico, ma nessuno si è preoccupato di formare come popolo gli italiani, passati attraverso i secoli da un dominatore all’altro. Oggi che pensano di essere liberi, gli italiani sono in mano al tiranno peggiore, altro che lo spettro delle vecchie dittature che non torneranno mai più! Se infatti in passato, per tenere sedate le masse, all’epoca che eravamo un grande impero, gli Imperatori di Roma davano al popolo pane e circo, oggi, un padrone tanto peggiore quanto occulto, ha sedato il popolo con pane e anarchia. E si badi bene: un’anarchia egoistica strettamente sotto controllo, gestita da una democrazia senza libertà, nella quale il grande burattinaio ci concede di essere degli anarcoidi, ma non ci permette però di essere liberi.

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Nel VI secolo a.C. Pittàco, considerato uno dei sette grandi sapienti greci, insegnava: «Non fare al tuo vicino quello che ti offenderebbe se fosse fatto da lui a te» [Pittàco, Frammento: 10.3]. La antica sapienza biblica così ci esorta: «Desidera per il prossimo ciò che desideri per te stesso» [Libro del Levitico: 19, 18]. Diversi decenni prima della incarnazione de Verbo di Dio, il Grande Rabbino Hillel ammaestrava così i discepoli: «Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te: questa è tutta la Torah. Il resto è commento» [Talmud Babilonese, Shabbath 31.a]. Nella sapienza cristiana, il concetto di “desiderio” e “rispetto” si traduce nel cristologico imperativo: «… amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati» [Vangelo di San Giovanni: 15, 12]. E quando a Cristo Dio fu chiesto dai farisei se era giusto pagare le tasse a Cesare, egli si fece dare una moneta, indicò la effige di Cesare su di essa e rispose: «Date all’Imperatore quello che è dell’Imperatore e a Dio quello che è di Dio» [Vangelo di San Matteo: 22, 17-21]. Cristo stesso pagò agli esattori la tassa prevista per il Tempio, comandando a Pietro di consegnare a loro una moneta d’argento «per te e per me» [Vangelo di San Matteo: 17,27].

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Cedere a forme di pericolosa demagogia e votare per la diminuzione del numero dei parlamentari della Repubblica Italiana, spinti non ultimo da intima invidia sociale, a mio libero e modesto parere potrebbe equivale a impoverire e limitare ulteriormente una fragile democrazia che sotto molti aspetti è già fallita e collassata.   

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Spero che nessuno osi accusarmi di avere fatta politica, primo perché sono un cittadino della Repubblica Italiana e  anche nel qual caso l’avessi fatta ne ho tutti i diritti riconosciuti. Secondo, perché non ho fatta politica, ho fatto solo dottrina sociale della Chiesa.

Dio benedica l’Italia e il suo Popolo.

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dall’Isola di Patmos, 17 settembre 2020

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dall’Isola di Patmos, 17 settembre 2020

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Fede e tatuaggi: connubio possibile? È lecito per un credente tatuarsi il corpo? Ma soprattutto: è proprio il caso di urlare “al satanismo!” dinanzi a un tatuaggio sul corpo?

— attualità ecclesiale —

FEDE E TATUAGGI: CONNUBIO POSSIBILE? È LECITO PER UN CREDENTE TATUARSI IL CORPO? MA SOPRATTUTTO: È PROPRIO IL CASO DI URLARE “AL SATANISMO!” PER UN TATUAGGIO SUL CORPO?

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Il cristianesimo cattolico conosce ben chiara teologia della corporeità che non trova parallelismi nelle altre religioni o fedi. Segnato dal sigillo battesimale, il corpo fisico è immerso nel mistero della passione, morte e risurrezione di Gesù che è il vero signum sacrum che la grazia imprime nell’anima. Voler però ravvisare elementi satanici nel tatuaggio, non solo rischia di essere una esagerazione, ma un ridurre la questione ai minimi termini, o forse peggio a termini di chiusa banalità, sino a vedere il male ovunque, salvo non vederlo dove veramente è.

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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PDF  articolo formato stampa

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Jorge Facio Lince
Presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos

Da tempo ai Padri de L’Isola di Patmos sono giunti sia da parte di giovani sia da parte di genitori, quesiti sui tatuaggi impressi nel corpo. Si è preso cura di rispondere il nostro editorialista cappuccino, Padre Ivano Liguori, che sta lavorando a un saggio breve su questo tema che sarà pubblicato e distribuito prossimamente dalle nostre Edizioni L’Isola di Patmos. Intanto vi offriamo alcune anticipazioni.

 

 

 

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«Non vi spaventate dei tatuaggi. Gli eritrei, già molti anni fa, si facevano la croce sulla fronte».

Francesco I

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immagine del Sommo Pontefice Francesco tatuata su un braccio

Queste le parole del Santo Padre [1] in risposta alla domanda di un giovane seminarista di Leopoli, Yulian Vendzilovych, che si poneva il problema delle attuali sfide pastorali della Chiesa all’interno dell’universo e del mondo giovanile.

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Uno dei temi affrontati, in quella intervista è proprio il tatuaggio, ormai diventato lo status symbol più comune dei giovani Post-Millennials [2] che emulano così i loro beniamini del mondo dello sport e della musica, molto più di quanto si verificò per la generazione dei loro padri.

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tatuaggio su braccio: crocifissione sul Calvario sormontata da due mani che stringono una corona del rosario

Non è certamente un interrogativo banale quello sottoposto dal seminarista al Papa, tanto meno l’argomento appare superficiale come lo si potrebbe considerare a prima vista. Anzi, una tale provocazione può certamente favorire un dialogo sincero e illuminante sullo status quaestionis dello sconfinato mondo del tatuaggio e del tatuarsi.

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Non è solo il mondo giovanile che desidera tatuarsi, secondo una certa stima sarebbero circa 20 milioni le persone nel mondo a voler avere un tatuaggio [3]. Tra gli italiani — secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità [ISS [4]] aggiornati al 17 ottobre 2019 e diffusi dal sito Epicentro — il 12,8% della popolazione ha almeno un tatuaggio, percentuale che sale al 13,2% se si considerano anche gli ex-tatuati.

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Il popolo dei tatuati comprende tutte le fasce d’età: adolescenti, giovani e adulti di ambo i sessi e appartenenti ai contesti sociali e religiosi più disparati.

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San Pio da Pietrelcina tatuato su una spalla

Sebbene tale argomento sembri per certi versi di nicchia — tanto da non interessare i tabloid di moda o di costume più in voga — relegando l’intero ambito alle riviste specializzate, la vicenda non resta priva di fascino, controversie e pregiudizi, insieme a quelle frettolose analisi che risentono di generalizzazioni semplicistiche e spesso fuori luogo. Tutte cose che da un punto di vista della fede cristiana, esigono una spiegazione chiara, adeguata e soddisfacente per evitare il rischio di collocarsi come impedimento a una fede libera e liberante.

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La questione tatuaggio, posta in tali termini, può consentirci di riformulare la domanda del seminarista al Papa tanto da rievocarne una eco in quella domanda etica che il giovane ricco rivolse a Gesù [cf. Mc 10,17]: “Forse a noi futuri sacerdoti i tatuaggi possono anche non interessare. Ma visto che i nostri coetanei che frequentano la Chiesa, che sono battezzati come noi ne fanno sfoggio è d’obbligo un chiarimento: per un cristiano è buono averli?”.

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Santa Rosalia patrona di Palermo tatuata su un polpaccio

La domanda, come mi sono permesso di riformulare, è di carattere evidentemente morale e la risposta va cercata in quel bene eterno che si cela anche dentro le zone d’ombra e di fragilità umana. Luoghi intimi e arditi in cui solo Dio può operare e dove un bravo direttore spirituale può mettervi mano. Sgombriamo il campo da qualsiasi fraintendimento: non è il tatuaggio come ente in sé ad essere oggetto di contestazione ma l’opzione fondamentale che spinge a farsi queste decorazioni corporee all’interno di un discorso di fisicità umana già perfettamente armonica perché riflesso dell’opera di Dio creatore.  

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Infatti, se Isaia può parlare a nome del Signore testimoniando come Jahvè conosce così intimamente l’uomo da usare l’immagine «Sulle palme delle mie mani ti ho disegnato» [Is 49,16], sembra realizzarsi quel traguardo che individua nel corpo un luogo di scrittura in cui «la pelle è una superficie sulla quale è possibile scrivere la propria storia» [5], anche quella con Dio e che altri possono leggere.

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tatuaggio della Croce di San Benedetto da Norcia con la colomba raffigurante lo Spirito Santo

Così come è avvenuto nella vicenda di malattia della giovane Ségolène affetta da sclerosi principiata al braccio sinistro:

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«L’uomo ha bisogno di simboli, io avevo bisogno di un simbolo, di un segno fisico, visibile, di Cristo vicino a me. Quando il mio braccio non funziona correttamente, questa croce mi dà la speranza e la forza di andare avanti nella vita, malgrado tutto» [6].

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Sfido chiunque a giudicare una giovane malata per la sua scelta carica di speranza che, condivisibile o meno, ci interpella proprio in quel campo che è la testimonianza e il martirio in cui si trovano a vivere tanti uomini e donne, cristiani del nostro tempo.

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Ecco perché gli interrogativi sul tatuaggio fatto su un cristiano interrogano la scelta battesimale che è totalizzante anche di una fisicità umana già redenta. Sicché i dubbi inespressi alla domanda posta dal seminarista al Papa sono questi: il tatuaggio mi avvicina o mi allontana da Cristo? Mi avvicina o mi allontana dalla comunità ecclesiale? Questi gli interrogativi da risolvere, senza aver paura di andarne a cercare le risposte.

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immagine della passione di Cristo coronato di spine tatuato su una schiena

Sappiamo già dalla storia che i cristiani ortodossi, armeni, copti [7], eritrei praticavano il tatuaggio come segno di testimonianza di fede, di partecipazione alle sofferenze di Cristo e come certificazione di un pellegrinaggio [8] avvenuto nei luoghi santi.

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Chi sostiene che il tema del tatuaggio sia solo un retaggio di stereotipi di civiltà del passato, di ambienti criminali al limite della legalità o di un mondo religioso le cui direttrici sono rappresentate dal semplice dualismo permesso/vietato o innocenza/peccato, compirebbe una appropriazione indebita in ambito di onestà intellettuale. Il tatuaggio può essere anche tutto questo, ma certo è molto altro ancora. Questo mondo è molto vasto, tanto da non poter pretendere una lettura immediatamente univoca del problema. È necessario delimitarne gli ambiti di approfondimento, creare collegamenti, inseguire connessioni temporali, capire i simboli, gli archetipi e quella sottocultura del mondo antico che ha determinato la culla in cui è nato il tatuaggio e la sua pratica.

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Su di una cosa però conviene dare ragione a Papa Francesco: il cristiano non deve temere nulla, tanto meno il tatuaggio. Perché è Cristo che ha comandato ai suoi discepoli di non temere [cf. Mt 10,31; 10,28; 14,27; Mc 4, 40 Gv 6, 20 Att 18, 9] e la Chiesa non genera mai dal suo grembo figli pavidi e timorosi.

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tatuaggio di San Michele Arcangelo su un braccio

Il seguente studio vuole soffermarsi sulla storia e la cultura del tatuaggio così come necessaria argomentazione introduttiva, andando poi ad analizzare alcuni aspetti che riguardano la liceità morale e religiosa del segno pittorico sulla pelle alla luce del Magistero della Chiesa. Alcune tematiche particolari concluderanno lo studio, come il rapporto che esiste tra fede e tatuaggi e il dibattito, ancora aperto, tra i sacerdoti esorcisti su una certa influenza demoniaca del tatuaggio e dei suoi effetti spirituali. Le conclusioni dello studio cercheranno di unire le prospettive teologiche alle linee guida pastorali. In tal senso tendo a chiarire fin da subito qualche perplessità eventuale. Queste pagine non possono e non devono essere prese come una sorta di apologia cristiana del tatuaggio. Chi, dopo averle lette, volesse sostenere una tesi del genere sarebbe manifestamente in malafede e fuori strada.

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Da sacerdote cattolico e teologo, però, ho il dovere di indagare sul piano teologico anche su quelle questioni che si trovano oltre la linea, in quelle terre di nessuno dov’è facile perdersi o inseguire miraggi che, per quanto allettanti, restano solo e soltanto evidenze inconsistenti.

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tatuaggio sul petto con Gesù Cristo e la Beata Vergine Maria

Il cristianesimo cattolico conosce una ben chiara teologia della corporeità che non trova parallelismi nelle altre religioni o fedi. Segnato dal sigillo battesimale, il corpo fisico, è immerso nel mistero della passione, morte e risurrezione di Gesù che è il vero signum sacrum che la grazia imprime nell’anima. Un sigillo identitario indelebile – sfraghis – che come appartenenza a Dio ci identifica nello Spirito Santo come figli beneamati (cf. Mc 1,11). Capire questo, già dai suoi primi sviluppi e implicazioni, aiuta il discernimento della persona che arriva anche a rinunciare al fascino di avere un segno tatuato che, per quanto bello e artisticamente valido, resta sempre transitorio e opera delle mani dell’uomo. Voler però ravvisare elementi satanici nel tatuaggio, non solo rischia di essere una esagerazione, ma un ridurre la questione ai minimi termini, o forse peggio a termini di chiusa banalità, sino a vedere il male ovunque, salvo non vederlo dove veramente è.

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Laconi, 15 settembre 2020

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NOTE

[1] Cf. https://www.agensir.it/quotidiano/2018/3/19/papa-francesco-ai-giovani-non-spaventarsi-dei-tatuaggi/

[2] Con tale etichetta ci si riferisce a quella generazione di giovani nati successivamente a quella dei Millennials (1980-1995), quindi dal 1996 in poi.

[3] Cf. Francesco Bungaro, Piercing e tatuaggi: il corpo riadattato. In Studia Bioethica – vol. 3 (2010) n°3 pp. 39-49.

[4] Cf. https://www.epicentro.iss.it/tatuaggi/aggiornamenti

[5] Cf. B. Andrieu – C. Bimbi, “Il corpo Decorato” in Mente e Cervello, 37 (gennaio 2008).

[6] https://it.aleteia.org/2019/02/28/tatuaggi-copti-wassim-razzouk/

[7] Cf. https://it.aleteia.org/2019/02/28/tatuaggi-copti-wassim-razzouk/

[8] Cf. https://www.tatuaggistyle.it/razzouk/8752

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Andrà tutto bene, oppure tutto concorre al bene nei piani di Dio? La pandemia, è stata forse una preziosa lezione perduta?

— attualità ecclesiale —

ANDRÀ TUTTO BENE, OPPURE TUTTO CONCORRE AL BENE NEI PIANI DI DIO? LA PANDEMIA, È STATA FORSE UNA PREZIOSA LEZIONE PERDUTA?

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«Andrà tutto bene». No, non è andato, non va e non andrà magicamente tutto bene; chi si limita a dire «andrà tutto bene», senza fondare la sua speranza in Dio, si illude che la pandemia sia una semplice parentesi, trascorsa la quale potrà tornare alla vita di prima, al mondo di prima, come se nulla fosse successo. No. Non «andrà tutto bene», perché invece di cogliere l’occasione della pandemia per rientrare in sé stessi, rendersi conto una buona volta che siamo mortali, abbandonare il peccato e convertirsi al bene, tornare a Dio e smetterla di confidare vanamente nell’uomo, si continua come e più di prima a dimenticarsi di Dio e a peccare contro di lui.

 

Giovanni Zanchi

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… Andrà tutto bene

Per mezzo dell’Apostolo San Paolo lo Spirito Santo ci rivela questa consolante notizia:

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«Noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio, per coloro che sono stati chiamati secondo il suo disegno» [Rm 8, 28].

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San Paolo afferma: «Tutto concorre al bene», «tutto», anche quello che molti uomini considerano disgrazie; ma ciò è possibile unicamente perché il Figlio di Dio ha avuto compassione di noi poveri uomini rovinati dal peccato, votati alla perdizione eterna: per noi uomini peccatori e perduti il Verbo di Dio si è incarnato, per noi uomini peccatori e perduti Gesù Redentore ha sacrificato se stesso sulla croce, per noi uomini peccatori e perduti Cristo Dio è risorto, a noi che crediamo in lui il Vivente ha donato lo Spirito Santo. Perciò nessuno è più ottimista di noi cristiani e noi cristiani non possiamo mai essere dei disperati, perché siamo gli unici al mondo ad avere una speranza ben fondata e che non delude mai.

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L’esempio massimo dell’ottimismo cristiano e della forza della speranza cristiana l’abbiamo nel Buon Ladrone: finito in croce come esito della sua vita trascorsa nel peccato, proprio all’ultimo momento accolse la grazia divina della conversione e del perdono, riconoscendo in Gesù Cristo il suo Re e Salvatore; la croce ― somma disgrazia ― divenne per il Ladrone finallora malvagio l’occasione propizia per divenire finalmente buono e, subito dopo la morte, andarsene con Gesù a trionfare in Paradiso. Se non fosse stato crocifisso, il Ladrone non si sarebbe salvato l’anima.

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«Tutto concorre al bene», certo, ma solo «per quelli che amano Dio», non per quelli che non lo temono, lo disprezzano e lo odiano; infatti, l’altro Ladrone che fu crocifisso assieme a Gesù cattivo era e cattivo volle rimanere e, dopo morto, se ne andò all’inferno, perché non amava Dio e sulla croce sprecava il poco fiato che gli rimaneva per insultare Gesù.

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«Tutto concorre al bene»; ad un orecchio superficiale, queste parole divinamente ispirate sembrano del tutto simili ad altre parole che in questo tempo di pandemia abbiamo sentito spesso ripetere più o meno a pappagallo: «Andrà tutto bene».

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Il concetto paolino «Tutto concorre al bene» e lo slogan degli ultimi mesi «Andrà tutto bene»: sembrano due modi equivalenti per dire la stessa cosa, ma non è vero. Basterebbe infatti domandarsi: «Andrà tutto bene» … e perché? Limitarsi a dire «andrà tutto bene», senza aggiungere altro, senza appellarsi a Dio, significa confidare unicamente nell’uomo, aspettarsi la salvezza non dall’unico che può donarcela, cioè Dio, ma dall’uomo. Infatti, una delle canzonette in voga, strombazzata ultimamente anche dalla pubblicità commerciale, ossessivamente strilla: «Credo negli esseri umani!». Non dice: «Credo in Dio»”, ma «Credo negli esseri umani!». È questa la grande bestemmia del nostro tempo: mettere l’uomo al posto di Dio. E sì che la Sacra Scrittura, già nell’Antico Testamento, afferma: «Maledetto l’uomo che confida nell’uomo, che pone nella carne il suo sostegno e dal Signore si allontana il suo cuore» [Ger 17, 5]. E così, arriva la pandemia e, invece di cercare l’aiuto del Signore e la salvezza dell’anima e del corpo che solo lui può donarci, si «confida nell’uomo» e nelle sue impotenze, con gli esiti disastrosi che sperimentiamo sulla nostra pelle, illudendoci e illudendo con il motto: «Andrà tutto bene». No, non è andato tutto bene, soprattutto per i tanti, i troppi morti soffocati dal virus nelle terapie intensive, spirati da soli, senza Sacramenti, senza la presenza confortatrice dei propri cari, i corpi dei quali sono stati subito ammassati e bruciati, senza uno straccio di funerale, senza una preghiera, senza una autopsia che avrebbe contribuito a capire prima e meglio come aiutare i malati, senza attendere l’aggravamento fisico poi non fronteggiabile.

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Al netto della propaganda politica, non va per niente bene dal punto di vista economico e lavorativo e culturale e le prospettive future già a breve termine sono sempre più fosche.

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«Andrà tutto bene»; sarà! Ma intanto, per la paura di morire, abbiamo supinamente accettato la limitazione di ogni libertà personale, la sospensione di fatto della democrazia; per paura di non riuscire più a vivere fisicamente, ci siamo ridotti a sopravvivere, cioè ci siamo ridotti nient’altro che a rimandare la morte fisica, che tanto prima o poi arriverà comunque per tutti. Intendiamoci: io non sto dicendo che abbiamo fatto male a prendere alcune delle precauzioni personali e sociali adottate per evitare il diffondersi del contagio. Dico che ― di fronte al pericolo ― limitarsi solo a dire «Andrà tutto bene» e basta, senza altro aggiungere, senza appellarsi a Dio, è qualche cosa che manifesta uno sterile e irragionevole ottimismo della volontà del tutto infondato. Al di là delle intenzioni soggettive ― che non giudico perché solo Dio le conosce ― cercare di rassicurarsi a colpi di «Andrà tutto bene» e basta, assomiglia alle pratiche superstiziose di quelli che pensano di allontanare da sé il malocchio mediante gesti apotropaici, cioè facendo le corna, toccando ferro, leggendo l’oroscopo, eccetera, eccetera … E ha la medesima efficacia, cioè nessuna.

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«Andrà tutto bene». No, non è andato, non va e non andrà magicamente tutto bene; chi si limita a dire «andrà tutto bene», senza fondare la sua speranza in Dio, si illude che la pandemia sia una semplice parentesi, trascorsa la quale potrà tornare alla vita di prima, al mondo di prima, come se nulla fosse successo. No. Non «andrà tutto bene», perché invece di cogliere l’occasione della pandemia per rientrare in sé stessi, rendersi conto una buona volta che siamo mortali, abbandonare il peccato e convertirsi al bene, tornare a Dio e smetterla di confidare vanamente nell’uomo, si continua come e più di prima a dimenticarsi di Dio e a peccare contro di lui.

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No, non «andrà tutto bene», perché durante la pandemia ai balconi e alle finestre sono comparsi i cartelli disegnati con l’arcobaleno dell’Andrà tutto bene, mica i Crocifissi e le Madonne. E, dall’inizio della pandemia, le nostre chiese sono ancora più vuote di prima, pure la domenica.

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No, non “andrà tutto bene”, perché con troppa facilità si sono sospese le Messe e gli altri Sacramenti, come se fossero cose senza importanza, anzi, si è fatto di tutto per convincere la gente che le chiese sarebbero il luogo più pericoloso per la salute, o addirittura che, ricevere la Santa Comunione, sia una sorta di azzardo sanitario. Invece, ammassarsi nei centri commerciali, nei supermercati e nei bar, quello va bene, perché conta solo soddisfare i bisogni corporali!

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Dicendo «andrà tutto bene», dovrebbe sottintendere che “anche la pandemia concorrerà al nostro vero bene”, ma solo se ci renderemo conto che, pure la pandemia, è un chiaro avvertimento, da Dio almeno permesso, per richiamare tutti alla conversione e al pentimento. È il Vangelo che ci autorizza a dire ciò. L’uomo che era stato paralizzato per ben 38 anni, dopo essere stato guarito all’istante da Gesù alla Piscina probatica di Gerusalemme, si sentì dire da lui: «Ecco che sei guarito; non peccare più, perché non ti abbia ad accadere qualcosa di peggio» [Gv 5, 14]. Rimanere paralizzati per ben 38 anni sembrerebbe una delle più grandi disgrazie che possano capitare, eppure Gesù dice che c’è qualcosa di ben peggiore, cioè l’eterna dannazione dell’anima. Detto in maniera aggiornata: ecco, il peggio del contagio sembra passato; ma non peccate più, perché non vi abbia ad accadere qualcosa di peggio.

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Sempre Gesù, nel Vangelo ammonisce: «Quei diciotto, sopra i quali rovinò la torre di Sìloe e li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo» [Lc 14, 4 – 5]. Detto in forma aggiornata: quelli che sono morti a causa della pandemia, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti dell’Italia? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. E a niente allora sarà valso il ripetere ossessivamente: «Andrà tutto bene», senza aggiungere altro.

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«Tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio». Infatti, chi ama Dio e lo mette al primo posto nei suoi pensieri, nelle sue parole, nelle sue opere, sa profittare anche della pandemia, facendo penitenza dei propri peccati e amando ancora di più Dio e il prossimo per amore di Dio, mettendo tutta la propria confidenza non nell’uomo mortale, ma unicamente in Dio e dimostrando la sua fede nella vita eterna mediante parole e atti.

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«Tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio». L’uomo che, ispirato dallo Spirito Santo, scrisse queste immortali parole, cioè l’Apostolo San Paolo, sapeva bene quello che diceva; dopo la sua prodigiosa conversione, la sua vita fu funestata da innumerevoli e tremende prove, alcune delle quali lui stesso ricorda così:

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«Cinque volte dai Giudei ho ricevuto i trentanove colpi [cioè sono stato flagellato fin quasi a morte]; tre volte sono stato battuto con le verghe, una volta sono stato lapidato, tre volte ho fatto naufragio, ho trascorso un giorno e una notte in balìa delle onde. Viaggi innumerevoli, pericoli di fiumi, pericoli di briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai pagani, pericoli nella città, pericoli nel deserto, pericoli sul mare, pericoli da parte di falsi fratelli; fatica e travaglio, veglie senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità» [2Cor 11, 24 – 27].

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In mezzo a tutto ciò, l’Apostolo San Paolo non vacillò nella fede, non perse la speranza, non smarrì la carità; anzi tutto sopportò cristianamente, come occasione per far penitenza dei gravi peccati commessi prima della sua conversione e per crescere nell’amore di Dio e spendersi per la salvezza eterna del prossimo. Per questo rimase indomito e fedele fino alla fine e, nell’ultima prigionia patita a causa del Vangelo, alle soglie della morte per decapitazione, scrisse:

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«Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione» [2Tm 4, 7 – 8].

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San Paolo non era per niente il tipo che dice: «Andra tutto bene», oppure «Credo negli esseri umani». San Paolo dice: «Tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio» e «So in chi ho creduto» [2Tm 1, 12].

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In alcuni passi delle Sacre Scritture, il Libro dei Re [3, 5. 7 – 12] e il Vangelo dell’Evangelista San Matteo [13, 44 – 52] ci ammoniscono e invitano ad essere saggi, cioè a ad amare Dio con tutto noi stessi, pronti a sacrificare tutto il resto ― noi compresi ― per Lui, quindi ad amare il prossimo per amor di Dio, amando così anche noi stessi, cioè preoccupandoci della nostra eterna salvezza:

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«Ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» [Mt 13, 56].

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Il cristiano, pervaso dalla divina saggezza, sa profittare spiritualmente anche della pandemia, perché ripone la sua fede la sua speranza in Dio e non scioccamente negli uomini e allora sì che per lui «tutto concorre al bene».

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Arezzo, 5 agosto 2020

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Questo articolo è stato ricavato da una omelia pronunciata nella Chiesa Cattedrale dei Santi Pietro e Donato in Arezzo, la domenica 26 luglio 2020, XVII del Tempo Ordinario dopo Pentecoste

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Il prete scomunicato Alessandro Minutella non è un disonesto ma un malato e la sua malattia si chiama “schizofrenia acuta”

— attualità ecclesiale —

IL PRETE SCOMUNICATO ALESSANDRO MINUTELLA NON È UN DISONESTO MA UN MALATO E LA SUA MALATTIA SI CHIAMA “SCHIZOFRENIA ACUTA”

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Nessuno di noi, L’Isola di Patmos come l’Agenzia Corrispondenza Romana e vari altri sacerdoti e teologi che hanno dedicata attenzione a questo caso clinico grave per tutelare la salute delle anime che egli danneggia, desidera e ha piacere di occuparsi di questo soggetto. Su tutti noi gravano però due obblighi morali: la corretta informazione cattolica e soprattutto la salute di quelle anime che questo schizofrenico sta guidando verso un precipizio. Per questo ripeto, a chi lo ascolta e lo segue, di andare a visionare i discorsi ufficiali e i video nei quali sono registrate le parole del Sommo Pontefice, perché chiunque potrà appurare in che modo grave, malizioso ma soprattutto malato, Alessandro Minutella imputa al Successore del Beato Apostolo Pietro ciò che mai egli ha affermato.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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lo psichiatra Paolo Pancheri [Milano 1938 – Roma 2007], ordinario di psichiatria nell’Università La Sapienza di Roma e padre italiano della psichiatria biologica

Occuparmi del caso Alessandro Minutella mi causa enorme fastidio, per questo vorrei non farlo. Se però lo faccio, è perché in questi giorni sono stato raggiunto dai messaggi di numerose persone che chiedevano lumi ai Padri de L’Isola di Patmos sulle ultime sparate di questo caso clinico psichiatrico, in modo particolare riguardo il suo video intitolato: «Se Francesco è il Papa Gesù ci ha ingannati» [vedere video, QUI].

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Un amico in particolare mi è stato di grande aiuto nell’analisi del caso: uno psichiatra italo-svizzero che prima di diventare direttore di una clinica psichiatrica elvetica che si occupa dei malati di schizofrenia di tipo grave, è stato assistente a Roma per diversi anni del Prof. Paolo Pancheri [Milano 1938 – Roma 2007], che io stesso conobbi in gioventù, perché amico di due mie zie romane.

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Paolo Pancheri, neuropsichiatra, fu il padre italiano della psichiatria biologica, branca che studia gli elementi biologici del comportamento umano. Innovativi furono i suoi studi di ricerca sulla psico-farmacologia tesa alla cura, ma più che altro al contenimento dei soggetti affetti da gravi turbe per le quali era del tutto inutile qualsiasi forma di psicoterapia.

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Questo specialista svizzero, allievo di Paolo Pancheri presso l’Università La Sapienza di Roma, dove l’insigne clinico fu ordinario alla cattedra di psichiatria, ha seguito le sue orme e portato avanti diverse ricerche, soprattutto nell’ambito psico-farmacologico, collaborando con diversi laboratori farmaceutici di ricerca sugli psicofarmaci di ultima generazione per soggetti affetti da schizofrenia grave.

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Da cosa si deduce che Alessandro Minutella è affetto da schizofrenia acuta? Ce lo ha spiegato con rigore scientifico questo insigne specialista elvetico che ha visionato diversi suoi video, dettagliando appresso in che modo, la schizofrenia, crei nei casi gravi una alterazione delle funzioni cognitive e percettive del comportamento. Lo schizofrenico grave è soggetto a deliri e allucinazioni che lo portano a vivere in uno stato di alterazione e di dissociazione dalla realtà. Per lo schizofrenico è “vero” e “reale” ciò che nasce dalla sua realtà soggettiva, sino alla palese negazione del dato di fatto. A livello clinico-scientifico, i casi più gravi di schizofrenia sono risultati sempre quelli di soggetti che esteriorizzano le loro psicopatologie attraverso l’elemento religioso, in virtù del quale i loro disturbi finiscono per avere una sorta di “consacrazione” soprannaturale; e chiunque li contraddica, è un nemico della potenza divina, un emissario del Demonio e via dicendo.

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Lo schizofrenico può essere molto pericoloso quando riesce a individuare e cogliere alcuni particolari malumori che pervadono le masse e che sono frutto di situazioni sociali e politiche di crisi, oppure, come nel nostro caso, di uno stato di grave decadenza del mondo ecclesiale ed ecclesiastico. A quel punto, lo schizofrenico, prende come spunto dei dati reali oggettivi e poi li manipola, sino a mutarsi in un pericoloso trascinatore di masse, oppure di piccole masse formate da personalità scontente, gravate da fragilità psicologiche e difficoltà di rapporto con il dato oggettivo, sino a essere prive di adeguato spirito reattivo verso i problemi reali.

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Alessandro Minutella ha sempre lamentato ― ultimo in ordine di serie lo ha fatto con il mio amico Roberto de Mattei a causa di un articolo comparso sull’Agenzia Corrispondenza Romana l’11 maggio 2020 [vedere QUI], in precedenza anche con il mio confratello sacerdote Francesco Maria Marino, dell’Ordine dei Frati Predicatori e vari altri ancòra … ebbene, costui ha sempre lamentato: «Nessuno accetta di confrontarsi con me nel merito». Menzogna, pura e semplice menzogna. È infatti vero l’esatto contrario: tutti saremmo lieti di potergli dire e dimostrare in faccia, dinanzi a un pubblico presente, che ciò che lui chiama “merito” sono falsità costruite attraverso manipolazioni e che la sua preparazione teologica è a dir poco lacunosa e imbarazzante. Sicché egli mente in modo spudorato affermando che tutti sfuggono al confronto con questo eccelso teologo tale sarebbe costui. Infatti, alla prova provata dei fatti, io stesso gli dedicai una video-conferenza di quasi un’ora intitolata «Da Frate Cipolla ad Alessandro Minutella, ovverosia: quando la satira d’alta letteratura boccaccesca si muta invece in commedia grottesca e in rovina delle anime» [vedere QUI], dove con precisione chirurgica e con impeccabile logica aristotelica e buona filosofia del senso comune indicai le mistificazioni, le menzogne e le alterazioni della realtà di Alessandro Minutella, che non ha mai replicato. In seguito, in diversi dei suoi neuro-video-deliri, cercò di sminuire la mia persona, per esempio affermando che non ero un teologo, che non ero uno studioso, che ero privo di titoli accademici, ribadendo che lui aveva invece ben due dottorati, ripetendo in modo ossessivo-compulsivo: «… due dottorati … ho due dottorati …», aggiungendo poi che «questo prete» ossia il sottoscritto «non ha titolo per parlare con me che ho due dottorati, ho due dottorati …».

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Ovviamente non sono mai caduto nella sua provocazione, anche perché non devo proprio giustificare a uno schizofrenico quella che è stata la mia formazione e quelli che sono stati, soprattutto, i miei maestri, tre dei quali in particolare hanno fatta storia nell’ambito della speculazione teologica nella Chiesa Cattolica del Novecento. In quel mio dettagliato video mi sono limitato a chiedere allo schizofrenico e alle sue pecore belanti: da quando, la sapienza e la scienza, dipendono dalle carte accademiche, o dai dottorati? Posto peraltro che, da un trentennio a questa parte, nelle università pontificie romane, i titoli di dottorato in sacra teologia sono tirati dietro anche a eserciti di persone che hanno serie lacune non sulla teologia, ma proprio sul Catechismo della Chiesa Cattolica. Motivo per il quale, diversi autentici e talentati teologi che in queste istituzioni hanno conseguito titoli, non menzionano mai né queste università né i titoli in esse conseguiti, perché, valutando il loro stato attuale, si vergognano di avervi studiato e di avervi conseguito inutili carte accademiche. Il tutto a differenza di questo schizofrenico che si dichiara invece grande esperto addottorato sul pensiero del celebre teologo Hans Urs von Balthasar, a cui riguardo sembra però ignorare che l’eminente teologo svizzero non conseguì mai alcun dottorato teologico, perché si era laureato in germanistica e filosofia in una laica università statale. E, prima di essere consacrato sacerdote nella Compagnia di Gesù, dalla quale in seguito si dimise per entrare nel clero secolare della Diocesi di Coira, fece solo gli studi teologici di base necessari per la sacra ordinazione sacerdotale.

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Avendo poi più volte, lo schizofrenico, nominato anche il Venerabile Padre Divo Barsotti – che come provato e documentato io ho peraltro conosciuto, quindi so bene chi era e soprattutto come era – gli fu rivolta domanda se quest’altra grande personalità avesse o no titolo per parlare con un bi-dottore come lui, posto che il Padre, non solo non conseguì mai alcun titolo di specializzazione e meno che mai di dottorato teologico, ma non aveva neppure mai presa la carta del titolo base di studi teologici primari, che aveva fatto in un seminario di provincia, esattamente come facevano la gran parte dei preti dell’epoca. A tutta questa serie di contestazioni basate su fatti e prove storiche, lo schizofrenico ha sempre e di rigore soprasseduto e, sebbene clamorosamente e pubblicamente smentito, non ha mai risposto, seguitando a fare la vittima affermando: «… nessuno vuole confrontarsi con me …. nessuno vuole confrontarsi con me … io ho due dottorati … io ho due dottorati …».

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Nel suo ultimo neuro-video-delirio, lo schizofrenico torna a imputare al Pontefice regnante delle cose di una gravità inaudita. E si tratta di cose inaudite nella misura in cui sono totalmente false, ma presentate come vere da questo caso clinico grave. E così, per l’ennesima volta, egli accusa il Romano Pontefice di eresia e apostasia dalla fede imputandogli di avere definito «tonterias», ossia scemenze, i dogmi mariani, di avere negata la immacolata concezione della Beata Vergine Maria e la divinità di Cristo Verbo di Dio incarnato.

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Ebbene: noi tutti sfidiamo formalmente quanto inutilmente questo malato grave ― che come tale non è responsabile delle sue parole e affermazioni, in quanto frutto di quella sua malattia definita dalla psichiatria come schizofrenia di tipo acuto ―, a dimostrare dove e quando, il Sommo Pontefice, ha negati i dogmi mariani e la divinità del Verbo di Dio incarnato. Che si decida una volta per tutte a presentare pubblicamente il testo del discorso ufficiale, o il filmato nel quale il Romano Pontefice, che sempre e di prassi è registrato nei suoi discorsi ufficiali, asserisce in modo chiaro e preciso delle simili e gravi eresie, sino a negare i dogmi mariani e a definirli “scemenze”.

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La verità è che questo schizofrenico prende frammenti di discorsi, li manipola e poi attribuisce al Sommo Pontefice ciò che mai egli ha affermato. E, per mettere in piedi il tutto, egli si serve, oltre che della manipolazione, anche del vero e proprio processo alle intenzioni, per esempio accusando il Sommo Pontefice di non credere nella presenza reale di Cristo Dio vivo e vero nelle Santissime Specie Eucaristiche.

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Nessuno di noi, L’Isola di Patmos come l’Agenzia Corrispondenza Romana e vari altri sacerdoti e teologi che hanno dedicata attenzione a questo caso clinico grave per tutelare la salute delle anime che egli danneggia, desidera e ha piacere di occuparsi di questo soggetto. Su tutti noi gravano però due obblighi morali: la corretta informazione cattolica e soprattutto la salute di quelle anime che questo schizofrenico sta guidando verso il precipizio. Per questo ripeto, a chi lo ascolta e lo segue, di andare a visionare i discorsi ufficiali e i video nei quali sono registrate le parole del Sommo Pontefice, perché chiunque potrà appurare in che modo grave, malizioso ma soprattutto malato, Alessandro Minutella imputa al Successore del Beato Apostolo Pietro ciò che mai egli ha affermato. E chiunque non abbia seri problemi con la realtà e la percezione della realtà, non potrà che dire: Alessandro Minutella estrapola delle parole totalmente al di fuori del contesto, le falsifica, quindi mente e, dicendo il falso, imputa al Sommo Pontefice, con odio feroce, insultante e aggressivo, ciò che egli mai ha detto, ciò che mai ha lasciato neppure vagamente intendere tra le righe con doppi sensi o ambiguità.

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Alessandro Minutella andrebbe per tanto trasferito quanto prima, per il suo sommo bene, dalla sua Piccola Nazareth a una Piccola Neuro, dove possa essere curato con adeguate terapie farmacologiche, le uniche in grado di sortire, nel suo caso grave e purtroppo irreversibile, qualche possibile effetto benefico, vale a dire: la somministrazione di potenti neurolettici di ultima generazione prodotti dai laboratori di ricerca neuropsichiatrica.

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dall’Isola di Patmos, 1° luglio 2020

 

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Solo se ci lasciamo amare da Dio, senza facili ottimismi e pericolosi determinismi, «andrà tutto bene»

— la Chiesa e la grave emergenza coronavirus —

SOLO SE CI LASCIAMO AMARE DA DIO, SENZA FACILI OTTIMISMI E PERICOLOSI DETERMINISMI, «ANDRÀ TUTTO BENE»

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Andrà tutto bene, ma per chi? Dopo ogni epidemia, guerra o terremoto è andato sempre tutto bene? Ne siamo certi? Solo dopo svariati anni e a prezzo di perdite e sacrifici, non privi di quelle situazioni di corruzione che contraddistinguono le situazioni di destabilizzazione sociale, è andato tutto bene.

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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PDF  articolo formato stampa

 

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la foto è una bufala [vedere QUI] ma l’immagine in sé potrebbe rendere tragicamente l’idea …

Il mio ruolo di sacerdote mi impone – con grande sacrificio – di discernere continuamente la realtà, partendo dalla Parola di Cristo e tralasciando la parola del mondo. Questo significa imparare a rimanere dentro una storia di salvezza che ha Cristo come origine e compimento, anziché perdersi dietro a miraggi di salvezza auto-prodotti che rivelano puntualmente tutti i limiti e le inefficienze del caso. E quando parlo di salvezza, mi riferisco a quella per antonomasia: la salvezza integrale che si è fatta rivelazione e che abbraccia il corpo e lo spirito dell’uomo.  

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Voglio partire analizzando un’espressione che nelle scorse settimane di quarantena è divenuta il leitmotiv della resistenza al coronavirus in Italia. A ben vedere la trovo al limite tra la bassa psicologia dell’ottimismo e il melenso senso civico. Inutile dire che in essa era racchiuso poco di cristiano. E l’espressione a cui mi riferisco ― e che trovo fuori luogo ― è la seguente: «andrà tutto bene». Ce ne sarebbe anche un’altra che dice «è mia responsabilità», ma già la prima dà sufficiente materiale per una riflessione critica.

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«Andrà tutto bene» è un’espressione umana suggerita dall’emergenza che abbiamo vissuto e che pare non sia terminata ― formulata anche con propositi buoni ― ma che ancora una volta risente di quella pretesa di auto-salvazione che esclude la grazia ed esalta l’innato desiderio prometeico dell’uomo. Espressione che ricorda molto da vicino quell’ottimismo cinematografico statunitense, quel pensiero positivo ma distraente dalla fede, un modo di essere e di apparire che brilla per lo spirito di iniziativa ma nulla più. Scusate, ma io non mi ci ritrovo, non ci credo tanto in questo: «Andrà tutto bene».

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Facendo una rapida ricerca di notizie sul web [1] sembra che in Lombardia, tra il 5 e il 6 marzo scorso, siano iniziate a circolare scritte su post-it con questo slogan e più tardi tale fenomeno si è andato estendendo al resto d’Italia. A questa frase si è pensato bene di aggiungere l’onnipresente arcobaleno sostenuto da due nuvolette, simbolo che oggi è stato arruolato dal pensiero unico, svuotato di qualunque connotazione biblica e di alleanza noachica [cf. Gen 9, 8- 12], per rieditarlo come simbolo di lobby e di lotta ai diritti. E a vedere come è stato confezionato l’arcobaleno antivirus, ci si aspetterebbe la comparsa di Lepricani e pentole di monete d’oro, e invece…

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Una modalità che forse riuscirà a distrarre i bambini ma che difficilmente riuscirà a convincere gli adulti. Anzi ― a tutt’oggi ― l’attuale crisi sanitaria, inizia a diffondere un certo sconforto generalizzato che non tarderà a tramutarsi in depressione traumatica. Invece, per quanto riguarda la genesi dell’annesso slogan antivirale, si possono scegliere diverse interpretazioni. C’è chi opta per l’origine laica, sostenendo che si tratti dell’intuizione letteraria di un’anonima poetessa lombarda [2]. Altri ancora [3], con la tendenza a battezzare ogni cosa, sostengono che si tratti invece di una frase detta da Gesù a Giuliana di Norwich, mistica inglese vissuta tra il XIV e il XV secolo.

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«Andrà tutto bene», cosa significa in realtà e qual è il soggetto di questa espressione? Fatemi capire, andrà tutto bene dopo che il virus si sarà fermato, dopo che ci saranno stati migliaia e migliaia di morti, dopo che in molti avranno perso il lavoro, dopo che l’economia nazionale sarà in ginocchio, dopo che la sanità sarà ridotta ai minimi storici, dopo che le famiglie non riusciranno più a pagare le bollette e a mettere insieme il pranzo con la cena? Andrà tutto bene, ma per chi? Dopo ogni epidemia, guerra o terremoto è andato sempre tutto bene? Ne siamo certi? Solo dopo svariati anni e a prezzo di perdite e sacrifici, non privi di quelle situazioni di corruzione che contraddistinguono le situazioni di destabilizzazione sociale, è andato tutto bene.

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A questo punto una domanda: è questo l’ottimismo che dovrebbe farsi carico di sostenere le persone, anche quelle credenti? Da sacerdote non posso assecondare un pensiero del genere, dispiacendomi per tutti coloro che deluderò e che vorrebbero vedere nel prete il dispensatore di una certa anestetizzazione di massa che tiene buono il gregge in attesa dell’inevitabile tosatura.

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Non voglio seguire l’ermeneutica dell’ottimismo ma della sicura speranza, risoluto nell’insegnamento paolino che dice: «Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati» [cf. Rm 8,35]

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Così come hanno fatto tutti i Padri de L’Isola di Patmos con i loro ultimi scritti su questo tema, penso anch’io che sia decisamente più credibile e cristianamente più sensato il modo di vedere di San Paolo quando afferma sempre nella Lettera ai Romani, alcuni versetti prima dei precedenti che ho citato, «Tutto concorre al bene, per coloro che amano Dio» [cf. Rm 8,28].

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In questa frase capiamo immediatamente di che cosa stiamo parlando. Il bene cristiano è il risultato di un rapporto d’amore, cioè di un raffinato lavoro dello Spirito, che svela la weltanschauung in cui Dio si manifesta attraverso l’opera del Figlio [cf. Gv 5,17]. È in questo patto d’amore indissolubile e insostituibile che ogni cosa diventa veicolo che concorre al bene; tutto serve, tutto è interconnesso, non esiste realtà in cui Dio non faccia sentire la sua voce.

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Quanti santi, fedeli cristiani e uomini comuni hanno scoperto Dio a partire da situazioni di sofferenza, in quelle realtà apparentemente distanti da Lui. È il caso del giovane Christoph Probst, fiero oppositore del regime nazista e di Hitler, che durante la sua prigionia, prima di essere condannato a morte e ghigliottinato, riceverà il santo Battesimo, la Comunione e l’Unzione degli infermi. Farà in tempo però a scrivere una lettera alla madre, con queste parole: «Ti ringrazio di avermi dato la vita. A pensarci bene, non è stata che un cammino verso Dio» [4].

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Ecco la felix culpa del preconio pasquale, un lento e inarrestabile cammino verso Dio, in cui la colpa antica – origine di ogni male – diventa il felice paradosso della Provvidenza, attraverso cui Dio salva coloro che lo amano, sperano e si affidano a Lui.

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Da questa pandemia possiamo uscirne solo amando Dio e lasciandoci amare da lui, è il Signore che in queste circostanze ci sta parlando, anzi sta urlando al nostro cuore attraverso il suo Spirito, così come fece con il beato apostolo Pietro: «Simone di Giovanni, mi ami? […] mi vuoi bene?» [cf. Gv 21,15-17]. E Pietro dovette rispondere proprio dopo il rinnegamento, dopo quella colpa consumata nella paura, dopo quella malattia spirituale che aveva reso vani i suoi giuramenti [cf. Mc 14,29-31]. Quel rinnegamento, fatto nel cortile del sommo sacerdote [cf. Mc 14,66-72], è stato per lui una felice colpa che gli ha permesso di riscattarsi amando maggiormente il Signore e lasciandosi amare da Lui pur nella consapevolezza della propria debolezza.

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«Tutto concorre al bene, per coloro che amano Dio», scriviamolo in ogni cuore, non come pericoloso determinismo per cui qualunque cosa si volgerà comunque al bene ma nella corrispondenza di quell’amore crocifisso che ha vinto il mondo e ancora oggi lo vince.

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Senza l’amore di Dio, nulla, a ben rifletterci, potrà mai andare bene.

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Laconi, 18 giugno 2020

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[1] https://www.corriere.it/tecnologia/20_marzo_05/coronavirus-spuntano-lombardia-decine-biglietti-solidali-anonimi-tutto-andra-bene-a29b7edc-5ed0-11ea-bf24-0daffe9dc780.shtml?refresh_ce-cp

[2] https://www.animafaarte.it/andra-tutto-bene-significato-archetipico/

[3] https://it.aleteia.org/2020/03/24/non-andra-tutto-bene-ma-dio-e-sempre-con-noi/

[4] http://liceogbruno.edu.it/docum/giornata_memoria/giornata_2016/La%20Rosa%20Bianca-Documenti.pdf

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Vedere nel coronavirus un castigo divino? Riflessioni sulla fine dei tempi: paura o speranza? Quanto a quel giorno e a quell’ora …

— la Chiesa e la grave emergenza coronavirus —

VEDERE NEL CORONAVIRUS UN CASTIGO DIVINO? RIFLESSIONI SULLA FINE DEI TEMPI: PAURA O SPERANZA? QUANTO A QUEL GIORNO E A QUELL’ORA …

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Non è opportuno e rispettoso verso Dio Padre vedere nelle sciagure temporali i castighi divini, consumando intimamente un velato senso di vendetta e di soddisfazione verso tutti coloro che non si sono ancora convertiti e che fanno opposizione a Dio. Quei giorni sono misteriosi e tali devono rimanere.

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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PDF  articolo formato stampa

 

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Masaccio, Cappella Brancacci (Firenze), Cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso terrestre

In un passo del Vangelo di San Matteo leggiamo una frase in apparenza enigmatica pronunciata da Cristo Signore: Quanto a quel giorno e a quell’ora, però, nessuno lo sa, neanche gli angeli del cielo e neppure il Figlio, ma solo il Padre [cf. Mt 24, 36].

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Nel clima di paura e di incertezza come quello che abbiamo vissuto durante la quarantena a causa del Covid-19, qualcuno particolarmente sensibile ha cominciato ad accarezzare l’idea che questo contagio virale sia stato in realtà un segno dei tempi. Questa idea prende forma sui profili social di numerose persone, alcune delle quali credenti, ed è per questo che è necessario fare un poco di chiarezza. Invece di intrattenerci con i vari messaggi di veggenti, mistici e profeti di turno è giusto dare la priorità al messaggio del Vangelo come rivelazione autentica e definitiva.

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L’espressione «segno dei tempi» non dovrebbe suscitare alcuna paura e angoscia nell’animo del credente, né tanto meno essere utilizzata come un sinonimo di fine del mondo, proprio perché è riconducibile all’insegnamento di Gesù e alla sua opera evangelizzatrice. Nel Vangelo di Matteo al cap. 16 versetto 3 troviamo queste parole: «Non sapete distinguere — chiede Gesù ai farisei e ai sadducei — i segni dei tempi?». 

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Davanti ai suoi ascoltatori che pretendevano un segno che avvalorasse la sua autorità e identità divina ― cosa del resto che aveva già preteso il demonio nel deserto ― Il Signore rivolge un interrogativo che orienta la loro attenzione all’opera di salvezza del Padre attraverso la mediazione del Figlio.

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Il messaggio è chiaro. Non serve produrre segni esteriori per sapere che Dio abita il tempo, Gesù è il segno definitivo del Padre con cui è possibile leggere i tempi. È curioso ― ma se andiamo ad analizzare bene l’episodio evangelico ― ci rendiamo conto come i farisei e i sadducei sono più preoccupati di tirare Gesù per la giacchetta e di associarlo al club degli affidabili, invece di prendere atto che il Regno di Dio ha già iniziato a rivelarsi in mezzo a loro nella potenza e nella libertà dello Spirito Santo.

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L’ora messianica è giunta ma i maestri di Israele sono incapaci di riconoscerla e ― cosa ancor più imbarazzante ― l’ora della salvezza è giunta proprio in tempi dove la libertà di un popolo è messa in discussione dall’occupante Impero Romano. Un’autentica bestemmia per ogni pio israelita!

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Oggi non abbiamo perso la libertà a causa di un popolo invasore, ci siamo ritrovati a perderla per un virus. Parlare di segni dei tempi significa fare riferimento all’opera di Gesù in mezzo al suo popolo, significa dire che Gesù mi sta salvando adesso, in questo tempo di epidemia, mentre eravamo a casa tristi e sconsolati, mentre ci preoccupavamo per il futuro dei nostri cari.

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Dio, in questi tempi di Coronavirus, ci parla attraverso il segno eloquente di suo Figlio risorto, non attraverso altri linguaggi o tramite castighi vendicativi. Dico questo proprio per rassicurare tutti coloro che mi stanno ascoltando e che rischiano di scambiare questa epidemia come una punizione divina.

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Prendo in prestito le parole di Papa Giovanni XXIII per suscitare la speranza all’interno della nostra vita cristiana durante questi giorni di esilio forzato dal mondo:

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«A noi piace collocare una fermissima fiducia del divino Salvatore […] che ci esorta a riconoscere i segni dei tempi», così che «vediamo fra tenebre oscure numerosi indizi, i quali sembrano annunciare tempi migliori per la Chiesa e per il genere umano» [cf. A.A.S. 1962, p. 6].  

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Gesù non spinge gli uomini a nutrire curiosità morbose sulla data del suo ritorno in terra o sulla scadenza del tempo a nostra disposizione. Non è opportuno e rispettoso verso Dio Padre vedere nelle sciagure temporali i castighi divini, consumando intimamente un velato senso di vendetta e di soddisfazione verso tutti coloro che non si sono ancora convertiti e che fanno opposizione a Dio. Quei giorni sono misteriosi e tali devono rimanere. «Non spetta a voi conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta…» [cf. At 1,7]. Commentano questo passo degli Atti degli Apostoli San Girolamo spiega: «Con ciò mostra che egli [Gesù] lo sa, ma non conviene che lo sappiano gli Apostoli, così che, sempre incerti sulla venuta del giudice, vivano ogni giorno come se in quel giorno dovessero essere giudicati».

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Scorgiamo il segno che è Cristo, in questo tempo in cui sembra che un virus abbia la meglio sulla nostra vita, sulla nostra fede, sulle nostre tradizioni religiose, scorgiamo Cristo, oggi che sembrano passati i giorni della prima grande emergenza, da noi tutti vissuti tristemente nella paura e nello smarrimento; gettiamo via l’acqua vecchia, ma cercando però l’acqua nuova, cioè l’acqua viva del Vangelo, dell’incontro con Cristo che ci assicura: «Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno» [cf Mt 24, 35].

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Quanto a quel giorno e a quell’ora … non lasciamoci turbare, scorgiamo Gesù, solo nell’incontro giudicante con il suo amore tutto potrà acquistare un senso, tutto potrà finalmente andare bene.

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Laconi, 27 maggio 2020

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