Un triste canto di Natale tra le volanti dei Carabinieri: prospettive ed analisi dell’oggi

— attualità ecclesiale —

UN TRISTE CANTO DI NATALE TRA LE VOLANTI DEI CARABINIERI: PROSPETTIVE ED ANALISI NELL’OGGI

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Possiamo capire e forse caritatevolmente giustificare questo comportamento deferente degli ecclesiastici verso il governo, visto che da molto tempo c’è il rischio di vedere fantasmatizzato il sostentamento clero, che porterà alla chiusura impietosa di molte piccole diocesi e parrocchie, realizzando finalmente il progetto di una Chiesa povera, non per i poveri, ma di poveri. Quindi sintetizzando è meglio tenersi buono il governante di turno, anche se satanasso, finché ci permette di campare.

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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L’ultimo capitolo presente nel libro La Chiesa e il coronavirus ― pubblicato da noi padri dell’Isola di Patmos ad ottobre di quest’anno ― si intitola così: A Christmas Carol: un canto tragico di Natale.

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Il riferimento fondamentale da cui ho tratto l’ispirazione è Charles Dickens, romanziere inglese di età vittoriana noto soprattutto per i suoi romanzi a carattere sociale che hanno il pregio di descrivere la società inglese con tutte le sue ipocrisie e contraddizioni, lontano dalla becera propaganda di regime che solitamente magnifica i successi della classe al potere, minimizzando invece le sue magagne.

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Nel romanzo A Christmas Carol Dickens presenta il protagonista, Ebenezer Scrooge, un vecchio spilorcio preoccupato della sua ricchezza in modo maniacale, tanto da arrivare a calpestare i diritti più sacri del suo umile contabile Bob Cratchit ― famiglia, fede, salute, lavoro ― ed avere una malcelata sopportazione per l’intera umanità.

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Neanche l’arrivo del Natale sembra intenerire il cuore di Ebenezer, anzi questa festività sembra acuire ancor di più l’insoddisfazione personale e la preoccupazione per un minore profitto, dato l’attenuarsi dei giorni proficui per il guadagno. Solo un intervento soprannaturale riuscirà a ribaltare le sorti e a ricondurre la vita del vecchio taccagno a più miti consigli, ottenendo giustizia là dove giustizia e pietà sono state violate e disprezzate e riportando un lume di umanità e comprensione nel vecchio peccatore.

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Tra le righe del romanzo, un lettore attento può intravedere bene l’essenza umana e psicologica del vecchio Scrooge: egli è un povero uomo ferito e infelice, è un invecchiato nel male come proferirebbe il profeta Daniele [cf. Dn 13].

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La sua passione per il denaro lo ha snaturato e pervertito, allontanandolo dai sentimenti più nobili dell’uomo quali la carità, la pietà, la solidarietà e l’empatia. Scrooge è ― al tempo di Dickens ― la rappresentazione di quel cinismo anti-umano moderno presente in molti ambiti della nostra società che, avanzando la pretesa del diritto a ogni costo, finisce per calpestare e negare i diritti più sacri del prossimo.

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Scelsi di ispirarmi a Dickens perché in ottobre dentro i sacri palazzi del potere mondano e religioso si accarezzava l’idea di un possibile nuovo lockdown natalizio. Un sodalizio tra trono e altare ben orientato che avrebbe assestato un colpo definitivo non solo all’intero paese ma soprattutto a quella fede cattolica che in Italia non ha più una identità definita ma che vive un dualismo di sentimentalismo pauperistico in salsa immigrazionista e di tradizionalismo retrodatato, salottiero e zitellesco.

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Chi, dunque, meglio di Dickens avrebbe potuto sintetizzare le malversazioni della società civile e religiosa nella quale stiamo vivendo, riproponendo con il romanzo Canto di Natale, lo spauracchio di uno spettro visitatore, non del passato, non del presente e neanche del futuro ma del confinamento dell’umano che disumanizza, in barba allo slogan andrà tutto bene?

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Con il contagio di Covid-19 del presidente della Conferenza Episcopale Italiana, Gualtiero Bassetti e del suo conseguente ricovero, i nostri pastori non hanno reputato essere più percorribile quella proposta di sospensione delle Messe in periodo natalizio in accordo con il Viminale, che il quotidiano il Messaggero  ― nell’edizione del 10 ottobre 2020 ― aveva prontamente sottolineato  [vedere articolo, QUI].

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Un passo azzardato certamente, che forse per non scavalcare il Cardinale presidente CEI ammalato non è stato più perseguito. Ma forse, con più probabilità, si è scelta la via del camaleontico trasformismo ecclesial-chic in cui le verità non sono mai oggettive ma funzionali e si capiscono a seconda dell’opportunità e del bisogno.

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Possiamo capire ― e forse caritatevolmente giustificare ― questo comportamento deferente degli ecclesiastici verso il governo, visto che da molto tempo c’è il rischio di vedere fantasmatizzato il sostentamento clero, che porterà alla chiusura impietosa di molte piccole diocesi e parrocchie, realizzando finalmente il progetto di una Chiesa povera, non per i poveri, ma fatta di poveri. Quindi sintetizzando è meglio tenersi buono il governante di turno, anche se satanasso, finché ci permette di campare.

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Questo discorso è più comprensibile oggi in cui, compiuto il giro di boa del tempo di Avvento con la solennità dell’Immacolata, si dibatte ancora sulla modalità di celebrare il Natale compatibilmente al coprifuoco del DCPM. Non mancano i suggerimenti alla prudenza, in cui le schiere degli osservanti, dei dissidenti e dei divergenti si contenderanno il campo di battaglia in questo Natale 2020.

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Comunque tutto è già preparato, per rispettare i DPCM si è optato per il modello fantozziano in cui il novello Conte Cobram ha già dato l’incaricato al maestro Canello di suonare in anticipo la mezzanotte del nuovo anno e a qualche maestro di cappella di Villa Nazareth di anticipare il Gloria in excelsis Deo che annuncia la nascita del Salvatore.

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Stiamo comunque tranquilli, così come abbiamo già potuto sperimentare con la ripresa post lockdown di giugno ci saranno coloro che, pur non celebrando il Natale dal 1980, si sentiranno gravemente defraudati e offesi per l’assenza della Santa Messa di Mezzanotte, alla quale non partecipano da alcuni decenni. Così come ci saranno coloro che dall’alto della loro maturità ecclesiale diranno che tutte queste cose sono delle convenzioni preconcette, che si può benissimo celebrare la nascita del Redentore dal proprio salotto e che in fondo al tempo dei pastori non esistevano registratori e Gopro e che quindi con tutta probabilità non c’è mai stato un Natale cristiano e una Vergine promessa sposa di un uomo della casa di Davide di nome Maria. Ma soprattutto non c’è mai stata una redenzione perché, al di sopra di tutto, c’è la coscienza che è la suprema lex a cui tutti debbono obbedire perché così conviene … fin quando conviene, ma soprattutto fino quando la libertà coscienza non esprime cose diverse o contrarie verso chi manipola le coscienze, in nome della libertà di coscienza, ovviamente!

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A tutti voi, i miei più sinceri auguri di buon Natale … dickensianamente parlando.

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.Laconi, 9 dicembre 2020

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L’insostenibile leggerezza dell’essere. Un articolo comico imperdibile su “La Nuova Bussola Quotidiana” circa la nascita di Gesù Cristo il 25 dicembre

— attualità ecclesiale —

L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DELL’ESSERE. UN ARTICOLO COMICO IMPERDIBILE SU LA NUOVA BUSSOLA QUOTIDIANA CIRCA LA NASCITA DI GESÙ CRISTO IL 25 DICEMBRE

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In questo cammino di Avvento, i Padri de L’Isola di Patmos augurano di poter giungere al mistero di un Natale profondamente meditativo, in questo momento storico-sociale molto difficile, lasciando ad altri tutte le limitatezze che invece potrebbe comportare un natale politico-polemico. Il problema è che purtroppo – e non è la prima volta – La Nuova Bussola Quotidiana rischia di confondere il Santo Sepolcro di Cristo con il sepolcro di Giulio Andreotti, questo è il loro vero problema di fondo!

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Dal Jesus Christ Superstar del 1973 eccoci giunti all’androgino Jesus Christ Photoshop del 2020, con occhio azzurro, labbra carnose sensuali, tratti femminei e via a seguire. Gesù Cristo era «il più bello tra i figli dell’uomo» (Sal 44, 3), non il più effeminato tra i figli dell’uomo, come lo raffigurano oggi certi fideisti blasfemi e certe languide pinzochere esaltate.

Come accade ciclicamente, la nostra redazione è stata impegnata a lavorare i nuovi libri in uscita a giorni prima di Natale, per offrire ai nostri Lettori tre lavori di pregevole narrativa. Dopo un periodo di silenzio riprendiamo oggi la nostra piena attività pubblicistica partendo da qualche cosa di “leggero”, si fa per dire! Per seguire nei prossimi giorni con articoli di ben altra levatura, già redatti dai Padri de L’Isola di Patmos.

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Il fatto: un editorialista de La Nuova Bussola Quotidiana oggi si cimenta a spiegare che la data della nascita del Verbo di Dio fissata al 25 dicembre è reale [vedere articolo, QUI]. Purtroppo perdendo di vista che per noi cattolici, il dato storico unito al dato di fede, non è costituito da una “data tradizionale” ma dall’incarnazione del Verbo di Dio fatto Uomo: «E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» [Gv 1, 14].

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Aspettiamoci una seconda puntata nella quale si spiega, alla luce della tradizione popolare-iconografica, che Gesù era alto un metro e novanta, biondo con gli occhi azzurri e che sua madre, la sempre vergine Maria, aveva i tratti di una ragazza di Hannover, proprio come se fosse nata nell’estremo Nord dell’Europa. Ma soprattutto che all’età di appena 16 anni circa – tanti più o meno ne aveva al momento del parto – al suo fianco spicca un uomo, il veneratissimo Patriarca Giuseppe, che di anni ne aveva più o meno 80, come da secoli ci documenta l’iconografia e la tradizione popolare. Senza soprassedere poi su un altro dato storico inconfutabile: in quella zona dell’antica Giudea, quando Gesù Cristo nasceva dal cielo cadeva la neve, in uno scenario simile a quello che possiamo trovare in dicembre a Madonna di Campiglio o a Courmayeur. È infatti risaputo che i pastori giunsero sulle slitte trainate da cani di razza husky e che pochi giorni dopo i Re Magi, che erano dei noti ed esperti sciatori di fondo, giunsero appunto sciando presso la grotta della natività avvolta dalla neve. Che dire: nemmeno quella romanziera invasata di Maria Valtorta giunge a scrivere simili idiozie – che è tutto dire! – quando narra la reale presenza del bue e dell’asino nella grotta, con Gesù deposto dentro la mangiatoia sul fieno e sulla paglia. Insomma: provate a deporre un neonato sul fieno e sulla paglia, poi ne riparliamo a breve, di come finirà ridotta la carne di quella povera creatura neonata.

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La data fissata al 25 dicembre si lega in parte alla tradizione popolare in parte al fideismo. Da sempre sappiamo che il calendario che prende avvio dall’epoca dopo Cristo è sballato di diversi anni per vari errori di calcolo. Il dato innegabile sostenuto dalla storia è la nascita di Gesù Cristo, che nessuno può negare, perché è documentata ampiamente dalle fonti, come lo sono il suo processo e la sua condanna a morte, impresse nelle cronache ebraiche e romane. E in questo secondo caso sì, che abbiamo una data storica certa della sua passione e morte, perché il tutto coincide con Pesach, la Pasqua ebraica, ed è documentato dalle fonti storiche più autorevoli: i Santi Vangeli.

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La data esatta della nascita di Cristo Dio è del tutto irrilevante: quel bimbo è nato veramente ed è il Verbo di Dio fatto Uomo che è morto, risorto dai morti e asceso al cielo. Se la sua vita e la sua morte sono provate in modo certo dalla storia, la stessa prova certa non può essere ovviamente fornita per il gran mistero della sua risurrezione e ascensione al cielo, ce lo spiega coerentemente l’Autore della Lettera agli Ebrei: «La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono» (Eb 11, 1-3).

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A queste spiegazioni, una persona tanto cara e ricca di lodevole fede mi risponde: «Io credo ciecamente a quanto i Santi stessi hanno ricevuto sulla vicenda da Gesù in persona e da Maria in persona, confermando anch’essi che questa data del 25 dicembre non è stata solo simbolica». Le ho risposto che se l’argomento è per un verso complesso dall’altra è semplice per quanto riguarda il discorso dei Santi, delle loro visioni o locuzioni, che ricordiamo non fanno parte del deposito della fede e soprattutto non vincolano i fedeli a una adesione di fede. Così, per meglio chiarire, ho portato l’esempio delle stimmate. Gli stimmatizzati ebbero le stimmate impresse al centro del palmo della mano, benché a Cristo i chiodi non furono piantati in quel punto ma sui polsi. E su questo avrebbe molto da dirci il nostro teologo cappuccino Ivano Liguori nella sua veste di francescano, dato che fu il Serafico Padre Francesco d’Assisi il primo a ricevere questo doloroso dono divino delle stimmate. Perché, dunque, sui palmi delle mani? Semplice, perché Dio è il sommo e divino pedagogo. Da secoli il crocifisso era raffigurato con i chiodi piantati nei palmi delle mani e Dio, donando le stimmate di Suo figlio ad alcune anime elette, si è attenuto a quella immagine conosciuta dal popolo dei fedeli. 

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… il Natale che stiamo rischiando nel 2020

Parlando seriamente tra noi, il nostro teologo domenicano Gabriele Giordano M. Scardocci faceva notare che esistono studi storici, di valenza ipotetico-speculativa, svolti però con rigore scientifico. A partire da alcuni antichi rotoli è stato studiato, nel corso degli anni Sessanta, che calcolando la classe di Abia in cui Zaccaria, marito di Elisabetta e padre di Giovanni il Battista, esercita e officia il culto, si potrebbe anche ipotizzare che Gesù Cristo è nato negli ultimi dieci giorni di dicembre. Però, contrariamente all’articolo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana, dove le cose si danno storicamente per certe, questi studiosi utilizzano un formulario ipotetico, affermando che a partire da questi dati potrebbe essere possibile ipotizzare questa data del 25 dicembre. Cosa questa ben più onesta sul piano scientifico [Cfr. The Calendar Reckoning of the Sect from the Judean Desert. Aspects of the Dead Sea Scrolls, in Scripta Hierosolymitana, vol. IV, Jerusalem 1958, pp. 162-199].

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In questo cammino di Avvento, i Padri de L’Isola di Patmos augurano di poter giungere al mistero di un Natale profondamente meditativo, in questo momento storico-sociale così difficile, lasciando ad altri tutte le limitatezze che invece potrebbe comportare un natale politico-polemico. Il problema è che purtroppo – e non è la prima volta – La Nuova Bussola Quotidiana rischia di confondere il Santo Sepolcro di Cristo con il sepolcro di Giulio Andreotti, questo è il loro vero problema di fondo!

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dall’Isola di Patmos, 9 dicembre 2020

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Cambia il “Padre Nostro” per volere del Sommo Pontefice, mentre c’è chi prega che il Padre Nostro cambi lo stile di governo del Sommo Pontefice

— attualità ecclesiale —

CAMBIA IL PADRE NOSTRO PER VOLERE DEL SOMMO PONTEFICE, MENTRE C’È CHI PREGA CHE IL PADRE NOSTRO CAMBI LO STILE DI GOVERNO DEL SOMMO PONTEFICE

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Dinanzi ad una decadenza morale e dottrinale senza precedenti come quella che stiamo vivendo, pare che qualcuno non abbia trovato di meglio da fare che usare una parola del Pater Noster e l’apertura del Gloria come delle armi di dissuasione di massa …

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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…merita sempre avere un buon dizionario

La Conferenza Episcopale Italiana ha stabilito — ovviamente nella piena, totale, collegiale e sinodale libertà dei figli di Dio —, la modifica della Preghiera del Padre Nostro nella nuova edizione del Messale Romano [cfr. QUI], dove la frase «non indurci in tentazione» diventa «non abbandonarci alla tentazione». Volendo, avrebbero potuto usare l’espressione «e non esporci alla tentazione», però, alla “esposizione” in uso presso le Comunità Evangeliche Valdesi, hanno preferito una espressione di “abbandono”, forse valutando che mai, come in questa nostra epoca, ci siamo abbandonati a noi stessi. La sostanza resta però la stessa: i Cattolici, come i Protestanti, hanno mutata un’espressione che affonda le proprie radici nei testi più antichi, come tra poco vedremo. E i primi, come i secondi, hanno entrambi rivendicato: il ritorno alle autentiche origini dei testi.

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Il Padre della Chiesa Tertulliano [Cartagine 155 – Cartagine 227], spiega che il Padre Nostro, la Preghiera che il Verbo di Dio stesso ci ha insegnato [cfr. Mt 11, 1] «è la sintesi di tutto il Vangelo». Questa affermazione dovrebbe indurre quanto meno all’uso della totale cautela nel toccare anche un solo sospiro di questo testo.

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Per quanto riguarda la frase “incriminata” che recita: «et ne nos inducas in tentationem» [e non ci indurre in tentazione], nel discorso n. 57 dedicato al Passo del Beato Evangelista Matteo [cfr. Mt 6, 9-13], il Santo Dottore della Chiesa Agostino Vescovo d’Ippona è molto chiaro ed esaustivo nello spiegare che Dio non può compiere il male, però permette che esso operi attraverso Satana e con lui gli Angeli caduti che lo realizzano. Certo, Dio non tenta nessuno verso il peccato, però permette che le forze del male inducano i cristiani a cadere in esso. Tutto questo, è racchiuso nel principio stesso della creazione, presupposto fondante della quale sono la libertà e il libero arbitrio dell’uomo. Altrettanto illuminante commento al Pater Noster e alla frase “incriminata” ci è donato dal Santo Dottore della Chiesa Tommaso d’Aquino, che ricalcando in buona parte l’Ipponate afferma: 

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«Dio induce forse al male, quando ci fa dire “non ci indurre in tentazione”? Rispondi che si dice che Dio induce al male nel senso che Egli lo permette, giacché a causa dei suoi numerosi peccati precedenti sottrae l’uomo alla grazia, venuta meno la quale cade nel peccato» [cfr. San Tommaso d’Aquino, Commento al Padre nostro, 6].

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…merita sempre avere un buon dizionario

Prima dell’Ipponate e dell’Aquinate, un altro Padre della Chiesa, il Santo Vescovo Cipriano di Cartagine [Cartagine 210 – Cartagine 258], spiega che Dio può dare il potere al Demonio in due modi: per il nostro castigo, se abbiamo peccato, oppure per la nostra glorificazione, se invece accettiamo la prova. E questo, spiega il Santo Vescovo e Dottore [cfr. Patrologia latina del Migne – Vol. IV Cyprianus carthaginensis De oratione dominica], fu ad esempio il caso di Giobbe: «Ecco, tutto quanto gli appartiene io te lo consegno; solo non portare la mano su di lui» [Gb 12, 1]. Il Signore stesso, nel momento della sua passione, dice: «Non avresti su di me nessun potere se non ti fosse stato dato dall’alto» [cfr. Gv 19, 11]. Quando dunque preghiamo per non entrare in tentazione, ci ricordiamo della nostra debolezza, affinché nessuno si consideri con compiacenza, nessuno si inorgoglisca con insolenza, nessuno si attribuisca la gloria della sua fedeltà o della sua passione, allorché il Signore stesso ci insegna l’umiltà quando dice:

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«Vegliate e pregate per non entrare in tentazione. Lo spirito è ardente, ma la carne è debole» [Mc 14, 38].

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Un altro grande Padre della Chiesa, Origene [Alessandria 185 – Tiro 254], per commentare il «et ne nos inducas in tentationem» parte dal Beato Apostolo Paolo che scrivendo agli abitanti di Corinto afferma:

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«Nessuna tentazione vi ha finora sorpresi se non umana; infatti Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via d’uscita e la forza per sopportarla» [I Cor 10, 13].

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Chiarisce così Origene:

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«Che significa dunque il comando del Salvatore di pregare a non indurci in tentazione, dal momento che Dio stesso quasi ci tenta? Dice infatti Giuditta, rivolgendosi non soltanto agli anziani del suo popolo, ma a tutti quelli che avrebbero letto queste parole: “Ricordatevi di quanto operò con Abramo e quanto tentò Isacco e tutto quello che accadde a Giacobbe che pasceva in Mesopotamia di Siria il gregge di Laban, fratello di sua madre; poiché non come purificò costoro per provare il loro cuore, Colui — il Signore — che flagella per emendarli quelli che gli si avvicinano, castigherà anche noi”. Anche Davide, quando dice: “Molte sono le afflizioni dei giusti”, conferma che questo è vero per tutti i giusti. L’Apostolo, a sua volta, negli Atti dice “perché attraverso molte tribolazioni dobbiamo entrare nel regno di Dio” [cfr. At 14, 22]» [Origene, Commento al Padre Nostro].

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…merita sempre avere un buon dizionario

Non è comunque da escludere che in un vicino futuro, una squadra di esegeti provveda quanto prima a cambiare anche la pagina del Vangelo del Beato Evangelista Matteo che narra del Demonio che tenta l’uomo Gesù nel deserto [cfr. Mt 4, 1-11], dove il Divino Figlio non si è rivolto al Divino Padre domandando: «E non abbandonarmi alla tentazione», posto che il Creatore permise che Satana lo inducesse in tentazione.

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Dovranno poi intervenire i biblisti per riscrivere e attualizzare anche vari passi biblici secondo le direttiva della nuova gestione e secondo la «rivoluzione epocale» in corso, visto che Dio ci mette alla prova e ci rafforza permettendo che noi fossimo tentati. Non possiamo infatti dimenticare che l’uomo è immerso nelle tentazioni sin dalla sua caduta con la conseguente entrata nella scena del mondo e dell’umanità del peccato originale. Leggiamo infatti nei testi vetero testamentari: «Figlio, se ti presenti per servire il Signore, preparati alla tentazione» [Sir 2,1]. Ma soprattutto è bene ricordare che la Chiesa, in documenti non certo sospetti, giacché si tratta di una delle costituzioni del Concilio Vaticano II, da molti ritenuto il concilio dei concili, ricorda che la tentazione è legata al valore di quella libertà che nell’uomo è il «segno altissimo dell’immagine divina» [Gaudium et spes, 8].

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Un altro testo da correggere è sicuramente quello della Lettera agli Ebrei laddove l’Autore, riprendendo la letteratura dei Salmi, spiega in che modo gli stessi uomini osarono di tentare Dio:

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non indurite i vostri cuori
come nel giorno della ribellione,
il giorno della tentazione nel deserto,
dove mi tentarono i vostri padri mettendomi alla prova,
pur avendo visto per quarant’anni le mie opere [Eb 3, 8-9].

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Proviamo allora ad andare alla fonti più antiche, perché da mezzo secolo a questa parte siamo spettatori e vittime delle gesta e delle varie «rivoluzioni» di coloro che vogliono “tornare alle origini”. Più volte ho spiegato nei miei scritti che certi teologi, col pretesto di origini che in verità non sono mai esistite nella storia antica, vogliono invece imporre il proprio pensiero moderno. Ma se di origini vogliamo parlare, allora basterà dire che la Preghiera del Padre Nostro, nell’antico ed originario testo aramaico, recita:

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La frase “incriminata” proclama alla lettera testuali parole: «e non portarci in tentazione».

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Quando dall’originale testo il Pater Noster fu tradotto dall’aramaico al greco, per evitare di caricare la frase con una lunga perifrasi è usato soltanto un verbo che significa “indurre” o “far entrare”:

 

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E se il greco non è un’opinione, la frase “incriminata” tradotta alla lettera recita proprio: «Non ci indurre in tentazione». Da questi due testi nasce la terza traduzione, quella latina, del tutto aderente e fedele al testo originale greco:

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Pater Noster qui es in cælis: 

sanctificetur nomen tuum;

adveniat regnum tuum;

fiat voluntas tua, 

sicut in cælo, et in terra.

Panem nostrum cotidianum da nobis hodie;

et dimítte nobis debita nostra, 

sicut et nos dimittimus debitoribus nostris;

et ne nos inducas in tentationem,

sed libera nos a malo.

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Agli amanti dei “ritorni alle origini” va ricordato che la frase “incriminata” «Non ci indurre in tentazione», deriva dal greco εἰσενέγκῃς, da cui la fedele traduzione latina inducas, che nella lingua italiana è altrettanto fedelmente tradotta con indurre. Detto questo è d’obbligo e di rigore chiedersi: si rendono conto gli amanti del ritorno alle autentiche origini, che, stando così le cose, questo “errore” oggi finalmente corretto, risale ai tempi delle prima epoca apostolica?

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Se i testi patristici conosciuti da secoli sono quelli tutt’oggi noti, se le lingue antiche e le loro traduzioni fedeli sono quelle che sono, ecco allora che ciascuno, senza essere indotto ad alcuna tentazione, può trarre da se stesso le proprie conclusioni, dato che in nome di un non meglio precisato ritorno alle origini si è alterato quell’originale che è tale sin dalle aramaiche e greche origini più remote, ed è tale prima del latino e molto prima delle attuali lingue moderne.

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Il problema che forse si cela dietro a questa ennesima querelle, temo che abbia poco di teologico e molto di socio-politico, il tutto con delle strategie più o meno limpide. O per meglio spiegare il problema: la Chiesa Cattolica sta vivendo il periodo forse più tragico della propria intera storia. Siamo in un clima di grande decadenza dottrinale dal quale ha preso vita una profonda crisi morale, perché la crisi morale, nella Chiesa nasce sempre da una crisi dottrinale. Non occorre ricordare che ormai non passa giorno, senza che qualche vescovo o prete non salti agli onori delle cronache per scandali quasi sempre molto gravi. La decadenza e la crisi morale, dal Collegio Sacerdotale ha finito per infettare il Collegio Episcopale, ed appresso il Collegio Cardinalizio. La nostra crisi di credibilità spazia ormai tra il tragico e il comico-grottesco. È quindi singolare che in un momento senza precedenti storici come quello che stiamo vivendo, non si trovi di meglio da fare che ritoccare le parole del Pater Noster e del Gloria.

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Questa vicenda ricorda la storia del dittatore Saddam Hussein accusato di nascondere arsenali d’armi di distruzione di massa. Quelle armi non furono mai trovate, però, con tutte le implicazioni politico-economiche che ne seguirono, si sono avute due guerre nel Golfo che hanno destabilizzato gli assetti politici ed economici. Così, poco dopo, si cominciò a parlare di … armi di dissuasione di massa.

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Dinanzi a una decadenza morale e dottrinale senza precedenti come quella che stiamo vivendo, pare che taluni non abbiano trovato di meglio da fare che usare una parola del Pater Noster e l’apertura del Gloria come delle armi di dissuasione di massa, convinti e sicuri che nessuno avrebbe mai capito e scoperto il loro gioco …

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καὶ μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς εἰς πειρασμόν

et ne nos inducas in tentationem, sed libera nos a malo.

E non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male.

Amen !

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dall’Isola di Patmos, 16 novembre 2018

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Articolo pubblicato il 16 novembre 2018 e proposto nuovamente il 24 novembre 2020 in occasione della pubblicazione della nuova edizione tipica del Messale Romano

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Una spiegazione al «non ci indurre in tentazione» del teologo domenicano Giuseppe Barzaghi [per aprire il video cliccare sopra l’immagine]

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Fare “esperienza di Cristo” nell’Eucaristia non è egocentrismo clericale, come il Cardinale Mario Grech e il gesuita Antonio Spadaro vorrebbero farci intendere, ma è nutrirsi di quella speranza cristiana che si è fatta carne

— attualità ecclesiale —

FARE “ESPERIENZA DI CRISTO” NELL’EUCARISTIA NON È EGOCENTRISMO CLERICALE, COME IL CARDINALE MARIO GRECH E IL GESUITA ANTONIO SPADARO VORREBBERO FARCI INTENDERE,  MA È NUTRIRSI DI QUELLA SPERANZA CRISTIANA CHE SI È FATTA CARNE.

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[…] Seguendo la trama del film Dogma, scopriamo come la figura del Cristo Compagnone è stata ideata da un uomo di Chiesa, da un rinnovatore diremmo oggi, un certo Cardinale Glick ― interpretato da George Carlin ― nell’ambito di una campagna denominata “Catholicism Wow!” che mira a rinnovare l’immagine della Chiesa Cattolica rendendola più “in uscita”, proprio a partire dalla riforma dell’immagine di Cristo.

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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non è più il futuro, ormai è il presente …

Dalle nostre colonne de L’Isola di Patmos ho ribadito più e più volte che, l’attuale tempo di pandemia, dovrebbe portare la Chiesa a riprendere in mano una riflessione teologica seria sulla virtù della speranza cristiana. Tale riflessione appare quanto mai necessaria perché la speranza è quella virtù che ci insegna a vivere nel mondo come credenti, conducendoci ― secondo l’insegnamento del beato Duns Scoto ― a desiderare Dio in ogni situazione della vita, sia essa favorevole o avversa, Lui che è il nostro bene supremo, dal quale riceviamo tutti i bene necessari alla nostra santificazione [cfr. A. Tanquerey, Compendio di Teologia Ascetica e Mistica, S. Paolo 2018, p 581].

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Quando nella vita siamo toccati da eventi che provocano la nostra fragilità è particolarmente triste vivere senza la virtù della speranza ma è ancora più triste vivere con una speranza privata del suo fondamento teologico, specie se questa speranza svuotata mette radici nel cuore di chi dovrebbe essere credente.

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Dice Benedetto XVI: «quando la Prima Lettera di Pietro esorta i cristiani ad essere sempre pronti a dare una risposta circa il logos ― il senso e la ragione ― della loro speranza (cfr 3,15), “speranza” è l’equivalente di “fede”» [cfr. Benedetto XVI, Lettera Enciclica, Spe Salvi, n.2]. Perciò il discorso è chiaro: la ragione per cui speriamo sta nel fatto che nella pienezza dei tempi [Gal 4,4], il Logos del Padre si incarna e, nell’assumere un corpo umano, risana tutti coloro che si trovano afflitti dal dolore della disperazione [cfr. 1Ts 4,13] o a causa di una falsa speranza.

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Tale speranza incarnata ― che è Cristo ― suscita la fede nel nostro cuore che ha nell’esclamazione dell’apostolo Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!» [Gv 20,28] la più bella sintesi della speranza ritrovata informata dalla fede.

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Partendo da questa constatazione dobbiamo segnalare come nella conseguente emergenza sanitaria, stiamo attraversando una ben precisa crisi di speranza che è il naturale corso di una crisi di fede verso la persona di Cristo visto non come il Logos di Dio incarnato ma come un palliativo privo di fondamento salvifico.

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Eccoci giunti alla conclusione del nostro ragionamento, se facciamo fatica a vivere la virtù della speranza è solo perché facciamo fatica a stare dentro la fede, adorando un Cristo svuotato dalla sua divinità, che propone una speranza ugualmente svuotata del logos divino. Egli non è più il Risorto portatore di speranza, così come recita l’antica Sequenza della liturgia pasquale: «Cristo, mia speranza, è risorto!», ma assume i tratti del Cristo Compagnone del film Dogma del 1999, in cui Gesù è caratterizzato da un aspetto allegro e cordiale, ampio sorriso e occhio ammiccante, indice della mano destra puntato e pollice della mano sinistra alzato in segno di approvazione. Insomma, una maschera grottesca di quel Salvatore che pur presentandosi al mondo in modo “inclusivo” resta però incapace di salvare gli uomini proprio perché troppo impegnato a dispensare calde pacche sulle spalle verso una modernità relativizzata e relativizzante. Per inciso: il libro che noi Padri de L’Isola di Patmos abbiamo dato da poco alle stampe, “La Chiesa e il coronavirus”, si apre proprio con un capitolo del nostro confratello domenicano Padre Gabriele Giordano M. Scardocci che fa un riferimento pertinente a questa pellicola cinematografica [visitate il nostro negozio librario, QUI].

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Seguendo la trama del film Dogma, scopriamo come la figura del Cristo Compagnone è stata ideata da un uomo di Chiesa, da un rinnovatore diremmo oggi, un certo Cardinale Glick ― interpretato da George Carlin ― nell’ambito di una campagna denominata “Catholicism Wow!” che mira a rinnovare l’immagine della Chiesa Cattolica rendendola più “in uscita”, proprio a partire dalla riforma dell’immagine di Cristo.

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Purtroppo, dalla finzione cinematografica si passa alla tragica realtà in cui ci troviamo a interagire non più con personaggi inventati ― come il cardinale Glick del film Dogma ― ma con altri ben più concreti, come il gesuita Antonio Spadaro e il Cardinale Mario Grech. Persone reali, corifei del pensiero di Yves Congar, che sono da lungo tempo impegnati nella corsa al restyling ecclesiastico che desidera per la Chiesa un nuovo modo di essere, di parlare, di agire e di impegnarsi. Così, attraverso una bella intervista a braccio, di quelle che in questi tempi vanno tanto di moda per preparare gli animi al cambiamento, ci danno da intendere che «durante la pandemia è emerso un certo clericalismo, anche via social» e che l’impossibilità di non poter celebrare l’Eucaristia coram populo abbia messo in evidenza quel «grado di esibizionismo e pietismo che sa più di magia che di espressione di fede matura» [Cfr. La Civiltà Cattolica, QUI]. In altre parole, ci stanno dicendo che dietro lo sforzo di numerosi sacerdoti che hanno celebrato la Santa Messa senza il popolo ― ma sempre pro populo ― attraverso le nuove forme di comunicazione si nasconde un bieco clericalismo e un pastoralismo ego centrato ed esibizionista, che assume le fattezze di un elegante voyeurismo liturgico per quei pochi irriducibili preti messaioli”. Insomma, oltre al danno, pure la beffa.

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Ci rendiamo conto della stravaganza e dell’assurdità di tali affermazioni solo se le confrontiamo alla luce dell’inclusivismo pastorale più radicale che abbiamo sperimentato un anno fa. Inclusivismo che ha messo a dura prova ― nei fatti legati all’apoteosi della Pachamama durante il Sinodo Panamazzonico ― ogni buon senso, con la conseguente mortificazione di diversi contesti liturgico-ecclesiali per niente distanti dalla Sede di Pietro.

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Insomma, in nome dell’aggiornamento, anche una pandemia può fare al caso dei novatori, se questa riesce di fatto a scalzare il dominio dei vecchi ministri sacri ordinati e promuovere la nuova ministerialità laica verso una frontiera in cui il sacerdozio comune e la soteriologia dell’immediato tracciano la nuova immagine della Chiesa. Per questo motivo è utile ricordare come la Spe Salvi metteva in risalto il pericolo di una speranza intesa come fede nel solo progresso umano, fondata sulla ragione e sulla libertà dell’uomo, ma svincolata dalla grazia di Cristo.

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Capiamo molto più chiaramente questo ragionamento se seguiamo il proseguo dell’intervista:

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«nella situazione che impediva la celebrazione dei sacramenti non abbiamo colto che c’erano altri modi attraverso i quali abbiamo potuto fare esperienza di Dio». Tra i servizi citati appare quello sanitario che ha «trasformato i reparti ospedalieri in altre cattedrali».

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Queste parole sembrano sensate ma nella complessità dell’intervista nascondono un sottile trabocchetto, infatti il Cardinale Mario Grech non ha in mente di citare ― e si guarda bene dal farlo ― i numerosi cappellani ospedalieri che hanno assistito i malati di Covid-19 con la grazia dei Sacramenti, impartendo l’assoluzione in articulo mortis e rappresentando in quel frangente una Chiesa presente, madre premurosa, che rimane sotto la croce della malattia e veglia là, dove tutti gli altri fuggono. Per il presule spicca solo il servizio umanitario dei sanitari in cui ragione e libertà assurgono a valori assoluti del nuovo sacerdozio, molto più vicino all’etica massonica che a quella evangelica.

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Sebbene il servizio del corpo sanitario sia altamente meritorio, necessario e determinante in contesti pandemici, resta però sempre un servizio vincolato dalla immanenza, che non riesce ad oltrepassare in alcun modo la trascendenza della morte corporale quando questa si presenta come il naturale esito di una malattia importante, qual è il Covid-19. Né tantomeno questo servizio umanitario può donare quella caparra di vita eterna che solo Cristo concede attraverso il ministero e l’opera dei suoi sacerdoti nella Chiesa.

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L’uomo nella sofferenza ha un estremo bisogno di percepire chiaramente quella speranza certa che gli fa dire:

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«Né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezze né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore» [Rm 8, 38-39].

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Questa speranza certa e ricca di fede si contempla nel Cristo crocifisso che si dona alla misteriosa contemplazione dei fratelli ammalati e sofferenti attraverso il sacrificio giornaliero dell’altare. In ogni Santa Messa offerta e celebrata, il “pro vobis et pro multis” apre gli uomini alla speranza certa di redenzione mediante l’amore, in cui il sacrificio incruento dell’altare fa partecipare a quella «beata speranza» [cfr. Tt 2,13] che attende tutta quanta la Chiesa ogni qual volta obbedisce al comando del suo Signore: «Fate questo in memoria di me».

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Per questo motivo è necessario in ogni tempo di tribolazione ricorrere alla Santa Messa come rimedio divino, perché nella sua celebrazione fedele, “per ritus et preces” [Sacrosanctum Concilium, n. 48], gli uomini siano accompagnati costantemente dalla speranza divina che non abbandona mai l’uomo e dona forze nuove per andare avanti e sperare contro ogni speranza [cfr. Rm 4,18].  

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L’intervistatore di Civiltà Cattolica domanda al neo-cardinale: «Qual è dunque la sfida per l’oggi?». Risponde il Porporato:

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«Quando il tempio di Gerusalemme, dove Gesù pregava, fu distrutto, gli ebrei e i gentili, non avendo il tempio, si sono riuniti attorno alla tavola di famiglia e hanno offerto sacrifici con le loro labbra e la preghiera di lode. Quando non poterono più seguire la tradizione, sia gli ebrei sia i cristiani presero in mano la Legge e i Profeti e la reinterpretarono in modo nuovo [cfr. T. Halik, “Questo è il tempo per prendere il largo”, in Avvenire, 5 aprile 2020, 28] Questa è la sfida anche per oggi».

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Sinceramente non riesco a capire la frase: «[…] sia gli ebrei sia i cristiani presero in mano la Legge e i Profeti e li reinterpretarono in modo nuovo». Forse non comprendo questa frase perché, non solo, non è corretta né vera, ma perché Nostro Signore Gesù Cristo ammonisce:

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«In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure un iota o un segno dalla legge, senza che tutto sia compiuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli» [Mt 5, 18-19].

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Fa eco a queste parole il Beato apostolo Paolo:

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«[…] vi sono alcuni che vi turbano e vogliono sovvertire il Vangelo di Cristo. Orbene, se anche noi stessi o un angelo dal cielo vi predicasse un Vangelo diverso da quello che vi abbiamo predicato, sia anàtema! L’abbiamo già detto e ora lo ripeto: se qualcuno vi predica un Vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anàtema!» [Gal 1, 7-9].

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Qualcuno, intende veramente … reinventare la Chiesa? Forse come già in passato dichiarò un altro sapiente gesuita, Federico Lombardi, che dalla Sala Stampa della Santa Sede, il 3 maggio 2013, affermò: «Enzo Bianchi ci aiuta a reinventare la Chiesa»? [cfr. QUI]

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Laconi, 8 novembre 2020

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Ricordiamo ai  Lettori che è in vendita il libro dei Padri de L’Isola di Patmos, che potete ordinare sin da ora e riceverlo entro pochi giorni. Basta entrare nel nostro negozio librario: QUI.

 

 

 

 

 

 

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La legge Scalfarotto-Zan sulla transomofobia? I clericali puritani parlano un linguaggio paludato che la società non comprende più, io invece dico parolacce perché sono un prete che evangelizza

— attualità ecclesiale —

LA LEGGE SCALFAROTTO-ZAN SULLA TRANSOMOFOBIA? I CLERICALI PURITANI PARLANO UN LINGUAGGIO PALUDATO CHE LA SOCIETÀ NON COMPRENDE PIÙ, IO DICO INVECE PAROLACCE PERCHÉ SONO UN PRETE CHE EVANGELIZZA

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Miei cari Lettori, se dopo l’approvazione già avvenuta alla Camera, questo disegno di legge passerà anche al Senato della Repubblica, vi comunico che finalmente “saremo” liberi di prenderlo nel culo ai sensi di legge. Come se in passato, la legge italiana, avesse impedito, a chiunque lo voleva e lo desiderava, di prenderlo tranquillamente nel culo.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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PDF  articolo formato stampa

 

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le vignette di Alfio Krancic, 2015

Oggi ci troviamo in questa situazione di sfacelo perché un esercito di pretini con la voce in falsetto e di laici catto-puritani nevroticamente attenti alla parolina ― casomai qualcuno avesse dimenticati gli atteggiamenti tipici dei vecchi farisei ―, anziché dire merda dicono cacca, oppure meglio pupù. Quando poi si ritrovano dinanzi all’idiota conclamato, reso pericoloso dal fatto che non ragiona, i pretini con la voce in falsetto e i laici catto-puritani agitano il ditino con l’occhio mistico volto verso il cielo e con voce mielosa gli dicono: “Ti prego, sciocchino, non dire queste cose, altrimenti la Madonnina piange!”. O pensate forse  che il pretino con la voce in falsetto e i vecchi catto-puritani al suo seguito, dicano all’idiota con minacciosa voce baritonale: “Vuoi smetterla di fare lo stronzo?”.

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E tra una “pupù” e uno “sciocchino”, oggi rischiamo di finire fottuti dall’agguerrito esercito delle froce arcobaleno che non vogliono una legge contro la transomofobia, bensì tappare la bocca a chiunque oserà dissentire dai “dogmi” imposti dalla gaystapo, che non mira a tutelare i «piglianculo» per opera dei «quaquaraquà» ― neologismi di Leonardo Sciascia, Il giorno della civetta ―, perché ciò che bramano è di perseguire il reato di opinione. Insomma: mettere in croce gli altri mentre loro si dichiarano povere vittime perseguitate.

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L’8 ottobre, in diretta dagli studi Mediaset di Milano, interloquendo con l’On. Alessandro Zan collegato da Roma, posi una domanda ben precisa:

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«Faccio un esempio molto concreto: nella lettera ai Corinzi il Beato Apostolo Paolo ammonisce dicendo che né adulteri, né avari, né effeminati, né sodomiti […] entreranno nel regno dei cieli (cfr. I Cor 6, 9-11). Al termine di questa epistola, nelle chiese non diciamo “parola del Padre Ariel” o “parola dei Vescovi” ma “Parola di Dio”. Ebbene voglio sapere: domani, se leggo e spiego questa Epistola, non è che mi arrivano i carabinieri?» [vedere video, QUI dal minuto 02:07:20 a seguire].

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fiabe per bambini ad uso scolastico per l’indottrinamento gender

Come potete vedere dal filmato, il nostro parlamentare non rispose. Frattanto Vlady Guadagno, in arte Luxuria, urlava in sottofondo «nemmeno i pedofili … nemmeno i pedofili …» entreranno nel regno dei cieli. Ciò per sottintendere che la pedofilia è faccenda che riguarderebbe solo la Chiesa e i preti, mica i non pochi ricchi e ricchioni ultra cinquantenni che vanno a caccia di adolescenti che approdano nei circoli gay come piccoli marchettari in fiore per uscirne coi soldi per il nuovo Iphon? No, quella è cosa buona e giusta, in fondo li introducono solo alle meraviglie dell’amore omosex, vi pare? La pedofilia, o meglio quella efebofilia chiamata impropriamente pedofilia, riguarda solo la Chiesa e i preti, mica i ricchi e ricchioni a caccia di adolescenti.

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Se le mie reminiscenze di diritto penale ― materia che ho abbandonata da oltre due decenni ― non sono totalmente arrugginite, mi risulta che il legislatore interviene con le leggi per colmare un vuoto normativo. Domandiamoci: premesso che tutti coloro che hanno aggredito omosessuali o lesbiche, sono stati condannati dai giudici dei tribunali penali italiani, che con meritorio e lodevole zelo hanno sempre e di rigore applicata giustamente l’aggravante; premesso che la Chiesa Cattolica condanna in modo deciso e severo qualsiasi forma di discriminazione delle persone omosessuali, ebbene: mi spiegate quale vuoto normativo andrebbe a colmare questa legge? Ve lo dico io: nessuno.

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fiabe per bambini ad uso scolastico per l’indottrinamento gender

La legge Scalfarotto-Zan mira a due cose essenziali, entrambe pericolose: a dare vita all’interno delle scuole a un vero e proprio indottrinamento sul gender e a perseguire i reati di opinione di chiunque osi opporsi alla “cultura di morte” della gaystapo. Proprio così, perché è esattamente questo che intendono tutelare coloro che rivendicano il diritto al matrimonio omosessuale o all’acquisto di bimbi da uteri in affitto o da madri surrogate: la cultura della morte da instillare in una società civile che già versa, come quella europea, in stato avanzato di decadenza.

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E qui torniamo al mio esempio di poc’anzi: nessuno ci chiederà di censurare l’Epistola paolina indirizzata ai Corinzi o di cancellarla dai Santi Vangeli. Perché non sono scemi, bensì molto intelligenti. Quindi se la prenderanno con noi che la predicheremo e la spiegheremo, quella Epistola. E vi spiego come ciò accadrà: quella domenica ci sarà in chiesa l’immancabile catto-finocchio che si dichiarerà colpito, vilipeso, oltraggiato ed escluso dalle parole del prete che se l’è presa con «effeminati» e «sodomiti». Presto detto: potremo anche leggere quell’Epistola Paolina, ma solo per spiegare quanto il Beato Apostolo fosse poco accogliente e includente, perché era un rigorista appartenente a tempi diversi. Per questo noi, da lui, prenderemo le dovute distanze con il cuore che pulsa arcobaleni.

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Miei cari Lettori, se dopo l’approvazione già avvenuto alla Camera, questo disegno di legge passerà anche al Senato della Repubblica, vi comunico che finalmente “saremo” liberi di prenderlo nel culo ai sensi di legge. Come se in passato, la legge italiana, avesse impedito, a chiunque lo voleva e lo desiderava, di prenderlo tranquillamente nel culo.

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fiabe per bambini ad uso scolastico per l’indottrinamento gender

Ma così stando le cose, allora a che cosa mira in concreto questa legge? Al semplice fatto che domani, chiunque esprimerà qualsiasi forma di dissenso e di umano ribrezzo verso la pratica della sodomia, in un modo o nell’altro recherà offesa a chi da sempre è libero di praticarla, quindi sarà penalmente perseguibile.

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Ho usato un linguaggio da camionista scurrile o da scaricatore di porto senza freni inibitori? Può essere, ma una cosa resta certa: mentre gruppetti di pretini accoglienti e includenti che arrossiscono come fanciulle alle prime mestruazioni se qualcuno osa dire solo “cacca”; mentre i nostri vescovoni, dinanzi al tutto, diranno timidamente solo “sciocchino”, se questa legge passerà anche al Senato noi ci ritroveremo con le mani legate e la museruola alla bocca per opera di coloro che rivendicano il sacrosanto diritto, peraltro mai negato a nessuno, di darlo e di prenderlo come e dove vogliono.

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Signori Vescovi, non stracciatevi le vesti dinanzi al mio turpiloquio che ha una logica ben precisa. Soprattutto: non cadete nella mia trappola, stracciandovi le vesti sulla forma, pur di fuggire dall’orrida sostanza che non avete né le capacità né il coraggio di affrontare. Piuttosto pensate a ciò verso il quale state andando incontro con rara e incosciente pavidità. Pensate a ciò che davvero è volgare per quanto disumano: domani, quando vi imporranno l’insegnamento del gender nelle scuole cattoliche private-parificate, salvo togliervi in caso contrario i finanziamenti statali, quindi facendole chiudere, che cosa farete? Forse agiterete timidamente il ditino con l’occhio mistico al cielo sospirando “sciocchino”?

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fiabe per bambini ad uso scolastico per l’indottrinamento gender

Tra un turpiloquio e l’altro concludo con impeccabile teologia: se Dio Padre non ha impedito ad Adamo ed Eva di commettere il peccato originale, pur con tutte le conseguenze che ne sono derivate all’umanità, poiché mai avrebbe potuto mettersi contro la libertà e il libero arbitrio che lui stesso aveva donato al momento della loro creazione, posso forse io impedire a due maschietti con gli ormoni che funzionano al contrario di giocare al rinculino? Giammai! Se lo prendano e se lo diano pure dove e quanto vogliono, ma non osino strepitare se qualcuno affermasse pubblicamente che potendo scegliere, preferirebbe essere sgozzato da quelli dell’Isis che essere sodomizzato da un altro uomo. Non osino urlare “alla discriminazione” se insegnanti cattolici o non cattolici, in scuole cattoliche o laiche, si rifiuteranno, in coscienza e per coscienza, di infondere negli animi dei bambini i misteri della satanica chiesa gaycentrica della lobby gay arcobaleno.

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Certo, contrariamente alla confusa Chiesa del “nuovo corso” animata da un esercito di ecclesiastici gay friendly, come cattolico, prete e teologo ho ben chiara la sostanziale differenza che corre tra la libertà che l’uomo ha di commettere peccati e ciò che oggi molti rivendicano come sacrosanto diritto al peccato. Tutti possono liberamente peccare, ma nessuno può rivendicare il diritto al peccato, tanto meno trascinarlo e inserirlo all’interno della Chiesa come una “preziosa diversità da accogliere”, perché la Chiesa accoglie e sempre accoglierà il peccatore, è fondamento della sua missione, ma non può né mai potrà accogliere il peccato e chiamare il bene male e il male bene.

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fiabe per bambini ad uso scolastico per l’indottrinamento gender

Ecco, ho donato all’uomo della strada e all’uomo in generale, amici froci inclusi ai quali da sempre voglio tanto bene, quella efficace chiarezza evangelica che tra “pupù” e “sciocchini”, certi nostri preti e molti nostri vescovoni non sono purtroppo più in grado di donarvi. Per questo la Chiesa italiana rischia di finire imbavagliata dalla gaystapo arcobalenista. Ma questo lo capiranno solo domani, quando gli arriveranno i carabinieri nelle chiese o quando dovranno insegnare obbligatoriamente la teoria del gender, se non vorranno chiudere le scuole cattoliche.

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E adesso ditemi: sono volgare io, oppure, dinanzi a Dio, al Santo Vangelo e alla nostra missione salvifica sulla terra a noi affidata da Gesù Cristo, i volgari sono quelli che si limitano ad agitare il ditino, con l’occhio mistico rivolto al cielo, sospirando al massimo … “sciocchino”?

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.dall’Isola di Patmos, 7 novembre 2020

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NOVITÀ ― L’aspirina dell’Islam moderato. Quando l’Europa inventa ciò che non esiste e nega il pericolo reale

— negozio librario delle Edizioni L’Isola di Patmos —

NOVITÀ ― «L’ASPIRINA DELL’ISLAM MODERATO. QUANDO L’EUROPA INVENTA CIÒ CHE NON ESISTE E NEGA IL PERICOLO REALE» 

I nuovi colonizzatori musulmani hanno scoperto un sistema più efficace della spada e della guerra per giungere alla conquista delle popolazioni degli infedeli: servirsi della democrazia e di quei principi intangibili della laicità degli stati che pure rigettano, ma di cui fanno ampio uso per imporsi nei Paesi dell’Occidente.

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Autore:
Jorge Facio Lince
Presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos

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il libro è in distribuzione dal 3 novembre

Libro dedicato alla memoria di Oriana Fallaci «ragazza terribile e profeta inascoltato», queste pagine sono un atto anzitutto di coraggio. Per molto meno abbiamo assistito di recente ai tragici eventi delle teste decapitate in una Europa non più in grado di controllare il fenomeno di quella violenza che prende vita dalla cultura islamica. 

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l’Islam è per sua struttura violento e non può dialogare col Cristianesimo, né assimilare i principi della democrazia e della laicità degli Stati, incompatibili con la sua stessa essenza. I nuovi colonizzatori musulmani hanno scoperto un sistema più efficace della spada e della guerra per giungere alla conquista delle popolazioni degli infedeli: servirsi della democrazia e di quei principi intangibili della laicità degli stati che pure rigettano, ma di cui fanno ampio uso per imporsi nei Paesi dell’Occidente. In un’Europa priva d’identità che sprezza le proprie radici cristiane in odio a sé stessa, che ha eretto a valori intangibili il diritto all’aborto e all’eutanasia, il matrimonio tra coppie dello stesso sesso e la possibilità che due uomini possano adottare bambini o acquistarli da un utero in affitto, i musulmani hanno già vinto. Perché sanno chi sono e da quali radici provengono, perché posseggono quella fierezza di appartenenza che noi europei, ubriachi di dogmi laicisti, abbiamo distrutto.

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Dall’Isola di Patmos, 3 novembre 2020

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Il libro è in distribuzione, potete acquistarlo direttamente al nostro negozio e riceverlo a casa vostra entro 72 ore senza alcuna spesa postale cliccando sotto:

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Prossime pubblicazioni in uscita:

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narrativa:

LA NUOVA TERRA, Emilio Biagini

NONNA NON RACCONTAVA FAVOLE, Maria Antonietta Novara

saggistica:

ATTI E MISFATTI DEGLI APOSTATI, Ester Maria Ledda

 

 

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«Lo Spirito Santo e noi». Non ci sono più i vescovi e i cattolici di una volta

— attualità ecclesiale —

«LO SPIRITO SANTO E NOI». NON CI SONO PIÙ I VESCOVI E I CATTOLICI DI UNA VOLTA

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[…] anche per i fedeli è arrivato il momento di scegliere il necessario, attraversando i carboni ardenti della modernità e dei diritti assoluti assunti a fanatismo contro la Chiesa. Tali diritti, anche in tempo di pandemia, non costituiscono mai un rimedio al male, si autodistruggono nell’immediato e si secolarizzano e legalizzano diventando diritti positivi che intaccano la carne dei più deboli e indifesi e attentano a quella componente sacramentale e liturgica che ha nell’Eucaristia il suo apice di fede necessaria, quotidianamente celebrata.

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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PDF  articolo formato stampa
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Nota del direttore responsabile de L’Isola di Patmos pubblicata alle ore 19.45

l’articolo di Padre Ivano Liguori, Ofm. Capp. che sotto segue è stato pubblicato alle ore 17,45 del 4 novembre. Un paio di ore dopo la redazione di Avvenire.it ha cancellato il pezzo al quale il nostro redattore ha fatto richiamo. Quell’articolo adesso non è più visibile. Ne rimane traccia nel giornale della Diocesi di Senigallia che lo ho riportato quasi integralmente [vedere QUI] Bene, tutto sommato una amenità in meno su quelle colonne. Mi rammarico per la caduta dell’Unione Sovietica, perché se fosse rimasta in piedi, oggi il direttore responsabile di Avvenire potrebbe essere reclamato a gran voce dalla Duma come direttore della Pravda.

Ariel S. Levi di Gualdo

 

 

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dono di un nostro confratello napoletano: «facite ammuina!»

Un giornale che si definisce cattolico, quello che dovrebbe fare è anzitutto supportare e accompagnare la fede dei cristiani nella quotidianità, preservando da inciampi i semplici.

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Senza tanti fronzoli e l’immancabile bigottismo da sacrestia, utilizzare uno stile giornalistico carismatico capace di infondere fiducia, così da leggere il mondo in modo profetico, secondo quel Regno di Dio che è già presente in mezzo a noi (cfr. Lc 17,20) e che un credente dovrebbe riconoscere da lontano.

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Con tutta probabilità mi sbaglio, io che sono come al solito troppo vintage e troppo ingenuo per questo secolo, in cui essere cristiani adulti significa riformare l’irriformabile e proporre un Dio alternativo sapientemente glitterato che si sovrappone al Dio di Gesù Cristo. Tuttavia, a costo di essere ripetitivo e antipatico devo insistere su un fatto: trovo sempre una mancanza evidente di quella bella virtù cardinale che è la prudenza. Virtù che bisogna chiedere alla Spirito Santo quotidianamente e che si esige non solo per un consacrato nell’episcopato e nel sacerdozio ma anche per un semplice fedele battezzato che svolge un ruolo dentro la Chiesa, specie se quel ruolo implica l’informazione e la formazione.

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Perché dico questo? Vengo subito al punto. Apprendo da Avvenire [cfr. articoli QUI] di un’inchiesta condotta dall’Istituto IPSOS secondo la quale due terzi dei credenti avrebbe giudicato necessario la sospensione delle celebrazioni con popolo durante il lockdown nazionale fra marzo e maggio. A quanto pare, l’88% dei cristiani delle nostre comunità ha promosso le misure anti-Covid in chiesa.

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Possibile? Sembrerebbe proprio di sì! Quindi secondo questi dati e secondo la lettura data da Avvenire, il grido: «ridateci la S. Messa» è opera di una certa vulgata di fanatici baciapile. Lo stop delle celebrazioni “a porte aperte” vede la promozione piena del Popolo delle Parrocchie. Non so voi, ma io, a leggere certe cose, sto veramente male. Difatti, se la soluzione è sembrata vincente la prima volta, lo sarà anche nel caso di un secondo lockdown natalizio, così come le indiscrezioni vociferano in questi giorni.

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E dico questo con la più viva preoccupazione perché, dopo quasi un anno di convivenza con il Covid, tale posizione non può più essere giustificata dell’emotività o dalla sorpresa. È chiaro che assume i connotati di una vera e propria scelta di campo ragionata, una decisione precisa tra fede e necessità così come scrissi su queste colonne qualche mese fa, scelta supportata da un diritto “buonisticamente” interpretato che vede nella salus publica la suprema lex.

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A tutti i cattolici appassionati di diritto e di Cicerone, ricordo che per un cristiano cattolico la prima suprema lex è, e resterà sempre, Gesù Cristo, fondamento e via per raggiungere la salus animarum. A questo proposito cito e condivido quello che è il pensiero del cardinal Sarah:

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«L’esistenza terrena è importante, ma molto più importante è la vita eterna: condividere la stessa vita con Dio per l’eternità è la nostra meta, la nostra vocazione» (cfr. Lettera ai Presidenti delle Conferenze Episcopali sulla celebrazione della liturgia durante e dopo la pandemia del Covid-19, Torniamo con gioia all’Eucaristia!).

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Per questo motivo questo sondaggio apparso sul quotidiano dei vescovi mi addolora nella duplice veste di sacerdote e di cristiano, rivelando una ben precisa falla tra i credenti cattolici italiani che dovrebbe essere curata anziché sponsorizzata.

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Non posso che immedesimarmi come parroco in cura d’anime verso i numerosi confratelli sacerdoti che non hanno ancora terminato di spiegare ai propri Consigli Pastorali la splendida lettera della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti che invita a riprendere la vita cristiana ripartendo proprio dall’Eucaristia celebrata comunitariamente nel Dies Domini.

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In che modo i sacerdoti potranno educare i propri fedeli a nutrirsi di Gesù Eucaristia e a trasmettere le verità di fede cattolica nella comunione ecclesiale domenicale, se questi fedeli preferiscono un Credo Smart Working, agevolmente vissuto da casa?

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Come giustificare ai catechisti e alle famiglie dei bambini e dei ragazzi in cammino di fede che un nuovo lockdown liturgico/catechetico non solo è buono e giusto ma è addirittura auspicabile, quando l’Ufficio Catechistico Nazionale ha emanato delle chiare linee guida per la catechesi in Italia al tempo del Covid? Linee guida responsabili, prudenti e sicure ma che non possono ripudiare e scalzare il doveroso annuncio kerigmatico che ha nel Vangelo di San Matteo [cfr. Mt 28,19-20] il sigillo vincolante del Salvatore verso il Collegio Apostolico.

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Capirete bene che ci troviamo di fronte a un bivio e tra le due cose una è vera e l’altra falsa. O i cattolici in Italia hanno conquistato nel 2020 il trofeo Nietzsche e sono giunti alla morte di Dio visto come aggravio insopportabile in tempo di pandemia, e allora è bene che lo comunichino ufficialmente ai loro vescovi, anime belle dell’accoglienza, affinché ne prendano atto. Oppure, se così non fosse, i vescovi dovrebbero impedire che sul loro giornale circolino tali posizioni che non hanno altra conseguenza che aumentare la costernazione e il disagio di quel 12% di cattolici che ancora considera la Santa Messa indispensabile.

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Perché la Santa Messa è di Cristo, mica di un “Franceschiello” qualsiasi che con il suo editto galvanizza i marinai al grido di «Facite Ammuina» (fate confusione).

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E di ammuina – confusione – in questo periodo storico c’è ne fin troppo, dentro e fuori la Chiesa tanto da avere bisogno di pastori prudenti e saggi come il buon Vescovo emerito di Ascoli Piceno, Giovanni D’Ercole [cfr. mio precedente articolo, QUI] che ebbe l’ardire di affermare che «La Chiesa non è il luogo del contagio», dimostrando così un raro equilibrio tra prudenza pastorale e amore per il prossimo, il tutto coniugato con quel primato di obbedienza a Cristo prima che a Cesare.

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Ci dicono di obbedire? Bene lo faremo e con gioia, secondo quanto riportato dal Beato evangelista Luca nel libro degli Atti degli Apostoli. Obbedire riascoltando ai nostri giorni quella voce apostolica che ci dice:

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«Abbiamo deciso, lo Spirito Santo e noi, di non imporvi nessun altro obbligo al di fuori di queste cose necessarie…» (At. 15,28)

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È questo che desideriamo sentire, cari padri vescovi. Imponeteci il giogo del necessario, volentieri porgeremo il nostro collo e le nostre spalle al dolce giogo dell’Eucaristia celebrata comunitariamente nel giorno del Signore, l’unico Signore necessario in una Chiesa di finti indispensabili.

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Allo stesso modo, anche per i fedeli è arrivato il momento di scegliere il necessario, attraversando i carboni ardenti della modernità e dei diritti assoluti, assunti a fanatismo contro la Chiesa. Tali diritti, anche in tempo di pandemia, non costituiscono mai un rimedio al male, si autodistruggono nell’immediato e si secolarizzano e legalizzano diventando diritti positivi che intaccano la carne dei più deboli e indifesi e attentano a quella componente sacramentale e liturgica che ha nell’Eucaristia il suo apice di fede necessaria, quotidianamente celebrata.

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Laconi, 4 novembre 2020

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Ricordiamo ai  Lettori che è in prevendita il libro dei Padri de L’Isola di Patmos, che potete ordinare sin da ora e riceverlo entro pochi giorni. Basta entrare nel nostro negozio librario: QUI.

 

 

 

 

 

 

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NOVITÀ ― LA CHIESA E IL CORONAVIRUS. Tra supercazzole e prove di fede. L’apostolato dei Padri de L’Isola di Patmos in tempo di pandemia

— negozio librario delle Edizioni L’Isola di Patmos —

NOVITÀ ― LA CHIESA E IL CORONAVIRUS. TRA SUPERCAZZOLE E PROVE DI FEDE. L’APOSTOLATO DEI PADRI DE L’ISOLA DI PATMOS  IN TEMPO DI PANDEMIA 

I social media sono una savana dove i supercazzolari aggrediscono come iene. Chi crede di risolvere il problema ignorandoli, sbaglia. La Rivoluzione Francese insegna che è pericoloso rinchiudersi nella reggia di Versailles mentre a Parigi la piazza si carica d’odio. Quando infatti la piazza esplose, le teste di chi ignorò il problema finirono tagliate dal popolo furente.

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Autore:
Jorge Facio Lince
Presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos

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IN DISTRIBUZIONE DA GIOVEDÌ 6 NOVEMBRE

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in copertina: La ghigliottina dei social media – vignetta della pittrice romana Anna Boschini      Vitarte Studio 

Il periodo del lockdown com’è stato vissuto dai sacerdoti? A simile emergenza chi era preparato? Non lo era il mondo della politica, della sanità, della scienza, della pubblica istruzione, del lavoro, del commercio, della imprenditoria, della finanza, della informazione, dello spettacolo. Quale è stato il difficile rapporto tra sacerdoti e fedeli durante i mesi di sospensione delle sacre liturgie? Soprattutto: cos’è accaduto nella piazza dei social media, a cui riguardo disse Umberto Eco:

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«I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza recar danno alla collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli». 

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I social media sono una savana dove i supercazzolari aggrediscono come iene. Chi crede di risolvere il problema ignorandoli, sbaglia. La Rivoluzione Francese insegna che è pericoloso rinchiudersi nella reggia di Versailles mentre a Parigi la piazza si carica d’odio. Quando infatti la piazza esplose, le teste di chi ignorò il problema finirono tagliate dal popolo furente. Durante il lockdown per il Covid-19 i Padri de L’Isola di Patmos si sono dovuti scontrare con le supercazzole dei falsi cattolici e dei teologi fai-da-te spuntati su internet come fiori di campo dopo la pioggia. In queste pagine è stata raccolta la loro esperienza di sacerdoti e teologi, assieme all’analisi di un pericolo da non sottovalutare con snobismo, perché sulla piazza dei social media l’emotività irrazionale imperversa, mentre le ghigliottine sono già da tempo in funzione.

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Un libro, quello dei nostri Padri, che vi porterà dentro il cuore di un problema che per mesi ha creato dibattiti, attriti e fiumi di idiozie pubblicate sui social media dai supercazzolari cattolici o presunti tali.

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Dall’Isola di Patmos, 3 novembre 2020

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Potete acquistare il libro direttamente al nostro negozio e riceverlo a casa vostra entro 72 ore senza alcuna spesa postale cliccando sotto:

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e riceverlo in 5 giorni lavorativi senza alcuna spesa postale

 

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Prossima pubblicazione in uscita a giorni:

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L’ASPIRINA DELL’ISLAM MODERATO, di Ariel S. Levi di Gualdo

 

 

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Il Vescovo di Ascoli Piceno Giovanni D’Ercole ha scelta “l’opzione Benedetto”, la stessa che a breve molti di noi seguiranno, assieme a coloro che l’hanno già intrapresa da alcuni anni

— attualità ecclesiale —

IL VESCOVO DI ASCOLI PICENO GIOVANNI D’ERCOLE HA SCELTA L’OPZIONE BENEDETTO, LA STESSA CHE A BREVE MOLTI DI NOI SEGUIRANNO, ASSIEME A COLORO CHE l’HANNO GIÀ INTRAPRESA DA ALCUNI ANNI

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Si potrebbe dire che di fuga si tratta, ma non come la può intendere il mondo dei cattolici adulti che vedono Dio come un militante e il Vangelo come un manifesto politico da sbattere sul muso di chi non la pensa come loro. La fuga di Giovanni D’Ercole è la stessa fuga di Papa Benedetto XVI, da intendersi e da leggere anzitutto come la fuga di Benedetto da Norcia che osa separarsi dall’Impero oramai corrotto e sconvolto dai barbari invasori per poter ritrovare le proprie origini, le proprie radici e l’identità cristiana che oggi al mondo suona come una bestemmia impronunciabile.

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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PDF  articolo formato stampa

 

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S.E. Mons. Giovanni D’Ercole, Vescovo emerito di Ascoli Piceno

Il Vescovo di Ascoli Piceno S.E. Mons. Giovanni D’Ercole, religioso orionino, alla soglia dei 73 anni di età ― in anticipo di due anni sul previsto ritiro dei vescovi dalla cattedra episcopale a 75 anni ― ha deciso di presentare al Sommo Pontefice la lettera di rinuncia al governo pastorale della sua diocesi e di entrare in monastero per vivere una vita di silenzio e di preghiera.

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Ha così motivata la sua decisione:

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«Amare la Chiesa significa anche avere il coraggio di fare scelte difficili, sofferte, avendo sempre davanti il bene della Chiesa e non se stessi».

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Parole che ricordano quelle del Sommo Pontefice Benedetto XVI e che pesano come dei macigni in questo momento storico di disordine e di perdita di leadership dentro e fuori la Chiesa. La situazione, lo capiamo bene, è comprensiva della responsabilità di molti, non solo di un singolo.

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Tra i campi di battaglia insanguinati dal sacrificio dei martiri, si combatte strenuamente per la salvaguardia della dottrina, della morale e della libertà della Chiesa. Domandiamoci: in questo scenario, forse un vescovo fugge?

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Si potrebbe dire che di fuga si tratta, ma non come la può intendere il mondo dei cattolici adulti che vedono Dio come un militante e il Vangelo come un manifesto politico da sbattere sul muso di chi non la pensa come loro. La fuga di Giovanni D’Ercole è la stessa fuga di Papa Benedetto XVI, da intendersi e da leggere anzitutto come la fuga di Benedetto da Norcia che osa separarsi dall’Impero oramai corrotto e sconvolto dai barbari invasori per poter ritrovare le proprie origini, le proprie radici e l’identità cristiana che oggi al mondo suona come una bestemmia impronunciabile.

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Ancora, noi uomini di Chiesa, non abbiamo compreso che per convertire gli altri è necessario convertire prima noi stessi, la bontà del Vangelo e della persona di Gesù Cristo non si abbraccia ibridando la politica [cfr. QUI] che per sua natura è secolare e il secolo è lo spazio e il tempo storico dell’uomo caduto e punito perché si è ribellato a Dio. Così, come il Vangelo non è l’ideale pauperistico di chi pretende di rimuovere la povertà con una sorta di ottimismo roussoiano, che vede nell’uomo l’orologio perfetto, il demiurgo che ha rinnegato Dio e crea ordine nel disordine e salvezza nella disperazione.

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Essere Chiesa senza compromessi è possibile se Cristo è l’opzione privilegiata dei credenti e dei pastori, opzione che Giovanni D’Ercole ha ribadito in questi mesi di emergenza sanitaria, ricordando ai vertici del governo le verità della fede e stornando il Popolo di Dio da quella sicura coperta anestetizzata che scrolla ogni responsabilità e coinvolgimento con Dio in nome di un non meglio identificato bene comune che uccide ogni speranza.

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Il mondo adesso non capisce la scelta del vescovo emerito di Ascoli Piceno, ma la capirà quando si renderà conto che le cisterne sono ormai aride e i granai vuoti e pieni di topi.

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Forse qualche vescovo, sacerdote o semplice fedele considererà frettolosa questa decisione, perché un vescovo che entra in clausura monastica assomiglia tanto a una Ferrari nascosta in garage, tutta sola, lì parcheggiata ad arrugginire.

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E invece no, cari miei! In quella solitudine silenziosa si stanno preparando i granai, si sta ammassando il grano della Parola di Cristo, si sta preservando il buon seme che sfama e che sarà seminato nel futuro. Tra non molto tutti noi avremo fame, sarà molto reale il grido di Geremia secondo cui

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«il profeta e il sacerdote si aggirano per il paese e non sanno che cosa» [Ger 14,18],

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di questa impotenza siamo più che testimoni in molte realtà. Ma non tutti i profeti del nostro tempo e i sacerdoti sono inconsapevoli e indecisi, alcuni, come Giovanni D’Ercole, così come Benedetto XVI davanti al deserto spirituale, scelgono il deserto del chiostro. Loro fanno

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«[…] ciò che fa il contadino quando il fiume travolge gli argini e invade i campi: bisogna salvare il seme. Quando il fiume sarà rientrato nel suo alveo, la terra riemergerà e il sole l’asciugherà. Se il contadino avrà salvato il seme, potrà gettarlo sulla terra resa ancor più fertile dal limo del fiume, e il seme fruttificherà, e le spighe turgide e dorate daranno agli uomini pane, vita e speranza. Bisogna salvare il seme: la fede […] bisogna aiutare chi possiede ancora la fede e mantenerla intatta. Il deserto spirituale si estende ogni giorno di più, ogni giorno nuove anime inaridiscono perché abbandonate dalla fede» [1].

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Tutto questo passerà e passerà per tutti, affamati e affamatori. La via d’uscita consiste nel cercare fin da subito chi conserva il buon seme nel granaio, anche con scelte difficili e sofferte che implicano la propria persona.

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Giovanni D’Ercole, presbitero e vescovo, ha fatto questo, ed è doveroso e, innanzitutto cristiano, esprimere un grazie benedicente a Dio per avercelo dato. Cosa che esprimo non solo a titolo personale, ma anche a nome di tutti i Padri de L’Isola di Patmos.

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Laconi, 30 ottobre 2020

NOTE

[1] Cfr. Giovannino Guareschi, Don Camillo e don Chichì, in Tutto Don Camillo. Mondo piccolo, II, BUR, Milano, 2008, pp. 3114-3115.

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«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» [Gv 8,32],
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Elogio della follia. Teste decapitate dagli islamisti in Europa? Non temete: «L’Islam è una religione di pace e d’amore»

— attualità ecclesiale —

ELOGIO DELLA FOLLIA. TESTE DECAPITATE DAGLI ISLAMISTI IN EUROPA? NON TEMETE: «L’ISLAM È UNA RELIGIONE DI PACE E D’AMORE»

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Nessuna mente pensante e razionale può sostenere che tutti i musulmani sono potenziali terroristi, una simile affermazione sarebbe veramente aberrante. È però doveroso domandarsi: perché, proprio dall’Islam, si sono generati violenti filoni estremistici, che non costituiscono fenomeni minoritari né gruppi di cosiddetti cani sciolti? Quelle dei terroristi islamisti sono associazioni numerose e organizzate che beneficiano di enormi risorse economiche, non poche delle quali provenienti sottobanco da ricchi paesi petroliferi arabi. Gli stessi Paesi che a ogni attentato terroristico porgono le condoglianze all’Occidente per i morti ammazzati dalle mani di quei terroristi islamisti che loro stessi hanno finanziato.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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PDF  articolo formato stampa

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La prima settimana di novembre sarà in distribuzione il libro di Padre Ariel S. Levi di Gualdo che analizza le radici della violenza racchiuse nell’Islam

L’opera di Erasmo da Rotterdam non è ciò che credono coloro che non la conoscono e che ne usano il titolo a effetto. Dedicata all’amico Thomas Moore, oggi venerato dalla Chiesa santo martire, Elogio della follia è un’opera improntata sui principi della scolastica e della metafisica classica che attraverso l’uso della satira parla della divina origine della follia. In periodi di decadenza irreversibile, l’ironia unita alla sapienza della fede dei folli di Dio, risulta lo strumento reattivo più efficace per aprire la strada verso la salvezza.

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In Francia, il 16 ottobre, un islamista decapita un insegnante, postando poi sui social media l’immagine della testa della vittima [Cfr. La Repubblica, QUI]. Oggi, 29 ottobre, un altro islamista irrompe nella Cattedrale di Nizza, uccide tre persone e decapita una donna con un coltello [cfr. Avvenire.it, QUI].

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Tra pochi giorni uscirà un mio libro intitolato L’Aspirina dell’Islam moderato, riflettendo sul quale mi domando: coi tempi che corrono oggi e quelli peggiori che giungeranno domani, posso andare incontro a rischi, dopo avere spiegato che Maometto è un falso profeta da cui prende vita un Islam che definire in toni rassicuranti «religione di pace e amore» suona come un insulto all’umana intelligenza, alla storia e alle tante vittime cadute sotto i suoi colpi mortali nel corso dei secoli?

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I rischi non li posso prevedere, ma le reazioni dei buonisti onirici che dialogano a tutti i costi e costi quel che costi, specie con tutto ciò che non è cristiano e cattolico e che accarezzano il pericoloso nemico che da tempo ci siamo trascinati in casa, quelle sì, le posso anticipare e prevedere con facilità. Se come capitato al povero professore francese, un diciottenne venisse a uccidermi e a tagliarmi la testa, postando sui social media le immagini del mio corpo decapitato, accadrà che gli amorevoli e misericordiosi maestri cattolici del dialogo a tutti i costi e costi quel che costi, si affretterebbero a chiedere perdono all’Islam per il libro che ho scritto. E se i membri delle Forze dell’Ordine del nostro Paese abbattessero a colpi di pistola il mio assassino, come accaduto a Parigi, per avere brandita un’arma contro di loro e non essersi fermato all’ordine di blocco, dopo avere uccisa e decapitata una persona, finirebbero sotto indagine per omicidio, perché così disporrebbero i magistrati di Magistratura Democratica in Italia, rassicurante vessillo che cela l’odierna Sinistra post-comunista e post-sessantottina, i giornali della quale spiegherebbero che “si tratta solo di un atto giuridico dovuto”, quello di mettere sotto inchiesta le Forze dell’Ordine che hanno sparato. Nel frattempo, gli sfaccendati figli di papà dei centri sociali innescherebbero polemiche dando vita a campagne di odio verso la “polizia fascista”, colpevole di avere violato lo stato di diritto, che per loro equivale al diritto alla tutela della criminalità e dei criminali.

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Questo è di fatto ciò che accade in una società europea condizionata dai venefici filosofismi di Jean Jacques Rousseau, resa ormai incapace a dire “povera vittima assassinata”, ma “povero assassino”, non più “povero derubato”, ma “povero ladro”, non più “povero bambino abortito”, ma “povera donna che ha abortito”… 

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… prima di incedere oltre merita chiarire chi è Jean Jacques Rousseau, nato a Ginevra nel 1712 e morto a Ermenonville nel 1778. Soprattutto quali danni abbia recato il suo pensiero alla società europea. Annoverato impropriamente tra i filosofi, Jean Jacques Rousseau alla prova dei fatti è un sociologo non esente da punte di surrealismo e di illogicità. Nel periodo post-illuminista le sue teorie hanno influenzata la politica e i moderni ordinamenti giuridici mediante la cosiddetta teoria del “buon selvaggio”, in base alla quale l’uomo è considerato fondamentalmente buono, se poi diviene un violento o un criminale, le cause non vanno ricercate in lui, ma nella società che lo ha traviato e che della sua violenza e dei suoi crimini è la vera responsabile. Inutile dire che cosa hanno prodotto nelle società occidentali queste teorie assimilate e applicate alla politica e alla giurisprudenza.

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Dopo l’attentato alla discoteca Bataclan di Parigi consumato il 13 novembre 2015 da una squadra di islamisti che hanno ucciso 113 persone, il giorno appresso fu diffusa sugli organi di stampa una lettera aperta ai terroristi scritta da Chaimaa Fatihi. Un autentico monumento alla emotività e alla manipolazione della realtà, per opera di un trasognante spirito adolescenziale giunto all’acme attraverso l’annuncio del meraviglioso legame tra Islam e pace; un legame magnifico che molti si ostinano a negare e a riconoscere. La lettera divenne presto un cavallo di battaglia sulla stampa della Sinistra radical chic e di certa stampa cattolica più ancora a sinistra della Sinistra radical chic.

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«Maledetti terroristi, sono Chaimaa Fatihi, ho 22 anni, sono italiana musulmana ed europea. Vi scrivo perché possiate comprendere che non ci avrete mai, che non farete dell’Islam ciò che non è, non farete dell’Europa un luogo di massacri e non avrà efficacia il vostro progetto di terrore. Vi scrivo come musulmana per dirvi che la mia fede è l’Islam, una religione che predica pace, che insegna valori e principi fondamentali, come la gentilezza, l’educazione, la libertà e la giustizia. Voi siete ciò che l’Islam ha contrastato per secoli, voi siete nemici, voi siete coloro che spargono sangue di innocenti, di giovani, anziani, uomini e donne, bambini e neonati. Non ho paura dei vostri kalashnikov, dei vostri coltelli e armi, perché da musulmana vi rinnego, vi combatto con la parola, con l’informazione, con la voce di chi vive quotidianamente la propria fede, dando esempio dei suoi insegnamenti».

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Nel libro di Chaimaa Fatihi edito poco meno di un anno dopo dall’Editrice Rizzoli nel 2016, è riportata questa biografia: «È nata nel 1993 in Marocco, dove ha vissuto fino all’età di sei anni. Da allora si è trasferita in Italia. Dopo aver frequentato le scuole primarie e secondarie in provincia di Mantova, a Castiglione delle Stiviere, ora studia giurisprudenza. Con questo libro ha vinto nel 2016 il 18° Premio Casato Prime Donne di Montalcino, assegnato a donne simbolo del coraggio e del talento femminili».

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Molti sarebbero gli esempi da portare, a proposito dei catto-sinistri radical chic che hanno mutata questa letterina a babbo Natale in una specie di Quarto Vangelo. Ne scelgo uno tra i tanti a firma di Daniela Rocchetti, delegata per la vita cristiana della ACLI (Associazione Cattolica Lavoratori Italiani), che lungi dal conoscere i testi dell’Islam, riporta tre frasi a effetto che le sono state riferite da alcuni studiosi musulmani, estrapolate in modo maldestro dai testi coranici e presentate come inconfutabile prova che l’Islam ripudia la violenza [vedere, QUI]. Questo modo di agire è intellettualmente disonesto, però non mosso da malafede, ma da crassa ignoranza e superficialità, presupposti tipici di chi non comprende neppure l’estrema complessità degli argomenti che presume essere in grado di trattare.

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Anzitutto chiariamo: per la fede islamica il Corano non è una raccolta di metafore da interpretare, è parola di Allah. Maometto non è altro che il fedele redattore di un sacro libro che va applicato alla lettera, non interpretato. Il Corano è un testo complesso e parecchio confuso, al suo interno si afferma di tutto, poi il suo esatto contrario. Se in una sura si invita a un comportamento non violento, in altre cento si dettaglia come la violenza va santamente esercitata sugli infedeli. E se andiamo a leggere con cura certi inviti alla non violenza, scopriremo che in essi si esorta i figli dell’Islam a non esercitare violenza verso gli altri figli dell’Islam, in quanto suoi fratelli. Gli infedeli non sono però fratelli, lo provano le dettagliate spiegazioni su come vanno fronteggiati, aggrediti e sottomessi con tutti i mezzi coercitivi disponibili. Il Corano insegna persino come gli infedeli devono essere ingannati: prima conquistando la loro fiducia, poi, una volta rasserenati e divenuti amici, aggrediti e sottomessi. Una vera e propria esaltazione del “santo” tradimento. Quindi non solo, il “testo sacro” dell’Islam legittima la violenza, ma spiega fin nei minimi dettagli come e con quale severità vada esercitata.  Ovviamente, questi testi ben più numerosi, non sono oggetto di esegesi da parte del Prof. Adnane Mokrani, teologo mussulmano tunisino che solo i membri della moderna Compagnia delle Indie quella che fu in passato la Compagnia di Gesù fondata da Sant’Ignazio di Loyola ―, potevano invitare in cattedra alla Pontificia Università Gregoriana, per dimostrare quanto siamo aperti e quanto siamo dialoganti. Soprattutto quanto non siamo più cattolici, almeno da quelle parti, dove il gesuitismo ha soppiantato il cattolicesimo.

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Questi testi del Corano definito «religione di pace» nella tenera letterina a babbo Natale, noi però li conosciamo. Sono per l’esattezza 123 quelli che spiegano come combattere e uccidere gli infedeli per la causa di Allah. Ne prenderò di seguito solo alcuni stralci, quelli dedicati agli infedeli, ovvero tutti coloro che non si sottomettono all’Islam e che il Corano invita a «arrestarli, assediarli e preparare imboscate in ogni dove» (Sura 9:95). I musulmani devono anche «circondarli e metterli a morte ovunque li troviate, uccideteli ogni dove li troviate, cercate i nemici dell’Islam senza sosta» (Sura 4:90). Per seguire con un ordine perentorio: «Combatteteli finché l’Islam non regni sovrano» (Sura 2:193). Si indicano anche mezzi, per così dire, efficaci: «tagliate loro le mani e la punta delle loro dita» (Sura 8:12). E per chi avesse qualche dubbio è prontamente chiarito: «I musulmani devono far guerra agli infedeli che vivono intorno a loro» (Sura 9:123). Ma se il tutto non fosse ancora chiaro, in tal caso si tenga presente che i musulmani devono essere «brutali con gli infedeli» (Sura 48:29). Sempre a ulteriore riprova che l’Islam è una religione di pace, basti aggiungere che un musulmano «deve gioire delle cose buone che ha guadagnato con il combattimento» (Sura 8:69). Seguono poi numerose altre esortazioni alla pace, più o meno di questo genere: chiunque combatta contro Allah o rinunci all’Islam per abbracciare un’altra religione, che sia «messo a morte o crocifisso o mani e piedi siano amputati da parti opposte» (Sura 5:34). E ancora: «Assassinate gli idolatri ogni dove li troviate, prendeteli prigionieri e assediateli e attendeteli in ogni imboscata» (Sura 9:5). Chi si domanda perché gli islamisti sgozzano e decapitano i cosiddetti infedeli, senza però trovare risposta a siffatto quesito, potrebbe trarre illuminazione da questa esortazione: «Instillerò il terrore nel cuore dei non credenti, colpite sopra il loro collo e tagliate loro la punta di tutte le dita» (Sura 8:12). A ulteriore conferma di quanto l’Islam sia una religione di pace basti aggiungere: «Quando incontrate gli infedeli, uccideteli con grande spargimento di sangue e stringete forte le catene dei prigionieri». (Sura 47:4). Per concludere con un tocco di poetico misticismo che non guasta mai: «Sappiate che il Paradiso giace sotto l’ombra delle spade» (Sahlih al-Bukhari Vol 4 p55).

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Spero di avere chiarito come mai provo autentica tenerezza erasmiana per questa giovane resa oggetto delle peggiori strumentalizzazioni di certa cieca ideologia, alla quale furono spalancate all’istante le porte della grande editoria che, anziché libri intelligenti e realisti, ha deciso di spacciare morfina per lenire il dolore derivante da un tumore con metastasi diffuse, rassicurando al tempo stesso che, la morte, non esiste.

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Nessuna mente pensante e razionale può sostenere che tutti i musulmani sono potenziali terroristi, una simile affermazione sarebbe veramente aberrante. È però doveroso domandarsi: perché, proprio dall’Islam, si sono generati violenti filoni estremistici, che non costituiscono fenomeni minoritari né gruppi di cosiddetti cani sciolti? Quelle dei terroristi islamisti sono associazioni numerose e organizzate che beneficiano di enormi risorse economiche, non poche delle quali provenienti sottobanco da ricchi paesi petroliferi arabi. Gli stessi Paesi che a ogni attentato terroristico porgono le condoglianze all’Occidente per i morti ammazzati dalle mani di quei terroristi islamisti che loro stessi hanno finanziato. E qualcuno intende forse offendersi, quando si osa parlare di quella doppiezza e ipocrisia che caratterizza certe culture arabe?

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Nel libro che sta per andare in distribuzione ho cercato di spiegare con rigore scientifico che definire l’Islam «religione di pace e amore» è un insulto al buon senso e all’umana intelligenza, un autentico spaccio di acidi allucinogeni. L’Islam prende vita proprio dalla violenza e dalla guerra con le quali si è imposto sin dall’epoca che era sempre vivente Maometto suo fondatore.

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La tenera Chaimaa Fatihi è semplicemente una di quelle figure che il nostro problematico teologo gesuita Karl Rahner avrebbe annoverato tra l’esercito di quei “cristiani anonimi” che senza saperlo sono di fatto cristiani. Tenera fanciulla tutta pace e amore che nei concreti fatti si rivela una musulmana confusa, inconsapevolmente assimilata alle radici cristiane della cultura europea. Quanto basta a generare in lei una tale confusione da spingerla ad attribuire all’Islam quelle che sono le caratteristiche fondanti del Cristianesimo: una religione di pace e amore.

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Simili figure di musulmani surreali sono il nulla destinato a rassicurare i laicisti europei senza Dio, che alla croce di Cristo hanno sostituito gli arcobaleni e le marce del Gay Pride, che dissacrano puntualmente per le vie delle Capitali d’Europa tutti i simboli più preziosi alla Cristianità. E non sapendo più chi sono e da dove provengono, ecco che fitti eserciti di europei senza memoria e radici traggono infine illusoria rassicurazione dalle parole di una giovane confusa come la “cristiana anonima” Chaimaa Fatihi, che non sa cos’è l’Islam, ma che supplisce a questa mancanza di conoscenza con una rassicurazione emotiva del tutto falsa: «L’islam è una religione di pace». Un mantra che di attentato in attentato, di decapitazione in decapitazione sentiamo ripetere nel totale spregio della storia e della logica, come se il rifiuto della realtà ci potesse salvare.

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«Bisogna dialogare con l’Islam moderato», recita un altro mantra diffuso ormai da un trentennio. Ma anche quest’ultima è un’asserzione illogica scissa dal reale, perché equivale a dire: «Bisogna entrare in un bordello e cercare di dialogare con le prostitute vergini». E qualcuno ritiene davvero possibile trovare all’interno di un bordello una prostituta vergine? Un quesito al quale dovrebbe rispondere l’Europa ammalata di odio distruttivo verso le proprie radici cristiane.

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Questa letterina nella quale l’Europa si è sentita dire ciò che desiderava sentirsi dire sui cadaveri dei morti ammazzati dagli islamisti al Bataclan di Parigi e a tutti gli altri che ne sono seguiti, è anzitutto un’accozzaglia di contenuti illogici, prima ancora che falsi, destinati a recare ingiuria all’umana intelligenza. Contenuti smentiti da quindici secoli di storia passata e presente, basterebbe solo chiedere alla fanciullesca autrice: le donne e i bambini chiusi nelle chiese della Nigeria e bruciati vivi, i cristiani perseguitati e uccisi in Pakistan, le donne cristiane stuprate e gli uomini cristiani mutilati in Afghanistan, i cristiani che nella quasi totalità dei Paesi arabi e di quelli retti da teocrazie religiose islamiche sono privi di diritti civili e di libertà di culto, sono forse vittime di una sparuta cultura islamista minoritaria, mentre la totalità dell’Islam vive all’universale insegna della pace e dell’amore? La triste realtà è che questi cristiani, perseguitati ovunque i musulmani detengono il potere di governo, sono vittime della violenza insita in quell’Islam che una musulmana assimilata alla cultura europea, nonché “cristiana anonima”, ci ha dipinto come una «religione di pace» sui cadaveri dei morti ammazzati.

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Nella Capitale d’Italia, che storicamente è anche capitale mondiale della Cristianità, fu costruita la più grande moschea d’Europa. Pagata dal Re Faysal, Sovrano dell’Arabia Saudita dal 1964 al 1975, realizzata su progetto del celebre architetto Paolo Portoghesi e costata all’epoca ― così si dice ― circa 200 miliardi delle vecchie lire. L’allora Pontefice regnante Paolo VI, Vescovo di Roma, non sollevò alcuna protesta, né alcuna riserva, anzi inviò i propri migliori auspici alla Comunità Islamica presente sul territorio italiano.

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In Arabia Saudita, dove si trova la “città santa” della Mecca, non esiste neppure una cappella di venti metri quadrati. Conservare un Vangelo o dei simboli religiosi cristiani è considerato dal diritto penale islamico di quello, come di altri Paesi, un reato grave perseguibile severamente. Le due uniche liturgie cattoliche che si svolgono su quel territorio per Natale e per Pasqua sono celebrate negli spazi extra territoriali delle ambasciate d’Italia e di Francia. Detto questo, occorre forse aggiungere altro?

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La tenera Chaimaa Fatihi, il cui libro è stato coronato dal Premio Casato Prime Donne di Montalcino, assegnato a donne simbolo del coraggio e del talento femminili, oltre al mantra che il “suo” Islam onirico «è una religione di pace», non ha da dirci proprio niente, a tal proposito? Perché per quanto mi riguarda, avrò invece molto da dire, basandomi di rigore sul mondo del reale, non certo sul mondo fantasioso dei sogni adolescenziali surreali di una “cristiana anonima” musulmana.

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Per sintetizzare lo spirito e l’atteggiamento di questa tenera giovane surreale dedita allo spaccio di morfina, vorrei usare una frase estrapolata dal XXXIII Canto del Paradiso di Dante Alighieri: «All’alta fantasia qui mancò possa». Frase che nell’odierno italiano suona: «Alla più grande fantasia mancò la capacità». Vale a dire: siamo proprio al di là delle capacità della stessa fantasia umana.

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Abissale è infatti la differenza tra il Cristianesimo e l’Islamismo, sebbene gli spacciatori di morfina non intendano coglierla: se in nome del Cristianesimo qualcuno desse vita a forme di violenza, tradirebbe l’essenza del suo messaggio e il suo agire sarebbe smentito e condannato dai contenuti delle nostre Sacre Scritture. Se in nome del falso profeta Maometto, gruppi tutt’altro che minoritari, danno invece vita a forme di pericolosa violenza, nel farlo adempiono a quanto contenuto e racchiuso nel Corano, che comanda di aggredire, piegare e sottomettere gli infedeli, indicando persino in che modo uccidere chi si rifiuta di sottostare alla conversione forzata. Pratica violenta da sempre esercitata dall’Islam «religione di pace», che in modo molto urbano e liberale ti lascia all’occorrenza due scelte: o ti converti o ti ammazzo.

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La tenera Chaimaa Fatihi, quale Corano ha letto? E se lo ha letto, ritiene di averlo capito? O Più semplicemente: pensa davvero di poter prendere facilmente in giro i cristiani, senza tenere in minima considerazione che noi, alle spalle, non abbiamo uno scaltro cammelliere nato nella penisola arabica che s’è fatto grande profeta, ma il Verbo di Dio fatto uomo? A questo vanno poi aggiunti venti secoli di storia e cultura, oltre al modo in cui abbiamo fatto tesoro, conservato e sviluppato al meglio anche il patrimonio della sapienza ebraica, greca e romana.

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Babbo Natale, alla tenera Chaimaa Fatihi, ha già portato in regalo un’altra testa decapitata, questa volta dentro i sacri spazi della Basilica di Notre Dame di Nizza, sulla quale potrà tornare a rassicurarci che l’Islam «è una religione di pace», mentre dal canto mio auguro buona morfina all’Europa affetta da metastasi diffuse e da implacabile odio e rifiuto verso le proprie radici cristiane.

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dall’Isola di Patmos, 29 ottobre 2020

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