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Fede e necessità: una emergenza come quella del coronavirus, a fine emergenza non può mutare le libertà future della Chiesa e dei suoi fedeli

25 Marzo 2020/3 Commenti/in Attualità/da Padre Ivano
— la Chiesa e la grave emergenza coronavirus —

FEDE E NECESSITÀ: UNA EMERGENZA COME QUELLA DEL CORONAVIRUS, A FINE EMERGENZA NON PUÒ MUTARE LE LIBERTÀ FUTURE DELLA CHIESA E DEI SUOI FEDELI.   

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[…] Possiamo citare altri esempi, ma questo è sufficiente per rendersi conto di come non si possa vivere di solo pane ma che è necessario dare accesso ad altre risorse, tra le quali spicca in modo imminente la fede. E parliamo di fede non secondo quella prospettiva intimistica, sentimentalistica e palliativa da beauty farm dell’anima, ma come dono di Dio che opera sull’intelligenza e dona saggezza per poter discernere il mondo e cogliere la sua presenza salvatrice. La fede è un diritto della persona, attiene alla libertà di autodeterminazione personale e viene (ancora) garantita dalla Costituzione della Repubblica Italiana [art. 19].

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» [Gv 8,32],
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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2019/01/Padre-Ivano-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Ivano https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Ivano2020-03-25 12:47:542021-04-20 18:00:55Fede e necessità: una emergenza come quella del coronavirus, a fine emergenza non può mutare le libertà future della Chiesa e dei suoi fedeli

«Chiesa Aperta» (VIII e IX puntata) — Vi spieghiamo come funziona durante la pandemia da coronavirus la assoluzione generale impartita dai confessori in questo momento di grave crisi sociale e sanitaria

24 Marzo 2020/in Attualità, I nostri video/da Redazione
— i Padri de L’Isola di Patmos vicini ai fedeli in questa quarantena —

«CHIESA APERTA» (VIII e IX puntata) — VI SPIEGHIAMO COME FUNZIONA DURANTE LA PANDEMIA DA CORONAVIRUS LA ASSOLUZIONE GENERALE IMPARTITA DAI CONFESSORI IN QUESTO MOMENTO DI GRAVE CRISI SOCIALE E SANITARIA

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Offriamo ai nostri Lettori questo terzo prezioso video del nostro stimato confratello Giovanni Zanchi, presbitero della Diocesi di Arezzo, affinché possa fungere anche da efficace e sapiente antidoto a tutti coloro che purtroppo, in questo momento di straordinaria crisi ed emergenza, non hanno trovato di meglio da fare che polemizzare, spesso anche in toni duri e aggressivi, contro le decisioni prese dai nostri vescovi per motivi di sicurezza a tutela della salute pubblica: sospendere le sacre celebrazioni e in molti casi chiudere le chiese. Ricordiamo che la Chiesa, nei momenti di crisi ed emergenza, non è mai stata salvata dalle polemiche di coloro che si ergono in tutti i tempi ai più fedeli tra i fedeli o ai più puri tra i puri, ma dall’unità. Qualcuno ha scritto in questi giorni che «i vescovi stanno suicidando la Chiesa italiana». Purtroppo non ha capito niente dell’essenza della fede cattolica: la Chiesa “si suicida” attaccando i vescovi, anziché seguirli e sostenerli in un momento di così grave prova. 

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RIPRESE VIDEO E MONTAGGIO A CURA DELLA EMITTENTE TELESANDOMENICO (AREZZO)

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TESTO DEL VIDEO

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I testi del Padre Giovanni Zanchi, direttore del Centro Pastorale Culto Divino della Diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro, non sono stati pensati come articoli ma come testi audio-narrativi. Abbiamo provveduto a trascrivere il testo audio per i nostri Lettori.

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Giovanni Zanchi

Benvenuti alla VIII puntata di Chiesa Aperta!

In questo tempo di pandemia le chiese di pietra e di mattoni rimangono aperte, pur senza celebrazioni pubbliche, come segno di Chiesa Aperta che rimane Aperta a gloria di Dio e per la salvezza degli uomini.

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Le Autorità ecclesiastiche e civili hanno emanato provvedimenti eccezionali per contenere la pandemia e ciò rende difficile ricevere la Santa Comunione e gli altri Sacramenti, compresa la Confessione; difficile, ma non impossibile. La Chiesa rimane aperta anche nell’assicurare ai peccatori la Penitenza sacramentale e la Riconciliazione con Dio.

Innanzitutto, per chi non è malato non è impossibile riuscire a confessarsi, mettendo in pratica le Norme recentemente emanate dai Vescovi secondo criteri di prudenza: cioè incontrarsi col sacerdote in luoghi arieggiati, mantenendo la distanza di sicurezza ma garantendo comunque la riservatezza dell’accusa dei peccati e inoltre indossando guanti usa e getta e la mascherina a protezione delle vie aeree. Non mancano i sacerdoti che attuano tali Norme prudenziali con grande creatività pastorale (come si vede in questa immagine – Ndr sull’audio-video).

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Diversa è purtroppo la situazione dei contagiati ricoverati negli Ospedali, specialmente nei reparti di terapia intensiva; i sacerdoti spesso non riescono a raggiungerli, non perché non lo vogliano, ma perché impediti dalla scarsità dei presidi contro il contagio (tute, guanti, mascherine) e dai protocolli delle terapie. Perciò il Papa, attraverso la Penitenzieria Apostolica, il 20 marzo ultimo scorso ha emanato precise e molteplici disposizioni, per far giungere anche agli ammalati gravi il dono della remissione sacramentale dei peccati [cf QUI]. Ad esempio, per garantire la necessaria assistenza spirituale ai malati e ai morenti, il Papa ha suggerito ai Vescovi, se necessario, di costituire gruppi di “cappellani ospedalieri straordinari” anche su base volontaria, in accordo con le Autorità sanitarie e nel rispetto delle norme di tutela dal contagio. Questo è senz’altro il modo migliore per assicurare l’assistenza spirituale ai ricoverati e particolarmente il sacramento della Confessione.

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A tale proposito mi permetto di affermare il Papa e i Vescovi dovrebbero invocare le leggi dello Stato che già esistono per ottenere che i sacerdoti possano accedere liberamente agli ammalati, con le stesse cautele che usano i medici. Molti Cappellani ospedalieri sono anche dipendenti statali, quindi devono essere messi in condizione di svolgere la propria missione. Se i medici entrano ed escono dai reparti con le debite cautele, altrettanto deve essere possibile ai Cappellani. In molti luoghi sono i medici stessi a richiedere quest’opera, innanzitutto per sé medesimi. Inoltre il papa ha ricordato ai Vescovi che, nella presente situazione di emergenza, essi possono ricorrere ad una particolare forma del sacramento della Confessione e cioè l’assoluzione collettiva dei penitenti; questi ultimi sono esentati sul momento dall’accusa personale dei propri peccati al sacerdote, ma devono emettere un atto di contrizione perfetta, il quale include necessariamente il voto di accusare i propri peccati ad un sacerdote appena ciò sarà possibile.

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La Penitenzieria Apostolica ha riconosciuto che la «Riconciliazione di più penitenti con la confessione e l’assoluzione generale» è adesso da attuarsi soprattutto nei luoghi maggiormente interessati dal contagio pandemico e fino a quando esso non cesserà. Il Vescovo di Arezzo-Cortona-Sansepolcro, S.E: Mons. Riccardo Fontana (Ndr Diocesi alla quale appartiene l’Autore degli audio-video), è stato il primo in Italia a impartire in tale forma il sacramento della Riconciliazione; la mattina del 19 marzo si è recato all’ingresso dell’Ospedale San Donato di Arezzo, ove sono ricoverati anche malati di coronavirus; i degenti erano stati previamente avvertiti e hanno potuto seguire lo svolgimento del rito tramite l’emittente diocesana Telesandomenico, unendosi spiritualmente al Vescovo che li assolveva.

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Infine, nella presente situazione vi possono essere malati in quarantena o agonizzanti del tutto impossibilitati a ricevere l’assoluzione sacramentale; in tal caso, il papa ha recentemente ricordato che essi possono ricevere da Dio il perdono dei propri peccati emettendo un atto di contrizione perfetta, includente il fermo proposito di confessarsi se e appena ciò sarà per loro possibile.

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La maggior parte dei mezzi di comunicazione di massa ha dedicato solo qualche accenno superficiale a questi provvedimenti adottati dalla Chiesa per facilitare il più possibile il ricorso alla Riconciliazione sacramentale, con il rischio che passi nelle menti dei più questo tipo di messaggio: “allora posso confessarmi anche da me solo, senza bisogno di un sacerdote!” e: «la Chiesa cambia su tante cose; ora pure sul modo di confessarsi!». In realtà non è così. Da sempre la Santa Madre Chiesa celebra in varie forme il sacramento della Confessione, a seconda delle circostanze e delle possibilità, fedele al suo principio fondamentale: la salvezza delle anime è la suprema legge.

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Inoltre la Santa Madre Chiesa ha sempre insegnato che Dio perdona i peccati di coloro che sono sinceramente pentiti di averli commessi, non solo perché temono l’eterna dannazione, ma perché hanno offeso Dio e quindi sono fermamente risoluti a non peccare più. È quanto diciamo nell’Atto di dolore: «Mio Dio, mi pento e mi dolgo con tutto il cuore dei miei peccati, perché peccando ho meritato i tuoi castighi e molto più perché ho offeso te, infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa. Propongo, con il tuo santo aiuto, di non offenderti mai più e di fuggire le occasioni prossime di peccato. Signore, misericordia, perdonami!».

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Che la contrizione del penitente è il cuore del sacramento della Confessione lo dimostra anche il fatto che il sacerdote non può assolvere un penitente non debitamente pentito e che la grazia divina ricevuta mediante l’assoluzione sacramentale ci aiuta a maturare la contrizione perfetta, quindi a convertirci dai peccati perché amiamo Dio, non solo perché lo temiamo. Allo stesso tempo è sempre vero che la contrizione per i peccati commessi è perfetta proprio perché include necessariamente il voto di accusarsi dei propri peccati davanti al Confessore, appena ciò sarà possibile.

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In questa puntata di Chiesa Aperta abbiamo accennato ad un argomento complesso e delicato, cercando nel poco tempo a disposizione di essere chiari e concisi. La Confessione sacramentale è un argomento di attualità, perché la nostra preparazione spirituale alla Santa Pasqua prosegue anche in questa Quaresima in tempo di quarantena; «confessarsi almeno una volta all’anno e comunicarsi almeno a Pasqua» rimane uno dei Precetti generali della Chiesa, il minimo indispensabile da fare per dire di essere cristiani cattolici.

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Riflettere sull’importanza del sacramento della Penitenza ci ricorda i nostri doveri in tempo di normalità: vivere sempre in grazia di Dio, approfittare sempre delle occasioni per confessarsi, conoscere le verità della fede e le norme del comportamento cristiano, pregare spesso per ottenere la grazia di una buona morte (cioè confortati dai Sacramenti). Allora saremo sempre spiritualmente pronti, pur se sopraggiungerà l’emergenza! In ogni caso, adesso è importante renderci conto che la Chiesa Aperta, anche per donare agli uomini in ogni forma possibile il perdono dei peccati e assicurare così la salvezza eterna delle anime, che rimane la cosa più importante di tutte.

A risentirci alla prossima puntata di Chiesa Aperta.

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Sansepolcro (Arezzo), 24 marzo 2020

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RIPRESE VIDEO E MONTAGGIO A CURA DELLA EMITTENTE TELESANDOMENICO (AREZZO)

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TESTO DEL VIDEO

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Giovanni Zanchi

I testi del Padre Giovanni Zanchi, direttore del Centro Pastorale Culto Divino della Diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro, non sono stati pensati come articoli ma come testi audio-narrativi. Abbiamo provveduto a trascrivere il testo audio per i nostri Lettori.

Benvenuti ad una nuova edizione di Chiesa Aperta!

L’argomento di questa IX puntata è la continuazione di quello precedente: la Chiesa anche in tempo di pandemia rimane Aperta per assicurare la riconciliazione dei peccatori con Dio. Dopo aver segnalato come sia possibile in questo tempo di emergenza sociale amministrare il sacramento della Confessione, accenniamo ora alla pratica delle Indulgenze, perchè proprio in questi giorni ne sono state promulgate di nuove.

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Partiamo da una premessa fondamentale: il peccatore liberato dalla colpa del peccato mediante il sacramento della Confessione, deve ancora scontare la pena dovuta per il peccato; infatti Dio è al contempo misericordioso ma anche giusto. Per questo, assieme all’assoluzione sacramentale, il sacerdote confessore assegna anche una penitenza da compiere. Chi non espia totalmente in questa vita mortale le pene dovute per i propri peccati, lo dovrà fare necessariamente nell’altra vita, se muore in grazia di Dio; tanto vale allora fare penitenza il più possibile adesso.

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Con i sacramenti del Battesimo e della Confessione, la Santa Madre Chiesa ci libera dalla colpa del peccato; con le Indulgenze ci aiuta poi ad espiare le pene dovute per i peccati.

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Approfondiamo ora questo argomento: una Chiesa che sicuramente non chiude mai e che resterà aperta per l’eternità è quella del Paradiso. La Madonna in corpo e anima, gli Angeli, i Santi e le altre anime dei salvati già godono della visione di Dio e contemporaneamente intercedono per noi ancora pellegrini verso la patria comune del cielo. Durante la loro vita terrena, la Madonna e i Santi hanno acquisito per grazia di Dio meriti soprannaturali; uniti ai meriti infiniti acquistatici da Cristo redentore col suo sacrificio sulla croce, tali meriti soprannaturali dei Santi costituiscono il “tesoro” delle soddisfazioni alla divina giustizia, “tesoro” che la Chiesa mette a nostra disposizione per aiutarci a far penitenza dei nostri peccati e conseguire più facilmente l’eterna beatitudine.

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I fedeli debitamente disposti (confessati e comunicati) e che soddisfano ad alcune condizioni stabilite (esclusione di qualsiasi affetto al peccato, compimento dell’opera prescritta, recita del Padre nostro e del Credo, preghiera secondo le intenzioni del Sommo Pontefice), ottengono il dono della abbreviazione (indulgenza parziale) o addirittura della cancellazione (indulgenza plenaria) delle pene dovute per i propri peccati, soddisfacendo alla giustizia divina con l’attingere al “tesoro” soprannaturale dei meriti dei Santi. Detto “in soldoni”: è come se un debitore estinguesse il proprio debito perché un benefattore gli dona gratuitamente il denaro necessario che lui non possiede. Giova ricordare che alcune Indulgenze possono essere applicate anche all’anima di un defunto, a modo di suffragio.

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Chi volesse approfondire la dottrina e la pratica riguardo le Indulgenze può leggere il seguente documento: Penitenzieria Apostolica, Manuale delle Indulgenze, Libreria Editrice Vaticana, 20084.

In questa Quaresima in tempo di quarantena, il Papa ha emanato precise disposizioni, non solo perché i fedeli siano aiutati nel continuare a ricevere il sacramento della Confessione, ma anche per aiutare i fedeli nel continuare a fare penitenza per i propri peccati e giungere spiritualmente rinnovati alla prossima Pasqua. I più diffusi mezzi di comunicazione di massa non prestano attenzione alle nuove Indulgenze appena promulgate; per questo è necessario parlarne, affinché i fedeli ne vengano a conoscenza e possano usufruirne.

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Il Decreto emanato dalla Penitenzieria apostolica in data 20 marzo ultimo scorso è agevolmente consultabile tramite internet [cf QUI]. Mi limito qui a riassumere i punti salienti del Decreto papale: i «fedeli affetti da Coronavirus, sottoposti a regime di quarantena per disposizione dell’autorità sanitaria negli ospedali o nelle proprie abitazioni» ottengono l’Indulgenza plenaria «se, con l’animo distaccato da qualsiasi peccato, si uniranno spiritualmente attraverso i mezzi di comunicazione alla celebrazione della Santa Messa, alla recita del Santo Rosario, alla pia pratica della Via Crucis o ad altre forme di devozione, o se almeno reciteranno il Credo, il Padre Nostro e una pia invocazione alla Beata Vergine Maria, offrendo questa prova in spirito di fede in Dio e di carità verso i fratelli, con la volontà di adempiere le solite condizioni (confessione sacramentale, comunione eucaristica e preghiera secondo le intenzioni del Santo Padre), non appena sarà loro possibile». «Alle stesse condizioni» possono ottenere l’Indulgenza plenaria «gli operatori sanitari, i familiari e quanti, sull’esempio del Buon Samaritano, esponendosi al rischio di contagio, assistono i malati di Coronavirus». Anche i fedeli che «offrano la visita al Santissimo Sacramento, o l’adorazione eucaristica, o la lettura delle Sacre Scritture per almeno mezz’ora, o la recita del Santo Rosario, o il pio esercizio della Via Crucis, o la recita della Coroncina della Divina Misericordia, per implorare da Dio Onnipotente la cessazione dell’epidemia, il sollievo per coloro che ne sono afflitti e la salvezza eterna di quanti il Signore ha chiamato a sé possono lucrare ugualmente l’Indulgenza plenaria. L’indulgenza plenaria può essere ottenuta anche dal fedele che in punto di morte si trovasse nell’impossibilità di ricevere il sacramento dell’Unzione degli infermi e del Viatico: in questo caso si raccomanda l’uso del crocifisso o della croce».

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Il modo ordinario di espiare le pene dovute per i peccati è innanzitutto quello di compiere i propri doveri e sopportare le avversità della vita, innalzando con umile fiducia l’animo a Dio (cf Manuale delle Indulgenze, cit., p. 37); quindi, porre se stessi o i propri beni a servizio dei fratelli che si trovino in necessità e farlo con spirito di fede e con animo misericordioso (Ibidem, p. 40). Le due opere appena ricordate sono quanto mai attuali ed urgenti nella presente calamità e sono pure alla portata di tutti. La Santa Chiesa di fatto le ha ora indulgenziato tali opere, aiutandoci così a valorizzare con spirito soprannaturale quanto ci sta accadendo.

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«Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio» (Rm 8, 28), ci rivela l’apostolo san Paolo; «anche i peccati», chiosava sant’Agostino di Ippona; anche la pandemia, aggiungiamo noi. Pregando Dio e beneficando il prossimo per ottenere le nuove Indulgenze, possiamo trasformare i sacrifici dell’ora presente in una potente occasione soprannaturale di far del bene a noi stessi, oltre che al nostro prossimo.

A risentirci alla prossima puntata di Chiesa Aperta.

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Sansepolcro (Arezzo), 24 marzo 2020

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AVVISO AI LETTORI

Le Edizioni L’Isola di Patmos si avvalgono per la stampa e la distribuzione dei propri libri della grande Azienda Amazon, che in questo momento ha sospeso la spedizione e distribuzione di tutti i generi non urgenti e non strettamente necessari per problemi legati all’emergenza coronavirus. Al momento non è quindi possibile ordinare e ricevere i nostri libri, che potrete però ordinare dopo il 3 aprile.

 

 

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2020/03/zanchi-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Redazione https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Redazione2020-03-24 13:29:142021-04-27 19:19:29«Chiesa Aperta» (VIII e IX puntata) — Vi spieghiamo come funziona durante la pandemia da coronavirus la assoluzione generale impartita dai confessori in questo momento di grave crisi sociale e sanitaria

«Chiesa Aperta» (VII puntata) Come salvarsi dal coronavirus? Non certo con gli arcobaleni e la scritta “ce la faremo”, sottinteso: con le nostre sole forze. Ma chiedendo a Dio: «Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto» [Mt 7, 7]

22 Marzo 2020/1 Commento/in Attualità, I nostri video/da Redazione
— i Padri de L’Isola di Patmos vicini ai fedeli in questa quarantena —

«CHIESA APERTA» (VII puntata) — COME SALVARSI DAL CORONAVIRUS? NON CERTO CON GLI ARCOBALENI E LA SCRITTA “CE LA FAREMO”, SOTTINTESO: CON LE NOSTRE SOLE FORZE. MA CHIEDENDO A DIO: «CHIEDETE E VI SARÀ DATO; CERCATE E TROVERETE, BUSSATE E VI SARÀ APERTO» [Mt 7, 7]

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Offriamo ai nostri Lettori questo terzo prezioso video del nostro stimato confratello Giovanni Zanchi, presbitero della Diocesi di Arezzo, affinché possa fungere anche da efficace e sapiente antidoto a tutti coloro che purtroppo, in questo momento di straordinaria crisi ed emergenza, non hanno trovato di meglio da fare che polemizzare, spesso anche in toni duri e aggressivi, contro le decisioni prese dai nostri vescovi per motivi di sicurezza a tutela della salute pubblica: sospendere le sacre celebrazioni e in molti casi chiudere le chiese. Ricordiamo che la Chiesa, nei momenti di crisi ed emergenza, non è mai stata salvata dalle polemiche di coloro che si ergono in tutti i tempi ai più fedeli tra i fedeli o ai più puri tra i puri, ma dall’unità. Qualcuno ha scritto in questi giorni che «i vescovi stanno suicidando la Chiesa italiana». Purtroppo non ha capito niente dell’essenza della fede cattolica: la Chiesa “si suicida” attaccando i vescovi, anziché seguirli e sostenerli in un momento di così grave prova. 

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RIPRESE VIDEO E MONTAGGIO A CURA DELLA EMITTENTE TELESANDOMENICO (AREZZO)

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TESTO DEL VIDEO

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I testi del Padre Giovanni Zanchi, direttore del Centro Pastorale Culto Divino della Diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro, non sono stati pensati come articoli ma come testi audio-narrativi. Abbiamo provveduto a trascrivere il testo audio per i nostri Lettori.

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Giovanni Zanchi

Benvenuti alla VII puntata di Chiesa Aperta!

In questo tempo di pandemia, un sacerdote alla porta della sua chiesa ha appeso la seguente scritta: «Dice il Signore: “Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto!” (Mt 7, 7)», per far comprendere ai suoi fedeli che il sacerdote rimane comunque a loro disposizione, salve naturalmente la dovuta prudenza e la necessaria riservatezza (cf Duc in altum, 18 marzo 2020). Dunque anche in tempo di pandemia le chiese rimangono aperte, pur senza celebrazioni pubbliche, come segno de La Chiesa che rimane aperta gloria di Dio e per la salvezza degli uomini.

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Nella presente situazione di emergenza i nostri Vescovi ci hanno dispensato dal dovere di partecipare alla Santa Messa domenicale, che è uno dei Precetti generali della Chiesa. Ma rimane l’obbligo di santificare la Domenica, che è un comandamento divino: «Ricordati di santificare le feste» (cf Es 20, 8 – 10).

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Notiamo che il diritto ecclesiastico già contempla il caso nel quale «per la mancanza del ministro sacro o per altra grave causa diventa impossibile la partecipazione alla celebrazione eucaristica»; in tale situazione, «si raccomanda vivamente che i fedeli … attendano per un congruo tempo alla preghiera personalmente o in famiglia» (Codice di Diritto canonico, 1248 §2).

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In questa Domenica e per altre a seguire, la Chiesa resta allora comunque aperta per la santificazione del Giorno del Signore, memoriale della Risurrezione di Cristo: nelle chiese di pietra e di mattoni il Clero continua a celebrare il Sacrificio eucaristico e le famiglie cristiane, «piccole chiese domestiche» (cf Lumen gentium 11) e i cristiani che vivono da soli, vi si uniscono spiritualmente, pure attraverso la diretta televisiva o radiofonica, mediante la quale è garantita in un certo qual modo almeno la partecipazione alla Liturgia della Parola domenicale (letture, omelia, professione di fede, preghiera universale); purtroppo attualmente l’Eucaristia difficilmente può essere ricevuta nella santa Comunione, ma almeno la Comunione spirituale rimane sempre possibile, tanto più in giorno di Domenica. Inoltre non va dimenticato che la Liturgia domenicale non si riduce alla Santa Messa, ma contempla pure la Liturgia delle Ore, articolata in ben 7 momenti distribuiti nel corso della giornata, specialmente le Lodi mattutine e il Vespro; sono preghiere che possono agevolmente essere celebrate in famiglia o da soli, tanto più in Domenica.

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Anche in tempi normali, la santificazione della Domenica non si riduce alla partecipazione alla Santa Messa e il precetto domenicale include pure il dovere del riposo, cioè l’astenersi «da quei lavori e da quegli affari che impediscono di rendere culto a Dio e turbano la letizia propria del giorno del Signore o il dovuto riposo della mente e del corpo” (Ibidem, 1247). Questo tempo di pandemia è caratterizzato purtroppo dalla forzosa cessazione di tante attività quotidiane, ma il riposo domenicale non è un semplice astenersi dal lavoro, ma vivere il tempo domenicale dedicandosi maggiormente a Dio, a se stessi e al prossimo.

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Ricordiamo a questo proposito quanto ci insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica al numero 2186:

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«È doveroso per i cristiani che dispongono di tempo libero ricordarsi dei loro fratelli che hanno i medesimi bisogni e i medesimi diritti e non possono riposarsi a causa della povertà e della miseria. Dalla pietà cristiana la domenica è tradizionalmente consacrata alle opere di bene e agli umili servizi di cui necessitano i malati, gli infermi, gli anziani. I cristiani santificheranno la domenica anche dando alla loro famiglia e ai loro parenti il tempo e le attenzioni che difficilmente si possono loro accordare negli altri giorni della settimana» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 2186).

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Nella presente situazione eccezionale, ogni cristiano deve discernere come applicare queste norme di comportamento domenicale. Riposo non significa semplicemente darsi allo svago e alla distrazione; il riposo domenicale deve essere anche un tempo dedicato alla formazione della propria fede mediante l’informazione e lo studio di argomenti religiosi e spirituali; per esempio, la lettura della Nota pastorale dei Vescovi italiani intitolata Il Giorno del Signore, edita nel lontano 1984 ma sempre attuale e consultabile comodamente in internet QUI. Per troppo tempo abbiamo trascurato la Domenica quale Giorno del Signore, riducendola stancamente alla sola partecipazione alla Santa Messa o, peggio ancora, all’occasione di darci ai nostri comodi, defraudando allegramente Dio del giorno che gli appartiene a titolo speciale e che lui ci dona gratuitamente per la nostra salute spirituale. Ora è il tempo di riscoprire la Domenica nel suo giusto valore e in tutti i suoi aspetti; la dolorosa privazione della Santa Messa domenicale paradossalmente ci aiuta in questa riscoperta.

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Concludo ricordando che la Domenica è contemporaneamente sia “il primo Giorno della settimana”, quello nel quale Cristo è risorto dai morti, sia “l’ottavo Giorno”, anticipo e attesa del “giorno senza tramonto” nel quale il popolo dei salvati entrerà definitivamente nel “riposo di Dio” (cf Prefazio delle Domeniche del Tempo ordinario X, Messale romano). Per questo il Catechismo della Chiesa Cattolica ai numeri 2185 e 2188 ricorda che la Domenica è caratterizzata dalla “letizia propria del Giorno del Signore” e deve essere «vissuto come il giorno della nostra liberazione, che ci fa partecipare alla adunanza festosa e all’assemblea dei primogeniti iscritti nei cieli” (Eb 12, 22 – 23)».

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La letizia domenicale risalta particolarmente ogni anno in questa IV Domenica di Quaresima, nella quale la Santa Chiesa all’inizio della Messa canta:

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«Rallégrati, Gerusalemme, e voi tutti che l’amate, riunitevi. Esultate e gioite, voi che eravate nella tristezza: saziatevi dell’abbondanza della vostra consolazione» (cf Is 66, 10 – 11).

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Queste parole profetiche rimangono vere anche in tempo di angoscia, perché Cristo risorto dìssipa le tenebre della morte. Finché ci sarà una Domenica da celebrare, la Chiesa rimane aperta.

Santa e buona Domenica a tutti!

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Sansepolcro (Arezzo), 22 marzo 2020

 

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2020/03/zanchi-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Redazione https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Redazione2020-03-22 16:43:022021-04-20 23:13:23«Chiesa Aperta» (VII puntata) Come salvarsi dal coronavirus? Non certo con gli arcobaleni e la scritta “ce la faremo”, sottinteso: con le nostre sole forze. Ma chiedendo a Dio: «Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto» [Mt 7, 7]

Rischio virale coronavirus: è giusto chiudere le chiese? Una cosa è certa: non è giusto né cristiano che certi fedeli aggrediscano in modo sfottente vescovi e sacerdoti, ergendosi a supremi giudici dei loro pastori in questo momento di tragica emergenza

20 Marzo 2020/8 Commenti/in Attualità/da Padre Ivano
— la Chiesa e la grave emergenza conoravirus —

RISCHIO VIRALE CORONAVIRUS: È GIUSTO CHIUDERE LE CHIESE? UNA COSA È CERTA: NON È GIUSTO NÉ CRISTIANO CHE CERTI FEDELI AGGREDISCANO IN MODO SFOTTENTE VESCOVI E SACERDOTI, ERGENDOSI A SUPREMI GIUDICI DEI LORO PASTORI IN QUESTO MOMENTO DI TRAGICA EMERGENZA

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[…] permettetemi di citare quell’atteggiamento canzonatorio di alcuni fedeli cristiani verso i loro vescovi. In questo momento la Chiesa non ha bisogno di divisioni, se è grave la situazione che stiamo vivendo è ancor più grave fomentare lotte interne. Le disposizioni date non sono certamente perfette, anzi avrebbero avuto bisogno di più assennatezza, ma questo non autorizza nessuno a trasgredirle e a ergersi a giudice dei vescovi e di noi loro sacerdoti, che per grazia o per disgrazia rappresentiamo ancora le guide riconosciute del Popolo di Dio. Come figli liberi, esprimiamo anche il nostro dolore e il nostro dissenso senza scadere però nella ribellione, cosa che ci farebbe più simili ai lupi famelici che a mansuete pecorelle.

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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Redazione: i divertenti ma molto efficaci spot di Luca De Matteis che invitano i recalcitranti a rimanere isolati nelle abitazioni per la sicurezza di tutti

Devo riconoscere che a primo acchito un interrogativo del genere rischia di lasciare molto spazio all’emotività. Confesso che anch’io, sono stato portato a considerazioni di carattere più emotivo che razionale, accusando il colpo, se non altro per la mia duplice veste di cristiano e sacerdote, nonché di cittadino italiano. Altrettanto vale per i miei confratelli de L’Isola di Patmos, con i quali ci siamo scambiati pareri e opinioni, consultandoci vicendevolmente e cercando spesso risposte gli uni negli altri. Tutti ci siamo infatti sentiti toccati nella più profonda essenza dell’esercizio del sacro ministero sacerdotale, in una situazione che non ha precedenti, nella storia della Chiesa, che pure ha conosciuto momenti di persecuzioni o emergenze date dalle varie pestilenze o pandemie.

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Giunge così repentina e inaspettata per la maggioranza dei fedeli, la notizia diramata dalla Conferenza Episcopale Italiana l’8 marzo scorso, che esigeva dai cattolici il rispetto del Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri, che prescriveva ― tra le altre cose ― la sospensione a scopo preventivo, fino al successivo 3 aprile, sull’intero territorio nazionale di tutte le cerimonie civili e religiose, ivi comprese quelle funebri. Dopo questa notizia, le conferenze episcopali regionali hanno iniziato a diramare decreti che sostanzialmente ribadivano l’orientamento del testo C.E.I. con qualche minimo adeguamento alle situazioni specifiche del territorio diocesano di appartenenza.

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by Luca De Matteis

Diciamo subito che il Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri non parla esplicitamente di chiusura fisica dei luoghi di culto, ma di sospensione pubblica dell’esercizio delle funzioni civili e religiose. Quindi di fatto le chiese sono aperte ma senza fedeli, le messe continuano ad essere celebrate dai sacerdoti ma a porte chiuse e qualcuno poteva ancora recarsi in chiesa a pregare, rispettando le norme igieniche e di prevenzione del contagio, ma senza creare l’assembramento tipico di una messa.

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Pochi giorni dopo, il presidente Giuseppe Conte, dichiara l’emergenza nazionale ed estende le misure stringenti delle regioni più colpite dall’epidemia a tutto il territorio italiano. Il risultato è che non si può più uscire di casa se non per commissioni urgenti e comprovate esigenze lavorative, pena l’ammenda o sanzioni più severe.

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Con l’aggiornamento delle disposizioni, la maggioranza delle chiese resta ancora aperta ma senza la possibilità di vedere un fedele tra le proprie navate. Ancora, giovedì scorso il Cardinale Angelo De Donatis, vicario generale di Sua Santità per la Diocesi di Roma, ha stabilito con un decreto il divieto di accesso alle chiese parrocchiali e non parrocchiali esteso a tutti i fedeli dell’Urbe. Il giorno dopo De Donatis fa marcia indietro ed emana un nuovo decreto che corregge il precedente e interrompe la serrata: «Rimangono chiuse all’accesso del pubblico» ― si legge nel decreto ― «le chiese non parrocchiali e più in generale gli edifici di culto di qualunque genere, restano invece aperte le chiese parrocchiali».

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C’è chi vede come causa di questa brusca inversione a “U” del porporato le parole del Santo Padre, durante la messa del mattino presso la Domus Sacthae Marthae: «le misure drastiche non sempre sono buone».

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Grande fermento, grande confusione, grande paura… ma i fedeli che cosa pensano, che cosa fanno? Sui mezzi di comunicazione infuria la battaglia, si attaccano i vescovi, i sacerdoti vengono accusati di essere pavidi e novelli don Abbondio, i pareri divergenti espressi da alcuni intellettuali cattolici si sprecano sui social e sui blog, non mancano poi alcuni commenti che oltrepassano i limiti della decenza, insomma un gran guazzabuglio che non porta alcun beneficio alla Chiesa.

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by Luca De Mattei

Io mi sono fatto una mia idea in proposito, della quale ho parlato a lungo con i miei confratelli de L’Isola di Patmos e che adesso mi sento di condividere con voi: anzitutto, reputo che in questa vicenda la posta in gioco sia duplice. Da una parte la salute pubblica dei cittadini che deve essere sempre garantita dallo Stato. Dall’altra la salute dell’anima che la Chiesa ha ugualmente il dovere di tutelare per rispettare quel mandato divino ricevuto da Cristo e che rappresenta il bene più prezioso di ogni battezzato. Dico questo perché in situazioni simili è necessario essere uniti pur nella divisione dei compiti e nella separazione gli ambiti di competenza. Altrimenti si giunge ad antipatiche interferenze e incomprensioni.

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È chiaro che lo Stato non può disciplinare in materia spirituale, in quanto non gode di nessuna autorevolezza in materia e di nessun mandato divino. Di contro la Chiesa non può occuparsi di questioni che riguardano situazioni temporali, salvo il caso in cui può manifestare, come autorità morale, le sue opinioni in merito ad alcune questioni particolarmente gravi e di vitale importanza.

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La situazione d’emergenza che l’epidemia ha comportato, la necessità di prendere rapidamente delle decisioni utili ad arginare il contagio, ha di fatto impedito una riflessione seria e un sano dialogo, tale da salvaguardare le priorità di uno Stato laico senza ledere i beni spirituali della Chiesa.

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Fa molto riflettere che in un periodo storico come il nostro, attento ai diritti di tutti, garante delle minoranze, nemico di coloro che fomentano l’odio, una situazione di emergenza del genere mandi tutto all’aria, rivelando le falle di un sistema statale impreparato e di una Chiesa la cui preoccupazione è sbilanciata più verso il corpo che verso l’anima. Livellare ogni cosa, è apparsa la scelta migliore per risolvere la questione in modo veloce e quasi indolore.

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by Luca De Mattei

Così facendo, c’è il serio rischio di buttare con l’acqua sporca anche il bambino, considerando che in Italia, il numero dei fedeli cristiani cattolici rappresenta ancora la maggioranza e, sebbene il cristianesimo non sia più religione di stato, come un tempo, esso detiene un peso civile ancora importante. Personalmente ritengo che la Santa Chiesa attraverso i suoi pastori avrebbe dovuto subito avviare un dialogo franco con lo Stato affinché fosse garantita ai fedeli il diritto all’esercizio della fede e ai sacerdoti l’esercizio del ministero pur con le dovute cautele davanti alla situazione in atto.

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In una situazione di emergenza sanitaria come questa, la fede rappresenta ancora una speranza forte per tante persone, uno strumento interiore che attiva risorse e permette quella resilienza capace di andare avanti. La fede non attiene solo all’ambito religioso ma si lega alla virtù della speranza, e l’uomo senza speranza muore. Ecco perché, un provvedimento restrittivo di questo genere, malgrado le buone intenzioni, rischia di portarsi dietro degli effetti collaterali che vedremo con lucidità solo a pericolo cessato, comprendendo in un vicino futuro il genere di precedente che è stato creato.

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Il mio pensiero va ai tanti anziani che non sono abituati ad usare le nuove tecnologie e che non possono seguire la Messe in diretta Facebook. Per loro il conforto non passa solo attraverso la Messa trasmessa in tv o in radio, ma soprattutto attraverso la visita del sacerdote e la ricezione della comunione eucaristica. Questo mio pensiero trova riscontro nelle parole di questi giorni del Pontefice che dice: «i pastori non lascino solo il popolo di Dio, senza Parola, sacramenti e preghiera». Bene, ma come posso io sacerdote ascoltare una confessione se non mi avvicino, come posso amministrare l’unzione se non tocco con olio il corpo malato e morente. Decisioni difficili che impongono quasi una scelta tra corporeità e spiritualità? Giorni e giorni dopo, la Conferenza Episcopale Italiana ha emanato un documento nel quale entra nel merito di questo discorso dando delle direttive [vedere documento, QUI].

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by Luca De Mattei

Il corpo è dono di Dio ed è doveroso curarlo e salvaguardarlo dai pericoli e dalle malattie, ma questo nostro corpo è limitato non immortale. Quando non è possibile fare più nulla, si può ancora agire sull’anima, si può curare e salvare l’anima dalla morte eterna, e così facendo recuperare anche il corpo nell’attesa della sua risurrezione gloriosa, così come recitiamo nel Credo domenicale. Purtroppo, non sono mancati i casi in cui i fedeli malati non hanno potuto ricevere l’eucaristia, i penitenti non hanno potuto riconciliarsi e i sacerdoti impediti da vari fattori nel compiere il loro ministero. Dico questo non per tentare Dio o per veicolare un superstizioso sentimentalismo religioso, dico questo perché la mia esperienza di tanti anni come cappellano in ospedale mi ha portato a questa conclusione, e gli stessi operatori sanitari hanno riconosciuto il valore meritorio dell’assistenza spirituale durante la malattia.

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Quando l’emergenza sarà finita, tutti dovremmo rispondere alla nostra coscienza in riferimento ad alcune mancanze che interpellano il bene comune, che passa anche attraverso il rispetto della fede del mio prossimo.

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Per terminare, permettetemi di citare quell’atteggiamento canzonatorio di alcuni fedeli cristiani verso i loro vescovi. In questo momento la Chiesa non ha bisogno di divisioni, se è grave la situazione che stiamo vivendo è ancor più grave fomentare lotte interne. Le disposizioni date non sono certamente perfette, anzi avrebbero avuto bisogno di più assennatezza, ma questo non autorizza nessuno a trasgredirle e a ergersi a giudice dei vescovi e di noi loro sacerdoti, che per grazia o per disgrazia rappresentiamo ancora le guide riconosciute del Popolo di Dio. Come figli liberi, esprimiamo anche il nostro dolore e il nostro dissenso senza scadere però nella ribellione, cosa che ci farebbe più simili ai lupi famelici che a mansuete pecorelle.

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Laconi, 20 marzo 2020

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Per stare quanto più possibile vicini ai fedeli in questo momento di grave crisi ed emergenza, la redazione de L’Isola di Patmos informa i Lettori che il nostro autore Padre IVANO LIGUORI, dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, cura su Facebook la rubrica «LA PAROLA IN RETE», offrendo delle meditazioni tre volte a settimana. Potete accedere alla pagina curata dal nostro Padre cliccando sul logo sotto:

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Sette&Dintorni: a causa dei Neocatecumenali di San Kiko Arguello e di Santa Carmen Hernandez insigni dottori della Chiesa, quattro comuni della Campania finiscono in quarantena per coronavirus

16 Marzo 2020/23 Commenti/in Attualità/da Padre Ariel

Sette&Dintorni

A CAUSA DEI NEOCATECUMENALI DI SAN KIKO ARGUELLO E DI SANTA CARMEN HERNANDEZ ILLUSTRI DOTTORI DELLA CHIESA, QUATTRO COMUNI DELLA CAMPANIA FINISCONO IN QUARANTENA PER CORONAVIRUS

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La vera natura dei Neocatecumenali, da sempre falsamente ossequiosi alla Chiesa e alla sua autorità, è venuta alla luce anche in questo momento di grave emergenza. Infatti è accaduto che per causa loro, quattro comuni della Campania, sono stati messi sotto quarantena nella provincia di Salerno, si tratta delle località di Sala Consilina, Caggiano, Polla, Atena Lucana.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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il libro di Padre Ariel è reperibile presso il nostro negozio librario, per accedere al quale basta cliccare sopra questa immagine di copertina

Chi sono i Neocatecumenali, fondati dal pittore bohemien spagnolo Kiko Argüello e da Carmen Hernandez? L’ho spiegato in un libro alla cui lettura rimando: sono una delle peggiori sette ereticali intra-ecclesiali che si sia affacciata nel panorama della Chiesa nell’intera storia della modernità. In questo mio libro, edito pochi mesi fa, ne spiego la storia, ma soprattutto i danni prodotti all’interno della Chiesa, dove a partire dall’epoca del Santo Pontefice Paolo VI scoppiò la grande ubriacatura dei movimenti laicali, che a seguire sotto il pontificato del Santo Pontefice Giovanni Paolo II, alcuni videro a loro modo come una sorta di futuro della Chiesa, sbagliando in ciò gravemente, ahimè Pontefici inclusi.

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La vera natura dei Neocatecumenali, da sempre falsamente ossequiosi alla Chiesa e alla sua autorità salvo fare da sempre, di prassi e rigore, ciò che vogliono e come vogliono, è venuta alla luce anche in questo momento di grave emergenza. È infatti accaduto che per causa loro, con un decreto firmato dal Governatore della Campania [cf. QUI], quattro comuni sono stati messi sotto quarantena nella provincia di Salerno, si tratta delle località di Sala Consilina, Caggiano, Polla, Atena Lucana [vedere in cronaca QUI, QUI, QUI, ecc …].
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Violando tutte le regole come di prassi i Neocatecumenali sono soliti fare da sempre nelle loro chiuse salette, salvo poi aggredire con spirito settario e menzognero chiunque li abbia pubblicamente smascherati nel corso del tempo — incluso il sottoscritto ricoperto per mesi di insulti in giro per tutta la rete telematica —, in piena emergenza coronavirus hanno tenuto una celebrazione liturgica kikiana. Il risultato è stato il seguente: in seguito a meticolose ricostruzioni della catena del contagio, i contagiati risultano a oggi 22 in totale, incluso il sacerdote celebrante. Tra i partecipanti un uomo di 76 anni di Belizzi è già deceduto il 10 marzo, mentre la moglie risultata positiva a coronavirus attualmente è in quarantena. I “contatti stretti” avvenuti durante il rito kikiano hanno sino a oggi prodotto come risultato 45 contagi a Sala Consilina, 20 a Caggiano, 10 a Polla, 8 ad Atena Lucana, 5 a Teggiano, 5 a Montesano, 3 a Buonabitacolo, 3 ad Auletta, 2 a Sant’Arsenio e 3 a Padula, per un totale di 104 infetti [si rimanda alla cronaca, QUI, QUI, ecc …].
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A questo punto ci aspettiamo dai Neocatecumenali, come loro stile e costume, il rituale grido: «Siamo stati approvati, siamo stati approvati, in tutto e per tutto da due Pontefici Santi! E chi è contro di noi, è contro la Chiesa e la santità di questi Pontefici». Per seguire con insulti distruttivi a non finire da sempre rivolti verso chiunque abbia cercato di avversarli e di mettere in luce le loro derive dottrinali e le loro eresie, che si sono sviluppate e hanno preso piede proprio per la debolezza dimostrata verso di loro dalla Chiesa e dagli ultimi quattro Sommi Pontefici. Esattamente come spiego, con documenti e prove non passibili di smentita, in questo mio libro, che sinceramente vi consiglio di leggere, anche per capire quali gravi virus sono stati prodotti nel corso degli ultimi cinquant’anni al nostro interno dalla mancanza dell’esercizio di autorità da parte della Chiesa, dei Sommi Pontefici e dei Vescovi.

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dall’Isola di Patmos, 16 marzo 2020

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Coronavirus tra verità e psicosi collettiva. La vicenda assurda di uno dei Padri de L’Isola di Patmos accusato di essere «medioevale» per avere semplicemente pregato

7 Marzo 2020/1 Commento/in Attualità/da Padre Ivano
– pastorale sanitaria –

CORONAVIRUS TRA VERITÀ E PSICOSI COLLETTIVA. LA VICENDA ASSURDA DI UNO DEI PADRI DE L’ISOLA DI PATMOS ACCUSATO DI ESSERE «MEDIOEVALE» PER AVERE SEMPLICEMENTE PREGATO

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[…] la processione non vuole richiamare nessun assembramento esterno, non vuole contravvenire a nessuna norma o sfidare l’autorità di nessuno. La processione è un atto di culto a Dio e io, come sacerdote, non posso rinnegare ciò per cui sono stato chiamato né tradire il popolo cristiano. È pertanto il caso di dire che la fede ― come diceva Sant’Anselmo d’Aosta ― richiede la ragione, mentre invece, la fede, non contempla la psicosi.

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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Padre Ivalo Liguori benedice i fedeli nella chiesa di Laconi

… sono passate meno di ventiquattro ore dalla pubblicazione del post di Facebook sulla pagina ufficiale della parrocchia che amministro, per sentirmi dare del «medioevale» e del… beh gli altri aggettivi è meglio ometterli.

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Oltre alle simpatiche aggettivazioni verso di me, non è mancato chi ha pensato bene di minacciarmi persino di denuncia. Ma veniamo al punto: come parroco ho deciso di organizzare, insieme ai miei confratelli cappuccini, una processione quaresimale nella parrocchia del paese di Laconi, che si trova nella zona del Sarcidano di Sardegna.

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La motivazione che ha portato alla genesi di questa processione è stata suggerita naturalmente dal Tempo di Quaresima che stiamo vivendo. Periodo liturgico in cui si chiede a Dio Padre il perdono e la purificazione per i propri peccati e per i peccati della Chiesa. Tale pratica si avvale, tra le altre cose, della recita dei Sette Salmi Penitenziali e delle Litanie dei Santi.

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Laconi, l’incantevole silenzio di un’oasi verde. Cliccare sopra l’immagine per aprire il video

Quest’anno la Quaresima è segnata dall’emergenza Coronavirus, situazione sanitaria anomala che sta destando preoccupazione nel cuore ti tante persone, cristiani compresi. Cosa fare dunque? Da frate cappuccini, da sacerdote e parroco che sono, ho sentito il dovere pastorale, insieme ai miei confratelli, di caratterizzare questa processione con l’intenzione di chiedere a Dio Padre di scongiurare l’emergenza del Coronavirus dentro la nostra piccola comunità di Laconi che attualmente conta circa 1.764 abitanti. Ovviamente, pregare per il paese di Laconi, implicava l’intenzione di pregare per tutta l’Italia e per il mondo. Ovviamente la Chiesa non vieta di elevare a Dio esplicite preghiere che riguardano le intenzioni di una comunità particolare. Penso che sia una cosa scontata, affrontare in modo cristiano e attraverso la fede una prova importante come questa emergenza sanitaria in corso.

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La fede non misconosce le norme igieniche sanitarie, non demonizza le cure mediche e non nega l’utilità della scienza e della tecnica. E questo penso di poterlo dire con una certa cognizione di causa, avendo passato anni del mio sacro ministero a svolgere funzioni di cappellano presso una grande struttura ospedaliera pubblica.

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Laconi, la cascata maggiore del parco. Per aprire il video cliccare sull’immagine

La fede non si contrappone ad alcuna norma di buon senso utile in casi come questi ma non può rinunciare a infondere speranza ai Christi fideles e compiere quel ministero di consolazione che può derivare solo dalla grazia del Signore.

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Ci tengo a precisare che, a tutt’oggi, gli organi di informazione ci dicono che in Sardegna solo cinque casi di infezione sono stati segnalati, tanto da essere stati subito trattati e isolati secondo i protocolli.

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Grazie a Dio, è proprio il caso di dirlo, la Sardegna non condivide il primato di altre regioni italiane ben più vessate dal virus. Nello specifico, il paesino di cui sono parroco e nel quale si trova il nostro convento, è posto nell’entroterra sardo, lontano dal caos frenetico metropolitano, tanto da garantire tranquillità e amenità sufficienti e non paragonabili ad altre cittadine con più frequenti scambi umani. Detto questo, nel Comunicato Stampa della Conferenza Episcopale Italiana del 5 maggio n°10/2020 si legge che:

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il più illustre cittadino di Laconi, il frate cercatore cappuccino Sant’Ignazio 

«Nelle aree non a rischio, assicurando il rispetto di tali indicazioni in tutte le attività pastorali e formative, la Conferenza Episcopale Italiana ribadisce la possibilità di celebrare la Santa Messa, come di promuovere gli appuntamenti di preghiera che caratterizzano il tempo della Quaresima».

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Per questo motivo, supportato dalle parole della Conferenza Episcopale, vivendo in un paese dell’interno che garantisce un bassissimo rischio per tutti, fiducioso nella Provvidenza di Dio porto avanti il bene spirituale dei fedeli e di coloro che vedono in Dio non un concorrente della scienza ma colui che è il creatore di tutte le cose, scienza compresa.

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L’iniziativa della processione non vuole richiamare nessun assembramento esterno, non vuole contravvenire a nessuna norma o sfidare l’autorità di nessuno. La processione è un atto di culto a Dio e io, come sacerdote, non posso rinnegare ciò per cui sono stato chiamato né tradire il popolo cristiano. È pertanto il caso di dire che la fede ― come diceva Sant’Anselmo d’Aosta ― richiede la ragione, mentre invece, la fede, non contempla la psicosi.

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Laconi, 7 marzo 2020

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un servizio di Sat2000 su Laconi, un incantevole luogo della Sardegna da visitare e da vivere …

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L’inquietante fenomeno di Medjugorie e il direttore di Radio Maria Padre Livio Fanzaga: un gosparo fanatizzante che pensa di convertire con paure che sono la negazione stessa del Santo Vangelo

5 Marzo 2020/64 Commenti/in Attualità/da Padre Ariel

— società e attualità ecclesiale—

L’INQUIETANTE FENOMENO DI MEDJUGORIE E IL DIRETTORE DI RADIO MARIA PADRE LIVIO FANZAGA: UN GOSPARO FANATIZZANTE CHE PENSA DI CONVERTIRE CON PAURE CHE SONO LA NEGAZIONE STESSA DEL SANTO VANGELO

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Dicci, Padre Livio, illuminaci e chiarisci a tutti noi: ma quanto rende in danaro parlare con la «Madonna postina» di Medjugorie? Mai infatti avrei immaginato di ritrovarmi un giorno di fronte alla addolorata Mater Dei mutata in una via di mezzo tra una azienda redditizia e una fruttuosa società multinazionale. Credo proprio che un prete non dovrebbe dare credito a degli pseudo veggenti che sul venerabile nome della Beata Vergine hanno costruito le proprie ricchezze, vivendo vite all’insegna del lusso e dell’ostentato dispendio. E di questo tu dovrai rendere conto a Dio che, dal primo all’ultimo centesimo, ti domanderà di giustificargli anche i pochi euro che la buona nonnina ha sottratto ogni mese alla sua piccola pensione per inviarli a Radio Maria, mentre gli pseudo veggenti grazie ai quali la tua azienda vive e opera, bivaccavano tra ville, piscine, sale fitness auto di lusso e fruttuose proprietà alberghiere, salvo parlare ogni giorno alle ore 18 con la Beata Vergine Maria.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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uno dei quattro angoli della villa dello pseudo veggente Ivan Dragicevic, con parco, piscina e sala fitness. Queste e altre immagini andrebbero mostrate alle nonnine che ogni mese sottraggono alla propria misera pensione un po’ di euro da inviare a Radio Maria che diffonde giornalmente i messaggi dati dalla Madonna di Medjugorie agli pseudo veggenti.

Se la dottrina, il magistero e la mariologia, fossero quelle diffuse a Radio Maria da Padre Livio Fanzaga, avrei già lasciato il sacerdozio dandomi dell’idiota per l’errore commesso. Poi sarei andato nella amena città di San Salvador de Bahia, dove giovani ragazze mi avrebbero fatto recuperare il tempo vissuto in castità attraverso la libera scelta del celibato sacerdotale, frutto di un errore commesso in totale buonafede. Questo avrei fatto, se il magistero della Chiesa, la sua dottrina e la sua mariologia fossero quelle diffuse da questa radio medjugoriana. Paradossi a parte, siccome ciò che insegnano il magistero, la dottrina e la mariologia lo so, non cesserò mai di essere innamorato sposo fedele e casto della Santa Chiesa di Cristo fino all’ultimo respiro di vita, per poi rimanere sacerdote, in modo indelebile, per l’eternità.

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Non è dunque a cuor leggero che accuso il confratello Livio Fanzaga di non essere un annunciatore della fede, bensì un diffusore di quel fideismo che procede attraverso forme di inquietante mariolatria-medjugoriana. Forme ed espressioni che niente hanno da spartire con la venerazione della Beata Vergine Maria, madre del Verbo di Dio incarnato, che nel mistero della rivelazione e nella economia della salvezza ha un proprio preciso ruolo. Strappare la Beata Vergine al ruolo a essa assegnato, vuol dire mutarla in un idolo.

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Ci sono migliaia di ore di radio registrazioni in cui il Padre Livio attribuisce alla Beata Vergine la salvezza, affermando in modo ambiguo che la Madonna salva e che bisogna chiederle che ci salvi. Chiariamo certe ambiguità: se in certi casi può essere riconosciuto ai semplici il beneficio dell’ignoranza mossa alla radice da totale buona fede, a dei sacerdoti simile beneficio non può essere riconosciuto, perché in questo secondo caso si deve parlare di deviazioni dalla retta dottrina e di adulterazioni del mistero della salvezza, perlopiù supportate da continui riferimenti ossessivi ai giornalieri messaggi dati dalla Gospa ai sedicenti veggenti di Medjugorie. La Vergine Maria può concorrere in modo prezioso, determinante, volendo anche del tutto unico alla nostra salvezza, attenzione però: intercedendo per noi presso il suo Divino Figlio. La Vergine Maria può intercedere ― e intercede ― per i nostri peccati, ma non può ella rimettere i nostri peccati, questo sia ben chiaro, perché questa è la fede cattolica. Sicché, quando si lanciano frasi ambigue riferite al fatto che la Vergine Maria salva, o si è molto chiari sul piano dottrinale e catechetico, oppure meglio tacere ed evitare di confondere il Popolo di Dio.

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Padre Livio è giunto persino ad affermare che la “sua” Madonna si è opposta all’occorrenza all’Autorità Ecclesiastica, sostituendosi a essa e svolgendo di motu proprio funzioni esercitate dalla Chiesa, che il mandato di insegnare, santificare e governare il Popolo di Dio lo ha ricevuto ― è bene ricordarlo ― da Cristo Dio in persona. Gli strafalcioni di Padre Livio sono giunti alle volte a livelli grotteschi, per esempio quando ignorando che è la Chiesa a procedere alla canonizzazione dei Santi, previo riconoscimento delle loro virtù eroiche, affermò che un certo frate era stato canonizzato dalla Madonna in persona, affermando tra l’altro: «[…] guardate, se la Madonna dice no, non c’è vescovo che tenga, non c’è papa che tenga […]». Basta ascoltare un video di alcuni anni fa per verificare a quali livelli sia capace a giungere Padre Livio [vedere QUI], gravemente ignaro che mai, la Mater Dei, si sostituirebbe all’Autorità della Chiesa, essendo lei stessa la prima a venerare, all’occorrenza persino a ubbidire alla Chiesa di Cristo, dando in tal modo esempio a tutto il Popolo di Dio, non ultimo proprio perché ella, da sempre, è anche una grande pedagoga.

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Ubbidire alla Chiesa vuol dire ubbidire a Cristo Dio che l’ha istituita anche come visibile struttura gerarchica fondata sul primato di Pietro e sull’autorità apostolica a lui conferita [cfr. Mt 16, 18]. Cristo Dio non ha eretta la Chiesa sulla Madonna, che pure della Chiesa è madre. Il supremo ministero delle chiavi, assieme al potere di legare e sciogliere, lo ha concesso a Pietro e ai suoi successori [cfr. Mt 16, 19]. E ciò sebbene Pietro sia nato non solo con la macchia del peccato originale ― al contrario della Immacolata Concezione preservata da ogni macchia di peccato ―, ma benché abbia rinnegato Cristo mentendo, imprecando [cfr. Mt 26, 74] e dandosi poi alla fuga. O per essere chiari fino in fondo: la Santa Chiesa di Dio è totalmente cristocentrica nella pura essenza della sua assolutezza, non è madonnocentrica. Quando durante l’Ultima Cena Cristo Dio istituì il sacerdozio ministeriale e l’Eucaristia, la Vergine Maria non era presente con gli Apostoli nel cenacolo [cfr. Mt 26, 26-28; Mc 14, 22-24; Lc 22, 19-20; 1Cor 11, 23-25]. Presente con loro lo fu a Pentecoste, quando sugli Apostoli già sacerdoti, ministri, custodi e dispensatori della Santissima Eucaristia e dei Sacramenti di grazia fu fatto discendere lo Spirito Santo [At 2, 1-41].

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La salvezza, in tutta la sua unicità e assolutezza, risiede nel mistero del Verbo di Dio incarnato nel ventre di una vergine, morto per la nostra redenzione, risorto e asceso al cielo, dove oggi siede alla destra di Dio Padre [cfr. Dichiarazione Dominus Jesus, 2000]. L’essere e l’esistere eterno della Mater Dei è racchiuso nel mistero di Cristo Dio, come ci insegna il Santo dottore della Chiesa Bernardo di Chiaravalle, che riassume questo mistero con poche e brevi parole: «Vergine Madre figlia del tuo figlio […]» proseguendo poco più avanti «[…] tu se’ colei che l’umana natura nobilitasti, sì che ‘l suo fattore non disdegnò di farsi tua fattura». In queste brevi parole è racchiusa l’essenza della mariologia: l’Immacolata Concezione esiste e vive in funzione del Divino Figlio. A nessuno è dato mutare ambiguamente Cristo Dio in “accessorio” della Beata Vergine, dalla quale fu dato al mondo il Divino Figlio generato non creato della stessa sostanza di Dio Padre. 

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Anche se sino a oggi mi sono sottratto dall’esprimere qualsiasi opinione sul fenomeno di Medjugorie, oggi mi sento in coscienza di affermare che non ho mai creduto a questi messaggi dati a getto continuo, ma soprattutto che considero ahimè, i sedicenti veggenti, dei ciarlatani nel senso etimologico del termine, non secondo il significato dispregiativo del lessico parlato.

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Per chiarire il concetto di redenzione, soprattutto per chiarire chi è fonte di salvezza, basterebbe che i devoti della Beata Vergine pensassero alla cronologia e al significato delle Litanie Lauretane, anziché recitarle come una filastrocca più o meno non compresa. Queste Litanie nate attorno al XII secolo, ma che affondano le proprie radici in tradizioni molto antiche, hanno tutti i crismi della più alta ufficialità, fu infatti il Santo Pontefice Pio V che nel XVI secolo, dopo la vittoria della Lega Santa sull’Esercito Musulmano nella battaglia di Lepanto, le aggiunse alla fine della recita del Santo Rosario, inserendo nella sequenza della preghiera litanica l’invocazione di auxilium christianorum. Pochi anni dopo, nel 1587, il Sommo Pontefice Sisto V le approvò con la bolla Reddituri.

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Temo che molti ingenui fedeli, tanto in buona fede quanto poco preparati sul piano catechetico, pur recitando anche più rosari al giorno, non siano purtroppo in grado di comprendere la struttura teologica di questa preghiera litanica che comincia con una invocazione trinitaria attraverso la quale a Dio Padre, al Figlio generato non creato della stessa sostanza del Padre e allo Spirito Santo che procede dal Padre e dal Figlio, ci rivolgiamo concludendo ogni supplica con l’invocazione: «Miserere nobis» [abbi pietà di noi]. Terminata questa supplica, incominciano le suppliche di intercessione alla Beata Vergine, che si concludono ciascuna con l’invocazione «Ora pro nobis» [prega per noi]. Questo è il ruolo della Beata Vergine nell’economia della salvezza: pregare e intercedere per noi. Non a caso, nella lode Salve Regina, noi chiediamo la sua intercessione invocandola come «Advocata nostra». È quindi con le sue preghiere e la sua preziosa intercessione, che la Vergine Santa opera per la nostra salvezza. Ecco allora un altro inno di lode nel quale invochiamo la sua protezione:

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«Sub tuum praesídium confúgimus, sancta Dei Génetrix; nostras deprecatiónes ne despícias in necessitátibus, sed a perículis cunctis líbera nos semper, Virgo gloriósa et benedícta».

[Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, Santa Madre di Dio: non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova, e liberaci da ogni pericolo, o vergine gloriosa e benedetta].

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Qualcuno si è domandato perché a Dio domandiamo di liberarci dal male, che nella preghiera del Pater Noster è sinonimo di peccato e quindi di purificazione dal peccato, mentre alla Beata Vergine domandiamo di assisterci nella prova e di liberarci dal pericolo che può indurci per logica conseguenza al peccato? Semplice la risposta: è Dio che rimette i nostri peccati, non la Madonna. Stando perlomeno alla formula dell’assoluzione sacramentale nella quale i peccati sono rimessi nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. O forse risulta che alla Santissima Trinità sia aggiunto anche il nome della Beata Vergine Maria?

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Domanda rivolta non tanto a Padre Livio, ma agli sgranatori di rosari medjugoriani, giacché molti di essi temo che potrebbero non sapere che cosa pregano e come pregano. Questa la domanda: perché al Dio uno e trino si supplica pietà e perdono, mentre alla Beata Vergine si chiede di pregare e di intercedere per noi, per la remissione dei nostri peccati e la nostra salvezza? Semplicemente perché non è la Madonna che purifica le anime dal peccato, ella intercede con grande efficacia per il perdono e la salvezza delle anime. E tra tutti gli Angeli e i Santi, di certo è la creatura che può intercedere per noi nel modo più efficace, essendo colei che nata senza alcuna macchia di peccato originale ha dato alla luce in questo mondo il Verbo di Dio incarnato, divenendo dimora privilegiata e unica dello Spirito Santo nell’intera storia dell’umanità. Però, come si dovrebbe capire, salvare mediante la remissione dei peccati e intercedere per la remissione dei peccati sono due cose diverse, ma non nella pura forma, bensì proprio nella più profonda sostanza. A tutto ciò si aggiunga che Dio si adora, mentre la Beata Vergine si venera. E la differenza che corre tra adorazione e venerazione, non è cosa di poco conto, meno che mai si tratta di una “piccola” sfumatura semantica.

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Terminate le litanie nelle quali a ogni richiamo o titolo si invoca la Beata Vergine con la frase «ora pro nobis», questa preghiera si conclude con l’invocazione all’Agnus Dei, rivolta a Cristo Dio redentore che facendosi uomo si è mutato in un agnello senza macchia che col proprio sacrificio ha lavato il peccato del mondo [cfr. Gv 1, 29]. A quel punto non si risponde più: «Ora pro nobis», ma si torna a supplicare Cristo Dio invocando: «Perdonaci Signore … Ascoltaci Signore … Abbi pietà di noi». Come mai non ci si rivolge alla Madonna supplicandola di perdonarci e di avere pietà di noi, là dove nella preghiera litanica queste invocazioni sono tutte riferite al perdono dei peccati rivolte all’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo?

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Perché questi elementi basilari della fede non sono spiegati al buon popolo dei devoti dai microfoni di Radio Maria? Semplice e triste la risposta: perché il Padre Livio e il suo clan gosparo non vogliono un popolo devoto ma un popolo devozionale, nutrito attraverso l’elemento emotivo della peggiore mariolatria medjugoriana. Inutile a dirsi: il tutto va avanti da anni e anni sotto gli occhi impotenti dell’Autorità Ecclesiastica e sotto le orecchie sorde della Congregazione per la dottrina della fede, che se potesse essere sponsorizzata come dicastero, non esisterebbe per essa migliore pubblicità di quella della Amplifon, azienda leader nella produzione e vendita di apparecchi per persone con seri problemi di udito.

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Per mantenere un popolo fideista è necessario ricorrere al sensazionalismo e soprattutto alla paura. Educare le persone alla vera fede è complesso e faticoso, perché al di là della migliore volontà e del più strenuo impegno da parte dell’evangelizzatore, gli esiti sono oggi più che mai incerti. A certe aggregazioni fideistiche gli ignoranti fanno comodo da sempre, sin dai tempi del mitico Frate Cipolla narrato da Giovanni Boccaccio nella sua memorabile novella. Senza i fideisti ignoranti certe persone non potrebbero sopravvivere, né potrebbero proprio sussistere. Per questo si evita di spiegare agli incantati da Frate Cipolla e dalle sue reliquie, tanto mirabolanti quanto improbabili, che la vera fede è quella illustrata dall’Autore della Lettera agli Ebrei: «La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono» [Eb 11, 1]. Affermazione questa non propriamente facile e agevole da spiegare, perché dire che per comprendere ciò è necessario un lungo cammino e un’autentica evangelizzazione, potrebbe quasi suonare come un eufemismo. Anche perché la gran parte delle persone, se messe dinanzi a cammini veramente difficili, voltano le spalle e fuggono via già prima di provare a muovere un solo passo. Sta infatti scritto:

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«Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono coloro che entrano per essa. Quanto stretta è invece la porta e angusta la via che conduce alla vita! E pochi sono coloro che la trovano!» [Mt 7, 13-14].

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Quale strada offre il direttore di Radio Maria? Quella più facile: il fideismo emotivo giocato sul celato e intimo disprezzo della ragione, indicata dai Santi dottori della Chiesa Anselmo d’Aosta e Tommaso d’Aquino come elemento necessario per giungere alla fede. Infatti, senza la ragione, che poi è sinonimo di esercizio della più matura e sapiente libertà, non è possibile giungere alla vera esperienza di fede, solo al peggiore dei suoi surrogati: il fideismo costruito sulla emotività irrazionale. E per reggersi, il fideismo, oltre all’emotività illogica e irrazionale elevate a verità, ha bisogno di un altro elemento indispensabile: la paura. Ecco quindi l’immagine di una Madonna che in modo più o meno velato, parlando per bocca degli pseudo-veggenti di Medjugorie, racchiude nei propri messaggi dei contenuti non espliciti, ma che i suoi interpreti mutano in annunci di eventi catastrofici, al grido de «il tempo è vicino», «la fine è ormai alle porte» … Poi c’è la magia dei segreti, perché il segreto nascosto, a livello psicologico alimenta l’esercito dei fideisti, che stimolati dalla paura si mutano a loro volta in fanatici fanatizzanti che seminano paura. Mettendo in atto questi meccanismi tanto banali quanto evidenti, i poveretti dimenticano, con buona pace del fiume di messaggi dati dalla Gospa di Medjugorie, che sul Santo Vangelo sta scritto:

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«Nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore» [I Gv 4, 18].

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Quale significato teologico, mistagogico ed escatologico hanno, per il Direttore di Radio Maria, queste parole? O sono forse parole che invitano in qualche modo a stimolare paura nei fedeli, perché «i tempi sono vicini» e perché sull’umanità incombono i fantomatici «nove segreti dati dalla Gospa» agli pseudo-veggenti?

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Nella trasmissione radio del 26 febbraio Padre Livio ha affermato varie cose sul Coronavirus, portando anzitutto quella che per lui, probabilmente, è una sorta di prova inconfutabile: il messaggio che sarebbe stato dato dalla Beata Vergine a uno degli pseudo veggenti di Medjugorie, in questo caso Ivan:

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«La natura è ormai ostile a noi e con questo coronavirus abbiamo aperto gli occhi, perché è arrivato in un momento propizio, basta ascoltare il messaggio della Madonna di Medjugorie dato a Ivan il 17 settembre, nel quale afferma che si sta realizzando il periodo di Satana».

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Se Padre Livio conoscesse i fondamenti della rivelazione contenuti nelle Sacre Scritture, dovrebbe sapere che la natura è divenuta ostile all’uomo non per volontà di Dio ma per volontà di scelta compiuta liberamente dai nostri progenitori Adamo ed Eva, che ribellandosi al Creatore alterarono la perfezione della natura originaria dell’uomo e quella dell’universo creato, trasmettendoci così una natura corrotta dal peccato originale [cfr. Gn 3, 1-24].

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Del Libro della Genesi, allegorica è solo la struttura dello stile narrativo, non il fatto rappresentato con questa allegoria, simile nello stile pedagogico alle parabole usate da Cristo Signore nella sua predicazione. Il peccato originale è quindi un fatto reale, non un’allegoria, o per meglio chiarire: è un fatto reale raffigurato e narrato attraverso una allegoria. In questo linguaggio letterario allegorico rientrano anche espressioni quali «maledetto», «condannato», «punito», «dovrai soffrire» … In verità, a maledire, punire e condannare sé stesso fu l’uomo che si escluse per sua libera scelta dallo stato di santità e dalla comunione di grazia perfetta con Dio. Ecco quindi che la stessa ostilità della natura creata è una logica conseguenza che non nasce da una punizione vendicativa di Dio, ma da una libera scelta dell’uomo. E ogni libera scelta ha sempre delle conseguenze, positive o negative.

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Per quanto riguarda la realizzazione del «periodo di Satana» al quale allude Padre Livio rifacendosi al “sacro verbo” del ciarliero Ivan, è bene ricordare che il Maligno è presente nell’esperienza umana sin da quando l’uomo si ribellò a Dio. O forse dimentica, il prode Direttore di Radio Maria che Satana, nella sua somma superbia e presunzione, osò persino tentare il Verbo di Dio fatto uomo? E per tentarlo avviò il discorso e ripeté per più volte con tono di sfida: «Se tu sei il Figlio di Dio …» [Mt 4, 3-6].

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Affermare, lasciare intendere o terrorizzare con l’annuncio di imminenti punizioni divine e di tremebondi segreti, vuol dire tentare disperatamente di seminare quella paura dalla quale non può mai nascere la vera fede, bensì, come dicevamo prima, il fideismo. La fede, come ci insegna il già citato Beato Apostolo Giovanni, è infatti la negazione della paura:

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«Nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore» [I Gv 4, 18].

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Identificando la fede con l’amore, queste parole equivalgono a dire che coloro che sono mossi da timore e che hanno “fede” perché temono un castigo, la fede non ce l’hanno proprio, né possono averla, perché il presupposto della fede è proprio l’assenza di paura. Altro che terrorizzare il popolo-bambino e fideista con la velata minaccia dei tremebondi nove segreti conservati gelosamente dagli pseudo veggenti che a breve si realizzeranno e che sconvolgeranno l’intera umanità, in virtù del fatto che la loro logorroica Madonna ha detto che …

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Tra i sette doni dello Spirito Santo c’è quello del sacro timore di Dio. Come tra poco vedremo, conoscere il vero significato delle parole è indispensabile. Dunque il timore, che fa parte di questi preziosi doni, non ha proprio niente da spartire con la paura, anzi è la sua totale negazione. Per timore s’intende infatti la profonda devozione filiale verso il mistero di Dio. Il timore si basa e si regge tutto sull’amore del figlio che venera il padre, non sulla paura o sul terrore.

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Alle persone in generale, ma agli stessi nostri fedeli, che per colpa di noi preti sono affetti oggi da abnorme ignoranza sui fondamenti del Catechismo della Chiesa Cattolica, è nostro dovere spiegare per prima cosa il significato delle parole, indicando cosa esse realmente significhino nel lessico biblico, evangelico e teologico. Col correre del tempo e le alterazioni etimologiche, certi termini sono stati infatti scissi dalla loro originaria radice e oggi sono usati con connotati del tutto diversi, uno di questi è la parola castigo. Questa la conseguenza: se a una qualsiasi persona della strada esprimiamo il concetto di “castigo” o “castigare”, ella intenderà qualche cosa di punitivo e di severo, semmai collegandolo a una azione punitivo-vendicativa, altra parola che ha perduto anch’essa, come tra poco vedremo, il suo vero significato.

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Nel lessico cristiano, la parola “castigo” ha tutt’altro significato. Il termine deriva dal latino castum agere e non significa punire severamente, tutt’altro: alla lettera significa purificare, rendere puro, ripristinare uno stato di purezza perduta. Se dunque non si parte spiegando anzitutto il significato delle parole, l’interlocutore, compreso quello istruito e colto, intenderà tutt’altra cosa, con il conseguente e inevitabile scoppio di spiacevoli polemiche che prenderanno vita a causa di chi usa dalla parte cattolica parole di cui non conosce il significato, dall’altra i laicisti che recepiranno certe parole secondo ciò che significano nell’odierno lessico parlato. A tal proposito suggerisco la lettura del sapiente articolo del mio confratello, il nostro autore cappuccino Ivano Liguori, pubblicato su queste nostre colonne e nel quale si spiega in che modo, nella storia dell’umanità, dopo grandi e tragici eventi, per esempio la grande peste bubbonica del 1347 che sterminò oltre metà della popolazione europea, poco dopo si ebbe una grande rifioritura del vecchio continente europeo, perché il frutto di quell’evento terribile e catastrofico, pochi decenni dopo fu il Rinascimento [vedere QUI].

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Molti altri sarebbero gli esempi, si pensi alla vendetta, dal latino vindicta, derivante dal termine vindicare, il cui vero significato sarebbe: liberare un innocente da un sopruso sofferto ingiustamente. Da questo corretto significato etimologico nasce l’espressione legata al concetto di «vendetta di Dio» o «santa vendetta di Dio». Esempio: nei testi della dottrina sociale della Chiesa inaugurata a fine Ottocento dal Sommo Pontefice Leone XIII [cfr. Rerum Novarum, 1891] il non pagare la giusta mercede all’operaio è indicato come un «peccato che grida vendetta al cospetto di Dio». Oggi però, se senza spiegare il significato etimologico di certe parole o espressioni bibliche, affermassimo che dinanzi a una grave ingiustizia è un dovere morale cristiano invocare la vendetta di Dio, accadrà sicuramente che la gran parte delle persone, se non la totalità di quanti hanno ascoltato ― inclusi tra essi vescovi e preti ―, rimangano a tal punto scandalizzati da giudicare l’assertore come un forcaiolo violento. A poco varrebbe tentare di difendersi da siffatte accuse dicendo che, se non conoscono più il significato delle parole, il problema è tutto loro. Purtroppo no, perché se la gente non conosce più il significato di certe parole o espressioni bibliche, dando a esse significati diversi dal loro originario etimo e significato letterario, chi le usa per ciò che realmente significano corre il rischio di cadere nella incomunicabilità, se prima non spiega con estrema precisione che cosa significano certe parole ed espressioni letterarie.

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I cosiddetti medjugoriani, Padre Livio Fanzaga in testa, per sostenere l’autenticità dell’evento di Medjugorie nella sua totalità, quindi dei messaggi riferiti da questi sedicenti veggenti che avrebbero giornaliere apparizioni della Beata Vergine, mettono subito avanti le numerose conversioni avvenute in questa località. Simile prova da loro reputata inconfutabile, in verità non è una prova, semmai è proprio la riprova che il fenomeno in questione si regge principalmente sulla emotività irrazionale e su una fede immatura, per non parlare dei danni enormi prodotti spesso da vari convertiti o presunti tali, dietro ai più accaniti dei quali si celano autentici e pericolosi autodidatti della fede fai-da-te. Cerchiamo allora di spiegare al medjugoriano-tipo che vanta mirabolanti conversioni presentate come magiche prove inconfutabili, l’essenza del mistero della grazia. Nella storia della Chiesa e nell’esperienza di vita dei Santi stessi, le conversioni sono avvenute anche nelle situazioni e nei posti veramente più inimmaginabili. Ci sono storie di persone che si sono convertite dopo avere partecipato a un rito satanico, o uscendo da un bordello dove avevano avuto un rapporto sessuale con una prostituta minorenne più giovane della loro figlia, o mentre attendevano all’angolo della strada col colpo caricato in canna la vittima designata da freddare a pistolettate. Nessuno ha però mai detto o insegnato che per convertirsi veramente è necessario partecipare a riti satanici, frequentare prostitute minorenni nei bordelli, o uccidere le persone su commissione come killer professionisti. Ora, se in situazioni limite di questo genere sono avvenute delle grandi conversioni, come potrebbero non avvenire conversioni in un luogo come Medjugorie, dove le persone pregano, si confessano, ricevono il Santissimo Corpo di Cristo ed esprimono la loro sincera devozione alla Mater Dei?

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Altroché, se a Medjugorie sono avvenute conversioni, sincere e autentiche, ma queste conversioni non sono affatto prova della autenticità dell’evento e soprattutto dei messaggi dati a giornaliero getto continuo da pseudo-veggenti che dicono di vedere tutti i giorni la Gospa. E in questo la commissione è stata chiara, negando la autenticità di questi messaggi giornalieri. Piaccia o no ai gospari e a Padre Livio che li diffonde da Radio Maria, questi messaggi la commissione li ha definiti «non autentici» e in modo molto bonario anche «ripetitivi» e «banali». Pertanto, che molte persone si siano convertite andando a Medjugorie, o ascoltando i giornalieri messaggi «ripetitivi» e «banali» dati da sedicenti veggenti che affermano di parlare tutti i giorni con la Beata Vergine, non attesta in sé e di per sé proprio niente, ivi inclusi dei frutti presentati come prove inconfutabili, perché tali non sono. Ciò detto sorvolo poi sui danni prodotti dal medjugorianesmo su interi gruppi di laici, su nuove fraternità sacerdotali e nuove esperienze di vita religiosa riconosciute da vari vescovi diocesani improvvidi, dalle quali spesso sono stati partoriti sacerdoti problematici risultati in seguito persino casi clinici psichiatrici anche gravi. In questa narrazione non è possibile aprire un tema nel tema, quindi soprassiedo. Però, di tutto questo, ne sanno qualche cosa al dicastero della Santa Sede che si occupa degli istituti di vita consacrata, a ben considerare che diverse di queste nuove realtà di impronta medjugoriana con vocazioni medjugoriane e sacerdoti e religiosi nati dal cosiddetto “carisma di Medjugorie”, più e più volte le hanno dovute sopprimere per gravi problemi di natura dottrinale, patrimoniale e, talvolta, anche per spiacevoli questioni di carattere morale. E questi sono fatti e atti, non supposizioni mosse da malanimo.

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In conclusione desidero spiegare perché ho usato il termine «pseudo-veggenti di Medjugorie», chiarendo che la commissione incaricata, seppure con linguaggi e modi molto edulcorati, ha giudicate come credibili le prime sette apparizioni avvenute in quella località agli inizi degli anni Ottanta. A chiunque oggi grida all’approvazione, bisogna ricordare e spiegare che al momento la Chiesa non ha dato alcun riconoscimento ufficiale al fenomeno. Non solo, non ha riconosciuta la veridicità dei messaggi giornalieri, perché in modo sapientemente caustico il Pontefice regnante fece persino esplicita allusione alla «Madonna postina», [Cfr. vedere QUI]. A maggior ragione sono libero di affermare che il Direttore di Radio Maria smercia falsi messaggi mariani diffusi da altrettanti falsi veggenti, il tutto in grave danno dei fedeli cattolici, in particolare dei più semplici e psicologicamente vulnerabili. 

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Si presti poi attenzione: per quanto ne dica in modo ambiguo il Direttore di Radio Maria, la commissione di studio istituita su Medjugorie dal Sommo Pontefice Benedetto XVI nel 2010 e che concluse nel 2014 il proprio lavoro, non ha attestata alcuna autenticità, si è solo limitata a esprimere un parere in seguito alle indagini e agli studi svolti. Il Pontefice regnante, rispondendo nel maggio 2017 ai giornalisti, spiegò che la Commissione ha studiato il fenomeno dividendolo in due parti: la prima riguarda le sette apparizioni iniziali, che sono sembrate credibili. L’altra, quella delle apparizioni che seguiterebbero tutt’oggi, ha lasciato invece molto perplessa la Commissione. A lavoro della commissione concluso, ogni decisione spetta adesso al Sommo Pontefice, che per adesso non ha mancato di dimostrare tutto il proprio scetticismo alludendo a questa «Madonna capo ufficio telegrafico» che manda messaggi in continuazione, che parla troppo e che apparirebbe a orari prestabiliti. Questa è la verità, vale a dire una pillola alquanto amara che il Direttore di Radio Maria, tra ambiguità ed espressioni fumose e non chiare, cerca in ogni modo di addolcire cospargendola di zucchero. Semplice il motivo: Radio Maria è un’azienda che sui messaggi degli pseudo veggenti di Medjugorie ci vive sopra ormai da tre decenni, con tutte le conseguenti implicazioni di carattere economico e finanziario.

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A rendere questi sedicenti veggenti non affidabili, a mio avviso è il loro tenore di vita improntato sul lusso e sull’accumulo di beni materiali. La stessa commissione che per anni ha studiato questo fenomeno, non ha potuto omettere, con tutto l’imbarazzo del caso, di affermare che il rapporto di costoro col danaro e i beni materiali suscita notevoli perplessità. È noto infatti che si va dalle ville con piscina alle proprietà alberghiere alle auto di lusso donate alla figlia per i vent’anni e via dicendo a seguire.

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Il Direttore di Radio Maria non ha mai chiarito se a Ivan, la Madonna, appare e parla ai bordi della piscina nel giardino della sua mega-villa mentre lui sorseggia un aperitivo, o mentre si trova nella sua palestra privata, tanto è dedito alla cura maniacale del proprio corpo e del proprio aspetto fisico, per non parlare della ricercatezza del suo vestiario, al punto da essere stato soprannominato da diversi organi della stampa internazionale come «il veggente playboy». Farebbe bene a chiarire queste cose, il buon Padre Livio. E dovrebbe chiarirle, queste cose, soprattutto alla povera nonnina che con generosità e fede semplice sottrae ogni mese alcune decine di euro dalla propria misera pensione per inviarli al grande gosparo dell’azienda Radio Maria. Azienda alla quale i devoti cattolici non dovrebbero inviare invece nemmeno un centesimo.

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Data la complessità del lungo discorso, preferisco fermarmi qui e ricordare a Padre Livio, diffusore di fatto della nuova religione medjugoriana, che la mamma della tenerissima Maria Goretti, morta in seguito a un tentativo di stupro nel 1902, pronunciando nel suo ultimo anelito prima di morire parole di perdono per il suo assassino ― poi convertito e in seguito presente nel 1950 alla cerimonia di canonizzazione della Beata Maria Goretti nell’arcibasilica di San Pietro ― quando nella vecchiaia morì, alla sua sepoltura e alla sua tomba provvide la Santa Chiesa. Infatti, mamma Goretti, povera era e da povera contadina dell’Agro Pontino morì. Tutt’altra storia, rispetto a quella dei ricchi pseudo veggenti di medjugorie che, tra ville faraoniche, i bordi della piscina, la sala fitness privata, le auto di lusso e le proprietà alberghiere, ogni giorno alle ore 18 parlano con la Madonna.

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Dicci, Padre Livio, illuminaci e chiarisci a tutti noi: ma quanto rende in danaro parlare con la «Madonna postina» di Medjugorie? Mai infatti avrei immaginato di ritrovarmi un giorno di fronte alla addolorata Mater Dei mutata in una via di mezzo tra una azienda redditizia e una fruttuosa società multinazionale. Credo proprio che un prete non dovrebbe dare credito a degli pseudo veggenti che sul venerabile nome della Beata Vergine hanno costruito le proprie ricchezze, vivendo vite all’insegna del lusso e dell’ostentato dispendio. E di questo tu dovrai rendere conto a Dio che, dal primo all’ultimo centesimo, ti domanderà di giustificargli anche i pochi euro che la buona nonnina ha sottratto ogni mese alla sua piccola pensione per inviarli a Radio Maria, mentre gli pseudo veggenti grazie ai quali la tua azienda vive e opera, bivaccavano tra ville, piscine, sale fitness auto di lusso e fruttuose proprietà alberghiere, salvo parlare ogni giorno alle ore 18 con la Beata Vergine Maria.

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Padre Livio, se non te l’ha detto nessuno, in tal caso te lo dico io: hai 79 anni, sei sempre in tempo, fai un passo indietro, ritirati dalla redditizia azienda gospara, rinchiuditi in un eremo e cerca di salvarti l’anima, perché sono trent’anni che avveleni quella vera devozione alla Beata Vergine sulla quale hanno scritto pagine memorabili Sant’Agostino, Sant’Anselmo d’Aosta, San Bernardo di Chiaravalle, San Tommaso d’Aquino, San Bonaventura di Bagnoregio, il Beato Duns Scoto, Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, San Luigi Maria Grignion da Montfort … salvati l’anima! E voi, devoti fedeli, fate la vostra parte e il vostro dovere: non mandate più neppure un centesimo di offerta a Radio Maria. Che Padre Livio e il suo clan, i soldi per tenere in piedi questa azienda gospara, se li facciano dare da quegli pseudo veggenti che con questa Madonna si sono arricchiti …

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Concludo chiarendo che se domani, il Romano Pontefice, chiuderà le discussioni in corso riconoscendo con tutti i crismi della ufficialità le prime sette apparizioni giudicate «credibili» dalla commissione da lui incaricata di studiare il fenomeno, o se decidesse persino di riconoscere autentici tutti i messaggi dati a getto continuo giornaliero agli attuali pseudo veggenti, per me, da quel momento a seguire, il fenomeno Medjugorie sarà autentico senza alcuna pena di possibile discussione. Per me è infatti autentico ciò che è dichiarato tale dalla Santa Chiesa e dal Successore del Beato Apostolo Pietro, il mandato del quale perviene a esso da Cristo Dio in persona. Così agisce chiunque serve la Chiesa con fede e ragione, diversamente da chi si serve della Chiesa per dare sfogo alle proprie dimensioni emotive  e irrazionali.

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dall’Isola di Patmos, 5 marzo 2020

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S.O.S. Chi si prende cura dei migranti cattolici in cerca di pastori mentre la barca della Chiesa affonda?

24 Febbraio 2020/4 Commenti/in Attualità/da administrator
— dalla cella del Monaco Eremita —

S.O.S. CHI SI PRENDE CURA DEI MIGRANTI CATTOLICI IN CERCA DI PASTORI MENTRE LA BARCA DELLA CHIESA AFFONDA?

Salvate le nostre anime! Prendetevi cura di noi, poveri migranti da questo mondo al Padre, che attraversiamo il mare tempestoso di questa vita sulla barca di Pietro, non lasciateci affogare tra i marosi del mondo e delle sue povere ideologie.

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Autore
Il Monaco Eremita

   

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PDF  articolo formato stampa
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tempesta …

S.O.S è un segnale di richiesta di aiuto in situazioni di emergenza grave adottato a Berlino nella conferenza internazionale radiotelegrafica del 1806 ed entrato in vigore dal 1908. facilmente comunicabile nell’alfabeto Morse e reinterpretato in vari modi, tra i quali prevale Save Our Souls: salvate le nostre anime! Segno reso famoso dalla tragedia del Titanic, perché proprio in quell’occasione fu lanciato il primo S.O.S.

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Questo S.O.S vorremmo rivolgerlo come grido straziante alla Chiesa Cattolica e ai suoi pastori: Salvate le nostre anime!

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Sappiamo certamente che è Dio, attraverso il mistero pasquale di Cristo, nello Spirito, a salvare le anime. Tuttavia, Egli stesso ha voluto coinvolgere profondamente in questo mistero di redenzione il suo Mistico Corpo, cioè la Chiesa, dotandola dei mezzi ordinari per la salvezza degli uomini. Mezzi che non escludono i mezzi straordinari, ma questi secondi sono però nelle mani di Dio e nei suoi disegni a noi del tutto imperscrutabili.

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Se la Chiesa dimentica, minimizza, trascura, o addirittura accantona i mezzi donati dal Signore, non compie un’opera buona, anzi tradisce la propria missione specifica, rendendosi presente come una qualsiasi realtà mondana, quindi soggetta alle leggi di qualsiasi società di questo mondo, con tutte le conseguenze del caso. E come realtà puramente mondana non può certo pretendere di avere né di esercitare un munus infallibile, per esempio nella politica, nell’economia, nella tecnica e via dicendo. Questo munus la Chiesa lo possiede invece in sé, per quanto riguarda la dottrina della fede.

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È curioso che il giusto principio: «La Chiesa non ha soluzioni tecniche da offrire», solennemente annunciato dal Concilio Vaticano II e ribadito dal magistero pontificio nella Octogesima adveniens di Paolo VI, per seguire con la Centesimus annus di Giovanni Paolo II e con la Caritas in veritate di Benedetto XVI, sia usato spesso contro la “cattiva” Chiesa del passato che si immischiava in questioni politiche, oggi sia invece ignorato da certo modo di porsi di molti pastori della nostra contemporaneità. Sembra, in effetti, quell’atteggiamento di molti rivoluzionari, i quali si schierano decisamente con sdegno contro ogni “stato di polizia”, fin quando però non conquistano il potere, scoprendo a quel punto che la polizia fa parecchio comodo!

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Nessun Concilio, nasce improvvisamente dal nulla nella storia della Chiesa. Pertanto, la riforma portata avanti dal Concilio di Trento, con ampie anticipazioni già nel periodo precedente, aveva come ideale e come fine la cura delle anime, come ben si sintetizza nel motto salus animarum suprema lex.

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Si trattava della ripresa in forma organica e sistematica di un’attenzione che aveva radici molto antiche; in fondo certo decadimento morale dell’apparato ecclesiastico pre-tridentino fu proprio causato dall’allontanamento della cura delle anime, per dedicarsi ad altro. Nei fatti concreti il Concilio riformatore seppe quindi, giustamente, reindirizzare la Chiesa verso il suo fine precipuo. Recita il Canone I della sessione XXIII, sul Sacramento dell’Ordine:

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«Poiché con precetto divino è stato comandato a tutti quelli cui è stata affidata la cura delle anime, di conoscere le proprie pecore, di offrire per esse il Sacrificio, di pascerle con la predicazione della Parola divina, con l’amministrazione dei sacramenti e con l’esempio di ogni opera buona; di aver una cura paterna per i poveri e per gli altri bisognosi e di attendere a tutti gli altri doveri pastorali ― cose tutte che non possono essere fatte e compiute da quelli che non vigilano sul proprio gregge e non lo assistono, ma lo abbandonano come mercenari ― il sacrosanto Sinodo li ammonisce e li esorta, perché, memori dei divini precetti e divenuti esempi del gregge, lo pascano e lo reggano nella saggezza e nella verità”.

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Parole che mantengono un’inalterata attualità. Non si tratta certamente di sterili rimpianti di un passato mitico ― nessun passato è stato esente da errori, peccati, deformazioni e via dicendo ― ma di saper cogliere ciò che di buono e di fondamentale è stato elaborato ed ha portato i suoi frutti, quelli visibili e quelli invisibili.

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Oggi la cura animarum sembra completamente sparita dall’orizzonte spirituale, culturale e pastorale del pensiero e dell’azione della Chiesa di oggi. Il termine cura, nella lingua latina, ha un ampio valore semantico, può infatti corrispondere a cura, sollecitudine, premura, attenzione, riguardo, diligenza, solerzia, inquietudine, affanno, pensiero, preoccupazione, governo, custodia, sorveglianza, coltivazione, allevamento, trattamento, cura delle malattie, rimedio, guarigione, curiosità, interesse, tutela, fino a spingersi addirittura a amore, pena d’amore.

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Sarebbe bello vedere dei pastori che manifestassero, non dico tutti, ma almeno uno dei sopraddetti significati. Trovare un pastore che arrivi addirittura a una pena di amore per le anime a lui affidate è certamente una grande gioia. Oggi invece tutto ciò sembra riservato non alle anime, bensì ai motti, agli slogan, delle ideologie correnti.

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La salute delle anime è ancora il supremo criterio che guida l’azione della Chiesa di oggi? La salvezza eterna degli uomini riguarda ancora questa società ecclesiastica? Il duro ma misericordioso richiamo del Signore: «Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua anima» (Luca 12,20) ha ancora una qualche eco nelle attuali strutture della chiesa, posto che questa è la vera misericordia di chi ti sta avvertendo di un pericolo mortale?

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Se guardiamo a ciò che appare dalle strutture ufficiali, la risposta appare negativa. Certamente la grazia di Cristo continua a riversarsi sugli uomini attraverso l’opera spesso nascosta ma coscienziosa di molti sacerdoti, religiosi e laici cristiani che restano con generosità fedeli al mandato di Gesù.

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Cura delle anime non sta a significare un cristianesimo intimistico, spiritualistico, staccato dalla vita reale, attento solo alle perfezioni di pochi eletti, dimentico delle grandi questioni umane; anzi è proprio la cura dell’anima che da verità, vigore, forza e significato per un vero impegno nel mondo, non però secondo modalità ideologiche bensì secondo modalità evangeliche, ossia del Cristo vivente, salvatore dell’uomo. La cura animarum non è l’estraneazione dalle problematiche umane, bensì è l’assunzione di ogni problema autenticamente umana nella prospettiva soteriologica. Il concetto di anima non ha valenze da culto misterico, o da ectoplasma da spiritisti; ci rifacciamo semplicemente alla nostra dottrina che trova sintesi nel Catechismo delle Chiesa Cattolica [Cfr. nn. da 362 a 368, testo QUI].

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Proprio in questa prospettiva rientra il preciso comando di Cristo:

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«Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» [Mt 28,19-20].

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Non si compie una cura delle anime senza il necessario e continuo annuncio di Cristo. Una Chiesa che si riduce a ripetere slogan a cui nessuno badò, come il povero Don Abbondio di manzoniana memoria, rischia di essere formata da pastori che non evangelizzano …

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Paradigmatico è il caso delle migrazioni: quanti pastori della Chiesa si sentono chiamati ad annunciare Cristo ai numerosi stranieri che vengono a vivere in Italia? Un annuncio che passa certamente anche nelle opere di giustizia e di assistenza materiale, ma che non può fermarsi lì, quasi che gli stranieri non abbiano un’anima da salvare.

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La sempre più marcata assenza di una vera cura delle anime porta a risultati devastanti, sia all’interno del corpo ecclesiale, sia nella società. La mancata attenzione alla dimensione spirituale, trascendente conduce ad esiti disastrosi. Ecco allora che moltissimi, spinti da quell’insopprimibile desiderio di vita interiore, si rivolgono ad altre realtà, che sembrano offrire una maggiore attenzione ai bisogni spirituali.

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Ecco la rinnovata attenzione alle varie religiosità di tipo orientale, oppure il ricorso a maghi e cartomanti, oppure la frequentazione di quei gruppi spiritualistici o para-cattolici, con tutto l’apparato di visioni, locuzioni, apparizioni fai da te e via a seguire. Mentre i pastori perdono la percezione stessa del fatto che, senza la cura delle anime, si producono danni molto gravi.

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Girava tempo fa una battuta tra i preti: «Quante anime ha la tua parrocchia?» chiedeva un parroco a un altro. E la risposta era: «Duemila corpi, dei quali alcuni, ogni tanto, si ricordano di avere un’anima». Oggi questo si è rovesciato sulla stessa struttura ecclesiastica.

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Non possiamo che ripetere l’appello iniziale: S.O.S. Salvate le nostre anime! Prendetevi cura di noi, poveri migranti da questo mondo al Padre, che attraversiamo il mare tempestoso di questa vita sulla barca di Pietro, non lasciateci affogare tra i marosi del mondo e delle sue povere ideologie.

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Cari pastori, prendetevi cura delle nostre anime: S.O.S! S.O.S! S.O.S! Mentre io, ritirato nel mio eremo nell’isolamento e nel silenzio, prego per voi, perché a questa missione ho dedicata l’intera vita terrena che Dio Padre vorrà concedermi.

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Dalla cella del monaco eremita, 24 febbraio 2020

 

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Comprendo la Cina Comunista e il suo timore verso il Cattolicesimo, non comprendo invece le ragioni dell’accordo fantasma della Santa Sede col Governo di Pechino … Un vecchio articolo per comprendere meglio anche il problema coronavirus

23 Febbraio 2020/in Attualità/da Padre Ariel

— Chiesa nel mondo: saggio breve di un prete che ama la Cina e il suo Popolo —

COMPRENDO LA CINA COMUNISTA E IL SUO TIMORE VERSO IL CATTOLICESIMO, NON COMPRENDO INVECE LE RAGIONI DELL’ACCORDO FANTASMA DELLA SANTA SEDE COL GOVERNO DI PECHINO … UN VECCHIO ARTICOLO PER COMPRENDERE MEGLIO ANCHE IL PROBLEMA CORONAVIRUS

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il Cristianesimo è divenuto elemento di aggregazione e di unità, senza però impedire, come forse pensava l’Imperatore Costantino, la disgregazione dell’Impero, anzi sotto certi aspetti favorendola. Sicché, il potere politico che cercò di rinsaldarsi usando come elemento di unità ed unificazione il Cristianesimo, credendo di poter in tal senso ed a tal fine assorbire il Cristianesimo, è stato invece assorbito dal Cristianesimo, che è sopravvissuto all’Impero Romano mantenendo al proprio interno tradizioni, usi e costumi romani totalmente cristianizzati. Ecco cosa spaventa il Governo Comunista della Cina, ed hanno ragione, sul piano politico, a essere spaventati, quindi ad agire di conseguenza. È la Santa Sede che forse non ha capito la ragione di queste paure..

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2019/01/padre-Aiel-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Ariel https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Ariel2020-02-23 11:52:322023-04-19 20:23:38Comprendo la Cina Comunista e il suo timore verso il Cattolicesimo, non comprendo invece le ragioni dell’accordo fantasma della Santa Sede col Governo di Pechino … Un vecchio articolo per comprendere meglio anche il problema coronavirus

Gli studi televisivi di Mediaset sono quel «Monte» da sopra il quale, come prete e teologo, mi accontento di far brillare anche la luce di un solo fiammifero acceso, affinché brilli per … dritto e rovescio

18 Febbraio 2020/15 Commenti/in Attualità/da Padre Ariel

— società e attualità ecclesiale—

GLI STUDI TELEVISIVI DI MEDIASET SONO QUEL «MONTE» DA SOPRA IL QUALE, COME PRETE E TEOLOGO, MI ACCONTENTO DI FAR BRILLARE ANCHE LA LUCE DI UN SOLO FIAMMIFERO ACCESO, AFFINCHÉ BRILLI PER … DRITTO E ROVESCIO

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Se in questo momento di grande crisi e decadenza ecclesiale ed ecclesiastica cerco di accendere anche un solo fiammifero, forse meriterei il sostegno da parte di quei cattolici che non sanno com’è fatto un monte, come ci si sale sopra e, soprattutto, come si accende un semplice ma prezioso fiammifero dallo studio televisivo di una Rete di Mediaset. Spesso a Dio basta davvero poco, perché anche attraverso la luce di un fiammifero, un’anima può decidere di essere salvata, attraverso quel misterioso dono della libertà e del libero arbitrio donato all’uomo dall’Eterno Creatore. 

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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puntata del 13 febbraio, ultimo blocco della serata. Per vedere la registrazione cliccare sull’immagine

È doveroso rispondere a coloro che non essendosi mai ritrovati dinanzi alla luce rossa di una telecamera che ti manda in diretta, mi hanno scritto per darmi consigli. Per rispondere è però necessaria una premessa che narri il “dietro le quinte”. Leggendo certi consigli si comprende come essi siano dati da persone che ignorano quella che è la complessa struttura della redazione di un programma televisivo ideato e condotto da ottimi professionisti di prim’ordine. Esempio: in un programma già pianificato da giorni possono subentrare cambi dovuti a imprevisti che impongono di montare un servizio in pochi minuti, rivoluzionando tutta la scaletta studiata nei precedenti giorni di meticoloso lavoro.

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Sullo schermo i telespettatori vedono Paolo Del Debbio che conduce, coadiuvato nello studio di trasmissione dal giornalista Giorgio Tosi che dà la parola a qualche membro del “pubblico parlante” per commenti o domande. Spesso vediamo sullo schermo i servizi di collegamento di Henri Kociu, altro bravo professionista che assieme alla brava Ilaria Mura e altri loro colleghi curano gli esterni da varie parti d’Italia. Pochi sanno però che per questi professionisti, realizzare collegamenti implica spostamenti, spesso lunghi viaggi, semmai per trasmettere in diretta le risposte a due domande rivolte a un singolo interlocutore, o per documentare, in quindici secondi, immagini che servono per supportare ciò che viene dibattuto in studio.

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Sempre da dietro le quinte ho assistito a un cambio dettato da un’emergenza improvvisa: nel corso della puntata del 17 gennaio Paolo Del Debbio fu colto da un malore dovuto a un problema alla gamba, sostituito seduta stante da Marcello Vinonuovo, responsabile della direzione e produzione del programma, che portò avanti l’intera diretta televisiva con tutta la professionalità a lui propria.

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Ho visto il giovane giornalista Edoardo Dallari destreggiarsi velocemente nel realizzare in pochi minuti un collegamento dallo studio di Milano all’Ospedale Spallanzani di Roma per consentire al conduttore di rivolgere domande a un insigne virologo, dopo che era giunta notizia di un nuovo caso di infezione da coronavirus. Inutile a dirsi: tra gli spettatori che seguivano da casa, nessuno può sapere o immaginare che lavoro comporti improvvisare da un momento all’altro un collegamento durato poi tre minuti, per non dire quante persone hanno lavorato per quei tre minuti di collegamento in diretta negli interni e negli esterni.

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Anche nella puntata del 6 febbraio il programma subì cambiamenti: fu necessario inserire in prima serata la notizia del Treno Frecciarossa deragliato a Lodi. Pure in quel caso furono improntati servizi e collegamenti in un breve spazio di tempo, cercati e poi prelevati e condotti in studio alcuni testimoni. Anche in quell’occasione mi trovavo in redazione per partecipare al programma e ho potuto assistere dal vivo a come il tutto si è svolto e con quale velocità e bravura professionale è stato realizzato. Questo per spiegare ai Lettori, nella mia veste di testimone e di partecipante, che dietro questo programma c’è un lavoro che pochi immaginano; lavoro che richiede le capacità di ottimi professionisti, posto che un incapace potrebbe recare in simili contesti danni enormi, specie a una società come Mediaset, che non beneficia di alcun canone televisivo coatto, che per intendersi equivale a dire: tu voglia o no, te lo metto … nella bolletta della luce, così devi pagarlo per forza.

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Mediaset vive di ascolti, di pubblicità. E per produrre quella pubblicità che produce danaro, sono appunto necessari gli ascolti. Questo complesso insieme di cose nelle quali mercato e informazione si fondono di necessità assieme, comporta regole precise che si estendono anche a coloro che partecipano in veste di ospiti o di opinionisti a questi programmi.

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Le persone della mia età ricordano come nacquero le tre reti televisive della Rai e come per anni andarono avanti. La Rai è sempre stata una azienda politicizzata nella quale il primo canale era della Democrazia Cristiana, il secondo canale del Partito Socialista, il terzo canale del Partito Comunista e dei suoi partiti amici di minoranza. Di conseguenza, fatte salve diverse figure professionali di indubbia eccellenza, questa Azienda di Stato ha sempre brulicato anche un esercito di incapaci e figure parassitarie che avevano come solo merito di essere gli amici degli amici di quel potente politico che li aveva piazzati alla Rai. Tutto questo, una grande azienda privata non se lo può permettere. Certo, anche la grande azienda privata assume l’amico dell’amico di quel potente politico, ma a patto che sia capace, perché pagando coi soldi propri e non con quelli pubblici, immettere al proprio interno incapaci o nullafacenti parassitari nelle grazie dei politici, non sarebbe un semplice danno, bensì un pericolo che potrebbe portare al vero e proprio fallimento.

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Una delle critiche a me rivolte è stata: «Perché non parli in modo elevato e teologico come fai in altri tuoi scritti o in diverse tue video-conferenze?». Altra critica: «Non devi animarti e alzare la voce». Infine il consiglio drastico e deciso: «No, non andarci più, perché non serve a niente, è tutto inutile» …

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Partiamo per ordine con le risposte: anzitutto faccio notare che in modo «elevato» e «teologico» non ci parlano più neppure i nostri attuali vescovi italiani, emblema triste di un episcopato precipitato in una mediocrità desolante, considerando che nella Chiesa italiana in particolare, il concetto di «amico dell’amico del potente» ― che nel nostro caso non è il «potente politico» ma il ben più dannoso potente vescovo o cardinale ―, è applicato in modo peggiore di come lo applicavano i vecchi democristiani, socialisti e comunisti con i loro uomini o con i loro parassiti nullafacenti piazzati alla Rai. Infatti, dall’alto delle cattedre delle loro chiese cattedrali, i nostri sommi maestri della fede e della dottrina ― casomai certi miei critici non lo avessero afferrato ―, lungi dal parlare dei grandi Santi Padri e Dottori della Chiesa e del loro sapiente insegnamento teologico, parlano ormai solo di migranti e di una carità annacquata e adulterata che niente ha da spartire con quanto insegna il Beato Apostolo Paolo [cfr. I Cor 13, 13]. Triste e amara verità: dai pulpiti episcopali anche più blasonati oggi è smerciato perlopiù un concetto mondano che niente ha da spartire con la virtù teologale della carità, molto invece col filantropismo suicida alla volemose b’bene.

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Chiarito che fare del bene non implica esercitare la somma virtù della carità cristiana, è necessario rammentare appresso che Cristo Dio, a coloro che praticavano il buonismo già nell’antica Giudea di duemila anni fa, disse in modo chiaro: «Non fanno così anche i pagani?» [cfr. Mt 5, 47]. E aggiunse: «Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» [cfr. Mt 5, 48]. Ossia: la carità non è nei vezzi emotivi del mondo, o in ciò che al mondo piace, risiede nelle azioni di grazia del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. La fede, come ci insegna l’Autore della Lettera agli ebrei, lungi dall’essere impulso emotivo «[…] è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono» [Eb 11, 1]. Dunque perché, in uno studio televisivo, dovrei fare quelle lectiones magistrales d’alta teologia che i nostri vescovi, nella loro conformistica e bassa arte omiletica, non fanno dai pulpiti delle loro chiese cattedrali durante le grandi solennità dell’anno liturgico, posto che il Santo Natale e la Santa Pasqua, da anni a questa parte, anziché essere le rispettive celebrazioni del Verbo di Dio incarnato e del Cristo risorto che sconfigge la morte, paiono diventate il teatrino emotivo-ossessivo della più mondana e filantropica migrantopoli?

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Nella puntata del 6 febbraio sono stato molto chiaro a spiegare in brevi parole che era necessario rivolgersi in modo semplice e comprensibile a un pubblico che in numero sempre maggiore, cattolici inclusi, non conosce più neppure i fondamenti del Catechismo. Un problema oggettivo e triste dinanzi al quale, pensare di poter fare «alta teologia» da uno studio televisivo, implica davvero vivere fuori dal mondo del reale, o perlomeno avere con esso un pessimo rapporto.

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I miei critici non hanno colto che al contrario di certi miei confratelli radical chic, negli spazi concessi non ho mai mancato di fare riferimenti alla dottrina, alla morale e al magistero della Chiesa, con le parole semplici e le frasi brevi che sono consentite non a me, ma a chiunque partecipi. Anzi, lamentare che «non ti hanno dato spazio per approfondire quel tema», come taluni hanno scritto, è cosa ingiusta e falsa. È vero infatti l’esatto contrario: mi hanno sempre concesso ampio spazio, assieme a un sincero rispetto tributato alla mia figura di sacerdote, sia in diretta sia dietro a delle quinte popolate di belle persone umane, con diverse delle quali ho stabilito rapporti di sincera amicizia, incluse persone che da molti anni non scambiavano una parola con un prete. Detto questo si tenga conto che il programma è diviso in quattro blocchi la cui durata è di circa 40 minuti ciascuno. Nel parterre ci sono solitamente dai quattro ai sei ospiti, ciascuno dei quali deve parlare almeno una volta. In questo lasso di tempo vi sono delle presentazioni al tema attraverso filmati introduttivi, vi sono quasi sempre vari collegamenti esterni, alcune persone che commentano o che rivolgono domande dal pubblico e alcuni stacchi pubblicitari. Qualsiasi mente dotata di comune buon senso e di minimo spirito di analisi, dovrebbe comprendere che se uno degli ospiti del parterre riesce a parlare per un totale di tre minuti, ha avuto davvero un grande spazio, a me peraltro sempre concesso, cosa di cui sono grato a Paolo Del Debbio e alla Redazione.

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Riguardo all’invito a me rivolto di «non urlare», desidero chiarire quelli che sono i meccanismi di una comunicazione veloce mirata di necessità all’essenziale. Anzitutto, animarsi e alzare la voce come ho fatto in alcune occasioni, non è stato un eccesso ma una necessità. Può infatti accadere che dinanzi a certi argomenti sensibili, uno o più interlocutori tentino di deviare dal tema allo scopo di non farti parlare, impedendoti di fatto di lanciare un messaggio, per esempio chiarendo che cosa insegnano a tal proposito la dottrina e la morale cattolica, oppure che cosa è realmente accaduto nella storia. In una situazione simile, se non mi prendessi il diritto di concludere un discorso o di replicare brevemente dicendo cosa è vero e cosa è falso, farei la figura del soggetto non solo cedevole, ma ometterei proprio di chiarire ciò che per la Chiesa è sbagliato. Detto questo si tenga conto che in quel delicato contesto, per coloro che mi ascoltano da casa, io non sono il libero professionista della propria personale opinione, ma un membro della Chiesa Cattolica e del suo Collegio Sacerdotale. Domando quindi ai miei critici così sensibili dinanzi a un prete che in caso di necessità si anima nel corso di un discorso: per voi, è più importante dire e chiarire cosa è giusto o sbagliato, cosa è vero o falso, oppure, per un’idea distorta di galateo clericale, tacere mentre uno o più interlocutori affermano cose fuorvianti o storicamente errate? Detto questo aggiungo: come sacerdote vivo in una Chiesa che sta attraversando un momento di terribile decadenza sul piano ecclesiale ed ecclesiastico. Una Chiesa all’interno della quale ho visto fin troppi preti, vescovi e cardinali mettere in atto ingiustizie e autentici abominî che gridano vendetta al cospetto di Dio, il tutto con sorrisi diafani impressi sui volti, voci mielose, toni contenuti e parole suadenti. È forse questo, il genere di clero “misurato” e “compassato” che piace a certi miei critici, o che certi miei critici augurano alla Chiesa di Cristo di poter avere o di seguitare ad avere?

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Le persone che mi hanno invitato a «non andare più», perché a loro dire «non serve a niente», sono gli stessi che poi si lamentano delle figure di certi sacerdoti mediatici del passato e del presente che, di piacioneria in piacioneria vanno a braccetto col mondo, al quale mostrano sempre accondiscendenza, costasse pure affermare, come più volte accaduto dinanzi a milioni di telespettatori: «… è vero, la Chiesa dice questo, però io la penso in altro modo, ho un’altra opinione». Ebbene, vi risulta forse che dinanzi al pubblico televisivo io abbia emesso anche un solo sospiro contrario alla dottrina, alla morale e al magistero della Chiesa? Sicché certi critici dovrebbero comprendere che se io non partecipo, dicendo ciò che è possibile dire entro tempi e regole degli spazi televisivi, la cosiddetta scena sarà solo calcata da quei preti in maglione e scarpette da ginnastica che danno al pubblico una immagine di sacerdote laicizzato e non propriamente edificante, il quale spesso e volentieri non trasmette quel che insegna la Chiesa, ma quello che pensa lui dall’alto del proprio egocentrismo, spesso purtroppo anche dall’alto della sua ignoranza sui fondamenti del Catechismo della Chiesa Cattolica, oggi tanto diffusa persino tra il nostro clero. A che vale dunque rinchiudersi, come fa il cattolico depresso, nel proprio ghetto fatto di madonnine e sedicenti veggenti che annunciano catastrofi imminenti, mentre fuori tutto crolla attorno a noi? Piuttosto invece bisognerebbe riflettere sulla profonda tenerezza che Cristo Dio provò per quella folla di persone che apparvero ai suoi occhi come pecore senza pastore:

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«[…] e si commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore, e si mise a insegnare loro molte cose» [cfr. Mc 6, 34].

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Oggi più che mai, quante sono queste «pecore senza pastore» che da noi aspettano, anzi spesso implorano, solo una semplice parola di buon conforto?

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Cristo Signore ci invita con parole chiare a essere «la luce del mondo», ed a tal proposito ci spiega:

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«[…] non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli» [Mt 5, 14-16].

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Non capisco davvero come certi cattolici leggano il Santo Vangelo, che non è un fenomeno da ghetto chiuso escluso dal mondo, è la luce del Verbo incarnato, come spiega il Beato Apostolo Giovanni nel Prologo al suo Vangelo, dove la luce è usata come metafora per indicare la «luce da luce» che è Cristo Verbo di Dio incarnato [cfr. Gv 1, 1-18]. E quella di Cristo non è una luce che si accende «per metterla sotto il moggio», cari cattolici depressi da ghetto, che tra madonnine e sedicenti veggenti che vi eccitano con annunci di catastrofi imminenti, dimenticate ― o forse non sapete ― che il Libro della Apocalisse del Beato Apostolo Giovanni racchiude al suo interno il più grande messaggio di speranza. Basterebbe conoscere il semplice significato delle parole: la parola di derivazione greca, apocalisse, significa “scoprire”, “svelare” ciò che è nascosto. Il messaggio apocalittico ci rassicura che il bene ha già vinto sul male, che Cristo Dio ha già trionfato. L’Apocalisse è il messaggio della gioia della fede, non delle cupe eccitazioni a uso degli irredimibili pessimisti cronici che abbondano anche nel Popolo Santo di Dio.

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Ciò che in doni di grazia mi è stato dato in luce da Cristo Dio che è «luce da luce», debbo farlo risplendere in tutti i modi, come sta scritto in quel severo monito che è la Parabola dei Talenti [cfr. Mt 25, 14-30]. All’occorrenza salendo tranquillamente con la mia lucerna sul «monte» di Mediaset e cercando di accendere anche un solo fiammifero dentro lo studio numero 11 dal quale sono trasmesse le dirette di Dritto e Rovescio condotte da Paolo Del Debbio e organizzate da una redazione di eccellenti professionisti. Perché, con i tempi che corrono, riuscire a far vedere al mondo anche la luce di un solo fiammifero, è un’autentica grazia di Dio, per chi come me prova cristologica tenerezza per tutti voi, che mi sembrate sempre più come «pecore senza pastore».

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Anche per questo sono grato agli amici della redazione del programma Dritto e Rovescio per avermi dato l’opportunità di essere me stesso, ossia un prete, di poter andare all’occorrenza contro le tendenze di questo mondo, di poter esercitare il diritto a quella scorrettezza politica che è tutta quanta scritta e indicata parola per parola dentro il Santo Vangelo, di cui sono maestro e annunciatore per sacro mandato ricevuto mediante consacrazione sacerdotale. Tutto questo in una società nella quale, del prete e della fede cattolica, si tende a dare ormai un’immagine grottesca e falsata. È infatti tristemente noto che noi, per meritarci di essere trattati in modo grottesco, abbiamo lavorato a lungo, dando spesso al mondo il meglio del peggio dell’immagine di Chiesa e di clero che potevamo dare. E oggi, il mondo, ci sta ripagando rovesciando il meglio del ridicolo sulle nostre peggiori miserie.

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Se in questo momento di crisi e decadenza ecclesiale ed ecclesiastica cerco di accendere anche un solo fiammifero, forse meriterei il sostegno da parte di quei cattolici che non sanno com’è fatto un monte, come ci si sale sopra e, soprattutto, come si accende un semplice ma prezioso fiammifero dallo studio televisivo di una Rete di Mediaset. Spesso a Dio basta davvero poco, perché anche attraverso la luce di un fiammifero, un’anima può decidere di essere salvata, attraverso quel misterioso dono della libertà e del libero arbitrio donato all’uomo dall’Eterno Creatore. 

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dall’Isola di Patmos, 17 febbraio 2020

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2019/01/padre-Aiel-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Ariel https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Ariel2020-02-18 00:10:582021-04-27 19:11:29Gli studi televisivi di Mediaset sono quel «Monte» da sopra il quale, come prete e teologo, mi accontento di far brillare anche la luce di un solo fiammifero acceso, affinché brilli per … dritto e rovescio
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«ALTIUS CÆTERIS DEI PATEFECIT ARCANA»

(in modo più alto degli altri, Giovanni ha trasmesso alla Chiesa, gli arcani misteri di Dio)

La lunetta usata come copertina della nostra home-page è un affresco del Correggio del XVI sec. conservato nella Chiesa di San Giovanni Evangelista a Parma

ratrice del sito di questa rivista:

MANUELA LUZZARDI 

 

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