Sette&Dintorni: a causa dei Neocatecumenali di San Kiko Arguello e di Santa Carmen Hernandez insigni dottori della Chiesa, quattro comuni della Campania finiscono in quarantena per coronavirus

Sette&Dintorni

A CAUSA DEI NEOCATECUMENALI DI SAN KIKO ARGUELLO E DI SANTA CARMEN HERNANDEZ ILLUSTRI DOTTORI DELLA CHIESA, QUATTRO COMUNI DELLA CAMPANIA FINISCONO IN QUARANTENA PER CORONAVIRUS

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La vera natura dei Neocatecumenali, da sempre falsamente ossequiosi alla Chiesa e alla sua autorità, è venuta alla luce anche in questo momento di grave emergenza. Infatti è accaduto che per causa loro, quattro comuni della Campania, sono stati messi sotto quarantena nella provincia di Salerno, si tratta delle località di Sala Consilina, Caggiano, Polla, Atena Lucana.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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il libro di Padre Ariel è reperibile presso il nostro negozio librario, per accedere al quale basta cliccare sopra questa immagine di copertina

Chi sono i Neocatecumenali, fondati dal pittore bohemien spagnolo Kiko Argüello e da Carmen Hernandez? L’ho spiegato in un libro alla cui lettura rimando: sono una delle peggiori sette ereticali intra-ecclesiali che si sia affacciata nel panorama della Chiesa nell’intera storia della modernità. In questo mio libro, edito pochi mesi fa, ne spiego la storia, ma soprattutto i danni prodotti all’interno della Chiesa, dove a partire dall’epoca del Santo Pontefice Paolo VI scoppiò la grande ubriacatura dei movimenti laicali, che a seguire sotto il pontificato del Santo Pontefice Giovanni Paolo II, alcuni videro a loro modo come una sorta di futuro della Chiesa, sbagliando in ciò gravemente, ahimè Pontefici inclusi.

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La vera natura dei Neocatecumenali, da sempre falsamente ossequiosi alla Chiesa e alla sua autorità salvo fare da sempre, di prassi e rigore, ciò che vogliono e come vogliono, è venuta alla luce anche in questo momento di grave emergenza. È infatti accaduto che per causa loro, con un decreto firmato dal Governatore della Campania [cf. QUI], quattro comuni sono stati messi sotto quarantena nella provincia di Salerno, si tratta delle località di Sala Consilina, Caggiano, Polla, Atena Lucana [vedere in cronaca QUI, QUI, QUI, ecc …].
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Violando tutte le regole come di prassi i Neocatecumenali sono soliti fare da sempre nelle loro chiuse salette, salvo poi aggredire con spirito settario e menzognero chiunque li abbia pubblicamente smascherati nel corso del tempo — incluso il sottoscritto ricoperto per mesi di insulti in giro per tutta la rete telematica —, in piena emergenza coronavirus hanno tenuto una celebrazione liturgica kikiana. Il risultato è stato il seguente: in seguito a meticolose ricostruzioni della catena del contagio, i contagiati risultano a oggi 22 in totale, incluso il sacerdote celebrante. Tra i partecipanti un uomo di 76 anni di Belizzi è già deceduto il 10 marzo, mentre la moglie risultata positiva a coronavirus attualmente è in quarantena. I “contatti stretti” avvenuti durante il rito kikiano hanno sino a oggi prodotto come risultato 45 contagi a Sala Consilina, 20 a Caggiano, 10 a Polla, 8 ad Atena Lucana, 5 a Teggiano, 5 a Montesano, 3 a Buonabitacolo, 3 ad Auletta, 2 a Sant’Arsenio e 3 a Padula, per un totale di 104 infetti [si rimanda alla cronaca, QUI, QUI, ecc …].
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A questo punto ci aspettiamo dai Neocatecumenali, come loro stile e costume, il rituale grido: «Siamo stati approvati, siamo stati approvati, in tutto e per tutto da due Pontefici Santi! E chi è contro di noi, è contro la Chiesa e la santità di questi Pontefici». Per seguire con insulti distruttivi a non finire da sempre rivolti verso chiunque abbia cercato di avversarli e di mettere in luce le loro derive dottrinali e le loro eresie, che si sono sviluppate e hanno preso piede proprio per la debolezza dimostrata verso di loro dalla Chiesa e dagli ultimi quattro Sommi Pontefici. Esattamente come spiego, con documenti e prove non passibili di smentita, in questo mio libro, che sinceramente vi consiglio di leggere, anche per capire quali gravi virus sono stati prodotti nel corso degli ultimi cinquant’anni al nostro interno dalla mancanza dell’esercizio di autorità da parte della Chiesa, dei Sommi Pontefici e dei Vescovi.

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dall’Isola di Patmos, 16 marzo 2020

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Coronavirus tra verità e psicosi collettiva. La vicenda assurda di uno dei Padri de L’Isola di Patmos accusato di essere «medioevale» per avere semplicemente pregato

– pastorale sanitaria –

CORONAVIRUS TRA VERITÀ E PSICOSI COLLETTIVA. LA VICENDA ASSURDA DI UNO DEI PADRI DE L’ISOLA DI PATMOS ACCUSATO DI ESSERE «MEDIOEVALE» PER AVERE SEMPLICEMENTE PREGATO

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[…] la processione non vuole richiamare nessun assembramento esterno, non vuole contravvenire a nessuna norma o sfidare l’autorità di nessuno. La processione è un atto di culto a Dio e io, come sacerdote, non posso rinnegare ciò per cui sono stato chiamato né tradire il popolo cristiano. È pertanto il caso di dire che la fede ― come diceva Sant’Anselmo d’Aosta ― richiede la ragione, mentre invece, la fede, non contempla la psicosi.

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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Padre Ivalo Liguori benedice i fedeli nella chiesa di Laconi

sono passate meno di ventiquattro ore dalla pubblicazione del post di Facebook sulla pagina ufficiale della parrocchia che amministro, per sentirmi dare del «medioevale» e del… beh gli altri aggettivi è meglio ometterli.

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Oltre alle simpatiche aggettivazioni verso di me, non è mancato chi ha pensato bene di minacciarmi persino di denuncia. Ma veniamo al punto: come parroco ho deciso di organizzare, insieme ai miei confratelli cappuccini, una processione quaresimale nella parrocchia del paese di Laconi, che si trova nella zona del Sarcidano di Sardegna.

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La motivazione che ha portato alla genesi di questa processione è stata suggerita naturalmente dal Tempo di Quaresima che stiamo vivendo. Periodo liturgico in cui si chiede a Dio Padre il perdono e la purificazione per i propri peccati e per i peccati della Chiesa. Tale pratica si avvale, tra le altre cose, della recita dei Sette Salmi Penitenziali e delle Litanie dei Santi.

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Laconi, l’incantevole silenzio di un’oasi verde. Cliccare sopra l’immagine per aprire il video

Quest’anno la Quaresima è segnata dall’emergenza Coronavirus, situazione sanitaria anomala che sta destando preoccupazione nel cuore ti tante persone, cristiani compresi. Cosa fare dunque? Da frate cappuccini, da sacerdote e parroco che sono, ho sentito il dovere pastorale, insieme ai miei confratelli, di caratterizzare questa processione con l’intenzione di chiedere a Dio Padre di scongiurare l’emergenza del Coronavirus dentro la nostra piccola comunità di Laconi che attualmente conta circa 1.764 abitanti. Ovviamente, pregare per il paese di Laconi, implicava l’intenzione di pregare per tutta l’Italia e per il mondo. Ovviamente la Chiesa non vieta di elevare a Dio esplicite preghiere che riguardano le intenzioni di una comunità particolare. Penso che sia una cosa scontata, affrontare in modo cristiano e attraverso la fede una prova importante come questa emergenza sanitaria in corso.

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La fede non misconosce le norme igieniche sanitarie, non demonizza le cure mediche e non nega l’utilità della scienza e della tecnica. E questo penso di poterlo dire con una certa cognizione di causa, avendo passato anni del mio sacro ministero a svolgere funzioni di cappellano presso una grande struttura ospedaliera pubblica.

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Laconi, la cascata maggiore del parco. Per aprire il video cliccare sull’immagine

La fede non si contrappone ad alcuna norma di buon senso utile in casi come questi ma non può rinunciare a infondere speranza ai Christi fideles e compiere quel ministero di consolazione che può derivare solo dalla grazia del Signore.

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Ci tengo a precisare che, a tutt’oggi, gli organi di informazione ci dicono che in Sardegna solo cinque casi di infezione sono stati segnalati, tanto da essere stati subito trattati e isolati secondo i protocolli.

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Grazie a Dio, è proprio il caso di dirlo, la Sardegna non condivide il primato di altre regioni italiane ben più vessate dal virus. Nello specifico, il paesino di cui sono parroco e nel quale si trova il nostro convento, è posto nell’entroterra sardo, lontano dal caos frenetico metropolitano, tanto da garantire tranquillità e amenità sufficienti e non paragonabili ad altre cittadine con più frequenti scambi umani. Detto questo, nel Comunicato Stampa della Conferenza Episcopale Italiana del 5 maggio n°10/2020 si legge che:

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il più illustre cittadino di Laconi, il frate cercatore cappuccino Sant’Ignazio 

«Nelle aree non a rischio, assicurando il rispetto di tali indicazioni in tutte le attività pastorali e formative, la Conferenza Episcopale Italiana ribadisce la possibilità di celebrare la Santa Messa, come di promuovere gli appuntamenti di preghiera che caratterizzano il tempo della Quaresima».

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Per questo motivo, supportato dalle parole della Conferenza Episcopale, vivendo in un paese dell’interno che garantisce un bassissimo rischio per tutti, fiducioso nella Provvidenza di Dio porto avanti il bene spirituale dei fedeli e di coloro che vedono in Dio non un concorrente della scienza ma colui che è il creatore di tutte le cose, scienza compresa.

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L’iniziativa della processione non vuole richiamare nessun assembramento esterno, non vuole contravvenire a nessuna norma o sfidare l’autorità di nessuno. La processione è un atto di culto a Dio e io, come sacerdote, non posso rinnegare ciò per cui sono stato chiamato né tradire il popolo cristiano. È pertanto il caso di dire che la fede ― come diceva Sant’Anselmo d’Aosta ― richiede la ragione, mentre invece, la fede, non contempla la psicosi.

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Laconi, 7 marzo 2020

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un servizio di Sat2000 su Laconi, un incantevole luogo della Sardegna da visitare e da vivere …

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L’inquietante fenomeno di Medjugorie e il direttore di Radio Maria Padre Livio Fanzaga: un gosparo fanatizzante che pensa di convertire con paure che sono la negazione stessa del Santo Vangelo

— società e attualità ecclesiale—

L’INQUIETANTE FENOMENO DI MEDJUGORIE E IL DIRETTORE DI RADIO MARIA PADRE LIVIO FANZAGA: UN GOSPARO FANATIZZANTE CHE PENSA DI CONVERTIRE CON PAURE CHE SONO LA NEGAZIONE STESSA DEL SANTO VANGELO

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Dicci, Padre Livio, illuminaci e chiarisci a tutti noi: ma quanto rende in danaro parlare con la «Madonna postina» di Medjugorie? Mai infatti avrei immaginato di ritrovarmi un giorno di fronte alla addolorata Mater Dei mutata in una via di mezzo tra una azienda redditizia e una fruttuosa società multinazionale. Credo proprio che un prete non dovrebbe dare credito a degli pseudo veggenti che sul venerabile nome della Beata Vergine hanno costruito le proprie ricchezze, vivendo vite all’insegna del lusso e dell’ostentato dispendio. E di questo tu dovrai rendere conto a Dio che, dal primo all’ultimo centesimo, ti domanderà di giustificargli anche i pochi euro che la buona nonnina ha sottratto ogni mese alla sua piccola pensione per inviarli a Radio Maria, mentre gli pseudo veggenti grazie ai quali la tua azienda vive e opera, bivaccavano tra ville, piscine, sale fitness auto di lusso e fruttuose proprietà alberghiere, salvo parlare ogni giorno alle ore 18 con la Beata Vergine Maria.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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uno dei quattro angoli della villa dello pseudo veggente Ivan Dragicevic, con parco, piscina e sala fitness. Queste e altre immagini andrebbero mostrate alle nonnine che ogni mese sottraggono alla propria misera pensione un po’ di euro da inviare a Radio Maria che diffonde giornalmente i messaggi dati dalla Madonna di Medjugorie agli pseudo veggenti.

Se la dottrina, il magistero e la mariologia, fossero quelle diffuse a Radio Maria da Padre Livio Fanzaga, avrei già lasciato il sacerdozio dandomi dell’idiota per l’errore commesso. Poi sarei andato nella amena città di San Salvador de Bahia, dove giovani ragazze mi avrebbero fatto recuperare il tempo vissuto in castità attraverso la libera scelta del celibato sacerdotale, frutto di un errore commesso in totale buonafede. Questo avrei fatto, se il magistero della Chiesa, la sua dottrina e la sua mariologia fossero quelle diffuse da questa radio medjugoriana. Paradossi a parte, siccome ciò che insegnano il magistero, la dottrina e la mariologia lo so, non cesserò mai di essere innamorato sposo fedele e casto della Santa Chiesa di Cristo fino all’ultimo respiro di vita, per poi rimanere sacerdote, in modo indelebile, per l’eternità.

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Non è dunque a cuor leggero che accuso il confratello Livio Fanzaga di non essere un annunciatore della fede, bensì un diffusore di quel fideismo che procede attraverso forme di inquietante mariolatria-medjugoriana. Forme ed espressioni che niente hanno da spartire con la venerazione della Beata Vergine Maria, madre del Verbo di Dio incarnato, che nel mistero della rivelazione e nella economia della salvezza ha un proprio preciso ruolo. Strappare la Beata Vergine al ruolo a essa assegnato, vuol dire mutarla in un idolo.

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Ci sono migliaia di ore di radio registrazioni in cui il Padre Livio attribuisce alla Beata Vergine la salvezza, affermando in modo ambiguo che la Madonna salva e che bisogna chiederle che ci salvi. Chiariamo certe ambiguità: se in certi casi può essere riconosciuto ai semplici il beneficio dell’ignoranza mossa alla radice da totale buona fede, a dei sacerdoti simile beneficio non può essere riconosciuto, perché in questo secondo caso si deve parlare di deviazioni dalla retta dottrina e di adulterazioni del mistero della salvezza, perlopiù supportate da continui riferimenti ossessivi ai giornalieri messaggi dati dalla Gospa ai sedicenti veggenti di Medjugorie. La Vergine Maria può concorrere in modo prezioso, determinante, volendo anche del tutto unico alla nostra salvezza, attenzione però: intercedendo per noi presso il suo Divino Figlio. La Vergine Maria può intercedere ― e intercede ― per i nostri peccati, ma non può ella rimettere i nostri peccati, questo sia ben chiaro, perché questa è la fede cattolica. Sicché, quando si lanciano frasi ambigue riferite al fatto che la Vergine Maria salva, o si è molto chiari sul piano dottrinale e catechetico, oppure meglio tacere ed evitare di confondere il Popolo di Dio.

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Padre Livio è giunto persino ad affermare che la “sua” Madonna si è opposta all’occorrenza all’Autorità Ecclesiastica, sostituendosi a essa e svolgendo di motu proprio funzioni esercitate dalla Chiesa, che il mandato di insegnare, santificare e governare il Popolo di Dio lo ha ricevuto ― è bene ricordarlo ― da Cristo Dio in persona. Gli strafalcioni di Padre Livio sono giunti alle volte a livelli grotteschi, per esempio quando ignorando che è la Chiesa a procedere alla canonizzazione dei Santi, previo riconoscimento delle loro virtù eroiche, affermò che un certo frate era stato canonizzato dalla Madonna in persona, affermando tra l’altro: «[…] guardate, se la Madonna dice no, non c’è vescovo che tenga, non c’è papa che tenga […]». Basta ascoltare un video di alcuni anni fa per verificare a quali livelli sia capace a giungere Padre Livio [vedere QUI], gravemente ignaro che mai, la Mater Dei, si sostituirebbe all’Autorità della Chiesa, essendo lei stessa la prima a venerare, all’occorrenza persino a ubbidire alla Chiesa di Cristo, dando in tal modo esempio a tutto il Popolo di Dio, non ultimo proprio perché ella, da sempre, è anche una grande pedagoga.

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Ubbidire alla Chiesa vuol dire ubbidire a Cristo Dio che l’ha istituita anche come visibile struttura gerarchica fondata sul primato di Pietro e sull’autorità apostolica a lui conferita [cfr. Mt 16, 18]. Cristo Dio non ha eretta la Chiesa sulla Madonna, che pure della Chiesa è madre. Il supremo ministero delle chiavi, assieme al potere di legare e sciogliere, lo ha concesso a Pietro e ai suoi successori [cfr. Mt 16, 19]. E ciò sebbene Pietro sia nato non solo con la macchia del peccato originale ― al contrario della Immacolata Concezione preservata da ogni macchia di peccato ―, ma benché abbia rinnegato Cristo mentendo, imprecando [cfr. Mt 26, 74] e dandosi poi alla fuga. O per essere chiari fino in fondo: la Santa Chiesa di Dio è totalmente cristocentrica nella pura essenza della sua assolutezza, non è madonnocentrica. Quando durante l’Ultima Cena Cristo Dio istituì il sacerdozio ministeriale e l’Eucaristia, la Vergine Maria non era presente con gli Apostoli nel cenacolo [cfr. Mt 26, 26-28; Mc 14, 22-24; Lc 22, 19-20; 1Cor 11, 23-25]. Presente con loro lo fu a Pentecoste, quando sugli Apostoli già sacerdoti, ministri, custodi e dispensatori della Santissima Eucaristia e dei Sacramenti di grazia fu fatto discendere lo Spirito Santo [At 2, 1-41].

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La salvezza, in tutta la sua unicità e assolutezza, risiede nel mistero del Verbo di Dio incarnato nel ventre di una vergine, morto per la nostra redenzione, risorto e asceso al cielo, dove oggi siede alla destra di Dio Padre [cfr. Dichiarazione Dominus Jesus, 2000]. L’essere e l’esistere eterno della Mater Dei è racchiuso nel mistero di Cristo Dio, come ci insegna il Santo dottore della Chiesa Bernardo di Chiaravalle, che riassume questo mistero con poche e brevi parole: «Vergine Madre figlia del tuo figlio […]» proseguendo poco più avanti «[…] tu se’ colei che l’umana natura nobilitasti, sì che ‘l suo fattore non disdegnò di farsi tua fattura». In queste brevi parole è racchiusa l’essenza della mariologia: l’Immacolata Concezione esiste e vive in funzione del Divino Figlio. A nessuno è dato mutare ambiguamente Cristo Dio in “accessorio” della Beata Vergine, dalla quale fu dato al mondo il Divino Figlio generato non creato della stessa sostanza di Dio Padre. 

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Anche se sino a oggi mi sono sottratto dall’esprimere qualsiasi opinione sul fenomeno di Medjugorie, oggi mi sento in coscienza di affermare che non ho mai creduto a questi messaggi dati a getto continuo, ma soprattutto che considero ahimè, i sedicenti veggenti, dei ciarlatani nel senso etimologico del termine, non secondo il significato dispregiativo del lessico parlato.

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Per chiarire il concetto di redenzione, soprattutto per chiarire chi è fonte di salvezza, basterebbe che i devoti della Beata Vergine pensassero alla cronologia e al significato delle Litanie Lauretane, anziché recitarle come una filastrocca più o meno non compresa. Queste Litanie nate attorno al XII secolo, ma che affondano le proprie radici in tradizioni molto antiche, hanno tutti i crismi della più alta ufficialità, fu infatti il Santo Pontefice Pio V che nel XVI secolo, dopo la vittoria della Lega Santa sull’Esercito Musulmano nella battaglia di Lepanto, le aggiunse alla fine della recita del Santo Rosario, inserendo nella sequenza della preghiera litanica l’invocazione di auxilium christianorum. Pochi anni dopo, nel 1587, il Sommo Pontefice Sisto V le approvò con la bolla Reddituri.

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Temo che molti ingenui fedeli, tanto in buona fede quanto poco preparati sul piano catechetico, pur recitando anche più rosari al giorno, non siano purtroppo in grado di comprendere la struttura teologica di questa preghiera litanica che comincia con una invocazione trinitaria attraverso la quale a Dio Padre, al Figlio generato non creato della stessa sostanza del Padre e allo Spirito Santo che procede dal Padre e dal Figlio, ci rivolgiamo concludendo ogni supplica con l’invocazione: «Miserere nobis» [abbi pietà di noi]. Terminata questa supplica, incominciano le suppliche di intercessione alla Beata Vergine, che si concludono ciascuna con l’invocazione «Ora pro nobis» [prega per noi]. Questo è il ruolo della Beata Vergine nell’economia della salvezza: pregare e intercedere per noi. Non a caso, nella lode Salve Regina, noi chiediamo la sua intercessione invocandola come «Advocata nostra». È quindi con le sue preghiere e la sua preziosa intercessione, che la Vergine Santa opera per la nostra salvezza. Ecco allora un altro inno di lode nel quale invochiamo la sua protezione:

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«Sub tuum praesídium confúgimus, sancta Dei Génetrix; nostras deprecatiónes ne despícias in necessitátibus, sed a perículis cunctis líbera nos semper, Virgo gloriósa et benedícta».

[Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, Santa Madre di Dio: non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova, e liberaci da ogni pericolo, o vergine gloriosa e benedetta].

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Qualcuno si è domandato perché a Dio domandiamo di liberarci dal male, che nella preghiera del Pater Noster è sinonimo di peccato e quindi di purificazione dal peccato, mentre alla Beata Vergine domandiamo di assisterci nella prova e di liberarci dal pericolo che può indurci per logica conseguenza al peccato? Semplice la risposta: è Dio che rimette i nostri peccati, non la Madonna. Stando perlomeno alla formula dell’assoluzione sacramentale nella quale i peccati sono rimessi nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. O forse risulta che alla Santissima Trinità sia aggiunto anche il nome della Beata Vergine Maria?

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Domanda rivolta non tanto a Padre Livio, ma agli sgranatori di rosari medjugoriani, giacché molti di essi temo che potrebbero non sapere che cosa pregano e come pregano. Questa la domanda: perché al Dio uno e trino si supplica pietà e perdono, mentre alla Beata Vergine si chiede di pregare e di intercedere per noi, per la remissione dei nostri peccati e la nostra salvezza? Semplicemente perché non è la Madonna che purifica le anime dal peccato, ella intercede con grande efficacia per il perdono e la salvezza delle anime. E tra tutti gli Angeli e i Santi, di certo è la creatura che può intercedere per noi nel modo più efficace, essendo colei che nata senza alcuna macchia di peccato originale ha dato alla luce in questo mondo il Verbo di Dio incarnato, divenendo dimora privilegiata e unica dello Spirito Santo nell’intera storia dell’umanità. Però, come si dovrebbe capire, salvare mediante la remissione dei peccati e intercedere per la remissione dei peccati sono due cose diverse, ma non nella pura forma, bensì proprio nella più profonda sostanza. A tutto ciò si aggiunga che Dio si adora, mentre la Beata Vergine si venera. E la differenza che corre tra adorazione e venerazione, non è cosa di poco conto, meno che mai si tratta di una “piccola” sfumatura semantica.

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Terminate le litanie nelle quali a ogni richiamo o titolo si invoca la Beata Vergine con la frase «ora pro nobis», questa preghiera si conclude con l’invocazione all’Agnus Dei, rivolta a Cristo Dio redentore che facendosi uomo si è mutato in un agnello senza macchia che col proprio sacrificio ha lavato il peccato del mondo [cfr. Gv 1, 29]. A quel punto non si risponde più: «Ora pro nobis», ma si torna a supplicare Cristo Dio invocando: «Perdonaci Signore … Ascoltaci Signore … Abbi pietà di noi». Come mai non ci si rivolge alla Madonna supplicandola di perdonarci e di avere pietà di noi, là dove nella preghiera litanica queste invocazioni sono tutte riferite al perdono dei peccati rivolte all’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo?

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Perché questi elementi basilari della fede non sono spiegati al buon popolo dei devoti dai microfoni di Radio Maria? Semplice e triste la risposta: perché il Padre Livio e il suo clan gosparo non vogliono un popolo devoto ma un popolo devozionale, nutrito attraverso l’elemento emotivo della peggiore mariolatria medjugoriana. Inutile a dirsi: il tutto va avanti da anni e anni sotto gli occhi impotenti dell’Autorità Ecclesiastica e sotto le orecchie sorde della Congregazione per la dottrina della fede, che se potesse essere sponsorizzata come dicastero, non esisterebbe per essa migliore pubblicità di quella della Amplifon, azienda leader nella produzione e vendita di apparecchi per persone con seri problemi di udito.

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Per mantenere un popolo fideista è necessario ricorrere al sensazionalismo e soprattutto alla paura. Educare le persone alla vera fede è complesso e faticoso, perché al di là della migliore volontà e del più strenuo impegno da parte dell’evangelizzatore, gli esiti sono oggi più che mai incerti. A certe aggregazioni fideistiche gli ignoranti fanno comodo da sempre, sin dai tempi del mitico Frate Cipolla narrato da Giovanni Boccaccio nella sua memorabile novella. Senza i fideisti ignoranti certe persone non potrebbero sopravvivere, né potrebbero proprio sussistere. Per questo si evita di spiegare agli incantati da Frate Cipolla e dalle sue reliquie, tanto mirabolanti quanto improbabili, che la vera fede è quella illustrata dall’Autore della Lettera agli Ebrei: «La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono» [Eb 11, 1]. Affermazione questa non propriamente facile e agevole da spiegare, perché dire che per comprendere ciò è necessario un lungo cammino e un’autentica evangelizzazione, potrebbe quasi suonare come un eufemismo. Anche perché la gran parte delle persone, se messe dinanzi a cammini veramente difficili, voltano le spalle e fuggono via già prima di provare a muovere un solo passo. Sta infatti scritto:

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«Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono coloro che entrano per essa. Quanto stretta è invece la porta e angusta la via che conduce alla vita! E pochi sono coloro che la trovano!» [Mt 7, 13-14].

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Quale strada offre il direttore di Radio Maria? Quella più facile: il fideismo emotivo giocato sul celato e intimo disprezzo della ragione, indicata dai Santi dottori della Chiesa Anselmo d’Aosta e Tommaso d’Aquino come elemento necessario per giungere alla fede. Infatti, senza la ragione, che poi è sinonimo di esercizio della più matura e sapiente libertà, non è possibile giungere alla vera esperienza di fede, solo al peggiore dei suoi surrogati: il fideismo costruito sulla emotività irrazionale. E per reggersi, il fideismo, oltre all’emotività illogica e irrazionale elevate a verità, ha bisogno di un altro elemento indispensabile: la paura. Ecco quindi l’immagine di una Madonna che in modo più o meno velato, parlando per bocca degli pseudo-veggenti di Medjugorie, racchiude nei propri messaggi dei contenuti non espliciti, ma che i suoi interpreti mutano in annunci di eventi catastrofici, al grido de «il tempo è vicino», «la fine è ormai alle porte» … Poi c’è la magia dei segreti, perché il segreto nascosto, a livello psicologico alimenta l’esercito dei fideisti, che stimolati dalla paura si mutano a loro volta in fanatici fanatizzanti che seminano paura. Mettendo in atto questi meccanismi tanto banali quanto evidenti, i poveretti dimenticano, con buona pace del fiume di messaggi dati dalla Gospa di Medjugorie, che sul Santo Vangelo sta scritto:

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«Nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore» [I Gv 4, 18].

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Quale significato teologico, mistagogico ed escatologico hanno, per il Direttore di Radio Maria, queste parole? O sono forse parole che invitano in qualche modo a stimolare paura nei fedeli, perché «i tempi sono vicini» e perché sull’umanità incombono i fantomatici «nove segreti dati dalla Gospa» agli pseudo-veggenti?

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Nella trasmissione radio del 26 febbraio Padre Livio ha affermato varie cose sul Coronavirus, portando anzitutto quella che per lui, probabilmente, è una sorta di prova inconfutabile: il messaggio che sarebbe stato dato dalla Beata Vergine a uno degli pseudo veggenti di Medjugorie, in questo caso Ivan:

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«La natura è ormai ostile a noi e con questo coronavirus abbiamo aperto gli occhi, perché è arrivato in un momento propizio, basta ascoltare il messaggio della Madonna di Medjugorie dato a Ivan il 17 settembre, nel quale afferma che si sta realizzando il periodo di Satana».

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Se Padre Livio conoscesse i fondamenti della rivelazione contenuti nelle Sacre Scritture, dovrebbe sapere che la natura è divenuta ostile all’uomo non per volontà di Dio ma per volontà di scelta compiuta liberamente dai nostri progenitori Adamo ed Eva, che ribellandosi al Creatore alterarono la perfezione della natura originaria dell’uomo e quella dell’universo creato, trasmettendoci così una natura corrotta dal peccato originale [cfr. Gn 3, 1-24].

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Del Libro della Genesi, allegorica è solo la struttura dello stile narrativo, non il fatto rappresentato con questa allegoria, simile nello stile pedagogico alle parabole usate da Cristo Signore nella sua predicazione. Il peccato originale è quindi un fatto reale, non un’allegoria, o per meglio chiarire: è un fatto reale raffigurato e narrato attraverso una allegoria. In questo linguaggio letterario allegorico rientrano anche espressioni quali «maledetto», «condannato», «punito», «dovrai soffrire» … In verità, a maledire, punire e condannare sé stesso fu l’uomo che si escluse per sua libera scelta dallo stato di santità e dalla comunione di grazia perfetta con Dio. Ecco quindi che la stessa ostilità della natura creata è una logica conseguenza che non nasce da una punizione vendicativa di Dio, ma da una libera scelta dell’uomo. E ogni libera scelta ha sempre delle conseguenze, positive o negative.

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Per quanto riguarda la realizzazione del «periodo di Satana» al quale allude Padre Livio rifacendosi al “sacro verbo” del ciarliero Ivan, è bene ricordare che il Maligno è presente nell’esperienza umana sin da quando l’uomo si ribellò a Dio. O forse dimentica, il prode Direttore di Radio Maria che Satana, nella sua somma superbia e presunzione, osò persino tentare il Verbo di Dio fatto uomo? E per tentarlo avviò il discorso e ripeté per più volte con tono di sfida: «Se tu sei il Figlio di Dio …» [Mt 4, 3-6].

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Affermare, lasciare intendere o terrorizzare con l’annuncio di imminenti punizioni divine e di tremebondi segreti, vuol dire tentare disperatamente di seminare quella paura dalla quale non può mai nascere la vera fede, bensì, come dicevamo prima, il fideismo. La fede, come ci insegna il già citato Beato Apostolo Giovanni, è infatti la negazione della paura:

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«Nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore» [I Gv 4, 18].

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Identificando la fede con l’amore, queste parole equivalgono a dire che coloro che sono mossi da timore e che hanno “fede” perché temono un castigo, la fede non ce l’hanno proprio, né possono averla, perché il presupposto della fede è proprio l’assenza di paura. Altro che terrorizzare il popolo-bambino e fideista con la velata minaccia dei tremebondi nove segreti conservati gelosamente dagli pseudo veggenti che a breve si realizzeranno e che sconvolgeranno l’intera umanità, in virtù del fatto che la loro logorroica Madonna ha detto che …

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Tra i sette doni dello Spirito Santo c’è quello del sacro timore di Dio. Come tra poco vedremo, conoscere il vero significato delle parole è indispensabile. Dunque il timore, che fa parte di questi preziosi doni, non ha proprio niente da spartire con la paura, anzi è la sua totale negazione. Per timore s’intende infatti la profonda devozione filiale verso il mistero di Dio. Il timore si basa e si regge tutto sull’amore del figlio che venera il padre, non sulla paura o sul terrore.

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Alle persone in generale, ma agli stessi nostri fedeli, che per colpa di noi preti sono affetti oggi da abnorme ignoranza sui fondamenti del Catechismo della Chiesa Cattolica, è nostro dovere spiegare per prima cosa il significato delle parole, indicando cosa esse realmente significhino nel lessico biblico, evangelico e teologico. Col correre del tempo e le alterazioni etimologiche, certi termini sono stati infatti scissi dalla loro originaria radice e oggi sono usati con connotati del tutto diversi, uno di questi è la parola castigo. Questa la conseguenza: se a una qualsiasi persona della strada esprimiamo il concetto di “castigo” o “castigare”, ella intenderà qualche cosa di punitivo e di severo, semmai collegandolo a una azione punitivo-vendicativa, altra parola che ha perduto anch’essa, come tra poco vedremo, il suo vero significato.

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Nel lessico cristiano, la parola “castigo” ha tutt’altro significato. Il termine deriva dal latino castum agere e non significa punire severamente, tutt’altro: alla lettera significa purificare, rendere puro, ripristinare uno stato di purezza perduta. Se dunque non si parte spiegando anzitutto il significato delle parole, l’interlocutore, compreso quello istruito e colto, intenderà tutt’altra cosa, con il conseguente e inevitabile scoppio di spiacevoli polemiche che prenderanno vita a causa di chi usa dalla parte cattolica parole di cui non conosce il significato, dall’altra i laicisti che recepiranno certe parole secondo ciò che significano nell’odierno lessico parlato. A tal proposito suggerisco la lettura del sapiente articolo del mio confratello, il nostro autore cappuccino Ivano Liguori, pubblicato su queste nostre colonne e nel quale si spiega in che modo, nella storia dell’umanità, dopo grandi e tragici eventi, per esempio la grande peste bubbonica del 1347 che sterminò oltre metà della popolazione europea, poco dopo si ebbe una grande rifioritura del vecchio continente europeo, perché il frutto di quell’evento terribile e catastrofico, pochi decenni dopo fu il Rinascimento [vedere QUI].

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Molti altri sarebbero gli esempi, si pensi alla vendetta, dal latino vindicta, derivante dal termine vindicare, il cui vero significato sarebbe: liberare un innocente da un sopruso sofferto ingiustamente. Da questo corretto significato etimologico nasce l’espressione legata al concetto di «vendetta di Dio» o «santa vendetta di Dio». Esempio: nei testi della dottrina sociale della Chiesa inaugurata a fine Ottocento dal Sommo Pontefice Leone XIII [cfr. Rerum Novarum, 1891] il non pagare la giusta mercede all’operaio è indicato come un «peccato che grida vendetta al cospetto di Dio». Oggi però, se senza spiegare il significato etimologico di certe parole o espressioni bibliche, affermassimo che dinanzi a una grave ingiustizia è un dovere morale cristiano invocare la vendetta di Dio, accadrà sicuramente che la gran parte delle persone, se non la totalità di quanti hanno ascoltato ― inclusi tra essi vescovi e preti ―, rimangano a tal punto scandalizzati da giudicare l’assertore come un forcaiolo violento. A poco varrebbe tentare di difendersi da siffatte accuse dicendo che, se non conoscono più il significato delle parole, il problema è tutto loro. Purtroppo no, perché se la gente non conosce più il significato di certe parole o espressioni bibliche, dando a esse significati diversi dal loro originario etimo e significato letterario, chi le usa per ciò che realmente significano corre il rischio di cadere nella incomunicabilità, se prima non spiega con estrema precisione che cosa significano certe parole ed espressioni letterarie.

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I cosiddetti medjugoriani, Padre Livio Fanzaga in testa, per sostenere l’autenticità dell’evento di Medjugorie nella sua totalità, quindi dei messaggi riferiti da questi sedicenti veggenti che avrebbero giornaliere apparizioni della Beata Vergine, mettono subito avanti le numerose conversioni avvenute in questa località. Simile prova da loro reputata inconfutabile, in verità non è una prova, semmai è proprio la riprova che il fenomeno in questione si regge principalmente sulla emotività irrazionale e su una fede immatura, per non parlare dei danni enormi prodotti spesso da vari convertiti o presunti tali, dietro ai più accaniti dei quali si celano autentici e pericolosi autodidatti della fede fai-da-te. Cerchiamo allora di spiegare al medjugoriano-tipo che vanta mirabolanti conversioni presentate come magiche prove inconfutabili, l’essenza del mistero della grazia. Nella storia della Chiesa e nell’esperienza di vita dei Santi stessi, le conversioni sono avvenute anche nelle situazioni e nei posti veramente più inimmaginabili. Ci sono storie di persone che si sono convertite dopo avere partecipato a un rito satanico, o uscendo da un bordello dove avevano avuto un rapporto sessuale con una prostituta minorenne più giovane della loro figlia, o mentre attendevano all’angolo della strada col colpo caricato in canna la vittima designata da freddare a pistolettate. Nessuno ha però mai detto o insegnato che per convertirsi veramente è necessario partecipare a riti satanici, frequentare prostitute minorenni nei bordelli, o uccidere le persone su commissione come killer professionisti. Ora, se in situazioni limite di questo genere sono avvenute delle grandi conversioni, come potrebbero non avvenire conversioni in un luogo come Medjugorie, dove le persone pregano, si confessano, ricevono il Santissimo Corpo di Cristo ed esprimono la loro sincera devozione alla Mater Dei?

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Altroché, se a Medjugorie sono avvenute conversioni, sincere e autentiche, ma queste conversioni non sono affatto prova della autenticità dell’evento e soprattutto dei messaggi dati a giornaliero getto continuo da pseudo-veggenti che dicono di vedere tutti i giorni la Gospa. E in questo la commissione è stata chiara, negando la autenticità di questi messaggi giornalieri. Piaccia o no ai gospari e a Padre Livio che li diffonde da Radio Maria, questi messaggi la commissione li ha definiti «non autentici» e in modo molto bonario anche «ripetitivi» e «banali». Pertanto, che molte persone si siano convertite andando a Medjugorie, o ascoltando i giornalieri messaggi «ripetitivi» e «banali» dati da sedicenti veggenti che affermano di parlare tutti i giorni con la Beata Vergine, non attesta in sé e di per sé proprio niente, ivi inclusi dei frutti presentati come prove inconfutabili, perché tali non sono. Ciò detto sorvolo poi sui danni prodotti dal medjugorianesmo su interi gruppi di laici, su nuove fraternità sacerdotali e nuove esperienze di vita religiosa riconosciute da vari vescovi diocesani improvvidi, dalle quali spesso sono stati partoriti sacerdoti problematici risultati in seguito persino casi clinici psichiatrici anche gravi. In questa narrazione non è possibile aprire un tema nel tema, quindi soprassiedo. Però, di tutto questo, ne sanno qualche cosa al dicastero della Santa Sede che si occupa degli istituti di vita consacrata, a ben considerare che diverse di queste nuove realtà di impronta medjugoriana con vocazioni medjugoriane e sacerdoti e religiosi nati dal cosiddetto “carisma di Medjugorie”, più e più volte le hanno dovute sopprimere per gravi problemi di natura dottrinale, patrimoniale e, talvolta, anche per spiacevoli questioni di carattere morale. E questi sono fatti e atti, non supposizioni mosse da malanimo.

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In conclusione desidero spiegare perché ho usato il termine «pseudo-veggenti di Medjugorie», chiarendo che la commissione incaricata, seppure con linguaggi e modi molto edulcorati, ha giudicate come credibili le prime sette apparizioni avvenute in quella località agli inizi degli anni Ottanta. A chiunque oggi grida all’approvazione, bisogna ricordare e spiegare che al momento la Chiesa non ha dato alcun riconoscimento ufficiale al fenomeno. Non solo, non ha riconosciuta la veridicità dei messaggi giornalieri, perché in modo sapientemente caustico il Pontefice regnante fece persino esplicita allusione alla «Madonna postina», [Cfr. vedere QUI]. A maggior ragione sono libero di affermare che il Direttore di Radio Maria smercia falsi messaggi mariani diffusi da altrettanti falsi veggenti, il tutto in grave danno dei fedeli cattolici, in particolare dei più semplici e psicologicamente vulnerabili. 

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Si presti poi attenzione: per quanto ne dica in modo ambiguo il Direttore di Radio Maria, la commissione di studio istituita su Medjugorie dal Sommo Pontefice Benedetto XVI nel 2010 e che concluse nel 2014 il proprio lavoro, non ha attestata alcuna autenticità, si è solo limitata a esprimere un parere in seguito alle indagini e agli studi svolti. Il Pontefice regnante, rispondendo nel maggio 2017 ai giornalisti, spiegò che la Commissione ha studiato il fenomeno dividendolo in due parti: la prima riguarda le sette apparizioni iniziali, che sono sembrate credibili. L’altra, quella delle apparizioni che seguiterebbero tutt’oggi, ha lasciato invece molto perplessa la Commissione. A lavoro della commissione concluso, ogni decisione spetta adesso al Sommo Pontefice, che per adesso non ha mancato di dimostrare tutto il proprio scetticismo alludendo a questa «Madonna capo ufficio telegrafico» che manda messaggi in continuazione, che parla troppo e che apparirebbe a orari prestabiliti. Questa è la verità, vale a dire una pillola alquanto amara che il Direttore di Radio Maria, tra ambiguità ed espressioni fumose e non chiare, cerca in ogni modo di addolcire cospargendola di zucchero. Semplice il motivo: Radio Maria è un’azienda che sui messaggi degli pseudo veggenti di Medjugorie ci vive sopra ormai da tre decenni, con tutte le conseguenti implicazioni di carattere economico e finanziario.

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A rendere questi sedicenti veggenti non affidabili, a mio avviso è il loro tenore di vita improntato sul lusso e sull’accumulo di beni materiali. La stessa commissione che per anni ha studiato questo fenomeno, non ha potuto omettere, con tutto l’imbarazzo del caso, di affermare che il rapporto di costoro col danaro e i beni materiali suscita notevoli perplessità. È noto infatti che si va dalle ville con piscina alle proprietà alberghiere alle auto di lusso donate alla figlia per i vent’anni e via dicendo a seguire.

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Il Direttore di Radio Maria non ha mai chiarito se a Ivan, la Madonna, appare e parla ai bordi della piscina nel giardino della sua mega-villa mentre lui sorseggia un aperitivo, o mentre si trova nella sua palestra privata, tanto è dedito alla cura maniacale del proprio corpo e del proprio aspetto fisico, per non parlare della ricercatezza del suo vestiario, al punto da essere stato soprannominato da diversi organi della stampa internazionale come «il veggente playboy». Farebbe bene a chiarire queste cose, il buon Padre Livio. E dovrebbe chiarirle, queste cose, soprattutto alla povera nonnina che con generosità e fede semplice sottrae ogni mese alcune decine di euro dalla propria misera pensione per inviarli al grande gosparo dell’azienda Radio Maria. Azienda alla quale i devoti cattolici non dovrebbero inviare invece nemmeno un centesimo.

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Data la complessità del lungo discorso, preferisco fermarmi qui e ricordare a Padre Livio, diffusore di fatto della nuova religione medjugoriana, che la mamma della tenerissima Maria Goretti, morta in seguito a un tentativo di stupro nel 1902, pronunciando nel suo ultimo anelito prima di morire parole di perdono per il suo assassino ― poi convertito e in seguito presente nel 1950 alla cerimonia di canonizzazione della Beata Maria Goretti nell’arcibasilica di San Pietro ― quando nella vecchiaia morì, alla sua sepoltura e alla sua tomba provvide la Santa Chiesa. Infatti, mamma Goretti, povera era e da povera contadina dell’Agro Pontino morì. Tutt’altra storia, rispetto a quella dei ricchi pseudo veggenti di medjugorie che, tra ville faraoniche, i bordi della piscina, la sala fitness privata, le auto di lusso e le proprietà alberghiere, ogni giorno alle ore 18 parlano con la Madonna.

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Dicci, Padre Livio, illuminaci e chiarisci a tutti noi: ma quanto rende in danaro parlare con la «Madonna postina» di Medjugorie? Mai infatti avrei immaginato di ritrovarmi un giorno di fronte alla addolorata Mater Dei mutata in una via di mezzo tra una azienda redditizia e una fruttuosa società multinazionale. Credo proprio che un prete non dovrebbe dare credito a degli pseudo veggenti che sul venerabile nome della Beata Vergine hanno costruito le proprie ricchezze, vivendo vite all’insegna del lusso e dell’ostentato dispendio. E di questo tu dovrai rendere conto a Dio che, dal primo all’ultimo centesimo, ti domanderà di giustificargli anche i pochi euro che la buona nonnina ha sottratto ogni mese alla sua piccola pensione per inviarli a Radio Maria, mentre gli pseudo veggenti grazie ai quali la tua azienda vive e opera, bivaccavano tra ville, piscine, sale fitness auto di lusso e fruttuose proprietà alberghiere, salvo parlare ogni giorno alle ore 18 con la Beata Vergine Maria.

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Padre Livio, se non te l’ha detto nessuno, in tal caso te lo dico io: hai 79 anni, sei sempre in tempo, fai un passo indietro, ritirati dalla redditizia azienda gospara, rinchiuditi in un eremo e cerca di salvarti l’anima, perché sono trent’anni che avveleni quella vera devozione alla Beata Vergine sulla quale hanno scritto pagine memorabili Sant’Agostino, Sant’Anselmo d’Aosta, San Bernardo di Chiaravalle, San Tommaso d’Aquino, San Bonaventura di Bagnoregio, il Beato Duns Scoto, Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, San Luigi Maria Grignion da Montfort … salvati l’anima! E voi, devoti fedeli, fate la vostra parte e il vostro dovere: non mandate più neppure un centesimo di offerta a Radio Maria. Che Padre Livio e il suo clan, i soldi per tenere in piedi questa azienda gospara, se li facciano dare da quegli pseudo veggenti che con questa Madonna si sono arricchiti …

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Concludo chiarendo che se domani, il Romano Pontefice, chiuderà le discussioni in corso riconoscendo con tutti i crismi della ufficialità le prime sette apparizioni giudicate «credibili» dalla commissione da lui incaricata di studiare il fenomeno, o se decidesse persino di riconoscere autentici tutti i messaggi dati a getto continuo giornaliero agli attuali pseudo veggenti, per me, da quel momento a seguire, il fenomeno Medjugorie sarà autentico senza alcuna pena di possibile discussione. Per me è infatti autentico ciò che è dichiarato tale dalla Santa Chiesa e dal Successore del Beato Apostolo Pietro, il mandato del quale perviene a esso da Cristo Dio in persona. Così agisce chiunque serve la Chiesa con fede e ragione, diversamente da chi si serve della Chiesa per dare sfogo alle proprie dimensioni emotive  e irrazionali.

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dall’Isola di Patmos, 5 marzo 2020

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S.O.S. Chi si prende cura dei migranti cattolici in cerca di pastori mentre la barca della Chiesa affonda?

— dalla cella del Monaco Eremita —

S.O.S. CHI SI PRENDE CURA DEI MIGRANTI CATTOLICI IN CERCA DI PASTORI MENTRE LA BARCA DELLA CHIESA AFFONDA?

Salvate le nostre anime! Prendetevi cura di noi, poveri migranti da questo mondo al Padre, che attraversiamo il mare tempestoso di questa vita sulla barca di Pietro, non lasciateci affogare tra i marosi del mondo e delle sue povere ideologie.

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Autore
Il Monaco Eremita

   

[chi è il Monaco eremita, vedere QUI]

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tempesta …

S.O.S è un segnale di richiesta di aiuto in situazioni di emergenza grave adottato a Berlino nella conferenza internazionale radiotelegrafica del 1806 ed entrato in vigore dal 1908. facilmente comunicabile nell’alfabeto Morse e reinterpretato in vari modi, tra i quali prevale Save Our Souls: salvate le nostre anime! Segno reso famoso dalla tragedia del Titanic, perché proprio in quell’occasione fu lanciato il primo S.O.S.

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Questo S.O.S vorremmo rivolgerlo come grido straziante alla Chiesa Cattolica e ai suoi pastori: Salvate le nostre anime!

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Sappiamo certamente che è Dio, attraverso il mistero pasquale di Cristo, nello Spirito, a salvare le anime. Tuttavia, Egli stesso ha voluto coinvolgere profondamente in questo mistero di redenzione il suo Mistico Corpo, cioè la Chiesa, dotandola dei mezzi ordinari per la salvezza degli uomini. Mezzi che non escludono i mezzi straordinari, ma questi secondi sono però nelle mani di Dio e nei suoi disegni a noi del tutto imperscrutabili.

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Se la Chiesa dimentica, minimizza, trascura, o addirittura accantona i mezzi donati dal Signore, non compie un’opera buona, anzi tradisce la propria missione specifica, rendendosi presente come una qualsiasi realtà mondana, quindi soggetta alle leggi di qualsiasi società di questo mondo, con tutte le conseguenze del caso. E come realtà puramente mondana non può certo pretendere di avere né di esercitare un munus infallibile, per esempio nella politica, nell’economia, nella tecnica e via dicendo. Questo munus la Chiesa lo possiede invece in sé, per quanto riguarda la dottrina della fede.

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È curioso che il giusto principio: «La Chiesa non ha soluzioni tecniche da offrire», solennemente annunciato dal Concilio Vaticano II e ribadito dal magistero pontificio nella Octogesima adveniens di Paolo VI, per seguire con la Centesimus annus di Giovanni Paolo II e con la Caritas in veritate di Benedetto XVI, sia usato spesso contro la “cattiva” Chiesa del passato che si immischiava in questioni politiche, oggi sia invece ignorato da certo modo di porsi di molti pastori della nostra contemporaneità. Sembra, in effetti, quell’atteggiamento di molti rivoluzionari, i quali si schierano decisamente con sdegno contro ogni “stato di polizia”, fin quando però non conquistano il potere, scoprendo a quel punto che la polizia fa parecchio comodo!

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Nessun Concilio, nasce improvvisamente dal nulla nella storia della Chiesa. Pertanto, la riforma portata avanti dal Concilio di Trento, con ampie anticipazioni già nel periodo precedente, aveva come ideale e come fine la cura delle anime, come ben si sintetizza nel motto salus animarum suprema lex.

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Si trattava della ripresa in forma organica e sistematica di un’attenzione che aveva radici molto antiche; in fondo certo decadimento morale dell’apparato ecclesiastico pre-tridentino fu proprio causato dall’allontanamento della cura delle anime, per dedicarsi ad altro. Nei fatti concreti il Concilio riformatore seppe quindi, giustamente, reindirizzare la Chiesa verso il suo fine precipuo. Recita il Canone I della sessione XXIII, sul Sacramento dell’Ordine:

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«Poiché con precetto divino è stato comandato a tutti quelli cui è stata affidata la cura delle anime, di conoscere le proprie pecore, di offrire per esse il Sacrificio, di pascerle con la predicazione della Parola divina, con l’amministrazione dei sacramenti e con l’esempio di ogni opera buona; di aver una cura paterna per i poveri e per gli altri bisognosi e di attendere a tutti gli altri doveri pastorali ― cose tutte che non possono essere fatte e compiute da quelli che non vigilano sul proprio gregge e non lo assistono, ma lo abbandonano come mercenari ― il sacrosanto Sinodo li ammonisce e li esorta, perché, memori dei divini precetti e divenuti esempi del gregge, lo pascano e lo reggano nella saggezza e nella verità”.

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Parole che mantengono un’inalterata attualità. Non si tratta certamente di sterili rimpianti di un passato mitico ― nessun passato è stato esente da errori, peccati, deformazioni e via dicendo ― ma di saper cogliere ciò che di buono e di fondamentale è stato elaborato ed ha portato i suoi frutti, quelli visibili e quelli invisibili.

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Oggi la cura animarum sembra completamente sparita dall’orizzonte spirituale, culturale e pastorale del pensiero e dell’azione della Chiesa di oggi. Il termine cura, nella lingua latina, ha un ampio valore semantico, può infatti corrispondere a cura, sollecitudine, premura, attenzione, riguardo, diligenza, solerzia, inquietudine, affanno, pensiero, preoccupazione, governo, custodia, sorveglianza, coltivazione, allevamento, trattamento, cura delle malattie, rimedio, guarigione, curiosità, interesse, tutela, fino a spingersi addirittura a amore, pena d’amore.

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Sarebbe bello vedere dei pastori che manifestassero, non dico tutti, ma almeno uno dei sopraddetti significati. Trovare un pastore che arrivi addirittura a una pena di amore per le anime a lui affidate è certamente una grande gioia. Oggi invece tutto ciò sembra riservato non alle anime, bensì ai motti, agli slogan, delle ideologie correnti.

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La salute delle anime è ancora il supremo criterio che guida l’azione della Chiesa di oggi? La salvezza eterna degli uomini riguarda ancora questa società ecclesiastica? Il duro ma misericordioso richiamo del Signore: «Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua anima» (Luca 12,20) ha ancora una qualche eco nelle attuali strutture della chiesa, posto che questa è la vera misericordia di chi ti sta avvertendo di un pericolo mortale?

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Se guardiamo a ciò che appare dalle strutture ufficiali, la risposta appare negativa. Certamente la grazia di Cristo continua a riversarsi sugli uomini attraverso l’opera spesso nascosta ma coscienziosa di molti sacerdoti, religiosi e laici cristiani che restano con generosità fedeli al mandato di Gesù.

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Cura delle anime non sta a significare un cristianesimo intimistico, spiritualistico, staccato dalla vita reale, attento solo alle perfezioni di pochi eletti, dimentico delle grandi questioni umane; anzi è proprio la cura dell’anima che da verità, vigore, forza e significato per un vero impegno nel mondo, non però secondo modalità ideologiche bensì secondo modalità evangeliche, ossia del Cristo vivente, salvatore dell’uomo. La cura animarum non è l’estraneazione dalle problematiche umane, bensì è l’assunzione di ogni problema autenticamente umana nella prospettiva soteriologica. Il concetto di anima non ha valenze da culto misterico, o da ectoplasma da spiritisti; ci rifacciamo semplicemente alla nostra dottrina che trova sintesi nel Catechismo delle Chiesa Cattolica [Cfr. nn. da 362 a 368, testo QUI].

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Proprio in questa prospettiva rientra il preciso comando di Cristo:

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«Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» [Mt 28,19-20].

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Non si compie una cura delle anime senza il necessario e continuo annuncio di Cristo. Una Chiesa che si riduce a ripetere slogan a cui nessuno badò, come il povero Don Abbondio di manzoniana memoria, rischia di essere formata da pastori che non evangelizzano …

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Paradigmatico è il caso delle migrazioni: quanti pastori della Chiesa si sentono chiamati ad annunciare Cristo ai numerosi stranieri che vengono a vivere in Italia? Un annuncio che passa certamente anche nelle opere di giustizia e di assistenza materiale, ma che non può fermarsi lì, quasi che gli stranieri non abbiano un’anima da salvare.

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La sempre più marcata assenza di una vera cura delle anime porta a risultati devastanti, sia all’interno del corpo ecclesiale, sia nella società. La mancata attenzione alla dimensione spirituale, trascendente conduce ad esiti disastrosi. Ecco allora che moltissimi, spinti da quell’insopprimibile desiderio di vita interiore, si rivolgono ad altre realtà, che sembrano offrire una maggiore attenzione ai bisogni spirituali.

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Ecco la rinnovata attenzione alle varie religiosità di tipo orientale, oppure il ricorso a maghi e cartomanti, oppure la frequentazione di quei gruppi spiritualistici o para-cattolici, con tutto l’apparato di visioni, locuzioni, apparizioni fai da te e via a seguire. Mentre i pastori perdono la percezione stessa del fatto che, senza la cura delle anime, si producono danni molto gravi.

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Girava tempo fa una battuta tra i preti: «Quante anime ha la tua parrocchia?» chiedeva un parroco a un altro. E la risposta era: «Duemila corpi, dei quali alcuni, ogni tanto, si ricordano di avere un’anima». Oggi questo si è rovesciato sulla stessa struttura ecclesiastica.

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Non possiamo che ripetere l’appello iniziale: S.O.S. Salvate le nostre anime! Prendetevi cura di noi, poveri migranti da questo mondo al Padre, che attraversiamo il mare tempestoso di questa vita sulla barca di Pietro, non lasciateci affogare tra i marosi del mondo e delle sue povere ideologie.

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Cari pastori, prendetevi cura delle nostre anime: S.O.S! S.O.S! S.O.S! Mentre io, ritirato nel mio eremo nell’isolamento e nel silenzio, prego per voi, perché a questa missione ho dedicata l’intera vita terrena che Dio Padre vorrà concedermi.

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Dalla cella del monaco eremita, 24 febbraio 2020

 

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Comprendo la Cina Comunista e il suo timore verso il Cattolicesimo, non comprendo invece le ragioni dell’accordo fantasma della Santa Sede col Governo di Pechino … Un vecchio articolo per comprendere meglio anche il problema coronavirus

— Chiesa nel mondo: saggio breve di un prete che ama la Cina e il suo Popolo —

COMPRENDO LA CINA COMUNISTA E IL SUO TIMORE VERSO IL CATTOLICESIMO, NON COMPRENDO INVECE LE RAGIONI DELL’ACCORDO FANTASMA DELLA SANTA SEDE COL GOVERNO DI PECHINO … UN VECCHIO ARTICOLO PER COMPRENDERE MEGLIO ANCHE IL PROBLEMA CORONAVIRUS

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il Cristianesimo è divenuto elemento di aggregazione e di unità, senza però impedire, come forse pensava l’Imperatore Costantino, la disgregazione dell’Impero, anzi sotto certi aspetti favorendola. Sicché, il potere politico che cercò di rinsaldarsi usando come elemento di unità ed unificazione il Cristianesimo, credendo di poter in tal senso ed a tal fine assorbire il Cristianesimo, è stato invece assorbito dal Cristianesimo, che è sopravvissuto all’Impero Romano mantenendo al proprio interno tradizioni, usi e costumi romani totalmente cristianizzati. Ecco cosa spaventa il Governo Comunista della Cina, ed hanno ragione, sul piano politico, a essere spaventati, quindi ad agire di conseguenza. È la Santa Sede che forse non ha capito la ragione di queste paure..

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Gli studi televisivi di Mediaset sono quel «Monte» da sopra il quale, come prete e teologo, mi accontento di far brillare anche la luce di un solo fiammifero acceso, affinché brilli per … dritto e rovescio

— società e attualità ecclesiale—

GLI STUDI TELEVISIVI DI MEDIASET SONO QUEL «MONTE» DA SOPRA IL QUALE, COME PRETE E TEOLOGO, MI ACCONTENTO DI FAR BRILLARE ANCHE LA LUCE DI UN SOLO FIAMMIFERO ACCESO, AFFINCHÉ BRILLI PER … DRITTO E ROVESCIO

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Se in questo momento di grande crisi e decadenza ecclesiale ed ecclesiastica cerco di accendere anche un solo fiammifero, forse meriterei il sostegno da parte di quei cattolici che non sanno com’è fatto un monte, come ci si sale sopra e, soprattutto, come si accende un semplice ma prezioso fiammifero dallo studio televisivo di una Rete di Mediaset. Spesso a Dio basta davvero poco, perché anche attraverso la luce di un fiammifero, un’anima può decidere di essere salvata, attraverso quel misterioso dono della libertà e del libero arbitrio donato all’uomo dall’Eterno Creatore. 

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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puntata del 13 febbraio, ultimo blocco della serata. Per vedere la registrazione cliccare sull’immagine

È doveroso rispondere a coloro che non essendosi mai ritrovati dinanzi alla luce rossa di una telecamera che ti manda in diretta, mi hanno scritto per darmi consigli. Per rispondere è però necessaria una premessa che narri il “dietro le quinte”. Leggendo certi consigli si comprende come essi siano dati da persone che ignorano quella che è la complessa struttura della redazione di un programma televisivo ideato e condotto da ottimi professionisti di prim’ordine. Esempio: in un programma già pianificato da giorni possono subentrare cambi dovuti a imprevisti che impongono di montare un servizio in pochi minuti, rivoluzionando tutta la scaletta studiata nei precedenti giorni di meticoloso lavoro.

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Sullo schermo i telespettatori vedono Paolo Del Debbio che conduce, coadiuvato nello studio di trasmissione dal giornalista Giorgio Tosi che dà la parola a qualche membro del “pubblico parlante” per commenti o domande. Spesso vediamo sullo schermo i servizi di collegamento di Henri Kociu, altro bravo professionista che assieme alla brava Ilaria Mura e altri loro colleghi curano gli esterni da varie parti d’Italia. Pochi sanno però che per questi professionisti, realizzare collegamenti implica spostamenti, spesso lunghi viaggi, semmai per trasmettere in diretta le risposte a due domande rivolte a un singolo interlocutore, o per documentare, in quindici secondi, immagini che servono per supportare ciò che viene dibattuto in studio.

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Sempre da dietro le quinte ho assistito a un cambio dettato da un’emergenza improvvisa: nel corso della puntata del 17 gennaio Paolo Del Debbio fu colto da un malore dovuto a un problema alla gamba, sostituito seduta stante da Marcello Vinonuovo, responsabile della direzione e produzione del programma, che portò avanti l’intera diretta televisiva con tutta la professionalità a lui propria.

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Ho visto il giovane giornalista Edoardo Dallari destreggiarsi velocemente nel realizzare in pochi minuti un collegamento dallo studio di Milano all’Ospedale Spallanzani di Roma per consentire al conduttore di rivolgere domande a un insigne virologo, dopo che era giunta notizia di un nuovo caso di infezione da coronavirus. Inutile a dirsi: tra gli spettatori che seguivano da casa, nessuno può sapere o immaginare che lavoro comporti improvvisare da un momento all’altro un collegamento durato poi tre minuti, per non dire quante persone hanno lavorato per quei tre minuti di collegamento in diretta negli interni e negli esterni.

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Anche nella puntata del 6 febbraio il programma subì cambiamenti: fu necessario inserire in prima serata la notizia del Treno Frecciarossa deragliato a Lodi. Pure in quel caso furono improntati servizi e collegamenti in un breve spazio di tempo, cercati e poi prelevati e condotti in studio alcuni testimoni. Anche in quell’occasione mi trovavo in redazione per partecipare al programma e ho potuto assistere dal vivo a come il tutto si è svolto e con quale velocità e bravura professionale è stato realizzato. Questo per spiegare ai Lettori, nella mia veste di testimone e di partecipante, che dietro questo programma c’è un lavoro che pochi immaginano; lavoro che richiede le capacità di ottimi professionisti, posto che un incapace potrebbe recare in simili contesti danni enormi, specie a una società come Mediaset, che non beneficia di alcun canone televisivo coatto, che per intendersi equivale a dire: tu voglia o no, te lo metto … nella bolletta della luce, così devi pagarlo per forza.

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Mediaset vive di ascolti, di pubblicità. E per produrre quella pubblicità che produce danaro, sono appunto necessari gli ascolti. Questo complesso insieme di cose nelle quali mercato e informazione si fondono di necessità assieme, comporta regole precise che si estendono anche a coloro che partecipano in veste di ospiti o di opinionisti a questi programmi.

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Le persone della mia età ricordano come nacquero le tre reti televisive della Rai e come per anni andarono avanti. La Rai è sempre stata una azienda politicizzata nella quale il primo canale era della Democrazia Cristiana, il secondo canale del Partito Socialista, il terzo canale del Partito Comunista e dei suoi partiti amici di minoranza. Di conseguenza, fatte salve diverse figure professionali di indubbia eccellenza, questa Azienda di Stato ha sempre brulicato anche un esercito di incapaci e figure parassitarie che avevano come solo merito di essere gli amici degli amici di quel potente politico che li aveva piazzati alla Rai. Tutto questo, una grande azienda privata non se lo può permettere. Certo, anche la grande azienda privata assume l’amico dell’amico di quel potente politico, ma a patto che sia capace, perché pagando coi soldi propri e non con quelli pubblici, immettere al proprio interno incapaci o nullafacenti parassitari nelle grazie dei politici, non sarebbe un semplice danno, bensì un pericolo che potrebbe portare al vero e proprio fallimento.

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Una delle critiche a me rivolte è stata: «Perché non parli in modo elevato e teologico come fai in altri tuoi scritti o in diverse tue video-conferenze?». Altra critica: «Non devi animarti e alzare la voce». Infine il consiglio drastico e deciso: «No, non andarci più, perché non serve a niente, è tutto inutile» …

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Partiamo per ordine con le risposte: anzitutto faccio notare che in modo «elevato» e «teologico» non ci parlano più neppure i nostri attuali vescovi italiani, emblema triste di un episcopato precipitato in una mediocrità desolante, considerando che nella Chiesa italiana in particolare, il concetto di «amico dell’amico del potente» ― che nel nostro caso non è il «potente politico» ma il ben più dannoso potente vescovo o cardinale ―, è applicato in modo peggiore di come lo applicavano i vecchi democristiani, socialisti e comunisti con i loro uomini o con i loro parassiti nullafacenti piazzati alla Rai. Infatti, dall’alto delle cattedre delle loro chiese cattedrali, i nostri sommi maestri della fede e della dottrina ― casomai certi miei critici non lo avessero afferrato ―, lungi dal parlare dei grandi Santi Padri e Dottori della Chiesa e del loro sapiente insegnamento teologico, parlano ormai solo di migranti e di una carità annacquata e adulterata che niente ha da spartire con quanto insegna il Beato Apostolo Paolo [cfr. I Cor 13, 13]. Triste e amara verità: dai pulpiti episcopali anche più blasonati oggi è smerciato perlopiù un concetto mondano che niente ha da spartire con la virtù teologale della carità, molto invece col filantropismo suicida alla volemose b’bene.

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Chiarito che fare del bene non implica esercitare la somma virtù della carità cristiana, è necessario rammentare appresso che Cristo Dio, a coloro che praticavano il buonismo già nell’antica Giudea di duemila anni fa, disse in modo chiaro: «Non fanno così anche i pagani?» [cfr. Mt 5, 47]. E aggiunse: «Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» [cfr. Mt 5, 48]. Ossia: la carità non è nei vezzi emotivi del mondo, o in ciò che al mondo piace, risiede nelle azioni di grazia del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. La fede, come ci insegna l’Autore della Lettera agli ebrei, lungi dall’essere impulso emotivo «[…] è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono» [Eb 11, 1]. Dunque perché, in uno studio televisivo, dovrei fare quelle lectiones magistrales d’alta teologia che i nostri vescovi, nella loro conformistica e bassa arte omiletica, non fanno dai pulpiti delle loro chiese cattedrali durante le grandi solennità dell’anno liturgico, posto che il Santo Natale e la Santa Pasqua, da anni a questa parte, anziché essere le rispettive celebrazioni del Verbo di Dio incarnato e del Cristo risorto che sconfigge la morte, paiono diventate il teatrino emotivo-ossessivo della più mondana e filantropica migrantopoli?

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Nella puntata del 6 febbraio sono stato molto chiaro a spiegare in brevi parole che era necessario rivolgersi in modo semplice e comprensibile a un pubblico che in numero sempre maggiore, cattolici inclusi, non conosce più neppure i fondamenti del Catechismo. Un problema oggettivo e triste dinanzi al quale, pensare di poter fare «alta teologia» da uno studio televisivo, implica davvero vivere fuori dal mondo del reale, o perlomeno avere con esso un pessimo rapporto.

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I miei critici non hanno colto che al contrario di certi miei confratelli radical chic, negli spazi concessi non ho mai mancato di fare riferimenti alla dottrina, alla morale e al magistero della Chiesa, con le parole semplici e le frasi brevi che sono consentite non a me, ma a chiunque partecipi. Anzi, lamentare che «non ti hanno dato spazio per approfondire quel tema», come taluni hanno scritto, è cosa ingiusta e falsa. È vero infatti l’esatto contrario: mi hanno sempre concesso ampio spazio, assieme a un sincero rispetto tributato alla mia figura di sacerdote, sia in diretta sia dietro a delle quinte popolate di belle persone umane, con diverse delle quali ho stabilito rapporti di sincera amicizia, incluse persone che da molti anni non scambiavano una parola con un prete. Detto questo si tenga conto che il programma è diviso in quattro blocchi la cui durata è di circa 40 minuti ciascuno. Nel parterre ci sono solitamente dai quattro ai sei ospiti, ciascuno dei quali deve parlare almeno una volta. In questo lasso di tempo vi sono delle presentazioni al tema attraverso filmati introduttivi, vi sono quasi sempre vari collegamenti esterni, alcune persone che commentano o che rivolgono domande dal pubblico e alcuni stacchi pubblicitari. Qualsiasi mente dotata di comune buon senso e di minimo spirito di analisi, dovrebbe comprendere che se uno degli ospiti del parterre riesce a parlare per un totale di tre minuti, ha avuto davvero un grande spazio, a me peraltro sempre concesso, cosa di cui sono grato a Paolo Del Debbio e alla Redazione.

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Riguardo all’invito a me rivolto di «non urlare», desidero chiarire quelli che sono i meccanismi di una comunicazione veloce mirata di necessità all’essenziale. Anzitutto, animarsi e alzare la voce come ho fatto in alcune occasioni, non è stato un eccesso ma una necessità. Può infatti accadere che dinanzi a certi argomenti sensibili, uno o più interlocutori tentino di deviare dal tema allo scopo di non farti parlare, impedendoti di fatto di lanciare un messaggio, per esempio chiarendo che cosa insegnano a tal proposito la dottrina e la morale cattolica, oppure che cosa è realmente accaduto nella storia. In una situazione simile, se non mi prendessi il diritto di concludere un discorso o di replicare brevemente dicendo cosa è vero e cosa è falso, farei la figura del soggetto non solo cedevole, ma ometterei proprio di chiarire ciò che per la Chiesa è sbagliato. Detto questo si tenga conto che in quel delicato contesto, per coloro che mi ascoltano da casa, io non sono il libero professionista della propria personale opinione, ma un membro della Chiesa Cattolica e del suo Collegio Sacerdotale. Domando quindi ai miei critici così sensibili dinanzi a un prete che in caso di necessità si anima nel corso di un discorso: per voi, è più importante dire e chiarire cosa è giusto o sbagliato, cosa è vero o falso, oppure, per un’idea distorta di galateo clericale, tacere mentre uno o più interlocutori affermano cose fuorvianti o storicamente errate? Detto questo aggiungo: come sacerdote vivo in una Chiesa che sta attraversando un momento di terribile decadenza sul piano ecclesiale ed ecclesiastico. Una Chiesa all’interno della quale ho visto fin troppi preti, vescovi e cardinali mettere in atto ingiustizie e autentici abominî che gridano vendetta al cospetto di Dio, il tutto con sorrisi diafani impressi sui volti, voci mielose, toni contenuti e parole suadenti. È forse questo, il genere di clero “misurato” e “compassato” che piace a certi miei critici, o che certi miei critici augurano alla Chiesa di Cristo di poter avere o di seguitare ad avere?

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Le persone che mi hanno invitato a «non andare più», perché a loro dire «non serve a niente», sono gli stessi che poi si lamentano delle figure di certi sacerdoti mediatici del passato e del presente che, di piacioneria in piacioneria vanno a braccetto col mondo, al quale mostrano sempre accondiscendenza, costasse pure affermare, come più volte accaduto dinanzi a milioni di telespettatori: «… è vero, la Chiesa dice questo, però io la penso in altro modo, ho un’altra opinione». Ebbene, vi risulta forse che dinanzi al pubblico televisivo io abbia emesso anche un solo sospiro contrario alla dottrina, alla morale e al magistero della Chiesa? Sicché certi critici dovrebbero comprendere che se io non partecipo, dicendo ciò che è possibile dire entro tempi e regole degli spazi televisivi, la cosiddetta scena sarà solo calcata da quei preti in maglione e scarpette da ginnastica che danno al pubblico una immagine di sacerdote laicizzato e non propriamente edificante, il quale spesso e volentieri non trasmette quel che insegna la Chiesa, ma quello che pensa lui dall’alto del proprio egocentrismo, spesso purtroppo anche dall’alto della sua ignoranza sui fondamenti del Catechismo della Chiesa Cattolica, oggi tanto diffusa persino tra il nostro clero. A che vale dunque rinchiudersi, come fa il cattolico depresso, nel proprio ghetto fatto di madonnine e sedicenti veggenti che annunciano catastrofi imminenti, mentre fuori tutto crolla attorno a noi? Piuttosto invece bisognerebbe riflettere sulla profonda tenerezza che Cristo Dio provò per quella folla di persone che apparvero ai suoi occhi come pecore senza pastore:

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«[…] e si commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore, e si mise a insegnare loro molte cose» [cfr. Mc 6, 34].

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Oggi più che mai, quante sono queste «pecore senza pastore» che da noi aspettano, anzi spesso implorano, solo una semplice parola di buon conforto?

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Cristo Signore ci invita con parole chiare a essere «la luce del mondo», ed a tal proposito ci spiega:

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«[…] non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli» [Mt 5, 14-16].

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Non capisco davvero come certi cattolici leggano il Santo Vangelo, che non è un fenomeno da ghetto chiuso escluso dal mondo, è la luce del Verbo incarnato, come spiega il Beato Apostolo Giovanni nel Prologo al suo Vangelo, dove la luce è usata come metafora per indicare la «luce da luce» che è Cristo Verbo di Dio incarnato [cfr. Gv 1, 1-18]. E quella di Cristo non è una luce che si accende «per metterla sotto il moggio», cari cattolici depressi da ghetto, che tra madonnine e sedicenti veggenti che vi eccitano con annunci di catastrofi imminenti, dimenticate ― o forse non sapete ― che il Libro della Apocalisse del Beato Apostolo Giovanni racchiude al suo interno il più grande messaggio di speranza. Basterebbe conoscere il semplice significato delle parole: la parola di derivazione greca, apocalisse, significa “scoprire”, “svelare” ciò che è nascosto. Il messaggio apocalittico ci rassicura che il bene ha già vinto sul male, che Cristo Dio ha già trionfato. L’Apocalisse è il messaggio della gioia della fede, non delle cupe eccitazioni a uso degli irredimibili pessimisti cronici che abbondano anche nel Popolo Santo di Dio.

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Ciò che in doni di grazia mi è stato dato in luce da Cristo Dio che è «luce da luce», debbo farlo risplendere in tutti i modi, come sta scritto in quel severo monito che è la Parabola dei Talenti [cfr. Mt 25, 14-30]. All’occorrenza salendo tranquillamente con la mia lucerna sul «monte» di Mediaset e cercando di accendere anche un solo fiammifero dentro lo studio numero 11 dal quale sono trasmesse le dirette di Dritto e Rovescio condotte da Paolo Del Debbio e organizzate da una redazione di eccellenti professionisti. Perché, con i tempi che corrono, riuscire a far vedere al mondo anche la luce di un solo fiammifero, è un’autentica grazia di Dio, per chi come me prova cristologica tenerezza per tutti voi, che mi sembrate sempre più come «pecore senza pastore».

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Anche per questo sono grato agli amici della redazione del programma Dritto e Rovescio per avermi dato l’opportunità di essere me stesso, ossia un prete, di poter andare all’occorrenza contro le tendenze di questo mondo, di poter esercitare il diritto a quella scorrettezza politica che è tutta quanta scritta e indicata parola per parola dentro il Santo Vangelo, di cui sono maestro e annunciatore per sacro mandato ricevuto mediante consacrazione sacerdotale. Tutto questo in una società nella quale, del prete e della fede cattolica, si tende a dare ormai un’immagine grottesca e falsata. È infatti tristemente noto che noi, per meritarci di essere trattati in modo grottesco, abbiamo lavorato a lungo, dando spesso al mondo il meglio del peggio dell’immagine di Chiesa e di clero che potevamo dare. E oggi, il mondo, ci sta ripagando rovesciando il meglio del ridicolo sulle nostre peggiori miserie.

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Se in questo momento di crisi e decadenza ecclesiale ed ecclesiastica cerco di accendere anche un solo fiammifero, forse meriterei il sostegno da parte di quei cattolici che non sanno com’è fatto un monte, come ci si sale sopra e, soprattutto, come si accende un semplice ma prezioso fiammifero dallo studio televisivo di una Rete di Mediaset. Spesso a Dio basta davvero poco, perché anche attraverso la luce di un fiammifero, un’anima può decidere di essere salvata, attraverso quel misterioso dono della libertà e del libero arbitrio donato all’uomo dall’Eterno Creatore. 

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dall’Isola di Patmos, 17 febbraio 2020

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È in distribuzione il nuovo libro di Ariel S. Levi di Gualdo: Nada te turbe, un’opera di spiritualità sul martirio scritta in forma di romanzo storico e ambientata in un’epoca di feroce persecuzione della Chiesa. Opera che potrebbe edificare e aiutare molte persone, soprattutto in questo momento. Potete acquistarlo presso il nostro negozio dove sono disponibili tutte le nostre pubblicazioni [vedere QUI].

 

 

 

 

 

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Una riflessione teologica sul coronavirus: tra corretta informazione e pericolose bufale degli idioti internetici, mentre l’uomo non è più capace a leggere i segni della terra e del cielo

— società e attualità ecclesiale—

UNA RIFLESSIONE TEOLOGICA SUL CORONAVIRUS: TRA CORRETTA INFORMAZIONE E PERICOLOSE BUFALE DEGLI IDIOTI INTERNETICI, MENTRE L’UOMO NON È PIÙ CAPACE A LEGGERE I SEGNI DELLA TERRA E DEL CIELO

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Che dire, nella Chiesa di oggi: poveri e migranti avanti a tutto e a tutti, mentre un pericoloso virus si sta diffondendo, senza che per il momento vi siano cure e vaccini. Da tutto questo capite bene che, il virus peggiore, è quello che da tempo si è diffuso dentro la Chiesa Cattolica. La cosa grave è che noi, per salvarci dalla pandemia, il vaccino ce lo abbiamo eccome. Se però ti azzardi a indicarlo, o peggio a chiedere che venga usato, rischi di essere letteralmente sbranato dagli utili e pericolosi idioti che inneggiano alla «rivoluzione epocale» della «Chiesa del nuovo corso».

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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PDF  articolo formato stampa

 

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il tweet del Prof. Roberto Burioni, microbiologo e virologo presso l’Università Vita e Salute dell’Ospedale San Raffaele di Milano

Quando ci si rivolge a un pubblico numeroso, grava sempre su di noi il dovere di non lanciarsi in analisi che richiedono delle competenze scientifiche molto profonde.

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Internet brulica soggetti che vanno dai tuttologi a quanti sfogano il peggio della loro idiozia, sino a trascendere nella vera e propria tragedia che prende pericolosa forma al momento in cui l’idiota che scrive è preso sul serio da un numero elevato di altrettanti idioti che lo leggono. Le conseguenze di questo mercato di offerta e di acquisto dell’idiozia, mi è stato spesso lamentato da insigni clinici romani di alta professionalità scientifica e di altrettanta reputazione, molti dei quali amici di vecchia data che spesso, con l’amico prete, hanno aperte le cataratte dei loro sfoghi privati. Una delle lamentele più ricorrenti è legata all’ambito diagnostico. Non è infatti raro che dopo esami clinici approfonditi e studi accurati del caso, questi specialisti si sentano dire con inquietante disinvoltura dal paziente, o da chi lo accompagna: «… ma su internet ho letto che …». Talvolta alcuni hanno chiesto ai pazienti o ai loro accompagnatori dove avevano letto simili notizie così anti-scientifiche. Poi, andando appresso a verificare hanno appurato loro stessi in che modo persone prive dei basilari criteri scientifici, dissertassero con pericolosa disinvoltura su delicati temi che variavano dalla oncologia alle malattie infettive, per non parlare della compagine degli anti-vaccinisti.

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Conosco insigni ed eccellenti specialisti clinici che hanno segnalato situazioni molto gravi e fatto scattare indagini giudiziarie, dopo essersi ritrovati dinanzi a casi di inaudita gravità prodotti dalla pericolosa ignoranza degli idioti internetici scriventi e degli idioti internetici utenti. Varie volte è accaduto che degli oncologi abbiano lamentato di essersi ritrovati dinanzi a malati di tumore in stato terminale che avrebbero potuto salvarsi se curati per tempo, il tutto perché il figlio o la figlia, naturisti internetici convinti e praticanti, hanno puntato alla … “medicina” naturale alternativa al grido di «No, alle multinazionali farmaceutiche che speculano sulle malattie con farmaci che recano gravi danni all’organismo». Per seguire con specialisti in pediatria, che  più volte hanno allertate le Procure della Repubblica dopo essersi ritrovati dinanzi a bambini con gravi problemi causati da genitori seguaci della setta vegana, di quella fruttariana e via dicendo a seguire.

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Non tanto per sdrammatizzare, semmai per inquadrare con spirito di partecipata solidarietà questa tragedia, di frequente ho risposto a questi amici che noi preti e teologi condividiamo con gli specialisti clinici in modo diverso, ma del tutto simile, le stesse dolorose, frustranti e tragiche sorti. Non sono pochi i fedeli cattolici che dopo avere letto quattro idiozie pseudo-teologiche e pseudo-dottrinarie su internet, o dopo avere frainteso complessi documenti del magistero della Chiesa, estrapolando da essi frasi scisse da contesti che richiedono una preparazione molto profonda, in maniera spudorata affrontano un teologo di indubbia preparazione muovendo la spocchiosa contestazione: «No, non è affatto come dice lei …». In simili casi è quasi sempre inutile dire e precisare il giusto e ovvio vero, perché il “teologo” internetico è pronto a replicare con decisa e rara arroganza: «… guardi, lei si deve documentare, anzi deve proprio studiare bene la materia, perché io ho letto che …». E a fronte di tutto questo qualcuno si domanda persino, a partire da quella santa donna di mia madre, come mai talvolta esordisco con delle parolacce assai peggiori di quelle di uno scaricatore di porto, della serie: «Per imparare a dire tutte queste parolacce, era proprio necessario che tu diventassi prete?».

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Internet ci ha donato la nuova èra dell’analfabetismo digitale e della non-ragione, soprattutto forme nuove di superstizione che nulla hanno da spartire con le antiche o vecchie forme di un tempo, alla base delle quali c’era però una cultura basata su vecchie tradizioni o credenze popolari. Diversamente, alla base delle nuove superstizioni, non c’è cultura, né tradizioni o credenze radicate ma l’irrazionale che si nutre dell’irrazionale, l’ignoranza che si nutre della peggiore arroganza che nasce dal non-sapere che si muta in vera e propria fierezza del non sapere filosofico, storico, scientifico.

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Può, uno specialista clinico sbagliare una diagnosi e dare cure inefficaci, forse persino dannose? Sì, può accadere, anche e solo per errore umano del tutto involontario, senza che lo specialista sia stato in alcun modo né superficiale né negligente. Ciò che però sembra sempre più carente nella nostra odierna società, è la logica del buon senso che dovrebbe spingere a questa valutazione: produce più rischi e danni un oncologo che sbaglia diagnosi, oppure il “clinico” internetico improvvisato che persuade un proprio familiare a curarsi con la “medicina” naturale alternativa, inducendo il malato a giungere dall’oncologo quando le metastasi tumorali sono ormai diffuse in tutto in corpo dalla testa ai piedi, con la conseguenza che l’unica terapia possibile è il ricovero nel centro per malati terminali, dove le uniche cure sono quelle contro il dolore derivante dalla patologia tumorale che lo ha colpito?  

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In situazioni di questo genere ecco che a tragedia si aggiunge tragedia, perché certi idioti non sbagliano mai. Messi infatti dinanzi alla realtà del morto, sono capaci ad affermare che la conseguenza del decesso ― lungi dall’essere il risultato della loro incosciente idiozia ― è dovuta alle scie chimiche, agli esperimenti nucleari, ai farmaci ed ai vaccini che contengono al proprio interno elementi cancerogeni affinché il soggetto sviluppi in futuro il cancro e le multinazionali farmaceutiche possano così arricchirsi attraverso i medicinali e le chemioterapie.

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Sull’emergenza del coronavirus che dalla Cina si è ormai diffuso in vari altri Paesi del mondo e per il quale non esiste al momento vaccino, bisogna ascoltare anzitutto gli esperti e gli scienziati, poi seguire in modo scrupoloso i consigli dei clinici. Gli uni e gli altri, possono sbagliare? Sì, potrebbero anche sbagliare, ma i loro errori umani non giungerebbero mai, né mai avrebbero la devastante portata che di rigore hanno le “soluzioni” e le “diagnosi” offerte dagli idioti internetici, seguiti a loro volta, di prassi e di rigore, da un esercito sempre più numeroso di idioti utenti internetici.

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I nostri Lettori sanno bene quanto spesso io ricorra a paradossi più o meno a effetto, talora anche scioccanti. Con questi risultati: da una parte c’è chi ride, ma ridendo comprende bene il messaggio, mentre dall’altra c’è chi si arrabbia, accusandomi semmai di volgarità e rifiutandosi categoricamente di capire. Ebbene, rivolgendomi ai primi, non ai secondi racchiusi nella sfera degli irragionevoli irrecuperabili, vi dico: se proprio volete usare internet per farvi del male, se proprio fosse obbligatorio scegliere il male minore, in tal caso fate indigestione dei peggiori film porno che trovate disponibili in rete, ma non prestate ascolto a tutti gli “esperti” improvvisati che hanno già cominciato a seminare notizie che non hanno nessun fondamento scientifico riguardo il coronavirus.

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Desidero per inciso ringraziare l’amico Paolo Del Debbio, di cui sono stato ospite varie volte al programma su Rete 4 Dritto e Rovescio, per avere dedicato ieri sera una puntata molto interessante nella quale è stata fatta corretta, precisa e soprattutto preziosa informazione. Chi non avesse visto il programma e volesse vederlo, può trovarlo disponibile in internet [vedere QUI].

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Molto interessante tra i vari ospiti la presenza del Prof. Alessandro Meluzzi, uomo di ineccepibile scienza quando svolge il mestiere di sua stretta pertinenza: quello del clinico dotato di indubbia cultura enciclopedica nell’ambito della medicina, alla quale unisce alte competenze legate al suo ramo specialistico, che è la psichiatria. Nessuno meglio di lui poteva trattare ― e lo ha fatto egregiamente ―, il discorso legato all’emergenza del coronavirus sviscerando il problema dal punto di vista infettivo virale, quindi da quello delle varie forme di psicosi che da esso possono prendere vita e svilupparsi a livello sociale. Dopo avere spiegata a rigore scientifico la inutilità delle mascherine di protezione; dopo avere spiegato in modo realistico che cercare di contenere questo virus sarebbe «come catturare l’aria con le mani»; dopo avere detto che un vaccino non c’è e che non sarà disponibile neppure nell’immediato, con un sorriso ha concluso quella parte di discorso con una breve battuta: «Al momento non ci resta che raccomandarci alla protezione della Vergine Maria, l’unica che in questo momento potrebbe fare qualche cosa».

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Dopo questo discorso che intendeva essere una doverosa premessa, posto che la parola spetta agli scienziati, ai virologi e agli specialisti clinici, passo a quello che è il mio “mestiere” di sacerdote e teologo, per dare un altro genere di lettura. Cosa che farò partendo proprio dalla battuta del Prof. Meluzzi: «In questo momento, solo la Vergine Maria potrebbe fare qualche cosa».

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Passando quindi alla mia sfera di competenze, posso affermare che per altro verso temo un’altra categoria non meno virulenta di idioti internetici: quella degli pseudo cattolici che tendono a vivere una ”fede” ottusa e cupa, fatta di visioni, rivelazioni, segreti svelati o non svelati, messaggi dati da varie Madonne e via dicendo, che quasi sempre e di rigore sono da loro male interpretati, alterati e manipolati allo scopo di seminare quel terrore ― che in verità non terrorizza nessuno ma che tende invece a far ridere tutti, dai cattolici ai laicisti ―, mirato al fine primo e ultimo di dire e soprattutto imporre: io ho ragione!

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Conoscendo come suol dirsi i miei polli, affermo con tutto il debito anticipo che il servizio più pessimo che certi cattolici veri o più facilmente presunti tali, possono fare in un momento di emergenza come questo, è di annunciare catastrofi più o meno predette, più o meno contenute in messaggi e rivelazioni private che, ricordo, non sono mai state fissate dalla Chiesa nel deposito della fede. O per dirla brutalmente: la nostra fede non dipende dai segreti rivelati o non rivelati dati ai tre pastorelli dalla Beata Vergine Maria di Fatima, piaccia o meno a certuni. La nostra fede non dipende dalla bella immagine del cosiddetto trionfo del cuore immacolato di Maria, ma dipende tutta quanta dalla incarnazione del Verbo di Dio nel ventre della Vergine Maria, dalla sua morte salvifica, dalla sua risurrezione e ascensione al cielo, quindi dipende dalla certezza, come recitiamo nel Credo, che Cristo Dio «un giorno tornerà nella gloria per giudicare i vivi e i morti».

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Sempre a questi poveri cattolici meschini, ricordo che tre sono le fondamentali virtù teologali: la fede, la speranza e la carità [cfr. I Cor 1, 13]. Il terrore, che spesso costoro cercano di usare quando gridano ai peccati e ai peccatori di questo mondo caduto nel baratro, sempre nella “magica” e “fideistica” attesa che trionfi il cuore immacolato di Maria, non servono affatto a scuotere le coscienze, neppure a suon di visioni infernali o di rivelazioni di tremendi castighi del tal mistico o della tal mistica. Servono solo a produrre effetti del tutto contrari nell’uomo di oggi e nella odierna società contemporanea, che attraverso grande fatica ed esiti molto incerti di successo, ha bisogno di essere nuovamente evangelizzata, non terrorizzata. E purtroppo oggi, noi cattolici, siamo messi molto male, essendo tremendamente carenti di evangelizzatori virili, credibili e santi.

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O pensano forse costoro che le virtù teologali, da tre che erano, siano divenute oggi quattro, con l’aggiunta della quarta virtù del terrore? Non solo infatti, il terrore, non redime e non converte nessuno, ma come sacerdote che esercita il prezioso ministero di confessore, ricordo a tutti costoro che se una persona, presa da paura, decide di pentirsi dei propri peccati, solo perché teme condanne e castighi, o perché qualche “anima pia” lo ha terrorizzato con le visioni dell’Inferno della tal mistica o del tal veggente, io posso anche assolverlo dieci volte, ma l’assoluzione sacramentale non vale niente e non produce alcun effetto. Dio vuole infatti il nostro pentimento, non la nostra paura; della nostra paura, non sa proprio che farsene.

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È cosa nota il fatto che certe rivelazioni, comprese quelle riconosciute dalla Chiesa come autentiche, ma lungi come ho spiegato dall’essere state inserite nel deposito della fede, le ho sempre guardate con sospetto, soprattutto per le teorie decisamente folli che alcuni fedeli, ma purtroppo anche certi preti, hanno finito col creare soprattutto sui messaggi della Madonna di Fatima, anteposti in pratica, da molti, al Santo Vangelo stesso. Non sono dunque in alcun modo allergico alle rivelazioni in sé riconosciute come autentiche dalla Chiesa, sia ben chiaro; semmai sono contrario all’uso che certi scellerati ne fanno. Allo stesso modo sono assalito da orticaria ogni volta che certi soggetti inneggiano all’imminente trionfo del cuore immacolato di Maria; e ciò non perché io manchi di devozione alla Beata Vergine e al suo Cuore Immacolato, ma sempre per l’uso errato che certi soggetti rasenti il fanatismo fanno della immagine del cuore della Mater Dei.

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Nel lessico comune, il termine apocalisse e apocalittico ha assunta una connotazione del tutto negativa, ed è legato a eventi catastrofici. Non solo il tutto è sbagliato, perché si tratta di una radicale alterazione del significato che si forma attraverso i lemmi greci ἀπό (apò) e καλύπτω (kalýptō), da cui prende vita la parola composita ἀποκάλυψις (apokálypsis) che alla lettera significa: svelare, rivelare ciò che è nascosto.

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Il Beato Apostolo Giovanni scrisse il Libro dell’Apocalisse durante il suo esilio nell’Isola di Patmos, da cui prende nome questa nostra rivista; isola anche nota come il luogo dell’ultima rivelazione. Detto questo possiamo adesso chiarire che se c’è un messaggio di speranza, che per noi è certezza di fede, questi è proprio quello racchiuso nel Libro dell’Apocalisse, in cui si narra la definitiva vittoria del bene sul male e l’avvento di quel regno di Cristo che non avrà mai fine; un avvento anche noto come parusia, dal greco παρουσία, che alla lettera significa “presenza” e che indica il ritorno del Cristo glorioso, la sua presenza senza fine.

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Detto questo chiunque può comprendere ― fatta eccezione per certi cattolici “terroristi” che ci auguriamo di non vedere presto all’opera in questo momento di emergenza dato dal coronavirus ―, che il cuore del messaggio cristiano e dell’intero mistero della rivelazione, non è il terrore, non è la paura, ma la centrale virtù teologale della speranza, che non a caso sta nel mezzo e che regge assieme la fede e la carità. È vero, come insegna il Beato Apostolo Paolo e come noi tutti insegniamo con lui, che «di tutte e tre la più importante è la carità» [I Cor 1, 13], ma la speranza, che sta nel mezzo, come ripeto è la virtù che lega e amalgama assieme le altre, inclusa la più importante: la carità.

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Procedendo verso la conclusione di questo discorso tutto quanto teologico ed escatologico, affatto mirato a creare allarmismi sul problema oggettivamente grave del coronavirus, più che lecito è doveroso domandarsi: un giorno, vicino o lontano, perché a nessuno è dato sapere quando, si verificheranno eventi catastrofici, in seguito ai quali vedremo semmai decimata la popolazione mondiale e nazioni intere scomparire? Ebbene, senza dare vita ad allarmismi e senza irritare i laicisti ― che poi, alla prova provata dei fatti, sono più tolleranti e pronti alla discussione di quanto non lo siano certi cattolici “terroristi” al grido: la tal profezia, il tal segreto, il tal mistico o la tal mistica dice! ― posso serenamente affermare che la previsione di un evento disastroso è scritto nel deposito della nostra fede, ed è quindi per noi fede rivelata, perché è stato Gesù Cristo stesso a rivolgerci queste parole:

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«[…] “quando sentirete parlare di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate. Devono infatti accadere prima queste cose, ma non sarà subito la fine”. Poi disse loro: “Si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno, e vi saranno di luogo in luogo terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandi dal cielo”» [Lc 21, 8-11].

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Anzitutto Gesù Cristo, perché è lui che parla in prima persona, ci invita a non essere terrorizzati. Figurarsi quindi se ci invita a terrorizzare il prossimo con catastrofi imminenti e disastrose, o con le visioni dell’Inferno racchiuse nelle rivelazioni del tal mistico, della tal mistica o di questo o quell’altro messaggio mariano, il tutto affinché «possa finalmente trionfare il cuore immacolato di Maria», come vanno dicendo in giro con abusivo spirito mariano certi cattolici “terroristi” che non hanno anzitutto capito proprio niente della mariologia stessa.

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Sì, un giorno avverrà qualche cosa di molto catastrofico, ce lo ha detto Gesù Cristo, ma chiunque abbia autentica e vera fede, ciò che un giorno avverrà di devastante, dovrà essere letto sin d’ora con gli occhi della speranza, perché tutto quello che Dio permette, è solo per il bene, la salute e la salvezza dell’uomo.

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Il coronavirus, potrebbe essere quindi letto come uno di quei tanti segni che l’uomo di oggi non è più in grado di cogliere e di interpretare. Potrebbe essere solo il preludio, seguito da chissà quali altri e numerosi segni, per chissà quale lungo lasso di tempo, prima dell’arrivo del grande e devastante segno di cui ci ha parlato Gesù Cristo. 

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Certo, mentre gli scienziati stanno facendo al meglio il loro lavoro, ancora una volta la nostra povera Chiesa, devastata al proprio interno da virus ben peggiori di ebola, di lavoro non sta facendo il proprio. Purtroppo infatti, sclerotizzata com’è su migranti e poveri su poveri e migranti che caratterizzano ormai questo pontificato in modo ossessivo compulsivo, nessuno, a partire dal nostro augusto Pastore Supremo, ha invitato a pregare nelle Chiese di tutto il mondo per chiedere a Dio Padre la grazia di risparmiare all’umanità un eventuale, forse possibile e anche pericoloso flagello. Come infatti diceva il Prof. Alessandro Meluzzi: «Non sono preoccupato della Cina e delle capacità organizzative e scientifiche che quel popolo ha nel far fronte a una simile emergenza, lo sono però per l’Africa. Cosa accadrebbe, se un virus del genere si diffondesse in quel continente?».

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Il Vescovo di Roma, tre anni fa invitò tutti i parroci della sua Diocesi a prendersi una famiglia di immigrati per parrocchia. Idea presumibilmente tratta dalla sceneggiatura di qualche film di fantascienza, a ben considerare che non pochi parroci hanno contratto debiti con le banche e hanno seri problemi a mettere assieme i soldi per pagare la bolletta della luce e il riscaldamento della chiesa parrocchiale. Peccato, che a fronte di questa situazione data dall’emergenza del coronavirus, dinanzi al quale non possiamo al momento sapere a che cosa rischiamo di andare incontro, non abbia ancóra invitato i parroci, alla data odierna, a pregare nelle chiese di tutto il mondo. Ma d’altronde, il nostro felicemente regnante, è un Sommo Pontefice totalmente incentrato sull’idea di una Chiesa povera per i poveri, mica sulla speranza che gli scienziati trovino presto un vaccino per salvare le vite, indistintamente, sia ai poveri che ai ricchi.

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Che dire, nella Chiesa di oggi: poveri e migranti avanti a tutto e a tutti, mentre un pericoloso virus si sta diffondendo, senza che per il momento vi siano cure e vaccini. Da tutto questo capite bene che, il virus peggiore, è quello che da tempo si è diffuso dentro la Chiesa Cattolica. La cosa grave è che noi, per salvarci dalla pandemia, il vaccino ce lo abbiamo eccome. Se però ti azzardi a indicarlo, o peggio a chiedere che venga usato, rischi di essere letteralmente sbranato dagli utili e pericolosi idioti che inneggiano alla «rivoluzione epocale» della «Chiesa del nuovo corso», come ha appena scritto giorni fa su queste nostre colonne Jorge Facio Lince in un suo articolo illuminato e illuminante [cfr. QUI].

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dall’Isola di Patmos, 31 gennaio 2020

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Cari Lettori,

nel mese di dicembre è entrato in distribuzione il mio nuovo libro Nada te turbe, un’opera di spiritualità sul martirio scritta in forma di romanzo storico e ambientata in un’epoca di feroce persecuzione della Chiesa. Ritengo che potrebbe edificare e aiutare molte persone, soprattutto in questo momento. Per questo vi invito ad acquistarlo presso il nostro negozio [vedere QUI] ma soprattutto a leggerlo.

 

 

 

 

 

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Meme. Fenomeno buffo internautico che serve come radiografia del corpo ecclesiastico italiano: San Giovanni Paolo II invitava ad aprire le porte a Cristo, pochi anni dopo si è passati ad “abbassare i muri” e “creare ponti” col mondo per essere dei misericordianti piacioni …

— società e attualità ecclesiale —

MEME. FENOMENO BUFFO INTERNAUTICO CHE SERVE COME RADIOGRAFIA DEL CORPO ECCLESIASTICO ITALIANO: SAN GIOVANNI PAOLO II INVITAVA AD APRIRE LE PORTE A CRISTO, POCHI ANNI DOPO SI È PASSATI AD “ABBASSARE I MURI” E “CREARE I PONTI” COL MONDO PER ESSERE DEI MISERICORDIANTI PIACIONI …

La falsa speranza illusoria che oggi si presenta davanti a questa neo ecclesiologia dei meme è quella di pensare o di ipotizzare che domani, nel prossimo conclave, nel prossimo pontificato o in un prossimo eventuale concilio, tutto ritorni come prima in virtù del rifiuto da parte del nuovo eletto, circondato da un grande esercito compatto di coraggiosi e coerenti ecclesiastici, che sistemeranno tutto in un battibaleno, semmai usando la formula magica: hocus pocus …

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Autore:
Jorge Facio Lince
Presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos

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PDF  articolo formato stampa
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memes e pecore …

Nell’éra della «rivoluzione epocale» che ha preso avvio negli ultimi anni all’interno della Chiesa, si insiste sul bisogno impellente di aprirsi e di dialogare col mondo, quasi come se dovessimo imparare dal mondo quella che sarebbe l‘identità, la missio e la funzione della Chiesa. Così, seguendo la sequela di questi “slogan” rivoluzionari, non ci resta che cominciare a guardare la Chiesa anche sotto il profilo dei fenomeni e movimenti del “mondo”, come quello appartenente a Internet, attraverso il noto e diffuso “meme”.

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Il codice “telematico” meme è assegnato a qualsiasi tipo di file visivo o audiovisivo generato nella infinità di imitazioni, derivazioni e adattamenti di ogni tipo di un’unità originale che può essere anche sconosciuta. Il temine meme [1] è un neologismo coniato dal divulgatore scientifico neo-darwinista Richard Dawkins nella sua opera The Selfish Gene [2] del 1976, ed è un termine con cui si vuole presentare come tesi l’analogia tra la trasmissione genetica e la trasmissione culturale, il tutto basato sull’ipotesi che ogni meme, analogamente al gene, è l’unità più piccola e necessaria nella evoluzione: «I meme sono delle piccole unità culturali che si diffondono da persona a persona copiando o imitando».

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Dawkins spiega che la propagazione dei meme, cioè di quelle idee, canzoni, mode, slogan, principi, regole tra cervelli e cervelli, si concretizza per mezzo dell’imitazione, diffondendosi a modo di “virus” di generazione in generazione fino a diventare un concetto fisso come lo è diventato ad esempio quello dell’idea di Dio  [3]:

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«Dio esiste, solo nella forma di un meme con un alto valore di sopravvivenza o di potere infettivo nell’ambiente della cultura umana» [4].

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In questo meme-idea/concetto su Dio, secondo la teoria di Dawkins si evince in primis che l’imitazione è il mezzo per cui vengono generati e duplicati i meme, i quali seguendo le stesse regole dell’evoluzione naturale ― ma in questo caso per analogia seguendo le regole della “evoluzione culturale” ― sopravvivrebbero solo alcuni di essi portando avanti una nuova vita, ed a seguire le qualità più importanti per sussistere e per diffondersi dei meme, per esempio la longevità, la fecondità e la fidelizzazione nell’imitazione per la sua semplicità. Per ultimo il fattibile principio selettivo di questa “evoluzione sociale”, è quello dell’adattamento in risposta all’ambiente sociale in cui si trova.

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«quando viene seminato un meme fertile nella mia mente, letteralmente si è parassitato il mio cervello con la trasformazione della nuova idea diffusa tramite il  veicolo del meme nella stesa forma che lo farebbe un virus nel parassitare un meccanismo genetico di una cellula ospite» [5]”.

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Alcuni studiosi favorevoli a questo neologismo, hanno introdotto il meme nello studio della condotta umana sviluppandolo come «istruzioni per eseguire condotte che sono state memorizzati nel cervello dopo che sono state trasmesse per imitazione», quindi ogni cosa appresa sin dall’infanzia deve identificarsi per imitazione in quanto meme. Altri studiosi lo hanno invece contestato in virtù della sua ambiguità concettuale: non è infatti possibile definire cosa sia precisamente un meme, l’analogia natura e cultura è troppo riduttiva e inefficace per la descrizione dei comportamenti umani complessi, non aggiunge niente di nuovo di quanto già di per sé riescono a fare gli studi antropologici, culturali, linguistici e sociologici.

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Nella cultura d’Internet, il termine meme cominciò a essere presente dalla fine degli anni Novanta del secolo scorso, conservando anche le stesse analogie tra biologia e cultura, tra geni e meme anteriormente menzionati, anche se la stessa selezione naturale del meme indicata da Dawkins ha avuto una trasformazione in Internet secondo una separazione non tanto attuata secondo la velocità naturale ma secondo l’alterazione deliberatamente data dalla stessa creatività umana con il modo di “hijacking[6] tra due paralleli: quello dell’imitazione fedele come frutto della fascinazione, ammirazione e identificazione o della  denigrazione e del discredito di persone e idee, per seguire con la replica dell’originale o con la totale trasformazione dell’originale stesso.

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A prescindere dagli ostacoli presenti nel mondo accademico riguardo la teoria dei meme, va ammesso che grazie a questa epoca sempre più condizionata e definita dalla comunicazione su Internet, questo termine ha trovato, per le sue caratteristiche, una esponenziale diffusione, sino a mutarsi, da iniziale unità che si propaga gradualmente tramite il contatto interpersonale di contenuti trasmessi simultaneamente, a dei fenomeni di massa veri e propri, sovrastando così i limiti tra la comunicazione interpersonale e quelli di massa, quelli professionali e amatoriali, quelli del basso verso l’alto e viceversa.

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«unità culturali che si diffondono da persona a persona, i meme furono discussi molto prima dell’era digitale. Eppure Internet ha trasformato la diffusione dei meme in una pratica altamente visibile e il termine netizen è diventato parte integrante della neo-lingua, per lessico, grammatica e sintassi propria dell’uomo internetico» [7].

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In questa dinamica comunicativa, il termine meme è diventato in internet uno specifico sinonimo che indica la diffusione di una “idea particolare” presentata come testo scritto, immagine, mossa linguistica o altre unità di “cose” culturali. Uso che sembra molto simile al mondo accademico, ma distinti tra di loro, perché nella teoria della “evoluzione culturale” la caratteristica primordiale è la longevità della idea trasmessa. Invece, nel mondo telematico, i meme sono delle descrizioni per le mode recenti caratterizzate da breve durata. Se quindi nella sfera accademica i meme sono unità concettuali astratte e spesso controverse,  nella net-sfera i meme sono invece fenomeni concreti e parzialmente ammessi da tutti. Per ultimo: se i meme creano delle distinzioni a livello teoretico evoluzionista, in tal caso si mutano in idee singole o formule che si sono propagate bene. Infatti i meme, a livello digitale, sono gruppi di elementi e di contenuto creati con consapevolezza reciproca e di condivisione legati in una unità culturale popolare diffusa, imitata e trasformata dai singoli utenti di internet, sino a creare una esperienza culturale condivisa nel processo in cui il livello personale o micro riesce anche a modellare la “macro-struttura” della società.

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La ragione per cui si è fatto così popolare il fenomeno dei meme nella rete, è dato dal godimento e piacimento provocato nell’utente che riesce a ripetere o trasformare una attività che lo fa uscire della sua routine quotidiana, realizzata quasi sempre insieme ad altre persone. Per questo approccio di gruppo i meme finiscono con l’avere un impatto sociale e politico, perché acquisiscono un ruolo comunicativo di “conversazione continua”, con forte spinta di dibattito, pur restando nell’ambito dei pubblici discorsi informali e spontanei che partono dal basso, con la possibilità di generare collegamenti tra l’individuale e il collettivo, tra il personale con la res-publica.

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I meme sono diventati i conseguenziali elementi naturali per lo studio di Internet e della cultura digitale. Il comportamento memetico è però nuovo, perché la sua portata di visibilità globale non ha precedenti. In questa era iper-memetica la circolazione di copie e derivati hanno dato alle copie un senso più importante dell’ ”originale”, fino a diventare oggi la ragione di essere della comunicazione digitale [8].

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Superando l’ambito della sociologia, della antropologia e dello studio di internet, si potrebbe aggiungere, o volendo anche creare una terza analogia tra evoluzione naturale, evoluzione culturale e «rivoluzione epocale» in cui il meme diventa l’elemento naturale per lo studio “ecclesiologico” e di comportamento nella stessa struttura ecclesiastica odierna. La prima caratteristica sarebbe quella dell’imitazione della moda pauperista cialtrona e priva di sostanza nelle prediche di molti ecclesiastici. La seconda caratteristica può essere costituita dalla spinta e dalla sfida continua a superare i cosiddetti «vecchi schemi», persino se ciò implica di rasentare il ridicolo e l’ignoranza dottrinale, ed il tutto sia ripetendo discorsi sociopolitici, sia in una impostazione assistenziale priva di qualsiasi riferimento alla sfera dello spirituale, del sacro o del sacramentario. Vi sarebbe infine una terza caratteristica, anch’essa tipica e del tutto esclusiva dell’ambito ecclesiastico, non presente negli altri ambienti: l’omologazione acritica imposta come modello tipico dei regimi dittatoriali sparsi per il mondo. Da queste due caratteristiche ― ma specialmente dalla terza ― si può ricavare che la ragione d’essere di questa «nuova ecclesiologia» dei meme, è un perfetto rimando al principio di imitazione descritto dalla favola  del “re nudo”, che ovviamente nessuno può criticare, perché tutti devono ballare e danzare come davanti al «più grande spettacolo dopo il big bang» accecati volontariamente o involontariamente in una percezione chiusa del reale, pronti a magnificare le splendide vesti del re, che come risaputo era però nudo. Attraverso queste dinamiche si realizza e si concretizza l’analogia dei meme in quanto fenomeni vivi e diffusi in modo esponenziale nell’ambito digitale, poco presenti invece negli altri ambiti della vita. Una volta caduti e finiti intrappolati in questi meccanismi, ecco che i rappresentanti del mondo ecclesiastico finiscono con l’essere convinti di vivere e operare nel giusto e di aver fatto veramente una svolta attraverso questa tanto decantata “rivoluzione epocale” che però, fuori dalla piccola “ecclesio-sfera” è ormai sbeffeggiata, ignorata e soprattutto disapprovata dal Popolo di Dio, come lo sarà tra poco anche dalla stessa storia, che finirà col dare su di essa un giudizio molto impietoso e severo.

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Analizzando queste caratteristiche e ragioni di essere, resta solo da interrogarsi sulla durata temporale del tutto. Anche in questo il principio di analogia dei meme come nuova proposta ecclesiologica sulla «rivoluzione epocale» attuale può dare degli spunti non indifferenti: se i meme restano comunque un fenomeno veloce mutabile e ristretto alla forma di comunicazione egemonica attuale del corpo ecclesiale, la sua vita sarà molto subordinata dalla concezione di moda che, in questi tempi di cambiamenti continui sale, scende e sopravvive solo all’interno di piccoli gruppi di fans fedeli.

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Se questo fenomeno dei meme si esamina sotto il profilo sociale antropologico di Dawkins, restando ancorati al principio della analogia dei geni, siamo davanti a una mutazione virale sempre in trasformazione che andrà solo a degenerare in una esaltazione nel pensare, nel dire e nell’agire totalmente estraneo non solo al suo “gene originale”, ossia quel Cristianesimo del quale resta poco o nulla; tenderà a degenerare nel “misericordismo” quale punto di partenza di una nuova espressione religiosa, che solo la storia ci dirà quando sia riuscita a sopravvivere e a imporsi.

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Facendo una valutazione attuale, va detto che tra la ipotesi di Dio e l’idea meme di Dawkins e l’uomocentrismo clericale, sembra che le due espressioni siano le due facce della stessa moneta, o che la seconda sia la conseguenza della prima. Volendo poi fare anche un’analisi più spinta, oserei dire che questa centralità dell’uomo ha parecchio superata la svolta antropologica di Karl Rahner. La centralità della Parola tanto proclamata nel post concilio, ha finito per farci sprofondare in una ermeneutica nichilista del tipo: l’uomo di oggi che interpreta e ridefinisce la “Parola” in quanto messaggio lasciato dall’uomo del passato aggiornandolo secondo i piaceri del presente come farebbe un pappagallo che messo davanti a uno specchio si guarda e ripete suoni ascoltati in precedenza del tipo: ”ciao” “bello” “amore”, “ti voglio bene”…

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La falsa speranza illusoria che oggi si presenta davanti a questa neo ecclesiologia dei meme è quella di pensare o di ipotizzare che domani, nel prossimo conclave, nel prossimo pontificato o in un prossimo eventuale concilio, tutto ritorni come prima in virtù del rifiuto da parte del nuovo eletto, circondato da un grande esercito compatto di coraggiosi e coerenti ecclesiastici, che sistemeranno tutto in un battibaleno, semmai usando la formula magica: hocus pocus

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La certezza della fede ci porta invece a essere fermi sul principio che la Chiesa, corpo mistico, non finirà mai. Giungerà il tempo in cui prenderà vita la prova della grande apostasia e prenderanno di nuovo forma vecchie o nuove eresie, vi saranno riforme e divisione,  ma la Chiesa rimarrà sempre e solo una. La speranza certa è che questo tempo passerà e, con esso, passeranno anche certi personaggi, che per carità attiva ed effettiva vanno considerati e trattati come dei malati in stato terminale; dei poveri malati che non vogliono accettare che il loro tempo di vita sta per finire e che tra poco saranno davanti al Giudizio di Dio, che verso di loro sarà severamente misericordioso. Mentre, i sopravvissuti alle loro gesta e opere, dovranno lungamente pagare e altrettanto lungamente lavorare, per tentare di riparare, anche solo parzialmente, i gravi danni da loro prodotti.

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Dall’Isola di Patmos, 28 gennaio 2020

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NOTE

[1] Questo termine sarebbe la derivazione greca di mimema (imitazione).

[2] The Selfish Gene libro centrato sull’ipotesi che non è il gruppo o l’individuo ma singolo gene che si trasmette in forma meccanica e costretta quindi l’evoluzione non tratta di come si trasmettono i geni, ma che i geni si trasmettono e diffondono a prescindere anche da fattori e comportamenti che possano causare danno all’organismo ― così come  l’uomo è necessariamente egoista pur reputandosi di essere altruista nel soddisfare i propri interessi ― affinché possa massimizzare la trasmissione e diffusione dei suoi geni.

[3] Richard Dawkins con la sua posizione agnostica spiega nell’opera the God Delusion sia che l’evoluzione dimostra la possibilità e la probabilità di evolversi da esseri semplici a più complessi senza l’intervento di nessuna causa esterna o essere superiore e o trascendentale, sia che Dio come origine di tutto non spiega niente e invece spinge a dimostrare un “regresso infinito” in cui questo Dio è invalicabile e improbabile. Dunque l’idea di Dio come delle religioni sono solo delle credenze accettate sin da bambini in quanto utili per la propria sopravvivenza, e che poi sono acriticamente condivise a livello sociale sino a essere la principale causa di divisione, di guerre e di violenza.

[4] Richard Dawkins, The Selfish Gene, Oxford University Press, 2006, p 193. [Traduzione libera mia].

[5] Richard Dawkins, The Selfish Gene, Oxford University Press, 2006, p 192. [Traduzione libera mia].

[6] tecnica di attacco informatico che consiste nel modificare opportunamente  pacchetti dei protocolli per reindirizzare e prendere il controllo dei siti web.

[7] CF.Limor Shifman,«memes in a digital world reconciling with a conceptual troublemaker»

https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1111/jcc4.12013.

[8] CF.Limor Shifman,« memes in a digital world reconciling with a conceptual troublemaker»

https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1111/jcc4.12013]

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Prossime opere in pubblicazione nel mese di gennaio/febbraio:

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ATTI E MISFATTI DEGLI APOSTATI, di Ester Maria Ledda

NUOVO ERESIARIO – VIAGGIO E GUIDA TRA LE ANTICHE E NUOVE ERESIE, di Leonardo Grazzi

 

 

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Padre Ariel torna giovedì in seconda serata negli Studi di Mediaset al programma Dritto e Rovescio condotto da Paolo Del Debbio

— notizie dai Padri de L’Isola di Patmos —

PADRE ARIEL TORNA GIOVEDÌ IN SECONDA SERATA NEGLI STUDI DI MEDIASET AL PROGRAMMA DRITTO E ROVESCIO CONDOTTO DA PAOLO DEL DEBBIO

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Padre Ariel è stato invitato di nuovo dagli amici della Redazione del programma Dritto e Rovescio condotto da Paolo Del Debbio su Rete4, presso il quale sarà presente alla diretta trasmessa dagli Studi Mediaset di Cologno Monzese nella seconda serata di giovedì 16 gennaio a partire dalle 23.30 circa.

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Autore
Redazione de L’Isola di Patmos

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il programma condotto da Paolo Del Debbio su Rete4

Informiamo i nostri Lettori che domani sera il nostro Padre Ariel torna in seconda serata alla diretta del programma Dritto e Rovescio condotto da Paolo del Debbio su Rete4, dove è stato già ospite in passato nelle puntate del 31 ottobre e del 7 novembre 2019.

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Gli amici della Redazione hanno richiesto la sua presenza tra gli ospiti per partecipare al dibattito sul tema del celibato sacerdotale, tornato alla ribalta sulla stampa nazionale e internazionale in questi giorni.

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dall’Isola di Patmos, 15 gennaio 2020

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Non è affatto «prematurata la supercazzola», ai giorni nostri è maturata completamente attraverso la cospirazione degli arroganti

—  attualità ecclesiale —

NON È AFFATTO «PREMATURATA LA SUPERCAZZOLA», AI GIORNI NOSTRI È MATURATA COMPLETAMENTE ATTRAVERSO LA COSPIRAZIONE DEGLI ARROGANTI

[…] i territori del regno del supercazzolaro sono Facebook, Instagram, Twitter, insomma tutti i social network, dove l’astuto regnante pretende di pontificare anche di teologia e di scienze sacre senza per questo doversi confrontare con nessuno esperto in materia. La situazione si fa ampiamente grave quando, il supercazzolaro, pretende di estendere i territori del suo regno oltre la realtà virtuale. Cioè quando, una volta spento il computer ed aver apostrofato amici e familiari con “encicliche” sulle scie chimiche, sulla pericolosità dei vaccini, sulla evidenza della terra piatta, e altre scemenze simili, decide di andare in parrocchia e mettersi a diffondere il proprio verbo. 

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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