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«Chiesa Aperta» (dalla XIV alla XVI puntata) — Tre meditazioni alle porte di un Triduo Pasquale a suo modo unico nella storia della Chiesa: una Chiesa sempre aperta costretta in questo momento a celebrare a porte chiuse

7 Aprile 2020/in Attualità, I nostri video/da Redazione
— i Padri de L’Isola di Patmos vicini ai fedeli in questa quarantena —

«CHIESA APERTA» (dalla XIII alla XVI puntata) — TRE MEDITAZIONI ALLE PORTE DI UN TRIDUO PASQUALE A SUO MODO UNICO NELLA STORIA DELLA CHIESA: UNA CHIESA SEMPRE APERTA COSTRETTA IN QUESTO MOMENTO A CELEBRARE A PORTE CHIUSE

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Offriamo ai nostri Lettori questo nuovo prezioso video del nostro stimato confratello Giovanni Zanchi, presbitero della Diocesi di Arezzo, affinché possa fungere anche da efficace e sapiente antidoto a tutti coloro che purtroppo, in questo momento di straordinaria crisi ed emergenza, non hanno trovato di meglio da fare che polemizzare, spesso anche in toni duri e aggressivi, contro le decisioni prese dai nostri vescovi per motivi di sicurezza a tutela della salute pubblica: sospendere le sacre celebrazioni e in molti casi chiudere le chiese. Ricordiamo che la Chiesa, nei momenti di crisi ed emergenza, non è mai stata salvata dalle polemiche di coloro che si ergono in tutti i tempi ai più fedeli tra i fedeli o ai più puri tra i puri, ma dall’unità. Qualcuno ha scritto in questi giorni che «i vescovi stanno suicidando la Chiesa italiana». Purtroppo non ha capito niente dell’essenza della fede cattolica: la Chiesa “si suicida” attaccando i vescovi, anziché seguirli e sostenerli in un momento di così grave prova. 

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RIPRESE VIDEO E MONTAGGIO A CURA DELLA EMITTENTE TELESANDOMENICO (AREZZO)

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TESTO DEL VIDEO

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I testi del Padre Giovanni Zanchi, direttore del Centro Pastorale Culto Divino della Diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro, non sono stati pensati come articoli ma come testi audio-narrativi. Abbiamo provveduto a trascrivere il testo audio per i nostri Lettori.

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Giovanni Zanchi

Benvenuti alla XIV puntata di Chiesa Aperta!

Non solo in Italia, ma anche in altre parti del mondo la Chiesa ha mantenuto aperte le chiese fatte di pietra e di mattoni ed ha pure escogitato nuove maniere per restare accanto alla gente. Oggi accenniamo ad un modo di essere Chiesa che pure durante la pandemia non deve faticare a trovare nuove modalità per rimanere Aperta: parliamo della Chiesa impegnata a fare penitenza, soprattutto nel tempo di Quaresima.

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Il Mercoledì delle ceneri, nella Prima lettura della Santa Messa, la Santa Chiesa ci ha ricordato le Tre opere della penitenza quaresimale: la preghiera, l’elemosina e il digiuno. Soffermiamoci su quest’ultimo: in Quaresima i cristiani praticano la penitenza anche mediante il digiuno e l’astinenza dalle carni in forma collettiva il Mercoledì delle ceneri e il Venerdì Santo e poi mediante la sola astinenza ogni singolo venerdì di Quaresima. Anche nei giorni di pubblica penitenza che abbiamo appena ricordato, la pratica del digiuno e dell’astinenza dalle carni non si pratica in chiesa, ma ognuno nella propria casa, nel seno della propria famiglia, oppure anche sui luoghi di lavoro e a scuola.

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La pandemia non ha quindi inciso sulla pratica del digiuno e dell’astinenza, che sono praticabili in questa Quaresima come sempre. Affronto questo argomento perché ho notato che nei vari comunicati e disposizioni ecclesiastici diramati in questo periodo ci si è preoccupati di dare norme e suggerimenti su come gestire in emergenza molti aspetti della vita ecclesiale, ma quasi mai, per non dire mai, ci si è preoccupati di ricordare ai fedeli che potevano continuare a praticare come sempre il digiuno e l’astinenza; forse perché tali pratiche penitenziali, dopo essere scomparse dall’orizzonte sociale, sono diventate poco importanti anche per il Clero e il popolo ad esso affidato? Anzi, a mio modesto parere, la presente emergenza richiede non solo di ricordare a tutti il senso e il valore della penitenza cristiana, ma anche di dare disposizioni precise sulle eccezioni al digiuno e all’astinenza, da sempre previste per varie categorie di persone, come sarebbero attualmente i poveri, il personale medico e assistenziale, i malati in quarantena, eccetera, eccetera.

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Nel presente tragico frangente, dalle tante parole ufficiali spese dagli ecclesiastici – spesso ottime – non mi pare però che sia emerso il richiamo a vivere i sacrifici presenti come occasione per far penitenza dei propri peccati e giungere rinnovati nello spirito a celebrare la prossima Pasqua. Ad esempio: la concessione delle nuove Indulgenze da parte del Santo Padre il Papa poteva essere una opportuna occasione in tal senso, ma non mi pare che sia stata colta da chi di dovere. Sia chiaro che non voglio fomentare alcuna polemica contro chicchessia, ma solo contribuire a dire una parola complementare alle tante che vengono dette attualmente.

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La penitenza come virtù da praticare anche mediante le classiche opere di penitenza è al centro della fede cristiana, come la Parola di Dio insegna e come i Santi hanno sempre attuato. Ai nostri giorni le forme collettive della penitenza ecclesiastica sono ridotte ad una forma molto blanda di digiuno per prepararsi alla Santa Comunione, al digiuno e all’astinenza in due soli giorni della Quaresima, all’astinenza dalle carni nei venerdì di quaresima e all’astinenza dalle carni o ad altra opera penitenziale a scelta negli altri venerdì dell’anno; non è quindi proprio il caso che le opere della penitenza ecclesiale vengano date per scontate e trascurate nella comune considerazione dei cristiani. In una società come la nostra, ove il peccato è gabellato per virtù, c’è ancora più bisogno che i cristiani diano pubblica testimonianza di penitenza per i peccati propri e altrui. In una società come la nostra, ove di fronte alla pubblica calamità si tende a contare quasi esclusivamente sulle forze umane, c’è ancora più bisogno che i cristiani diano pubblica testimonianza nell’invocare innanzitutto il soccorso divino, richiesto mediante la preghiera di supplica e di intercessione, il digiuno, la carità (che è autentica carità cristiana solo se frutto della preghiera e del digiuno).

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Questa eccezionale Quaresima volge ormai al termine; anche la pandemia prima o poi passerà col suo tragico bilancio di lutti e sofferenze; ma i tempi difficili e i grandi sacrifici che comunque attendono l’umanità potranno essere affrontati solo con uno spirito umano rinnovato e fortificato anche dalla penitenza cristiana. Il nostro confinamento domestico si protrarrà ancora per diversi giorni. Fra le tante cose che possiamo fare per occupare proficuamente il tempo trascorso forzatamente in casa, invito gli ascoltatori a leggere e meditare il seguente e sempre attuale testo: Conferenza Episcopale Italiana, Il senso cristiano del digiuno e dell’astinenza (4 ottobre 1994). Una lettura che non solo ci aiuta a vivere spiritualmente questo difficile presente, ma che ci prepara ad affrontare cristianamente il difficile tempo che verrà.

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Oggi e nel futuro la Chiesa rimane però sempre Aperta per aiutare gli uomini a fare penitenza dei propri peccati e giungere alla salvezza eterna; «è apparsa infatti la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini, che ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere con sobrietà, giustizia e pietà in questo mondo, nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo; il quale ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formarsi un popolo puro che gli appartenga, zelante nelle opere buone» (Tt 2, 11 – 14).

A risentirci alla prossima puntata di Chiesa Aperta.

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Sansepolcro (Arezzo), 3 aprile 2020

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XV PUNTATA

RIPRESE VIDEO E MONTAGGIO A CURA DELLA EMITTENTE TELESANDOMENICO (AREZZO)

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TESTO DEL VIDEO

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I testi del Padre Giovanni Zanchi, direttore del Centro Pastorale Culto Divino della Diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro, non sono stati pensati come articoli ma come testi audio-narrativi. Abbiamo provveduto a trascrivere il testo audio per i nostri Lettori.

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Giovanni Zanchi

Benvenuti alla XV puntata di Chiesa Aperta.

Nelle chiese di pietra e di mattoni rimaste aperte, segno de la Chiesa che rimane Aperta pure in tempo di pandemia, il Clero continua a celebrare la Liturgia, particolarmente la Santa Messa, a gloria di Dio e per il bene dei vivi e dei defunti. I fedeli possono frequentare le chiese solo individualmente ma, mentre sono costretti in casa, ogni giorno possono assistere alla trasmissione televisiva di molte Sante Messe, spesso anche di quella celebrata dal proprio Parroco. Riflettiamo brevemente sul valore di tale pratica, esponendo delle semplici argomentazioni di buon senso. Innanzitutto occorre tenere ben presente che nulla può mai sostituire la partecipazione personale alla Liturgia, specialmente alla Santa Messa; la trasmissione televisiva è un semplice servizio offerto a quanti sono impossibilitati ad andare personalmente in chiesa, per esempio a causa della malattia, della vecchiaia, della distanza, eccetera.

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In tempi normali, la Domenica gli impossibilitati a partecipare alla Santa Messa sono infatti dispensati dall’adempimento del precetto festivo e non lo assolvono assistendo ad una trasmissione televisiva della Santa Messa; rimane però anche per loro l’obbligo divino di santificare la festa mediante l’ascolto della Parola di Dio, la preghiera personale, la Comunione spirituale, il riposo, le opere della carità. Gli impossibilitati possono quindi essere aiutati a far ciò mediante il collegamento televisivo con una comunità cristiana riunita per celebrare l’Eucaristia.

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A causa delle limitazioni personali e sociali imposte dalla lotta alla pandemia, la stragrande maggioranza dei fedeli si trova purtroppo attualmente impossibilitata a partecipare personalmente alla Santa Messa e il collegamento televisivo anche con un solo sacerdote che la celebra in quel momento può essere di aiuto nel coltivare la propria unione spirituale con il Signore e con la sua Chiesa, come possibile in una situazione eccezionale. Per questo la legge ecclesiastica esige che la telecronaca della Santa Messa sia trasmessa in diretta e mai in differita, perché se viene a mancare la contemporaneità fra coloro che celebrano in una chiesa e coloro che guardano e ascoltano da casa, viene a mancare l’unione spirituale con l’atto liturgico che si compie in un determinato luogo. Il Rosario non è una celebrazione liturgica e quindi per aiutarmi a pregarlo posso anche seguire mentalmente una registrazione audio-video; ma la Santa Messa è l’atto liturgico per eccellenza e guardarne una telecronaca registrata equivale a fissare un quadro che raffigura la celebrazione della Messa, niente di più.

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Deve quindi rimanere ben chiaro a tutti che assistere ad una trasmissione televisiva non equivale alla partecipazione alla Santa Messa; quella che si vede e si sente sullo schermo televisivo non è la Santa Messa ma unicamente una telecronaca elettronica di essa, nulla di più; così come leggere privatamente i testi del Messale e del Lezionario non equivale a partecipare alla Messa, non lo è nemmeno il guardare alla televisione qualcuno che la celebra. Da una parte, dobbiamo ringraziare Dio, il quale donandoci l’intelligenza e l’abilità, ci ha messi in grado di poter usufruire dei mezzi della comunicazione di massa, mediante i quali nella presente emergenza la stragrande maggioranza dei fedeli può essere aiutata ad unirsi spiritualmente alla celebrazione liturgica. Dall’altra parte occorre vigilare, affinché non si radichi nella mentalità comune il messaggio erroneo che il mettersi comodamente davanti alla televisione di casa possa sostituire senz’altro la partecipazione personale alla Liturgia celebrata in chiesa assieme al Clero e agli altri fedeli, con il risultato che poi, quando potremo di nuovo andare in chiesa senza pericolo, le Sante Messe siano più disertate di prima, perché molti si sono abituati a fare i telespettatori.

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Dall’inizio della pandemia, moltissimi sacerdoti stanno sfruttando con entusiasmo la possibilità di trasmettere la telecronaca diretta della Santa Messa quotidiana: in tal modo rimangono vicini ai propri fedeli e continuano a prendersene cura pastorale; forse molti sacerdoti sono più ascoltati adesso che celebrano in solitudine che prima. Occorre però ricordare che per celebrare una Messa teletrasmessa non basta mettere in funzione una qualsivoglia telecamera; è indispensabile salvaguardare la sacralità e la dignità dell’azione liturgica, perché altrimenti c’è il rischio concreto di risultare controproducenti e che i telespettatori cambino canale! Mentre chi va in chiesa lo fa appositamente, la telecronaca di una Liturgia non è guardata solo da fedeli ben motivati, ma cade sotto l’occhio anche di coloro che sono mal disposti verso la fede cristiana o che non sono cristiani e che possono transitare più o meno a lungo sul canale televisivo durante la Messa teletrasmessa e che possono essere allontanati, invece che attratti, da un agire liturgico sciatto e da una predicazione retorica.

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Anche in tempi normali, spetta particolarmente ai Vescovi dare indicazioni e vigilare sullo svolgimento della trasmissione televisiva della Liturgia, tanto più nella presente situazione eccezionale e vieppiù ora con l’avvicinarsi del Triduo pasquale, cuore e culmine di tutto l’Anno liturgico.

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Pure la moltiplicazione a dismisura del numero di Sante Messe diffuse in televisione a tutte le ore del giorno può alla lunga risultare controproducente, se fosse manifestazione di un protagonismo clericale più alla ricerca di un pubblico davanti al quale esibirsi invece che di anime da servire. Dio non voglia che, per gestire l’emergenza liturgica causata dalla pandemia, la Chiesa si smaterializzi e il gregge dei fedeli si disperda nella marea dei telespettatori anonimi! I sacerdoti sanno che anche in tempo di pandemia ai fedeli non c’è da assicurare solo la Messa, ma anche gli altri Sacramenti e specialmente la Santa Comunione, la Confessione, l’Unzione degli infermi, Sacramenti non meno importanti solo perché non sono teletrasmessi!

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Nei giorni della Pasqua ormai imminente non mancheranno dignitose Messe teletrasmesse e predicazioni autorevoli (a cominciare da quelle del papa e dei singoli vescovi) mentre spetta ai sacerdoti, specie se parroci, donare innanzitutto il conforto spirituale della Comunione e della Confessione e, nelle attuali condizioni, ciò richiede più abnegazione e creatività della semplice messa in onda di una Santa Messa su Facebook, per quanto lodevole.

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Concludo segnalando all’attenzione generale i lavoratori delle televisioni e i tanti volontari videoperatori, i quali con la loro opera rendono possibili le telecronache liturgiche; benchè invisibili, dalle regie e dietro le telecamere, anche in tempo di pandemia ci aiutano a rimanere una Chiesa Aperta.

A risentirci alla prossima puntata di Chiesa Aperta.

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Sansepolcro (Arezzo), 4 aprile 2020

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XVI PUNTATA

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TESTO DEL VIDEO

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I testi del Padre Giovanni Zanchi, direttore del Centro Pastorale Culto Divino della Diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro, non sono stati pensati come articoli ma come testi audio-narrativi. Abbiamo provveduto a trascrivere il testo audio per i nostri Lettori.

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Giovanni Zanchi

Benvenuti alla XVI puntata di Chiesa Aperta.

Quella appena trascorsa è stata un’altra Domenica con le chiese di pietra e di mattoni aperte solo al di fuori delle celebrazioni liturgiche, svolte dal Clero senza la presenza dei fedeli, unirsi spiritualmente mediante le telecronache dirette diffuse per via televisiva, del valore delle quali ho accennato nella scorsa puntata di questa rubrica.

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Per i fedeli, unirsi solo spiritualmente alla Santa Messa celebrata altrove è una privazione attualmente necessaria ma dolorosa, particolarmente durante la Settimana Santa. Questo anno i fedeli hanno anche dovuto rinunciare per ora a recare nelle proprie case le palme benedette nelle chiese, le quali vi rimangono però custodite in attesa che, terminata l’emergenza sanitaria, ognuno possa andare a prenderle.

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La Domenica appena trascorsa porta il titolo delle palme, della Passione del Signore; tale titolo ci ricorda il significato della palma benedetta: 2000 anni fa, per le folle di Gerusalemme, i rami festosi furono il segno della loro fede in Cristo Salvatore, fede che però non resse alla prova del Venerdì Santo successivo; oggi i rami benedetti sono il segno della nostra volontà di essere pubblici testimoni di Cristo Re e Signore e di seguirlo però fino alla croce, per giungere poi a condividere la sua gloria di Risorto. Se dunque viviamo in unione con Gesù la presente e pesante croce della pandemia, sperimenteremo nella nostra vita quotidiana anche la potenza della sua risurrezione e quando le palme benedette potranno entrare nelle nostre case, saranno davvero il segno che siamo discepoli fedeli di Cristo e, alla sua venuta nella alla fine dei tempi, egli ci accoglierà nella sua gloria.

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La Santa Messa della Domenica delle palme, della Passione del Signore è una delle più frequentate dal popolo cristiano, anche perché il segno dei rami benedetti attira i fedeli. Giova però ricordare che il culmine della Santa Messa non è certamente la benedizione dei rami, ma la consacrazione eucaristica e la Santa Comunione, perché l’Eucaristia è la partecipazione sacramentale al sacrificio redentore della Croce. In questo tempo di pandemia la stragrande maggioranza dei fedeli non riesce a ricevere la Santa Comunione in forma sacramentale e si deve accontentare della cosiddetta comunione spirituale. Anche questo è uno dei modi nei quali la Chiesa rimane Aperta per i fedeli.

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Dico ora qualche parola per aiutare a comprendere il valore e il modo della comunione spirituale: la comunione spirituale è una pratica approvata dalla Chiesa; il Concilio ecumenico di Trento (Decreto sull’Eucaristia, 11 ottobre 1551) definisce che vi sono 3 modi di ricevere il Sacramento dell’Eucaristia: solo sacramentalmente (chi si comunica in stato di peccato mortale e quindi “mangia e beve la propria condanna”, cf 1Cor 11, 29), solo spiritualmente (è il caso che adesso ci interessa), sacramentalmente e spiritualmente assieme (per il fedele che si comunica in grazia di Dio). La comunione spirituale è quindi possibile perché, se ordinariamente Dio dona la sua grazia agli uomini per mezzo dei Sacramenti, tuttavia Dio non è legato ai Sacramenti e può concedere la comunione con lui anche per altra via.

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Il fine dell’Eucarestia non è la transustanziazione del pane e del vino nel corpo e sangue di Cristo, bensì trasformare in Cristo chi li riceve. Per tale fine non è sufficiente la ricezione materiale del Sacramento, se in noi permangono ostacoli che impediscono la nostra unione e assimilazione a Cristo Signore. I Santi hanno sempre consigliato la comunione spirituale; ascoltiamo santa Teresa di Gesù: “Quando non vi comunicate e non partecipate alla Messa, potete comunicarvi spiritualmente, la qual cosa è assai vantaggiosa… Così in voi si imprime molto dell’amore di Nostro Signore” (Cammino di perfezione, 35). La comunione spirituale consiste nell’avere un ardente desiderio di ricevere il Sacramento dell’Eucaristia e la grazia santificante che dona; un teologo gesuita del XVI secolo così la spiegava: «come quando uno ha una gran fame, divora la carne con gli occhi, così bisogna divorare con gli occhi dello spirito quella Carne celeste» (Manuel Rodriguez, Pratica della perfezione cristiana, II, 8, 15).

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L’efficacia del desiderio procedente dalla fede può supplire all’atto del Sacramento; sappiamo, per esempio, che se il battesimo con l’acqua è impossibile, il battesimo di desiderio è una porta aperta per la salvezza. La comunione spirituale deve necessariamente essere fatta in stato di grazia, perché è manifestazione di un desiderio spirituale alimentato da una fede viva; chi si comunicasse spiritualmente in stato di peccato mortale e con la decisione di restarvi, commetterebbe un altro peccato e non riceverebbe alcun frutto spirituale.

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Nella presente situazione, chi fosse conscio di essere in peccato mortale, prima della comunione spirituale deve fare un atto di contrizione perfetto, per esempio recitando l’Atto di dolore, con il quale si riconoscono le proprie colpe davanti a Dio e si rinunzia ad ogni attaccamento al peccato; la contrizione è perfetta anche perché include necessariamente il fermo proposito di ricevere appena possibile il Sacramento della Confessione. L’atto della comunione spirituale può essere compiuto pregando con parole spontanee, oppure recitando una delle formule consuete; una delle più conosciute è quella composta da sant’Alfonso Maria de’ Liguori, facilmente reperibile anche in internet. Ricordiamoci che il momento privilegiato per la Comunione spirituale è il tempo della Messa; ci si può associare all’ora in cui essa è celebrata.

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Questo tipo di devozione deve essere soprattutto un complemento alla nostra Comunione abituale e può aiutare nei periodi in cui è più difficile accostarsi ai Sacramenti; in tempi normali questo può succedere per esempio a causa di una malattia o durante le vacanze. Se le disposizioni interiori sono perfette, gli effetti della comunione spirituale saranno identici o perfino migliori di quelli di una Comunione sacramentale fatta distrattamente.

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Si racconta di sant’Angela Merici che, quando le era interdetta la Comunione giornaliera, ella vi suppliva con delle frequenti comunioni spirituali durante la Santa Messa e talvolta ella si sentiva inondata di grazie simili a quelle che avrebbe ricevute se si fosse comunicata con le specie sacramentali. La comunione eucaristica d’altronde non produce immancabilmente un accrescimento della grazia abituale, poiché quest’ultimo è legato alle disposizioni interiori di chi si comunica, le quali possono anche impedire l’effetto spirituale del Sacramento ricevuto: per esempio, il distratto automatismo con cui tanti si comunicano spensieratamente non apporta loro alcun beneficio reale, bensì una colpa supplementare.

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Fino ad un recente passato, la Comunione sacramentale era molto rara e il ricorso alla comunione spirituale era molto frequente. Se in passato si facevano poche comunioni sacramentali e frequenti comunioni spirituali, oggi si fanno fin troppo le comunioni sacramentali (spesso anche distrattamente o, peggio, indegnamente), senza la indispensabile disposizione spirituale. La presente rarefazione della Santa Comunione sacramentale è una occasione per riscoprire la pratica della comunione spirituale, in attesa di poter ritornare agevolmente a ricevere la Santa Comunione sacramentale.

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Ricordati il senso, il valore e il modo della comunione spirituale, occorre poi notare che siamo già entrati nella Settimana Santa e che uno dei precetti generali della Santa Chiesa è confessarsi e comunicarsi almeno a Pasqua, cioè entro la prossima Pentecoste, questo anno celebrata il 31 maggio prossimo. Poiché nessuno sa quando potranno essere celebrate di nuovo le Sante Messe con il popolo è urgente favorire come possibile i fedeli a confessarsi e a ricevere la Santa Comunione sacramentale fuori della Messa, modalità peraltro prevista e praticata a certe condizioni pure in tempi normali. Del resto, nelle chiese rimaste aperte il Clero continua a offrire ogni giorno il sacrificio dell’Eucaristia, anche per poterla donare ai moribondi come Viatico e a tutti i fedeli che si trovano nella disposizione di riceverla; i beni spirituali di prima necessità devono rimanere sempre disponibili, visto che lo sono quelli materiali indispensabili.

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Molti Vescovi e sacerdoti si sono già attivati perché i loro fedeli in tutta sicurezza possano confessarsi e comunicarsi nel tempo pasquale e speriamo che siano molti quelli che ne potranno beneficiare. A tal proposito segnalo che nei giorni scorsi la Presidenza del Consiglio dei Ministri ha modificato in senso meno restrittivo le norme date in precedenza dal Ministero dell’Interno, stabilendo che:

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«L’accesso ai luoghi di culto è consentito, purché si evitino assembramenti e si assicuri tra i frequentatori la distanza non inferiore a un metro. È possibile raggiungere il luogo di culto più vicino a casa, intendendo tale spostamento per quanto possibile nelle prossimità della propria abitazione. Possono essere altresì raggiunti i luoghi di culto in occasione degli spostamenti comunque consentiti, cioè quelli determinati da comprovate esigenze lavorative o da necessità e che si trovino lungo il percorso già previsto, in modo che, in caso di controllo da parte delle forze dell’ordine, si possa esibire o rendere la prevista autodichiarazione».

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La strada è dunque aperta perché anche in tempo di pandemia almeno una volta nel tempo di Pasqua i fedeli ricevano i sacramenti pasquali. La comunione spirituale invece è possibile ogni giorno e anche più volte al giorno, specialmente quando il fedele si unisce spiritualmente alla santa Messa celebrata in una determinata chiesa, guardando la telecronaca diretta trasmessa con un mezzo televisivo. Soprattutto a Pasqua la Chiesa non chiude ma rimane Aperta.

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Sansepolcro (Arezzo), 6 aprile 2020

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AVVISO AI LETTORI

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2020/03/zanchi-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Redazione https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Redazione2020-04-07 18:21:512021-04-27 19:27:11«Chiesa Aperta» (dalla XIV alla XVI puntata) — Tre meditazioni alle porte di un Triduo Pasquale a suo modo unico nella storia della Chiesa: una Chiesa sempre aperta costretta in questo momento a celebrare a porte chiuse

«Chiesa Aperta» (XIII puntata) — Per motivi di sicurezza sono state sospese le celebrazioni, ma la Chiesa non ha mai sospesa la carità

4 Aprile 2020/in Attualità, I nostri video/da Redazione
— i Padri de L’Isola di Patmos vicini ai fedeli in questa quarantena —

«CHIESA APERTA» (XIII puntata) — PER MOTIVI DI SICUREZZA SONO STATE SOSPESE LE CELEBRAZIONI MA LA CHIESA NON HA MAI SOSPESA LA CARITÀ

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Offriamo ai nostri Lettori questo nuovo prezioso video del nostro stimato confratello Giovanni Zanchi, presbitero della Diocesi di Arezzo, affinché possa fungere anche da efficace e sapiente antidoto a tutti coloro che purtroppo, in questo momento di straordinaria crisi ed emergenza, non hanno trovato di meglio da fare che polemizzare, spesso anche in toni duri e aggressivi, contro le decisioni prese dai nostri vescovi per motivi di sicurezza a tutela della salute pubblica: sospendere le sacre celebrazioni e in molti casi chiudere le chiese. Ricordiamo che la Chiesa, nei momenti di crisi ed emergenza, non è mai stata salvata dalle polemiche di coloro che si ergono in tutti i tempi ai più fedeli tra i fedeli o ai più puri tra i puri, ma dall’unità. Qualcuno ha scritto in questi giorni che «i vescovi stanno suicidando la Chiesa italiana». Purtroppo non ha capito niente dell’essenza della fede cattolica: la Chiesa “si suicida” attaccando i vescovi, anziché seguirli e sostenerli in un momento di così grave prova. 

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RIPRESE VIDEO E MONTAGGIO A CURA DELLA EMITTENTE TELESANDOMENICO (AREZZO)

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TESTO DEL VIDEO

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I testi del Padre Giovanni Zanchi, direttore del Centro Pastorale Culto Divino della Diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro, non sono stati pensati come articoli ma come testi audio-narrativi. Abbiamo provveduto a trascrivere il testo audio per i nostri Lettori.

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Giovanni Zanchi

Benvenuti alla XIII puntata di Chiesa Aperta!

Il filmato appena visto è testimonianza della Chiesa Aperta anche in tempo di pandemia e che non si accontenta di tenere aperte solo le chiese di pietra e mattoni, ma si inventa mille modi per restare vicina alla nostra gente.

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In questa umile rubrica televisiva ho già segnalato alcune di tali forme emergenziali di presenza ecclesiale, sia per quanto riguarda la Liturgia, sia per la catechesi. Stavolta segnalo alla vostra attenzione l’impegno caritativo della Chiesa italiana, impegno già molteplice e diffuso in tempi normali e continuato anche durante questa calamità. Accenno a questo argomento perché con rammarico constato che i mezzi di comunicazione di massa, specialmente le televisioni nazionali, non mettono in rilievo l’attuale impegno caritativo dei cattolici.

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I notiziari delle grandi reti televisive ogni giorno preferiscono evidenziare i balletti e le canzonette diffusi a titolo di consolazione e incoraggiamento dai nomi più o meno noti del mondo dello spettacolo, piuttosto che le belle storie di carità germogliate all’ombra delle chiese rimaste aperte; come se in quest’ora tragica dovessimo attingere speranza e conforto dalla distrazione del divertimento di massa, invece che dall’impegno nella solidarietà che ha nella carità cristiana il suo fondamento di senso e il suo culmine operativo!

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Per raccontare l’attuale attività caritativa dei cattolici italiani ci sarebbe solo l’imbarazzo della scelta e la durata giornaliera di questa rubrica non lo permette. Del resto, chi vuole informarsi sull’attuale e fuori dell’ordinario impegno caritativo dei cattolici italiani può tenersi aggiornato tramite internet e particolarmente sul portale intitolato Chi ci separerà edito dalla Conferenza Episcopale Italiana. Mi limito in questa sede a fare alcune sottolineature.

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Prima sottolineatura: durante la pandemia i nostri vescovi hanno sospeso le Liturgie con il popolo, ma nelle chiese rimaste aperte i sacerdoti continuano a celebrare la Santa Messa e i fedeli possono pregare singolarmente. Allo stesso modo, durante la pandemia i servizi caritativi offerti dai cattolici italiani continuano a svolgersi, anche se con modalità diverse e prudenziali; per quanto possibile, nessuno è stato abbandonato e anzi sono nate nuove forme di esercizio della carità verso i bisognosi e la Chiesa italiana ha già destinato milioni di euro dai proventi dell’8xmille per sostenere la popolazione in difficoltà. Dunque, come continua la Liturgia, così continua la carità e non potrebbe essere altrimenti, considerati gli stretti legami intercorrenti fra Liturgia e carità. La Liturgia infatti è «il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia» (Sacrosanctum Concilium 10); assimilati a Cristo mediante l’azione liturgica, i cristiani si spendono in «tutte le opere di carità, di pietà e di apostolato» e manifestano così di essere «la luce del mondo e rendono gloria al Padre dinanzi agli uomini» (cf Ibidem 9). Questo sia ricordato senza polemica anche a coloro che protestano per la sospensione delle Sante Messe con il popolo, ma non dimostrano altrettanta preoccupazione per come sia possibile continuare a far la carità in mezzo alle attuali difficoltà.

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Seconda sottolineatura: La carità cristiana si distingue dalla semplice solidarietà, perché la carità è la manifestazione dell’amore di Dio riversato nei cuori dei credenti mediante Gesù Cristo e lo Spirito Santo (cf Rom 5, 5). Per questo la elemosina che i cristiani elargiscono specialmente nel tempo della Quaresima, è frutto della preghiera e del digiuno. È doveroso notare che anche la sensibilità sociale verso la solidarietà umana è un frutto delle misconosciute radici cristiane della nostra cultura; ad esempio, gli Ospedali sono stati inventati dai cristiani. Ciò comporta che più la società si scristianizza e meno solidarietà umana si manifesta all’interno della società.

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Terza sottolineatura: i cristiani non hanno mai sospeso l’esercizio delle opere di carità durante le calamità, anzi l’hanno sempre intensificato. Già gli antichi pagani erano impressionati dal comportamento dei cristiani durante le epidemie: mentre i pagani fuggivano pensando solo a sé stessi, i cristiani si sostenevano l’un l’altro e aiutavano il prossimo fino a rischiare la vita per amore di Dio. Come allora così oggi: cominciano a circolare notizie su come i cattolici cinesi di Wuhan si sono spesi per aiutare il prossimo nella loro Città devastata dall’epidemia, dando esempi di carità eroica.

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Concludo: i Vescovi che devolvono una mensilità del proprio sostentamento per il pronto soccorso degli ammalati, il personale e i volontari delle Misericordie, della Caritas, di tutti gli altri Enti e Associazioni cattolici di beneficenza, i medici e il personale degli Ospedali e delle Case di cura cattolici, eccetera, eccetera, eccetera … e tutti quelli che li sostengono spiritualmente e materialmente, sono la Chiesa rimasta Aperta anche durante la pandemia. Li accompagniamo tutti con la nostra preghiera, li sosteniamo con le nostre donazioni e, come atto di riconoscenza, diciamo a tutti loro: “Dio vi rimeriti!”.

A risentirci alla prossima puntata di Chiesa Aperta.

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Sansepolcro (Arezzo), 2 aprile 2020

 

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2020/03/zanchi-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Redazione https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Redazione2020-04-04 16:00:542021-04-20 18:03:47«Chiesa Aperta» (XIII puntata) — Per motivi di sicurezza sono state sospese le celebrazioni, ma la Chiesa non ha mai sospesa la carità

Difendiamo il Sommo Pontefice Francesco dai lanciafiamme dei mariolatri assetati di nuovi dogmi mariani: «Maria non è corredentrice»

3 Aprile 2020/86 Commenti/in Attualità/da Padre Ariel

— attualità ecclesiale —

DIFENDIAMO IL SOMMO PONTEFICE FRANCESCO DAI LANCIAFIAMME DEI MARIOLATRI ASSETATI DI NUOVI DOGMI MARIANI: «MARIA NON È CORREDENTRICE»

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Detto questo preferisco soprassedere su un altro piagnisteo collegato strettamente da questi devoti alla corredenzione: «… le cose stanno andando male perché non si è fatta la solenne e universale consacrazione al Cuore Immacolato di Maria!». E dico che preferisco soprassedere perché sono un modesto teologo, molto modesto e forse anche parecchio ignorante, però, per quanto ignorante io possa essere, non intendo occuparmi di magia e di auspicate soluzioni magiche, giocate a botte di apparizioni e veggenti inseriti nel mistero della rivelazione subito dopo il Prologo del Vangelo del Beato Apostolo Giovanni, se non addirittura prima.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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PDF  articolo formato stampa

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l’opera di San Luigi Maria Grignon da Montfort

Apro con un esempio e una domanda: perché i Francescani dell’Immacolata ebbero vari problemi, pure se elevati da una certa frangia di mondo cattolico a vittime, rese tali – a loro dire – perché celebravano la Santa Messa col Vetus Ordo Missae? In verità non era questione di latinorum, come affermano coloro che dinanzi a un Dominus vobiscum perdono il lume della ragione, convinti che Il Signore sia con voi non abbia affatto la stessa valenza e potenza salvifica.

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Tra i problemi sorti in questa benemerita e giovane Congregazione, non solo vi era una mariologia teologicamente discutibile, ma il fatto che costoro dessero per scontata l’esistenza di un dogma che la Chiesa non ha mai proclamato e che si è ripetutamente rifiutata di proclamare: il dogma di Maria corredentrice. E chiunque sia libero da pregiudizi costruiti su umori e passioni personali, dovrebbe sapere che dare per esistente un dogma mai proclamato, è più grave che negare un dogma definito. Soprassediamo a tal proposito su Radio Maria e le catechesi del Padre Livio Fanzaga, perché mai, specie alle porte della imminente Settimana Santa, è opportuno sparare raffiche di mitra sulla croce rossa.

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Nella omelia di questa mattina, il Sommo Pontefice Francesco è tornato ad accennare alla figura della Beata Vergine, respingendo la insistente e persistente richiesta della proclamazione del dogma di Maria corredentrice. Poco dopo, la casella di posta elettronica della nostra redazione è stata subissata di email, in non poche delle quali si urla «al Bergoglio eretico e anticristo», con tutti gli annessi e connessi: «luterano, apostata, antipapa» e via dicendo a seguire …

Il discorso di “Maria corredentrice” non è faccenda bergogliana, ma faccenda molto vecchia. Basterebbe rammentare a certi assetati di nuovi dogmi, con relativi insulti rivolti quasi di prassi al Pontefice regnante, che numerosi Sommi Pontefici, a partire dal Beato Pio IX, per seguire col Santo Pontefice Pio X, appresso il Venerabile Pontefice Pio XII, infine i Santi Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II, per seguire infine col Venerabile Benedetto XVI, si sono sempre rifiutati di proclamare il dogma di Maria corredentrice. Il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, che il motto mariano «Totus tuus» lo aveva persino inserito nel proprio stemma pontificio, mostrando infine evidente fastidio per questa ciclica insistenza, disse in tono risoluto che non voleva più sentir parlare di questa questione nel corso del proprio pontificato.

Tutti questi Sommi Pontefici erano devotissimi alla Madonna, in particolare San Pio X, Pio XII e San Giovanni Paolo II. Però, al tempo stesso, non hanno mai mancato di replicare e precisare che attraverso il mistero dell’incarnazione del Verbo, Maria ha cooperato alla redenzione e che, detto questo, non era necessario proclamarla corredentrice con una definizione dogmatica. 

Dal punto di vista teologico e dogmatico, il concetto stesso di Maria corredentrice crea anzitutto grossi problemi alla cristologia, col rischio di dare vita a una sorta di “quatrinità” e di elevare la Madonna, che è creatura perfetta nata senza macchia di peccato originale, a ruolo di vera e propria divinità. Cristo ci ha redenti col suo sangue prezioso umano e divino, mentre Maria, ricoprendo un ruolo straordinario nella storia della economia della salvezza, ha cooperato alla nostra redenzione. Dire invece corredentrice equivarrebbe a dire che siamo stati redenti da Cristo e da Maria. Chiariamo: Cristo salva, Maria intercede per la nostra salvezza. E, come capite, non è una differenza di poco conto, salvo creare in caso contrario una religione diversa da quella nata sul mistero dell’incarnazione del Verbo di Dio.

Questa mattina il Sommo Pontefice, con parole sue, non ha fatto altro che ribadire ciò che già hanno espresso e chiarito i suoi Sommi Predecessori nel corso degli ultimi due secoli di storia della Chiesa. Parole dinanzi alle quali già conosciamo la replica: «… ma San Luigi Maria Grignon de Montfort dice … ma la tal Madonna, apparendo in quello o quell’altro luogo, ai veggenti ha detto e chiesto … ma … ma … ma …». Credetemi: dispiace davvero dover chiarire che San Luigi Maria Grignon de Montfort non ha scritto un trattato di alta teologia ma un trattato sulla vera devozione a Maria. I grandi trattati sulla mariologia, toccando le più delicate sfere della dogmatica, li hanno scritti San Bernardo di Chiaravalle, San Tommaso d’Aquino, il Beato Duns Scoto … E i loro illuminati trattati dogmatici hanno costituito poi nei secoli il presupposto per la proclamazione dei dogmi mariani della immacolata concezione di Maria e della sua assunzione al cielo. Dogmi la cui definizione ha richiesta una gestazione durata secoli, caratterizzata da lunghe e accese polemiche tra teologi e tra scuole teologiche diverse.

È presto detto che dinanzi al «… ma San Luigi Maria Grignon de Montfort dice che …», è d’obbligo replicare alla luce del deposito della fede cattolica, perché sappiamo sì, cosa dice e auspica questo Santo, ma l’autorità di Pietro è di gran lunga superiore a quella del buon Montfort, perché si tratta di un’autorità che si regge su uno dei dogmi che stanno a fondamento costitutivo della Chiesa stessa:

«E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli» [Mt. 16, 18-19].

Con le parole pronunciate dal Sommo Pontefice questa mattina, posto che non è la prima volta che fa riferimento alla “corredentrice”, ogni richiesta, strepito e piagnisteo è chiuso, persino con buona pace di San Luigi Maria Grignon de Montfort e il suo sublime trattato sulla vera devozione alla Beata Vergine Maria, persino con buona pace di chi strepita ai nostri giorni via radio …

Detto questo preferisco soprassedere su un altro piagnisteo collegato strettamente da questi devoti alla corredenzione: «… le cose stanno andando male perché non si è fatta la solenne e universale consacrazione al Cuore Immacolato di Maria!». E dico che preferisco soprassedere perché sono un modesto teologo, molto modesto e forse anche parecchio ignorante, però, per quanto ignorante io possa essere, non intendo occuparmi di magia e di auspicate soluzioni magiche, giocate a botte di apparizioni e veggenti inseriti nel mistero della rivelazione subito dopo il Prologo del Vangelo del Beato Apostolo Giovanni, se non addirittura prima. E non posso occuparmi di questo, perché quello del mago non è il mio mestiere …

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dall’Isola di Patmos, 3 aprile 2020

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2019/01/padre-Aiel-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Ariel https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Ariel2020-04-03 15:31:302024-01-27 21:48:10Difendiamo il Sommo Pontefice Francesco dai lanciafiamme dei mariolatri assetati di nuovi dogmi mariani: «Maria non è corredentrice»

È morto Antonio Livi assieme al Santo Pontefice Giovanni Paolo II autore della Enciclica Fides et Ratio

2 Aprile 2020/1 Commento/in Attualità/da Redazione

È MORTO ANTONIO LIVI ASSIEME AL SANTO PONTEFICE GIOVANNI PAOLO II AUTORE DELLA ENCICLICA FIDES ET RATIO

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Questa mattina è morto Antonio Livi, presbitero romano e ultimo teologo della Scuola teologica romana. I Padri de L’Isola di Patmos affidano un commento in suo ricordo ad Ariel S. Levi di Gualdo.

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Autore
I Padri de L’Isola di Patmos

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Antonio Livi, accademico della Pontificia Università Lateranense

Riposi in pace il nostro confratello Antonio Livi, toscano-pratese di nascita, presbìtero romano, filosofo e teologo, ultimo grande esponente della Scuola teologica romana, tornato alla Casa del Padre questa mattina.

Il nostro confratello, 82 anni, da tempo era ammalato di tumore al cervello. La sua morte non è in alcun modo ricollegabile alla pandemia in corso.

Tra i fondatori di questa nostra rivista nata nell’ottobre del 2014, Antonio Livi fu l’autore del sottotitolo che accompagna L’Isola di Patmos: «Il luogo dell’ultima rivelazione». Fu infatti in quest’isola dell’Egeo che il Beato Apostolo, noto anche come l’Aquila, scrisse il Libro dell’Apocalisse.

Chi ha conosciuto Antonio Livi a fondo, sa che la cosa peggiore che gli si potrebbe fare è l’apologia del Caro Estinto. O com’ebbe a dirmi lui stesso in un’occasione col suo cinismo tipicamente toscano:

«Quando muore un prete, lo si piange due giorni, facendo finta, ovviamente. Poi, a partire dal terzo giorno, ci si rallegra perché si è tolto di mezzo».

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Inutile ricordare il suo curriculum accademico, perché una volta detto che Antonio Livi era l’ultimo esponente della Scuola teologica romana, con ciò è stato detto tutto.

Antonio Livi con il Sommo Pontefice Benedetto XVI in visita alla Pontificia Università Lateranense

Amabile come persona e al tempo stesso carattere a volte impossibile. Con lui dialogare voleva dire alla fine litigare. Tanto che una volta gli dissi: «Quando avrai finito di litigare con tutti, a quel punto comincerai a litigare con te stesso». E quando una volta, in tono di lamentela mi disse: «… sai, dicono in giro di me che io sia permaloso». Replicandogli in modo sfottente dissi: «Non mi dire! Calunnie, orribili calunnie. Tu permaloso in modo, per così dire … ordinario? No, tu sei più permaloso di una scimmia cappuccina!».

Ha voluto bene a me e io a lui, ci siamo voluti bene litigando. Una volta ci “scotennammo” per il classico malinteso: io scrissi che senza il supporto storico il dogma sarebbe rimasto campato in aria, essendo il dogma anche frutto di una precisa storia, a volte persino di una precisa politica che aiuta a comprendere come si è giunti alla sua solenne definizione. Lui decise di capire fischi per fiaschi — perché in quel momento aveva bisogno psicofisico di litigare con qualcuno — e mi dette dello storicista e del cripto-modernista. Al ché io presi a sfottere la sua logica aletica, un suo cavallo di battaglia; e la cosa andò avanti per settimane. Poi intervenne l’anziano Brunero Gherardini che disse all’uno e all’altro: «Mi sembrate due cani che mordono lo stesso osso!». Questo era Antonio Livi, per questo affermo che beatificarlo oggi nel giorno della sua morte, vorrebbe dire recargli davvero ingiuria.

Antonio Livi

La morte giunge sempre silente, però, a suo modo, a volte parla: Antonio Livi è morto il 2 aprile, nello stesso giorno in cui morì il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, sotto il quale collaborò alla stesura della celebre Enciclica Fides et Ratio, che s’è portata nel cuore per tutta la sua vita. Noi sapevamo del suo prezioso contributo dato alla stesura di questa Enciclica, ma lui non lo diceva e mai se n’è gloriato. Sicché non solo litigioso e permaloso, ma anche umile e discreto servitore della Chiesa e del papato. 

Alla casualità non crediamo, anzi immaginiamo da chi la sua anima è stata accolta. E forse, Giovanni Paolo II, accogliendolo col sorriso sornione tipicamente suo e con l’ironia propria del suo carattere, può essere che gli abbia detto: «Antonio, adesso puoi finalmente rilassarti, perché hai finito di litigare, dopo avere sperimentata sulla tua pelle, nel corso della tua malattia, anche l’essenza di un’altra mia celebre Lettera Apostolica: la Salvifici Doloris».

E forse, il dolore che negli ultimi anni ha sofferto, lo ha purificato come un nuovo Battesimo, aprendogli le porte al premio della beatitudine eterna.

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Ariel S. Levi di Gualdo

Dall’Isola di Patmos, 2 aprile 2020

in memoria di Antonio Livi

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Parroci sull’orlo di una crisi di nervi: ci si può dimettere dal servizio a quel Popolo di Dio affetto da dura cervice già dai tempi dell’Antico Testamento?

1 Aprile 2020/7 Commenti/in Attualità/da Padre Ivano
— la Chiesa e la grave emergenza coronavirus —

PARROCI SULL’ORLO DI UNA CRISI DI NERVI: CI SI PUÒ DIMETTERE DAL SERVIZIO A QUEL POPOLO DI DIO AFFETTO DA DURA CERVICE GIÀ DAI TEMPI DELL’ANTICO TESTAMENTO? 

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Con quale infantile presunzione pretendiamo di risollevare la situazione in molte parrocchie che sono diventate oramai un incubo? Non certamente appaltandole al primo movimento ecclesiale che passa, con il risultato di elevare ipso facto, la parrocchia a prelatura personale di qualche super laico o di qualche veggente settarista con clan a seguito. Ecco che allora bisogna bandire quell’atteggiamento pelagiano anti-salvifico che insiste sulle cose, sulle strategie e sulle persone per riportare al centro la grazia divina che restituisce a Dio ciò che è suo.

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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PDF  articolo formato stampa.

 

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dipinto di Giovanni Segantini intitolato “A Messa prima” del 1885 

Voglio commentare con voi la lettera di un confratello sacerdote ― apparsa domenica 29 sul blog del noto vaticanista Marco Tosatti [Vedere testo integrale, QUI] ― che mi è parsa utile per affrontare alcuni temi in materia di fede, dato che questo confratello comunica di aver preso la dolorosa decisione di rassegnare le dimissioni dall’ufficio di parroco. Un gesto del genere non è molto comune nell’ambito del clero: nessun sacerdote lascia di buon grado la parrocchia che gli è stata affidata dal vescovo diocesano se non per gravi e comprovati motivi. Per tale ragione, analizzando punto dopo punto la lettera, mi soffermerò su alcuni elementi che ritengo interessanti, cercando di chiarire e rispondere a quelle suggestioni che possono nascere nel cuore di un lettore credente, evitando la tentazione di cadere in facili giudizi ma nello stesso tempo senza nascondere una sana critica ai fatti così come sono stati presentati.

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«Ho rassegnato le mie dimissioni da parroco al mio Vescovo: non mi sento più in sintonia con un servizio che non ritengo rispettoso di quello che, come parroco, dovrei garantire: il cammino spirituale della comunità».

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Per quanto la cosa possa apparire strana a coloro che non conoscono le leggi della Chiesa, un parroco può lasciare il suo ufficio pastorale e riconsegnare la parrocchia nelle mani del vescovo diocesano a norma del canone 1740 del Codice di Diritto Canonico. Questo canone prevede che: «Quando il ministero pastorale di un parroco per qualche causa, anche senza sua colpa grave, risulti dannoso o almeno inefficace, quel parroco può essere rimosso dalla parrocchia da parte del Vescovo diocesano». Tra le possibili cause ― così come apprendiamo dalla lettera ― si possono annoverare anche quelle legate a una crisi di coscienza, che implicano anche il foro interno non sacramentale. Questo determina un problema non solo in ambito giuridico ma anche morale. Di fronte a una crisi di coscienza del sacerdote ci può essere il ragionevole dubbio di veder pregiudicato il corretto lavoro pastorale tanto da turbare la serenità dei fedeli.

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La rinuncia dall’incarico pastorale di parroco, però, non significa abdicare al mandato ricevuto da Cristo con la sacra ordinazione, si resta sempre sacerdoti a servizio della Chiesa, ricoprendo però altri uffici. L’accoglimento della rinuncia spetta al vescovo diocesano e, sebbene costituisca una scelta non facile per un pastore, è comunque sempre ordinata da buon senso e alla salvaguardia della salute spirituale dei fedeli e del sacerdote che viene rimosso.

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«Sono convinto che oggi, il richiamo a certi valori che ci vengono insegnati dal Vangelo, nella grande maggioranza dei casi sia ampiamente disatteso: spesso disatteso dai pastori stessi, che non trovano più la voglia, né tanto meno lo stimolo per cercare un metodo diverso di annuncio; disatteso dalla stragrande maggioranza della popolazione che, pur dichiarandosi cristiana, sembra essersi adattata ad una vita spesso priva di un qualsiasi impegno nella comunità e nella Chiesa; e disatteso anche dalla stessa Chiesa (preti, vescovi, operatori pastorali), perché nessuno sembra cercare qualche soluzione per ridare un volto nuovo a questo nostro stanco cristianesimo che ormai sembra l’ombra di quello voluto da Gesù Cristo: la gente crede in quello che vuole, non è più il Vangelo il centro della vita delle persone».

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Affermare l’incoerenza della Chiesa militante è scoprire l’acqua calda. Incoerenti e superficiali lo siamo un po’ tutti, lo furono anzitutto gli Apostoli e Pietro ― il primo Papa ― che non fu solo un rinnegatore ma anche un timoroso voltagabbana, stando alla suggestiva narrazione di tradizione apocrifa del Quo Vadis.  Perciò la constatazione dell’incoerenza della comunità cristiana non è cosa nuova, anzi è riconducibile all’episodio parabolico del Vangelo che parla di grano buono e di zizzania [cf. Mt 13,24-30; 36-43]. In questa parabola vediamo bene, così come ha insegnato Sant’Agostino, che la Chiesa è una corporazione mista di credenti ― un corpus permixtum ― che accoglie in sé giusti e peccatori, coerenti e incoerenti. Le cui intenzioni si possono manifestare attraverso gesti di santità o di l’iniquità e tutto questo sempre sotto le apparenze di una fede professata alla luce del sole. Questo aspetto di santità e peccato ci riconduce al cosiddetto mysterium iniquitatis, quel mistero di iniquità che conosciamo attraverso la disobbedienza originale e che si manifesta attraverso tante miserie che non facciamo fatica a elencare nella comunità dei credenti. Ciò può costituire per un sacerdote motivo di scoraggiamento e di sofferenza ma non può essere motivo sufficiente per gettare la spugna e ritirarsi. Non riesco a individuare realtà prettamente umana che non conosca la fragilità e l’incoerenza, e penso ai tanti fratelli che sperimentano questa incoerente fragilità non solo nella vita privata e familiare ma anche nello svolgimento del proprio lavoro quotidiano. La Chiesa è sì peccatrice ma quello che più conta è santa per la presenza di Colui che la rende tale. La santità della Chiesa consiste nell’adesione alla fedeltà di Cristo suo sposo e nella volontà di raggiungere tutti per portare a tutti la salvezza.

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Quando il sacerdote ha raggiunto il limite della sopportazione e ha esaurito la propria pazienza, vedendo che il suo lavoro porta pochi frutti [cf. Lc 5,5], egli è chiamato ad andare avanti, conscio che la Chiesa ― quindi anche la parrocchia ― è nelle mani di Cristo, rimane il suo Corpo e forma con Lui un solo soggetto, partecipe di quella mediazione di grazia che agisce nonostante la debolezza, il male e il peccato. È bene ricordare sempre questa mediazione della grazia di Cristo sulla Chiesa altrimenti si rischia di soccombere davanti al male e di cadere vittima di una sorta di pelagianesimo che sposta il baricentro da Dio alle strutture, da Dio alle pianificazioni pastorali, da Dio alla persona del sacerdote. E sul rischio del pelagianesimo pratico si possono fare altri chiarimenti proprio a partire da quella parte di lettera in cui si dice che non esiste più nei pastori il desiderio di annunciare il Vangelo attraverso una corretta metodologia e strategia pastorale.

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È vero, c’è una certa pigrizia spirituale nel clero, ma che non è diversa da quella che troviamo anche nei fedeli laici. In questa mediocrità non ci sono vincitori, tutti siamo ahimè a pari merito, ma soprattutto siamo tutti sconfitti. Tale pigrizia è suscitata dal fatto che abbiamo scientemente abbassato l’asticella del kerigma presentandolo non come un’azione salvifica di Dio attraverso suo Figlio ma come una fratellanza universale in cui la Chiesa è identificata in una grande comune hippy tutta peace and love e dove i sacramenti sono i riti di passaggio che accompagnano i neofiti fino alla maturità liberale che può fare tranquillamente a meno della salvezza e del suo salvatore. Di tale effetto siamo responsabili noi sacerdoti che per la paura di vedere le chiese vuote ― che tali sono rimaste ― e per essere più digeribili al mondo ci siamo riciclati e abbiamo permesso ai nostri fedeli di passare sopra tutto, anche sopra le cose più sacre. Ma dopo che le perle sono state calpestate dai porci e i cani hanno divorato le cose sante [cf. Mt 7,6] che cosa si può fare di più? Nulla, solo contemplare le macerie.

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Con quale infantile presunzione pretendiamo di risollevare la situazione in molte parrocchie che sono diventate oramai un incubo? Non certamente appaltandole al primo movimento ecclesiale che passa, con il risultato di elevare ipso facto, la parrocchia a prelatura personale di qualche super laico o di qualche veggente settarista con clan a seguito. Ecco che allora bisogna bandire quell’atteggiamento pelagiano anti-salvifico che insiste sulle cose, sulle strategie e sulle persone per riportare al centro la grazia divina che restituisce a Dio ciò che è suo. Perché solo ed esclusivamente ribadendo il kerigma originario, quello apostolico, sine glossa è possibile ripartire, facendo di questo annuncio l’unico mezzo autentico di salvezza, attraverso cui si predica, si educa, si insegna, si agisce e si eleva la preghiera gradita a Dio.

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Altra cosa importante da sapere è che il lavoro apostolico procede a tappe, così come una corsa a staffetta: io raccolgo quello che altri hanno precedentemente seminato [cf. Gv 4,37-38] oppure io semino quello che altri dopo di me saranno chiamati a raccogliere. Come sacerdote non posso pretendere di condurre tutto da solo, sia la seminagione che il raccolto. Saggezza vuole che io riconosca il mio posto, facendo in parrocchia quello che è giusto fare nel tempo che mi è stato concesso dal Signore. Se faccio la mia parte in scienza e coscienza non avrò a rimproverarmi nulla. La vigna non è mia ma è del Signore, ed è Lui che i fedeli devono percepire, o pensiamo forse che il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo non si siano venuti a trovare ― dall’origine del mondo ad oggi ― con teste dure e ribelli, forse anche peggiori di coloro che affollano oggi le nostre comunità? Stando alla prova dei fatti, non mi risulta che la Chiesa sia ancora scomparsa o che i preti si siano lasciati andare alla disperazione tanto da disertare in massa questo popolo dalla dura cervice.

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A volte un narcisismo sottile che si esprime attraverso il personalismo ecclesiastico conduce alla corruzione della figura del sacerdote facendolo diventare il padrone della vigna anziché l’umile lavorante. Di conseguenza le frustrazioni rivelano come l’uomo – sacerdote compreso – non è onnipotente e che quello che presumeva di poter fare conosce il realismo della sconfitta.

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«La religiosità è cambiata, è sotto gli occhi di tutti, ma noi continuiamo con gli stessi schemi del passato e non ci accorgiamo di non riuscire più ad incidere sulle coscienze: rimane poco spazio per Dio, se non un Dio vago lassù nell’alto, da tenere buono con una messa e … tutto finisce lì!».

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La religiosità non è cambiata ma è proprio scomparsa perché è mutata la percezione del sacro che vi era sottesa. E questo grazie a quella tendenza narcisistica, presente anche tra gli uomini di Chiesa, che hanno smesso di adorare Dio per finire a adorare la propria persona e vivere come un outsider senza doveri, come eterni adolescenti. Sicché, il ripercorrere cliché obsoleti è un modo illusorio per darsi da fare, che non porta a nulla, perché si continua a restare nell’idolatria alla propria persona, alle proprie idee, ai propri schemi, alle proprie testardaggini.

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Non dico nulla di nuovo quando affermo che molte liturgie sono diventate l’esaltazione idolatrica del sacerdote celebrate o della comunità parrocchiale. Quando al posto di Dio si mette l’uomo, i fedeli non sono più in grado di credere, adorare e pregare e in tutti diventa logico l’inseguimento del benessere personale immediato e un irenismo diffuso che non tocca le coscienze ma abbraccia il sentimento. Così finiamo per avere tanti bambini emotivi nella fede che affermano di seguire don Tizio o padre Caio perché sentono qualcosa o perché provano un certo benessere.   

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«La nostra società è caratterizzata da una forma gigantesca di individualismo rinchiuso su sé stesso, anche in campo pastorale: non si sente la necessità di vivere gli impegni “in comunità”: qualcuno fa e si sforza, ma lo fa da solo! E la Chiesa, la comunità cristiana, dov’è? Chiesa vuol dire assemblea, famiglia: ma dov’è? La vita di una comunità che incarna il Vangelo è tutta e solo nella messa? L’impegno cristiano si esaurisce in quei 45/50 minuti alla settimana… e poi ognuno a casa sua?».

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Oggi molti ignorano che cosa sia la Chiesa e cosa comporti essere Chiesa e vivere nella Chiesa. L’idea stessa di Ecclesiologia è messa in discussione e i diversi modelli entrano in crisi rivelando quelle ben note contraddizioni che i parroci conoscono e che danno luogo a quelle pietose rappresentazioni di Chiesa partitocratica e parlamentare. La Chiesa va bene finché si è piccoli, da adulti ci si può allontanare e fare tutte le scelte del caso, anche quelle che contraddicono un cammino di fede durato anni, senza che nessuno possa dire nulla. La Chiesa è una sposa da cui divorziare se non soddisfa e asseconda i desideri, è una madre da accusare quando non mi consente di mettere in atto la mia verità. Insomma, la Chiesa è la sintesi di ogni male, tanto che anche coloro si allontanano da essa, se vivono una fede la vivono a prescindere da una comunità ecclesiale, proclamando il mantra moderno: “Dio sì, Chiesa no”. Così, nel migliore delle ipotesi, l’ecclesiologia più in voga oggi è quella che vede la Chiesa come uno stato parallelo dove è possibile acquistare dei beni non meglio definiti e dove è possibile procurarsi attestati e documenti utili.

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«La pastorale della nostra Chiesa occidentale è quella che definisco una pastorale “a canguro”: grandi salti da un sacramento all’altro, senza nulla in mezzo che dia slancio e continuità ad un impegno serio».

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Partiamo subito da una verità: non esiste una buona pastorale senza una buona dogmatica,  o in questo nostro specifico discorso quella dogmatica sacramentaria che sta a fondamento della disciplina dei Sacramenti. Non si può infatti agire correttamente senza credere correttamente. Con la scusa della pastorale noi sacerdoti abbiamo giustificato l’ingiustificabile, abbiamo accettato l’inaccettabile, abbiamo sacrificato quanto di più sacro avevamo. Per motivi pastorali abbiamo celebrato nozze prive di validità, concesso il padrinato ad atei dichiarati, dato i sacramenti a persone che non avevano le disposizioni minime per riceverli, inventato nuovi gesti liturgici senza averne la men che minima autorità. Per i motivi pastorali abbiamo lasciato fare molte cose di cui a suo tempo ci pentiremo. Ma nessuno mai, vescovi in primis, è potuto entrare nel merito di queste scelte scriteriate chiedendone conto e ragione ai parroci. Ci siamo illusi che il portare il fedele a fare lo avrebbe condotto anche a credere ma così non è stato. Volevamo l’homo credens e ci siamo ritrovati con l’homo faber. Invece di fedeli abbiamo avuto una comunità di manutentori per la chiesa, di colf per la pulizia della casa parrocchiale, di animatori di villaggio vacanze per l’oratorio, di baby-sitter per il catechismo e l’elenco potrebbe ancora continuare a lungo. Nel momento in cui lamentiamo che lo stile ecclesiale assomiglia a quello di una Organizzazione Non Governativa…ricordiamoci dei motivi pastorali.

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La pastorale vera è un’altra cosa. Passa attraverso la rivelazione e l’educazione alla fede; si nutre del Catechismo e della vita in comune; si esercita attraverso l’ascolto attento dei pastori e il confronto con essi affinché si impari e imparando si creda. Nella fede non esistono salti, non si possono bruciare le tappe o accelerare i tempi, la conoscenza di Dio richiede tempo, anzi tutta una vita.

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«Si dà il battesimo ai piccoli, con qualche incontro coi genitori prima, ma dopo, per anni, non c’è assolutamente nulla; si riprendono per la preparazione alla Prima Comunione, spesso senza il minimo coinvolgimento della famiglia. Termina la Comunione e si assiste molto spesso all’abbandono pressoché totale di ogni pratica religiosa da parte del bambino (quello della famiglia molte volte è avvenuto già parecchi anni prima, con le scuse più impensabili!)».

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Quando una coppia chiede il Battesimo per il proprio figlio è bene rendersi conto che il soggetto del sacramento non è tanto il battezzando ma la famiglia e cioè mamma, papà, fratelli etc. Poiché il sacramento del Battesimo suppone un desiderio forte e un cammino di fede, bisogna accertare per bene l’uno e l’altro, senza scandalizzarsi se si dovessero trovare imperfezioni o manchevolezze. Sarebbe ottima cosa quindi procedere a un accompagnamento cristiano della famiglia in vista del Battesimo, spiegando bene la serietà del gesto che si intende realizzare, delocalizzando le catechesi dalla parrocchia alla casa del bambino e edificare in quel luogo una chiesa domestica come primo nucleo della fede e al fine di suscitare il desiderio di incontrare il Signore.

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Quando i genitori hanno una fede vissuta e testimoniata, tale strategia di accompagnamento serve come richiamo a consolidare e rafforzare la vita cristiana. Quando invece così non fosse, bisogna prendere del tempo e ricordare la prassi antica del battesimo la cui preparazione prevedeva un cammino di almeno tre anni, nel quale era prevista una scrutatio fidei, ossia una verificava della fede che denotasse un reale cambiamento di vita e una conversione seria a Cristo. È infatti la fede il discriminate per ricevere i sacramenti, se questa manca il sacerdote può differire tranquillamente la ricezione dei sacramenti in attesa di una risposta più matura, consapevole e generosa.

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Un discorso come il precedente può essere fatto anche per la preparazione alla Prima Comunione. Coinvolgere la famiglia nella preparazione della festa vuol dire anche riprendere con la famiglia la catechesi sul Corpo di Cristo e sul Giorno del Signore e andare a sanare e recuperare quelle crepe che si manifestano durante il tempo. Sono convinto che i bambini vengano usati dal Signore come strumento di grazia per il riavvicinamento dei loro genitori, perché a differenza dei grandi, i piccoli hanno ancora la capacità di fare le cose sul serio e di lasciarsi guidare dalla grazia.

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«Si riparte ancora per la preparazione alla Cresima e, una volta ricevuta, si assiste ad un effettivo e praticamente definitivo distacco da tutto. Se va bene se ne riparlerà poi in occasione del matrimonio, normalmente a distanza di oltre 10/15 anni. E sui matrimoni che celebriamo, stendo un velo pietoso: difficilmente sono segno della “fede” dei due sposi che ne sono i ministri, ma semplicemente l’occasione per una bella e fotografatissima festa. L’ultimo grande salto, quello definitivo lo si compie in occasione della morte!».

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Anche per la Cresima valgono le stesse indicazioni citate per il battesimo e la Prima Comunione, se non c’è fede nel giovane è meglio attendere. La decisione di differire i sacramenti dell’iniziazione cristiana va valutata molto bene insieme al vescovo che dovrebbe dialogare con il suo sacerdote, appoggiandolo e difendendolo in questa scelta di responsabilità. I sacramenti non sono un diritto e nessuno può pretendere di riceverli per forza o contro la volontà della Chiesa che vede nel munus santificandi uno tra i mandati più delicati e preziosi.

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Per quanto riguarda il matrimonio, avendo da tempo acclarato una crisi all’interno della famiglia, è necessario darsi una regolata e iniziare un discernimento serio che stringa le maglie di quel sacramento di consacrazione coniugale che deve essere preparato con la stessa serietà con cui ci si prepara alla sacra ordinazione. Non serve a nulla spingere acriticamente i giovani a contrarre frettolosamente matrimonio religioso per via della tradizione, della consuetudine o per paura della convivenza. Anche con loro si rende necessaria una scrutatio fidei, in cui il matrimonio rappresenta non la conclusione di un percorso ma il completamento di una tappa nella conoscenza di Cristo.

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È bene che i giovani arrivino al matrimonio sacramento solo dopo aver conosciuto l’amore di Cristo, che è l’unico amore che può spiegare e dare senso all’amore dei coniugi. Altrimenti nella conoscenza solo di sé stessi vivranno il matrimonio in modo chiuso, egoistico e alieno a qualsiasi alterità. Consumato tra due individualità che non saranno mai del tutto unite perché incapaci di donarsi totalmente. Questa è una delle grazie del sacramento matrimoniale: la disponibilità a lasciarsi unire da Gesù e imparare a morire vicendevolmente così come Cristo è morto per la Chiesa sua sposa.

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«Questi nostri tempi si stanno dimostrando troppo staccati da quella che è una minima rispondenza al Vangelo, che sarebbe necessaria».

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La nostra società occidentale è una società liquida, un grande brodo primordiale dove si trova tutto e il suo contrario. Se ci lasciamo distrare da questa contemporaneità liquida e non vigiliamo sulla nostra fede rischiamo di scambiare per Vangelo ciò che non lo è; e la Buona Novella per ideologia. Oggi la buona Parola di Cristo deve fare i conti con il mantra del “secondo me”, deve scontrarsi contro quel personalismo etico che non ammette concorrenti e che uniforma tutto sotto il medesimo aspetto, eliminando le differenze e livellando le gerarchie.

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«Proprio per questo ho capito che continuare a fare il parroco sarebbe stata una scelta sbagliata: non me la sento più di dare il battesimo ai piccoli, non me la sento più di garantire che i bambini siano pronti a fare la Prima Comunione, semplicemente perché credo che, quasi sempre, non lo siano affatto. Un sondaggio effettuato (credo in America) ha dato esiti drammatici: oltre il 70% dei cattolici non sa neppure cosa voglia dire la “presenza reale di Cristo” nell’Eucaristia. Non me la sento più di preparare alla Cresima, quando so benissimo che per i ragazzi il più delle volte, è l’ultimo atto di quella che sembra essere una farsa, orchestrata per loro dagli adulti fin dal battesimo».

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Questa è forse la parte della lettera più delicata, che evidenzia tutta la fragilità del sentire di questo caro confratello ma che rivela al contempo l’errore di attribuire a sé stesso l’uso errato della libertà dell’altro. Mi spiego meglio. Io posso essere esemplare nel mio ministero sacerdotale e malgrado questo vedere che i miei parrocchiani fare il contrario di quanto dico o di quanto faccio. Questo atteggiamento errato nell’uso del libero arbitrio non invalida le mie intenzioni come parroco, da cui scaturirà il mio agire pastorale.

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Un parroco non è definito in base al successo che riscuote tra i suoi parrocchiani o all’interno della sua comunità, perché a volte non è così.  Se questo fosse vero il Santo Curato d’Ars avrebbe dovuto reputarsi un fallimento dopo pochi mesi dal suo ingresso in quell’ameno paesello della regione del Rodano che venne definito dallo stesso Giovanni Maria Vianney come un avamposto dell’inferno. È necessario perciò cambiare il punto di vista, e ammettere che non sono io a decretare il successo della fede dei miei parrocchiani. L’insoddisfazione, la stanchezza e la sconfitta nella pratica del ministero sono elementi che riguardano più un disagio umano che non una falsificazione colpevole del proprio operato ministeriale.   

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«Con questo non intendo giudicare nessuno, perché ognuno ha la sua coscienza e deve risponderne davanti a Dio. Ma siccome anch’io ho la mia, non mi sento più di essere complice di questo “gioco” che mi sembra sia diventata la vita del cristiano e della comunità».

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Il dovere di rispondere davanti a Dio con la propria coscienza è sacrosanto e se è vero che l’intimo della coscienza lo può conoscere e giudicare solamente Dio, e anche vero che tale certezza non dispensa dal dovere di tentare delle soluzioni alternative, chiedere aiuto ai vescovi, ai confratelli, al popolo santo di Dio e cercare attraverso il ricorso alla grazia quei rimedi che Dio suggerisce.  Tutto questo prima che il malessere si trasformi in dramma, il dramma in depressione, la depressione evolva in burnout con i segni distintivi di sfinimento emotivo, cinismo e calo del rendimento personale. Tutte cose che fanno andare il povero parroco sull’orlo di una crisi di nervi e forse ben oltre.

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«Il Vangelo, dobbiamo ammetterlo, non è più al centro della nostra vita. Le nostre chiese sono sempre più desolatamente vuote e lo saranno sempre di più: tra pochi anni ci saranno solo i turisti che vengono a vedere quanto sono belle! Dobbiamo avere il coraggio di porci una domanda molto seria: il vangelo ci interessa ancora? dice qualcosa ai nostri cuori? Perché, se non dice più niente, allora possiamo chiudere tutte le nostre chiese; se invece dice qualcosa, allora bisogna che ci rimbocchiamo le maniche!».

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Sono domande lecite che condivido, tuttavia mi chiedo: tali domande non dovrebbero essere poste primariamente a noi sacerdoti in modo tale da suscitare una salutare crisi e un ravvedimento. Il Vangelo per me è Cristo o è il pretesto per avere il sostentamento clero? Celebro la Messa sempre perché il mondo ha bisogno di Cristo o perché devo dare un servizio a degli avventori che mi hanno pagato? Mi piace stare in chiesa ad aspettare e ad accogliere i fedeli o preferisco farmi desiderare restando a casa a fare i fatti miei? Dopo la chiusura della chiesa, il mio cuore resta aperto anche di notte, oppure mi trincero dietro orari di lavoro in cui non devo essere disturbato? Credo che sia anzitutto il sacerdote a dover fare professione pubblica di fede davanti a un mondo deprivato di Dio, senza temere l’incomprensione, lo sberleffo e la persecuzione. Solo in seguito i parrocchiani mi seguiranno, dopo aver guardato la mia fede e il modo che ho di viverla. Non posso chiedere agli altri quello che io non compio e non posso pretendere la santità dall’altro se prima non faccio nulla per la mia.

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Come parroco che devo essere io convinto di Cristo, gli altri esercitando la loro libertà nella figliolanza battesimale mi seguiranno a tempo debito, secondo il proprio percorso, secondo quanto il Signore avrà disposto. È questo l’atteggiamento che convinse gli abitanti di Ars a vedere nel loro parroco un uomo di Dio e un santo pastore, cosa che permise loro una conversione lenta ma costante.

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«Non si tratta di inventare una “evangelizzazione diversa”, cambiando qualche contenuto; dando qualche piccolo ritocco qua e là: una riverniciatina che possa far apparire qualcosa di nuovo, mentre sotto sotto tutto resta uguale, incrostato di… niente! Si tratta invece di renderci conto che la pratica cristiana, così come si è ridotta in questi ultimi anni, è arrivata al capolinea e bisogna iniziare tutto da zero. Proprio il Vangelo ci suggerisce di non mettere pezze nuove sul vestito vecchio: non serve a niente, anzi strappa tutto, illudendoci che il tessuto possa ancora servire così com’è, rattoppato!».

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Approfitto di questo sfogo per dire che nella Chiesa abbiamo perso l’abitudine di pregare lo Spirito Santo affinché sia lui l’animatore silenzioso delle nostre comunità. Troppo spesso tralasciamo quest’elemento carismatico che ha costituito l’anima della prima Chiesa apostolica e ha permesso l’annuncio del Vangelo a tutti i popoli con la sola disponibilità di dodici uomini. Lo Spirito Santo è ancora oggi la novità di Dio che permette di iniziare da zero, è quel vino nuovo che rianima chi è senza vita e rinvigorisce chi è svilito. Ovviamente bisogna chiederlo costantemente, e proprio il parroco dovrebbe essere l’uomo dello Spirito Santo, dovrebbe invocarlo spesso e farlo invocare spesso dai suoi fedeli. Senza la forza dello Spirito nulla è nell’uomo, nulla è privo di quel contagio di colpa che rende vana ogni cosa.

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«Ma perché questo nuovo cammino possa avere successo, bisogna che tutti ne siamo convinti e pronti a ricominciare».

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Davanti a questa affermazione vorrei invitare a una certa prudenza, infatti, non serve una convinzione granitica se resta solo una convinzione umana. Serve una convinzione che derivi dallo Spirito Santo. La Sacra Scrittura ci insegna come questo sia possibile in base a quello che Gesù ci riferisce del Paraclito: «quando sarà venuto, dimostrerà la colpa del mondo riguardo al peccato, alla giustizia e al giudizio. Riguardo al peccato, perché non credono in me; riguardo alla giustizia, perché vado al Padre e non mi vedrete più; riguardo al giudizio, perché il principe di questo mondo è già condannato» [cf. Gv 16,8-11]. Il cammino cristiano potrà essere un cammino convincente solo quando mi sarò convinto della bruttezza del peccato che allontana da Cristo; solo quando prenderò coscienza della giustificazione ottenuta attraverso il mistero pasquale di Gesù; solo quando potrò mostrare la vittoria del bene sul male attraverso quella croce che ancora temo tanto.

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«È davvero così?»

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Non spetta a noi preparare una risposta finale, ma spetta a noi preparare il terreno affinché il Signore operi.

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Laconi, 31 marzo 2020

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Per stare quanto più possibile vicini ai fedeli in questo momento di grave crisi ed emergenza, la redazione de L’Isola di Patmos informa i Lettori che il nostro autore Padre IVANO LIGUORI, dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, cura su Facebook la rubrica «LA PAROLA IN RETE», offrendo delle meditazioni tre volte a settimana. Potete accedere alla pagina curata dal nostro Padre cliccando sul logo.

 

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2019/01/Padre-Ivano-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Ivano https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Ivano2020-04-01 22:13:502021-04-27 19:28:02Parroci sull’orlo di una crisi di nervi: ci si può dimettere dal servizio a quel Popolo di Dio affetto da dura cervice già dai tempi dell’Antico Testamento?

«Chiesa Aperta» (XII puntata) — La preziosa opera di catechiste e catechisti durante l’emergenza del coronavirus

31 Marzo 2020/in Attualità, I nostri video/da Redazione
— i Padri de L’Isola di Patmos vicini ai fedeli in questa quarantena —

«CHIESA APERTA» (XII puntata) — LA PREZIOSA OPERA DI CATECHISTE E CATECHISTI DURANTE L’EMERGENZA DEL CORONAVIRUS

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Offriamo ai nostri Lettori questo nuovo prezioso video del nostro stimato confratello Giovanni Zanchi, presbitero della Diocesi di Arezzo, affinché possa fungere anche da efficace e sapiente antidoto a tutti coloro che purtroppo, in questo momento di straordinaria crisi ed emergenza, non hanno trovato di meglio da fare che polemizzare, spesso anche in toni duri e aggressivi, contro le decisioni prese dai nostri vescovi per motivi di sicurezza a tutela della salute pubblica: sospendere le sacre celebrazioni e in molti casi chiudere le chiese. Ricordiamo che la Chiesa, nei momenti di crisi ed emergenza, non è mai stata salvata dalle polemiche di coloro che si ergono in tutti i tempi ai più fedeli tra i fedeli o ai più puri tra i puri, ma dall’unità. Qualcuno ha scritto in questi giorni che «i vescovi stanno suicidando la Chiesa italiana». Purtroppo non ha capito niente dell’essenza della fede cattolica: la Chiesa “si suicida” attaccando i vescovi, anziché seguirli e sostenerli in un momento di così grave prova. 

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RIPRESE VIDEO E MONTAGGIO A CURA DELLA EMITTENTE TELESANDOMENICO (AREZZO)

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TESTO DEL VIDEO

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I testi del Padre Giovanni Zanchi, direttore del Centro Pastorale Culto Divino della Diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro, non sono stati pensati come articoli ma come testi audio-narrativi. Abbiamo provveduto a trascrivere il testo audio per i nostri Lettori.

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Giovanni Zanchi

Benvenuti alla dodicesima puntata di Chiesa Aperta.

La finalità di questa modesta rubrica è sempre la medesima: aiutare a comprendere che La Chiesa rimane Aperta e operante, così come possibile, pure durante l’emergenza della pandemia; le chiese di pietra e di mattoni rimaste aperte anche se frequentate con difficoltà dai singoli fedeli, ne sono il segno.

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Oggi voglio con semplicità accennare ad un altro settore della Chiesa che continua ad operare con inventiva a gloria di Dio e per la santificazione delle anime; parlo dei catechisti, i quali perseverano in tutta Italia a collaborare con i vescovi, i parroci e i genitori nel ministero catechistico, escogitando nuovi modi di contatto con i bambini, i ragazzi, i giovani e gli adulti affidati alle loro cure e continuare per loro e con loro la formazione catechistica della fede.

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Nessuno o quasi ne parla ed effettivamente la vacua mentalità comune odierna non dà importanza all’educazione alla fede; ma considerando che l’attività della Santa Chiesa si esplica nelle tre grandi dimensioni della catechesi, della liturgia e della carità, si comprende quanto sia invece essenziale che anche nell’emergenza causata dalla pandemia l’opera catechistica non si interrompa e prosegua come possibile.

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In questo periodo nel quale gli studenti non possono recarsi a scuola, giustamente ci si preoccupa di continuare in qualche modo lo studio e molti insegnanti, non solo delle Università, si adoperano per assicurare la continuità didattica, impartendo lezioni agli studenti tramite i mezzi della comunicazione sociale. In questo periodo nel quale gli alunni del catechismo non possono recarsi in Parrocchia, anche molti catechisti cercano di raggiungere i loro catechizzandi in altro modo. Sappiamo bene che il metodo catechistico non ricalca semplicemente quello dell’apprendimento scolastico, ma comunque esistono delle somiglianze fra i due, nella presente situazione accomunati dal ricorso alla didattica a distanza.

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Facciamo alcuni esempi: Innanzitutto segnalo che dal lunedì al sabato TV2000, il canale televisivo edito sempre dai Vescovi italiani, trasmette in 2 diversi orari la rubrica Caro Gesù. Insieme ai bambini: una striscia quotidiana di catechismo dedicata alla fascia di età dagli 8 ai 12 anni. Segnalo poi il portale internet che la Conferenza Episcopale Italiana ha aperto per informare sulle iniziative della Chiesa in tempo di pandemia e intitolato Chi ci separerà? [cf QUI]; vi sono riportate alcune “buone pratiche” avviate a distanza da molte Diocesi e comunità cristiane per fronteggiare l’emergenza catechistica.  Ce n’è per tutti: si va dalle proposte pensate innanzitutto per la catechesi in famiglia nel suo complesso, alla classica catechesi con bambini, ragazzi, adolescenti e giovani, comprese le persone con disabilità, alle esperienze celebrative in famiglia, fino ai commenti alla Parola di Dio per adulti. Infine ricordo i semplici catechisti parrocchiali che in ogni dove, senza assurgere agli onori delle cronache, si impegnano a diffondere video e testi.

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Chi ha voglia di continuare a far catechismo ha quindi solo l’imbarazzo della scelta e speriamo che ne approfitti il maggior numero possibile di persone, utilizzando proficuamente il tempo della forzata clausura domestica. Con la creatività catechistica di questi giorni, la Chiesa Aperta e continua ad essere vicina ai genitori cristiani i quali, non dimentichiamolo mai, sono gli originari, primi e propri catechisti dei loro figlioli.

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Infine è necessario ricordare una particolare categoria di catechizzandi, cioè i Catecumeni, ovverosia gli adulti non battezzati che si stanno preparando a diventare cristiani; tra di loro, vi sono molti stranieri residenti nel nostro Paese e ciò ci ricorda che la forma più importante di integrazione sociale è quella religiosa.

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La Quaresima è un tempo liturgico importante per tutti i cristiani e particolarmente per i catecumeni, i quali la Prima Domenica di Quaresima furono Eletti a ricevere i Sacramenti del Battesimo, della Confermazione e dell’Eucaristia durante la prossima Veglia pasquale. Nel corso della Quaresima dovevano poi ricevere le grandi catechesi preparatorie, gli esorcismi, le consegne del Padre nostro e del Credo, l’unzione pre-battesimale.

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Purtroppo nella presente situazione ciò non è possibile e pure la loro Iniziazione cristiana mediante i Sacramenti è rimandata a tempi migliori, speriamo non oltre la prossima Pentecoste. Ma intanto la Chiesa è rimasta Aperta anche per loro e ogni Diocesi continua a curarne la formazione spirituale come possibile, secondo le indicazioni diffuse dall’Ufficio Catechistico Nazionale e comodamente consultabili in internet [cf QUI].

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Mediante questa rubrica televisiva vogliamo dunque contribuire a segnalare l’impegno delle famiglie, dei Parroci e dei catechisti i quali, sotto la guida dei Vescovi, in questo momento di grave difficoltà, proseguono con abnegazione e creatività nel tenere la Chiesa Aperta pure nel campo della catechesi. Questi zelanti ministri della Santa Chiesa sono un segno di speranza nel presente ed una risorsa essenziale per l’impegnativo futuro che ci attende come comunità cristiana.

A risentirci alla prossima puntata di Chiesa Aperta.

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Sansepolcro (Arezzo), 31 marzo 2020

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2020/03/zanchi-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Redazione https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Redazione2020-03-31 22:19:242021-04-20 18:02:49«Chiesa Aperta» (XII puntata) — La preziosa opera di catechiste e catechisti durante l’emergenza del coronavirus

Il coronavirus nella Quaresima del mondo. Nel mentre, tuttologi e dementi insultano vescovi e i sacerdoti sui social: «Atei senza fede, ci avete privati di Gesù!»

30 Marzo 2020/14 Commenti/in Attualità/da Padre Gabriele
—  attualità ecclesiale —

IL CORONAVIRUS NELLA QUARESIMA DEL MONDO. NEL MENTRE TUTTOLOGI E DEMENTI GRIDANO AI VESCOVI E AI SACERDOTI SUI SOCIAL: «ATEI SENZA FEDE, CI AVETE PRIVATI DI GESU!»

[…] aprire al culto pubblico delle chiese non può considerarsi un atto sicuro, pertanto andava immediatamente limitato, se non chiuso, come poi effettivamente accaduto. Il tutto, grazie a un’ampia fetta di popolo che, dalle piccole sino alle grandi cose, sembra ormai da lungo tempo specializzato a non ascoltare i pastori, anzi: semmai facendo persino il contrario di ciò che i pastori insegnano e chiedono, il tutto, non di rado, persino con atteggiamenti di compiaciuta sfida da parte di non pochi fedeli.  

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2021/09/padre-Gabriele-piccola.png?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Gabriele https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Gabriele2020-03-30 14:41:042021-09-30 20:57:49Il coronavirus nella Quaresima del mondo. Nel mentre, tuttologi e dementi insultano vescovi e i sacerdoti sui social: «Atei senza fede, ci avete privati di Gesù!»

«Chiesa Aperta» (XI puntata) — Possono le benemerite Forze dell’Ordine eccedere in zelo sino a giungere a interrompere le sacre celebrazioni dentro le chiese?

29 Marzo 2020/2 Commenti/in Attualità, I nostri video/da Redazione
— i Padri de L’Isola di Patmos vicini ai fedeli in questa quarantena —

«CHIESA APERTA» (XI puntata) — POSSONO LE BENEMERITE FORZE DELL’ORDINE ECCEDERE IN ZELO SINO A GIUNGERE A INTERROMPERE LE SACRE CELEBRAZIONI DENTRO LE CHIESE?

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Offriamo ai nostri Lettori questo nuovo prezioso video del nostro stimato confratello Giovanni Zanchi, presbitero della Diocesi di Arezzo, affinché possa fungere anche da efficace e sapiente antidoto a tutti coloro che purtroppo, in questo momento di straordinaria crisi ed emergenza, non hanno trovato di meglio da fare che polemizzare, spesso anche in toni duri e aggressivi, contro le decisioni prese dai nostri vescovi per motivi di sicurezza a tutela della salute pubblica: sospendere le sacre celebrazioni e in molti casi chiudere le chiese. Ricordiamo che la Chiesa, nei momenti di crisi ed emergenza, non è mai stata salvata dalle polemiche di coloro che si ergono in tutti i tempi ai più fedeli tra i fedeli o ai più puri tra i puri, ma dall’unità. Qualcuno ha scritto in questi giorni che «i vescovi stanno suicidando la Chiesa italiana». Purtroppo non ha capito niente dell’essenza della fede cattolica: la Chiesa “si suicida” attaccando i vescovi, anziché seguirli e sostenerli in un momento di così grave prova. 

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RIPRESE VIDEO E MONTAGGIO A CURA DELLA EMITTENTE TELESANDOMENICO (AREZZO)

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TESTO DEL VIDEO

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I testi del Padre Giovanni Zanchi, direttore del Centro Pastorale Culto Divino della Diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro, non sono stati pensati come articoli ma come testi audio-narrativi. Abbiamo provveduto a trascrivere il testo audio per i nostri Lettori.

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Giovanni Zanchi

Benvenuti alla undicesima puntata di Chiesa Aperta.

Le chiese di pietra e mattoni sono aperte, pure senza celebrazioni pubbliche, come segno de La Chiesa  che rimane Aperta e operante a gloria di Dio e per la santificazione delle anime, anche se in forme eccezionali. Ne abbiamo avuti due splendidi esempi lo scorso venerdì 27 marzo: grazie ai mezzi della comunicazione sociale, i cattolici di tutto il mondo si sono uniti spiritualmente al Santo Padre il Papa in una storica supplica a Dio per la fine della pandemia. Nello stesso giorno, ogni singolo Vescovo italiano si è recato in un Cimitero a suffragare le anime delle tante vittime della pandemia, sepolte con Esequie in forma ridottissima, a causa dell’emergenza sanitaria.

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Veniamo ora all’argomento di oggi. Nella puntata precedente ho aiutato a riflettere su alcune delle motivazioni prudenziali soggiacenti alla sospensione delle Liturgie pubbliche in tempo di pandemia. Nel poco tempo a disposizione, voglio adesso accennare ad un aspetto complementare della medesima questione: nelle chiese aperte non si svolgono celebrazioni pubbliche, ma i fedeli hanno il diritto di andare in chiesa per la preghiera personale e per ricevere i Sacramenti in forma individuale, specialmente la Confessione e la Santa Comunione; ovviamente rispettando le norme di profilassi sanitaria che tutti ormai ben conosciamo. Sul sito internet del Governo italiano [cf QUI] cliccando nella sezione F.A.Q. e cliccando sulla voce “Cerimonie”, si trova scritto quanto segue: «Domanda: Si può andare in chiesa o negli altri luoghi di culto?» Risposta: «Sono consentiti l’apertura e l’accesso ai luoghi di culto, purché si evitino assembramenti e si assicuri la distanza tra i frequentatori non inferiore a un metro».

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La Regione Lombardia ha emanato in materia norme ancor più dettagliate; infatti l’Ordinanza regionale n. 514 del 21 marzo 2020 al punto 22 recita testualmente: «L’accesso ai luoghi di culto è consentito in forma contingentata e nel rispetto delle misure necessarie a garantire la distanza di sicurezza interpersonale di un metro». Pertanto si può andare a pregare individualmente in qualunque chiesa nel territorio del proprio Comune, muniti della necessaria autocertificazione ed evitando assembramenti. Nessuno può impedirlo; sarebbe un abuso di potere. Un consiglio: come quando andando a fare la spesa alimentare è bene conservare lo scontrino fiscale, per dimostrare che effettivamente si è andati nel tal negozio, così è opportuno fotografare se stessi dentro la chiesa, come prova da esibire alle Autorità preposte al controllo.

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Dobbiamo occuparci di questo argomento, perché si stanno moltiplicando le notizie riguardo a fedeli censurati dalle Forze dell’Ordine (peraltro benemerite) solo perché si stavano recando in chiesa a pregare da soli. Cosa più grave: in varie parti d’Italia le Forze di Polizia hanno interrotto Sante Messe che si stavano svolgendo nel pieno rispetto delle regole di profilassi contro la pandemia; ricordiamo che le leggi vigenti in Italia proibiscono ciò tassativamente: se in una chiesa si sta svolgendo un atto di culto, Polizia e Carabinieri possono entrarvi per esercitare le loro funzioni solo dopo avere preventivamente informato il Vescovo del luogo e in ogni caso non possono interrompere l’atto di culto.

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Per tutelarsi da ogni arbitrio o allontanamento forzato da un luogo sacro o da denunce o ammende comminate per tali motivi, ci si può rivolgere ad un avvocato, per far valere i propri diritti. Ma sarebbe meglio non dover arrivare a tanto! Per grazia di Dio, in questi giorni molti pubblici Amministratori si sono recati ufficialmente nelle chiese per affidare alla protezione divina i propri concittadini. Bravi! Hanno adempiuto al proprio dovere! Ma siamo giunti all’assurdo che i Carabinieri di Giulianova, in Abruzzo, hanno segnalato alla competente Procura della Repubblica il Sindaco della Città, altri 3 amministratori, 5 sacerdoti e 3 giornalisti, i quali, nell’ampio santuario della Madonna dello Splendore, avevano affidato il loro Comune a Maria Santissima, con tanto di deposizione della fascia tricolore ai piedi della statua. 12 persone distanziate ben più di un metro l’una dall’altra all’interno di uno spazioso edificio, sono state considerate più pericolose delle decine di persone presenti contemporaneamente in un qualsiasi supermercato!

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Ho già detto che le nostre Forze dell’Ordine sono benemerite, tanto più nella presente emergenza e a loro deve andare tutta la nostra riconoscenza; infatti, nel caso di Giulianova hanno semplicemente compiuto un atto dovuto, a seguito di polemiche pretestuose sollevate da terze persone, spinte da malevolenza verso i cristiani. Resta il fatto che alcuni hanno tentato di infangare un atto di devozione come se fosse un reato; abbiamo pure notizie di sacerdoti che hanno ricevuto minacce scritte semplicemente perché in chiese molto spaziose hanno celebrato la Santa Messa con l’assistenza di qualche persona a debita distanza! Sembra proprio che alcuni assatanati anticristiani vogliano sfruttare l’occasione della pandemia per screditare e attaccare i fedeli cattolici. Non possiamo permettere tali soprusi!

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La Chiesa Italiana sta dando grande prova di prudenza e amore al bene comune con la dolorosa sospensione delle celebrazioni con il popolo, assicurando comunque l’apertura quotidiana delle chiese, accettando addirittura di celebrare in forma emergenziale la prossima Santa Pasqua, ma non è accettabile che sia proibito ai singoli l’esercizio del diritto di culto (cf Costituzione della Repubblica Italiana, articolo 19), esercitato nelle forme attualmente possibili. Accettare una cosa simile costituirebbe un pericolosissimo precedente per la tutela della libertà di tutti i cittadini italiani. C’è il pericolo che, una volta passata l’emergenza, entrare in una chiesa per pregare diventi una concessione dello Stato, non più un diritto della persona. I nostri Vescovi e il Governo debbono subito attivarsi affinché siano emanate disposizioni chiare e stringenti onde garantire l’esercizio del diritto costituzionale alla libertà di culto anche in questi tempi calamitosi.

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Segnalo infine un aspetto pratico molto importante: una prudente frequenza individuale delle chiese permette anche la loro custodia durante le ore di apertura; la maggior parte del nostro patrimonio storico e artistico è costituito dalle chiese e dai loro arredi: lasciarle aperte e deserte per molte ore lungo la giornata è il modo migliore per garantirne la salvaguardia? Ricordiamo che, già in tempi normali, sono frequenti i furti e gli atti di vandalismo nelle nostre Chiese!  Fedeli ostacolati nel frequentare singolarmente le chiese, denunciati mentre compiono atti di devozione con tutte le dovute accortezze … Segni tristi, che evidenziano il grado di scristianizzazione nel quale è precipitata la nostra società e la svalutazione sociale della necessità della vita interiore e del valore della realtà soprannaturale; ma l’Italia non può diventare il Paese nel quale in tempo di pandemia si può tranquillamente uscire per acquistare un pacchetto di sigarette (e ciò sia detto con tutto il rispetto per i tabaccai), ma non ci si può recare in chiesa a pregare, neanche in solitudine!

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Le chiese di pietra e di mattoni rimangono aperte anche in tempo di pandemia, per ricordarci che i cristiani sono impegnati a pregare per il bene di tutti, sia nelle loro case che nei luoghi pubblici, perché – come ci ricorda il Salmo 126, 1: “Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori. Se il Signore non custodisce la città, invano veglia il custode”.

Grazie per l’ascolto. Appuntamento alla prossima puntata di Chiesa Aperta.

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Sansepolcro (Arezzo), 29 marzo 2020

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2020/03/zanchi-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Redazione https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Redazione2020-03-29 13:57:292021-04-20 22:17:50«Chiesa Aperta» (XI puntata) — Possono le benemerite Forze dell’Ordine eccedere in zelo sino a giungere a interrompere le sacre celebrazioni dentro le chiese?

«Chiesa Aperta» (X puntata) — Quella irresistibile brama odierna di sacrificare i preti alla morte per i propri personali capricci di opinione. E se ciò accadesse, poi chi tornerà a celebrare le Sante Messe per il Popolo di Dio dopo l’epidemia da coronavirus?

27 Marzo 2020/10 Commenti/in Attualità, I nostri video/da Redazione
— i Padri de L’Isola di Patmos vicini ai fedeli in questa quarantena —

«CHIESA APERTA» (X puntata) — QUELLA IRRESISTIBILE BRAMA ODIERNA DI SACRIFICARE I PRETI ALLA MORTE PER I PROPRI PERSONALI CAPRICCI DI OPINIONE. E SE CIÒ ACCADESSE, POI CHI TORNERÀ A CELEBRARE LE SANTE MESSE PER IL POPOLO DI DIO DOPO L’EPIDEMIA DA CORONAVIRUS?

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Offriamo ai nostri Lettori questo nuovo prezioso video del nostro stimato confratello Giovanni Zanchi, presbitero della Diocesi di Arezzo, affinché possa fungere anche da efficace e sapiente antidoto a tutti coloro che purtroppo, in questo momento di straordinaria crisi ed emergenza, non hanno trovato di meglio da fare che polemizzare, spesso anche in toni duri e aggressivi, contro le decisioni prese dai nostri vescovi per motivi di sicurezza a tutela della salute pubblica: sospendere le sacre celebrazioni e in molti casi chiudere le chiese. Ricordiamo che la Chiesa, nei momenti di crisi ed emergenza, non è mai stata salvata dalle polemiche di coloro che si ergono in tutti i tempi ai più fedeli tra i fedeli o ai più puri tra i puri, ma dall’unità. Qualcuno ha scritto in questi giorni che «i vescovi stanno suicidando la Chiesa italiana». Purtroppo non ha capito niente dell’essenza della fede cattolica: la Chiesa “si suicida” attaccando i vescovi, anziché seguirli e sostenerli in un momento di così grave prova. 

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RIPRESE VIDEO E MONTAGGIO A CURA DELLA EMITTENTE TELESANDOMENICO (AREZZO)

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TESTO DEL VIDEO

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I testi del Padre Giovanni Zanchi, direttore del Centro Pastorale Culto Divino della Diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro, non sono stati pensati come articoli ma come testi audio-narrativi. Abbiamo provveduto a trascrivere il testo audio per i nostri Lettori.

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Giovanni Zanchi

Benvenuti alla X puntata di Chiesa Aperta.

Le chiese, intese come edifici, rimangono aperte durante la pandemia, pure se non si svolgono celebrazioni pubbliche e i fedeli non le possono frequentare agevolmente. Nella presente situazione, i sacerdoti stanno dando prova di grande inventiva per aiutare i fedeli anche nel frequentare le chiese, così come possibile.

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Molti fedeli apprezzano il sacrificio fatto da tanti sacerdoti per adempiere al loro ministero, pur con gravi limitazioni. Altri manifestano il proprio scontento, soprattutto per la sospensione temporanea della Santa Messa con il popolo e invocano l’immediata ripresa delle celebrazioni pubbliche. In questa sede, vogliamo dire una parola che aiuti a comprendere i termini della questione e ad evitare polemiche controproducenti.

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Nella tragica situazione di questi giorni sono in gioco due aspetti fondamentali: da una parte, la Chiesa deve continuare la sua divina missione al servizio della salvezza delle anime, con tutta l’abnegazione necessaria, senza però mettere a repentaglio la salute pubblica e quindi operando delle necessarie rinunce e assumendo dolorose limitazioni nei comportamenti, senza però appiattirsi sulla logica del mondo; dall’altra parte, la Chiesa non deve dare nemmeno la più lontana impressione di abbandonare i fedeli a se stessi, trascurando le loro necessità spirituali e rischiando di essere considerata latitante o, peggio, irrilevante, come se avesse rinunciato ad affermare il primato del soprannaturale. Facciamo un passo avanti …

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… la autentica teologia morale ci insegna che non basta affermare i grandi principi, ma occorre poi attuarli in una particolare situazione, mediante un prudente discernimento e quindi, più si discende dal principio generale verso una concreta situazione, specie se perigliosa, più le scelte operative possono divenire quanto mai difficili da individuare. Il sommo principio morale è: “fai il bene ed evita il male”; ma in una situazione di tragica emergenza come la presente, non è immediatamente agevole determinare come attuare il bene ed evitare il male.

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A coloro che, amareggiati per la sospensione delle Sante Messe con il popolo, invocano un maggior coraggio da parte dei vescovi e dei sacerdoti, rispettosamente ricordo tre fatti, da tenere assolutamente presenti per formulare un giudizio pratico aderente alla realtà della presente situazione.

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Primo fatto: le emergenze non si programmano, arrivano improvvisamente e a volte sono pure eccezionali e mai affrontate dalla presente generazione, come è attualmente. Anche i nostri vescovi sono stati sorpresi dal dilagare dell’epidemia e rapidamente hanno dovuto prendere decisioni impegnative per la salvaguardia di tutti. Per consentire in sicurezza la celebrazione delle Sante Messe con il popolo sarebbe necessario organizzare un regolare servizio d’ordine per assicurare almeno l’ingresso e l’uscita dei partecipanti (ognuno munito dei necessari presidi di difesa dal contagio), il loro distanziamento dentro le chiese, la sanificazione delle medesime. Tutte cose di non facile realizzazione e gestione pratica. Considerando che spesso un solo sacerdote deve provvedere a più parrocchie e chiese, nemmeno la ventilata ipotesi di rarefare le presenze dei fedeli aumentando il numero delle Sante Messe appare praticabile in Italia.

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Secondo fatto: il tributo di vittime che anche il Clero italiano sta già pagando alla pandemia: mentre non mancano i vescovi contagiati e finiti in isolamento, al 22 marzo erano ben 50 i sacerdoti falcidiati, la maggior parte di loro caduta nell’adempimento del proprio ministero. Perfino il Clero a riposo per anzianità non è risparmiato: a Parma, nella casa dei Missionari Saveriani, sottoposta da subito a stretto isolamento, sono morti in solitudine 13 sacerdoti in 15 giorni, senza che nessuno giungesse dal di fuori ad assisterli. Se le Sante Messe con il popolo fossero regolarmente celebrate dappertutto, il numero dei sacerdoti defunti sarebbe certamente ancora più grande, tenendo poi conto che il Clero italiano, a causa dell’elevata età media di quasi 68 anni, rientra a pieno titolo nella categoria degli anziani e dei vecchi, quindi delle persone da salvaguardare maggiormente dal pericolo del contagio. Analogo discorso riguardo l’età avanzata deve essere fatto circa gli stessi fedeli che abitualmente frequentano le nostre chiese.

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Terzo fatto: come ci si preoccupa che il personale sanitario non sia falcidiato dalla pandemia e i malati restino senza assistenza, così è necessario preoccuparsi che anche la Chiesa italiana non si riduca drasticamente senza più sacerdoti per la cura pastorale dei fedeli. Da questo punto di vista, i dati sono impietosi: in Italia il Clero non solo è molto anziano, ma pure ormai numericamente esiguo. Facciamo un solo esempio: nell’arcidiocesi di Torino nel 1950 vi era 1 sacerdote (età media 43 anni) per 561 battezzati; nel 2017 sempre a Torino vi era 1 sacerdote (età media 68 anni e 6 mesi) per 2065 battezzati! Dopo la peste che nel XVI secolo uccise la maggior parte dei milanesi, san Carlo Borromeo non ebbe difficoltà nel ricambio dei sacerdoti caduti per assistere gli appestati; oggi, dietro i nostri pochi e anziani sacerdoti, non ci sono purtroppo torme di seminaristi pronti a rimpiazzarli. Una volta cessata l’emergenza, quante delle chiese che ora si pretenderebbe di tenere imprudentemente funzionanti dovrebbero poi essere chiuse, forse per sempre, per una grave mancanza di sacerdoti?

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Ragionando così, qualcuno mi accuserà di mancare di fede nella potenza di Dio. Ma, a parte che non bisogna tentare il Signore (cf Lc 4, 12), nella tragedia attuale occorre avere ben presente l’insegnamento di san Giovanni Paolo II: occorre cioè coniugare fede e ragione; la ragione non deve escludere la fede e la fede deve accettare il servizio della ragione (che poi spesso è semplice buon senso).

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Solo così è possibile evitare due opposti estremismi: i fautori della celebrazione ad oltranza delle Sante Messe con il popolo rischiano di peccare di fideismo; i fautori della chiusura indiscriminata delle chiese rischiano di peccare di razionalismo. La fede ci attesta che durante la Santa Messa Dio opera già il grande miracolo della transustanziazione del pane e del vino nel corpo e sangue di Cristo; ma Dio non è obbligato contemporaneamente a preservare dal contagio virale i singoli partecipanti.

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Concludiamo allora ricordando due grandi principi della vera teologia: contro il razionalismo diciamo: «A chi fa quanto può, Dio non nega la grazia»; contro il fideismo diciamo: «Dio non lega la grazia ai Sacramenti» e la può donare anche al fuori di essi, in determinate circostanze. La sospensione delle Sante Messe con il popolo è una privazione dolorosa per le anime dei fedeli; supplichiamo Dio che conceda quanto prima alla sua Chiesa la grazia e la gioia di radunarsi di nuovo per celebrare l’Eucaristia e imploriamo da Dio anche la grazia di mantenerci i nostri pochi e anziani sacerdoti, donando il premio eterno a quelli caduti vittime del proprio dovere durante la pandemia.

A risentirci domani per una nuova puntata di Chiesa Aperta.

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Sansepolcro (Arezzo), 27 marzo 2020

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2020/03/zanchi-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Redazione https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Redazione2020-03-27 22:58:362021-04-20 18:01:29«Chiesa Aperta» (X puntata) — Quella irresistibile brama odierna di sacrificare i preti alla morte per i propri personali capricci di opinione. E se ciò accadesse, poi chi tornerà a celebrare le Sante Messe per il Popolo di Dio dopo l’epidemia da coronavirus?

Seduto sulla motocicletta comunista di Vauro ho avuta una folgorazione che ha cambiata la mia vita e le mie credenze: e adesso vi spiego perché Gesù Cristo non è mai risorto dai morti …

27 Marzo 2020/1 Commento/in Attualità/da Padre Ariel

SEDUTO SULLA MOTOCICLETTA COMUNISTA DI VAURO HO AVUTO UNA FOLGORAZIONE CHE HA CAMBIATA LA MIA VITA E LE MIE CREDENZE: E ADESSO VI SPIEGO COME MAI GESÙ CRISTO NON È MAI RISORTO DAI MORTI …

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Per annunciare un evento del genere Cristo, se fosse veramente risorto, avrebbe dovuto annunciare la propria risurrezione a persone ben più credibili, per esempio apparendo al Sommo Sacerdote e ai membri del Grande Sinedrio. Siamo realisti e concreti: se io risorgessi dai morti, cercherei di apparire a Fedele Confaloneri e a Pier Silvio Berlusconi, a Pietro Chiambretti e Barbara d’Urso, al Presidente della Rai e a Bruno Vespa … non certo a una ex prostituta nigeriana che vive in una periferia di Milano.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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PDF  articolo formato stampa
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Studi Mediaset di Cologno Monzese (Milano): redazione di Dritto e Rovescio, foto ricordo

L’Isola di Patmos ha conferito ieri il premio Giovannea Aquila d’Oro a Roberto Burioni e Alessandro Cattelan [cf QUI]. Oggi annuncio che in questa Quaresima segnata da epidemia da coronavirus, in me è accaduto qualche cosa che ha sconvolto le mie credenze di fede, giungendo a prendere atto che Gesù Cristo non è mai risorto dai morti.

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La scintilla che ha fatto scattare in me questa consapevolezza, mi è stata data da uno dei tanti sapienti che popolano le pagine di Facebook, che riesce a essere al tempo stesso sia l’Accademia Internazionale delle Scienze sia il Supremo Tribunale Penale istituito dal popolo dei sapienti della rete.

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Talvolta, le credenze anche più radicate, finiscono per crollare dinanzi a cose in apparenza banali, capaci però a far scattare una scintilla a partire dalla quale tutto quanto finisce con l’essere messo in discussione. È a quel punto che, pure ciò in cui si è fermamente creduto, finisce per sgretolarsi come un castello di sabbia costruito sulla riva al sopraggiungere della marea. E di questo devo ringraziare uno dei sapienti di Facebook, che non conosco personalmente, ma che posso citare senza alcuna violazione della privacy, visto che è entrato nella mia pubblica pagina scrivendo un commento col proprio nome, cognome e collegamento al suo profilo, quindi è tutto pubblico e nessuno può sollevare questioni in tal senso. Il sapiente è un certo Nicola Fulgenzio Di Liberto.

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Ma veniamo al fatto: per annunciare sul mio profilo Facebook che nella sera di giovedì 26 marzo avrei partecipato come ormai quasi di consueto alla puntata del programma Dritto e Rovescio su Rete 4, ho inserito una foto scattata i primi di febbraio nella quale sono immortalato con tre amici: il vignettista satirico Vauro Senesi, il giornalista e conduttore radiofonico Giuseppe Cruciani e uno dei giovani collaboratori della redazione. Non solo si tratta di tre amici, ma di tre persone che godono della mia profonda stima.

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Accade però che il già menzionato membro dell’Accademia Internazionale delle Scienze, sotto quel mio post, nel pomeriggio del 27 marzo, ha scritto questo commento: «Con questi personaggi non ci andrei a prendere nemmeno un Caffè». Questo sapiente commentatore forse non immaginava che con questa breve frase avrebbe finito per sconvolgere la vita a un sacerdote nonché piccolo e modesto teologo dogmatico e altrettanto piccolo e modesto storico del dogma. Sì, con quella frase tanto lapidaria quanto sapiente, questo commentatore mi ha aperto l’orizzonte su tutte le contraddizioni contenute nei Vangeli, ma soprattutto nella vita di Gesù Cristo, obbligandomi a prendere atto di quanto il Nazareno sia stato alla prova dei fatti un cattivo maestro. È scritto nei Vangeli e dagli stessi documentato, ma purtroppo io, per cecità e ottusità, proprio non me ne ero mai accorto.

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Gesù Cristo è stato a tal punto imprudente da avere relazioni pericolose e soprattutto inopportune, è documentato da uno degli Evangelisti che narra:

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«Mentre Gesù era a tavola in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con Gesù e con i suoi discepoli.  I farisei, veduto ciò, dicevano ai suoi discepoli: “Perché il vostro maestro mangia con i pubblicani e con i peccatori?”» [Mt 9, 10-11].

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Giuseppe Cruciani e Padre Ariel all’uscita dallo studio di trasmissione di Mediaset di Cologno Monzese (Milano)

Non per giustificare me stesso, ma posso garantire che ai livelli di Gesù Cristo io non ci sono arrivato. Infatti, quando una sera, al termine della diretta di questo programma, Vauro Senesi, Giuseppe Cruciani e io, andammo di fronte alla cittadella Mediaset di Cologno Monzese per mangiare una pizza nell’unico locale aperto, la cucina era chiusa. Così potemmo solo bere qualche cosa: Vauro la sua vodka liscia ― perché un vero comunista beve solo liquori sovietici ―, Giuseppe Cruciani prese una birra sbarazzina, mentre io, che non bevo alcolici “fuori servizio”, perché l’unico alcolico che bevo è il vino usato per il Sacrificio della Santa Messa, presi un succo di ananas. In ogni caso debbo dire a mia giustificazione che il mio agire è stato meno grave di quello di Gesù Cristo, che con certa gente faceva banchetti. Alla prova dei fatti, io ci ho bevuto assieme solo un succo di ananas.

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A che livelli Gesù Cristo fosse imprudente lo dimostra il Vangelo di San Giovanni narrando del suo incontro e colloquio con una donna cananea al pozzo d’acqua, il cosiddetto Racconto della Samaritana. Soprassediamo sulla grave inopportunità di questo dialogo, perché nessun giudeo dotato di bon ton si sarebbe mai messo a parlare da solo con una donna, tanto più con una del genere, alla quale a un certo punto Gesù Cristo domanda:

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«[…] “Vai a chiamare tuo marito e poi ritorna qui”. Rispose la donna: “Non ho marito”. Le disse Gesù: “Hai detto bene, non ho marito; infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero”». Gli replicò la donna: “Signore, vedo che tu sei un profeta”» [Gv 4, 16-18].

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Analizziamo la gravità della cosa: Gesù Cristo rivolge parola, da solo, ai bordi di un pozzo, a una emerita zoccola che dopo essere saltata da un uomo all’altro, in quel momento conviveva con un altro uomo ancòra, che ovviamente non era suo marito. Ma dico: sono forse persone e situazioni nelle quali un uomo perbene si va a cacciare? Altroché se avevano ragione i sapienti scribi e farisei del Facebook dell’epoca, ad accusarlo di intrattenersi con prostitute, pubblicani e peccatori di varia fatta.

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Si dice poi che Gesù Cristo, dopo la sua morte, sia risorto dal sepolcro. Il mistero della sua risurrezione è il fondamento portante della fede cristiana, lo dice il Beato Apostolo Paolo affermando:

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«[…] se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede» [I Cor 15, 14].

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Padre Ariel negli studi Mediaset del Celio a Roma  accanto alla mitica moto di Vauro con stella rossa e targa sovietica

Questo ho compreso dopo anni di sacerdozio, di studi teologici e di professione di fede nella risurrezione di Gesù Cristo, ossia che Cristo non può essere risorto. Ecco perché: chi ha annunciato la presunta risurrezione di Gesù Cristo? Udite, udite … una ex prostituta! Ora voi ditemi, in una società come quella giudaica dell’epoca, dove le donne non avevano diritto di parola, dove non potevano essere udite come testimoni in tribunale, dove potevano essere ripudiate sulla parola del marito e persino lapidate, se il consorte le accusava di adulterio, questo presunto Risorto usa come annunciatrice non solo una donna, ma persino una ex prostituta? Lo credo bene che gli Apostoli, chiamati al sepolcro vuoto, reagirono non credendo a questa donna e alle sue comari:

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«E, tornate dal sepolcro, annunziarono tutto questo agli Undici e a tutti gli altri. Erano Maria di Màgdala, Giovanna e Maria di Giacomo. Anche le altre che erano insieme lo raccontarono agli apostoli. Quelle parole parvero loro come un vaneggiamento e non credettero a esse» [Lc 24, 1-11].

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Per annunciare un evento del genere Cristo, se fosse veramente risorto, avrebbe dovuto annunciare la propria risurrezione a persone ben più credibili, per esempio apparendo al Sommo Sacerdote e ai membri del Grande Sinedrio. Siamo realisti e concreti: se io risorgessi dai morti, cercherei di apparire a Fedele Confaloneri e a Pier Silvio Berlusconi, a Pietro Chiambretti e Barbara d’Urso, al Presidente della Rai e a Bruno Vespa … non certo a una ex prostituta nigeriana che vive in una periferia di Milano.

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commenti d’alta accademia …

Per una frase scritta sulla mia pagina da un cattolico sapiente della Accademia internazionale delle Scienze di Facebook, il quale ha affermato che con gente come Vauro e Giuseppe Cruciani non prenderebbe neppure un caffè, ho acquisita consapevolezza e prova che Gesù Cristo non è mai risorto, perché con certi soggetti non si è limitato a prendere un caffè, ma a fare banchetti e ad avere relazioni pericolose, inopportune e imprudenti, cosa che io non ho mai fatto in vita mia.

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dall’Isola di Patmos, 27 marzo 2020

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